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Fantasy |
Ocèanie, la prima sirena di PrincessVanilla | Leggi le 1 recensioni | Segnala violazione
Capitolo pubblicato il 20/06/2009 | Stampa questo capitolo
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Questa shot prima si trovava nella sezione "Sovrannaturale", ma visto che mi sono resa conto che non ci aveva niente a che fare, l'ho spostata qui... ^^

OCÈANIE, LA PRIMA SIRENA




Guardavo le onde del mare infrangersi sulla battigia ai miei piedi e sorridevo. Fantasticavo, tracciando confusi ghirigori sulla sabbia accanto a me, scrivendo distrattamente il mio nome sulla sabbia: Ocèanie.
Con le conchiglie che avevo raccolto prima, passeggiando sulla riva, incorniciai la mia opera.
Era raro che una ragazza sapesse scrivere, o leggere, ma io facevo parte di una famiglia benestante e, nonostante tutto, avevo imparato, un po’ di nascosto, un po’ con le moine.
Mi alzai, spazzolai via la sabbia dal mio abito e mi misi a correre verso casa. Non avrei dovuto essere lì, ma nella mia camera a fare quello che di solito facevano le ragazze. Il mio comportamento era decisamente anacronistico, ma io non me ne rendevo conto. Non all’epoca, almeno. Ero troppo impegnata a fantasticare e a progettare le mie fughe dal gineceo per rendermene conto.
Anche mentre correvo verso casa, come in quel momento.
Immaginavo di vivere sul fondo del mare, magari in una confortevole grotta sottomarina, trascorrendo le mie giornate a giocare con i pesci e nuotando insieme a loro. O spiando i tragitti delle navi. Immaginavo i miei capelli lunghi e castani non più legati in complesse acconciature ma sciolti e li-eri di fluttuarmi intorno come alghe, mentre i miei curiosi occhi verdi spiavano divertiti la vita subacquea o le giornate dei pescatori.
Immaginavo di avere una pinna al posto delle gambe, che mi permettesse di nuotare veloce come mai in vita mia. E un paio di branchie che sostituissero i miei polmoni. Mai più corse e affanni, mai più battiti accelerati e respiro incontrollato.
Immaginavo. Fantasticavo. Sognavo.
Sarebbe bello” pensai, attraversando l’uliveto e la cucina in silenzio. L’avevo fatto tante di quelle volte che ormai ero diventata una maestra. Sophia, una delle ancelle, mia coetanea e mia amica, mi vide, aprì la porta della cucina e mi fece passare. Come sempre.
Era il nostro unico svago, quello di sgattaiolare via evitando le nostre madri. E ormai eravamo diventate espertissime, in questo gioco.
Sophia era più bella di me, ma a me andava bene così. Pensavo che potesse essere il mezzo necessario ad elevarsi socialmente ed essere felice. Aveva i capelli lunghi e biondi, sempre alzati in modo semplice e sbrigativo, gli occhi scuri e la pelle abbronzata per il lavoro all’aperto. Ci volevamo bene come due sorelle, perché eravamo cresciute insieme. Almeno finché le differenze di classe non ci avevano separato. Però crescendo non ci siamo mai completamente separate, anzi, avevo fatto in modo di averla sempre vicina.
Grazie al prezioso aiuto di Sophia, rientrai nella mia stanza senza essere scoperta e ripresi a fare una di quelle noiose attività che mi erano state imposte, senza neanche badare a quale, tanto per evitare che qualcuno potesse notare la mia assenza.
Avevo quasi diciotto anni e sapevo che, come mi era stato ripetuto fino alla nausea, presto sarei andata in sposa ad un qualche giovane facoltoso che, ovviamente, non avevo mai visto in vita mia.
Sarei stata affidata a lui come un soprammobile od una statua, e probabilmente avrei fatto più o meno quella fine.
Il volto dell’unico giovane che avevo visto, un tale Nereo, che mi era parso subito un uomo di cui mi sarei potuta fidare, balenò nei miei pensieri. Ma sapevo che non sarei stata tanto fortunata. La fortuna aveva preso da tempo le distanze nei miei confronti.
Se solo potessi davvero vivere in fondo al mare...” pensai, sconsolata, quella sera, prima di addormentarmi “Sarebbe bello essere libera” sospirai tra me, rivolgendo lo sguardo al cielo stellato prima di addormentarmi.
La luna, che tante volte mi aveva ascoltato, quella notte decise di accontentarmi. Inviò i propri raggi attraverso la mia finestra e mi avvolse con essi. Mi trasportò fino al mare, trasformandomi proprio come spesso avevo immaginato e cantando dolcemente al mio orecchio: «Dormi, mia dolce Ocèanie. Quando riaprirai gli occhi sarai dentro al tuo sogno, figlia mia prediletta. Vivrai come hai sempre voluto, e sarai chiamata Sirena».


***



«Sophia, alzati!» mi chiamò mia madre «Il sole è alto ed è tempo di cominciare i avori. Preparati e va a far levare dal letto anche la signorina Ocèanie. La padrona le vuole parlare».
«Si, madre!» risposi io, vestendomi ed alzandomi i capelli come ogni giorno. “Che discorso lungo!” mi dissi sorridendo, mentre raggiungevo la camera della mia amica.
«Ocèanie!» la chiamai, bussando piano. Aveva il sonno leggero «Svegliati. Tua madre vuole parlarti» aggiunsi, strofinando il piede per terra. Temevo l’avessero vista rientrare per causa mia e mi sentivo in colpa.
Dall’altro lato della porta non venne nessuna risposta. Ascoltai attentamente. Solo silenzio.
Decisi di entrare. Aprii piano la porta e mossi timidamente un passo verso il suo letto. Lo vidi e scoprii che era vuoto. Urlai. Poi chiamai mia madre: «Madre, madre! Accorrete, presto! Ocèanie non è nel suo letto!» urlai, sconvolta.
Mia madre e la padrona arrivarono all’istante, correndo concitate.
«Bada a come parli!» mi richiamò mia madre «E spiegati».
«La… la… la signorina Ocèanie non è nel suo letto» dissi, abbassando gli occhi.
«Com’è possibile?» mi fu chiesto.
«Non lo so. È semplicemente scomparsa».
«È uscita di nuovo di nascosto vero?» chiese acidamente la padrona.
«No. Sono certa di no» le risposi.
Poi mi fu ordinato di ritirarmi. Obbedii senza discutere, in attesa che mi dessero qualcosa da fare per tenere le mani e la mente occupata. Andai ad aiutare in cucina e appresi che nessuno era riuscito a ritrovare Ocèanie, ma che un indovino aveva detto che era opera degli dei.
Non capivo cosa volesse dire, poi compresi: avrebbero smesso di cercarla. Mi sentii impotente, di fronte a questa tragedia, ma non potei fare altro che augurare alla mia amica di essere stata esaudita e non punita.


***



La mattina seguente mi risvegliai su un letto di alghe. Ma non me ne accorsi subito. La prima cosa che notai fu l’assenza di freddo. Ne fui contenta. Poi iniziai a notare le altre cose. Ero in una grotta sottomarina, tanto per cominciare. Le mie gambe si erano trasformate in una pinna smeraldina. E sotto le orecchie c’erano due tagli: le branchie.
«Oh» dissi. Non mi venne in mente niente di meglio. «Oh. Oh. Oh» ripetei, mettendo finalmente ogni pezzo del mosaico al posto giusto. “Cosa mi è successo?” mi chiesi, guardandomi le mani e la pinna. “Sono... cambiata. Proprio come volevo” mi risposi, automaticamente. Poi ricordai il canto della luna che avevo sentito durante la mia silenziosa mutazione di quella notte. Era radicato nel mio subconscio come una pianta rampicante.
Mi sentii bene. Felice. Libera. Proprio come avevo sempre desiderato.
Poi, però, mi resi conto che a casa mia probabilmente era scoppiato il caos per la mia scomparsa.
Il mio pensiero andò immediatamente a Sophia. Era lei che mi veniva a svegliare la mattina. Che shock per lei scoprire il mio letto vuoto!
E come avrebbe reagito il resto della mia famiglia? L’avrebbero punita a causa mia, ritenendola colpevole? L’avrebbero scacciata?
Mi sentii in colpa. Soprattutto perché si sarebbe preoccupata per me. Decisi che avrei fatto in modo di farle sapere che stavo bene e che ero felice.
Mentre pensavo a come fare, sentii il mio stomaco fremere e mi accorsi di essere affamata.
Nuotai fuori dalla mia grotta in cerca di cibo. Il mio sguardo cadde su un banco di pesci, ma tutto in me si oppose all’omicidio di quelle creature. In fondo, anch’io ero mezza pesce, ormai!
Tra l’altro, non saprei nemmeno come cucinarli...” disse la mia parte razionale.
Non sapendo come fare per nutrirmi, cercai di placare lo stomaco cantando. Non era una vera e propria canzone, piuttosto un ritornello in cui mi chiedevo proprio come sfamarmi.
Un pesciolino tutto colorato mi si avvicinò e, come se il mio canto si fosse trasmesso anche a lui, mi rispose, indicandomi una corrente che portava esattamente in un piccolo “frutteto”.
Sulle prime credetti di essere uscita di senno e che quella fosse la prova. Ma poi compresi del mio dono e, soprattutto, compresi che il vivace pesciolino mi stava aiutando. Lo ringraziai e mi avviai verso il frutteto.
Era come entrare nell’arcobaleno. Se non fossi stata sott’acqua, tutti quei colori accesi mi avrebbero probabilmente accecata. Incuriosita, mi avvicinai ad un piccolo grappolo di bacche vermiglie che sembravano simili all’uva della superficie. Esitante, ne misi in bocca alcune. Mi parvero dolcissime. Finii il grappolo e mi sentii sazia. Lasciai il frutteto, segnando mentalmente la strada, e mi dedicai all’esplorazione.
Il mondo sottomarino era mille volte più incredibile di come l’avevo immaginato. Banchi di pesci, anemoni, coralli, conchiglie, pietre colorare, resti di naufragi... era tutto così straordinario che quasi non ci credevo! Mi aggiravo tra i resti delle navi, raccogliendo gli oggetti più belli e meglio conservati. Soprattutto gioielli, anche se non tutti. Per trasportare i miei cosiddetti tesori dovetti intrecciare le alghe e farne un canestro. Ringraziai mentalmente Sophia per avermelo insegnato.
Quando tornai, stanca, alla mia grotta, cercai di disporre gli oggetti che avevo trovato i modo da abbellire la mia grotta. Fu così che scoprii un’altra variante del mio potere: tutto ciò che si trovava sotto la superficie del mare mi obbediva. Potevo modificare aspetto e la forma delle rocce, potevo far parlare i pesci, sedare tempeste e chissà cos’altro!
Quando venne la sera, mi avvicinai il più possibile alla riva ed iniziai a cantare. Con la mia canzone, per prima cosa ringraziai la luna, e la vidi sorridere, poi cercai di far sapere a Sophia che andava tutto bene, che non doveva preoccuparsi. Tutt’altro che convinta del mio risultato, decisi che mi sarei annunciata al porto al meglio di me stessa.
Cominciai ad accompagnare le navi in mare aperto, noncurante di essere vista. Vidi molti marinai sbattere le palpebre, stupefatti.
E una volta vidi che persino Nereo mi aveva notata, tornando in porto. Sapevo che ormai gli avvistamenti erano tanto numerosi da rendere inequivocabile la mia esistenza.
Ne fui soddisfatta.
Cominciai a riconoscere le navi dal fondo. Quando vedevo i pescherecci ero spesso tentata di liberare i pesci, ma mi trattenevo. Sapevo che i marinai ne avevano bisogno. Per ogni carico di pesci tirato su, ne cantavo altri due, così che il mare non si spopolasse ed io non mi sentissi sola.
E i marinai non ci misero molto ad imputarmi la loro buona sorte in mare.
Ascoltando due di loro, una volta, scoprii che al porto era stato eretto un tempio in mio onore e che ogni marinaio vi faceva tappa prima e dopo lo scalo. Il tempio della Sirena dalla voce soave.
Ne fui orgogliosa. E decisi che da quel giorno aiutare i marinai sarebbe stata la mia missione.

Trascorsero così molti anni. Più di mezzo secolo.
Ero felice, mi piaceva la mia vita, ma, col passare degli anni, cominciai a sentirmi sola.
Non potevo farne a meno. Sentivo i marinai che parlavano delle loro mogli, o dei loro amici, e mi rendevo conto di quanto sola fossi.
Ero consapevole dell’eternità che si dispiegava dinnanzi a me, in sessanta anni non ero cambiata in nulla. Ero esattamente come il giorno in cui mi ero trasformata.
Ma non era l’unica cosa di cui ero consapevole. Sapevo anche che, cantando, avrei potuto trasformare un pesce od un marinaio in un mio simile. Ma non volevo privarli della possibilità di scegliere. E quando lo chiedevo ad un pesce, lui mi rispondeva: «Così non ti basto?».
«Era solo curiosità» rispondevo io.
Mi chiesi se avrei potuto creare un mio simile trasformando la roccia, la sabbia od il mare stesso, ma ero certa di no. Quanto ai pesci, mi limitavo ad accelerare i ritmi di riproduzione, quindi non avevo mai provato.
E non avevo nessuna intenzione di farlo.
In fondo... avevo l’eternità per trovare qualcuno che volesse starmi accanto.
O un marinaio che rischiava di naufragare.
Forse, però, la seconda possibilità non era tanto probabile, visto che ormai rendere sicura la navigazione era la mia missione. E non l’avrei compromessa per combattere la solitudine.
Certo, l’eternità è dura da sopportare, se si è da soli; ma lo è ancora di più se la si passa con qualcuno che non si desidera avere accanto.
Dovevo essere paziente. Dovevo.
Me lo ripetevo tutti i giorni.

Passò un altro anno.
Stavo accompagnando una nave da viaggio durante la navigazione in mare aperto. Pensavo ai miei foschi presagi su futuro, quando vidi un vecchio sporgersi verso di me. Mi sorrise gentilmente e mi disse: «O Sirena dalla dolce voce, tu che popoli il mare e rendi sicura la navigazione, dimmi, qual è il tuo nome?».
«O saggio vecchio dalla barba canuta e folta, il mio nome è Ocèanie, come lo volle mia madre. Ed il tuo qual è?».
«Nereo mi chiamarono» rispose lui «Fui atleta in gioventù, ma da quando ti vidi non fui altro che studioso. Ho viaggiato molto per mare, guardandoti a distanza, ben conscio di non essere degno di te. Ormai sono vecchio, la mia fine è prossima e solitaria, ma sono felice di come ho vissuto».
Nereo!” pensai, stupita “Ormai è invecchiato... il tempo passa per tutti, ma non per me” mi dissi con rammarico.
«Da quando ti ho veduta» continuò lui «i miei occhi sono divenuti ciechi verso le altre donne, il mio cuore troppo pieno della tua visione per amare un’altra».
Ed io mi sentii arrossire. E capii che l’eternità non mi sarebbe più parsa tanto buia e triste. Non avrei più dovuto essere paziente.
Cominciai a cantare, ed i capelli di Nereo tornarono ad essere quelli del giovane che avevo conosciuto, dorati come il sole, con riflessi color del caramello. E così il suo corpo.
Si tuffò in mare, appena un istante prima che le sue gambe si mutassero in una pinna argentata, dello stesso colore della sua iride. Si tolse la tunica e, con un fluido colpo del braccio giovane e forte la lanciò sulla nave, gridando: «Che gli aedi narrino ovunque di questo evento».
Terminai il mio canto e lo presi per mano.
Mi seguì tra i flutti, lontano dagli sguardi. Una volta soli risalimmo, e lui mi baciò. Fu un bacio casto e salato. Ma per me fu il primo, il più bello. Il migliore.
Mi strinse dolcemente a sé ed io ricominciai a cantare, mentre lui danzava, guidando anche il mio corpo, seguendo il ritmo della mia voce.
Avevo i brividi per l’emozione. E più ero felice, tanto più bello divenne il mio canto.
Il mare spruzzò verso l’alto ed in cielo apparve l’arcobaleno. Era la prima volta che lo vidi, e fu il culmine della mia felicità.
A tutt’oggi, pur a distanza di secoli e secoli, quando i marinai vedono l’arcobaleno sanno che sono felice come quel giorno e sto cantando in fondo al mare, danzando con Nereo.

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