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Vampiri |
DESTINY E HOPE – La danza del Destino e della Speranza di PrincessVanilla | Leggi le 2 recensioni | Segnala violazione
Capitolo pubblicato il 25/06/2009 | Stampa questo capitolo
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DESTINY E HOPE
La danza del Destino e Della Speranza



“In questo mondo, l’unica cosa che conta è la propria sopravvivenza, anche a discapito degli altri”. Era questo il motto costante della creatura che sgusciava come una serpe tra le ombre di quella notte senza luna né stelle.
Il manto celeste in quel momento era, infatti, di un nero omogeneo, lo stesso dei serici capelli della creatura e dei suoi abiti.
Si muoveva con silenziosa agilità e sicurezza tra gli alberi di quella foresta addormentata, i cui unici rumori erano i versi dei rapaci notturni, i quali, sentendo il suo odore che si avvicinava, volavano via, atterriti.
Solo lui poteva avere un odore tanto dolce quanto mortifero. Lui e quelli come lui. E questo lui lo sapeva. Un ghigno distorse i suoi fini lineamenti di porcellana, scoprendo una chiostra di denti spendenti come le stelle che quella sera parevano scomparse e più affilati della lama migliore.
Il miglior predatore del mondo.
Correva, tenendo le palpebre chiuse sulle iridi scarlatte, per potersi concentrare al meglio sulla pista che stava seguendo da giorni e giorni.
Un’altra di quelle maledette che tormentavano la sua razza.
E per quante ne uccidessero, ecco che subito un’altra era pronta a prendere il posto della precedente. Maledette. Credevano di essere le eroine del momento, le protettrici dei villaggi. Ma non capivano che invece erano peccatrici contro la Madre Natura che aveva strutturato le catene alimentari.
Sotto a tutto le piante, poi gli animali e, sopra di essi, gli uomini. E poi, sopra a gli uomini e al di sotto degli Dei, loro, il confine, i… vampiri.
E quelle ottuse donne non volevano capire. Insistevano ad opporsi all’ordine naturale delle cose, tentando con tutti i mezzi di debellare quella che per loro era una piaga, per gli altri la Nobile Razza.
Accecate dalle loro convinzioni, non capivano. Non si rendevano conto delle ferree leggi a cui dovevano sottostare per conservare il loro status di semidei. Di tutte le costrizioni e le rinunce a cui erano costretti per ottenere ciò che desideravano.
Nutrirsi dell’essenza prima della vita, del sangue umano, e rinunciare agli altri cibi.
Vivere solo di notte, rinunciare alla luce.
Solo per non tornare umani.
Ma quelle erano piccole rinunce, nulla di paragonabile alla più dura di tutte: la rinuncia ai sentimenti.
Già, loro non potevano amare o essere felici, perché ogni cosa ha un suo prezzo, e il loro erano i sentimenti. Per stare più in alto degli altri, dovevano abbassarsi e rinunciare al più grande dei doni che gli umani possedevano e, spesso, disprezzavano.
Per questo molti non riuscivano a sopportare quella vita e si esponevano al Sole. E, dopo una settimana intera di atroci sofferenze, si ritrovavano umani, scaduti di grado, ma felici, euforici, di dover rinunciare alle loro costrizioni.
E le Stolte che insistevano a dare loro la caccia non capivano.
Ma lui, il più alto ed antico esponente di quella razza, non si sarebbe mai arreso a quella debolezza. Avrebbe continuato a vivere nelle tenebre, a bere il sangue degli umani e a combattere le Stolte, come le chiamava lui. O Cacciatrici, come si chiamavano loro. Non che avesse importanza il nome del loro clan. Le avrebbe sterminate ugualmente.
E tutto stava nel suo nome: Destiny.
Se l’era scelto lui, e tutti lo avevano imparato.
Destino.
Tutti, davanti a quelle iridi scarlatte e a quei capelli scuri come l’onice, si inchinavano e si arrendevano. Incontrarlo, rinunciare alla propria vita per lui, era un privilegio. E la famiglia che aveva perso un membro a causa sua, riceveva uno speciale monumento funebre che recitava: “Il Destino ci ha sottratto questa vita per volere degli Dei. Lode al Destino”.
E nonostante questo, le Stolte continuavano a non capire.
Destiny scosse la testa per scacciare quei pensieri e risollevò le palpebre. Ecco, la Stolta aveva rallentato il passo, troppo sicura di sé stessa, convinta di riuscire a metterlo in trappola.
Mai” pensò lui, ghignando. “Pagherai caro questo affronto” si disse, avvicinandosi lentamente alla radura, attraversata, a quanto gli rivelavano i sensi, da un fiume.

Hope si nascose dietro al velo d’acqua della cascata, armata di paletto di legno e pugnale, pronta ad avventarsi sul proprio inseguitore, umano o vampiro che fosse. Non sapeva che il suo inseguitore era il celebre Destiny, l’acclamato Destino. L’unico vampiro che forse non avrebbe ucciso, perché ormai considerato un Dio. E le divinità sono intoccabili.
Scosse la chioma bionda, scacciando quei pensieri. No, lei li avrebbe sterminati tutti, senza distinzioni. Era il suo destino. Lei era la luce. Lei era la Speranza, come aveva decretato nel momento in cui aveva scelto il proprio nome.
Lei era l’antitesi di Destiny. Tanto nella folta chioma bionda, legata da un pratico nastro bianco di seta, tanto negli occhi, grandi e azzurri. Ma, soprattutto, caldi. Caldi come le fiamme che avevano divorato i corpi di quelli che per lei erano mostri. Totalmente opposti al ghiaccio degli occhi di lui, lo stesso che colorava i suoi occhi.
Proprio in quel momento, Hope scorse con la coda dell’occhio l’accenno di un’ombra che superava gli alberi. Ebbe appena il tempo di identificarlo come vampiro, che partì all’attacco, superando il sottile velo d’acqua per avventarsi su di lui, urlando «Muori, infido mostro!».

Destiny sentì l’urlo della giovane e si voltò automaticamente verso di lei, ghignando. Gli bastò un solo sguardo per calcolare le distanze. Senza scomporsi eccessivamente, le afferrò i polsi prima che lei potesse fare nulla. E ghignò. Era stata più avventata di quanto avrebbe dovuto, credendo di trovarsi davanti un vampiro qualunque, uno di quelli che potevano essere sconfitti facilmente, se presi di sorpresa.
Hope sollevò gli occhi sul volto dell’avversario, e poco mancò che li sgranasse per la sorpresa. «Destiny» pronunciò, quasi inconsapevolmente.
«Lieto di sapere che anche tu mi conosci» ghignò lui, stringendo i polsi della giovane, che fece cadere le armi. «Brava ragazza» la schernì lui, allentando appena la presa, comunque ferrea. «Chi sei tu ti ritieni tanto abile da sconfiggermi con un metodo tanto rozzo?».
«No, no...» mormorò lei, arrossendo, sentendo l’esigenza di giustificarti. «Io non...».
Destiny la scrutò, truce. «Sto aspettando una risposta, Cacciatrice» disse, storcendo quelle bellissime labbra - che si erano chiuse su tanti colli e presto anche sul suo -, al pronunciare il titolo che le Stolte si erano attribuite.
Hope spalancò gli occhi, stupefatta dall’evidenza. «Tu sai...» affermò a bassa voce.
La presa di lui si fece più stretta.
Hope si morse le labbra per non gemere di dolore. «Che ironia. Il Destino che insegue e incontra la Speranza» ghignò, sibillina.
«Hope» pronunciò lui, collegando immediatamente.
Lei annui. «Divertente, non trovi?».
«Neanche te lo immagini» rispose lui, abbassando le labbra verso il collo di Hope.
Il battito di lei accelerò immediatamente, rendendola ancor più invitante agli occhi di lui. «Il Destino non ti lasca scampo o seconde possibilità. Quando chiama, non puoi fare altro che obbedire» sussurrò, recitando una delle incisioni poste sotto una statua votiva dedicata alla creatura che le stava di fronte e che, stranamente, le era piaciuta subito.
Destiny la lasciò andare istintivamente, come se si fosse scottato. Amava e odiava al contempo quella frase.
La amava perché lo faceva sentire potente, dimostrava la venerazione che la gente aveva per lui.
La odiava perché lo faceva apparire come un sadico mostro. E lui sapeva di non esserlo. Rispettava l’ordine naturale delle cose, ma non aveva mai ucciso per divertimento, come facevano altri, dei quali non avrebbe di certo pianto la scomparsa ad opera delle Cacciatrici. E se c’era stata qualche vita umana da salvare, non si era certo tirato indietro, se questo non gli arrecava danno.
Hope lo fissò, sconcertata, dimenticando il paletto. «Stupito?» domandò, calma.
Destiny strinse le labbra per un attimo e poi ghignò. «Poco importa, tanto tra poco sarai morta».
«Sul fatto che morirò non ci piove, solo che probabilmente non sarà presto come credi tu» replicò lei, serafica.
«Ingenua» replicò lui, raccogliendo in un istante il pugnale e avventandosi su di lei.
Hope lo scanso con grazia. «La Speranza è l’ultima a morire, non lo sai?» lo schernì.
«Nessuno sfugge al Destino, te l’hanno mai detto?» replicò lui.
«Sempre» mormorò lei, con un guizzo di vivacità nello sguardo «Ma la mia stessa esistenza dimostra che il nostro futuro ce lo costruiamo da soli. Il destino non esiste» aggiunse, provando un affondo, prontamente schivato dal vampiro.
Destiny sbuffò, tutt’altro che convinto. «E io cosa sono, immaginario?» replicò, ghignando, e lasciandosi cadere per provare a colpirle con un calcio laterale che la facesse inciampare, mentre si appoggiava alla mano.
Hope lo schivò con un salto e si esibì in un paio di capriole all’indietro che le permettessero di prendere le distanze. «Ne porti il nome, ma non sei il Destino» rispose, preparandosi alla risposta del vampiro.
Destiny sbuffò, ma disse qualcosa che lasciò del tutto stupefatta la ragazza. «Il Destino non sempre è oscuro, e spesso convive e danza con la Speranza».
Hope lo guardò senza capire, paralizzata da quelle parole. Neanche si accorse che lui, rialzatosi, le si era avvicinato. Realizzò solo avvertendo le dita di lui che giocavano con una ciocca bionda, il pugnale abbandonato diversi passi più indietro. Lasciò automaticamente cadere il paletto, senza nemmeno capire perché.
Destiny ghignò. «Capirai presto, te lo garantisco» disse, prima di lasciarla lì, da sola, per sparire tra le fronde. Finalmente aveva capito perché quello scontro andava avanti. Andava avanti perché doveva unire Destino e Speranza, le due facce di una stessa medaglia. Sorrise, a quel pensiero, e si nascose dove la luce non poteva toccarlo. Altrimenti non sarebbe più stato Destiny, ma semplicemente Jhon, e lui non voleva. Voleva continuare ad essere Destiny, per danzare ancora con Hope, e continuare a sentirsi vivo, a provare quel brivido che aveva sentito, componendo quella naturale danza di morte. Certo, anche quella si sarebbe presto conclusa, ma lui voleva goderne ancora, finché poteva, rabbrividendo di piacere per ogni mossa, ogni finta, ogni stoccata verbale. E lo avrebbe fatto, perché lui prendeva sempre quello che voleva.

Quasi simultaneamente, Hope sorrise, accarezzando quella ciocca, e si distese per dormire, sentendo il Sole che le accarezzava il capo. Era certa che lo avrebbe rivisto al calar delle tenebre. E avrebbero danzato di nuovo.
E avrebbero continuato finché non fosse venuta la sua ora. Se ne avesse avuto anche una sola possibilità, avrebbe trovato il modo di continuarla in eterno, perpetrando ostinatamente quell’intrigante, delicato e splendido gioco di equilibri che si era involontariamente creato.
Tra Cacciatrice e vampiro.
Tra Umana e Semidio.
Tra Luce e Buio.
Tra Speranza e Destino.


Ci terrei a fare una precisagnoni sul significato di DESTINO e SPERANZA.

Per Destino, si vuole intendere l'Inevitabile, quel genere di cose, sia buone che cattive, che non possiamo controllare, prevedere o gestre in alcun modo.
Quel genere di cose che ci portano a fare determinate scelte, o che sono il frutto "inevitabile" di altre.
Quella stessa molla che ci porta ad alzarci una mattina e ad abbandonarci ad un capriccio. L'istinto, in altre parole.

Per Speranza, invece, si vuole intendere la possibilità di scegliere, di formare il proprio futuro. La Ragione, in un certo senso.

Spero sia chiaro il senso del racconto.

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