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Autore: Kitsune no Pao    06/09/2009    1 recensioni
Piccola favoletta, niente più, niente meno. Molto gradite critiche costruttive e recensioni!^_^
Genere: Introspettivo | Stato: completa
Tipo di coppia: non specificato
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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La grande montagna, grigia di rocce e verde di pini, s’elevava dalla pianura fino a toccare il cielo.

Vetta più alta della catena montuosa, la sua cima godeva della compagnia della neve durante tutto l’anno e spesso era nascosta in una coltre di nubi; scendendo verso la base, andavano riunendosi in fiumi più grandi i piccoli ruscelletti originati lassù, sulla cima inviolata.

L’abitava la serpe grigia come la roccia, fra le cui pietraie cacciava i piccoli roditori e le altre creature popolanti il sottobosco.

Fischiava, nel cielo, lo splendido falco che del vento è figlio.

Da finché avessero memoria, falco e serpe mal si sopportavano, ma più corretto sarebbe dire che fra loro correva odio puro.

La serpe dagli occhi arancioni, tagliati in verticale dalla nera pupilla, era agile cacciatrice e predava nelle tane topi e talpe, sentendone il calore emesso dai corpi di mammifero.

Il falco odiava vederla poi distesa su di una pietra al sole, col ventre rigonfio del pasto consumato ed allora puntava giù l’affilato becco, picchiava diritto con gli artigli protesi, a graffiare la coda dell’agile rettile che accortosi del pericolo già era sparito in un buio meandro.

Così allo splendido rapace altro non restava che riempirsi il ventre di cavallette e lucertole, prede rivoltanti e meno gustose della rosea carne da lui tanto ambita…

“ Bada, stupido pennuto “ sibilò la serpe dal suo buio rifugio “ …bada che un giorno il mio morso non ti colga ed allora il veleno avrà ragione delle tue imprudenze!”

“ AH!” esclamò splendido il falco, spalancando le ali per riprendere il volo “ Bada tu schifoso verme, che un giorno i miei artigli non ti affondino nel corpo ed io non mi sazi della tua carne!”

Queste cose essi dicevano, giorno dopo giorno alimentando il rancore e l’intolleranza reciproca.

“ Stupida cornacchia!” pensò fra se la serpe al riparo d’un sasso “ per digerire il mio pasto bramo i raggi solari, che scaldano il mio ventre!”

“ Maledetto, schifoso essere strisciante!” fischiò il falco, confidandosi al vento del cielo limpido “ ogni giorno tu mi costringi a cibarmi d’esseri infimi, godendo tu solo le creature del suolo, di carne rosea e prelibata!”

Queste cose essi pensavano, attimo dopo attimo, spingendosi sempre, passo dopo passo, verso la guerra.

E quel giorno venne presto.

Come dopo ogni pasto, la serpe sazia si stese arrotolandosi al sole su di una pietra piatta e già calda.

Di lassù, nel cielo blu, il rapido falco la vide e subito l’animo parve infiammarsi!

“ Giacché il sole corre nel cielo e giacché del cielo io sono il re, non permetterò che tu esca a mostrare le tue viscide spire!” e così dicendo picchiò deciso come suo solito.

“ Eccolo che arriva!” sibilò la serpe che già per metà era al sicuro sotto la roccia.

Un istante dopo il falco riprendeva il volo fischiando la sua collera nel rifugio della serpe ed essa, dolente delle graffiate sulla schiena inflittegli, sibilava furiosamente verso l’antagonista.

“ Questa storia s’ha da finire!” pensarono entrambi, nel medesimo istante.

Il falco superbo raggiunse alta quota; la serpe uscì di nuovo alla luce del sole, mettendosi in bella vista sopra ad una piatta pietra.

“ Oh, Cielo mio padre!” pregò il rapace “ Fa che più veloce io picchi e colga finalmente il cranio del rivale col poderoso mio becco!” Un soffio di vento gonfiò le penne del falco e lo sospinse a velocità folle verso il suo obbiettivo.

“ Oh, Roccia madre mia, che mi partoristi dal tuo ventre di terra, fa che le mie spire mutino in pietra, che le mie squame diventino impenetrabili ed il falco, meschino, si sfracelli cozzando il mio corpo!” fu la preghiera delle serpe.

Ed il fato compì il suo disegno.

Da un cespuglio vicino, col manto rossiccio e le zampe nere, eleganti, con le orecchie ritte ed il muso puntuto, sbucò la volpe.

Sventolando la coda dall’apice bianco, puntando gli occhi furbi ora sul falco straziato, ora sulle serpe immobile e rigida, con passi eleganti s’avvicinò ai due nemici.

Il rapace giaceva nel suo sangue che dal becco sgorgava ancora copioso, il cranio fracassato, gli occhi pieni di terrore.

Annusò la serpe e sentì che la vita era rimasta soffocata dal corpo di pietra, impossibilitata a respirare l’ossigeno essenziale.

“ Ah!” esclamò all’indirizzo del rettile pietrificato “ forse non v’erano sufficienti topi per entrambe? Io ti vidi spesso ingozzarti per non lasciarne al rivale!”

Poi voltò la testolina verso il cadavere del misero falco.

“ E tu, sciocco volatile “ ringhiò con un mormorio sommesso “ che pretese avanzavi sul sole cui alla terra tutta ha dato la vita? Tu padrone di aria, padrone di nulla!“

S’allontanò balzando di pietra in pietra, da lontano osservò muta la scena della stupida serpe e dello sciocco falco, e disse:

“ Vi siete rivolti a terra e cielo per sommo egoismo, facile che rinascendo avrete entrambe due gambe e due braccia, corpo di pelle nuda; poiché il vostro agire è simile all’agire dell’uomo…

  
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