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Autore: Jordan Hemingway    01/11/2023    6 recensioni
Siamo un corteo non autorizzato, di cui almeno quattro centinaia stanno apertamente violando le leggi sull’abbigliamento: molti di costoro reggono la bara di Giuseppe sulle proprie spalle.
Sta a me stendere la mano e fare cenno di proseguire: “Questa sera nemmeno d’Aspre in persona potrà mettersi sulla nostra strada.”
Questo testo partecipa al contest "Le quattro stagioni si raccontano" indetto da elli2998 e Inchiostro_nel_Sangue sul forum di EFP
Genere: Sovrannaturale, Storico | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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La speranza oltre l’inverno


Non c’è pietà o consolazione nel morire in inverno: il cielo colmo di nubi plumbee non riflette altro che il dolore, reso più atroce dal gelo che penetra fino nelle ossa e che nemmeno il più spesso tabarro di lana può contrastare. Anche la neve, quando cade, non è quel manto festivo che allieta le festività da poco passate, somiglia maggiormente a lacrime ghiacciate e pungenti sulle guance, la cui caduta non provoca alcun sollievo negli occhi di chi si trova accanto al feretro.
Oh Atilia, tu sai meglio di me quanto rigidi possano essere gli inverni in una città dove agli abitanti è impedito persino portare il lutto per i loro cari.
Tu sola sai quanto Giuseppe mi fosse caro: quanti momenti abbiamo trascorso noi assieme, sotto i portici del Bo e nelle strette viuzze che conducevano alla sua stanza, presso una pensione misera come tutti gli alloggi per studenti ma dove le nostre menti potevano dare sfogo ai nostri più vividi sogni di libertà e di cambiamento. Quanto mi sembrano squallide queste mura scrostate ora che quell’intelletto acceso le ha abbandonate per sempre!
Il corpo di Giuseppe è stato vestito con il suo abito della festa, la feluca tra le mani. Una delle donne ha pensato di simulare la vita sul suo volto livido con strisce di belletto sulle guance e sulla bocca: il risultato è più innaturale della morte stessa, quasi che qualcuno si sia accanito con un pugnale sui suoi zigomi, ma non ha importanza.
Lentamente, il coperchio della bara si chiude per sempre su quei lineamenti a me così cari.
“Che fatalità” mormora la proprietaria della pensione, “un giovane così promettente.”
Scambio uno sguardo con Ernesto e Giovanni, li sento irrigidirsi accanto a me: se le finestre di questa stamberga fossero state riparate – il gelo vi penetra ancora da mille fessure, se il vitto fosse stato migliore, forse la febbre di Giuseppe non avrebbe peggiorato. Guardo la vecchia coperta di lana che giace ai piedi del letto: è tarlata e sottile, quasi uno straccio. Come meravigliarsi del fato di Giuseppe! Se solo ci avesse avvisato della sua condizione prima che fosse troppo tardi…
La voce di Emilia mi riscuote dai miei pensieri. “Siamo tutti pronti” annuncia risoluta.
Sulle spalle le cade un pesante mantello nero che non copre però le vesti che indossa: la foggia dell’abito, il corpetto, le maniche, sono tutti nello stile che ora viene chiamato “italiano”, in contrasto con i rigidi dettami della moda asburgica, la sola che ci è consentito di seguire.
“Bene.” Mi affaccio alla finestra e guardo in basso: il freddo intenso non è stato sufficiente a distoglierci dal nostro proposito, centinaia tra uomini e donne occupano la via davanti alla pensione.
C’è chi regge tra le mani un rosario, altri nascondono delle roncole tra le pieghe dei tabarri, dovesse succedere qualcosa. Moltissimi indossano camicie e farsetti “all’italiana” e sulle feluche portano una piuma brunita.
“Gli austriaci non ci lasceranno passare.”  Anche Emilia getta uno sguardo sulla strada.
“Se ne sei convinta, torna a casa.”
Mi fissa sprezzante. “Per restare sotto una coperta calda? Dobbiamo lasciarci cullare da questo gelo, in attesa del ritorno della primavera? Fino a quando dovremmo aspettare, Bortolo?” Si stringe nel suo mantello. “Non può esserci primavera sotto gli Asburgo.” Si avvia verso le scale.
Ernesto e Giovanni hanno già issato la bara sulle braccia e si apprestano a portarla giù, tra la folla che ci attende. Non è più tempo di indugiare, Atilia, dunque mi unisco a loro.  
Il gelo invernale ci accoglie, reso più aspro dalle nubi fosche che coprono interamente il sole e ne rendono la luce livida e foriera di presagi.
Al nostro passaggio la folla si apre, permettendoci di raggiungere l’imboccatura di via San Giovanni e allineandosi dietro la bara.
Accanto a noi si schierano i nostri compagni in file ordinate, non prima di avere reso omaggio alle spoglie di Giuseppe racchiuse in questo fragile guscio di legno. Le loro feluche scure si abbassano per un istante per poi tornare a ergersi fiere contro il cielo invernale.
Con un gesto ordino al corteo funebre di partire.

Ci dirigiamo verso il Duomo. La poca luce che era riuscita a farsi strada tra nuvole simili a pozze di piombo ci abbandona lentamente, lasciando il posto alle scarse fiammelle che i lampionai si affrettano ad accendere con lunghi bastoni.
Dalle strade laterali e dalle porte delle case che oltrepassiamo vediamo affacciarsi alcuni passanti che ci scrutano timorosi. Alcuni si uniscono a noi, altri sprangano le finestre o si allontanano in fretta rabbrividendo tra le pieghe dei loro mantelli.
Guardo dietro di me e non riesco a stimare quanti siamo. Sembra quasi che una serpe enorme e scura si snodi dietro di noi, punteggiata dalle fiamme di alcune fiaccole.
Piazza dei Signori è quasi davanti a noi, vedo già alla nostra sinistra la Torre dell’Orologio, le cui lancette dorate segnano appena le quattro del pomeriggio.
Non è la Torre a preoccupare: accanto ad essa, i soldati della Gran Guardia vigilano sulla piazza e sugli edifici antistanti, armati e addestrati a interrompere qualunque moto facinoroso.
Sento il respiro di Emilia, dietro di me, farsi più frequente, eppure anche lei continua a camminare.
Sarà questa la conclusione ingloriosa del nostro corteo, Atilia? Oppure vigilerai su di noi per farci passare indenni questo pericolo?
Uno dei soldati infine ci scorge: afferra la spalla del suo compagno e indica la bara che procede a passo controllato verso di loro. In pochi momenti l’intero drappello è mobilitato.
Vedo il riflesso dei lampioni sul calcio lustro dei loro fucili: basterebbe questo a fare indietreggiare compagnie meno ardite della nostra.
Si compie allora il tuo miracolo, Atilia: quei fucili si spostano in verticale, le schiene dei soldati si irrigidiscono.
“Ci presentano le armi” sussurra Ernesto, incredulo, quasi lasciando cadere la bara dalla sua spalla.
“Anche la Gran Guardia è dalla nostra parte.”
Sfiliamo davanti a loro senza parlare ma i nostri sguardi dicono tutto.

Proseguiamo tagliando per Piazza della Frutta, dove gli ultimi venditori infreddoliti puliscono i loro bancali a fine giornata. Al nostro passaggio molti fanno il segno della croce con rispetto, annuendo alla vista di quelli di noi che sono vestiti “all’italiana”.
Siamo nel pieno centro, palazzi eleganti emergono da entrambi i lati delle vie.
Dalle finestre emergono immagini sfocate di abiti da sera e tavole imbandite, accompagnate da suoni di risate e da parole dal suono aspro, duro come il cuore del popolo che le pronuncia. A volte si sente una pronuncia differente, quasi scimmiottata: del resto, Atilia mia, coloro che si sono venduti agli Asburgo altro non sono che scimmie ammaestrate, incapaci di danzare se non alla musica di coloro che li nutrono.
In quanti siamo? La via acciottolata non basta a contenerci, dobbiamo procedere quasi in fila.
Davanti a noi si staglia la sagoma del Pedrocchi, con le sue trifore gotiche e le guglie appuntite verso il cielo: all’interno le luci illuminano gli avventori che ci guardano dalle finestre, le loro discussioni interrotte dal nostro imminente arrivo. Dall’altro lato della strada vi è la nostra casa, la nostra Alma Mater: Palazzo del Bo, il luogo più caro al mondo per Giuseppe, culla dei nostri sogni e nutrimento delle nostre menti.
Mi sento rinvigorito alla vista, come se fossi in una cattedrale dove nulla di male può accadere.
Un suono di zoccoli ferrati rimbomba e dall’angolo con via Beccherie spunta una carrozza coperta, i cui contorni sfumano nella nebbia che sale sempre più fitta, quasi che si tratti di uno di quei presagi di cui raccontano i vecchi nelle notti d’inverno. Solo le porte sono ben visibili, illuminate dalla luce delle lampade appese accanto al cocchiere: recano intarsiate le ricche insegne di due aquile appaiate. 
Il corteo rallenta.
L’uomo alla guida frena i cavalli e si volta verso l’interno della carrozza, parlando fittamente con gli occupanti e gettando occhiate inquiete al nostro incedere e, soprattutto, alla bara che apre il corteo.
Ernesto mi fissa accigliato, come me ha riconosciuto le insegne.
“Il secondo Corpo d’armata.” Il suo sussurro è impercettibile.
Annuisco. I cani dell’esercito asburgico, coloro che ogni giorno giocano a mettere in ginocchio la nostra città, passando le notti a divertirsi con il denaro rubato alla popolazione inerme.
Sappiamo entrambi che l’occupante di quella carrozza non può che essere il feldmaresciallo d’Aspre, il loro comandante.
Siamo un corteo non autorizzato, di cui almeno quattro centinaia stanno apertamente violando le leggi sull’abbigliamento: molti di costoro reggono la bara di Giuseppe sulle proprie spalle.
Alcuni si voltano verso di me, non per incertezza bensì per chiedere con gli occhi una conferma.
Sta a me stendere la mano e fare cenno di proseguire: “Questa sera nemmeno d’Aspre in persona potrà mettersi sulla nostra strada.”
Il cocchiere impugna la frusta: “Fermatevi!” Abbaia, con un forte accento tedesco.
I nostri non cedono: “Fate passare, fate passare!”
“Lasciate la strada ai defunti!”
Siamo quasi davanti alla carrozza e perfino i cavalli nitriscono inquieti di fronte all’onda che minaccia di travolgerli.
Le porte della carrozza si spalancano: alto e magrissimo, simile a uno di quegli spauracchi delle montagne settentrionali, il feldmaresciallo getta un’occhiata sprezzante alla bara di Giuseppe e poi al nostro corteo, stringendo appena la mascella per la rabbia.
Siamo tutti immobili.
“Come osate.” Il suono delle sue parole assomiglia a quello di una lama d’acciaio che stride se scagliata contro una roccia, come se ogni sillaba della nostra lingua italiana si rifiutasse di essere pronunciata. “Vi ordino di interrompere questa… farsa ora, se non volete conseguenze: lasciateci passare.”
Sento il timore dilagare dietro di me, tra le file di persone che si sono unite a noi durante il tragitto. Non posso biasimarli: sappiamo tutti troppo bene di cosa sono capaci gli austriaci se provocati. Molti di noi hanno una madre e un padre che li attendono a casa. Altri hanno mogli o fidanzate. Alcune sono loro stesse le madri o le mogli e hanno deciso di sfilare con noi nonostante il rischio.
Non posso biasimarli se ora riflettono se abbandonarci per mettersi in salvo.
Solo allora quando alzo gli occhi, forse a causa della disperazione che rende i miei sensi più acuti, vedo un’ombra fluttuare alla testa del corteo.
Non si tratta di nebbia né di condensa: la forma ha aspetto umano, riesco a distinguere un volto fatto di zigomi affilati e occhi scavati dalla febbre che lo aveva colpito in vita.
E accanto a lui vedo un’altra sagoma, finalmente ti vedo, Atilia, mentre cingi Giuseppe con le tue braccia e guardi impavida l’austriaco davanti a te, fiera e libera come Giuseppe ti descriveva quando era in vita.
Sopra alla sua bara Giuseppe mi fissa con quei suoi occhi penetranti e stende un braccio verso d’Aspre, verso il Pedrocchi che si staglia nell’oscurità imminente.
La mia decisione è presa.
“Perché vi fermate?” Con un balzo sono di fronte alla carrozza, davanti al feldmaresciallo che appare allibito. “Voi, signore” pronuncio la parola con sprezzo infinito, “se non avete rispetto per i vivi, abbiatene almeno per i morti e, se anche non avete paura del giudizio dei vostri pari” lo guardo dritto negli occhi, “abbiate timore del giudizio di Dio.”
“Che cosa credete di fare?” L’austriaco stringe la mano sull’elsa della propria sciabola. “Vi nascondete dietro un morto per sfidarci? Pagherete per questa bravata.”
“Questo morto è la nostra guida in un mondo dove la nostra vita vale meno delle ossa con cui nutrite il vostro cane. Non ci nascondiamo, noi siamo ovunque: non potete fermarci.”.
“Con le vostre parole state sfidando il governo!”
“Un governo straniero i cui giorni in queste terre sono contati. Lasciateci passare” indico la folla che rumoreggia alle mie spalle, “oggi nessun potere terreno è in grado di fermarci.”
Ci fissiamo senza parlare mentre il corteo avanza silenzioso e implacabile verso la carrozza.
Infine d’Aspre distoglie lo sguardo.
Con un brusco movimento rientra nell’oscurità della sua vettura: posso intuire la furia che lo pervade dall’ordine secco che impone al cocchiere che, terrorizzato, è già pronto a fare indietreggiare i cavalli e imboccare di nuovo Via Beccherie per lasciarci passare.
Lo oltrepassiamo senza ulteriori esitazioni. Mentre cammino getto uno sguardo verso le cortine della carrozza: gli occhi del feldmaresciallo brillano di luce funesta, promettono morte.
Emilia mi stringe la mano e fissa a sua volta il nostro nemico, implacabile quanto lui. Anche lei sa che questo è il punto di non ritorno, anche lei ha capito che da qui possiamo solo andare avanti lottando.
Non è più tempo di crogiolarsi sotto il calore di una coperta, Atilia: nemmeno la lana più spessa ci permetterà di passare questo inverno incolumi. Anche se emergendo da questo torpore rischieremo la vita, dobbiamo agire per non perdere per sempre quello che di più caro abbiamo: noi stessi, la libertà, la speranza di poterti chiamare con il tuo nome, mia Atilia, Italia il cui nome non ci è permesso pronunciare, un nome al quale Giuseppe ed io abbiamo giurato eterna fedeltà, effigie sotto il quale rimarremo uniti, nella vita e nella morte, fino a quando gli invasori saranno scacciati e quello che ora è solo un fragile sogno sarà finalmente realizzato. Solo allora, quando nel mio sonno rivedrò Giuseppe, potrò sedermi accanto a lui e annunciargli che quello a cui non ha potuto assistere in vita è finalmente una realtà.
L’Asburgo domato. L’Italia unita.
 
Note:
Il 7 febbraio del 1848 migliaia di persone presero parte al corteo funebre di uno studente universitario, Giuseppe Placco, del corso di filosofia. Al corteo parteciparono anche almeno quattrocento persone vestite “all’italiana”, in contrasto con le leggi emanate dagli austriaci che controllavano il Veneto all’epoca. All’altezza di via Beccherie, circa davanti al Caffè Pedrocchi, il corteo incrociò la carrozza del feldmaresciallo e futuro generale d’Aspre, il comandante del Secondo Corpo d’Armata asburgico che aveva sede a Padova e che si occupava di mantenere l’ordine e le leggi austriache nella zona. All’intimazione da parte del feldmaresciallo di lasciare passare la carrozza uno studente, Bortolo Lupati, si mise davanti alla bara e intimò a sua volta al feldmaresciallo di lasciare passare il corteo funebre, che ormai era enorme. Il feldmaresciallo lasciò quindi passare il corteo, ma quella sera i soldati austriaci irruppero al Pedrocchi per rappresaglia, scacciandone gli occupanti e ferendo anche una donna incinta.
Il giorno dopo, 8 febbraio 1848, iniziarono le sommosse degli studenti e della popolazioni chiamate ora “moti dell’8 febbraio” e che si protrassero per mesi. Questi scontri sono considerati i primi moti di indipendenza in Europa, con scontri che poi si espandono a Verona, Vicenza e in altre città. Anche se non hanno esito positivo – vengono infatti repressi da d’Aspre e dagli austriaci, bisogna attendere qualche decennio per la liberazione del Veneto – sono comunque considerati il principio del movimento risorgimentale veneto. La via davanti al Pedrocchi ora porta il nome di Via 8 febbraio e ogni anno, nella stessa giornata, gli studenti universitari che fanno parte della Goliardia indossano mantello e feluche e passano per le scuole superiori del centro storico per “liberare” gli studenti e farli uscire da scuola (o non farli proprio entrare), in ricordo degli studenti che l’8 febbraio 1848 combatterono davanti al Pedrocchi e persero la vita (sulla facciata del Pedrocchi ci sono ancora i buchi dei colpi di fucile che si dice siano quelli che avessero ucciso alcuni studenti).
L’8 febbraio è diretta conseguenza del malcontento popolare che ebbe la sua manifestazione più grande nel corteo del 7 febbraio. Questo corteo viene citato solo di sfuggita dalle fonti, che di solito si concentrano sugli eventi più grandi dei giorni successivi: l’idea di darne una versione più ampia, anche se molto romanzata, mi ispirava e dunque ecco qui.

Le fonti che ho utilizzato (oltre all’onnipresente Wikipedia) sono:

www.blogdipadova.it/8-febbraio-1848-padova/ Contiene un articolo sugli eventi dell’8 febbraio e il link a un resoconto del 1892 scritto da un partecipante ai moti del 1848, il cui testo è ora a libera consultazione e la cui lettura è molto interessante (ci sono descrizioni molto vivide dell’atmosfera e della vita studentesca di metà Ottocento)
www.800anniunipd.it /storia/8-febbraio-1848/ Articolo dell’Università di Padova sui moti dell’8 febbraio, con link ad altri articoli di approfondimento.
www.lavecchiapadova.it Sito che indica il vecchio nome di molte vie e luoghi di Padova che sono poi cambiate nei secoli (es. Via delle Beccherie, ora via Cesare Battisti).
Il nome Atilia era utilizzato come sinonimo di Italia per sfuggire alla censura asburgica.
Le imprecisioni storiche che possono (sicuramente) esserci nel testo sono tutte a mio carico.
 
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