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Tayros di lalla | Leggi le 2 recensioni | Segnala violazione
Capitolo pubblicato il 10/10/2009 | Stampa questo capitolo | Stampa tutta la storia
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Tayros
Senza
nome
Acqua salata, grigia come il cielo
dell’inverno che anche
quell’anno sarebbe finito troppo presto. Il vecchio si
coprì la testa con un
lembo del mantello, saettò al mare un’ultima
occhiata astiosa e stabilì che era
giunto il momento di andarsene, prima che il cielo vomitasse ancora
pioggia.
Da molto prima che nascesse il
padre di suo padre, in
quanti, marinai, pescatori e mercanti, si erano prostrati ai piedi del
Re,
implorandolo affinché desse un nome
alla
distesa d’acqua di cui era impossibile scorgere il confine,
dimora di numi,
strada che conduceva presso altri popoli e altri mondi, fonte di
ricchezza
e di sostentamento? La risposta era la stessa
da un’infinità di
soli nati e morti, d’estati torride, di tramontane ululanti come Erinni infernali.
Era, è…e sarà.
Pensava Egeo.
Perché la distesa grigia
che si allargava immensa ai suoi
piedi, non era soltanto dimora di numi, strada che portava lontano,
fonte di
ricchezza e sostentamento. Era dimora
di
mostri, fomentatrice d’illusioni, cagione di morte. E
giustizia non
imponeva che degli assassini fosse
strappata via la vita e cancellato qualsiasi ricordo, a cominciare dal
nome che
padre e madre gli avevano imposto?
I poteri che il Fato e gli dei gli
avevano concesso a poco
sarebbero servito contro l’assassino fatto di acqua, sale e
infinito che
mugghiava minaccioso come un toro selvaggio
dalle lunghe corna falcate.
Hanno
forse un nome l’incendio, la tempesta, il fulmine, il
terremoto?
Tanti soli erano sorti e
tramontati, tante stagioni si
erano rincorse, tante primavere avevano scalzato gli inverni, ma il
tempo non
lo aveva aiutato a dimenticare, come qualcuno pretendeva di fargli
credere. Era
una bella giornata di sole, quando suo figlio si era recato con il cane
a
giocare sulla spiaggia. L’animale
aveva
fatto ritorno, Teseo no. Aveva solo otto anni. Nessuna vedetta aveva
avvistato
al largo navi dalle
grandi vele scure,
le agili navi dei maledetti Phoinikes che avevano nasi adunchi,
dita macchiate dal
succo rosso dei murici, puzzavano
di
pesce e di morchia, e si diceva rapissero i fanciulli per non
sacrificare i
loro figli ai mostri che adoravano.
Il
mare gli aveva offerto il primo dei suoi doni avvelenati.
Non una tomba su cui piangere
né una speranza alla quale
aggrapparsi. Che fossero per sempre maledetti, i Phoinikes
ladroni di mare e rapitori di fanciulli. Gli anni e il
dolore gli avevano inciso il volto di rughe, incanutito precocemente i
capelli.
I maledetti Phoinikes dalle folte
barbe crespe avevano distrutto la sua vita; ma un re non può
permettersi il
lusso della pazzia.
Come lui malediceva il mare,
così Dedalo malediceva la sua
ambizione. I monelli che lo avevano conosciuto da sempre sudicio e
cencioso, gli
buttavano addosso torsoli di cavolo e ridevano ascoltandolo
farneticare, d
certo faticavano a credere a quanti
raccontavano che era stato ricco e la sua fama di costruttore aveva
varcato il
mare, tanto tempo prima. Il re di Creta, il possente Minosse, gli aveva commissionato,
promettendogli in cambio
immense ricchezze, un carcere da cui fosse impossibile evadere. Ma era
stato
ingannato e grandi porte nere si erano chiuse per lui e per suo figlio,
affinché il segreto non trapelasse e gli dei gradissero un
doppio sacrificio di
morte. Ma Dedalo conosceva i segreti di quell’edificio che la
sua mente aveva
concepito e gli dei…Non avrebbero avuto, i Numi strafottenti
e crudeli, la sua
vita e quella del giovane Icaro, il suo genio sarebbe stato
più forte della
loro onnipotenza. Invece, dopo aver scalato a mani nude una ripida
muraglia a
picco sul mare, il ragazzo, provato dalla fame, dalla debolezza e dal
terrore,
doveva essere impazzito e si era lanciato nel vuoto, credendo di volare.
-E tu non sei capace di volare,
vecchio pazzo?
Qualcuno lo spintonava, i monelli
ridevano e gli occhi
dello straccione si riempivano di lacrime.
Dedalo aveva visto morire il sangue
del suo sangue. Il re,
da oltre dieci anni, non sapeva che ne fosse stato del suo. E aveva
imparato
sulla sua stessa pelle che la speranza non logora meno del dolore
l’anima
dell’uomo.
I doni
del mare
I giorni si susseguirono
indifferenti e implacabili, e dal
mare venne Androgeo, il figlio del re di Creta, Minosse il Possente.
Dedalo,
l’accattone, maledisse
lui e l’intera
sua stirpe, ma nessuno badò
alle
farneticazioni del vecchio pazzo e l’ospite fu accolto con
tutti gli onori da
tributarsi a un principe suo pari. Il dopo ti autorizza a ridere di te,
non ci
fosse da piangere, si diceva spesso Egeo da sé solo,
pensando al secondo dei
doni avvelenati che gli erano venuti dal mare. Androgeo, principe di
Creta. Un
bellimbusto effeminato, con le palpebre sottolineate dal bistro,
olezzante di
profumi e tintinnante di gioielli come
una prostituta. In presenza di alcuni giovani nobili ateniesi,
l’idiota s’era
vantato di poter domare qualsiasi toro, anche il più
aggressivo e selvaggio.
Già, aggressivo e selvaggio come i grossi bovi castrati che i tuoi compatrioti
addestrano a restare
immobili come statue mentre giovani acrobati piroettano con eleganza e
senza
rischiare nulla sulle loro larghe groppe?*
Androgeo era orgoglioso, come tutti
gli idioti. Il grande
toro nero che sbuffava e scalpitava aldilà del recinto nulla
aveva in comune
con i placidi bovi addestrati sul largo dorso dei quali anche lui
doveva
essersi esibito in salti e piroette. Ma la bocca ai maledetti
bellimbusti
ateniesi che avevano osato ridere del figlio di Minosse doveva
chiuderla, in un
modo o nell’altro. Scavalcò il recinto.
Le maledizioni di Dedalo e il
mugghiare lugubre del grande
toro nero, il rosso del sangue e il pallore di morte sul viso bistrato
del
principe Androgeo furono il secondo dono che gli venne dal mare. Il
terzo non
si sarebbe fatto attendere a lungo, Egeo ne era certo.
E venne ancora dal mare,
l’ambasciata di Minosse il
Possente, per portare fino alla rocca dell’Acropoli dolore
senza speranza.
Il re di Creta chiedeva sette
fanciulli e sette fanciulle,
scelti tra i nati di nobile famiglia, o sarebbe stata guerra.
Minosse il Possente
pretendeva vendetta. Lacrime contro lacrime, dolore contro
dolore,
finché avesse avuto fiato in corpo e sangue nelle vene.
Sette fanciulle e sette
fanciulle ogni anno che gli dei avrebbero mandato sulla terra, non
appena con il
ritorno della primavera sarebbe stato
possibile alle navi affrontare nuovamente il mare. Sette giovani vite
che Egeo
non avrebbe potuto rifiutare a un sovrano troppo potente, per non
rischiare una
guerra perduta in partenza e un destino di schiavitù per il
suo popolo. Sette
giovani vite che l’oblio avrebbe inghiottito,
com’era accaduto al suo Teseo,
che i maledetti Phoinikes dalle
scure
pelli untuose avevano rapito per sacrificarlo ai mostri che adoravano.
“Ti
maledico,
Minosse empio e spergiuro, come gli Dei hanno maledetto te e la tua
progenie…”
Dedalo, il vecchio pazzo, andava
farneticando di un mostro
racchiuso nel labirinto dalle cento stanze che egli stesso era stato
incaricato
di progettare. Un mostro generato dai lombi del Re e partorito dalla
sua sposa,
un demone che si nutriva di carne e di sangue. Come gli idoli ai quali
i
maledetti Phoinikes sacrificavano i
fanciulli rapiti per risparmiare i loro figli.
Ma la mente di Dedalo era tanto
sconvolta da confondere
realtà e fantasia, pensava Egeo scuotendo la testa, mentre
ascoltava gemere il
vento e lamentarsi la civetta.
Teseo
L’età e
l’esperienza l’avevano reso diffidente. Anni, del
resto, ne erano passati troppi per poter affermare con certezza che lo
sconosciuto fosse chi diceva di essere
o
che mentisse. Indossava vesti
straniere,
e aveva la faccia cotta dal sole. Una faccia diversa
da quella che conosceva, gli era stata cara e
tormentava ancora come un’ossessione i suoi sogni. I riccioli
erano neri e
molli come allora, ma gli occhi scuri s’erano fatti guardinghi e l’ombra
fuligginosa della barba che gli
sporcava le guance non nascondeva la cicatrice di un morso su quella
sinistra.
Parlava con l‘accento cantilenante dei maledetti Phoinikes, gli stessi che avevano rapito
il suo bambino. Quando lo
rivedrò, in questa vita o nell’altra, il cuore mi
balzerà in petto, e sentirò
il mio sangue cantare. Ma il suo sangue non aveva cantato, nonostante
fosse
quasi certo che gli occhi dello straniero fossero quelli di suo figlio.
E anche
la cicatrice.
-Quando è stato? E come?
-Il cane. Volevi ucciderlo, e io te
lo impedii…Padre.
“Lycos
è un bravo
cane. E’ colpa mia se m’ha assalito. Sono stato io
a strappargli l’osso di
bocca, lui si è solo difeso…”
Dieci anni erano passati, e il suo
sangue non cantava,
malgrado le affermazioni dello straniero fossero come la luce
dell’alba che
dilania le tenebre.
Era un
bravo cane,
Lycos. Mi capitava spesso di pensare ai nostri giochi insieme, quando
ero
lontano. Chissà
se anch’io gli sono
mancato.
Non cantò, il sangue del
vecchio Egeo, neppure quando un
servo condusse il mastino pulcioso e ormai decrepito nella sala delle
udienze e
la certezza cancellò ogni dubbio, dopo che il cane riconobbe
nel giovane dalla
pelle scura e dagli occhi guardinghi il suo antico padroncino.
Perché
non ti sei
fatto vivo che adesso, figlio? Quello che ti offrivo, una corona e un
regno,
non avevano per te il fascino dell’avventura che i maledetti Phoinikes pirati
e ladri di bambini
potevano offrirti? Perché non sei tornato prima e hai
permesso che mi macerassi
nel dolore per così tanto tempo?
Avevi
otto anni, quando fosti rapito: sono abbastanza da ricordare anche tuo
padre
che ti amava e che da allora ha vissuto col cuore schiacciato sotto il
peso del
mondo, non solo il tuo cane…
Non cantò, il sangue del
vecchio, neppure mentre, con mani
tremanti posava il serto d’oro sui capelli arruffati di
Teseo, l’erede al
trono, il figlio ritrovato.
Se il
coraggio
avesse albergato nel tuo cuore di coniglio, avresti portato guerra fino
ai lidi
dei maledetti Phoinikes pirati e ladri di bambini, invece hai lasciato
che mi
portassero via, condannandomi a un destino umiliante di
schiavitù…
Il giovane non
s’inchinò, né abbassò lo
sguardo di fronte
a colui che gli era padre e sovrano. In porto, aveva visto imbarcarsi
su una
nave che li avrebbe condotti al loro destino sette bambini e sette
fanciulle.
Il tributo, gli avevano detto, a Minosse, il re di Creta. Che cosa ne
sarebbe
stato di loro, a nessuno era dato di saperlo, e in proposito si
raccontavano
storie terribili. Erano ormai trascorse quattro primavere,
dacché Androgeo era
morto da sciocco e Minosse aveva cominciato a pretendere quel tributo
di
giovani esistenze innocenti. Minosse era troppo potente. Ed
Egeo…Egeo aveva in
petto un cuore di coniglio, pensò Teseo strappandosi il
serto d’oro dai capelli
e scagliandolo in terra.
-Che tu mi dia o meno licenza,
partirò con loro, mio padre
e sovrano. Se tornerò vincitore, i marinai isseranno
sull’albero della nave vele
bianche…
…Ma
se il Fato mi
chiederà di pagare il conto una volta per tutte,
dall’alto dell’Acropoli vedrai
sul mare vele nere come la notte, il rimorso ti avvolgerà
come un lercio,
logoro mantello puzzolente, e finché vivrai non
ti libererai dei tuoi incubi…Egeo.
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