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Autore: kenjina    09/05/2010    7 recensioni
La situazione peggiorò quando trovarono un tavolo da biliardo libero e pronto solo per loro e, ovviamente, finì invischiato in un due contro due in coppia con la sua manager - almeno quella era una piccola fortuna in mezzo a tanta sfiga, si disse per farsi forza. Non avrebbe saputo di che morte morire, se avesse dovuto scegliere tra il Porcospino e la Scimmia; per non parlare della nuotatrice che, grazie a Buddha, non aveva mai giocato a biliardo e non sapeva neanche da che parte iniziare.
«Ehi, guarda che hai le palle piene tu, intesi?», gli fece Hanamichi, puntandogli la stecca contro.
Rukawa sollevò gli occhi al cielo. «Scimmia, non c'era bisogno di dirmelo. Che ho le palle piene di te lo sapevo da tempo».
(Tratto dal capitolo 17)
I ragazzi selvaggi son tornati, più selvaggi di prima... Ne vedremo delle belle!
Storia revisionata nell'Agosto 2016
Genere: Commedia, Romantico, Sportivo | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Hisashi Mitsui, Kaede Rukawa, Nobunaga Kiyota, Nuovo personaggio, Un po' tutti
Note: What if? | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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- Questa storia fa parte della serie 'Wild Boys'
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Ni-hao a tutti

Ni-hao a tutti! Ebbene sì, dopo mesi e mesi di silenzio stampa, nonostante la mia stanchezza e il mio pochissimo tempo di svago tra esami e lezioni varie, ho deciso di iniziare a postare l'ennesimo delirio su Slam Dunk che, come ben sapete, è la mia droga preferita.

Come vi avevo promesso Bar America sarà il sequel di Wild Boys, ma per chi non l'ha mai letta non sarà necessario farlo (io, ovviamente, ve lo consiglio! :D), anche se, come vedrete, ci saranno parecchi rimandi agli avvenimenti avvenuti in WB, quindi magari chi non l'ha letta  non li coglierà.

Ci sarà di tutto, proprio come nell'altra, ma con più personaggi nuovi e con la comparsa di quasi tutti quelli originali... E dato che le mie creature saranno parecchie, probabilmente prossimamente inserirò una scheda di ognuno, per farveli conoscere meglio. :)

Un altro piccolo appunto, prima di lasciarvi a questa follia: i capitoli saranno parecchio lunghi (se sono troppo lunghi fatemelo sapere che provvederò ad accorciarli) e proprio per questo, e per il poco tempo che ho, non preoccupatevi se aggiornerò con lentezza... Ho già scritti i primi sei capitoli, ma manca ancora molto alla fine, anche se ho già tutta la storia in testa... Spero di non avervi spaventati con questi avvertimenti! XD Ho intenzione di concluderla, no problem! ;)

E ora... diamo inizio alle danze più sfrenate!

Buona lettura e, spero, buon divertimento! ;)

Marta.

 

 

 

 

 

Capitolo 1

Il glorioso ritorno dei Ragazzi Selvaggi.

 

 

«Oh, accidenti!», furono le prime parole di quella giornata, arrivata un po’ troppo in fretta per i gusti di tutti. «Svegliati! Tardi! Scuola! Andiamo!»

Hime buttò letteralmente giù dal letto un ignaro Hanamichi che ronfava beatamente e sognava di correre al rallentatore in un campo di grano, mano nella mano con la sua dolce e piccola Haruko, vestita come un adorabile confettino rosa, mentre in sottofondo suonavano una dolcissima canzone d’amore e le campane a festa. Quando la sorella gli tirò con forza le lenzuola al quale era arrotolato come un salame, gli venne un mezzo infarto e cadde malamente faccia in terra, o meglio, contro le sue infradito.

«…Hi-Hicchan! Che succede?», bofonchiò con la voce impastata dal sonno, mentre cercava senza risultati di liberarsi da quella tela assassina che era il lenzuolo.

«Siamo in ritardo, baka!», gridò in risposta lei, dal bagno.

Hanamichi guardò incuriosito la sveglia, pensando che fosse uno dei tanti scherzi della sorella. Peccato che quando vide le 8:12 a caratteri cubitali gli venne un colpo. «Hicchaaan! Siamo in ritardo!».

Non ne fu sicuro, ma gli sembrò di sentire la ragazza esclamare qualcosa del tipo: “È quello che ti sto gridando da dieci minuti ma tu non ti muovi, bradipo!”. Cavolo, quella mattina avevano anche quel pazzo sclerotico di matematica. Gli avrebbe segato la testa con il vetro di una finestra, ne era più che convinto, dopo avergli fracassato il cranio contro, ovvio; poi sicuramente avrebbe gettato i loro cadaveri in corridoio, tanto ormai era abitudine. Quell’uomo doveva aver creato una sorta di alchimia malefica nei loro confronti, dato che ogni volta che li vedeva anche solo respirare trovava un’ottima scusa per sbatterli fuori o mandarli in presidenza, che ormai consideravano la loro seconda casa.

«Hanamichi, ti vuoi muovere? Il bagno è libero!», strillò quella schizzata della sorella, riscuotendolo dai suoi pensieri e ricordandogli così il perché di tutti quei giri mentali. Così filò come un missile a farsi una doccia veloce, possibilmente gelida per risvegliarsi meglio.

In camera, invece, Hime stava combattendo contro quella odiosissima divisa che era costretta a indossare e, nella fretta di vestirsi, riuscì anche a mettersi la gonna al contrario e a fare un fiocco alla cravatta. Si guardò perplessa allo specchio, ancora troppo rincoglionita dal sonno per capire cosa non andasse in lei quel giorno, ma lasciò subito perdere, consapevole che sicuramente qualche suo amico gliel’avrebbe fatto notare al più presto.

Quando Hanamichi uscì lindo e profumato, lei lo prese per la manica della giacca e lo trascinò fuori, ficcandogli in bocca una fetta biscottata come colazione.

«Yooo! Aspettaci!», gridarono insieme, catapultandosi sul motorino dell’amico che, al colpo, resse per miracolo.

«Spostati, guido io!», strillò Hanamichi, peggio di una zitella acida, mentre metteva in moto e partiva a tutta velocità. Dietro di lui Yoehi pregava tutti i Kami del mondo affinché arrivassero sani e salvi a destinazione e soprattutto che quel deficiente del suo migliore amico non gli sfasciasse il motorino. Hime, invece, stava bellamente in piedi dietro Yoehi, capelli al vento che aveva dimenticato di ritirare con la sua consueta pinza, ma che almeno si asciugarono velocemente dell’acqua della doccia.

Bruciando semafori su semafori e rischiando di investire qualsiasi cosa respirasse e che fosse in traiettoria, Hanamichi li portò a destinazione nel giro di cinque minuti, proprio quando l’ultima campanella stava suonando. Fortuna che non avevano praticamente fatto colazione tutti e tre, altrimenti avrebbero rigettato anche il panettone di dieci anni prima, su quello non avevano dubbi.

Yoehi mise la catena alla sua moto, parcheggiata fuori dal cancello per evitare problemi con i docenti; nel frattempo, trionfante, Hanamichi alzò un pugno al cielo, proclamando ai quattro venti la sua genialità proprio quando gli passò sulla schiena una bicicletta a caso, guidata da un ragazzo altrettanto a caso, che arrivò miracolosamente al parcheggio delle bici a zig zag senza ammazzare nessun’altro.

«Maledetta volpaccia! Ci provi tutti i giorni, eh?!», sbraitò il rossino, balzando verso il suo odiato amico e agitandolo per la collottola.

«Do’aho, mollami».

«Dai, Hanamichi! Continuate a battibeccare dopo, brutte lavandaie che non siete altre!», fece Hime, portandosi via il fratello che non smetteva di inveire, e salutando con una strizzata d’occhio il suo migliore amico.

Ma avevano fatto male i conti, quella mattina, perché tale professor Yoshikai, ben più noto come Sua Signoria la Bastardaggine in persona, era già bello che seduto alla sua cattedra e li guardava con un sorrisino maligno e meschino. Si alzò dalla sedia e si sistemò i grandi occhiali quadrati spessi come fondi di bottiglia, per guardarli meglio. «Bene, bene, bene. I due Sakuragi e Mito. Bene, bene, bene».

Se ripete un’altra volta quell’accidente di bene gli tiro una testata”, si appuntò mentalmente Hanamichi, mentre quello psicopatico continuava a ghignare. E dire che non aveva visto quella brutta faccia da seppia per ben tre settimane in più, a causa della riabilitazione… a pensarci bene sarebbe voluto rimanerci un altro po’.

«Professore, per favore, ci faccia entrare!», lo scongiurò Hime, inginocchiandosi teatralmente e facendo ridere tutti i suoi compagni di classe. «Per favore!».

«Hicchan, alzati! Ti pare che devi supplicare questo qui?».

«Baka, guarda che lo sto facendo anche per te!».

Mito, che se ne stava in silenzio gustandosi la scena, si passò una mano sul viso, sapendo già cosa sarebbe successo da lì a due secondi.

«FUORI DI QUI! TUTTI E TRE!».

I ragazzi si videro la porta scorrevole chiusa davanti al naso, senza possibilità di ribattere. E mentre Hanamichi rideva nervosamente, consapevole di aver aperto bocca al momento sbagliato, Yoehi buttò la borsa su un angolo e si appoggiò alla finestra del corridoio, chiedendosi perché anche lui dovesse essere compreso nel pacchetto quando non aveva aperto bocca. Hime, d’altro canto, dava le spalle ai due, ma dal modo in cui tremava e dalle fiamme che la circondavano spaventosamente, forse, forse si era arrabbiata.

«Hi-Hicchan…», Hanamichi tentò l’approccio che di solito funzionava, ossia sorrisino innocente e occhioni dolci che avrebbero fatto sciogliere anche un iceberg vivente come Rukawa.

«Sei. Uno. Scemooo!», gridò Hime, togliendo fuori un ventaglio da nulla e sbattendoglielo in testa.

«Ahia, Hicchan!», si lamentò Hanamichi, accarezzandosi la testa e accucciandosi in posizione di difesa. «Si può sapere da dove salta fuori quello?!».

Hime lo guardò con occhi lampanti e un sorrisino diabolico in viso. «Me l’ha regalato Ayako. Non è bellissimo?».

«Se è per usarlo contro di me direi di no, allora». Hanamichi guardò offeso la gemella, che agitava sinistramente il ventaglio e minacciava di dargliene ancora. Cavolo, quando si arrabbiava era veramente inquietante!

«Che palle», fece Yoehi, sedendosi sul bordo della finestra. Se l’avesse visto qualche insegnante ce l’avrebbe prima buttato giù e poi gli avrebbe fatto una ramanzina che sarebbe bastata e avanzata.

«L’hai detto», Hanamichi gli si avvicinò, affacciandosi e guardando il cortile della scuola, deserto. Quando sentirono la voce della ragazza che chiedeva ancora una volta al professore di farli entrare, scoppiarono a ridere nel vederle i capelli volare al vento manco fosse ancora in moto, a causa delle grida furiose di Yoshikai.

«Professore, dovrebbe stare attento a questi attacchi d’ira, altrimenti potrebbe sentirsi male», gli disse Hime con faccia di bronzo, mentre l’uomo riprendeva fiato e una vena gli pulsava paurosamente in fronte. Fu così che la rossa si voltò trionfante, facendo segno ai due di entrare in classe. Ah, la forza della disperazione!

Hanamichi prese posto nel solito banco all’ultima fila, vicino alle finestre e guardò la sorella prendere il quaderno e ricopiare velocemente tutto quello che c’era alla lavagna. Hime era veramente un controsenso con le gambe: era casinista peggio di lui, però quando si trattava di mettersi d’impegno con la scuola non voleva sentire niente. Tranne nelle ore di storia che, come lui e il resto della classe, odiava profondamente e ne approfittava per fare tutt’altro fuorché ascoltare i lunghi monologhi soporiferi del professore.

Il ragazzo, a differenza sua, poggiò svogliato la testa sul grande palmo di una mano e si fissò a guardare la palestra, che poteva vedere benissimo da quella posizione. Chissà se Ryota aveva fatto dei buoni acquisti con le nuove reclute? Certo, era alquanto improbabile che ci fosse qualcuno al suo stesso livello di genialità, pensò con un sorrisino demente sulle labbra, ma senza Akagi lui avrebbe dovuto prenderne il posto e un rimpiazzo doveva pur trovarlo… ma no, ma no! Che diceva?! Lui era un genio, un vero e proprio fuori classe, il Re dei Rimbalzi… macché rimbalzi, del Basket intero! Avrebbe ricoperto sia il suo solito posto da ala grande che anche quello di centro. E che ci voleva? Bazzecole!

 

*

 

«Psst… Ryota!»

Il nuovo capitano dello Shohoku, nel sentire la voce della sua manager preferita si voltò verso destra, e prese al volo un bigliettino che gli arrivò sul naso. “Bella mira!”, pensò il ragazzo, sognante. Chissà cosa c’era scritto! Magari voleva chiedergli di uscire? Sì, non poteva essere altrimenti… dopo il discorso che avevano avuto in ritiro ormai la strada era bella che spianata!

Senza farsi vedere dal prof, troppo intento a leggere un passo di qualche vecchio scrittore di cui ignorava l’esistenza, Ryota srotolò il bigliettino e lesse famelico. Per poco non gli scese un colpo leggendo la grafia ordinata della sua amata che, a lettere cubitali, gli aveva scritto: “No, Ryota, scendi dalle nuvole e torna tra i mortali. Sono preoccupata per te, ti vedo assente. Che hai?”.

Con gli occhioni lucidi per la commozione (la sua Ayakuccia si preoccupava per lui!), le rispose di tutta fretta, lanciandole perfettamente il bigliettino dentro l’astuccio. Non era un ottimo giocatore di basket per niente, lui!

Ayako dovette ricorrere a tutto il suo noto autocontrollo per non mettersi a ridere, guardando la risposta dell’amico. “Hanamichi. E ti ho detto tutto”.

Eh sì, era arrivato il giorno in cui il rossino avrebbe ripreso gli allenamenti e un po’ tutti temevano che il canestro all’ultimo secondo contro il Sannoh gli avesse fatto bere l’ultimo pezzetto di cervello che gli restava. Già se lo immaginavano, gridando al mondo la sua Genialità, il fatto che tutti i giocatori del mondo avrebbero dovuto baciare il suolo che pestava e che Rukawa era sempre la solita mezza sega. Bella palla, doverlo sopportare di nuovo! Senza l’aiuto provvidenziale di Akagi sarebbe stato duro tenerlo a bada. Per non parlare del fatto che, con tutti i casini che si portava dietro come un’ombra, avrebbe fatto scappare quei tre disgraziati che erano sopravvissuti ai suoi allenamenti e che, a dirla tutta, non se la cavavano neanche tanto male.

Vedrai, magari si è dato una calmata in queste settimane.”

Ryota le lanciò un’occhiata per niente convinta. “Ne riparliamo questo pomeriggio. Se vinco io, esci con me!

Ayako gli fece una smorfia divertita, ma non gli rispose. Voleva farlo soffrire ancora un po’, da brava ragazza sadica, anche se Hime le aveva più volte detto che non doveva giocare col fuoco. Ryota era innamorato di lei, certo, ma prima o poi si sarebbe stancato di quella situazione altalenante, era normale.

E mentre lei si arrovellava il cervello in quei pensieri contorti, un’altra ragazza scarabocchiava disegni astratti nel suo quaderno, pieno di qualsiasi cosa tranne che di appunti. Kiyo Kobayashi non aveva mai adorato andare a scuola e studiare, se non per poter partecipare al club di nuoto che la vedeva come una delle migliori atlete di quegli ultimi anni. Lei non voleva continuare all’università, voleva solo uscire da quella gabbia di matti e proseguire nel professionismo, fino alle Olimpiadi. Un sogno ambizioso il suo, ma testarda com’era non si sarebbe schiodata da quell’idea neanche morta.

Il professore di Giapponese Antico stava traducendo un testo, a detta di alcuni suoi compagni, particolarmente ostico, ma non se ne curò. La sua amica, in un buco di tempo libero, le avrebbe dato una mano prima degli esami, come faceva sempre. Guardò con impazienza l’orologio appeso sopra la porta e sbuffo constatando che era passata solo un’ora e mezza dall’inizio delle lezioni.

Che due palle.

Lanciò un’occhiata alla classe, tutta intenta a prendere appunti e a seguire la lezione. Tutti tranne uno, che ronfava beatamente incurante di tutto e di tutti. Ormai anche il professore si era rassegnato a quella che era diventata routine giornaliera. Kaede Rukawa aveva sempre fatto così: entrava in classe, inceneriva con lo sguardo chi osava salutarlo, borsa sul banco a mo’ di cuscino e buona notte a tutti. Solo in inglese si degnava di ascoltare e addirittura scribacchiare qualcosa nell’unico quaderno che sembrava avere. Ma lui doveva andare in America, doveva imparare l’inglese.

Kiyo scosse la testa, pensando che quel narcotizzato di ragazzo era veramente strano. E non riusciva a capire come più della metà della popolazione femminile potesse morirgli dietro. Assurdo, semplicemente. Sì, era carino, niente da ridire; ma uno che non parlava, non sorrideva, dormiva anche in piedi e pensava sempre e solo al basket non doveva essere di troppa compagnia.

Ma a lei poco importava; si salutavano a malapena solo perché lui si era accorto dell’indifferenza della ragazza e lei, dopo la scottatura con Toshiro, non aveva alcuna intenzione di fissarsi con qualcuno, soprattutto se questo era un qualcuno poco socievole come lui.

Kaede Rukawa, però, anche se in coma profondo, sentì perfettamente il suono soave della campanella che decretava la fine delle lezioni e l’inizio della pausa pranzo e, con tutta calma, prese la sua sacca dell’allenamento e se ne andò come sempre in terrazza, a mangiarsi il suo bento in santa pace e a schiacciare l’ennesimo pisolino pomeridiano. Arrivato all’ultimo piano spinse la porta che dava sul terrazzo e lanciò velocemente un’occhiata in giro. Nessuno. Si sedette contro il parapetto e mangiò quel poco di cibo che si era portato dietro, tanto per dire che aveva messo qualcosa nello stomaco. Voleva stare leggero per gli allenamenti, quindi un piccolo sacrificio poteva anche farlo. Non che fosse conosciuto come la discarica umana, quel primato lo detenevano quegli smidollati dei suoi compagni di squadra e non aveva alcuna intenzione di rompersi lo stomaco come loro. Ma quante lavate di capo si era beccato dal Capitano, dalle due manager, persino da quella Scimmia Rossa, per il fatto che fosse troppo magro! Ah, farsi i fatti loro no, eh?

I suoi pensieri furono risvegliati dalla voce squillante di Hanamichi che, giù in cortile, sbraitava qualcosa a qualcuno. Probabilmente le solite stronzate sulla sua genialità. Ma come diavolo faceva a farsi sentire anche lassù?

«Do’aho», mormorò, mentre nello stesso istante la Scimmia si strozzava col suo cibo, manco avesse avuto il sesto senso di sentire quel nomignolo.

La porta della terrazza si aprì e la solita ragazzina silenziosa fece la sua comparsa, salutandolo con il solo sguardo. Kaede non sapeva chi fosse, ma l’aveva sempre trovata lì all’ora di pranzo. Arrivava silenziosa, mangiava il suo bento e l’ora dopo faceva i compiti per il giorno successivo; poi spariva nel nulla a tutta velocità alle lezioni, e poi probabilmente per andare a frequentare il proprio club, forse di musica dato che a volte si trascinava dietro una chitarra che sembrava più grande di lei. Beh, almeno non gli menava le palle sbavandogli dietro e lo lasciava dormire in pace.

Ma Rukawa non ci pensò più di tanto, troppo occupato a trovare una posizione comoda per addormentarsi meglio. Evidentemente la trovò subito, perché entrò in letargo due secondi dopo che aveva chiuso gli occhi.

 

*

 

«Hisashi!», gridò Hime, saltando al collo dell’amico per la gioia di rivederlo.

«Ehi, testa rossa!», le sorrise, dandole un pizzicotto sulla guancia. «Era ora, vi stavamo dando per dispersi».

«Oh, allora vi mancavamo!», cinguettò Hime, saltellando dalla contentezza.

«Ora non montarti la testa come il tuo solito. E tu, mezza sega! Come va la schiena?».

«Mezza sega a chi?!», sbraitò l’altro, indemoniato. «Per la cronaca il Genio qui presente è più in forma di prima! E voi pipette dovrete fare i conti con me, agli allenamenti! Ahaha

«Ma sentitelo. Nella riabilitazione non era compresa anche una visita dal neurologo?».

«Ma va’ un po’ a cagare!».

Mitsui gli tirò un colpetto in testa, ghignando. «Scherzi a parte, seghetta, come va?».

Hanamichi sorvolò sull’ennesimo “seghetta” gratuito che gli aveva lanciato, facendo spallucce. «Per ora non ho problemi, ma devo vedere cosa succede agli allenamenti».

Hime incrociò le braccia, con fare da maestrina. «Il medico ti ha detto di non sforzarti, Hana».

«Sì, Hicchan, me l’avrai ripetuto cento volte».

«E continuerò a farlo, perché ti conosco», ribatté la sorella, guardando Hisashi per cercare sostegno. Questo annuì, consapevole che il momento post-riabilitazione era quello più critico e che bisognava saper utilizzare la massima cautela per non avere problemi in futuro e troncarsi la carriera sportiva con le proprie mani.

«Hanamichi, fai come ti dice tua sorella e il medico. Non vorrei che per la tua stupidaggine ti accadesse quello che è successo al mio ginocchio».

Il rossino grugnì qualcosa in risposta, ma si fece attento tutto d’un tratto quando Takamiya gli gridò in un orecchio “Ehi, guarda chi c’è la!”. Per poco Hanamichi non si strozzò con l’acqua che stava bevendo, rischiando di sputarla tutta addosso all’ex-teppista e dire addio al mondo con tanto di sviolinata funebre. Chi aveva visto? Ma la sua dolce Haruko, ovvio.

«Ciao ragazzi!», li salutò la sorella del Gorilla. «Siete tornati!».

Hime annuì sorridente, mentre il fratello era in totale brodo di giuggiole e pendeva dalle sue labbra.

«Oh Kami…», borbottò Hisashi, alzando gli occhi al cielo.

«Come va la schiena, Hanamichi?», chiese gentilmente Haruko, sedendosi a mangiare con loro.

Hime, Mitsui e gli altri si passarono una mano sul viso, rassegnati, quando Hanamichi saltò in piedi, esclamando al mondo: «Sono più forte di prima! Ahaha!».

E l’altra soggetta, che avrebbe fatto bene a starsi zitta una buona volta, diceva sorridente: «Non avevo dubbi, Hanamichi!».

«È anche più deficiente, a quanto pare», commentò Ryota, raggiungendoli con Ayako.

«Tappo! Quanto mi sei mancato!», gridò Hanamichi, mentre il povero playmaker dello Shohoku si vedeva arrivare addosso un bisonte di un metro e novanta che iniziò a strapazzarlo neanche fosse un pupazzo. Hanamichi rischiò il linciaggio per l’eccessiva dimostrazione di affetto, che giustamente Hime volle sottolineare con un “Come siete carini!”, gli occhioni luccicanti e le mani sulle guance rosse.

«Siete la coppia più bella del mondo…», cantilenò qualcuno alle loro spalle, facendoli voltare.

«Akira!», esclamò Hime, andando ad abbracciare l’amico, mentre la-coppia-più-bella-del-mondo in questione continuava a darsi dimostrazioni d’affetto con morsi e pugni.

«Ehilà, ragazzi!», fece il bel numero 7 del Ryonan, che con il suo solito sorriso candido avrebbe illuminato l’intero Paese, risolvendo la problematica faccenda energetica.

«Bah? Che c’è, riunione qui?», borbottò Hisashi, guardando di sbieco il nuovo arrivato.

Akira gli si avvicinò, dandogli qualche amichevole pacca sulle spalle. «Aha! Hisa, non mi dire che sei ancora arrabbiato?», gli chiese con un visino angelico.

«Secondo te? Razza di demente».

«Che è successo?», domandò interessata Ayako, per la serie facciamoci i fatti degli altri senza il benché minimo pudore.

«È successo che questo Istrice della malora mi ha fregato le chiavi della moto da casa e me lo son ritrovato che gironzolava intorno al mio quartiere come se niente fosse».

Akira, che nel frattempo, si spanciava al ricordo dello scherzetto che gli aveva fatto, si mise a sedere, ancora divertito. «Eddai, Hisa, ero una vita che ti chiedevo di farmi fare un giro su quella benedetta moto!».

«E non ti sei schiantato da nessuna parte?», fece allibito Hanamichi, tornando dall’incontro di boxe che l’aveva visto vincitore contro Ryota.

«Guarda che sei tu quello incosciente che rischia di ammazzarsi ad ogni curva, Hanamichi», gli fece saggiamente notare Yoehi, che due secondi dopo si beccò una testata memorabile.

«Schiantato? Se ne fosse uscito vivo l’avrei finito di ammazzare io, altro che!», sbraitò Mitsui peggio di un venditore al mercato.

«Ma son stato bravo, neanche un graffio», disse pieno di sé il Porcospino, facendo ridere Hime, mentre Hisashi grugniva un “E per fortuna tua”.

Hanamichi guardò di soppiatto l’amico. «Dì un po’, Hentai, com’è che non sei al Ryonan oggi?»

Con un sorrisone degno della più nota pubblicità di dentifrici per denti smaglianti, Akira si passò una mano sulla nuca. «Non ha suonato la sveglia!».

«E ti pareva!».

«Aki, dovresti seriamente fare qualcosa con quell’aggeggio», disse Hime, fintamente autorevole. «La prossima volta ti sparo un razzo in camera, vediamo se così funziona».

«Bah, questo qui è peggio di Rukawa», fece Hisashi. «Domenica scorsa sono andato a casa sua per portarmelo dietro in ospedale, dato che ci teneva così tanto a farmi da mamma. Mi ha aperto la signora Sendoh dicendomi che l’avrei trovato in camera sua. “Se sta ancora dormendo, sveglialo!”, mi ha detto».

«Sì, “sveglialo”. Non “fargli perdere venti anni di vita in un colpo”».

«Che hai fatto, perché?», chiese Ryota, interessato.

Mitsui ghignò alla volta dell’amico dai capelli anti-gravitazionali. «Gli ho gridato nelle orecchie imitando la voce del signor Fukkoi».

E mentre tutti piangevano dalle risate, soprattutto Hanamichi e Hime che non avevano ancora dimenticato lo scherzetto fatto in ritiro ai danni del povero Sendoh Nazionale, Akira sospirava, sconsolato. «Non solo son bastardi, ma se la ridono anche!».

«Beh, non puoi negare le mie innate doti per le imitazioni», si pavoneggiò Hisashi, stiracchiandosi e mettendosi in piedi.

«Certo, senpai, che anche tu ti difendi bene! Ci sono così tante persone da imitare… ma devi fare proprio l’uomo dei suoi incubi ricorrenti?», lo bacchettò Ayako, anche se nonostante tutto era divertita.

«E se no che gusto ci sarebbe, scusa?».

«Oh, fai pure quando vuoi, Hisashi».

Mitsui tirò un colpo amichevole alla spalla di Akira, mentre questo se la rideva come se niente fosse accaduto. Anche se sentirsi appena sveglio la voce del padre della sua ex, un uomo tutto fuorché gentile, non era il massimo del divertimento.

«Dai, ragazzi. È arrivata l’ora di allenarsi!», cinguettò Hime, che come il fratello non vedeva l’ora di riprendere con la routine pomeridiana.

«Hanamichi!», lo richiamò il nuovo Capitano. «Non ti dico niente, mi raccomando». Il rossino lo guardò con aria perplessa, grattandosi il mento. «Ti sto dicendo di non metterti a fare il deficiente con le nuove reclute, ritardato!».

«Ritardato a chi?! E poi mica devi farmi le raccomandazioni, Ryo-chan. Lo sai che sarò un angioletto come sempre!».

«Andiamo bene», borbottò qualcuno, mentre la mandria si mise in viaggio verso la palestra.

Sulla via trovarono due ragazzotti alti almeno un metro e ottantacinque, anche loro con la sacca dell’allenamento in spalla.

«Ciao ragazzi!», esclamò Ayako, agitando una mano per farsi vedere. Come se poi quei bestioni dietro di lei non si facessero notare già di per sé.

«Oh, Ayako-san! Ciao! Capitano! Senpai Mitsui!», esclamarono in coro i due, che si rivelarono essere due gemelli.

Hanamichi, appena si accorse di loro, balzò davanti ai novellini ragazzi, guardandoli da ogni lato e rendendosi più ridicolo di quanto già non apparisse per conto suo.

«Ecco che ora li fa scappare», biascicò Hisashi, passando dritto e deciso a non intervenire per non pestare quell’idiota e rischiare di sporcarsi le mani di sangue.

«E voi due chi sareste?», chiese Hanamichi, continuando a gironzolare intorno ai gemelli.

«Eichiro e Kimi Shimura, piacere di fare la tua conoscenza, Sakuragi!», fece uno dei due, Eichiro.

«Ti abbiamo seguito ai Campionati, e pensiamo che sia stato veramente un grande!», proseguì entusiasta Kimi.

«Oh no, non dite così che si monta la testa», mormorò Ayako, coprendosi il viso con il berretto. E infatti, appena Hanamichi sentì che i due lo conoscevano anche senza bisogno di presentazioni, gli saltò addosso, iniziando a ridere sguaiatamente e guadagnandosi decine e decine di occhiate preoccupate. «Voi due già mi piacete!».

«Lo abbiamo perso», decretò Akira, ficcandosi le mani in tasca, con il suo solito sorrisino sulle labbra.

«Più che altro spero di non perdere quei due. Sono in gamba», borbottò Ryota, avvicinandosi al rossino e tirandoselo dietro per un orecchio. «Fila negli spogliatoi e vedi di sgasarti!».

«E dire che rimpiangeva Akagi», fece Hime con gli occhi sgranati. «Ryota sarà anche la metà, ma si fa rispettare».

«Cosa sarei io?!».

La ragazza scoppiò a ridere, cercando di nascondere un evidente imbarazzo per la brutta figura. «Ma no, Ryo-chan! Scherzavo! Ahaha!», disse innocentemente, mentre il fratello si beccava un sonoro calcio nel di dietro per aver azzardato un “Tappo” rivolto al Capitano.

Nel frattempo arrivò anche un altro ragazzo mai visto, che salutò tutti con cordialità, per poi soffermare la sua attenzione sulla rossa. «Ciao, io sono Masuhiro Araki, tu devi essere Hime Sakuragi, vero? È un onore poter lavorare con te!».

Hime divenne rossa come un pomodoro nel ritrovarsi quel giovanotto che la guardava con occhi fuori dalle orbite e la bavetta alla bocca. «Uh… ciao, Masuhiro». Guardò Akira, al suo fianco, cercando aiuto, ma quello sembrava non curarsene, troppo divertito per porre fine a quella situazione.

«Ha! Sendoh del Ryonan!», esclamò il nuovo arrivato, eccitato. «Ti batterò, vedrai!».

Akira sorrise affabile come sempre, mentre puntuale arrivò il commento di Kaede Rukawa: «Un altro esaltato».

L’aria si fece pesante tutta d’un colpo: Araki che, da dolce cucciolotto innamorato, passò a uno sguardo di ghiaccio rivolto a Kaede che, a sua volta, lanciava un’occhiataccia fulminante al suo rivale-amico Akira che, a differenza degli altri, alleggerì il tutto con una sana risata.

«Ma che hai tu sempre da ridere, Iena?», esclamò Hanamichi, comparendo dagli spogliatoi. «Toh, la Volpe!».

«Hanamichi, un giorno dovrai farmi il riepilogo di tutti i nomignoli che hai dato in giro, perché ho sinceramente perso il conto», disse Akira con un sorriso.

Ma Hanamichi non lo stava nemmeno ascoltando, troppo intento a capire cosa stava succedendo: c’era un nuovo ragazzo, poco più basso di lui, con dei capelli vergognosamente tinti di blu sulle punte, che non sapeva bene se bearsi della vista della sorella o se fulminare con lo sguardo la Kitsune, che comunque non se lo filava neanche con uno sguardo. «Hicchan, vieni qui! Non mi piace questa cosa».

Araki si accorse solo in quel momento della presenza di Sakuragi, che salutò con una cordiale presentazione e filò velocemente negli spogliatoi.

«Questa cosa, cosa?», chiese Hime perplessa.

Il fratello grugnì qualcosa in risposta, ma non aggiunse altro, raggiungendo i compagni al centro del campo per l’inizio degli allenamenti.

Appena i ragazzi iniziarono i loro giri di riscaldamento, Hime si sedette vicino ad Ayako, guardando le schede dei nuovi arrivati. «Che mi puoi dire dei pargoletti?».

«Mah, se la cavano abbastanza bene, per ora. Ma li abbiamo visti giocare senza Kaede e Hanamichi in campo, quindi oggi ne vedremo delle belle», sospirò Ayako, consapevole di quello a cui stavano andando incontro. «Comunque i gemelli sono alti 1,86 e pesano intorno agli 80 chili. Eichiro è un ottima ala grande, mentre Kimi è bravo sia come guardia che come play».

«E l’altro?», chiese Hime, lanciando un’occhiata veloce al suo nuovo spasimante.

«Oh, Araki è alto 1,83, pesa 70 chili ed è un’ala piccola. Credo che tra lui e Rukawa ci sarà una bella lotta. Era alle Tomigaoka anche lui ed era sempre una delle riserve, dato che Kaede era la stella della squadra. Puoi immaginare l’astio che provi nei suoi confronti».

«Beh, l’importante è che non si ammazzino a vicenda. Dobbiamo tirare su una buona squadra».

«Uhm… interessante…», stava dicendo intanto Akira, curiosando negli appunti della prima manager.

«Ehi! Spia, allontanati!», esclamò Hime, spintonandolo via.

«E dai, solo un’occhiatina!», fece innocente l’amico, tentando di intenerirla con uno dei suoi consueti sorrisi malandrini.

«Scordatelo!».

E tra battibecchi, corse e passaggi, arrivò anche il tanto atteso momento della partitella per testare le condizioni della schiena di Hanamichi e dei tre acquisti.

«Bene, ragazzi, ci divideremo in due squadre», stava dicendo Ryota, con tono di chi non ammetteva repliche.

«Ehi, smettila di farti figo. Non ti riesce», parlò invece il Figo per eccellenza, a suo dire, Hisashi Mitsui, asciugandosi il sudore del viso sulla maglia blu.

«Ha parlato quello che si crede ganzo solo perché indossa giacche di pelle e guarda male tutti».

«Almeno io ho il fascino del tenebroso!».

«E basta cincischiare, narcisisti dei miei stivali!», sbottò Ayako, tirando fuori il ventaglio e dandone una passata a ciascuno. Le reclute si allontanarono di qualche passo, dato che avevano capito che la prima manager, quando si arrabbiava, diventava estremamente pericolosa.

Ryota, dopo aver mormorato un “Ayakuccia!”, proseguì. «Dicevo, titolari contro i novellini».

«E Akagi chi lo rimpiazza?», chiese Hisashi. Hanamichi gli si parò davanti, indicandosi.

«Sì, vabbè, comunque siamo in quattro».

«Non mi dite che già vi manco?», ghignò una voce all’ingresso della palestra, facendo gelare il sangue a tutti. Takenori Akagi li guardava con una punta di soddisfazione in viso, le braccia incrociate… e la tuta dell’allenamento addosso.

«Gori!», strillarono i gemelli Sakuragi, saltandogli addosso e abbracciandolo con le lacrime agli occhi.

«Pussate via, deficienti!», gridò il King Kong, rosso in viso, cercando di scrollarseli di dosso. Ma quei due erano peggio di due cozze e gli rimasero appesi al collo finché non buttò la spugna, guardando gli altri con aria rassegnata. «Ecco uno dei motivi per cui ho mollato».

«Seh, seh. Dì la verità, è che stai invecchiando e non ce la fai più», lo stuzzicò Mitsui, sfidandolo con lo sguardo. Quanto gli mancava quel gendarme del cavolo!

Come si immaginavano un po’ tutti, Akagi raccolse l’amo e si trascinò in mezzo al campo, con quegli altri due dementi ancora attaccati al collo. «Titolari contro novelli, eh? Io son pronto».

«Yeah!», gridarono Hime e Hanamichi, battendosi il cinque. Akagi sorrise, scuotendo la testa. No, non poteva certo sperare che quei due potessero cambiare nel giro di poche settimane. Tanto meno poteva sperare di riuscire a stare senza il suo amato basket, cosa per cui stava letteralmente impazzendo. Una partitella con i suoi vecchi compagni non avrebbe fatto altro se non giovargli.

«Bene, la squadra rossa sarà formata da me, Akagi, Mitsui, Rukawa e Sakuragi.», fece Ryota, richiamando l’attenzione di tutti, troppo intenti a guardare il Gorilla. «La squadra gialla invece avrà la seguente formazione: Eichiro Shimura nel ruolo di ala grande, Kimi Shimura in quello di guardia, Yasuharu Yasuda playmaker, Masuhiro Araki ala piccola e Satoru Kakuta centro. Domande?»

Hanamichi alzò la mano, lasciando tutti parecchio perplessi. «Io con questo volpino non ci voglio stare». Immediato arrivò anche il tanto agognato pugno del King Kong, che quasi lo fece piangere dalla commozione.

«Hime, tu arbitrerai come sempre, d’accordo?», le chiese Ryota, che in risposta ottenne un ok e una strizzata d’occhio.

«Ehi, Kit, vedi di non fare la divetta come sempre e non preoccuparti della mia schiena, ok?», gli fece Hanamichi, con una strana espressione che voleva dire: “Sono più forte di prima, se passi a me fai solo bene!”.

Kaede, d’altro canto, lo guardò come se gli fossero spuntate tre teste. «E chi si preoccupa, Do’aho».

«Dai, ragazzi, tutti ai vostri posti!», fischiò poi Hime, per farsi sentire. Inutile dire che quando Masuhiro la vide in pantaloncini e con la maglia del fratello addosso, fischietto da una parte e pallone dall’altra, non poté non avere un momento di collasso. Era amore a prima vista, quello!

«Chiudi quella ciabatta, amico. Ti ci entrano le mosche», gli consigliò Hisashi. «Quella è proprietà privata».

Araki si risvegliò, guardando il senpai con vergogna. «S-scusami, Mitsui-kun, non volevo… è… è la tua ragazza?»

Hisashi scoppiò a ridere, per quella che a lui parve una battuta in pieno stile. «Ma no, è solo che se Hanamichi si accorge che te la mangi con gli occhi sono cavoli tuoi. Ti consiglio di contenerti, tutto qui».

«Oh». Masuhiro lanciò un’ultima occhiata alla ragazza, che stava tirando due palloni in testa a Hanamichi e Kaede, dato che avevano iniziato a battibeccare come due bisbetiche in mezzo al campo.

«Hi-Hicchan! Ha iniziato lui!», si lagnò il fratello, mentre Rukawa gli passava accanto, massaggiandosi la testa e borbottando “Uno più scemo dell’altro”.

La partitella di allenamento iniziò due minuti dopo. Al salto si piazzarono Akagi ed Eichiro e, come prevedibile, il King Kong ebbe la meglio sul novellino.

«La prossima volta piega di più le gambe», gli consigliò e Shimura annuì, partendo in difesa. La palla era in mano a Ryota, che fece qualche passo oltre la linea di metà campo e studiò la situazione. Vide Rukawa tallonato da un ammirevole e indemoniato Masuhiro, ma era ancora troppo presto per passargli la palla e fargli assaggiare il talento del volpino. Palleggiò velocemente, penetrando a sorpresa la difesa, seguito da Yasuda, suo marcatore. Passò a Mitsui, con uno splendido cambio di mano dietro la schiena, e il cecchino dello Shohoku, proprio a qualche passo dalla linea dei tre punti, saltò indietro, prese la mira e tirò. Quando alzò il pugno al cielo tutti capirono che i primi tre punti della partita erano per la squadra rossa.

«Vai così, Mitchi!».

«E non chiamarmi Mitchi, deficiente!».

Il possesso era ora in mano ai pivelli; Yasuda passò a Masuhiro, che fremeva per avere il pallone e far vedere a tutti di che pasta fosse fatto. Due secondi più tardi fu accontentato e guardò con occhi di brace il suo rivale. «Ora vedremo se sei ancora tu la stella della squadra, Rukawa».

Hanamichi prese un coccolone nel sentire quelle parole, soprattutto nel vedere lo sguardo determinato del suo compare. Conosceva quell’espressione, e così non andava bene! «Ehi! Si da il caso che Rukawa è mio, chiaro?!».

«Do’aho, taci che potrebbero scambiarlo per altro».

La partita si fermò qualche minuto, il tanto giusto per far riprendere un po’ tutti dagli attacchi epilettici dovuti alle troppe risate. Hime rischiò seriamente di ingoiare il fischietto che teneva poggiato tra le labbra e persino l’imperturbabile Akagi dovette darsi una rinfrescata alle idee dopo l’uscita colossale del rossino.

«Questo è troppo anche per me!», stava dicendo Akira, spalmato in terra con le mani sulla pancia, incapace di fermarsi.

«La gelosia ti fa maleeee, lo saaai…», canticchiò tra le lacrime Hisashi, mentre Hanamichi sbraitava che intendeva dire “Mio nemico pubblico, razza di stronzi!”. Ovviamente Kaede non poteva lasciare impunita la cosa e le suonò di santa ragione all’amico, mentre il resto della squadra quasi rimaneva senza fiato per le risate. Non ce n’era uno che riuscisse a reggersi in piedi dai singhiozzi.

Dieci minuti dopo stavano ancora ridacchiando, ma riuscirono a rimettersi bene o male sulle proprie gambe.

«Hanamichi, era una vita che non ridevo così tanto!», lo ringraziò Ryota, seguito da Hisashi, che gli battevano le mani sulle spalle, mandandolo letteralmente in bestia.

«Forza, si ricomincia!», batté le mani Akagi, richiamando l’attenzione di tutti.

Si riprese con rimessa laterale per la squadra gialla e si proseguì. Kimi palleggiava placidamente, con troppa calma per i gusti di Mitsui. Era convinto che da un momento all’altro sarebbe partito con l’attacco. E infatti eccolo, lo sguardo sempre calmo, ma la velocità e l’agilità con cui si mosse tradirono la sua apparente tranquillità. Kimi passò al gemello, ma una mano si mise in mezzo. Il contropiede che Kaede fece partire fu fulmineo. L’unico che riuscì a stargli dietro della squadra avversaria era Araki, che tentò di fermarlo. Kaede, con un movimento fluido e veloce, si passò la palla dietro la schiena, scartandolo nel giro di pochi secondi e lasciandolo inebetito sulla lunetta. La schiacciata che seguì dopo fu spettacolare.

«Aaah! Maledetta Volpacciaaa

«Cavolo, è veramente bravo», disse Eichiro a Kimi, passandosi la maglia sulla fronte.

Il fratello annuì. «Già, è arrivato in un istante e subito dopo aveva già fatto canestro. Siamo fortunati a non averlo come avversario».

«Su, ragazzi, non addormentatevi!», li risvegliò Araki, fin troppo indiavolato per non aver potuto fermare il suo attacco.

Akira, intanto, poggiato contro il muro della palestra, guardava interessato lo svolgersi della partita, e sorrise nel vedere che Kaede era migliorato ancora. Il ritiro con la Nazionale Juniores sembrava avergli fatto bene e quello che poteva leggergli negli occhi era chiaro: non si sarebbe fatto battere da nessuno, ora men che meno. Sarebbe stato difficile quanto entusiasmante giocare contro di lui, ma non impossibile. Del resto, lui amava le sfide.

«Oh oh oh!».

I ragazzi si voltarono verso il proprietario inconfondibile di quella risata, l’allenatore Anzai, che li salutava con un bel sorriso.

«Nonno!», esclamò Hanamichi, beccandosi poi un calcio da Hisashi.

«Quante volte dovrò ripeterti di portare rispetto al signor Anzai, eh?»

«Oh oh oh! Sakuragi, vedo che sei tornato in forma smagliante», fece la Nonnetta, con allegria.

«E certo! Ti aspettavi il contrario, forse?», si pavoneggiò come da copione l’altro, mentre Akagi gli assestava un altro bel pugno in testa e i tre novizi dovevano raccogliere le mascelle rotolate a terra, troppo sgomenti per come si rivolgeva al proprio allenatore.

«Bene, ragazzi, continuate così e prendete esempio da Sakuragi», disse Anzai, mentre qualcuno borbottava “Ci mancherebbe anche questa!” e l’ego dell’invasato in questione quasi faceva scoppiare i vetri della palestra. «Dobbiamo avere grinta se vogliamo vincere il Campionato Invernale».

«Sì, signore!»

«Proseguite pure e scusate l’interruzione», concluse, sedendosi accanto ad Ayako, che prendeva appunti e dati.

La partitella proseguì, con un netto vantaggio dei titolari. Nonostante fossero bravi, niente potevano contro una squadra unita e incredibile come quel quintetto. Eichiro e Kimi Shimura erano veloci e abili, ma un po’ troppo affrettati nelle conclusioni; Masuhiro Araki, poi, era quello più veloce e determinato a battere Rukawa, ma proprio per questo motivo non brillò certo per spirito di squadra. Lo stesso Kaede gliel’aveva detto: «Questo non è un one-on-one, pivello. Se vuoi batterti con me lo facciamo dopo gli allenamenti, non ora». E detto da un ghiacciolo egoista come il numero 11 era il massimo.

«Checcosa?!», sbraitò Hanamichi, appena sentì quella frase. «Perché lui si e io no?! Cos’è, hai paura di me?».

«Ci risiamo», fece Akagi, ringhiando.

«Sembrano marito e moglie», fece Ryota, affiancandosi a Mitsui, che si poggiò con un braccio sulla sua spalla. «Comodo?».

«Perfetto, direi».

«Do’aho. Ti ho già battuto una volta», sbuffò Kaede. «Vuoi umiliarti ancora?».

Hanamichi divenne rosso peggio dei suoi capelli e da lì al finimondo il passo fu veramente corto.

Le porte della palestra si chiusero su una letterale batosta dei pivelli, che portarono a casa numerosi e saggi insegnamenti: non contraddire Sakuragi, far girare la palla (ben diverso da “far girare le palle”, sottolineò qualcuno), correre correre e correre, nuovamente non contraddire Sakuragi, subire in silenzio i rimproveri e le messinscene dei più grandi e stamparsi in testa a chiare lettere “Dovrò pulire la palestra fino a che non torna lucida e splendente al posto dei veterani”.

Che dura la vita da basketman.

 

 

 

Continua...

 

 

 

* * *

 

E il primo capitolo è andato... Spero vi sia piaciuto! Io mi son divertita troppo a scriverlo! :D

State pronti, ci saranno altre nuove comparse! ;)

A presto e buona domenica!

Mille bacini, Marta.

 

 

 

 

   
 
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