Dr. House - Medical Division |
WHEN SEPTEMBER ENDS di SunsetMoon | Leggi le 14 recensioni | Segnala violazione
Capitolo pubblicato il 10/12/2005 | Stampa questo capitolo
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LOVING IN MEMORY
WHEN SEPTEMBER ENDS
Princeton Plainsboro Hospital.
Studio di Cameron, 8.27 p.m.
Faceva freddo. Molto freddo.
La pioggia scrosciava e batteva sui vetri delle finestre. In modo insistente,
quasi fastidioso. Fastidioso, ma confortante. Quel giorno non era stato certo
dei migliori. Chiuse gli occhi per un momento e se li strofinò con la mano. Era
stanca. E come non esserlo, dopo due ore di ambulatorio e un'altra ora passata a
riflettere sul caso di quel paziente che stavano curando? Tutte quelle lastre, e
quelle ipotesi basate su anni e anni di studio sui libri di medicina. Aveva
lavorato duro per arrivare fin lì. Aveva dovuto combattere per farsi accettare,
per far passare in secondo piano i pregiudizi su di lei: sulla sua bellezza, la
sua forse eccessiva dolcezza... Ma ora poteva dirsi un VERO medico. "E allora
perchè sono così poco soddisfatta di me stessa?" si ripeté per l'ennesima volta.
Vagò con lo sguardo per la stanza. La sua borsa era posata su una sedia accanto
alla scrivania, e tutto intorno la stanza era la personificazione dei
tecnologici ospedali americani: lavagne luminose, computer, attrezzi per spiare
in chissà quanti corpi. All'improvviso i suoi occhi si fermarono sull'orologio
posato sulla scrivania: le otto e mezza. Avrebbe dovuto essere a casa già da mezz'ora.
Ma non c'e l'aveva fatta ad andare via. Non le andava. Non con quella pioggia.
La dottoressa Allison Cameron, immunologa, si alzò dalla sedia e prese in mano
la tazza rossa da cui emanava un confortante aroma di caffè. Si avvicinò alla
finestra e per un momento vide il suo viso riflesso. Si sorprese di se stessa:
aveva il volto tirato, gli occhi rossi dalla stanchezza, eppure poteva scorgere
un atteggiamento più sicuro, nel modo in cui posava lo sguardo, in cui teneva
ritte le spalle, e anche da dieci metri di distanza, i dottori che
lavoravano in clinica potevano dire che la dottoressa Cameron in quell'ultimo
periodo era cambiata molto. Ultimamente non era più come prima: non più la dolce
ragazza che era stata un tempo e che tutti avevano conosciuto quando era
arrivata in ospedale, ma una donna. Era maturata, non solo fisicamente, ma anche
psicologicamente. Non era più la fanciulla del: "E a te piaccio?", ma una
persona che non misurava la sua vita in base alle risposte che riceveva. Eppure... eppure c'era qualcosa, in lui, che la scopriva
completamente; non riusciva a restarne indifferente, senza guardarlo in quegli
occhi azzurrissimi, senza piombare nell'immensità di quel mare riflesso nelle
sue iridi... E quante volte l'aveva visto triste... Troppo spesso lui le aveva
voltato lo sguardo, per paura che potesse scoprire tutto il dolore celato nel
suo animo... Ma perchè? Credeva che fosse una sciocca? Che non lo sapesse? Che
non sapesse tutto ciò che aveva passato? Che voleva solo... sfruttarlo per
sfogare il suo istinto da crocerossina?Allison osservò la pioggia infrangersi
crudele sulla città, legarla per sempre in un reticolato di linee trasparenti
che cadevano giù con la stessa violenza con cui lei si straziava l'animo. Alzò lo
sguardo... e si scoprì ad osservare uno spicchio lucente, bianco- argento: quello
della luna. Per un pò rimase immobile a sorseggiare il caffè bollente e a
riflettere nell'oscurità del suo studio illuminato solo dalla flebile luce dello
schermo del computer.
Studio di House, 8.32 p.m.
Al secondo piano del
Princeton Plainsboro Hospital, a poca distanza da quello di Cameron, stava uno
studio al quale si accedeva attraverso una porta in vetro, sulla cui superficie
lucida e trasparente brillava una scritta. "DR.HOUSE, M.D." non
risultava solo un'indicazione al fine di far capire ai pazienti che quello era
lo studio di un dottore, ma, più che altro, avvisava gli stessi pazienti a
tenersene alla larga. Il dr.House era conosciuto in tutto l'ospedale, da medici,
infermieri e, soprattutto, dal farmacista. Tutti coloro che lo vedevano per la
prima volta, erano artefici di un'evoluzione mentale di pensiero che cominciava
con la pietà per il suo stato fisico, continuava con l'indignazione e finiva con la diffidenza verso quell'uomo così scorbutico e dalle batuttutine sarcastiche. Ma per chi lo
conosceva davvero, House era diverso. Certo, sapeva essere spesso sgradevole e
addirittura odioso quando lo voleva; le sue osservazioni risultavano alquanto
seccanti e fastidiose, e a prima vista poteva apparire davvero egocentrico;
eppure c'era un'altra parte di lui che con gli altri si manifestava attraverso
la comprensione, che lo trasformava in un uomo divertente ma maledettamente
perspicace, un modo di essere che agli altri lo faceva apparire quasi...
normale. Questo era il dottor Gregory House, per gli amici Greg. Tutto... e
niente. Quella sera l'ospedale era più silenzioso del solito. E se qualcuno, in
quel momento, avesse varcato la porta in vetro dello studio, molto probabilmente
avrebbe pensato che era vuoto. L'ambiente era perlopiù buio, e l'unica luce
proveniva dalla lampada da pavimento che era posta in un angolo anonimo. Forse
era l'oscurità, forse la pioggia insistente che batteva alla finestra, forse
erano tutti quegli armeggi medici, eppure in quel vuoto la stanza appariva
vagamente inquietante. Spettrale, quasi. Ma c'era un altro rumore oltre a quello
della pioggia. Un suono. Sembrava attutito da qualcosa, come ovattato. Se
qualcuno avesse avuto un minimo di conoscenza musicale,
avrebbe capito che quella musica costituiva il rock scatenante degli Who.
E chi avesse avuto il coraggio di oltrepassare la stanza, avrebbe capito che
quella musica non nasceva dal nulla. Infatti il dottor Gregory House era steso
dietro la scrivania, sul pavimento, quasi come se in quel modo avesse potuto
evitare la gente indiscreta. Illuminato dalla luce bianca della luna, con le
cuffie alle orecchie e le gambe appoggiate sulla sedia, gli occhi chiusi e
un moto impercettibile del capo che andava a tempo con la musica, sembrava
completamente alienato dal resto del mondo. Per un momento i suoi occhi si
socchiusero come a valutare il buio che lo circondava. Era bello stare lì, di
sera, senza nessuno che andava e veniva, senza nessun rumore se non quello
proveniente dalle cuffie. Senza nessuno che lo interrogasse, che lo valutasse,
che cercasse di scavare
nella sua mente per guardargli dentro. Quello era stato un giorno come un altro.
Un altro caso irrisolvibile (ma non per lui), un altro battibecco con la Cuddy,
la solita chiacchierata con Wilson e le abituali due ore di ambulatorio che
aveva dovuto fare per forza maggiore. E la solita, continua autovalutazione...
Perchè si allontanava? Perchè era così scostante? E perchè lei, nonostante
tutto, nonostante i suoi continui rifiuti, il suo comportamento egoista, la sua
ricerca nel trovare un modo per allontanarla, continuava a scavare nella sua
mente, a cercare di aprirlo attraverso quei suoi modi così sdolcinati, così
melensi, così...delicati? Lui aveva sofferto. Molto. Troppo. E lei lo sapeva.
Eppure non si arrendeva. Come se quello fosse un semplice caso medico, un altra
di quelle malattie irrisolvibili ma a cui lei non si dava per vinta... E poi
c'era Stacy. Stacy, il nuovo consulente legale. Stacy, la sua ex. Stacy, il più
grande amore della sua vita. Ed era così difficile per lui ora... E per lei?,
riflettè House togliendo improvvisamente le gambe dalla sedia. Come poteva
vivere quella situazione Cameron? Improvvisamente sentì una fitta di dolore alla
gamba destra, un dolore acuto, agonizzante. Prese il bastone e si rialzò a
fatica, maledicendo il suo handicap più grande. No, pensò poi. Il mio
handicap più grande è quello di non essermi riuscito mai più ad aprire con un
altro essere umano... per davvero. Con una smorfia di dolore sul viso in
parte in ombra, prese il vicodin, e ne ingoiò due pastiglie. Si sentì subito
meglio. Zoppicando, si avvicinò alla vetrata della finestra. La città era
grigia, e la pioggia batteva forte sulle case, sulla strada, sui marciapiedi.
Vide che le poche persone rimaste a camminare sotto la pioggia si coprivano con
impermeabili e ombrelli colorati. Poi, alzò lo sguardo, e lo spicchio
bianco-argenteo della luna si riflesse nei suoi occhi azzurri. Ciò che non
sapeva, era che in quel momento, a meno di un chilometro di distanza, un'altra
persona a lui molto vicina stava facendo la stessa cosa.
Studio di Cameron, 8.40 p.m.
Il ticchettio dell'orologio
poggiato sulla scrivania si faceva insistente ogni minuto che passava. Allison
posò le lastre del nuovo paziente e pensò che oramai quel giorno aveva fatto
abbastanza. Rimase per un momento seduta alla scrivania contemplando lo schermo
fluorescente del portatile. Poi si alzò di nuovo per sgranchirsi le gambe e
spense il computer. Improvvisamente un brivido le percorse la schiena, e si
accorse di avere freddo. Forse non avrebbe dovuto indossare quella maglia così
leggera... eppure aveva sentito il bisogno di metterla, come se fosse stato di
fondamentale importanza scegliere il capo d'abbigliamento da portare quel
giorno... Lei non faceva mai caso a queste cose, non le importava cosa
indossare... forse era perchè quella maglia era la stessa che aveva indossato il
giorno in cui gli aveva fatto la domanda. Domanda alla quale lui aveva dato una
risposta. Che fosse vera o falsa, lei non lo sapeva. Le immagini di quel momento
attraversarono la sua mente come in un flashback.
...Erano nei corridoi
dell'ospedale, lei era davanti a lui, sentiva un groppo in gola che le impediva
di parlare ma si costrinse a formulare quella domanda che attanagliava la sua
mente giorno e notte...
<< E a te? >>
<< A te... Piaccio? >>
<< Ho bisogno di saperlo. >>
<< ... No >>
<< ... Ok >>
L'eco di quel "no" continuò a
rimbombarle nella testa come una musica troppo assordante. Non l'aveva
dimenticato. Come non aveva dimenticato la sua richiesta perchè tornasse a
lavorare all'ospedale, e il patto che avevano stipulato riguardo l'uscita a
cena, e il suo discorso su come lei gli avesse detto di piacergli, ma che
in realtà risultava solo un tentativo di aiutarlo perchè lui era... "merce
avariata", così l'aveva definito. Così si era definito. Aveva così poca
autostima di sè stesso?, si stava chiedendo ora Allison. Era rimasto talmente
ferito da chiudere completamente i contatti con il resto del mondo? Come poteva
un uomo che salvava una vita dopo l'altra e con un'intelligenza superiore alla
media sentirsi così... solo? Ma Gregory House era un mistero troppo grande per
lei, concluse alla fine. E oramai sentiva di stare per arrendersi.
Improvvisamente si sentì il cuore pesante, come se non avesse avuto più alcuno
scopo che l'avrebbe portata all'indomani. Con un grande mal di testa, Allison
prese la borsa, indossò il cappotto, e si avviò nel corridoio pronta per
ritornare a casa.
Studio di House, 8.41 p.m.
Sembrava che oramai l'i-pod
avesse esaurito tutta la musica, come se in quell'arco di tempo avesse consumato
quante più tracce possibili. House spense il suo lettore MP3 e se lo mise in
tasca. Gli Who erano sempre stato il suo gruppo preferito, fin da quando
la parola "musica" era entrata a far parte del suo vocabolario. Ed era proprio
quella musica che lo aiutava ad esternarsi dal mondo, chiudendo occhi e
orecchie... Era quello che gli impediva di porsi tutti quei perchè... Che
ora ritornavano a riaffiorare, insistenti. Apparentemente arrabbiato, strinse la
mano a pugno e corrugò le sopracciglia. Era esausto, e ci mancava solo quel
tempo orrendo a rendere il suo umore ancora migliore. Posò le cartelle che erano
sulla scrivania nel cassetto, e notò che tra queste vi era l'anamnesi familiare
effettuata da Cameron sul conto del paziente che stavano curando. Cameron.
Quante volte al giorno pensava a lei? Forse troppe. Si sentiva quasi urtato dai
suoi modi gentili, eppure al contempo gli faceva venire voglia di proteggerla,
da qualsiasi cosa. E lei gli aveva detto di amarlo. Ma era davvero così? In
fondo, lui lo sapeva, quella era un'altra cotta lampante che sarebbe andata via
come era venuta. Lui era più vecchio, era zoppo, scorbutico ed egocentrico, e in
breve lei avrebbe fatto come aveva fatto anche Stacy a suo tempo. L'avrebbe
abbandonato. Basta, si ammonì. Era fin troppo stanco di stare a
rimuginarci sopra. Così, dopo aver preso il suo yo-yo e aver spento la luce,
s'incamminò nel corridoio diretto verso l'ascensore.
* * * * * * * * * * * * * *
* * * * * * * * * * *
Princeton Plainsboro Hospital,
8.45 p.m.
L'ospedale era quasi vuoto.
Perfino nei corridoi principali sembrava non esserci il solito viavai di medici,
infermieri e parenti dei pazienti. Nelle scale, l'unica cosa viva oltre a lei
sembravano essere le luci. Cameron scese lentamente, non aveva fretta. A quell'ora
anche House doveva essere andato via. Arrivò alla fine delle scale e stava per
entrare nella hall quando sentì una voce dietro di sè, una voce familiare,
inconfondibile...
<< Cameron. >>
Lei si voltò e si ritrovò
davanti a colui a cui aveva pensato di più quella sera...
<< House... Che cosa ci fai
qui? >>
<< Oh, niente, sai... cercavo
l'obitorio, mi sai indicare la via per caso? >>
Cameron rimase interdetta per
un momento, poi sospirò.
<< Sai benissimo cosa voglio
dire >>
<< Perchè sono rimasto fino a
tardi, vuoi dire? Sì, bè, in effetti sembra strano anche a me, potrebbe essere
il mio record... ma non farti ingannare, ero ad ascoltare il mio lettore MP3...
ma, ora che ci penso, potrei fare la stessa domanda anche a te. >>
<< Ero... stavo controllando
una cosa sulle cartelle del paziente, ma ora sto andando via... >>
<< Bene. Quindi, hai
intenzione di lasciare la porta così per il beneficio dei passanti oppure hai
intenzione di varcarla? >>. Improvvisamente Cameron si accorse della porta che
dava alla hall e che aveva lasciato aperta. Stava per muoversi, ma House la
precedette e la aprì completamente, per lasciarla passare. Cameron lo guardò
stupita, e House mosse il bastone verso l'uscita e alzò le sopracciglia come a
intimarle: "Vuoi muoverti?". Lei sorrise. No, non era cambiato. Non era
possibile. Attraversarono la hall così, l'una accanto all'altro, una figura
femminile e snella e un uomo alto e zoppo... Quando uscirono nell'aria gelida,
stava ancora piovendo, quindi si ripararono sotto il portico dell'entrata.
Cameron osservò la strada, ma non notò nessuna auto, quindi si ritrasse. Poi
sentì House dire:
<< Ti serve un passaggio? >>
<< Sulla tua moto? Sotto la
pioggia? >>. Aveva un'espressione sbalordita sul volto. House sorrise.
<< Sono un'amante del
rischio... No, va bene, mi hai beccato, sono senza ombrello quindi dovremo
aspettare che spiova. >>
<< Non preoccuparti, ho
chiamato un taxi mentre stavo scendendo... >>
<< Oh, bè >> disse lui,
osservandola << È decisamente meno avventuroso, ma... efficace. >>. Allison rimase
in silenzio per qualche secondo. Poi si sentì dire:
<< Comunque... grazie. >>. Lui
la osservò con quel suo sguardo indagatore per qualche secondo. I suoi occhi
riflettevano la luce dei lampioni.
<< Non c'è di che. >>. Rimasero
per un pò in silenzio, poi Cameron rabbrividì. Aveva freddo, e il suo leggero
cappotto e la maglia non l'aiutavano certo a riscaldarsi...
<< Forse... la prossima volta
dovresti indossare una maglia più pesante. >> disse House. Stava osservando la
pioggia che batteva sull'asfalto, e la cui potenza sembrava essere raddoppiata. Allison non rispose, ma cominciò a riflettere in modo febbrile. Si accorse che
l'atmosfera era carica di tensione. Quante cose non dette, quanti silenzi...
riempiti solo dai suoi pianti solitari quando tornava a casa... Dopo un pò
capì che era venuto il momento di interrompere quel silenzio tra loro. Era
durato abbastanza.
<< Non è per quello. >> disse.
House la guardò, ma non fece in tempo a rispondere che dalla curva spiccarono
due fanali e dopo qualche secondo un taxi si fermò davanti a loro. Allison si
mosse, ma House parlò.
<< Quello cosa? >>. Lei si
voltò. Per un attimo non vide altro che il suo dolore, il dolore di un uomo
celato per troppo tempo dentro di sè, la paura di essere ferito che lo
aveva portato ad allontanarsi da tutto e da tutti. Forse lei non era davvero la
donna giusta per lui, forse stava solo commettendo un grosso sbaglio... Stava
perdendo tempo, lui non si sarebbe mai aperto a lei come aveva fatto con Stacey...
Sentì i suoi occhi riempirsi di lacrime, ma si impose di non piangere... Non
adesso... Poi la sua voce flebile ribadì:
<< Non è per il mio istinto da
crocerossina... Forse è per qualcos'altro che lo faccio. Qualcosa che tu non
credi possibile. >>. Si fissarono per un tempo indeterminato ma che Cameron
avrebbe definito un'eternità. E lui abbassò lo sguardo. Di nuovo.
<< Torna a casa Cameron. >>.
Una lacrima scese sulla guancia di Allison. Sapeva anche lei che era ora di
tornare a casa.
<< Buonanotte House. >>. E
senza aspettare risposta aprì la portiera ed entrò nel taxi.
<< Buonanotte Allison. >>
sussurrò House. Ma il saluto era troppo basso perchè potesse udirlo, e oramai il
taxi si era già allontanato nella pioggia di Settembre.
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