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Autore: Padme    21/08/2011    6 recensioni
-È per questo che non troverai mai un fidanzato.- aveva commentato Rose, in un’occasione, seriamente convinta che le considerazioni dell’americana non rappresentassero altro che un modo goliardico e scortese per prenderla in giro, a causa del suo fisico non proprio formoso –Sei così priva di tatto e di pudore che lo faresti scappar via nel giro di pochi minuti.-
Udito ciò, Jackie si era voltata verso di lei, con aria vagamente stupita.
Dopodiché, superato quello che all’altra era suonato come un istante d’esitazione, aveva preso a sorriderle con fare sibillino, un po’ malizioso, da bambina impertinente. Quasi stesse ordendo un tranello ai suoi danni, forse, e sicuramente come se avesse voluto dirle qualcosa.

[Fem!UsUk]
[Seconda classificata al concorso di Efp "One-shot dell'Estate!"]
Genere: Introspettivo, Romantico | Stato: completa
Tipo di coppia: Yuri | Personaggi: America/Alfred F. Jones, Inghilterra/Arthur Kirkland
Note: AU | Avvertimenti: Gender Bender
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NOTE
Mentre buttavo giù il quarto capitolo d’una fan fiction UsUk, mi è venuta voglia di scrivere qualcosa di yuri.
Il contesto AU e la scarsità d’informazioni ufficiali sulle identità nyotaliane delle due nazioni, lo premetto subito, mi hanno messa un po’ in difficoltà: quello che ho cercato di fare, tratteggiando le figure di Rose-Inghilterra e Jackie-America (le spiegazioni sulla scelta di questo nome sarebbero troppo imbarazzanti ^^”, dunque me/ve le risparmio), è stato conciliare le personalità di Arthur e Alfred con le – a mio avviso - necessarie modifiche comportate dalla loro trasposizione in chiave femminile. Di conseguenza, spero perdonerete eventuali scivoloni nell’OOC… così come vi supplico di chiudere un occhio sul ruolo ingrato che ho affibbiato ad Anya, personaggio che adoro ma a cui, nel tentativo di non distogliere troppo l’attenzione dalle due protagoniste, non sono riuscita a dedicare il giusto spazio ><
Detto ciò… pur tenendo in considerazione i problemi di cui sopra, spero che la storia vi piaccia!
 
 
[Iscritta al concorso “One-shot dell’Estate!”]
 
 
 
 
 
 
 
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-Chérie… perché così timida? Vuoi…-
 
-I… I don’t… speak english… well, very…-
 
 
 
La geniale idea di fingersi una turista tedesca, abbastanza negata in inglese da non riuscire a decifrare le maccheroniche - ma esplicitamente indecenti - proposte rivoltele in quella lingua, venne mandato all’aria dal suo altezzoso ed impeccabile accento britannico, ovviamente.
 
Come sarebbe stato lecito aspettarsi, la biondissima francese al suo fianco scoppiò a ridere.
Divertente, sì. Molto.
 
 
 
Rose si morse le labbra, quasi a volerle punire per la loro imperdonabile disattenzione, assumendo un’espressione buffamente corrucciata.
 
 
Era fastidiosa, ecco, la consapevolezza d’essersi cacciata in una situazione del genere proprio nel risoluto tentativo d’aggirarne anche le più sbiadite avvisaglie. Scegliendo apposta di stendere il proprio telo da mare nell’angolo più isolato della spiaggia, in primo luogo, e rifiutando cortesemente l’invito di Sakura ad unirsi a lei, data la mole di giovanotti spudorati che l’aspetto esotico e minuto della giapponese era solito attirare; il tutto, con la ragionevole motivazione di dover terminare la terza rilettura di “Orgoglio e Pregiudizio” e l’ingenua certezza che il pericolo provenisse soltanto dagli uomini.
Tragica, sprovveduta convinzione.
 
 
Si raggomitolò più vicino all’ombrellone, istintivamente, cercando di far capire alla sfacciata straniera di non essere per nulla intenzionata a concederle un qualsivoglia tipo di contatto fisico.
La cosa, tra l’altro, avrebbe dovuto apparire ovvia. Nessuna fanciulla disposta a lasciarsi sedurre sarebbe mai scesa a mare con addosso un severo costume olimpionico, un paio d’occhiali “da civetta” (così erano stati definiti, già) sul naso e, soprattutto, un coloratissimo cappellino di carta in testa: sgradito particolare, quest’ultimo, dovuto all’impossibilità d’esimersi dal prender parte ai primi festeggiamenti per il compleanno della sciagurata che, in quel momento, si trovava intenta a chiacchierare con un gruppo di ragazzi esaltati - fin troppo lontana per accorgersi di lei, a meno che non si fosse messa a cercarla con attenzione… cosa che, naturalmente, non avrebbe fatto.
Sarebbe stato piuttosto impegnativo, di certo, rinunziare all’appassionante impresa rappresentata dal consumare il suo ghiacciolo alla fragola in modo tanto oscenamente ammiccante, davanti a quella miriade di sguardi lascivi.
Disgustoso.
 
Fu quasi tentata di vergognarsi al posto suo, dato che l’altra non sembrava averne la minima intenzione.
 
 
 
-Non c’è bisogno di sentirsi in imbarazzo…-
 
 
E invece sì.
Ce n’era un bisogno disperato, a giudicare dalla rapidità con cui la francese aveva annullato la distanza che le separava. Ancor di più, dal fatto che la mano sinistra della tizia le fosse appena, carezzevolmente, scivolata su un ginocchio.
Per non parlare di quell’inquietante ghigno da pervertita, che andava facendosi sempre più vicino al suo viso.
 
 
-I… io non…- balbettò Rose, sentendosi improvvisamente la gola secca -… le donne, no.-
 
 
Fu tutto ciò che riuscì a mormorare, rimproverandosi per non essere riuscita ad adottare un tono più deciso, più consono all’espressione garbatamente accigliata appena assunta.
 
Sì, insomma, se la notte precedente si fosse addormentata nella stessa camera di Jackie, avrebbe scommesso qualsiasi cosa che quest’ultima le avesse scarabocchiato una qualche scritta equivoca in fronte… in ricordo d’una mattina di circa cinque anni prima, magari, quando l’inglese si era accorta d’avere un paio di tremule ali da fata disegnate sulla schiena.
Ma non era andata così. E, quindi, Rose proprio non riusciva a capire perché mai, più o meno da quando aveva cominciato a frequentare il college, simili “incidenti” con le ragazze si fossero fatti così fastidiosamente frequenti.
 
Perché, beh, lei non lo era mica.
Non esattamente. Lesbica.
Giudicava perfino un po’ rozzo il suono di quella parola.
 
 
Aggrottò la fronte, mentre non le veniva in mente nulla di meglio da fare che abbracciare a mo’ di koala il palo dell’ombrellone, pur di sottrarsi alla sconcertante sfacciataggine della straniera.
 
Davvero, comunque… non lo era.
Riteneva di no.
 
Il che non implicava che non potesse sentirsi confusamente a disagio, nel ritrovarsi alle prese con il libidinoso assalto di una seducente e… procace? ragazza, per quanto volgare fosse il suo approccio. Eppure dovuto esservi abituata, sebbene davvero non riuscisse a comprendere il perché di tutto quell’interesse che sembrava suscitare nelle donne.
Avrebbe forse potuto ipotizzarne l’origine, se soltanto non avesse rincontrato Jackie solo pochi giorni prima, dopo tre anni di silenzioso distacco; quella sconsiderata era sempre stata solita coinvolgerla in esuberanti e pubbliche esternazioni d’affetto, che sarebbero oggettivamente riuscite ad instillare un paio di sospetti in chiunque vi avesse assistito.
 
 
Proprio in quel momento, l’euforica risata dell’americana giunse alle sue orecchie con nitida vividezza.
 
 
Pur senza smettere di rispondere con chiari segnali di diniego alla sempre più insistente maniaca al suo fianco, Rose non rinunciò a rivolgere una rapida occhiata in direzione di Jackie.
 
A vederla così, intenta ad intrattenere una combriccola di ragazzi con quel suo brio da reginetta un po’ sguaiata, si sarebbe ragionevolmente potuto dedurre che lei, invece, problemi con gli uomini non ne avesse mai avuti e non se ne fosse mai posta.
Decisamente lontani, i tempi in cui si divertivano a giocare alla principessa tratta in salvo da uno sconosciuto, coraggioso eroe. Quando, in risposta alle capricciose lamentele della piccola inglese, a cui dava noia la prospettiva di doversi accontentare d’un cavaliere dall’aria così gracile, l’altra scoppiava a ridere con infantile arroganza, sostenendo di essere “molto più forte e più bella di qualunque maschio!”.
 
Rose avrebbe sospirato rumorosamente, con una nota di stizzita malinconia, se non fosse stata troppo impegnata a respingere il tentato bacio della sfrontata straniera.
 
 
 
Si conoscevano da molto tempo, lei e Jackie.
All’incirca da quando, ai coniugi Kirkland, era venuto in mente d’acquistare una casa lungo la costa atlantica degli Stati Uniti, presso una rinomata località di villeggiatura, con il proposito di trascorrervi i mesi estivi; casa che, in seguito, avrebbero scoperto condividere la staccionata con l’adiacente abitazione dei Jones, ben più chiassosa ed affollata della loro.
Non che, all’epoca, a Rose importasse granché dell’acuto frastuono costantemente proveniente dalla residenza dei vicini (sebbene i suoi gusti fossero già abbastanza raffinati da permetterle di distinguere la musica dal fracasso, e la colonna sonora di quella famiglia americana apparteneva indubbiamente alla seconda categoria) ma, tant’era, non aveva mai nutrito il desiderio di stringere amicizia con gli altri bambini del luogo.
 
Il suo incontro con Jackie, in effetti, era stato casuale.
 
Poiché la conosceva di vista, verso la fine d’una mattinata passata a rilassarsi in acqua, Rose l’aveva riconosciuta nella sagoma di una ragazzina che, nuotando speditamente, sembrava dirigersi verso una grotta sottostante l’alta scogliera a ridosso del mare.
Ora, la giovane inglese sapeva a stento come rimanere a galla. Per la precisione, in quel frangente si stava appunto limitando a produrre qualche lieve schizzo di schiuma con la mano, mentre cercava di consolare il suo salvagente a forma di drago, per le ingiurie subite da chi l’aveva confuso con un anatroccolo.
Tuttavia, non aveva potuto far finta di nulla: era dal primo giorno trascorso in quei luoghi che l’era capitato d’udire minacciosi bisbigli, provenienti proprio dall’antro in cui la sua vicina di casa sembrava avventatamente intenzionata a recarsi. Quasi d’istinto, dunque, aveva cominciato a scalciare con comica sollecitudine sul canotto, riuscendo a spostarlo soltanto di pochi metri ma causando un gran trambusto, mentre si prodigava nel richiamare l’altra, ricorrendo ad ogni tipologia d’appellativo che potesse sostituirne il nome sconosciuto.
Curiosamente, era stato proprio uno degli epiteti più burberi, risultato d’un guizzo di nervosa frustrazione, a catturare l’attenzione della sconsiderata - qualcosa di simile ad un poco cortese “idiota d’una americana!”.
 
L’idiota in questione si era girata, a quel punto, con un’espressione perplessa dipinta sul volto.
Dopodiché, presasi alcuni secondi di tempo per osservare colei che riusciva soltanto vagamente a riconoscere quale propria dirimpettaia, era scoppiata a ridere di gusto.
A riderle in faccia, esatto. Con discreto trasporto.
 
Reazione fondamentalmente priva di senso, considerato l’insulto appena incassato; ma, soprattutto, reazione da cui Rose aveva intuito, in un lampo d’ira mista ad imbarazzo, che a causare ilarità della bambina era stato il suo aspetto, caratterizzato dalla ridicola combinazione fra un’aria sinceramente angosciata e l’eccentrico papero-drago di gomma su cui sedeva, cavalcato come se fosse un valoroso destriero.
Qualunque fosse stata la ragione alla base di quell’improvviso scoppio di risa, ad ogni modo, a poco erano valse le successive, accorate spiegazioni relative agli oscuri pericoli da cui l’inglese si era premurata di trarre in salvo la straniera ingrata… almeno sino a quando la gentildonna in miniatura non aveva scelto di ricorrere al termine “fantasmi”. Una parola magica, considerato l’effetto che sortì sulla piccola americana: questa, sbiancata, si era convinta a fare una repentina e frenetica marcia indietro, fino a raggiungere l’altra ed aggrapparlesi ad una gamba, prendendo poi a scrutarla con occhioni lacrimevoli.
Ecco, esattamente da quel momento e per molti anni a venire, Rose non era più riuscita a scollarsela di dosso.
 
 
Le due avevano continuato a frequentarsi, estate dopo estate, rispettando consuetudini ben precise.
 
In inverno, grazie al cielo, Rose faceva ritorno in Inghilterra e Jackie a New York, dove viveva col padre, e a nessuna di loro veniva in mente di contattare l’altra per telefono o per lettera. Semplicemente, entrambe attendevano con fiducia, un pizzico d’ansia ed un barlume di trepidazione, l’avvicinarsi di quello scocciante e piacevole appuntamento annuale; ovvero, il momento in cui l’inglese sarebbe scesa dall’auto e, sollevato lo sguardo, avrebbe trovato l’americana ad accoglierla, con un abbraccio euforico ed un bicchiere di Coca Cola da porgerle, dimenticando puntualmente che l’amica beveva solo tè.
Col passare del tempo, complice l’indole fin troppo impetuosa di Jackie, quelle effusioni giocose si erano tradotte in manifestazioni d’affetto così travolgenti da spingere Rose a chiudersi in silenzi impacciati e risentiti. Mentre la Coca Cola, ormai offerta con intenti consapevolmente provocatori, era divenuta simbolo dell’infinità di dispetti con cui l’incivile statunitense era solita tormentare Sua Altezza.
Perché, sì, come deducibile da chiunque ed al primo sguardo, le due ragazze erano molto diverse.
 
Rose amava perdersi fra le pagine di un buon libro, immersa nella penombra e nella tranquillità della propria veranda, tanto quanto l’altra non accettava di lasciar trascorrere un giorno senza scendere a mare, per nuotare fino al largo e fare baccano in spiaggia. Così come, a fronte della diffidente riservatezza con cui la prima era solita approcciarsi agli estranei, la seconda sembrava capace d’andare d’accordo praticamente con qualsiasi persona le rivolgesse la parola, coinvolgendola con la propria vitalità.
C’era da dire, comunque, che Jackie non si era mai mostrata interessata a farsi nuove amiche. Sebbene non si sentisse per nulla a disagio in mezzo ad ampie comitive e, soprattutto, sebbene non disdegnasse d’andare a bere assieme a gente in grado di reggere l’alcool meglio di quanto facesse Rose, soltanto di quest’ultima ricercava costantemente la compagnia. Il che rappresentava spesso un supplizio, per l’altra, costretta ad spendere ogni poetica notte stellata in estenuanti ed inconcludenti cacce agli UFO, ad evitare che la “vocazione da eroina” dell’amica la portasse ad ingaggiare una lotta con tutti gli omaccioni corpulenti beccati a posteggiare l’auto in doppia fila e, come ciliegina sulla torta, ad assecondare folli capricci quali lunghi giri in bicicletta sotto i più scatenati temporali (giri che, oltretutto, quasi sempre si concludevano con la scriteriata americana che, intestarditasi a lanciare improbabili grida di battaglia mentre pedalava come un’ossessa, finiva per ruzzolare a terra e costringere l’atterrita compagna a medicarle le ferite, fra un singhiozzo e l’altro).
Spesso, esatto, un supplizio.
Ogni tanto, però, Rose si sentiva un po’ lusingata… un po’ felice, d’essere l’unica spocchiosa dama a cui quel principe così eccentrico si scomodava a rivolgere le proprie attenzioni.
 
 
 
-La tua ragazza mi sembra impegnata con altre faccende, dolcezza, sai… ?- domandò la francese, dopo aver incassato un più violento spintone, in legittima reazione alla sua tenace invadenza.
 
 
Se Rose non si scomodò a volgere lo sguardo in direzione di Jackie – sì, beh, dando per scontato che la tizia si stesse riferendo a lei - , fu soltanto per non offrire all’altra, con la propria distrazione, una nuova e più ghiotta opportunità di saltarle addosso.
E, in secondo luogo, perché perfettamente capace d’immaginare quale siparietto si sarebbe trovata davanti.
 
 
-Lei ha frainteso, mademoiselle.- si limitò a ribattere, non resistendo alla tentazione di scimmiottare l’accento della straniera, con una punta di acido risentimento –Adesso, la smetta d’importunarmi e levi le tende.- aggiunse, quindi, lapidaria.
 
 
Non era sua abitudine rivolgersi in modo sgarbato alla gente, per quanto irritante e ottusa e addirittura newyorkese essa potesse essere, ma riteneva d’aver davvero dato fondo a tutta la pazienza di cui disponeva.
E al buonsenso, probabilmente, poiché i suoi lodevoli propositi non furono sufficienti ad impedirle d’indirizzare una breve, fuggevole occhiata all’angolo di spiaggia occupato dall’amica d’infanzia.
Per togliersi ogni dubbio, forse, o per farsi del male - in fondo, il suo stesso attaccamento a quella ragazza impossibile pareva indice d’una certa sfumatura di masochismo. O ancora, più banalmente, nella speranza che i suoi sospetti venissero smentiti.
 
Così non fu, ovviamente.
Il suo intuito, femminile e britannico al tempo stesso, si sbagliava assai di rado: vedere Jackie intenta a ridere di gusto con la sua nuova amica sovietica, di conseguenza, le suonò soltanto doloroso e per nulla inaspettato.
Per nulla, sul serio.
 
Aveva capito come sarebbero andate le cose fin dal momento in cui, un paio di settimane prima, di ritorno da un soggiorno a Mosca durato ben tre anni, l’altra non le aveva rivolto che un vago e fastidiosamente sorridente saluto, per poi premurarsi subito di presentarle tale “Anya”, con caloroso fervore. Il tutto, nonostante Rose ritenesse ch’ella avrebbe dovuto preoccuparsi maggiormente di saltarle al collo, anche infischiandosene di metterla a disagio, e domandarle scusa per il tradimento di cui si era macchiata, avendola lasciata sola per così tante estati.
Ad ogni modo, si era risolta ad ingoiare il boccone amaro senza fiatare; non aveva comunque mancato di storcere impercettibilmente il naso, in risposta al sorrisetto della russa, fin troppo mielato per apparire davvero docile o sincero. Ed avrebbe volentieri sottolineato l’evidente ed irrimediabile incompatibilità fra quest’ultimo e la risata esuberante della statunitense, a riprova della convinzione che le due non sarebbero riuscite a sopportarsi per più d’una settimana, se soltanto non fosse stata altrettanto conscia dei contrasti che avevano sempre contraddistinto il suo, in qualche modo duraturo, rapporto con Jackie.
Duraturo, beh.
Sembrava che non avesse resistito alla prova del tempo, della lontananza e d’una comune e caparbia indifferenza, in realtà, poiché era da quando si erano riviste che l’americana aveva smesso di dedicarle le soffocanti, eccessive attenzioni che era solita riservarle una volta.
 
Non andava più a svegliarla la mattina presto, così Rose si era abituata a dormire fino a tardi.
Non le scioglieva più i capelli, con fare scherzosamente capriccioso, quindi Rose aveva perso occasione d’arrossire nel sentirsi definire “carina”.
E non era più la sua compagnia, quella che pretendeva di continuo.
 
Proprio Rose si chiedeva perché mai, dunque, dovesse ostinarsi ad osservare le mosse della compagna con una scrupolosità degna di un’operazione di spionaggio, attenta a cogliere qualsiasi dettaglio potenzialmente utile a risollevarle il morale.
Magari, una sorta di masochismo congenito avrebbe davvero potuto rappresentare la risposta corretta ad un simile interrogativo. Tutto ciò di cui riusciva a rendersi conto, infatti, grazie a numerose occhiate furtive e ad un buon udito, era che Anya reggeva l’alcool alla perfezione e ad ogni ora del giorno, cosa che la rendeva una complice ideale per le serate più irrequiete organizzate da Jackie; che i suoi costumi color rosa pallido ne facevano risaltare le forme con provocante sensualità e che, in dissacrante contrapposizione con la tipica e bambinesca acconciatura dell’inglese, il suo modo di legarsi i capelli sopra la nuca, lasciando che alcune ciocche le ricadessero morbidamente sul collo, appariva davvero adorabile.
O ancora, che a legarla alla newyorkese doveva essere una confidenza particolare, considerato il fare languido con cui era solita stringerlesi contro, abbandonando il capo sulle sue ginocchia o offrendosi di spalmarle addosso la crema solare… tentativo d’abbordaggio assolutamente patetico, in ogni caso.
 
 
Non che Rose venisse turbata da scenette del genere, beninteso.
Affatto.
Perché mai avrebbe dovuto, dopotutto? Perché mai sentirsi umiliata, ferita, abbandonata, vilipesa, usata, pugnalata alle spalle, gettata via senza riguardo, solo poiché meno importante e divertente d’una maggiorata piazzata fra le gambe?
Non ce n’era motivo, palesemente.
 
Riusciva a persuadersene con sufficiente sincerità, dopo essersi conficcata a dovere le unghie nel palmo ed aver ingurgitato litri di tè alla pesca.
A volte, dopo aver speso qualche lacrima.
 
 
Una certa coerenza di fondo c’era, a conti fatti.
Almeno i gusti sessuali dell’amica che, dopo tre anni di distacco, aveva ritrovato molto più alta ed appariscente di quanto ricordasse, non erano cambiati.
Rammentava ancora, con vivida precisione, i molteplici apprezzamenti dell’altra sulle prosperose ragazze adocchiate in spiaggia, espressi spesso a voce troppo alta e ricorrendo a termini assai poco casti, sebbene con frizzante spontaneità.
 
-È per questo che non troverai mai un fidanzato.- aveva commentato Rose, in un’occasione, seriamente convinta che le considerazioni dell’americana non rappresentassero altro che un modo goliardico per prenderla in giro, a causa del suo fisico non proprio formoso –Sei così priva di tatto e di pudore che lo faresti scappar via nel giro di pochi minuti.-
Udito ciò, Jackie si era voltata verso di lei, con aria vagamente stupita.
Dopodiché, superato quello che all’altra era suonato come un istante d’esitazione, aveva preso a sorriderle con fare sibillino, un po’ malizioso, da bambina impertinente. Quasi stesse ordendo un tranello ai suoi danni, forse, e sicuramente come se avesse voluto dirle qualcosa.
Era bastata quest’ultima impressione, unita al sapore ambiguo dello sguardo riservatole, ad illuminare le gote di Rose con un velo d’incomprensibile imbarazzo.
-Perché, credi sul serio che esista un uomo alla mia altezza?- le aveva risposto, infine, in nostalgica risonanza con i discorsi che faceva da piccola, sciogliendosi poi in una risata gioviale.
E lasciando l’altra alle prese con quel complesso, problematico interrogativo.
 
 
Difficile, in effetti, credere che esistesse un individuo capace d’eguagliare Jackie in avventatezza e megalomania, abituato agli stessi psichedelici ritmi di vita ed avente, come obiettivi minimi per il proprio futuro, presunte quisquillie paragonabili ad un impiego come agente segreto o all’ingresso nella Casa Bianca in qualità di primo presidente donna degli Stati Uniti.
Addirittura più complicato, inoltre, sarebbe stato ipotizzare l’esistenza d’una persona in grado di suscitare in Rose le medesime sensazioni, inaccettabili eppure irrinunciabili, stuzzicatele da certi atteggiamenti dell’amica.
E dai suoi colori brillanti, forse, da quel lieve profumo di bagnoschiuma al limone.
 
Perché, sì, protestava animatamente quando l’altra, dopo aver visto un film dell’orrore, la pregava di lasciarla dormire nel suo letto. Eppure, non trascorreva mattina in cui l’inglese non si risvegliasse con la testa nascosta nella giacca della fifona al suo fianco, come se, nel sonno, ne avesse ricercato il calore.
Naturalmente, non mancava mai nemmeno di replicare con serafico disinteresse alle considerazioni ironiche, che l’americana proprio non riusciva a tenere per sé, sui suoi abiti nuovi. Salvo arrossire un po’, di colpo e con un’ombra di reticenza, quando avvertiva lo sguardo di Jackie farsi prima assorto e poi compiaciuto, nel soffermarsi su di lei con lo scintillìo deliziosamente furbetto d’un bimbo in procinto d’addentare un pasticcino.
E criticava in ogni circostanza, con una pignoleria da maestrina, le scollature e gli spacchi eccessivamente audaci che l’altra sfoggiava con vergognosa disinvoltura. Tuttavia, man mano che gli anni passavano, si sorprendeva sempre più spesso a lasciar indugiare gli occhi lungo gli stessi centimetri di pelle che pretendeva venissero coperti - senza alcun intento particolare, se non quello di sfiorarli con le dita.
Forse era lei la vera maniaca, tutto sommato.
 
 
Aveva continuato a tormentarsi con quei pensieri, più o meno consapevolmente, per molti mesi.
Per l’esattezza, fino al quattro Luglio di quattro anni prima, il giorno del diciottesimo compleanno di Jackie.
 
Quest’ultima, dopo essere sbucata dal nulla apposta per “toglierle dalle scatole” un pedante corteggiatore francese – sempre loro, dannazione - , le aveva proposto di farle compagnia in un giro sulla barca a vela, sebbene fosse ormai quasi il tramonto e non potessero allontanarsi troppo dalla riva.
L’americana aveva sempre nutrito una spiccata passione per qualsiasi genere di sport, probabilmente a causa d’un qualche desiderio di rivalsa; Rose, infatti, riteneva che all’altra non fosse mai andata giù la cocente sconfitta subita in una gara di castelli di sabbia, quando la piccola inglese l’aveva surclassata con una perfetta riproduzione di Buckingham Palace. Era stato da allora, per l’appunto, che Jackie si era intestardita a provarle la sua bravura in mille altre attività, quali il surf o la canoa, pretendendo che l’altra assistesse o prendesse attivamente parte alle sue performance… a dispetto del concreto rischio di morte a cui andava incontro ogni volta, date le sue scarse attitudini atletiche.
Ma, suvvìa, quel giorno Rose aveva accettato quasi volentieri. Quella scriteriata primadonna che aveva come amica compiva pur sempre diciotto anni e, dall’alto della sua ben più matura posizione di ventenne, aveva ritenuto di poterne anche assecondare un capriccio.
 
Si era ritrovata, dunque, a veleggiare su acque più quiete del previsto, appena rischiarate dai raggi rossastri del sole morente, con l’insolitamente silenziosa compagna alla guida della barca.
A Rose non dispiaceva quella stravagante tranquillità, per cui non si era soffermata ad indagarne le ragioni. Aveva preferito, al contrario, godersene tutti i benefici, chiudendo gli occhi e lasciandosi cullare dall’odore salato del mare e dalla lieve brezza che aveva cominciato a soffiare, scompigliandole gentilmente i capelli; e fu proprio per assaporare al meglio quella delicata sensazione, che si era decisa a sciogliere i nastri con cui usava legarsi la chioma bionda, per conferirle una parvenza d’ordine.
 
Di certo non aveva immaginato che, invece del sapore soffice e fresco del mare, avrebbe finito per assaggiare quello delle labbra di Jackie.
 
Quest’ultima era stata così lesta a chinarlesi accanto, così rapida e prepotente nel catturarle la bocca con la propria, che davvero non aveva avuto il tempo di pensare ad alcunché. E aveva continuato a non riuscirci per un numero imprecisato di secondi, stordita tanto dall’assordante battito del proprio cuore quanto da un frenetico vortice di sensazioni convulse, in mezzo al quale risultava impossibile distinguere lo stupore dalla paura, l’imbarazzo dall’abbandono, il lieve barlume di disagio provato baciando una ragazza da una sorta di timido appagamento.
Erano morbide, quelle labbra, incredibilmente femminili se si pensava al linguaggio rozzo che spesso vi prendeva forma, arroganti e sensuali proprio come la dissennata ribelle a cui appartenevano. Sapevano di ghiacciolo alla menta e, quando sembrarono sul punto di rendere più intenso il gioco appena iniziato, Rose avrebbe tanto voluto permetterglielo.
L’avrebbe voluto e l’avrebbe fatto, se solo la paura, l’imbarazzo ed il disagio non si fossero dimostrati un po’ più forti delle emozioni a cui si erano contrapposti.
 
 
-Che stai facendo?!- aveva domandato, quasi urlando, allontanandosi di scatto dall’altra e mettendosi a fissarla con un’espressione stravolta, il volto in fiamme.
 
 
Nelle sue intenzioni, quell’esclamazione avrebbe dovuto suonare più come un sinceramente curioso “perché?”, che come un indignato “non osare riprovarci!”.
Tuttavia, Jackie, rimasta curva a mezz’aria con fare ingenuamente disorientato, aveva deciso di propendere per la seconda interpretazione.
 
Il suo sguardo aveva assunto una sfumatura esitante, ferita. E Rose sarebbe già stata pronta a scusarsi e a riformulare la propria affermazione, se soltanto l’espressione dell’americana non si fosse così velocemente tradotta in una smorfia sprezzante.
Sprezzante, in quel suo modo detestabilmente teatrale.
Si era alzata, sospirando annoiata e lasciando la compagna ad osservarla con occhi incerti.
 
 
-Ja…-
-A settembre mi trasferirò in Russia. Sai, per entrare alla CIA.-
 
 
L’inglese aveva ignorato l’assenza di collegamento logico fra i due concetti esposti, solo perché troppo spiazzata dal primo di essi.
Si era limitata a fissare l’altra in viso, senza capire.
 
 
-Alla festa di stasera lo comunicherò ufficialmente!- aveva continuato quella, tornando a ridacchiare con divertita spensieratezza, mentre riprendeva i comandi della vela –Mi spiace non avertene parlato prima, ma volevo farlo in grande stile. Insomma…- qui si era interrotta, il tempo sufficiente a volgersi nuovamente verso l’amica, rispondendo al suo sguardo smarrito con un sorriso vivace -… un bacio d’addio si concede a chiunque!-
 
 
 
Rose non ricordava con precisione cosa fosse accaduto in seguito.
Né come avesse fatto a tornare in spiaggia, considerata l’incompatibilità fra la sua goffaggine nel nuoto ed il suo primo istinto, ovvero quello di tuffarsi dalla barca e raggiungere la costa a suon di bracciate.
Non ricordava proprio.
 
Se l’avesse schiaffeggiata, se le avesse scagliato contro uno spirito vendicatore, se fosse scoppiata a piangere.
Uccisa no, non poteva averlo fatto… poiché, destandosi da quell’ondata di ricordi e tornando al presente, ecco che se la trovava ancora davanti, intenta a flirtare con la sua amichetta russa.
 
 
 
Ritornando al presente, a proposito.
 
 
Se davvero non aveva affibbiato a Jackie un pur meritatissimo ceffone, avrebbe potuto fare ammenda per tale errore in quel momento, girando lo schiaffo mancato alla francese che, chissà come, pareva non recepire il messaggio.
Ritrovarsela addosso stava cominciando a diventare grottesco, oltre che snervante.
Fece per sollevare una mano, quindi, seriamente intenzionata a colpirla, anche soltanto per sfogare la collera che una fanciulla britannica avrebbe forse dovuto trattenersi dal manifestare, ma che non poteva certo impedirsi di provare.
 
Sfortunatamente… beh.
Il suo onorevole proposito venne soffocato sul nascere dal rumoroso intervento d’un pallone, atterratole a pochi centimetri dalle gambe e giunto molto vicino a procurarle un infarto.
 
Quantomeno, lo spiacevole imprevisto sortì un effetto analogo a quello che Rose avrebbe voluto ottenere con il proprio gesto: la ninfomane saltò in aria, infatti, allontanandosi d’un paio di metri dall’inglese, mentre quest’ultima cercava di recuperare un respiro regolare.
 
 
 
-Ehi, ragazze, non dovreste scambiarvi certe effusioni in pubblico! Da là sotto si vede tutto e ci fate diventare invidiosi!-
 
 
 
… Rose strabuzzò gli occhi.
 
 
Già.
Si, insomma… si trattava d’un enigma parecchio astruso, senza dubbio.
 
Inspiegabile, la confusione fra il concetto di “effusioni” e quello di “molestie sessuali”, che lei aveva sempre considerato antitetici. Per non parlare di quanto fosse arduo individuare il nesso tra l’invito appena rivoltole e la persona da cui esso era stato audacemente espresso, ovvero la stessa che da ore le stava intossicando la vista con immagini di cattivo gusto e scarsa morigeratezza.
Chissà quando era salita fin lì e come avesse fatto a riuscirci così in fretta, poi.
 
 
-Ma… cara, mi era sembrato che tu ti stessi dilettando con i nostri medesimi svaghi. Anche da qui, naturalmente, si vedeva tutto.-
 
 
Rose, che stava ancora fissando l’americana come se questa fosse il risultato d’un bizzarro esperimento genetico, si volse con aria perplessa verso la straniera invasata.
Accidenti. Tanta era la commozione per averla udita esporre il suo stesso pensiero, che quasi quasi le avrebbe concesso un bacio, se le fosse nuovamente saltata addosso.
 
Jackie, invece, che intanto aveva recuperato il pallone da terra e si trovava ormai a non più di tre passi da loro, proruppe in una risata cristallina.
 
 
-Ma no, no!- fece, gioviale, scuotendo il capo in un cenno di diniego –Anya è soltanto molto affettuosa, non fraintendetela!-
 
 
Per qualche ragione, quella frase sortì l’effetto d’urtare l’inglese più di quanto l’atteggiamento dell’amica non avesse già fatto.
Il suo sguardo si fece severo, meno impacciato.
 
 
Codarda, vigliacca.
Non erano certo soltanto i modi di Anya ad apparire “fraintendibili”. Anzi, di fraintendibile non c’era proprio un bel niente.
La pretesa di dargliela a bere in quel modo, scaricando la responsabilità di quelle mimiche oscene soltanto per poter meglio ironizzare sulle sue disavventure in spiaggia, era semplicemente inaccettabile.
 
 
-Dovresti consigliarle di stare attenta, allora.- si decise ad intervenire, finalmente, scrutando l’altra con sguardo fermo –Con tutti i pervertiti che circolano da queste parti, simili comportamenti espansivi potrebbero attirare dei guai.- concluse, in tono gelidamente composto, approfittandone per lanciare una frecciatina all’indirizzo della francese.
 
Dopodiché, senza attendere una replica da parte di Jackie o una protesta dall’altra ragazza, si alzò in piedi, ripulendosi rapidamente le gambe dai granelli di sabbia appiccicatilesi addosso, per poi rivolgere alle due un distratto saluto con la mano e voltar loro le spalle, facendo per allontanarsi.
Non aveva la minima voglia di continuare a farsi prendere in giro con ridicole scuse – inutili, tra l’altro… perché, ehi, l’americana non era mica tenuta a giustificare il suo comportamento scostumato con lei! – né, tantomeno, di sostenere un istante di più quello sguardo odiosamente canzonatorio ed allusivo fisso sul proprio.
E l’avvertì ancora, lungo la schiena, la stessa occhiata. Abbastanza intensa da strapparle un brivido, difficile d’attribuire alla rabbia o all’imbarazzo.
 
 
-Non ci vieni alla mia festa, stasera?-
 
 
Al suono di quella domanda, rivoltale con l’enfasi degna delle urla d’una pescivendola al mercato, Rose si fermò.
Si era appena ricordata d’avere ancora in testa il capellino da party: consapevolezza, questa, che le fece affiorare tutto il sangue al volto, al pensiero di quanto quel puerile ornamento dovesse aver reso tragicamente ilare ogni suo gesto ed ogni sua altrimenti dignitosa affermazione, nel corso degli ultimi minuti.
Se lo strappò dal capo, in un scatto fulmineo.
 
 
-Certo che verrò. L’ho promesso a tua sorella.- replicò, sbrigativa, evitando di voltarsi apposta per meglio celare la sua espressione indispettita.
 
 
Quindi, dopo aver realizzato, con una punta di rimorso, d’essersi ricordata soltanto in quel momento dell’esistenza di Molly, s’avviò verso la scalinata che l’avrebbe ricondotta in strada.
Non prestò più attenzione a nulla, né all’ulteriore richiamo dell’amica né alla voce suadente della francese che, con una nota di pericoloso interesse, domandava all’altra che tipo fosse sua sorella.
 
 
 
 
 
---.---
 
 
 
 
 
Si pentì d’essersi recata alla festa appena dieci minuti dopo aver messo piede nel giardino degli Jones.
 
 
Difficile, in effetti, stabilire quale fosse il male peggiore tra l’infernale bolgia di facce sconosciute da cui si trovò circondata e la “musica” riprodotta, ad altissimo volume, da una ragazza albina chiaramente già ubriaca. Senza sottovalutare il fondamentale ruolo rivestito dalla varietà di bevande e pietanze presenti, disposte su un lungo tavolo da buffet, fra le quali non figuravano né tè né scones.
Era sicura che non si trattasse d’una dimenticanza casuale.
 
Ad ogni modo, non era da lei lamentarsi del servizio offerto in casa altrui, per cui si era limitata a prendere posto su una panchina un po’ in disparte, nella speranza di salvaguardare l’efficienza del proprio apparato uditivo e, magari, d’evitare brutti incontri… festeggiata compresa, s’intendeva, alla quale non aveva fatto altro che rivolgere un saluto di circostanza, quando era arrivata al party.
Non sembrava che la newyorkese ci fosse rimasta male, dopotutto; in quel momento, si trovava vicino al carrello degli alcolici, in compagnia di Sakura e dell’immancabile Anya, che sembrava intenta a convincere le altre due ad assaggiare qualche sorso di vodka. Rose non biasimava certo l’amica giapponese per non essersi accorta del suo ingresso, dato che aveva cercato di passare il più inosservata possibile, ma si augurava di cuore che evitasse di lasciarsi coinvolgere in attività discutibili da quelle dissolute.
Purtroppo, nel tranello di un lupo pareva invece essere caduta Molly, che l’inglese aveva intravisto, circa a metà serata, in compagnia dell’adescatrice conosciuta quel pomeriggio, evidentemente riuscita sia ad ottenere un invito alla festa sia ad agganciare la “sorella” di cui aveva sentito parlare. E Rose si sarebbe anche precipitata ad intervenire, in barba al timore di subire ulteriori avances, se soltanto non le fosse sembrato che la riservata biondina, in qualche modo, gradisse le attenzioni della francese, alla quale indirizzava sguardi esitanti ma lusingati; considerato quanto la ragazzina avesse sempre faticato ad attaccare bottone con qualcuno, privarla d’un simile momento di svago sarebbe stato decisamente ingiusto.
Era rimasta seduta, perciò, continuando comunque a tener d’occhio la strampalata coppia, fino a quando alcuni ospiti danzanti non l’avevano distratta al punto da fargliela perdere di vista.
 
 
Il rumore d’un violento schizzo d’acqua, poi il suono della risata di Jackie.
Qualcuno doveva esser stato buttato in piscina e la padrona di casa pareva aver trovato la cosa molto divertente.
 
 
Rose sospirò, sconfortata.
Non attendeva altro che venisse servito il dolce, in modo da poter levare le tende senza apparire maleducata.
Non che non avesse previsto quale sarebbe stato l’andamento della serata, ovviamente, e non che desiderasse ballare o cose del genere. Tuttavia, il suo pur volontario isolamento in quell’angolo di giardino era diventato un po’ meno piacevole, da quando l’americana aveva deciso di spostarsi proprio nei pressi del tavolo a lei più vicino, su cui si era fatta aiutare a disporre una disordinata piramide di regali.
 
Lo sguardo dell’inglese si soffermò sulla figura dell’amica, quasi controvoglia, per alcuni istanti.
 
Indossava un abito nero, lungo fino al ginocchio ed allacciato sulla nuca, abbastanza aderente da farne risaltare con insolita grazia il fisico slanciato.
Insolita, perché Jackie non era mai stata brava a conciliare la propria tendenza all’esibizionismo con il concetto d’eleganza, né era mai riuscita a sfoggiare un sorriso tanto gioioso senza compromettere quel portamento, quel modo di fare improvvisamente coloratosi di tinte più mature, estraneo a tutti i ricordi che Rose conservava della vecchia compagna di giochi.
Era quasi deprimente osservarla muoversi in quei panni così adulti, mentre lei si rendeva conto d’aver scelto un capo d’abbigliamento degno d’una festicciola per bambini dell’asilo: un vestito celeste, arricciato sul seno e dalle corte maniche a sbuffo, che, complici le inevitabili codine, la faceva sembrare ben più giovane di quanto fosse in realtà.
E nemmeno possedeva, per camuffare un po’ i tratti più infantili del proprio aspetto, l’altezza o le gambe snelle dell’altra. Le stesse, se ne accorse con un lampo di sgomento, lungo cui i suoi occhi avevano finito per indugiare, un po’ troppo arditamente.
Distolse lo sguardo, in fretta e furia, avvampando di colpo.
 
 
Si sentiva un’idiota, tutto qui.
 
Un’idiota ad imbarazzarsi ancora, a rattristarsi sempre di più, ad infuriarsi dopo tutto quel tempo.
A chiedersi perché Jackie non si scollasse un attimo dalla russa. O perché, nel mese trascorso da quando si erano rincontrate, non le avesse mai chiesto perdono per quei tre anni d’ignobile silenzio.
Perché non avesse riprovato a darle un bacio, anche se si fosse trattato d’uno di quelli da concedere a chiunque.
 
Idiota.
 
 
 
-Apri prima il mio, prima il mio!- urlò qualcuno, così forte da sovrastare le note della musica.
 
 
Sembrava fosse giunta l’ora di scartare i regali.
 
 
Rose si convinse a riportare lo sguardo sulla festeggiata e sul gruppetto d’invitati che la circondava, sebbene conscia d’avere ancora le gote arrossate; si preoccupò di tenere il capo lievemente chino, quindi, per scongiurare il rischio che qualcuno s’accorgesse della sua espressione turbata.
Non che, in realtà, qualcuno stesse prestando attenzione a lei.
Tutti gli occhi erano puntati su Jackie e sui doni ch’ella andava scoprendo e commentando di volta in volta, apparentemente entusiasta per ciascuno di essi: cappelli dalla forma stravagante, borse dai colori accesi, spille e collane fra le più vistose. Nessun libro, naturalmente, e neppure i cari, affidabili peluches.
Oltre che idiota, l’inglese cominciò a sentirsi anche abbastanza stupida, e al diavolo il fatto che i due termini fossero sinonimi.
 
Il suo regalo si trovava quasi alla fine del mucchio. Regalo comprato per mera formalità, s’intendeva, dato che presentarsi ad un ricevimento senza qualcosa in mano sarebbe stato improponibile - e, tuttavia, la ragazza si era scervellata un bel po’ nella scelta dell’acquisto, optando infine per un morbido pupazzo a forma di quegli esseri che l’altra era così convinta esistessero, da qualche parte su una stella.
Era abbastanza grigio, con gli occhi abbastanza grandi e la faccia abbastanza truce per piacerle, aveva stabilito; dimenticando, forse, d’esser stata invitata al compleanno di una ventunenne e non più a quello d’una adolescente un po’ immatura.
Quel periodo di lontananza pareva proprio averle fatto perdere la cognizione del tempo e delle cose.
 
 
Vide Anya, prima tranquillamente seduta su una delle poltroncine disposte attorno al tavolo, alzarsi ed andare vicino a Jackie, sorridendole con il solito fare da bambolina delicata.
Doveva essere arrivato il momento del suo regalo.
 
Rose si sporse in avanti, leggermente, nel tentativo d’intravedere qualcosa al di là di quella barricata d’ospiti in attesa, fingendo scioccamente di chinarsi per recuperare un ipotetico orecchino cadutole a terra.
Riuscì a distinguere soltanto la confezione dell’oggetto, piccola e quadrata, preannunciante un acquisto da gioielleria.
Non nutrì alcun dubbio, in ogni caso, sul fatto che il suo contenuto fosse risultato gradito a colei che l’aveva ricevuto in dono, dal momento che questa non perse tempo a saltare al collo della russa. Né a scoccarle un rapido, raggiante bacio sulle labbra, che tutti i presenti sembrarono leggere come una delle sue solite, eccentriche esternazioni di felicità.
 
Tutti tranne Rose, forse, o lei compresa.
 
Non avrebbe fatto molta differenza, se anche quel gesto non avesse significato nulla.
Sarebbe semplicemente servito a metterle sullo stesso piano: lei che era stata baciata su una barca e la nuova arrivata, accarezzata chissà quanto e chissà quante volte.
 
 
Si rimise in piedi, cercando di non dare nell’occhio, per poi dirigersi verso l’uscita secondaria dell’abitazione, situata lungo il cancello posteriore ed affacciata direttamente sulla spiaggia.
Non era carino, lo sapeva, non era educato abbandonare la festa in quel modo. Ancor più scortese, però, sarebbe stato continuare a sottoporla alla visione di quei siparietti disgustosi, come se la pazienza portata fino ad allora equivalesse ad una serena accettazione.
 
Ne era al corrente, certo, l’aveva previsto. Di scenette irritanti ne aveva già adocchiate parecchie.
Ciò non rendeva anche solo una di esse più sopportabile.
 
 
 
 
 
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Trascorsi pochi minuti da quando era scesa sul lungomare, priva di meta ma determinata ad allontanarsi il più possibile dal luogo del party, realizzò distrattamente d’aver preso a costeggiare la scogliera.
 
 
Non aveva mai amato avventurarsi in quella zona, in cui si rendeva necessario prestare attenzione ad ogni passo compiuto e, talora, anche ad alcuni singhiozzi sommessi e ad ombre inspiegabilmente sfuggenti.
La grotta che aveva tanto temuto fin dall’infanzia, dopotutto, si trovava proprio sotto quelle rocce scoscese: sarebbe stato impensabile pretendere che le sue energie sinistre, in un modo o nell’altro, non arrivassero ad influenzare anche l’ambiente circostante.
Ma, tant’era, in quel momento Rose non si sentiva nella disposizione d’animo più adatta a preoccuparsi di fantasmi, fate, creature acquatiche. Fu quasi con aria di sfida, dunque, che andò ad appollaiarsi proprio sopra uno dei massi più ripidi, benché saldo sul terreno, ignorando il tenue sospiro udito al proprio passaggio e prendendo a guardare fisso davanti a sé, verso il mare notturno che le si offriva alla vista.
 
Andava bene così, in fondo.
Si sentiva sempre più tranquilla e rilassata, quando stava da sola. Da sola o quasi, diciamo in compagnia dei suoi unici veri amici.
… che, comunque sia, al momento sembravano essersi volatilizzati.
 
La ragazza diede un’occhiata furtiva in giro.
No, niente di niente.
Possibile che avesse l’umore così a terra da spingere alla fuga anche coloro che erano sempre stati pronti a consolarla?
 
 
Proprio in quell’istante, oltre il precipizio presente a pochi passi da lei, ebbe l’impressione di scorgere una flebile, impalpabile scintilla.
Di solito, quello era il segnale con cui il suo unicorno era solito annunciarle il proprio arrivo.
 
Accennando un sorriso, si sollevò dalla roccia su cui sedeva, per poi avvicinarsi cautamente al dirupo.
Adesso non vedeva più nulla. Soltanto il buio e qualcosa di simile ad uno sbuffo di nebbia biancastra.
Si mosse ancora in avanti, sempre con estrema prudenza, curvando un po’ il busto verso il fondo del baratro.
 
 
 
-Se provi a buttarti, giuro che sarò io a perseguitare la tua anima in pena fino all’inferno!-
 
 
 
Bastò quella voce, prima ancora dell’eventuale senso di ciò che essa aveva definito, a far saltare Rose in aria.
Fortunatamente, non dentro lo strapiombo.
Si voltò in direzione dell’americana, con gli occhi fuori dalle orbite e l’espressione stravolta.
 
 
-Cosa stai…- cominciò, mentre osservava l’altra correre trafelata verso di lei, agitando il braccio destro per attirare la sua attenzione e, con il sinistro, tenendo stretto un pupazzo dall’aspetto familiare.
Decisamente buffa e molto poco eroica.
 
 
 
-Non devi! È orribile ammazzarsi il giorno del compleanno di qualcuno, senza lasciare nemmeno un biglietto e…-
-Perché mai dovrei volermi suicidare?!- sbottò l’inglese, alterata quasi più per le scarsamente toccanti argomentazioni addotte dall’amica che per il clamoroso fraintendimento delle sue intenzioni.
 
L’altra si fermò a breve distanza da lei, mantenendo un’aria guardinga.
 
-Ma che ne so!- ribatté, con schietta veemenza –Avrai creduto di sentire una sirena chiederti di scendere a farle compagnia e ci sarai cascata come un’imbecille! O la mancanza di scones ti ha dato alla testa e…-
-Jackie…-
-… ah, a proposito, io l’avevo detto d’inserirli nel buffet! Ma Anya mi ha fatto notare che avrebbero potuto causare un brutto malessere a molti invitati… ed io non me la sono sentita di darle torto, per cui…-
-JACKIE!- esclamò Rose, livida in volto a causa degli insulti rivolti ai suoi scones, alla sua salute mentale, ai suoi scones, alla sua dignità d’essere umano ed ai suoi scones.
 
E la cara Anya questa l’avrebbe pagata, oh sì.
Senza alcuna pietà e con gli interessi più salati del mondo.
 
-Non stavo. Cercando. Di uccidermi.- scandì, cercando di darsi un contegno, a dispetto della furia crescente.
L’altra, nel frattempo, miracolosamente zittitasi in reazione all’urlo rivoltole dall’inglese, si era messa ad osservare quest’ultima con una sorta d’incuriosito stupore.
-Per cui…- riprese Rose, incrociando le braccia al petto –… ti prego di lasciarmi in pace e tornartene alla festa. Non hai ragione di temere incidenti che potrebbero compromettere la buona riuscita della serata.- soggiunse, secca, girando un po’ il capo e prendendo ad osservare un punto imprecisato del cielo, come se lo trovasse molto interessante.
Seguirono alcuni attimi di piacevole, soddisfacente silenzio.
 
-Ma…- e ti pareva -… sono tutti impegnati a ballare, non si accorgeranno della mia assenza. Potremmo…-
-Sei così chiassosa che, se te ne andassi, la gente non potrebbe non notarlo. Smettila di fare la cafona e torna dai tuoi ospiti.- replicò l’inglese, adottando quel tono da istitutrice inflessibile che anche soltanto la vista di Jackie era sufficiente a strapparle dalle labbra.
Esitò un momento.
-Se non ti sbrighi, la tua amica non saprà più a chi avvinghiarsi e rischierà di diventare un pericolo pubblico.- aggiunse, con ostentata indifferenza, non riuscendo proprio a mordersi la lingua.
 
 
Silenzio, ancora.
Un po’ più profondo, più rigido di prima.
 
 
-… hai cercato di suicidarti perché eri gelosa?-
 
 
Il suono sincero di quella domanda, genuinamente interrogativa, rischiò di fermarle il cuore prima ancora che il suo significato la facesse impallidire.
 
Si girò di scatto verso la responsabile dell’affermazione assassina, il viso in fiamme e lo sguardo stralunato… che fu però lesto a tingersi d’agitato disappunto, dopo essersi soffermato sull’espressione dell’altra.
Cos’aveva, da fissarla in quel modo?
 
 
-Che… ti salta in mente?!- protestò, balbettando per via dell’imbarazzo, le mani strette a pugno.
 
E avrebbe sicuramente aggiunto qualcosa, ad esempio una considerazione relativa alla possibilità che l’americana si fosse bevuta il cervello assieme ad un sorso di vodka, se soltanto lo stordito disagio provato non l’avesse spinta ad indietreggiare.
Un po’ troppo.
Quando mise il piede sinistro in fallo, non ebbe il tempo di gridare che già si sentì precipitare nel vuoto, senza alcun appiglio a cui aggrapparsi.
 
 
Per l’amor del cielo.
Sarebbe stato il colmo, morire davvero a causa d’una crisi di gelosia.
 
 
Fu quello, l’unico e sciocco pensiero che riuscì a formulare, prima di sentirsi afferrare per le braccia e spingere in avanti, violentemente, quanto bastava per terminare quella tragicomica altalena con la schiena a terra.
 
 
 
-Ahi!- urlò, in risposta alla dolorosa botta incassata.
 
 
Avvertì immediatamente la presenza di Jackie, sopra di sé. Doveva esserle caduta addosso in seguito allo strattone affibbiatole, ma, a giudicare dal tempo trascorso da quando erano finite in quella posizione, non sembrava aver fretta d’alzarsi.
 
In replica al pesante silenzio appena sceso, spezzato soltanto dal respiro affannoso di entrambe, Rose non trovò nulla di meglio da fare che tenere le palpebre serrate, nel timore d’incontrare uno sguardo ostile o di palesare il turbamento del proprio.
Non percependo più il peso degli occhiali sul naso, s’augurò distrattamente che non fossero finiti sul fondo del baratro.
 
 
 
-Sei una cretina.-
 
 
L’americana glielo disse in un sussurro, sottile e molto vicino alle sue labbra, così tanto da convincerla ad aprire gli occhi.
Quando lo fece, quasi si stupì di non intravedere, sul viso di Jackie, un’espressione più dura. Il tono con cui questa le aveva parlato l’era suonato piuttosto inviperito, ma la girandola d’emozioni da cui venne avvolta pareva comprendere, oltre alla rabbia, un soffio d’arrogante compiacimento ed un accenno di tenerezza; pur non comprendendola appieno, a Rose sembrò di sentirvisi sciogliere.
 
-… anche tu.- rispose, con aria di sfida, per bilanciare la fragilità che temeva si stesse impossessando di lei.
Avrebbe avuto bisogno degli occhiali, però, per essere convincente.
 
Jackie sembrò intuire i suoi pensieri, perché allungò un braccio verso l’alto e, nel ritrarlo, eccola stringere in mano il preziosissimo oggetto.
Non glielo restituì subito, ad ogni modo.
Rimase ad osservarlo per qualche secondo, soppesandolo fra le dita con l’aria furbetta di chi stava valutando se usarlo come strumento di ricatto, salvo smetterla dopo aver incrociato l’occhiata minacciosa dell’amica. Fu lei stessa, quindi, a rimetterglielo sul naso, approfittandone per sistemarle alcune ciocche di capelli dietro le orecchie.
Dopodiché, si sollevò col busto senza però spostare le gambe, col risultato di trovarsi seduta a cavalcioni su Rose, in una posa che quest’ultima giudicò piuttosto disdicevole.
 
 
-Sai cos’è…- fece, curvando le labbra in un sorrisetto meditabondo e portandosi le mani ai fianchi, con fare spavaldo -… che trovo assurdo? Il fatto che tu, dopo avermi evitata fin da quando ci siamo riviste, sia arrivata a desiderare di farla finita soltanto per gelosia nei miei confronti.-
 
 
… ok, era chiaro, distoglierla da quella sua delirante convinzione sarebbe stata un’impresa disperata. Memore di tutte le occasioni in cui l’era capitato di scontrarsi con la cocciutaggine dell’altra, Rose rinunciò all’impresa in partenza.
Non poté impedirsi, tuttavia, d’aggrottare la fronte con incredulo scetticismo, nell’apprendere in che modo Jackie avesse interpretato l’impacciato riserbo da lei adottato nei suoi riguardi, quell’estate; forse non l’aveva ritenuto legittimo e comprensibile?
 
Le lanciò un’occhiataccia, rifiutandosi di risponderle.
Provò ad alzarsi da terra, però, in modo da togliersela di dosso: tentativo subito eluso dall’americana, la quale le serrò maggiormente la stretta delle proprie gambe attorno alla vita, bloccandone ogni speranza di fuga e scuotendo il capo in un cenno di diniego, come a suggerirle di non riprovarci.
Ed ebbe pure l’ardire di sorriderle, in quel suo modo odiosamente superbo, la stronza.
 
 
-Trovo assurdo…- ripeté Jackie, prendendo a scrutare con attenzione la ragazza che, beh, sembrava parecchio contenta d’aver incastrato sotto di sé -… che prima tu faccia tanto la schizzinosa, poi passino tre anni ed io ti ritrovi a flirtare in spiaggia con una francese.-
 
 

 
… no, davvero.
 
 
Se Rose non obiettò immediatamente all’esilarante scemenza appena udita, fu soltanto perché troppo impegnata a temere che i suoi occhi avessero assunto la forma di due cappocchie di spillo.
Temere per gli occhi e per quella parola bislacca, suonatale come un’improbabile “schizzinosa”, che non era certa di riuscire a collegare al discorso.
Non ne era certa.
 
 
-… tu hai bisogno di un cervello nuovo, urgentemente.- fu tutto ciò che riuscì a dire, con un filo di voce.
 
 
Non ne era certa ma, seppur inconsapevolmente, se n’era fatta un’idea.
Un’idea dello scenario a cui l’altra aveva potuto riferirsi, un tuffo al cuore nel rievocarlo a se stessa.
“Schizzinosa”.
 
Invocò l’intervento di tutte le divinità a lei note, nella speranza che Jackie non avesse sul serio voluto alludere al bacio rubatole sulla barca o alla sua disorientata titubanza di quel giorno.
Che non avesse voluto spiegare l’atteggiamento beffardamente noncurante da lei assunto, per caso, con la volontà di vendicarsi per l’esitazione ottenuta in risposta al suo primo approccio.
 
Sarebbe anche stato possibile, razionalmente parlando.
Irrazionalmente, l’americana avrebbe fatto meglio a cominciare a correre.
 
 
-Secondo me, invece…- proseguì quella, ignorando o fingendo d’ignorare lo sguardo sconcertato con cui l’inglese aveva preso a fissarla -… sei tu ad aver bisogno di fare un po’ di pulizie, in quella tua testa di granito. C’è troppa polvere!- soggiunse, per poi concedersi qualche istante di silenzio, prima di chinarsi verso la compagna.
Piano, con accortezza, per evitare di pesare su di lei o d’urtarla involontariamente, fino a sfiorarle la fronte con la propria. E, come l’altra ebbe modo di dedurre dal sorrisetto beato che si vide rivolgere, di godere dell’imbarazzo suscitatole.
 
Tuttavia, un secondo prima che Rose si risolvesse a sollevare una qualche obiezione, la boria dell’americana parve attenuarsi di colpo, forse inconsciamente, traducendosi in qualcosa di più simile ad un dolce e nostalgico broncio da bambina.
 
 
-Dovresti sbrigarti, a capirlo…- fece Jackie, in un sussurro insolente e timido al tempo stesso -… che, per quanto io possa non rispecchiare i tuoi… canoni estetici del cavolo…- un ghigno ironico, un po’ amaro -… sarei il cavaliere perfetto, per te.-
 
 
Lì per lì, il primo impulso di Rose fu di chiedersi se davvero l’altra si fosse legata al dito le sue proteste infantili, risalenti all’epoca in cui giocavano alla principessa e all’eroe che la traeva in salvo.
Aveva usato perfino le sue stesse parole, assunto lo stesso sguardo contrariato d’allora.
 
Ciononostante, quell’ipotesi le suonò così inverosimile che non riuscì a soffermarvisi più di tanto, considerato anche il notevole dispendio d’energie impiegato nell’afferrare il concetto dell’osservazione udita.
Singolare, sì. Parlare di dame e cavalieri, come se fossero ancora due bambine.
Non era certo un principe o qualcosa che gli assomigliasse ciò che Rose aveva cercato, né ciò che avrebbe ottenuto.
Fin dai tempi delle favole, delle grotte e degli alieni, quella ragazzina un po’ maschiaccio ed un po’ donna era sempre stata l’unica a cui avrebbe calato la treccia dalla cima di una torre.
 
 
-Non è…- mormorò, senza distogliere lo sguardo da quello dell’americana, un po’ per principio ed un po’ perché troppo frastornata da tutta quella vorticosa ondata d’emozioni, per farlo -… facilissimo, dire… “toh, mi piace una ragazza”.- asserì, lentamente.
 
 
… non era facilissimo, ma sembrava lo fosse comunque di più rispetto alla macchinosa necessità d’attivare un barlume di buonsenso, prima di parlare.
 
Quando si rese conto di ciò che aveva detto, infatti, arrossì all’istante. E si sarebbe anche fiondata su qualche commento acido, capace d’inasprire quella sottospecie di dichiarazione estortale dalla bocca, se soltanto l’altra non le avesse risposto con uno sguardo curiosamente serio, attento.
Poco da lei, in realtà, e Rose ne fu così spiazzata da non riuscire a muoversi o ad opporsi, quando sentì il capo di Jackie scenderle lungo il collo. Né quando avvertì la sua bocca cominciare ad accarezzarglielo, con un’irruente prepotenza che, al contrario, le si addiceva perfettamente.
 
Ebbe l’impressione che avesse evitato apposta di baciarla sulle labbra. Perché più interessata alla sua scollatura, magari, da pervertita quale era, o perché irragionevolmente timorosa di vedersi respingere una seconda volta.
Paura, questa, che parve invece non scalfirla, quando s’arrischiò a far scivolare l’indice oltre il corpetto di stoffa celeste dell’inglese - la quale, in effetti, non protestò. Non perché si sentisse a proprio agio o fosse preparata ad un contatto più intimo. Semplicemente, non voleva che Jackie scambiasse la sua reticenza con avversione o disgusto.
Non voleva nemmeno che si fermasse.
 
Lasciò, dunque, che l’altra le scoprisse il seno, con uno strattone assai poco delicato che, tuttavia, non la fece sussultare più della consapevolezza d’avere un paio di sfacciati occhi azzurri fissi su di sé.
Sfacciati, un po’ troppo. Fu quasi sul punto di sottolineare come non vi fosse nulla da guardare, quando Jackie sostituì, alla loro morbosa attenzione, quella ben più tangibile e calda della sua lingua.
L’inglese strinse le labbra, nel testardo tentativo di soffocare ogni sospiro.
Erano affamati, irrispettosamente languidi, giocosi come i morsi ingenui d’un gatto, i tanti piccoli baci con cui l’altra prese ad assaggiarle la pelle; vezzeggiandola, succhiandola, divertendosi a leccarle i capezzoli con estenuante lentezza. E provando un’evidente soddisfazione, tanto nel gustarne il sapore quanto nello strapparle quei gemiti soffusi, impossibili da zittire.
 
 
Rose, dal canto proprio, rivolse lo sguardo al cielo.
Nella speranza di non incontrare quello della compagna, forse, o di disperdere fino alle stelle le sensazioni provate.
Non udiva più un sibilo, non scorgeva più un’ombra deforme, tutt’attorno. Non un rumore molesto proveniente dalle abitazioni costruite al di là della scogliera, neppure il sussurro d’una fata.
Il silenzio, soltanto, e qualche dolce mugolìo.
 
 
 
-Non deve mica… piacerti “una ragazza”.- fece Jackie, tutt’a un tratto, ponendo termine a quella brezza di stordita eccitazione.
 
 
Rose se ne sarebbe dispiaciuta – e si sarebbe rifiutata d’ammetterlo - se il suo interesse non fosse stato catturato sia dal tono sia dal senso dell’obiezione rivoltale. Interesse che la spinse a sollevare leggermente il capo, quanto bastava per ricercare il viso dell’americana, temendo di cogliervi ulteriori e disarmanti provocazioni.
Così non fu e, al contrario, l’inglese si sentì in diritto d’interpretare come una piccola rivincita il colorito roseo assunto dalle gote dell’altra.
 
 
-Jackie… ?- domandò, confusa.
-Né “una ragazza”…- ripeté l’altra, inarcando le sopracciglia in un’espressione da bambina supponente -… né “le ragazze”. Devo piacerti io, soltanto.- soggiunse, con altezzosa determinazione.
 
 
Rose la scrutò, a lungo.
La scrutò a lungo, basita.
La scrutò a lungo, basita, in silenzio.
 
 
 
-… ok.-
 
 
 
Jackie sorrise, allegra.
E Rose si chiese se non le fosse sfuggito qualche passaggio fondamentale.
 
Sì, beh, sarebbe stata davvero un idiota ad arrovellarsi tanto su una faccenda di così semplice soluzione.
 
 
-Bene!- fece l’americana, ridacchiando vivacemente, senza accorgersi affatto del disorientato stupore ben leggibile sul volto dell’altra –Sarebbe un problema, se dovessi cominciare a farti corteggiare da qualche altra francese!- concluse, un po’ velenosa, per poi risistemare il vestito di Rose, con la disinvolta naturalezza che avrebbe usato nel rivestire una bambola.
Fatto ciò, le si riadagiò addosso, accucciandosi con la testa sul suo seno e chiudendo gli occhi, come se volesse addormentarsi lì.
 
Tale inconcepibile proposito bastò a ridestare la coscienza dell’inglese, decisamente frastornata da quello che le era sembrato… un accordo?
 
 
-Che fai?!- strepitò, scuotendola per le spalle –Non possiamo attardarci qui, la tua festa è ancora in corso e…-
-Non m’importa della festa.- tagliò corto Jackie, senza spostarsi d’un millimetro.
-Oh, certo!- esclamò l’altra, nervosa –Tanto ci devi tornare tu, in Russia. Fatti tuoi se preferisci comportarti da maleducata con le persone che dovrai vedere ogni giorno per ancora…- e qui s’interruppe, un po’ per cercare di ricacciare giù il cuore risalitole in gola ed un po’ per via della mano dell’amica, giunta a tapparle la bocca.
 
Si ritrovò a ricambiare uno sguardo inappropriatamente rilassato, senza capire.
 
 
-Non devo più tornare in Russia. Ho già raccolto tutte le informazioni necessarie.- spiegò Jackie, lasciandola di nuovo libera di parlare.
 
Rose strabuzzò gli occhi, per vari motivi.
 
-Fai sul serio parte della CIA… ?- era il primo di essi, il meno importante, a cui l’altra non rispose.
Poi, l’interrogativo fondamentale.
-… e quando avevi intenzione di… dirmi che non saresti…- eccolo, proprio quello.
A che scopo… ?
 
 
-Oh, beh…- e qui un sorrisetto furbo -... aspettavo il momento giusto, per farti una sorpresa!-
 
 
 
 
 
Era un po’ così, il rapporto fra lei e Jackie.
Costantemente in bilico fra un bacio ed uno schiaffo, come quello che, sul momento, Rose non esitò a sferrare all’amica.
 
Una cosa era sicura, ad ogni modo.
Né i baci né gli schiaffi, quelli a cui le due ricorrevano per sopperire alla loro incapacità di dialogare, sarebbero mai stati elargiti a qualcun altro.
Non erano certo cose da concedere a chiunque.
 
 
 
 
 
 
   
 
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