L'hotel Infestato

di AlsoSprachVelociraptor
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Il suono di quella chitarra che aveva creduto persa risuonava in tutto l’edificio, ma a nessuno sembrava dare più fastidio che a Abby.

Forse perchè, a differenza di tutti gli altri, ricordava quella melodia quando era stata inventata, quasi quarant’anni prima in un garage a Londra.

Passò silenziosamente davanti alla porta semi-chiusa dei suoi tre figli e notò che si erano addormentati tutti col sorriso.

Era la canzone che Kenneth cantava a Alfie e Charley per farli addormentare, quando le tempeste risuonavano fuori dagli spessi muri dell’albergo e i bambini avevano paura ed erano tristi e soli  e spaventati, perchè la loro mamma negligente li aveva trascinati su un’isola nel mare del Nord che loro non conoscevano, li aveva resi soli e sperduti senza dare loro nessuna via da seguire, e Kenny era l’unico che pensava a loro.

Abby si malediva tutti i giorni perchè no, non era stata una buona madre.

Non era stata una buona donna, né tantomeno una buona moglie. Kenneth ancora glielo stava rinfacciando con quella canzone, ne era sicura.

Uscì dalla stanza stringendosi la vestaglia al petto, non spaventata dallo svegliare Rob. Era ubriaco e nemmeno un proiettile nello stomaco l’avrebbe svegliato. Ogni tanto ci pensava, ma…

I ragazzi dormivano, i marinai non erano potuti uscire quella notte a causa della mareggiata portata dalla marea dell’Atlantico.

Sotto la porta di Richmond non vedeva nessuna luce. O stava dormendo o era fuori, sinceramente non le importava. Lo voleva solo fuori dalla sua vita e da tutte quelle dei suoi familiari, soprattutto di Jo.

Lui la stava controllando, lo sapeva.

Quel giorno era tornata con un vestito vittoriano e i capelli liberi sulla sua schiena, come mai aveva avuto. Di solito li teneva chiusi in una treccia, che si stringeva tra le dita con nervosismo. Stava diventando libera, indipendente, sicura di sé… no. Non stava migliorando. Se si fosse presa delle libertà, il mare avrebbe preso anche lei.

Il mare la voleva, fin da appena nata.

Ricordava il suo parto: lampi e tempeste su Ronansay, il dolore che sembrava eterno, anche peggiore di quello che le portò Alfie che era un bambino grosso e pesante e lei era giovane, mingherlina ed era il suo primo figlio. I tuoni risuonavano più rumorosi delle sue grida di dolore e il mare si stava facendo strada tra le vie della cittadina dopo quell’alluvione mai vista, reclamando la preda che non era riuscito a prendersi.

Hai preso Kenneth, perchè non ti accontenti?

Richmond stava portando Jo verso il mare, Richmond era malvagio e probabilmente c’entrava qualcosa con Kenny, perchè era sicura che l’anima che vagava ancora in quei corridoi fosse la sua.

Doveva. Non potevano essere solo sue allucinazioni. Non erano allucinazioni, la temperatura dell’hotel così bassa non era un’allucinazione, quella chitarra non era un’allucinazione...

Il suono proveniva dalla fine del corridoio principale dell’hotel. Dopo aver passato l’angolo del bagno degli uomini, prima della scalinata in legno cigolante che conduceva al piano inferiore e quella che discendeva verso la cantina.

Lui era lì, ma ora c’era davvero. Non una sagoma indefinita persa nell’oscurità, non un flebile sussurro nell’aria gelida. Accasciato sul primo gradino delle scale che portavano al piano superiore, le sue dita delicate sulle corde della chitarra che suonava bene come aveva sempre fatto, senza dare importanza alle lunghe ciocche color mogano che cadevano sul suo viso dai tratti duri ma dall’espressione docile e gentile.

Kenneth Marsh, bello e imponente come diciotto anni prima.

E morto.





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