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di Directioner4ever04
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Il sobillo di un bicchiere lanciato in aria, precede il frantumarsi del vetro contro la parete ridipinta qualche settimana prima; la consapevolezza che il giorno seguente si sarebbe pentito amaramente di quel gesto dettato dalla rabbia iniziava ad attanagliarle lo stomaco.

Si alterava maggiormente quando notava i grossi lacrimoni che le squarciavano le guance, causati, tanto per cambiare, dal suo essere un cumulo di rabbia repressa pronto a esplodere alla più frivola piccolezza.

Quella era una di quelle solite sere in cui la quiete del giorno dava spazio alla tempesta che, prontamente, era evocata da lui la sera stessa; troppo orgoglioso per concluderla lì, troppo codardo per andarsene via e lasciarle un attimo di respiro nella sua vita tormentata.

Il sole che era solito campeggiarle sulle labbra si era spento da tempo lasciando il posto ad un’espressione neutra, una smorfia anziché il suo invidiabile sorriso.

Qualche mese prima, quando lei aveva finalmente cercato di mettere un punto tra loro due, il campanello della porta aveva sgretolato completamente le sue già fragili sicurezze. Se lo era ritrovato con i piedi sullo zerbino e un'espressione da cane bastonato sul viso, con tanto di lacrime. Le aveva chiesto “Posso entrare?” e lei, come sempre impotente quando si trattava di lui, lo aveva fatto entrare in casa: la stessa casa che per quasi un anno avevano condiviso ogni giorno della loro vita. Si era seduto sul divano di pelle, la testa tra le mani, il cuore quasi fuori dal petto. Erano trascorsi diversi minuti interminabili di silenzio tra i respiri profondi del ragazzo e il leggero ronzio che proveniva dalla televisione in cucina. Lei non si era seduta, aveva il terrore di stargli vicino più del dovuto, soprattutto dopo la sera del 22 di due mesi fa.

“Non ce la faccio più in questa situazione. Non hai idea di quanto mi possa dispiacere. Ho iniziato la terapia dopo quella sera” le aveva raccontato dopo un po’ di tempo.

Ora che ci pensa, ricorda bene che quella sera avevano parlato molto della situazione critica che si era creata tra lei e il ragazzo ora di fronte ai suoi occhi; ora che ci pensa meglio però il pentimento non faceva altro che opprimerle il petto, otturarle i pensieri, riempirle il cuore di paura, tristezza. Mentre era lì in piedi con le mani nelle orecchie e le sue urla ovattate, lei si pentiva di avergli risposto con un “si” alla sua domanda di riprovaci. Si pentiva di aver pensato anche solo per un istante che le cose sarebbero cambiate per il meglio.





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