Frammenti

di DontMindMe
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Sherlock Holmes bagnò il suo fazzoletto e cercò di cancellare le macchie di terra e sangue dal volto. Spolverò la giacca e il pantalone, ravviò la cravatta di seta. Aveva perso un bottone del panciotto e lo constatò sbuffando con disappunto, poi passò le mani sotto l’acqua e fra i capelli, nel vano tentativo di domarli. Non riuscì a cancellare del tutto i segni della lotta ma poteva comunque riuscire a passare inosservato tra la folla. 
Uscì dalla sala da bagno del teatro e guardò l’ora sul suo orologio da taschino: venticinque minuti di ritardo.
Cercò di forzarsi a non correre alla ricerca del palco che aveva riservato per “La Traviata” ma il suo passo era comunque nervoso, veloce, e le mani gli tremavano mentre cercava di accendere la sua pipa di trinciato forte.
Numero 221, infine.
Aprì le tende e lui era già lì seduto, da solo: il dottor John Watson.
“Buonasera dottore.” sussurrò, contenendo un sorriso.
“Holmes, finalmente.” lo salutò l’altro, alzandosi e porgendogli la mano. Lui la strinse fra le proprie, per qualche lungo momento. “Credevo non sarebbe più arrivato. Cos’è successo?”
La prova decisiva, la corsa degli Irregolari, il telegramma, l’uomo dai folti favoriti e gli occhi di ghiaccio, il diadema rubato, l’inseguimento, Lestrade, il colpo di pistola. Troppo da raccontare, troppo poco tempo da passare insieme.
“Un banale contrattempo, Watson. Ma mi dica, dov’è la sua signora?” 
“Mary… aveva promesso alla nostra vicina di casa di accompagnarla ad una riunione in Chiesa. Si scusa e le porge i suoi più sinceri saluti.” bisbigliò velocemente. Holmes si accomodò nel posto al suo fianco, diede un tiro alla sua pipa e si sporse appena per parlargli all’orecchio.
“... e questa è una balla inventata da lei o da Mary?” domandò.
“Da me, ovviamente.” rispose l’altro con un sorriso.




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