Century Child - I. Innocence

di Lady Vibeke
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** PROLOGO ***
Capitolo 2: *** Figlia del Nulla ***
Capitolo 3: *** La Lega ***
Capitolo 4: *** La Città-Gioiello ***
Capitolo 5: *** Ritorno Al Mondo ***
Capitolo 6: *** Incontri ***
Capitolo 7: *** Persefone ***
Capitolo 8: *** Piani Nell'Ombra ***
Capitolo 9: *** Tre Gocce Di Belladonna ***
Capitolo 10: *** Ritratto Di Famiglia ***
Capitolo 11: *** Frittelle E Sidro Di Mele ***
Capitolo 12: *** La Fonte Della Vita ***
Capitolo 13: *** Briciole ***
Capitolo 14: *** La Dama Del Cavaliere Nero ***
Capitolo 15: *** Una Lacrima Dal Cielo ***
Capitolo 16: *** La Casa Nell'Albero ***
Capitolo 17: *** Scheletri e Fantasmi ***
Capitolo 18: *** L'Altro Segreto di Lucius ***
Capitolo 19: *** Tra Incubo e Realtà ***
Capitolo 20: *** Al Calare Delle Tenebre ***
Capitolo 21: *** Fiori di Serra ***
Capitolo 22: *** L'Anello Mancante ***
Capitolo 23: *** Imprevisti ***
Capitolo 24: *** Shar Caras ***
Capitolo 25: *** Verità ***
Capitolo 26: *** Ritorno Al Passato ***
Capitolo 27: *** Tutto Ciò Che Resta ***
Capitolo 28: *** Dalle Ceneri ***
Capitolo 29: *** Con la Spada e con il Sangue ***



Capitolo 1
*** PROLOGO ***


I'm searching for answers
Not questioned before
The curse of awareness
There's no peace of mind
As your true colours show
A dangerous sign
It’s in your eyes

- A Dangerous Mind, Within Temptation -







 

 

 

 

PROLOGO

 

 

 

 

 

Somerge era un piccolo borgo all’estremo sud-est della Terra di Asante i cui abitanti, abituati alla serena tranquillità della vita campagnola, poco avrebbero gradito la presenza della alta sagoma nera che, le mani affondate in tasca, si aggirava indisturbata per le stradine del paese, fischiettando un motivetto sommesso nella caliginosa foschia notturna.

Non c’era nulla di strano in un ragazzo che camminava facendosi i fatti suoi, non fosse stato che il ragazzo in questione, oltre a un lungo pastrano di pelle – roba da loschi criminali, secondo l’opinione popolare – che contrastava vistosamente con il pallore del suo incarnato, sfoggiasse anche, e con un certo orgoglio, una lunga coda di capelli neri come la pece e una piccola zanna appuntita che gli pendeva all’orecchio sinistro. Il suo aspetto sarebbe parso bizzarro e vagamente minaccioso nelle maggiori città delle Sette Terre, figurarsi cosa ne avrebbero detto in un minuscolo villaggio come quello.

Un grosso corvo nero lo seguiva fedelmente, svolazzando da un davanzale all’altro, da un lampione all’altro, senza perderlo mai di vista. Di tanto in tanto, sfiorato dalla sua ombra che lo sorvolava, Lucius sollevava lo sguardo con un sorriso sbilenco, come per fargli capire che non si era scordato di lui, e poi lo riabbassava, proseguendo come nulla fosse.

Una volta sola Rok gli aveva risposto con una gracchiata di rimprovero, che era riuscita a strappargli una breve risata sommessa.

Se non fossero stati tutti addormentati nei loro letti, i benpensanti che abitavano le casupole in pietra che fiancheggiavano la stradina lastricata probabilmente lo avrebbero additato con orrore e accusato di essere un mercenario in cerca di rarità da rubare, o qualcosa di analogo. D’altronde non si sarebbero poi nemmeno sbagliati di molto. Una volta, mentre visitava in incognito una cittadina nelle terre degli umani, era stato apostrofato come figlio del demonio e aveva sorriso, interrogandosi su quale sarebbe potuta essere la reazione di quella gente nello scoprire che, in effetti, era lui stesso un demone.

Creature affascinanti, gli umani.

Le leggende sovrannaturali che sembravano tanto intrigarli, in fondo, erano nate così: qualcuno  aveva raccontato una storia – più o meno vera che fosse – e quella storia aveva viaggiato di bocca in bocca, acquisendo ogni volta nuovi particolari e finendo così per affermarsi tra le credenze popolari. Bastava un nonnulla, a volte, e la superstizione e il fanatismo facevano il resto. Alcuni ci credevano davvero, altri le ritenevano solo sciocche favole per bambini, ma quasi nessuno aveva una vera e propria idea di dove poggiassero le fondamenta di certe storie. C’era chi incontrava un demone o un angelo per strada, o in una taverna, e nemmeno se ne rendeva conto. Certo, era raro che qualcuno degli Occulti decidesse di fare spontaneamente visita alle zone di insediamenti umani al di là dell’oceano; quando capitava, si trattava per lo più di ricognizioni di qualche membro della Lega che andava ad assicurarsi che tutto fosse sotto controllo.

Senza saperlo, gli umani fantasticavano da sempre sul Mondo Occulto, congetturando di strabilianti poteri magici e guerre millenarie tra Bene e Male. Su alcune cose avevano avuto delle giuste intuizioni, su molte altre si sarebbero sbagliati di grosso fino alla fine dei loro giorni.

Pochi di loro – o più probabilmente nessuno – avrebbero creduto che quell’affascinante giovane che spesso appariva – come dal nulla – dalle loro parti fosse un demone di quarantasette anni in cerca di svago. A tutti gli effetti, la sola cosa che distinguesse Lucius da un comune mortale erano dei poteri sovrumani e una vita nettamente più longeva, più del doppio rispetto a quella media degli umani, che si aggirava attorno a sessanta miseri anni.

Molto volte Lucius, nel suo vagabondare, si era conquistato un’occhiatina di apprezzamento da parte di qualche fanciulla umana incrociata per strada, oppure aveva rimesso al suo posto qualche ubriacone molesto in vena di risse, e nessuno aveva mai sospettato niente. Gli piaceva stare in mezzo agli umani: avevano un modo del tutto diverso di vedere le cose, di abitare il mondo. Spesso si dimostravano ingenui, a volte anche patetici, ma nessuna era perfetto.

Di per sé, era sempre stato uno di poche pretese, ma soprattutto, e orgogliosamente, un inguaribile romantico. Amava le lunghe passeggiate notturne, sentirsi il cielo sopra la testa che contava i suoi passi mentre il buon profumo di freddo gli riempiva i polmoni. Riusciva persino a commuoversi di fronte alle gocce di rugiada che imperlavano le ragnatele sui cespugli di more nei boschi.

Nella sua pur giovane vita ne aveva viste di tutti i colori – e per lo più si era trattato di colori macabri e cupi, sporchi di crimini che preferiva non ricordare – ma non aveva mai perso la capacità di stupirsi e meravigliarsi davanti alla bellezza delle cose.

La Madre era come un immenso scrigno che custodiva tesori che la maggior parte delle creature che la abitavano non sarebbero mai state in grado di vedere veramente. Gli umani era troppo occupati a inventarsi nuovi modi per complicarsi l’esistenza e nuocere sempre più gravemente al ventre terreno che aveva donato loro la vita; le razze degli Occulti – angeli o demoni che fossero – erano invece divise tra coloro che lottavano quotidianamente per riparare ai danni causati dagli esseri umani, coloro che non se ne curavano minimamente e, ancora, coloro che procuravano danni persino peggiori.

Lui apparteneva attualmente alla prima categoria, e tuttavia non si era mai privato del sottile piacere di godersi un bosco in autunno, o un lungomare accarezzato dalle sfumature violacee di un crepuscolo, o semplicemente sedersi su un muretto a osservare la frenesia quasi ridicola delle grandi città, con i loro mercati, le osterie, le fiere per la vendemmia e il raccolto. Sotto certi punti di vista, gli umani rappresentavano un gigantesco, affascinante mistero, per lui.

La suola spessa dei pesanti stivali calpestava senza quasi fare rumore il lastricato umido, uno specchio sfocato che rifletteva fiocamente le luci gialle dei lampioni e delle lanterne delle abitazioni e la volta scura del cielo nuvoloso. L’odore intenso di pioggia che impregnava l’aria lasciava presagire un temporale imminente.

Non c’era anima viva, in giro.

Sporadicamente, in lontananza, si potevano udire i richiami acuti di qualche animale selvatico trasportati dal vento che serpeggiava tra gli alberi come una carezza incorporea, ma a parte quello, il silenzio era il sovrano incontrastato della notte.

La via principale aveva inizio nella piazzetta del Tempio, nel cuore del paese, e da lì scendeva gradualmente nel centro abitato, conducendo direttamente nell’aperta campagna, trasformandosi via via in un serpente di terra battuta che si perdeva tra i meandri del territorio.

La solennità della colline addormentate ricreava un’atmosfera lugubre, abbracciando ogni cosa in una fitta coltre di ombre nebbiose, e la valle, cullata dallo scorrere pigro del fiume, era immersa nella sua stessa tranquillità, racchiusa tra soffici mura verdi e scure.

La bruma dei boschi era densa e odorava intensamente di ghiaccio. L’inverno non era la stagione più adatta per godersi quella zona, soprattutto di notte, ma a Lucius non importava più di tanto.

I climi rigidi gli facevano tornare i mente luoghi e persone distanti ma a lui molto cari e di cui spesso, pur non rimanendone mai lontano molto a lungo, sentiva una mancanza fin troppo dolorosa.

Casa è dove lasci il cuore.

Chiuse gli occhi per un momento per scacciare quei pensieri. Non era il momento di perdersi nella nostalgia.

La  zona sembrava deserta, placida e quieta sotto a un cielo livido e gonfio di pioggia. A parte un frullio d’ali echeggiante nella lontananza, se c’era qualche rumore da sentire, il vento freddo lo copriva.

Appena uscito dalla fitta vegetazione del boschetto ai piedi della cittadina, Lucius si ritrovò a fronteggiare il pendio roccioso che si stagliava come una torre nel mezzo della pianura: la ripida parete, ricoperta di arbusti selvatici e sterpaglie, saliva in un profilo discontinuo fino alla cima, quella notte completamente inghiottita da basse nuvole fumose. Era lassù che si trovava: la Corte, dimora e quartier generale della più grande organizzazione criminale del Mondo Occulto, e forse dell’intero pianeta.

Appariva agli occhi degli abitanti delle campagne circostanti come un vecchio rudere in rovina e i sigilli che lo proteggevano facevano sì che a nessuno potesse anche solo venire il mente di tentare di avventurarsi fin lassù. La mancanza totale di vie d’accesso tra le rocce scoscese e di nascondigli, inoltre, scoraggiava qualunque potenziale scocciatore dal tentare di avvicinarsi. Non che non ci fossero altri modi meno scontati di passare inosservati: semplicemente, nessuno che sapesse cosa l’aspettava, lassù, era così stolto da voler capitare nei pressi della Corte di Ganus Desmond.

Lucius, in ogni caso, non si considerava un qualunque potenziale scocciatore: più di una volta, in passato, gli era capitato di varcare i confini di quel luoghi, e quel poco che aveva avuto modo di vedere gli era bastato per una vita intera.

C’era un detto che da secoli circolava su quel luogo: se riuscivi a entrare alla Corte, o ne uscivi che non eri più lo stesso, o non ne uscivi affatto.

Si fermò in mezzo al sentiero, restando in ascolto: il silenzio era tanto e tale da essere inquietante.

Molte volte gli era capitato di perlustrare quell’area, per dovere o per piacere personale, ma mai aveva trovato quella calma surreale. I suoi sensi non percepivano altro che inquietante immobilità.

Qualcosa non andava.

I suoi occhi vagarono ovunque alla ricerca di qualche segno, di qualcosa di anomalo, senza trovare alcunché di sospetto. Se voleva vedere oltre le nubi, doveva avvicinarsi di più.

Con un balzo deciso atterrò su una sporgenza di roccia e con un secondo giunse fin sopra lo spiazzo erboso che circondava la Corte. Non accadde nulla.

Erano anni che non si avvicinava tanto al confine segnato da potenti sigilli attorno al perimetro del maniero. Normalmente, un intruso avrebbe risentito degli influssi del sortilegio difensivo già ai piedi della rupe. Se lui era giunto fin lì, ci doveva sicuramente essere da preoccuparsi. Si sollevò lentamente in piedi, scrutandosi intorno con circospezione attraverso i densi banchi di nebbia, il fruscio delle ali di Rok alle sue spalle. Non un rumore, non una voce, non un sussurro. Risoluto, protese una mano verso il cielo e chiamò a sé il soffio del vento, il quale in pochi secondi, vorticando attorno a lui e per tutta la vetta, spazzò via le nuvole, spalancandogli davanti una visuale perfetta sotto ai raggi lunari. Quello che Lucius si ritrovò di fronte, però, non era ciò che si era aspettato.

Rimase a bocca aperta.

Dove una volta c’era stato il maestoso castello antico, ora non restavano che ruderi e macerie, spazzate da deboli aliti di vento: enormi blocchi di pietra scura ricoperta di muschio giacevano sul prato attorno a un esile scheletro di arcate e scalinate, uniche parti superstiti dell’intera, gigantesca struttura. Era come se il castello fosse stato assediato e distrutto da interi eserciti. Un intenso odore di morte incombeva su quello spettacolo raggelante.

Ferro, acqua, e vita evaporata.

Lucius sapeva che da una parte avrebbe dovuto esultare: in secoli di storia, nessuno era mai riuscito a distruggere o anche solo intaccare quella fortezza, custode di orrori e crudeltà che la maggior parte della gente non avrebbe nemmeno potuto immaginare, ma proprio qui si presentava il rovescio della medaglia: chi poteva mai essere tanto potente da radere al suolo uno dei siti più inviolabili che fossero mai esistiti?

Rabbrividì. Decise che si sarebbe curato in un secondo momento dei come e dei chi, e soprattutto dei perché.

Si avvicinò con cautela al cumulo di macerie. Sotto al manto di velluto grigio scuro della notte, tutto era immobile, prigioniero di una stasi che faceva ghiacciare il sangue nelle vene. Qualcosa di terribile si era consumato lassù, non molte ore prima.

Si avvicinò ancora e studiò meglio la situazione: nel buio denso riuscì a individuare corpi privi di vita scacchiati tra i macigni, orbite rovesciate in un’agonia sgomenta. Era accaduto tutto all’improvviso, intuì. Erano stati colti tutti di sorpresa.

Chissà se Desmond si trovava là in mezzo, sepolto assieme ai suoi, o se invece aveva scampato la tragedia, in qualche modo.

Lucius si disse che l’ipotesi più probabile era la seconda: i peggiori erano i più duri a morire e Desmond trascorreva lunghi periodi lontano dalla sua Corte, per controllare da vicino le cellule della sua congrega o alla ricerca di fonti di potere da fare proprie, a qualunque prezzo, con qualunque mezzo. Era fortemente probabile che nemmeno fosse a conoscenza dell’accaduto, e, in quel caso, avrebbe fatto meglio ad avvertire immediatamente il quartier generale. Non era nemmeno prudente rimanere lì da solo, senza rinforzi.

Stava per girare sui tacchi e tornare da dov’era venuto, quando qualcosa attirò la sua attenzione: alla luce improvvisa di un lampo, distinse una grossa macchia rossa sul bianco opaco di una lastra di marmo.

Osservò meglio: adagiato a peso morto sulla pietra c’era un corpo, ricoperto di polvere e sangue. Sembrava molto giovane – una ragazza – ed era senza dubbio un demone, anche se Lucius non aveva mai visto nessuno come lei.

Si accostò con cautela e si inginocchiò. I lunghissimi capelli, sparsi tutt’intorno a lei, erano di un colore innaturale, un rosso intenso e vivo, identico a quello del sangue che le rigava il viso e le mani e le impregnava i vestiti: la macchia rossa che aveva attirato la sua attenzione. Era pallida, così pallida da non lasciare dubbi se potesse essere ancora viva. Aveva gli occhi aperti, sbarrati, colmi di un’emozione violenta che Lucius non riuscì a distinguere. Erano grandi, a mandorla, anch’essi di una tonalità innaturale, verdi e luminosi, eppure inspiegabilmente adombrati. C’era qualcosa di umano nel dolore che riflettevano.

Con tutti quei cadaveri, pensò, i Liberatori avrebbero avuto un gran bel daffare, non appena la Lega fosse stata informata dell’accaduto.

Mosso a pietà, si avvicinò, chinandosi per chiuderle le palpebre, quando all’improvviso una goccia di pioggia cadde sul viso cereo della ragazza e lo solcò lenta, tingendosi di rosso mentre le moriva sulle labbra. Fu allora che si accorse della debolissima condensa di vapore che si sollevava dalla sua bocca. Sussultò, sorpreso: era viva, allora. Le appoggiò due dita sulla giugulare e la osservò con più attenzione: era gelida e immobile, ma il suo cuore, seppur quasi impercettibilmente, batteva ancora.

– Mi senti? – le disse, scostandole una ciocca di capelli dal viso incrostato di sangue. Lei non rispose né si mosse, ma nel suo sguardo si accese qualcosa. Nervoso, Lucius si accertò che non avesse ferite particolarmente gravi o ossa rotte, poi la sollevò delicatamente tra le proprie braccia. Era esile, leggera. Non era il tipo da fidarsi senza sospetti di una situazione così singolare, a maggior ragione visto il luogo in cui si trovava, ma la purezza – l’innocenza – che scorgeva sul volto di quella giovane lo convinsero che portarla in salvo fosse la cosa giusta da fare.

Stava per rialzarsi in piedi, quando all’improvviso si vide comparire la punta di una lama affilata al di sotto del mento.

– Fossi in te la lascerei dov’è – disse una voce roca e profonda.

Lucius sollevò lentamente la testa: sopra di lui torreggiava una figura scura e massiccia, un uomo che vestiva insegne mai viste lo fissava calmo ma minaccioso, il volto pesantemente sfigurato da bianche cicatrici. Una gli attraversava obliquamente l’occhio destro, di un azzurro lattiginoso e vitreo, privo di pupilla.

– Non cercare di fare l’eroe per salvare una vita già segnata. Lascia la ragazza e vattene, è un consiglio da amico. –

Chiunque egli fosse, sembrava avere intenzioni tutt’altro che amichevoli.

– Vi ringrazio per il consiglio, amico, ma non mi sembrate un tipo affidabile – un piccolo sogghigno ironico. – Con permesso. –

Fece di nuovo per alzarsi, ma l’uomo gli puntò la lama dritta nella carne, lacerando superficialmente la pelle.

– Non osare muovere un altro passo! – tuonò l’uomo. – Non ti voglio uccidere, la tua vita non mi interessa. Dammi la ragazza, o sarò costretto a usare la forza, e, credimi, non ti piacerà. –

La mano sinistra di Lucius, nascosta alla vista dello sconosciuto, si mosse lesta fino all’elsa della spada che portava legata alla cinta. Le dita scivolarono sul metallo intarsiato, afferrandolo saldamente.

– Credo che sarà uno spiacevole scontro per entrambi, allora. –

Con uno scatto rapido, lasciò la ragazza e si sollevò in piedi, sguainando la spada.

Approfittò dell’istante di smarrimento dell’uomo per affondare contro di lui, ma questo si riebbe immediatamente e schivò con agilità, affondando poi a sua volta. Lucius balzò di lato e parò all’ultimo momento. Aveva scampato per un soffio un colpo che lo avrebbe ferito molto seriamente al fianco.

Stava iniziando a piovere, per di più. Il terreno si sarebbe fatto presto fangoso e sdrucciolevole e combattere sotto all’acqua non era la cosa più semplice, con un’innocente priva di sensi alle spalle da proteggere. Non doveva rispondere solo ai colpi rivolti a lui: il suo avversario stava facendo di tutto per riuscire ad allontanarlo dalla ragazza ed avere campo libero su di lei, ma Lucius non glielo avrebbe permesso. Solo si chiedeva quanto avrebbe resistito. Avrebbe dovuto ricorrere alla magia, ma aveva come la sensazione che anche su quel versante lo sconosciuto gli avrebbe dato del filo da torcere.

Doveva trovare il modo di uscirne alla svelta, o avrebbe avuto la peggio. Era un bravo spadaccino, ma quel guerriero era troppo superiore a lui in tecnica. Per quanto coraggio e quanta avventatezza ci fossero in lui, non gli sembrava il caso di farsi uccidere così.

– Dammi retta, ragazzo – sentenziò l’uomo mentre le loro spade si incrociavano per l’ennesima volta in uno stridio di lame. – Non ne vale la pena. –

Lucius sferzò l’ennesima parata stentata contro un colpo degno dei migliori maestri che avesse mai incontrato.

– Grazie del parere – ansimò.

Il clangore delle spade che si aggredivano gli risuonava acuto nelle orecchie, mentre la pioggia, fitta e pungente, lavava lo scenario circostante dalle macchie rosso scuro che lo tingevano macabramente. Anche il fetore acre della carne morta si stava attenuando, coperto dall’odore della terra fradicia e dell’erba calpestata.

Lucius era abituato ai lunghi duelli, ma un conto era un’ora di puro e semplice allenamento, un altro era battersi contro un avversario così capace in uno scontro reale. Non avrebbe resistito a lungo.

L’unica speranza era riuscire a raggiungere il Portale. Se fosse riuscito a sbarazzarsi di quel tizio per almeno qualche secondo, forse sarebbe stato in grado di portare in salvo sé stesso e la ragazza.

Da solo non ce l’avrebbe mai fatta, ma forse non tutto era perduto.

Proprio mentre la speranza già prendeva forma nella sua mente, l’avversario riuscì a coglierlo in fallo su una mossa particolarmente azzardata e la sua lama penetrò la difesa con un assalto a tradimento, trafiggendogli la carne sul fianco destro. Anche se superficiale, lo squarcio gli causò una violenta fitta di dolore acuto che si propagò fino al petto, costringendolo a soffocare un urlo in un semplice gemito.

Non si fermò nemmeno a riflettere. Anziché contrattaccare, Lucius balzò agilmente di lato, fiotti di sangue che gli grondavano dalla ferita, evitò con una capriola il secondo attacco e, con una mossa non proprio leale, fece perdere l’equilibrio all’uomo, che, colto di sorpresa, rovinò a terra con un’imprecazione furiosa.

Lucius fu lesto: si precipitò dalla ragazza, se la strinse al petto ignorando il terribile pulsare bollente nel fianco, poi sollevò lo sguardo verso il cielo e chiamò con tutta la voce di cui disponeva:

– Rok! –

Dopo un fugace istante di smarrimento, il guerriero si era rialzato in piedi e già si preparava a una nuova offesa, l’occhio perlaceo che brillava in modo innaturale accanto al buio in cui si celava l’altro. Un urlo rabbioso si levò dalle sue labbra nel partire alla carica con la lama sguainata.

Lucius tenne la mano sinistra ben salda attorno all’elsa della propria spada, pronto a difendersi, ma proprio mentre l’uomo stava per abbattersi su di lui, qualcosa di nero sfrecciò nell’aria tra di loro e si avventò sul volto dell’uomo come una furia.

Le grida piene di dolore dello sconosciuto si persero nel cielo aperto, mentre il grosso corvo beccava e graffiava su di lui, senza pietà. Rivoli di un rosso acceso presero a colargli sulla pelle martoriata.

– Grazie, fratello! – boccheggiò Lucius, che aveva quasi temuto di essere spacciato.

Il corvo rispose con un gracchiare deciso, che a stento si udì nel mezzo dei lamenti dell’offeso.

Senza perdere tempo, Lucius rinfoderò la spada e prese in braccio la ragazza, correndo verso l’orlo del precipizio.

Come aveva fatto per salire, in due salti di disumana estensione raggiunse la pianura e da lì, senza guardarsi indietro, corse verso il fitto del bosco.

– Coraggio, resisti – sussurrò alla ragazza, che gemeva debolmente tra le sue braccia. – Ora ti porto al sicuro. –

 

 

Gli alberi cavi erano i suoi portali preferiti, secondi solo a quelli subacquei.

Quando Lucius uscì dalla vecchia quercia sgangherata, era pieno di tagli e ferite e i suoi vestiti grondavano acqua e fango, ma perlomeno era in salvo.

La ragazza dai capelli rossi giaceva inerte tra le sue braccia, priva di sensi. Le sue ferite erano serie e la vita che scorreva in lei si faceva più fioca di momento in momento. Doveva fare presto.

Avanzò per qualche decina di metri nella selva lungo un sentiero che, anche nell’oscurità, sapeva percorrere con la stessa sicurezza con cui si muoveva alla luce del sole.

Arrivò in una grande radura che lambiva il dorso della montagna. C’era una statua di pietra, in un angolo, seminascosta dalle sterpaglie: era un angelo dalle ali completamente avvinte dall’edera, annerito dal tempo e dalle intemperie, una benda sottile a coprirgli gli occhi. Teneva un libro stretto al petto con la mano destra, mentre la sinistra era protesa in avanti, il palmo aperto rivolto verso l’osservatore, in un gesto che si sarebbe potuto interpretare come un ordine di fermarsi.

Ma Lucius, che conosceva bene quella statua e il suo significato, non si fermò.

Si avvicinò, e quando fu giunto al cospetto dell’angelo gli si accostò, fino a che la mano protesa finì per toccare il lato sinistro del suo petto. Angina non avrebbe potuto trovare una protezione migliore per l’ingresso al suo covo: un incantesimo che leggeva le intenzioni del visitatore direttamente dal suo cuore.

Inizialmente non accadde nulla, poi l’edera che ricopriva il fianco della montagna iniziò a sostarsi delicatamente, e man mano che questa si apriva, nella nuda roccia si disegnava la cornice intarsiata di un arco a ogiva.

Lucius attese pazientemente che il varco si spalancasse completamente su un caldo bagliore luminoso, poi finalmente entrò. Immediatamente, dietro di lui la roccia si rinsaldò e l’edera tornò al proprio posto, occultando ogni segno dell’esistenza del passaggio.

La dimora di Angina e dei suoi era scavata nel ventre della montagna, diverse centinaia di metri al di sotto del suolo, un’immensa caverna naturale creata nei millenni da un fiume sotterraneo e dotata di infinite minuscole gallerie che fungevano da canali di aerazione. Dall’ingresso, c’era un lungo e stretto corridoio che si inoltrava nella montagna, illuminato a intervalli regolari dalle molte torce che erano state affisse alla parete umida.

Lucius percorse il tragitto senza esitazioni, svoltando al momento giusto, senza farsi ingannare di molti bivi posti ovunque come trabocchetto. Nessuno era mai riuscito a entrare là dentro senza essere invitato, ma se mai qualche malcapitato ce l’avesse fatta, di sicuro non sarebbe più stato in grado di uscirne vivo.

Terminato il dritto cunicolo in piano, iniziava un’interminabile serie di scalini da scendere, scolpiti direttamente nella pietra e resi scivolosi dalle infiltrazioni acquifere presenti ovunque. Faceva sempre più freddo man mano che si scendeva in profondità. Era una via tortuosa e scomoda, ma del resto era fatta apposta per confondere chi vi aveva accesso. Ci vollero almeno quindici minuti per raggiungere la zona centrale del rifugio, e Lucius cominciava a sentirsi affaticato. La ragazza era leggera, ma era pur sempre un peso morto che gli impacciava i movimenti.

L’odore di muschio e di umidità si mescolava con l’acredine degli stoppi ardenti, saturando l’aria di alcuni tratti fino a renderla a malapena respirabile.

Finalmente, dopo quasi cinque minuti di cammino, il corridoio sfociò sull’atrio principale. Si trattava di un enorme camera circolare, alta una trentina di metri e ampia almeno due volte tanto. Il soffitto era completamente ricoperto di bianche stalattiti calcaree di ogni dimensione su cui riverberava la luce delle fiamme che ardevano negli enormi bacili disposti a cerchio lungo il perimetro della sala.

– Chi va là? – tuonò una profonda voce da uomo non appena Lucius discese l’ultimo gradino. Da lontano, vide due degli uomini di Angina, armati di spada, che si avvicinavano rapidi.

– Sono io – annunciò. – Ho una ragazza ferita, qui. –

– Lucius – disse uno dei due, che lui riconobbe immediatamente come Kael, il braccio destro di Angina.

Il suo sguardo si posò sulla giovane, soffermandosi sugli abiti laceri e sudici che essa portava con una certa apprensione. Apprensione che mutò in diffidenza quando lo sguardo si spostò sui suoi capelli.

– Lei chi è? Cos’è successo? –

– Non so chi sia. È una lunga storia. –

Kael lo occhieggiò sospettoso.

Era un uomo robusto, con un viso aperto e una lunga barba bionda intrecciata, i modi spicci di chi agiva pensando già al passo successivo.

– Ha bisogno di cure – Gli disse Lucius con urgenza. – Ti spiegherò poi, adesso dobbiamo aiutarla. –

Kael valutò rapidamente la situazione, poi annuì e si voltò verso il compagno:

– Elath, va’ a chiamare Venena. Avremo bisogno di lei. –

Venena, un’erborista le cui immense conoscenze la rendevano esperta tanto nel curare i mali quanto nel causarli, fredda e apatica, non rientrava nelle più grandi simpatie di Lucius.

L’uomo obbedì e si congedò con un saluto marziale, sparendo poi oltre uno dei tanti cunicoli che si dipanavano dall’antro.

– Tu vieni con me – disse poi Kael, facendo cenno a Lucius di seguirlo. – Angina non c’è, ma dobbiamo sistemare la tua amica. La vedo piuttosto malconcia. Dove hai detto di averla trovata? –

– Tra le macerie della Corte. –

Tra loro cadde un attimo di significativo silenzio.

– La Corte?  – Gli occhi azzurri di Kael si sgranarono nella sorpresa. – Intendi quella Corte? –

– Sì – Confermò Lucius.

Snocciolò i dettagli fondamentali lungo la strada.

Kael non fece altre domande. Lo condusse verso il lato Sud della caverna – il Dedalo, come lo chiamavano i suoi abitanti – dove si trovavano la Farmacia, le serre e la Biblioteca.

– La Corte di Desmond in macerie… – borbottò Kael fra sé. – Chi diavolo può avere fatto una cosa simile? –

Era terrificante soltanto pensarci: quello che per secoli era stato teatro di innominabili torture e esperimenti che costituivano veri e propri abomini contro la natura era andato completamente distrutto in una notte.

– Non ne ho idea, ma credo che forse lei possa saperlo – Rispose Lucius, abbassando lo sguardo sulla ragazza.

La sua espressione sofferente lo portò a domandarsi chi fosse e cosa ci facesse là, nel luogo peggiore dove chiunque potesse capitare.

– La Lega cosa ne dice? – indagò Kael.

– È per questo che sono qui. Dovete occuparvi di lei, io devo fare immediatamente rapporto. –

La stretta scalinata si interrompeva direttamente davanti a un pesante portone di legno massiccio. Kael vi appoggiò una mano sopra, ma prima di spingere si voltò con aria seria:

– Cosa sta succedendo là fuori, Lucius? –

Lui chinò il capo, impotente, le ossa dolenti, i muscoli stanchi. Di qualsiasi cosa si trattasse, il Mondo Occulto doveva prepararsi ad affrontarlo.

– Vorrei tanto saperlo anch’io. –




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A/N: questa storia è nata più di un anno fa, da un'idea improvvisa che per scherzo ho iniziato a mettere per iscritto, pezzo per pezzo, man mano che l'ispirazione mi dettava qualcosa. Ad oggi, sono quasi giunta al termine della stesura e tra tre o quattro capitoli potrò finalmente scrivere la parola fine. La speranza è di vedere un giorno questa mia piccola creatura pubblicata e distribuita nelle librerie e non appena sarà ultimata, tenterò la fortuna mandando il manoscritto a qualche casa editrice. Chissà.
Per ora ho deciso di iniziare a postare qui su EFP, tanto per vedere cosa ne può pensare la gente. Non ho mai pubblicato, qui, storie originali a multicapitolo (e vi avverto già che di capitoli pronti ne ho già 26), quindi non so bene cosa aspettarmi. Non so quanta gente legga questa sezione, non la conosco molto bene, ma spero che se qualcuno passerà di qui e leggerà, vorrà quantomeno lasciare due righe di commento, almeno per aiutarmi a capire se quello che sto scrivendo ha qualche speranza di incontrare il gradimento di un eventuale pubblico.
Luoghi e personaggi sono ben chiari nella mia testa e magari più avanti, se a qualcuno interesserà, condividerò con voi i volti e i paesaggi che mi hanno ispirata e tuttora mi ispirano quando scrivo di questo mondo.
Al prossimo capitolo!

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Capitolo 2
*** Figlia del Nulla ***


1.      FIGLIA DEL NULLA

 

This is me, for forever
One of the lost ones

- Nemo, Nightwish -

 

 

 

Una donna urla, la voce frammentata da singhiozzi.

Tutto è buio.

Battiti di cuore come tamburi attorno a lei, stretta tra braccia esili. Occhi innocenti di bambina si sgranano nell’angoscia dell’incapacità di comprendere quel caos improvviso.

– Chi sei? Che cosa vuoi? – chiede un ragazzo. È giovane, incerto, ma determinato.

Una sottilissima falce di luna brilla fuori da una grande finestra. Un pallido sole di ombre ritorte stagliato sul pavimento. Odore di pioggia nell’aria.

– Datemi la bambina – risponde una placida voce indistinta, un volto oscurato da un cappuccio.

– No! – grida la ragazza. Stringe più forte, più disperatamente. Le fa male.

Il ragazzo accanto a lei fa loro scudo con il proprio corpo. Gli occhi sono due pozze di cristallo nero intorbidite dal panico.

L’aria si fa sempre più rarefatta e irrespirabile.

È buio… troppo buio…

– Datemi la bambina – ripete la voce. C’è qualcosa di duro nel suo tono tranquillo. – Per il suo bene. –

Vento gelido alita dalla porta spalancata alle sue spalle che sbatte incessantemente contro il muro. Solo tenebre, fuori.

– Prendi tutto quello che vuoi! – balbetta la giovane, tremando. – Abbiamo dei gioielli, oggetti di valore… –

– Dammi la bambina – Sentenzia la persona senza volto, ed è un ordine ineluttabile che impregna l’oscurità.

C’è il terrore che spadroneggia nella bimba. Troppo piccola per capire, ma abbastanza grande per rendersi conto del pericolo. E intanto quelle braccia insistono a volerla proteggere.

– Se la consegnate a me, sarà salva. Loro stanno arrivando. Se riescono a trovarla, la prenderanno e la uccideranno sotto ai vostri occhi. Datela a me. –

 – Cosa vuoi da lei? –

Un lampo squarcia le tenebre. Il volto di una donna appare per un brevissimo istante al di sotto del cappuccio.

– Voglio salvarle la vita. –

Il silenzio della tensione calca sulle loro teste, impietoso. In lontananza, nitriti selvaggi si mescolano a un rumore di zoccoli in corsa.

Le braccia della ragazza si allentano attorno al corpicino indifeso della piccola. Altre due braccia sottili si aprono in un invito. Tutto è preda di una tensione innaturale. Tutto è immobile.

Poi un lampo di luce rossa divora ogni cosa.

 

 

La prima cosa che vide, aprendo gli occhi, fu solamente il buio. Denso, palpabile, come ne fossero stati intrisi i suoi occhi, fino ad accecarla. Poi, lentamente, brandelli di luce cominciarono a rischiararle la vista, permettendo a forme e oggetti di acquisire contorni distinguibili, ma affatto conosciuti.

Ebbe un istante di perplessità: non aveva idea di dove si trovasse. Era uno stanzino angusto, buio e umido, fiocamente illuminato da povere fiammelle sparse qua e là. Si trovava in un letto dalle lenzuola ruvide, sepolta sotto a diversi strati di coperte di lana. Il materasso era molto duro. Indosso aveva qualcosa che somigliava a una camicia da notte di fattura molto grezza. In un angolo, dall’altra parte dello stanzino, un fuocherello ozioso ardeva in un bacile di ferro, emanando un gradevole tepore.

Non riconosceva niente di ciò che la circondava, dal mobilio spartano all’odore di muschio che impregnava l’aria. Tutto le era completamente estraneo.

La perplessità, tuttavia, lasciò ben presto posto a un’altra e ben più sconcertante sensazione, non appena una semplice ma significativa domanda si formò tra i suoi pensieri.

Chi sono?

Non trovò risposta.

L’unica, nebbiosa immagine che affiorò erano due occhi di un azzurro glaciale che la scrutavano apprensivi. Non sapeva a chi appartenessero, né quando o dove li avesse visti. Non era in grado di contestualizzare quel ricordo, ma era il solo che possedesse.

Si sforzò di richiamare qualsiasi altra cosa alla memoria: tutto ciò che trovò nella propria mente era una sterminata distesa di vuoto.

Provò a cercare ancora, annaspò nella propria testa tra meandri neri privi di contenuti, scavando sempre più nel profondo, senza incontrare altro che nero ancora più nero.

Presto un senso di vertigine la colse.

Si guardò le mani, disperata: piccole, bianche, urtate da qualche graffio sottile qua e là. Non le riconobbe.

Questa mancanza assoluta di coscienza di sé e dell’ambiente in cui si era ritrovata la spaventò. Un senso di angoscia le agguantò la gola, smorzandole il respiro. Si portò le mani alla testa dolente, gli occhi serrati nel vano sforzo di trovare qualcosa dentro di sé, un’informazione di qualunque tipo, ma non c’erano spiragli di luce in quel vortice di tenebre.

Tuttavia ad un tratto una scintilla inattesa balenò tra le ombre e un nome affiorò incerto sulle sue labbra.

Regan.

Se lo ripeté una, due, dieci volte, come un sussurro ancestrale provenuto da chissà dove, fino a che non cominciò a sentirlo quasi familiare. Sentì che le apparteneva.

Regan, sì. Quello era il suo nome.

Oltre quello, non rammentava nulla. Né la propria età, né il proprio aspetto, né altro. Tutto ciò che sapeva, per istinto, era che il luogo in cui si trovava le era sconosciuto.

Avvertiva l’abbraccio della terra attorno a sé, la presenza forte e rassicurante di mura vecchie decine di millenni a circondarla con calore oltre le pareti di roccia: si trovava sottoterra. L’inspiegabile sensazione di familiarità che ne trasse fu lenitiva, la aiutò a tranquillizzarsi e razionalizzare: forse era lì perché era malata.

Aveva la pelle marcata da lividi e ferite più o meno superficiali già parzialmente cicatrizzate, e odorava vagamente di the. La spalla destra le doleva e il polso era fasciato. Ovunque si trovasse, qualcuno si era preso cura di lei.

Si alzò, evitando di aiutarsi con il braccio destro. Le ci volle uno sforzo nettamente superiore a quel che avrebbe pensato. Quando finalmente riuscì a tirarsi in piedi, i suoi piedi nudi si posarono sulla superficie soffice di un tappeto. Si appoggiò alla parete, colta da un leggero senso di vertigine, e inspirò a fondo fino a che non fu passato. Le sue gambe, però, erano piuttosto malferme.

Si accorse che proprio lì accanto c’era uno specchio. Curiosa e timorosa al contempo, come se temesse di scoprirsi mostruosa, vi si accostò.

Tenne gli occhi chiusi per un po’. Non sapere cosa avrebbe visto la metteva a disagio. Non riusciva a immaginare niente di peggio che essere ignoti a sé stessi.

Quando incontrò il proprio riflesso, si ritrovò al cospetto di una sconosciuta: due occhi a mandorla, di un limpido verde smeraldo, la fissavano indaganti da un viso ovale dai lineamenti morbidi, incorniciato da lunghi capelli che avevano l’esatto colore pulsante del sangue. La pelle candida era segnata da ombre violacee attorno agli occhi e da segni scuri sul collo. Se li sfiorò con i polpastrelli, avvertendo un vago bruciore. Chissà com’era successo, esattamente.

Non si riconosceva. Non c’era nulla di familiare in quel che vedeva, ma doveva farsene una ragione. Non aveva molta scelta, in fondo.

Si guardò intorno: forse fuori da quella stanza avrebbe trovato qualcuno che potesse aiutarla. Qualcuno che potesse darle delle risposte.

La porta era proprio di fronte a lei. Le bastò allungare la mano per afferrare la maniglia di ottone e tirare verso di sé perché si aprisse. Un fiotto di luce più intensa e dorata invase la stanza.

Si schermò gli occhi, avvertendo uno spiacevole bruciore. Si concesse qualche secondo per abituarsi, poi uscì.

La stanza dava su un corridoio piuttosto stretto, che si perdeva nel buio nell’una e nell’altra direzione.

Non c’era anima viva in giro, né si potevano udire rumori di alcun tipo. Non poteva far altro che andare a caso.

Scelse di seguire la pendenza, perché la mollezza che ancora si sentiva nelle gambe probabilmente non le avrebbe permesso di arrancare a lungo in salita.

Il tepore sprigionato dalle torce intervallava l’aria fredda che circolava là sotto, sfiorandole i capelli e le spalle, suscitandole brividi lungo la schiena. Faceva molto freddo, rispetto alla piccola stanza, e il suolo umido le stava congelando i piedi.

Camminò per un paio di minuti, rallentata dalla debolezza, fino a che non iniziò a intravedere un altro corridoio che incrociava il suo percorso. C’erano delle voci che provenivano da un lato, sommesse, assieme a un rumore di passi. Man mano che le voci si avvicinavano, Regan capì che erano due, ed erano di due donne. Una sembrava più giovane, l’altra matura.

– Lucius la deve smettere di trattare questo posto come una locanda –  stava borbottando la più giovane. – Arriva, fa i suoi comodi, e poi sparisce senza nemmeno degnarsi di spiegare. –

Una risata roca in risposta.

– Ha spiegato a Kael, e Kael ha spiegato a me. Aveva un rapporto urgente da fare alla Lega. –

– E la sconosciuta? –

– Tornerà a prenderla non appena gli sarà possibile. Per adesso ci occuperemo noi di lei. –

– Era ridotta male –  la voce della ragazza si fece pensosa – La sua energia vitale era quasi esaurita. Mi domando cosa possa averla stremata in quel modo. –

– Con le tue cure dovrebbe riprendersi in fretta. –

I passi erano ormai in prossimità dell’angolo. Regan si affacciò timidamente e scorse a pochi metri da lei due figure scure che si avvicinavano. Ne distinse dapprima gli abiti: la donna portava una camicia bianca e un corsetto, la ragazza una semplice blusa scura. Erano i tacchi dei loro stivali a rendere i loro passi così rumorosi.

Ad un tratto la più giovane alzò lo sguardo e si fermò.

– Gin, guarda! –

La donna si fermò al suo fianco, perplessa, poi seguì il suo sguardo, e allora comprese. Appena i suoi occhi scuri si posarono su Regan, un sorriso le si aprì sulle labbra.

– Ma guarda. Ben svegliata, bambolina. –

Si avvicinò a Regan in poche falcate. Aveva un portamento disinvolto e sicuro, capelli neri a ricaderle disordinati sulle spalle. Era avvenente, ma non bella nel senso classico del termine: il naso, sottile e leggermente aquilino, le conferiva un’aria furba e maliziosa, che ben si accompagnava al suo fisico formoso, femminile.

– Tutto bene? – indagò la donna.

Regan si sforzò di annuire.

– Credo di sì. –

Si accorse che la sua voce era rauca e le faceva male la gola.

– Sono Angina – disse la donna. Si accostò la mano destra, chiusa a pugno, al lato sinistro del petto e chinò appena il capo – Signora e padrona del luogo in cui ti trovi. –

– Regan –  si presentò quindi lei, frastornata da quell’inattesa movimentazione.

– Ottimo, Regan –  Si compiacque Angina, appoggiandole una mano sulla spalla. Fortunatamente, quella sana – Ti trovo decisamente più in forma di quando sei arrivata.–

Le dovette credere sulla parola. Se le sue condizioni attuali rappresentavano un miglioramento, preferiva non pensare a come dovesse essere stata prima.

La ragazza più giovane era rimasta indietro e la fissava con diffidenza e un certo disgusto. A differenza di Angina, era molto magra e i corti capelli castani marcavano ulteriormente i tratti duri del suo viso.

– Ven. –

Quando Angina la chiamò con un cenno, la ragazza fu costretta a raggiungerla. Portava un vassoio con bende e qualche piccola ampolla sopra.

– Regan, lei è Venena. È stata lei a medicarti. –

– Grazie –  mormorò Regan, sfiorandosi con le dita la lunga serie di graffi paralleli che le attraversavano l’avambraccio.

Gli occhi piccoli e sottili di Venena la squadrarono senza interesse. Le sue mani avevano dita lunghe e sottili e c’era del nero sotto alle unghie mangiucchiate.

– Dovere. –

Regan rabbrividì.

L’aria che circolava là sotto era gelida, anche nonostante la moltitudine di fiaccole che ardevano ovunque.

– Penso che sia meglio metterti addosso dei vestiti veri –  le disse Angina, ammiccando – Vieni –  aggiunse poi, avvolgendole un braccio attorno alle spalle. – Venena ti visiterà mentre io ti cerco qualcosa di carino. –

Regan non aveva idea di chi fossero quelle persone. Non aveva idea se potesse fidarsi o meno di loro, se fosse saggio affidarsi ciecamente a loro, ma non aveva nemmeno qualche alternativa.

Mosse un passo, ma barcollò, la testa colpita da un vortice di vuoto. Sentì le mani sicure di Angina che la afferravano per le spalle, sorreggendola.

– Bevi questo. –

Un odore dolciastro, come di miele misto a spezie, si sprigionò sotto alle narici di Regan. Venena le stava porgendo una fragile bottiglietta piena di un inquietante liquido verdastro.

– Ti darà forza – le spiegò la ragazza in tono incolore, vedendola esitare. – Ti assicuro che non l’ho avvelenato. –

Angina la guardava incoraggiante alla tremula luce dorata delle torce. Aveva un viso dai tratti molto particolari, netti, molto espressivi.

Pur con una qual certa riluttanza, Regan si obbligò a bere. L’intruglio aveva in effetti un che di mellifluo, e un retrogusto asprigno che le fece pensare agli agrumi. Tutto sommato non era poi tanto male. L’effetto fu quasi immediato: fu come se una scintilla le avesse riacceso il sangue nelle vene, spingendolo a irrorare il suo corpo con più vigore, risvegliandole le membra fino a un attimo prima intorpidite. Non sarebbe di certo riuscita a correre, ora, ma se non altro ce la faceva a stare in piedi senza reggersi al muro.

Angina la condusse attraverso un vertiginoso reticolo di cunicoli, alcuni dei quasi attraversati da spifferi di aria gelata. Angina si muoveva senza apparentemente badare a dove andasse. Senza alcun dubbio conosceva la sua casa.

Venena, che camminava un paio di metri indietro, sembrava di malumore.

– Hai fame, Regan? Sete? –  domandò Angina, premurosa.

– Probabilmente le farebbe bene un bagno caldo –  Suggerì l’altra.

– Non ho molto appetito –  ammise. – Ma mi sento ancora un po’ debole. –

– Sei quasi morta – le disse Venena senza il minimo tatto. – Ritieniti fortunata a sentirti ancora. –

Angina annuì.

– Addirittura dubitavamo che ce l’avresti fatta, e invece sei già in piedi. Stupefacente, vero, Ven? –

– Prodigioso, oserei dire. –

Per essere una che aveva sfiorato la morte, Regan si sentiva relativamente in forma.

– Evidentemente l’ambrosia ha fatto il suo dovere. –

– È stata una fortuna – disse Venena, accigliata. – Avrei giurato che non fosse proprio di ottima qualità. –

Angina le allungò una pacca amichevole sulla schiena.

  A volte l’abilità dell’erborista compensa la manchevolezza della materia prima. –

Erano completamente opposte l’una all’altra, quelle due: Angina si comportava quasi come una ragazzina, sbarazzina e vivace, refrattaria alle formalità; Venena, invece, benché non molto più vecchia di Regan stessa, si vestiva di un’assurda serietà, cupa e scontrosa.

– Sai che ti dico, Regan? Ora faccio preparare qualcosa da mangiare e ti faccio compagnia –

– Che ora è? –

Era difficile avere percezione del tempo, là sotto.

– È quasi la terza pomeridiana. Hai dormito per mezza giornata –

Alla fine raggiunsero un bivio: da una parte una larga scalinata saliva, dall’altra proseguiva il corridoio. Qui Angina si rivolse a Venena:

– Di’ a Hilgard di preparare qualcosa di speciale e nutriente per la mia ospite. Ci troverai alle sorgenti, puoi visitarla lì. –

– Certo. –

Venena si congedò senza sprecarsi in troppe cerimonie, eccetto l’occhiata trova che appioppò a Regan prima di voltarle le spalle e andarsene, sparendo come un’anguilla oltre la prima svolta.

– Vieni – Angina le fece cenno di seguirla su per una rampa di scalini piuttosto larga che sembrava scendere all’infinito, perdendosi in un occhio cieco nell’oscurità. – Prima di tutto ti ci vuole un bel bagno caldo. Sei gelata. –

Gelata, pensò Regan, era forse la definizione più esatta per come si sentiva veramente, in sensi letterali e figurati vari.

Seguì Angina con la bizzarra sensazione che i passi stentati che stava muovendo fossero i primi di sempre, come se fosse nata lì, in quelle grotte nel ventre della terra, solo una manciata di minuti prima, perché in fondo il vuoto sterminato che aveva inghiottito il suo passato, qualunque esso fosse, aveva tracciato una sorta di linea di confine che forse lei non avrebbe masi più ripercorso. Tutt’al più, avrebbe potuto apprendere da altri ciò che di lei era stato in precedenza, come una fiaba da farsi raccontare, senza avere il beneficio di sapere se fosse realtà o solo fervida fantasia.

– Che cosa mi è successo? –

La domanda, pronunciata con una smania che sconfinava nella compulsione, risuonò in un’eco asfissiata tra le pareti umide.

Angina si fermò qualche gradino avanti a lei. Si voltò solo un paio di secondi dopo:

– Non ricordi? –

Regan chinò il mento, scuotendo la testa.

– Non ricordo niente. –

Capì che era una dichiarazione inattesa dal modo i cui la donna sgranò gli occhi.

– Niente di niente? –

– A malapena ho ricordato il mio nome. Mi sono dovuta guardare allo specchio per sapere come fossi fatta. –

Era evidente che Angina fosse stata presa in contropiede, perché improvvisamente tutta la sua spensieratezza si era dissolta, sostituita da una palese perplessità.

– Non credo che sia normale questa amnesia – rifletté. – Ma date le condizioni in cui sei arrivata, non sono nemmeno poi molto stupita. –

Fece una pausa e cercò lo sguardo di Regan, la quale aveva colto la sfumatura drammatica di quel “condizioni” e non aveva faticato ad associarlo alle tracce di lesioni che ancora si portava impresse nella carne.

– È stato un mio amico a portarti qui. Ti ha salvata da un cumulo di macerie e sottratta alla spada di un tizio che a quanto pare era molto interessato ad averti. La cosa ti dice niente? –

Regan negò.

– Mi dispiace. –

Si sentiva stupida: erano cose che erano capitate a lei, che dovevano pur essere scritte da qualche parte nelle sua mente, ma era come se una folata di vento avesse spazzato via tutte le pagine della sua storia, facendole naufragare chissà dove, lontano dalla sua portata.

– Non ti demoralizzare – la confortò Angina, prendendola per mano. – Adesso pensiamo a sistemarti e rifocillarti. Del resto ci occuperemo più tardi. –

 

 

Le terre emerse che nel corso dei secoli erano rimaste occultate all’avidità degli occhi gli umani – dai loro stessi abitanti battezzate Mondo Occulto, proprio per questa loro esistenza segreta – erano ripartite in sette grandi Terre, ciascuna delle quali corrispondeva a un Nucleo guidato e regolato da un suo Coordinatore, il quale a sua volta faceva riferimento a un’unica, immensa istituzione che regolava e proteggeva l’equilibrio all’interno dei territori: la Lega delle Sette Terre. La sede centrale di questa congregazione territoriale si trovava in una delle città più ricche e prospere che la Madre ospitasse: Medilana, capitale di Corterra, territorio centrale del continente.

Di tutti i luoghi che Lucius avesse visitato in vita sua – e si trattava praticamente di mezzo mondo – Medilana rimaneva uno dei suoi preferiti: le vie della zona centrale erano ampie e pulite, percorse da sontuose strade lastricate su cui si affacciavano maestosi i palazzi dei nobili e dei ricchi mercanti. Il commercio, in effetti, era uno dei punti di forza della città, fiorente e in costante rinnovamento in quanto a prodotti di importazione. I numerosi mercati dell’aera Sud della città, che quotidianamente richiamavano folle brulicanti da ogni angolo delle Sette Terre, erano la principale testimonianza di questa vivacità commerciale. Per questo e per le molte bellezze, naturali e architettoniche, che offriva la regione circostante, erano innumerevoli anche le pensioni per gli stranieri: i più facoltosi preferivano concedersi soggiorni di lusso presso quelle ricavate nelle dimore confiscate alle nobiltà decadute, i più umili, invece, più propensi ad affidarsi alle tariffe più accessibili della moltitudine di locande che si alternavano a osterie e taverne lungo il Naviglio Grande e le sue diramazioni.

Avere un così importante centro abitato venato di corsi d’acqua aveva certo i suoi tanti, piccoli svantaggi – a partire dai miasmi che si sprigionavano dai brevi tratti di melmosa acqua stagnante, che i cittadini si sforzavano di contrastare coltivando veri e propri giardini pensili fioriti sulle loro terrazze – ma d’altro canto la possibilità di navigare la maggior parte di essi – là dove carrozze, carri e cavalli nulla potevano – costituiva senza alcun dubbio un’enorme facilitazione per il trasporto delle merci. Da qui il soprannome di Porto Senza Mare di cui vantava la città.

In ogni periodo dell’anno le vie principali erano accese dai variopinti colori – secondo la moda di Corterra – degli abiti di seta delle dame, in mezzo alle quali i distinti gentiluomini che le accompagnavano sembravano perdersi, con la sobrietà delle loro mise.

Più di tutto questo, però, Lucius  amava il Foro, con i suoi portici ariosi e la Piazza Bianca, dominata dalla maestosa mole della Basilica. Era il punto di ritrovo di studenti e intellettuali, e lui adorava trascorrervi ore ad ascoltare i loro discorsi, i dibattiti filosofici tra artisti e luminari della scienza, ma anche teatro di feste a cielo aperto e fastosi banchetti indetti per le principali festività, come i Solstizi e gli Equinozi, da sempre considerati momenti importanti in cui celebrare l’avvento di una nuova stagione donata dalla Madre Terra.

I più, tuttavia, erano del tutto ignari di fronte a uno dei maggiori pregi di Medilana: in periferia, appena oltre le mura che custodivano la città, si ergeva un’imponente struttura di pietra scura che vantava, tra una ristrutturazione e l’altra, quasi otto secoli di storia sulle spalle. La Domus Aurea – colloquialmente chiamata Accademia dagli studenti – era un gigantesco capolavoro di architettura gotica che, protetto da antichi sigilli, ospitava l’istituto di formazione dei futuri protettori dell’ordine all’interno delle Sette Terre, e, benché fosse stata distrutta e ricostruita per ben due volte, avrebbe presto festeggiato il suo ottavo centenario.

Lo si sentiva, camminando per gli atri e i corridoi, il peso dei secoli: ne erano impregnati i muri, le statue, gli arazzi nei saloni. A volte si aveva quasi l’impressione di respirare ancora la stessa aria che avevano respirato i primi allievi di poco meno di un millennio prima.

Ma camminare sotto alle volte a crociera dei bianchi soffitti era un piacere che ci si doveva godere a cuore leggero, come facevano gli allievi nel passare da un’aula all’altra, soffermandosi a fare due chiacchiere lungo i portici, o sulle panchine del chiostro, accanto alla fontana.

I marmi diafani risplendevano sotto alla luce pallida del sole che entrava a fiotti dalle arcate ogivali, affacciate direttamente sul parco, ora spoglio del suo lussureggiante verde primaverile e immerso in un deprimente grigiore dalle sfumature spettrali. I centenari alberi ad alto fusto protendevano i loro rami spogli verso il cielo come mani scheletriche, edere scure che si avviluppavano lungo i loro tronchi fino a inghiottirli completamente.

Era una visuale decadente, lontana da quelle variopinte e vivaci che prediligeva lui, eppure aveva un che di incantevole.

Quella mattina, tuttavia, non c’era tempo da dedicare al piacere personale.

Lucius allungò il passo.

Aveva ancora impressa nella mente l’immagine della ragazza. Sapeva che era in buone mani e che Angina le avrebbe prestato le giuste cure, ma aveva comunque una certa fretta di tornare.

Marciò spedito tra gli studenti, alcuni dei quali gli rivolgevano saluti sorpresi. Teneva qualche corso per gli allievi più esperti, sporadicamente, ma solo verso la fine dell’anno, come propedeutico alle sessioni di esame. Non era normale che fosse lì in quel momento, a corsi appena iniziati.

Gli sarebbe piaciuto poter frequentare l’Accademia, ma di solito alla sua età si era già in procinto di concludere il percorso formativo e diventare dei professionisti. Dopo una vita come la sua, ormai era tardi per dedicarsi agli studi, e comunque, anche senza riconoscimenti ufficiali, tutti sapevano che ne sapeva di più lui della maggior parte dei maestri della Domus, e forse era anche per questo che non era ben visto dal corpo docenti.

– Lucius! –

Riconobbe la voce che lo stava chiamando, ma fece finta di non aver sentito. Non aveva tempo per i convenevoli e le spiegazioni.

– Lucius, aspetta! –

Una mano lo afferrò per un braccio e lo obbligò a fermarsi.

– Sei per caso diventato sordo? –

Trattenendo un sospiro, si voltò, già sapendo chi si sarebbe ritrovato di fronte.

– Ciao, Anneli. –

La ragazza gli rivolse un sorriso radioso, un fascio di libri stretti al petto.

– Cosa ti porta qui? Credevo che non ti avrei rivisto prima di… –

Si interruppe quando si rese conto che gli abiti di Lucius erano strappati e macchiati di sangue e fanghiglia.

– Cosa ti è successo? –

– Chiamiamola un’esercitazione fuori programma. –

– Sei tutto intero? –

Lucius si sforzò di sorriderle.

Anneli gli era simpatica, ma aveva scelto il momento sbagliato per una chiacchierata.

– Sì. Sono venuto per vedere Castalia. Alla Sede mi hanno detto che è qui –

Lo sguardo nero perlaceo di Anneli si adombrò.

– Sei in servizio, quindi. –

– Temo proprio di sì. –

Lei si imbronciò.

Era una delle allieve più brillanti e promettenti della Domus, di una bellezza sfacciata e molto consapevole, tipica dei membri della sua famiglia. Alta, sottile, agile: aveva un talento spiccato per i combattimenti armati e la manipolazione della mente, dote rara e molto ricercata, soprattutto all’interno della Lega. Ma lei voleva fare la Liberatrice di Anime e, determinata e dotata com’era, nessuno glielo avrebbe mai potuto impedire. Con quattro fratelli più grandi alle spalle – di cui tre ancora allievi – tanto popolari per le loro qualità accademiche quanto per la loro avvenenza, la sua strada era praticamente, se non proprio in discesa, almeno in comoda pianura.

– Credo che Castalia sia nello studio di Belecthor. Se vuoi ti posso accompagnare. –

Lucius la scrutò severo. Tutti gli altri si stavano avviando verso le rispettive aule.

– Forse è meglio che tu vada. –

Ma demordere non era una delle più spiccate caratteristiche dei membri della famiglia di Anneli.

– È successo qualcosa? –

Intuitiva, come sempre. Fin troppo, a volte.

– Nulla di particolare. –

Anneli lo guardò dritto negli occhi con insistenza. Immediatamente Lucius avvertì un noto formicolio alle tempie.

La ragazza stava tentando di leggergli nel pensiero. Per sua sfortuna, però, lui era nettamente superiore ai soggetti su cui lei era abituata ad esercitarsi.

– Non provare a usare questi trucchetti con me! –  la ammonì, seppur con una nota divertita.

Lei arrossì, ma continuò a guardarlo con impertinenza.

– Non puoi nemmeno dirmi di cosa si tratta? –

Lui scosse la testa.

– Ho paura di no. Ma comunque lo scoprirai presto, credimi. Non è il tipo di notizia che può restare segreta a lungo e sono sicuro che tuo padre sarà tra i primi a venirlo a sapere –

Quelle parole sembrarono placarla.

– Su, andiamo. Ho una certa fretta. –

Lucius si lasciò accompagnare allo studio del direttore.

Dovettero attraversare tutto l’edificio per raggiungere l’Ala Nord.

Mentre percorrevano i lunghi corridoi, Anneli non osò chiedergli più nulla. Si limitò a scoccargli fugaci sguardi indagatori, i loro passi che risuonavano nel silenzio sepolcrale del piano deserto, quasi sperasse di cogliere qualcosa nella sua espressione, e non cedette fino a che, salito l’ultimo gradino di una lunga scalinata, Lucius si fermò.

– Siamo arrivati –  Annunciò. Sulla massiccia porta di legno scuro qualche metro avanti a lui, scintillava una targa di ottone con sopra inciso a lettere eleganti Director Summus. – Ora è meglio che tu vada. –

Anneli abbassò remissivamente lo sguardo.

– Quando tornerai? –

– Non lo so. Ho come la sensazione che avrò parecchio da fare nei prossimi giorni –

Bussò, sentendosi gli occhi di Anneli puntati sulla nuca.

Gli dispiaceva essere così sgarbato, ma gli eventi di quella notte erano stati allarmanti e chi di dovere ne doveva essere informato con la massima urgenza.

– Avanti –  Disse una voce possente oltre la porta.

Lucius appoggiò una mano sulla maniglia e si voltò per rivolgere ad Anneli un sorriso saccente.

– Non sprecare tempo a tentare di origliare. Sai meglio di me che è inutile. –

Anneli avvampò.

– Bene! –  esclamò, indispettita e offesa, e gli voltò le spalle in malo modo. – Tolgo il disturbo! –

– La prossima volta sarò più disponibile –  le promise Lucius, guardandola allontanarsi come una furia, il lungo abito blu scuro che ondeggiava alle sue spalle. Solo allora fece caso al nastro di raso rosso che le circondava la vita: aveva ufficialmente iniziato il suo secondo triennio di studi.

Le matricole del primo triennio non avevano nastri di riconoscimento: solo chi riusciva a passare al secondo livello ne guadagnava uno, rosso, e infine, per l’ultimo triennio, agli specializzandi ne veniva conferito uno bianco, sul quale, durante la cerimonia conclusiva del percorso accademico, veniva scritta la specializzazione prescelta dall’allievo.

Appena Lucius entrò nello studio, fu accolto da un tiepido aroma di the. Comodamente sprofondato nella sua consunta poltrona di broccato rosso, infatti, Belecthor ne stava sorseggiando una tazza fumante e una grassa teiera di porcellana occupava il centro della scrivania ingombra di scartoffie.

In piedi accanto alla vasta finestra sulla sinistra, invece, Castalia lo fissava austera a braccia conserte, i suoi contorni sottili stagliati in controluce. Aveva l’aria di chi non aveva affatto gradito l’interruzione.

– Lucius –  Belecthor lo salutò con una nota di sorpresa. – Cosa ti porta da queste parti? –

Nessuno fece caso al suo aspetto disastrato: non era poi così raro, per lui, farsi vedere in quelle condizioni. Di tutto poteva lamentarsi, ma non certo di condurre una vita noiosa.

– Buongiorno, Direttore –  si portò la mano destra chiusa al petto, chinando appena la testa. – Castalia. –

Si fece avanti lentamente, i suoi passi resi felpati dagli strati di vecchi tappeti che ricoprivano la pietra del pavimento.

Dalla prima volta che aveva messo là dentro, ormai diversi anni prima, nulla era cambiato: le stesse pareti spoglie, la stessa libreria colma di polverosi volumi antichi, lo stesso odore di incenso misto all’aroma di foglie di the. Belecthor era il tipo di uomo che amava la routine e odiava i cambiamenti, cosa che talvolta poteva renderlo prevedibile, ma quando si trattava di trasmettere conoscenza, pochi erano alla sua altezza.

– Domando scusa per il disturbo –  Esordì Lucius, ossequioso. – Ho delle notizie urgenti da riferire. –

– Io e Angus stavamo discutendo di questioni importanti –  replicò Castalia, sbrigativa. – Le tue notizie possono aspettare. –

– Mi permetto di dissentire –  obiettò lui, educato.

Lo sguardo contrariato che Castalia gli sferrò non servì a intimidirlo. Era abituato a essere trattato con sufficienza, sia da lei che da molti dei suoi uomini.

Castalia aveva senz’altro i suoi buoni motivi per nutrire dell’astio verso di lui, ma il carattere incurante di Lucius lo aveva da sempre automaticamente posto nella favorevole condizione di esserle condiscendente senza portarle rancori. L’eccessiva enfasi che talvolta metteva in questa condiscendenza, tuttavia, serviva a rammentare a chi tentava di dargli ordini che lui non era agli ordini di nessuno.

O quasi.

– Castalia –  intervenne Belecthor in tono blandente. – Possiamo tranquillamente prenderci una pausa dalle nostre noie per qualche minuto. Sono sicuro che sia qualcosa di importante, se ha tutta questa urgenza. Non è vero, Lucius? –

Lucius gli sorrise riconoscente.

– Assolutamente, signore. –

Angus Belecthor gli era sempre piaciuto. I capelli grigi e la barba incolta erano i soli segni che la vecchiaia gli aveva imposto. Era ancora un uomo vigoroso, vivace nella mente quanto nello spirito, severo e irreprensibile con i ragazzi della Domus in merito a studi e responsabilità, ma sempre pronto a unirsi a loro per qualche banchetto o bevuta serale. Diversamente da altri insegnanti, che si erano guadagnati il rispetto a suon di minacce e punizioni, lui se lo era semplicemente conquistato con il suo buon carattere, e anche per questo molti parlavano di lui che uno dei migliori Direttori che l’Accademia avesse visto dall’alba dei tempi.

– E sia –  cedette Castalia. L’occhiata severa che piovve addosso a Lucius era di una tale ostilità che parve tingerle le iridi castane di rosso. – Hai un minuto. –

– Credimi, mi basteranno cinque secondi per farti cambiare idea –  promise lui, soave.

– Ne hai appena sprecati tre. –

– La Corte è stata rasa al suolo. –

Un momento di sconcertato silenzio separò lo strascico della rivelazione dalla risposta soffocata e incredula di Castalia, improvvisamente impallidita:

Cosa? –

Lucius raccontò tutto ciò che aveva visto alla Corte, o ciò che ne restava. Si soffermò con particolare attenzione a parlare della ragazza e dell’uomo che aveva tentato di portarla via. Alla fine delle spiegazioni – che durarono molto più di un minuto – Castalia e Belecthor sembravano entrambi decisamente preoccupati.

– Sei sicuro di quello che stai dicendo? –  indagò la voce cauta di Castalia.

– L’ho visto con i miei occhi, solo poche ore fa –  le assicurò. – Ed è grazie a quel tizio che sono ridotto così, anche se alla fine ho avuto la meglio. –

Una pesante cappa di incredulità piombò sui presenti, facendoli irrimediabilmente ammutolire.

– Ma chi oserebbe mai muovere un simile affronto a Desmond? Chi ne avrebbe il potere? –

Lucius comprendeva quello sgomento. Fin dalla sua fondazione, ormai quasi mille anni prima, la Lega aveva combattuto per contrastare i soprusi di chi agiva senza rispetto verso la Madre e le sue creature, ma le forze che si era costruita la Corte nei secoli con ogni genere di mezzo illecito la aveva resa un nemico impossibile da debellare definitivamente.

– Dovevi venire subito da me! –  imprecò Castalia.

– Ho portato al sicuro la ragazza – Si giustificò Lucius con calma.

– Cosa c’è di più sicuro della sede primaria della Lega? –

– Suvvia, Castalia, non fare domande di cui non vuoi sentire la risposta. –

La donna non riuscì a celare del tutto un moto di rabbia.

– L’ho lasciata in mani fidate che ne che avessero cura. Le sue condizioni erano serie. –

Castalia scelse di non indagare oltre. Lo squadrò con sospetto e si mise a misurare la stanza a passi nervosi.

Lo scoppiettio del fuoco che ardeva del grosso camino di pietra sulla parete destra della stanza risuonava indisturbato da altri rumori.

– Questa storia non mi piace. Se questa ragazza si trovava alla Corte, poteva essere solo per due motivi: o è una prigioniera, o è una di loro. –

Funzionava così, con Desmond: se entravi nella sua dimora, o eri con lui, o eri destinato a morire. Varcare i cancelli della Corte era un’esperienza che nessuno poteva dimenticare: nell’oltrepassare la soglia che separava il cortile interno della corte da diverse centinaia di metri di strapiombo, si poteva quasi sentire l’aria farsi più fredda e rarefatta, con quell’odore di stantio tipico dell’umidità dei sotterranei. Ce n’era un labirinto, alla Corte, in cui venivano rinchiusi i prigionieri destinati alla tortura o a qualche sevizie sperimentale. I racconti popolari dicevano che in quelle segrete i lamenti dei prigionieri ancora in vita si unissero a quelli degli spettri dei defunti, ma Lucius c’era stato, là sotto, e tutto ciò che aveva potuto udire era stato un incontrastato, terribile silenzio tombale.

– Se era una prigioniera, non era una comune. Non aveva ferite, a parte quelle fresche riportate durante il crollo del castello. Ed era ben vestita. –

– Dunque era una di loro –  Concluse Belecthor asciutto da dietro alla sua scrivania.

– No, io non credo. –

Lucius lasciò cadere una breve pausa di silenzio, durante il quale il Direttore lo studiò a lungo negli occhi, il viso tirato da un’evidente preoccupazione, mentre Castalia continuava a vagare per la stanza, ansiosa.

– Il suo aspetto è strano. –

Castalia si fermò.

– In che senso strano? –

L’immagine del volto cereo della giovane riemerse vivido nella mente di Lucius. Rivide la sua espressione disperata, il velo di morte che già aveva iniziato a rubare luce alla sua anima.

– Ha i capelli rossi. Di un rosso forte, come il sangue. E i suoi occhi… –  un brivido gli percorse la spina dorsale nel ricordare quello sguardo disperato. – Non ho mai visto un verde così. –

Castalia e Belecthor si scambiarono un’occhiata dubbiosa.

– Pensavo che forse potrebbe essere il frutto dell’ennesimo esperimento di Desmond –  azzardò Lucius. Era stata la sua prima ipotesi: un incrocio tra un demone e una ninfa.

La mandibola squadrata di Castalia si serrò, enfatizzando lo stupore sul suo viso.

– È possibile –  convenne Belecthor, lisciandosi pensosamente la barba ispida – Probabile, anzi, vista la peculiarità di questa giovane. –

– Chiunque fosse l’uomo che voleva rapirla, potrebbe essere anche il responsabile di quanto accaduto alla Corte – fece notare Lucius.

– Se così fosse, significa che ha un nemico in comune con noi, e ci ha indubbiamente fatto un enorme favore. Il che mi porta a pormi due domande – ragionò Belecthor – Dobbiamo considerarlo alleato o avversario? E, soprattutto, cosa c’è di così allettante in questa giovane per scomodare un tale potere per averla? –

– Per ucciderla – precisò Lucius.

Non era rimasta che un’ultima goccia di vita, nel corpo della ragazza, quando l’aveva trovata, e quella goccia pendeva da un filo così sottile che era stato un rischio anche solo toccarla. Tutto ciò che ci si poteva augurare era che le abilità di Venena come curatrice fossero tanto invidiabili da riuscire a restituire sufficienti energie a un’anima già sfiorente.

– Forse era solo una testimone scomoda – ipotizzò Castalia.

– Non è da escludere. –

– Devo mandare immediatamente una squadra a fare un sopralluogo. Dobbiamo capire cosa diavolo sta succedendo e soprattutto chi c’è dietro. Lucius, hai detto che l’uomo con cui ti sei battuto portava uno stemm.a –

– Sì. Una specie di fiamma a tre punte divisa nel mezzo. –

– Ti dice niente, Angus? –

Belecthor fece un mesto cenno di diniego.

Con un sospiro che denunciava apertamente il suo disappunto, Castalia tornò a considerare il discorso lasciato in sospeso:

– Sapresti farmene uno schizzo? –

– Certo. –

Lucius si guardò intorno alla ricerca di carta e penna e vide che Belecthor già gli stava porgendo un foglio e la sua elegante penna d’oca personale.

Non fu difficile tracciare il simbolo che aveva visto: era lineare e semplice, di forma perfettamente circolare. Somigliava vagamente a un tulipano stilizzato.

– Ecco. –

Allungò il foglio a Castalia, la quale glielo strappò praticamente di mano per osservarlo da vicino. Le rughe che le incresparono la fronte, tuttavia, erano l’inequivocabile segno che quel disegno non le dicesse alcunché.

– Farò fare delle ricerche –  Dichiarò infine. Afferrò il proprio mantello dalla poltrona di fronte alla scrivania e se lo buttò addosso. – Ora devo tornare alla Sede, non c’è tempo da perdere. –

Si avviò verso la porta e la aprì, voltandosi indietro appena prima di uscire:

– Voglio parlare con quella ragazza, Lucius. Portala da me. –

Un fare imperioso ai limiti della brutalità: una pessima abitudine che Lucius non aveva mai tollerato facilmente.

– Io lavoro per Soile, Castalia, non per te –  le fece notare amabilmente. – Accetto ordini solo da lei. Ma, se ci tieni tanto, posso tranquillamente concederti un favore personale. –

Un’ombra oltraggiata balenò sul volto della donna, rughe sottili le solcarono la fronte e le labbra, ma non replicò.

– Ti sarei grata se tu mi facessi questo favore –  aggiunse semplicemente a denti stretti.

Lucius pensò a quella poveretta, all’assoluta inerzia con cui si era arresa tra le sue braccia. Qualunque cosa si aspettasse Castalia da lei, avrebbe dovuto attendere.

– L’ho lasciata priva di conoscenza soltanto poche ore fa – puntualizzò, lasciando ben intendere quanto fosse irragionevole esigere di avere un colloquio con una persona appena sfuggita alla mano della morte.

Belecthor si schiarì significativamente la gola, dando segno di aver perfettamente colto il messaggio, ma Castalia, ormai sulla difensiva, fu irremovibile:

– Allora la voglio alla Sede non appena sarà in grado di stare in piedi. Sono stata chiara? –

Lucius ritenne che fosse meglio non ribattere. Si limitò a piegare appena la testa in avanti, assecondandola.

– Chiarissima. –

Soddisfatta, Castalia rivolse un frettoloso cenno di saluto a Belecthor, poi scomparve oltre la porta, che sbatté alle sue spalle.

Uscita lei, la stanza sembrò ingrandirsi e illuminarsi, come se i muri avessero fatto un passo indietro e il fuoco di fosse spontaneamente attizzato. La natura puntigliosa e nevrotica di Castalia la rendeva un ottimo comandante, sul campo, ma una presenza decisamente ingombrante con cui condividere uno spazio così limitato, a maggior ragione se non si rientrava nelle sue grazie.

Eufemisticamente parlando.

– Lucius. –

La voce pacifica di Belecthor lo richiamò dalle sue riflessioni.

– Castalia pecca di presunzione, nei tuoi confronti, ma non è cattiva. So che non è alla Lega che la tua lealtà è consacrata, ma, vista la situazione, forse dovresti dimostrarti più collaborativo. –

– Io sono collaborativo –  protestò Lucius con veemenza. – Con chi merita la mia collaborazione. –

Sospirando, Belecthor allungò una mano verso la teiera e si riempì una tazza.

– Le responsabilità del Coordinatore Generale sono alte, ragazzo. Non sottovalutare la difficoltà della sua posizione. –

Lucius si passò una mano sul viso. Era stanco, avrebbe voluto riposare, godersi un bagno caldo, ma non c’era tempo. Doveva tornare da Angina, prima. Forse da lei avrebbe avuto modo di darsi una ripulita.

– Vuoi un consiglio? –  gli disse Belecthor, sorseggiando il suo the con una calma ostentata – Va’ dalla tua trovatella, assicurati che stia bene e, se così è, portala al più presto da Castalia. Ho la sensazione che ci aspettino tempi duri. –

 

 

Si sentiva ancora il tepore dell’acqua, addosso. La pelle, ora profumata di oli e unguenti curativi, era più morbida e le ferite erano meno infiammate. L’infuso di melissa e calendula che Venena le aveva tamponato sui tagli e sulle abrasioni aveva senz’altro sortito il suo effetto.

I suoi piedi nudi poggiavano su un enorme tappeto che occupava gran parte del pavimento di roccia. Angina l’aveva portata in una caverna immensa dalle chiare pareti calcaree, il soffitto alto una ventina di braccia, e con un semplice gesto della sua mano aveva acceso una lunga serie di torce che avevano immediatamente rischiarato l’ambiente, spalancando così davanti agli occhi di Regan una visuale incredibile: l’antro ospitava delle sorgenti sotterranee, che si raccoglievano in piccoli laghetti naturali. In alcuni l’acqua era uno specchio immobile e limpido, in altri la superficie era opaca e sorvolata da densi strati di vapore, in altri ancora piccole bolle d’aria scoppiettavano ritmicamente, emergendo dal fondo, e in qualcuna precipitavano vivaci zampilli cristallini.

Dopo un ricco pranzo a base di carne arrostita e verdure crude, Angina e Venena avevano aiutato Regan a spogliarsi e la avevano fatta immergere in una polla di acqua meravigliosamente calda, in cui lei si era abbandonata con immenso sollievo. Era stato un toccasana per le sue articolazioni indolenzite.

Con le lozioni che Venena le aveva consegnato, si era lavata, togliendosi di dosso polvere e sangue incrostato, domandandosi nel frattempo come avesse fatto a ridursi in quello stato. Da quel che aveva capito, i suoi ospiti si aspettavano che fosse lei a dare delle risposte, quando invece tutto ciò che aveva da offrire loro erano soltanto altre inutili domande. Aveva spiegato la completa assenza di ricordi nella sua testa e Angina sembrava averle creduto; Venena, invece, l’aveva guardata in tralice e aveva contratto severamente la mascella. Regan aveva già capito che non si sarebbero mai piaciute, loro due.

Ora che si era asciugata e sistemata, se non altro, si sentiva più in forze. Le era stato dato qualcosa da mettersi, ma lei aveva indossato con riluttanza sia il corsetto sopra la camiciola, sia i calzoni neri: non aveva le curve di Angina e su di lei quei vestiti facevano un ben povero effetto. Continuava a sistemarseli addosso, ad aggiustarli cercando di migliorare qualcosa, ma non c’era verso: il suo era un corpo ancora acerbo, ben lungi da quello procace di una donna adulta.

– Tra un paio d’anni li riempirai meglio –  Le disse Angina, divertita, intenta a stringerle i lacci sulla schiena. Regan suppose che fosse la prima volta che il suo busto veniva costretto in un corsetto, visto il disagio che avvertiva nel muoversi e nel respirare.

Aveva visto l’abito che le avevano tolto la sera prima: una nuvola di seta, pizzi e merletti in cui non si era minimamente saputa immedesimare. Al confronto, gli abiti di Angina le sembravano fatti su misura per lei.

– Vieni qui, bambolina. –

Angina le fece cenno di raggiungerla, indicandole uno sgabello di legno accanto a un tavolo in un angolo su cui Venena stava trafficando con una serie di boccette. C’erano anche dei teli puliti, piegati con cura, e un cestino pieno di pezzi di sapone.

Regan obbedì e si mise a sedere.

Angina prese una spazzola e iniziò a passargliela tra i capelli, per tutta la loro lunghezza. Regan chiuse gli occhi. Era una sensazione piacevole, con uno straordinario potere calmante.

– Hai dei capelli meravigliosi. Erano anni che non ne vedevo di così lunghi e lucenti. –

– I tuoi sono belli. –

– I miei sono capelli da guerriera – puntualizzò Angina. – Tutta un’altra cosa. –

– Che cos’hanno di particolare i capelli di una guerriera? –

– Innanzitutto devono essere più corti dei tuoi, e puoi scommettere che non saranno mai così lustri. E si tengono quasi sempre legati, per non impacciare i movimenti. –

Regan cercò di immaginarsi con una spada in mano: non ci riuscì.

– Non credo di essere mai stata una guerriera. –

Angina rise.

– Con queste mani da principessina, piccola, al massimo potevi esserlo nei tuoi sogni. –

Regan restò a fissarsi i palmi adagiati in grembo, mentre Angina riprendeva a pettinarla: le sue mani erano lisce, bianche, morbide al tatto. Non portavano segni di fatica. Anzi, non portavano segni di alcun tipo.

– Prima o poi la tua memoria ritornerà –  esordì Angina, come se le avesse letto nel pensiero. – Fino ad allora, evita di passare ogni momento a sforzarti di ricordare. Nessuno ti restituisce il tempo perso. –

Non sapendo cosa dire, Regan tacque.

Non aveva idea di cosa sarebbe stato di lei, adesso. Senza un passato, senza qualcosa da cui partire, non capiva in che modo potesse sperare di andare avanti.

– Mi chiedo se il tuo cervello non abbia deciso di privarti della memoria per il tuo bene –  rifletté Angina a un tratto.

Regan tacque ancora.

Si trattava di un pensiero che aveva sfiorato anche lei: stando a quanto le avevano raccontato, il luogo in cui era stata trovata non era esattamente un’oasi di felicità e qualcosa le diceva che c’era un qualche fondamento in quella semplice supposizione.

– Mi spaventa non sapere chi sono –  mormorò.

– Un cumulo di giorni perduti non costituiscono la tua essenza –  le disse Angina. – L’impronta che  hanno lasciato è ancora la stessa dentro di te. Tu sei ancora tu, anche se non ricordi attraverso quali esperienze lo sei diventata. –

Regan ascoltò il suono di quelle parole che si perdeva nella vastità della camera. Le piacque il tono deciso e rassicurante con cui erano state pronunciate e ancora di più le piacque il loro significato. Provò un’improvvisa gratitudine verso quella donna.

– Io qui ho finito –  Annunciò Venena. Aveva raccolto tutte le ampolle sul vassoio, lasciando solo un calice scuro sul tavolo.

– Lì dentro c’è un decotto che dovresti bere –  disse a Regan. – Aiuterà il tuo corpo a rimettersi in forze. –

Regan occhieggiò con poco entusiasmo l’oggetto in questione. Nonostante sapesse di averne bisogno, non le andava proprio di bere quella roba.

– Grazie. –

Venena non sprecò inutili cerimonie: cucì insieme due parole di saluto, poi prese la sua roba e uscì.

– Devi scusarla, non ama molto la presenza degli estranei –  borbottò Angina.

A giudicare dal suo comportamento, Venena non doveva amare molto la presenza delle persone in generale.

– Posso capirla. –

– Spero che con questo tu non voglia dire che ti senti a disagio, in questo momento. –

– Assolutamente no! Anzi, penso di dovervi dei ringraziamenti. Siete stata fin troppo buona con me. –

– Prima di tutto, ti vieto categoricamente di rivolgerti a me dandomi del Voi. In secondo luogo, questo posto ha sempre accolto molti randagi. Non sei la prima né sarai l’ultima, credimi. –

– Che cosa fate, qui, esattamente? –

Scorse un sorriso che si formava sulle labbra di Angina, riflesso sulla superficie metallica del calice.

– Siamo quello che certa gente definirebbe fuorilegge, ma siamo di quelli buoni. Non facciamo del male a nessuno. A meno che non se lo meriti. –

Era calata una tonalità cupa su quell’ultima frase, in cui Regan riuscì a percepire amarezza e rancore represso.

– Mi dai il permesso di sistemarteli come si deve?–  le chiese Angina, passandole una mano tra i capelli.

– Sì, certo –  Rispose Regan, incerta.

Passarono qualche minuto a chiacchierare. Angina le raccontò meglio della propria attività e nel frattempo intrecciava grosse ciocche con gesti esperti, separando e tirando, incrociandole tra loro. Quando ebbe finito, fece alzare Regan e la fece specchiare in una delle polle di acqua limpida e immobile.

– Mi sta bene –  Si stupì lei, osservando la lunga treccia che dalla nuca le scorreva giù fino alla vita.

– Non solo ti sta bene, ma così starai molto più comoda. –

Avrebbe dovuto iniziare ad acquisire confidenza con il proprio aspetto. Non sapeva se si piacesse o meno, ma i suoi lineamenti iniziavano perlomeno ad avere un vago sentore di familiarità.

– È davvero strano guardare il proprio riflesso e vedere un estraneo –  rifletté a voce alta.

Prima che potesse aggiungere altro, qualcuno bussò alla porta: tre colpi decisi che riecheggiarono in tutta la grotta.

– Avanti. –

La porta si spalancò con uno scricchiolio. Regan si aspettava che fosse Venena, tornata a prendere qualcosa, invece si trattava di un uomo. O meglio, un ragazzo, perché non poteva essere tanto più grande di lei.

– Buongiorno, signore –  Salutò con brio il nuovo arrivato.

Man mano che si avvicinava, Regan distinse meglio le sue fattezze. Era alto, vestito di nero, con un viso attraente e due occhi azzurri come il ghiaccio che la guardavano curiosi. Gli stessi occhi, ne era sicura, che le erano apparsi nella mente appena risvegliata.

Il suo passo era lento e felpato. C’era qualcosa di felino in quell’andatura, nel modo in cui le lunghe gambe si succedevano l’una all’altra in brevi falcate disinvolte, l’orlo del pastrano che gli lambiva le caviglie.

Solo quando le fu praticamente di fronte, Regan si accorse di quanto fosse malconcio: tra vestiti strappati in un paio di punti e macchie di fango e sangue, sembrava appena uscito da un nubifragio.

– Lucius! –  esclamò la voce suadente di Angina, come nulla fosse. – Hai fatto presto .–

Il ragazzo sorrise, e il suo volto si illuminò.

– Noto con piacere che la nostra ospite sta molto meglio –  disse, strizzando un occhio a Regan, la quale a stento se ne accorse, intenta com’era a rimirarlo. Il suo timbro era ammaliante, un manto di velluto scuro e avvolgente dalle sfumature ridenti.

Fecero una rapida presentazione.

– Venena ha fatto una delle sue magie e ce l’ha rimessa in sesto. Hai visto quant’è graziosa senza sporcizia addosso? –

Regan avvertì lo sguardo di Lucius vagare su di sé.

– Molto graziosa, sì – constatò, compiaciuto. – Begli occhi davvero, cerbiattina. –

– Non farti incantare dalle sue moine, Regan: il nostro Lucius ha un confesso debole per le belle donne –  cinguettò Angina – E viceversa naturalmente. –

Lucius le rivolse un sorrisino beffardo e si sfilò il cappotto. Lo lasciò cadere distrattamente a terra con un tonfo sordo, poi iniziò ad aprire anche la camicia, e un attimo dopo anche quella fu a terra. Rimase solo una sottilissima catenina d’argento a cingergli il collo, una stella a sette punte con un cuore di rubino a fare da pendente.

Regan fissò a bocca aperta il torso nudo del ragazzo: non sembrava così muscoloso, da vestito. Le spalle erano possenti, muscoli sviluppati disegnavano linee nette sul torace e sulla schiena, tra le scapole, lungo le braccia. Ma non era quello a sconvolgere Regan. La pelle chiara di Lucius sembrava una tela aggredita da un artista impazzito: tra rari tagli freschi – uno particolarmente brutto gli sferzava il fianco – e qualche brutto livido, cicatrici grandi e piccole deturpavano l’altrimenti perfetto incarnato, alcune lunghe e sottili come fili d’erba, altre di forme strane, frastagliate, altre ancora brevi e nette, bianche e lucide. Ce n’era una serie, sulla sua spalla sinistra, che formava una collana di punti allineati in una stretta curva simmetrica. Un fisico di una bellezza statuaria imbrattato da costellazioni di marchi indelebili.

Lo fissò senza fiato, rapita da una fascinazione perversa che dal nulla le stava nascendo dentro.

– Non farti turbare da queste –  Le disse Lucius tranquillo, mentre le sue mani sfilavano gli stivali dai suoi piedi. – Sono solo vecchi graffi. –

– Non mi turbano –  disse Regan con altrettanta tranquillità. – Sono poetiche. –

E lo erano. Tanto fini e armoniose, nel loro insieme, da sembrare disegni volontari, tracciati da mani consapevoli per decorare e impreziosire, piuttosto che deturpare. Era forte e vicino al morboso il fascino che quei segni esercitavano su di lei: riusciva quasi a vedere il sangue che aveva lambito ogni cicatrice quando ancora era stata un taglio aperto, e ne era ipnotizzata.

– Poetiche –  Lucius soppesò quella singola parola tra sé, strascicandola nel passarsela tra le labbra. – Nessuno aveva mai fatto un complimento così lusinghiero alle mie cicatrici. –

– Gli servono a enfatizzare la sua irresistibile reputazione da cattivo ragazzo –  Scherzò Angina. Lo sguardo che ebbe per Lucius era di pura adorazione.

– Non sono un cattivo ragazzo – si difese  lui. – Ho solo cattive abitudini. –

– Ecco perché ti ritrovi questi bei ricami sparsi su tutto il corpo. –

– Non hai sentito? –  Lucius enfatizzò un tono vanitoso. – Sono poetici! –

Poi, come nulla fosse, si slacciò la cinta e abbassò i pantaloni, rimanendo quasi del tutto nudo, ad eccezione di un paio di corte brache di tela. Regan si domandò se, vista la situazione, non si sarebbe dovuta in qualche modo sentire in imbarazzo.

Non le fu ben chiaro il perché lui si stesse spogliando – e con tanta disorientante disinvoltura – fino a che non lo vide voltarle le spalle e tuffarsi dentro uno dei laghetti di acqua fredda.

Quando riemerse, i capelli neri gli aderivano al viso e la sua faccia era decisamente soddisfatta.

– Mi ci voleva proprio –  sospirò, scostandosi i capelli all’indietro. – Hey, Gin, passami un po’ di sapone! –

Senza scomporsi, Angina afferrò uno dei blocchi profumati nel cestino e glielo lanciò. Lucius fece sfoggio dei suoi ottimi riflessi nel prenderlo al volo con una mano sola.

– Grazie. –

Regan sapeva che non era normale che un uomo si esponesse così di fronte a una donna. Non era imbarazzata, ma era sorpresa dall’incuranza che sia Lucius che Angina mostravano: nonostante lei fosse ben più matura di lui e lui fosse praticamente nudo, erano perfettamente a loro agio.

– Era un po’ che non ti facevi qualche ricamo nuovo –  lo prese in giro Angina, sedendosi sul bordo roccioso della pozza. – Cominciavo a temere che tu avessi perso mordente. –

Lucius rise, crogiolandosi nell’acqua.

– Mai e poi mai. –

– Una volta venivi spesso a trovarmi – laconica, Angina affondò le dita tra i capelli bagnati di Lucius, che aveva appoggiato ruffiano la testa al suo ginocchio. – Adesso la Luce del Nord ti tiene troppo lontano da me. –

L’amaro della nostalgia mitigato dalla dolcezza dell’affetto: sapeva di zucchero e fiele quel sussurro che suonava così strano sulla voce graffiante di Angina.

Lucius si crogiolò come una bambino nelle sue carezze, offrendole il viso come un cagnolino in cerca di coccole.

Regan non era sicura della natura del loro rapporto: a tratti si provocavano con la malizia di due amanti, a tratti si scambiavano tenerezze da madre e figlio, a tratti si burlavano l’uno dell’altra come cari amici di vecchia data. Forse, pensò Regan, era tutte quante quelle cose.

– Sei il solito marmocchio lascivo di sempre – ridacchiò Angina, mentre lo spingeva via.

Per tutta risposta, lui la schizzò con uno spruzzo d’acqua.

– Ho incontrato Venena, poco fa –  disse poi, appoggiandosi con un gomito fuori dalla vasca, guardando verso Regan. – Mi ha detto del tuo piccolo inconveniente. –

Lei non comprese subito a cosa si riferisse.

– Oh, sì. La mia memoria…–

– Non ricordi altro che il tuo nome? –

– Purtroppo no. –

Uno sbuffo simile a una risata sfuggì dalle labbra di Lucius.

– Sarà divertente doverlo spiegare a Castalia. –

– Chi è Castalia? –

Lui sventolò la mano come se la cosa fosse del tutto priva della benché minima importanza.

– Una tizia a cui faccio favori nel tempo libero. –

Angina sollevò un sopracciglio con fare ironico, ma non disse niente.

– Regan – Lucius si fece improvvisamente più serio. – So che sei stanca e, date le circostanze, credo che sarà anche inutile, ma ci sono delle persone che vorrebbero parlare con te di quello che è successo la notte scorsa. –

Lei si morse il labbro, titubante.

– Di che aiuto vi potrei essere? –

Le dava un brivido strano pensare di uscire, andare via di lì. Si sentiva al sicuro, in quel luogo sotterraneo, protetta dalla terra, ed era ancora troppo scossa per sentirsela di uscire.

– Sai, si tratta di persone molto potenti –  le spiegò Lucius. – Che forse potrebbero aiutarti a recuperare i tuoi ricordi. –

  Le sarebbe dovuta sembrare una buona notizia. Lo era, in fondo.

– Ci sono persone più potenti di lei che hanno la correttezza di non abusare della propria influenza –  sbuffò Angina. – Qualcuno dovrebbe farglielo lo notare, qualche volta. –

– Io lo faccio, di tanto in tanto –  affermò Lucius. – È una soddisfazione di raro piacere. Ma temo che questo non le farà cambiare idea sul colloquio che si aspetta di avere con la nostra piccola ospite. –

– Non fa niente –  Minimizzò Regan. Si sentiva già abbastanza in colpa per essere un tale disturbo per quella gente così disponibile.

Cercò lo sguardo di Lucius e lo ritrovò tra sottili ciuffi di capelli zuppi d’acqua.

– Verrò con te da questa Castalia, se è necessario. –

Il modo in cui lui le sorrise le fece capire che aveva apprezzato la risposta.

 

 

Era fuori di sé.

Gli era inconcepibile che la storica dimora della Corte fosse andata distrutta come un castello di sabbia in una mareggiata.

Ne osservava i resti da lontano, assieme a un manipolo dei suoi, i pochi sopravvissuti, e sentiva la rabbia ribollirgli nelle vene. Aveva solo una vaga idea di cosa potesse essere successo, ma si rifiutava di crederci. E, d’altro canto, lo aveva visto con i suoi stessi occhi lo sprigionarsi di quell’immenso potere.

L’angelo era morto, e le ripercussioni che la sua morte aveva avuto erano state inimmaginabili.

L’ultima cosa che riusciva a ricordare erano le proprie dita che assieme alla lama del pugnale affondavano tra le costole del giovane e un grido di dolore che si sprigionava nell’aria. Poi tutto aveva cominciato a tremare e l’intero castello, prima che chiunque si potesse rendere conto di quel che stava accadendo, si era accasciato su sé stesso, esattamente come aveva fatto l’angelo tra le sue braccia, esanime. Da lì in poi tutto era nebbia, fino al momento in cui si era risvegliato nel buio, imprigionato sotto a una lastra di pietra che lo aveva protetto.

Ne era uscito a fatica, risalendo tra blocchi di pietra che erano rimasti impregnati del suo sangue, e quando era emerso in superficie non aveva trovato altro che un’immensa distesa di detriti e corpi morti. E la ragazza, forse, era ancora da qualche parte là sotto.

– Mio signore. –

Tornò in sé, abbandonando riflessioni gravide di rabbia, risentimento e frustrazione.

Al suo fianco, Isabel attendeva che lui avesse un qualunque tipo di reazione di fronte a ciò che stava osservando da ormai diversi minuti, immerso in un silenzio sconvolto.

– Mio signore, dovremmo allontanarci da qui. –

La voce di Isabel era timorosa. Lo guardava devota, la freschezza della giovinezza passata ancora abbastanza vivida da renderla luminosa sotto all’incombere della luna. Boccoli di mogano, occhi di ametista, pelle di rosa canina: una mezzaninfa di straordinarie capacità magiche. La aveva scelta per quello.

Lei era stata lontana dalla Corte, al momento della tragedia. Lei e i tre uomini che erano rientrati con lei lo avevano soccorso e avevano aiutato lui e i sette superstiti – sulle circa cento persone che abitavano regolarmente la Corte – a rifugiarsi nella foresta.

Se n’erano andati appena in tempo. Solo qualche minuto più tardi avevano scorto in lontananza il sopraggiungere di alcune persone che non avevano avuto difficoltà a riconoscere come membri della Lega.

– Siete ferito, avete bisogno di cure. –

– Isabel ha ragione, mio signore – intervenne Galvorn ansimante, reggendosi una spalla tumefatta. Era un angelo grande e grosso, ma l’offesa subita nell’incidente lo aveva incurvato su sé stesso, riducendolo a una mole ingobbita nell’impenetrabilità della notte.

– Non possiamo fare nulla. Gli uomini della Lega sorvegliano la zona. Non siamo in grado di affrontarli. –

Suo malgrado, lui dovette ammettere che avevano ragione loro. Non avevano scelta: dovevano andare via, rifugiarsi il più lontano possibile da lì e riorganizzare interamente la congrega. I caduti di quella notte non erano che una piccola parte dei suoi accoliti, ma, caduta la Corte, ci voleva tempo per ricostituire dal nulla il punto nevralgico cui faceva capo ogni cosa.

– Samael è stato avvertito? –

– Ci attende alle Cinque Torri. –

Avevano diversi giorni di viaggio ad attenderli, e non sarebbe stato semplice.

Gettò un ultimo sguardo al picco in lontananza, indugiando sui miseri resti di quella che per secoli era stata la sua gloriosa dimora: si era tutto dissolto in una distesa di detriti e polvere lavati dalla pioggia. Antichi tesori, preziosi esperimenti, libri rari raccolti in tanti anni di assennate ricerche… tutto perduto.

La Lega ci avrebbe messo poco a disseppellire dalle rovine ogni cosa e appropriarsene senza alcuno scrupolo, e lui non avrebbe potuto fermarli.

Giurò a sé stesso che avrebbe avuto la giusta vendetta, a suo tempo.

– Andiamo – ordinò, e con un fruscio del mantello voltò le spalle e tutto ciò che di più prezioso avesse mai posseduto, lasciandosi inghiottire nel folto della foresta.

 

 

Angina aveva fatto portare dei vestiti puliti per Lucius. Dovevano appartenere a lui, perché erano pressoché identici agli altri e gli calzavano alla perfezione.

Regan non aveva nulla da prendere con sé, nulla che le appartenesse. Tutto ciò che aveva posseduto era rimasto sepolto in un passato di cui non era più padrona.

Angina le regalò un mantello meraviglioso: di pesante broccato nero, con alamari d’argento e tortuosi ricami simili a viticci che si aggrovigliavano sinuosi lungo il bordo. Teneva molto caldo, forse fin troppo.

– Vedrò di rubare qualcos’altro per la prossima volta che torni a trovarmi –  Le disse, lisciandole il mantello sulle spalle.

– Spero di tornare presto, allora. –

Angina li accompagnò all’uscita. La via fu lunga, un interminabile intrico di gallerie labirintiche in cui era fin troppo semplice smarrire l’orientamento, ma in cui lei e Lucius si spostavano con sicurezza.

– Si è mai perso qualcuno, qui dentro?–  chiese Regan, mentre sorpassavano una cavità zeppa di ragnatele.

Il beffardo sogghigno di Angina bastò di per sé a risponderle.

– Oh, è capitato. I pochi che riescono a intrufolarsi qui dentro senza il mio esplicito permesso difficilmente riescono ad andare lontano. O meglio, magari ci arrivano, ma non è un lontano molto ospitale. –

– Leggendo tra le righe, ci sono individui che si sono persi nei cunicoli sbagliati e non hanno fatto più ritorno –  specificò Lucius allegro.

– Davvero?–

Angina scrollò le spalle con indifferenza.

– Ho già abbastanza da fare a badare ai miei uomini, non posso certo perdere tempo a preoccuparmi degli idioti che si intrufolano in casa mia sperando di farla franca. E poi sarà successo al massimo un paio di volte. –

– Da quando ci sei tu –  precisò Lucius. – La sua famiglia vive qui da generazioni –  spiegò poi a Regan. – Certi racconti di suo nonno mi hanno affascinato quando ero un ragazzino: antiche sette segrete hanno dimorato qua sotto, secoli fa. Alcuni superstiziosi credono ancora che la foresta sia infestata da spiriti malvagi. –

Una manciata di minuti più tardi erano arrivati in fondo a quel che sembrava un vicolo cieco: davanti a loro si parava un solido muro di roccia muschiata.

Senza pensarci, Angina vi appoggiò una mano in un punto che sembrava del tutto casuale e la premette dolcemente. Con un sonoro crepitio che fece temere a Regan che la parete si stesse spezzando, a poco a poco la pietra si aprì, andando a formare un’arcata che si affacciava direttamente su una rigogliosa esplosione di verde scuro, che colpì gli occhi delicati di Regan con tanta meraviglia e violenza da ferirli, mentre lei si rendeva conto che, per qualche assurdo motivo, le mancava il respiro.

Il mondo si spalancava davanti a lei invitandola a entrare.

La sua curiosità agì là dove lo stupore aveva inibito i muscoli e la sospinse, un passo dopo l’altro, ad avventurarsi in quello spazio così colorato e inondato di sole.

Le sembrò di vacillare sotto al peso di quella visuale, consapevole che si trattasse soltanto di un ordinario scorcio di montagna, e persino piuttosto desolato, data la stagione.

Era un fitto bosco di conifere che emanava un sottile profumo di resina, invitando a chiudere gli occhi e sfruttare tutti gli altri sensi, e lasciarsi rapire dalle carezze del vento, dal suo fruscio tra le fronde, dalla morbidezza surreale dei muschi che ricoprivano i massi chiari e i tronchi degli alberi caduti. Erba alta e folta faceva da tappeto sotto ai piedi, fresca e tenera al tatto, e qua e là chiazze di neve cristallizzata – a terra e sugli alberi – testimoniavano il passaggio di recenti imbiancate. Benché la temperatura fosse effettivamente piuttosto rigida, Regan non risentiva del freddo; inspirava anzi con estremo piacere l’aria frizzante che le riempiva i polmoni e le mandava in tutto il corpo intense scariche di energia pura.

Il semplice essere lì la stava facendo sentire di gran lunga meglio rispetto a quanto non avesse fatto la pozione di Venena. Era come sentirsi tutt’uno con il bosco che si distendeva attorno a lei.

– Noto con piacere che l’aria aperta sta sortendo un effetto positivo su di te. –

Regan si appoggiò entusiasta a un enorme abete, il naso all’insù.

– Mi sento come se non avessi mai respirato prima d’ora. –

Angina, abbandonata con una spalla contro la cornice dell’arco, si portò una mano al fianco, ridendo.

– O come se non avessi mai visto un albero. –

Regan non raccolse la battuta. C’era una consistente parte di lei che aveva voglia di scappare e correre fino allo sfinimento tra le piante, e ce n’era un’altra, più esigua ma molto forte, che era soggiogata da un inspiegabile timore, quasi temesse che le sue gambe non conoscessero le dinamiche di una corsa a perdifiato.

– Sarà il caso che ci sbrighiamo – le disse Lucius. – Prima parlerai con Castalia, prima te ne libererai. –

Un grosso corvo era come apparso dal nulla e gli si era postato sulla spalla. Lucius gli sorrideva, grattandogli la testa. Nonostante il suo corpo fosse quello perfettamente maturo e sviluppato di un uomo fatto, il suo sorriso era candido e trasparente come cristalli di zucchero, sincero come quello di un bambino.

– Lui è Rok – disse sa Regan, mentre il rapace gli zampettava lungo il braccio, becchettando affettuosamente il pesante tessuto della manica. – Il mio compagno di avventure di sempre. –

Rok studiò Regan con la testa girata di lato, un solo occhio a vagare su di lei con fare inquisitorio, quasi dovesse decidere se degnarla o meno della propria attenzione. Alla fine, dopo una lunga e attenta valutazione, l’animale arruffò pomposamente le penne nere come l’inchiostro ed emise una gracchiata decisiva.

Lucius rise sommessamente, carezzandolo con gentilezza.

– Gli piaci. –

Per fortuna, pensò Regan, che aveva avuto la singolare impressione che il corvo fosse riuscito a scrutarla più a fondo di quanto il semplice dono della vista non consentisse.

Lei e Lucius salutarono Angina con un ultimo abbraccio e qualche raccomandazione generale.

– Lucius, abbi cura di lei, intesi? –

– Sissignora –  Promise lui, con un cenno marziale.

– Ragazzina – Angina posò le mani ai lati del collo di Regan e ammiccò. – Sei in ottime mani. Resta con questo buzzurro e sarai al sicuro. –

– Oh, non dire così, mi fai arrossire! – ciarlò Lucius, in una pessima imitazione di una persona imbarazzata.

– Che la sorte ti sia favorevole, Regan. Aspetterò con ansia tue notizie. –

Dopo l’ennesimo ringraziamento di commiato, Lucius riuscì finalmente a strapparla dalle grinfie di Angina e portarsela via.

Le fece strada nel bosco, seguendo un sentiero che solo lui sembrava vedere. Dietro di loro, gli aghi secchi e le sterpaglie si ricomponevano autonomamente, coprendo le tracce del loro passaggio.

Non camminarono a lungo, e nel frattempo Lucius le illustrò a grandi linee com’erano andate le cosa da che l’aveva trovata. Quando ebbe terminato, Regan pensò di essere stata molto fortunata. La sarebbe solo piaciuto che qualcosa di quel che le era stato riferito avesse per lei qualche senso.

Il profumo di ghiaccio che emanava la neve sugli alberi si mescolava a quello del muschio e delle conifere, dando vita a un’unica fragranza fresca che si respirava volentieri. La debolezza era quasi del tutto svanita e aveva lasciato posto a un vigore che andava rafforzandosi.

Lucius non mancò di preoccuparsi che lei stesse bene e non faticasse a seguirlo, ma Regan gli assicurò che era inutile: si muoveva senza difficoltà, con la disinvoltura di un’abitudine che non esisteva.

– Ci siamo. –

Regan si sottrasse con sforzo non indifferente all’ascolto del canto del vento nel cielo terso sopra la sua testa. Lucius si era fermato di fronte a un gigantesco tronco cavo privo di chioma e la stava aspettando.

Regan riconobbe all’istante i colori spenti e languidi del legno: la Madre aveva già richiamato a sé l’energia vitale di quella pianta, lasciando le sue spoglie mortali a consumarsi attraverso i secoli.

– È morto – osservò, costernata.

– Da almeno una cinquantina d’anni – confermò Lucius, nello stesso istante in cui Rok volava via dalla sua spalla per andare a posarsi in due battiti d’ali su uno dei rami sopra le loro teste, e lì rimase, vegliandoli dall’alto. – Non si potrebbe usare una creatura viva come Portale. –

La fronte di Regan si corrugò.

– Portale? –

– Non sai cos’è un Portale? –

Lei scosse la testa, non senza una buona dose di vergogna.

– Oh, i Portali sono un’invenzione estremamente affascinante. Difficili da creare, ma indubbiamente di grande utilità. Soprattutto per chi ha bisogno di andare molto lontano in tempi molto brevi senza fare fatica. –

La cavità triangolare dell’albero era simile a uno squarcio, una ferita prepotente inflitta con una certa precisione. La furia di un temporale, sicuramente.

– È un po’ strettino, ma sarà questione di un attimo. –

Lucius, un piede già all’interno della fessura, le stava porgendo una mano. Regan intuì che fosse un invito ad afferrarla.

– Devi essere fisicamente in contatto con me per poter passare – le rivelò. – Non avere paura, cerbiattina, ti posso assicurare che è assolutamente indolore e privo di rischi. –

Regan sospirò. Non erano tanto i potenziali rischi o la paura a bloccarla, quanto piuttosto la prospettiva di concedere la propria mano alla stretta che Lucius le offriva.

Era bello, anche se il suo viso era appesantito da occhiaie dense di stanchezza e le sue dita erano ruvide e callose, soprattutto quelle della mano sinistra. Doveva essere uno spadaccino solerte, ed evidentemente mancino.

– Non abbiamo tutta la giornata, sai? –

Regan inorridì nel sentirsi arrossire. Rimpianse di essersi fatta legare i capelli per non potersi rifugiare dietro la loro cortina. Raggiunse Lucius in fretta e gli prese la mano con decisione forse eccessiva.

Lui rise e ancor prima che le dita di lei si fossero completamente adagiate tra le sue, la afferrò saldamente e la attirò fulmineamente a sé. L’ultima cosa che Regan assimilò fu la solidità del petto di Lucius sotto ai suoi palmi e il suo respiro caldo sul viso, poi tutto fu bruscamente inghiottito da un vortice buio.




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A/N: ecco il secondo capitolo! Ringrazio di cuore Maharet e Hellister per aver recensito il prologo ed essere state così gentili con i complimenti, e anche per aver messo la storia tra i preferiti (spero di non deludere la fiducia ^^). :) Grazie anche a GirlWithTheGun, Hillary (ma tu sei quella che lascia quelle recensioni meravigliose a _Princess_, vero? *-*) e VesiSchwartz che hanno inserito le storie tra le seguite e spero che "seguendo" troveranno un valido motivo per commentare. ;)

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Capitolo 3
*** La Lega ***


2. LA LEGA

 

It's lost
So lost
The world you're in
The life you live

– Lost, Tristania –

 

 

 

Se non ci fossero state le braccia possenti di Lucius a sorreggerla, Regan sarebbe miseramente rovinata a terra. Le girava la testa in modo insopportabile e il suo stomaco minacciava di rimettere da un momento all’altro il cibo che aveva consumato assieme ad Angina. Non sapeva dove fosse né in che modo ci fosse finita, ma era solo grata di sentirsi di nuovo la terra sotto i piedi.

Nel momento stesso in cui Lucius la aveva trascinata con sé dentro all’albero cavo, era successo qualcosa di molto strano: era stato come se il terreno sotto i loro piedi si fosse spalancato e li avesse inghiottiti, risucchiandoli in un vortice che solo una manciata di secondi dopo sembrava essersi spalancato di nuovo, lasciandoli ricadere dall’alto su una superficie compatta ben diversa dal terriccio morbido del sottobosco.

­­– Tutto bene, cerbiattina? –

La voce profonda di Lucius venne in suo soccorso, avvolgendola come un rassicurante manto vellutato. Per di più si era appena accorta di essere letteralmente avvinghiata a lui.

– Benissimo – mentì, staccandosi malvolentieri dall’unico supporto fisico che avesse a disposizione. Restò in piedi per qualche miracolo, mentre, aprendo gli occhi scombussolata, si rendeva conto di essere finita in un vastissimo atrio scarsamente illuminato, il cui soffitto era così alto da perdersi in cieche nubi di oscurità, arrampicandosi su per pilastri scanalati di diametro impressionante che delimitavano la navata principale, separata dalle due minori da una fila di loggiati paralleli. In alto, incastonato sotto l’arco ogivale che disegnava la parete di fondo, une enorme rosone riluceva come un pallido diamante di tiepida luce invernale, che si allungava pigramente in mille fragili raggi fino a incontrare il marmo scuro del pavimento. Alle sue spalle, una imponente arcata finemente scolpita si adagiava direttamente sui blocchi di pietra della parete, contornando una nicchia semicircolare. Doveva essere da lì che erano appena usciti.

– Benvenuta alla sede primaria della Lega delle Sette Terre! – esclamò Lucius, compiendo un ampio gesto con le braccia. – Perdona la scarsa accoglienza, ma qui dentro il regime è piuttosto austero. –

– Il tuo corvo è rimasto dall’altra parte – le venne in mente all’improvviso.

– Rok non ama molto viaggiare attraverso i Portali. –

– Mi domando perché – borbottò lei fra sé, e così suscitando a Lucius una breve risata.

– Sarà lui a trovarci, quando lo vorrà, vedrai. –

Il rimbombo dei suoni era secco e pulito e persino il respiro pareva riverberare nell’immensità di quello spazio vuoto e fin troppo silenzioso.

– Chi va là? – tuonò un timbro grave da un punto imprecisato tra le ombre, non molto distante da loro. Un istante dopo, un uomo calvo e corpulento emerse nella pallida luce, la mano già pronta sull’elsa della spada che teneva agganciata alla cintola. Sulla veste nera che portava, ricamato in bianco al centro del petto, campeggiava un ettagramma, identico alla stella che Lucius portava al collo.

– Va tutto bene, Garlan, sono io. –

– Ah, Lucius. – l’uomo abbassò immediatamente la guardia. – Castalia aveva avvertito che saresti arrivato –

La sua attenzione indugiò su Regan con sospetto. Le sue labbra si contrassero, scoprendo leggermente i denti in una smorfia minacciosa, e la mano ritornò fulminea all’elsa.

Pahavehr! – urlò, sguainando la spada.

Regan fece un balzo indietro nel momento stesso il cui Lucius si parava davanti a lei. Era disarmato, ma bastò che alzasse una mano per bloccare a mezz’aria la lama lucente che Garlan era stato sul punto di abbattere su Regan, e la lasciò sospesa a mezz’aria, vibrante.

– Sei impazzito, per caso? – sbottò, a metà tra il furibondo e l’incredulo.

Garlan abbassò la spada, ma la sua smorfia non si cancellò.

– I suoi colori sono di cattivo auspicio! – ringhiò – È tinta di sangue! –

– È un’ospite, e come tale va trattata – mise in chiaro Lucius. Era fuori di sé.

Prese Regan per un polso e la trascinò via, lasciando Garlan a vegliare sul Portale d’ingresso. Lei gli andò dietro, cercando di tenere il passo. Non si era ancora ripresa dallo spavento.

– Che cosa significava quella parola? – bisbigliò timorosa, mentre salivano la piccola rampa di scalini che conduceva alla zona principale dell’atrio.

– Pahavehr – Lucius lo ripeté con una certa riluttanza. – È una parola antica, di una lingua che quasi nessuno conosce più. Significa all’incirca “sangue cattivo”. Dicono che si sia diffusa millenni fa, quando Lucifero disseminava il terrore con la sua follia. –

Regan conosceva l’antica storia, tramandata di bocca in bocca nel corso dei secoli da creduloni visionari o semplici fanatici: l’angelo più bello che il creato avesse mai visto, dagli occhi di giada e i capelli rubini, che vagava per il globo senza darsi pace, seducendo i cuori di giovani donne e giovani uomini – angeli, demoni e umani – che si sottomettevano a lui come docili prede prigioniere tra le fauci del predatore, e tale fine ciascuno di loro faceva, non prima che lui avesse cercato in loro qualche goccia di qualcosa che potesse dargli sollievo per  quel fuoco che si diceva lo consumasse da dentro, senza lasciargli tregua, corrompendo irrimediabilmente il suo spirito per ridurlo ad un mostro senz’anima. Mille amanti strappati alle loro vite con la cieca foga della disperazione. Mille amanti, e mai amore. E in questa sua furia aveva devastato villaggi, incendiato città, soggiogando interi eserciti di adoratori che lo avevano seguito ovunque, prendendo parte alla sua devastazione. A distanza di tanto tempo, quasi nessuno credeva più a quelle dicerie, ma il nome di Lucifero era rimasto sinonimo di crudeltà a terrore, con evidenti strascichi ancora ben radicati nel retaggio di certe religioni degli umani, che lo associavano al diavolo in persona.

– Lucifero è solo una leggenda. ­–

– Può darsi – fece Lucius, con un’alzata di spalle – Ma intanto una parola ispirata a lui e vecchia di migliaia di anni viene ancora usata dai superstiziosi, anche se i più ne ignorano le origini. –

Si fermò al centro dell’atrio, un lungo rettangolo vuoto dominato da una calma surreale.

– È sempre così tranquillo, qui? –

­– Tutt’altro – La mano di Lucius si accostò alla schiena di Regan e docilmente la invitò a incamminarsi. – Oggi è un’occasione straordinaria: sono stati quasi tutti sguinzagliati alla Corte e dintorni, il luogo dove ti ho trovata – aggiunse quell’ultima frase dopo un momento di esitazione. – Stanno scavando tra le macerie, recuperando corpi e materiali di una certa rilevanza. –

Regan non sapeva cosa intendesse per “materiali di una certa rilevanza”, ma poteva farsene una vaga idea.

– La gente dei villaggi vicini non si è accorta di nulla – proseguì Lucius. – Nessuno ha sentito niente, e questo non ci aiuterà a capire cosa sia successo lassù. –

Sia a destra che a sinistra, nelle navate laterali oltre i loggiati, si aprivano degli alveoli, tre da una parte e tre dall’altra, tutti chiusi da robuste porte rovinate dal tempo. Lesse distrattamente dei nomi inscritti a fini lettere maiuscole all’interno di piccole placche argentate, ma non ebbe il tempo di badarvi troppo: Lucius aveva fretta.

La condusse ai piedi del rosone, al cospetto della più grande delle porte che si affacciavano sull’atrio, che da lontano Regan nemmeno aveva notato, poiché immersa nella zona d’ombra lasciata dal fascio di luce. Su frontone che la sormontava era inciso un motto in una lingua che Regan non seppe decifrare: mors hostium, mihi vita.

– Morte dei nemici, vita per me – le tradusse Lucius, mentre già appoggiava una mano sulla pesante maniglia. – La Lega sa essere molto accattivante nel promuovere il proprio operato. – proseguì in tono civettuolo.

Aprì e le cedette il passo; la porta si richiuse alle loro spalle con un tonfo sordo.

Erano entrati in un corridoio lungo e stretto, costeggiato sulla destra da trifore ogivali vetrate alte quanto due persone, e sulla sinistra decorato da ritratti di persone dall’aria arcigna. Il nome di ciascuno di essi, riportato su una targa affissa sotto la cornice, era accompagnato da due date, presumibilmente quelle della durata della carica, e dalla dicitura Coordinatore di Corterra. Su più di cento quadri, nemmeno un quarto raffigurava delle donne. Alcuni di essi, inoltre, accanto alla prima targa ne avevano anche una seconda, che recava il titolo: Coordinatore Generale della Lega delle Sette Terre, e altre due date.

Uno di questi era proprio l’ultimo quadro, oltre il quale il muro proseguiva spoglio e grigio. Era il ritratto di una donna non più giovanissima dai capelli scuri, rappresentata in vesti militari all’interno di uno scenario tempestoso, con una mano fieramente posata su un fianco e l’altra che poggiava sull’elsa di una spada lunga e sottile conficcata nel terreno. La sua espressione era dura e aveva un retrogusto di malinconia.

Quando Regan lesse la sua targa, qualche tassello trovò un collocamento più preciso nella sua testa: Castalia Reis. Mancava la seconda data, quella che segnava la conclusione dell’investitura.

Quella era la donna che avrebbe incontrato a momenti. Non faticava a credere che Lucius dimostrasse così poca simpatia verso di lei.

Si allontanò dal quadro con un passo all’indietro e recuperò Lucius affrettando un po’ l’andatura, lasciando vagare gli occhi sulle volte a crociera sopra di sé. Checché ne avesse detto Lucius, non le sembrava di vedere un’austerità poi così eccessiva negli arredamenti: era tutto molto essenziale e rigoroso, ma un lungo tappeto rosso scuro rivestiva il camminamento del corridoio e le cornici dei quadri avevano tutta l’aria di essere placcate in oro zecchino, che brillava alla luce pulviscolare che a fiotti si riversava dalle finestre.

Benché tutto fosse stato palesemente ristrutturato e rimesso a nuovo più volte – era facile intuirlo dall’accozzaglia di diversi elementi stilistici di epoche differenti – era ancora evidente l’antichità dell’edificio.

Tutte quelle novità, però, ancora non riuscivano a distrarre Regan da una domanda che da un po’ le premeva sulle tempie, e se non la avesse tirata fuori, sarebbe scoppiata.

– Secondo te perché mi trovavo in quel posto… la Corte? E cosa poteva volere quell’uomo da me? –

Lucius sembrò momentaneamente sul punto di bloccarsi, ma non lo fece. Continuò a camminare, precedendola, la coda corvina che gli solleticava le spalle.

– È una delle cose che stiamo cercando di scoprire – disse, voltandosi. – Per la verità mi auguravo che tu potessi darci qualche informazione utile per aiutarci a fare luce sull’accaduto, ma a questo punto penso toccherà a noi aiutare te, in qualche modo. –

Lo disse con un sorriso, in un tono così premuroso che Regan si sentì come riscaldata da dentro.

– Non ti devi preoccupare – proseguì Lucius. – Hai sentito Angina, no? Finché sei con me, sarai al sicuro. –

Quello che preoccupava lei, però, era quel che sarebbe potuto capitare nel momento in cui non fosse più stata con lui. Era sola in un mondo in cui non ricordava di aver mai vissuto. In una parola, era persa.

– Castalia ti tratterà con molta supponenza, e puoi stare certa che non ti crederà quando le dirai che non ricordi nulla – disse Lucius mentre svoltavano in un corridoio più grande, privo di finestre, il viso teso in un malcelato tentativo di reprimere una smorfia infastidita. – Ma di questo non ti devi preoccupare, ci penserò io a spiegarle la situazione. –

Le arrideva ben poco la prospettiva di dover discutere con una persona che aveva già preso una posizione nei suoi confronti. Non fosse già stato abbastanza difficile per lei andare lì per rispondere a domande alle quali non aveva risposte da dare. Ma c’era Lucius con lei, e si fidava di lui abbastanza da sapere che finché lui fosse rimasto, tutto sarebbe andato bene.

– Ci sono tre cose che bisogna sempre tenere ben presenti con Castalia – la avvertì e sollevò una mano iniziando a enumerare. – Mai contraddirla; mai alzare la voce; mai dire nulla di più di quanto espressamente richiesto. Chiaro? –

– Chiaro – farfugliò Regan, un po’ confusa.

– Bene. Tienilo a mente, perché sarà più irritabile del solito, oggi, e irritare Castalia non è mai una buona idea. Nel dubbio, piuttosto taci –

Più passavano i minuti, più le veniva voglia di girare sui tacchi e fuggire via da lì, tornare al bosco di Angina e lì restare fino a che non le fosse ritornata la memoria, o se non altro fino a che non avesse deciso che cosa fare di sé.

Non le piaceva nemmeno il fatto di non aver incrociato anima viva, finora. Si sentiva, per qualche ragione, di trovarsi in un territorio ostile. Diversamente dalla dimora di Angina – dove, nonostante l’ingiustificato astio di Venena, si era subito sentita benvoluta – quel luogo le dava l’impressione di non volerla ospitare tra le proprie mura, e di certo il modo in cui era stata messa in guardia non la aiutava a convincersi di sbagliarsi.

Qualche passo avanti a lei, intanto, Lucius si era fermato.

– Ci siamo. –

Regan gli si affiancò. Restarono a fissare il legno scuro della porta per un lungo attimo, nessun rumore a disturbare l’innaturale quiete che regnava attorno a loro, poi finalmente Lucius si decise a bussare.

– Avanti – sbottò dall’interno una voce femminile molto irritata.

Entrarono.

Regan rimase di stucco. La stanza era un quadrato così piccolo che la scrivania in fondo ad essa – che forse sarebbe stato più corretto definire tavolo – ne occupava praticamente metà. E non c’era altro, a parte una libreria, la sedia su cui sedeva rigidamente la donna del ritratto di poco prima e altre due disposte di fronte a lei. Non che si fosse aspettata una reggia, ma quello, più che lo studio di una personalità importante, sembrava uno sgabuzzino.

Gli occhi castani della donna si spalancarono nell’adagiarsi su Regan e la percorsero in lungo e in largo senza riuscire a mascherare un evidente stupore. Aveva qualche ruga in più e c’erano fili bianchi tra i suoi capelli, ma a parte quello era pressoché identica a come la mostrava il dipinto, solo un po’ meno spavalda, e Regan si compiacque di essere la causa di quel tentennamento.

– Mi trovate interessante? – disse, incapace di trattenersi.

Sentì Lucius reprimere a fatica un gemito impaziente. Era stata troppo sfrontata, decisamente.

Castalia batté le palpebre, come risvegliandosi da uno stato di trance, e riacquisì immediatamente la sua postura perfettamente eretta.

– Devo dedurre che sia lei la ragazza di cui mi hai parlato, Lucius? –

Lui assentì, scagliando a Regan un’occhiatina obliqua di avvertimento.

La donna, molto rossa in viso, sembrava oltraggiata.

– L’hai portata qui dentro così, senza precauzioni? –

– È solo una ragazzina – cercò di minimizzare Lucius, ma lei, la mandibola contratta, lo zittì con un’occhiata a dir poco tagliente e un sussurro rancoroso:

– Lo eri anche tu. –

Regan aggrottò la fronte a quell’affermazione e si voltò verso Lucius appena in tempo per vedere le sue labbra rigidamente serrate che si costringevano a distendersi in un accenno di placido sorriso.

– Io sono unico al mondo, per tua fortuna. –

Regan si morse il labbro per evitare di sogghignare.

– Basta chiacchiere – tagliò corto Castalia, torva. – Sedetevi, abbiamo molto di cui discutere. –

Regan imitò Lucius e si accomodò, ma aveva già capito che quella donna non le sarebbe mai potuta andare a genio, e che la cosa era del tutto reciproca.

Castalia appoggiò i gomiti alla scrivania, congiungendosi le mani al di sotto del mento. Regan notò che un vistoso anello d’argento occupava il dito medio della mano destra; su di esso era incisa una minuscola ma precisissima rosa dei venti.

Castalia fece per dire qualcosa, ma Lucius la precedette:

– Prima di cominciare, c’è una cosa che devi sapere, e non ti piacerà. –

Regan sarebbe stata pronta a scommettere che Castalia se lo fosse aspettata.

Permise a Lucius di esporle i fatti per come stavano, ma lo fece con una piega sulle labbra che dichiarava un manifesto scetticismo, proprio come lui aveva previsto.

Al termine delle spiegazioni, l’espressione della donna era rimasta pressoché la stessa dell’inizio: una maschera di impassibilità completamente priva di inflessioni.

Le rughe sottili e solo accennate che le solcavano la fronte e gli angoli degli occhi accentuavano i tratti spigolosi e duri del suo viso, il mento appuntito, gli zigomi affilati e scarni, fisionomie peculiari delle terre dell’Est – Astereis, Mauercast, e alcune zone di Asante.

Regan non si spiegava come potesse aver conservato con tale precisione certe nozioni e averne al contempo perdute tante altre di maggiore importanza. Era come un albero pieno di foglie e privo di radici: non poteva certo reggersi in piedi aggrappandosi al cielo.

– Dunque, Regan – Castalia pronunciò il suo nome con un’enfasi prolungata, lasciando un vuoto subito dopo. – Pare che, nelle tue condizioni, tu possa essermi di ben poco aiuto. –

Suonava terribilmente come un’accusa. Un’accusa che lei non gradì.

Lucius dovette notare il suo disappunto, perché si affrettò a prendere la parola:

– Io credo che le serva solo del tempo. È ancora debole e disorientata. ­–

– Naturalmente – convenne Castalia, con un’amabilità così falsa che non avrebbe convinto un sasso. – Ciononostante ci sono un paio di domande che ti vorrei porre, se non ti dispiace. –

– Risponderò là dove mi sarà possibile. –

– Possiedi poteri particolari? Sai sondare il futuro, o plagiare la volontà altrui, o qualche altra facoltà rara? –

– Io non… –

Regan interrogò le proprie capacità: provò a evocare un qualunque tipo di potere, ma non ci furono segnali di risposta. Non le riuscì nemmeno di spostare di un millimetro la penna d’oca nera dentro al suo calamaio.

– Non credo di avere poteri. –

Una risatina sarcastica si sprigionò dalle labbra sottili e pallide di Castalia.

– Tutti hanno dei poteri, angeli e demoni, grandi o modesti che siano. In quanto demone, dovresti essere in grado di leggere superficialmente nel pensiero e governare gli elementi, quantomeno. –

– Io non lo so fare. –

Si vergognava ad ammetterlo, soprattutto perché sapeva che la magia insita nella sua razza era riscontrabile già in tenera età, e lei ormai era quasi un’adulta.

Nemmeno lontanamente persuasa a crederle, Castalia adocchiò la candela consumata che stava in un angolo della sua scrivania. Bastò che stringesse appena gli occhi perché lo stoppino si accendesse.

– Spegnila – ordinò a Regan.

– Vi ho appena detto che non ne sono in grado! –

Devi esserne in grado! –

Regan iniziava a non tollerare quell’atteggiamento. Sentirsi dare della bugiarda, seppur indirettamente, da una che non sapeva un bel niente di lei non era accettabile. Così, non potendo fare d’altro, soffiò sopra la fiammella, la quale si spense all’istante.

– Non fare la sfrontata con me, ragazzina! –  la minacciò Castalia, oltraggiata, mentre Lucius soffocava una risatina in un colpo di tosse.

Regan era consapevole di essere venuta meno alla promessa di controllarsi fattagli poco prima e un po’ le dispiacque, ma il senso di colpa si volatilizzò quando, gli occhi di Castalia fissi nei suoi, si accorse che la donna stava tentando di leggere tra i suoi pensieri.

Sostenne lo sguardo senza timore. Sentiva lo sforzo del potere di Catsalia premerle sulla fronte senza il minimo risultato. Per qualche motivo, era immune a quella tentata intromissione illecita.

Castalia non demorse in fretta, probabilmente troppo orgogliosa per ammettere anche solo con sé stessa di essere incapace di dominare una giovane mente inesperta come quella di Regan, e anche quando lo fece, non fu affatto un sintomo di resa.

– Vorrei sottoporre la nostra gentile ospite a una verifica più approfondita – dichiarò, asciutta. – Per semplice misura cautelare, beninteso. –

Il sorriso grondante di condiscendenza che elargì a Regan le fece prudere le mani.

Si stava troppo stretti, là dentro, e la piccola bifora chiusa non era sufficiente a dare l’illusione di dilatare lo spazio.

– Io non sto mentendo! – protestò, l’aria viziata che le annebbiava i pensieri.

– Regan, va tutto bene – intervenne Lucius, esortandola a riappoggiarsi allo schienale della sedia. –  Non ti sembra di esagerare? – disse poi a Castalia.

– Non direi proprio – rispose questa, imperturbabile. – Non siamo nelle condizioni di poterci fidare di nessuno, e tu dovresti saperlo meglio di me. –

– Che cosa avresti in mente, si può sapere? –

– Nulla di invasivo – promise Castalia.

Proprio mentre Lucius stava per ribattere, due colpi alla porta interruppero il discorso.

– Avanti – esclamò Castalia, con un bagliore soddisfatto negli occhi. Aveva già progettato qualcosa, prima ancora di aver incontrato Regan di persona. Aveva avuto in mente di torchiarla con ogni mezzo fin dall’inizio.

La porta si aprì con un cigolio sinistro. Ne entrò una figura sottile, con lunghi capelli di un biondo argenteo, finissimi e lisci, legati sulla nuca. Era un ragazzo – o una ragazza, forse, difficile a dirsi – dall’aspetto incredibilmente efebico e delicato. C’era un che di etereo nel suo corpo flessuoso, arti lunghi e affusolati fasciati in un’uniforme di raso grigio perla dai raffinati ricami. Aveva un portamento marziale, calibrato fin nel più piccolo movimento, ma c’era una strana grazia nel suo rigore. Due occhi neri come l’ossidiana illuminavano miti il viso armonioso di un candore molto simile a quello di Regan stessa. Una bianca statua di alabastro scolpita a regola d’arte, oltre ogni possibile concezione di talento artistico, perché quella bellezza inaudita – quasi dolorosa – era il riflesso materiale di una purezza inafferrabile dalla superficialità della mente.

Chiuse la porta, poi fece un passo in avanti e la sua mano salì a compiere il gesto di saluto che ormai Regan aveva imparato a riconoscere.

– Buongiorno. –

Se la voce di Lucius faceva pensare a un frusciare di caldo velluto, quella di quel giovane angelo ricordava la fresca, tenera delicatezza di un petalo di rosa.

– Benarrivato, Shin – salutò Castalia cerimoniosa.

Si alzò in piedi e aggirò la scrivania, andando ad accostarsi alla sedia occupata da Regan. Le sue dita si adagiarono sul bordo dello schienale mentre chinava la testa.

– Dimmi, Regan, quanti anni hai? –

– Non se lo ricorda quanti anni ha – si intromise Lucius, molto adirato. – Ho capito le tue intenzioni, ma francamente… –

Francamente, Lucius, hai ben poca voce in capitolo. –

Le nocche di Lucius sbiancarono da quanto forte stava stringendo braccioli della propria sedia, ma Castalia lo ignorò e si mise a girare attorno a Regan, valutandola attentamente.

– A guardarti, direi che dovresti essere appena sotto i quaranta. Sembri una bambina, ma i tuoi occhi sono adulti. Lo stesso non si può dire della tua impertinenza, devo dire. –

Regan cercò Lucius con lo sguardo, supplicando chiarimenti.

Che cosa volevano farle?

– Sta’ tranquilla – le disse lui. – Anche sei hai l’età per subire legalmente una violazione della mente, questo non significa che ci siano delle valide premesse che lo giustifichino. –

Scambiò un’occhiata malevola con Castalia, la quale non fece altro che fare cenno a Shin di avvicinarsi. Volevano scavare dentro di lei e cercare la verità là dove tutto era inscritto senza filtri volontari.

– Non intendo fare nulla senza l’espresso consenso di Regan. Se lei non ha nulla da nascondere, suppongo non abbia motivo di opporsi. Dico bene? –

Regan tentennò. Era vero che lei sapeva di non avere nulla da nascondere, ma c’era la possibilità che riuscissero a portare a galla informazioni che potevano metterla in una posizione compromettente. Poteva essere stata chiunque, in fondo, per quel che ne sapeva.

– Non ti farò del male – soggiunse il tono conciliante di Shin.

– Tu sei un angelo, non dovresti nemmeno essere in grado di leggere la mente – sottolineò lei, quasi accusandolo.

Lui sorrise. Un sorriso limpido e trasparente come l’acqua.

– Shin è un angelo un po’ speciale – le rivelò Lucius, improvvisamente più calmo. – Lui sa penetrare nella testa di chiunque senza causare dolore, senza danneggiare la memoria. Forse, viste le circostanze, potrebbe davvero esserti d’aiuto, dopotutto. –

Nonostante la paura di quel che avrebbero potuto scoprire, Regan decise che valeva la pena di tentare. Si fidava di Lucius e Lucius sembrava fidarsi di Shin, e questo per lei era più che sufficiente.

Le ci volle una notevole dose di coraggio per prevaricare l’impeto di codardia che stava lottando disperatamente per convincerla a tirarsi indietro, ma alla fine acconsentì.

– Eccellente – la compiacenza sfavillò attraverso gli occhi di Castalia, che, con un cenno, ordinò a Shin di farsi avanti. – Procedi pure. –

Shin le offrì una mano, che lei accettò, lasciandosi tirare in piedi. Le dita sottili dell’angelo sembravano fragile vetro, eppure in loro era insita una forza difficilmente indovinabile. Era molto giovane, molto più di quanto Regan avesse creduto. Più giovane di lei, senz’altro.

– Chiudi gli occhi. –

Era stupefacente quanto fosse semplice assecondare un ordine quando era impartito con tale gentilezza.

Quando tutto fu buio, sentì il tocco freddo delle mani eleganti di Shin che le si posavano ai lati del capo, racchiudendole il viso in una ferma carezza. Accolse il contatto con un lieve sussulto, inconsapevolmente distratta dal nero dei suoi occhi. Era troppo profondo e insondabile per potervi indugiare senza correre il rischio di perdere qualcosa di sé in quell’abisso senza confine.

– Rilassati – le sussurrò.

Solo allora Regan si rese conto di essere tesa in ogni sua fibra.

Voleva davvero che un estraneo si mettesse a frugare nei recessi della sua mente, rovistando tra eventi di cui lei stessa non era padrona? Aveva un senso che un’altra persona potesse arrivare a conoscerla meglio di quanto lei non fosse in grado di conoscersi?

Ironico che qualcuno avesse già deciso per lei.

Si stava chiedendo se si sarebbe dovuta accorgere di qualche cosa, se quel sondarle la mente dovesse essere tangibile, quando accadde qualcosa: dai polpastrelli di Shin si propagò come un flusso di acqua fredda, che le penetrò le tempie senza incontrare resistenza. Non fu doloroso, ma nemmeno piacevole.

La spirale di energia si insinuò dentro di lei, serpeggiò alla cieca in quello che per lei era solo un insondabile vuoto. Era come se una scia di luce cercasse di farsi strada tra infiniti veli di tenebra pura: brandelli di immagini coperte venivano svelati da rapidissimi soffi luminosi che non lasciavano mai il tempo di decifrare forme e colori, voci, suoni e rimembranze remote di odori e sensazioni. E man mano che la luce si addentrava di più, si lasciava dietro una sensazione di bruciore, come un lungo graffio irregolare che feriva tutto ciò che toccava. Regan non lo sentiva solo nella sua testa, ma anche sulla pelle.

Iniziò a mancarle l’aria. Un dolore acuto si sprigionò in tutto il suo corpo, senza un preciso punto di origine. Era come se delle fiamme la stessero divorando, mordendo più aggressive in corrispondenza dei punti in cui le mani leggere di Shin aderivano su di lei, improvvisamente incandescenti come braci. Voleva sottrarsi a quella tortura, ma i muscoli non rispondevano agli impulsi disperati del cervello, soggiogato dal dolore.

Le sembrava di impazzire. Qualcosa si ruppe, in una dimensione di lei che con il suo corpo non aveva che una fragile connessione, e fu come se dalla crepa formatasi iniziassero a scaturire pigre gocce di sangue vivo.

Poi, di punto in bianco, tutto cessò.

Si ritrovò carponi per terra, il respiro affaticato e irregolare, le membra tremanti in ogni loro centimetro. Il fuoco invisibile era scomparso.

– Cosa diavolo è successo? – esclamò la voce rabbiosa di Lucius, accanto al suo orecchio. Un braccio le avvolse le spalle.

– Non lo so – balbettò Shin, sconvolto.

Lo stordimento interferiva con la vista e l’udito, attutendo e distorcendo ogni cosa. Ci volle un po’ prima che anche quel disturbo svanisse e lei riuscisse a tornare a respirare normalmente.

– Regan? –

Il viso di Lucius davanti al suo era una maschera di ansia.

– Sto bene – rispose lei, la voce arrochita in gola, cercando di rialzarsi.

Lucius le diede una mano.

Anche Shin, frastornato quanto lei, si adoperò per aiutarla, ma non appena la sfiorò, quel dolore urticante risorse repentino.

– Non toccarmi! – strillò, ritraendosi di scatto.

Shin fece lo stesso, desolato. Era difficile credere che una creatura così limpida potesse ferire, seppur inavvertitamente, qualcuno.

– Ma cosa ti prende, ragazzina? – sbuffò Castalia.

– Mi fa male! –

– Sciocchezze! Shin non ha mai… –

– Questa volta sì – intercedette Shin di fronte al chiaro scetticismo di Castalia.

Cercò lo sguardo sperso di Regan e quanto lo incontrò, lei si sentì pervasa da uno strano, tiepido senso di quiete.

– Non so come, ma le ho fatto del male. Ho sentito il suo dolore, appena prima che il contatto tra di noi si interrompesse. –

Lucius fece rimettere Regan a sedere.

– Ti avevo detto che è ancora debole – disse a Castalia in tono accusatorio, poi si rivolse a Shin. – Di’ alla signora Coordinatore Generale che cos’hai visto nella testa di Regan e facciamola finita con questa buffonata, per favore. –

La chiamata in causa sollevò superbamente il mento e attese.

– Sta dicendo la verità. –

Castalia accolse il decreto con l’aria di una che era appena stata schiaffeggiata e stava facendo di tutto per ingoiare l’onta e il dolore.

– Ne sei assolutamente sicuro? –

Un cenno assenziente del capo di Shin tolse definitivamente ogni residuo di colore dal suo viso, e con esso si dissolse ogni sua disponibilità alla cortesia formale.

– In tal caso, credo che sia superfluo proseguire la conversazione. –

Quel commento fornì a Regan un’ulteriore conferma a quel che già aveva intuito da sé su quella donna: una burattinaia che trattava chi le stava intorno come né più né meno che marionette, pedine di vetro da muovere a proprio piacimento sulla sua scacchiera personale, e se poi qualcuna dovesse risultare inutile ai suoi scopi, poteva benissimo essere gettata via, o semplicemente lasciata in un angolo a prendere polvere, in attesa di poter essere sfruttata in caso di necessità. E, a giudicare dalla faccia di Lucius, Regan non era la sola a pensarlo.

Shin se ne stava in disparte, le mani giunte dietro alla schiena, ritto e sinuoso come un cigno.

– Ci stai forse elegantemente congedando? –

– Ho altro da fare che stare qui a perdere tempo con voi – fu la rude risposta di Castalia, ma Lucius sembrava non aver atteso altro.

– Molto bene. ­–

Fece per alzarsi in piedi, ma lo fermò con impazienza.

– Prima che ve ne andiate, vorrei scambiare due parole con te, Lucius. –

Lui si rimise a sedere con una certa riluttanza che non si curò di nascondere.

– In privato – aggiunse Castalia, allungato un’occhiata eloquente a Regan, seduta lì accanto, e poi a Shin.

– Aspettami qui fuori ­– le disse Lucius. – Non ci vorrà molto. Shin rimarrà con te. –

 

 

Il corridoio era deserto quanto lo era stato prima, con la sola differenza che la luce del sole si era notevolmente affievolita, cedendo le tonalità dorate diurne per acquisire quelle violacee e bluastre della sera. Il cielo era terso, un infinito campo di blu in cui lentamente stavano sbocciando le prime, timide stelle. La luna, appesa là in mezzo come un gioiello celeste, era tonda e bianca, ancora priva della luminescenza lattea che la notte le avrebbe portato.

Le lampade a olio affisse alle pareti si erano accese e ora piccole fiammelle gialle danzavano placide dietro alle loro prigioni di vetro, gettando fievoli ombre sugli arabeschi dei tappeti e degli arazzi.

– Ti prego di perdonarmi. –

Assorta nell’ammirazione dell’ambiente, Regan aveva quasi scordato la silenziosa presenza di Shin al proprio fianco. Dovette piegare la testa all’indietro per riuscire a vederlo in viso, tanto era alto. Possedeva un’eleganza diversa da quella mascolina di Lucius; somigliava a una libellula: sottile, leggero, quasi impalpabile, e la dolcezza di cui era dipinto il suo volto a tratti sembrava sbiadire, lasciando posto per fugaci attimi a ombre fredde e scure che poco gli si addicevano.

– Non era mia intenzione farti del male, mi dispiace. –

La sua voce era un aperto contrasto con la sua immagine, morbida e maschile alle orecchie di chi, guardandolo, lo vedeva così androgino e raffinato.

Regan finalmente capì a cosa si stesse riferendo.

– Non fa niente – mormorò. Preferiva non ripensare a quel dolore terribile che le aveva strappato via l’aria dai polmoni per lunghi, interminabili secondi.

– Non so come sia potuto succedere – il tono accorato di Shin la fece sentire in colpa, come se avesse scelto lei di soffrire, per fargli dispetto. – È la prima volta che causo dolore a qualcuno, scrutandogli la mente. –

Regan ripensò a quanto era successo e si rese conto che, effettivamente, non era stata l’intrusione di Shin nella sua testa a scatenare tutto. Il dolore non era venuto da dentro, ma da fuori, dal tocco della mani rispettose di Shin sulle sua pelle.

– Non è stato quello. Era… eri tu – Scosse la testa, sottolineando la propria perplessità. – Non so, è stato come se le tue mani fossero diventate di fuoco. –

Perfino lei trovava quell’idea alquanto insensata.

Shin doveva pensarla pressappoco allo stesso modo, perché una serie di lievissime righe superficiali gli increspò la fronte candida al di sotto dei sottili ciuffi biondi. La sua anima immacolata vibrava di un’aura così intensa e luminosa da diventare quasi un disturbo per il normale flusso di pensieri.

– Forse ha ragione Lucius – suppose. – Forse sei semplicemente ancora troppo debole. Dopotutto, potrebbe esserti accaduto di tutto, prima che lui ti trovasse. –

Lei preferì non rispondere. Lucius era stato vago, quando aveva provato a chiedergli qualcosa in merito, e adesso cominciava a persuadersi che non fosse stato per mancanza di risposte, ma quanto piuttosto per la natura delle risposte stesse.

Le tornò in mente quello che le aveva detto Angina.

“Mi chiedo se il tuo cervello non abbia deciso di privarti della memoria per il tuo bene.”

Forse, dopotutto, era davvero meglio non sapere.

 

 

Riusciva quasi ad avvertire l’estremo disappunto di Castalia, mentre lei, forzatamente compita, lo fissava con quella sua aria da grande sovrana con il peso del mondo sulle spalle. Nonostante ce la mettesse tutta, però, Castalia non possedeva la grazia e il contegno di una nobildonna quale pretendeva di essere: era di modeste origini e la sua carriera se l’era sudata con l’impegno e il talento, e una buona dose di ambizione che si era saputa giocare bene. Diversamente da molti membri dei ranghi alti della Lega, non aveva avuto parenti o amicizie influenti, né un discreto patrimonio che le consentisse di aspirare a cariche importanti in cambio di generosi finanziamenti. Si era fatta da sola, come del resto avevano fatto i suoi colleghi Coordinatori, sebbene chi più e chi meno aiutato da fama e natali.

Nonostante l’ammirazione che le concedeva per la tenacia, tuttavia, Lucius provava una discreta avversione per quella donna, forse come contrappasso naturale per la stessa avversione che lei nutriva per lui, o forse, più prosaicamente, perché le persone sterili e calcolatrici come lei non avevano mai avuto spazio nelle strette gerarchie della sua considerazione.

– Che cosa intendi fare con quella ragazza? –

Lucius inarcò un sopracciglio, sorridendo a fronte dell’originalità della domanda.

– La sedurrò, violerò la sua virtù e ne farò per sempre la mia schiava personale, naturalmente. –

L’occhiataccia malevola che ebbe in cambio gli fece capire che non era aria di burle. O meglio, lo era ancora meno del solito.

– La terrò con me, fino a che sarà necessario – dichiarò. – La poterò a casa, le darò da mangiare, un posto in cui dormire… –

– Lucius – lo interruppe Castalia, stizzita, una vena che pulsava minacciosa sulla sua tempia. – Stiamo parlando di una persona, non di un cucciolo randagio. Una persona che fra l’altro, secondo il tuo resoconto, sembrava risultare particolarmente importante per un ignoto che veste insegne ignote, e che aveva tutta l’intenzione di farti fuori per potersela prendere. –

– E ci è andato fin troppo vicino – disse Lucius, tranquillo, ben memore dello stato in cui versava il suo fianco destro.

– Gliene sarei stata immensamente grata – gemette Castalia, sfregandosi la fronte tra l’indice e il pollice.

– Oh, ne sono assolutamente convinto. ­­–

Erano ormai dieci anni che quella donna passava ogni singolo giorno della propria vita a pregare che qualche malvivente abbastanza potente da esserne in grado le togliesse dai piedi una seccatura come lui. Lucius non dubitava minimamente che dovesse essere stata una bella delusione, per lei, venire a sapere che non era rimasto tragicamente ucciso in quel valoroso duello contro l’uomo misterioso.

La sua ilarità non scalfì nemmeno lontanamente la solennità di cui ostinava vestire Castalia. Non lo perdeva di vista un solo istante, nemmeno per battere le ciglia.

– Io lo so perché ti dai tanta pena per lei. –

Le sorrise con tutta la bonarietà di cui era capace.

– Sono convinto anche di questo. –

– Concedimi solo di rammentarti che tu, a differenza di altri, non rivesti un ruolo che ti consenta di fare di testa tua, come del resto fai in ogni caso. –

Lucius non aveva bisogno di informarsi su chi sottintendesse quel vago “altri”.

– Lascia che mi occupi io di lei – la pregò, cosa che di norma non si sarebbe sognato di fare nemmeno sotto tortura. – Con me è al sicuro. Sai bene che sono il più indicato. –

– Sei il più indicato perché vuoi essere il più indicato. –

Un angolo delle labbra di Lucius ebbe l’ardire di arricciarsi furbamente.

– Tant’è. –

– E, dimmi, ti sembra appropriato che un gentiluomo si porti a casa una ragazza come quella, come nulla fosse? –

– In primo luogo, sarei curioso di sapere quand’è che hai iniziato a considerarmi un gentiluomo, dato che, correggimi se sbaglio, l’ultima volta che ci siamo incrociati l’epiteto più benevolo che mi hai riservato è stato cafone.

– Dovevo essere in vena particolarmente caritatevole. –

– Regan non ha dove andare. È sola, senza memoria, senza riferimenti, e io non intendo certo lasciarla alla tua mercé. ­–

Le mani di Castalia poggiavano intrecciate sul legno scuro della scrivania, su cui verteva anche il suo sguardo assorto; lo risollevò poco dopo, inspirando a fondo. Non aveva replicato direttamente, segno di una tacita resa.

– Posso almeno sapere, rivisitazioni di episodi di vita personale a parte, perché ci tieni così tanto? – si riservò di chiedere.

Lucius scrollò svogliatamente le spalle. In realtà, non sapeva esattamente nemmeno lui il perché. O, per meglio dire, lo sapeva, ma non poteva certo portare un’intuizione istintiva a sostegno della propria causa.

– Se la lasciassi a te, finirebbe rinchiusa in una stanzetta anonima, lasciata a sé stessa fino a chissà quando. Il che, converrai con me, non è il massimo per una ragazza sola e spaventata. Io voglio prendermi cura di lei, aiutarla a recuperare la memoria e, possibilmente, restituirla alla sua famiglia, se da qualche parte ne ha una. Magari nei suoi ricordi esiste qualche traccia che possa spiegare qualcosa di questo mistero in cui tu e i tuoi, perdona la brutalità, state letteralmente brancolando senza risultati. –

Castalia incassò il colpo con la maestria di chi aveva fatto dell’incuranza un’arte vera e propria.

– D’accordo – sospirò stancamente, come a voler liquidare il più in fretta possibile una faccenda estremamente noiosa. – La piccola sconosciuta è ufficialmente affidata a te. Mi auguro che questo onere non interferisca con il tuo lavoro. –

Per la verità Lucius non aveva ancora pensato a come avrebbe fatto a conciliare i suoi incarichi professionali con la sua ospite, ma non era necessario che Castalia lo sapesse. A suo tempo se ne saperbbe preoccupato.

– Non succederà – le garantì, racimolando qualche residuo di affabilità da sotto i troppi strati di sensazioni negative che parlare con lei puntualmente gli procurava.

– Contatterò il Consiglio dei Coordinatori personalmente per informarli di questa faccenda – gli comunicò lei. – Ma non voglio che tu prenda iniziative di alcun tipo. Penso sia superfluo sottolineare che, per la sicurezza comune e della tua amica, meno persone sapranno da dove arriva, meglio sarà. –

Stranamente, Lucius la pensava come lei.

– Mi inventerò una scusa che giustifichi la sua improvvisa comparsa. –

Quando fu certo che non ci sarebbero state ulteriori repliche e che dunque la conversazione era chiusa una volta per tutte, si tolse finalmente la soddisfazione di congedarsi.

– Arrivederci, Coordinatore Generale. –

Un inchino cerimonioso, e, senza aspettare di essere contraccambiato, si dileguò, lasciandosi Castalia e le sue grane alle spalle.

Trovò Regan seduta su una panca del corridoio a giocherellare con la punta della sua treccia. Shin era in piedi davanti alla finestra, subito accanto a lei, e la osservava senza dire niente, pensoso. Il cielo oltre il vetro dietro di lui era già di un soffice blu scuro punteggiato di stelle.

– Esattamente, cerbiattina, quale parte della frase “irritare Castalia non è mai una buona idea” non ti era poi così chiara? –

I due alzarono di scatto lo sguardo. Shin tornò retto e impettito con meccanica prontezza. Regan imbronciò le labbra, sostenuta.

– Scusa – farfugliò a mezza voce, con una faccia che tutto era, fuorché colpevole.

Lucius fece schioccare la lingua.

– Il tuo temperamento focoso ci caccerà entrambi nei guai – la ammonì, ma con una nota di compiacimento. – Mi piace. –

Rise per il modo in cui Regan si sorprese di sentirgli proferire quelle parole, poi aggiunse:

– Grazie per essere rimasto con lei, Shin. –

Il giovane angelo sorrise.

– Nessun problema. –

Lucius indugiò sul pallore di Regan, sul grigio che orlava i suoi occhi gonfi.

– Immagino che tu sia esausta. –

Lei negò.

– Perdona l’accanimento di Castalia. Il popolo è in festa per la caduta della Corte e la Lega, invece, trattiene il fiato dalla tensione. Stanno brancolando nel buio, non hanno nessuna spiegazione riguardo a quanto è successo e so che lei riponeva in te tutte le sue speranze di cavare qualche ragno dal buco. Potrai ben immaginare la sua delusione quando ha ricevuto conferma che non ricordi un bel niente –

– Che cosa ti ha detto? – volle invece sapere lei. Sembrava nervosa.

– Niente di che. Mi ha accordato il permesso di tenerti con me, fino a eventuali nuovi sviluppi. –

Il viso tirato di Regan si illuminò.

– Davvero? –

Lucius ammiccò. Quella ragazzina dai colori innaturali gli piaceva.

– Cosa credevi, che ti avrei abbandonata a te stessa all’angolo di una strada? –

Lei arrossì, perché quella era stata all’incirca la sua supposizione.

– Rimarrai con me fino a che sarà necessario, o fino a che lo vorrai. Nel frattempo cercheremo di indagare un po’ su di te, tra un incarico e l’altro. –

– Incarico? – fece lei, perplessa.

– Su, avanti, diamoci una mossa – come non l’avesse sentita, Lucius batté le mani per spronarla ad alzarsi. – Siamo già in ritardo. –

Lasciarono Shin con un saluto informale e ripercorsero a ritroso la medesima strada dell’andata.

L’atrio dell’ingresso principale era ormai illuminato per  la notte, grosse torce e crateri di braci fiammeggianti erano disposti ovunque lungo le navate e riverberavano sulla lucidità del marmo moltiplicando il proprio bagliore in mille tremuli riflessi.

Non c’era più Garlan a montare la guardia: al suo posto vegliava un giovanotto robusto che accolse il loro passaggio battendo i tacchi con un piccolo inchino rispettoso.

Una volta che furono in prossimità del Portale dell’arco, si volse verso Regan, allungandole un palmo aperto.

– Devo chiederti di nuovo di concedermi la tua mano. –

– Perché devi tenermi la mano per attraversare questi passaggi? –

– La cosa ti disturba? – le chiese Lucius, con un falsissimo cipiglio offeso, un bieco sorrisino abbozzato sul viso chiaro, gli occhi luminosi nella semioscurità. Le sue mani erano ruvide, mani che nella vita non avevano avuto paura di lavorare e rovinarsi, e il loro effetto sulla pelle tenera di Regan era tutt’altro che disturbante.

– Era solo una curiosità. –

Lui rise.

– Devo tenerti per mano perché tu non sai dove siamo diretti. Inoltre non sei un membro della Lega, e dunque non hai questa. –

Si indicò il petto, dove luccicava la stella a sette punte che lei aveva già notato.

– È il simbolo della Lega e delle Sette Terre. La portano tutti i membri ufficialmente investiti. Colloquialmente le chiamiamo Stelle, non c’è bisogno che ti spieghi il perché. Lo vedi questo? – aggiunse, passando un dito sulla piccola gemma levigata incastonata nel mezzo della stella.

– È un rubino? – indovinò lei.

– È sangue. –

Regan lo guardò storto, pensando a uno scherzo.

– Il mio sangue, per la precisione – specificò Lucius. – Vedi, entrare nella Lega non è facile, le selezioni sono molto oculate e non basta il formale giuramento di fedeltà prestato all’investitura come garanzia. Per questo ciascun aspirante, durante la cerimonia, dona una goccia del suo sangue che viene cristallizzata sulla sua Stella, in modo che essa possa essere associata a un’unica, inconfondibile persona e solo da essa utilizzata. Tra le altre cose, funziona da chiave per i Portali speciali che mettono in comunicazione certe aree dei vari Nuclei. Ce ne sono sette in tutto – aggiunse, dato che lei non dava segno di comprendere. – Uno per ognuna delle Terre, ciascuno… –

– Ciascuno ha il rispettivo Coordinatore ad amministrarlo e tutti fanno a capo al Coordinatore Generale – completò Regan, con una strana cadenza mnemonica, come se stesse recitando una poesia conosciuta di cui però ignorava l’esatto significato.

– Ossia la deliziosa donna che hai conosciuto poco fa. – Lucius le allungò una pacca soddisfatta sulla schiena. – Qualcosa te lo ricordi, allora. –

– Non ho memoria di me stessa – mormorò lei, la fronte aggrottata. – Ma ho altri ricordi, cose come questo, che riguardano il mondo… mi sforzo di ricordare anche il resto, ma è come se sfogliassi un libro troppo sbiadito… –

– Hai smarrito il tuo passato,  ma hai ancora un presente e un futuro, no? Poteva andarti molto peggio. E poi non è ancora detto che la tua memoria non torni. –

Con un sorriso incoraggiante, Lucius le offrì nuovamente la mano. Lei non sprecò inutili ritrosie nell’obbedirgli: ricambiò il sorriso, poco convinta, e la sua mano, fredda e malferma, trovò quella di lui.

– Dove stiamo andando? –

L’espressione che Lucius le restituì mentre si affacciavano alla parete, scomparendovi oltre, era un enigma giocoso.

– Ti porto ad assaggiare la migliore cucina delle Sette Terre. –




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A/N: eccoci qui, secondo capitolo arrivato. Qualcuno si è stupito della velocità di aggiornamento... e ha ragione. Il fatto è che penso serva qualche capitolo per capire bene come ci si sente verso una storia, quindi per aiutare i lettori a entrare nel vivo, sto cercando, almeno per i primi capitoli, di postare frequentemente, dato che comunque sono già pronti, bisognosi solo di una rilettura prima della pubblicazione.
Grazie a tutti voi che avete letto, e soprattutto un grazie particolare a:
VesiSchwartz: ovviamente le tue domande troveranno risposta al momento giusto. :) Intanto grazie dei complimenti, e... lo spero tanto anche io che prima o poi potrai trovare Century Child in libreria!
Hellister: sono felice che ti piaccia questo mondo, soprattutto perchè abbiamo appena iniziato a esplorarlo e di strada da fare e luoghi da vedere ce n'è ancora un bel po'. ;) Chi è Regan... prima o poi lo scopriremo, e lei anche. XD Per quel che riguarda Lucius... non so perchè, ma avevo la sensazione che avrebbe attratto le gentili donzelle. ;)
Maharet: intanto ne approfitto per complimentarmi con la scelta del nick, dato che sono un'estimatrice di Anne Rice e ho sempre nutrito particolare simpatia per il personaggio tuo omonimo. ;) Come ho già detto nella risposta alla tua (stupenda! *-*) recensione, Lucius e le sue cicatrici hanno un passato che si svelerà pian piano, un pezzettino per volta, ma arriverà, promesso! Per le età, inoltre, direi che sei stata decisamente precisa nell'indonvinare!
Hillary: è davvero un piacere per me averti come lettrice! Sono le persone che sanno scrivere accurate e oneste come te che aiutano davvero chi scrive una storia. Non sembra, ma il punto di vista esterno è utilissimo per capire cose che "dall'interno" è difficilissimo individuare. Mi dici che trovi le atmosfere e lo stile un po' potteriani, e io francamente mi trovo ad ammettere con un pizzico di orgoglio che, a quasi 24 anni, la saga della Rowling resta tra i miei amori letterari più grandi (e se tu ami Sirius, io sono decisamente e seriamente innamorata persa del suo amicone mannaro <3). Harry Potter è stato il motivo primario che mi ha iniziata al mondo delle ff e da lì, poi, c'è stato il decollo della mia passione sfrenata per la scrittura, quindi, sì, direi che ci hai preso. ;)  A dire il vero, anzi, ci hai preso un po' su tutto, tanto che min sono chiesta se tu per caso non abbia hackerato la storia dal mio computer. XD La lunghezza dei capitoli è tale perchè ad essere sincera non ho cominciato a scrivere Century Child pensando di pubblicarlo su EFP, ma solo in veste di "forse romanzo" da poter un giorno mandare a qualche buonanima che per miracolo decidesse di pubblicarlo. Poi ho deciso di "testare" un po' la cosa, giusto per capire appunto cosa ne potesse pensare la gente (anche se una cavia già la sto usando XD). Insomma, non so come ringraziarti dei complimenti, quindi mi fermo qui e aspetto trepidante una nuova recensione. :)

Per tutti gli altri, l'invito a lasciare il vostro parere è sempre rinnovato, lungo o breve che sia. ;)

Prossimo capitolo: La Città-Gioiello

Kauneus rifulgeva di luce anche nella densità delle ombre della sera. Bastava un nonnulla: anche il più lieve bagliore della più piccola fonte luminosa veniva catturato dal kival, il marmo delle cave dei monti di Norden, che si diceva benedetto dalla Madre per via della sua capacità di catturare anche i raggi di luce più minuscoli durante il giorno e restituirli in mille splendidi riflessi dopo il crepuscolo. Il centro della città era quasi interamente costruito in questo materiale, dai lastricati delle strade alle facciate dei palazzi e degli edifici alle statue che li abbellivano.

Era da togliere il fiato, percorrere per quelle vie.

Lucius, che le stava seduto accanto, teneva le mani in tasca, e aveva lo sguardo perso nel vuoto al di fuori del finestrino. Era ora di cena: gli abitanti dei palazzi dovevano essere già tutti a tavola, chi riunito in una sala da pranzo a consumare un lauto banchetto, chi rifugiato in qualche taverna a fare baldoria con gli amici.

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Capitolo 4
*** La Città-Gioiello ***


3. LA CITTÁ-GIOIELLO

 

The more you see, the less you know
The less you find out as you go
I knew much more then than I do now

– City Of Blinding Lights, U2 –

 

 

Erano sbucati al centro di una piazza di vastità impressionante. All’inizio Regan aveva creduto che fosse costruita interamente in scintillante pietra bianca, ma le ci era voluto ben poco per capire di essersi sbagliata: tutto era bianco e luccicante per il semplice fatto che era ricoperto interamente di neve.

– Benvenuta a Kauneus, cerbiattina! – proclamò Lucius, spalancando le braccia ­– Illustre capitale di Norden. La Città-Gioiello. –

Non ci voleva una gran fantasia per intuire le motivazione che avevano fatto guadagnare alla città quel degno appellativo. La Terra di Norden era stata un reame, secoli prima, come la altre sei Terre, e durante quell’epoca aveva guadagnato prestigio e ricchezze per la sapiente amministrazione della famiglia di reggenza dell’epoca, e in seguito, anche dopo l’abolizione della Monarchia, la sua storica capitale aveva sempre conservato il suo antico splendore.

C’era una fontana  rotonda su tre piani, ghiacciata, nel mezzo dell’estesa area quadrata su cui si affacciavano palazzi alti e riccamente decorati, sfoggio di uno sfarzo moderato da una certa dignitosa sobrietà, e quelli erano davvero fatti di candida, pregiata pietra lunare. Dietro alle loro finestre tremolavano luci calde e invitanti, velate da tendaggi che celavano gli interni alla curiosità dei passanti. Sulle colonnine ritorte delle ampie balconate campeggiavano i blasoni spruzzati di bianco delle famiglie residenti, orlati di pompose nappe d’oro e d’argento.

Il luogo era un crocevia di quattro grossi viali che si fondevano, adorni di lampioni finemente lavorati, in un unico perimetro attorno alla piazza – Piazza del Vecchio Regno, come indicava l’iscrizione sul fianco della fontana.

Pochi, frettolosi viandanti si attardavano ancora per strada, stringendosi nei pesanti mantelli fino al mento. Le brezze fredde delle terre più a sud non erano niente a confronto del pungente vento gelido di Norden e lo sbalzo di temperatura che avevano incontrato da Corterra a lì metteva bene in chiaro quanto fosse stata lungimirante Angina nel donarle quel mantello.

Fu più forte di lei: come percorsa una scarica di elettricità, si accovacciò a terra e affondò una mano nel vaporoso strato di neve. Le dita si piegarono, artigliandosi sopra la polvere di ghiaccio, che le andò sotto le unghie, facendola rabbrividire, ma fu un brivido meraviglioso, perché la fece sentire straordinariamente viva.

Si tirò su con il palmo bagnato e arrossato, l’orlo del mantello spolverato di bianco. Lucius  ridacchiava.

– Dalla tua reazione, mi verrebbe da pensare che tu non abbia mai visto la neve in vita tua. –

Regan si accostò la mano al viso. Gocce di ghiaccio disciolto le bagnarono la guancia.

– Non ne sono sicura. Conoscevo questa sensazione, ma… era imprecisa, come il ricordo di un sogno… –

Non era una spiegazione granché sensata, ma non avrebbe saputo come altro esprimere ciò che aveva provato nel toccare quello straordinario cuscino gelato.

Una lussuosa carrozza laccata di nero sollevava piccoli spruzzi di neve giungendo cauta dal fondo della via, due lanterne vetrate a rischiarare la sagoma scura del vetturino abbarbicato a cassetta in una nuvola di vapore. Regan intravide uno stemma nero affisso sul lato, al centro del battente: su un fondo blu scuro, una spada ricamata in fili argentati era conficcata verticalmente nel fianco di un monte innevato.

– Credo sia il caso di tirare su il cappuccio – le bisbigliò Lucius all’orecchio, proprio mentre la carrozza, passando, rallentava man mano che si approssimava a loro.

– Hey, Lucius! –

Un viso chiaro si era affacciato alla finestrella. Era un ragazzo con occhi neri quanto la vettura su cui viaggiava, una folta chioma scura che solleticava zigomi alti e affilati, sensuali labbra sottili dischiuse quel tanto che bastava per lasciar intravedere a stento il bianco degli incisivi. Sembrava avere all’incirca la stessa età di Lucius, ma si intuiva tra i suoi lineamenti cesellati una maturità che lasciava intendere che dovesse avere qualche anno di più. Al suo collo, seminascosta dal bavero del mantello e dalla camicia di seta bianca, si poteva scorgere lo stesso pendente che portava anche Lucius.

– Lord Edelberg – Lucius accompagnò il classico saluto con un inchino che a Regan parve tutt’altro che ossequioso. – Che piacere vedervi. ­–

Il modo di conversare di Lucius era un intrecciarsi di sorrisi spensierati e inflessioni divertite, come se nulla meritasse una seria considerazione da parte sua.

La bocca del ragazzo si piegò in un mezzo sorriso divertito.

– Chi è questa graziosa straniera? –

I suoi occhi, perle di luce nera, cercarono quelli di Regan, ma lei chinò la testa, celandosi dietro all’ombra che il cappuccio gettava sul suo volto.

– Non farmi domande a cui non posso rispondere, vecchio mio. Ti assicuro che ti sarà data risposta entro breve da chi di dovere. –

I due si scambiarono uno sguardo d’intesa, poi Lucius fece fare a Regan un passo avanti.

– Regan, permettimi di presentarti Lord Tristan Edelberg IV. Prince, per gli amici, ossia quasi nessuno. –

– Il tuo senso dell’umorismo lascia a desiderare, ultimamente – sogghignò l’altro. – Piacere di fare la vostra conoscenza, Regan. –

Aveva speso un’occhiata incuriosita all’abbigliamento inconsueto di lei, ben poco consono all’ambiente elegante cittadino, ma, se aveva avuto osservazioni in merito, le aveva tenute per sé, e di questo Lucius parve essergli particolarmente grato.

– Piacere mio. –

Non sapendo come rivolgersi a lui, Regan improvvisò un goffo inchino.

– Vi serve un passaggio a casa? –

Accettarono senza falsi scrupoli.

All’interno la carrozza era spaziosa e arredata alla stregua di un salottino: le morbide imbottiture sei sedili erano rivestite di velluto rosso e fu un vero piacere prendervi posto. Quattro lumi a olio rischiaravano l’altrimenti cupa cabina, rendendo visibili gli arabeschi della tappezzeria di seta.

– Galvorn, sai dove andare – disse Prince a voce alta, richiamando il cocchiere.

– Sì, signore – rispose questi, e la carrozza partì.

Kauneus rifulgeva di luce anche nella densità delle ombre della sera. Bastava un nonnulla: anche il più lieve bagliore della più piccola fonte luminosa veniva catturato dal kival, il marmo delle cave dei monti di Norden, che si diceva benedetto dalla Madre per via della sua capacità di catturare anche i raggi di luce più minuscoli durante il giorno e restituirli in mille splendidi riflessi dopo il crepuscolo. Il centro della città era quasi interamente costruito in questo materiale, dai lastricati delle strade alle facciate dei palazzi e degli edifici alle statue che li abbellivano.

Era da togliere il fiato, percorrere per quelle vie.

Lucius, che le stava seduto accanto, teneva le mani in tasca, e aveva lo sguardo perso nel vuoto al di fuori del finestrino. Era ora di cena: gli abitanti dei palazzi dovevano essere già tutti a tavola, chi riunito in una sala da pranzo a consumare un lauto banchetto, chi rifugiato in qualche taverna a fare baldoria con gli amici.

Prince, da gentiluomo qual era, evitò di fissarla e preferì dedicare la propria attenzione alle pozzanghere d’acqua che si erano formate sul pavimento, riverberando luci e ombre come acquerelli annacquati ai suoi piedi. Bello e altero, come un vero principe.

Il ritmico rumore crocchiante degli zoccoli dei cavalli sulla strada, su cui la neve non era riuscita ad attecchire a causa dei frequenti passaggi, cullava Regan come una ninnananna, appesantendo le sue palpebre. L’infuso che le aveva fatto bere Venena aveva perso i suoi effetti ormai da un paio d’ore e si era lasciato dietro una rinnovata mollezza. Chiuse un istante gli occhi, abbandonata al comodo poggiatesta del sedile, e desiderò un letto caldo in cui distendersi e arrendersi alla stanchezza. Aveva fame, ma l’urgenza del sonno era più pesante. Non seppe dire se si fosse addormentata veramente o se avesse solo perso la cognizione del tempo; la carrozza si era già fermata quando la voce di Lucius la risvegliò:

– Capolinea, cerbiattina. –

La aiutò a scendere, sostenendola quando il mantello se si attorcigliò tra le gambe, facendola inciampare, infine si fermò a ringraziare l’amico.

– È stato un piacere – si schermì Prince.

– Ora è meglio che porti Regan a riposare. È stata una lunga giornata. –

– Devo quindi presumere che un invito a cena a casa Edelberg sarebbe del tutto vano? –

– Per questa sera, temo di sì – Lucius gli sorrise con gratitudine e prese Regan sotto al proprio braccio. – Porta ai tuoi i miei saluti. –

Prince annuì sapientemente, come se dietro a quella semplice frase ce ne fossero mille altre più significative.

– Lo farò. Buona serata, Lucius – Prince riservò un cenno di riguardo per Regan.. – Madame. –

Un colpo di nocche al pannello di legno che lo separava dal vetturino, e questi spronò i cavalli, ripartendo per la loro strada, di ritorno verso la città. Lo stesso fecero lei e Lucius.

Avevano raggiunto la periferia della città, dove i quartieri si facevano radi e  le case più modeste e distanti tra loro. Un gufo bubolava arcigno sul ramo di una robusta quercia che incombeva sopra di loro. Il latrato di qualche cane, in lontananza, si perdeva del fischio del vento, che spazzava rapido l’ultimo tratto di pianura prima delle foreste di conifere, ora ammantata di un nitido candore. I tronchi degli alberi brillavano di una patina argentata che li faceva sembrare appositamente addobbati per qualche festività. Non doveva mancare poi molto al Solstizio d’Inverno.

Non era come in centro: lì la notte era nera e impenetrabile, e nemmeno la limpida stellata che accompagnava la luna piena riusciva a mitigarla.

Lucius inspirò a pieni polmoni, le braccia spalancate e la testa riversa all’indietro, un’espressione di pace e felicità impressa in faccia.

– Finalmente! – esclamò, beato. – Ti dirò, non speravo che sarei potuto tornare così presto. –

C’erano solo due casupole nei pressi, fatte di legno e pietre, una accanto all’altra, raccolte entro lo stesso muricciolo a secco. Il loro aspetto non era pretenzioso, ma sicuramente ispirava accoglienza. C’erano delle luci accese dietro alle finestre di quella di sinistra. Solo cercando di sbirciare dentro alle stanza, Regan si rese conto di un dettaglio stupefacente: lungo i davanzali e i ballatoi di entrambe le abitazioni prosperava un rigoglio di fiori di diverse specie e colori, ora chiusi in attesa che il sole risorgesse.

– Posticino delizioso, vero? –

Lucius la guardava aspettando un commento. All’improvviso si era animato di un entusiasmo incontenibile e Regan non poté fare altro che seguire la corrente.

– È casa tua? –

Lui sollevò le spalle.

– Diciamo che è il posto in cui vivo – disse, indicando quella di destra.

E casa tua allora dov’è? –

Un sospiro languido gli gonfiò il petto.

– Be’, come si dice: casa è dove è il cuore. Non è necessariamente un posto, un punto definito, no? – sussurrò, restando a fissare l’abitazione che aveva di fronte. I suoi occhi rispecchiavano il cielo e un’emozione forte a cui Regan non seppe dare un nome. – Penso che ciascuno di noi riesca a vedere la sua casa in cose diverse. Per alcuni è un tetto sopra la testa, per altri il luogo in cui abita la famiglia, per altri… – Un sorriso involontario gli scivolò sulla bocca, tingendola di qualcosa che ricordava la malinconia, ma dal retrogusto più dolce. – Altri trovano la loro casa in una persona, in una mano che ti accarezza, in un paio di occhi da incontrare dopo una lunga separazione. Sai – si girò verso di lei, abbassando lo sguardo con fare quasi divertito. – C’è chi in un paio di occhi ha trovato il mondo intero. ­­–

Un’immagine le divampò nella mente, un lampo fugace privo di trama e significato: due occhi scuri, venati di bronzo, che nascondevano quello che forse poteva essere il fantasma di un sorriso. Svanì in quell’istante stesso, così come era venuta, e Regan restò sola con il suo vuoto.

Quelle parole così belle e toccanti l’avevano gettata in uno strano sconforto. Più si cercava dentro, scavando nella nebbia e strappando ragnatele di confusione, più si convinceva che per lei non c’era mai stata nessuna casa. Era uno strano fenomeno quello che provava in certe occasioni, come quando era uscita dal covo di Angina e si era ritrovata circondata dalla natura, o come poco prima, quando aveva toccato la neve: conosceva la sensazione, sebbene non ricordasse di averla sperimentata, eppure questa acquisiva concretezza solo dopo averla vissuta, come se il suo precedente conoscerla fosse solo il banale risultato di una descrizione imprecisa a opera di qualcun altro.

– Su, vieni. –

Lucius le afferrò un polso, ormai già proiettato verso mete mentali che lei avrebbe scoperto solo a momenti. La condusse alla porta della casa con le luci accese e bussò, un sorriso sgargiante che gli andava da un orecchio all’altro, come un soldato che rientrava a casa dopo lunghi anni di guerra.

Si sentirono dei passi provenire dall’interno, voci sommesse che si parlavano. Un attimo dopo, la porta si aprì.

La donna che apparve sull’uscio era giovane e di una bellezza florida e fresca che poteva appartenere soltanto a un essere umano. Il viso pulito, un ovale perfetto, era rischiarato da un’evidente gioia, così come gli occhi, grandi e grigi, orlati da ciglia scure.

Da qualche parte, giù, nel profondo, una parte sconosciuta del cuore di Regan gemette.

– Lucius! Oh, santo cielo, che bella sorpresa! –

Una cascata di capelli bruni piovve sulle spalle di Lucius, mentre la donna si gettava tra le sue braccia per stringerlo a sé.

– Eleonora. –

C’era un tale amore in quel tono che la neve si sarebbe potuta sciogliere da un momento all’altro, vittima di un calore che nemmeno il sole stesso avrebbe potuto eguagliare.

Eleonora, ripeté Regan tra sé. Dunque non aveva preso un colossale abbaglio: quella che aveva davanti era davvero un’umana. Il che era quantomeno bizzarro, dato che i soli umani che solitamente avevano occasione di calpestare il suolo delle Sette Terre erano quelli presi in consegna dalla Lega, in seguito a qualche abuso ad opera di criminali Occulti in cerca di fonti di guadagno alternative.

Finalmente, dopo un abbraccio che durò molto più di quanto necessario, Lucius si ricordò di lei e la presentò all’umana:

– Eleonora, lei è Regan. Sarà nostra ospite per un po’. Regan, Eleonora. –

– Lieta di fare la tua conoscenza – Eleonora le prese una mano tra le sue e gliela strinse.

– Si saluta così, nel suo mondo – spiegò Lucius a Regan, che aveva già fatto due più due da sola.

Eleonora li fece entrare e Regan si sentì accogliere da un buonissimo profumo di torta alle mele.

All’interno la casa era esattamente come Regan la aveva immaginata: colori caldi di legno e scoppiettii di camino acceso, trapunte di pezze colorate ripiegate accuratamente un po’ ovunque, un paio drappeggiate disordinatamente sopra un sofà nella sala circolare che faceva da anticamera.

– Siete arrivati giusto in tempo per la cena. Stavamo preparando la tavola. –

Il plurale si spiegò non appena fecero ingresso in cucina: un bambino che non poteva avere più di dodici anni – non sei, come un bambino umano, perché la sua era una palese natura di demone – era intento a disporre delle posate accanto ai due piatti che già aveva sistemato sulla tavola imbandita. A parte la zazzera bionda, era in tutto e per tutto identico a Eleonora.

– E questo bravo ometto è il nostro piccolo Calien – annunciò Lucius, indicandolo.

Appena lo vide, il bambino abbandonò la propria occupazione per saltargli precipitosamente al collo con l’euforia di un figlio che ritrovava il padre.

Regan scacciò via come mosche moleste i pruriginosi interrogativi che la scena le suscitò e si obbligò a concentrarsi sulla tavola: scorse un cestino di pane fresco con accanto una zuppiera fumante dall’invitante aroma di spezie e verdure stufate, e una serie di tortini di riso e patate impilati in un vassoio da portata. L’appetito si risvegliò nel suo stomaco.

– Accomodati, Regan, non fare complimenti! –

Eleonora la spinse gentilmente verso una delle sedie e la fece sistemare.

Consumarono insieme tre squisite portate, dividendosi porzioni esigue, dato che Eleonora non aveva atteso ospiti per cena, ma il pane di segale e la torta di mele ancora calda supplirono egregiamente alla mancata abbondanza del resto del pasto.

Regan conobbe così Eleonora Ferrante, figlia di duchi di un reame delle terre degli umani, e suo figlio Calien, che scoprì essere figlio di un demone. La loro storia era triste, piena di incomprensioni e separazioni dolorose. Eleonora aveva solo diciannove anni quando aveva conosciuto Hermes, giovane demone che una notte, durante una pattuglia, la aveva sentita gridare in un vicolo e la aveva strappata alle grinfie di quattro malviventi appena prima che questi riuscissero a metterle le mani addosso. Da quella volta, ogni notte il demone tornava a farle visita, e non portava scuse con sé, se non la voglia di rivederla. Da lì, il passo verso l’amore era stato breve, e presto Eleonora si era resa conto di aspettare un bambino. Una notte, dopo un breve periodo di assenza, Hermes tornò a cercarla, ma lei non c’era più. I suoi genitori, ciechi timorati di Dio, avevano preso molto male la sua storia d’amore con la loro unica figlia, e avevano dunque deciso di ripudiare la ragazza e rinchiuderla in un convento a espiare i suoi peccati. Hermes, da quel giorno, non la rivide mai più, né conobbe mai suo figlio. Lucius lo conobbe durante una missione per conto della Lega: riverso a terra con gli occhi vitrei, bianco come un cencio, ma incredibilmente ancora vivo. Qualcuno aveva tentato di rubargli l’anima, ma aveva compiuto un’opera alquanto maldestra, e lo aveva lasciato lì, ad agonizzare attendendo la fine. Non era stato in grado di parlare, ma Lucius gli aveva letto negli occhi una preghiera, e nella sua mente aveva trovato Eleonora. Compresa quale fosse la supplica che quell’estraneo gli stava urlando in silenzio, gli promise che ci avrebbe pensato lui. Un secondo dopo, Hermes spirò.

– Quando finalmente riuscii a trovare Eleonora, fu difficile spiegarle la situazione – stava raccontando Lucius, nostalgico, un bicchiere di sidro di mele cotogne in mano, comodamente sprofondato in una poltrona dall’alto schienale.

Finita la cena, si erano spostati nel salottino che faceva da anticamera alla cucina e ora sedevano davanti al fuoco, godendone il tepore. Il piccolo Calien, accoccolato in grembo alla madre, dormiva profondamente.

– All’epoca lavoravo coma cameriera in un’osteria di basso borgo – ricordò Eleonora, lo sguardo distante, perso in affanni fortunatamente remoti. – Ero fuggita dal convento subito dopo aver partorito, perché temevo che mi avrebbero portato via il mio bambino. Ero costretta a spostarmi spesso, perché lui cresceva più lentamente dei suoi coetanei, la gente lo avrebbe guardato con sospetto, e io non volevo che gli fosse fatto del male. –

Accarezzò con una tenerezza dolorosa il visetto tondo del figlio, salendo tra i capelli, e un sorriso la colorò di serenità.

– Quando Lucius venne da me, capii subito che cos’era. Capii anche che era successo qualcosa a Hermes. –

Un cesto di noci, nocciole e mandorle dolci occupava il tavolino su cui si andò a posare il suo sguardo, e qualche candela profumata di cannella gli bruciava intorno. Seduta a terra dal lato opposto, le gambe piegate al petto, Regan ascoltava rapita, assorbendo con inconsapevole avidità i meravigliosi gesti materni di Eleonora.

– Mi disse che non potevo rimanere lì, che non saremmo stati al sicuro. Mi fidai all’istante della bontà nei suoi occhi. –

Lei e Lucius si sorrisero. Regan comprese di aver avuto la medesima fiducia istintiva verso di lui.

– Mi fece raccogliere le poche cose che avevo e ci portò qui, in questo posto splendido, e da allora ha sempre avuto cura di noi. –

– Incredibile che siano già passati dieci anni – sospirò lui.

Regan provava una stima sempre maggiore verso Lucius: fin dal primo momento aveva intuito che fosse una brava persona, degno di fiducia, ma ogni istante se ne convinceva di più, e nuove prove consolidavano il suo valore.

– Era solo un ragazzino – continuò Eleonora. – Ma sapeva il fatto suo. Ha avuto del fegato a portarsi a casa da un giorno all’altro una ragazza sola con un bambino. –

– Sciocchezze – Lucius sventolò una mano con noncuranza. – In tutte le Sette Terre non ho ancora avuto modo di incontrare una cuoca brava come te, né così avvenente. È stato tutto un mio guadagno. –

Le gettò un’occhiata sorniona. Lei rise.

– Sei un vile adulatore. –

A Regan piaceva ascoltarli. Chiacchieravano con confidenza, in un’intimità calorosa che sapeva di lenzuola pulite, latte e biscotti la mattina, abbracci e carezze prima di andare a dormire. Forse non erano esattamente una famiglia, ma senza alcun dubbio qualcosa che ci andava molto vicino.

Si lasciò viziare da quell’atmosfera, coccolata da un benessere di riflesso che la faceva sentire protetta, al sicuro.

– Ho il sospetto che la mia cerbiattina abbia bisogno di una bella dormita. –

Lambita dalla voce premurosa di Lucius, Regan aprì gli occhi, non senza una certa fatica. Non si era nemmeno accorta di essersi appisolata.

– Avanti, bella addormentata, andiamo, o mi toccherà portarti a letto in braccio. A meno che non sia esattamente questo il tuo scopo. –

Regan abbozzò un sorrisino ironico.

– Può darsi. –

Quella che avrebbe dovuto essere una replica ad effetto contro una deliberata provocazione, fu disgraziatamente rovinata da uno sbadiglio inopportuno. Lasciò che Lucius la tirasse su di peso, senza alcuna fatica, come se fosse stata una piuma, e si sfregò gli occhi appesantiti dal sonno. Era stata una giornata interminabile, troppo ricca di eventi per una che si era risvegliata, senza un passato, la mattina stessa.

Prima di andare, Lucius aiutò Eleonora a portare Calien di sopra per metterlo a letto. Eleonora scomparve per un minuto in un’altra stanza, riemergendone con una pila di biancheria pulita, che consegnò a Regan.

– C’è anche una camicia da notte. Se ti servisse qualsiasi altra cosa, basta che tu venga a bussare, d’accordo? –

– Grazie –  biascicò Regan, commossa.

Lei e Lucius diedero la buonanotte, poi uscirono all’aria glaciale della notte. Era un piccolo trauma, dopo aver trascorso ore intere nella confortevole ospitalità della casa di Eleonora, ma durò poco: Lucius aprì in fretta la porta dell’altra casa. Non era chiusa a chiave. Dentro era identica all’altra, altrettanto pulita e calda, solo con un aspetto molto meno vissuto. Lucius non doveva passarci molto tempo. Bastò uno schiocco delle dita – che Regan sospettò essere puramente scenografico – perché tutte le lampade della casa si accendessero di colpo.

– Be’, eccoci qui. Benvenuta nella mia umile dimora, madamigella. –

Il profumo, lì, era di legno e fiori secchi. Regan ne vide una dozzina di mazzi che pendevano da una trave nel salotto: rose, soprattutto, ma anche fiori di campo, girasoli, peonie, lavanda. Erano bellissimi, alcuni più scoloriti di altri, ma tutti perfettamente conservati. Era uno spettacolo di natura morta che le risultò immensamente triste.

Stava per domandare se si trovassero lì per un motivo particolare, ma Lucius le fece cenno di seguirlo su per la stretta scala di legno:

– Vieni, ti mostro la tua stanza. –

Il piano di sopra, come quello della casa di Eleonora, consisteva in un corridoio su cui si affacciavano tre porte: due camere da letto e una stanza da bagno.

– La mia stanza è questa qui – Lucius indicò la porta sulla destra, poi aprì quella dirimpetta. – E qui starai tu. So che non è granché – aggiunse a mo’ di scuse. – Purtroppo sono un tipo poco casalingo. –

Ma, alla luce di luna che entrava dall’ampia finestra accanto a lei, Regan la trovò perfetta: il pavimento era quasi integralmente nascosto da un tappeto quadrato decorato a motivi geometrici; un letto grande stava a ridosso della parete di fronte a lei, coperto da un lenzuolo bianco. Accanto a esso, un cassettone ospitava uno specchio ovale orientabile e un candeliere a cinque braccia. Sul lato opposto della camera, un caminetto era incassato nel muro, sormontata da una mensola massiccia.

All’improvviso Regan si sentì un’intrusa. Lucius non aveva doveri verso di lei, nessuno lo obbligava a farsi carico di lei e del suo benessere, della sua sicurezza, e lei non aveva alcun modo di ricambiare la sua ospitalità.

Non aveva niente.

– Mi dispiace darti tanto disturbo. –

Per tutta risposta, Lucius le arruffò i capelli.

– Il letto è già pronto, basta solo che tu sposti il lenzuolo – le disse poi, come non l’avesse sentita. – Fa’ come se fossi a casa tua, intesi? Io vado a prendere qualche coperta e un po’ di legna per il camino. –

Regan si strinse al petto il fagotto affidatole da Eleonora, piena di riconoscenza.

– Grazie… di tutto. –

– Sei una gradita ospite, credimi. –

Le fece piacere sentirselo dire, soprattutto perché il suo tono prometteva sincerità.

Rimasta sola, raccolse il lenzuolo e lo ripiegò con cura, appoggiandolo sul cassettone, poi si svestì. La parte più complicata fu slacciare il bustino: lacci intrecciati e annodati tra loro, così ingarbugliati per le sue mani inesperte che le venne voglia di cercare delle forbici per tagliarli. Alla fine, dopo che fu miracolosamente riuscita a districarli, le sembrò di alleggerirsi di diversi chili. I suoi polmoni raddoppiarono di capacità, senza quell’aggeggio infernale. Sentendosi leggera come una libellula, Regan si sbarazzò di tutti i vestiti e li gettò alla rinfusa su una sedia in un angolo e si infilò la camicia da notte. Non era come quella che si era trovata indosso quella mattina, risvegliandosi. Anche questa era di lana, ma lavorata in modo finissimo, che rendeva il tessuto liscio e soffice. Era bella, orlata di merletti, con la scollatura arricciata da un nastrino che la chiudeva al centro con una piccola asola.

Si avvicinò allo specchio e si sciolse lentamente i capelli, sistemandoseli con le mani; vide che la treccia li aveva fatti diventare mossi e ondosi, soprattutto verso le punte. Lo sguardo le cadde sul candeliere: Lucius si era scordato di accenderglielo. Le candele erano nuove, gli stoppini ancora bianchi, intatti dalla morsa del fuoco. Sarebbe bastato così poco per farvi divampare delle fiammelle…

Qualcosa le formicolò nelle vene, solleticandole le dita, la schiena, la nuca. Fissò la candela centrale con insistenza, focalizzandosi proprio al centro di essa, perché era lì che sarebbe dovuto comparire il fuoco. Una scintilla sola sarebbe bastata. Una sola. L’immagine era ben nitida nella sua mente come un’allucinazione. Le sembrava quasi di vederlo davvero: una rapida, violenta, bollente esplosione di fuoco.

Fuoco.

E fuoco fu.

Regan trasalì nel vedere quell’unica lingua dorata sprigionarsi dal nulla proprio sotto ai suoi occhi. Stupefatta e orgogliosa al contempo, si dedicò anche alle altre quattro candele, e ciascuna si accese mansueta. Gocce più copiose stillarono dalla sua sottile spaccatura recondita.

– Siete presentabile, milady? –

– Sì – fiatò, senza riuscire a smettere di ammirare incredula il proprio modesto, straordinario operato.

Lucius entrò. Con la coda dell’occhio Regan notò che portava delle coperte sotto a un braccio e un fascio di legna nell’altro. Guardò prima lei, poi le candele accese, poi di nuovo lei, e infine si avvicinò, sorpreso quanto lei.

– Credevo non fossi in grado di farlo. –

– Lo credevo anch’io. Cioè, non ci riuscivo davvero, quando eravamo nello studio di Castalia. Non so perché adesso ce l’abbia fatta. –

– È un buon segno, comunque – si complimentò lui. Le lasciò le coperte ai piedi del letto e accatastò i ciocchi dentro al focolare.

– Sapresti accendere anche questo? –

– Malfidente! –

Forte del successo avuto con il candelabro, Regan non esitò a raccogliere la sfida: come prima, cercò di visualizzare quanto intenzionata a fare accadere, poi si concentrò a fondo, ricalcando esattamente il medesimo procedimento. Tutto ciò a cui portò uno sforzo non trascurabile fu solo un principio di mal di testa e qualche refolo di fumo che saliva ozioso dalla legna.

Lucius scoppiò a ridere:

– Non strapazziamo troppo la tua salute, oggi hai anche fatto abbastanza. Lascia fare a me –

Un’occhiata fu sufficiente, e la legna già crepitava dietro a uno scudo di rame.

– Ottimo – Lucius valutò la stanza girando su sé stesso. – Penso non manchi nulla di fondamentale. C’è qualcos’altro che ti potrebbe servire? –

– Direi di no – sospirò lei. Si lasciò cadere a peso morto sul letto, esausta. Sedette a gambe incrociate e il suo pensiero vagò al futuro, facendola sentire in trappola: alle sua spalle c’era un ponte crollato verso un passato che forse non avrebbe mai più raggiunto; davanti aveva solo incertezze, dubbi da risolvere, speranze forse vane da rincorrere. La sua vita era in mano ad altre persone: spettava a degli estranei ricostruire la sua storia, trovare le sue radici, raccontarle chi era stata, e chi conosceva, se mai, poi, ne fossero stati in grado.

– Regan ­­– Lucius le sedette accanto con un’inconsueta compostezza e si passò la lingua tra le labbra, incerto. – So che non dev’essere piacevole ritrovarsi senza una memoria su cui poggiare i piedi, ma ti prometto che farò tutto quanto in mio potere per aiutarti. Ci sarà pur qualcuno, là fuori, che sappia dirci chi sei. –

– E se invece non ci fosse? ­Se io non dovessi riuscire a ricordare? –

– In tal caso dovresti semplicemente accettarlo e ricostruirti una vita. A volte ricominciare da zero è meglio di quanto ci si possa immaginare. Cancellare il tutto il mosaico e ridisporre i tasselli in un disegno completamente nuovo… non è sempre un male. –

Qualcosa che vibrò nella sua voce disse a Regan che non si trattava di un’osservazione casuale.

– Parli per esperienza? –

Il ghiaccio dello sguardo di Lucius scivolò su di lei in una tacita ammissione, procurandole un brivido.

– Ci sono cose che non si possono cancellare – disse. – Il massimo che puoi fare è accartocciarle e nasconderle in fondo a un cassetto, e pregare che nessuno le trovi mai. –

Regan non gli chiese altro, perché sentiva che non era il momento. Quel frammento di confessione non era lì per essere snodato, ma solo per dimostrarle che Lucius voleva davvero stabilire un rapporto con lei.

– Perché lo stai facendo? – gli chiese nel silenzio. La trapunta sotto ai suoi piedi nudi profumava di bucato.

– Facendo cosa? –

Regan non si lasciò ingannare tal tono ignaro.

– Tutto questo. Mi hai portato a casa tua, mi terrai tra i piedi per chissà quanto tempo... –

– Ti darò la stessa risposta che è fu data a me a suo tempo, per questa stessa domanda: siamo sempre responsabili delle vite che salviamo. –

Regan annuì debolmente.

– Sì, certo. –

Non sapeva perché fosse così delusa. Dopotutto, non c’erano molte altre motivazioni che potessero spingere qualcuno a farsi carico di un’emerita estranea.

– Con questo non voglio dire che ti sto aiutando perché mi sento in dovere di farlo – specificò immediatamente Lucius, forse intuendo il corso dei pensieri di lei. – Lo voglio fare, e basta. –

– Non sai nemmeno chi sono. Non lo so nemmeno io. –

Per Lucius, però, la cosa sembrava non avere la benché minima importanza.

– Non sono le memorie a fare di noi ciò che siamo, ma le esperienze vissute. Cosa importa, poi, se non te ne rammenti? Resti comunque sviluppata su quelle stesse fondamenta. Il passato è passato: non ritornerà, e l’impronta che ha lasciato dentro di te non è cambiata. Un quadro non perde bellezza solo perché la mano che l’ha dipinto muore. –

Regan dovette riconoscergli un notevole talento dialettico. Ci sapeva fare con le persone, anche nelle situazioni più complesse: sapeva sempre cosa dire e come, modulando opportunamente la voce a seconda dell’interlocutore e del livello del dialogo. Era una cosa che aveva già notato nel vederlo interagire con Castalia.

– Adesso è meglio che tu ti metta a dormire – le disse, alzandosi. – Buonanotte, cerbiattina. Ci vediamo domattina a colazione. –

Obbediente, lei fu più che felice di infilarsi sotto le coperte e tirarsele fino al mento. Anche se il materasso non fosse stato così comodo e le lenzuola così profumate, era certa che avrebbe riposato benissimo.

– Buonanotte, Lucius. –

Lui si fermò a tirarle le tende sui raggi di luna e spense le candele, poi uscì, chiudendosi la porta alle spalle con un suono secco.

Fuori, la foresta cantava la sua melodia con la cadenza tipica di una terra profumata di freddo e magia. Immersa nel buio totale, protetta dalla semplice certezza che Lucius sarebbe stato lì vicino, Regan poté finalmente chiudere gli occhi e lasciarsi sprofondare nell’abbraccio del sonno.

Quella notte sognò lievi cascate di fili di rame e squarci di sangue su candida pelle.

 

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Capitolo 5
*** Ritorno Al Mondo ***


4. RITORNO AL MONDO

I close my eyes
Move slowly through drowning waves
Going away on a strange day

– A Strange Day, The Cure –

The. Biscotti alle mandorle. Frittelle allo zenzero. Pane scottato. Forse marmellata di frutti di bosco. Fu questo tripudio di fragranze allettanti a salutare il risveglio di Regan, quella mattina.

Dalle pesanti tende penetrava qualche cocciuta lama di luce polverosa che si insinuava tra le fessure per allungarsi, raggio su raggio, sulla fitta trama del tappeto. Le carezze del sole del mattino arrivavano anche al viso di Regan, dolci e leggere, spingendola pian piano ad aprire gli occhi su una nuova giornata. Si scoprì felice e straordinariamente piena di vigore. Il suo stomaco reclamava di essere tempestivamente riempito e forse un getto di acqua fresca la avrebbe aiutata a svegliarsi del tutto, ma per il resto non si era mai sentita meglio in vita sua.

Per quel che ne potesse sapere.

Quando scostò le tende e spalancò la finestra, l’odore dell’inverno le inondò i polmoni, mentre il biancore accecante della neve baciata dal sole la costringeva a strizzare gli occhi, schermandoseli con una mano. Nella sua semplicità, il panorama era mozzafiato.

Qualcosa si mosse su un ramo del grosso abete appena fuori dal muretto di recinzione e un po’ di neve cadde a terra. Subito dopo, un grosso corvo nero saltellò in avanti da dietro alle fronde e si voltò verso di lei, inclinando la testa di lato in modo buffo.

– Buongiorno, Rok –

La bestiola piegò la testa dall’altra parte e arruffò le penne, gracchiando verso il cielo. Regan non seppe se considerarlo un buongiorno o che altro, ma, tanto per soddisfazione personale, optò per la prima.

Scese di sotto a piedi nudi, seguendo quasi ipnotizzata il profumo delle vivande che già immaginava affollare il tavolo della cucina. Non appena entrò, infatti, trovò Lucius già seduto, circondato da una quantità di cibarie inimmaginabile. Soltanto il contenuto del suo piatto sarebbe bastato a sfamare un villaggio di discrete dimensioni. Eleonora, invece, si affaccendava davanti al fuoco, mescolando un paiolo di latte.

– Buongiorno! – la accolse Lucius, bofonchiando ai limiti della comprensibilità, dato che la sua bocca era occupata da una notevole porzione di frittella.

– Ciao, Regan – le disse invece Eleonora con un gran sorriso. – Ti chiedo scusa a nome di questo buzzurro per la sua scarsa galanteria – una sberla affettuosa colpì la nuca di Lucius. – Ancora non c’è stato verso di insegnargli come ci si comporta in presenza di una donna. –

– Potrei stupirti – si difese lui, con tutta la dignità che gli poteva consentire una bocca puntellata di granelli di zucchero, prontamente rimossi dalla punta della lingua che passò a sfiorare rapidamente le labbra.

– Quando vedrò, crederò. Siediti, piccola – Eleonora fece cenno a Regan di prendere posto. – Sarai affamata. –

Regan non perse tempo in inutili complimenti: occupò la prima sedia che trovò e iniziò a scandagliare quel che la mensa offriva, giungendo presto alla conclusione che scegliere era una perdita di tempo: avrebbe semplicemente preso un po’ di tutto.

– Dov’è Calien? – domandò, mentre si faceva allungare da Lucius il vassoio del pane.

Una sonora risata mostrò le due perfette file di denti bianchi di Eleonora.

– Dorme. Oggi è domenica, prima di mezzogiorno non ci degnerà della sua presenza. –

Portò in tavolo il paiolo del latte e prese posto al fianco di Lucius. Mentre la osservava, Regan fu colta da una buffa epifania: quella donna doveva essere nata qualche anno dopo di lei, eppure il suo aspetto era più maturo. Doveva essere strano per gli umani crescere così in fretta, come se la vita sfuggisse loro da sotto le dita senza lasciare loro il tempo di rendersi davvero conto di quel che avevano avuto tra le mani.

Regan consumò tre fette di pane imburrato e spalmato di gustosa marmellata senza quasi farci caso, e altrettanto fece con una mela che divise con Eleonora e una tazza di latte in cui intinse qualche frittella e un paio di biscotti.

– A quanto vedo qualcuno era particolarmente affamato – commentò Lucius di fronte al piatto vuoto che giaceva sotto al naso di Regan. – Altro che cerbiattina, mangi come un lupo famelico! –

Regan si rifiutò categoricamente di avvampare e tuffò con indifferenza un ultimo biscotto nel proprio latte.

– Lasciala stare, ha bisogno di mangiare! – lo sgridò Eleonora.

– Stavo solo scherzando! Mi fa piacere vederla così arzilla. Avevo intenzione di portarla a fare un giro a Kauneus, più tardi. –

– Davvero? – fece Regan, molto interessata. Stava letteralmente morendo dalla voglia di uscire e curiosare un po’ in giro: la sera prima era rimasta affascinata dal centro e voleva vedere come si sarebbe presentato durante il giorno.

Lucius annuì.

– Ti servirà un po’ di guardaroba. Non puoi andartene in giro a oltranza con i vestiti di Angina. –

– Perché no? – si lamentò lei. Si dava il caso che i vestiti di Angina le piacessero molto di più dei classici abiti femminili che si portavano in città. Non che si sentisse granché a suo agio nemmeno con quelli, ma tra i due mali preferiva nettamente il minore.

– Penso che tu dia già sufficientemente nell’occhio con la tua fluente chioma, senza andarci a cercare ulteriori appariscenze con abbigliamenti da poco di buono. –

– Stai dando ad Angina della poco di buono? –

– Mi permetto di farlo solo in sua assenza, o mi darebbe del bieco adulatore. –

Per quel poco che la conosceva, Regan ritenne che fosse più che probabile.

– E chi pagherà per questi acquisti? –

– Io – rispose Lucius, come se fosse talmente ovvio che era ridicolo anche solo dubitarne.

Regan iniziava a sentirsi a disagio: se già le era intollerabile l’idea di dover essere quasi completamente dipendente da qualcun altro, il pensiero di dover essere mantenuta gratuitamente senza possibilità di sdebitarsi era addirittura al di fuori del considerabile.

– No, grazie. Hai già fatto abbastanza per me. –

Ci fu un attimo di silenzio, durante il quale Lucius ed Eleonora condivisero un’occhiata fugace.

– Come si vede che non ti conosce – sghignazzò lei.

– Cerbiattina, l’insulsa somma che mi costerebbe qualche vestito da metterti addosso è l’ultimo dei miei pensieri, e quando dico l’ultimo, credimi, intendo proprio l’ultimo – le disse invece lui.

– Regan – Eleonora le appoggiò una mano sul polso. – Mi sono fatta i tuoi stessi scrupoli, all’inizio, quando Lucius mi portò qui. Mi ha dato una casa per me e mio figlio e non mi hai mai chiesto nulla. Con il tempo sono stata io a trovare il modo di ripagarlo, come vedi. –

Indicò la tavola imbandita, la tovaglia pulita e ricamata negli angoli da foglie e virgulti avvolti in spirali.

– Pensa che all’inizio non ero nemmeno capace di cucinare – proseguì Eleonora, con una luce spensierata negli occhi. – Cosa se ne fa una futura duchessa dell’arte culinaria, se tanto le spetta uno stuolo di servitori, quando sarà sposata? –

Dalle sue parole e dal modo in cui le pronunciò, era facile capire che tutto ciò che si era lasciata alle spalle non le avesse mai causato la benché minima nostalgia, e, anzi, era stata una liberazione, per lei, andarsene.

– Non potresti prestarmi qualche tuo vecchio vestito? –

– Lo avrai – le assicurò Lucius. – Per uscire a comprartene qualcuno per te. –

– Anche volendo, Regan, nessuno dei miei vestiti si adatterebbe alla tua figura – la blandì Eleonora. – Te li dovrei stringere e, credimi, il cucito non è proprio il mio forte. –

Effettivamente, come Regan scoprì due ore dopo, anche il più attillato abito di Eleonora a lei andava decisamente abbondate in quei punti strategici che in una donna adulta erano già perfettamente sviluppati, ma che per lei ancora scarseggiavano.

– Non badare a come ti sta questo – le disse Eleonora, dopo averle aggiustato addosso l’ampia gonna del vestito blu, intercettando la sua espressione scoraggiata. – Le sarte in città ti sapranno consigliare qualcosa che ti si addica di più. –

Era molto semplice, di un colore indaco tenue e una striscia bianca centrale che dal seno scendeva fino all’orlo, il corpetto impreziosito da una serie di lacci intrecciati che Eleonora le strinse con misericordiosa moderazione.

– So cosa si prova a farsi stritolare in uno di questi affari infernali. –

Fu però impossibile trovarle un paio di scarpe intonate: Eleonora aveva un piede non molto più piccolo di quello di Regan, ma abbastanza perché la sua misura fosse incompatibile. Le toccò quindi rimettersi gli stivali, scoprendo peraltro che non stavano poi così male come aveva temuto.

E così non c’era stato verso di opporsi, né scusa che tenesse: a metà mattina Lucius le aveva messo in spalla il mantello nero donatole da Angina, l’aveva trascinata fuori di casa e, sotto all’occhio vigile di Rok, l’aveva condotta sul retro, dove sorgeva una piccola stalla che la sera prima non aveva notato. C’erano tre cavalli, dentro: uno stallone nero, una giumenta morella e, nello stesso cubicolo, un puledro con una stella bianca tra gli occhi. Erano bestie magnifiche, lustre e superbe, ed era evidente che Lucius tenesse molto a loro, perché c’erano montagne di fieno a riscaldarli e le mangiatoie erano colme di frutta e verdura, sia d’avanzo che fresche.

Regan si avvicinò con remissione al fiero stallone e allungò una mano verso il suo muso.

– Attenta, non è molto… –

Qualsiasi cosa Lucius fosse stato sul punto di dire, rimase impronunciata. La mano di Regan si era già posata sul pelo ispido del cavallo e lo stava accarezzando piano. Riusciva a sentire la potenza nei suoi muscoli tesi, il calore del sangue che gli pulsava nelle vene, e il cuore che lo spingeva. Sentiva la sua vita scorrerle prorompente sotto le dita.

Era quasi assordante, nelle sue orecchie, ma meraviglioso.

– Freyr, vecchio mio, da quando in qua ti lasci domare da qualche moina? – si sorprese Lucius, dando qualche colpetto al collo possente dell’animale, il quale rispose con uno sbuffo permaloso e si ritrasse, sfuggendo alla portata di Regan.

– Considerati onorata. Generalmente questo ragazzaccio accoglie gli estranei con minacce di morte imminente. –

Lucius sellò la giumenta con gesti accorti e adoranti, poi la portò fuori, e lei accolse con un nitrito lieto la folata d’aria fresca che la sfiorò appena uscita.

– Freya è la più mansueta con la gente nuova. Non dobbiamo fare molta strada, ci sopporterà bene entrambi. –

Regan evitò di sottolineare che quello alto e grave di muscoli era lui.

– Ora reggiti bene a me – le ordinò Lucius. Le lasciò appena il tempo di aggrapparsi ai suoi fianchi: spronò dolcemente la giumenta e questa partì immediatamente con una piccola impennata.

Cavalcare era abissalmente diverso da come lo aveva immaginato: per Lucius sembrava naturale, come se lui e Freya fossero stati una cosa sola, ma se non ci fosse stato lui, Regan non aveva idea di come sarebbe riuscita a rimanere in groppa, soprattutto a quella velocità. Nonostante la scomodità, però, le piaceva, e anche molto. Il rumore attutito ma potente degli zoccoli di Freya che battevano veloci sul terreno le mandava scariche di ecitazione in tutto il corpo; provava il forte desiderio di poter prendere le briglie e condurre quella corsa straordinaria. Le sue dita affondarono istintivamente nell’addome di Lucius, incontrando muscoli tesi sotto a diversi strati di stoffe. Riusciva quasi a indovinarne le linee, la precisa trama che tratteggiavano sotto i suoi palmi.

– Ti piace? – urlò Lucius nel vento.

– È fantastico! – urlò lei, entusiasta.

Impiegarono meno di quanto Regan si sarebbe aspettata per raggiungere il centro della città. Quello che nella stanchezza della notte precedente le era parso un tragitto interminabile, ora era volato sulle invisibili ali della velocissima Freya, che li aveva portati la galoppo come se non avessero avuto peso. Rok li aveva seguiti dal cielo.

Kauneus non aveva una distinzione vera e propria tra centro e sobborghi, sostanzialmente perché i palazzi delle famiglie nobili e degli arricchiti erano tutto ciò che si poteva scorgere in ogni dove. Solo nel cuore della città – una zona che si estendeva entro il raggio di mezzo miglio partire dalla Piazza del Vecchio Regno – si incontravano le botteghe e le taverne, punto nevralgico della vita cittadina. Tutto era a misura degli alti tenori di vita degli abitanti e costruito sulla loro rispettabilità. All’epoca dell’istituzione delle Monarchie, un millennio prima, Norden era stata la Terra da cui erano provenute tutte le famiglie dei regnanti e tuttora restava la sede preferenziale delle antiche nobiltà del Mondo Occulto. Le casate nobiliari residenti al di fuori di Norden tendenzialmente non erano viste di buon occhio da quelle che invece vi dimoravano da sempre, poiché la distanza dal cuore di origine del potere regnante stesso veniva considerato una manovra per sottrarsi al controllo centrale e tramare contro lo status quo delle Terre, come era già accaduto in passato. Nomi di antichi lignaggi come Dresden e Kashman erano diventati sinonimi di traditore e coloro che li portavano venivano guardati con sospetto, sopportando ancora, dopo centinaia di anni, il peso degli errori commessi dai loro antenati.

Lasciarono Freya in una piccola scuderia dove a quanto pareva Lucius era quasi di casa. Salutò lo stalliere con un cenno e gli lasciò cinque corone in più, raccomandandosi che la cavalla fosse debitamente foraggiata.

Passeggiando per la città, Lucius le impose di tenerlo a braccetto, come stavano facendo tutti gli uomini con le dame che accompagnavano.

– Perché? Non sono una vecchia rimbambita, so camminare anche da sola! – protestò lei.

– Perché è così che una fanciulla rispettabile si accompagna a un gentiluomo in pubblico – tagliò corto Lucius, ma non era del tutto certa che fosse serio. – L’immagine ha un notevole peso. Forse non lo diresti, ma qui hanno tutti una certa stima di me. –

– Ancora non ho capito il motivo. –

– Credo sia perché sono bello, simpatico e discretamente talentuoso. –

– Dimentichi dotato di invidiabile modestia. –

– Oh, è vero, quella me la scordo sempre! –

Per strada Lucius si fermò a una bancarella dietro cui stava una donnina minuscola sepolta sotto strati e strati di vaporosa lana variopinta. C’era un grosso paiolo fumante sul banco, che emanava un odore speziato molto intenso misto a miele e limone.

Sima, bevanda tradizionale di Norden, una delle più antiche. Delizioso e ottimo contro il freddo. Vuoi assaggiare? –

Regan spinse via a naso storto il bicchiere che Lucius le offriva, nauseata dal sentore di alcol.

C’era una sartoria lì vicino, e a un certo punto ci si ritrovò dentro senza che nemmeno le fosse chiesto se le andasse di entrarci.

– Vedi qualcosa che ti piace? – le domandò, mentre lei osservava alcuni modelli esposti sulle stampelle. Era una sala scura, colma di grotteschi manichini acefali che indossavano gli abiti in vendita con una rigidità che metteva inquietudine. Le altre due clienti presenti, madre e figlia, non sembravano affatto disturbate da quelle presenze inanimate e passavano in rassegna un gruppo di abiti di fattura molto più modesta rispetto a quelli che stava guardando lei, ma pur sempre fastosi.

Sarebbe stato scortese rispondere a Lucius un no secco come quello che Regan aveva in mente, così finse un vago interesse per l’abito più lungo e ricercato che avesse mai visto: rifiniture, decori e dettagli rosso carminio venavano il prezioso tessuto di un bianco cangiante che ne rifletteva lievi sfumature su ogni piega che si formava.

Neve colata di sangue.

– Questo non è male – commentò, mentre già si immaginava a inciampare come una stupida in tutto quel’eccesso di stoffa. Lo stile di Angina poteva non essere altrettanto scenografico, ma senz’altro le si addiceva meglio.

– Lo prendiamo – disse Lucius a una donna dall’aria austera che supervisionava gli acquisti da dietro alle sottili lenti di due occhialetti a mezzaluna. Questa si affrettò verso la stampella e in un lampo l’abito era devotamente ripiegato tra le sue braccia. Accadde lo stesso con un altro paio di abiti; fosse stato per Lucius, si sarebbero portati via mezza sartoria. Sembrava che per lui i soldi non avessero né valore né limite.

– Cercate di stare dritta e ferma, milady. –

Regan si raddrizzò meglio che poté mentre la sarta le infilava spilli in ogni dove, sollevando, accorciando, stringendo. Milady era un appellativo che proprio non le si pennellava bene addosso. Se ne stava in piedi su una specie di sgabello in una stanzetta nel retrobottega; c’era un caminetto a riscaldare l’ambiente e un angolo era stato adibito al cambio degli abiti, separato dal resto dello spazio da una tenda rosso scuro. Lucius sedeva su una poltrona in disparte, seguendo con scarso interesse l’opera della donna, da dedicandone in compenso parecchio alle reazioni di Regan, che lo guardava funerea come se quegli spilli, anziché nel tessuto, glieli stessero conficcando nella carne viva.

– Non essere così entusiasta. Madame Shawn potrebbe pensare che tu dia troppa importanza al tuo guardaroba – la prese in giro Lucius, le gambe accavallate in una posa rilassata.

Lei si limitò a mostrargli la punta della lingua, cosa che fortunatamente Madame Shawn non notò, o si sarebbe resa conto di quanto quel milady fosse inappropriato. Regan si rifiutò categoricamente di rimanere là dentro a tempo indeterminato per farsi adattare ciascuno dei capi rimanenti. Lasciò che la sarta le prendesse le misure, poi, nonostante le sue aperte rimostranze, la lasciarono a occuparsi di tutto senza un modello reale su cui lavorare. Regan preferì non indagare sulla quantità d’oro che c’era nel pesante sacchetto che Lucius depose in mano alla donna.

Prima dell’ora di pranzo Lucius riuscì anche a trascinarla a comprare qualche paio di scarpe. Andandosene in giro assieme a lui, Regan si sentiva una specie di celebrità. Sembrava che tutti lo conoscessero: chi non si fermava a salutarlo personalmente, gli sventolava una mano dall’altro lato della strada, o affrettava un cenno passando.

– Sei davvero così famoso? – gli disse, dopo che l’ennesima dama gli ebbe rivolto un sorriso così sfacciatamente civettuolo da passare per provocazione, che lui aveva puntualmente ignorato.

– Diciamo pure di sì. –

– Sei una personalità di spicco, per caso? Perché non mi era sembrato che il Coordinatore Generale ti trattasse con molto riguardo. –

– Castalia mi tratta così perché sono una personalità di spicco. Avrai notato che le piaccio quanto un spillo conficcato in un occhio. –

– A voler essere proprio generosi… –

Lui emise una breve risata di approvazione.

– Esattamente. Sai, non sono certo così popolare per merito nel mio fascino, anche se so che è difficile crederlo. –

Mentre camminavano, Regan si guardava intorno avida. Le insegne delle botteghe erano una delle cose più affascinanti che trovò: in legno o in rame, dipinte o naturali, con simboli, disegni o interi motti incisi assieme al nome.

– E allora per che cosa lo sei? –

Lucius si fermò davanti all’ingresso di una taverna che recava l’insegna Quercia d’Argento con un sorrisetto misterioso:

– La luna brilla perché guarda il sole – fu la sua altrettanto misteriosa risposta.

Era impossibile guardarlo senza lasciarsi distrarre dall’azzurro tempestoso delle sue iridi. Qualcosa si nascondeva dietro al suo sipario di spavalderia, ma di cosa si trattasse, Regan non lo avrebbe saputo dire.

Ben felice di prendersi una tregua dall’andirivieni che le era toccato sopportare per tutta la mattinata, seguì Lucius dentro alla taverna, dove un’ondata di denso tepore li accolse. Non aveva molto appetito a causa della colazione abbondante, ma aveva voglia di qualcosa di caldo con cui riscaldarsi le mani intirizzite dal freddo.

– Hey, guardate un po’ chi viene a degnarci della sua presenza! –

Era stata una voce maschile a levarsi al di sopra del chiacchiericcio indistinto degli avventori per raggiungere lei e Lucius fin nell’ingresso. Regan lo individuò in fondo alla sala: un ragazzo biondo che sventolava un braccio per attirare l’attenzione, circondato da una manciata di compagni.

Lucius sollevò una mano per ricambiare.

– Mariek – i due si scambiarono una pacca sulla schiena. – Come stai? –

– Ma come fai a distinguerci sempre? Parola mia, vecchio, un giorno riuscirò a estorcerti il tuo segreto. –

Un altro ragazzo era spuntato dal nugolo che affollava il tavolo e si era fatto avanti; era identico al primo. Entrambi magri e biondissimi, lineamenti tracciati con precisione e simmetria impeccabili, con occhi neri e insolenti e dotati della bellezza affilata tipica delle genti del Nord. Regan riusciva a distinguerli solo perché Mariek portava i capelli legati e l’altro no.

– Me lo porterò nella tomba, Ember, te lo posso assicurare. –

C’era un numero non ben definito di mantelli, sciarpe e guanti ammassati a un’estremità della tavola, e quel che restava dello spazio era ingombro di piatti e scodelle, vassoi ancora pieni a metà, brocche di vino, acqua e calici. A occupare la panca c’era una mezza dozzina di giovani dall’aria un po’ brilla e in vena di risate.

– Non ci presenti la tua nuova amica? –

Un terzo ragazzo si era alzato per raggiungerli. Anche lui, come i primi due, aveva lunghi capelli dorati e occhi neri screziati di trasparenze più chiare. Doveva essere di qualche anno più giovane, ma tutti e tre si somigliavano tanto da non poter essere altro che tre fratelli.

Lucius confermò subito la sua intuizione:

– Regan, ricordi Prince? Bene, loro sono i suoi fratelli minori: Ember e Mariek, flagelli gemelli dei cuori di tutte le giovani dame di Kauneus e delle allieve dell’Accademia della Domus Aurea, e questo è… –

– Aeden – si presentò autonomamente il terzo, esibendo un baciamano che tolse a Regan ogni facoltà di parola. Per quanto stupefacente, Lucius aveva amici che sapessero cosa fosse il galateo, a quanto sembrava.

– Anneli e Prince non ci sono? –

– Anneli è a casa a studiare – rispose Ember sottovoce con una smorfia, come se si trattasse di un fatto di cui vergognarsi – E Prince è in giro a setacciare le Sette Terre per mettere insieme qualche ipotesi decente su quanto successo alla Corte. È partito stamattina con qualcuno dei suoi. Desmond è ancora ufficialmente disperso e nessuno crede veramente che sia finito maciullato tra le ceneri della sua casetta –

Regan serrò i pugni. Da un lato detestava la frustrazione che l’amnesia le causava, impedendole di essere di qualche aiuto a quella gente, dall’altro continuava a essere fermamente convinta che, come aveva detto Angina, forse non era un male che avesse dimenticato. Non possedendo ricordi, si basava sugli istinti che le erano rimasti incisi dentro, tracce indelebili di eventi dimenticati che ancora agivano, attraverso nebbiose sensazioni, per guidarla lungo un sentiero che era costretta a percorrere a occhi chiusi. Quegli stessi istinti, del tutto spogli di razionalità, le suggerivano una strana inquietudine, nel sentir proferire il nome di quell’uomo.

– Sedetevi! – Mariek gesticolò in direzione dei posti vuoti sulla panca. – Unitevi a noi. Vi facciamo portare dei piatti, c’è ancora una montagna di roba da mangiare! –

Quando Lucius aveva detto a Regan di essere molto popolare, lei lo aveva preso come una battuta eccessivamente gonfiata, mentre invece sembrava essere la verità nuda e cruda: l’oste in persona era venuto a porre i suoi omaggi, così lieto di rivedere il “caro ragazzo” che decise che avrebbe offerto lui da bere. Anche i ragazzi della piccola combriccola lo trattavano con una sorta di amichevole reverenza e pendevano dalle sue labbra, sebbene fosse più giovane della metà di loro. E lui, dal proprio canto, era perfettamente a suo agio tra loro, ridanciano e rumoroso, come un leader tra i suoi seguaci. Gli altri tre ragazzi del gruppo erano compagni di Accademia dei fratelli Edelberg, anch’essi rampolli di notabili di Kauneus. Due di loro, i cugini Emeric e Kama Devore, due ragazzoni dai riccioli rossi, avrebbero terminato il loro percorso accademico a fine anno, mentre l’altro, Breys Devore, fratello di Emeric, era abbastanza giovane da aver appena cominciato.

Nessuno di loro diede segno di provare verso Regan una particolare curiosità che esulasse da quella che ci si sarebbe aspettata da un manipolo di giovanotti scapestrati di fronte a una piacente donzella.

– Hai detto che si fermerà da te per qualche tempo, Lucius? – stava informandosi Ember, occhieggiandola suadente dall’capo lato del tavolo.

Accanto a lei, Lucius annuì, infilandosi in bocca una generosa forchettata di arrosto.

– A tempo indeterminato. –

Avevano raccontato che Regan era stata affidata a lui per via di circostanze particolari, senza addentrarsi troppo in dettagli superflui di cui non era il caso discutere in pubblico. Da come però reagirono gli Edelberg, era facile sospettare che sapessero qualcosa più degli altri.

– Prince lavora per la Lega – le spiegò infatti Lucius in un orecchio. – Il Nucleo di Norden è uno dei più funzionali, assieme a quello di Brenner e Corterra. Sono pronto a scommettere che la sua famiglia sia stata tra i primi a venire a conoscenza della tua storia. –

– Spero vivamente che avremo il piacere di rivederti spesso, Regan – stava dicendole Mariek con una strizzatina d’occhio sfacciata.

– La vita sociale di Lucius non è mai stata granché brillante – intervenne Ember, sporgendosi verso di lei attraverso il tavolo. – Lui è uno che preferisce la solitudine al sano divertimento… vallo a capire. Quindi vedi di convincerlo a portarti a qualche festicciola delle nostre, a Medilana. Ti garantisco che sapremmo farti divertire! –

– Oh, puoi starne certa – Accanto a lei, Aeden sorrise soavemente ai due fratelli maggiori. – Hanno un animo così altruista e generoso da non saper negare l’onore della propria compagnia a qualunque bella fanciulla abbia la sventura in incrociare il loro cammino. –

Lui era diverso dai gemelli: più serio e composto, più maturo, tanto negli atteggiamenti quanto nei discorsi, e sembrava fosse lui a tenere a bada loro, anziché il contrario, come la naturale gerarchia avrebbe voluto.

– Le fanciulle non si limitano a incrociare il nostro cammino, fratellino. Loro ci si buttano a capofitto – sghignazzò Mariek, e lui ed Ember scoppiarono a ridere.

Aeden sospirò e volse gli occhi al cielo come un padre che aveva a che fare con figli ingestibili e li lasciò nel loro brodo.

– Nostro padre ha chiesto di te – disse a Lucius. – Era parecchio che non tornavi a Kauneus. Ci farebbe piacere una tua visita, qualcuno di questi giorni. –

Regan ascoltava interessata. Non sapeva granché di Lucius e le sarebbe piaciuto conoscere qualcosa di più, di lui. Aveva un rapporto piuttosto intimo con gli Edelberg, a quanto pareva.

– Vi conoscete da molto tempo? – indagò.

– Una decade, anno più, anno meno – rispose Lucius. – Lord Edelberg è stato uno dei primi a darmi fiducia, quando sono entrato nella Lega, e da allora mi ha sempre tenuto sotto alla sua ala protettrice. –

– Non che tu ne abbia bisogno, vero? – si intromise Ember, emergendo per un momento dal discorso che stava intrattenendo con i Devore.

Il ragazzo di nome Emeric gli diede man forte:

Nessuno meno di lui. –

– Il mio cuore brama il momento in cui sarò anch’io un membro della Lega – sospirò Mariek, languido, con una mano sul cuore. – Dedicare la mia umile vita al servizio della Luce del Nord… a cosa potrei aspirare, di più? –

– A uscire dalla Domus senza una reputazione da buffone perdigiorno, per esempio – completò Aeden al posto suo, facendo ridere tutti.

Era la seconda volta che Regan sentiva nominare questa misteriosa Luce del Nord e ancora non era riuscita a capire di cosa si trattasse. Stava per domandare qualche delucidazione, ma qualcosa la bloccò: c’era un uomo seduto a un tavolo in un angolo. Era solo, con nient’altro che una fiasca di un vino dalla colorazione violacea molto scura davanti, che di tanto in tanto si versava nel calice. L’ombra gettata dal cappello che non si era tolto, dando prova di una certa maleducazione, gli nascondeva metà del volto. Le sembrò strano che, nonostante i suoi abiti fossero di un certo pregio, fossero così sciupati. La stava osservando.

– Serviti, sciocchina, non hai fame? –

Regan si accorse che Lucius si era già riempito un piatto di vivande e le stava porgendo un vassoio rotondo con delle costine di maiale. Quando guardò di nuovo, l’uomo si stava facendo i fatti suoi e fissava cogitabondo il fondo del suo calice.

– Cerbiattina, parlo con te. –

– Perché la gente mi fissa? –­ Sbottò lei, infastidita.

– Perché sei molto carina? –

­Lei gli propinò un’occhiata torva.

Lui rimase immobile un istante, poi posò il vassoio e la guardò con compassione. Si avvicinò a lei e sospirò.

– Dovrai farci l’abitudine, temo. Sei abbastanza vistosa, sai? –

Le sistemò una ciocca dietro all’orecchio con una dolcezza lenitiva, un gesto che in un luogo come quello, pieno di parlottii e occhi indiscreti, era decisamente fuori luogo.

– Fintanto che ti fisseranno senza nuocerti, non mi preoccuperò. –

– E io quand’è che mi dovrò preoccupare? –

– Mai, finché ci sarò io. ­–

La vibrazione di una promessa.

La sua voce calda era balsamo per qualsiasi turbamento. Non che lei fosse veramente preoccupata; trovava solo una scocciatura avere sempre degli occhi puntati addosso in quel modo, nemmeno fosse stata un mostro.

Eppure era esattamente come un mostro che l’aveva guardata la guardia, a Medilana.

– Su, adesso mangia qualcosa, da brava – Lucius le rifilò nel piatto un paio di costine. – E ringrazia i signorini Edelberg per averci offerto il pranzo. –

– Chiamami un’altra volta signorino e ti offrirò un pugnale nello sterno – lo minacciò Mariek.

Ember allungò una gomitata al gemello:

– Signorino Edelberg, non siate scortese! –

Signorina Edelberg, evitate di fare le veci della vostra balia! –

– Razza di… –

– Devi scusare la loro puerilità, Regan ­– le disse Aeden, coprendo l’insulto del proprio fratello. – Hanno un cervello in due e come vedi non funziona nemmeno tanto bene. –

– Se il nostro cervello fosse attivo quanto tu sei noioso, ne saresti sicuramente entusiasta – lo rimbeccò Ember, sdegnoso.

A Regan piaceva starli a guardare. Le piaceva la loro complicità, il modo scherzoso con cui si insultavano e prendevano in giro. In Ember e Mariek, soprattutto, percepiva un legame fortissimo, e in un certo senso Aeden aveva ragione: era come se fossero un’unica entità divisa a metà, lo stesso spirito che due corpi distinti. E quel senso di appartenenza che quei ragazzi mostravano di provare l’uno verso l’altro, in lei mancava completamente. Come aveva detto Lucius, anche senza ricordi, le esperienze lasciavano impronte tangibili nell’anima, e l’impronta di una famiglia in lei non c’era.

Trascorse un pomeriggio piacevole alla taverna. Tra un boccone e l’altro e aneddoti più che pittoreschi raccontati dai ragazzi circa certe loro avventure entro le storiche mura della Domus Aurea, le ore si consumarono velocemente, tanto che, senza che se ne rendessero conto, l’oste era passato ad accendere i lumi dei tavoli e delle pareti. Due grossi lampadari, inoltre, ribollivano ora di una morbida luce dorata sopra le teste degli avventori.

Era sera, fuori, anche se l’ora non era poi così tarda. Da una delle finestre si poteva intravedere l’orologio di una torre che, nel baluginio lunare del kival, segnava appena la quarta pomeridiana. Il buio scendeva più in fretta, al Nord, durante l’inverno.

Le poche dame che avevano animato l’atmosfera con cori di risolini e pettegolezzi indiscreti si stavano alzando, probabilmente per recarsi di nuovo a casa dai mariti e dai figli, appena in tempo per dare istruzioni ai domestici per la cena. Gli uomini e i giovani si sarebbero attardati ancora un po’, meno vincolati dai sacri doveri delle matrone. Dalle cucine già proveniva l’odore invitante delle pietanze serali e a breve i tavoli sarebbero stati liberati dalle bottiglie di liquori e teiere di tisane fumanti per lasciare posto ai calderoni delle minestre e degli stufati. Sporte di pane erano già pronte per essere distribuite con le ordinazioni, da intingere nelle salse o tuffare nei densi brodi aromatizzati.

Regan si scoprì a pensare che le sarebbe piaciuto lavorare in un posto simile, anche soltanto per poter sentire tutti i giorni quei profumi, e il calore e l’allegria della gente che si incontrava. Ne era incantata, come una bambina di fronte alla prima bambola della sua vita.

– Ti sei divertita? – le chiese Lucius mentre uscivano, e la quinta era ormai prossima sulla torre dell’orologio.

– Molto. E credo anche di aver mangiato a sufficienza da poter digiunare per il resto dell’inverno. –

– Eleonora non ne sarà contenta. Sono pronto a scommettere che ha già preparato una lauta cenetta per noi. –

Una grossa ombra sorvolò le loro teste. Rok doveva essere nei paraggi. Qualche fiocco di neve, intanto, aveva iniziato ad abbandonare il cielo, tracciando ghirigori invisibili nell’aria fredda mentre lentamente scivolava verso la terra. Uno si andò ad adagiare proprio sulla punta del naso di Regan, strappandole un sorriso.

– È straordinario, vero? – disse Lucius, guardando in su. Anche lui stava sorridendo. – C’è qualcosa di magico a Norden che nelle altre Terre non c’è. –

Era amore quello che gli si leggeva negli occhi d’acqua, un’emozione che luccicava di vita propria, come un riflesso di qualcosa di più profondo.

“Casa è dove è il cuore.”

– Hey, Lucius! –

Pochi metri avanti a loro, due ragazze sventolavano le mani guantate con aria civettuola. Si avvicinarono ridacchiando e sussurrandosi qualcosa. Lucius concesse loro un saluto galante:

– Lady Sapphire. Lady Somerville. –

– Non avevo idea che tu fossi in città! – ciarlò la prima, una bruna dall’aria scaltra, alta e magra come un fuso. – Mi ero rassegnata a dover attendere il Solstizio per rivederti. –

La sua amica, più bassa e decisamente meno aggraziata di lei, gli scoccò un’occhiata di apprezzamento, ma non osò aprire bocca.

Regan, che si era volutamente tenuta in disparte fingendo di osservare una statua equestre lì vicino, ascoltava facendo finta di niente.

– Non mi aspettavo nemmeno io di rientrare – stava replicando Lucius, serafico come suo solito. – Non so neppure quanto mi fermerò, a dire il vero. –

– Abbiamo speranze di vederti al ballo? –

– Difficile a dirsi. Ma la speranza è sempre l’ultima a morire, dopotutto –

Continuarono a scambiarsi pochezze degne di una combriccola di comari, e Regan intuiva nel tono salottiero di Lucius una celata patina di fastidio, che lei peraltro condivideva pienamente. Le due ragazze erano più mature di lei, ma probabilmente anche di lui, eppure l’atteggiamento della bruna – Lady Sapphire – era un pubblico manifesto di tentata – e palesemente fallita – seduzione.

Un suono insolito nel vicolo lì accanto distrasse Regan dal suo attento origliare. Le era sembrato un guaito, o forse un vagito. Proveniva da un angolo in fondo allo stretto passaggio. Decise che, piuttosto che sorbirsi la voce petulante di Lady Sapphire che faceva la civetta con Lucius, poteva anche arrischiarsi ad andare a controllare di che cosa si trattasse.

Senza pensarci, si allontanò e si mise a setacciare il vicolo. C’era una botte colma di rifiuti, avanzi di cibo putrescenti della taverna, e una catasta di legname umido su cui si era già formato un discreto strato di neve.

– C’è nessuno? – provò a chiedere. Ciò che le giunse in risposta fu un mugolio sommesso indistinguibile. Sembrava quasi il verso di un animale.

Seguì una specie di scia sensoriale, attirata da chissà quale istinto verso una seconda botte, anch’essa adibita a deposito per rifiuti. Notò una serie di trappole legate da catene sparse a terra, con esche di carne e formaggio ammuffito. Con tutta quella sporcizia, i topi dovevano prosperare. Era buio, lì in mezzo: i due muri erano così ravvicinati che la luce del giorno a stento penetrava, lasciando il kival privo della sua caratteristica fosforescenza.

D’un tratto una catena si mosse, facendola sussultare. Si diede della sciocca: si trattava sicuramente di un ratto che era rimasto vittima delle trappole. Guardò meglio, cercando tra la densità delle ombre, ma non riusciva a distinguere nulla. Poi lo vide, in un angolo debolmente rischiarato dalla luce che penetrava da una finestra.

Era un esserino bizzarro, alto circa trenta centimetri, e sembrava uno strano ibrido tra un gatto e un orso in miniatura. Era completamente ricoperto di una folta pelliccia fulva, lunghi arti sottili ripiegati in una posa accovacciata. Due enormi occhi neri e lucenti occupavano metà del volto, appena sopra un minuscolo naso nero e un muso schiacciato. Le sue dita filiformi erano strette attorno a quello che aveva tutta l’aria di essere un bracciale d’oro zecchino. Una delle sue zampette era imprigionata nella morsa impietosa di una tagliola, lasciando macchie di sangue sul terreno.

Non appena la vide, l’animale arretrò spaurito, stringendo gelosamente il gioiello, trascinandosi dietro anche la tagliola. Regan sentì il suo dolore come fosse dentro di lei. Mossa a pietà, si accovacciò e allungò una mano verso di lui.

– Tranquillo, ti voglio aiutare. –

Naturalmente sapeva che la bestiola non avrebbe compreso, ma non avrebbe saputo che altro fare per rassicurarlo se non usare quel tono gentile.

– Non ti farò del male, te lo prometto. –

Parve funzionare: il buffo animaletto non le andò incontro, ma se non altro non tentò di scappare. Era calmo, anche se non accennava ad allentare la presa sul bracciale. Regan cercò di fare piano: si accostò lentamente, continuando a ripetere alla creatura che le sue intenzioni era buone. Non sapeva nemmeno lei perché lo facesse, ma funzionava.

Le ci volle un po’, buio com’era, per capire come allentare la tagliola. Trovò la leva dopo un paio di tentativi alla cieca che le costarono qualche taglio, ma alla fine la molla scattò.

– Piano, ora. Sei ferito – disse all’animale, prendendolo tra le proprie mani. Era soffice e leggero e tremava come una foglia. Sotto alle mani di Regan pulsava nitida la sua sofferenza, mista però a una fiducia che la fece piacere riconoscere. Gli sfiorò la ferita con cautela: non era profonda, ma rischiava di infettarsi se non fosse stata debitamente disinfettata. Avrebbe voluto poter essere in grado di guarirlo, ma era un potere da angelo, quello, e lei di certo non lo possedeva. Proprio mentre lo pensava, però, nel punto in cui le sue dita toccavano la carne viva il sangue iniziò a riassorbirsi.

Regan ritrasse la mano, il cuore che saltava stupefatto un battito. Quello che stava succedendo non era normale.

Abbassò lo sguardo sul muso della bestiola: la stava guardando con gli occhioni spalancati da un’espressione che, per quanto assurdo potesse sembrare, si sarebbe potuta dire supplichevole.

Benché non sapesse esattamente cosa fare, Regan provò di nuovo ad appoggiare le dita sullo squarcio nella folta pelliccia. Non accadde nulla.

Forse, si disse, si era immaginata tutto.

Io non posso guarirti...

Fu come era accaduto con il candeliere a casa di Lucius: bastò il semplice pensiero, quasi ignaro e privo di reale volontà. Una scintilla di energia si accese e senza che lei se ne rendesse conto la ferita di rimarginò in un alone di sollievo. Regan non riusciva a capacitarsene: era impossibile che lei avesse fatto quello che aveva appena fatto.

Un rumore improvviso le fece sollevare di scatto la testa. Non vide che un’ombra muoversi tra altre ombre.

– Regan! –

L’esserino, spaventato dal richiamo imperioso di Lucius, scalpitò furiosamente, sgusciandole via dalle mani. Non riuscì nemmeno a vederlo, tanto fu lesto nel dileguarsi. Nello stesso istante, un uccello volò via dal tetto della taverna, facendo cadere un cumulo di neve.

– Sei impazzita? Mi sembrava di averti ripetuto più di una volta di restare con me! –

La prese per un braccio e la sollevò come se fosse stata una piuma, trascinandola fuori dal vicolo alla luce bianca delle vie principali.

– Cos’hai fatto alle mani? –

– C’era un animale incastrato in una tagliola… l’ho liberato. –

– L’hai… – Lucius la guardò incredulo. – D’accordo, lascia che ti spieghi una cosa, e voglio che tu mi stia bene a sentire – la afferrò per le spalle, piegandosi appena sulle ginocchia per poterla vedere meglio negli occhi. – Io ho rischiato la pelle per sottrarti alle grinfie di un losco figuro che non aveva certo intenzione di darti un buffetto su una guancia, e il suddetto losco figuro è attualmente ancora chissà dove a piede libero, e adesso tu, se permetti, dovresti avere la cortesia di ricambiare il mio gesto sforzandoti di non andarti a cercare i guai dietro ogni angolo. Pensi di poterlo fare? –

– Ma io… –

– Pensi di poterlo fare? – ripeté Lucius, marcando di più le parole.

Regan, che non aveva avuto alcuna intenzione andarsi a cercare guai, non poté far altro che assentire.

– Bene. Andiamo, adesso. Si è fatto tardi, Eleonora si starà chiedendo dove siamo finiti. –

Se all’andata la strada le era sembrata così breve, al ritorno divenne interminabile. Freya galoppò senza sosta tra la neve che scendeva fitta e silenziosa, nuvole di vapore che si sollevavano dalle sue narici. Stretta a Lucius, gli occhi chiusi, Regan respirava nel vento ghiacciato un profumo che per lei un po’ già sapeva di casa.



– Dov’è Lucius? – chiese due giorni dopo, a colazione.

Le aveva lasciato nient’altro che un biglietto sul tavolo della cucina con due righe buttate giù di fretta in cui le diceva di andare da Eleonora, che le avrebbe spiegato lei, e le raccomandava di non uscire dalla recinzione delle case.

– È andato a Cittanuova. Il Coordinatore di Astereis l’ha convocato all’alba per un consulto urgente. –

­– Pensi che si tratterrà a lungo? –

– Dipende dal motivo del consulto. A volte va e torna in giornata, altre sta via dei giorni. –

Calien era già sveglio e arzillo: sedeva a gambe incrociate sul tappeto accanto al focolare, la zazzera bionda irrorata dai bagliori del fuoco, e giocava con le fiamme, stando semplicemente a guardarle, e sembrava che esse gli obbedissero come se fossero sue schiave, completamente succubi della sua volontà, allungandosi, attorcigliandosi, avvolgendosi tra loro in spirali e volute straordinarie. Sembrava così semplice, a vedersi.

Eleonora canticchiava allegra, rassettando la cucina illuminata da un terso sole invernale. Non sembrava preoccupata. Era la decima mattutina passata, ma Regan fece sparire senza troppi problemi tutto ciò che le fu proposto, poi Eleonora sparecchiò e mise tutto nel lavello.

– Mi dispiace, ma temo che oggi ti toccherà annoiarti –

Regan le diede una mano a ripiegare la tovaglia.

– Stavo pensando di uscire a fare due passi – buttò lì, pur sapendo che Lucius glielo aveva espressamente vietato.

– Tu non vai da nessuna parte, da sola. Se vuoi puoi uscire in giardino a fare a palle di neve con Calien. –

– Che differenza fa? – si lamentò Regan, che fin dal primo momento che era scesa dalla carrozza di Prince Edelberg aveva desiderato addentrarsi nel bosco.

– Il perimetro del giardino segna il confine dei sigilli che proteggono questo posto. –

Regan si diede della sciocca per non esserci arrivata da sola. Aveva davvero creduto che Lucius la lasciasse sola senza alcun tipo di protezione?

– È per te e Calien che ha fatto tutto questo? –

Eleonora si apprestò a lavare le stoviglie. Si raccolse i capelli con un nastro e raccolse dell’acqua in una bacinella.

– I sigilli c’erano già, quando siamo arrivati noi. Quello che ha fatto per noi è un Segreto. –

– In che senso “un segreto”? –

– Non conosco i dettagli di questo tipo di sigillo – ammise Eleonora. – So quello che ha provato a spiegarmi Lucius. –

Le raccontò quel che sapeva.

Regan apprese così che i Segreti erano una magia molto complessa che in pochi erano in grado di compiere. Si trattava di rinchiudere determinate informazioni in piccole sfere di cristallo, cosicché rimanessero inapprendibili da individui indesiderati. Solo il custode del Segreto poteva trasmetterlo e decidere se chi ne era a conoscenza lo trasmettesse a sua volta. Se Lucius aveva davvero creato un Segreto per tenere nascosti Eleonora e Calien, forse era davvero il personaggio importante che diceva di essere. Una parte di lei si sentì lusingata, poiché lui le aveva permesso di apprendere quel Segreto, e questo significava che aveva fiducia in lei, che non la credeva un’impostora.

– Mi dispiace, piccola, ma finché lui non c’è, sei confinata qua dentro assieme a noi. –

Un pensiero sfiorò all’improvviso la mente di Regan.

– Se tu e Calien siete protetti da un Segreto… significa che non ve potete andare da questa casa? –

Eleonora, che le dava le spalle, smise per un momento di strofinare sui piatti.

– Lucius ci porta in tanti posti – rispose la voce trasognata di Calien, ancora intento a fissare il fuoco. – Ma sono lontani da qui. La gente non ci deve riconoscere. La mamma deve sempre nascondersi, se no la guardano male. –

L’espressione di affetto mista a malinconia di Eleonora faceva stringere il cuore.

– Sono deplorevolmente umana, non c’è verso di nasconderlo – commentò spensierata. – Mi si riconosce a colpo d’occhio. Per fortuna nei posti affollati riesco a confondermi bene, nessuno si accorge della vibrazione diversa della mia anima. Ci piacciono i mercati e le feste dei villaggi, vero tesoro? –

Calien si voltò con un gran sorriso.

– E le fiere per la vendemmia e delle nuove stagioni! –

– Va matto per gli spettacoli degli ammaestratori di falchi. –

– E per le mele candite! –

Regan passò il resto della giornata a fantasticare sui racconti che Eleonora e Calien le avevano snocciolato su tutti i viaggi che avevano fatto con Lucius. Avevano visitato ben poco Norden, per evitare di incontrare conoscenti scomodi, ma le altre sei Terre avevano lasciato molti ricordi positivi in loro, e adesso Regan si sentiva bruciare dal desiderio di poter percorrere le imponenti mura di Fortre, divise in due anelli, uno che cingeva la capitale lungo i confini e l’altro che separava la Città di Sopra, abitata dalle poche famiglie nobili, dalla Città di Sotto, la zona del popolo e della vita cittadina; voleva andare a Vihrea a vedere i leggendari giardini pensili e le vaste coltivazioni floreali che occupavano metà dei campi delle campagne, e camminare sulle strade di vetro di Shjarna, e guardare le rovine custodite al di sotto di esse; e poi c’erano i fuochi d’artificio che si tenevano ad Hazar, nella Terra di Asante, per il Solstizio d’Estate, e un milione di altre cose che la avevano ingolosita solo a sentirle nominare, anche non volendo contare l’entusiasmo che era trapelato da ciascuno di quegli aneddoti.

Passò le due notti successive in una stanzetta a casa di Eleonora, che si era categoricamente rifiutata di lasciarla dormire da sola nella casa vuota di Lucius. Nelle lunghe ore davanti al camino, prima di andare a letto, Eleonora le aveva raccontato qualcosa in più su di sé e la vita nel suo mondo, e Regan comprese in fretta che a volte avere dei genitori che ti trattavano come un oggetto era ben peggio che non averne affatto.

Lucius rientrò nella tarda sera del terzo giorno, imbrattato di neve, con il viso solcato da ombre di stanchezza e l’aria di chi ne aveva viste delle belle.

– Cos’è successo? – gli chiese Regan, ansiosa, nel vederlo apparire sulla soglia in quello stato.

– Non ora, cerbiattina – mormorò lui stancamente, e chiese a Eleonora per poteva preparargli un bagno caldo. Regan notò che aveva una busta in mano, con un marchio di ceralacca scarlatta spezzato a metà.

– Rimandiamo a domani tutte le spiegazioni. Ora voglio solo acqua calda e il mio letto. –

Piantò in mano a Regan la busta e arrancò al piano di sopra, sfilandosi il pastrano gocciolante. Si reggeva il fianco sinistro con la mano, come se gli dolesse.

Lei osservò meglio il sigillo e scoprì di conoscerlo. Era più stilizzato del ricamo sullo stendardo che aveva visto non molto giorni prima, ma ugualmente riconoscibile: lo stemma degli Edelberg. Se Lucius l’aveva data a lei, si disse, era perché voleva che la leggesse.

Curiosa, sollevò il lembo di carta che chiudeva la busta e ne estrasse un cartoncino color crema scritto da un’elegante calligrafia inclinata. Quando lesse, per poco il foglio non le cadde di mano.

“Lord e Lady Edelberg hanno il piacere di invitare a cena il Signor Lucius Henker e la sua gentile ospite, Miss Regan, per una cena informale la sera del sette di dicembre.”



Il giorno dopo erano seduti sul grosso tronco muschioso di un abete abbattuto, nei pressi di un ruscello ghiacciato nella foresta. Nonostante la temperatura rigida e i densi sbuffi di vapore in cui si addensava ogni respiro, era piacevole stare lì.

– Ho sbrigato una faccenda veloce a Cittanuova, poi sono stato convocato Radislav, il Coordinatore del Nucleo di Mauercast. È riuscito a individuare un piccolo manipolo di scagnozzi di Desmond scampati al crollo del castello, giorni fa, e ha chiesto il mio aiuto per stanarli e catturarli. Erano malconci quanto lo eri tu quando ti ho trovata, ma per nostra fortuna non si sono rimessi altrettanto in fretta. –

Lucius fissava le proprie mani con un’espressione vacua, come se i suoi occhi non potessero vedere.

Regan deglutì un groppo alla gola.

– Siete riusciti a interrogarli? Avete scoperto qualcosa? –

Le labbra di lui si contrassero in una piega amara che già la diceva lunga.

– Interrogarli è stato facile. Hanno convocato Shin, per farlo. –

A Regan balzarono subito in mente due miti occhi neri e un sorriso placido.

– Shin? Quell’angelo che… –

– Sì, lui. Non potevamo rischiare di fare invadere le loro menti da un demone. Si sarebbero opposti, e temevamo che il dolore avrebbe dato loro il colpo di grazia. Non avevano alcuna intenzione di collaborare e le… i mezzi di persuasione in uso nel Nucleo di Radislav sarebbero stati letali, in ogni caso. –

Il vento cantava in un pianto straziante tra gli alberi, che si piegavano al suo passaggio con un fruscio nostalgico, lacrime gelate che colavano silenti tra il verde argenteo. Sottili ciuffi corvini ondeggiavano sul viso pallido di Lucius.

– Siamo riusciti a estrapolare qualche informazione, anche se si è rivelata pressoché inutile –

– Sapete che cos’è successo quella sera? – domandò lei, sentendo con orrore la voce che le fremeva tra le labbra.

Aveva paura. Paura che avessero scoperto qualcosa che avrebbe cambiato la sua posizione. Ma Lucius aveva un’aria tranquilla, quasi abbacchiata.

– I prigionieri erano cinque, e tutti e cinque hanno dato all’incirca la medesima versione: sembrava tutto tranquillo, poi è scoppiato il finimondo. Desmond si era già ritirato nell’ala nord del castello, dove si trovano le sue stanze. Non sappiamo se con lui ci fosse qualcuno; è un’ala ad accesso strettamente limitato, secondo loro, e in pochi hanno il privilegio di potervi entrare. Tra la Nuova e la prima del mattino, la terra ha cominciato a tremare, sempre più forte. Non hanno nemmeno avuto il tempo di cedere al panico. C’è stato un lampo di luce che ha inghiottito ogni cosa, e un istante dopo tutto è precipitato – Si abbandonò a un sospiro esausto e frustrato. – Non ricordano altro. –

Si voltò verso Regan, e la piccola zanna che gli pendeva dall’orecchio oscillò lentamente.

– Abbiamo provato a chiedere loro di una ragazza dai capelli rossi come il sangue –

Lei trattenne involontariamente il respiro.

– Nessuno sapeva niente – proseguì lui. – Non ti hanno mai vista o sentita nominare, né tra i loro né tra i prigionieri. È come se tu fossi spuntata dal nulla. –

Regan teneva lo sguardo inchiodato a terra, sulla punta umida degli stivali che indossava, non sapendo se rallegrarsi o rattristarsi. Non era una criminale, dunque, ma nemmeno una vittima. Restava ancora aperto l’interrogativo principale, ossia: che cosa ci faceva, lei, là?

– Sono stati portati tutti a Helgrad, ora – le disse Lucius, come se ciò chiudesse la questione. – Resteranno rinchiusi nella prigione di Vankar fino al processo. –

Vankar. Regan associò subito quel nome a delle storie il cui eco stava riaffiorando nebuloso nella sua memoria: il carcere più antico delle Sette Terre, arroccato sul ciglio della rupe più alta di Mauercast, appena oltre i confini della seconda città della Terra, sorvegliato da due draghi millenari a cui, si vociferava, venivano dati in pasto i detenuti divenuti scomodi, o quelli considerati indegni di un regolare processo, come i Segnati e i Ladri di Anime.

– Ora, veniamo alle cose serie – Lucius si disfò della patina seria che aveva finora portato e ornò ad essere il solito scanzonato. – Pare che qualcuno si sia fatto degli amichetti… –

Regan inarcò un sopracciglio nella sua direzione.

– Sbaglio o avevi detto che gli Edelberg sono tra i pochi a sapere veramente chi sono? Vorranno di sicuro vedere da vicino la bizzarra straniera –

– Sono pronto a scommettere, in effetti, che Lord Edelberg nutra una qual certa curiosità intellettuale verso di te. È stato una grande guida per molti giovani neomembri della Lega, un tempo. Ma ho anche la vaga impressione che tu stessi piuttosto simpatica ai ragazzi. –

– Ma se ho a stento aperto bocca, alla taverna! –

Lucius volse pazientemente lo sguardo al cielo, una sterminata distesa di blu graffiata dal sole, ormai quasi allo zenit.

– Non dire sciocchezze, cerbiattina. Sai bene a quale tipo di simpatia alludevo. –

Regan dissimulò un sorrisetto compiaciuto. Lo sguardo le cadde sul gomito di Lucius, stretto al suo fianco in una posa innaturale.

– Ti hanno ferito, vero? –

Le fece quasi male a chiederlo. Si era affezionata a lui, le spiaceva vederlo così.

– Sono già stato rammendato a dovere – ironizzò Lucius. Una risatina incurante gli scosse le spalle prima di smorzarsi in una silenziosa smorfia sofferente.

– Ti fa così male? –

Lui sollevò stoicamente un angolo della bocca.

– Ho imparato a sopportare dolori peggiori. –

Benché qualcosa nelle vibrazioni della sua voce aveva suggerito che alludesse ad altro, a qualcosa che le parole non avrebbero potuto raccontare, i disegni tracciati dalle cicatrici che gli segnavano il corpo erano rimaste ben impresse dentro di lei, tracce indelebili di violenze che lei poteva soltanto immaginare.

– Non chiedermelo adesso – esordì lui, una mano sollevata, bruciandole sul tempo la domanda che aveva appena iniziato ad affiorarle sulle labbra. – È una storia troppo lunga e ora non abbiamo tempo. C’è un posto in cui ti devo portare. –

Regan, che uscendo di casa si era persa quel particolare, sgranò gli occhi stupita.

– Dove? – balbettò, colta dall’ansia. L’ultima cosa che le serviva era un altro incontro traumatico con qualche personaggio della risma di Castalia Reis.

– Nella Terra di Sonnerg – Lucius si alzò in piedi e la esortò a fare lo stesso. Un lupo ululava in lontananza; qualche grosso volatile si librò via da un ramo poco distante, disturbato da quel richiamo. – Nel Bosco di Aurin c’è qualcuno che vorrei che tu incontrassi. –




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A/N: grazie mille a tesorinangel, darkwish, VesiSchwartz (con cui vedo che ho molto in comune :) ) e Maharet per le bellissime recensioni. Adesso inizieremo a entrare nel vivo della storia, quindi bisogna cominciare a rizzare le orecchie, e vedo che qualcuno ha già cominciato. ;)

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Capitolo 6
*** Incontri ***


5. INCONTRI

 

The sun goes down
I feel the light betray me

– Papercut, Linkin Park –

 

 

Le ci sarebbero voluti secoli per abituarsi alla sgradevole sensazione del passaggio da un Portale all’altro, e al suo stomaco probabilmente non sarebbe bastato nemmeno tutto il tempo del mondo.

Lucius le stava ridendo dietro.

– Sta’ zitto, non è divertente! – lo rimbrottò lei, rassettandosi l’abito con tutta la dignità possibile.

Dall’arcata al centro della Piazza del Vecchio Regno erano sbucati al centro di un’altra piazza, notevolmente più piccola e molto meno fastosa. Aurin era una cittadina minore di Sonnerg: occupava circa un terzo dell’estensione della capitale Vihrea, ma era molto rinomata per le sue antiche tradizioni di Arte Orafa, che da secoli si tramandava di padre in figlio all’interno delle famiglie che ne avevano scritto la storia.

– Benvenuta nella Terra del Sole, cerbiattina! –

– Un ottimo primo passo, non c’è che dire – borbottò lei.

– L’importante non è non cadere, ma sapersi rimettere in piedi –

Regan fu colta da un’improvvisa illuminazione.

– Il Coordinatore di questa Terra è una donna, vero? ­Renise, se non sbaglio –

Chissà da dove le veniva quell’informazione. Non era stata consapevole di saperlo fino a quell’esatto istante.

– Esatto. Renise Urwald, la più anziana dei Coordinatori attuali –

La prima cosa che Regan notò era che lì il clima era sensibilmente più mite che a Norden. Una corolla di botteghe e osterie si affacciava sullo spiazzo lastricato di pietra rosata, al centro della quale si ergeva un baldacchino di marmo, sormontato sulla cima della tonda cupola di vetro da una scultura laminata d’oro zecchino che raffigurava un sole dai raggi serpeggianti attorno a un nucleo vuoto. Abbassò subito lo sguardo, colta da una repentina vertigine che la costrinse a sorreggersi a Lucius per non perdere l’equilibrio. Nella sua testa che vorticava emerse una visione sbiadita, Prince Edelberg che dall’alto la guardava con un sorriso solare.

Cercando di tornare in sé, Regan arrossì. Decisamente quei Portali non le andavano a genio.

C’era parecchia gente vociante in giro e una seconda corolla orlava il limitare della piazzetta: bancarelle di frutta e ortaggi, dolciumi e scampoli si susseguivano in esplosioni di colori e profumi a perdita d’occhio, finendo per perdersi nella confusione della folla. Era strano a dirsi, ma in tutto quel marasma colorato Lucius spiccava molto più che a Kauneus: alto, completamente vestito di nero, e così pallido in confronto alla carnagione olivastra degli abitanti del posto. I suoi occhi, di un azzurro più ceruleo di quello a cui Regan si era abituata sotto ai cieli nuvolosi di Norden, vagavano qua e là, esplorando la zona guardinghi. Quel luogo le era inspiegabilmente familiare; lo aveva già visto da qualche parte, ma non riusciva a capire dove. Forse faceva parte di quelle cose che aveva dimenticato.

– Sciò, sciò, intralciatori! – berciò un vecchietto ingobbito. Li scansò malamente facendosi largo con il bastone da passeggio, portando nella mano libera un grosso paniere pieno zeppo di cavoli un po’ ammaccati. Imprecando burbero in un dialetto che Regan non conosceva, varcò il Portale e scomparve. Nel medesimo istante, uscì un uomo imbacuccato in un mantello pesante, un cappello a larghe falde calcato in testa. Le passò accanto di fretta, senza nemmeno scusarsi per la spallata che le diede mentre si affrettava a disperdersi nella folla.

Regan gli imprecò dietro, massaggiandosi la spalla indispettita.

L’urbanizzazione di Aurin era molto diversa da quella di Kauneus: niente palazzi maestosi, niente stradone lastricate, ma soltanto casette in legno e pietra e un dedalo di viuzze polverose. Regan si rallegrò di essere stata costretta a mettere gli stivali di Angina, perché altrimenti tutta quella polvere le sarebbe finita nella scarpe.

– Andiamo – Lucius le diede un colpetto d’incitamento sulla schiena. – Avremo tempo un’altra volta per fare un giro al mercato. Adesso è meglio muoversi, il sole non aspetterà di certo noi –

A Regan sfuggì il senso di quell’ultima frase, ma non si fermò a questionare.

Il villaggio non aveva mura che la recintassero o porte simboliche che ne segnassero i confini: c’era semplicemente un sentiero di terra scura che si dipanava da due lati opposti attraverso la prateria, conducendo da una parte al confine con Brenner, attraverso un fitto tappeto di alberi, e dall’altra verso le pianure. Sembrava che l’inverno, lì, non fosse nemmeno in vista, quando invece sul calendario mancava poco al Solstizio.

– Come fa questa gente a difendersi? Voglio dire, se sono artigiani dell’oro, avranno parecchie ricchezze, tra una bottega e l’altra. Faranno gola a parecchi briganti e sono circondati dal nulla, senza mura, milizie, praticamente indifesi… –

– Vedi, cerbiattina, la prima regola da imparare quando si vuole viaggiare per le Sette Terre e tornare a casa interi, o almeno vivi, è che chi si ferma alle apparenze è spacciato. Aurin ha dei guardiani che, da che esistono, non hanno mai fallito di proteggerla –

Uscendo dal paesello, una sorta di pietra miliare appoggiata tra le sterpaglie, che le si avviluppavano intorno quasi fino a inghiottirla, comunicava ai viaggiatori un messaggio nella stessa lingua del motto della Lega, a stento leggibile da quanto corroso dal tempo e dalle intemperie.

Dormientes Umbras numquam excita.

Mentre lei e Lucius, a piedi, percorrevano il sentiero verso il Bosco, Regan si accorse che il suolo scintillava come se fosse tempestato di diamanti o minuscoli cocci di vetro. Lungo i bordi della strada, larga quanto bastava per permettere il passaggio di un carro, prosperava una moltitudine di erbe e fiori che Regan non riusciva a riconoscere.

– Resta al centro del sentiero, per favore – scattò Lucius, appena lei fece per avvicinarsi a un grosso cespo di fiori dai carnosi petali gialli.

– Stavo solo… –

– Al centro, Regan – ribadì Lucius, riportandola di forza in mezzo alla stradina. – Non farmelo ripetere di nuovo –

Lei si massaggiò il braccio, un po’ ammaccata nell’orgoglio per il trattamento da bambina appena ricevuto.

– Che cos’ha di pericoloso in un campo di fiori? –

Lucius emise una risatina sinistra.

– Non è il campo di fiori in sé. È quello che lo abita –

Scettica, Regan indagò con lo sguardo tra l’erba alta e folta che danzava lambita dalla brezza fresca, ma tutto ciò che si poteva distinguere erano fiori di innumerabili varietà sparsi tra il verde a perdita d’occhio.

– Io non vedo niente –

Lui levò impazientemente gli occhi al cielo.

– Ma tu mi ascolti quando cerco di insegnarti qualcosa? Cosa ti ho appena detto in merito a chi si ferma alle apparenze? –

Sulla tentazione di credere che si stesse solamente prendendo gioco di lei vinse il buonsenso e da lì in poi Regan stette bene attenta a rimanere gomito a gomito con lui.

In linea d’aria, la distanza tra il villaggio e il Bosco appariva irrisoria; percorrere a piedi la sola via che conducesse dall’una all’altro, tuttavia, era un altro paio di maniche. C’era un laghetto paludoso sulla sinistra e la stradina lo costeggiava per un tratto, assumendone la curva arrotondata, per poi tirare nuovamente dritto e proseguire così fino a che non veniva inghiottita dalla vegetazione. Poco prima che iniziasse il Bosco, in una piccola radura secca, sorgeva una casupola decrepita, con i muri fatti di pietre grossolanamente addossate l’una all’altra e il tetto di paglia. Porta e finestre erano sprangate.

– Dov’è che stiamo andando? – domandò. Era la terza volta che ci provava, e le prime due Lucius l’aveva liquidata con un banale “Vedrai”.

– È proprio vero che la curiosità è donna –

Faceva abbastanza caldo da potersi togliere il mantello, cosa che Regan aveva già fatto da un pezzo. Lui, invece, non voleva nemmeno saperne di slacciarsi qualche alamaro.

– Che cosa sai delle ninfe, cerbiattina? –

Regan fu presa in contropiede.

Poco, ecco cosa sapeva delle ninfe.

– Abitano le macchie boscose – rispose, esternando direttamente le nozioni nell’ordine in cui le si proponevano. – E sono… be’, sono le creature più vicine alla Madre che siano mai esistite e sono antiche quanto lei –

– In pratica non sai un bel niente –

– Scusami se non sono onnisciente come te! –

– Ma come siamo permalosi! – commentò lui, ridanciano, mentre le scompigliava i capelli. – Stavo solo cercando di capire fino a che punto tu andassi istruita per l’imminente incontro con loro –

Regan stava iniziando a sprofondare nella confusione più totale e in cuor suo si augurava di aver frainteso.

– Cosa vorre… ? –

– Innanzitutto – la interruppe lui, puntandole contro un dito. – Le ninfe disprezzano profondamente qualunque essere vivente più evoluto di una scimmia. Il che ha fatto sì che si guadagnassero tutto il mio rispetto e la mia stima, ma non giocherà certo in nostro favore –

Come premessa suonava tutt’altro che rassicurante.

– In secondo luogo, la loro percezione del creato è completamente diversa dalla nostra: loro non vedono la materia, ma l’energia che vi è insita, pertanto sarai lieta di sapere che loro non ti guarderanno male perché hai i capelli color sangue. Lo faranno semplicemente perché sei una piccola sudicia demone priva di rispetto per la Madre – Lucius le rivolse quello che lei suppose dovesse essere un sorriso incoraggiante.

– Io rispetto la Madre con tutta me stessa! – protestò lei.

– Ho paura che questo sia il tuo umile e quantomeno inutile punto di vista – la contraddisse lui, ostentando un rammarico puramente caricaturale. – Vedi, ci sono parecchie filosofie al mondo e sebbene tutte si rifacciano più o meno al medesimo filo conduttore, ci sono differenze abissali negli sviluppi di ciascuna di esse. Gli umani, ad esempio, hanno ingenuamente eletto la loro razza a dominatrice del pianeta e si sono creati divinità in linea con la loro necessità di controllo sul corso degli eventi: loro offrono sacrifici propiziatori, seguono comportamenti retti per ottenere ricompense celesti dopo la morte, adorano i loro déi perché sono convinti che così si meriteranno la loro benevolenza –

Era una credenza molto comoda, vista così, come una trattativa commerciale: dare per ricevere qualcosa in cambio. Un affare, praticamente. Ma forse gli umani, effimeri e deboli com’erano, avevano qualche diritto di aggrapparsi a certe convinzioni per sopravvivere.

– Le nostre razze, invece – continuò Lucius. – Possiedono una sensibilità diversa, rispetto a loro. Noi avvertiamo sfumature più profonde nelle cose, quindi ci è più semplice comprendere la necessità di rispettare la fonte della nostra energia vitale. Ad alcuni non importa comunque – puntualizzò con una scrollata di spalle – Ma è per questo che c’è la Lega –

Il sentiero aveva iniziato a degradare progressivamente; davanti a loro, il Bosco di Aurin si stagliava contro il cielo azzurro nel suo manto verde scuro, attraverso il qualche pochi, fragili raggi di sole riuscivano a penetrare.

– Ciononostante, mangiamo gli animali, tagliamo gli alberi, scaviamo nelle montagne – stava spiegandole Lucius, nell’istante in cui entrarono nella zona ombreggiata sotto alla coltre di piante. – Non siamo in grado di vivere di sola energia, come le ninfe. La nostra dimensione corporea ci costringe a nutrirci di pezzi della Madre, dei suoi stessi figli, che agli occhi delle ninfe sono sacri e inviolabili, e a costruirci case di legno e pietra. E poi siamo avidi di possedere, di prevalere gli uni sugli altri, ci ammazziamo tra di noi… in un certo senso, è proprio questo a renderci rozze creature inferiori. A parte, naturalmente, il nostro famigerato egoismo –

– Tutti questi preamboli per dirmi che stiamo andando dalle ninfe? –

– Sì – rispose Lucius, scavalcando un tronco d’albero abbattuto.

Perché stiamo andando dalle ninfe? –

Era particolarmente scontenta della lunga gonna del vestito che era stata costretta a indossare: adesso che si stavano addentrando nella boscaglia, aveva iniziato a impigliarsi ovunque, così le toccava tenerlo raccolto tra le mani, facendo bene attenzione a non strapparlo. Era una vecchia veste dai colori tenui che era appartenuta a Eleonora, lisa e rammendata in un paio di punti. Almeno non le sarebbe dispiaciuto se si fosse rovinata.

Lui si voltò per affibbiarle un’occhiatina ironica.

– Non sei di gran supporto contro il luogo comune delle ragazze carine e stupide, sai? –

Il solo motivo per cui Regan non replicò era che era troppo distratta da ciò che la circondava: felci alte fino alla sua vita tappezzavano la terra in mezzo a cui camminavano, lasciando a malapena lo spazio necessario a passare. Il sentiero si era sensibilmente ristretto, ma aveva conservato quell’inspiegabile scintillio cristallino, anche se là sotto di luce ne arrivava pochissima. Attraverso l’aria umida le sembrava di riuscire a sentire il respiro degli alberi, le loro voci sommesse che sussurravano racconti troppo remoti perché lei ne potesse intuire le trame. Fruscii e scricchiolii si susseguivano in ogni dove, sporadicamente accompagnati da versi di dubbia natura. Nonostante questo, la pelle d’oca di Regan era dovuta alla sua meraviglia nei confronti di un luogo il cui spirito le dava l’impressione di danzarle intorno e sfiorarla per gioco, nel tentativo di catturare la sua attenzione. Era così presa da quelle sensazioni che, senza volerlo, aveva lasciato andare l’abito e quasi aveva smesso di badare a dove metteva i piedi. Lo vide con la coda dell’occhio, e non era nemmeno tanto sicura di cosa, di preciso, avesse visto: qualcosa di smile a un’ombra, ma denso e concreto, qualcosa di vivo. Era stato solo un guizzo  sotto a uno strato di foglie; forse l’immaginazione le aveva giocato un brutto scherzo. Eppure, fermandosi per controllare, qualcosa stava strisciando, nascosta nel verde.

Accigliata, si chinò con circospezione. Le foglie smisero istantaneamente di muoversi, come se un ipotetico alito di vento che un secondo prima le aveva sollevate si fosse placato proprio in quel mentre. Regan protese una mano, avanzando di un passo immersa in un torpore annichilente. La suola dello stivale calpestò l’erba fresca che nasceva là dove si interrompeva il sentiero. Le foglie tremarono un singulto fulmineo.

– Regan! –

Il terrore nel richiamo rauco di Lucius la sottrasse con inconcepibile prontezza allo stato di trance in cui si era lasciata scivolare. Si sentì strattonare via dal ciglio del percorso, sollevata da terra, e quando i suoi piedi ritrovarono il suolo, davanti a lei c’era l’espressione furiosa di Lucius, le narici bianche e dilatate, il respiro affannato. Le sue mani le spingevano le spalle fino a farle male.

– Ti spiacerebbe spiegarmi cosa c’era di così incomprensibile in “resta al centro del sentiero”? – le sibilò a un palmo dal naso. – Credi forse che te l’abbia detto così, per gioco? –

Lei aprì la bocca per rispondere, ma non uscì alcun suono. Una reazione così spropositata non se la sarebbe aspettata.

– Ti devo mettere al guinzaglio o pensi di potercela fare a proseguire secondo le istruzioni che ti ho dato in partenza? Preferisci che ti porti in braccio? –

Regan sedò seduta stante la parte di sé che le scalpitò nel petto, allettata da quell’ultima proposta, e voltò il viso altrove.

– Starò più attenta – promise.

Lucius la lasciò andare, sfogando la rabbia residua in un lungo sospiro. Persino la minima traccia di colore che poteva recare la sua pelle sembrava colata via in uno spavento che non aveva ancora cessato del tutto di scuotere il suo autocontrollo.

Non aggiunse altro. Le voltò la schiena e si rimise in marcia, le lunghe gambe che sforbiciavano falcate più lunghe e frettolose. Da lì, Regan fece una fatica non indifferente per stargli dietro.

Era intenso l’odore di terra bagnata che aleggiava in quella foresta. Era quasi come se qualcuno rimescolasse continuamente il sottobosco.

– Quando arriveremo, lascia parlare me – esordì Lucius a un tratto.

Regan non aveva problemi, da quel punto di vista, ma dal discorso precedente le era rimasta qualche lacuna dubbiosa.

– Mi chiedo se loro lasceranno parlare te, visto che ci odiano tanto –

– Perché non ascolti mai quello che dico, cerbiattina? –

– Ma sei stato proprio tu a dire… –

– Che odiano la nostra razza – completò lui. – La nostra razza, capito? Non noi nello specifico – Un sorriso furbesco gli solleticò le labbra. – E me men che meno –

– Che cos’avresti tu di così speciale? – sbottò lei

– A parte notevoli dosi di affabilità e presenza scenica, intendi? – Lucius si portò due dita alle labbra e fischiò. In un attimo, in un turbinio di ali nere, Rok planò da chissà dove e si posò sul suo avambraccio teso, becchettandogli la manica.

– Ecco che cos’ho di così speciale –

Orgoglioso, come se avesse compreso ogni singola sillaba, Rok si rizzò tutto, gonfiando il petto come un pavone.

– Non capisco –

– Rok ha voluto concedermi l’onore di scegliere di essere il mio Guardiano, anni fa. Tu lo sai che cos’è un Guardiano, vero? –

Il tono supponente di Lucius la irritò e umiliò al tempo stesso. Regan non aveva idea del perché certe informazioni fossero incise così nitidamente nelle sua memoria, altre fossero sbiadite e fumose, e altre ancora mancassero del tutto.

Ma Lucius sapeva come blandire un animo e non gli ci volle nulla per farle dimenticare l’arrabbiatura.

– I Guardiani sono il dono più inestimabile che la Madre possa concedere – disse, grattando la testolina docilmente piegata di Rok. – Un animale incontra un uomo e tra loro si crea una specie di connessione a livello spirituale. Se un animale sceglie di essere il tuo Guardiano, ne devi essere estremamente lusingato: è un evento che non accade tutti i giorni. Significa che la Madre ha una predilezione per te –

– Oh, capisco – fece Regan, corrucciata. – Sei il cocco della Madre, quindi agli occhi delle ninfe apparirai come una specie di eletto, dico bene? –

– Qualcosa del genere – gorgogliò lui, grondando compiacimento da ogni singolo poro della pelle diafana. La parte dello sbruffone che amava tanto interpretare gli calzava a pennello addosso, si sposava alla perfezione con la sua faccia da bello e maledetto, un po’ bravo ragazzo, un po’ scavezzacollo, ma a tratti, in qualche momento di inconsapevole distrazione, nelle sue iridi di ghiaccio celeste si intravedeva qualcosa di profondo e tristemente ombroso, ma durava sempre troppo poco perché se ne potessero ricavare altro che mere supposizioni.

– Ora basta perdesi in chiacchiere. Manca poco –

Si rimisero in marcia per l’ennesima volta. Via via che ci si addentrava di più, la vegetazione si infoltiva e diventava più intricata e selvaggia, ma una cosa strana saltò all’occhio di Regan solo dopo un bel po’: non c’era traccia di animali di alcun tipo. Niente orme, né tane, né rami spezzati o foglie mangiucchiate, e nemmeno versi in lontananza. Il fischio del vento era il solo suono udibile. Di tanto in tanto, folate impetuose scuotevano le fronde degli alberi sopra le loro teste, producendo un fruscio al contempo lugubre e affascinante. Regan iniziava a sentirsi male alle ginocchia, anche se non era un percorso particolarmente impegnativo, e i muscoli delle gambe erano già indolenziti. Non doveva essere granché avvezza all’attività fisica.

Mentre attraversavano una radura, una nuvola di farfalle si sollevò da un cespuglio fiorito a pochi passi da lei, spaventate dall’improvvisa intrusione. Regan le osservò incantata: erano di tonalità calde che andavano dal rosso al giallo, con piccole macchie nere a formare motivi astratti, alcune dotate di lunghe code appuntite, altre più semplici, ma tutte fluttuavano con la stessa mirabile leggiadria da un ramoscello all’altro, disegnando l’aria con i loro colori ammalianti sotto alla calda luce solare, che in quel punto trovava facile accesso nello spazio lasciato aperto dalla mancanza di alberi. Sarebbe stato bellissimo se anche una soltanto di quelle creature fosse discesa per un momento a posarsi sulla sua mano per lasciarsi ammirare da vicino.

Il desiderio di Regan non si era nemmeno formulato del tutto che una delle farfalle con le code abbandonò il gruppo per veleggiare armoniosamente verso di lei, su e giù, priva di peso, fino a che, con un ultimo battito di fragili ali, si fermò proprio al centro del palmo che le aveva disteso davanti, non senza una certa incredulità.

Era meravigliosa, impalpabile velo di colori in cui, incredibile a pensarci, risiedeva la stessa identica scintilla di vita che abitava esseri grandi migliaia di volte più di lei. Eppure in quella bellezza così delicata c’era qualche cosa di forte, un potere che Regan riusciva a distinguere ma non a comprendere.

D’un tratto dal punto in cui giaceva la farfalla scaturì un formicolio insolito, come se il sangue stesse fluendo tutto lì. Era difficile dire se fosse gradevole o meno; non che le facesse male o altro, era semplicemente strano.

– Regan! – tuonò la voce irosa di Lucius, lontana. Rok volò via dalla sua spalla. – Oh, maledizione! –

Un brivido improvviso la scosse da capo a piedi mentre un dolore simile a quello di una puntura le trapassò la mano. Si sorprese a emettere un singulto strozzato proprio mentre la farfalla se ne svolazzava via con grazia e disinvoltura, lasciando una goccia di sangue a colarle lenta verso il polso nudo. Dietro di lei, il cuore di Lucius batteva all’impazzata, mentre lui le correva incontro sciorinando imprecazioni che a lei giungevano sorde nelle orecchie ovattate.

– Regan! –

– Ti giuro che questa volta non mi sono mossa dal centro del… –

Lucius le piombò addosso con la furia di una tempesta e la sollevò da terra senza rendersene conto, prendendola per le spalle.

– Come ti senti? Ce la fai a tenere gli occhi aperti? –

– Ma che diamine stai facendo? Mettimi giù! – sbraitò lei, livida dall’imbarazzo.

– È… è tutto a posto? – si sincerò lui, attonito e bianco come un cencio.

Lei si divincolò e per poco non perse l’equilibrio nel rimettersi in piedi.

– Ma certo che è tutto a posto, mi ha solo morso una farfalla! A proposito, da quando in qua le farfalle mordono? –

Lucius boccheggiava, smunto e sconcertato, fissandola come se non l’avesse mai vista prima e senza ascoltare una sola parola.

– Come diavolo è possibile? –

– Non lo so, me lo sto domandando anch’io – disse Regan, mentre si risistemava il vestito, che le si era accartocciato addosso nel trambusto. – Voglio dire, chi penserebbe mai che delle cosine così graziose e delicate… –

– No, no, Regan, per l’amor del cielo! – Con qualcosa che era a metà tra una risata trattenuta e un rantolo impaziente, Lucius le prese febbrilmente il viso tra le mani e lo portò a un palmo di naso dal proprio. – Non capisci? Le Myrkae sono velenose! Sono mortalmente velenose, e tu… tu dovresti essere… –

Regan comprese da sola come si sarebbe dovuta concludere la frase.

Morta.

Nondimeno, la sua salute era quella perfetta di sempre, se si tralasciavano le gambe stanche e la minuscola ferita puntiforme lasciata dalla farfalla.                                                                                             

– Sei proprio sicura di sentirti bene? – insisté Lucius. Le appoggiò due dita alla gola, là dove pulsava la giugulare, e fu stupito di trovare pulsazioni forti e regolari.

– Mai stata meglio! – Regan lo cacciò via con una spinta.

– Le Myrcae non si avvicinano mai alle persone, se non vengono stuzzicate… non credevo fosse necessario metterti in guardia –

– Lucius, la vuoi smettere? – sbraitò Regan, oltre il colmo dell’esasperazione. Gli mostrò la mano, che peraltro non stava nemmeno più sanguinando. – Lo vedi? È già tutto passato. Non mi fa nemmeno male. Si vede che quell’esemplare non era velenoso, o aveva finitola dose giornaliera –

– Io proprio non capisco… – blaterò lui, scuotendo la testa.

– I vostri schiamazzi stanno disturbando il mio Bosco, demoni stranieri – disse una pacata voce femminile che sembrava provenire da ovunque e da nessuna parte, al di fuori di tempo e spazio.

Regan si guardò intorno, cercando qualcuno da individuare, ma non trovò altro che l’infinità di verde che aveva visto da più di un’ora a quella parte. Poi la vide: una sagoma a malapena distinguibile dal profilo della selva, trasparente e fluida come l’acqua, dalle fattezze vagamente rassomiglianti a quelle di una persona, che stava gradualmente acquisendo forma e una parvenza di consistenza.

Non c’erano molti dubbi circa la sua identità: quella che aveva davanti non poteva essere altro che una ninfa.

 

 

Erano ovunque attorno a lei. Decine e decine di contorni sfocati che si confondevano con l’ambiente come se potessero assumerne l’esatta consistenza, la stessa precisa essenza. Le ninfe, infondo, erano quello: essenza pura, più che creature corporee. Sapevano fondersi con le piante, le rocce, il terreno, potevano dissolversi nell’acqua e scomparire in un alito di vento. Se si trovavano in presenza di persone, erano persino in grado di imitarne le sembianze, assumendo i caratteristici tratti antropomorfi, ma di una corporeità differente, impalpabile, come fili di fumo azzurrino modellati a immagine e somiglianza di qualcosa la cui natura era troppo diversa dalla loro per poterla replicare verosimilmente.

Immobile accanto a Lucius, Regan poteva udire le loro voci sorgere una a una tutt’intorno a sé. Non suoni tangibili trasportati dall’aria, ma piuttosto echi remoti che trascendevano la materia, sfiorandole direttamente l’anima in migliaia di vibrazioni che le rimbombavano nella testa, assumendo ciascuna un proprio significato. Erano troppi, però, quei sussurri confusi; le si stavano ammassando dentro come una moltitudine di libellule impazzite, fino a stordirla.

– Basta, basta, per favore! – supplicò, coprendosi inutilmente le orecchie.

– Silenzio, sorelle –

La voce ultraterrena di poco prima aveva parlato di nuovo, e al suo ordine tutte le altre voci si sopirono immantinente, lasciando finalmente tregua alla testa sovraffollata di Regan.

Guardò in su, colma di riconoscenza. Al suo cospetto c’era una creatura che ricordava una donna, nell’aspetto: un corpo esile e longilineo, dotato di accennate forme femminili e lunghi capelli che sembravano fatti di infiniti fili d’acqua, la pelle di un inconcepibile biancore azzurrato, levigata e diafana come marmo. A Regan dava l’impressione che, se avesse allungato la mano per toccarla, sarebbe stato come tentare di afferrare una nuvola.

– Chi sei tu che odi le nostre voci senza il nostro consenso? –

Le labbra della ninfa non si erano mosse quando lei aveva pronunciato quelle parole. Due occhi perlacei privi di pupilla fissavano Regan guardinghi. C’era una bellezza strana in quell’essere, nella delicatezza dei suoi movimenti.

– Nobile Antares – Lucius si era fatto avanti, prendendo parola prima che potesse farlo lei, e allora Regan rammentò.

“Lascia parlare me.”

Lucius esibì il consueto saluto in uso nelle Terre e a questo aggiunse un inchino reverenziale.

– Questa è Regan, la giovane di cui ti ho parlato –

Lo sguardo inespressivo della ninfa discese su di lei con rinnovato interesse. A giudicare da come tutte le altre le obbedivano, doveva essere la loro regina, o qualcosa di affine.

Regan si affrettò a imitare goffamente l’inchino, facendo intanto mente locale del fatto che, se Lucius aveva parlato alla ninfa di lei, significava che era già stato lì.

Ecco perché è stato via così a lungo.

La ninfa prese a girarle intorno per studiarla. Le movenze delle sue gambe erano diverse da quelle di chi possedeva un corpo di carne e ossa: era una semplice simulazione priva di reale conoscenza meccanica.

– Sei una creatura complessa, demone bambina –

Regan lasciò correre il “bambina” solo perché ritenne più che logico apparire tale a una creatura che era nata insieme al mondo. L’incedere di Antares si avvicinava a una danza lenta, così come il vagare indagante dei suoi occhi.

Lucius, ritiratosi in un angolo, Rok di nuovo sulla spalla, seguiva con un’espressione riflessiva. Sicuramente stava ancora pensando all’incidente con la Myrka.

– Il suo sangue non ha contaminazioni, Lucius – disse la ninfa. – È una Pura, come dite voi. Demone figlia di demoni, come molti altri – La sua mano sfiorò i capelli di Regan e il suo braccio. La sensazione fu quella precisamente quella che si era immaginata: come entrare in contatto con una nuvola. – Ma se la Madre le ha dato questi colori, un motivo esiste – proseguì Antares. – Quale esso sia, non sono in grado di indovinarlo, tuttavia è immediato risalire a una somiglianza con i figli più temibili che la Madre ha voluto rendere riconoscibili: piante, fiori, serpenti, pesci, insetti… Là dove c’è del pericolo in agguato, i colori si fanno sgargianti, per colpire la vista dello sprovveduto e avvertire del rischio –

Regan si massaggiò inconsciamente la puntura alla mano, sentendosi improvvisamente molto stupida. Dopotutto, Lucius la aveva implicitamente messa in guardia da tutto ciò che si trovava oltre il bordo del sentiero, ordinandole di restare nel mezzo, ma come avrebbe potuto anche solo immaginare che delle farfalle potessero essere pericolose?

– Anima immacolata, e tuttavia aggravata da qualcosa che la luminosa innocenza ancora cela – La mano di Antares si spostò sul petto di Regan, facendola sussultare. Gli occhi di perla della ninfa la scrutarono come se volessero scavarle fin dentro al cuore.

– Sento dolore, qui – Una contrazione impercettibile delle dita immateriali. Qualcosa di simile alla compassione nello sguardo. – Chi ti ha ferita, bambina? –

E proprio lì, sotto la mano della ninfa, qualcosa si contrasse in modo anomalo, causando a Regan una fitta sgradevole.

“Chi ti ha ferita?”

– Nessuno. Non che io ricordi – balbettò Regan a disagio. Cercò Lucius con lo sguardo, invocando il suo aiuto. Lui le fu accanto in un attimo con uno dei suoi sorrisi rassicuranti, e lei si sentì subito meglio.

– Nobile Antares – disse Lucius alla ninfa. – Se Regan è una Pura, dovrebbe essere in grado di fare sfoggio di discreti poteri, mentre invece… – Si voltò verso di lei, lasciando cadere la frase a metà.

– Non possiedo risposta per questo interrogativo. Posso solo dirti che la sua natura è quella pura di un demone e nei suoi occhi non ci sono macchie di peccato – dichiarò Antares.

Regan trasse un sospiro di sollievo. Era come se il responso di giorni addietro di Shin fosse appena stato riconfermato: era pulita. Non aveva colpe per cui essere perseguita.

Ma Antares non aveva ancora finito.

– La tua innocenza ti protegge, demone bambina, ma verrà presto il tempo in cui il dolore e il male del tuo mondo la corromperanno, e tu dovrai essere pronta ad affrontare le conseguenze. Abbi fiducia in chi ne ha in te –

Regan incrociò lo sguardo di Lucius, lui le strizzò un occhio con un sorriso. Il suo cuore saltò un battito.

Sopra di loro, nel frattempo, la luce stava iniziando a calare assieme al sole.

– Vi state attardando – disse la voce atemporale di Antares, e nello stesso istante le voci delle sue sorelle risorsero in un coro di sussurri confusi. – Il tramonto si avvicina e la via del ritorno è lunga –

La testa di Lucius scattò verso l’alto e i suoi occhi si sgranarono.

– Dobbiamo andare, Regan – le disse con urgenza. – Antares – aggiunse poi, inchinandosi alla ninfa. – Ti sono grato del tempo che ci hai concesso –

– Mi rincresce solo di non esservi stata di aiuto –

– Al contrario – replicò Lucius. – Adesso sappiamo che Regan non è il frutto di qualche esperimento contro natura. Possiamo cercare le sue radici altrove, e abbiamo un campo abbastanza ristretto –

Antares annuì. Si avvicinò a Regan, i capelli d’acqua mossi da refoli di vento freddo.

– Tu possiedi un dono, demone bambina. Un dono che abbrevia la distanza tra te e la Madre, ma che allunga quella tra te e i tuoi simili. Sai di cosa parlo, non è vero? –

Invece no, Regan non aveva idea di che cosa stesse parlando. non aveva mai manifestato segni di doti particolari e, anzi, come aveva appena rimarcato Lucius, apparentemente non aveva nemmeno doti ordinarie. Lucius era perplesso, ma non di certo quanto lei, che cercava inutilmente di identificare in sé qualche caratteristica che potesse somigliare a un dono. Era difficile concentrarsi con tutte quelle voci che le risuonavano in testa.

– Andate, ora – li esortò Antares. – Il sole non vi attenderà –

– Grazie di nuovo, di tutto –

Ci fu un debole cenno di assenso da parte di Antares, poi una ventata gelida e impetuosa venne a spazzare la radura e in essa si dissolsero, come petali di pioggia, tutte le ninfe che li avevano circondati.

Durante il ritorno, Lucius fece correre Regan molto più che all’andata. La luce si era affievolita rapidamente, facendosi rosata e poi violacea, e ora stava pian piano scivolando verso il blu cobalto della sera. Sotto ai loro piedi, la scia luccicante del sentiero iniziava a emanare un fioco alone lunare. Quando rispuntarono fuori dai limiti della selva, il cielo era già abbastanza scuro da permettere alle stelle di stagliarvisi contro in tutto il loro splendore. La luna, piccola e chiara, vegliava solitaria l’ennesima notte d’inverno.

All’orizzonte, a poco meno di un miglio da loro, Aurin aveva già acceso lanterne e focolari e molti comignoli fumavano in piena attività. Il villaggio sembrava un mosaico di lucciole nella bassa foschia notturna.

– Dobbiamo sbrigarci – fiatò Lucius, trascinandosela dietro come un cagnolino disobbediente. – Non manca molto, ma è il tratto più pericoloso –

Regan non capiva cosa ci potesse essere di così pericoloso in una distesa di parti priva di potenziali nascondigli. La cosa più minacciosa che riusciva a riscontrare erano versi indistinti di animali selvatici e frullii d’ali di qualche uccello notturno. Respirò a pieni polmoni il profumo di erba bagnata che si sollevava dai campi, ma uno strattone di Lucius le impedì di goderselo.

– Non mi dirai che sei stanca –

– No, figurati! – esclamò lei, sardonica, stringendosi il bavero del mantello sulla gola irritata dal freddo. – Abbiamo solo camminato per tutto il giorno, non vedo perché dovrei esserlo! –

– Abbassa la voce –

– Altrimenti si svegliano i fiori? –

– Non dire sciocchezze –

Normalmente, si disse Regan, una battuta del genere sarebbe stata accolta con un’altra battuta, ma Lucius era serio e teso e i suoi occhi non facevano che schizzare in ogni direzione, all’erta. Era evidente che ci fosse qualcosa che non le stava dicendo.

– Vorrei tanto sapere che cosa c’è là sotto di così terrificante – bofonchiò, alterata. – Sono dei miseri praticelli alle porte del villaggio, non vedo come… –

Lucius le aveva chiuso la bocca con una mano e la teneva stretta a sé. Regan sentiva il suo cuore batterle contro la schiena.

– Zitta e ferma – le sibilò all’orecchio.

Lei fece per chiedergli cosa stesse succedendo, ma si ricordò che la mano di lui la stava ancora ammutolendo. Decise che era meglio fare come diceva lui.

Delle voci maschili e gravi provenivano da un punto indefinito in direzione di Aurin, grasse risa alticce. Forse viandanti ritardatari.

– Maledizione! – imprecò Lucius, stringendola ancora più forte. – Non ho abbastanza forze per teletrasportarci entrambi –

Senza che la mano sinistra si spostasse dalla sua bocca, la mano destra di Lucius si precipitò verso l’elsa della spada nascosta sotto il suo mantello. Non la estrasse, ma si tenne pronto a scattare.

– Non c’è tempo per tornare indietro, sono troppo vicini – Lasciò andare Regan e la spinse alle proprie spalle. – Resta dietro di me, qualunque cosa accada –

– Chi è che sta arrivando? –

Una goccia di sudore freddo solcò il volto esangue di Lucius.

– Ladri di Anime –

 

 

La nottata era tranquilla e silenziosa. Avevano venduto bene, lì a Sonnerg; Aurin non era stata che l’ultima tappa del loro itinerario commerciale: avevano venduto anime ricche di energia ai soliti, facoltosi clienti di fiducia, bramosi di conquistare poteri più grandi, o le avevano scambiate con oggetti preziosi, veleni rari, armi utili al loro mestiere. Si sarebbero spostati a Brenner, ora, a raccogliere nuova merce che poi sarebbero andati a rivendere nei mercati neri di Asante.

Erano mercenari ed erano profumatamente pagati perché erano in pochi a saper fare il loro lavoro, e per giunta così bene. Nonostante la Lega avesse la pessima abitudine di mettere loro i bastoni fra le ruote e fosse riuscita a catturare molti colleghi, loro erano sempre riusciti a sfuggire a qualunque cacciatore, persino ai più esperti, e le taglie sulle loro teste crescevano ogni giorno di più.

Gerjen sogghignò compiaciuto degli ottimi affari conclusi, le tasche gonfie di oro sonante, mentre i due compagni che camminavano dietro di lui parlottavano con l’eccesso di volume  di chi non aveva ancora del tutto smaltito la sbornia, residuo dai troppi boccali di vino con cui avevano brindato quella sera.

Non c’era anima viva nell’aperta campagna, al di fuori di loro tre. In pochi erano abbastanza potenti – o abbastanza sciocchi – da osare avventurarsi oltre i confini del villaggio dopo il calar del sole.

Erano circa a metà strada dal bosco, quando i suoi sensi innaturalmente sviluppati presentirono una vaga presenza non molto distante. Subra e Tjerk notarono il suo stato di allerta e di colpo si zittirono.

Si fermarono tutti e tre. Gerjen acuì il suo Sesto Senso. Così il loro gergo chiamava, pressappochisticamente, la capacità, comune a pochi eletti, di saper rilevare l’esatto disegno delle anime come fossero state quadri inconfondibili da valutare a vista, a volte anche a distanza.

– Sono in due, e sono demoni – disse in un sussurro rauco. – E hanno un potenziale straordinario –

Subra contrasse la mascella al di sotto della corta barba rossiccia e un ghigno avido deformò la bocca arida di Tjerk. Gerjen incrociò il suo sguardo cupido ma non gli prestò attenzione. Era di gran lunga più interessato alle due anime che avvertiva e che, diversamente alla reazione superficiale dei due compagni, stavano suscitando in lui curiosità mista a allarmismo.

Si dava il caso che avesse riconosciuto una delle due anime: ne conosceva molto bene il proprietario. Si sgranchì il collo e le dita, facendo crocchiare le nocche. Appeso al collo portava un sottile cristallo opaco entro il quale si agitavano luci e ombre angosciate.

I due demoni si erano fermati e sembrava quasi che volessero aspettarli al varco, offrendosi come docili prede rassegnate. C’erano buone possibilità che la giornata si concludesse con un bottino inestimabile.

– Che fortunata coincidenza – sussurrò tra sé, esultante. Lo stesso ghigno malvagio di Tjerk calò anche sul suo volto, sfigurato da parte a parte da una vistosa cicatrice irregolare.

 

 

Erano vicini, Lucius lo sentiva. Riusciva a distinguere una ad una le loro aure e associarle con precisione ai loro volti spietati. Percepiva l’ingordigia venale di Gerjen affilarsi come un coltello contro la pietra.

Sarebbero stati lì entro pochi minuti, se non li avevano già sentiti. Non c’era alternativa: sarebbe stato costretto ad affrontarli, e uno contro tre, anche se di notevole abilità, era uno scontro decisamente iniquo e Regan purtroppo non era in grado di aiutarlo.

– Lucius – bisbigliò Regan contro il suo collo, agitata. – Mi potresti almeno dire se devo avere paura? –

– Se tu potessi provare un’adeguata paura per ciò che sta per accadere, ti direi di sì, ma forse è meglio che tu continui a crogiolarti nella tua beata ignoranza –

Regan avrebbe avuto tutta l’intenzione di replicare per le rime, ma qualcosa le disse che il silenzio avrebbe giovato di più alla situazione.

Erano avvolti da una lievissima nebbiolina che sembrava provenire dal respiro della terra, sollevandosi da essa senza appesantirsi di umidità. Passi e voci che prima erano stati solo rumori attutiti ora erano lì, in agguato, pronti a colpire.

I tre uomini materializzarono davanti a lui e Regan come fossero spuntati dal nulla, e forse era proprio così. Era più facile, per loro, compiere magie che richiedevano grandi sforzi: loro sfruttavano l’energia delle anime che trafugavano per alimentare certi onerosi dispendi. Le usavano anche per combattere. Lucius avrebbe avuto ben scarne possibilità anche contro uno solo di loro.

– Guarda, guarda, guarda ­– tubò la voce cruda e arrogante di Gerjen. Era esattamente come lo ricordava Lucius: grosso, alto, di aspetto selvatico e feroce. – Chi si rivede dopo tanto tempo… – Il suo sorriso carico di sprezzo era quanto di più lontano dall’umana pietà di potesse figurare. – Luciferus –

Scandì quel nome con estrema lentezza, traendone tanta perversa soddisfazione quanto era il fastidio che provocò a Lucius.

Era più di un decennio che non veniva chiamato così e non gli era affatto mancato.

– Gerjen – replicò, mettendoci altrettanto sprezzo. Regan, alle sue spalle, non si muoveva di un millimetro, le mani aggrappate alla sue spalle.

– Noto che non hai perso il tuo istinto per i tesori più inestimabili – commentò l’uomo, allungando a Regan un’occhiata che rasentava il famelico.

Lui sapeva. Lui sentiva. Proprio come Lucius.

E Lucius, per la prima volta dopo un tempo che ora gli pareva infinito, aveva paura. Non per sé, per la propria incolumità, ma per quella di qualcuno altro.

– Di cosa diavolo sta parlando? – farfugliò Regan sul suo collo.

– Lei non è affar vostro – li avvertì Lucius, ignorando la domanda e rispondendole al contempo. La presa delle dita di Regan si rinsaldarono sulle sue spalle.

– Non insegnarmi a fare il mio lavoro, ragazzino – ringhiò Gerjen, e dietro di lui Tjerk e Subra si approntarono ad attaccare. – È sempre stata una tua pessima abitudine e faresti meglio ad abbandonarla, prima che irriti la persona sbagliata –

Lucius sfoderò un sorrisino modesto.

– Sai com’è, certi vizi sono come l’erba cattiva: non muoiono mai –

– Un po’ come te, vero? – gracchiò Tjerk, rancoroso. Era grande e grosso, più di quanto Lucius ricordasse, capelli lunghi e sporchi a grondargli attorno alla faccia volgare.

– Ci puoi scommettere –

Stava sudando freddo. La sua mente viaggiava alla velocità della luce, annaspando disperatamente alla ricerca di qualche soluzione, di una via di fugo, un appiglio qualsiasi che potesse cavarli da quel vicolo cieco, ma non ne trovò. Se almeno avesse potuto mettere in salvo Regan…

– Allora – riprese Gerjen, querulo, avvicinandosi. – Chi è questa deliziosa fanciulla? –

Si mise a ronzare attorno a loro, e quando la sua manica sfiorò i capelli di Regan, Lucius la sentì irrigidirsi. Girò in tondo su sé stesso, seguendo i passi di Gerjen, tenendo Regan al sicuro alle proprie spalle. C’erano tutte le premesse perché la situazione prendesse una bruttissima piega.

– Come ho già detto, non è affar vostro –

– Oh, un vero peccato – tubò Gerjen, con una nota afflitta nella voce ruvida. – Contavo di fare amicizia –

Pronunciò le ultime due parole dopo una breve pausa, così mellifluo che suonò grottesco.

Regan urlò e all’improvviso Lucius non sentì più il contatto con il calore del suo corpo. Tjerk la stringeva con un braccio possente e nella mano libera gli ardeva una palla di fuoco.

– No! –

Lucius sfoderò la spada appena in tempo per deviare la palla di fuoco, che andò a schiantarsi da qualche parte dietro di lui. In meno di un battito di ciglia, altre due spade si levarono in aria, dandogli addosso. Nel tumulto, un gufo emise un fischio acuto e si dileguò in fretta e furia, scomparendo nel nero della notte.

– Lasciami, brutto bestione! – stava strillando Regan, dibattendosi furiosa.

Distratto dalle sue lamentele, Lucius si scostò appena in tempo per evitare un fendente a tradimento da parte di Subra. La lama dello spadone gli saettò accanto, radendogli il fianco senza però riuscire a ferirlo. Schivò un secondo affondo e poi un terzo; parò a fatica un montante e balzò di lato, tentando un assalto che Gerjen evitò abilmente. Alle sua spalle, Subra si avventò in un rovescio agguerrito; si voltò appena in tempo per parare e respingerlo, e intanto Gerjen si apprestava ad attaccarlo di nuovo. Lucius si abbassò, scampando per miracolo a un colpo che quasi già si era sentito nella carne. Con un fendente rapido riuscì a ferire Subra al braccio destro, ma questi parve accorgersene appena. Per sottrarsi alla rimonta dell’offeso fece un movimento troppo brusco e azzardato: una stilettata sferzante al fianco gli rivelò che la ferita gli si era riaperta.

Maledizione.

Strinse i denti, ansante. Il fianco gli pulsava ferocemente, bollente come il sangue che stava perdendo, sottraendogli forze che già scarseggiavano.

Non aveva tempo di perdersi in duelli: doveva riuscire a sottrarre Regan alla morsa di Tjerk prima che fosse tardi. Poteva contare sul fatto che difficilmente sarebbe riuscito a teletrasportarsi con lei, dati i chiari segni di ubriachezza che ancora manifestava, ma questo non gli avrebbe impedito di farle del male. Conosceva la prassi: sarebbe stato Gerjen a prenderle l’anima, se fossero riusciti a portarla via, perché l’anima di Regan, per giunta intatta da ogni peccato, aveva un valore altissimo e Gerjen non avrebbe mai permesso che uno dei suoi scagnozzi rischiasse di rovinarla. Questo, tuttavia, non significava necessariamente che non avrebbe permesso a Tjerk di ucciderla, prima. Cercò di raggiungerlo, ma Gerjen e Subra gli sbarrarono la strada.

Regan emise un singulto strozzato. Con la coda dell’occhio, Lucius notò che il braccio tozzo e potente del Ladro le circondava la gola in una morsa serrata.

Doveva trovare in fretta una soluzione. Il sangue gli pulsava con violenza nelle orecchie, assordate da un fischio sordo che lo stava torturando. La testa gli doleva e, nonostante non fosse disposto ad ammetterlo nemmeno con sé stesso, le mani gli tremavano, sudando freddo, tanto che si chiedeva se loro lo avessero notato. Si sforzò di rinsaldare la presa sull’elsa della spada e impose al proprio corpo di ritrovare la concentrazione.

Non poteva permettere che prendessero Regan.

Il sangue gli stava inzuppando la casacca, lo sentiva denso e appiccicoso contro la pelle, rapidamente reso gelido dall’alito freddo della notte, ma fortunatamente il mantello lo copriva, celando ai suoi avversari una debolezza che gli sarebbe potuta costare cara.

– Gerjen – disse tranquillo, deglutendo a fatica nella gola secca. Fece di tutto per mitigare la tensione che si sentiva addosso, in ogni muscolo, in ogni vena. La vista gli si stava appannando. – Di’ al tuo cagnolino di lasciare andare la ragazza –

– Osi darmi ordini, ragazzino? – ruggì l’altro, la faccia contorta dal disgusto. Una luce folle gli saettava negli occhi di un azzurro sbiadito.

Regan si agitò disperata dietro alla presa di Tjerk, che la strattonò con più violenza per farla calmare.

– Sta’ buona, dolcezza. Tra poco ce ne andiamo – sghignazzò con la sua cadenza rozza.

– La piccolina viene con noi, Luciferus – ribadì Gerjen in un sussurro gutturale. Con un assalto improvviso, scattò in avanti e, approfittando della momentanea distrazione, lo disarmò. La spada di Lucius cadde a terra con un tonfo sordo; quella del Ladro finì puntata contro la sua giugulare.

Gerjen sogghignò con perversa, spietata soddisfazione.

– Tu invece te ne andrai all’altro mondo –

– Io dico di no – disse una voce che non apparteneva a nessuno di loro.

Scattarono tutti sull’attenti, guardandosi intorno in cerca della fonte da cui era provenuta quella voce. Qualche passo indietro a loro, immersa nelle nebbie, c’era una figura alta e argentea che si stava facendo avanti. Aveva appena iniziato a farsi distinguibile, che svanì nel nulla.

– Che cosa diavolo era quello? – si interrogò Subra, sospettoso.

E allora Lucius capì.

Approfittò del diversivo per scartare i due avversari e fiondarsi su Tjerk. Fortunatamente Regan ebbe la prontezza di reagire per tempo: alla cieca, sollevò una mano e la avventò sul volto del suo sequestratore, il quale ululò di dolore. Regan era riuscita a ferirgli un occhio. Lui, però, aveva a stento allentato la presa.

– Che cosa credi di fare, moccioso? – gridò Gerjen.

Lucius non ebbe il tempo di difendersi: la lama della spada dell’uomo, rapida come un dardo, scattò verso il centro del suo addome con tutta la potenza di una rabbia lunga anni.

Lucius chiuse gli occhi, preparandosi a un impatto straziante che non avvenne. Quando li riaprì, Gerjen, sbalordito, se ne stava lì, con la spada ferma a mezz’aria, come pietrificato, e come lui anche i suoi due scagnozzi. Nel medesimo istante, qualcuno si materializzò alle spalle di Lucius, schiena contro schiena.

– Ti spiace se mi unisco alle danze? – disse la stessa voce armoniosa di poco prima.

Lucius si sentì invadere da un caldo fiotto di speranza.

  Credo di non essere mai stato così felice di vederti, Shin. –

L’altro rise. Aveva le mani aperte, protese in avanti, come se stesse sorreggendo una parete invisibile.

– Prendi Regan e andiamocene – disse a Lucius. – Non li terrò a bada ancora per molto. –

– Ammazzateli! – berciò lei, mentre Lucius la districava dal braccio di Tjerk, i cui occhi, perfettamente presenti, lo fissavano con disgusto e rancore.

– Vorrei fosse così semplice, cerbiattina – tagliò corto Lucius. – Su, muoviamoci. –

La trascinò fino a Shin, senza lasciarle modo di dire altro, né di rendersi conto di cosa stesse capitando. Lesto come un fulmine, Shin abbassò le mani e lì afferrò entrambi per i fianchi.

Gerjen, Subra e Tjerk riacquisirono mobilità e le loro spade sferzarono il vuoto. Davanti a loro non era rimasto altro che il sentiero deserto.

 

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Capitolo 7
*** Persefone ***


6. PERSEFONE

 

You've been seeing things
In darkness, not in learning
Hoping that the truth will pass
No life underground, wasting never changing
Wishing that this day won't last

– Something Must Break, Joy Division –

 

 

 

Regan era a dir poco scombussolata. Un momento prima era stata alla mercé di tre loschi figuri assieme a Lucius, un momento dopo si era ritrovata lunga distesa su un duro pavimento di marmo con lo stomaco sottosopra, i capelli tutti sparsi disordinatamente attorno a lei.

Era una stanza buia e di forma circolare, rischiarata da grosse torce affisse alle pareti ai lati di ciascuna delle sette porte che si affacciavano verso il centro.

– Che ci fai laggiù, tu? –

Alzò lo sguardo: Lucius e Shin la stavano guardando con delle espressioni di puro diletto. Shin si chinò e le offrì una mano per rialzarsi.

 – Grazie – mugugnò lei. Afferrò la mano di Shin senza pensarci; fece per tirarsi su, quando accadde la stessa cosa che era accaduta la prima volta: la sensazione di un’ustione, come fuoco sulla pelle. Lasciò andare Shin e ricadde carponi, reggendosi la mano con il respiro spezzato.

– Regan ­– Lucius si precipitò da lei e la raccolse come se fosse stata una bambola di stracci. – Che c’è, adesso? –

Regan guardò prima il palmo della propria mano, sano e intatto, e poi Shin, che ricambiò atterrito.

– Mi dispiace. Avevo dimenticato… –

– Ti fa male? – si accertò Lucius, studiando inutilmente la sua pelle in perfetta salute.

– È già passato. Dove siamo? – domandò lei. Preferiva di gran lunga cambiare argomento.

– A Shjarna – rispose Shin. La sua voce riecheggiò tra i muri di pietra. – Alla sede del Nucleo di Brenner – Lo sguardo gli cadde sul fianco sanguinante di Lucius, lasciato scoperto dal mantello che nella fuga era finito arrotolato sull’altra spalla. – Ti hanno ferito. –

– Niente di grave, è solo un taglio che si è riaperto. Portiamo dentro Regan. –

Lei ormai aveva fatto l’abitudine ad attaccarsi a Lucius per passare da una parte all’altra di quei Portali. Mentre si avvicinavano a una delle sette porte, Regan si accorse che c’erano dei simboli incisi sulle placche circolari affisse al centro di ciascuna di esse; davanti ai suoi occhi, una rosa sbocciava in morbidi petali su un fondo d’argento.

– In teoria non potremmo usare questo passaggio, ma è meglio che nessuno ci veda. Persefone ci ha lasciato la porta aperta – bisbigliò Shin, e infatti, appena spinse, la porta si aprì. Andò prima lui, e lei e Lucius lo seguirono, mano nella mano. Sbucarono su un piccolo atrio, al capo opposto del quale si distendeva un lungo corridoio dai muri chiari, un tappeto rosso scuro a foderare il pavimento.

C’era una poltrona, in un angolo, accanto a un mobile che ospitava un’impressionante serie di fiale di cristallo in cui erano sigillati fiori di ogni varietà e colore, tenute in piedi da spirali di metallo: rose rosse, rose bianche, gigli, finissimi bucaneve… Regan rimase colpita soprattutto da una rosa di un rosso molto scuro i cui petali erano tinti, sull’orlo frastagliato, di sfumature di un nero incredibilmente intenso.

Sulla poltrona sedeva una donna. Indossava un bell’abito dalle tonalità autunnali che ben si accompagnavano ai folti capelli scuri e agli occhi gentili che a Regan ricordarono subito, nella forma, nel colore e nell’espressività, quelli dei fratelli Edelberg. Era bellissima, con un viso pallido perfettamente ovale e labbra rosate. Il collo bianco era cinto da una catenella, da cui pendeva un anello d’argento troppo grande perché lei lo potesse portare su un dito. Somigliava a quello indossato da Castalia.

Sembrava che la donna li stesse aspettando. Fece per alzarsi e Shin si precipitò subito ad aiutarla; quando fu in piedi, Regan capì il perché: il tessuto morbido del vestito si era teso sulla curva pronunciata dell’addome, palesando una condizione che prima era passata inosservata. Nonostante la gravidanza avanzata, comunque, la donna aveva un portamento nobile e una leggerezza invidiabile.

– Grazie, Shin – disse, con una melodiosa voce da ragazzina.

Era un demone, ma la bontà d’animo che Regan percepiva in lei, la generosità, la sottile sensibilità, erano più simili a quelle degli angeli.

– Persefone – Lucius si esibì in un affaticato inchino di reverenza persino superiore a quella che aveva riservato alla regina delle ninfe.

– Sono felice di vedervi tutti e tre, e sommariamente interi – disse lei, sorridendo con calore. – Iniziavo a temere che Shin da solo non ce l’avesse fatta. –

– Come facevi a sapere che eravamo in pericolo? – volle sapere Regan, ora che le veniva in mente.

Shin chinò colpevolmente il capo mentre si avvicinava a Lucius per aiutarlo a tenersi in piedi. Tutto il sangue che aveva perso lo aveva reso debole e malfermo sulle sue stesse gambe.

– Libra vi stava sorvegliando da qualche giorno – confessò. – Avevo un brutto presentimento… vi chiedo scusa. –

– Chi è Libra? –

– Un gufo, la sua Guardiana ­– rispose Lucius, soffocando un debole gemito sofferente tra una parola e l’altra. – Che a quanto pare ci ha cavato da un gran bell’impiccio. –

– Avevo appena invitato Shin a fermarsi per la cena, quando è apparsa lei a cercare soccorso – disse Persefone. – Volete farci l’onore di unirvi a noi? Naturalmente dopo che Lucius avrà smesso di spargere gocce di sangue sui tappeti del mio palazzo. –

Le labbra di Lucius riflessero il sorriso scherzoso di Persefone.

– Ti siamo debitori. –

 

 

– Persefone è il Coordinatore del Nucleo di Brenner, che ha sede centrale proprio in questo palazzo – stava spiegando Shin a Regan, davanti al fuoco di un salottino accogliente. La donna aveva fatto chiamare dei curatori, che si stavano occupando di Lucius nella stanza accanto.

– Lavori anche per lei? –

– Lavoro per chi ne ha bisogno – fu la modesta risposta di Shin, che fissava assorto le fiamme. I suoi capelli erano così chiari da confondersi quasi con la sua pelle in quella luce dorata. – Ma non mi trovavo qui per lavoro, stavolta. –

– Visita personale? –

– Per così dire. –

Regan tacque. La giovane età di Shin contrastava fortemente con l’espressione adulta che avevano i suoi occhi, la compostezza marziale dei suoi atteggiamenti; la purezza che traspariva in lui non aveva nulla a che spartire con mani sporche di sangue o pensieri immondi: era qualcosa che andava oltre il concepibile, il paragonabile. Ne era intrisa la sua anima, si intuiva nitidamente come fosse stata parte dei suoi lineamenti.

– Shin, quelle persone… –

– I Ladri di Anime? –

– Sì – Regan tentennò. Le era rimasta una sgradevole sensazione riguardo a quei tre. – Che cosa sono, esattamente? –

Dopotutto, se Lucius, che si vantava di essere tanto bravo a combattere, non era riuscito a tenere loro testa, dovevano essere discretamente temibili. Era pur vero che erano stati in tre contro uno, ma Lucius si era battuto con valore, quindi ci doveva essere qualcosa che loro avessero e che a lui mancasse.

Un’ombra incupì il bel viso di Shin.

– Credo non esistano individui peggiori dei Ladri di Anime – sospirò, e la guardò come se gli pesasse affrontare le parole. – Per la maggior parte sono solo emulatori di tecniche che apprendono da chi nasce con il dono di saper vedere l’anima delle persone. È una facoltà rara che si presenta in una piccolissima percentuale di demoni. Alcuni si portano dentro questo dono ignari, altri ne sono consci, e allora possono scegliere se svilupparlo e, se sì, in che modo. –

Regan ascoltava senza battere ciglio, respirando appena.

– L’Accademia della Domus Aurea riserva dei posti esclusivi per queste persone. Seguono un percorso di formazione particolare, al termine del quale ricevono il titolo di Liberatori di Anime –

Regan trovava quel titolo molto più rassicurante di quello dei Ladri.

– Come dice il nome, i Liberatori liberano le anime dei deceduti per morte violenta, in modo che non si consumino assieme al corpo e possano ritornare alla Madre, come vuole il corso della vita. Sai, se l’anima non è espressamente richiamata dalla Madre, non riesce a separarsi da sola da un corpo morto prematuramente. I Ladri, invece, fanno il contrario: uccidono coloro che possiedono anime di grande potenziale e se ne appropriano per trarne un profitto personale, e spesso lo fanno nel modo sbagliato: brandelli di anima rimangono legati al corpo, altri si disperdono durante la cattura… – Sulla sua fronte bianca si segnò una lieve ruga dolente, gli occhi si chiusero dal disgusto. – Derubano l’energia vitale altrui, capisci? E la vendono al migliore offerente, oppure la sfruttano per accrescere il proprio potere. –

L’orrore cresceva in Regan man mano che Shin proseguiva. Le vennero i brividi, anche se la stanza era abbondantemente riscaldata, e lui se ne dovette accorgere, perché quando tornò a guardarla, lo fece con più morbidezza.

– Se ti stai chiedendo se l’hai scampata bella, la risposta è sì – scherzò in un tono leggero che nascondeva un sottofondo di indubbia serietà. – È una fortuna che ci fosse proprio Lucius con te –

Quell’osservazione fece sovvenire dell’altro a Regan. Lucius li aveva sentiti; aveva sentito che quegli uomini stavano arrivando molto prima di quanto chiunque altro avrebbe potuto. Faceva parte dei molteplici talenti di cui andava fregiandosi?

– I più abili di loro sanno scomporre un’anima in mille piccoli frammenti e leggerli uno a uno come frasi riportate nero su bianco in un libro. Sono in pochi a poter arrivare fino a tal punto, ma quei pochi sono temibili quanto il Male in persona. Non hanno scrupoli; sanno rubare i ricordi e sfruttarli a proprio vantaggio, o drappeggiarsi un’anima addosso e così vestirsi dell’aspetto di colui a cui quella stessa anima è stata trafugata. Potresti trovarti a parlare con un impostore mascherato da tua madre, il tuo migliore amico, la persona che ami… e non avresti modo di rendertene conto –

– Per la prima volta è quasi un sollievo non avere una madre, o un migliore amico, o… – Regan lasciò cadere il discorso a metà. – È per questo che non è facile ucciderli? –

Shin annuì gravemente.

– Si fanno scudo con le vite che hanno sottratto. Le conservano in quei cristalli che tengono appesi al collo, è da lì che attingono il loro potere. –

– Lo avevo immaginato. –

La porta alle loro spalle si aprì. Ne entrò Lucius, con addosso una camicia bianca pulita che gli si andava un po’ stretta sul torace e l’aria rilassata di uno che era appena tornato da una scampagnata; dietro di lui entrò Persefone, assieme a un uomo altissimo e altrettanto magro dai penetranti occhi azzurri che teneva in braccio una bambina bella come il sole che non dimostrava più di una decina di anni, paffuta e rosea, pressoché identica alla donna.

­– Mio marito, Lord Idar Westert, Comandante della divisione locale dell’esercito della Lega, e nostra figlia Hemel – li presentò Persefone, splendente di orgoglio.

Regan si affrettò a salutare come aveva imparato a fare. Idar le sorrise; era un uomo attraente, con un accenno di barba chiara sul mento e attorno alla bocca, la testa rasata sui lati e al centro una striscia di lunghi capelli biondi raccolti sulla nuca. Hemel, vergognosa, si nascose invece nel collo del padre, il quale le diede una piccola pacca indulgente. Regan intravide tra le sue vesti la Stella della Lega.

Qualcosa si incrinò nel suo cuore. A dispetto di tutte le attenzioni che finora Lucius non le aveva mai fatto mancare, si sentì improvvisamente sola. L’assenza ricordi di una famiglia le causava un profondo disagio, come se non avere delle basi su cui fondare la sua intera vita rendesse privo di valore anche tutto il resto.

Sfiorò con lo sguardo la guancia morbida di Hemel abbandonata contro la spalla di Idar, le cui braccia la avvolgevano amorevolmente, e la mano di Persefone che poggiava con dolcezza sul suo pancione prominente, e per la prima volta, per quel che ricordasse, provò invidia.

 

 

Dopo l’impatto non esattamente positivo con Castalia, conoscere un Coordinatore come Persefone fu insieme un sollievo e una sorpresa. Mentre la prima ce l’aveva scritto in faccia che era una guerriera che occupava una posizione di rilievo, la seconda le ricordava di più Eleonora: così semplice, umile e femminile, non aveva niente che facesse pensare a lei come a un’importante figura politica.

Erano in un’elegante sala da pranzo, con camerieri che andavano e venivano con ricche portate e bottiglie di vino rosso. Persefone sedeva a capotavola, Idar alla sua destra, la piccola Hemel a sinistra, abbarbicata su una pila di cuscini, e sembrava assolutamente in pace con il mondo. Regan sedeva accanto a Hemel, Shin di fronte, e Lucius occupava l’altro capo del tavolo.

– Ho mandato Rok ad avvertire Eleonora che per stanotte resteremo qui, così non si preoccuperà. –

Regan smise di masticare e gettò un’occhiata incerta ai presenti.

– Tranquilla – la rassicurò Lucius, intuendo la sua perplessità. – Loro conoscono questo Segreto. –

– Che razza di Segreto è se lo conoscono tutti? –

– Non tutti – la corresse lui. – Solo loro e un’altra persona. A parte te, ovviamente. –

Regan suppose si riferisse a Castalia.

– Ci sono notizie da Medilana? –

Persefone si passò educatamente il tovagliolo sulle labbra.

– Ce ne sono, ma ritengo non sia il caso di discuterne a tavola. –

Consumarono il resto della cena in una piacevole conversazione che saziò un po’ della sete di sapere che Regan nutriva.

– Un tempo era raro che gli scranni del Consiglio fossero occupati da donne – le stava raccontando Idar. – Oggi abbiamo cinque Coordinatori donne su sette che nonostante la relativamente giovane età si stanno dimostrando delle guide molto migliori degli uomini più anziani ed esperti di loro –

La sua mano appoggiava su quella della moglie, a cui aveva rivolto uno sguardo adorante.

– Come mai questo improvviso cambio di tendenza? –

– Le donne sono più equilibrate e meno avide degli uomini, e spesso anche molto più ricche di buonsenso – le rispose Lucius.

– Ma Lady Westert è così giovane… –

Persefone scoppiò in una piccola risata argentina.

– Ti stupirà sapere che non sono io il Coordinatore più giovane dell’attuale Consiglio. E dammi del tu, te ne prego –

Regan faticava a immaginarsi qualcuno di più giovane di lei a capo di una delle Terre.

– L’abilità di proteggere e guidare un popolo e gestire i suoi problemi non risiede nell’età, ma nell’animo di chi viene scelto. E comunque, gli anziani idonei a questi incarichi sono tutti morti – disse Lucius con leggerezza.

– Come viene scelto un Coordinatore? –

– Per elezione, naturalmente – intervenne Shin. – Metà del giudizio spetta al popolo, e l’altra metà al Consiglio. A trentasette anni, raggiunta la maggiore età, si guadagna il diritto di votare il candidato favorito. A meno che tu non abbia qualche provvedimento disciplinare che ti pende sulla testa. In alcuni casi le autorità posso vietare il voto a individui che vengono bollati come immeritevoli. –

– Ed è una cosa irrevocabile? –

– La buona condotta è l’unico modo per ottenere una sospensione della pena. –

– Bisogna essere dei nobili per accedere a queste cariche? –

– Non necessariamente – Lucius bevve un sorso di vino. – Castalia, ad esempio, è il Coordinatore Generale, la più alta carica della Lega, e proviene da una famiglia di contadini. È anche vero, però, che spesso il popolo tiene conto di eventuali legami con le vecchie famiglie regnanti, nel bene e nel male. –

Evidentemente, Persefone doveva appartenere a una di quelle famiglie che erano ricordate nel bene.

Dopo cena, a ciascuno fu assegnata una stanza, nello stesso corridoio. Quella di Regan era piccola, ma molto accogliente, con un bel letto a baldacchino e un angolo adibito alla toeletta. C’era un asciugamano appoggiato sul mobile a cassettone e una camicia da notte molto elegante. Si rinfrescò volentieri, passandosi le mani insaponate sulle braccia, sul collo e sul viso. Voleva togliersi di dosso l’odore di quell’uomo, le impronte che aveva lasciato su di lei e che finora era riuscita a ignorare, lasciandosi distrarre da tutto il resto.

La Terra di Brenner era già sopita al di là della finestra, nelle sue immense distese di colline e prati smeraldini, e le brughiere punteggiate di laghi e striate di torrenti e rii si affacciavano silenziose sul cielo nero.

Attorno al palazzo di Persefone si dipanava la città di Shjarna, ricca ma modesta capitale, fatta di pochi palazzi nella zona centrale e una moltitudine di pittoresche casette splendidamente tenute, con i loro tetti di colmi di paglia, nella periferia. Le strade in selciato avevano luminarie insolite, migliaia di piccoli lumicini che fluttuavano a mezz’aria lungo i cigli, emanando una luce incredibile, date le esigue dimensioni. Regan non aveva mai visto nulla di simile; erano di grande effetto e a lei sarebbe piaciuto da morire poter uscire e camminarvi in mezzo, ma, per l’appunto, morire non sarebbe stato una buona idea, e Lucius di certo non ne sarebbe stato contento, dopo tutta la fatica che aveva fatto per tenerla in vita. Si ripromise che un giorno, però, si sarebbe regalata una degna passeggiata per quelle vie che la attiravano tanto.

Si spazzolò i capelli senza badare troppo a quel che faceva. Continuava a pensare a quanto era successo sulla strada per Aurin, a come Lucius sembrava aver fiutato l’arrivo dei Ladri di Anime e a come Shin fosse apparso dal nulla e li avesse portati via entrambi con tale facilità.

Si era sentita così inutile e impotente…

Decise che avrebbe supplicato Lucius di aiutarla a disseppellire i suoi poteri al più presto. Sapeva che lui ne sarebbe stato in grado.

Guardò le fiamme delle candele che vibravano di fronte a lei dalla cassettiera. Era riuscita spegnerne una, a casa di Lucius, ma tuttora non le era chiaro se avesse ordinato al fuoco di morire o all’aria di sopraffarlo. Aveva semplicemente chiesto che la candela si spegnesse.

Secondo Lucius, il controllo degli elementi doveva essere naturalmente insito in un demone, soprattutto se, come lei – o così aveva detto Antares – si trattava di demoni Puri, privi di qualsiasi contaminazione di natura angelica. Era rimasta quasi delusa da questa notizia, perché se non altro, se fosse stata una Mista, si sarebbero facilmente spiegate un bel po’ di cose, compresa la sua difficoltà ad esercitare i propri poteri e persino quello che aveva fatto in quel vicolo a Kauneus, curando la bestiola ferita. Invece, se possibile, ora la situazione era peggiorata: delle strabilianti doti che avrebbe dovuto sfoggiare, non c’era che una pallida ombra.

Le parole di Antares le rimbombavano ancora nelle orecchie.

“Chi ti ha ferita, bambina?”

Si portò una mano al petto. Le sembrò strano sapere che c’era del dolore, in lei, di cui non era nemmeno consapevole. Che fosse proprio quello la chiave di tutto?

Fuori, la luna era già alta nel cielo. Era piuttosto tardi. La Nuova era prossima, ma lei, nonostante tutto, non era stanca, o non abbastanza da avere sonno. Sentiva del trambusto nella stanza accanto, quella di Lucius, quindi doveva essere ancora sveglio anche lui. Non lo avrebbe disturbato a lungo; voleva solo dargli la buonanotte e, ora che ci pensava, anche domandargli come mai quei Ladri di Anime lo avessero chiamato in quel modo. Stava già per bussare alla porta, quando udì delle voci provenire dall’interno. Erano troppo fievoli e attutite perché potesse discernere più di qualche parola sparsa, ma poteva riconoscerle facilmente: una, com’era ovvio, era quella vivace e rassicurante di Lucius; l’altra era quella dolce e vellutata di Shin. Chissà che cos’avevano da dirsi, a quell’ora.

Provò ad appoggiare con cautela l’orecchio alla porta, ma il legno era troppo spesso e loro parlavano a voce troppo bassa, forse proprio per evitare di essere sentiti.

Faceva freddo, lì fuori, nel corridoio, e lei era a piedi nudi. Un rumore di passi in lontananza la convinse che era inutile restare lì a tentare invano di origliare; avrebbe fatto meglio a tornarsene a letto e rassegnarsi. Era stata una giornata già sufficientemente pesante.

Quando chiuse gli occhi, si addormentò quasi subito, ma fu un sonno agitato quello che la accompagnò per tutta la notte. Sognò se stessa con normalissimi occhi blu e normalissimi capelli biondi, abbandonata in un angolo a singhiozzare, e Prince Edelberg chino su di lei a cercare di confortarla. L’angoscia che provò, osservando quella scena dall’alto, era più reale di quella che un qualsiasi incubo avrebbe mai potuto suscitare.

 

 

C’era solo un piccolo candeliere a tre braccia acceso in un angolo; gran parte della luce proveniva da fuori, dai raggi bianchi della luna che brillava con insolita intensità in una notte forse troppo nera, troppo impenetrabile senza le sue stelle.

Shin era nervoso, anche se aveva fatto del proprio meglio per non darlo a vedere. Lo era stato fin da quando le sue mani si erano posate sul viso di Regan, giorni addietro, causandole tutto quel dolore. Si era tormentato con l’interrogativo del motivo di quell’effetto assurdo: la sua capacità di leggere nel pensiero era sempre stata innocua, per quanto efficace, e per questo era sempre lui a trattare i casi delicati. Quando, un paio di giorni prima, si era occupato dei prigionieri di Radislav, esausti ed emaciati, nessuno di loro aveva subito conseguenze; nessuno di loro aveva urlato e aveva avuto la paura di Regan negli occhi. Si era sentito un mostro quando lei aveva sollevato lo sguardo sofferente verso di lui, come a chiedergli perché avesse voluto farle del male.

Si guardò le mani aperte, senza sapere cosa pensare. Nessuno sapeva spiegarsi come fosse potuto accadere.

Stava in piedi di fronte alla finestra, scrutando il vuoto pensosamente, mentre Lucius, alle sue spalle, sedeva sul letto a torso nudo, detergendosi le ferite con un macerato di aloe vera e malva. Era piuttosto malconcio, ma Shin non ricordava di averlo mai visto del tutto sano, da che lo conosceva.

Lucius indossava le sue cicatrici come ornamenti preziosi. Non temeva mai di mostrarle, di accettare ciascuna di essere come un segno di imperfezione, di distrazione, di inferiorità rispetto a chi gliele aveva inferte. Ognuna di loro era stata un passo di miglioramento, un monito scritto su di lui che lo aiutava a ricordarsi ciò che aveva passato e che preferibilmente avrebbe evitato di passare di nuovo, marchi indelebili di una tempra conquistata a caro prezzo. Shin lo conosceva abbastanza bene da sapere che tutti quegli sfregi sul suo fisico erano nulla rispetto a quelli che portava incisi nell’anima.

– Stai ancora pensando a quello che è successo con Regan. –

Shin si voltò lentamente; Lucius lo sogguardava nel buio aranciato, la pelle bianca coperta di schegge lucide ancora più bianche, troppe per essere contate.

– Non devi fartene una colpa. Lei non è come gli altri. –

– Lo so – sospirò, senza tuttavia sentirsi meno colpevole.

Lucius sollevò un sopracciglio.

– Lo sai? –

Un sorrisino amareggiato passò sulle labbra di Shin.

– Credevi che non l’avrei sentito? Che non me ne sarei accorto? –

– Affatto – replicò Lucius, soddisfatto della risposta ottenuta. – Mi domandavo, anzi, cosa ne pensassi di quello che sta succedendo. –

Shin, che si era aspettato un’uscita simile, non ebbe bisogno di rifletterci sopra. Lo aveva già fatto, a lungo, ed era giunto a poche, approssimative conclusioni.

– Non puoi proteggerla da solo. –

Sortì il preciso effetto previsto: Lucius lasciò cadere la pezzuola che teneva in mano nella bacinella del macerato di erbe e nell’azzurro chiaro dei suoi occhi si accese un improvviso interesse, ma non lo interruppe.

– Non sappiamo nemmeno da chi o cosa deve essere protetta – proseguì quindi Shin. – I Ladri di Anime non sapevano chi fosse, e l’uomo che tu hai affrontato alla Corte portava insegne ignote, giusto? –

– Giusto. –

– E se lei si trovava alla Corte, era perché Desmond la voleva proprio lì, e per un motivo ben preciso. –

Lucius aggrottò la fronte. Si appoggiò con i gomiti alle ginocchia e indagò Shin con attenzione.

– Tu sai qualcosa che io non so. –

Shin non annuì, né negò. Incrociò le braccia e ricambiò lo sguardo.

– E tu? –

Lucius non si scompose, ma non riuscì a nascondere un accenno di stupore.

– Io so quello che le mie facoltà mi consentono di sapere, nulla più – dichiarò, asciutto.

A Shin sfuggì una risatina leggera.

– Quindi in pratica sai più di tutta la Lega messa insieme. Con la scusa che è un’innocente, Castalia ha sottovalutato il significato che Regan può avere in questa storia del crollo della Corte, e ha fatto molto male, anche se non so ancora perché. –

Dall’espressione di Lucius, si poteva facilmente intuire che fosse della stessa identica opinione. Erano in alto mare: tutto ciò che avevano erano sensazioni, supposizioni, ipotesi senza fondamenti. Mancavano informazioni concrete che dessero un senso concreto a tutto quanto.

– Io credo di avere un’ipotesi – gli rivelò Lucius.

– Davvero? –

– Mentre eravamo nel Bosco di Aurin una Myrka si è posata sulla sua mano. –

Shin sgranò gli occhi.

– Come hai potuto permetterle di arrivare fino alle Myrkae? –

– Regan era sul sentiero. È stata la Myrka ad andare da lei. E l’ha punta. –

Un brivido di istintivo orrore scosse Shin lungo tutta la spina dorsale, prima che il suo cervello potesse rendersi conto che era impossibile che Regan fosse stata punta da una farfalla il cui veleno era tra i più letali al mondo e fosse vissuta abbastanza a lungo da emettere anche solo un singhiozzo di dolore.

– Dovrebbe essere… –

– Morta. Già – Lucius non sembrava meno attonito di lui. – Eppure l’hai vista… è più in forma di me e te messi insieme. –

– Credi che sia immune ai veleni? –

– Sicuramente non sono le Myrkae che sono diventate innocue dall’oggi al domani. –

– Abbiamo una traccia, allora! – esclamò Shin, rincuorato. Qualche tassello iniziava a sistemarsi in modo sensato. – È possibile che fosse questa la ragione per cui Desmond la teneva alla Corte. –

– Per questo avevo pensato che potesse aver assoldato Gerjen e soci per recuperare Regan. Sono in affari da sempre, lui e i Ladri di Anime. Ma non ha senso che un uomo astuto come Desmond mandi dei farabutti come quelli a cercare una cosa tanto preziosa… sa perfettamente che loro riconoscono il valore di un’anima anche cento passi di distanza. –

– A meno che Desmond non fosse ignaro di questo aspetto e gli interessasse solo recuperare il suo antidoto vivente. –

Calò un silenzio gravido di riflessioni

– La domanda ora è: se Regan possiede una caratteristica così rara e preziosa, il cavaliere che ho avuto il sommo piacere di incontrare alla Corte vuole ucciderla per una di queste ragioni, entrambe, o c’è dell’altro? –

C’erano troppi interrogativi aperti e troppe poche risposte. Il primo spunto di inizio che avevano trovato non aveva fatto altro che aprire altre vie, altri dubbi, e di questo passo non sarebbero mai venuti a capo di niente.

– Mi chiedo anche come mai né il cavaliere senza nome né Desmond si sono ancora fatti vivi, a questo punto. Desmond ha spie ovunque, non può non aver ancora scoperto che Regan è con noi. –

– Già – Lucius si passò stancamente una mano tra i capelli. – E non possiamo contare su aiuti da parte di nessuno. Regan è già abbastanza in pericolo, senza che tutte le Sette Terre sappiano di lei. Ora come ora non mi posso fidare nemmeno dei membri della Lega stessa –

Shin non poteva biasimarlo. La Lega era tutto ciò su cui si basava la giustizia all’interno del Mondo Occulto, il fulcro fondamentale che governava le Terre e, dopo la caduta delle Monarchie in seguito alla Grande Rivolta di secoli prima, tutto il popolo riponeva piena fiducia in essa e nella rettitudine dei suoi membri, ma purtroppo non tutti era degni di questa fiducia. Era lunga, nella storia, la lista dei traditori, degli infiltrati e delle talpe che avevano cercato di minare al delicato equilibrio al suo interno.

– Non posso darti torto. –

– Conosci le dovute eccezioni, in ogni caso. –

– Voglio sperare di rientrarvi – scherzò, ma Lucius gli rispose con una serietà inattesa:

– Sei il secondo della lista. –

Non c’era bisogno di domandare chi ci fosse al primo posto. Sapevano tutti a chi era eternamente devoto.

– Il secondo… quale onore – ironizzò, mascherando una qual certa commozione. Era un bambino quando aveva incontrato Lucius per la prima volta ed era uno dei pochi a conoscere la sua vera storia; questo li aveva sempre resi molto vicini l’uno all’altro, soprattutto perché Shin lo considerava un fratello maggiore e molto spesso, se non fosse stato per lui, si sarebbe sentito completamente solo al mondo.

– So che anche tu ti sei accorto di qualcosa – riprese Lucius, occhi negli occhi con lui. – E qualunque cosa sia, concorderai con me che, assieme a questa serie di misteriose circostanze, abbiamo motivo di preoccuparci. –

Ne avevano. Ne avevano eccome. Shin aveva sondato una paura recondita nello spirito di Regan, qualcosa che c’era ma le dormiva nel petto, muta, immobile, ma in perenne agguato, e lei probabilmente nemmeno ne era consapevole. A dire la verità, c’erano fin troppe cose di cui lei non fosse consapevole e questo la rendeva non solo doppiamente in pericolo, ma anche doppiamente pericolosa per sé stessa. Shin non sapeva fino a che punto fosse il caso di tacerle ciò che lui aveva scovato in lei, ma se Lucius stesso aveva tenuto per sé ciò che sapeva, allora lui avrebbe fatto lo stesso, fino a che, se non altro, non fosse stato necessario fare altrimenti.

– Cosa pensi di fare in merito ai nuovi sviluppi che ci ha riferito Persefone? –

Lucius si sfregò il viso tra le mani con un gemito esausto.

– Non mi stupisce che Castalia non mi abbia avvisato. In ogni caso nei prossimi giorni farò in modo di capitare a Medilana. Non sarà piacevole, ma se può aiutare Regan a recuperare qualche ricordo… –

Shin era incerto, ma si disse che probabilmente aveva ragione Lucius; se Regan avesse ricordato qualcosa, sarebbe stato più semplice risalire alle sue origini.

– A volte ho l’impressione che quasi lei preferisca tenersi la sua amnesia – rifletté Lucius. Aveva un’aria assente e preoccupata.

– È spaventata da quello che sta succedendo, e ha paura di rimanere sola –

– E tu questo come lo sai? –

Shin voltò le spalle al suo sguardo insinuante e si riservò di non rispondere.

– Posso aiutarti a proteggerla – affermò, risoluto. – E faremmo meglio a cercare di insegnarle a usare i suoi poteri. –

Lucius tacque a lungo, le mani incrociate davanti al viso, immerso in riflessioni che Shin poteva ben indovinare. Era qualcosa di più di un mistero da sbrigliare. C’era qualcosa di grosso in mezzo, qualcosa di cui qualcuno, da qualche parte là fuori, era perfettamente a conoscenza, e loro, fintanto che avessero ignorato di cosa si trattasse, sarebbero stati in netto svantaggio. Shin avrebbe solo voluto sapere da che parte cominciare per poter sbrogliare tutti quei nodi.

– Abbiamo un problema in più, adesso – continuò. – Ora che i Ladri di Anime sanno di lei, faranno di tutto per averla, e tu sai fino a dove sono disposti a spingersi per mettere le mani su un’anima come la sua, e immacolata, per giunta. –

– Tu ed io a quanto pare siamo i soli ad aver visto in Regan qualcosa di più che una ragazzina dai colori bizzarri – esordì Lucius, con voce priva di tono. – Tranne ovviamente chi le sta tanto assennatamente dando la caccia. Se vogliamo venire a capo di questo enigma, dobbiamo collaborare. –

Shin assentì con fermezza.

Lucius si alzò e lo raggiunse, fronteggiandolo solenne.

– Io ti dirò cosa so io che tu non sai. Tu mi dirai cosa sai tu che io non so. –

 

 

Regan fu svegliata dal bruciore della luce del sole negli occhi ancora chiusi.

Impiegò diversi istanti a fare mente locale di dove si trovasse, come e perché. Si accorse di essere quasi del tutto scoperta; appena provò a muoversi, tutti i muscoli e le giunture del suo corpo si ribellarono, dolenti per la fatica del giorno precedente e per il freddo preso durante la notte.

Si sciacquò il viso e si rivestì a fatica, raccogliendosi i capelli nella solita treccia, come le aveva insegnato Angina, calzò gli stivali e uscì di soppiatto. Non era sicura che fosse abbastanza tardi da non rischiare di disturbare il sonno di nessuno.

La sede del Nucleo di Brenner era vasta, ma meno austera di quella del Nucleo di Corterra. Guardando di sotto dalle grandi finestre dei corridoi, si potevano vedere uomini in uniforme militare verde scuro andare e venire freneticamente, tutti armati di spada e tutti contrassegnati sul petto dalla stessa rosa che Regan aveva visto la sera precedente sul Portale che la aveva condotta là dentro. Suppose che si trattasse dello stemma della Terra di Brenner. Si trovava al quinto piano, quello delle camere da letto degli ospiti importanti, come le aveva spiegato Lucius. Da qualche parte ci doveva anche essere il portone a doppio battente che conduceva agli appartamenti privati di Persefone e della sua famiglia, ma Regan non avrebbe saputo ritrovarlo, adesso. Sapeva che al quarto piano c’erano le stanze personali degli ufficiali, al terzo c’erano le cucine e il convito, al secondo le sedi amministrative e al primo i dormitori di tutti gli altri membri. Quando giunse al pianterreno, scoprì che era quasi interamente adibito ad ospitare enormi aiuole di piante e fiori e vasche di marmo rosa in cui guizzavano pesci dai colori vivaci e galleggiavano carnose ninfee. Non c’erano pareti, ma solo colonne e veli bianchi a delimitare gli spazi. Regan era sbucata proprio al centro di tutto quel piccolo paradiso, ai piedi della grande scalinata che introduceva ai piani superiori. Davanti a lei c’era un’arcata, apparentemente con funzioni puramente ornamentali, ma Regan ebbe conferma di cosa fosse in realtà quando notò la rosa scolpita nella pietra di volta: era un Portale.

Un uomo e una donna apparvero dal nulla proprio al centro di esso e si affrettarono su per la scalinata senza nemmeno badare a lei. Portavano un distintivo particolare al petto che lei non ebbe il tempo di osservare. Si allontanarono parlottando fittamente, sparendo in fretta come erano arrivati.

– Non ti facevo così mattiniera. –

Regan si guardò intorno alla ricerca della provenienza della voce. Individuò Shin accanto a una delle alte colonne che separavano il palazzo dai giardini veri e propri che lo circondavano. Appollaiato su un ramo dell’albero alle sua spalle c’era un maestoso gufo bruno che la stava fissando arcigno. Libra, intuì.

– Buongiorno – salutò cordiale. Le sarebbe servito del tempo per abituarsi  all’effetto vagamente confusionale che le faceva quel ragazzo. Poteva essere il suo candore interiore, o forse la sua vivida bellezza efebica, quasi insopportabile ai suoi occhi di demone.  Era difficile credere che una creatura all’apparenza così delicata e fragile potesse nascondere un potere come quello che nascondeva lui. Regan lo aveva sentito, aveva capito quando grandi fossero le capacità di Shin; non era certo quel che si poteva dire un’esperta, ma non era stupida: era pienamente in grado di capire quando si trovava di fronte a qualcosa di straorinario.

– Non hai dormito bene? – le domandò Shin appena lei si avvicinò.

– Mi capita di avere degli incubi, a volte. –

– Incubi? – Shin si accigliò. – Che tipo di incubi? –

Regan sollevò le spalle.

– Cose senza senso, che però mi mettono angoscia. –

– Forse è qualcosa che è legato al tuo passato – rifletté lui. – Se sono cose che hai vissuto, si spiegherebbe perché ti turbano tanto. –

Non era possibile che fosse così. Conosceva Prince Edelberg da solo pochi giorni e sicuramente i suoi occhi e i suoi capelli non avevano cambiato colore da un giorno all’altro, prima che perdesse la memoria.

– No, credo si tratti di semplici immagini casuali –

– Hai parlato a Lucius di questi sogni? –

Regan negò.

– Be’, dovresti farlo – le disse Shin gentilmente. – Forse non servirà a nulla, ma so per certo che lui vorrebbe saperlo. –

Regan non rispose, ma le fece piacere sentirglielo dire. Lucius non aveva mai mancato, finora, di farla sentire importante e benvoluta. Si stava prendendo cura di lei senza alcun dovere nei suoi confronti, e questo era stato il motivo principale per cui lo stimava tanto.

In quel flusso di pensieri, si rese conto di essersi persa nella contemplazione dei lineamenti fini e leggeri di Shin. Le sembrava di guardare un quadro dipinto con troppa perfezione per essere credibile all’osservatore; troppo armoniose le forme, troppo chiaro il biondo dei capelli troppo lisci, troppo neri quegli occhi e troppo viva la luce che li animava.

– Vi conoscete da molto tempo, voi due? Tu e Lucius, intendo. –

Libra volò giù verso un ramo più basso e Shin si avvicinò per accarezzarla.

– Avevo solo diciotto anni quando lui è arrivato. All’epoca mio padre era il braccio destro dell’allora Coordinatore di Norden, Arvon Leljen, e non aveva molto tempo da dedicarmi. Mia madre, sai, è morta dandomi alla luce. –

C’era un’infinita tristezza nella sua voce, che fece stringere il cuore a Regan.

– Lucius aveva all’incirca la nostra età; capì subito che ero un bambino molto solo, ma estremamente dotato. Mi chiese se volessimo diventare amici e io ovviamente accettai. Fu fin da subito molto gentile con me. Nonostante i suoi doveri, ha sempre trovato il tempo per me. Devi sapere che lui ha una grande conoscenza del mondo, cose che tutti i libri che siano mai stati scritti non ti possono dare. Non fosse stato per lui, sarei sempre vissuto da solo. –

– Ma perché? Non avevi altri amici? Sei un ragazzo così… sì, insomma, sei una bella persona, uno che chiunque vorrebbe come amico. –

Shin sorrise malinconico.

– Sono sempre stato guardato con diffidenza da chiunque, coetanei e adulti. È risaputo che le stranezze non riscuotono un grande successo nella società. –

– Che stranezza avresti tu? Sei solo più bravo degli altri. –

Doveva essere anche qualcosa di più che semplicemente più bravo, se, così giovane, era già parte della Lega, ed era stato in grado di fermare quei tre malintenzionati a cui nemmeno Lucius era riuscito a tener testa.

– La mia stranezza è che sono un angelo – disse Shin, ma Regan non ci vide nulla di strano, almeno finché lui non aggiunse: – Sono un angelo nato da due demoni. –

 

 

– Dissero tutti che era ridicolo, quando mia madre e mio padre dichiararono che il bambino che aspettavano era un angelo – le stava raccontando Shin, cinque minuti dopo, seduto con lei sul bordo di una delle fontane. – Ovviamente la prima cosa che tutti pensarono era che mia madre avesse tradito mio padre e non volesse confessarlo. –

Regan dovette ammettere che anche lei avrebbe pensato la stessa cosa. Dalle unioni miste potevano nascere angeli o demoni, a seconda della natura che prevaleva al momento del concepimento, ma da un’unione pura di due angeli o di due demoni, poteva solo nascere un figlio della stessa razza dei genitori.

– Quando nacqui fui sottoposto a controlli di ogni tipo. Mi portarono al Tempio della Luna di Astereis e mi fecero esaminare dalla Sacra Sacerdotessa. Disse che ero un Puro, ma che ero al di fuori di ogni dubbio figlio di mio padre e mia madre. A quel punto alla gente non rimase che guardarmi con sospetto, come una specie di mostro. –

Mentre Shin si fissava i piedi senza più parlare, Regan provò per lui una forte compassione. Non c’era nulla – nulla – di più lontano da un mostro che lei riuscisse a immaginare.

– La gente è stupida. –

– Già – mormorò lui, sollevando appena la testa. – C’è quel vecchio detto che dice: eclissi di luna, gioia e fortuna; eclissi di sole, sventura e dolore. Forse ha qualche fondo di verità, visto che cos’è successo già quand’ero appena venuto al mondo. –

– Sei nato durante un’eclissi di sole? –

Shin annuì.

– La mia nutrice diceva sempre che non c’è da stupirsi che io sia quello che sia, vista la sventura sotto cui sono nato –

 – Sono solo sciocche superstizioni – sbuffò Regan. Fece una brave pausa, ma poi aggiunse: – So cosa si prova a essere guardati come un mostro –

Lo sguardo di Shin salì su di lei, la percorse dalla vita agli occhi, soffermandosi sul collo, sulle labbra, e infine negli occhi.

– Non riesco a immaginare nulla di più lontano da un mostro –

La fece sorridere.

Shin le piaceva. Possedeva la rara facoltà di capire le persone e di conseguenza sapeva sempre qual era la cosa giusta da dire e quando il momento giusto per dirla.

C’era parecchia gente che stava iniziando ad andare e venire, entrando e uscendo dal Portale, salendo e scendendo la scalinata. Erano per lo più uomini e donne vestiti di verde scuro, armati di spada e pugnale che tenevano assicurati alla cinta. Per quel che Regan appurò, tutti quanti portavano la Stella che aveva visto anche al collo di Lucius, Shin e Lord Westert.

– Ci vedremo spesso nei prossimi tempi, probabilmente – la informò. – Lucius non può farcela a proteggerti da solo e finché non scopriamo perché sei l’oggetto delle brame di così tante persone, abbiamo concordato che io potrei esservi d’aiuto. –

In cuor suo, Regan pensava che si stessero agitando troppo. Forse lei sbagliava a non temere mai nulla, ma vivere guardandosi costantemente le spalle non le piaceva come prospettiva.

– Hey, voi due! –

Lucius stava scendendo le scale, dirigendosi verso di loro, il pastrano che svolazzava a ogni passo. Quando li ebbe raggiunti, scoccò loro un’occhiatina obliqua.

– Da quand’è che siete così intimi? Devo essere geloso? –

Shin rise senza commentare. Regan si limitò a sorridere.

– Dobbiamo andare, cerbiattina – le disse Lucius. – Forse l’hai dimenticato, ma stasera abbiamo un appuntamento, io e te. –

Regan non aveva idea di cosa stesse parlando.

– La cena dagli Edelberg! – rammentò all’improvviso. – L’avevo completamente rimosso! –

– Non avevo il benché minimo dubbio – la prese in giro lui. – Volevo portarti a scegliere un bell’abito da metterti, prima di tornare a casa. La sartoria di Medilana è molto rinomata, nelle Sette Terre. –

– Oh, no, ti prego! – piagnucolò lei.

– Tu hai qualcosa che non va. Le ragazze della tua età fanno a gara a chi ha i vestiti più belli, lo sai? –

Regan si alzò borbottando qualche protesta, ignorando il sorrisetto divertito di Shin e per poco non morse una mano a Lucius quando lui tentò di scompigliarle i capelli.

– Noi andiamo, ma ci terremo in contatto in questi giorni. –

Shin annuì.

– Sai come trovarmi. Io resterò all’erta –

– A presto, allora –

Lucius e Shin si salutarono in un modo che a Regan risultava nuovo: come al solito, si portarono la mano al petto, ma poi, anziché riabbassarla, la allungarono l’uno verso il petto dell’altro. Poi lei e Lucius ritornarono di sopra.

Una volta raccolte le loro cose e congedatisi da Persefone, scesero di nuovo nei giardini interni.

– Qual è il significato di quel gesto che vi siete scambiati tu e Shin poco fa? – chiese a Lucius, mentre andavano verso il Portale.

Lucius sembrò felice di quella domanda.

– È una sorta di versione più intima del saluto classico. Vedi, portarsi la mano al cuore nel salutare è molto più di un semplice segno di cortesia verso chi ti sta di fronte; è come se con quel gesto tu dicessi “Ti parlo con sincerità e rispetto”. Quando si vuole andare oltre, ci si scambia il saluto che ci siamo scambiati io e Shin. La mano che dal tuo cuore passa a quello di chi ti sta di fronte sta a significare che hai stima di quella persona e in essa riponi la tua completa fiducia –

Regan fu soddisfatta e anche molto affascinata dalla risposta.

– Quindi adesso andiamo a fare un giro a Medilana? –

– A dire il vero no, non proprio. –

­­– Ma tu hai detto… –

– Non fare domande inutili e sbrighiamoci. –

Di fronte a quel tono perentorio, Regan non ebbe altra scelta che prendere la mano che Lucius le offriva e lo seguirlo oltre il Portale, ribollendo di curiosità.

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Capitolo 8
*** Piani Nell'Ombra ***


7. PIANI NELL’OMBRA

 

Thirty years now, sleeping so sound
War raises its head and looks slowly around
The Sinner is near, sensing the fear
Then the beast will start movin' around

– Judas Priest, Sinner –

 

 

Le Cinque Torri era una località abbandonata all’estremo confine sudorientale della Terra di Mauercast, una vecchia fortezza dei tempi delle grandi monarchie arroccata su un altopiano desolato, un tempo adibita a punto di controllo militare e deposito armi, ora da secoli lasciata a sé stessa e alla mercé dell’inclemenza dell’usura del tempo. Le mura di pietra nera che univano le quattro torri esterne in un quadrato perfetto erano in parte crollate sul lato ovest e in gran parte divorate da lunghi artigli di sterpaglie nodose che nel corso degli anni vi si erano arrampicate tortuosamente come a volerla inghiottire.

Faceva freddo in quella zona. L’elevata altitudine e la mancanza assoluta di vegetazione esponevano al rocca ai venti freddi che giungevano dal nord e, soprattutto d’inverno, le temperature si precipitavano pericolosamente, durante la notte. Era un’area particolarmente isolata e ostile, priva di attrattive di qualsiasi tipo: non c’erano città o villaggi, nei pressi, e nemmeno strade importanti. Nel raggio di miglia e miglia, da lassù, la sola cosa visibile erano i cupi rilievi rocciosi e lo snodarsi del tratto più sottile del fiume Alsir, che fuggiva rapido verso settentrione, verso Astereis, dove moriva nella più grande cascata di tutto il Mondo Occulto, tuffandosi nel Lago del Tempio della Luna.

Al sicuro nella stanza più altra della Torre Nord, Ganus Desmond sedeva di fronte al fuoco con un calice di vino in mano e lo sguardo perso tra le fiamme serpeggianti nel buio. Un braccio era fasciato dal polso alla spalla, sul viso erano ancora visibili i segni delle ferite riportate quando le mura del suo stesso castello gli erano precipitate addosso da un momento all’altro, cogliendolo di sorpresa.

Continuava a ripercorrere nella sua mente i momenti che avevano preceduto l’imprevedibile, cercando di capire se le ipotesi che si era fatto riguardo all’accaduto fossero plausibili.

La mano destra si contrasse lentamente come ad afferrare l’aria. Ricordava il pugnale stretto nella sua mano che affondava nella tenera carne, l’inebriante sensazione dei tessuti che si laceravano uno dopo l’altro sotto all’inclemente pressione della lama affilata. Il sangue gli aveva inondato la mano, caldo e denso, sporcandogli la camicia di seta, macchiando il cuoio degli stivali. Il gemito strozzato dell’angelo era rimasto inciso nella sua memoria come un piccolo trofeo sonoro. Raramente aveva provato una soddisfazione tale nel togliere la vita a qualcuno. Uccidere un’anima immonda era quasi come uccidere un fantoccio di paglia; assassinare un innocente, invece, procurava una sensazione completamente diversa: c’era la consapevolezza della profanazione deliberata di qualcosa di sacro e puro, il piacere perverso di avvertire con assoluta precisione l’esatto istante in cui la vita abbandonava le membra, lasciandole inerti a custodire un’anima destinata a marcire con esse.

Ucciderlo era stato necessario, per non dire fondamentale. Lo aveva fatto per tutelare lunghi anni di piani – decenni, addirittura – e, inaspettatamente, quel gesto si era rivelato essere la potenziale chiave che per tutto quel tempo si era tanto affannato a cercare, senza alcun risultato.

Doveva essere così, non c’era altra spiegazione. Era stato un semplicissimo rapporto di causa-effetto e le conseguenze lo avevano aiutato a capire.

L’angelo si era accasciato di fronte a lui con lo sgomento ancora intrappolato negli occhi ambrati, spegnendosi definitivamente circondato dall’eco disperata di un urlo di dolore che non gli apparteneva.

Ed era stato allora che era successo.

Era stato allora che aveva iniziato a subodorare il trucco che in quasi sette lustri di assennate ricerche e tentativi non era riuscito a scoprire.

Un ghigno scavò ai lati della sua bocca due pieghe compiaciute.

Aveva la chiave, finalmente. Tutto ciò che gli serviva era un’ultima conferma e, senza volerlo, il destino gli stava già dando una mano a ottenerla.

Due colpi secchi alla porta lo fecero riemergere dalle sue riflessioni.

– Mio signore – la voce sicura e carica di reverenza di Samael, suo braccio destro, giunse fino a lui attraverso la lama di luce che si era aperta nell’oscurità assieme alla porta. – Gerjen desidera parlare con voi. –

Desmond sorrise fra sé. Aveva il sospetto di conoscere già il motivo di quella visita inattesa, ma decise di riceverlo comunque. Gli interessava sentire le notizie che gli avrebbe portato.

– Di che si tratta? – indagò, per puro scrupolo.

I fieri occhi verde acqua di Samael non batterono ciglio. Era una fortuna che lui fosse stato lontano, la notte che la Corte era stata rasa la suolo: tutti gli uomini che aveva perso in una vita intera non valevano un dito di quel ragazzo.

– Ha detto che è qualcosa che potrebbe interessarvi. –

Il sorriso sulle labbra di Desmond si accentuò.

– Fallo entrare. –

 

 

C’era un motivo ben preciso se Medilana era la capitale di Corterra, e non si trattava soltanto del suo ruolo di centro commerciale primario delle Sette Terre, e non era nemmeno perché ospitava la loro accademia più importante. Non solo, perlomeno.

Fin dai tempi antichi, Medilana era stata culla di una vivace attività culturale, con i suoi teatri, le biblioteche pubbliche, i circoli intellettuali, letterari e filosofici, in cui giovani e anziani amavano riunirsi per discutere degli argomenti più disparati. Al tempo delle monarchie, tuttavia, era diffusa tra le famiglie regnanti la convinzione che questa libertà di confronto potesse portare certi gruppi a sviluppare idee pericolose nei confronti dell’autorevolezza della corona e pertanto qualsivoglia tipo di associazione era stato bandito e dichiarato illegale.

Da che mondo e mondo, il proibizionismo, più che inibire l’oggetto dei propri divieti, non faceva che fomentarne invece la proliferazione. Bastarono infatti pochi anni perché in ogni dove iniziassero a formarsi associazioni e sette segrete, che trasferirono le loro riunioni da luoghi pubblici e case private a sedi più nascoste e sicure, nelle cantine e nelle segrete di certi palazzi, in casali abbandonati nelle campagne appena fuori città, e perfino nelle antiche catacombe che da tempo immemore giacevano dimenticate sotto le eleganti strade lastricate della capitale.

Per anni quegli spazi angusti erano stati adibiti a covi di ritrovo, fino a che, destituita la monarchia dopo la Grande Rivolta, se n’era persa la necessità ed erano di nuovo tornati a essere nient’altro che vicoli abbandonati.

Ora, come centinaia di anni prima, in uno degli alveoli principali di questa rete di cunicoli sotterranei stava avendo luogo una riunione strettamente riservata, illuminata solo da mozziconi di candele ammassati in un piatto di rame al centro di una tavola rotonda.

– Signori – esordì un uomo dalla voce rauca e profonda, appoggiando le mani intrecciate tra loro davanti a sé con fare grave. – Penso sappiate tutti perché ci troviamo qui, stasera. –

Seduti al tavolo assieme a lui c’erano altre quattro persone, due uomini e due donne, tutti avvolti come lui in lunghi mantelli scuri, uno stemma d’argento ricamato esattamente sopra il cuore. I loro volti duri e seri non erano che macchie fioche nell’impenetrabilità del buio.

– Sono quasi quarant’anni che aspettiamo questo momento. Siamo sicuri che sia quello che stiamo cercando? – disse una delle due donne, spostandosi dal collo una ciocca di capelli scuri.

L’uomo le scagliò uno sguardo gelido.

– Dubiti della mia competenza? –

– No, Alioth, ma vorrei poter giudicare personalmente la situazione. –

– Non sta a te decidere, Niamh – dichiarò uno degli altri due uomini, con una folta barba brizzolata a incorniciargli la mandibola. – In qualità di Priore, è compito mio, da qui in poi, guidare la missione – Si rivolse all’uomo di nome Alioth. – Ripeti ai nostri fratelli ciò che hai riferito a me. –

– È stato un puro caso – cominciò Alioth. La luce tremula delle candele faceva rilucere pallidamente i graffi vecchi e nuovi che gli prendevano metà del volto. – Mi trovavo nei pressi di Somerge per concludere una trattativa con un mercante. Ero profondamente addormentato, nel cuore della notte. Sono stato svegliato di soprassalto da un improvviso sprigionarsi di energia potentissima. L’ho avvertito sulla mia pelle come una scarica di energia pura. Il tempo di rendermi conto di quanto fosse successo, ed ero già uscito. –

– Avresti dovuto avvertirci immediatamente! – si adirò il terzo uomo, il più giovane tra i presenti, piantando un pugno sulla superficie massiccia del legno.

– Rilassati, Arith, non è il caso di scaldarsi – lo blandì l’altra donna. – Genesis vuole che abbiamo tutti un quadro generale, prima di pronunciarci. Lasciamo che Alioth termini di spiegare. –

– Il motivo per cui non vi ho chiamati subito è che l’esplosione di energia si è esaurita rapidamente, senza lasciarmi il tempo di localizzarne con precisione la fonte o di riconoscerne distintamente la natura – chiarì quindi Alioth, altero. – Se mi fossi sbagliato, non credo sareste stati lieti di un inutile allarmismo, mi sbaglio, forse? –

Arith, destinatario principale di quella frecciata, non osò replicare. Essendo il più giovane di loro, pur essendo un valido elemento, doveva del rispetto gerarchico verso i confratelli più anziani.

Faceva freddo, là sotto. L’umidità nel sotterraneo era elevata, rendeva l’aria pesante e ogni loro respiro diventava nebbia bianca un attimo prima di scomparire.

– Mi sono precipitato alla Corte senza pensarci due volte. Se capita qualcosa di strano, in quei paraggi, è il primo posto in cui cercare una possibile causa. Sapete già cosa trovai, una volta giunto sul posto. –

Lo sapevano, pensò Genesis, preoccupato. Chi non lo sapeva, del resto? La notizia della misteriosa e inspiegabile caduta della Corte del temibile Desmond aveva fatto il giro delle Sette Terre, spargendosi a macchia d’olio in meno di ventiquattr’ore.

Anche se nessuno era ancora riuscito a trovare una spiegazione plausibile per quell’evento che si sarebbe potuto definire storico – e, del resto, come avrebbero potuto? – tutta la popolazione si era rallegrata dell’accaduto, guardando a esso come una liberazione, ma la verità era che il cadavere di Desmond non era stato ritrovato e, anche se la sua secolare dimora era andata distrutta, lui rimaneva una minaccia incombente, ovunque ora si trovasse.

Ma loro non si trovavano lì per discutere di quello.

Il loro compito era un altro.

– Scoprii subito che qualcun altro era sopraggiunto prima di me. Un ragazzo piuttosto giovane, ma ben addestrato. L’ho trovato chino su di lei, mentre le prestava soccorso. –

– Lucius Henker – sussurrò la seconda donna tra sé.

Lei? – esclamò invece la donna di nome Niamh. – Dunque stavolta è una ragazza? –

Alioth annuì.

– Appena l’ho vista, non ho avuto dubbi. L’avrei portata via, ma il ragazzo si è messo in mezzo. –

– È stato lui a farti questo? – volle sapere Arith, accennando al volto del compagno.

Alioth si portò istintivamente la mano allo zigomo sinistro, sfiorando la carne non ancora del tutto guarita. Poco più sopra, dove una volta c’era stato l’occhio, cadeva una livida palpebra vuota.

– Il suo corvo – ammise, pur con una certa riluttanza. – Se non fosse intervenuta quella bestiaccia, le cose sarebbero andate diversamente. Per fortuna era l’occhio già danneggiato. –

– Un Guardiano… interessante. –

– Il ragazzo portava la Stella della Lega al collo. –

– La Lega – Niamh schioccò la lingua con disappunto. – Quelli sono ovunque, non c’è angolo delle Sette Terre che non controllino. –

Dianthe si irrigidì nel suo scranno.

– È vero – intervenne l’uomo più giovane. – Se accadesse il peggio, la colpa sarebbe solo loro e della loro maledetta mania di immischiarsi ovunque! –

– Non possiamo biasimare una persona che cercava di proteggerne un’altra. Il ragazzo non poteva sapere... ­– obiettò Dianthe con fervore. I suoi occhi chiari erano stanchi e ansiosi.

– Non è la sola cosa di cui dobbiamo preoccuparci, temo – sottolineò Genesis. I suoi occhi metallici erano fissi sulle candele, nelle pupille dilatate la luce dorata sembrava perdere il suo calore, congelandosi nel nero insondabile.

Quattro sguardi attenti si posarono su di lui.

– Mi riesce difficile credere che la ragazza si trovasse alla Corte per una pura coincidenza. E se i miei sospetti sono fondati… –

I volti dei suoi compagni si oscurarono. Si scambiarono l’un l’altro occhiate allarmate.

– Pensi che Desmond sappia qualcosa? – domandò Dianthe.

– È improbabile ma non impossibile, purtroppo. Il nostro Ordine tutela da secoli il proprio Segreto, ma ci sono ancora rare testimonianze, disperse per le Sette Terre, che non siamo mai riusciti a rintracciare – commentò la voce grave di Genesis. Alle sue spalle, una moltitudine di libri, fascicoli e pergamene sciolte affollavano uno scaffale polveroso che occupava tutta la parete.  – Qualcuno si intromise, anni fa, e del nostro obiettivo svanì ogni traccia. Qualcuno che aveva mezzi e capacità per scoprire qualcosa che non avrebbe dovuto. Se Desmond sa, non abbiamo tempo da perdere. –

– Non può essere un caso. Dopotutto nessuno sa cosa accadde quella notte in cui avremmo dovuto assolvere il nostro compito – sospirò Alioth.

– La notte in cui Sharlit ci tradì. –

Il silenzio calò sulle loro teste. In lontananza si udiva il debole fischio del vento che si infiltrava nelle gallerie, intrufolandosi tra le pareti di pietra fino a giungere alla porta chiusa alle loro spalle.

Il tradimento di Sharlit era una ferita ancora aperta per tutti loro: aveva sovvertito un preciso ordine di eventi antico di secoli, rovinando un piano che in un millennio di storia non aveva mai fallito. Lei era morta, adesso, proprio come il loro codice prescriveva, e il suo posto era stato preso dal giovane Arith, ma il loro dovere era rimasto incompiuto e ora dovevano rimediare.

– Dobbiamo lavorare su due fronti – annunciò Genesis. – Grazie ad Alioth sappiamo che la ragazza ora vive con il demone che l’ha raccolta alla Corte, un membro della Lega. Bisogna trovare il modo di scoprire cosa e quanto sanno su di lei, e lo stesso con Desmond, anche se sarà nettamente più complicato. –

 Occhieggiò Dianthe e Arith significativamente. Lei serrò nervosamente le labbra, lui impallidì, ma entrambi risposero con un lento cenno di assenso del capo.

– Signori – Genesis passò in rassegna ciascuno dei compagni con un’espressione di solennità quasi religiosa. – Trentatré anni or sono il fato ha deviato il tradizionale corso degli eventi, privandoci della possibilità di adempiere al nostro dovere, ma ora la ruota ha girato di nuovo in nostro favore – chiuse gli occhi per un attimo, inspirando a fondo. Il momento era finalmente giunto. – Da questo preciso istante in avanti le sorti delle Sette Terre sono ritornate ufficialmente nelle nostre mani. –

 

 

Il fuoco ardeva senza sosta nella piccola stanza consumata dalla trascuratezza.

La poltrona in cui Desmond sedeva era lisa e polverosa, le gambe di legno rosicate dai tarli. Non c’era nulla, lì, dei lussi di cui aveva goduto alla sua Corte, ma non aveva importanza. Non aveva importanza quanto tempo ci sarebbe voluto: le cose sarebbero cambiate, e ciò che Gerjen era venuto a riferirgli aveva solo confermato certezze preesistenti.

Secondo le sue fonti più affidabili, la ragazza non aveva memoria di ciò che era stata la sua vita prima del fatidico giorno in cui era stata tratta in salvo da un cumulo di detriti, e ciò era un bene: se aveva dimenticato il dolore, sarebbe stato tutto molto più semplice.

Era straordinario come quello che poteva essere visto come un beffardo tiro mancino del destino si fosse così facilmente rivolto in suo favore. A Desmond costava ammetterlo, ma senza quel piccolo, fondamentale intoppo non sarebbe mai riuscito a venire a capo di un mistero che lo aveva afflitto per più di tre decenni. Ora doveva solo lasciare che gli eventi facessero il loro corso e poi, quando fosse arrivato il momento giusto, riprendere il mano le redini del piano da lì dove lo aveva lasciato quella notte dai risvolti imprevedibili.

Sempre ammesso che nessuno scocciatore intervenisse a rovinare tutto.

– A cosa pensate, mio signore? – gli chiese la voce ossequiosa di Gerjen.

– Al giovane Luciferus – rispose, quasi divertito. – Ero convinto che vendersi alla Lega fosse la cosa più patetica che potesse fare, ma evidentemente lo avevo sopravvalutato. Farsi carico di una ragazzina senza passato, per di più così vistosa… un bel rischio. –

– Sono disposto ad adoperarmi per riconsegnarvela viva e vegeta, ma al giusto prezzo. Non sarà facile strapparla alle grinfie di quello scavezzacollo. –

Desmond rispose con una fluida risata vellutata che gli vibrò nel petto.

– Apprezzo la vostra nobiltà d’animo, Gerjen, ma, vedete ­– prese un ozioso sorso di vino, compiaciuto della confusione che il suo atteggiamento indifferente suscitava in quell’uomo viscido.

– Ora come ora, sottrarla a quella gente è l’ultima cosa che auspico. –

 

 

Venena era nervosa, da qualche tempo. Angina aveva osservato il suo comportamento cambiare gradualmente in da quando la ragazza dai capelli di sangue era stata loro ospite. Era stato per una notte solamente, ma Venena era brava nel suo lavoro e poche ore le erano state più che sufficienti a valutare le peculiarità che Regan manifestava, la guarigione prodigiosa prima di tutto, ma anche qualcosa nell’atteggiamento di Lucius verso di lei lasciava intendere che ci fosse dell’altro, qualcosa che andava oltre la semplice apparenza di una ragazzina spaventata.

Da quella volta, Venena aveva trascorso lunghe ore nella vasta biblioteca del covo, risultato di lunghi, pazienti anni di raccolta di volumi di ogni sorta, alcuni tanto rari da essere inestimabili. Alcuni dei tomi più preziosi o pericolosi erano stati rinchiusi in una stanza scoperta da Erno, bisnonno di Angina, che ne aveva rinvenuta per caso la potentissima chiave. Nessuno aveva accesso a quella zona: Vester aveva consegnato personalmente la chiave ad Angina quando aveva passato a lei il testimone del comando della loro gente e le regole erano inflessibili: per il bene comune, nessuno doveva mai entrarne in possesso. Ciò che custodivano le Stanze Proibite non avrebbe mai dovuto vedere la luce del sole.

In dodici rintocchi della Nuova animarono per un minuto il silenzio sepolcrale della biblioteca, segnando il confine tra un giorno e l’altro. Venena sedeva a uno dei tavoli che occupavano il centro della sala, attorno a cui, a raggiera, si distribuivano gli antichi scaffali polverosi gremiti di volumi di ogni sorta. Era così assorta, china su un librone consunto che doveva pesare quanto lei, che nemmeno si accorse del sopraggiungere della sua signora.

Angina si fermò accanto a uno scaffale e vi si appoggiò con la spalla, le braccia conserte. Sorrise. Sarebbe potuta rimanere per ore a guardarla: si passava spesso le dita tra i capelli, quando la penna d’oca nera che usava per prendere appunti non era impegnata a solleticarle il mento. Era corrucciata, ombre grigie sotto agli occhi; a quanto pareva, ancora non era riuscita a trovare ciò che da giorni stava cercando. Quella sera aveva perfino saltato la cena.

– Non credi che sia ora di fare una pausa? –

Venena trasalì e si portò una mano al petto, ma i suoi occhi scintillarono alla luce delle candele non appena sollevò lo sguardo.

– Scusa, non intendevo spaventarti. –

Angina si avvicinò e allungò il collo per curiosare tra le scartoffie, ma perse subito interesse: troppi paroloni aulici. Certi brani, addirittura, erano in lingue a lei sconosciute.

Venena si sfregò stancamente gli occhi e sbadigliò, sforzandosi di sorridere.

– Nemmeno se avessi avuto le orecchie tese avrei potuto sentire il tuo passo felpato. –

– Esigo che tu metta qualcosa sotto i denti. Hilgard si è offesa a morte quando non ti ha vista in mensa: aveva cucinato lo sformato di patate solo per te – disse Angina, sorridendo a sua volta per la lusinga. Con uno schiocco delle dita, fece apparire sul tavolo un vassoio con qualche fetta di pane, del formaggio e un calice di vino rosso, che Venena occhieggiò tentata.

Vedendola esitare, Angina le prese il mento e si fece guardare negli occhi:

– Non ho intenzione di lasciarti in pace fino a che non avrai consumato fino all’ultima briciola di questo già misero pasto. Chiaro? –

Non c’era riluttanza che lei non potesse vincere, soprattutto con la sua giovane erborista. Sedette con lei mentre Venena obbediva agli ordini e faceva sparire in quattro e quattr’otto ciò che le era stato portato. Quando ebbe finito, Angina le sorrise trionfante.

– Ecco! Non va molto meglio, adesso? –

– Un po’. –

– Mai che tu mia dia una soddisfazione, vero? –

Venena scosse la testa, ridendo sommessamente. Di rado lo faceva, e solo in presenza di Angina. Davanti agli altri conservava sempre la sua maschera di austera impassibilità.

– Non ti sei ancora stancata di questa roba così noiosa? –

L’altra si massaggiò il collo con un sospiro.

– Per oggi penso di averne avuto abbastanza, effettivamente. In ogni caso dubito che anche stando qui tutta la notte troverei quello che sto cercando. –

– Sai, non credo che in qualcuno di questi manoscritti tu possa trovare un ritratto di Regan affiancato da una dettagliata descrizione della sua persona. –

– Forse no – si indispettì Venena. – Ma c’è qualcosa che non mi convince e ho tutta l’intenzione di scoprire cosa sia. –

Angina si alzò con una piccola risata.

– Conoscendo la tua cocciutaggine, so che riuscirai nell’impresa. –

Fece sparire il vassoio con uno schiocco delle dita, poi sfiorò con il dorso della mano la guancia ruvida della ragazza.

– Non esagerare, d’accordo? Io e gli altri abbiamo bisogno di te, ci servi in forma e lucida. –

La lasciò con una strizzatina d’occhio che la fece arrossire.

In cuor suo, Angina sperava che tutto ciò che di strano c’era in Regan si fermasse ai suoi capelli e alla sua capacità di guarire rapidamente, ma se c’era qualcuno in grado di scoprire se ci fosse dell’altro, quel qualcuno era senza dubbio Venena.




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A/N
: grazie mille a Hellister e Maharet per aver recensito, e soprattutto per i complimenti. :) E agli altri, grzie per aver letto. I commenti sono sempre i benvenuti, nel bene e nel male, purchè costruttivi. ;)

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Capitolo 9
*** Tre Gocce Di Belladonna ***


8. TRE GOCCE DI BELLADONNA

 

You've got a natural healing
How do you get so strong?

– Halflife, Lacuna Coil –

 

 

 

Le bastò annusare l’aria per capire dov’erano, sentire l’odore fresco degli alberi e il sentore lontano della neve. Con presenza di spirito maggiore rispetto alla prima volta che si era trovata lì, capì che quel luogo doveva trovarsi da qualche parte verso settentrione, e probabilmente in prossimità di Norden o addirittura entro i suoi estremi confini sudorientali, dove si esauriva il territorio montuoso e il clima si mitigava nella vicinanza con il mare.

– In che punto delle Sette Terre ci troviamo, esattamente? –

Lucius, che camminava poco avanti a lei, non le concesse che una bassa risata.

– Angina ci tiene molto alla riservatezza della sua dimora. Accontentati di avere avuto il privilegio di visitarla –

Regan era felice di essere di nuovo lì: si era spesso chiesta quando avrebbe avuto il piacere di rivedere Angina e il suo desiderio era stato avverato molto prima del previsto. Solo non si spiegava per quale preciso motivo stessero andando da lei.

– Una Myrka ti ha morso e tu non solo sei viva, ma anche incredibilmente vegeta – le rispose Lucius, quando gli chiese spiegazioni. – Il che probabilmente significherà ben poco per la tua ignorante testolina rossa, ma fino ad oggi nessuno che abbia avuto un incontro tanto ravvicinato con una di quelle graziose creaturine è mai vissuto abbastanza a lungo da raccontarlo, e voglio capire come questo sia possibile. –

– E perché siamo dovuti venire fin qui per capirlo? –

– Perché si dà il caso che Angina abbia tra i suoi l’esperta di veleni più preparata di tutte le Sette Terre. –

– Chi, quella ragazzetta pelle e ossa che mi ha curata l’altra volta? – fece lei, scettica. Non metteva in dubbio che la ragazza avesse buone conoscenze in campo medico, ma le riusciva difficile credere che fosse addirittura la più esperta.

– Venena è giovane, ma sa il fatto suo – la redarguì Lucius. – È stata istruita da un grande maestro ed è la sola erede di conoscenze di cui nessun altro è mai entrato in possesso. Se qualcuno può darci delle risposte, quella è lei. –

Quando raggiunsero lo spiazzo erboso in cui Regan ricordava di essere sbucata uscendo dal labirinto del covo di Angina, notò che vicino alla parete di roccia scura c’era la statua di un angelo di cui non si ricordava.

Stette a guardare interessata mentre Lucius si avvicinava all’angelo, fino a che la mano di marmo protesa in avanti non si adagiò sul suo petto. E allora accadde: nella pietra, lentamente, si allargò un varco tra le chiome di edera, smascherando alla vista un tunnel la cui lunghezza andava perdendosi  dalla luce nel buio. C’era una scritta consumata incisa sopra l’apertura, seminascosta dall’edera. Erano due parole la cui prima lettera era una M mauiscola dalla forma strana, incurvata verso l’esterno, a sinistra nella prima, a destra nella seconda.

– Cosa c’è scritto lassù? – domandò a Lucius.

­– Memento Mori. Ricordati che morirai. –

– Che allegria. – commentò Regan, tetra.

– Se non altro non si può dire che gli eventuali intrusi non siano stati avvisati. –

Stavano per entrare, quando un uomo apparve sulla soglia. Era anziano, ma non vecchio, perché tra i capelli grigi si intravedevano ancora ciocche castane e le rughe dell’età avevano appena iniziato a solcargli il viso e il suo corpo ancora conservava tracce di un passato vigore al di sotto della tunica grigia. Camminava appoggiandosi a un bastone nodoso, un po’ ingobbito.

– Lucius – disse, con voce roca e affaticata. – Qual buon vento, figliolo? Ho saputo che sei stato qui, giorni fa. –

Lucius gli andò incontro e lo salutò gioviale.

– Infatti. Sono qui per vedere Venena. –

La fronte dell’uomo si corrugò.

– Venena? Cosa vuoi da quella piccola impertinente? Credevo fossi qui per la mia bambina –

Lucius rise.

– La vostra bambina la incontro sempre con piacere. E poco cambia, dopotutto: Venena è quasi sempre dove è lei. –

Regan stava capendo ben poco della conversazione. Tanto per accertarsi che Lucius non si fosse scordato di lei, tossicchiò con discrezione alle sue spalle.

Lui si girò indietro come se effettivamente si fosse appena ravveduto della sua presenza.

– Oh, sì, certo – La fece avanzare e la presentò: – Mastro Vester, questa è la mia amica Regan. Sono certo che vostra figlia vi abbia parlato di lei. –

Il tizio la squadrò rapidamente da sotto un paio di folte sopracciglia incolori, soffermandosi sui suoi capelli un secondo di troppo.

– Naturalmente, sicuro – borbottò, facendosi da parte per farli entrare. – La fanciulla dalla guarigione miracolosa, certamente. –

– Mastro Vester è l’onorabile padre di Angina –

Per Regan non fu poi una gran sorpresa: gli occhi dell’uomo erano identici a quelli della figlia, e intrisi della medesima irriverenza.

Il bastone di Vester produceva un rumore secco e ritmico che rimbombava ovunque entro gli innumerevoli corridoi del dedalo sotterraneo. Zoppicò davanti a loro facendo strada, ciarlando delle cattive abitudini della sua bambina e della necessità che si trovasse un uomo degno di tale nome che mettesse qualche freno alla sua dissolutezza.

– Qualsiasi giovanotto dei nostri venderebbe la propria madre pur di avere la sua mano, e lei li tratta come cani da salotto! È tempo che pensi ad avere degli eredi, dico io. Non è più una ragazzina di quarant’anni, accidenti a lei. I miei avi hanno combattuto delle viscide sette di esaltati per conquistare questo posto e, che la Madre mi fulmini, non apparterrà mai più ad altri che a degli Isfyell, dovessi essere costretto a plasmarne di nuovi dalla nuda terra! –

Lucius ridacchiava fra sé; Regan, dal canto suo, cercava di trattenersi.

Trovarono Angina in un salone pieno di tappeti e scaffali di cui Regan si innamorò: oggetti bizzarri di ogni tipo colmavano le mensole di legno e i mobili, creando una specie di museo di stranezze che lei avrebbe volentieri studiato una a una. Tra i molti luccichii e scintilli, la colpirono in particolare una clessidra di vetro senza supporti metallici piena di un’incantevole sabbiolina cangiante e il ritratto in proporzioni reali di una splendida nobildonna appoggiato a terra in un punto della stanza in cui il soffitto irregolare era abbastanza alto da poter ospitare un quadro di tali dimensioni.

– Ma guarda chi mi onora di una visita! – cinguettò la voce estasiata di Angina.

Era abbandonata su un triclinio al centro della stanza, un grosso libro in una mano e un calice di vino nell’altra, accanto a un’enorme struttura simile a un pozzo che ospitava un vivace fuoco caldo che non emetteva fumo. Appoggiò a terra sia il libro che il calice e li accolse a braccia aperte.

 – Oh, piccola, ti hanno agghindata proprio come una vera bambolina! – commentò, abbracciando Regan con trasporto.

– Volevo tenermi i tuoi vestiti, ma Lucius ha detto che non posso andare in giro vestita come una poco di buono. –

Angina si abbandonò a una risatina deliziata.

– Lucius è solo un vile adulatore. Su, fatti un po’ vedere – fece girare Regan su sé sessa un paio di volte ed emise un lungo fischio. – Accidenti, sembri davvero una principessina. Ti stavano decisamente meglio i miei vestiti. Ma mi fa piacere trovarti così in forma, dico davvero. –

Regan provò un irresistibile moto di affetto verso di lei. Quasi non conosceva quella donna, ma era completamente conquistata dalla sua personalità così esuberante e diretta.

– Be’, a cosa devo l’immenso piacere di avervi qui? –

– Vorrei chiedere un favore a Venena – dichiarò Lucius.

– A Venena? – fece Angina, accigliata.

– Ho come la sensazione che la mia cerbiattina abbia una peculiarità nascosta e ritengo che Venena possa darmene la conferma. –

A quel “mia” Regan sentì un formicolio gradevole dietro al collo, come una carezza invisibile.

Lucius spiegò brevemente come stavano le cose e Angina parve molto interessata alla storia.

– Una fanciulla immune ai veleni, eh? – rimuginò Mastro Vester, sfregandosi il mento. – Non andare a dirlo in giro là fuori, ragazzo mio – ammonì Lucius. – Quegli stolti per cui lavori la additerebbero come un frutto del male e la sfrutterebbero come un’erba rara per i loro scopi. –

Regan, che non aveva dimenticato il modo in cui l’aveva apostrofata la sentinella a Medilana, suo malgrado si trovò d’accordo con lui.

– Personalmente la penso come il vecchio – affermò Angina.

– Bada un po’ a come parli, mocciosa! Se tua madre fosse ancora qui, saprebbe metterti al tuo posto! –

Angina, che era più alta di lui, lo prese sotto a un braccio e gli diede uno scossone.

– Non ti agitare tanto, lo sai che non ti fa bene. –

Lasciarono Mastro Vester alle sue remore contro la figlia e Angina li scortò in una nuova scarpinata attraverso una miriade di cunicoli tutti uguali. Regan non capiva come la gente che abitava là dentro potesse orientarsi senza smarrire la strada a ogni svolta. Cercò si sbirciare attraverso qualche porta lasciata aperta o socchiusa, ma Angina si muoveva svelta e Lucius teneva il passo senza problemi. L’unica ad avere il fiatone era lei.

– Coraggio, bambolina, manca poco. –

Il laboratorio di Venena doveva trovarsi molto vicino alla superficie, perché avevano salito qualche scalinata e l’aria si stava facendo meno umida e fredda.

– Mi raccomando, Regan: una volta che saremo entrati nel laboratorio, non toccare assolutamente niente. Anzi, dimentica di avere le mani – la avvertì Angina.

Quando, dopo che ebbero bussato a un portone che chiudeva la sommità del corridoio, Venena li fece entrare, Regan comprese l’ammonimento: era tutto così preciso, pulito e ordinato da essere inquietante. C’era una finestra rotonda, ricavata direttamente nel muro di roccia, che si affacciava su uno strapiombo attraverso un sipario di radici ed edere cascanti. Da lì entrava una luce lattea che gettava squarci di chiarore su decine e decine di ripiani colmi di ampolle, fiale e boccette in cui riposavano liquidi trasparenti o torbido, o galleggiavano sostanze di cui Regan preferiva non scoprire le origini. Fasci di erbe e mazzi fiori essiccati pendevano dalle travi incastrate sul soffitto e sul grande tavolo da lavoro, assieme a un’infinità di coltelli, lame e cucchiai suddivisi in scomparti di legno, c’erano un centinaio di vasetti colmi di polveri e macinati di ogni sorta e colore, tutti meticolosamente disposti in un portaspezie che occupava tutta la lunghezza del tavolo, proprio sotto alla finestra; subito accanto, una libreria massiccia dava dimora a una impressionante quantità di spessi tomi, alcuni consumati e stinti, altri molto più nuovi. L’odore che riempiva l’aria era molto simile a quello di un fienile.

– Scusa il disturbo, Neni, ma abbiamo una diagnosi da sottoporti – disse Angina mentre la ragazza li guardava sfilare uno a uno davanti a sé con aria tutt’altro che lieta.

– Non importa – replicò Venena con la sua voce strascicata. – Non stavo facendo nulla di importante. –

Regan notò che c’era un piccolo paiolo messo a bollire sul focolare ed emanava una piacevole fragranza di menta.

– Che cosa vi serviva? –

– Oh, nulla di che – Angina le sorrise allegramente. – Lucius pensa che la nostra piccola Regan possa essere immune ai veleni. –

Gli occhi piccoli e diffidenti della ragazza si spalancarono di colpo.

– Stai scherzando? –

Lucius scosse la testa.

– L’ha morsa una Myrka, ieri. –

Venena si rilassò in un riso di scherno.

– Una Myrka! Ma certo, come no! Questa non l’avevo ancora… –

Si zittì all’improvviso. Lucius le aveva sbattuto davanti alla faccia la mano aperta di Regan, su cui ancora si poteva notare il segno che la puntura della farfalla aveva lasciato, un alone azzurrino attorno a un pizzico di sangue incrostato. Venena la afferrò febbrilmente, studiandola da vicino.

– Non è possibile! –

Il suo sguardo si alzò fulmineo su Regan. La attirò verso di sé e le toccò la gola, nel punto in cui le vene principali pulsavano più in superficie, poi le esaminò gli occhi, sollevando le palpebre, e infine le controllò le labbra. Quando finalmente si decise a toglierle le mani di dosso, Regan si scostò e arretrò di un passo, infastidita, ma Venena era troppo scossa per badare a lei.

– Quanto tempo è passato da quando è stata morsa? –

– Direi una ventina di ore – rispose Lucius, con due rapidi calcoli sulle dita.

– Una ventina di ore – soffiò Venena, esterrefatta. – Ne sei assolutamente sicuro? –

– Guarda che quella cosa ha morso me, e ti assicuro che capisco la tua lingua e sono perfettamente in grado di risponderti personalmente – intervenne Regan, un po’ seccata di essere tratta come un brano di carne inerte.

– Buona, cerbiattina, sta’ calma – la blandì Lucius, senza disturbarsi a dissimulare una nota divertita. – Venena sta solo facendo il suo lavoro. –

– Siediti – le ordinò invece la ragazza, prima che lei potesse aprir bocca. Le indicò una sedia accanto al tavolo e Regan suppose di non avere altra scelta se non assecondarla.

 Venena si mise a frugare in un armadio in fondo alla stanza e tornò che reggeva una serie di ampolline opache. Le dispose rapidamente sul tavolo a coppie, accanto a una grossa bilancia in ottone, con un’attenzione che rasentava la cerimoniosità.

– Sono cinque veleni di diversa tossicità – spiegò poi ai presenti. – Mandragora, Digitale, Evonimo, Crotontiglio e Belladonna. Faremo una prova con ciascuno di essi, dal più blando al più letale. L’unico veleno più micidiale di quello di Belladonna è il veleno secreto dalle Myrkae, ma non avrei il tempo di somministrati l’antidoto, eventualmente. –

Non ci voleva un cervello particolarmente acuto per capire che tutto quel giro di parole – e gli antidoti già pronti di usare – erano un’aperta dichiarazione di malfidenza. Regan sapeva di non essere simpatica a Venena, ma avrebbe giurato che almeno per Lucius avesse una qualche considerazione, invece, ora che ci faceva caso, guardava anche lui con un velo di inspiegabile ostilità.

– Ti farò bere tre gocce di ciascuno di questi veleni e, per pura precauzione, terrò pronti i rispettivi antidoti. Ti avverto, Regan: un’intera boccetta di uno dei primi quattro può farti stare molto male e intossicarti gravemente, ma non ucciderti. Solo tre gocce di belladonna, invece, ti stroncherebbero nel giro di una manciata secondi. –

– Fa’ pure quel che devi. –

Venena gettò uno sguardo esitante verso Lucius e Angina. I due le diedero il consenso di agire con un debole cenno del capo. Rigida come un manico di scopa, Venena prese la prima ampolla. Dentro di essa ondeggiava un liquido verde torbido.

– Apri la bocca. –

Regan obbedì.

– La Madragora ha effetti molto rapidi. Causa intorpidimento, febbre e aumento repentino della frequenza cardiaca. –

Regan pensò che glielo stesse comunicando tanto per metterla un po’ in agitazione, ma, se il motivo era realmente quello, fu inutile. Vide Venena estrarre dalla boccetta un lungo stelo di vetro e accostarglielo alle labbra dischiuse. Un istante dopo sentì un sapore acre e urente sulla lingua e tre gocce di Madragora le scivolarono in gola.

Deglutì di fronte a tre facce illeggibili, e attese. Nel silenzio tombale, passò qualche secondo, e ne passarono altri, e poi un minuto.

Non successe nulla.

Senza fare complimenti, Venena ripeté lo stesso esame che le aveva imposto quando aveva appreso della puntura di Myrka: controllò gli occhi, le pulsazioni, le labbra, le toccò la fronte, ma non trovò nulla che non andasse.

– Straordinario – mormorò, più a sé stessa che a chi aveva intorno. Sembrava quasi eccitata dinnanzi a quella scoperta.

Regan si dovette rimangiare la soddisfazione di un “Te l’avevo detto”.

Senza perdere tempo, Venena passò subito alla seconda ampolla. Ripeté la medesima operazione di prima e stavolta il sapore che Regan si sentì in bocca fu quello amaro della Digitale. Anche stavolta, dopo un pio di minuti di snervante attesa, non accadde nulla.

– Hai vertigini? Nausea? Mal di testa? – le chiese Venena, riproducendo da capo l’esame.

– Mai stata meglio. –

– Il battito del cuore è regolare – constatò l’altra, strabiliata, stringendole il polso fra tre dita. – La dilatazione delle pupille è nella norma. È incredibile. –

La scena si ripeté con i successivi due veleni, che le vennero inoculati a distanza di diversi minuti l’uno dall’altro. Quando fu il momento della Belladonna, a Venena tremavano le mani.

– Questo è mortale – dichiarò a voce alta, occhieggiando significativamente anche Lucius. – È un concentrato molto potente che ti ucciderà in dieci secondi netti, quindi se dovessi avvertire un qualsiasi tipo di anomalia, beviti questo, fino all’ultima goccia – e le mise in mano la fiala aperta dell’antidoto.

Era così seria e preoccupata che Regan finì per sentirsi contagiata. Anche se sapeva di essere uscita illesa da un rischio che, a detta loro, era di gran lunga peggiore di un avvelenamento da Belladonna, si sentì comunque in diritto di lasciarsi condizionare.

In un angolo, a braccia conserte, Lucius sorvegliava la situazione senza battere ciglio, e Angina, con un gomito appoggiato alla sua spalla in un modo che Regan avrebbe solo potuto definire lascivo, aveva l’esatta espressione di una bambina di fronte a uno spettacolo di giocoleria.

– Va bene, procediamo – Tesa come una corda di violino, Venena le mise due dita sullo il mento e le fece reclinare la testa all’indietro. Gli occhi di Angina seguirono il movimento conturbati, millimetro per millimetro.

Un aroma dolce e delicato rapì all’improvviso il senso del gusto di Regan. Venena aveva lasciato cadere le tre gocce di Belladonna.

Le sentì scorrere lentamente lungo la gola, delicate come acqua, ma con quel sapore zuccherino che faceva pensare a uno sciroppo di frutta, più che a una sostanza fatale. Forse parte del potere della Belladonna stava proprio in quello: essere invitante e accattivante, ingannevole, per cogliere di sorpresa e uccidere meglio. Proprio come le Myrkae.

Come ha detto Antares.

Regan restò il ascolto del proprio corpo, domandandosi se qualcosa stesse cambiando, ma non le sembrava. Tutto ciò che sentiva i respiri degli altri, e il martellare del proprio cuore nel petto; di sintomi sospetti nemmeno una traccia.

– Allora, tra quanto dovrei morire, tanto per sapere? –

– Circa mezzo minuto fa – fu l’asciutta risposta di Venena. Verificò le condizioni di Regan per la quinta e ultima volta, e con attenzione ancora maggiore delle precedenti; quando ebbe terminato, il suo volto era un’inespressiva maschera di cera.

– A quanto pare, Lucius, avevi ragione. –

La faccia di Lucius, però, più che soddisfatta, era impensierita.

– Questa è un’informazione che non deve uscire da questa stanza – disse con fermezza. – Né dalla bocca di Mastro Vester, Gin – aggiunse, voltandosi verso Angina con eloquenza.

– Tranquillo, tesoro. Ci penso io – gli assicurò, battendogli una mano sul petto.

– Cosa credi di fare con quelli? – esclamò Regan, quando vide che Venena le si stava avvicinando con una lama sottilissima in una mano e una fiala di cristallo vuota nell’altra.

– Voglio un campione del tuo sangue. –

Cosa? –

– Voglio un campione del tuo sangue – ripeté Venena.

– Hai capito benissimo cosa intendevo! –

– Sono un’esperta di erbe e veleni, secondo te cosa ci potrei voler mai fare con del sangue immune alle intossicazioni? –

Per quanto non le piacesse la prospettiva di diventare un oggetto di studi, Regan si convinse che in fondo non c’era nulla di male. Venena era stata disponibile, d’altronde, quindi ricambiare la disponibilità sarebbe stato il minimo.

– Non fare tante storie – sbottò Venena, afferrandole il polso sinistro. – Non ho intenzione di dissanguarti. Sei sopravvissuta a molto peggio di questo. –

Regan cercò aiuto presso Lucius, ma né lui né Angina si dimostrarono sconvolti quanto lei. Il che era anche comprensibile, dato che non si trattava del loro sangue.

– Non ti farà male, piccola. Ven è magnifica con quelle mani, fidati. –

Non restava che crederle sulla parola.

Venena la guardò trionfante e le torse l’avambraccio, spingendole in su la manica dell’abito per esporre la pelle bianca. Al di sotto di essa, lunghe vene azzurrine pulsavano placide.

Ebbe l’impressione che Venena traesse piacere nel tagliuzzarla: affondò la lama nella carne tenera e incise con mano sicura. Angina aveva ragione: Regan avvertì a malapena il dolore. Subito dal taglio prese a sgorgare un copioso flusso di sangue scarlatto.

Ipnotizzata da quel colore vivo e brillante e dal suo lento fluire sul bianco della sua pelle, Regan stava scivolando in un intorpidimento simile a quello che aveva provato appena arrivata ad Aurin.

Venena raccolse scrupolosamente goccia per goccia il sangue nella sua fiala, gli occhi che le brillavano. Quando ebbe finito, prese dall’armadio un cofanetto pieno di bende; medicò il taglio con cura e le fasciò il polso. Solo allora Regan si risvegliò e riconobbe l’odore simile a the del liquido che usò per disinfettarla.

– Tienilo pulito, mi raccomando. Guarirà in fretta. –

– Mi resterà il segno? –

– Per chi mi hai preso, ragazzina? –

Regan la detestava con tutta sé stessa.

Tutto quello che voleva era tornare a Kauneus e possibilmente affondare i denti in uno dei panini all’uvetta di Eleonora, seduta sul tappeto del tinello a giocare con il fuoco assieme a Calien, anche al costo di farsi prendere in giro per la sua imbranataggine.

Lucius parlottò con Angina per tutto il tempo, mentre ritornavano all’androne principale. Regan e Venena si tennero qualche passo indietro per lasciare solo la giusta riservatezza, da un lato incuriosite dal loro tono sommesso, dall’altro consce che tentare origliare sarebbe stato inutile.

Regan non si era sbagliata nell’interpretare il modo di comportarsi di quella ragazza: anche con le poche persone che incrociarono per strada, si comportò con la medesima freddezza e indisponenza che aveva riservato a lei e a Lucius. La sola con cui si dimostrasse benevola era Angina. Fortunatamente, almeno, era un tipo taciturno: rimase immersa nei suoi pensieri per tutto il tragitto, riscuotendosi solo occasionalmente per scagliare a Regan occhiatine furtive dense di sospetto.

Una volta raggiunto il grande atrio, Angina li invitò a rimanere per il pranzo, ma loro declinarono.

– Grazie dell’aiuto, comunque. Conto sulla vostra discrezione, per la sicurezza di Regan. –

– Per la sua e per la tua – sorrise Angina. – Suvvia, Lucius, sai che mai e poi mai ti tradirei. –

Lucius ammiccò.

– Lo so – rispose, carezzevole fin quasi a sconfinare nel seducente. – Saluta, cerbiattina, da brava. Dobbiamo andare. –

– Smettila di trattarmi come un animaletto domestico! –

Lucius se la portò via ridendo.

 

 

– Credi che questa cosa dell’immunità ai veleni abbia qualcosa a che fare con il mio aspetto… diverso? – gli domandò, mentre ritornavano verso il Portale nell’albero cavo.

– Non è da escludere. Certo sarebbe proprio una gran bella coincidenza se fosse una combinazione casuale. –

– Già. –

– Regan, ascoltami bene: non devi fare parola con nessuno di quanto abbiamo appena scoperto, mi sono spiegato? –

– Non lo dirò ad anima viva. ­– promise lei.

– E nemmeno ad anima morta – precisò subito lui. – Con nessuno intendo proprio nessuno. –

Regan roteò gli occhi con un rantolo irritato. La trattava sempre come una bambina.

– Ne parlerò con Shin e con un’altra persona – proseguì Lucius. – Ma tu fidati di me. Dobbiamo trovare il modo di scoprire se è per questo che ti trovavi prigioniera alla Corte e se è per lo stesso motivo che quell’uomo ti stava cercando. Anche se sulla prima ho delle riserve. –

– Perché? –

– Nessuna delle ferite che avevi quando ti ho trovata è compatibile con prelievi di sangue. –

– Pensi che Desmond non fosse a conoscenza di questo particolare? –

– Ne sono quasi sicuro. Il problema quindi è: se non era per questo, perché eri là? E se davvero il cavaliere misterioso ti voleva per questa ragione, come faceva a saperlo? –

A Regan girava la testa.

Cercò di vedere sé stessa con gli occhi di un estraneo. Anche se non poteva non ammettere che i suoi capelli erano abbastanza inusuali, il resto della sua figura non era diverso dall’aspetto che comunemente avevano le sue coetanee. Non era magra come quella Lady Sapphire, né curvilinea come Angina, né aveva di certo la grazia di Eleonora, ma tutto questo faceva appunto di lei una ragazza del tutto ordinaria. Non contando, ovviamente, il trascurabile dettaglio che il suo sangue non subiva gli effetti dei veleni, ma quello era un segreto che si nascondeva al di sotto della superficie: nessuno lo poteva vedere e di conseguenza giudicare.

Non sono un mostro…

 

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Capitolo 10
*** Ritratto Di Famiglia ***


9. RITRATTO DI FAMIGLIA

 

Sometimes I feel like I don't belong anywhere
It's gonna take so long for me to get to somewhere
Sometimes I feel so heavy hearted
But I can't explain cause I'm so guarded
But that's a lonely road to travel
And a heavy load to bear

– Send Me An Angel, Alicia Keys –

 

 

 

– Cerbiattina, ti vuoi rilassare? Nessuno ha intenzione di mangiarti per cena. –

– Quasi lo preferirei. –

Regan aveva la matematica certezza che avrebbe fatto qualche orribile figuraccia. Non sapeva niente di galateo e tutti quei precisi comportamenti che andavano tenuti in occasione di eventi come una cena presso una famiglia di nobili, anche se informale. Quel poco che aveva tentato di inculcarle Eleonora non era nemmeno riuscito ad attecchire, essendosi andato a sovrapporre a svariati altri strati di pensieri ben più impellenti, come ad esempio, appunto, la disastrosa serata che la aspettava.

Per prima cosa, in quel vestito lungo e voluminoso non si sentiva affatto a suo agio e, checché ne avessero detto Eleonora, Calien e Lucius, proprio non riusciva a trovare tutte quelle balze e quei merletti compatibili con la sua figura, e ancor meno con i suoi gusti. Inoltre, non essendoci abituata, inciampava continuamente nell’orlo della gonna, impacciata anche dalle scarpe fin troppo eleganti. Come se non bastasse, Eleonora aveva dimenticato ogni precedente clemenza e aveva tirato i lacci del corsetto senza alcuna pietà, così adesso Regan non solo faceva fatica a camminare con disinvoltura, ma aveva anche serie difficoltà a respirare.

– Hai affrontato guai ben peggiori, ultimamente, non capisco proprio perché ti agiti tanto. E non ti rosicchiare le unghie il quel modo – la sgridò Lucius, allontanandole la mano dalla bocca. – Alla Quercia d’Argento eri così calma e spontanea… –

– Un conto è fare baldoria con dei ragazzi chiassosi, un altro è evitare di fare la figura della plebea davanti a dei signori. –

– Sciocchezze! Se Lord e Lady Edelberg mi hanno sempre accettato per l’indisciplinato figlio di nessuno che sono, non penso avranno problemi a fare lo stesso con una fanciulla graziosa e beneducata come te. Be’, beneducata quando vuole lei, almeno. Non è vero? –

– Oh, piantala!

– Considera questa cena come una prova per le celebrazioni del Solstizio d’Inverno. –

– Non ci voglio venire. Non so nemmeno ballare. –

Era una mezza bugia. Tra le altre cose, Eleonora aveva tentato di insegnarle anche qualche passo di danza, ma lei si era dimostrata ben poco propensa a imparare. Si era sentita così patetica e goffa che aveva giurato alla propria dignità che mai più nella sua vita ci avrebbe riprovato.

– Tu ci verrai, perché sei un’asociale patologica e hai un impellente bisogno di imparare a stare in mezzo alla gente. Se poi non vorrai ballare – e, credimi, lo vorrai – potrai startene in un angolino a farti gli affari tuoi. –

Il sogghigno malizioso che Lucius le allungò non aiutò affatto a far sentire Regan meno inadeguata.

– Mi sento ridicola. –

– Probabilmente così non sarebbe, se tu pensassi meno a cos’hai addosso e di più a goderti la serata. –

La carrozza alle loro spalle se n’era appena andata. Li aveva lasciati davanti a una cancellata di ferro battuto che sembrava una manifesta minaccia nei confronti di eventuali visitatori privi di esplicito invito: altissima e nera, piena di aguzzi puntali in tutta la sua lunghezza, spirali di rami morti che si arrampicavano su per le sbarre attorcigliandosi le une nelle altre fino a confondersi. Al di là di quel tetro confine, un viale enorme si stendeva in leggera salita tra due filari di austeri cipressi fino a un sontuoso castello di pietra scura che al buio e nella nebbia appena si vedeva. Aveva addirittura l’impressione che tra gli alberi del giardino ci fossero occhi che apparivano e sparivano in ogni dove.

Quando rabbrividì, Lucius le disse che era solo suggestione.

– Ha un aspetto più invitante, di giorno, soprattutto in primavera, ma quando saremo entrati te ne innamorerai, garantito. –

A Regan non era ben chiaro perché a lei fosse toccato agghindarsi in quel modo, mentre lui era vestito esattamente come al solito. Le offrì il braccio e lei fu ben lieta di prenderlo, se non altro per sentirsi più sicura sulla via verso il palazzo. Non c’erano lampioni a illuminare il passaggio, ma lustre sfere di kival brillavano a terra come decine di lune piene in miniatura.

Una volta di fronte al portone principale, Lucius aspettò a calare il pesante batacchio di ottone.

– Pronta? –

– Fa qualche differenza se dico di no? –

– Assolutamente nessuna, ma mi sembrava educato chiedertelo – sorrise lui.

– C’è qualcosa che devo sapere su questa gente, prima di entrare? Cose che dovrei evitare di dire o fare… –

– Dipende da su chi vuoi fare colpo. –

– Lucius, seriamente! –

– Una cosa in effetti ci sarebbe. –

Regan capì che non stava più scherzando.

– Lord Edelberg ha il volto sfigurato da un paio di brutti sfregi. Cerca di non fissarlo troppo. – Poi, finalmente, calò il battente.

Quasi con fece in tempo a lasciarlo andare, che uno dei due battenti la porta già si stava aprendo con un lieve scricchiolio. Ne emerse un uomo in livrea con un viso avvizzito e scavato e severi occhi azzurri contornati da profonde rughe, che ben si accompagnavano ai capelli bianchi e alle sopracciglia incolte.

– Buonasera, Tjeren. –

– Signor Henker, milady – l’uomo si prostrò in un profondo inchino, introducendoli in casa. – I signori Edelberg vi attendono. Prego, da questa parte –

Effettivamente, all’interno il castello appariva abissalmente diverso: benché i colori blu e argento del blasone di famiglia fossero ripresi in tendaggi, tappeti e arazzi, non riuscivano a imprimere nell’ambiente le loro tonalità fredde. Luci calde e morbide ricadevano su ogni cosa dall’alto dei giganteschi lampadari e più modeste fiammelle gialle bruciavano silenziose nelle fini lampade di vetro incastonate nei muri. Regan pensò che avrebbe percepito la ricchezza di quel posto anche a occhi chiusi.

Tjeren prese i loro mantelli e si allontanò per sistemarli.

– Oh, eccoli! Eccoli qua! Che piacere, che piacere! –

Dal nulla, o così sembrava, era intanto sbucata un donnina minuscola ma ben piazzata, che trotterellò verso di loro estasiata, le guance rosse e le mani protese.

– Lucius! – chiocciò, abbracciandolo con tale trasporto che Regan temette gli avrebbe spezzato qualche costola. – Diventi più affascinante ogni giorno che passa, ragazzaccio che non sei altro! Non c’è da stupirsi che la signorina Anneli… –

– È sempre un piacere vederti, Melyor – si permise di interromperla Lucius, sciogliendo l’abbraccio per presentarle Regan.

– Oh, sì, ma certo – annuì la donna, e la voluminosa crocchia di capelli ingrigiti che aveva in cima alla testa ciondolò un poco. Si avvicinò per osservarla meglio, sollevandosi sulla punta nel naso un paio di occhialetti che teneva appesi al collo con una catenella sottilissima. – Oh, cielo, ma sei una bambina! Da come quegli scellerati parlano di te, pensavo fossi almeno dell’età del signorino Aeden. –

Lucius ebbe l’accortezza di andare in soccorso di Regan.

– Gli scellerati in questione sono Mariek ed Ember. Donna Melyor è stata la nutrice di tutti i ragazzi Edelberg. –

– Come lo sono stata di loro padre e dei i suoi fratelli, prima di loro – si vantò la donna.

– Ma come quei due diavoli non ce n’è mai stati, in questa rispettabile famiglia! – si intromise Tjeren, di ritorno.

– Smettila di ciarlare e vattene ad avvisare i signori che i loro ospiti sono qui, tu! – bofonchiò Melyor, spingendolo verso le scale. – Io intanto li accompagno di là. –

Tjeren non si ribellò, ma se ne andò borbottando seccamente tra sé.

Senza badarvi, Melyor fece strada verso un salone da cui provenivano delle voci concitate.

– Giù le mani, idioti! Mi state rovinando la fatica di un pomeriggio! –

– Non sembrerai una vera donna solo perché ti sei arricciata un po’ i capelli, sorellina! –

– Ember, sei ingiusto a sminuirla così! Si è anche messa i topazi della mamma! –

– Basta litigare, voialtri! Fate finta di comportarvi come si deve, almeno in presenza di ospiti! – sbraitò Melyor, irrompendo nella stanza senza disturbarsi a bussare.

Ogni attività si interruppe immediatamente. Regan contò sei volti colti di sorpresa; a parte i quattro ragazzi che già conosceva, ce n’erano quindi due in più di quelli che si era aspettata.

Prince e Aeden occupavano due alte poltrone di fronte all’imponente camino acceso; in braccio al primo c’era una bambina bionda con un visetto tondo e angelico. Sul lungo sofà, invece, Ember e Mariek avevano ancora le mani serrate sulle braccia di una ragazza dall’aria scocciata.

– Miss Regan, quale sommo piacere rivedere la vostra incantevole persona! –

– Assolutamente, assolutamente! –

Regan non seppe dire quale dei due gemelli che si erano precipitati da lei fosse l’uno e quale l’altro. Si limitò a sorridere goffamente.

– Siete due buffoni, dovreste vergognarvi. –

Aeden li aveva raggiunti. Scartò i fratelli e accolse Regan con un proverbiale baciamano degno di un vero galantuomo.

– Perdona la mancanza di cavalleria di questi due villani. –

Alzò lo sguardo: era arrivato anche Prince. Rifugiata tra le sue braccia, la bimba sbirciava curiosa. Regan si sentiva in imbarazzo davanti a lui a causa della frequenza con cui se lo vedeva comparire in sogni e visioni inconsulte.

– Questa è Luce, la piccola di casa. Saluta Regan, Luce, non essere maleducata. –

La bambina sollevò la testa dalla sua spalla e fece un vergognoso cenno con la manina.

– Questo è il meglio che tu possa aspettarti da lei – disse Prince a mo’ di scuse, ma con un tono affettuoso. – E quella laggiù è Anneli. –

Regan aveva quasi rimosso la presenza della ragazza. Era ferma a pochi passi da lei, avvolta in un magnifico abito color cipria che faceva risaltare i suoi occhi neri e le guance rosate. Era molto bella. I suoi occhi indugiarono per un attimo sulla mano che Regan teneva aggrappata al braccio di Lucius.

– Buonasera – disse. Aveva una voce sottile e molto consona alla sua espressione altezzosa. – Ciao, Lucius. –

A Regan non sfuggì il repentino cambiamento di espressione e inflessione che Anneli adottò nel rivolgersi a lui. Gli stava sorridendo con tale compiacenza che parlava per lei.

– Bene, basta con i convenevoli, adesso! – interloquì uno dei due gemelli, prendendo Regan sottobraccio. – Pensiamo alla socializzazione! –

Non fece in tempo a muovere un passo che Donna Melyor li aveva già divisi, strattonando il ragazzo per un orecchio.

– Il braccio si offre, Mariek, non si impone! Ah, che frustrazione… una passa la vita a cercare di educarli come dei ragazzi perbene e loro vengono su così! Chiedi subito scusa a Miss Regan, giovanotto. –

– Sono Ember, non Mariek! – protestò il ragazzo, ma Lucius gli mimò la parola “bugiardo” con le labbra.

– Lascia perdere questi giochetti, fratello – intervenne quello che doveva essere il vero Ember. Regan si annotò mentalmente che era quello con la camicia bianca e il panciotto rosso scuro. – Con Lucius in giro non c’è gusto. –

– Benedetto ragazzo, un giorno avrai la carità di spiegarmi come ci riesci, a distinguere queste due gocce d’acqua. Sono identici perfino nella voce – sospirò la donna, le mani puntellate sui fianchi possenti.

Per tutta risposta, Lucius si aprì in un sorriso modesto.

L’attenzione di Regan, nel frattempo, era caduta sul grande dipinto appeso sopra al camino che ritraeva un gruppetto di persone riunite in una sorta di composizione stranamente disarmonica.

Regan si accostò al quadro per vedere meglio. Un uomo distinto sedeva su un trono blu profilato d’argento, due baffi neri a indurire ulteriormente il suo sguardo severo. Sulle sue ginocchia sedeva una bambina pressappoco dell’età di Luce, ma con lunghi boccoli scuri. A Regan parve identica alla piccola Hemel. Seduta sul bracciolo destro del trono, una donna riccamente vestita si teneva un ventaglio di pizzo all’altezza del petto e vegliava austera sull’osservatore. Alle sue spalle, in piedi, c’erano un ragazzo poco più che adolescente, attraente e molto simile all’uomo sia nell’aspetto che nel rigore della postura, e una ragazza appena più giovane dall’aria particolarmente cocciuta.

– Ti piace? – le chiese Aeden.

Regan non si era nemmeno accorta che fosse giunto accanto a lei.

– Sono vostri parenti? – gli domandò, notando che tutte le persone ritratte avevano occhi che sembravano gemme nere, proprio come lui e i suoi fratelli. Tutti tranne la signora, che li aveva di un bel castano dorato. – Avete tutti gli stessi occhi. –

– Già – sovvenne Lucius, unendosi a loro. – Gli occhi d’ambra nera degli Edelberg. –

– Questo è mio nonno, Tristan II – le disse Aeden, indicandole l’uomo. – Mia nonna Norja – e indicò la donna. – Mio padre, Tristan III, sua sorella maggiore Malissa e sua sorella minore Persefone. –

– Persefone? – si stupì Regan. – Intendi… –

– Il Coordinatore del Nucleo di Brenner – confermò Mariek, sopraggiungendo tronfio. – Siamo i nipoti più invidiati delle Sette Terre –

Regan tornò a studiare il quadro. Continuava a non tornarle qualcosa.

– Chi è che manca? –

Un silenzio improvviso piombò nella stanza.

– Come hai detto? – fece Prince, aggrottando la fronte.

– Manca qualcuno, mi pare – disse lei, additando il lato sinistro del quadro, in alto, dove lo sfondo di un drappo di broccato non riusciva a riempire un vuoto innaturale che squilibrava tutta la composizione. – Ma forse mi sbaglio io… –

– Non sbagliate, milady. –

Anche senza aver prima visto il suo ritratto da giovane, sarebbe stato impossibile non riconoscere Lord Edelberg. Come le aveva preannunciato Lucius, il suo volto era solcato da parte a parte da due vistose cicatrici oblique, come se fosse stato aggredito dagli artigli di un animale gigantesco. Ma al di sotto di quegli sfregi e ai segni di un’età non più giovanissima si intravedeva ancora il ragazzo che era stato un tempo. Somigliava molto ai gemelli, a Aeden e a Luce, mentre Prince e Anneli, con i loro capelli scuri e il mento aguzzo, erano molto più simili alla madre.

Tuttavia, benché Lady Edelberg fosse una dama elegante e tutto sommato di gradevole aspetto, non era dotata della stessa bellezza spiccata dei figli. Il bustino stretto dell’abito non riusciva a dissimulare del tutto la sua corporatura generosa. Occhi azzurri e svegli tradivano una personalità forte, mitigata solo dalla gentilezza del sorriso sulle labbra fini e richiamata invece da una fossetta al centro del mento.

Stringeva il braccio del marito con umiltà, come se, anziché una nobildonna, fosse stata una qualunque donna del popolo.

– Un tempo quel posto che ora vedete vuoto era occupato da mio fratello minore Ardal – proseguì Lord Tristan, avanzando assieme alla moglie. – Venne cancellato dal testamento di famiglia come lo fu da quel quadro e dagli alberi genealogici, ormai quasi mezzo secolo fa –

Parlava con grande rammarico, e tuttavia non c’era segno di un reale rimorso in lui. Si fermò davanti al ritratto e il suo sguardo grave si posò sul punto in cui sarebbe dovuto comparire il fratello.

– Perse la testa per una ragazza da cui avrebbe dovuto stare lontano e scapparono insieme, disonorando entrambe le famiglie. Da allora non abbiamo mai più avuto loro notizie. –

Regan credette di vedere un riverbero acquoso nei suoi occhi, ma doveva essersi sbagliata, perché quando Tristan distolse lo sguardo dal quadro e lo diresse su di lei, non c’era più alcuna traccia di emotività.

– Ho sempre considerato questa storia come un monito di avvertimento per i miei figli – aggiunse, con una rapida panoramica sui chiamati in causa.

– Non crucciatevi, padre – gli disse Ember, e poi aggiunse, con una magniloquenza che rese ancora più comica la sua sceneggiata: –  Nessuno di noi sarebbe mai così stolto da scappare con una fanciulla che non abbia previo ottenuto la vostra esplicita approvazione. A parte forse Anneli. Ahi! –

Donna Melyor gli aveva afferrato un orecchio a quella battuta fin troppo audace e glielo aveva storto con prepotenza, costrigendolo a piegarsi su sé stesso.

La sorella, arrossita e indignata, apprezzò il gesto.

 

 

Poco dopo venne Tjeren ad avvisare che a breve la cena sarebbe stata servita.

Si accomodarono tutti in una sala da pranzo al piano superiore. Regan strabuzzò gli occhi nel vedere la tavola imbandita che li attendeva: era così lunga e ingombra che avrebbe potuto accogliere e sfamare un piccolo esercito.

Contrariamente ai suoi timori, Regan scoprì che la tutta famiglia Edelberg era una compagnia piacevole. Scoprì anche da chi i gemelli avessero ereditato la loro esuberanza: Lady Arista Edelberg, una volta superati i primi momenti di comprensibile formalità, si rivelò una gran chiacchierona pronta alla risata.

In particolare Regan era stata completamente conquistata da Luce: dopo la timidezza iniziale, la bambina aveva dimenticato in fretta di avere intorno un’estranea e si era completamente abbandonata alla spontaneità. Dei fratelli maggiori, quello verso cui mostrava un maggiore attaccamento era Prince, che la viziava e coccolava con un’adorazione così spiccata che quasi stonava con l’immagine seria e compita che dava di sé. Anche Lucius si strava dimostrando discretamente capace con la piccola, ma questa non era una sorpresa: Regan era già abituata a vederlo con Calien.

A una valutazione superficiale, gli Edelberg erano una perfetta incarnazione del tradizionale concetto di famiglia nobile: istruiti, educati, raffinati, tanto che in un primo momento potevano persino apparire freddi, ma in realtà dietro alla facciata convenzionale si nascondeva una famiglia molto semplice e unita, priva delle presunzioni tipiche del loro rango. A Regan piaceva soprattutto il carattere spontaneo ed esuberante dei gemelli, forse proprio perché così diverso dal suo, e trovava affascinante la compostezza matura di Aeden, così simile a quella del fratello maggiore Prince.

– Mi è giunta notizia che avete avuto un incontro spiacevole sulla vostra via di ritorno dal Bosco di Aurin – disse Lord Edelberg, versandosi del vino mentre un paio di servitori portavano via i piatti vuoti.

– Una spiacevole sorpresa, in effetti, ma per fortuna nessuno si è fatto male – rispose Lucius, con la sua proverbiale leggerezza.

– Gerjen e i suoi tirapiedi si stanno imponendo sempre di più sulle altre bande di Ladri di Anime. Hanno clienti importanti che fanno il loro gioco e loro se li tengono stretti. Si farebbero uccidere piuttosto che fare nomi, e senza prove non possiamo incriminare chi commercia con loro. È un maledetto circolo vizioso – disse Prince, amareggiato. – Se penso che prima che arrivasse Lucius la situazione era anche peggiore… –

– Oh, mi farai arrossire! –

– Il tuo aiuto è stato prezioso, Lucius. Grazie a te abbiamo potuto studiare nuovi metodi di difesa, e i Liberatori hanno appreso tecniche che finora erano loro sconosciute. Per non parlare del contributo che hai dato al miglioramento dei piani formativi dell’Accademia. –

– Penso fosse il minimo che io potessi offrire – affermò l’altro, stavolta senza alcun accenno di ilarità.

Lui, Prince e Lord Edelberg si incontrarono in uno sguardo d’intesa che durò troppo poco perché Regan potesse caprine o almeno intuirne il significato. Gli altri, invece, sembravano del tutto ignari di quello scambio furtivo.

– Siete riusciti a scoprire qualcosa di più su chi o cosa ha devastato la fortezza più inespugnabile della storia? –

– Niente di niente – ammise Prince, frustrato. – Le indagini proseguono senza sosta, ma la Lega brancola nel buio. Abbiamo vagliato ogni ipotesi, anche la più assurda, ma la verità è che nessuno che ci sia noto può aver manifestato un simile potere distruttivo. –

– Chiunque sia stato, gli dobbiamo un gran bel favore – intervenne Ember. – Per quanto tempo la Lega ha tentato invano di fare breccia nella barriera che proteggeva il covo di Desmond? –

– Non è tanto quello il problema, non capisci? – proruppe Aeden. – Sappiamo che là fuori da qualche parte esiste qualcuno che possiede un potere tale da fare quello che nessuno prima è mai riuscito a fare e non abbiamo idea se sia un alleato o un altro nemico, e chi avrebbe potuto dircelo o è morto o purtroppo non è nelle condizioni di aiutarci – Il suo sguardo serio e insondabile si spostò momentaneamente dal fratello e per una fugace frazione di secondo incontrò quello di Regan dietro qualche sottile ciocca di capelli biondi. – Nessuno ha reclamato il merito dell’impresa, il che significa che non è stata compiuta con l’intento di mettersi in luce, e onestamente dubito si sia trattato di un lodevole gesto di puro altruismo. –

Regan si rese conto di essere rimasta a bocca aperta con la forchetta dimenticata nel piatto: la sua attenzione era stata completamente catalizzata dal discorso di Aeden. Aveva una cadenza particolare nel parlato, una tonalità morbida ma decisa che catturava l’ascoltatore e lo teneva intrappolato nella sua spirale fino all’ultima parola, l’ultimo punto fermo, lasciando solo il desiderio di poterne ascoltare ancora. Era sicura che lo spiccato intuito e la bravura oratoria facessero di lui una brillante promessa della Domus Aurea. Anche se Lucius aveva detto che i rubacuori erano i gemelli, non le riusciva difficile immaginare un certo numero di ragazze che seguivano con sospiri trasognati il passaggio di Aeden per i corridoi dell’accademia, snocciolando sottovoce apprezzamenti sulle sue spalle larghe, il corpo atletico, la bellezza tipicamente nordica dei suoi lineamenti marcati.

– Dimmi, cara – esordì Lady Edelberg, mentre arrivava il dolce, una soffice torta decorata da nuvole di panna montata. – Ti trovi bene con il nostro Lucius? –

Regan si riscosse di colpo e pregò con tutta sé stessa che nessuno avesse notato la sua distrazione.

– Ci troviamo molto bene insieme – rispose, radiosa, e con la coda dell’occhio vide Anneli rabbuiarsi. – È stato molto gentile a offrirsi di occuparsi di me. –

Anche se Prince sapeva chi lei fosse, non sapeva fino a che punto potesse addentrarsi nei dettagli, dato che la versione ufficiale prestabilita con Castalia prevedeva semplicemente che lei fosse con lui in qualità di allieva.

– Certamente è lui la persona più indicata per vegliare su qualcuno che non è in grado di difendere sé stesso – buttò lì Anneli con casualità, ma né a Regan né al resto dei presenti sfuggì l’insinuazione racchiusa nelle sue parole.

– Non tutti possono godere della stessa fortuna che avete tu e i tuoi fratelli di frequentare la Domus Aurea, mia cara – le disse il padre con cipiglio severo. – Sono sicuro che Regan avrà modo di migliorare rapidamente, ora che può contare su un mentore come Lucius. –

Era ovvio che quella fosse l’ultima cosa che Anneli avesse voluto sentire. Il rosa sulle sue guance si intensificò e le sue dita si serrarono talmente forte attorno alla forchetta da diventare bianche. Quella, soprattutto se considerata assieme a molte altre, non era una reazione difficile da interpretare: Anneli aveva un debole per Lucius e non si dava nemmeno una gran pena per nasconderlo.

– Penso che Regan nasconda delle buone capacità, nonostante al momento non mostri di averne una grande consapevolezza – concordò Lucius. – Ma ho tutta l’intenzione di istruire a dovere questa piccola inetta. –

– Potresti facilmente ottenere un posto per lei alla Domus, se lo volessi – sottolineò Aeden.

– Temo non sia così semplice. Regan ha un debolissimo contatto con il potere che custodisce, ci vorrà del tempo per insegnarle a padroneggiarlo. Ora come ora è completamente indifesa, non potrebbe nemmeno tenere testa alle matricole del Primo Livello. –

Regan si sentiva addosso molta più attenzione di quanto era disposta a tollerare. Le bruciava l’umiliazione della compassione di quella gente che le stava colando addosso come piombo fuso, pesante e bruciante sulle sue spalle nude.

La mano di Lucius che si posò sulla sua la riscosse.

– Non te ne devi vergognare. Io e Shin ne abbiamo discusso e pensiamo che la cosa migliore per te, ora, sia iniziare ad addestrarti con lui. o a provarci, almeno. –

A Regan suonò strano che ne avesse discusso con Shin. Che cosa c’entrava lui?

– Credevo che saresti stato tu a insegnarmi – si stupì, sforzandosi di mascherare la delusione. Da un lato, tuttavia, era una buona notizia: prima avrebbe imparato a badare a sé stessa, prima sarebbe stata libera.

– Ti assicuro che Shin è un ottimo maestro – le assicurò Lucius. Era un subdolo diversivo per sviare il discorso. Ci doveva essere un motivo ben preciso se doveva essere proprio Shin a istruirla e il fatto che Lucius non volesse che lei lo sapesse la insospettiva, ma non ebbe più occasione di tornare sull’argomento per tutto il resto della serata.

Terminata la cena, Lord Edelberg fece portare un liquore digestivo alla liquirizia il cui profumo ingolosì parecchio Regan, ma quando lo assaggiò il sapore fortissimo di alcol le causò una smorfia di disgusto che fece ridere tutti.

– Sei ancora piccola per queste cose – la stuzzicò Lucius, a cui il liquore, per qualche ragione, non era nemmeno stato offerto. Tutti gli Edelberg adulti, invece, erano già al secondo giro.

– Niente alcolici pesanti per le ragazze sotto i cinquant’anni. –

– Ufficialmente ­– sillabò Ember, muovendo le labbra con un ghigno mentre gettava occhiatine divertite in direzione della sorella. Anneli effettivamente era la sola, a parte Regan stessa e la piccola Luce, a cui non era stato portato il minuscolo bicchiere di cristallo.

Regan si rese conto che c’erano un’infinità di cose che non sapeva. Non si trattava solo di una vita intera cancellata dalla sua memoria, ma di usi e maniere che le erano del tutto sconosciuti. Eppure c’erano moltissime altri particolari che ricordava perfettamente: l’organizzazione delle Sette Terre, ad esempio, o la Lega, ma c’era ancora troppo che le sfuggiva e questo non le piaceva.

Eleonora stava facendo del suo meglio per insegnarle i comportamenti consoni a una comune ragazza perbene e i miglioramenti si vedevano, ma a Regan la parte della donnina di casa andava stretta. Si era concessa del tempo per riprendersi, appena Lucius l’aveva portata a casa con sé, ma non ne poteva più di starsene rinchiusa. Voleva uscire e vivere, vedere le Terre, cercare la propria identità al di fuori di sé anziché in quell’arido dentro senza ricordi.

Decise che avrebbe parlato a Lucius di quei sogni strani appena si fossero accommiatati dagli Edelberg, quella sera stessa. Voleva dirglielo. Voleva dirgli che poco le importava della propria incolumità, che aveva solo voglia di respirare, perché ogni volta che metteva il naso fuori dalla porta le sembrava di rinascere.

Quando ormai nella bottiglia non restavano altri che poveri rimasugli di liquore in cui galleggiava qualche sedimento viscoso, i signori Edelberg invitarono Lucius a seguirli nel salottino adiacente alla sala da pranzo. Prince si alzò con loro.

– Perché non mostrate la casa alla nostra gentile ospite? – suggerì Lady Edelberg.

A Regan l’idea non sorrideva particolarmente, ma colse lo sguardo esortativo di Lucius e comprese di non avere scelta. Non che le fosse dispiaciuta la serata, finora: a parte la velata ostilità di Anneli, i ragazzi erano stati una compagnia gradevole e Ember e Mariek la avevano fatta ridere fin quasi alle lacrime e il suo carattere tutt’altro che timido l’aveva portata a socializzare in fretta.

– Se volete andare sul sicuro, mostratele i giardini. –

Regan gettò a Lucius un’occhiata di vago interesse e lui ammiccò.

– Ti garantisco che li adorerai. –

 

 

Giardini non era propriamente il termine che Regan avrebbe adoperato se le fosse stato chiesto di descrivere ciò che gli alti cancelli custodivano entro il loro vasto abbraccio. Probabilmente sarebbe stato più accurato definire l’insieme di prati curatissimi, immense aiuole fiorite e viottoli lastricati di kival come un vero e proprio parco.

Alberi ad alto fusto di ogni varietà si ergevano maestosi in macchie irregolari troppo armoniose ed equilibrate per essere frutto del caso. Alcuni erano sempreverdi che già il freddo notturno aveva iniziato a spolverare di brine argentate. I decidui, invece, erano ormai ridotti a sottili fili neri dipinti sull’altrettanto nera volta celeste, distinguibili solo grazie al contrasto con una spettacolare stellata d’inverno.

Si strinse il bavero del mantello sul collo nudo, scacciando un brivido per l’improvviso sbalzo di temperatura, mentre i suoi occhi, come mossi da una volontà a sé stante, esploravano il nuovo ambiente con famelica curiosità. Improvvisamente, si sentiva molto più a suo agio.

Era il suo elemento, quello: la natura. Aveva avuto giorni e giorni per sperimentare la differenza, per capire quanto diversamente la facesse sentire trovarsi a camminare su un pavimento di pietra al quinto piano di un palazzo o sull’erba fresca di un prato, sulla nuda terra. Ne risentiva tutto il suo corpo: il sangue si riscaldava e scorreva più fluido dentro di lei, avvertiva un formicolio gradevole alle mani e ai piedi, dietro la nuca. Si sentiva più forte.

I tre fratelli camminavano pochi passi avanti a lei. Mariek ed Ember tenevano Luce per mano, facendole fare di tanto in tanto qualche piccolo volo in aria. Anneli, invece, le camminava accanto, impassibile e superba.

– Lucius è una brava persona. –

– Sì – Regan rispose, pur non comprendendo il motivo di quell’esordio inatteso. – Lo è. –

Le onde perfette in cui erano stati acconciati i capelli scuri di Anneli si mossero sotto le lusinghe silenziose del vento che appena si faceva sentire tra gli alberi del giardino. Qualcosa di simile a un sorriso le toccava le labbra, ma che di un sorriso non aveva né la serenità né la convinzione.

– Non dovresti lasciarti incantare troppo facilmente dalle sue premure e dalle sue belle parole –

Di un sorriso non aveva nemmeno la sporadica pretesa di saper mentire.

– Lui è così con tutte: un audace galante per il puro piacere di esserlo. Fossi in te lascerei perdere, prima che sia troppo tardi. –

Regan aggrottò la fronte.

– Di cosa stai parlando? –

– Del modo in cui guardi Lucius. –

Gli occhi di marmo nero di Anneli si opposero gelidi ai suoi, riflettendo pallidi raggi di una luna glaciale nel suo letto dalle coltri nere, e Regan capì che negare sarebbe stato inutile. Forse, in fin dei conti, loro due avevano qualcosa che le accomunava.

Anneli portava scarpe costose, i cui tacchi colpivano la dura pietra con una serie di suoni secchi. Si fermò accanto a un cespuglio di perfetta forma sferica alto quanto lei.

– Fidati di me: lascia perdere, finché puoi. Risparmia a te stessa l’umiliazione di costruirti speranze senza futuro. –

La sensazione che Regan provò intimamente era strana, come se una bolla di acqua ghiacciata le avesse appena ceduto nel petto, congelandole il respiro.

– Non te le sto dicendo per cattiveria – ci tenne a precisare Anneli, ma non vi era alcuna traccia di dispiacere nel suo tono. Di compassione, forse. – Al mondo esiste una sola donna agli occhi di Lucius, e, ironia della sorte, sembra essere l’unica in tutte le Sette Terre che non sia disposta a cedere al suo fascino. –

Regan deglutì il vuoto.

Pensò ad Angina e a Eleonora, le due donne che fino ad ora avevano dimostrato di avere un legame più forte con lui, ma né l’una né l’altra le sembravano ipotesi plausibili. Nondimeno, si sentiva crescere dentro una delusione che sorprendeva anche lei.

Lucius…

Provava gratitudine verso di lui. Un’immensa, intensa gratitudine. Come avrebbe potuto essere diversamente? Lui le aveva salvato la vita, le aveva offerto un posto in casa sua, una protezione costante, e che lei gli fosse riconoscente era davvero il minimo. Ma quella rivelazione che le era piovuta dal cielo senza essere stata cercata la aveva colpita con più forza di quel che si sarebbe mai potuta immaginare, e adesso si chiedeva chi fosse quella donna, chi fosse che gli occhi azzurri di Lucius amavano accarezzare con il pensiero. Più ci pensava, più si convinceva che non ci potesse essere nessuno che meritasse di essere l’oggetto delle sincere attenzioni di un ragazzo come lui.

Anneli si sbagliava sicuramente, e se non si sbagliava allora stava mentendo. Dopotutto, Lucius le piaceva.

– E chi sarebbe? –

Un sorriso beffardo ma tremendamente amaro passò sulle labbra dell’altra.

– Se devi domandarlo, significa che ancora non l’hai incontrata, perché quando la incontrerai, credimi, saprai che è lei. –

Regan non era disposta a prendersi una simile pugnalata a metà. Se fossero state solo loro due, avrebbe insistito per scoprire qualcosa di più, ma i ragazzi le stavano chiamando e Anneli si era già incamminata, lasciandosi sospesa alle spalle la conversazione da lei stessa iniziata.

I ragazzi portarono Regan a visitare le serre che si trovavano subito accanto al castello, ma lei ormai aveva la mente altrove e a stento considerò le centinaia di migliaia di fiori che prosperavano quieti entro le loro dimore di vetro, incuranti delle rigide temperature che calavano all’esterno.

In un altro momento – o semplicemente una manciata di minuti prima – si sarebbe completamente lasciata rapire dalla miriade di colori e profumi di quel luogo che sembrava esente dall’influenza del tempo. In un altro momento, anziché passare semplicemente accanto a un roseto in piena fioritura, si sarebbe soffermata ad accarezzare i petali vellutati, inspirandone la fragranza delicata. Non aveva mai visto rose così: erano di un colore corposo, un rosso sorprendentemente simile a quello dei suoi capelli, contaminato lungo il bordo frastagliato dei petali da sfumature irregolari di un intensissimo nero. Il loro profumo dolce e vagamente acidulo le penetrò nei polmoni e per un solo brevissimo istante le fece dimenticare le parole di Anneli. Senza esserne del tutto cosciente, allungò una mano per toccarla.

Sangue d’Angelo.

Trasalì, e finì inavvertitamente punta da una grossa spina. Al suo fianco, Aeden arricciò appena l’angolo delle labbra.

– Sono una varietà unica, creata un paio di secoli fa da nostro bisnonno, Tristan I, grande appassionato di botanica. Le rose private della famiglia Edelberg. –

Regan fissò ora la rosa, ora il proprio dito, su cui era sgorgata una minuscola perla rubina nell’esatto punto dove la spina aveva ferito. Sembrava che i fiori fossero stati dipinti del suo stesso sangue.

Sangue d’Angelo e sangue di demone hanno lo stesso colore.

La sua testa era già lontana quando Aeden iniziò a illustrarle la storia di quelle particolari rose. Captò qualche accenno alla loro assoluta unicità e a qualche peculiarità del loro odore, ma c’era tutt’altro a occupare i suoi pensieri.

Un’incrinatura aperta di fresco nel cuore, tanto per cominciare, e l’ennesima domanda priva di risposta che si era appena aggiunta a un elenco già fin troppo lungo.





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A/N:
grazie mille a tutti voi che leggete e soprattutto a chi ha messo la storia tra i preferiti. :)
Grazie in particolare a:
Shadow_Soul: hai ragione, la cosa delle età è un po' destabilizzante, ma è facile da capire: angeli e demoni vivono circa il doppio degli esseri umani (è scritto, da qualche parte, ma non ricordo in che punto XD). Quindi, per rispondere alla tua curiosità, in anni umani Regan avrebbe circa 18 anni. Venena ti sta antipatica... bene, perché effettivamente lo è. ;) O meglio, è così che volutamente è fatta apparire. Ha i suoi pregi, sotto sotto, ma a conti fatti ha davvero un pessimo carattere. Hai anche fatto un'osservazione molto acuta, nella tua confusione: chi sono i buoni e chi i cattivi? Ebbene, credo che la risposta vera e propria stia solo a te. Molti dei personaggi presentati sono considerati i "Buoni" nel loro contesto sociale, ma andando avanti scopriremo che non sempre i "buoni" sono i migliori, e soprattutto non sono "Buoni" solo perchè tali si autodefiniscono. Stesso discorso per i "cattivi". Insomma, c'è solo da leggere e scoprire per capire meglio. :) Come hai giustamente detto tu: andando avanti tutto (o quasi) verrà svelato e le tue domande avranno le loro risposte. E ti segnerò tra gli shipper Lucius/Regan, che so già saranno tanti, anche se lei nelle sue visioni vede Prince, ma anche questo ha un suo perché, e lo vedremo verso la fine. :) Sproloqui a parte... grazie!
Milou_ : ti ringrazio molto per i complimenti! *-* Anche tu hai tante domande e risponderò a quelle che posso! Intanto, Regan si tiene per sè il suo "potere curativo" per due motivi: il primo è che non è sicura nemmeno lei di quello che è successo, il secondo è che si considera già fin troppo strana e ha paura che se mostra troppe peculirità, Lucius sospetti che abbia qualcosa da nascondere. Poi, hai fatto due osservazioni veramente sottili e mi complimento! Lucius ha un passato molto interessante e pian piano, granello per granello, lo disseppelliremo; per quel che riguarda Regan, l'angelo che è morto non era suo padre, ma come concetto ci va molto vicino, hai un occhio molto sensibile! ;) A suo tempo, tutto sarà spiegato. Compreso Prince che fa capolino nella testa di Regan. ;)

Da qui in poi penso che la storia inizi a vivacizzarsi e farsi un po' più interessante e "vissuta", quindi spero vi piaccia. Commenti e osservazioni sono sempre più che graditi, quindi... grazie in anticipo a chi ne lascerà uno. :)

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Capitolo 11
*** Frittelle E Sidro Di Mele ***


10. FRITTELLE E SIDRO DI MELE

 

It’s times like these you learn to live again

– Times Like These, Foo Fighters –

 

 

Ancora quegli occhi. Quello sguardo autunnale dal coraggioso languore. Quel viso, quell’espressione. Squarci vermigli su calda seta bianca.

“Non ti preoccupare.”

Quel sorriso incontaminato dal dolore.

Abbracciava quel corpo fragile e debole, imbrattando sé stessa del sangue che colava da troppe piccole ferite e piangeva spaventata, mentre una voce paziente tentava inutilmente di lenire la sua agitazione.

“Non ti preoccupare per me.”

La sensazione di una frattura là dove sgorgavano i sentimenti. Il bisogno fisico di respirare, di smettere di tremare. Il terrore di restare di nuovo sola.

“Sto bene, davvero.”

L’angosciante consapevolezza di avere per la prima volta qualcosa da perdere.

– Regan! Regan! Regan! –

Aprì gli occhi come risvegliandosi da una prigione onirica da cui finora le era stato impossibile uscire. I suoi polmoni si riempirono d’aria come se non ne avessero mai respirata prima.

– Regan, svegliati! – cantilenava la voce briosa di Calien, che le saltava sul letto agitandosi come un matto. – Dai, svegliati! Svegliati! –

– Ma che succede? – mugolò, stropicciandosi gli occhi.

Qualcuno aveva aperto le tende e la luce forte del mattino inoltrato inondava prepotentemente la stanza. Era una bellissima giornata.

– Lucius ci porta alla Fiera d’Inverno a Shjarna! –

– Cosa? –

Per tutta risposta, Calien saltò giù dal letto e le strappò letteralmente le coperte di dosso. Regan si rannicchiò su sé stessa al contatto improvviso con l’aria fredda.

– Muoviti, dai! La mamma ti ha preparato la colazione! –

Regan lo guardò correre fuori e un secondo dopo sentì i tonfi dei suoi salti giù per le scale.

Non aveva idea di che cosa fosse esattamente la Fiera d’Inverno, ma, benché il suo corpo la stesse supplicando di recuperare le coperte e rituffarsi nel sonno, la sua testa invece non chiedeva altro che obbedire agli ordini di Calien, sia perché la prospettiva di andare a visitare una fiera le sembrava molto promettente, sia perché più tardi si fosse riaddormentata, più possibilità avrebbe avuto di evitare quegli incubi terribili che non le davano tregua.

Si sciacquò il viso con uno spruzzo di acqua gelida e si vestì in fretta. Quando scese di sotto, non trovò nessuno, segno che erano tutti riuniti nella cucina di Eleonora.

– Ecco la nostra dormigliona! – la salutò Eleonora, quando la vide fare in suo ingresso nella stanza. Come al solito era tutta presa a rassettare.

Lucius era seduto a capotavola con Calien accanto e stava finendo di sbocconcellare una grossa fetta di torta alle mele, una tazza di tisana scura davanti. Le sorrise e lei ricambiò distrattamente, andando a occupare la sedia più lontana da lui. Da una settimana a quella parte, dalla conversazione con Anneli, non era più riuscita a guardarlo nello stesso modo. Non gli aveva nemmeno parlato dei suoi sogni, perché di punto in bianco non ne aveva più alcuna voglia. Era quasi come se tacendogli quel particolare gli facesse un qualche dispetto e la cosa le procurasse soddisfazione.

Quando lo sentiva parlare di qualche donna, cercava di intuire nei suoi sguardi e nelle sue parole possibili tracce di sentimenti nascosti, ma finora non aveva mai scorto nulla di diverso.

– Non ho capito bene dove stiamo andando – disse con uno sbadiglio, mettendo eccessiva concentrazione nel versarsi del latte dal paiolo bollente che Eleonora aveva lasciato in tavola.

– Alla Fiera d’Inverno! – esclamò Calien, con il tono impaziente di un adulto che ripeteva per l’ennesima volta un concetto elementare a un bambino.

– È una fiera che si tiene ogni anno a Shjarna la settimana prima del Solstizio d’Inverno – le spiegò meglio Lucius, dopo essersi passato un tovagliolo sulla bocca. – Una specie di gigantesco mercato a cui accorrono mercanti da ogni angolo delle Sette Terre. Ci sono merci di ogni tipo, bancarelle di dolciumi, spettacoli… –

– E ci sono i duelli con i cavalieri! – si infervorò Calien, saltando in piedi sulla sedia.

– Hey, giovanotto, rimettiti seduto come si deve, o tutto ciò che vedrai della fiera sarà una manciata di coriandoli che ti porteranno questi due come ricordo – lo ammonì Eleonora, puntellandosi le mani sui fianchi in un modo che a Regan ricordò molto Donna Melyor.

Atterrito dalla minaccia, Calien si affrettò a ricomporsi e lanciò alla madre uno sguardo supplichevole, come a chiedere conferma che fosse tutto risolto. Lei rise e gli scompigliò i capelli.

– Sei proprio figlio di tuo padre. –

Fu solo un istante: un’ombra nostalgica apparve sul suo viso per poi scomparire subito dopo senza lasciare tracce. Regan provò pena per lei: non riusciva a immaginare cosa si potesse provare a perdere per sempre la persona amata e aveva l’assoluta certezza che lei non sarebbe mai sopravvissuta a un dolore simile. Ma Eleonora non era come lei: era una donna forte, combattiva, e aveva avuto un figlio per cui continuare a vivere e sperare. Nonostante la sua vita fosse condizionata dalla necessità di rimanere confinata entro quelle quattro mura per la maggior parte del tempo, bastava guardarla per capire che Eleonora, a dispetto di tutto, era una persona indiscutibilmente felice.

– Come lo presentiamo Calien in pubblico, per curiosità? –

– Ufficialmente è il figlio di una vicina di casa – la informò Lucius. – Il che non è nemmeno una bugia, no? –

Quando uscirono, Calien ricevette una discreta sequela di raccomandazioni, compreso l’assoluto divieto di approfittarsi delle mani bucate di Lucius. Se la presero comoda, percorrendo a piedi quel paio di miglia che separavano la casa dalla città. Ci misero poco più di mezz’ora a raggiungere il centro e per tutto il tragitto fino alla Piazza Vecchia Calien non smise un secondo di chiacchierare eccitato.

– Lucius mi porta tutti gli anni! L’anno scorso c’erano i draghi! Ma poi li hanno portati via perché un ragazzo li ha stuzzicati e se lo sono mangiato. –

Regan era rimasta esclusa dagli eccessi di entusiasmo, almeno finché Lucius non aveva accennato agli Edelberg. Aveva avuto qualche altra occasione di trascorrere del tempo con loro dalla cena al loro castello – davanti a una tazza di the fumante in una taverna, o a fare a palle di neve nella Piazza del Vecchio Regno – e pian piano stava realizzando che se, pur non rammentandola, la sua vita precedente non le causava alcuna nostalgia, allora forse non doveva essere stata meglio dei giorni che stava vivendo adesso.

– La fiera pullulerà di giovani, oggi. È il primo giorno di vacanze invernali alla Domus. –

Fu la prima volta che attraversò un Portale senza lamentarsi.

 

 

Era quasi mezzogiorno quando arrivarono. La prima cosa che udì fu musica festosa che proveniva da ogni dove e un vociare alto e incessante. Il Portale di arrivo sboccava direttamente sulla fiera, nel cuore di Shjarna, offrendo una visuale di notevole impatto: l’arteria principale della città, che la percorreva da parte a parte divedendola a metà, era finita ridotta a uno stretto passaggio affollato su cui si affacciavano due interminabili file di bancarelle, alcune semplici e rustiche, altre più grandi e fastose, sormontate da tendoni colorati e fastose decorazioni. Dietro una delle prime, una nano in piedi su uno sgabello sgangherato decantava a voce alta e stridula il pregio e la bellezza delle gemme che esponeva su cuscini di velluto nero e rosa; poco più avanti, una donna bellissima stava mostrando a un nugolo di dame non più giovanissime gli effetti portentosi di un unguento che lei stessa aveva creato assieme a colui che presentava come suo marito, un ometto basso e calvo dall’aspetto poco raccomandabile. Ogni tre parole, le dame emettevano un coro di “Oooh!” estasiati e si mettevano a parlottare e annuire tra loro.

Regan era così presa dai colori e dal chiacchiericcio intenso che ci mise un po’ a ricordarsi dove si trovava: Shjarna, la città delle strade di vetro. Eleonora le aveva raccontato meraviglie su quel posto. Abbassò lo sguardo non senza una punta di scetticismo e per la sorpresa le sfuggì un piccolo gemito soffocato: una decina di braccia sotto i suoi piedi, protette da spesse lastre di vetro lustro, riposavano rovine antiche di almeno un migliaio di anni, retaggio delle notevoli imprese urbanistiche finanziate dall’allora monarchia locale. Era una strada antica, blocchi di pietra accostati l’uno all’altro in un grigio tappeto dalla superficie irregolare che si estendeva davanti a lei a perdita d’occhio sotto i piedi incuranti delle centinaia di passanti. In pochi si soffermavano a guardare stupiti sotto di sé: forestieri, per lo più, a giudicare dalle fogge del vestiario e dai tratti somatici, e bambini che si divertivano a saltare sul vetro cercando di romperlo.

– Possono continuare a saltare per il resto della loro vita. Il vetro di sabbia vulcanica di Asante non cederebbe nemmeno sotto il peso dell’intera città. Non per niente si chiama Vetro Eterno – sghignazzò Lucius.

C’era veramente gente ogni genere: da ricchi signorotti dall’aria annoiata che scortavano le consorti e i figli a servette e garzoni che si trascinavano tra la folla portando grossi panieri pieni di cibarie e sacchi di farina. La confusione regnava incontrastata, ma Regan scoprì che quell’atmosfera caotica non le dispiaceva. Aveva un che di rassicurante, di rilassante.

– Andiamo – Lucius prese Calien e se lo mise in spalla. – So dove trovare quei perdigiorno. –

Nella manciata di minuti che ci volle per percorrere poche decine di metri, Calien aveva già additato un centinaio di bancarelle e ottenuto da Lucius un sacchetto di mandorle candite e una sciarpa con due serpenti intrecciati ricamati in un angolo che a Eleonora non sarebbe affatto piaciuta.

Appena oltre un baracchino che vendeva erbe e spezie, la schiera di bancarelle si interrompeva per un breve tratto, aprendosi su una piazzetta in cui era stata allestita una specie di mensa all’aperto, dove i passanti potevano fermarsi a mangiare il cibo acquistato per strada. In un angolo, inoltre, l’osteria locale aveva avuto l’ottima idea di aprire un banco esterno e le loro botti di vino,  birra e sidro di mele riempivano a fiumi i numerosi boccali che si presentavano, chiedendo di essere riempiti. Inutile dubitare che una sistemazione così ghiotta avesse attirato i giovani come mosche: ragazze e ragazze delle età più disparate erano riuniti in gruppi chiassosi attorno a molti dei tavoli disponibili e di tanto in tanto l’esplosione di una risata generale faceva sollevare e voltare qualche testa curiosa.

E ovviamente, nel mezzo di tutta questa frizzante baldoria, chi altri avrebbe potuto tenere pubblico comizio, se non i gemelli Edelberg in persona?

Una piccola folla era adunata attorno a loro e pendeva dalle loro labbra. Aeden e Anneli, invece, sedevano in disparte al tavolo accanto in compagnia di qualche amico più tranquillo, tra cui Regan riconobbe i fratelli Emeric e Breys Devore, che aveva già conosciuto alla Quercia d’Argento. C’era anche un altro ragazzo con loro, un biondo grosso e piuttosto sgraziato, che guardava un’indifferentissma Anneli come fosse stata il sole in persona e una ragazza che sorseggiava una bevanda rosata sfogliando un libro, una spessa treccia castana appoggiata morbidamente sulla spalla.

– Hey, Lucius! Aspettavamo solo te, vecchio! – urlò uno dei gemelli, sventolando in aria un boccale di birra, il cui contenuto si sparse in giro senza controllo. Non era ubriaco, ma sicuramente un po’ alticcio.

Lucius rise e sollevò un braccio per salutare.

– Eccomi qua! –

– Mademoiselle Regan! – esclamò l’altro gemello, profondendosi in un inchino instabile. – Benvenuta! Gradireste del vino? Birra? Me? –

Dal loro tavolo, Aeden e Anneli sollevarono gli occhi al cielo. Tutto il resto della compagnia invece scoppiò in una risata collettiva. Ora tutti la stavano guardando. Regan suppose che essere la destinataria dell’attenzione di chi a sua volta deteneva l’attenzione di una folla intera fosse un modo perfetto per farsi notare. Peccato solo che lei teoricamente avrebbe preferito passare inosservata, cosa già abbastanza dura di per sé, visto il suo aspetto, anche senza ulteriori aiuti.

Non si lasciò tuttavia scomporre dall’improvvisa visibilità che le era stata praticamente imposta. Sorrise affabilmente al gemello che le aveva parlato.

– Vi ringrazio, Lord Edelberg, ma non gradisco particolarmente le prime due cose, e, in quanto alla terza, non mi sento degna di averne il monopolio. –

Mariek ­– e Regan ipotizzò che fosse lui solo quando si ricordò che era Mariek quello a cui piaceva portare i capelli legati – si portò teatralmente una mano al petto e strizzò penosamente gli occhi.

– Voi mi spezzate il cuore, milady! –

– Avete sentito, signore? – esclamò Ember, rivolgendosi alle ragazze che lo circondavano. – Qualcuna è interessata a sanare il cuore spezzato di questo povero ragazzo? –

Diverse mani scattarono in aria, qualcuna anche appartenente a qualche ragazzo spiritoso, ma una sola ragazza ebbe la faccia tosta di arrampicarsi personalmente sul tavolo e arraffare il braccio di Mariek come fosse stato il suo cagnolino smarrito. Era piuttosto bella, la pelle olivastra messa in risalto dal ricco abito rosa antico, una cascata di riccioli neri che le solleticavano il collo e le spalle.

La folla applaudì e iniziarono tutti a cantilenare:

– Bacio! Bacio! –

Né Mariek né la ragazza diedero alcun segno di imbarazzo. Sembravano anzi godere dello spettacolo che stavano dando. Senza troppe pudicizie, Mariek prese la ragazza per la vita e la reclinò tra le proprie braccia, e gli spettatori fischiarono; avvicinò il viso al suo fino a che quasi non si toccarono, poi, proprio quando le loro labbra stavano per incontrarsi, chinò la testa di lato le stampò un bacio fulmineo sulla guancia.

Mentre tutti gli altri applaudivano e ridevano a crepapelle, soggetti della messinscena compresi, Anneli sbuffava irritata.

– Che c’è? – le chiese Lucius, mentre con Regan e Calien occupava i posti liberi al suo tavolo.

Anneli scoccò un’occhiata obliqua e sprezzante alla ragazza che stava ancora sul tavolo tra i due fratelli, ma preferì tacere.

– Adora Shephard – rispose Aeden per lei, e di certo non sembrava meno infastidito. – L’arrampicatrice sociale più spudorata che la storia abbia conosciuto. –

– Arrampicatrice? Meretrice, vorrai dire – lo corresse la ragazza che sedeva con Anneli. Sia lei che il ragazzo robusto vestivano in modo molto più discreto degli altri, meno ricercato. Probabilmente non potevano vantare gli stessi agi economici degli amici.

– Che cos’è una meretrice? – volle sapere Calien, ancora occupato a sgranocchiare le sue mandorle.

Lucius fulminò la ragazza con lo sguardo.

– Grazie tante, Lisandra! Calien, se non dici a tua madre che hai sentito questa parola, ti compro un intero vassoio di frittelle. –

Gli occhioni furbi di Calien luccicarono fiutando un affare.

– Quale parola? – tubò con la voce più innocente che si potesse immaginare.

Regan conobbe così Lisandra Grenet e Ascot Wood, due compagni di accademia dei ragazzi Edelberg, entrambi provenienti da famiglie umili, che si stavano sudando la loro formazione a suon di meriti e borse di studio. C’erano solo due vie per migliorare la propria condizione, se si nasceva nei ranghi più bassi del popolo: o si otteneva un titolo formativo presso la Domus Aurea per potere aspirare a una carriera nella Lega, o si riusciva a incastrare qualche nobile o ricco borghese in un bel matrimonio vantaggioso.

Esistevano anche casi in cui nemmeno i ricchi si accontentavano, come nel caso di Adora Shephard, figlia del più facoltoso mercante di Glazor, della Terra di Asante, che da anni si era impegnata a scondinzolare attorno ai rampolli Edelberg e agli altri figli delle storiche famiglie nobili, in cerca di un fidanzato che le procurasse un ambitissimo titolo di lady.

Regan aveva appreso tutto questo tra un sorso di sidro e l’altro, dalle chiacchiere stizzite di Aeden e Anneli e dalla lingua biforcuta di Lisandra, che sembrava non conoscere il significato della parola diplomazia.

Ascot era invece un tipo taciturno e poco propenso all’interazione. Non era stato particolarmente felice di veder apparire Lucius, perché da lì in poi Anneli sembrava aver rimosso dalle proprie percezioni tutto il resto del mondo. Gli occhi blu scuro di Ascot però avevano indugiato diverse volte su Regan, ma senza un reale interesse. Ormai ci era abituata: gli estranei fissavano per un po’ i suoi capelli, forse chiedendosi se il colore non fosse frutto di qualche abile tintura, e poi, una volta appurato che era esattamente una ragazza come tutte le altre, finivano per lasciarla perdere.

Quando vassoi di carne e patate arrosto iniziarono a comparire sui primi tavoli, il pubblico di Ember e Mariek si diradò pian piano e a quel punto anche i due ragazzi si degnarono finalmente di scendere dal loro palcoscenico improvvisato e raggiunsero il resto della combriccola per il pranzo.

– Aspetti qualcuno? – chiese a Lucius, quando notò che per l’ennesima volta da che si erano seduti stava allungando il collo per scrutare attraverso il viavai di persone alle loro spalle.

– Oh, no, nessuno. Curiosavo soltanto. –

Non gliela diede a bere, ma Regan non se ne preoccupò. Si stava divertendo troppo per dare peso alle stranezze di Lucius, tanto più che lui subito dopo si alzò per andare a salutare una combriccola di giovani uomini ridanciani che lo avevano chiamato dall’altro lato della piazza. Regan ebbe l’impressione che avesse accolto l’invito con più premura del necessario.

Restò a guardare una scena che ormai era solo l’ennesima replica per lei: nel gruppo erano tutti di diversi anni più adulti di Lucius, eppure lo avevano accolto tra loro come un pari, tra pacche e offerte repentinamente declinate di boccali di birra aromatizzata. Ovunque lui andasse, sembrava riuscire a far pendere chiunque dalle proprie labbra. Eccezion fatta per Castalia Reis.

– Assurdo, non è vero? –

Regan per poco non trasalì quando la voce bassa e sinuosa di Aeden le solleticò l’orecchio. Capì che stavano osservando il medesimo spettacolo.

– È un incantatore di folle – commentò Anneli da dietro il suo bicchiere di sidro, che non riuscì a celare del tutto lo sguardo devoto che lei allungò in quella direzione.

– E di folli – sghignazzò Lisandra, ma anche in lei trapelava una certa ammirazione.

– Lucius è quel raro tipo di persona che decide al posto tuo se lo devi amare, odiare o essergli indifferente – disse Aeden. – Ha questa sottile abilità di importi uno specifico sentimento nei suoi confronti, senza che tu te ne accorga –

– Questo significa che ha scelto lui di farsi detestare dal Coordinatore Generale? –

Anneli si gettò i capelli dietro le spalle, la forchetta che rigirava le patate arrosto nel piatto senza troppo interesse.

– Secondo Prince, e contrariamente al professo parere di Lucius, Castalia non è stupida. Ha riconosciuto subito i suoi indiscutibili e molti talenti e ha capito che era meglio averlo con sé che contro di sé. –

– Anche in caso contrario, comunque, non avrebbe potuto fare altrimenti, no? – Sul viso rotondo di Lisandra si era dipinta un’espressione furba. – Lui ha sempre avuto Soile dalla sua. –

Anneli la guardò storto.

– Be’, che c’è? È la verità. –

Le sue nocche dell’altra sbiancarono da quanto duramente stringevano il vetro spesso del bicchiere appena riafferrato, in cui le unghie sembravano voler affondare fino a spaccarlo.

Regan stava iniziando a perdersi.

– Soile? –

– Il Coordinatore del Nucleo di Norden – specificò Ascot burbero, in un raro slancio socializzante.

– Il più giovane e attraente Coordinatore della storia! – esclamò Ember sognante, piombando all’improvviso alle spalle dei due fratelli minori.

– La dama dal cuore di ghiaccio che tutti sognano di riuscire a sciogliere – gli fece eco Mariek, con uno spettacolare sospiro di venerazione.

– Soile la Splendida. –

– L’ultima, preziosa figlia della stirpe reale. –

– La Luce del Nord. –

Nel crescendo di pathos egregiamente esibito dai gemelli, ormai del tutto dimentichi del pranzo già servito in tavola, Regan si rese conto che, diversamente da quel che credeva, aveva già sentito parlare di quella donna. Solo non riusciva a ricordare da chi, né quando.

– Smettetela di fare i buffoni, voi due – li riprese Aeden, ricacciandoli ai loro posti. – Il Coordinatore non merita una simile mancanza di rispetto. –

– Suvvia, fratellino, rilassati, stavamo solo scherzando! E poi non stavamo mancando di rispetto a nessuno. Stavamo solo tessendo le lodi della nostra musa. –

– Fareste meglio a tesservi un bavaglio, piuttosto – sbuffò Anneli.

– Che cos’è tutta questa animazione? –

Guardarono tutti in su: Lucius era ritornato al tavolo e li occhieggiava tutti curioso.

– Stavamo illustrando a Regan il nostro punto di vista sulle bellezze autoctone della nostra amata Terra – rispose prontamente Ember. Sia lui che il fratello gemello non mostravano nemmeno un minimo sforzo di coprire le facce da monelli che erano perennemente scolpite sui loro volti ormai più vicini a quello di un uomo che di un bambino.

Lucius sorrise con una certa consapevolezza.

– Oh, sì, posso ben immaginare. –

Si rimisero tutti a sedere e finalmente il pranzo poté continuare normalmente. Erano stati disposti dei bracieri qua e là in tutta la piazza per riscaldare l’ambiente ed era un piacere starsene semplicemente lì seduti in compagnia, consumando pietanze deliziose tra un pettegolezzo e l’altro, sensazioni che le ricordavano qualcosa che, per quanto si affannasse, non riusciva ad afferrare.

Regan chiuse gli occhi per un momento e vide un grande falò che infuocava la notte. C’era musica, qualcuno batteva le mani a ritmo, qualcun altro danzava. Capanne e stalle sparse nei paraggi. Una ragazza florida e graziosa danzava tra un gruppo di amiche, i capelli color grano che rimandavano i riflessi bronzei del fuoco, e faceva ondeggiare con le mani la gonna rattoppata. Guardò verso di lei, sorrise. Sembrava felice. Poi tutto evaporò in una vampata di buio.

Regan si massaggiò la fronte, mentre il dissolversi di quell’immagine lasciava subentrare di nuovo la realtà.

Si chiese se per caso non potesse essere un segno che la sua memoria stesse tornando a galla.

La sua coscienza restava intrappolata nel perfetto equilibrio di un dissidio: da un lato il desiderio di ritrovare la propria identità e la propria storia, dall’altro il timore che questo potesse farle perdere ciò che aveva appena trovato, quello stesso mondo in cui si trovava adesso, e si sentiva a casa.

– Come mai Prince non c’è? – domandò, versandosi della densa salsa speziata sull’arrosto.

– Lavoro – riuscì a risponderle Ember, masticando un brano di maiale grosso quanto lui mentre, seduta di fronte, Anneli bofonchiava un “Disgustoso”.

– Lui lavora per la Lega. È un Cacciatore – biascicò Calien a bocca piena. Dal suo tono si intuiva una certa ammirazione. – Anch’io voglio fare il Cacciatore, da grande! –

– Che cos’è un… –

– Sono coloro che danno la caccia ai ricercati – la precedette Lucius. – Sai, quei personaggi simpatici tipo i tizi che abbiamo incrociato a Sonnerg. Gentaglia così. –

Regan ebbe un moto di nausea a ripensare all’insopportabile odore selvatico di quell’uomo che per poco non l’aveva soffocata, alle sue mani sudice che la toccavano. Provò un istintivo bisogno di tuffarsi nella fontana che zampillava al centro della piazza per lavarsi via il ricordo di quella brutta sensazione.

Si alzarono da tavola che era la terza pomeridiana passata. Il sole era ancora alto nel cielo, rispetto a quello che Regan si era abituata a vedere a Norden, e non sarebbe tramontato del tutto prima di un altro paio d’ore.

Abbandonò non senza remore la comodità della piazzetta riscaldata e una porzione di dolce di castagne lasciato a metà, ma c’era ancora molto da vedere e non voleva perdersi nulla.

Mentre camminavano tra le bancarelle, erano molte le persone che rivolgevano saluti a qualcuno del gruppo ed altrettanti che accennavano sguardi incuriositi ai capelli di Regan. Lucius scrutava spesso la folla, come se temesse di incontrare la persona sbagliata, ma in giro c’erano solo volti innocui e comuni.

A un certo punto Ember e Mariek si fermarono per portare Calien a giocare al tiro al bersaglio a un banco che offriva in premio frutta caramellata e giocattolini di poco conto scolpiti nel legno. Lei e Lucius se ne rimasero in disparte a guardare mentre tutti gli altri tifavano per loro.

Anche la grande semplicità di quella giornata a Regan appariva come qualcosa di straordinario, le sembrava di poter vivere per la prima volta cose di cui aveva solo sentito parlare, favole scritte in libri sfogliati lunghi anni addietro di cui aveva conservato un geloso ricordo, un insoddisfatto desiderio. Guardava Calien giocare, ridere a crepapelle, e non riusciva a trovare dentro di sé un riflesso di quelle emozioni così quotidiane da passare quasi per banali. Tra le poche, nebulose cose che si riuscivano a leggere a caratteri spesso sbiaditi sulle pagine bianche, consunte e strappate della sua memoria non c’erano accenni alle risate di una bambina, né a giochi spensierati, né ad amici con cui condividerli, e chissà se da qualche parte esisteva qualcuno che lei una volta aveva chiamato papà e mamma. Chissà se qualcuno stava pensando a lei, soffrendone la mancanza, se c’era un letto vuoto, in qualche casa delle Sette Terre, su cui qualcuno soleva sedere chiedendosi se mai avrebbe di nuovo cullato i suoi sogni.

Chissà se l’amnesia mi ha rubato tesori preziosi o soltanto cumuli di polvere senza valore…

– Dobbiamo iniziare a pensare alla tua istruzione, cerbiattina. È il caso che tu impari seriamente a sfruttare il tuo potere. –

La voce pensosa di Lucius la accarezzò assieme a un soffio di vento freddo, facendo cadere il velo alienazione dietro cui si era rifugiata.

Aggrottò la fronte di fronte a quell’uscita priva di contesto.

– Non riesco nemmeno a spegnere una candela, che cosa ti aspetti che io sia in grado di imparare? –

Era una mezza scusa, e nemmeno troppo valida. Lo sapeva lei esattamente come lo sapeva lui.

Da lontano, Anneli azzardò uno sguardo frettoloso verso di loro. Da esso traspariva qualcosa di remotamente simile alla gelosia, ma meno velenoso, un sentimento dettato dall’istinto su cui la ragione non riusciva a imporsi.

– Non riuscire a fare una cosa non implica necessariamente che tu non ne sia in grado – le rispose infatti Lucius, in un tono che sembrava voler dissipare la sua mancanza di fiducia, o piuttosto redarguire una pigrizia. – Le tue conoscenze della Madre e dei legami che le sue creature hanno con lei sono sommarie e approssimative, come quelle delle persone poco erudite. Non ti piacerebbe ampliare un po’ i tuoi ristretti orizzonti? –

Regan non rispose.

– Perché Shin? – gli chiese invece, lo sguardo perso nel vuoto. – Perché non tu? –

Avevano un’ottima sintonia, loro due. Nonostante la reticenza che lei si ostinava a mostrare nell’obbedire a istruzioni precise ­– ma era più per una sua pecca caratteriale che per un reale intento di ribellione – avevano fatto in fretta a stabilire un rapporto, e persino Eleonora le aveva detto più di una volta quanto Lucius si fosse affezionato a lei in quelle poche settimane.

E lui se ne stava lì, come se non ci fosse davvero, seguendo un filo di pensieri che lei poteva solo sforzarsi di intuire senza poterlo veramente cogliere, senza poter sapere, perché lui, ne era sicura, non le stava dicendo qualcosa.

– Te l’ho già detto: è un ottimo insegnante. E sono certo che saprebbe comprendere i tuoi limiti e i tuoi punti di forza molto meglio di me. È il momento che tu prenda in mano la situazione e decida cosa vuoi fare di te stessa. –

– Come faccio a decidere cosa voglio fare di me stessa se non so chi sono? O cosa, tanto per andare sul sicuro… –

I severi occhi di Lucius, cerulei in quella giornata di sole, sembrarono volerla scuotere da dentro.

– Regan, io capisco il tuo senso di smarrimento, ma dobbiamo considerare l’eventualità che la tua memoria possa non tornare mai più. –

– Io spero che non torni, così resterai sempre con noi – disse Calien. Era comparso alle loro spalle, reggendo felicemente tra le mani un cavallino dipinto di rosso. Adesso c’era Ember a buttare giù cubetti di legno al suo posto.

Lei fu commossa da quelle parole, tanto che per quell’attimo fu quasi felice di non avere un passato che la ricollegasse ad altre persone al di fuori di loro. Ma c’erano troppi punti irrisolti che pendevano su di lei ed era giusto quantomeno tentare di trovare qualche risposta. Lo doveva a sé stessa e a qualunque cosa fosse rimasto sepolto nel suo passato.

O qualunque persona.

Ma nessuno aveva denunciato la sua scomparsa, Lucius glielo aveva detto. Alla Lega non risultavano persone scomparse corrispondenti alla sua inequivocabile descrizione, né negli ultimi anni né mai.

– Sai, è anche possibile che questi tuoi colori strani non siano frutto della follia di Desmond e che tu sia stata volontariamente abbandonata, o venduta, o barattata per qualche manciata di corone. –

Lucius parlò così piano che fu quasi un sussurro dolente.

Per qualche motivo l’insinuazione non la disturbò. Qualcosa in cuor suo sentiva ­­– o voleva sentire – che non era così che erano andate le cose. Sapeva che non era maturo da parte sua voltarsi dall’altra parte e rifiutare tutte le potenziali verità scomode, ma era il solo modo che avesse per difendersi, almeno finché non avesse recuperato il suo passato.

O eventualmente anche in seguito.

Calien aveva distratto Lucius reclamando le frittelle che gli erano state promesse quando l’attenzione di Regan fu attratta da un crepitio proveniente da dietro la fila di bancarelle, come se qualcuno stesse rovistando in un mucchio di foglie secche. Un verso strano, simile a un gorgoglio, si mescolava a quel rumore di sottofondo.

Una curiosità irresistibile si impose su di lei, attirandola come un richiamo, e il buonsenso capitolò in fretta. Regan si disse che non c’era nulla di male a dare una controllata: gli altri erano tutti lì, a pochi passi, ed era impossibile che là dietro ci fosse qualcosa di pericoloso.

C’erano montagne di sacchi e casse ammassati alla rinfusa sulla retrovia creata dalla schiera di banchetti. I venditori le davano le spalle, affannandosi a seguire le rumorose richieste della clientela e nessuno badò a lei. Scandagliò la zona ristretta, scarsamente illuminata poiché prigioniera tra le mura dei palazzi e le strutture della fiera; quando vide agitazione tra un mucchio di fogliame dagli straordinari colori autunnali che il vento aveva raccolto lungo il profilo di una casa, si fermò. Parecchie foglie scricchiolavano, mosse da qualcosa che si nascondeva al di sotto di essere, e tante altre volavano in aria, galleggiando prive di peso fino a che fluttuando non ritornavano a terra. Poteva essere un gatto, o un topo, o qualche altra bestia che cercava cibo.

Si avvicinò con circospezione, chinandosi in avanti per cercare di vedere. Le foglie smisero di agitarsi.

Non voleva allungare la mano: qualunque cosa fosse, avrebbe potuto avventarsi contro di lei, se lo avesse spaventato. Si ritrovò quindi a pensare che quel che ci voleva era una folata di vento che, così come le aveva portate lì, soffiasse via le foglie. Successe esattamente come con le Myrkae: ancora prima che il pensiero avesse assunto una forma concreta nella sua mente, una brezza decisa si sollevò dal nulla e prese ad accanirsi con una certa insistenza esattamente nel punto dove lei stava guardando, spingendo il fogliame altrove. Regan ci mise qualche secondo a vederlo, perché era dello stesso colore delle foglie in cui si era rifugiato: un gomitolo di pelo di un marrone fulvo, lucente, dall’aspetto morbido, e due grandi occhi neri spalancati a fissarla sorpresi.

Altrettanto sorpresa, Regan lo riconobbe subito: era lo strano animaletto che aveva salvato a Kauneus. Non sapeva come potesse esserne così sicura; per quanto fosse assurdo, lo sentiva.

– E tu come diavolo ci sei arrivato qui? –

Ben stretta tra le sue zampette sottili c’era qualcosa di luccicante: un moneta d’oro da cinque corone.

Appena notò dove puntava lo sguardo Regan, la bestiola strinse più forte il suo piccolo tesoro e se lo affondò nella folta pelliccia fino a quasi farlo sparire. I suoi occhi, però, non lasciarono per un solo istante quelli di lei.

– Che c’è? Hai ancora paura di me? –

Si avvicinò di un passo e lui non si mosse. Si limitò a stringersi in sé stesso, la coda voluminosa che lo circondava come una barriera protettiva, fino a sembrare una pelosa palla rossiccia.

– Tranquillo – gli disse Regan, una mano protesa esitante verso di lui. – Non voglio la tua moneta. –

La bestiola era agitata. Regan poteva distintamente sentire il suo minuscolo cuore battere all’impazzata, eppure, anche se lei aveva appena mosso un altro passo verso di lui, ancora non scappava. Era come se il contatto visivo che si era stabilito fra loro lo avesse ipnotizzato.

– Non voglio farti del male. Ti ho aiutato, ti ricordi? –

Schiacciato contro il muro di pietra, l’animale era immobile. Solo le piccolissime orecchie rotonde vibravano di tensione e il nasino nero si alzava e abbassava rapido a ogni respiro.

Regan si rese conto di non essere meno ipnotizzata di lui.

– Non ti fidi di me? –

Ormai era così vicina da poterlo quasi toccare.

Non appena la punta del suo dito sfiorò superficialmente il pelo soffice, la bestiola, con uno scatto fulmineo, fuggì via lungo lo stretto passaggio ingombro di merci, saltando tra un ostacolo e l’altro con agilità.

Senza pensarci, gli corse dietro. Nemmeno udì il fruscio pesante che la seguì dall’alto.

 


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A/N
: innanzitutto devo dire una cosa: sono molto, molto, molto colpita dalle osservazioni che voi ragazze avete scritto nei commenti, perché sono di un acume incredibile! Per non rovinare niente a nessuno, non dirò quali sono vicine e quali un po' meno alla verità, ma lasciate che vi faccia i miei più sinceri e ammiratissimi complimenti! Come dicevo ieri alla mia "correggitrice di bozze" (e all'inizio credevo foste tutte lei sotto mentite spoglie, visto che lei ha già letto tutta la storia XD), non pensavo che ci potessero essere lettori con un tale spirito di osservazione, ma ne sono molto felice. :) Quindi un COMPLIMENTI enorme a:

Maharet: Anneli è molto antipatica, e non solo perché è gelosa come una vipera. XD Però, se riesce a tenere a bada il suo caratterino, sa essere quasi piacevole. Magari avrà modo di dimostrarlo, più in là. :) Per il famoso "grande amore di Lucius" ci sarà da aspettare ancora qualche capitolo, ma presto arriverà il momento della sua introduzione. Comunque, sì, ricordi bene: Shin è al secondo posto. ;)
XxKinxX: ho notato una vaga preoccupazione da parte tua nei confronti di Regan... ma se pensi che al momento siamo solo al capitolo 10 del primo dei cinque libri nei quali la storia intera è stata concepita, direi che siamo letteralmente solo all'inizio. ;)
Milou_ : anche a te Anneli non sta simpatica, ma va tutto bene, è così che deve essere. Anche perché una storia in cui sono tutti perfetti e adorabili non è nè credibile, nè interessante, a mio modesto parere. Sono felice che ti piacciano i gemelli! Non è del tutto sbagliato dire che ricordano Fred e George di Harry Potter, perchè amo molto sia loro che la saga, e sicuramente un tratto comune è la sfrontata allegria, ma Ember e Mariek hanno anche una malizia smaccata e qualche tendenza autocelebrativa che ai Weasley mancavano. XD Il motivo reale per cui sarà SHin e non Lucius a iniziare a fare da "maestro" a Regan verrà in parte spiegato più avanti, ma le ragioni reali e più complicate non verrano svelate in questo libro, quindi ci sarà da accontetntarsi. :) Per il resto, come ho già detto, ottimo intuito!

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Capitolo 12
*** La Fonte Della Vita ***


11. LA FONTE DELLA VITA

 

Tell me the story
The one about eternity
And the way it's all gonna be

– Wake Up Dead Man, U2 –

 

 

 

Regan era scomparsa.

Si era distratto per un solo minuto e quando si era voltato di nuovo a cercarla, lei non c’era più.

Lucius aveva trattenuto a fatica una serie di imprecazioni che gli sarebbero costate molto più del paniere di frittelle che aveva appena comprato per mettere a tacere la lingua lunga di Calien davanti a Eleonora. Aveva chiesto ai ragazzi se l’avessero vista e la risposta di tutti era stata un vacuo cenno di diniego.

Maledetta irresponsabile, aveva ringhiato fra sé e sé. Giuro che se ti ritrovo tutta intera, ti faccio a pezzi con le mie mani.

Ovunque si voltasse, non c’era traccia di una testa rossa tra la folla.

Poteva essere ovunque. Poteva esserle già successo di tutto.

Poi sentì gridare.

Si voltò: in fondo alla strada, dove la fiera si apriva sul parco cittadino, la gente aveva iniziato a urlare e un fuggi fuggi generale si stava rapidamente propagando per tutta la folla. Lucius distinse, in punto lontano, la mole imponente e nera di un drago che si stagliava contro l’azzurro del cielo, dibattendo furioso le ali diafane tra gli alberi, sollevando polvere e spezzando rami. Le sue strida riempivano l’aria vibrando acute al di sopra delle teste di tutti. Le catene che lo avevano vincolato al terreno si agitavano con lui, alcune spezzate, altre fissate agli aguzzi paletti di metallo alti come persone che erano stati conficcati nel terreno. La gente correva in tutte le direzioni, abbandonando acquisti e bancarelle che finivano distrutte dall’avanzare prepotente dell’enorme animale, aizzato dall’improvvisa esplosione di frastuono nel suo udito sensibile.

Qualcosa non tornava: i draghi esibiti alla fiera erano strettamente sorvegliati e tenuti sotto controllo da addetti estremamente competenti. Era pressoché impossibile che quella bestia fosse riuscita a liberarsi.

Perlomeno non senza un provvidenziale aiuto.

– Lucius! –

Calien gli si era aggrappato alla gamba e fissava pietrificato l’avanzare inesorabile del drago verso di loro.

Lo prese in braccio e gli ordinò di chiudere gli occhi e tapparsi le orecchie, poi cercò con lo sguardo il resto dei ragazzi. Scorse Ember non molto distante: aveva preso per mano Anneli e stava cercando di trascinarla assieme ai fratelli verso il punto in cui si trovava lui. Tutt’intorno, centinaia di migliaia di persone in preda al panico e all’isteria stavano rendendo una semplice strada di città un’arena da cui nessuno aveva la certezza di riuscire a uscire, illeso o vivo che fosse.

E Regan poteva essere ovunque là in mezzo.

Nel migliore dei casi.

 

 

Un urlo mostruoso squarciò l’aria.

Regan si coprì istintivamente le orecchie. Le testa le doleva come se quel suono stridente fosse giunto assieme a migliaia di aghi che le avevano perforato la testa di una violenta pioggia metallica. Si accovacciò su sé stessa, stringendosi nelle spalle, mentre il verso continuava, sempre più alto e furente, e le pungeva dentro con più insistenza.

Riuscì a sentire il lamento terrorizzato della bestiolina dal pelo rossiccio. Aprì gli occhi e vide che le sue zampette affondavano gli artigli nella sua gonna, senza però lasciare andare la moneta d’oro, e i suoi enormi occhi neri la guardavano pieni di paura.

Impietosita, provò ad allungarsi per prenderlo. Lui la lasciò fare. Regan se lo strinse al seno, abbandonata contro il muro ruvido, mentre i versi assordanti non accennavano a cessare. La bestiola, tremante, si lasciò avvolgere dalle sue braccia. Emetteva guaiti simili a quelli di un cucciolo di cane spaurito.

Scoprì che la causa di tutto quel caos improvviso era un drago solo quando la sua sagoma imponente si librò nel cielo, oscurando il sole.

Regan si morse le labbra. Lucius le avrebbe fatto una lavata di testa memorabile, non appena l’avesse ritrovata.

Se l’avesse ritrovata.

– Tranquillo – disse alla creatura. – Ora andiamo a cercare i miei amici. –

Si mise a ripercorrere a ritroso lo stretto passaggio lungo cui poco prima si era avventurata, inciampando in teloni caduti e casse d. Dall’altra parte della barriera di bancarelle, la gente strillava e spingeva, travolgeva indistintamente cose e altre persone, come insetti prigionieri in un barattolo sigillato, e intanto il drago continuava a sorvolare nervosamente l’area, chiamando a gran voce, suppose lei, uno o più compagni rimasti intrappolati a terra, le cui risposte comunicavano la medesima frustrazione.

A Regan sembrava impossibile riuscire a distinguere qualcuno in mezzo a tutta quell’agitazione. Non sarebbe mai riuscita a orientarsi, è a ritrovare Lucius e gli altri.

Un uomo grosso tre volte lei la buttò in là con una spallata e un insulto non certo signorile. Regan inciampò in un rotolo di fune abbandonato e rovinò a terra di petto, sbattendo violentemente una tempia contro la durissima superficie di vetro della strada. Stordita, riuscì appena a rendersi conto che la bestiola le scalpitava tra le mani e fuggiva via con un singulto di protesta. I rumori e le immagini del mondo esterno divennero una specie di miscuglio sfocato, rimbombandole contro da ogni direzione. Piedi pesanti le passavano accanto senza considerarla, calpestandole i capelli, strappandole il vestito. Qualcuno incespicò nelle sue gambe e la rivoltò come un sacco di noci.

Fu allora che sentì.

Era come se avesse poggiato l’orecchio sopra una parete sottile e fosse in ascolto dei rumori rinchiusi dall’altra parte. Sussurri e respiri antichi di secoli indugiavano nei corridoi in rovina sotto di lei, presenze silenziose e guardinghe che si ridestavano dopo un sonno troppo lungo, quasi avessero avvertito che qualcuno era in ascolto. Non erano solo nella sua testa, come le voci che sovente le dilaniavano la mente. C’erano davvero, echi senza nome né volto raccolti sotto di lei, prigionieri in carceri di vetro che relegavano il passato lontano dal presente. Qualcuno, là sotto, si era perso durante il suo ultimo viaggio e da centinaia di anni invocava preghiere d’aiuto che non erano mai state raccolte, o forse mai udite. A differenza delle altre voci, quelle non la facevano impazzire; piuttosto la trascinavano con sé in un’altra dimensione, in un tempo che aveva avuto quel luogo per teatro e di cui ora non restavano che poveri resti in pietra e storie raccontate da padre a figlio nelle sere d’inverno per rievocare remoti stralci di storia passata che nessuno si augurava di rivedere mai.

Il dolore alla testa aumentava sensibilmente. L’incapacità di muoversi la costringeva in una posizione scomoda, che le stava facendo perdere sensibilità agli arti inferiori.

La cosa migliore da fare sarebbe stata togliersi di lì e cercare un posto riparato, o almeno chiamare aiuto, ma aveva a stento la forza di tenere gli occhi aperti e quasi non riusciva a muovere le dita della mano che le giaceva accanto al viso. Sentiva il calore viscoso del sangue scenderle lungo la fronte, e poi scivolare giù, sulle guance, sulla bocca, e lambirle il collo per morire infine sul petto, tra le pieghe dell’abito e il bavero del mantello. La testa pulsava come se volesse scoppiare. Le palpebre si stavano facendo insostenibilmente pesanti.

D’un tratto, da qualche parte in mezzo alla confusione, udì una voce. Era remota e flebile, simile all’eco di un sogno. Sembrava quella di Lucius e stava chiamando a squarciagola un nome, ma non era il suo.

SHIN! –

Qualcosa di pesante le cadde addosso, duro e solido, bloccandola dalla vita in giù.

E la voce di Lucius continuava a urlare.

SHIN! –

Regan esalò un gemito soffocato, l’aria che iniziava a mancarle, mentre il suo inconscio si chiedeva perché Lucius insistesse a chiamare Shin, che non c’era, e non chiamasse invece lei.

Tutto ciò che vide prima di perdere i sensi fu il ghigno trionfante di un uomo dietro la cui maschera si apriva un occhio solo e i bagliori metallici della sua spada sguainata.

 

 

Aveva cominciato a correre prima ancora di aver sentito Lucius invocare il suo nome con quell’urgenza quasi feroce. I suoi sensi erano arrivati prima di tutto il resto: il nitido richiamo che sentiva lo stava guidando attraverso un tragitto imprecisato, ma che aveva una meta ben definita, anche in mezzo a un simile parapiglia.

– Trovala! – gli aveva comandato Lucius, reggendosi Calien in braccio, la spada già in pugno e all’erta.

Qua e là erano iniziati ad apparire membri della Lega, alcuni addetti alla sicurezza, altri capitati lì per caso o appena precipitatisi, tra cui riconobbe Prince e alcuni suoi colleghi e persino un’insegnante della Domus Aurea. I demoni si erano concentrati tutti sul drago in libertà, orchestrando simultaneamente il vento perché lo spingesse verso la terra; gli angeli stavano invece soccorrendo i molti feriti rimasti a terra, portandoli in salvo e cercando di guarire là dove possibile. Con una stretta al cuore Shin vide che c’erano tre persone abbandonate in un angolo, coperte di sangue, a cui nessuno badava. Morti.

Avrebbe potuto essere d’aiuto, in un’altra circostanza, ma ora aveva cose ben più importanti a cui pensare: doveva ritrovare Regan prima che fosse tardi.

Si fece largo tra la folla che andava diradandosi, scrutandola nella speranza di riuscire a scorgere quegli inconfondibili capelli da qualche parte. Sentiva che era vicina, e debole, ma non riusciva a vederla. Poteva essersi nascosta, oppure poteva essere stata scaraventata a terra come tanti altri.

Scartò per un pelo un cavallo che schizzava imbizzarrito nella direzione opposta, la bocca schiumosa per lo sforzo e lo spavento. Regan era lì vicno, da qualche parte.

Tenne la spada nella fodera. Non era abile come Lucius nel combattimento armato: gli risultava molto più semplice sfruttare il proprio potere piuttosto che affrontare direttamente un avversario.

Iniziò a ispezionare il suolo. Scostò un paio di grosse travi massicce e un tendone completamente lacero, ma niente.

Eppure lei era lì…

Poi notò qualcosa che lo insospettì: tra tutte le persone in fuga, un uomo ammantato di nero stava tranquillamente fermo accanto a una bancarella di frutta completamente devastata e guardava in basso con un’espressione che non lasciava certo intendere buone intenzioni. Ci fece caso solo in un secondo momento: volto sfigurato, uno strano simbolo ricamato sul mantello nero…

Corrispondeva alla descrizione del cavaliere misterioso che Lucius aveva affrontato alla Corte.

Abbassò lo sguardo e la vide: riversa a terra priva di sensi, un taglio aperto sulla tempia e il sangue che colava sul suo viso e a terra, fino a mescolarsi in un’unica pozza purpurea con i capelli.

Un brivido di incertezza lo attraversò, ma lo scacciò immediatamente. C’era un punto che avrebbe senz’altro giocato in suo favore: se il cavaliere aveva scelto di battersi con Lucius a colpi di spada, significava che forse c’era qualche possibilità che in quanto a forza interiore Shin avesse qualche possibilità di tenergli testa.

In quell’esatto istante il cavaliere alzò lo sguardo su di lui. Il suo unico occhio, scuro e apatico, riluceva di una determinazione che incuteva timore, ma Shin non poteva permettersi di farsi intimidire da un semplice sguardo.

Balzò di fronte all’uomo con un tempismo tanto pericolosamente perfetto che il suo braccio bloccò il polso dell’avversario proprio quando la punta della spada che egli stringeva stava per affondare verso il petto di Regan. Non ebbe nemmeno il tempo di tirare un sospiro di sollievo: si rese subito conto che qualcosa non tornava.

È stato troppo facile.

– Sei uno sciocco, ragazzino! – ruggì l’uomo. La sua mano libera si sollevò rapida in aria, un pugnale che scintillava in essa, e si avventò senza pietà verso il punto delicato tra il collo e la spalla di Shin.

Sebbene il suo corpo fosse bloccato in quella posa, la sua mente riuscì a impedire al colpo di andare a segno. Il notevole sforzo non bastò comunque a fermare del tutto l’offesa, perché la lama mancò il punto prescelto, ma cadde poco più in basso, sferzando la tenera pelle della spalla anche attraverso gli strati di vestiti.

Godette nello scorgere una nota di palese sorpresa sul volto deturpato del nemico.

– Forse sono uno sciocco più abile di quanto credevate. –

Non gli lasciò il tempo di riaversi: sfruttò a proprio vantaggio la mole decisamente più imponente del cavaliere e, con una spinta ben calibrata assestata con un gomito in pieno addome, lo fece rovinare a terra. Un cenno fulmineo della mano e spada e pugnale volarono a diverse decine di passi di distanza, atterrando sopra un mucchio di verdura fuoriuscita da un carretto ribaltato.

Shin agì che ancora l’urlo di rabbia dell’uomo gli risuonava nelle orecchie. Si chinò e raccolse Regan tra le proprie braccia, sentendola inerte come una bambola svuotata, ma se non altro poté rincuorarsi che fosse ancora viva. Debole e ferita, ma viva.

Stava per voltarsi e precipitarsi a raggiungere Lucius, quando dal nulla gli apparvero di fronte due persone a fare da muro tra lui e la via di fuga. Entrambi mascherati, entrambi vestiti come il cavaliere di cui si era appena liberato, e, quel che era peggio, entrambi gli brandivano contro le rispettive spade in una chiara manifestazione di ostilità.

– Ciò che stai facendo non è saggio, ragazzo – disse il più alto dei due, con un timbro cavernoso. – Lasciala. Per il tuo bene e quello di tutti noi. –

– Faresti meglio a dargli ascolto, dolcezza – aggiunse la voce più morbida di una donna. – La tua vita non ci interessa, non costringerci a fare qualcosa che non vogliamo. –

Le dita di Shin si rinsaldarono istintivamente sul corpo afflosciato di Regan.

– Allora riservatemi la stessa cortesia. –

L’uomo scoppiò in una fragorosa risata arrogante.

– Non sfidarmi. Non ti conviene. –

Alle sue spalle Shin sentiva l’altro uomo che si riprendeva a fatica. Non ce l’avrebbe mai fatta da solo contro tutti e tre, nemmeno se avesse speso fino all’ultima goccia la propria vita.

La sua mente cercò di valutare velocemente tutte le eventuali alternative, ma non ne aveva che due: affrontarli o fuggire. Era consapevole che teletrasportarsi abbastanza lontano da essere in salvo lo avrebbe privato delle energie che gli sarebbero state necessarie per curare Regan, ma se non lo avesse fatto avrebbe solo potuto lottare fino a soccombere e lei sarebbe stata spacciata in ogni caso.

Decise che valeva la pena di tentare di mettersi in salvo. Se fosse riuscito ad arrivare fino alla Sede del Nucleo di Brenner, dall’altra parte della capitale, ci sarebbero state altre persone in grado di soccorrere Regan, se lui non ne fosse stato più in grado. Quando impose al proprio corpo di svanire, tuttavia, sentì come un brusco strattone lungo tutta la spina dorsale che gli rese impossibile muoversi. Una forza sconosciuta lo teneva inchiodato al suolo.

– Non così in fretta, ragazzino. –

Era l’uomo alto. Era lui a trattenerlo.

Una fiammata di terrore gli divampò nel petto: era bloccato lì, alla mercé di tre avversari a lui troppo superiori.

Nessuno poteva vederli, da lì: erano nascosti nella bocca di un vicolo e protetti da un tendone rosso che era crollato proprio a ridosso della parete dell’edificio lì accanto. Nessuno della Lega sarebbe intervenuto; erano tutti impegnati più avanti.

L’uomo alto e robusto sogghignò di fronte al suo smarrimento.

– Forse ora sei più persuaso a darci retta. –

– O forse no. –

Lucius atterrò nel campo visivo di Shin con un movimento fluido e naturale, piombando dall’alto. Una serie di graffi superficiali gli segnava il collo e il lato destro del viso e del suo mantello non restava che uno straccio abbandonato sulla spalla, ma a parte quello era illeso. Aggrappato al collo teneva Calien, tremebondo e in singhiozzi, gli occhi rigidamente serrati. Lo sorreggeva con un braccio, mentre la mano libera era ben salda attorno alla sua spada.

– Scusa il ritardo – ansimò, sudato in viso, lo sguardo fisso sui due mascherati. – Hanno mandato un amichetto a trattenermi. Gli ho dato il benservito. –

I tre non seppero trattenere un lievissimo sussulto di sorpresa.

Shin non perse tempo a chiedersi se con quelle parole intendesse dire che lo aveva ucciso o solo messo fuori combattimento. Lucius, intanto, aveva indietreggiato di un passo verso di lui.

– Penso io a loro. Tu prendi Calien e portali al sicuro – gli sussurrò. – Ora! –

Prima di potersene rendere conto, Shin si ritrovò il bambino aggrappato ciecamente al fianco.

– Via, via! – urlò Lucius.

Shin obbedì. I suoi occhi si chiusero su due lame affilate che si avventavano senza indugi sull’amico.

 

 

Le faceva male dappertutto. Non c’era un singolo muscolo o giuntura del suo corpo che non mandasse insopportabili scariche di dolore al suo cervello. Uno strano tepore le lambiva la tempia, andando a lenire un bruciore che si faceva ogni momento più vago. Qualcuno le aveva messo qualcosa di morbido sotto la testa e lei gliene fu grata, perché il pavimento sotto di lei era freddo e duro come il marmo, anche se al di sotto di esso aleggiava un calore distante, impalpabile.

L’ultima cosa di cui aveva coscienza era quell’uomo privo di un occhio che la minacciava e la voce imperiosa di Lucius che chiamava Shin.

Si sforzò di aprire gli occhi. Con suo sollievo, si trovava in un luogo quasi completamente buio.

– Ha aperto gli occhi! –

Regan strizzò gli occhi non appena quell’esclamazione le colpì i timpani.

– Zitto, Calien, ho mal di testa. –

– Per essere una che stava per morire, di nuovo, direi che devi solo ringraziare di avercela ancora, quella testa. –

La voce soffice e balsamica di Shin. Le strisciò addosso come una coperta calda e riparò al trauma lasciato da quella stridula di Calien.

 Le ci volle un attimo per rendersi conto che il tepore che avvertiva sulla tempia era dovuto alla vicinanza della mano dell’angelo. Le stava guarendo una ferita.

– Non ti muovere, ho quasi finito. –

Regan si sentiva il sangue incrostato addosso, su un’area più estesa di quel che le sarebbe stato gradito scoprire, l’odore acre e ferroso che le pungeva nei polmoni, intenso e ancora fresco. Si accorse che ne aveva anche sui capelli e sul mantello, sui merletti del corpetto. Ne doveva avere perso parecchio.

– Ce la fai a tirarti su? –

Regan ci provò. Si aiutò con le mani, ma una fitta al polso sinistro le comunicò che doveva esserselo slogato.

La aiutò Shin. Fece bene attenzione a non toccarla direttamente: le appoggiò una mano dietro la schiena e con l’altra la tirò su per il gomito, dove la manica sporca e gualcita proteggeva la pelle bianca.

C’era una tale dolcezza nei gesti di Shin, una così grande bontà, che per Regan era una stretta al cuore continua riscoprirsi a temere il suo tocco, soprattutto quando vedeva che questo provocava in lui una tale costernazione. Ma era più forte di lei: quello che aveva passato poco prima – o forse ore prima, non avrebbe saputo dirlo – in mezzo a quella folla era niente paragonato al male che aveva provato nell’essere semplicemente sfiorata da lui.

Una volta seduta, vide che si trovavano in una specie di anticamera. Una campata centrale era suddivisa da due campate minori da due file di colonne sottili su cui erano scolpiti fini rami di edera che, non avessero avuto quel colore così bianco e uniforme, sarebbero potuti apparire veri.

– Stai bene, adesso? – le domandò Calien, timoroso, tirando su con il naso. Regan riusciva a intravedere i suoi occhi chiari scintillare umidi nel buio.

Regan se lo strinse al petto.

– Certo che sto bene! Shin mi ha fatta stare bene. –

Cercò di metterci tutta la gratitudine che provava, in quella frase, perché Shin capisse.

Il posto era freddo e odorava di pietra umida; non cerano finestre, né aperture di alcun tipo nelle pareti. Erano sicuramente sottoterra.

– Dove ci troviamo? –

Inginocchiato accanto a lei, Shin si lasciò corrompere da una fugace espressione colpevole.

– Dove ha detto Lucius: al sicuro. –

Le spiegò brevemente ciò che era accaduto.

– È rimasto a distrarre quella gente mascherata perché io potessi portare via te e Calien –

Un nodo improvviso le bloccò l’aria a metà strada nella gola.

Lucius…

Ora ricordava com’era cominciato tutto.

Qualcuno aveva urlato. Il drago. Il dilagare istantaneo del panico. Se le fosse stata dove sarebbe dovuta essere, probabilmente ora sarebbero già riusciti a tornare a Kauneus, tutti quanti.

Shin la rassicurò.

– Sa badare a sé stesso. Non c’è da temere per lui. –

Era ciò di cui stava cercando di convincersi lei, con scarsi risultati.

– Tu che cosa ci facevi qui? –

Shin non parve gradire la vena lievemente accusatoria, ma non se la prese. La tranquillità era il suo tratto dominante, caratteristica utile e pregevole sotto molteplici punti di vista, ma per una persona impulsiva ed emotiva come lei poteva essere veramente snervante.

– È stato un caso. –

– No, non è vero. Lucius si è guardato in giro per tutto il giorno. Scommetto che cercava te. –

Il silenzio che regnava là sotto era innaturale. Non potevano essere poi così distanti dalla fiera,o Shin non sarebbe riuscito a portare via sia lei che Calien, eppure non un solo suono li raggiungeva.

Ora che i suoi occhi si erano abituati all’oscurità, riusciva a intravedere meglio il pallido bagliore di luce gialla che vibrava attraverso una fessura in fondo alla stanza. Qualcosa di smile a un’ombra viva si adagiò sulle sue spalle mentre ogni più piccola parte di lei diveniva progressivamente consapevole di essere in presenza di un’energia sacra che dormiva silente nella terra su cui i suoi piedi poggiavano. Ora che ci prestava attenzione, era precisamente quella la fonte del calore che aveva sentito nella semi incoscienza: dalla terra. Dalla Madre.

– Shin, dove siamo, esattamente? –

– Nella cripta del Tempio della Vita di Shjarna. –

Era un luogo famoso, ma lei ne sapeva ben poco. Assieme al Tempio della Luna di Astereis e al Sacrario Ancestrale di Corterra, a Medilana, costituiva la triade di edifici sacri più antichi del Mondo Occulto. Templi secondari, santuari e cappelle pubbliche e private si affiancavano a essi come sedi di culto minori. Il Tempio della Vita, indipendentemente dal resto, restava il più importante.

Regan si fece aiutare a rimettersi in piedi. Non era granché stabile, ma riusciva a camminare da sola.

– Voglio uscire di qui – disse, dirigendosi verso il punto da cui proveniva la luce. – Voglio andare da Lucius. –

– Lucius ci raggiungerà non appena gli sarà possibile – sottolineò Shin, ma non la fermò.

Appena Regan giunse a scostare il pesante drappo rosso che faceva da divisorio con la stanza successiva, qualcosa si agitò dentro di lei. Era un’irrequietudine atavica, che aveva strisciato sulla sua pelle quando un alito di aria si era insinuato in quella piccola fessura che si apprestava a spalancare del tutto, quasi venendole incontro ad avvertirla che là dove stava andando non era un posto come tutti gli altri. Oltre il vello percepiva due presenze contrastanti: fuoco, ozioso e pacifico, che bruciava l’aria senza pretendere altro, e poi acqua. Silenziosa, immota acqua che giaceva segregata da qualche parte molto al di sotto del pavimento di pietra levigata su cui lei camminava, aspettando. Cosa, non era dato saperlo. Una cosa sola era certa: non era la via per uscire.

– Puoi entrare, se lo desideri. Non ci sono mostri feroci pronti ad aggredirti, dall’altra parte – le disse Shin alle sue spalle.

Non se lo fece ripetere due volte. Oltrepassò il drappo senza esitazioni e si ritrovò un un’ampia sala circolare dal soffitto in roccia grezza. Proprio davanti a lei aveva inizio un lungo tappeto rosso che si dipanava in linea retta fino al capo opposto della camera, terminando di fronte a un altare inondato di luce dorata. Era occupato quasi interamente da un cratere che si apriva nel pavimento, scavato grossolanamente nella nuda roccia. Candele sparse ovunque, di ogni forma e dimensione, ardevano silenziose di una luce laconica che gettava ombre dai contorni sfumati sullo spazio circostante.

Affascinata, Regan si avvicinò. Le sembrava di essere una sacrilega a farsi avanti in quel luogo nelle condizioni in cui era: sporca, insanguinata, i vestiti ridotti a brandelli, eppure l’alito di vento che la aveva incontrata prima di entrare tornò ad accoglierla, soffiandole lieve sul viso. Le fiammelle delle candele danzarono nelle loro culle di cera. Era aria fresca, ed era impossibile dire da dove arrivasse, lì sottoterra.

Shin era appena entrato dietro di lei, con Calien per mano, ma lei non ci fece caso.

C’erano cinque statue disposte a semicerchio dietro del cratere. Avevano sembianze umane, scolpite in una pietra candida dai pallidi riflessi opalescenti. Sui piedistalli di marmo nero, in bassorilievo, i loro nomi laminati in argento: Innocentia, Tentatio, Peccatum, Expiatio, Redemptio.

Regan si soffermò a scrutarle una per una, senza osare avvicinarsi, intimidita dall’atmosfera sacrale sentiva incombere attorno a sé.

Innocenza era una bambina dal viso tondo e paffuto che guardava verso una volta celeste immaginaria con occhi sgranati e colmi di genuino stupore. Stringeva tra le mani un mazzetto disordinato di fiori di campo, i piccoli piedi nudi che poggiavano delicatamente su un soffice cuscino d’erba. Al suo fianco, Tentazione era incarnata da un ragazzo dai folti riccioli che guardava con avidità alla propria sinistra, la bocca dischiusa in una piega vagamente sensuale, il ginocchio sinistro proteso di lato in uno slancio smanioso, frenato però dalla catena che gli imprigionava la caviglia destra al terreno. Seguendo il suo sguardo si incontrava la terza scultura.

Peccato rappresentava due giovani amanti colti in un gesto di intimità: lei completamente abbandonata tra le braccia possenti di lui, la testa riversa all’indietro in uno stato di inconfondibile estasi. Spostandosi appena più in là, tuttavia, la prospettiva mutava completamente: la mano di lui reggeva un pugnale affondato tra le scapole di lei, lunghi rivoli di sangue rubino che le colavano sulla pelle, impregnando il tessuto sottile della veste abilmente scolpita. Amore e Morte, nella loro rappresentazione più tragica.

Alla loro sinistra, Espiazione – un uomo emaciato coperto da cenci laceri, inginocchiato su sassi appuntiti  – li fissava con sguardo tormentato, le mani ossute convulsamente strette al petto, dilaniato da profonde ferite. I suoi occhi scavati e sgomenti riflettevano una sofferenza angosciante.

A chiudere il semicerchio, infine, bellissima e maestosa, Redenzione si ergeva nelle morbide forme di una donna che spalancava le braccia verso il cielo, due splendide ali angeliche spiegate alla sue spalle. Il suo viso, esattamente come quello di Innocenza, era rivolto verso l’alto, chiusi gli occhi, e portava impressa un’espressione di pace assoluta.

Regan restò a lungo a studiarle, rapita dal realismo dei loro volti, dalla drammaticità dei loro gesti. C’era qualcosa di vivo e inquietante che pulsava sotto ai loro gusci di pietra.

Involontariamente, il suo sguardo continuava a tornare a Tentazione ed Espiazione, dall’una all’altra, simili ed opposte. Entrambe si volgevano verso Peccato, entrambe dipinte di un’emozione esasperata, entrambe consumate dal loro stesso anelare.

Fu con sorprendente stupore che, nell’arretrare incurantemente di un passo, Regan realizzò una cosa che la fece sentire strana.

Tentazione guarda Peccato e vede l’Amore. Espiazione guarda Peccato e vede la Morte.

– Un tempo l’Acqua della Vita sgorgava proprio lì. –

Shin stava indicando il soffitto. Seguendo il suo dito, Regan notò che, in corrispondenza del cratere, il soffitto convergeva leggermente a formare una stalattite appena accennata, la cui sommità bianca puntava dritto al centro del bacino, un occhio solitario che aveva perso anche l’ultima delle sue lacrime.

– Come mai la fonte non stilla più? –

Nel medesimo istante in cui lo chiese, avvertì una vibrazione impercettibile sotto i piedi, come se qualcosa nel suolo si stesse agitando, come un dormiente stuzzicato nel sonno che a gesti ciechi scacciava la presenza molesta per riconquistare la tranquillità.

– Nessuno ne conosce le vere ragioni. Tutto ciò che si sa è che nel giro di una manciata di secoli si prosciugò, lasciando i pellegrini di tutte le Terre a bocca asciutta –

Regan fissò pensosa le sponde vuote del cratere.

Letteralmente.

– La Fonte della Vita era un dono della Madre ai suoi figli sofferenti: leniva piaghe e ferite, curava morbi che nessun guaritore era in grado di trattare. Spesso bastava tergere un corpo martoriato con un panno imbevuto di quest’acqua e questo si sanava completamente nel giro di pochi giorni – Shin si fermò un momento e abbassò lo sguardo. La luce delle candele giocava sui suoi capelli, donando tonalità più calde ai loro riflessi argentei, al bianco di una pelle troppo pura per poter rimanere tale ancora a lungo.

– C’è chi ritiene che sia una punizione. –

– Punizione per che cosa? –

I lineamenti cesellati di Shin si tesero con la stessa dolenza che era solita indurirli quando, nel sfiorarla per sbaglio, le strappava un gemito sofferente.

– Per la nostra condotta. Per tutto il male a cui diamo origine. –

Il male. Già. Il prezzo da pagare per l’inestimabile dono del libero arbitrio, il dazio insostenibile che i giusti pagavano per sopperire agli abusi smodati dei malvagi. Due razze affini e differenti come angeli e demoni, nate con il privilegio di poter godere della libertà degli umani e di una profonda comunione con la Madre, più simile a quella degli animali, si erano trasformate nei secoli fino a dividersi in tre grandi categorie: gli innocenti, ossia coloro che non avevano modo e mezzi né per imporsi né per difendersi; i corrotti, a cui appartenevano tutti coloro che non erano stati in grado di domare la cupidigia e l’egoismo derivanti da un’eccessiva similitudine alla debolezza dello spirito umano, e se ne erano quindi lasciati soggiogare, fino a perdere completamente il senso della moralità; e infine i difensori, le persone abbastanza forti e abbastanza influenti che avevano il potere di modificare le cose, di imporre una spada sopra alla follia di un corrotto e stroncarla una volta per tutte.

Talvolta poteva capitare che un giusto si lasciasse intaccare dalla perversa attrattiva della corruzione e si lasciasse marcire al fianco di individui che fino a poco prima aveva assiduamente combattuto; oppure – e più raramente, perché era più semplice cedere al peccato, piuttosto che tirarsene fuori – un corrotto si pentiva, spinto da qualche rimasuglio di onestà dimenticato in un angolo sporco dell’anima, e si offriva alla giustizia, offrendo collaborazione nella speranza di ritrovare la retta via attraverso il pagamento dei propri debiti morali. Per quel che riguardava gli innocenti, invece, la difficoltà era maggiore: da un lato la tentazione di votarsi al male nella speranza di conquistare alte vette e promesse di un futuro migliore, dall’altra le possibilità – purtroppo nettamente più esigue – offerte dalla Domus Aurea ai meritevoli e volenterosi di diventare dei difensori attraverso l’istruzione e l’addestramento.

Il problema, però, rimaneva lo stesso fin dall’alba dei tempi: l’accessibilità del male era innegabilmente superiore a quella del bene, una via in discesa e priva di ostacoli, che si poteva benissimo percorrere a occhi chiusi. Quando poi si riaprivano gli occhi, era tardi per poter semplicemente girare sui tacchi e tornare indietro.

– Io non faccio male a nessuno. La mia mamma dice che non devo nemmeno calpestare gli insetti – si difese Calien, ostentando un candore così perfetto e misurato che per niente al mondo avrebbe convinto Regan della sua casualità. In una ventina d’anni avrebbe cominciato a mietere cuori di giovani fanciulle con quella sfacciata innocenza che ricordava fin troppo i modi ruffiani che aveva visto esibire da Lucius, e con una certa maestria.

Le venne un brivido di frustrazione. Nelle sue mani formicolava, persistente, la voglia di impugnare una spada e uscire a dare man forte a chiunque si stesse battendo per riportare l’ordine in città. Strinse i pugni, fastidiosamente vuoti, e si impose di restare calma, ma era difficile.

Non si sentiva in pace in quel luogo. Qualcosa ribolliva nell’aria attorno a lei, causa di dondolii anomali nell’alone luminoso disegnato dalle infinite candele e nei battiti del suo cuore.

– Voi non lo sentite? – domandò, innervosita.

Calien non si disturbò a distrarsi dall’attenta contemplazione delle statue per darle retta.

– Che cosa? – fece invece Shin.

Era difficile da spiegare. Come tutte le cose che si avvertivano non con uno dei cinque sensi preciso, ma con un’assurda combinazione di ciascuno di essi– un sesto senso superiore che li riassumeva tutti e andava persino oltre – era solo intelligibile, e spiegarlo, trasmetterlo ad altri tramite parole che mai sarebbero state in gradi di descrivere adeguatamente una qualsiasi sensazione pura sarebbe stato semplice quanto spiegare i colori a una persona nata cieca. 

– Quest’agitazione nell’atmosfera. Questa specie di rimescolio nella terra sotto di noi –

Un’ombra di preoccupazione calò ad offuscare il viso dell’angelo.

– Tu non lo senti? –

– No, non lo sento. –

Cominciava a credere di essersi fatta trasportare dal nervosismo. Probabilmente lo aveva solo immaginato e adesso Shin pensava che fosse una povera pazza. Volle a tutti costi convincersi di essersi sbagliata, ma sotto sotto non riusciva a mentire a sé stessa, e anche se non era normale che lei sentisse qualcosa che nessun altro sentiva, quel respiro angustiato che proprio in quel punto la terra sembrava esalare.

Finse di interessarsi come Calien alle sculture, anche se questo non parve sminuire il turbamento che la sua rivelazione aveva provocato in Shin.

– Che significato hanno? –

Lui la occhieggiò di sbieco, e tra le righe lei poté chiaramente leggere parola per parola a lettere cubitali un “Non me la fai” che per qualche motivo non fu mai pronunciato.

– Rappresentano i cinque punti salienti del semicerchio della vita, o perlomeno di quella che si considererebbe una vita vissuta nella sua interezza – fu invece la risposta.

– Ero convinta che la vita fosse considerata un percorso circolare – disse lei, accigliata.

– L’esistenza – specificò Shin, paziente. – di ciò che noi siamo è circolare e ciclica, un infinito rigenerarsi di energia che, dopo il legittimo ritorno alla Madre, rinasce sotto nuova forma –

– La vita in sé è solo metà della nostra esistenza, e l’altra metà nessuno la conosce, perché nessuno è mai tornato indietro per raccontarla, pertanto sarebbe consigliabile da parte tua almeno fingere che tu voglia tenerti stretta questa mezza porzione attuale. –

La voce ansante e arrochita che aveva parlato decisamente non era stata quella di Shin. Era provenuta dal capo opposto della camera, dove si apriva la soglia da cui erano entrati poco prima. E proprio là, apparso dal nulla, c’era un Lucius piuttosto dimesso, il viso paonazzo per la rabbia, in petto che si alzava e abbassava dall’affanno. Rinfoderò la spada e, tanto per ribadire un concetto che nei giorni precedenti le aveva ripetuto così spesso da nausearla, e che comunque continuava a sortire effetti a dir poco desolanti, incenerì Regan con l’occhiata più minacciosa che le avesse mai rivolto.

Lei si trattenne dal corrergli incontro e gettargli le braccia al collo dal sollievo solo perché aveva il sospetto che fosse più ammaccato di quel che ci tenesse a dare a intendere e comunque era abbastanza arrabbiato dal farla definitivamente desistere da qualsivoglia intento di avvicinarglisi.

– Fammi ancora uno scherzo del genere, cerbiattina – sibilò, raggiungendola, il fiato corto e spezzato per una fatica che a lei era solo concesso immaginare. – E io ti giuro, Shin mi è testimone, che non uscirai mai più di casa senza un guinzaglio legato ben stretto attorno quel tuo bel collo bianco. –

Regan si sentì avvampare per l’imbarazzo e l’umiliazione. Non era possibile che ogni volta dovesse finire in quel modo, e non era solo una questione di curiosità: a volte proprio non riusciva a vietare al suo corpo di obbedire a un richiamo più forte di lei.

– Mi dispiace. –

– Questa mi sembra di averla già sentita. –

Evidentemente dubitando che lei potesse già provare un senso di colpa adeguato alla situazione e volendosi quindi accertare di infondergliene una ragionevole dose, Lucius accompagnò il sarcasmo del commento con una smorfia di dolore. La sua mano che, con ineccepibile tempismo, saliva a massaggiare il braccio sinistro le permise di notare che per l’ennesima volta si era portato a casa un ricamo nuovo di zecca da aggiungere alla sua discutibile collezione. Anche la zanna color avorio che pendeva al suo orecchio era schizzata di sangue.

– Che cos’è successo là fuori? –

– Ho dato una mano a sedare il drago. Ovvio che fosse così inviperito, gli avevano conficcato un pugnale in una zampa. –

Ecco perché soffriva tanto.

– Vuoi dire che non è stato un incidente? –

Lo chiese per puro scrupolo. Era abbastanza navigata da capire da sé che sarebbe stata una coincidenza un po’ troppo fortuita che un drago strettamente sorvegliato da personale competente si fosse imbizzarrito proprio quando le persone senza nome che le davano la caccia stavano per aggredirla.

Lucius itercettò lo sguardo rigido di Shin.

– Sono pronto a scommettere che sia stato un diversivo molto ben orchestrato. –

– E gli altri… –

– Stanno tutti bene. I simpaticoni mascherati volevano te. Appena sei sparita, si sono dileguati in fretta e furia. Comincio a pensare che forse sarebbe meglio consegnarti a loro e farla finita. –

Si fermò a contemplare l’impallidire repentino di Regan e sollevò gli occhi al cielo.

– Stavo scherzando, naturalmente. –

Lo sapeva che stava scherzando. Cionondimeno la battuta l’aveva fatta sentire sgradevolmente pesante. Per lui, per Shin, e per tutte quelle persone che ci erano andate di mezzo. Aveva ragione lui, dopotutto: sarebbe stato meglio lasciare che quella gente la prendesse.

Non aveva ancora parlato a Lucius dei suoi sogni, delle visioni, o qualunque cosa fossero. Avrebbe dovuto, ma l’orgoglio le mordeva alla gola ogni volta che avrebbe voluto farlo. La trattava già come una bambina, perché raccontargli di una sciocca paura dei brutti sogni?

Shin riuscì, da lontano, a catturare i suoi occhi abbastanza a lungo da poter carpire qualcuno dei suoi pensieri, e allora le sorrise appena, incoraggiante, mentre Calien trotterellava da Lucius, implorandolo di tornare tutti a casa. Regan si morse il labbro e guardò altrove.

– Ho perso il mio cavallino rosso. –

Con un sospiro, Lucius prese in braccio il bambino e gli tolse un ciuffo di capelli biondi dal viso un po’ sporco, che però non era nulla in confronto alla camiciola strappata e ai calzoni macchiati di quella che doveva essere frutta spappolata. Lucius considerò prima quei dettagli, poi il proprio aspetto macilento e poi ancora quello di Regan e Shin, non poi tanto migliore, infine tornò a Calien e sospirò di nuovo, scuotendo il capo con rassegnazione.

– A tua madre verrà un colpo quando ci vedrà rientrare conciati così. –

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A/N: pian piano stiamo ingranando, vero? :D La storia acquisisce complessità e spessore (credo... l'intento sarebbe quello! XD) e l'intreccio si dipana (e ingarbuglia), sorgono domande e si ipotizzano risposte... alcune delle quali avranno conferma tra poco, altre moooolto più avanti. Ma la pazienza è la virtù dei forti, si dice, e altrimenti che gusto ci sarebbe a sapere tutto subito? :) Come al solito, ringrazio chi legge e aggiunge la storia tra le preferite, ma soprattutto chi commenta, perché le recensoni sono la sola "moneta" a cui un'umile autrice che pubblica su EFP aspira. Quindi grazie:

LovelyAndy: troppo buona! *-* Io lo spero che diventi un libro, inutile dirlo, quindi, in caso, sarei ben lieta di sapere che qualcuna mi ha seguita dalla mia "culla scrittevole" fino alla "professionalità". :)

Xx Kin YourichixX: sei la prima a cui non piace Lucius, sono sinceramente sorpresa! XD Ma è giusto così, a ognuno i suoi gusti! Il tuo presentimento era fondato, hai visto? ;) Ho lettrici molto intuitive, ne vado fiera!

Milou_: in realtà nessuno ha mai detto che gli animali non possano attraversare i Portali. ;) Anche se in effetti bisogna sapere dove andare per poterlo fare, oppure essere fisicamente in contatto con qualcuno che sappia dove andare. Insomma, hai ragione, in fondo: non è normale che la bestiolina sia lì, e più in là sapremo come mai si trovi proprio in quel luogo.

Vampire Berry: hai accennato all'importanza di abbinare nomi e carattere e aspetto, e ciò mi inorgogliosce, perché devi sapere che non c'è nulla di lasciato al caso in questa storia. Ogni nome ha un perchè, un significato preciso che motiva la sua appartenenza a tal personaggio/cosa/animale/luogo.  Ho una vera e propria ossessione per i nomi, sia per quel che riguarda il modo in cui suonano che, giustamente, il loro significato, e apprezzo davvero che tu abbia notato questo particolare. Grazie per tutti  i complimenti! *-*

Shadow_Soul: ovviamente l'inizio dello scorso capitolo è tutto fuorchè un normalissimo sogno. ;) Si svelerà più avanti il suo significato. Per quel che riguarda il resto, posso solo dirti che... chi vivrà vedrà. :D E la strada è mooolto lunga, ancora! Come vedi, poi, Regan non è minimamente in grado di sfuggire da sola a una qualsiasi minaccia, deve sempre pensare qualcun altro a salvarla. XD

AcquamarimePrincess: intanto, benvenuta! :) Non so quando leggerai questa mia risposta, visto che hai recensito per ora solo il prologo e non so dove sei arrivata con la lettura, ma ti posso dire che Rok è un animale al 100% e il motivo per cui Lucius lo chiama "fratello" è che sono molto legati e più avanti scopriremo anche esattamente in che modo. ;) Per adesso, grazie mille per esserti disturbata a commentare! *-* E grazie per gli auguri di buona fortuna!

A tutti voi, AL PROSSIMO CAPITOLO! :)

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Capitolo 13
*** Briciole ***


12. BRICIOLE

 

We're part of a story, part of a tale
We're all on this journey
No one's to stay
Wherever it's going
What is the way?

– Never-ending Story, Within Temptation –

 

 

La vera bellezza della Terra di Norden fioriva in inverno, quando la lucida patina sottile della rugiada mattutina si trasformava in miriadi di minuscoli cristalli di ghiaccio che disegnavano ricami merlettati su foglie, pietre e vetri delle case, e la stagione delle piogge autunnali volava via con le sue foglie secche, lasciando il regno alla mano bianca delle nevi.

La corolla di rilievi montuosi che abbracciava i territori all’estremo Nord era ammantata di soffici strati di zucchero a velo che riluceva sontuoso e immacolato sotto ai raggi pallidi di un letargico sole impigrito dal freddo. Ai piedi delle montagne, boschi, foreste e distese pianeggianti si alternavano tra il lacrimare lento delle acque sotto le superfici congelate dei fiumi, dei ruscelli e dei numerosissimi laghetti, e le pieghe docili delle strade sterrate.

A nord-ovest, nel gomito di terra in cui l’ultimo monte incontrava l’oceano in uno strapiombo di diverse centinaia di braccia, si annidava la pacifica Aglaya, città di pescatori e mercanti di perle, riferimento estremo per coloro che si spingevano a settentrione per i loro commerci o per qualche viaggio personale; da lì partiva la Nahua, o Nastro, la splendida, ampia via lastricata di pietra chiara dalla storia secolare, i cui bordi segnati da fini venature di kival ne consentivano la percorrenza anche di notte e nei giorni in cui la nebbia era così fitta che nessuna lanterna riusciva a penetrarla. Più a sud, seguendo questa strada, si incontrava, spostata verso il cuore della Terra, la prospera Bluren, che vantava un’invidiabile estensione, rispetto alle altre città maggiori, poiché nata e sviluppatasi sulle sponde del Lago Hyvä, bacino principale di Norden. Bluren, ricca e famosa per i tessuti pregiati che i suoi artigiani producevano dalle materie prime che importavano da tutti gli angoli del Mondo Occulto, era anche meta di molte dame facoltose che, per vanità o semplice capriccio, vi si recavano in ogni periodo dell’anno per acquistare seta, organza e lino pregiati per gli abiti che in seguito, tornate a casa, si sarebbero fatte confezionare dai sarti di fiducia secondo la moda locale. Scendendo ancora e spostandosi ancora a oriente, nella zona più popolosa e densa di villaggi e borghi antichi, c’erano Ranua e Virrat, città gemelle separate soltanto da una lunga striscia di parti disseminati di croci tradizionali delle Sette Terre – quattro bracci perpendicolari l’uno all’altro, intersecati da un anello che aveva centro nel loro punto di incontro: i quattro elementi coronati dal simbolo dell’energia e della vita – erette in memoria dei cittadini caduti nella Grande Rivolta, quasi un millennio prima.

A chiudere in Nastro c’era infine la splendente Kauneus, con i suoi marmi di luna e i palazzi maestosi di tutti i nobili che nel corso dei secoli vi erano accorsi dalle regioni vicine, ma anche molti riccastri eccentrici bramosi di conquistarsi il prestigio della residenza nella capitale in cui, dicevano le leggende, dimoravano solo le genti più nobili. In qualsiasi angolo remoto del Mondo Occulto, chi si presentava come abitante o originario di Kauneus veniva puntualmente guardato con un misto di ammirazione, rispetto e una punta di immancabile invidia.

Nella macchia di foresta appena fuori le porte della città, betulle e conifere si susseguivano in un rincorrersi di tronchi candidi e chiome scure spolverate di neve, la quale ricopriva interamente anche il suolo, offrendo una traccia facile alle linci e ai lupi che si aggiravano per il territorio alla caccia di lepri e selvaggina.

Il silenzio era di rara profondità, morbido e profumato di freddo secco, accompagnato solamente dal placido respiro lontano delle montagne addormentate e il bubolare sommesso di un gufo, che faceva seguito al remoto eco stridente di ferro che graffiava altro ferro.

– Non ti intestardire. È una spada troppo grossa e pesante per te, riesci a malapena a tenerla in mano! –

La tranquillità della foresta, al momento,  era ben lungi dall’essere assoluta e surreale come di consueto.

– Non riesci a gestirla come si deve, ti farai del male! Ti serve una lama più corta e sottile –

Regan lasciò cadere a terra la pesante spada con uno sbuffo frustrato. Questa affondò nella neve, andandosi a scavare una fossa che probabilmente considerava destino ben più dignitoso del giostrare maldestro a cui era stata costretta finora in preda a mani troppo indecise e inesperte.

Si trovavano in una piccola radura nel bosco, non lontana dalla casa di Lucius, e tutto ciò che si era udito per tutto il pomeriggio erano state le loro voci e il mormorio del vento.

Shin non portava la solita uniforme grigio perla – che Regan aveva poi scoperto essere identica alle divise maschili portate dagli allievi della Domus Aurea – ma qualcosa di più pesante e meno ricercato, più adatto a un allenamento all’aria aperta, anche se, più che un allenamento, sarebbe stato opportuno definirlo una perdita di tempo, perché tutto ciò che era riuscita ad apprendere veramente finora era che con ogni probabilità non sarebbe mai riuscita ad apprendere un bel niente in fatto di tecniche difensive armate.

Non che sentisse di avere maggiori speranze in quelle magiche.

– Devi imparare a essere più paziente – la ammonì. Raccattò la spada e la ripulì dalla neve ghiacciata, per poi andare a riporla nella sua fodera, abbandonata su una roccia assieme ai mantelli e alla sciarpa rossa di Regan e a un piccolo involto con lo spuntino che Eleonora aveva dato loro.

– Io sono paziente! –

– E un pochino più obiettiva. –

Shin si guadagnò così un’occhiataccia torva, che però gli scivolò addosso senza minimamente intaccare quel lievissimo accenno di sorriso che di rado gli abbandonava le labbra sottili. Lui era così, il ritratto vivente della pace, anche quando la persona che aveva di fronte avrebbe meritato il trattamento peggiore. O non voleva saperne di ragionare.

Nonostante sia lui che Lucius la avessero avvisata che non poteva pretendere di imparare a brandire un’arma – per non parlare poi dell’usarla – in una giornata, lei aveva preteso a ogni costo di provarci, almeno, e i risultati erano forse peggiori di quelli contro cui era stata messa in guardia.

– Anziché ostinarti sulle armi, faresti meglio a cercare di imparare ad attingere al potere che hai dentro di te e sfruttarlo in modo appropriato. –

Contrariamente a lui, Regan era una che invece di disposizione verso il prossimo ne aveva veramente poca, specialmente se c’era da discutere civilmente. Il fatto era che oramai sotto quel punto di vista aveva perso le speranze: erano giorni che Shin si dedicava a lei nel tentativo di aiutarla a sbloccare la sua energia interiore, ma i risultati erano stati, al limite della generosità, a dir poco desolanti, e lei odiava accanirsi quando era perfettamente conscia che c’era ben poco da fare. Preferiva impiegare il tempo in qualcosa che prima o poi avrebbe potuto dare dei veri risultati tangibili.

– Ci abbiamo già provato, ricordi? È una settimana che ci proviamo! Non funziona, non sono capace! –

La frustrazione faceva a gara con la rabbia a predominare dentro di lei e ogniqualvolta l’una sembrava avere la meglio, l’altra subito la scavalcava con prepotenza, e la pazienza puntualmente annegava, sconfitta da avversarie a lei troppo superiori in quantità e potenza.

Regan si abbandonò a un sospiro di sconforto.

Era una giornata stupenda. Il cielo era di un azzurro così intenso e pulito che non sembrava nemmeno inverno. Nonostante le apparenze, però, il freddo non era scomparso e lei, ora che si era fermata, lo sentiva più pungente di prima.

Era sudata, affaticata, i muscoli delle braccia, soprattutto il destro, erano tesi e indolenziti per lo sforzo fisico a cui non era abituata. Shin l’aveva presa un po’ in giro per la facilità con cui si stancava, ma non era troppo un amante dell’ironia come Lucius; era stato gentile e aveva speso due ore a insegnarle le giuste posture di base, dall’impugnatura, alla parata, all’affondo, fino a che, stufa di muoversi in difensiva senza una padronanza delle proprie azioni, si era arresa definitivamente.

Shin sospirò.

– Probabilmente è colpa mia. –

Regan raccolse il proprio mantello e se lo buttò sulle spalle, poi con una mano salì a sciogliere la treccia in cui aveva stretto i lunghi capelli.

– Colpa tua se io non so usare i miei poteri? –

– Non credo di essere adatto a insegnare ad altri questo tipo di cose. –

Lei inarcò un sopracciglio.

– Lucius ha detto che sei il più indicato. –

Shin si fece a sua volta scivolare il mantello sulle spalle. Era alto due spanne più di lei ed era  sconvolgente pensare che, essendo ancora adolescente, sarebbe cresciuto ancora. La sua bellezza surreale non risentiva del velo di sudore che gli imperlava la fronte, né dei capelli disordinati dal vento; ne risultava piuttosto accresciuta, resa forse più verosimile da quei dettagli di trascuratezza che lo rendevano discernibile da un dipinto eccessivamente ricercato in perfezione.

– In effetti da un lato lo sono – replicò lui, mentre le sue dita sottili allacciavano gli alamari d’argento attorno alla gola. Il mantello nero era una macchia di inchiostro su di lui e sul tappeto di neve che li circondava, un frammento di notte dimenticato nella luce pura.

– D’altro canto, non avendo mai personalmente imparato a gestire i miei poteri, non sono poi così sicuro di poterti essere d’aiuto. –

– In che senso? –

Shin si strinse nelle spalle, come a volersi scrollare di dosso la domanda con quel semplice gesto evasivo, ma le rispose comunque.

– Sapevo usare il mio potere per istinto, prima che qualcuno avesse modo di insegnarmelo. Non so come mai – un’altra scrollata di spalle che denotò il suo disagio nel parlare di quelle cose. – Forse perché sono quello che sono. –

Regan provò l’incontenibile impulso di abbracciarlo, ma non lo fece. C’era uno spazio troppo significativo tra loro che avrebbe rischiato di far apparire quel gesto troppo forzato e l’ultima cosa che voleva era dare a Shin l’impressione che lo compatisse, anche se in fondo, si disse, per una parte di lei era così.

“Perché sono quello che sono.”

Quanta amarezza ci poteva essere – quanto rammarico? ­– nelle parole di qualcuno che descriveva sé stesso in quel modo?

– Forse sarebbe meglio rivolgersi a qualcuno di più qualificato – riprese Shin, ogni traccia amara spazzata via da un sorriso spensierato. – Il Maestro Theisen insegna Autocoscienza ai demoni della Domus Aurea da un’ottantina d’anni, ne sa sicuramente più di me. –

Autocoscienza, ossia la capacità di entrare in contatto con sé stessi. Una cosa in cui Regan difficilmente avrebbe potuto avere successo, dato che tuttora non sapeva esattamente chi lei fosse.

– Insegna solo ai demoni? –

Shin sedette sul masso. Una gamba, lunga e fine come quella di un ragno, si piegò per appoggiarglisi al petto; prese un sorso di idromele dalla fiasca che aveva pescato dal tascapane e annuì.

– Non puoi certo pretendere che i metodi di insegnamento per l’una e l’altra razza siano gli stessi. Sai, angeli e demoni sono simili in moltissime cose, identici in altrettante, ma hanno poteri diversi, dentro, e modi diversi di percepire. Be’, comunque forse non dovrei essere io a dirlo, no? – aggiunse infine, con un piccolissimo sorriso intimidito.

Forse no, in effetti.

Un’altra cosa di cui Shin poteva vantare e che mai nessun dipinto avrebbe potuto possedere era il tepore che la sua personalità emanava, l’umiltà incorruttibile di ogni suo gesto e parola, qualcosa che, più che con la modestia vera e propria, aveva a che fare con una contrizione più intima, solo superficialmente indovinabile, ma la cui vera natura rimaneva un mistero racchiuso nel nero della malinconia dei suoi occhi.

Ma in ogni caso forse era davvero lui, che aveva i poteri di entrambe le razze, ed era unico nel suo genere come un giglio nato da uno stelo di rosa, il più indicato per istruirla.

Regan aveva tenuto per sé quanto accaduto con la bestiolina fulva dai grandi occhi neri quel giorno che sembrava ormai così lontano, nel vicolo dietro la Quercia d’Argento, in cuor suo ancora dubbiosa sull’intera questione.  In fondo, non lo sapeva nemmeno lei che cosa fosse veramente successo, e per quel che la riguardava era acqua passata.

Lei e Shin consumarono di gusto lo spuntino, avvolti nel silenzio ovattato della neve. I respiri diventavano nuvolette di vapore di fronte ai loro volti, sprazzi di vapore denso nella cristallinità incorrotta dell’aria.

– E noi che credevamo che si stessero duramente allenando. –

Regan cercò con lo sguardo, curiosa, la provenienza di quella voce femminile che ormai conosceva molto bene.

Sulla scia delle orme impresse da lei e Shin nella distesa di neve camminavano ora Anneli e Aeden, avvolti in magnifiche cappe di un grigio perlaceo, i bordi rifiniti con elaborati ricami neri, lucenti e serici come i loro occhi.

La lunga gonna purpurea di Anneli strusciava a terra raccogliendo polvere di ghiaccio, e così gli stivaletti neri. Aeden, i capelli lasciati insolitamente sciolti in una cascata dorata sulle spalle eleganti, le sorrideva da sotto una mano, portata alla fronte per schermarsi dalla bassa luce del sole nella radura sprovvista della protezione degli alberi.

Salutarono con un cenno, i volti arrossati. Dovevano essersi fatti una bella cavalcata fin lì.

– Avevamo in mente qualcosa di un po’ diverso quando Lucius ha detto che eravate venuti ad allenarvi. –

Aeden ebbe uno sguardo condiscendente tutto per lei e un sorriso vellutato in tutto e per tutto identico a quello di Prince, forse solo più leggero, più giovane.

Lucius cercava spesso di spingerla a trascorrere del tempo assieme agli Edelberg e alla loro cerchia di amicizie; la spronava ad aprirsi, a divertirsi, a vivere come se quella dovesse essere la sua vita, come se sapesse che tutto ciò che c’era stato prima era già fuori da qualsiasi possibilità di recupero. Regan lo assecondava volentieri, perché stare insieme a ragazzi che non badavano alla stranezza del suo aspetto né giudicavano la sua inettitudine faceva bene al suo umore. Le dava la sensazione di appartenenza a qualcosa, l’illusoria impressione che quel mondo fino a poco tempo prima sconosciuto ora fosse anche un po’ il suo.

Aveva avuto altre occasioni di cenare o pranzare dagli Edelberg, scoprendo così anche la passione che Lady Edelberg – Arista, come esigeva di essere chiamata, senza frivole formalità – nutriva per l’arte culinaria, e altrettante ne aveva avute di consumare pomeriggi interi a spasso per Kauneus con tutta la combriccola. Aveva conosciuto gente nuova, per lo più allievi della Domus, e stava iniziando ad acquisire familiarità con le vie della città e orientarvisi con una discreta sicurezza. Anche i passaggi attraverso i Portali stavano diventando meno traumatici, anche se la testa continuava a girarle ogni volta.

Lucius non si fidava mai ad allontanarsi troppo da lei, fuori casa, se non c’era Shin nei paraggi. La lasciava con riluttanza in compagnia di altri, ma quando si trattava dei ragazzi Edelberg e dei loro amici, essendo tanti e tutti ben addestrati a combattere su più fronti, si arrischiava ad assentarsi per qualche minuto. Una volta, durante una gita a Talua, bellissimo borgo antico di Sonnerg di cui lei si era letteralmente innamorata, si era addirittura concesso più di un’ora prima di tornare, e l’aveva poi ritrovata in un’osteria di ultim’ordine a lanciare freccette contro una parete raffigurante nientemeno che la stimatissima Coordinatore Generale Castalia Reis circondata dallo sfegatato tifo dei gemelli Edelberg, di Lisandra e del loro amico Kama, nonché dall’imbarazzo costernato di Anneli.

Si erano fatti tutti delle grasse risate, certo, ma tuttora non era sicura che lo spasso fosse valso la tempestosa lavata di capo che le era spettata una volta riportata a casa a suon di strattoni al braccio.

– Non è come sembra – dichiarò Regan in propria difesa. – Shin è stato costretto a desistere di fronte alla mia incapacità. –

Anneli le concesse un sorriso quasi gentile. Da quel loro scambio di implicite confessioni nelle serre, testimonianza della condivisione di un segreto che le aveva irrimediabilmente avvicinate, il suo atteggiamento nei confronti di Regan aveva ceduto le spine ostili per vestirsi, se non di petali soffici, almeno di più amichevoli foglie dentellate.

– La prima lezione che un’allieva della Domus Aurea deve imparare è che non può partire dalla pretesa di essere un uomo, poiché non ne possiede la struttura fisica, né la prestanza – recitò nel tono pratico e stringato di chi illustrava una legge di sopravvivenza fondamentale. – Loro hanno la forza, noi l’agilità, e di conseguenza di essa dobbiamo fare il nostro punto di forza. –

Da sotto le pesanti falde della cappa estrasse qualcosa. Era una spada priva di fodero, più corta e sottile di quella con cui lei si era esercitata finora, di un metallo chiaro, lustro, con un motto inciso lungo la lama che non riuscì a leggere. Esattamente il tipo di spada che le aveva consigliato Shin.

– È la spada che viene consegnata a tutte le apprendiste del primo anno alla Domus Aurea durante la cerimonia di ammissione – spiegò Anneli orgogliosa, tenendola sui palmi come un piatto di inestimabile valore. – È stata la mia compagna più fedele durante tutto il primo triennio ed è stato alla sua maneggevolezza che ho battuto per tre anni di seguito lo spadaccino campione dell’Accademia. –

Un sorriso salace della durata di un lampo lanciato verso Aeden e il modo in cui lui sorrise di rimando con una breve scossa di capo comunicarono a Regan che il citato campione doveva essere proprio lui.

Lei temeva di aver frainteso il significato della spada che le era prostrata davanti come un’offerta propiziatoria, ma Anneli si premurò di scongiurare ogni dubbio prendendole le mani e affidando personalmente la piccola spada alle sue dita.

– Penso che sarà più utile a te che alla vetrina in cui prendeva polvere nella mia stanza. –

Appena la lasciò andare, la spada piombò con tutto il suo peso tra le mani di Regan, che non poterono fare a meno di cedere leggermente nell’accusare il colpo inatteso. Pur ridotta nelle dimensioni, restava comunque di discreta pesantezza. Rispetto all’altra, in ogni caso, sarebbe stata molto più semplice da brandire.

A corto di parole e di ogni capacità reattiva, Regan abbassò lo sguardo sulla preziosa arma e ringraziò commossa. Anneli non le permise di andare troppo sul sentimentale: a disagio, si appigliò al primo diversivo che trovò; il suo sguardo, infatti, andò a cadere sul tascapane colmo lasciato a sé stesso accanto a Shin.

– Avete portato la merenda, vedo – commentò in tono divertito.

Regan decise di farle la gentilezza di assecondarla, il dono appena ricevuto gelosamente stretto al petto.

– Un pensiero di… –

Eleonora era il nome che completava quella frase, ma non riuscì mai a raggiungere le labbra. Poi rammentò: il Segreto. Non essendone la Custode, lei non aveva il potere di rivelare le informazioni che esso proteggeva, pertanto le era  fisicamente impossibile comunicarle in alcun modo.

– Di Lucius – terminò quindi.

Anneli sollevò il lembo di iuta che chiudeva la borsa e considerò con aria scettica le due tortine alle noci che fecero capolino, ma non disse niente.

– Il sole ha già iniziato a calare – osservò Shin, scrutando il cielo. – Sarà il caso che ti riporti a casa. –

– Noi abbiamo lasciato i cavalli appena fuori dal sentiero – disse Aeden. – Possiamo accompagnarvi. –

Shin le domandò con un’occhiata cose lei ne pensasse e lei scrollò appena le spalle. Andare a cavallo le piaceva ed era da un po’ che non ve aveva l’occasione.

Anneli era venuta in sella a una bella puledra nera di nome Hamara; Aeden, invece, con un giovane stallone grigio maculato che aveva battezzato Taivas.

Fu strano per Regan aggrapparsi alla vita esile di Anneli durante la galoppata di ritorno. Abituata a sentire il robusto addome di Lucius, le sembrava quasi di non essere al sicuro, mentre in realtà Anneli era un’amazzone provetta e non indugiò nemmeno quando ci fu da saltare un tronco crollato.

Regan adorava cavalcare, ma Lucius di rado le concedeva di accompagnarla a fare un giro tra i boschi e ogni volta che lei lo supplicava di insegnarle, lui la liquidava sempre con un “Vedremo” che lei detestava.

Mentre si godeva il divertimento, intravide spesso tra le fronde e i cespugli uno sprazzo di rossiccio che fuggiva o si nascondeva e ormai non aveva più bisogno di chiedersi cosa fosse: il suo piccolo amico dalla pelliccia fulva ormai la stava seguendo – più o meno di nascosto ­– da giorni, fin da prima che lei potesse realizzarlo.

Era spettacolare il rumore sordo degli zoccoli contro la terra innevata, un picchiare sordo e regolare simile alle pulsazioni di un cuore in corsa che si diffondeva tra gli alberi senza violare il loro sonno maestoso. Li accarezzava e basta, lasciandosi dietro nuvole di polvere di ghiaccio e una palpitazione che si disperdeva in lontananza.

Quando i cavalli impennarono di fronte alla casa di Lucius e Aeden la aiutò a smontare, Regan si rese conto di sentirsi esausta. Era il crepuscolo e la luce del giorno era di un azzurrino verdastro mentre calava oltre l’ultimo tratto di cresta montuosa occidentale, catturando e pennellando su Norden i colori vitrei dei ghiacciai.

C’era qualcosa che andava oltre la meraviglia nel suo continuo stupirsi davanti alle bellezze della natura, alla semplicità di un biscotto alle mandorle intinto in una tazza di latte aromatizzato alla vaniglia, di un libro di fiabe secolari da sfogliare sdraiata su un tappeto con un camino accanto che scaldava i pensieri. Tutte quelle piccole cose che erano ormai una quotidianità non riuscivano, per lei, a trasformarsi in qualcosa di scontato, in un’abitudine che si assolveva meccanicamente, senza prestarci attenzione. Tutto aveva un’importanza, un fascino, persino aiutare Eleonora con le faccende di casa le procurava una gradevole sensazione di benessere, quasi fossero un passatempo dilettevole come ogni altro.

Aeden e Anneli si accomiatarono proprio mentre il sole cedeva gli ultimi raggi al giorno per lasciare che la notte gli sopraggiungesse dolcemente. Poco lontano, sulla strada selciata la luminescenza naturale del kival iniziava a rischiarare la via dei viaggiatori notturni.

– Arrivederci, allora – disse Aeden, gettandosi la sciarpa dietro la spalla. – Vi attenderemo domani sera alle celebrazioni per il Solstizio d’Inverno. –

Per qualche ragione a Regan parve che quel plurale fosse una galanteria rivolta a lei sola, senza affatto comprendere Shin, che Aeden nemmeno guardò.

Il Solstizio. Lo aveva quasi dimenticato.

La sua curiosità di saggiare personalmente un evento di una simile portata (Lucius le aveva raccontato con entusiasmo fin troppo convinto del banchetto, dei balli, dello sfarzo unico nel suo genere del palazzo in cui aveva sede in Nucleo di Norden) lottava ormai da giorni contro la totale mancanza di voglia di dimostrare per l’ennesima volta quanto lei fosse fuori posto in ambienti del genere. Qualunque delle due avesse avuto la meglio, comunque, per Lucius avrebbe fatto poca differenza, e non aiutava certo il fatto che Eleonora fosse già pronta da una settimana a metterla in ghingheri per l’occasione.

– Naturalmente – si ritrovò a rispondere, sperando che il sarcasmo passasse inosservato.

I due Edelberg non aggiunsero altro. Una speronata dei fianchi dei rispettivi destrieri e in un attimo sparirono alla vista, inghiottiti nella nebbia che pian piano si stava sollevando dal suolo.

– Bentornati! – cinguettò Eleonora, non appena li sentì rientrare.

La casa, come al solito, era calda e accogliente e qualcosa dal profumo molto invitante stava sobbollendo in cucina.

Regan mugugnò qualche risposta, che finì però inevitabilmente eclissata dall’educato saluto di Shin. Si avvicinò al tavolo e si lasciò cadere a peso morto su una delle sedie, abbandonando la testa sulle braccia incrociate.

In quella Lucius sbucò dalla porta ad arco alle spalle di Shin, profumato di sapone, solo i pantaloni addosso, i capelli fradici che spargevano gocce ovunque e il polso sinistro misteriosamente fasciato. Le sue cicatrici erano gocce di luce bianca tra gli aloni gialli delle lampade che costellavano la stanza.

– Che ti è successo stavolta? –

Lucius si toccò automaticamente il polso. Nemmeno stavolta per lui la questione fu degna di un minimo di serietà. Un sorriso evasivo e una scrollata di spalle liquidarono, o così ritenne lui, ogni necessità di risposta vera e propria.

– Oh, una sciocchezza. Non ci sono più i gargoyle educati di una volta. –

Regan si sforzò di capire in che modo un mostro di pietra potesse dimostrarsi poco educato, ma ci rinunciò immediatamente. Lasciando che le chiacchiere del resto dei presenti diventassero un sottofondo vago e indistinto, rimise la testa sulle braccia e chiuse gli occhi.

 

 

L’odore di chiuso e acre di umidità si mescolava quello di cera e di olio bruciato che emanavano le torce affisse alle pareti, macchie di luce che sporcavano un buio troppo denso e avvolgente per aver mai conosciuto un raggio di sole. Là sotto, tra quei cunicoli, era la notte eterna.

Il pavimento era nuda pietra bagnata di condensa, ogni passo un riecheggiare infinito lungo corridoi troppo lungi e intricati per intuirne la fine. Respiri brevi e nervosi si sollevavano davanti a un viso incupito nascosto da un cappuccio che gettava ombre sul chiaro dei suoi occhi.

Si fermò al cospetto di una porta di legno tarlato, le cerniere corrotte da incrostazioni di ruggine rossastra che produssero un sinistro scricchiolio quando tirò la maniglia.

Esitò prima di entrare.

– Vieni avanti, Arith – gli ordinò una voce profonda dall’interno.

Lui obbedì.

La stanza era irrorata di un’innaturale luce azzurrina. Sul tavolo al centro, una fiamma che non pareva affatto fuoco, come fatta di brandelli di spettri, vibrava opalescente dell’assoluta assenza di correnti d’aria, sospesa nel nulla due dita sopra il legno. Accanto a essa, Genesis scrutava il vuoto pensoso, il bagliore tremulo che riverberava nel grigio apatico dei suoi occhi.

Arith si avvicinò e si prostrò in un umile inchino, come gli imponeva il suo grado di novizio dell’Ordine nei confronti del superiore, e Genesis non era un semplice superiore: lui era l’Eescutore Supremo, ed era grazie al suo favore che lui, Arith, era stato prescelto per ricoprire il ruolo di quinto Esecutore. Era un grande onore poter prendere parte attiva alla Missione.

– Signore. –

– Dianthe mi ha riferito che le è giunta voce che la ragazza prenderà parte alle celebrazioni per il Solstizio – dichiarò il timbro grave di Genesis, la mascella contratta, una vena che pulsava sulla sua tempia. – E tu avrai il compito di impossessarti di lei. –

– Io, signore? –

Arith era spaesato. Era giovane, troppo perché potesse essere ritenuto degno di un compito tanto importante, e se qualcosa fosse andato storto, non osava immaginare quali sarebbero state le conseguenze.

La risposta di Genesis risuonò cupa e velatamente minacciosa:

– Hai obiezioni in merito? –

– Signore, il mio volto è noto a molti Cacciatori che saranno presenti – si spiegò lui, mestamente, torcendosi le mani. – Forse Alioth sarebbe più… –

– Alioth è sfigurato e troppo maturo, attirerebbe troppo l’attenzione e desterebbe dei sospetti se cercasse di avvicinare una ragazzina. Tu sei piacente e abbastanza giovane da poter impersonare credibilmente la copertura che ho in mente per te. –

Arith per poco non arrossì per quel complimento, ma si rese conto che sarebbe stato inopportuno, pertanto chinò nuovamente il capo in segno di assenso.

– Per quel che concerne il pericolo che tu venga riconosciuto, non devi temere, la fortuna ci assiste: ogni partecipante sarà mascherato e tu passerai del tutto inosservato. –

Il Giuramento gravava su Arith come un fardello di cui era impossibile liberarsi senza pagarne le care conseguenze. Un simbolo tatuato perpetuamente sulla schiena, in corrispondenza del cuore, un sigillo mortale che da mille anni veniva posto a monito per i traditori. Era stata la violazione del Giuramento a uccidere Sharlit e se lui si fosse sottratto al volere del Supremo avrebbe fatto la stessa fine. Non lo allettava l’idea di mescolarsi a una folla brulicante di membri della Lega a cui non sarebbe stato affatto difficile riconoscerlo come uno dei loro ricercati più famigerati, e tuttavia ancor meno lo allettava sapere che sottraendosi a quel compito avrebbe personalmente sperimentato la leggendaria morte di agonia che spettava ai traditori, una tortura interiore che finora aveva sentito narrare solo nei racconti turpi dei confratelli più anziani dei cui non ci teneva a verificare sulla propria pelle la veridicità.

Risoluto e forte di un ritrovato coraggio, Arith drizzò spalle e schiena e assentì fiero.

– Come desiderate, mio signore. –

Una volta ogni cento anni, l’Ordine doveva assolvere al proprio dovere a qualunque costo, a qualunque prezzo, e il secolo corrente un pezzetto della gloria sarebbe spettata anche a lui.

 

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A/N: sarò del tutto sincera: questo è un capitolo puramente filler, quindi se non vi è piaciuto o vi ha detto poco, mi sta bene. XD Il prossimo capitolo, invece, è decisamente più ricco e interessante e vi preannuncio che finalmente incontrerete una figura che da tanto incombe silenziosa sulla storia. :3 Chissà, chissà!

Intanto dedichiamoci all’angolo delle risposte alle recensioni:

Xx Kin YourichixX: mi pare di capire che quindi Lucius ti susciti qualche avversità perché è “sentimentalmente occupato”, giusto? Insomma, ti senti un po’ tradita (come Regan, del resto! XD). In ogni caso, se ti può consolare, il fatto che a lui interessi un’altra, non significa necessariamente che la cosa sia corrisposta. ;) Hai detto bene di Regan, poi: è una bambina, a tutti gli effetti, pur essendo una ragazza ormai matura, e scopriremo anche i motivi di questo suo essere così bambina. Per quel che concerne i suoi poteri (immagino tu stia parlando delle voci che sente quando cade a terra), è invece tutto un altro discorso: lei sa già di essere strana e inoltre c’è il problema che non riesce a controllare minimamente il suo potere o quel poco che mostra di avere, quindi nel momento in cui insorge qualche anomalia, o crede di essersi immaginata tutto, o comunque ritiene sia meglio fare finta di niente, temendo di essere portata via a Lucius se qualcuno dovesse scoprire qualcosa di vagamente interessante su di lei. Idem con i sogni: prima di parlarne con qualcuno, vorrebbe sapere lei per prima di che cosa si stratta. Ah, e per quanto riguarda la domanda sul blocco dello scrittore: oh, se mi è capitato! XD Un sacco di volte, soprattutto all’inizio della stesura, durante i primi capitoli. C’erano momenti in cui credevo che non avrei mai concluso niente! .­­__.

Milou_: tranquilla, tranquilla, la bestiolina non sta affatto con i cattivi! J Ha solo un pessimo tempismo e un’inopportuna ossessione per le cose che luccicano. XD Amo molto anch’io i draghi, sai? Non ho mai letto Eragon, ma li trovo creature incredibilmente affascinanti e ti prometto che se ne parlerà ancora, anche se non in questo libro. E nemmeno il motivo per cui il tocco di Shin fa male a Regan verrà spiegato entro la fine di Innocence, quindi dovrai avere molta pazienza (e magari potrai leggerlo direttamente sulla carta stampata, se la fortuna mi assiste J ). Grazie mille per tutti i complimenti, comunque! *-*

LovelyAndy: so bene che il pubblico medio chiede letture semplici e leggere anche dal punto di vista formale, ma mi sembra veramente squallido cambiare il mio modo di scrivere e “vedere” le cose che racconto solo per dare alla gente quello che vuole. Ho già una lista di case editrici serie a cui inviare il manoscritto appena sarà stampato e se lo accetteranno per ciò che è ne sarò felice, altrimenti pazienza. Se dovessi modificare interamente la narrazione, non sarebbe più un libro mio, non so se mi sono spiegata. Poi, che altro? Ah, sì! Regan VS Bella! XD Allora, devo essere sincera sincerissima: ho una certa repulsione verso Twilight. Ho cercato di leggerlo e non sono riuscita ad arrivare granché lontano a causa dell’eccesso di zuccherosità della trama. È più forte di me: le melensaggini mi danno la nausea. ^^ Però conosco abbastanza bene il personaggio di Bella e sinceramente spero che Regan sia diversa da lei. E’ vero che Regan è abbastanza imbranata (più a livello mentale che fisico, direi XD), ma lo è in modo molto infantile, ed è indifesa e bisognosa di protezione non perché le manchi il coraggio o la voglia di mettersi in gioco, ma perché a livelli pratici non è capace né di usare armi né di sfruttare i poteri che ha. Insomma, fosse per lei sarebbe la prima a gettarsi nella mischia. XD Inoltre Regan non ha né la timidezza né l’introversione di Bella: le piace stare in mezzo alla gente, quando la trattano da persona e non da scherzo della natura, e non si fa problemi a dire le cose in faccia, se serve, senza contare, poi, il suo pessimo carattere. XD Insomma, ho fatto del mio meglio per darle una personalità precisa e almeno un pizzico originale, di modo che non fosse la solita bellezza, simpaticissima e dolcissima, che fa sospirare tutti e incanta anche i muri. Per quanto riguarda la domanda su Lucius, invece: fuoco fuochino! ;) Spero di essere stata esauriente. J

Shadow_Soul: il “brutto tizio” di cui chiedi non sta dalla parte di Desmond, il che significa che ci sono due nemici di cui preoccuparsi, ed entrambi vogliono la stessa persona, ma per motivi differenti. Come dicevo prima alla risposta a Milou_, scopriremo perché Shin fa male a Regan quando la tocca solo molto più avanti, e non sarà entro la fine di questo libro, perché la saga continua per altri quattro libri e quindi qualche mistero va lasciato al futuro. J Come dici tu stessa: le tue domande (tutte più che legittime!) avranno risposta, a suo tempo, quindi c’è solo da pazientare (un bel po’! XD). A titolo informatico, visto che ti chiedevi quanti capitoli ci saranno ancora, questo libro prevede 31 capitoli totali, compresi prologo ed epilogo, quindi fatti due conti. ;) E grazie di cuore per i complimenti!

 

Bene, anche stavolta ho fatto il mio dovere. u.u

 

Come sempre, spero abbiate gradito e se volete lasciare un commento, sappiate che ne sarò molto felice. J

 

E, giusto perché comprendiate meglio quanto succoso sarà il prossimo capitolo, ve ne lascio un assaggino:

 

Una dama vestita di verde era appena entrata in sala e gli occhi di tutti erano puntati su di lei. Benché la maschera dal bordo bianco celasse metà del suo viso alla vista dei presenti, la sua bellezza dirompeva da dietro di essa con prepotenza, quasi rifiutasse di lasciarsi oscurare da un inutile orpello. Carnagione bianca, nobile, perfetta come un bocciolo di rosa, e forse una regina non avrebbe avuto un portamento tanto regale. Capelli lunghi e scuri facevano da velo sulle spalle nude e lungo tutta la schiena, disegnandone il profilo sottile nelle luci incandescenti.

– Meravigliosa – commentò qualcuno, in tono strozzato.

Man mano che avanzava, la gente si ritraeva, chi ammaliato da quella presenza abbacinante, chi troppo intento a fissare rispettosamente il suo riflesso nel pavimento rosato per osare guardarla direttamente.

Nel mezzo del nero della maschera due occhi di un verde raro, acqua di fiume congelata tra i prati, brillavano di splendore riflesso, ottenebrati da screzi di malinconia che li facevano rassomigliare a cristalli esanimi.

Improvvisamente tutte le donne che Regan aveva conosciuto e reputato belle impallidirono al confronto di quella sconosciuta.

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Capitolo 14
*** La Dama Del Cavaliere Nero ***


13. LA DAMA DEL CAVALIERE NERO

 

And you find him there
Arms open wide
Love in his eyes
– Friend Of A Wounded Heart, Avalon –

 

 

Doveva essere la cosa più vicina alla disperazione che avesse mai provato.

Tutta la clemenza che Eleonora le aveva finora concesso con i corsetti era completamente andata in fumo e le mani della donna, che un tempo aveva lodato per la loro gentilezza, questa volta avevano stretto i lacci senza un briciolo di pietà, riducendo la sua vita a una circonferenza che avrebbe giurato non fosse possibile raggiungere senza privarsi di qualche organo vitale. Il suo petto, in compenso, appariva più florido di quel che era e Regan se ne sarebbe rallegrata, se solo i suoi polmoni non avessero faticato tanto a riempirsi a sufficienza per tenerla in piedi.

Il vestito era quello bianco dai decori scarlatti che Lucius le aveva comprato da Madame Shawn tempo prima – questione di pochi giorni, che a lei però sembravano anni interi – e tutto ciò che le proteggeva le spalle era il morbido broccato rosso torbido del mantello, annodato sulla gola da un fiocco di raso nero. Nera era anche la maschera che le contornava gli occhi come una farfalla dalle ali spiegate, il bordo percorso da una fine orlatura candida che stava a indicare che lei non fosse né sposata né promessa. Per chi era promesso o ufficialmente fidanzato, le aveva appena finito di spiegare Lucius, era prevista una bordatura d’argento, per i coniugati una d’oro, per i vedovi una nera.

La tradizione delle maschere per le inaugurazioni delle nuove stagioni era antica di secoli, risaliva al periodo dei Monarchi, istituita quale simbolica manifestazione di uguaglianza, di modo che tutti gli invitati si sentissero di pari dignità per una notte, nella fattispecie, quattro volte l’anno, per la durata dei due Solstizi e dei due Equinozi. L’intento era pregevole, non fosse stato che, maschere tutte identiche a prescindere, dall’alba della tradizione le varie estrazioni sociali rimanevano comunque inequivocabilmente ben espresse dalla foggia degli abiti, dalla preziosità ostentata dei gioielli, dalla ricchezza delle acconciature delle signore.

Cionondimeno, forse presi dalla foga di poter essere chiunque per una serata, molti mettevano tanto impegno nel modificare il proprio aspetto e il proprio stile che spesso e volentieri cari amici di vecchia data stentavano a riconoscersi nella folla di maschere nere e non di rado era accaduto che ignari rampolli di famiglie rivali trovassero l’amore durante una danza condivisa per caso.

– Durante le celebrazioni dell’Equinozio di Primavera dello scorso anno è stato denunciato il rapimento dell’ultimogenita della casata dei Blackthorne, di Maurecast. Il Coordinatore della Terra in persona, zio della fanciulla, ha guidato un’assennatissima ricerca a tappeto per ritrovare la dolce nipotina, salvo poi scoprire che la virtuosa si era appartata con un fascinoso neoinvestito Cacciatore tra i cespugli dei giardini del palazzo del Nucleo di Brenner. –

Regan non rise solo perché le riusciva fisicamente impossibile.

La carrozza arrancava per la strada, l’incedere dei cavalli affaticato dalla salita che era da poco cominciata. Il palazzo del Nucleo di Norden era fuori città, costruito come una gemma bianca in cima a una bassa collinetta ai cui piedi correva una muraglia di pietra dall’aspetto più decorativo che difensivo, merlature e piccole torri a intervallarsi armoniosamente fino a che, in corrispondenza della strada, non si interrompevano in un varco per lasciare spazio a un’arcata monumentale la cui grata possente era al momento sollevata, gli spuntoni inferiori che incombevano sulle teste dei visitatori in entrata, minaccia silenziosa per gli eventuali malintenzionati.

Da dietro il vetro del finestrino, Regan ammirava a bocca aperta la magnificenza del castello: marmi candidi come il latte svettavano in migliaia di pinnacoli appuntiti, torri collegate tra loro da passaggi sospesi nel vuoto adorni di colonnine levigate e un susseguirsi di ogive snelle e acute che ne alleggerivano la struttura, impreziosendola al contempo. Finestre immense si spalancavano sulla notte da dietro le pesanti cortine aperte, riversando getti di luce dorata sulle facciate esterne, una competizione di splendore con la luna che a tre quarti brillava nel mezzo di una stellata invernale purificata da ogni nuvola. Le dimensioni colossali e la raffinatezza estrema dell’architettura denotava una regalità che si rispecchiava nei prati curati, nei viottoli in selce che lambivano le aiuole incredibilmente fiorite nei toni del blu e del bianco, varietà esotiche che Regan non conosceva e che probabilmente provenivano dai migliori coltivatori di Sonnerg.

C’era un viavai di carrozze lungo la salita, alcune che sparivano entro le mura del castello per accompagnarvi i passeggeri, altre che ne uscivano, vuote, per ritornare qualche ora più tardi, a feste finite.

Provò suo malgrado un brivido di inquietudine nel rendersi conto che, anziché una persona perbene come Lucius, avrebbe potuto essere un malintenzionato a raccoglierla, un criminale che l’avrebbe venduta per un pugno di corone o chissà che altro. Lucius era da sempre stato fin troppo cortese con lei: per ragioni che ancora le rimanevano oscure, la aveva accolta con sé, la aveva aiutata a iniziare a costruirsi delle amicizie per colmare almeno in parte il vuoto che lei aveva dentro, e la stava viziando come se le fosse dovuto. Anche se lui le aveva più volte ripetuto che per lui non era affatto un problema, lei sentiva che c’era dell’altro, qualcosa che non le stava dicendo, ma non se la sentiva di fargli pressioni. Forse un giorno sarebbe stato lui stesso a rivelarle la verità.

La vettura si fermò di fronte a una scalinata che conduceva a una alta porta in vetro dalle rigogliose venature in ferro battuto che richiamavano motivi floreali in mille riccioli leggeri. Un lacchè in livrea accorse ad aprire la porticina e abbassare il predellino, per poi farsi cerimoniosamente da parte. Lucius scese per primo. Da capo a piedi il nero lo ricopriva con la solita, distratta eleganza, un rubino il solo tocco di colore visibile a chiudergli la cravatta di volant. Gli occhi azzurri sorridevano da dietro la maschera priva di bordature quando si volse a porgerle la mano per aiutarla a scendere.

Non gli chiese il perché di quel dettaglio inconsueto. Se non era in alcun modo formalmente impegnato, poteva accettare qualsiasi altra spiegazione.

Salirono la scalinata a braccetto, come da etichetta, e fecero il loro ingresso nell’immenso salone subito dopo una coppia dalla pelle leggermente brunita tipica di Asante, di cui vestiva i colori caldi e sgargianti. Con una mano stringeva il braccio di Lucius e con l’altra reggeva il vestito, a stento distinguibile dal pallore del suo incarnato. Quando Eleonora, a casa, si era fatta avanti con la cipria per prepararla a uscire, le aveva accostato il soffice piumino alla guancia e poi era scoppiata a ridere, sostenendo che probabilmente quella polvere profumata avrebbe solo rischiato di farla apparire più scura. Si era così limitata a colorirle un poco le gote con una delicata sfumatura rosea e le aveva passato sulle labbra un dito velato di una densa crema rossa. Era così che si facevano belle le signore, le aveva detto, mentre con un ferro rovente le aveva acconciato i capelli in una cascata di boccoli lucenti. Sul collo, appena sotto la nuca, Regan conservava ancora il ricordo bruciante ­– più letteralmente di quel che avrebbe voluto – di un movimento inconsulto al momento sbagliato.

Dentro, tutto era molto più immenso e fastoso di quel che si sarebbe mai potuta sognare: soffitti alti come cieli affrescati con nuvole simili a sbuffi di cotone su sfondi celesti e lividi nembi scuri contro distese violacee in tempesta. Miriadi di luci di tutti i colori dell’iride fluttuavano nell’aria sopra le teste degli invitati, infiniti globi grandi quanto acini d’uva che sembravano rifulgere di vita propria. Regan non aveva mai visto nulla del genere.

Per una volta, al passaggio di Lucius non c’era un continuo porgere di saluti e pacche sulla schiena. Sembrava anzi che davvero nessuno lo riconoscesse, ma Regan si disse che non c’era da stupirsene: erano molti gli uomini di elevata statura vestiti di nero e una buona parte di essi avevano lunghi capelli abbastanza scuri per essere confondibili con quelli neri di Lucius. Era facile, guardandosi intorno, distinguere la provenienza degli invitati: donne floride e uomini corpulenti dalla carnagione olivastra e brunita dal sole delle Terre meridionali, Asante e le zone al sud-est di Sonnerg; i lineamenti marcati e caparbi sui volti eburnei dell’est, Mauercast e Astereis, che si facevano più eleganti, più fini nelle bianche genti di Norden e delle terre settentrionali di Brenner; e infine le fattezze miste tipiche di Corterra, capelli biondi e ricci con occhi scuri come l’onice, chiome corvine dalle sfumature viola e bluastre sposate con occhi a mandorla dei colori più tenui simili a corone di vetro, e ancora, iridi castane screziate di fuoco che si accompagnavano a chiome di pure filature di rame e bronzo.

Nessuno, nemmeno le dame che si erano tinte per vezzo, aveva i capelli color rosso sangue.

– Stasera avrai l’onore di vedere le personalità maggiori delle Sette Terre – le sussurrò Lucius. – Nonché un ragguardevole numero di giovani scapoli facoltosi in cerca di consorte – e le strizzò un occhio.

– Vorrei tanto sapere a cosa servono le maschere, se qui dentro ci sono solo nobili o riccastri – borbottò lei, seguita da qualche sguardo appartenente a individui decisamente troppo maturi perché lei potesse subirne l’attenzione senza un moto di disgustata ribellione da parte del proprio stomaco.

– Ho parlato di grandi personalità, non di nobili – la corresse lui. – Perché non mi ascolti mai quando parlo? Non ricordi? Il Coordinatore Generale viene da un villaggio di contadini, e molte della cariche primarie della Lega sono rivestite da personaggi di umili origini. Oggigiorno un titolo nobiliare può significare ancora ricchezza e potere, ma il prestigio e l’onore si guadagnano solo con le gesta personali. –

– Vale a dire che tu, figlio di nessuno, sei tanto famoso e ammirato per via delle tue imprese eroiche? –

Lucius si irrigidì al suo fianco, il suo passo tra la folla si fece d’un tratto più cauto. Le sorrise.

– Potremmo dire così, sì. Guarda – fece poi. – Quello laggiù, ad esempio, è Tedros Foyer, Coordinatore di Asante – fece discretamente cenno a un omone di corporatura massiccia e la pelle scura che scambiava cordialità con un nutrito gruppo di giovanotti che vestivano l’uniforme ufficiale di Cacciatori, casacche grigio scuro con panciotti di una tonalità più chiari, una spilla che ricalcava la Stella della Lega appuntata al petto a sormontare il ricamo minuzioso dello stemma della Terra di Sonnerg, un giallo sole stilizzato dai raggi serpeggianti.

Una capogiro improvviso annebbiò per un attimo la mente di Regan. Si sostenne al gomito solido di Lucius, stordita dal balenare dell’ormai familiare immagine dello stesso sole che si stagliava in un cerchio di luce sullo sfondo di un cielo nero, singhiozzi remoti troppo deboli e imprecisi per non essere sopraffatti dall’irrompere della realtà.

– Tutte bene, cerbiattina? –

– Sì – farfugliò, cercando di nascondere il turbamento, mentre le sue palpebre calavano sul dissolversi della visione.

– Come vedi questa sera sarai letteralmente circondata da membri della Lega. Ti terrò comunque d’occhio, ma direi che più al sicuro di così, potresti solo esserlo chiusa in un Segreto –

Nello stesso momento si voltava verso di loro una donna bionda abbigliata in modo talmente essenziale da dare l’impressione che non avesse terminato di indossare tutto. Non era giovane, ma aveva un fisico ancora modellato che non poteva essere semplicemente frutto di una particolare generosità della Madre.

– Cavaliere Nero – disse, esibendo una formalità puramente ludica. – Vi trovo ogni volta più affascinante. –

I suoi occhi azzurri erano concentrati su Lucius e non davano il minimo accenno di aver notato la presenza di chi lo accompagnava.

Da perfetto gentiluomo quale era – o ci teneva a essere – lui accompagnò il solito saluto formale con un cenno riconoscente del capo.

– Voi mi lusingate – le disse, così suadente che Regan temette che le pareti attorno a loro si sarebbero disciolte di riflesso. Poi interpellò anche lei.

­– Regan, ti presento Madame Vane, l’insegnante di Difesa Armata Femminile della Domus Aurea. –

La donna, presumibilmente colei che aveva fatto di Anneli la campionessa dell’Accademia, la considerò per un frammento di tempo così fuggevole che Regan non poté fare a meno di sentirsi un pezzo di tappezzeria nemmeno troppo apprezzabile. Madame Vane, infatti, tornò subito a rivolgersi a Lucius, tutta sorridente e salottiera.

– Mi è giunta anche voce che tu ti sia egregiamente battuto contro un valoroso avversario, non molti giorni fa. –

– Non è stato un merito solo mio – si schermì lui.

Lei agitò una mano come a voler scacciare la sua determinazione a farsi scudo di modestia.

– Pensi che una perfetta intesa con il proprio Guardiano sia cosa da chiunque? In tutta la mia carriera ne ho visto pochi di ragazzi dotati come te. –

– Madame Vane, voi volete proprio vedermi arrossire, stasera. –

La risata della donna si levò arrochita e ben poco signorile, accompagnata da un gesto incurante. Anello d’oro che le ornava il dito doveva andarle largo, perché il piatto era rivolto verso l’interno della mano.

– Esiste qualcuno che possa vantare una simile soddisfazione? –

Lucius si gonfiò come un pavone e sorrise con finta arroganza.

– Non ancora, ma non m’illudo che non debba mai esistere. –

Madame Vane rise di nuovo, e intanto i suoi occhi chiari vagavano per la sala, con la stessa assiduità che Regan aveva visto in Lucius alla fiera a Shjarna.

– Vi stiamo trattenendo da migliore compagnia? –

La donna si riscosse precipitosamente e agitò di nuovo la mano callosa.

– Oh, no, che sciocchezze. Sai bene che vengo sempre per conto mio a questi eventi proprio per evitare scocciature. Lascio volentieri a voi giovani il vezzo di fare salotto. Notavo solo con piacere che molti dei miei studenti quest’anno hanno scelto di vestire l’uniforme accademica per l’occasione. Ovviamente i gemelli Edelberg non fanno parte di questi. –

I due nominati, che Regan individuò seguendo lo sguardo di Madame Vane, si trovavano in un angolo del salone con la solita cricca di fedelissimi al seguito e indossavano sobrie camicie bianche accompagnare da cravatte e panciotti di colori decisamente meno sobri, che però sembravano incontrare l’approvazione delle molte donzelle dalle maschere orlate di bianco – ma anche un paio d’argento – che si accalcavano attorno a loro. Poco distanti c’erano anche Anneli e Aeden con il resto della compagnia. Quando si accorsero che lei e Lucius erano arrivati, fecero lo segno di raggiungerli.

Si congedarono da Madame Vane con qualche convenevole e solo quando furono dal lato opposto del salone Regan si concesse un rantolo di irritazione: se c’era una cosa che la infastidiva di più della gente che la fissava, era la gente che la ignorava del tutto.

 

 

La musica si era alzata e di conseguenza anche il chiacchiericcio. La sala, che quando era arrivata era parsa mezza vuota, adesso era gremita al punto che nessuno sentiva più la necessità di mantelli e stole e un po’ ovunque degli inservienti passavano a raccogliere gli indumenti di cui la gente accaldata non vedeva l’ora di sbarazzarsi.

Lucius era stato sequestrato da una combriccola di amici di Prince e ora lo tenevano in ostaggio con chiacchiere di avventure lavorative e richieste di consigli su come affrontare meglio un certo tipo di avversari e riconoscere a colpo d’occhio un Ladro di Anime. Mescolate tra questi c’erano anche una decina di ragazze che, a giudicare dalle risatine civettuole e dall’atteggiamento lezioso, non dovevano aver mai messo piede alla Domus Aurea se non per incontrarsi con qualche fidanzato. Tra queste, le due nobildonne che Regan ricordava di aver visto quel suo primo giorno in città: Lady Sapphire e Lady Somerville.

– Oche – sentì mormorare da Anneli e Lisandra, quando per l’ennesima volta le allegre comari esplosero in un coro patetico di risolini giulivi. Aeden e i ragazzi Devore, però, erano di altro avviso e osservavano con un certo interesse una biondina tutta riccioli e occhioni blu che non la finiva di sfarfallare le ciglia di fronte a Prince, il quale peraltro sembrava nettamente più interessato al proprio calice di vino che a lei.

Anche Lucius era più partecipe agli scambi professionali con i ragazzi che al resto, e questo rincuorò Regan a sufficienza da decidere di rilassarsi e godersi la compagnia.

– Hai un’aria sofferente – le disse Lisandra, ridanciana.

Regan si posò scontenta le mani sotto alla sterno. Eleonora aveva davvero esagerato a stringere quei lacci, soprattutto considerato che lei c’era tutt’altro che abituata.

– Non ho mai portato un corsetto così stretto. –

Aeden si schiarì leggermente la voce, mentre gli altri ragazzi arrossivano pudicamente.

– Fossi in te eviterei di parlare di biancheria intima a voce alta, e soprattutto al cospetto di uomini – la avvertì Anneli.

– Oh, non fare la sofisticata, adesso! – intervenne Lisandra. – Io non me lo sono nemmeno messa il corsetto, stasera. –

Stavolta fu il turno di Anneli ad arrossire.

– Ti ringrazio, Lisandra, erano anni che non avevo il piacere di vedere Lady Contegno così imbarazzata – si complimentò Emeric, scostandosi dalla fronte qualche ricciolo rosso, e così si conquistò un’occhiataccia da parte di Anneli e un unisono di esclamazioni di apprezzamento dagli amici. Persino Aeden stava ridendo, e così somigliava moltissimo ai gemelli.

Andò bene per un’ora buona, tra assaggi di manicaretti forse troppo particolari per gusti di Regan, e sorsi di una bevanda ai frutti di bosco e cedro prodotta lì a Kauneus. Fu presentata a un lungo elenco di compagni di Accademia dei ragazzi e scambiata per quattro persone diverse, tanto che ci vollero gli sforzi congiunti di tutti quanti per spiegare a un vecchietto rattrappito e un po’ rimbambito (che i ragazzi le rivelarono essere un anziano barone di Fortre) che, no, non era “la figliola del vecchio Herne”. Anche se Regan, naturalmente, non ci avrebbe potuto mettere la mano sul fuoco, il suo istinto, per quella come per molte altre cose, le diceva che non aveva mai sentito nominare un Herne in vita sua.

A un certo punto dal nulla sbucò addirittura la nobilissima Adora Shephard, che si attaccò al braccio di Aeden in vena di moine, ma poi, dato che lui non era affatto disposto ad assecondarla, si era spostata su Kama, il quale non si era dimostrato meno indisponente dell’altro, e dunque, offesa e indispettita, la fanciulla aveva dignitosamente raccattato il suo opulento strascico e se n’era andata, nasino all’insù, a tampinare una nuova selezione di fascinosi rampolli che stavano disquisendo di addestramenti in prossimità delle tavolate del banchetto.

Molte coppiette si erano già abbandonate al ritmo seducente dell’orchestra e ballavano appassionatamente al centro della sala. Le danze vere e proprie sarebbero cominciate solo verso la Nuova, dopo gli spettacoli pirotecnici che avrebbero segnato l’inizio ufficiale dell’inverno, per protrarsi poi fino all’alba, tra musica, fiumi di vini pregiati e la consueta raccolta di fondi da destinare come contributi alle caste più povere.

Regan odiava ammetterlo, ma si stava divertendo. Prese appunto mentale di ringraziare Lucius, non appena si fosse liberato dai doveri sociali. Non la perdeva mai veramente di vista: tra una risata e un sorso di idromele, trovava sempre il modo di sbirciare verso di lei per accertarsi che tutto andasse bene, e fu così, almeno finché, senza un perché, ad un tratto l’atmosfera sembrò intorpidirsi e il chiacchiericcio si sedò di colpo.

Un perché, a dire il vero, c’era eccome, e a Regan bastò sollevarsi appena in punta di piedi per scoprire di cosa si trattasse.

O meglio, di chi.

Sentì, al suo fianco, che Anneli tratteneva il respiro.

Una dama vestita di verde era appena entrata in sala e gli occhi di tutti erano puntati su di lei. Benché la maschera dal bordo bianco celasse metà del suo viso alla vista dei presenti, la sua bellezza dirompeva da dietro di essa con prepotenza, quasi rifiutasse di lasciarsi oscurare da un inutile orpello. Carnagione bianca, nobile, perfetta come un bocciolo di rosa, e forse una regina non avrebbe avuto un portamento tanto regale. Capelli lunghi e scuri facevano da velo sulle spalle nude e lungo tutta la schiena, disegnandone il profilo sottile nelle luci incandescenti.

– Meravigliosa – commentò qualcuno, in tono strozzato.

Man mano che avanzava, la gente si ritraeva, chi ammaliato da quella presenza abbacinante, chi troppo intento a fissare rispettosamente il suo riflesso nel pavimento rosato per osare guardarla direttamente.

Nel mezzo del nero della maschera due occhi di un verde raro, acqua di fiume congelata tra i prati, brillavano di splendore riflesso, ottenebrati da screzi di malinconia che li facevano rassomigliare a cristalli esanimi.

Improvvisamente tutte le donne che Regan aveva conosciuto e reputato belle impallidirono al confronto di quella sconosciuta da cui trapelava un gelo trascendente la volontà, una bellezza ardente imprigionata in uno sguardo privo di vita.

E poi accadde.

Le persone intorno a Lucius si erano scostate e alcune delle ragazze avevano assunto espressioni apertamente oltraggiate, ma nessuna parlava. Fissavano tutti ora la Dama Verde, ora Lucius, il fiato sospeso, ed era proprio come se l’intero salone attendesse qualcosa. Il mondo sembrava essersi fermato per loro, come se sapesse che ciò che stava accadendo fosse un evento della massima importanza, e allora si fosse messo a tacere e umilmente fatto da parte per un momento, lasciando che il tempo e lo spazio, per quel breve momento, fossero soltanto per loro due.

Lucius si avvicinò lentamente attraverso un corridoio formato da due schiere di spettatori ammutoliti, un sorriso che gli solleticava la bocca fino a invadergli anche gli occhi. Prese delicatamente la mano della dama nella sua e si chinò per sfiorarla appena con le labbra, un bacio velato ma pieno di devozione, e nella mente paralizzata di Regan riemerse qualcosa.

“Altri trovano la loro casa in una persona, in una mano che ti accarezza…”

Quando lui si risollevò, il suo sguardo incrociò fugacemente quello della dama. Si sorrisero. Un sorriso che nascondeva palpitazioni accelerate e tremori inconfessabili in mani che non riuscivano a lasciarsi andare.

“In un paio di occhi da incontrare dopo una lunga separazione…”

Lucius sembrava incapace di respirare mentre la bellissima donna ritraeva la propria mano con grazia e gli concedeva un inchino regale. Sembrava morire e scoppiare di vita improvvisa al contempo.

“Sai…”

Ritrovare una parte essenziale di sé che gli era troppo a lungo mancata.

“C’è chi in un paio di occhi ha trovato il mondo intero.”

Regan ingoiò il vuoto.

Il mondo intero…

E non c’era possibilità di dubbio o di incertezza. Una delle domande che più la avevano tormentata nell’ultimo periodo trovava risposta proprio lì, sotto agli occhi di tutti, al centro di una sala da ballo affollata.

Una mano amica le strinse la sua con una forza che poteva appartenere solo alla disperazione. Anneli era immobile e priva di colore accanto a lei.

“Perché quando la incontrerai, credimi, saprai che è lei.”

 

 

Il Cavaliere Nero non mancava mai di rimanere irretito dinnanzi alla bellezza inutilmente mascherata della Dama Verde.

Era stata lontana da lui per insopportabili settimane, obbligata da un dovere che veniva prima di tutto il resto, e lui non aveva atteso altro che quella serata per poterla rivedere, aggrappandosi solo a un filo di speranza, poiché fino all’ultimo aveva segretamente temuto che non la avrebbe vista.

E invece lei era lì, al suo cospetto, dove si era diretta senza esitazioni, tanto da istigargli la presunzione che fosse lì solamente per lui.

 La Dama Verde aveva sorriso per tutti coloro che la avevano seguita con lo sguardo, ma non veramente. Era solo il fantasma di un sorriso, uno spettro che indugiava come a chiedersi se fosse quello il suo posto, come se quelle labbra non ricordassero con esattezza le giuste movenze necessarie a mimare l’espressione fisica di un’emozione che aveva a lungo smesso di abitarle dentro. Non sorridevano mai i suoi occhi, di quel verde acqua così simile al cristallo da far pensare che fosse per quella ragione che nessuno osava guardarli: il recondito timore di infrangerli.

Gli faceva male guardarla, come a chiunque avrebbe fatto male guardare il proprio desiderio più intimo da dietro sbarre di consapevolezza che gli fosse ontologicamente proibito.

La sua avvenenza era quella surreale e splendente delle principesse delle fiabe, dei racconti mitologici che narravano di fanciulle senza tempo dalla pelle come petali di giglio e gli occhi di limpida acqua sorgiva. Possedeva il portamento superbo e pieno di grazia che ci si sarebbe aspettato da una sovrana, composta ed eretta come una bambola nel prezioso abito di seta smeraldina che scivolava leggero lungo la sua figura sottile in un panneggio morbido, dipingendo un rincorrersi chiaroscurale di luci riflesse e ombre nascoste. Un angelo, al di fuori di ogni ragionevole dubbio, ma aggravata da tonalità cupe che le indugiavano negli occhi, sulle belle labbra rosee. Sì, era esattamente come una principessa delle fiabe: una principessa triste, prigioniera in tutto ciò che rappresentava.

La freschezza del suo corpo era ancora quella di un’adolescente, soltanto il viso denotava la sua età adulta, e non perché ne recasse segni fisici, ma perché la sofferenza che vi era impressa e induriva il suo sguardo sembrava appesantirla nell’animo come mille anni di guerra. Un peso insopportabile che, di rimando, lui portava con lei, giorno dopo giorno, in silenzio, da ormai dieci anni.

Quando furono l’uno di fronte all’altra, il Cavaliere Nero si prostrò umilmente, ma i suoi occhi non abbandonarono per un solo istante quelli di lei.

– Perdonate la sfrontatezza con cui oso presentarmi al vostro nobile cospetto, mia signora, ma il vostro ingresso ha portato la luce in questa sala e io mi permetto l’ardire di supplicarvi l’immeritato onore di concedermi un ballo. –

La Dama Verde non rispose. Sorrise soltanto, impercettibilmente, nel modo in cui solo a lui sapeva sorridere, con lo stesso languore di chi trovava un pallido motivo per farlo tra migliaia di altri che glielo impedivano, e accettò di buon grado la mano galante che le veniva offerta. Sotto agli occhi cupidi di tutti i presenti, seguì il Cavaliere fino al centro della stanza, dove già molte coppie stavano danzando allegre sulle note armoniose degli archi e del pianoforte.

I suoi occhi erano gocce ghiacciate nel cielo sereno di quelli di lui, che la scrutavano da dietro la sicurezza della maschera con tanto e tale trasporto da far supporre che al mondo non vi fosse altro che lei. Le sorrideva, gonfio d’orgoglio per essere, come ogni altra volta, il primo a essere onorato dalla sua compagnia, e il suo portamento era calibrato e sicuro mentre la guidava a volteggiare tra decine e decine di altre persone che erano solo un contorno alla loro danza, non quella sui passi dettati dalla musica, ma quella dell’uno negli occhi dell’altra.

– Il verde del vostro abito dà il giusto risalto ai vostri occhi – sussurrò, la mano appoggiata alla base della sua schiena, abbastanza grande la prima e abbastanza minuta la seconda perché il palmo e le dita potessero rivendicarne interamente il possesso, da parte a parte, quasi fossero fatte appositamente per accompagnarsi – E ben si intona con il colore che hanno assunto signore e fanciulle al vostro arrivo. –

La Dama chinò con modestia lo sguardo, lasciando che si soffermasse sul velo di camicia bianca che spuntava dalla giacca nera, una banale barriera che riusciva a nascondere tutte le sue cicatrici alla semplice vista ma non alla consapevolezza che dimorava in lei. C’erano altre cicatrici, più profonde e dolorose, celate ancora più sotto, là dove batteva il cuore, accuratamente chiuso a chiave per tenere a bada sentimenti inopportuni che per nulla al mondo dovevano vedere la luce.

Il Cavaliere non se ne prese a male per quella reazione. Conosceva la Dama abbastanza bene da saper leggere con esattezza ogni suo gesto e interpretarlo come forse nemmeno lei stessa avrebbe saputo, e uno sguardo sfuggente come quello non era che il segno di sconfitta di un impulso di sottrarsi alla confidenza che lui le riservava.

– Siete uno schiaffo in pieno viso alla vanità di tutte le presenti. –

Come suo solito, lei non diede credito ai suoi complimenti.

– E voi un adulatore di prim’ordine. –

La Dama tornò a guardarlo negli occhi, una muta richiesta di perdono per aver evaso il suo complimento in quel modo, e lui poté di nuovo bere da quel raro verde acqua così chiaro e trasparente da imporsi su ogni altra luce.

– Mi ricordate molto un giovane di mia conoscenza. –

Le sorrise compiaciuto.

– Deve essere un giovane di grande fascino e garbo se merita un tale elogio da parte vostra. –

Lei altro non fece che voltare il capo di lato, abbandonata con cieca fiducia tra le sue braccia, e il Cavaliere si compiacque di essere riuscito, ancora una volta, a rubarle un sorriso, anche se trattenuto. Riusciva a percepire la stanchezza in lei, strascico del duro periodo appena trascorso. Anche se non la aveva vista per un po’, aveva fatto in modo di sapere sempre dove lei fosse, con chi, e perché, e non sempre gli era piaciuto.

– So che sei stata trattenuta a lungo a Mauercast, nei giorni scorsi – disse in tutta causalità.

Lei, che lo conosceva bene tanto quanto lui conosceva lei, lo ammonì con una semplice occhiata.

– Il Coordinatore Blackthorne aveva bisogno di un parere autorevole per pianificare uno stanamento dalle sue parti – c’era una nota rigida ma quasi divertita in quella spiegazione così distaccata.

– È ammirevole vedere come il buon vecchio Radislav sia capace di sotterrare il suo rinomato orgoglio virile pur di inventarsi scuse per averti intorno. –

– Lucius… –

Non fu la minaccia velata nel tono che lei aveva usato, ma il piacere sottile di sentirla pronunciare il suo nome in un sussurro poco più forte di un sospiro. Gli era mancata quella voce da donna ancora bambina, schegge di innocenza che ancora non riuscivano ad abbandonare del tutto l’opaca disillusione della sua pur giovane età. Lucius era stato con lei nei peggiori dei suoi giorni, aveva condiviso con lei dolori che lui aveva potuto solo vagamente immaginare, compagno muto e discreto di colei che sulle spalle portava il peso di un’idolatria popolare che non aveva mai cercato.

Lì, davanti a tutti, tra le sue braccia devote, la Luce del Nord danzava ormai dimentica del fulgido splendore interiore che fin dal giorno della sua nascita l’aveva contraddistinta.

 

 

Non aveva bisogno di domandare chi fosse. Ricordava le pittoresche e - ora se ne rendeva conto - quanto mai precise descrizioni di Ember e Mariek. La stringeva ancora all’altezza del cuore il modo in cui Lucius l’aveva guardata quando era arrivata, ed era un male che voltarsi e chiudere gli occhi non avrebbe cancellato.

Udì un sospiro alla sua sinistra. Anneli aveva voltato la schiena al salone e ora fissava un punto imprecisato fuori dalle imponenti finestre che davano sul parco. Erano parecchi i ragazzi che passavano e le gettavano occhiate speranzose, ma lei faceva finta di niente. Fosse stata al suo posto, Regan avrebbe scelto il più interessante a avrebbe cercato di distrarsi il più possibile.

– Lasciala sbollire, le passerà. –

Regan guardò in su: Prince era apparso da chissà dove, portando con sé una lieve fragranza di colonia alle rose.

– È lei, vero? – gli chiese, e ogni tentativo di suonare naturale se ne andò in fumo per colpa del groppo che le chiudeva la gola.

Malgrado non potesse sapere chi fosse quella lei sottintesa, Prince dovette intuirlo, perché le sorrise indulgente.

– Lady Soile Leljen – enunciò, ciascuna parola scandita con nitore e rispetto. – Coordinatore di Norden. Ultima erede di una casata reale che si copre di gloria e onori fin dai tempi più remoti, la sola figlia del defunto Coordinatore Leljen. Be’, il Coordinatore Leljen è lei, adesso. –

Era avversione innata quella che Regan sentiva insorgere dentro di sé. Guardava la grazia di Lady Leljen e l’adorazione per lei che Lucius non si sforzava di nascondere e si sentiva ogni momento più lontana da quello che finora aveva considerato il suo posto.

– Hai visto come la gente si è fatta da parte mentre lei passava? Tutti si sono inchinati, hanno abbassato lo sguardo. –

Sì, lo aveva visto. Impossibile non notarlo: un rispetto e una cerimoniosità tali da sconfinare quasi nel religioso, riverenze e capi chinati degni non già di una regina, ma di una semidivinità.

– Sembra quasi che siano intimoriti dalla sua presenza. –

Quello che il viso assorto di Prince esprimeva era una profonda compassione, ma le increspature sulla sua fronte testimoniavano un turbamento che forse andava oltre.

– È l’eterna maledizione di Soile: troppo bella, troppo potente, troppo in vista. –

Gli ospiti ballavano attorno alla Dama Verde quasi senza far caso a lei, ma era un disinteresse posticcio, che si tradiva nelle chiacchiere delle signore nascoste dietro ai ventagli, agli sguardi furtivi degli uomini e agli altrettanto furtivi sorrisini di approvazione che non osavano manifestare, ma che Regan intuiva sulle loro bocche pietrificate da un’ostinata ipocrisia.

– Fu un dono delle ninfe alla sua stirpe, o così si tramanda da tempi immemorabili – proseguì Prince, sottovoce. – In un’epoca che ora è dimenticata, un re, suo antenato, salvò la foresta ai piedi delle nostre montagne da un terribile incendio, e in segno di gratitudine le ninfe concessero alla sua discendenza una triplice benedizione: bellezza, salute e potere. È sottile e molto labile il confine tra lealtà e ossessione e in troppi hanno dimenticato che anche se lei possiede poteri che nessuno di noi avrà mai, ha le stesse debolezze e fragilità di chiunque altro. –

Le era impossibile condividere quella pietà e c’erano buone probabilità che questo avesse a che vedere con il fatto che quella donna avesse la fortuna di possedere il monopolio delle attenzioni di Lucius, e non era lei la sola a crucciarsene: molte giovani invidiose seguivano lo spettacolo da lontano, spettegolando tra loro, alcune concedendosi per un ballo al primo ardimentoso che si presentava a proporglielo.

Ma lei, Soile, era come estraniata da tutto quanto, separata dal mondo da una invisibile rete di metallo spinato.

E dalle braccia premurose di Lucius.

– Vedo dolore nei suoi occhi. –

– Il fato è stato crudele nei suoi confronti. –

– Perché solo Lucius sembra darle confidenza? –

Un piccolo sogghigno scaltro apparve per un breve attimo sulle labbra di Prince.

– Perché solo lui, e pochi altri, osa farlo. È difficile trattare una persona come tale, quando questa tiene a non esserlo. –

L’irruzione improvvisa di Lisandra li interruppe. La ragazza, molto rossa in viso ma decisamente non abbastanza brilla da perdere la sua presenza di spirito, si attaccò al braccio di Prince con uno slancio forse eccessivo, un po’ traballante nell’equilibrio ma perfettamente padrona di sé, spargendo gocce dal forte aroma mielato da un calice mezzo vuoto.

– Lord Edelberg, avete già assaggiato quest’ottimo sidro di mele cotogne? –

Lui sollevò le sopracciglia, un guizzo divertito che gli arricciava un angolo della bocca.

– Già tre calici, Grenet, a stomaco vuoto, e le mie gambe iniziano a sentirlo. –

I grandi occhi castani di Lisandra lampeggiarono insolenti.

– Allora lasciate che approfitti di voi per qualche minuto, prima che le gambe cedano del tutto. –

Lo arraffò come se fosse stato una tartina e lui, stranamente, la seguì senza un lamento in mezzo al salone.

Regan si rese conto di essere rimasta sola: tutti si erano lanciati nelle danze, chi più chi meno seriamente, e perfino Anneli si era allontanata. Restava solo lei, in balia del risentimento.

Annoiata e delusa, avrebbe voluto potersi sfogare in un bicchiere di qualcosa di forte, ma senza i ragazzi che gliene prendessero, non aveva speranze di ottenerne.

Sbadigliò, meditando di cercarsi una angolo appartato in cui consumare il tempo fino al momento in cui Lucius si fosse rammentato di lei, se mai questo fosse accaduto, ma qualcosa la distrasse: uno squarcio di bianco tra i colori della folla, una figura alta e sottile in uniforme maschile che attraversava il caos a passo lento e sicuro. Regan percepì un sensibile cambiamento, ma non seppe dire se nell’atmosfera o dentro di sé: le parve che l’aria si fosse fatta più fresca, meno soffocante, e che il suo sangue scorresse più fluido nelle vene. Poi una coppia le passò davanti, volteggiando beata, e quando andò oltre, il Cavaliere Bianco era scomparso.

– Milady. –

Regan sussultò. Davanti a lei c’era un giovane affascinante dai capelli bruni che, appropriatamente inchinato, la invitava a ballare. Qualcosa nei suoi occhi verde chiaro la fece rabbrividire, forse troppo simile, per quanto abissalmente diverso, al colore degli occhi della donna che le aveva appena rovinato la serata. Prima che se ne potesse accorgere, aveva accettato il suo braccio e già lo stava seguendo sulle note sinuose dell’orchestra.

 




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A/N: ebbene, come voi stesse avete sagacemente ipotizzato nei commenti al capitolo precedente, la famosa “cotta” del nostro Lucius è proprio Soile, aka la Luce del Nord. Sono pronta a sentire commenti di ogni sorta su di lei, quindi… stupitemi! XD

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Capitolo 15
*** Una Lacrima Dal Cielo ***


14. UNA LACRIMA DAL CIELO

 

Are you crying or is it the rain
Falling down to wash away your tears?

– Are You Crying?, Cinema Bizarre –

 

 

Aveva occhi di un verde innaturale e l’aspetto di una bambina che non aveva ancora finito di crescere, minuta e dal viso innocente, con lineamenti morbidi che contrastavano con il turgore provocante delle labbra, di un rosa molto più intenso della pelle, e le mani piccole e leggere.

Era un peccato che una fanciulla così graziosa dovesse morire.

Arith non poté fare a meno di dispiacersi per lei, anche se sapeva che non avrebbe dovuto. Non c’era posto per la pietà nel suo mestiere, aveva convissuto con questa consapevolezza da sempre, fin da quando, ancora bambino, aveva iniziato a fare il ladruncolo a Torresco, seconda città di Corterra, rubacchiando ai forestieri e al mercato.

La sua giovane età e la sua discreta conoscenza degli aspetti più gretti e insabbiati del Mondo Occulto lo rendevano diverso dai suoi confratelli dell’Ordine, la maggioranza dei quali proveniva dai ceti medi della società, gente benestante e di cultura che della realtà da cui proveniva lui conosceva solo ciò che aveva sentito dire, o di cui aveva letto in qualche libro.

Arith quella sera cercava di fare del proprio meglio per sembrare uno di quei cadetti della Domus Aurea che si atteggiavano a grandi soldati con la schiena eretta e il passo marziale, ma la sua natura selvatica stentava ad adattarsi. Si sentiva a disagio nell’elegante divisa pregiata e tutta la sua attenzione era per i movimenti da seguire nel ritmo della danza dettata dalla musica. Non era cosa per lui, quella.

Genesis gli aveva spiegato cosa doveva fare: isolare la ragazza, renderla innocua e, con la massima discrezione possibile, portarla fuori dal palazzo il più rapidamente possibile.

Dianthe era da qualche parte nella sala e lo teneva sotto controllo da lontano, anche se lui non riusciva a scorgerla. La copertura aveva funzionato e nessuno aveva fatto caso a lui, quando si era presentato con lei a braccetto. Ora doveva solo fare in modo di mettere in atto il piano.

Portava un anello molto particolare alla mano sinistra, all’interno del quale erano state nascoste poche gocce di una droga soporifera che gli sarebbero servite per portare via la ragazza senza rischiare che lei si ribellasse e attirasse quindi attenzioni scomode. La sua vittima mostrava già sintomi evidenti di stanchezza e lo seguiva a fatica. Sarebbe stato facile.

Sfregò il medio tra indice e anulare, facendo ruotare l’anello quanto bastò per far sporgere la minuscola punta affilata dal palmo e fece cadere il grumo di cera che lo sigillava. Strinse appena più forte la vita della sua compagna di danze, in un punto in cui gli incroci tra i nastri del corsetto gli permisero di pungerla senza fatica. Lei non se ne accorse nemmeno.

– Vi vedo pallida, milady – le disse quindi, accompagnandola fuori dalla pista con tutta la delicatezza di cui era capace.

Lei si portò una mano alla testa, le palpebre che battevano nel tentativo di schiarirle la vista, ma era inutile. La droga stava già iniziando a fare effetto e di lì a pochi minuti sarebbe svenuta, priva di sensi.

– Permettete che vi accompagni a prendere una boccata d’aria fresca. –

Lei cercò di opporsi.

– No, io… Lucius… –

A sentire quel nome, Arith non riuscì a controllare un sussulto di sorpresa. Aveva quasi dimenticato che nei paraggi c’era anche lui, anche se in quel momento, secondo il piano, doveva essere opportunamente distratto, lontano da lì.

– Venite, vi farà bene. –

Si accertò che nessuno li stesse guardando e la condusse fuori da una delle grandi portefinestre lasciata socchiusa per permettere all’aria viziata di ricambiarsi almeno in minima parte. Sulla terrazza, com’era facilmente prevedibile, non c’era nessuno.

La ragazza si lasciò sfuggire un gemito stupito all’improvviso contatto con il gelo notturno.

– Vi prego, non dovrei essere qui… – lo supplicò. Era lievemente stordita, la sua mano si aggrappava debole al suo braccio, ma era fin troppo lucida, quando invece avrebbe dovuto aver già perso conoscenza.

Qualcosa non andava.

Con la coda dell’occhio controllò l’anello: la spina con il microscopico foro nel mezzo era umida del liquido ambrato che aveva secreto e, agitando la mano, ne non cadde una goccia. Era vuoto, e dunque perché la ragazza era ancora cosciente?

Un brivido di panico attraversò Arith lungo la spina dorsale. Era impossibile che la droga non sortisse effetti.

Senza volerlo, strinse convulsamente il braccio della ragazza, la quale si dimenò in protesta.

– Per favore, lasciatemi! – gli intimò, e una nota di sospetto mista a timore si era accesa nella sua voce.

Preso completamente alla sprovvista, Arith dovette improvvisare. Non poteva ucciderla lì, come nulla fosse: sarebbe stato troppo pericoloso e non era in grado di prevederne le conseguenze nemmeno in minima parte. Finché prima non fosse stato eseguito il Rito, lei doveva restare in vita, e questo complicava drasticamente le cose: sarebbe stato arduo portarla via senza farsi notare, e non poteva nemmeno rischiare di tramortirla, temendo che avrebbe potuto esserle fatale.

La afferrò per un polso e la trascinò indietro quando lei tentò di tornare verso la portafinestra ancora aperta. La attirò vicino a sé, pronto a chiuderle la bocca se avesse provato a urlare. Era spaventata, ma tutta la sua paura si concentrava nello sguardo e nel pulsare incontrollato del cuore. Di nuovo, tornò quella pietà indesiderata a farlo sentire lo spietato carnefice di un agnello scarificale.

Ma non era così. Lei doveva morire. Era assolutamente necessario, perché più a lungo viveva e meno sarebbe stata in grado di tenere a bada ciò che l’antica magia dell’Ordine aveva relegato dentro di lei, e più sarebbe diventata pericolosa. Era giusto che morisse, come nei secoli erano morti tutti gli altri prima di lei. E da un lato l’orgoglio lottava con il senso di responsabilità, battendosi per decidere se fosse peggio rischiare la pelle per l’ira del Supremo Esecutore o rischiarla nel commettere un’esecuzione che non aveva né il potere né le competenze di gestire.

Arith chiuse gli occhi per un secondo, e quando li riaprì aveva solo la sua missione in testa, l’importanza predominante dell’esatta collocazione di ogni singolo particolare fondamentale per il raggiungimento ottimale dei loro scopi. Le sue dita serravano il polso della ragazza con prepotenza, bloccandole la circolazione, e intanto la sua mente lavorava febbrile, alla ricerca di una soluzione, di una via d’uscita che potesse risolvere l’imprevedibile.

All’improvviso l’intuizione di una presenza alle sue spalle lo fece voltare e al contempo lasciare la presa sulla ragazza.

Era un ragazzo vestito di bianco da capo a piedi, snello e slanciato, molto giovane, e sorrideva affabile da dietro la sua maschera, stagliato nel buio contro la luce sprigionata dalla sala dietro di lui.

– Domando scusa per l’interruzione, ma avete rapito la fanciulla a cui avevo intenzione di chiedere un ballo – disse, così gentile e cortese che per niente al mondo avrebbe fatto supporre che si trovasse lì per altra ragione al di fuori di ciò che aveva appena dichiarato.

Per un momento la mano di Arith indugiò lungo il suo fianco, pronta a scattare verso il pugnale che teneva nascosto sotto alla casacca, ma ci ripensò. Non era prudente ingaggiare una lotta con tutti i ranghi più alti della Lega al di là della parete.

– Domando io scusa a voi per l’inconveniente – rispose, esibendosi in quel che ritenne potesse passare per un cenno ossequioso, e intanto il ragazzo si avvicinò in un ondeggiare di capelli così biondi da confondersi quasi con gli abiti che indossava. Allungò con disinvoltura una mano protetta da un guanto bianco verso la ragazza e lei la prese, tremante, affidandosi a lui senza osare più guardare in su.

Arith si accorse di stare sudando freddo.

Non aveva scelta: doveva andarsene al più presto e trovare il modo di mettere Dianthe al corrente della mancata riuscita del piano.

– Mi dispiace – aggiunse frettoloso con un altro inchino, e stavolta di congedo. – Vogliate scusarmi. –

Girò sui tacchi e si diresse verso la sala, cercando di adottare un’andatura calma e disinvolta. Quando fu entrato e fuori dal campo visivo esterno, afferrò un bicchiere di liquore dal vassoio di uno dei camerieri che si aggiravano tra gli ospiti e lo svuotò in un sorso, stringendo il cristallo così forte che gli si frantumò in mano. Fortunatamente il chiasso era così elevato che nessuno lo udì.

La stanza immensa era un coro di suoni e profumi, voci che si sovrapponevano a sinfonie, fragranze fiorite ad accompagnare l’aroma pungente dei vini e dei liquori fruttati, e risate, brusii, frusciare di seta e tintinnio di cristalli.

Arith rimase lì, un braccio appoggiato alla parete, la testa china, e stette a guardare il proprio sangue che sgorgava dai tagli e gli colava tra le dita ruvide.

Genesis sarebbe andato su tutte le furie: dopo Alioth, aveva fallito anche lui.

 

 

Shin doveva ancora ben comprendere quanto era appena successo. Aveva intuito il pericolo e aveva udito quel richiamo che iniziava ormai a essergli familiare, lo aveva seguito come una chiara traccia disegnata nell’aria e quello che aveva trovato alla fine non se lo sapeva ancora spiegare. Non aveva ritenuto saggio trattenere lo sconosciuto: il suo atteggiamento gli aveva comunicato tensione e, chiunque egli fosse, aveva avuto la netta impressione che ostacolarlo non avrebbe giocato in suo favore. Se n’era andato senza interferire, e già questo era una buona cosa. Ora restava solo da svelare la sua identità, e qualcosa gli diceva che non sarebbe stato semplice.

Regan tremava rifugiata sotto al suo braccio, forse per il freddo, forse per lo spavento, forse per entrambe le cose, ed era strano, perché di solito era abbastanza sconsiderata e ingenua da non avere mai paura di niente. Shin percepì il sollievo ammorbidire sensibilmente il rigore dei suoi muscoli tesi e acquietare il suo respiro fino a che tornò normale. Era così sconvolta che non doveva averlo nemmeno riconosciuto.

– Perdonate l’irruenza, ma ho avuto l’impressione che voi non gradiste particolarmente la compagnia del vostro precedente cavaliere – le sussurrò, scherzoso.

Lei si staccò da lui quel tanto che le bastò per riuscire a guardarlo in faccia.

– Shin? – esclamò, sorpresa, dopo aver strizzato gli occhi per distinguere qualcosa nell’oscurità. – Sei tu? –

Lui si limitò a sorriderle.

– Va tutto bene? –

Lei sembrava talmente felice di vederlo che annuì e basta, lasciando al linguaggio del corpo il compito di esprimere, tra un brivido e l’altro, tutto il resto della sua gratitudine.

Lui si sbottonò in fretta il farsetto e glielo pose sulle spalle nude. Lei accettò senza fare complimenti e lo ringraziò.

– Che cosa voleva quel tizio? – le chiese poi. Aveva una brutta sensazione.

Regan era confusa. Gli raccontò brevemente quello che era successo, ma non ne sembrava veramente convinta nemmeno lei.

– Non lo so. Stavamo ballando, ma io non mi sentivo bene… questo corsetto è maledettamente stretto. Sembrava che volesse davvero aiutarmi, ma quando mi ha presa in quel modo, appena io ho provato ad andarmene… ho seriamente temuto il peggio. –

Shin si rabbuiò.

– Ha cercato di metterti le mani addosso? –

– No – rispose lei, sicura. – Anzi, sembrava quasi che non volesse guardami. Però non voleva che me ne andassi, e io… –

Paura, umiliazione, impotenza, rabbia, e molto altro: dentro di lei era esploso un conflitto di emozioni che si manifestava con quell’incoerenza nei discorsi e nel vagare inarrestabile del suo sguardo. Shin poteva cogliere ciascuna di esse, separandole l’una dall’altra e collegandole con precisione con ciascuna delle sue reazioni.

La temperatura era scesa sensibilmente, durante la giornata: su all’estremo Nord doveva aver già iniziato a nevicare e all’orizzonte si poteva intravedere l’avvicinarsi del maltempo.

– Regan – la afferrò per le spalle, scuotendola dolcemente. – Sta’ tranquilla, va tutto bene. Ora rientriamo, non è il caso di rimanere qui fuori. Sei gelida. –

Fece per muoversi, ma lei rimase lì dov’era, immobile a fissare il nulla.

La luna era un ritaglio opalescente nel cielo plumbeo che pesanti nuvoloni violacei stavano rapidamente ricoprendo. Venti freddi scendevano dalle montagne, portando con sé odore di ghiaccio e di terra bagnata.

– Non è una bella cosa, vero? –

Regan sollevò su di lui uno sguardo vacuo, pallida come un cencio.

– Sentirsi inermi alla mercé di qualcuno, intendo. Quell’uomo avrebbe potuto sopraffarti senza il minimo sforzo e tu non avresti potuto farci niente. Non è piacevole, giusto? –

Gli occhi lucidi, lei si morse il labbro e assentì appena. Shin la rassicurò con un sorriso.

– Forse adesso riconsidererai l’importanza di addestrarti – mormorò.

Lei fremette sotto il suo braccio.

– Ti sembra il momento di provocarmi sensi di colpa? – sbottò dopo una piccola esitazione.

Shin si ritrovò suo malgrado a ridere. Lieto che fosse tornata in sé, nonostante tutto, la invitò a rientrare. Si guardò intorno con attenzione, ma non c’era alcuna traccia dello sconosciuto di poco prima. Forse era stato abbastanza scaltro da defilarsi.

La pelle d’oca di Regan impiegò un paio di minuti a passare, una volta al caldo. Prima di ogni altra cosa, Shin la portò alla zona del banchetto. Le fece bere un po’ di the caldo e mandare giù un pasticcino alla crema che lei non gradì affatto, ma che se non altro la aiutò a riprendersi.

Non avrebbe voluto disturbare Lucius, ma non aveva alternative, e prima lo avesse trovato, meglio sarebbe stato, perché la piccola disavventura di Regan gli puzzava di bruciato.

Incontrarono Mariek ed Ember Edelberg vicino a un tavolo, in compagnia di due ragazze che lui non aveva mai visto. Fu Regan a domandare se avessero visto Lucius e loro li indirizzarono verso il salottino attiguo la sala da ballo.

Shin non aveva un buon rapporto con la famiglia Edelberg, o, per meglio dire, erano loro a non avere un buon rapporto con lui. Già normalmente le persone non guardavano con favore a uno scherzo della natura come lui, angelo figlio di demoni, e che dell’una e dell’altra razza possedeva inspiegabilmente i poteri, ancora peggio era quando lo scherzo della natura veniva investito membro ufficiale della Lega alla tenera età di trentadue anni soltanto, più bambino che uomo, e ancora adesso, tre anni dopo, gli allievi suoi coetanei dell’Accademia, nel pieno del loro percorso formativo, incapaci di spiegarsi cosa potesse rendere lui superiore a loro, giustificavano il fatto con pettegolezzi e malelingue secondo i quali era tutta una questione di raccomandazione e amicizie ai piani alti. Tra questi, ovviamente, non mancavano i ragazzi Edelberg.

Come avevano detto i gemelli, trovarono Lucius immerso nella quiete isolata del salottino, separato dal salone da ballo da pesanti tendaggi di broccato verde scuro che erano stati debitamente tirati per assicurare riservatezza e intimità.

Sedeva su una poltrona accanto al camino, tranquillo, e conversava con una donna voltata di spalle che fu facilmente riconoscibile come Lady Soile Leljen.

Chi altri poteva essere, se non lei?

Ai piedi del camino, accucciato pacificamente, c’era un grosso lupo grigio che sonnecchiava, ma le orecchie erano ben ritte e vigili a captare ogni minima variazione nell’ambiente circostante. Kirppu, il severo Guardiano di Soile. Fu lui il primo ad avvedersi del loro arrivo: sollevò la testa di scatto, di punto in bianco, e in un attimo era in piedi e all’erta. Gli occhi neri e imperscrutabili puntarono immediatamente a Regan, che non conosceva, mentre Lucius e Soile si voltavano nel vederli avvicinarsi.

 

 

Regan si strinse diffidente a Shin quando il lupo prese a ringhiare contro di lei, le orecchie tese all’indietro, il pelo ritto sulla schiena possente. Era gigantesco, la testa che arrivava fin sopra il gomito della donna, e, proprio come se stesse fronteggiando un nemico pericoloso, scopriva i denti color avorio, aguzzi e minacciosi. Lei a stento notò che gliene mancava uno, in parte affascinata da quella bestia magnifica, in parte messa a disagio non da lui, ma colei che c’era al suo fianco.

– Tranquillo, Kirppu – sussurrò quest’ultima al lupo con una carezza affettuosa sul muso, e questo immediatamente si placò, ma non tornò a dormire. Si sedette soltanto e lì rimase, guardingo.

Shin si inchinò, la mano come di consuetudine accostata chiusa al petto, e subito lei sollevò una mano, come a dirgli che non era affatto necessario, e allora lui si risollevò, serio.

– Cerbiattina! – Lucius si era alzato e le era andato incontro baldanzoso, come fosse stato a casa sua. – Sei venuta a conoscere Lady Leljen? –

Regan odiò con tutta sé stessa ogni singola sfumatura del tono radioso che trapelò da quelle parole.

– Non potevo certo aspettare che ti sognassi di presentarmela tu, sbaglio? – replicò, più duramente di quel che si era imposta, ma Lucius nemmeno se ne accorse. Non si accorse nemmeno del farsetto di Shin che lei aveva indosso, né della sua aria sconvolta. Prese la mano di Soile e la invitò a venire avanti, un intenditore che presentava fiero la sua opera prediletta.

Meccanicamente, Regan fece un passo indietro senza volerlo, ma il braccio di Shin che ancora le circondava le spalle la trattenne. Da come la stava guardando, intuì che Soile dovesse conoscere molte più cose di lei di quanto si fosse aspettata, e il discutibile piacere non era certo reciproco.

– Rimanderemo le presentazioni ufficiali a un secondo momento – intervenne Shin in tono pratico. – Adesso abbiamo una questione più importante da discutere. –

Lucius e Soile si scambiarono un’occhiata indecifrabile

Regan nutriva il folle impulso di frapporsi fra loro e spingerli lontani, ma il buonsenso la obbligò a trattenersi. Non riusciva a capire cosa Lucius ci vedesse in lei, e si rifiutava di credere che il suo palese interesse verso di lei fosse soltanto mosso dalla sua incredibile bellezza. Lei era più grande di lui di almeno una decina di anni, più donna che ragazza, ed era così lontana dall’allegria e dai modi scanzonati di lui che a Regan era impossibile riuscire a intravedere dei possibili fili di affinità che potessero in alcun modo collegarli.

Shin, nel frattempo, l’aveva lasciata andare e stava riassumendo l’accaduto a bassa voce e le espressioni dei suoi interlocutori erano tutt’altro che rilassate.

– Impossibile che un allievo dell’Accademia possa sapere qualcosa di lei – stava bisbigliando Lucius. – Forse aveva solo bevuto un po’… –

– Non giurerei che fosse veramente un allievo della Domus, Lucius – rispose Shin. – Era vestito come se lo fosse, ma francamente aveva un aspetto un po’ troppo maturo. –

– Non può trattarsi di un infiltrato. Nessuno entra qui dentro senza delle credenziali, le mie guardie sono intransigenti e il perimetro della muraglia è difeso da sigilli che ho posto io stessa – affermò Soile, e da come lo disse era chiaro che non ammettesse repliche.

Lucius si accostò al camino, appoggiandosi con un gomito alla spessa mensola di legno scuro che lo sovrastava, e il suo sguardo si perse tra le fiamme.

– Desmond non dà segni di sé da quando la sua Corte è caduta, e dubito che a questo punto tenterà mai di mettere le mani su Regan. I soli che abbiano dimostrato interesse per lei, finora, sono stati Gerjen e compari, e per puro caso, e quella gente mascherata su cui ancora non sappiamo niente. –

­– Quasi niente. –

Lucius si voltò a guardare Shin, il quale aveva parlato così piano che sicuramente era stato solo un ragionamento con sé stesso, più che una puntualizzazione.

– Come hai detto? –

– Qualcosa lo sappiamo: vogliono Regan e operano sotto un emblema preciso. –

– Un emblema che ci è sconosciuto quanto loro. –

– Un emblema che tu, Lucius, potresti avere le carte per smascherare. –

Si voltarono entrambi verso Soile, impassibile, e nel suo sguardo c’era un invito implicito che si indirizzava direttamente a Lucius e, a giudicare dalla rigida consapevolezza nella sua espressione, lui aveva perfettamente inteso ciò che a Regan non era dato carpire.

Lei era lì, ma era come se non ci fosse. Parlavano tra di loro, congetturavano, valutavano, e nessuno si degnava di coinvolgerla.

– Continuate pure, non preoccupatevi. La faccenda non mi riguarda – sibilò e, livida di rabbia e umiliazione, sollevò malamente le gonne e corse via verso il salone.

– Cerbiattina, aspetta! –

Ignorò Lucius e oltrepassò la soglia, scansando il pesante tendaggio in modo tanto sgarbato che quasi se lo trascinò dietro.

– Ci penso io – sentì dire da Shin, ma non se ne curò.

Non aveva memoria e con ogni probabilità chi le stava dando la caccia ne sapeva più di lei di quanto non ne sapesse lei stessa, e coloro che si erano lasciati considerare suoi amici la stavano trattando come un elemento secondario. Lei sapeva poco di qualunque cosa, era vero, e non era in grado di fare praticamente niente, ma non poteva accettare di essere deliberatamente esclusa da questioni che riguardavano la sua stessa sopravvivenza.

Forse aveva ragione Lucius a trattarla come una bambina, forse era davvero immatura e capricciosa e irragionevole e stupida e quant’altro, ma non le sembrava una gran pretesa essere almeno considerata.

Se non fosse stata Anneli a parlargliene, non avrebbe mai scoperto di Soile fino a che non se la fosse ritrovata di fronte, così, dal nulla, proprio come era accaduto quella sera stessa, e arrivando a una rivelazione di tale portata senza una vaga preparazione psicologica forse tutto quanto le sarebbe stato molto meno accettabile di quanto già non fosse.

Si fece largo tra un gruppetto di ragazzini che sghignazzavano tra loro e per poco non inciampò in una signora tarchiata che, travolta, lanciò uno strillo stizzito. Non si fermò a controllare che danni si fosse lasciata dietro. Si ritrovò, non sapeva nemmeno lei come, a imboccare il breve corridoio antistante la scalinata d’ingresso che scendeva conducendo al piazzale di passaggio delle carrozze, al momento deserto. Scese passando in mezzo alle due guardie che vigilavano sul portone spalancato, e solo quando il vento le sferzò il viso si accorse di avere le guance rigate di lacrime. Si lasciò cadere sull’ultimo gradino, esausta e delusa, e si raccolse le ginocchia al petto, mentre piccole gocce di pioggia iniziavano a caderle intorno.

Il cuore le batteva furioso nel petto, pompando sangue bollente senza riuscire a riscaldarla. Aveva anche perso il farsetto di Shin, da qualche parte mentre correva, ma il suo ultimo pensiero era tornare indietro a cercarlo.

Inorridì quando un singhiozzo le proruppe dalle labbra. Non voleva apparire più debole di quanto già non fosse, ma era ormai possibile controllarsi. La rabbia stillava lacrime come fossero state di sua proprietà, e la schiacciava a terra come un macigno.

Per la prima volta da quando aveva riaperto gli occhi su un’esistenza di cui aveva smarrito i ricordi, si sentiva imperdonabilmente sola.

 

 

– Devi perdonarla. È molto impulsiva. –

Soile sorrise laconica. Gli dava le spalle, e Lucius intravedeva solo il suo profilo ritagliato contro i bagliori caldi che irradiavano dal focolare. A volte sembrava fargli male da quanto la sentiva lontana, altre volte, invece, si lasciava avvicinare tanto che scintille pericolose crepitavano nel soffio di vuoto che li separava, e lui era costretto a ritrarsi come una falena che scampava all’ultimo alla fatalità del fuoco che la attirava. Ma Soile non era fuoco. Non più, almeno, e non c’era nulla al mondo che lui avrebbe desiderato di più che rivedere in lei quel calore che c’era stato un tempo, quando tutto era diverso, quando i suoi sorrisi riuscivano a raggiungerle anche gli occhi.

– Posso comprendere il suo stato d’animo. Non abbiamo mostrato molto tatto verso di lei – disse lei, le braccia piegate a circondarle la vita.

– Temo sia stata colpa mia – ammise lui, abbozzando un sorriso di scuse. – Tendo sempre a perdere il contatto con la realtà quando… –

Lasciò morire la frase così, perché sapeva che il resto sarebbe stato inopportuno, e a lei non serviva sentirglielo dire per saperlo che quando c’era lei per lui non c’era nient’altro.

– Quello che hai detto prima, in merito alle mie carte – riprese. – Dicevi sul serio? –

Lei si girò con una lentezza esasperante. Seria. Compita. Surreale come una bambola di porcellana.

– Di tutti noi, sei tu quello con più conoscenze utili, anche se non propriamente definibili legali. Se c’è qualcuno che può scoprire davvero qualcosa, quello sei tu. –

– Sai bene che non è così facile – disse lui, non preoccupato, ma vagamente dubbioso. – Ci vogliono notevoli mezzi di persuasione, se così vogliamo chiamarli, per ottenere un certo tipo di informazioni, ma anche ammettendo di disporre di una merce di scambio valida, e non ne disponiamo, non so cosa potremmo ricavarne, se persino i libri più antichi delle biblioteche della Lega non hanno fornito il minimo indizio. –

Soile assottigliò impercettibilmente gli occhi.

– Credo di non averti mai visto così arrendevole da che ti conosco. Che fine ha fatto il Lucius tenace e cocciuto che conosco io? –

Non le rispose. Il sincero affetto che nutriva per Regan gli tirava la mano, pregandolo di andare a da lei a vedere come stesse, chiederle scusa, e invece dentro l’egoismo scalpitava, con i suoi artigli affilati e velenosi, facendosi strada a colpi bassi e meschini, sussurrandogli all’orecchio con voce maledettamente ragionevole che non aveva ancora voglia di andarsene da lì, di privarsi della compagnia di Soile che così a lungo aveva cercato, senza poterne godere.

Soile…

Imperscrutabile, irraggiungibile, impossibile Soile…

Era sempre così: o lei, o il resto del mondo. E lui provava spesso un’inestinguibile vergogna per l’opzione che la sua volontà, indipendentemente da qualsiasi altro fattore, avrebbe scelto. Ma non si trattava solo di lui, specialmente adesso. Non si trattava solo delle sue scelte e di ciò che voleva lui. Adesso si trattava di decidere se restare ad aspettare il prossimo colpo di un nemico ignoto o rimboccarsi le maniche per cercare di prevederlo. Adesso era ora di mettere in gioco quelle carte che lui teneva da sempre gelosamente custodite nella manica, briciole di un passato che non gli apparteneva più e che lui stesso rinnegava dal più profondo dell’anima, ma che all’occorrenza era disposto a riesumare, in casi eccezionali di estrema necessità, e questo si apprestava a diventare uno di quelli.

 

 

C’era Shin a sorvegliarla, ma dalla cima della scalinata, a riguardosa distanza. Quando lo raggiunse, intercettò per un momento il suo sguardo e vi scorse il riflesso di una profonda tristezza che non gli apparteneva.

– Mi dispiace – esalò Lucius, divorato dal senso di colpa, e non era con lui che si stava scusando, ma con quello che gli aveva visto negli occhi. Con la figura di Regan raggomitolata su sé stessa sotto la pioggia battente.

Shin non disse nulla. Gli fece solo un cenno con la testa di raggiungerla, e lui obbedì. Quando le fu accanto, lei non lo guardò nemmeno.

– Scusami. –

Lei non si mosse né fiatò, e lui non ritenne opportuno aggiungere altro. Le appoggiò solo una mano sulla testa, e lei ne sentì distintamente il calore sui capelli fradici, un tepore più profondo di un semplice contatto fisico che le scivolò dentro, scendendo fino a quel punto in cui il suo stesso sangue non era riuscito ad arrivare.

– Alzati – le ordinò con dolcezza, porgendole una mano.

Regan si lasciò tirare su. Si lasciò confortare dal suo abbraccio e rimase così, stretta a lui sotto il temporale. Piangeva e basta, in silenzio, soffocando i singhiozzi sommessi contro di lui, e Lucius lo accettò come un segno di perdono. Dalla sommità della scalinata, Shin osservava la scena con mesto distacco, ma un’ombra di addolorata compassione gli velava ancora lo sguardo.

– Coraggio, cerbiattina, basta, adesso. –

Le fece sollevare il viso e le asciugò gli occhi, anche se era impossibile capire quali lacrime fossero le sue e quali quelle precipitate dal cielo. Sarebbe bastato portarsi un dito alle labbra per capire la differenza: le sue sarebbero state salate.

La avvolse con il pesante tessuto che si era buttato sul braccio uscendo e lei se lo strinse addosso, riconoscente. Era così grande e pesante che pendeva dappertutto e strisciava per terra.

– Che cos’è questa cosa? – gli chiese, studiando perplessa le morbide pieghe dal colore indecifrabile alla scarsità di luce. – Non è il mio mantello. –

– Infatti. È la tenda che hai elegantemente strappato durante la tua fuga indignata. –

Come aveva sperato, Regan non seppe resistere alla sua piccola trovata e le scappò un sorriso più forte del comprensibile rancore. Le sorrise di rimando.

– Su, ora ricomponiti, da brava. Dobbiamo andare a salutare Eleonora e Calien. –

Lei batté le ciglia fradice di acqua, confusa.

– Cosa significa? –

Lucius si concesse un momento e inspirò a fondo, chiudendole bene i lembi del mantello improvvisato intorno al collo scoperto.

– Staremo via per qualche giorno. –

 

 

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A/N: allora, allora, allora… ormai direi che i personaggi più importanti sono stati tutti presentati. Adesso si tratta solo di conoscere meglio sia loro che ciò che li lega, e, credetemi, ce n’è di storie da dissotterrare! J

Intanto, qualche risposta alle vostre recensioni:

Xx Kin YourichixX: eccoti accontentata, postato! Il Cavaliere Bianco era chi ti aspettavi che fosse? ;) Concordo con te, comunque: Lucius sa essere un bell’insensibile, certe volte. XD Ma sa farsi perdonare, direi, no?

Shadow_Soul: non ti preoccupare per il brano che hai citato, mi fa molto piacere quando qualche lettore riporta qualche parte che lo ha colpito particolarmente, aiuta anche me a capire meglio i punti di forza dei vai capitoli, ed effettivamente penso che quello che hai citato tu sia forse uno dei più “forti” dello scorso capitolo. Immagino che, dopo aver letto questo, tu sia ancora scontenta o quasi, però… ;)

mioho: intanto, benvenuta! Leggere il tuo commento è stato un grande piacere, ho scorto nel tuo modo di esprimerti una certa maturità intellettuale e quindi ne sono rimasta molto compiaciuta. Ti ringrazio davvero tanto per i complimenti. Mi ha molto incuriosito, invece, il tuo punto di vista sugli intrecci sentimentali. Non mi esprimo in merito, perché i rapporti tra i vari personaggi sono ancora un mistero per loro stessi e vista la lunghezza prevista per l’intera storia direi che c’è tutto il tempo per confermare o ribaltare le prospettive attuali. Hai anche puntualizzato uno dei miei punti deboli più smaccati: la tendenza a mettere sofferenza e tragedie ovunque! XD Ebbene sì, ciascuno dei personaggi centrali ha un passato abbastanza travagliato e le sue belle cicatrici, sia fisiche che emotive. Io sono abbastanza sadica e sguazzo felice nel dolore e nella sofferenza, quindi potrai ben immaginare come questo non sia solo che l’inizio. XD Posso dirti che pian piano i nodi verranno sciolti e si scoprirà come e perché ognuno si è procurato le rispettive ferite, a volte magari andandosele anche un po’ a cercare. Venena ti assicuro che tornerà e il suo apporto sarà determinante, quindi aspetta e vedrai. ;) Ah, un’altra cosa: non farti scrupoli sulla lunghezza delle recensioni, perché a me piace avere qualcosa di consistente da leggere, anche perché tre righe che dicono “Bello, mi piace, continua!” non servono a molto. ^^

Milou_: grazie mille per i complimenti! *-* Alla fine abbiamo scoperto che il Cavaliere Bianco non era esattamente il “cattivo”, ma spero sia stata una sorpresa e non una delusione. ;)

 

Orbene, vi lascio con un assaggino del prossimo capitolo e il solito invito a lasciare la vostra opinione, positiva o negativa che sia. J

 

Una goccia di sudore colò dalla fronte di Regan e lei se la asciugò con una manica, fermandosi contro un albero a riprendere fiato. La temperatura, in quella specie di serra naturale, era quasi estiva.

– Dovremo arrampicarci su e giù per questo groviglio vegetale ancora per molto? – ansimò.

Lucius e Shin si fermarono ad aspettarla, poco più avanti.

– Che ti avevo detto? Una lamentela continua – commentò il primo, rivolgendosi all’altro.

Shin non fece in tempo a sorridere, perché dovette scansare assieme a Lucius la zolla di muschio che Regan scagliò loro contro.

– Ha un buona mira, se non altro. –

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Capitolo 16
*** La Casa Nell'Albero ***


15. LA CASA NELL’ALBERO

 

The only way to exit
Is going piece by piece

– Piece By Piece, Slayer –

 

 

Regan non aveva la minima idea di dove si trovassero.

Dopo aver lasciato il castello senza nemmeno aver potuto assistere alla parte migliore dei festeggiamenti, lei, Lucius e Shin avevano fatto chiamare una carrozza ed erano tornati a casa in fretta e furia. Aveva appena avuto il tempo di asciugarsi e cambiarsi, che Lucius le aveva consegnato una sacca di tela e le aveva detto di metterci dentro lo stretto necessario, poi erano andati a svegliare Eleonora e la avevano salutata in fretta con qualche spiegazione veloce. Sebbene lei non fosse riuscita a mascherare una discreta preoccupazione, aveva raccomandato loro di essere prudenti, poi era andata a prendere Calien, tutto sonnolento, e si erano salutati, e infine erano partiti sotto alla pioggia scrosciante.

L’alba era ancora lontana quando erano usciti, ma adesso il cielo si tingeva di sfumature di rosa e di viola in un’aurora di magnifico nitore. Non c’erano più le montagne innevate di Norden a disegnare l’orizzonte, ma colline sinuose e un fitto tappeto di chiome rigogliose ai loro piedi. Una foresta nel pieno della vita alle porte dell’inverno.

– Ferentaur – disse Shin, seguendo la direzione del suo sguardo estasiato. – La foresta eterna. –

Regan considerò il verde dei prati su cui ancora indugiava un manto di nebbie notturne e i grandi spazi incontaminati fin dove occhio poteva vedere.

–Siamo ad Astereis? –

– Indovinato. –

Lucius le si affiancò, le briglie dei due cavalli ben strette in mano. Freyr e Freya avevano gradito molto poco la precipitosa irruzione nella loro stalla ma non avevano avuto altra scelta che lasciarsi sellare e bardare per la partenza. Nemmeno a loro, Regan aveva scoperto, piaceva attraversare i Portali e ancora manifestavano residui di irrequietudine in un continuo grattare di zoccoli sul sentiero sterrato.

Alle loro spalle, Cittanuova ancora dormiva dietro gli scuri serrati delle case e solo i camini dei fornai fumavano in piena attività, mentre pagnotte e focacce cuocevano nel loro ventre.

– Adesso che si fa? –

Tutto ciò che Lucius si era limitato a dirle, prima di partire, era stato che era giunto il momento di mettere da parte la fiducia nella Lega e iniziare a indagare privatamente su quello che stava succedendo, prima che potesse capitarle qualche altra disavventura meno fortunata delle precedenti. Appena erano sbucati sulla piazza principale della capitale di Astereis, quindi, lei aveva supposto che il lavoro sarebbe cominciato da lì, invece si erano subito diretti verso le porte della città e la strada che stavano imboccando portava dritta alla foresta.

– Adesso – annunciò Lucius, con un sorrisetto enigmatico. – Andiamo a trovare un vecchio amico. –

 

 

Non aveva mai visto piante così gigantesche e tutto il sonno che finora le aveva gravato addosso si dissolse man mano che i suoi occhi esploravano avidi quell’opera d’arte naturale. Alberi alti come palazzi, i cui tronchi larghissimi e rami enormi suggerivano un’età di diversi secoli, si protendevano verso l’alto in ampie chiome a cappella che si intrecciavano tra di loro fino a creare un vero e proprio soffitto di fogliame di un verde scuro e brillante che nascondeva completamente il cielo e solo pallidi, ostinati raggi di sole riuscivano a penetrare fino a terra. Per la verità non esisteva nemmeno un vero e proprio sottobosco e Regan capì in fretta perché avessero legato i cavalli al limitare della foresta: un groviglio di grasse radici nodose ricopriva la maggior parte della superficie del terreno e rendevano il passaggio piuttosto difficoltoso. Anche se, secondo le istruzioni ricevute la Lucius, si era messa gli abiti più comodi che avesse, e cioè il completo che le aveva regalato Angina, non faceva che sdrucciolare sul muschio insidioso che sembrava ricoprire ogni cosa.

– Ci sono anche qui accorgimenti particolari che devo osservare nei confronti della vegetazione? – domandò sarcastica, massaggiandosi la schiena dopo essersi risollevata dall’ennesima caduta. – Non so, fiori carnivori, liane strangolatrici… –

– Non dire sciocchezze, cerbiattina, questo non è il Bosco di Aurin – rise Lucius, scavalcando in tutta disinvoltura l’arco disegnato da due radici arrotolate insieme.

Anche Shin si muoveva con la solita fluidità. Regan si disse che se avesse avuto le loro gambe lunghe, sarebbe senz’altro riuscita a tenere meglio il passo, e più dignitosamente.

Parte della responsabilità della sua goffaggine era anche da imputare al paesaggio: non riusciva a non voltarsi a osservare ogni ramo ritorto in pose assurde e affascinanti, ogni polla d’acqua che, limpidissima o stagnante, riposava nelle piccole depressioni tra un albero e l’altro. C’erano fiori grossi come ombrelli dagli sgargianti petali sulle tonalità del giallo, del rosso, del fucsia e di incredibili sfumature di azzurro, con petali leggeri, che si piegavano armoniosamente all’infuori scoprendo stigmi e cuori di colore più tenue. Benché ne fosse tentata, Regan non si azzardò ad avvicinarvisi, ben memore di quello che la ninfa le aveva detto a proposito delle creature contraddistinte da colori troppo vistosi.

Mentre si trascinava dietro i due compagni evidentemente più atletici e in forma di lei, si domandava anche come qualcuno potesse vivere là dentro. Era un luogo pressoché impossibile da abitare, e non perché inospitale, ma perché semplicemente non aveva alcunché da offrire: gli animali autoctoni erano pochi e i versi che risuonavano ovunque erano per lo più di uccelli, anche se stavano così in alto che se ne avvistava solo uno ogni tanto, una sagoma indistinta che sfrecciava in controluce. C’erano anche strani roditori delle dimensioni di conigli domestici, dal pelo piuttosto lungo e chiaro, con orecchie bizzarramente incurvate verso l’interno e una vaporosa coda arrotolata su sé stessa, più scure del resto del corpicino agile. Se ne vedeva qualche famigliola zampettare via spaventata, in prossimità delle polle d’acqua, in fuga dalle loro indesiderate presenze.

Una goccia di sudore colò dalla fronte di Regan e lei se la asciugò con una manica, fermandosi contro un albero a riprendere fiato. La temperatura, in quella specie di serra naturale, era quasi estiva.

– Dovremo arrampicarci su e giù per questo groviglio vegetale ancora per molto? – ansimò.

Lucius e Shin si fermarono ad aspettarla, poco più avanti.

– Che ti avevo detto? Una lamentela continua – commentò il primo, rivolgendosi all’altro.

Shin non fece in tempo a sorridere, perché dovette scansare assieme a Lucius la zolla di muschio che Regan scagliò loro contro.

– Ha un buona mira, se non altro. –

– Fa’ la brava, cerbiattina, non stiamo andando a trovare una simpatica vecchina in una sala da the di Medilana. La persona in questione ci tiene a non essere raggiunta facilmente, quindi apprezzerà sicuramente che tu abbia affrontato questa micidiale scarpinata per arrivare a lui. Apprezzerà un po’ meno il fatto che io porti una donna in casa sua, ma… –

– Posso sapere perché stiamo andando da questa persona? –

– Devo contrattare con lui per ottenere una cosa in suo possesso da poter usare come ulteriore merce di scambio con un’altra persona. –

Regan si augurò sentitamente che quest’altra persona non abitasse in qualche posto impossibile come quello.

– Quanto accidenti manca? – sbuffò, al limite della sopportazione.

– Poco – le promise Lucius, e da come lo disse, la convinse che non era una bieca bugia per convincerla a riprendere a camminare. – Oh, quasi dimenticavo la chiave di volta di questa visita. –

Le fece cenno di raggiungerlo. Regan si accorse che impugnava uno stiletto affilato solo quando lui le prese la mano. Ne aveva visti altri così: si chiamavano shinner, i pugnali dei Cacciatori.

– Che cosa… –

Con una manovra fulminea, Lucius le attraversò il palmo in diagonale con la punta dello stiletto. Subito si aprì un taglio netto da cui prese a sgorgare copioso il sangue pulito delle vene.

– Sei impazzito? – strillò, risentita.

Lui la tenne ben ferma e dovette considerare la domanda prettamente retorica, dato che non le diede risposta, quando lei, invece, stava seriamente iniziando a vagliare l’ipotesi.

Tra le dita di Lucius, intanto, era apparsa una fiala di vetro che lui stava riempiendo solerte con il suo sangue, il quale si andava a mescolare con qualche goccia di una sostanza giallina che attendeva sul fondo. Quando ebbe finito, sigillò la fiala con un pezzetto di cera e se la infilò in una tasca interna del pastrano.

– Guariscila – disse poi a Shin, come nulla fosse, mentre se ne andava avanti per i fatti suoi, soddisfatto, saltando giù dalla grossa radice su cui stavano sostando. Regan strinse i denti per il dolore che il tocco di Shin le provocò, ma se non altro il taglio scomparve.

Proseguirono per un’altra mezz’ora. Arrivarono a costeggiare un ruscelletto che si era scavato nel suo scorrere secolare un letto profondo diverse braccia, scavando nel terreno così a fondo a arrivare a consumare anche la nuda roccia. Doveva essersi ritirato in tempi recenti, perché della larghezza originaria non restava che un semplice rigagnolo che scendeva a cascatelle tra le pietre nere di umidità. Camminarono lungo un passaggio scivoloso che costeggiava il torrentello e a tratti incontravano lingue d’acqua che scendevano dall’alto delle pareti che li sovrastavano. Regan rischiò più volte di scivolare, ma fortunatamente i riflessi di Lucius e Shin erano pronti a sufficienza da salvarla ogni volta. Era sul punto di riaprir bocca, distratta dal volo di un insetto grosso come un uovo una spanna sopra la sua testa, ma andò a sbattere contro la schiena marmorea di Lucius, che si era fermato senza avvisare.

Prima che Regan potesse riuscire a togliersi la soddisfazione di imprecargli contro, Shin si spostò un po’ di lato e le permise di vedere oltre: davanti a loro, circondato da uno stagno limpido nutrito da un ruscello, si ergeva un tozzo faggio del diametro di una casa di modeste proporzioni, e alto almeno due volte tanto. Il sole si era levato ormai abbastanza da riuscire a farsi strada in ogni più piccolo spazio tra l’infinita volta di foglie e ora migliaia e migliaia di raggi sottili come fili d’oro piovevano dall’alto attraverso l’aria rarefatta e vagamente caliginosa. Molti cadevano sullo specchio d’acqua e rimandavano bagliori accecanti. Una barchetta dondolava pacifica assicurata da una fune all’impalcatura di una sorta di molo improvvisato costruito a filo d’acqua.

Che cosa ci facessero una barca e un molo a ridosso di un albero millenario, Regan lo capì solo quando i suoi occhi salirono ancora: c’erano delle grandi fessure irregolari nel tronco, aperture in apparenza naturali che erano state chiuse con pezzi di vetro di forme e colori più disparati, tenuti insieme da venature di ferro scuro. Il risultato era un bizzarro ma strabiliante mosaico arcobaleno trafitto da raggi di luce che gli facevano prendere vita. C’era anche una porticina affacciata sul molo, con una striscia nera verticale dipinta grossolanamente nel mezzo.

– Bene, eccoci arrivati! – esclamò Lucius, gioviale e fresco come se avesse appena messo piede fuori dal letto. – Contenta, cerbiattina? –

– Non ne sono ancora sicura. Dove siamo, esattamente? –

– Te l’ho detto: qui ci abita un mio amico. –

Regan gli risparmiò la battuta sulla stranezza delle sue amicizie, dato che probabilmente il più strano di tutta la sua rete di conoscenze doveva essere comunque lui.

Senza perdere tempo in cerimonie e senza alcun preavviso, Lucius la prese per la vita e se la gettò su una spalla come un sacco di grano, poi spiccò un salto e atterrò con eleganza sul molo. Shin seguì, animato da un lieve sorriso divertito.

Regan si fece immediatamente mettere giù, le guance in fiamme, e si affrettò a risistemarsi il mantello, che le si era rovesciato sopra la testa. Lucius rideva. Irritata, lei si scostò e si avvicinò alla bellissima porta sorretta da cardini in ferro battuto forgiati alla stregua di virgulti arricciati. Con un’unghia sfiorò l’incrostazione di vernice sul legno.

– Chiunque abbia tracciato questa linea, ha rovinato un capolavoro. –

Lucius schioccò la lingua.

– No, ha voluto mettere ben in chiaro un concetto. –

– Non è una semplice linea – ebbe l’accortezza di spiegarle Shin. – È una runa, Isa. Impone di arrestarsi. –

– Regan – Lucius si frappose tra lei e la porta, le mise le mani sulle spalle e la fissò dritta negli occhi. – So che tu hai i tuoi problemi vari ed eventuali con ordini, consigli, istruzioni e via dicendo, ma questa volta, te lo chiedo come favore per te stessa, fa’ in modo che la tua deliziosa boccuccia trattenga quella maledetta lingua lunga che ti ritrovi, d’accordo? –

Lei annuì, ormai rinunciataria cronica di fronte al desiderio di capire, e lui, forse non del tutto rinfrancato, bussò, e per farlo dovette chinarsi. Chiunque abitasse quella casa doveva essere di statura veramente bassa.

Per un minuto buono non successe niente. Poi dall’interno cominciarono a provenire rumori di movimento e poco dopo una serie di scatti sordi preannunciò che qualcuno stava aprendo delle serrature. Quando la porta finalmente si aprì con un lento cigolio diffidente, Regan per poco non si lasciò scappare un’esclamazione sorpresa.

Sulla soglia c’era un ometto dalle fattezze rozze che sembravano abbozzate nel legno, capelli lunghi e cespugliosi di un insipido color sabbia gli circondavano disordinati la testa troppo grossa, lasciando nel mezzo una lucida pelata. Vestiva una tunica che sembrava fatta di iuta, lunga fino ai piedi, protetta sul davanti da quello che aveva tutta l’aria di essere un grembiule, e anche piuttosto sporco.

I suoi occhi piccoli e neri saettarono subito verso Regan da sotto le folte sopracciglia e la loro espressione riconfermò, a scanso di ogni possibile dubbio residuo, che non era la benvenuta.

– Buongiorno, Belenus. –

Il saluto di Lucius aveva sprizzato cortesia e brio, ma il grugnito di risposta del nano non aveva concesso altrettanta benevolenza.

– Che cosa ci fai qui? Lui chi è? Cos’è questa roba? –

Sentirsi definire roba non era l’inizio migliore che Regan avesse auspicato, tanto più che Shin aveva almeno ottenuto un lui, anche se pronunciato in tono non meno scocciato.

– Lui è il mio amico Shin. –

Shin salutò, garbato, e il nano brontolò qualcosa.

– E lei non è assolutamente nessuno, quindi non perdiamoci in chiacchiere inutili. Sono qui per fare affari. –

Belenus non era quel che si sarebbe considerato un soggetto amichevole ed era più che ovvio che nessuno di loro fosse ospite gradito, ma la semplice menzione della parola affari bastò a domare la sua indole scorbutica.

Si fece da parte e con un brusco cenno della testa li invitò a entrare.

– Non toccate niente! – gracchiò con la sua voce cavernosa, mentre loro erano quasi costretti a inginocchiarsi per entrare. – Mani a posto, occhi discreti e niente domande su niente di niente, altrimenti vi do in pasto ai pesci del mio lago! –

Regan tenne per sé l’obiezione spontanea che non si era visto un solo pesce ad agitarsi in quelle acque trasparenti, sia perché miracolosamente non aveva ancora dimenticato di avere la consegna del silenzio, sia perché si ricordò di quello che lui le aveva detto sulla strada verso il Bosco di Aurin.

“Chi si ferma alle apparenze è spacciato.”

 

 

La casa di Belenus era uno scrigno rigurgitante di tesori insoliti e a dir poco pittoreschi. La porticina immetteva direttamente su una stanza circolare piuttosto buia in cui l’indiscusso e dispotico regnante era il caos. Sulla destra una libreria sgangherata seguiva la curva della parete dell’albero ed era colma fino a scoppiare di volumi, manoscritti tenuti insieme da spaghi, pergamene sparse e pagine strappate o cadute da qualche tomo un po’ troppo vecchio. Alcuni dei libri, effettivamente, avevano un aspetto abbastanza vetusto da aver visto la storia delle Sette Terre dall’alba ai tempi correnti. A sinistra, sotto alla larga finestra irregolare, un tavolo da lavoro – sovrastato da un piccolo lampadario a cristalli tutto storto e impolverato che ben poco c’entrava con il resto dell’arredamento – ospitava una quantità improponibile di strumenti, alambicchi, ampolle, alcune anche rotte o rovesciate, e vasi in cui galleggiavano cose la cui natura Regan preferiva ignorare. Il soffitto fortunatamente era alto quanto bastava perché lei e gli altri riuscissero a passare senza doversi piegare, ma dovevano fare attenzione a non incappare negli innumerevoli fasci di erbe fortemente odorose o in qualche animale morto che pendeva dalle travi. Al centro della stanza un tavolo rotondo era ingombro di fogli bianchi o fittamente scritti a mano, appunti presi su frammenti di carta a caso, penne e boccette di inchiostro, e perfino una grossa candela quasi del tutto consumata.

Le venne da ridere a pensare a cosa ne avrebbe detto la rigorosa Venena di un posto come quello. Anche se lavorava in un ambiente completamente differente, il nano doveva essere una appassionato di intrugli, pozioni e cose del genere, proprio come lei.

– Allora – Belenus si fermò accanto a un’anfora in cui erano stati infilati una dozzina di rami di betulla e incrociò le braccia. – Ditemi cosa volete, così vi potrò dire in fretta che non se ne fa niente. –

Lucius sorrise furbo.

– Aspetta a parlare. Non sai ancora in cosa consiste la controfferta. –

– Prima dimmi cosa vuoi. –

– Il tuo libro di botanica. Quello che tratta degli esemplari estinti. –

Una risatina secca e frammentata vibrò schernente dalla gola dell’altro.

– Quale? Quello unico al mondo scritto a mano più di undici secoli fa? –

– Esattamente – confermò Lucius, senza scomporsi.

Belenus proruppe in una fragorosa risata sguaiata.

– Quel libro vale più di tutte le ricchezze su cui potrai mai mettere le mani, e anche se tu avessi abbastanza oro per ripagarmelo, non te lo venderei. –

La voce di Lucius ancora non perdeva la sua modulazione calma e sicura:

– La mia proposta non prevede oro, ma qualcosa di molto più raro che uno come te troverà senza dubbio infinitamente più inestimabile di un volgare ammasso di carta, di cui peraltro possiedi svariate copie. –

– Non esiste una cosa che possa valere quel libro. –

– Vogliamo scommettere? –

E Regan all’improvviso capì e si diede della stupida per non esserci arrivata molto prima: come Venena, Belenus era un esperto di filtri e sostanze dalle proprietà particolari, e, come Venena, c’era una cosa che sicuramente avrebbe stuzzicato il suo interesse. L’averle prelevato il sangue in anticipo poteva solo indicare che Lucius non si fidasse di Belenus tanto quanto si fidava di Angina e Venena, e quindi aveva valuto tutelarla da ogni rischio, impedendo la nano di collegarla a quel sangue prezioso. Non restava nemmeno la ferita a testimoniarlo.

Lucius aveva infilato la mano sotto al pastrano e ora che l’aveva ritratta, la fiala contenente il sangue di Regan gli luccicava tra le dita, colpita in controluce dai raggi di sole che penetravano attraverso la vetrata variopinta.

– Sangue immune ai veleni. –

Gli occhietti cupidi del nano di dilatarono malgrado la sua malfidenza.

– E chi me lo assicura che non è solo un po’ di sangue di lepre, eh? –

– Belenus, non offendere la mia credibilità – lo ammonì Lucius, e con tale severità che parve che il suo interlocutore l’avesse incassata come uno schiaffo. – Sai che ne va solo a tuo svantaggio. –

Fece una pausa, di modo che la sua dichiarazione sortisse i suoi effetti, poi riprese, più blando:

– Ti ho mai mentito? Ti ho mai truffato? Ti ho mai dato motivo di non fidarti di me? –

– No – fu costretto da ammettere l’altro. – Ma non c’è mai stata una posta in gioco così alta, prima d’ora. –

Regan a quel punto avrebbe già perso la pazienza, ma Lucius era fatto di tutt’altra pasta, ed era così abile ad adattarsi a qualsiasi situazione che era pressoché impossibile che un suo intento non andasse a segno.

– D’accordo, mi sembra legittimo farsi certi scrupoli per un affare di questa portata. Ti darò una prova, allora. –

Senza spostare lo sguardo da quello di Belenus, Lucius tese un braccio all’indietro verso Regan, la mano aperta, e le fece segno di avvicinarsi. Lei non ebbe alcun bisogno di chiedersi che intenzioni avesse: sapeva cosa cercava da lei.

Lucius le prese la mano e gliela fece distendere, palmo in su, di fronte al nano.

– Ecco, guarda e dimmi cosa vedi. –

Bastarono una manciata di increduli secondi perché Belenus riconoscesse il segno indelebile e azzurrino lasciato dal morso della Myrka e risollevasse lo sguardo esterrefatto prima su di lei, per la prima volta, e poi su Lucius, quasi ad accusarlo di volersi prendere gioco di lui.

– Impossibile… –

– Sì, l’ho detto anch’io, la prima volta, ma come vedi la mia cavia è viva e, credimi, ho ripetuto diversi esperimenti per accertarmi della validità di questo piccolo gioiello – e sventolò la fiala tra due dita.

Qualcosa era cambiato nell’atteggiamento di Belenus: era evidente il conflitto tra le certezze derivanti dalle sue conoscenze e l’evidenza esposta direttamente sotto il suo naso.

– Una cavia, eh? – borbottò, squadrando Regan con disgusto. – Adesso andate a prendere le prostitute per fare i vostri giochetti, alla Lega? –

Regan si sentì esplodere. Sebbene Lucius la avesse avvertita che il tipo di abbigliamento prediletto da Angina potesse essere scambiato per quello di una poco di buono, sentirsi dare in faccia della prostituta era oltre ogni limite di  tollerabilità. Aveva già preso fiato per protestare, quando la mano di Shin le toccò la sua. Fu breve, ma fu abbastanza per causarle una fitta di dolore della durata infinitesimale di un lampo che dalla mano divampò in tutto il corpo, privandola della vista per quel breve istante. Fu abbastanza anche per farle dimenticare l’insulto aperto appena ricevuto.

Si voltò di scatto, la fronte aggrottata, e si trovò a incrociare gli occhi neri di Shin, gocce di buio assoluto nel buio debolmente rischiarato della stanza. Lesse la sua espressione e capì che lo aveva fatto per impedirle di dare sfogo ai suoi pensieri offesi e far così precipitare la situazione.

Lo ringraziò in silenzio e tornò a guardare in avanti.

Belenus esigette una dimostrazione pratica dell’efficacia della merce che gli veniva offerta e Lucius gli concesse di fare un esperimento con le sue stesse mani. Fecero bere a Regan una goccia del suo stesso sangue e attesero qualche istante, poi il nano, illuminato da una bramosia fanatica che faceva venire la pelle d’oca, la punse sul polso, nel punto esatto dove si intravedeva il blu delle vene, con un ago impregnato di veleno di Myrka, ma non prima di aver allungato a Lucius un’occhiata insolente di avvertimento, come a dargli un’ultima possibilità di salvare la sua cavia, ma questi non raccolse la provocazione e restò ad aspettare a braccia conserte, il ritratto della rilassatezza.

Quando la punta dell’ago penetrò sotto la pelle di Regan, le dita tozze di Belenus la stavano stringendo con una forza che a guardarlo mai gli si sarebbe attribuita, ma lei non tentò di divincolarsi né trasalì per il dolore, perché il suo corpo ancora ricordava quello che aveva provato solo un minuto prima, sfiorato da Shin, e una semplice puntura non era niente al confronto.

– Straordinario! – esclamò Belenus, sopraffatto dall’eccitazione, mentre le  controllava i segni vitali proprio come aveva fatto Venena a sua volta, solo in modo molto meno delicato. – Assolutamente straordinario! In tutta una vita, mai avevo visto qualcosa di simile! Di chi è questo sangue? –

– Sai che questo tipo di domande non sono ammesse – gli rammentò Lucius, autoritario.

Belenus, tutto preso dal tesoro che aveva tra le mani, caracollò verso un armadietto di legno intagliato e quando lo aprì ne uscì uno sbuffo biancastro che dapprima Regan credette fosse polvere, ma era in realtà vapore. All’interno, infatti, l’armadietto, suddiviso in quattro ripiani, era come la miniatura grottesca di un ghiacciaio, con tanto di piccole stalattiti e stalagmiti di acqua congelata.

– Un regalo che gli ho fatto io – le bisbigliò Lucius. – Un banale sigillo di freddo perpetuo equivale a un miracolo per un nano. –

Quando Belenus ebbe trovato la collocazione adatta al campione di sangue, richiuse bene l’anta e tornò verso di loro.

– Posso dunque considerare il nostro accordo sottoscritto? – fece Lucius, con un sogghigno compiaciuto mascherato di cortesia posticcia.

– Voglio altre tre fiale di questo sangue – esigette il nano.

– Le avrai, ti do la mia parola – replicò Lucius pronto, come se si fosse aspettato una richiesta simile. – Ma il libro mi serve adesso. –

Una vena pulsò nervosa sulla tempia dell’altro, ma aveva già implicitamente acconsentito a cedere il libro quando aveva messo via la fiala, e quindi non c’era più molto di cui discutere.

– E va bene. Va bene, maledizione! Prendi quel dannato libro, se ci tieni tanto! –

– Ti ringrazio molto – cinguettò Lucius, riuscendo e anche se il suo comportamento era calibrato fin nel minimo movimento, i suoi occhi scintillavano vittoriosi. – Ti recapiterò personalmente le altre tre fiale che hai chiesto appena possibile, e… – si avvicinò a Belenus e lo prese tra le mani, sollevandolo senza fatica all’altezza dei suoi stessi occhi. – Tanto per puntualizzare l’ovvio: fa’ parola a qualcuno di questo nostro piccolo scambio, e le ultime parole che sentirai nel mezzo della più atroce delle agonie saranno “Io ti avevo avvertito”. Sono stato abbastanza chiaro? –

– Spreca fiato in prediche quanto vuoi, tanto lo sai che sei indispensabile per i miei affari! – berciò quello, burbero. – Il giorno che ti caccerai in qualche guaio serio, con tutti i traffici sottobanco che hai, allora sì che sarà la fine, per me! –

– Oh, sei sempre così lusinghiero! Ti ho solo salvato la pelle dalla Lega tre o quattro volte, che sarà mai? –

Il nano gli scoccò un’occhiataccia torva da sotto le folte sopracciglia e grugnì qualcosa di incomprensibile che Regan prese per un surrogato di dimostrazione gratitudine.

Quando uscirono era mezzodì passato e il prezioso volume antico giaceva avvolto un panno robusto sotto al braccio di Lucius, che se ne andava fischiettando allegro. Fu Shin, stavolta, ad aiutarla ad arrivare oltre lo stagno e se non altro fu molto meno brutale di Lucius.

– Adesso dove siamo diretti? – domandò Regan, una volta rimessi i piedi a terra, afflitta dal pensiero di dover ripetere a ritroso il percorso impossibile dell’andata.

– Adesso, cerbiattina, se permetti ce ne andiamo a mangiare. –

 

 

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Capitolo 17
*** Scheletri e Fantasmi ***


16. SCHELETRI E FANTASMI

 

Those nightmares still keep me awake  
I wish that I could just sleep  
And when I open my eyes  
Somehow I don't feel the same

– Night Visions, Sixpence None The Richer –

 

 

 

La cucina di Astereis era grave di condimenti e ingredienti grassi. Olio, burro, strutto e una lunga sequela di altre cose che Regan non riuscì a distinguere appesantivano oltremodo le pietanze, pur garantendone un sapore gustoso e la morbidezza al palato. Persino nella zuppa di legumi che aveva ordinato lei grosse bolle di olio galleggiavano in superficie, inzaccherando le croste di pani che vi aveva buttato dentro di aloni giallognoli.

L’Osteria del Falco Cieco di Cittanuova (una volta detta semplicemente Osteria del Falco, ma, a detta di Lucius e Shin, era stata poi ribattezzata poiché il falco ritratto sull’insegna metallica che penzolava fuori dal portone era stato privato degli occhi di pietra rossa da qualche ladruncolo di passaggio), la prima a essere aperta nella capitale ancora neonata, era il posto ideale per rendersi veramente conto di come abitudini e usanze variassero da zona a zona. Abituata al concetto di osteria che si era fatta bighellonando per Kauneus assieme alla combriccola degli Edelberg, e cioè sale rustiche e chiassose ma pulite e ben illuminate, era difficile credere che anche il Falco Cieco meritasse il medesimo appellativo: erano due grandi stanze contigue, separate solo dalla massiccia arcata portante in pietra grigia al centro del soffitto. C’erano spesse mensole in legno a correre tutt’intorno al perimetro delle pareti e su di essere giacevano una quantità esorbitante di ceri e candele, tra cui ogni tanto si annidava un fagiano impagliato, o una scultura intagliata a forma di orso rampante, o ancora vasi di fiori rinsecchiti e barattoli polverosi pieni di spezie. Addirittura in un angolo c’era un intero teschio di drago inchiodato nel muro, con fauci allungate e adorne di denti acuminati e letali, due lunghe corna incurvate a sovrastare le orbite vuote degli occhi.

La clientela era rumorosa e di estrazione molto più varia rispetto a quella che si poteva incontrare nelle taverne di Kauneus: viandanti dagli accenti marcati fermatisi per la notte, forse anche ad alloggiare nelle camere dei piani superiori; omaccioni grossi e abbronzati che trangugiavano boccali di birra che Regan avrebbe sollevato a fatica anche con due mani e si raccontavano in un dialetto volgare storie di vita vissuta e grane lavorative; pochi erano gli avventori benvestiti e che azzardavano esibire qualche gioiello e si trattava perlopiù di uomini. Le sole donne che ci fossero erano abbigliate in modo vistoso, camicette scollate abbinate a busti e gonne sgargianti, come i fiori della foresta di Ferentaur, e trucco pesante a dare risalto a occhi, guance e labbra, degno accompagnamento alla loro pubblica condotta a dir poco licenziosa. Dame d’intrattenimento, come le aveva elegantemente definite Lucius.

Lui e Shin mangiarono a volontà un po’ di tutto quello che la pingue cameriera passava a servire tra i tavoli misti, dove chiunque sedeva con chiunque, e Regan ringraziò il cielo che i due ragazzi avessero deciso di mettersi ai suoi due lati, risparmiandole così di subire la discutibile compagnia della dama d’intrattenimento che al momento stava starnazzando alla sinistra di Lucius e del fetido contadino alla destra di Shin, intento a sbranare come una belva famelica, e in maniera altrettanto civilizzata, un cosciotto di maiale arrosto.

– Hai barato con il nano –

– In che senso? – chiese Lucius, mentre masticava un boccone di pane.

Regan cercò un modo neutrale per esprimersi senza compromettersi a eventuali orecchie indiscrete.

– Il mio sangue è quello che è, ma non sappiamo se può fare lo stesso effetto se sfruttato da altri –

– Sì, è vero, ma in fondo non ho mentito e il vecchio Belenus conosce le regole e i limiti per i suoi esperimenti ed è tutto nel suo interesse rispettarli –

– E su cosa sperimenta, se vive come un eremita? Animali? –

– Non dire sciocchezze, cerbiattina, la Madre non sarebbe contenta se le sue creature più pure venissero sfruttate per i nostri sporchi giochetti –

 E allora come… –

– La cosa non ci riguarda – decretò Lucius, gettandosi sullo stufato che gli era appena stato servito, e Regan seppe che la questione era ufficialmente chiusa.

Era appena arrivato il dolce, crespelle fritte alla frutta secca accompagnate da miele e un intingolo rosato, quando dall’altra sala giunse un uomo dall’aria losca ammantato fino alle orecchie che, passando, si accorse di Lucius e gli rivolse un cenno fugace prima di infilare la porta e uscire.

– Ne conosci di gente insolita – gli disse Regan poco più tardi, mentre, pagata la lauta cena, uscivano all’aria aperta.

– Più di quanta ne vorrei conoscere, e più di quanta vorrebbe essermi nota –

Il pomeriggio era sereno e tiepido. I temporali che nottetempo avevano turbato Norden e le regioni settentrionali erano lontani e il sole scaldava il viso dei passanti.

– Sembra che tu abbia parecchi scheletri nell’armadio –

Le mani affondate nelle grandi tasche del pastrano, Lucius rise.

– Un intero ossario, oserei dire – riconobbe allegro. – Ci sono aspetti della mia vita che a volte vorrei ignorare io stesso –

Regan non faticava a crederlo. Tuttora lui restava un grande enigma avvolto dal mistero, per lei. Benché conoscesse molte cose di lui, o così presumeva, molte altre le erano ignote e non era nemmeno sicura che le avrebbe mai scoperte. C’erano le cicatrici che lo segnavano su tutta la parte superiore del corpo, grandi e piccole, troppe per essere giustificate da qualche colpo parato male; c’era il velo nero che celava il suo passato, e briciole sparse tutt’intorno che permettevano solo di indovinarne frammenti insignificanti; c’era la sua libertà, privilegio di cui, ne era certa, nessun altro della Lega godeva, vincolato da doveri precisi e rigorosi.

Cittanuova era bella, a suo modo, ma non aveva niente dello splendore regale di Kauneus, o dell’antico fascino di Medilana, e nemmeno la particolarità accattivante di Shjarna. Essendo una città relativamente giovane, come il nome stesso diceva, non possedeva edifici d’epoca: tutto era nuovo, di architettura sobria e lineare, e le strade lastricate si inserivano a linee rette, parallele e perpendicolari, attorno agli isolati di case, palazzi e botteghe. Persino le carrozze che circolavano sembravano meno caratteristiche: laccate perlopiù di nero o marrone scuro, e nessuna era decorata da stemmi distintivi, se non quello della Terra di Astereis, un occhio nero su sfondo dorato. Era evidente in ogni suo aspetto che fosse un crogiolo in cui affluivano viaggiatori da ogni parte del Mondo Occulto e di ogni livello sociale, e quella stretta peculiarità che Regan aveva notato nelle altre capitali che finora aveva visitato mancavano del tutto, forse per far sì che i visitatori si sentissero accolti in un ambiente il più possibile neutrale.

Ritornarono alla locanda dove avevano preso una stanza, leggermente fuori dal centro, piccola ma molto accogliente. Appollaiati su un lampione trovarono anche Rok e Libra ad attenderli. Salutarono il loro arrivo con un frullio d’ali, poi, una volta chiarito che li avevano trovati e sarebbero rimasti nei paraggi, spiccarono il volo verso la periferia, dove sicuramente avrebbero trovato di che nutrirsi.

Appena entrarono furono investiti dall’intenso profumo di cannella che sembrava impregnare l’intero edificio. Era tutto rivestito di perline di legno chiaro e c’erano vasi di fiori freschi a vivacizzare l’ambiente.

Appena li vide, Donna Melime, la vivace locandiera, si illuminò.

– Bentornati! I vostri cavalli sono nelle nostre stalle e sono stati debitamente foraggiati. Spero abbiate trascorso un pomeriggio piacevole! –

Parlava al plurale, eppure guardava solo Lucius, le gote più rosee di quel che Regan avesse notato quando erano appena arrivati, e anche la camicetta di lino sembrava essersi fatta misteriosamente più scollata. Benché non più giovane, era una donna abbastanza attraente e Lucius non era per niente imbarazzato dai suoi espliciti tentativi di seduzione. Regan era quasi tentata di andare a dirle che stava perdendo il suo tempo, se sperava di fare colpo.

– Assolutamente delizioso – stava rispondendo intanto Lucius con le solite incorruttibili buone maniere. – Vi siamo grati per averci indicato il Falco Cieco, abbiamo mangiato molte bene –

– Permettetemi di ricordarvi che la nostra locanda offre un ottimo servizio di ristorazione, la sera – esclamò la donna, rigirandosi una ciocca di ricci biondo cenere tra le dita.

– Sarà per la prossima volta, temo. Questa sera ci risparmiamo la cena, il viaggio ci ha stancati –

– Certo, naturalmente! Buonanotte a tutti! –

Tutte le stanze avevano nomi di piante a contraddistinguerle. La loro, al secondo piano, si chiamava Betulla, e consisteva in un unico letto matrimoniale a ridosso della parete, un comò a tre cassetti e un tavolino con l’occorrente per la toeletta sotto alla finestra che dava sulla strada.

– Come facciamo a dormire? – domandò, accorgendosi del piccolo inconveniente logistico solo quando Lucius e Shin presero a spogliarsi senza alcuno scrupolo alla luce arancione del tramonto.

Lucius si sfilò la camicia e la gettò sulla sedia accanto al tavolino, dove già aveva ammassato il pastrano e il farsetto, e la occhieggiò con un’espressione di ovvietà:

– Semplice: spostiamo le coperte, ci sdraiamo, ci copriamo, chiudiamo gli occhi e aspettiamo che il dolce sonno sopraggiunga –

Lei lo trafisse con il più acido degli sguardi.

– Purtroppo non c’erano altre stanze disponibili. Nessuno di noi ha intenzione di fare niente di sconveniente, se è questo che ti preoccupa – la rassicurò Shin con uno dei suoi sorrisi serafici.

Si era spogliato anche lui e per la prima volta Regan lo vedeva con nient’altro che un paio di calzoni addosso. Era incredibilmente magro e delicato, e sembrava ancora più acerbo se paragonato a Lucius: solo un accenno di muscoli sulle spalle, sui bicipiti sottili, ma per il resto era ancora il ragazzino che il suo viso ritraeva, e la sua pelle non aveva nemmeno l’ombra dei segni che rovinavano quella dell’amico, liscia e perfetta, latte che non aveva mai conosciuto contaminazioni.

Per Lucius e Shin darsi una rinfrescata fu semplice, ma Regan pretese che loro due si voltassero mentre lei si passava la pezzuola bagnata sul collo e sulle braccia e si sciacquava il viso. Scioccamente non aveva pensato a portarsi una camicia da notte, perciò non le restò che infilarsi una sottoveste pulita prima di permettere ai ragazzi di smettere di fissare la parete.

Chiusi gli scuri e tirate le tende, si coricarono. Al limite della scrupolosità, fecero mettere Regan nel mezzo, cosicché se qualcuno si fosse introdotto nella stanza difficilmente avrebbe potuto arrivare a lei senza svegliare uno di loro.

– Be’, buonanotte, allora – grugnì Lucius, voltandosi su un fianco, e pochi minuti dopo il suo respiro regolare comunicò che si era addormentato. Shin ci mise di più, ma alla fine anche lui cedette alla stanchezza.

Regan rimase sveglia a lungo, cullata dai loro respiri, le palpebre pesanti ma che non ne volevano sapere di chiudersi definitivamente. Rimase supina a rimuginare su ciò che le era successo nell’ultimo mese e le sembrò strano essere lì, adesso, come se fosse da sempre che si accompagnava a quei due in giro per le Sette Terre.

Ed era buffo, dopo tutte le storie che aveva fatto, ma non si sentiva affatto in imbarazzo a dormire tra loro, e mentre pensava a questo con un sorriso, lentamente, i suoi occhi si chiusero.

 

 

Il pianto di una donna si fondeva con il sussurro sommesso di un uomo che cercava di consolarla. Buio ovunque. Braccia tenere che stringevano, avvolgevano, proteggevano. Un filo di falce di luna nel cielo, delineata dietro un sole dorato.

La morbidezza di un calore materno. Lacrime che scendevano sul viso.

Paura.

E una voce. Una voce stranamente familiare.

– Datemi la bambina –

Shin si svegliò di soprassalto, madido di sudore, ma era sudore freddo come mani di ghiaccio, che gli agguantavano i polmoni, soffocandoli. Un sudore figlio di incubi estranei che gli avevano perseguitato senza tregua un sonno privo di pace.

Si tirò su a sedere e si sfregò il viso umido, raccogliendo in un angolo più luminoso e sicuro della mente gli ultimi stralci di quei sogni angosciosi che pur non appartenendogli, gli erano già noti. Solamente non si spiegava come fossero penetrati nella sua mente.

O perché.

Lucius era profondamente addormentato. Il suo petto si alzava e abbassava a ritmo lento e regolare.

Anche Regan dormiva. La veste bianca a malapena si distingueva da lei, ruvida e inconsistente l’una dove l’altra era levigata e compatta. Qualche ciocca rossa le ricadeva sulla guancia. Shin le scostò delicatamente i capelli con le dita, premurandosi di non toccare direttamente la sua pelle, e fu allora che se ne accorse: sottili tracce di lacrime ancora fresche disegnavano rivoli invisibili nell’oscurità.

Regan piangeva nel sonno.

Fu obbligato a frenare l’impulso di asciugargliele una ad una; non voleva farle del male. Avrebbe solo voluto conoscere la radice di quegli incubi per poterle estirpare e liberare le notti di Regan da quell’incombenza angosciosa.

Si chiese se avesse avuto ragione lei, quando gli aveva detto che erano cose senza senso. Immagini frammentarie, voci confuse… impossibile collocare così pochi elementi in un quadro più vasto e comprensibile.

I tumulti interiori di Regan, nel frattempo, fortunatamente si erano acquietati e sembravano ormai lontani.

Shin si passò una mano sul viso, esausto. Quella che sentiva era una spossatezza che il riposo non era in grado di lenire, intaccava non le membra, ma lo spirito, rubava energie alla mente, e questo non era ammissibile: c’erano solo lui e Lucius a proteggere Regan, probabilmente i soli o quasi a poterlo fare degnamente, e per questo era necessario che fossero al massimo delle loro forze.

L’indomani sarebbero ripartiti alla volta di Lumbar, cittadina di Mauercast famosa per i traffici commerciali illeciti che si consumavano nei suoi vicoli, e lì avrebbero cercato il contatto di Lucius che potenzialmente avrebbe potuto fornire loro informazioni utili, e lui aveva il sentore che, ovunque quelle informazioni li avessero condotti, ci sarebbe stato di che preoccuparsi.

Fuori, Cittanuova non si sopiva nemmeno la notte. Le bische e le case chiuse lavoravano senza sosta e persino certi ristoranti restavano aperti fino anche dopo la mezzanotte. Risa e urla litigiose erano tutt’uno trasportati nel venticello freddo che spirava tra le vie, trascinandosi appresso l’odore acre raccolto nei sobborghi.

Nella sua testa vorticavano troppe domande che pregava avrebbero presto ricevuto una risposta.

Con un sospiro tornò a sdraiarsi. Chiuse gli occhi, mentre una parte di lui continuava a interrogarsi su come fosse possibile che una voce nei sogni di un’altra persona gli suonasse così inspiegabilmente familiare.

 

 

Ossa che erano state rotte in più punti e poi rinsaldate in fretta e furia dolevano nella gelida umidità notturna, trofei riportati da battaglie combattute in nome non di valori, ma di egoismo e avidità. Battaglie che, anno dopo anno, avevano fatto di lui il migliore nel suo campo.

Gerjen si strinse il bavero del mantello sdrucito intorno alla gola, ingoiando l’ennesimo sorso di liquore per aiutare il proprio corpo a sopportare il freddo incombente.

La torre dell’orologio che dominava la piazza si intravedeva appena tra le nebbie e segnava la Nuova passata da poco in una notte senza stelle. I lampioni e le lanterne pubbliche potevano solo dare visibilità a strade ed edifici, ma non riuscivano a smascherare tutto ciò che si celava negli anfratti bui e dietro gli angoli, consentendogli di sfruttare la nicchia di una statua come nascondiglio e riparo. Benché della confusione diurna non restasse che il ricordo, qua e là ancora si udiva il chiasso della piena attività dei locali che aprivano le loro imposte solo dopo il calar del sole. Ciò faceva sì che il lato oscuro e poco raccomandabile della vita di Cittanuova restasse confinato entro certi quartieri e lasciasse gli altri completamente deserti, eccetto lo sporadico passaggio di qualche ubriacone che si trascinava verso casa dopo una serata di bagordi, ma di quelli Gerjen non si preoccupava.

Erano gli altri a preoccuparlo, i fanatici da cui era stato messo in guardia che volevano lei.

Era per quello che si trovava lì.

Lord Desmond non gli aveva dato alcun tipo di spiegazione. Si era limitato a gettargli ai piedi un sacchetto contenente più oro di tutto quello che Gerjen avesse visto in una vita intera di fruttuosi traffici neri e a proporgli un accordo, da estendersi anche ai suoi uomini. Lui, incapace di cogliere quali oscure trame potessero mai occultarsi sotto un ordine tanto privo di senso, aveva accettato senza condizioni, facendosi carico di un compito che sembrava prendersi gioco di ciò che lui aveva scelto di essere.

Poche parole imperative e un mucchio d’oro: nessuno della sua risma di sarebbe mai sprecato in domande di fronte ad un’offerta così allettante, ma lui una si era riservato di porla.

“Perché mi state pagando per assicurarmi che qualcosa di vostro rimanga in mani altrui?”

Guardò in su, verso la finestra chiusa dietro la quale sentiva la ragazza annaspare nel sonno, piena di angoscia.

Lord Desmond gli aveva concesso una risposta che aveva solo reso più avida la curiosità che aveva spronato la domanda.

“Perché ho ragione di credere che loro sapranno disseppellire ciò che per più di trent’anni io ho tentato invano di ottenere.”

E lì Gerjen aveva capito che sarebbe stato nel suo interesse mettere da parte la curiosità ed esaudire i desideri, pur inspiegabili, del suo maggior mecenate.

“La ragazza deve rimanere con Luciferus e i suoi compari, ad ogni costo.”

 

 

Regan sgranocchiava beata biscotti allo zenzero mentre si aggirava con Lucius e Shin tra le bancarelle del mercato di Lumbar. Era un villaggio modesto, né grande né piccolo, e la maggior parte della popolazione era costituita da contadini e artigiani.

Lei, Lucius e Shin avevano dormito fino a tardi, quella mattina, poi, con sommo dispiacere di Donna Melime, avevano liberato la stanza e si erano rimessi in viaggio verso Mauercast. L’attraversamento da un Portale dall’altro a stomaco vuoto era stato meno traumatico del solito, per lei, ma ai cavalli non era piaciuto. Li avevano lasciati all’unica locanda del villaggio, peraltro sprovvista di stalle, e Lucius, oltre al saldo della loro stanza, aveva lasciato una manciata di corone in più al proprietario, insistendo perché trovasse a Freyr e Freya una sistemazione confortevole per la notte.

Regan stava rimirando le stoffe esposte da due donne identiche, quando all’improvviso si sentì strattonare per un braccio.

– Aranel! – gracchiò una vecchietta minuscola e rotondetta, puntandole severamente contro un dito nodoso. – Bambina mia, quante volte te lo devo ripetere? Sei una nobile Dresden, la devi smettere di sgattaiolare fuori di casa vestita come una sguattera, alla tua povera madre verrà un infarto! –

Regan trasse un sospiro di sollievo, rendendosi conto che non stavano cercando di rapirla, ma era un semplice malinteso. Il suo nome era una delle poche certezze che avesse riguardo a sé stessa.

– Signora, mi state scambiando per un’altra persona –

– Via, andiamo a casa, sciocchina! Come sei arrivata fin qui tutta sola, me lo spieghi? –

Lucius e Shin, che erano fermi alla bancarella precedente, accorsero immediatamente.

– Che sta succedendo? –

– Nonna! Lascia stare quella ragazza! – esclamò nello stesso momento un ragazzetto, sgusciando tra un gruppetto di bambini che si rubavano l’un l’altro una mela caramellata. Si avvicinò con aria preoccupata e chinò desolato lo sguardo quando Lucius si volse verso di lui, inquisitorio.

– Vi prego di perdonarla. Lei non… –

– Aiutami, Brennan, dobbiamo riportare a casa questa piccola impertinente prima che Lady Fabel si accorga che è scappata di nuovo! – esclamò l’anziana donna, e la sua mano agguantava in braccio di Regan con una forza sorprendente.

– Nonna – sospirò il ragazzo nel tono frustrato di chi ripeteva lo stesso copione per l’ennesima volta. – Questa non è Lady Aranel, non lo vedi? Guarda i suoi capelli, il colore degli occhi… ed è solo una ragazzina –

Il volto rugoso della vecchina si fece smorto e indignato:

– Benedetta figliola, che cos’hai fatto ai tuoi bellissimi capelli dorati? –

Regan provò un misto di pietà e rispetto per lei, e quasi la ferì il sincero affetto con cui quella donna la guardava.

– Nonna, per favore, lasciala stare! – il ragazzo la prese per le spalle esili e la allontanò da Regan

Con dolcezza, poi rivolse a lei e ai suoi due accompagnatori un inchino di scuse. – Vi prego di perdonarla, signori. Non è più del tutto in sé da molti anni, ormai. Domando ancora scusa per il fastidio –

– Non importa, sta’ tranquillo – gli disse Lucius, ma si era leggermente incupito. Rimase a guardare circospetto mentre il giovane portava via la nonna, sussurrandole qualcosa per distrarla.

– Andiamo ­– disse poi, incamminandosi con fretta improvvisa.

 

 

Era quasi sera, ormai, e i venditori stavano iniziando a smontare la loro attrezzatura per ritornare a casa dopo la giornata di duro lavoro. Loro tre, invece, avevano una destinazione ben diversa.

Trovarono il contatto di Lucius in una taverna di ultim’ordine situata a circa mezzo miglio dall’ultimo gruppo di casolari del villaggio, un posto scuro e fumoso che a Regan non piacque per niente. L’insegna arrugginita che penzolava fuori dalla porta diceva semplicemente Taverna.

Lucius le impose di legarsi i capelli e nasconderli in uno scialle, prima avvolgerla nel mantello e entrare, e le comandò di comportarsi esattamente come aveva fatto da Belenus: zitta, remissiva, discreta.

Attraversarono l’unica stanza circolare di cui era composta la taverna e passando in rassegna le facce degli avventori, Regan capì il perché delle disposizioni ricevute: di lei erano visibili praticamente solo le labbra, e tanto bastò per attirarsi addosso occhiate fameliche e commenti osceni. Qualcuno osò persino latrare qualche apprezzamento altrettanto osceno a Shin, il quale, sebbene nettamente troppo alto per esserlo, avvolto dalla testa ai piedi nel lungo mantello poteva benissimo essere scambiato per una ragazza alla luce fioca delle candele, che accorreva ad accarezzare il suo viso delicato come a voler elogiare la sua bellezza nel mezzo di tutte quelle facce volgari.

Regan restò appiccicata a Lucius fino a che, lasciatisi alle spalle il locale vero e proprio, si trovarono quello che sembrava essere l’ingresso al retrobottega: un’apertura nel muro nascosta da uno straccio macilento che faceva da porta.

Lucius lo scostò con familiarità e fece cenno a lei e a Shin di seguirlo. Regan quasi inciampò nel gradino, entrando. Non era un retrobottega, ma una saletta privata al centro della quale ardeva una stufa a legna collegata con il tetto, attorno alla quale erano disposti quattro tavoli dotati di panche e candeliere, tutti e quattro occupati. Lucius si diresse verso quello nell’angolo a sinistra al lato opposto della stanza, accanto al quale si apriva una grande finestra rettangolare che dava sulla prateria e sul cielo trapunto di pallide, rare stelle.

Al tavolo, vicino al muro, sedeva un uomo che era leggermente fuori contesto, in un posto come quello: vestito di grigio scuro e con gusto, ma senza ostentazioni, il mantello da viaggio accuratamente ripiegato accanto al gomito che poggiava sulla tavola, dove teneva le mani giunte in segno di paziente attesa, una brocca di vino e un calice a tenergli compagnia. Corporatura media, statura media, occhi e capelli castani, qualche ruga ad aggravargli l’espressione impassibile: una aspetto così comune e ordinario che nessuno avrebbe fatto caso a lui, anche in un covo di criminali come quello.

Vedendoli arrivare, lo spettro di un sogghigno gli balenò sulla bocca dalle labbra quasi inesistenti.

– Guarda chi si rivede, dopo tanto tempo… –

La sua voce era bassa e grattava in gola come quella dei fumatori incalliti.

– Possiamo sederci? – disse Lucius, senza salutare.

Nessuno aveva fatto nomi.

L’uomo fece loro cenno di accomodarsi. Il suo sguardo cadde sul petto di Regan, che nel sedersi le si era scoperto, e poi veleggiò nel mezzo, verso Shin.

– È la prima volta che ti presenti in compagnia –

– E tu è la prima volta che non ti fai trovare con una fila di clienti – replicò Lucius, affabile.

L’altro incassò il colpo e il suo pomo d’Adamo si sollevò mentre deglutiva.

– La caduta della Corte ha comportato la morte di molti di coloro che erano soliti richiedere i mie servigi – rispose, asciutto.

Regan rabbrividì a sentir nominare la Corte. Si chiese che razza di professione dovesse svolgere, se i suoi clienti migliori clienti erano gentaglia di quel tipo, ma giunse alla conclusione che preferiva ignorarlo. Gli scheletri nell’armadio di Lucius cominciavano a farle paura.

– Ditemi – riprese l’uomo. – Che cosa posso fare per voi? –

Al suo cospetto, Lucius incrociò le braccia al di sopra del tavolo.

– Ho bisogno che tu raccolga delle informazioni per me –

– Che genere di informazioni? –

– Tutto quello che riesci a trovare su questo e quanto vi concerne –

Trasse un foglio dal pastrano e lo dispiegò nell’alone di luce gettato dal candeliere. Al centro di esso era tracciato uno schizzo della fiamma stilizzata divisa nel mezzo, il simbolo che accompagnava i cavalieri che le davano la caccia.

Appena lo vide, l’uomo contrasse le sopracciglia e se lo avvicinò per studiarlo meglio.

– Ti costerà parecchio – decretò, dopo un minuto di riflessione.

Lucius sorrise.

– Ho un’offerta interessante da proporti –

L’altro fece lo stesso, ma in modo molto più inquietante.

– Ti ascolto –

Lucius fece un cenno veloce con la mano destra.

– Shin, per favore –

Solerte, Shin sollevò la sacca che teneva a tracolla e ne estrasse con attenzione il grosso volume che si erano procurati presso Belenus il giorno prima, ancora avvolto nel panno che lo proteggeva. Lucius lo prese, lo scoprì e lo collocò tra sé e l’uomo, lasciando che il discorso lasciato in sospeso lavorasse per lui.

– So che stai cercando di mettere le mani questo libro da molto, molto tempo – disse dopo un po’, quando fu certo di aver suscitato l’interesse dell’uomo, che infatti fissava l’oggetto come se non riuscisse a credere ai propri occhi, e il silenzio che seguì non ne fu che un’ulteriore conferma. Lucius era riuscito a stupirlo.

Il basso borbottio di coloro che sedevano agli altri tavoli era solo un sottofondo che risuonava fiacco tra le quattro pareti spoglie, spezzato solo dal crepitare dei ciocchi nella stufa e da qualche panca che ogni tanto grattava sul pavimento di pietra. Qualcuno si alzava e andava, qualcuno veniva, chi con le tasche appesantite d’oro, chi con un pacchetto misterioso o una busta sigillata, e tutti si facevano i fatti loro. Al di là del muro, l’osteria pubblica ribolliva di voci possenti e boccali metallici che si scontravano.

– Allora – esordì Lucius, dopo aver concesso un’attesa di riflessione ragionevolmente lunga. – Posso contare su di te? –

L’altro si sarebbe detto caduto in catalessi, tanto era concentrato a valutare il libro in ogni suo più insignificante dettaglio. Lo avrebbe ottenuto solo se avesse accettato la proposta e doveva trattarsi di una vera e propria sfida, visto che era un’impresa in cui non erano riusciti nemmeno i più alti esperti della Lega, con tutti i mezzi che avevano a disposizione.

– Dammi una settimana – mormorò infine, senza staccare gli occhi cupidi dall’oggetto. – Torna tra una settimana e avrai quello che vuoi. –

 

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A/N: ci ho messo secoli a postare, chiedo scusa. Maggio è stato un mese intenso e tra una cosa e l’altra ho sempre rimandato l’aggiornamento. E va beh, eccoci qui. Ringrazio Milou_ e LovelyAndy per le recensioni, sempre così gentili. J

Un grazie particolare a Soulmate, che mi ha lasciata letteralmente spiazzata con la sua recensione, sia per l’accuratezza e la maturità del commento, sia per l’acume sorprendente di certe osservazioni. Mi ha fatto piacere soprattutto che tu abbia notato (e apprezzato, grazie al cielo) che nessuno dei personaggi è perfetto. Il mio intento è in effetti proprio quello di scampare al cliché, anche se questo naturalmente significa auto-ritagliarsi fuori dalla prosperità dell’attuale corrente che traina il genere fantasy/soprannaturale. Twilight, da questo punto di vista, ha contaminato tutte le potenziali belle storie che ho sfogliato in libreria, e questo mi ricresce, perché, da accanita lettrice e amante del romance (ma quello serio, non i mucchi di “Ti amo, sei la mia vita, morirei se dovesse accaderti qualcosa!), purtroppo ogni volta che prendo in mano un romanzo di questo filone mi sento l’ulcera che torna. Altra cosa che mi ha davvero fatto piacere è che tu abbia capito la cura con cui ogni nome e ogni tratto si basino su motivazioni specifiche e non sono affatto messi lì tanto per dare un nome e un aspetto a qualcuno o qualcosa. Insomma, sono davvero davvero colpita!

Nel prossimo capitolo arriverà qualcuna delle famose risposte che tutti state tanto aspettando, brace yourselves! ;) Eccone un piccolo estratto:

 

Lucius le cinse le spalle con un braccio e la guidò verso una panchina nei pressi di una grande fontana, dove la pregò di sedersi.

– Suppongo di essere stato abbastanza maleducato, con te, non è così? –

Regan non aveva idea di che cosa stesse parlando.

– È giusto che tu sappia come io sono diventato quello che sono, e soprattutto perché – sospirò lui. Il cuore di Regan prese a battere più forte. – Credo che quest’altro mio Segreto risponderà a più o meno tutti i tuoi legittimi interrogativi su di me, e sappi che non sono molti a conoscere quanto sto per raccontarti. –

La rassegnazione si mescolava a una strana forma di sollievo in quella frase stentata che gli uscì dalle labbra con il sapore dell’impotente accettazione verso un’imminente condanna.

– È una storia piuttosto lunga, sai, e avrei preferito raccontartela in altre circostanze. Magari seduti in una taverna davanti a una bella zuppa calda, ma in effetti, ripensandoci, non sarebbe stato consigliabile. –

 

Alla prossima, aspetto le vostre opinioni! J

 

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Capitolo 18
*** L'Altro Segreto di Lucius ***


17. L’ALTRO SEGRETO DI LUCIUS

 

Forgive me for what I have been
Forgive me my sins

– The Truth Beneath The Rose, Within Temptation –

 

 

– Ebbene, come procedono le cose con la tua protetta? La sua memoria ha fatto progressi? –

Lucius si era messo a proprio agio nello scranno, a sottintendere con la sua solita, rischiosa insolenza che si trovava lì per una pura e semplice gentile concessione della sua presenza.

Dall’altra parte della scrivania, gli occhi severi di Castalia lo soppesavano attentamente in attesa di una risposta, ma lui era troppo impegnato a fissare le punte infangate dei propri stivali con il solo scopo di darle sui nervi per darle retta.

Alle spalle di Castalia, a sorvegliare la scena come un avvoltoio, stava una giovane guardia che lo sogguardava con disgusto, le mani giunte dietro la schiena, eretto e composto come una statua. Lucius sospettava che si trovasse lì in qualità di semplice testimone della conversazione. Castalia in genere se ne procurava uno quando subodorava possibili menzogne in arrivo, e quindi, nel caso di colloqui con Lucius, sempre. L’ultima volta c’era stato Shin, ma non era stata una scelta saggia: erano troppo amici, loro due, e la signora Coordinatore Generale doveva essersene avveduta, nel frattempo, dato che aveva disposto diversamente la situazione. Shin, infatti, era fuori ad aspettare assieme a Regan che l’interrogatorio di Lucius, fatto passare per aggiornamento, terminasse e concedesse loro di ritornare alle loro indagini.

Erano stati richiamati a Medilana il giorno dopo il loro arrivo a Lumbar, probabilmente perché alla Sede Centrale era giunta notizia che si fossero recati in un luogo di dubbio interesse culturale. Dopotutto, tanto peggiore era la fama di certe località, tanto più intensa era la presenza sotto copertura della Lega.

– Lucius – la voce impostata di Castalia vibrò pericolosamente. – Non abusare della mia pazienza. Ho questioni urgenti di cui occuparmi: ho quarantotto salme, nell’obitorio, che attendono un’autopsia, e altre sette presso il Nucleo di Radislav, quindi ti sarei grata se almeno tu mi semplificassi le cose. –

Qualcosa in quello che aveva detto carpì l’attenzione di Lucius.

– Le quarantotto salme sono quelle dei cadaveri recuperati alla Corte, giusto? – ragionò, e la donna annuì. – Le altre non mi risultavano. –

Castalia si compiacque di vedere che ci fosse qualcosa di lui non era al corrente.

– Sono fuggiaschi sopravvissuti al crollo. Si nascondevano in un rifugio sotterraneo dalle parti di Helgard. –

Lucius collegò subito la notizia con quanto gli aveva detto Soile durante il ballo in merito a una sua breve permanenza a Mauercast per questioni importanti.

– Radislav e Soile hanno elaborato un’ottima tattica di stanamento – proseguì infatti Castalia, e sembrò provare un piacere perverso nel ricordargli di quella collaborazione. – Purtroppo però gli uomini incaricati dell’operazione hanno avuto seri guai a causa di un imprevisto. –

– In che senso? –

L’espressione grave e tesa che si aggiunse alla risposta gli provocò un brivido freddo dietro al collo.

– I loro dardi avvelenati non hanno sortito effetti. Hanno perso un uomo durante una lotta corpo a corpo non pianificata. –

Lucius ebbe un terribile tuffo al cuore.

 

 

– Cosa credi che gli stiano facendo, là dentro? –

– Nulla di che. A Lucius piace tirare un po’ la corda, con Castalia. La starà facendo arrabbiare, come al solito. –

Regan era stupita dalla leggerezza con cui Shin parlava della sfrontatezza di Lucius verso un superiore. Che Lucius fosse un irriverente poco disposto a prendere sul serio l’autorità, ormai lo aveva capito anche lei, ma aveva creduto che Shin fosse più ligio a certe incombenze gerarchiche.

– So cosa stai pensando – le disse con un sorriso. – Io non sono esuberante come lui, ma abbiamo una cosa in comune: non amiamo gli abusi di potere, e, mi rincresce dirlo, spesso Castalia si lascia prendere la mano dalla sua posizione. Lucius in fondo non ha nessun vincolo diretto verso la Lega, quindi non è tenuto a rispondere alla sua autorità. Lo fa semplicemente perché gli piace farsi desiderare. –

Erano nella stessa posizione della prima volta che avevano atteso lì fuori insieme: gomito a gomito di fronte alla finestra, solo che stavolta non c’era la sera a farsi ammirare, ma una giornata fiacca e uggiosa.

– Benché gli piaccia essere una celebrità, non è una cosa che ha cercato lui. –

– E tu? Il membro più giovane della storia della Lega… tu non sei una celebrità? –

Gli occhi neri di Shin osservavano vacui il vento che danzava tra gli alberi spogli, sollevando turbini foglie da terra.

– Io sono un caso a sé stante. Sono fermamente convinto che Castalia mi abbia voluto nella Lega con lo scopo principale di tenermi sotto controllo, e secondariamente per sfruttare le mie capacità a proprio vantaggio. Io ero poco più che un bambino, ero solo, e stravedevo per le imprese di Lucius, e così acconsentii – la sua mano salì a sfiorare la Stella che gli pendeva poco più sotto delle clavicole. – Volevo solo essere utile, fare del mio meglio per aiutare chi potevo… non riuscivo a rendermi conto dei secondi fini di chi mi aveva offerto una tale opportunità. Se non altro adesso posso aiutare te. –

Si voltò verso di lei e le sorrise.

Regan realizzò che doveva la sua vita e il suo benessere anche a lui, che non aveva alcun dovere verso di lei, e pensò, vergognandosene, che al posto suo e di Lucius lei non era sicura sarebbe riuscita a rischiare tanto per qualcuno che nemmeno conosceva.

– Shin, posso farti una domanda? L’ho chiesto a Lucius e lui ancora non mi ha voluto rispondere. –

Si guardarono negli occhi e il silenzio di Shin fece da tacito consenso.

– Perché state facendo tutto questo per me? –

Le labbra di Shin si incurvarono dolcemente.

– Spetta a Lucius darti le sue motivazioni, ma a mio nome ti posso dire che so cosa si prova a sentirsi completamente soli al mondo, e se in qualche modo potrò aiutarti a ritrovare quello che hai perso, ne sarò lieto. –

Lo disse in modo così semplice e sincero che le parole colarono dentro come miele caldo a rasserenare ansie che prudevano alle mani che lei si torceva in grembo. Diversamente da Lucius, un’incognita torbida e fumosa, Shin le appariva trasparente e incorrotto da artifici di qualunque tipo, un’arma bianca che sapeva colpire e affondare senza ferire.

Grata della sua semplice presenza, regalo che già più di una volta si era dimostrato inestimabile, Regan gli si accostò un po’ più vicina e, timidamente, sfiorò le proprie dita contro le sue.

Bastò a provocarle la solita scarica di dolore capillare che si diffuse come una folgore dentro di lei, ma non le importò. Shin guardò in giù, stupito, ma lei gli sorrise, perché glielo doveva, ed era il minimo che potesse fare.

– Grazie. –

 

 

Lucius lasciò l’ufficio di Castalia circa venti minuti dopo che ci era entrato ed esibiva un’espressione così tronfia che Regan dovette mordersi la nocca di una mano per non ridere al pensiero di come potesse esserne uscita Castalia Reis da quella conversazione.

Lasciarono il palazzo della Sede Centrale e uscirono sulle strade ordinate e vivaci della capitale di Corterra. I carretti di dolciumi degli ambulanti erano assediate da adulti e piccini, che acquistavano ciambelle e cialde per compensare il grigiore del pomeriggio, e nelle botteghe e nei negozi c’era un viavai sorprendente di clienti e curiosi. Come a Cittanuova, i passanti erano di ogni provenienza e condizione sociale, ma lì tutto era a un livello più elevato, a partire dalla stessa sorveglianza: uomini in uniforme, infatti, pattugliavano le vie armati di tutto punto.

Mentre si dirigevano verso la piazza per prendere il Portale e tornare a Lumbar, Shin prese da parte Lucius e gli sussurrò qualcosa all’orecchio; Lucius rimase immobile per un momento, poi annuì e gli toccò appena la spalla, come a volerlo ringraziare di qualcosa.

Regan rimase a bocca aperta quando Shin le gettò uno sguardo fugace mentre le voltava le spalle e si allontanava.

– Dove sta andando? – domandò, allarmata. – È successo qualcosa? –

Lucius le cinse le spalle con un braccio e la guidò verso una panchina nei pressi di una grande fontana, dove la pregò di sedersi.

– Suppongo di essere stato abbastanza maleducato, con te, non è così? –

Regan non aveva idea di che cosa stesse parlando.

– È giusto che tu sappia come io sono diventato quello che sono, e soprattutto perché – sospirò lui. Il cuore di Regan prese a battere più forte. – Credo che quest’altro mio Segreto risponderà a più o meno tutti i tuoi legittimi interrogativi su di me, e sappi che non sono molti a conoscere quanto sto per raccontarti. –

La rassegnazione si mescolava a una strana forma di sollievo in quella frase stentata che gli uscì dalle labbra con il sapore dell’impotente accettazione verso un’imminente condanna.

– È una storia piuttosto lunga, sai, e avrei preferito raccontartela in altre circostanze. Magari seduti in una taverna davanti a una bella zuppa calda, ma in effetti, ripensandoci, non sarebbe stato consigliabile. –

Si interruppe, concedendosi un momento per riordinare le idee. Quando riprese il suo tono era più serio.

– Sono nato in una famiglia di agricoltori delle campagne di Sonnerg, e sono l’unico figlio che mia madre riuscì a dare a mio padre. Fui battezzato Luciferus – e la sua bocca si contorse in una smorfia di repulsione. – A dispetto della cattiva fama che quel nome portava, poiché il suo significato, portatore di luce, è considerato benaugurale, anche se alla fine non ebbe gli effetti sperati, per me come per il Lucifero delle leggende. – Penso tu comprenda il perché io abbia preferito cambiare, una volta entrato nella Lega. –

Si inumidì le labbra secche, i capelli neri mossi dal vento leggero che spirava da Nord.

– Non eravamo poveri, ma nemmeno abbastanza benestanti da poterci dedicare ad altro che alle coltivazioni. Sono cresciuto giocando da solo nei prati vicino a casa, ed è così che ho scoperto di cosa ero capace. Gli altri piccoli demoni giocavano a deviare i corsi d’acqua e ad accendere fuocherelli con i rami secchi, mentre io facevo crescere interi boschetti e conoscevo i pensieri di tutto il villaggio. Ero in grado di vedere l’anima delle persone attraverso i loro occhi, di capire quanto grande fosse l’energia che la Madre aveva donato loro. Ma ai miei non interessavano le mie doti; volevano solo che io imparassi a sfruttarle per coltivare i campi e accudire le bestie. Avrei voluto entrare alla Domus Aurea; anche se ne avevo solo sentito parlare, sapevo che era quello il posto in cui sarei dovuto stare, ma naturalmente non mi avrebbero mai ammesso. Trent’anni fa non era come oggi: dovevi essere raccomandato da qualcuno che contasse o avere un mucchio di soldi, per entrare, anche se eri estremamente dotato, e io non ero nessuno. A Talua, il mio villaggio, ero guardato con sospetto. Mi consideravano un ragazzo potenzialmente pericoloso, visto quello che facevo, e per questo i miei genitori avevano sempre fatto di tutto per scoraggiarmi dall’esercitarmi, e non volevo morire in gabbia, quando la Madre mi aveva fatto dono di ali tanto straordinarie. Scappai di casa che ero poco più che un bambino, ma logicamente non avevo nulla con cui mantenermi, né sapevo veramente cosa volessi fare della mia vita. Una cosa però la sapevo: non sarei tornato indietro. –

Regan ascoltava in silenzio. Le riusciva difficile credere che qualcuno potesse rinunciare alla propria famiglia solo per rincorrere un capriccio, soprattutto in età così giovane, ma forse certe cose erano scontate, per chi era abituato ad averle.

– So cosa stai pensando, cerbiattina, ma temo che il tuo stupore sia solo appena cominciato. Spero che la tua opinione di me non precipiti troppo, quando avrò finito. –

Regan non ebbe modo di rassicurarlo, di dirgli che nulla che lui le potesse raccontare avrebbe mai potuto cambiare ciò che lei pensava di lui, o in qualche modo sminuire la sua stima. Lucius riprese prima che lei potesse trovare la forza di aprir bocca.

– Quando raggiunsi la capitale della mia Terra, mi sembrò di avere la strada spianata davanti. Mi sentivo chissà chi, a vagare da solo per Vihrea, ma la verità è che ero solo un ragazzino troppo tronfio e stupido per capire che non c’era alcuna possibilità che quell’avventura che mi ero andato a cercare potesse concludersi positivamente. Solo pochi giorni dopo la fuga da casa, decisi di andare a cercare fortuna a Medilana e lì finii per incrociare il cammino del soggetto peggiore in cui si possa incappare. –

Per qualche ragione, Regan sapeva già di chi si trattasse.

– Gerjen, il Ladro di Anime? –

– Proprio lui. Più giovane, molto meno potente di oggi, ma già parecchio popolare tra quelli della sua risma. Riconobbe subito il mio dono, fiutò la rarità del mio grande potenziale, e decise di prendermi con sé. Accettai senza rifletterci troppo, allettato dalle sue promesse di grandi insegnamenti e ricchezze. Le mantenne, non posso negarlo, e mi rincresce ammettere che buona parte dei miei attuali poteri si sono sviluppati grazie a lui, ma in quegli anni che passai al suo fianco affrontai cose che mi segnarono per sempre, dentro e fuori. Non si diventa Ladri di Anime dall’oggi al domani. Almeno non quando si tratta di gente ai livelli di Gerjen. Ci sono prove da superare, per dimostrare di possedere un’adeguata competenza, e la spietatezza necessaria. Gerjen era molto ingolosito dalle mie capacità, ma non poteva arrischiarsi a prendere con sé un ragazzino smidollato. Mi chiese fino a che punto ero disposto ad arrivare per imparare a diventare il migliore, e io ero così sciocco e ambizioso che non mi feci scrupoli. Gerjen non ebbe alcuna pietà di me, anche se ero poco più che un bambino: mi sottopose a torture inumane allo scopo di temprare il mio spirito, di innalzare la soglia del dolore, cosicché, se un giorno per disgrazia fossi stato catturato, sarei stato pronto a resistere a qualunque mezzo di estorsione. Penso che credesse che non sarei mai riuscito a sopportarlo. Quando invece vide che resistevo, nonostante fossi ormai ridotto a qualcosa di appena più vivo di un fantasma, decise che ero degno di essere dei suoi.  

Lei capì che alludeva alle cicatrici che aveva sparse sul corpo, ma non solo. Lucius lasciò a lei il beneficio di immaginare in cosa consistessero esattamente quelle torture che le avevano provocate.

– Sono sempre stato considerato un mezzo prodigio e una mezza delusione, tra i Ladri di Anime. I miei… colleghi… non capivano come un ragazzo talentuoso come me si lasciasse limitare da sciocchi scrupoli morali. Ho ucciso molte persone, Regan – sospirò, con una dolenza che le arrivò dritta nelle vene. – E di questo mi vergognerò fino alla mia morte, ma mi sono sempre limitato a prendermi la vita di malfattori, traditori, ladri, e gente ritenevo fosse solo un bene eliminare. Questo non giustifica le mie azioni, ma mi sono sempre aggrappato al pensiero che se non altro non ho mai preso la vita di un innocente. –

Ora si spiegava quello scambio di battute che c’era stato con Castalia, giorni addietro.

“È solo una ragazzina.”

“Lo eri anche tu.”

A Regan sfuggì una lacrima. Sentiva quanto lui soffrisse nel rievocare per lei quei ricordi lontani e l’empatia agiva impietosa su di lei, premendole sulla gola.

– Provi disgusto per me, adesso? –

Il tangibile dispiacere che fece vacillare la voce di Lucius le parlò di un legame in cui non avrebbe mai nemmeno osato sperare. Lo abbracciò d’istinto.

– No – mormorò, tremula. Tirò su con il naso e lo strinse più forte. – Non potrei mai. –

– Non ero nemmeno maggiorenne quando fui arrestato. Io e i miei compagni ci eravamo imbattuti in una pattuglia della Lega. Ero rimasto ferito. Mi lasciarono lì, a vedermela da solo, e fui catturato dalla figlia del Coordinatore di Norden di allora. Fu proprio lei a chiedere che mi fosse concessa una grazia. Di norma per i Ladri di Anime è prevista la pena di morte senza nemmeno il diritto di processo. Lei venne a parlare con me nella mia cella. Volle sapere tutto di me e dei motivi che potevamo avermi spinto a diventare quello che ero. Per la prima volta in vita mia raccontai di me stesso in assoluta sincerità, e a una persona del tutto estranea. Non so perché decise di credermi, ma lo fece. Disse che si fidava di me. Si fece garante della mia buona condotta e si addossò la piena responsabilità delle mie azioni, senza nemmeno conoscermi, e in quel modo mi salvò la vita. La sua impeccabile reputazione bastò a convincere il Consiglio a concedermi una possibilità. Non so cosa le fece rischiare tanto per me, ma le devo tutto. Quel giorno stesso le giurai eterna fedeltà. – Lucius si voltò a guardarla intensamente. – Lei si prese cura di me, proprio come sto facendo io con te. Se non mi avesse aiutato, adesso sarei già tornato alla Madre da un pezzo, e non nel modo più piacevole. –

Il suo tono era cambiato, in quell’ultima parte. Da aspro di rimorso si era ammorbidito, trasformandosi via via in uno scorrere fluido che aveva lo stesso sapore di un sorriso.

Regan non aveva bisogno di chiedere chi fosse quella lei a cui lui si riferiva. Non era difficile indovinarlo. C’era una sola donna che lei conoscesse che corrispondeva a quella descrizione, e per un attimo dovette ammettere di esserle grata per quello che aveva fatto per Lucius. Questo però non cambiava i sentimenti di avversione che Soile le suscitava, e niente al mondo avrebbe potuto. E nel frattempo si torturava nell’incertezza, sforzandosi di individuare un confine tra la riconoscenza che lui provava per quella donna e la soglia di un tipo di attaccamento diverso, quello più temibile.

Se mai ne sia esistito uno. Sei la sua sia mai stata semplice gratitudine.

Lucius le appoggiò il mento sopra la testa e lei sentì la sua mandibola contrarsi mentre deglutiva.

– Ero solo e spacciato, e una sola persona ha fatto la differenza, per me – le disse. – Mi piace pensare che potrei essere stato quello che ha fatto la differenza per te. –

Regan si stringeva a lui e si sentiva coinvolta nella profonda emozione che quel ricordo gli aveva portato a galla negli occhi.

– L’hai fatto. Sarei già morta, se non fosse stato per te. –

E poi pensò a quanto gli voleva bene, sorprendendo sé stessa mentre il suo cuore si stringeva nel timore. Era possibile sentirsi già così profondamente legati a una persona, conoscendola da solo poche settimane?

L’affetto che trapelava dall’espressione vagamente malinconica con cui lui la stava osservando le diceva di sì.

Rimasero in silenzio per un po’, abbracciati, fino a che Lucius reputò di averle lasciato il tempo sufficiente di elaborare tutto quanto, e quindi la fece alzare e le porse un fazzoletto di lino per asciugarsi il viso.

– Adesso sarà meglio andare a cercare Shin e tornare a Lumbar prima che faccia buio. Domani ci aspetta una gita interessante. –

 

 

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A/N: ecco, il capitolo che tutti aspettavate. :) Banale? Forse. Ma è solo la punta dell’iceberg, per il momento. Scommetto che però sono sorte altre domande, nel frattempo. ;)

Ringrazio chi ha letto lo scorso capitolo e ha aggiunto la storia tra i preferiti, e in particolare chi ha recensito lo scorso capitolo:

Salamanca Tree Hiddle: è quando leggo commenti come il tuo che penso che forse prima o poi sarò davvero una scrittrice “di fama”. Vorrei davvero che chi ha il potere di realizzare i miei sogni, un giorno, possa pensare le stesse cose che hai detto tu. Grazie mille.

LovelyAndy: Shin non può “leggere” i sogni di chiunque, infatti è lui stesso piuttosto stupito quando si rende conto di cosa gli è appena successo. In risposta all’altra domanda, ti posso solo dire che Regan è nata con i capelli rossi e che quello che vede nei suoi sogni sarà spiegato, prima o poi. ;)

 Milou_: stessa risposta per te: Shin non può percepire i sogni della gente, normalmente, e lui stesso non si spiega né come possa essere accaduto questa volta, e nemmeno come sia possibile che lui senta familiare una voce che nemmeno lei sa bene a chi appartenga. Ti posso anzi dire che questo è uno dei misteri che non troverà risposta entro la fine di Innocence, ma si risolverà invece più in là, in uno dei libri successivi (se mai vedranno la luce ^^). Per quel che riguarda Aranel… resta sintonizzata e vedrai. ;)

 Iloveworld: ti ringrazio molto per tutti i complimenti! Prometto che appena avrò un po’ di tempo leggerò la tua storia e cercherò di darti qualche consiglio che possa sembrarmi utile. J

 

Ora vi lascio. Spero abbiate gradito. J Le recensioni sono sempre accolte a braccia aperte, l’unico “stipendio” che un’autrice amatoriale possa sperare di ricevere, quindi… grazie in anticipo!

 

Ma prima di chiudere, un assaggio del prossimo capitolo:

 

Era un angelo giovane, poco più maturo di Lucius, di carnagione pallida e lineamenti leggeri ed equilibrati, e anche se gli occhi erano chiusi, le sembrava quasi di intravederli, specchi di ambra scura, furbi e amichevoli. Vide che le sue braccia erano deturpate da una lunga fila di spesse cicatrici orizzontali lungo il tracciato che normalmente avrebbero segnato le vene, alcune completamente guarite, altre ancora incrostate di sangue. Era come se per mesi – o forse addirittura anni – fosse stato seviziato più e più volte da mani di precisione chirurgica. Una sola ferita era diversa: uno squarcio netto e ancora rosso nell’addome, profondo e spesso. Non aveva nemmeno avuto il tempo di rimarginarsi, segno che gli era stato inflitto appena prima che morisse. Probabilmente, anzi, era stato proprio quello a ucciderlo.

Fu quella riflessione a scuoterle la memoria. Cortine di oscurità si scostarono nella sua mente, denudando sprazzi di ricordi che le permisero di costruire qualcosa di tangibile.

Era lui. Era lo sconosciuto dai lunghi capelli ramati che così spesso le appariva in sogno.

 

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Capitolo 19
*** Tra Incubo e Realtà ***


18. TRA INCUBO E REALTÀ

 

The needle tears a hole
The old familiar sting
Try to kill it all away
But I remember everything

– Hurt, Johnny Cash –

 

 

– Ma siamo di nuovo a Medilana! – esclamò Regan, appena la nausea del passaggio attraverso il Portale si fu attenuata abbastanza da permetterle di aprire gli occhi. Riconobbe subito il tetro atrio della Sede Centrale e non seppe spiegarsi cosa ci facessero lì, dal momento che ci erano stati solo il giorno precedente.

– Acuta osservazione, cerbiattina. –

Lei era rimasta con Lucius; Shin, invece, si era recato a Fortre a raccogliere qualche notizia degli altri sette cadaveri.

– Perché siamo qui? Credevo saremmo tornati a Cittanuova. –

Lucius si fermò al centro dell’atrio e si voltò a guardarla dritta negli occhi. L’espressione svagata di Regan si sciolse di fronte a quella estremamente seria di lui. Anche il fatto che là dentro fosse sempre così buio non aiutava a rilassarsi.

Ebbe una brutta sensazione.

– Lucius? – la voce le si strozzò in gola.

Lui chiuse gli occhi per un momento.

– Castalia ieri mi ha informato che ci sono quarantotto corpi che sono stati recuperati tra le macerie della corte. Quaranta sono stati identificati, e due di loro erano persone la cui scomparsa era stata denunciata da anni. Le loro salme saranno restituite ai loro congiunti. I restanti otto, invece, sono ancora senza nome. Pensiamo siano prigionieri che Desmond stava studiando, e tu ora come ora sei la sola persona viva che fosse là con loro, quella notte. –

Regan capì, e l’idea non le piacque.

– Pensi che possa riconoscere qualcuno? –

– Ti spaventa guardare in faccia la morte? –

Lei deglutì. Non sapeva nemmeno cosa la aspettasse, eppure, sì, aveva paura.

– Sì – riconobbe.

Con suo stupore, Lucius sorrise.

– Mi fa piacere sapere che c’è qualcosa che riesce a farti paura. Ma io verrò con te, non ti lascerò sola nemmeno per un momento. –

Le stava dicendo esattamente ciò che lei aveva bisogno di sentirsi dire, e che fosse una dichiarazione sincera o di circostanza, almeno servì a tranquillizzarla un poco.

– Regan – riprese Lucius, prendendole le mani tra le proprie. – Sto facendo tutto questo per te, lo sai. Ti prometto che potrai tirarti indietro in qualsiasi momento, se non dovessi farcela. –

Regan si fidò solo del calore della sua pelle sulla propria, e della limpidezza delle sue iridi, ridotte a due anelli sottili attorno alle pupille dilatate nel buio.

– D’accordo. Andiamo. –

 

 

Non avrebbe mai immaginato che ci fosse un obitorio in un castello tanto pittoresco. Come al solito, tutti riconoscevano Lucius anche da lontano ed erano pronti a salutarlo, alcuni con meno entusiasmo di altri. Perfino le due sentinelle che stavano di guardia davanti ai cancelli delle segrete gli permisero di passare come se sorvegliassero le sue stesse stanze. Non si risparmiarono qualche occhiata diffidente verso di lei, ma non fecero storie.

I sotterranei erano umidi e ancora più bui dell’atrio dell’ingresso, con pareti incrostate di muschio e infiltrazioni d’acqua in ogni dove. Il soffitto di volte a botte era basso e si rifletteva lugubremente sul grezzo pavimento bagnato. Le lanterne che pendevano dai grossi ganci infissi nelle pareti non erano abbastanza luminose da rischiarare adeguatamente il passaggio e dense ombre nere si annidavano in ogni angolo, vibranti e serpeggianti come entità vive e a sé stanti. Innumerevoli portoni di metallo massiccio si intervallavano lungo l’ampio corridoio, adorne di una quantità incalcolabile di incisioni tortuose e simboli indecifrabili: sigilli, sicuramente. Al di là di alcune di esse si potevano udire urla e lamenti straziati, versi che avevano ben poco di umano o anche solo di terreno.

Regan si strinse addosso il mantello, infastidita da quel freddo pesante che le stava penetrando fin dentro alle ossa. L’odore di muffa era nausebondo, ma divenne quasi insopportabile quando Lucius le fece scendere una rampa di strette scale a chiocciola, introducendola ancora più in profondità sotto il livello del suolo. Là sotto il fetore rendeva l’aria quasi irrespirabile, ma fu ben presto chiaro che non si trattava più soltanto di semplice muffa. Tutto sommato, era un bene che fosse digiuna.

Nauseata, Regan si premette una mano sulla bocca e sul naso.

– Ti dà fastidio l’odore? – le chiese Lucius.

Anziché rispondere, lei preferì evitarsi di respirare e si limitò a scoccargli un’occhiataccia.

– Aspetta – sghignazzando, lui le fece togliere la mano dal viso e la sfiorò sopra le labbra con il pollice. Immediatamente un profumo fruttato le riempì le narici, coprendo completamente la puzza di morte che le aveva fatto contrarre lo stomaco. Qualunque cosa le avesse fatto, funzionava.

– Grazie. –

Si trovavano in un’anticamera di forma quadrata; sul lato di fronte a loro c’era una banalissima porticina di legno, sugli altri due lati erano stati ricreati due semplici altari, costituiti da un blocco di pietra che ospitava una moltitudine di candele e ceri semisciolti. Le fiamme vibravano scosse da un alito che sembrava provenire dalle due feritoie che incidevano verticalmente ciascuna delle pareti annerite dal fumo, entrambe affiancate da una inscrizione. Regan era in grado di decifrare solo quella sulla destra.

La morte non è che vita che cambia forma.

– Che cosa sono questi? –

Lucius si avvicinò con reverenza.

– Servono a guidare le anime verso il loro ritorno alla Madre, affinché non restino intrappolate qua sotto, quando vengono liberate – le spiegò a mezza voce.

Regan ne rimase profondamente intimidita.

In quella, la porticina si aprì senza il minimo rumore. Ne uscirono in due, un uomo e una donna. Lui era un alto e sottile, con qualche striatura grigia tra i folti capelli castani e un viso aguzzo che metteva soggezione. Lei era molto più bassa, femminile, le spalle strette a malapena raggiunte dai corti capelli color sabbia. Portavano entrambi lo stesso mantello nero, allacciato da elaborati alamari d’argento. Sulla sinistra del petto era appuntata una spilla, due ali che si spiegavano attorno a un cerchio d’oro in cui era inscritta una rosa dei venti – la stessa dell’anello di Castalia, emblema di Corterra – e poi, subito sotto, ricamata con fini fili argentei, la scritta Libertas. Era difficile stabilire la loro età: lui doveva avere un centinaio d’anni almeno; lei era visibilmente più giovane.

Non appena si accorsero della presenza di estranei, si fecero guardinghi, ma poi parvero riconoscere Lucius, e allora gli concessero un rigido saluto.

– Rafer, Venus – ricambiò Lucius.

Regan ebbe l’impressione che i due non gradissero particolarmente la sua presenza.

– Luciferus. –

La mascella di Lucius di contrasse impercettibilmente.

– Credevo che le anime di questi defunti fossero già state liberate. –

Erano Liberatori, dunque.

– È così – Venus sollevò il mento altezzosa. – Abbiamo appena finito di verificare l’operato dei nostri colleghi. –

– E tu? Sei qui in visita di piacere? – indagò l’uomo, con una voce bassa e stentorea e un odioso tono derisorio.

Ma Lucius sorrise affabilmente.

– Accompagno un’amica, a onor del vero. –

Regan avanzò di un passo, intimidita dall’atteggiamento dei due sconosciuti, ed entrò nell’alone di luce delle candele. Gli occhi della donna si dilatarono non appena di posarono su di lei; il volto dell’uomo, invece, si rannuvolò.

– Questa è la Sopravvissuta, non è così? – I suoi occhi metallici misurarono severamente Regan in ogni centimetro, poi si spostarono su Lucius. – Sei avventato a portare questa ragazzina quaggiù. Qualcuno degli Anziani potrebbe trovarla di pessimo auspicio per tutti noi. –

– Può darsi – disse Lucius, impassibile. – Ma il Coordinatore Generale l’ha affidata alle mie cure e lei va dove vado io, pertanto gli Anziani dovranno farsene una ragione. Suggerirò loro di dedicarsi ai debiti scongiuri, in caso. –

Rafer aveva i lineamenti contratti da una collera trattenuta a fatica.

– Il cielo solo sa che cosa possa aver mai visto Lady Leljen in un doppiogiochista come te – sibilò, velenoso, poi fece un cenno con la testa a Venus e se ne andarono senza indugiare oltre.

– Personcine deliziose, non è vero? – celiò Lucius, dopo diversi secondi che i due Liberatori erano scomparsi su per la scala a chiocciola.

– Chi sono gli Anziani? –

– I grandi ufficiali di un tempo, ormai troppo vecchi per lavorare sul campo, ma ancora utili come consiglieri. –

Regan si tenne stretta a lui quando entrarono nell’obitorio. Anche se non sentiva più il fetore rivoltante della putrefazione, avvertiva comunque una sgradevole patina di sporcizia sulla propria pelle. C’erano cinque porte, due per lato e una in fondo allo stretto corridoio. Lucius scelse l’ultima, contrassegnata da una targhetta in ottone che diceva Anonimi.

– Partiamo da qui. Qui ci sono coloro che sono stati classificati come prigionieri, quindi, se eri una di loro, è probabile che tu possa riconoscerne qualcuno. –

Il se lasciò uno strascico di incertezza sul resto della frase, quasi Lucius preferisse credere che lei fosse una prigioniera, ma non ne fosse veramente convinto e ne volesse riscontrare una prova.

La stanza era lunga e cupa, l’aria viziata faceva bruciare gli occhi. C’erano dieci tavoli simili a sepolcri disposti in due serie uno dopo l’altro lungo le pareti; otto di essi erano coperti con lenzuoli bianchi che velavano le sagome inconfondibili di cadaveri. Tre grossi lampadari pendevano dall’alto soffitto, ospitando decine di lumini che ardevano in una miriade di fiammelle azzurrine di inconcepibile staticità. Regan si strinse ancora il mantello sulle spalle, ma scoprì che il gelo che avvertiva non poteva essere sanato dall’esterno.

– Tranquilla, cerbiattina – le sussurrò Lucius gentilmente, sfregandole una mano sulla schiena. Si muoveva con sicurezza in quel luogo. – Nessuna di queste persone si risveglierà per farti del male –

Ma non era del male che avrebbe potuto subire che lei aveva timore. Un dolore sordo le si stava risvegliando nel petto, nel punto preciso dove Antares la aveva toccata, mentre la sua testa si faceva torpida, leggera.

Attraversarono tutta la stanza, finché Lucius si fermò, proprio tra gli ultimi due catafalchi, entrambi occupati.

– Ora scoprirò le loro facce, una per una, e se per qualche ragione tu vorrai che io mi fermi, non devi fare altro che dirmelo, va bene? –

Assentì con la testa. Era nervosa, ma non voleva darlo a vedere. Non aveva senso temere delle persone morte, ma il suo istinto, entrando lì dentro, aveva avvertito qualcosa e da quel momento l’inquietudine si era impossessata di lei.

Lucius scoprì il primo cadavere, un uomo dalle fattezze grossolane seminascoste da una fitta barba nera. La pelle scura era livida e tumefatta, ma non portava i segni di decomposizione che avrebbe dovuto avere un corpo morto da giorni.

– Sono stati conservati con dei sigilli per permettere la loro identificazione – le spiegò Lucius. – L’effetto si sarà consumato entro il momento della loro cremazione. –

– Non credo di aver mai conosciuto quest’uomo – gli disse lei, voltandosi inconsciamente dall’altra parte, un nodo a chiuderle lo stomaco. La turbava trovarsi al cospetto di quei gusci vuoti senza vita.

Lucius andò allora a scoprire il secondo cadavere, subito accanto, esponendo alla sua vista un altro uomo, meno rozzo dell’altro, ma nemmeno questo provocò reazioni di alcun tipo, in lei, se non una repulsione irrazionale. Il terzo corpo era una donna che doveva essere stata bella, prima di restare sfigurata in quel modo orribile, ma nemmeno lei le era familiare, e non lo furono nemmeno il quarto e il quinto uomo. Quando Lucius scostò il sesto lenzuolo, invece, Regan si fermò, e con lei il suo cuore.

– A giudicare dalla quantità di tagli sulle sue braccia, direi che è stato a lungo ospite alla Corte. Ne sono stati recuperati una decina che, come lui, portano segni di sevizie, ma tutti gli altri hanno un aspetto malato, mentre lui, a parte quelle ferite, è… era perfettamente sano. È molto strano –

Era un angelo giovane, poco più maturo di Lucius, di carnagione pallida e lineamenti leggeri ed equilibrati, e anche se gli occhi erano chiusi, le sembrava quasi di intravederli, specchi di ambra scura, furbi e amichevoli. Vide che le sue braccia erano deturpate da una lunga fila di spesse cicatrici orizzontali lungo il tracciato che normalmente avrebbero segnato le vene, alcune completamente guarite, altre ancora incrostate di sangue. Era come se per mesi – o forse addirittura anni – fosse stato seviziato più e più volte da mani di precisione chirurgica. Una sola ferita era diversa: uno squarcio netto e ancora rosso nell’addome, profondo e spesso. Non aveva nemmeno avuto il tempo di rimarginarsi, segno che gli era stato inflitto appena prima che morisse. Probabilmente, anzi, era stato proprio quello a ucciderlo.

Fu quella riflessione a scuoterle la memoria. Cortine di oscurità si scostarono nella sua mente, denudando sprazzi di ricordi che le permisero di costruire qualcosa di tangibile.

Era lui. Era lo sconosciuto dai lunghi capelli ramati che così spesso le appariva in sogno.

Una fitta di cordoglio le attraversò il cuore, smorzandole il respiro e, prima che potesse rendersene conto, una lacrima le scivolò lungo la guancia.

Un’improvvisa scheggia di inafferrabile consapevolezza le sferzò la memoria, lasciandosi dietro una ferita pulsante.

La testa le rimbombava di voci e immagini confuse. Per un attimo soltanto, i tagli vecchi e nuovi sulla pelle dell’angelo si aprirono e presero a lacrimare lenti rivoli di sangue, e vide i suoi occhi, colmi di sofferenza ma sereni, stoici, come se quel corpo martoriato non gli appartenesse davvero, o non gli importasse di quel che aveva subìto. Le sorrideva.

“Non ti preoccupare.”

Un’eco debole e tanto dolce da essere violenta.

Regan non riusciva a respirare.

La voce placida finì inghiottita da un insorgere di altre voci, altri volti, grida e lamenti che graffiavano le pareti della sua memoria come belve recluse, implorando una via d’uscita inesistente.

Urlò, torturata da un dolore improvviso. Si dovette appoggiare al bordo di pietra del catafalco per tenersi in piedi.

Lucius le fu accanto in un lampo, grondante di ansia.

– Che succede? Regan? –

“Non ti preoccupare per me.”

– Lo conoscevi? –

“Sto bene, davvero.”

– Regan, rispondimi! –

Gli si aggrappò addosso disperata, stringendo gli occhi nella speranza che le immagini svanissero, reggendosi la testa per placare quelle voci, quelle grida devastanti che sembravano volerla lacerare da dentro. Non si rendeva nemmeno conto di stare singhiozzando.

– Portami via, ti prego. –

 

 

– Non sono in grado di dirti granché, purtroppo. Nessuno era mai sopravvissuto ai nostri dardi, prima d’ora, e non abbiamo alcuna ipotesi veramente plausibile. –

Shin annuì.

Il Maestro Dorlas, la più autorevole voce della Lega in campo di erbe, pozioni e veleni, era profondamente costernato, quasi imbarazzato davanti all’ammissione della propria perplessità.

Era un uomo anziano ma ancora nel pieno delle sue forze, una tunica di pesante broccato rosso ricamata d’oro a rivestirgli il busto panciuto, una spessa cintura di cuoio a tenerla ferma. Era un caro amico di suo padre, ed era per questo che Lucius aveva mandato lui: Dorlas lo conosceva da quando era nato, non gli avrebbe mai negato la soddisfazione di qualche curiosità discreta.

Si tolse gli occhialetti rotondi e si massaggiò pensosamente la barba bianca, camminando avanti e indietro per il loggiato che dava sulle praterie antistanti la Sede del Nucleo di Mauercast.

– Radislav è furioso, comprensibilmente. Ha perso uno dei suoi uomini, dopotutto – borbottò, arcigno.

Shin evitò di esprimere il proprio parere su quell’ultimo punto. Era più che sicuro che la furia di del Coordinatore Blackthorne fosse collegata a motivi ben meno nobili del cordoglio per la perdita di un uomo. Qualcosa che aveva più che altro a che fare con il suo stesso prestigio di Coordinatore.

– Se Desmond ha scoperto un modo per neutralizzare gli effetti dei veleni, siamo in guai seri. –

– Mi auguro non sia così – gli disse Shin. Non si era aspettato di ricevere più informazioni di quante ne avesse avute. – Non dovete farvene una colpa, in ogni caso. –

– L’unico motivo per cui quel mostro è sempre un passo avanti a noi è che opera tutti quegli abomini alle spese di creature innocenti! Sarei stato più che felice di partecipare alla sua autopsia, se solo fosse finito sui nostri tavoli assieme ai suoi scagnozzi! – ringhiò il Maestro, pieno di rancore. La sua voce rimbombò per il loggiato deserto e qualcuno che passava in quello sulla facciata opposta si voltò a guardare, incuriosito.

Shin fece per replicare, ma un dolore improvviso lo ghermì direttamente all’anima e lo privò dell’aria. Si attaccò a una delle colonnine scure per non perdere l’equilibrio. Il dolore era tale che tutto diventò di un bianco accecante e un suono che non esisteva lo assordò fino a stordirlo.

Dorlas fu subito al suo fianco .

– Figliolo! Che cosa ti succede? –

Shin annaspò, crollò sulle ginocchia. Soffriva come se qualcosa stesse cercando di distruggerlo dall’interno, recidendo tutto ciò che di vitale possedesse, e la sua testa stava per scoppiare. C’erano delle urla, sangue e lacrime che si mescolavano. La terra tremava. L’aria mancava. Mancava troppo…

Poi, quando credette di essere arrivato al limite della sopportazione, tutto cessò.

Shin tossì, i suoi polmoni che finalmente si riempivano di nuovo, rigenerandolo. Il suo cuore stava battendo così forte da fargli male.

Dorlas lo aiutò a risollevarsi.

– Stai bene, ragazzo mio? –

Ancora ansimante, lui assentì.

– Sto bene – boccheggiò, mentre i suoi muscoli lentamente riacquisivano la capacità di sorreggerlo.

Invece non stava bene. Era preoccupato. Preoccupato e spaventato, perché ormai sapeva esattamente cosa significava quanto appena avvenuto. Quello che odiava non sapere era cosa l’avesse causato.

 

 

Ricordava.

Non tutto, ma molto. Si ricordava di lui. Di Derian.

Non seppe quanto tempo rimase accoccolata tra le braccia di Lucius. Forse fu questione di pochi minuti, forse di ore intere. Non ne aveva idea. Il caos nella sua testa la aveva trascinata giù, in un abisso nero, tormentandola fino a gettarla sull’orlo della pazzia, in un vortice di volti e sussurri senza nome. E poi c’era il sorriso di Derian, ricorrente, più vivo e concreto di qualsiasi altro ricordo. Quello che faceva più male.

Lucius era stato paziente: l’aveva cullata senza pretendere spiegazioni, tenendosi la sua testa protettivamente appoggiata petto. Era difficile credere che delle braccia tanto solide e muscolose potessero dimostrarsi così delicate e piene di tenerezza, all’occorrenza. Lei forse aveva pianto, forse aveva tremato, forse era solamente rimasta inerte ad aspettare che tutto cessasse. Non ne era sicura. Sapeva soltanto che ad un certo punto, proprio come aveva pregato con tutta sé stessa, la tortura finì, e lei poté finalmente riprendere a respirare. Rimase lì, ad ascoltare il battito regolare del cuore di Lucius, lasciando che la lenisse a poco a poco.

– Va meglio? –

La sua mano premurosa le accarezzava i capelli.

Lei avrebbe voluto poter rimanere lì per sempre, così, sprofondata nel calore di un abbraccio sicuro. Annuì debolmente, il respiro ancora spezzato da un’angoscia che non riusciva a passare.

– Come mai hai reagito così quando hai visto quell’angelo, prima? – provò allora a domandarle lui. – Lo conoscevi? –

Regan si tirò su, ma non si sottrasse al conforto del suo abbraccio. Cercò di farsi coraggio e raccogliere abbastanza forza da raccontargli tutto.

Da affrontare tutto.

Deglutì attraverso il nodo che le serrava la gola e inspirò più a fondo che poté.

– Sì. –

Gli raccontò ogni cosa che ancora non era riuscita a confessargli. Partì dai sogni, insensati e fumosi, delle grida e delle visioni nella sua testa, di quello che aveva provato guardando il volto esangue di qualcuno che un tempo era stato parte di lei.

No. Che era stato tutto.

– Si chiamava Derian – balbettò, preda della resurrezione di una sofferenza che ricordava di aver lasciato sulla soglia di quella che era stata la sua vita, prima di risvegliarsi in quella stanza nella dimora di Angina. – Era… era un mio amico. –

 

 

– Desmond mi teneva chiusa in quella stanza da sempre, o così mi sembra. Diceva che ero speciale e dovevo essere trattata con riguardo, ma non ho mai saputo perché. Non ha mai cercato  niente, da me. Che io ricordi, sono sempre stata sola: non avevo niente con cui passare il tempo, solo una finestra che guardava sul cortile interno del castello. Una ragazza di nome Isabel mi portava vestiti puliti, ogni tanto, e mi aiutava a farmi il bagno, mi portava da mangiare. A volte, invece, molto di rado, veniva un ragazzo. Aveva occhi spietati, di un verde gelido che mi ha sempre fatto venire i brividi. Una volta ho sentito che Desmond lo chiamava Samael. –

Lucius ebbe un impercettibile sussulto, ma non la interruppe.

– Non ho mai visto nessun altro, prima che portassero Derian. Nessuno ci spiegò niente. Un giorno Desmond lo spinse nella mia stanza e disse che avremmo dovuto condividere gli spazi, da allora in poi. Derian era ridotto piuttosto male, quando arrivò, ma era stato curato. Fu subito gentile con me. Penso avesse più o meno la tua età, quando è arrivato, ma non so quanto tempo fa sia stato. Qualche anno, forse. Derian veniva da una famiglia di mercanti di Velathri. Lo aveva venduto suo padre per pagare i suoi debiti. Sapeva leggere, fare di conto… mi ha insegnato lui tutto quello che so. La sera, quando restavamo al buio, ci sedevamo vicino alla stufa e lui mi appoggiava una mano sulla fronte, mi mostrava il mondo come lo aveva visto lui. Spesso Samael lo veniva a prendere e lo portava via, e quando tornava, aveva sempre qualche nuovo taglio sulle braccia. –

Lucius era pallidissimo. I suoi occhi avevano perso tutta la loro luce e ora la scrutavano opachi, colmi di qualcosa che poteva essere pietà, compassione, o anche soltanto dispiacere.

– Tu sai cosa gli facevano, vero? – sussurrò la sua voce, appena più forte dell’aria stessa.

– Era suo – Regan si premette le mani sul viso, esalando un singhiozzo affranto. – Il sangue immune ai veleni era di Derian. Era quello che volevano da lui, il motivo per cui lo avevano comprato. Desmond lo fece torturare per farsi svelare come ci si potesse impossessare di quella dote, ma non ricavò mai nulla. Alla fine cedettero e smisero con le torture, per timore di ucciderlo, limitandosi a usarlo come fonte inesauribile di prelievi. Derian una volta mi confidò che era un Segreto di famiglia, un dono che si tramandava da generazioni di padre in figlio: l’unico modo per ottenerlo era raccogliere l’ultimo battito del cuore che possedeva il dono. –

– Questo significa che… –

A Regan si smorzò il respiro. Le labbra le tremavano, incapaci di sopportare il peso di quelle parole che erano troppo dolorose per essere articolate.

– È morto tra le mie braccia – disse in un fil di voce spezzata. – Non so come, né perché… è l’ultima cosa che ricordo, prima che il buio si riaprisse sui tuoi occhi: la vita che scivolava via dal suo corpo. –

La voce la abbandonò. Era troppo.

Non era abbastanza forte da reggere tutto quel peso in una volta sola. Quello che le era tornato alla memoria era solo uno stralcio dell’intero, qualcosa che le aveva rivelato ciò che ne era stato di lei per gran parte della sua esistenza, ma chi lei fosse veramente continuava a non saperlo. Forse era come Derian: una figlia diversa, smerciata in cambio soldi, o favori, o chissà che altro, e questo avrebbe spiegato anche perché nessuno la avesse mai cercata.

Tutto ciò che la legava al suo passato era Derian, e lui era morto.

– Ora che ne sarà di lui? –

Lucius fece un lungo sospiro.

– Verrò esaminato assieme agli altri dagli esperti per capire che tipo di esperimenti possa aver condotto Desmond su di loro, o per quali li abbia sfruttati. Poi saranno tutti cremati e sepolti nel Campo dei Dimenticati, fuori città. –

Il Campo dei Dimenticati non era un nome promettente.

– E che posto è? –

Lui esitò.

– È il cimitero dove vengono sepolti tutti coloro che non vengono identificati o le cui spoglie non vengono reclamate da nessuno. Delinquenti giustiziati o finiti uccisi in qualche scontro, per lo più –

Regan inorridì a quel pensiero.

– Non voglio che lui finisca là! –

Cercò disperata gli occhi di Lucius, pregando che lui capisse quella sua richiesta accorata.

– Questo implicherebbe raccontare a Castalia quello che tu hai appena raccontato a me, e non è mia intenzione farlo – dichiarò lui, dolente. – Le dirò semplicemente che ho avuto una soffiata sull’origine della miracolosa immunità ai veleni di quegli uomini. Il resto sarebbe del tutto superfluo. –

– Ti prego – gli strinse supplichevolmente il braccio. – Ci deve essere qualcosa che puoi fare! –

– Oh, cerbiattina, è sleale da parte tua puntarmi contro quegli occhioni lacrimevoli – disse Lucius, portandosi una mano alla fronte.

– Per favore. È importante, per me – insisté lei, forte del cedimento che lui stava mostrando.

– E va bene – si arrese infatti Lucius. – Vedrò cosa posso fare. –

Grata, Regan gli saltò al collo.

– Grazie! –

Lucius si alzò dai gradini e le prese in mento tra le dita. Le corone di grigio-azzurro attorno al nero delle sue pupille sembravano anelli di ghiaccio nella fievole luce delle torce. Sorrideva, ricordandole che non era sola.

– Mi sto proprio rammollendo – commentò, allungandole un pizzicotto sul naso.

La porta si spalancò all’improvviso. Il legno massiccio sbatté con violenza contro il muro di pietra, e il frastuono che ne derivò si perse echeggiando su perle scale. Le fiamme delle candele sui due altari vibrarono sgraziatamente.

C’era Shin sull’ultimo scalino, smorto e con l’aria di uno che aveva appena passato il momento peggiore della sua vita. Guardò lei e Lucius, ancora vicini, e il suo volto riacquisì un po’ di colore.

– State bene? – domandò, ma i suoi occhi si erano fermati su Regan, sulle sue guance ancora rigate di lacrime, sugli occhi arrossati.

Lei si accigliò.

– Cosa ci fai qui? Credevo fossi a… –

Lucius si alzò in piedi con un sorriso comprensivo.

– Va tutto bene, Shin – la interruppe, e Regan ebbe l’impressione che qualcosa le sfuggisse, poi fece alzare anche lei. – Non so tu, amico mio, ma noi abbiamo grosse novità. –

 

 

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Capitolo 20
*** Al Calare Delle Tenebre ***


19. AL CALARE DELLE TENEBRE

 

Does it hurt?
Does it burn?
Do you know what you've lost?
Are you scared of the dark?

– Ghost Of Love, The Rasmus –

 

 

Non c’era più niente.

Dello strazio insopportabile del dolore iniziale non restava più nulla, nemmeno un’ultima eco dispersa dentro di le, languente in un angolo oscuro.

C’era solo silenzio, la sterminata assenza di qualsiasi sensazione, un bianco infinito e sordo, muto, cieco, avvolgendola in una crisalide di apatia che le avrebbe fatto paura, se avesse avuto qualche coscienza di sé. Dove per un momento il ritorno della memoria aveva riempito le lacune e ripristinato interi anni di vita, adesso il vuoto era ritornato a spazzare via tutto, e non aveva più importanza se era stata una prigioniera per tutta la sua esistenza. Non aveva importanza nemmeno che qualcuno aveva brama di ucciderla per motivi ancora sconosciuti.

Morire, forse, non le sarebbe dispiaciuto poi tanto, ora.

La ciotola di minestra che aveva davanti era intatta. Aveva smesso di fumare ormai diversi minuti prima e non emanava più quel gradevole profumo di aromi che la cameriera aveva tanto lodato nel passare a distribuirla dal paiolo bollente. Lei neanche l’aveva sentita.

Se ne stava lì, le mani giunte in grembo, e si lasciava scorrere addosso il tempo senza sentirsene toccata.

– Cerbiattina, dovresti mangiare qualcosa – le disse la voce di Lucius, distante e addolorata.

Lei non rispose, non mosse lo sguardo dal punto indefinito su cui li teneva fissi, non diede alcun segno di aver sentito.

– Lasciala stare – mormorò Shin, distante e addolorato quanto l’amico, ma oppresso da una rassegnazione che l’altro non aveva.

Regan deglutì, stringendo le labbra. Gli occhi le bruciavano ancora dal troppo piangere dei tre giorni precedenti, e ora che aveva consumato tutte le lacrime, avrebbe solo voluto averne altre, pur di non sentire quel vuoto logorante. Avrebbe solo voluto poter ancora sentire qualsiasi cosa.

– Non mangia da tre giorni. Lasciarsi morire non le sarà di alcun aiuto – replicò Lucius, sottovoce.

Regan sentiva i loro occhi pesarle addosso, ma non le importava.

– Mangerà quando se la sentirà. –

Shin era tranquillo, del tutto alieno alla preoccupazione marcata di Lucius, solo più rigido e composto del solito. Più triste, anche. Benché la sua indole fosse diversa, era una quiete strana persino per lui, soprattutto in mezzo alla gente vivace che consumava il suo pasto serale presso Il Crocevia, la locanda rustica in cui alloggiavano loro tre lì a Lumbar.

Il mondo viveva, fuori da lei, vivace e brioso in un venerdì sera che, freddo o piovoso, quasi imponeva di mettere le castagne ad arrostire sul fuoco e stappare i vini aromatici da riscaldare. Qualche mercante si rallegrava dei viaggi imminenti verso il tepore della Terra di Asante e un gruppo di giovani bisticciava su una partita a carte dagli esiti poco graditi.

Il volto di Derian guardava Regan da una dimensione che nessun altro poteva vedere. Le sorrideva, come aveva sempre fatto, e le tendeva una mano dicendole che era tutto a posto, che non doveva temere, perché anche se lui non c’era più, lei non era sola.

Ricordava, ora, con spietata lucidità tutte le volte che era stato riportato nella stanza, sempre la stessa, indebolito fino a non riuscire a reggersi in piedi, a causa dei salassi a cui era costantemente sottoposto, eppure era l’unica cosa che lo tenesse in vita, perché se Desmond fosse riuscito a scoprire il segreto per appropriarsi del suo dono, lui sarebbe stato ucciso seduta stante.

Era quello che Regan non riusciva a capire: Derian era sempre stato prezioso, per Desmond, tanto da ricevere lo stesso trattamento di favore che aveva avuto lei, mentre gli altri prigionieri restavano sottochiave nelle loro celle nei sotterranei, buie e umide, lasciati a sé stessi. E allora perché Derian era stato ucciso, proprio quella notte in cui la Corte aveva incontrato la sua fine?

Si sforzava di ricordare, ma la luce della memoria non aveva toccato quei lidi, e tutto ciò che le restava tra le mani era la consapevolezza che la persona che era stata tutto per lei, per una vita intera, era stata assassinata.

Perché non sono morta io?

Se lo chiedeva da giorni, ormai. Se morire fosse toccato a lei, le cose sarebbero state più facili per tutti.

– Se proprio non ti va di mangiare, almeno bevi. –

 Lucius le aveva appena riempito il bicchiere di latte caldo e glielo spingeva davanti con una faccia che non ammetteva repliche. Regan stette a guardare la sua mano ancora attaccata al bicchiere. Aveva lo stomaco chiuso, ma lo accontentò, pensando che se non altro almeno lui si sarebbe sentito meglio. Vuotò il bicchiere a piccoli sorsi, e fu nauseante come se glielo avessero costretto giù per la gola con la forza.

 

 

Due giorni dopo, la situazione non era migliorata.

Arrivarono alla Taverna che il buio era già calato da un pezzo. La settimana pattuita con l’informatore era passata ed era giunto il momento di raccogliere qualche frutto.

Il freddo delle nevicate al Nord stava scendendo e l’odore di ghiaccio ormai era sensibile nell’aria. Pian piano l’inverno si sarebbe imposto anche sulle Terre del Sud.

Lucius smontò da Freyr e aiutò Regan a scendere a sua volta. Shin aveva già legato Freya sotto l’apposita tettoia rifornita di fieno e li stava aspettando.

Come la volta precedente, Regan fu costretta a nascondersi quasi completamente nel mantello. Non le importava più molto di quello che avrebbero o non avrebbero scoperto. Andava avanti per inerzia, aspettando che l’apatia svanisse, se mai fosse successo.

C’era molta meno clientela, stavolta. L’abbassarsi delle temperature e l’inoltrarsi della stagione doveva aver spinto i viaggiatori di passaggio verso mete più confortevoli o di ritorno verso casa. Trovarono l’uomo nella saletta privata, deserta. Quando si sedettero, lui guardò Lucius senza sforzarsi di nascondere l’avidità nei suoi occhi.

– Hai quello che cercavamo? – gli domandò Lucius.

Lui sorrise in modo inquietante.

– E voi? –

Per tutta risposta, Lucius adagiò sul tavolo il famoso tomo dal valore inestimabile, una mano appoggiata sopra in attesa. Dopo una rapida valutazione del libro, l’uomo ricambiò il gesto sfilandosi un fascicolo da sotto il mantello da viaggio.

– Qui dentro c’è tutto ciò che potreste mai sperare di trovare riguardo a quel simbolo – Consegnò il fascicolo a Lucius. – Appartiene a un Ordine minore che si istituì circa undici secoli fa, poco prima che le sette furono messe al bando. Si facevano chiamare Veglianti, poiché si riunivano di notte, nelle viscere della terra. Erano più che altro giovani idealisti visionari con manie di grandezza. Discutevano del Male, della corruzione e della decadenza del mondo. Svanirono nel nulla due secoli dopo e da allora si è persa ogni traccia. Non hanno lasciato nulla dietro di sé, se non vaghe voci che a tratti si confondono con le leggende. –

– In che senso? – indagò Lucius.

– I documenti sono antichi, molte parti mancanti – premise l’altro, solenne come non mai. – E la lingua è atavica, difficile da tradurre con precisione. Pare che il loro Ordine abbia rivendicato l’uccisione di Lucifero. –

Sia Lucius che Shin sgranarono gli occhi.

Regan non stava prestando molta attenzione, ma le sembrò strano che persone appartenenti allo stesso Ordine che si vantava di aver liberato il mondo da un flagello come Lucifero ora ce l’avessero con lei, probabilmente il demone più insignificante delle Sette Terre.

– C’è altro? –

Le dita dell’uomo sfiorarono devote il panno che ricopriva l’oggetto delle sue brame.

– I membri dell’Ordine erano tutti uomini colti e abbastanza facoltosi da permettersi di finanziare le loro attività, e c’era anche una piccola minoranza di donne, tutte erudite. Alcuni di loro hanno collaborato per stilare in un manoscritto i resoconti dettagliati dei loro studi, una sorta di manuale per i posteri. Pare ne esistono solo tre copie e quella che ho rintracciato io è drasticamente danneggiata e incompleta: sono stati sottratti capitoli interi. –

– Quindi qualcuno potrebbe essere in possesso delle parti mancanti – concluse Lucius, pensieroso.

– Non è da escludere. –

Era tutto.

Lasciarono il libro antico nelle mani veneranti dell’uomo senza nome e portarono via il fascicolo con le loro informazioni.

– Non è molto – sospirò Lucius, mentre slegavano i cavalli. – Ma meglio di niente. Se non altro abbiamo un punto di partenza, adesso. –

– Eppure quel simbolo mi ricorda qualcosa – mormorò Regan, persa nei suoi pensieri.

Shin aggrottò la fronte in sella a Freya.

– Che cosa vuoi dire? –

Non lo sapeva con sicurezza nemmeno lei. Era la stessa sensazione che le dava l’incubo con la falce di luna e il sole dorato: qualcosa che aveva già visto ma non riusciva a ricollegare alla realtà.

– Non riesco a capire. Forse mi sbaglio e basta. –

– Ti verrà in mente – le disse Lucius, felice che finalmente lei desse qualche segno di vita, dopo giorni di silenzio.

Era l’ottava pomeridiana quando varcarono le porte della cittadina. L’ora di cena era passata da un pezzo ma avrebbero trovato le cucine ancora aperte e attive a Il Crocevia.

Regan non mangiò nemmeno quella sera, deludendo così le speranze di Lucius. Lui e Shin disquisirono fino a notte fonda di quanto avevano appreso sull’Ordine dei Veglianti, avanzando ipotesi su ipotesi in cerca di possibili spiegazioni che svelassero il loro interesse verso Regan.

Lei dormiva già quando anche loro due si coricarono nei rispettivi letti.

La notte era tranquilla e silenziosa, in quella zona. Si sentiva solo qualche sporadico frullare di ali e il verso di qualche rapace notturno, su tutto il resto la quiete faceva da sovrana.

 

 

Si svegliò di soprassalto, e per una volta non fu per via di qualche brutto sogno.

L’aveva sentito dentro e sulla pelle, come fili che si erano intrecciati sotto le sue dita e avevano iniziato a tirare, fino a svegliarla, e adesso continuava a esercitare una forza inaudita su di lei, strappandola alle lenzuola calde e trascinandola fuori dal letto.

Non avrebbe saputo come definirlo. Era solo più forte di lei.

Non considerò essere scalza, né che tutto ciò che indossava era una sottoveste ridicolmente leggera. I fili invisibili che la irretivano come un burattino la condussero fuori dalla stanza a passo felpato, e poi giù per la scale, fino in strada. A nulla servì lo strepitare del buonsenso: il richiamo era troppo forte e lei ne era così affascinata che nemmeno se avesse potuto vi si sarebbe sottratta.

Le strade erano deserte, lucidate e scurite dall’umidità, e i lampioni sembravano batuffoli di luce soffusa sospesi nel vuoto, tanta era la nebbia delle campagne.

C’era una via secondaria, poco più avanti, che si apriva sulla destra. Era da lì che veniva il richiamo. I fili si tesero, la sua volontà si affievolì. Seguì la tensione che la traeva in quella direzione senza opporre alcuna resistenza, desidero, anzi, di scoprire che cosa fosse ad attirarla in quel modo.

Udì un fruscio alle sue spalle. Si fermò e si voltò indietro, senza trovare altro che ombre disegnate dalle pallide luci. Rimase in ascolto per un po’, ma non accadde nulla, così si inoltrò nel vicolo. Era difficile vedere, lì dentro, perché gli alti muri delle case oscuravano ogni cosa. Avvertiva una presenza lì vicino, ma non osava addentrarsi in tenebre così impenetrabili.

Ora che era lì, si rendeva conto che il richiamo che sentiva era simile a un lamento.

Più luce… servirebbe più luce.

Si alzò un vento insistente, freddo, dapprima, poi appena intepidito, quel tanto che bastò a permetterle di non congelare. In pochi secondi si liberò un occhiello di cielo e da lì la luna fece capolino, inviando i suoi raggi a rischiarare la strada. Socchiudendo gli occhi, Regan riuscì a distinguere almeno i contorni delle cose che intralciavano il passaggio: un paio di casse distrutte abbandonate, un cumulo di legna muffita, persino una pentolaccia riversa a terra in cui al momento stava banchettando un gruppetto di ratti. Li scavalcò senza badarvi: ciò che la stava chiamando, qualunque cosa fosse, doveva essere appena fuori da quel vicolo.

Più si avvicinava, più certi rumori che prima erano stati inudibili e poi indistinti acquisivano concretezza e riconoscibilità: sembravano versi animali, sibili sinistri e affannosi come di cani famelici. E poi c’era qualcos’altro, non qualcosa di tangibile, ma una sofferenza sorda lasciata ad aleggiare nell’aria, l’invocazione di una fine che non sopraggiungeva.

Bastò un passo fuori dal vicolo e capì da dove era provenuto il richiamo che l’aveva svegliata: una strada più grande, deserta come tutto il villaggio, e a terra, a pochi passi da lei, il corpo esanime di un uomo disteso a braccia spalancate.

Regan si portò le mani alla bocca, terrorizzata: attorno al cadavere si affollavano creature abominevoli, solo vagamente simili a qualcosa che un tempo doveva essere stato una persona. Erano in cinque, magri come scheletri, vestiti di cenci, la pelle sottile e rugosa macchiata in diversi punti da grossi lividi violacei. Avevano occhi infossati, cerchiati di scuro, rossi come fuoco vivo, e labbra sottilissime e ceree, che lasciavano scoperti denti bianchi e appuntiti. Emettevano urla terribili, rese acute da un’agonia che li consumava da dentro, fino ad emergere prepotentemente negli sguardi pieni di follia.

Si accorsero subito di lei e le loro pupille divennero spilli in quel rosso spaventoso. Le loro bocche disgustose si spalancarono e ne emersero strida soverchianti.

Regan non riusciva a muoversi, e nemmeno a urlare. Era paralizzata dalle grida strazianti che provenivano da ogni dove e da nessuna parte, assordandola. Si portò le mani alle orecchie, accasciandosi contro il muro al suo fianco. Altre urla si stavano mescolando a quelle dei mostri nella sua testa. Più deboli e più umane, ma altrettanto insopportabili. Figure senza volto apparvero davanti ai suoi occhi chiusi, bocche distorte dalla sofferenza, lamenti simili a richiami di spiriti torturati.

D’un tratto una figura nero balzò sulla scena. Il viso era nascosto da una sciarpa avvolta stretta fin sopra il naso, e brandiva una spada contro i cinque esseri furenti.

– Scappa, stupida! – le ringhiò la voce volgare di un uomo che le sembrava di conoscere. Sebbene non si fidasse di lui, non se lo fece ripetere due volte: non appena vide che i mostri si avventavano contro di lui, Regan si voltò e fuggì. Due di loro, però, le andarono dietro.

Si mise a correre alla cieca, le mani premute sulle orecchie, e si precipitò giù per la strada, che dal villaggio scendeva verso l’aperta campagna. I suoi piedi nudi calpestavano la pietra scivolosa e più volte rischiò di cadere. Sentiva quegli esseri rivoltanti inseguirla, il loro alito caldo e nauseabondo sul collo; non sarebbe riuscita a correre a lungo, e ora sapeva anche perché: anni di clausura in una stanza non avevano certo favorito le sue capacità atletiche.

L’aria le bruciava nei polmoni che a stento riuscivano a respirare. Cercò di svoltare in una stradina laterale, ma una lastra dissestata la fece inciampare. Rovinò a terra, e il ginocchio sinistro colpì la pietra con tale violenza che lei non riuscì più a muoverlo dal dolore. L’insorgere di un bruciore pulsante le disse che doveva anche essersi ferita.

Aveva il viso mezzo immerso in una pozzanghera, i capelli appiccicati alle guance e sugli occhi, e le faceva male dappertutto. E le creature a momenti le sarebbero state addosso.

Avrebbe voluto sfogare il proprio tormento in un urlo liberatorio, ma il suo torace era compresso dall’incapacità di respirare. Ansimava, frastornata da una vertigine crescente, e la sua vista era troppo annebbiata perché riuscisse a distinguere lo spazio circostante. Tutto ciò che sapeva era che i mostri erano ormai a pochi passi da lei. Riusciva a sentire i loro respiri gutturali, il fetore dei loro aliti famelici sempre più vicino.

Era spacciata.

Cercò a tentoni con le mani una rientranza o una sporgenza, qualcosa a cui aggrapparsi per aiutarsi a rialzarsi, ma non trovò altro che ruvidi blocchi di pietra. Era completamente indifesa alla mercé di quelle creature.

Ad un tratto qualcosa di affilato le sferzò l’avambraccio, squarciandole la manica e la carne al di sotto di essa. A Regan venne la pelle d’oca nel rendersi conto di essere circondata.

– No, per favore… –

Era una preghiera verso le voci nella sua mente, non quelle al di fuori. Più i mostri erano vicini, peggiore era il frastuono interno che le torturava la mente.

Nel mezzo del susseguirsi tortuoso di immagini e suoni, un lampo di luce improvviso venne a squarciare il buio.

Udì solo il crescendo smisurato dei versi animaleschi che si sollevò a un soffio dal suo viso. Per un frammento di secondo quasi impercettibile, mentre il dolore della ferita iniziava a farsi sentire, gli occhi di Derian balenarono nella sua mente martoriata, per poi svanire subito dopo, lasciando posto al solo e puro terrore.

Ma poi un altro lampo accecante seguì il primo, e gli esseri deformi strillarono inferociti.

Regan non sapeva nemmeno se il suo cuore stesse ancora battendo, tale era la velocità delle sue pulsazioni. Le sue ginocchia stavano per venir meno, quando si sentì afferrare per la vita e trascinare via di prepotenza, una mano premuta sulla bocca per impedirle di gridare.

Aveva la vista annebbiata, ma riuscì a distinguere un pugnale che vibrava nell’aria e si avventava con violenta precisione sulle gole dei due esseri, recidendole una dopo l’altra da parte a parte. Quelli gridarono, voci acute e pungenti come aghi, e stramazzarono al suolo, straziati dall’agonia.

Un istante dopo, senza nemmeno sapere come, Regan si ritrovò sul tetto di un’abitazione a guardare, stordita e spaventata, il vuoto davanti a sé. Poi sentì la presa di due braccia esili ma ferme ammorbidirsi attorno al suo corpo, ma non del tutto, perché le sue gambe non sarebbero riuscite a reggerla.

– Ti senti bene? –

Guardò in su: i grandi occhi scuri di uno sconosciuto la osservavano, freddi e distaccati.

Era un ragazzo che doveva avere non molti anni più di lei, alto e asciutto, con lunghi capelli neri tenuti indietro da un una fascia di pelle e un aspetto tutt’altro che mascolino. Per certi versi le ricordava Shin, per altri Lucius, ma diversamente da loro, lui mostrava un’aridità emotiva innaturale. Riconosceva in lui l’ardore e la durezza tipiche dei demoni.

Al lungo collo candido portava una moltitudine di sottilissime catene e lacci di cuoio da cui pendevano altrettanti cristalli trasparenti dai colori più disparati. Regan ne riconobbe un paio: erano identici a quelli portati da Gerjen e soci.

Cristalli di Ladri di Anime.

– Che cos’erano, quelli? – domandò, ancora tremante.

Cràdhan – rispose lui. – Dannati. Persone la cui anima è stata trafugata da vivi, rimasti a indugiare sul confine tra vita e morte senza trovare pace. –

Regan ricordava ciò che le aveva raccontato Shin riguardo certi Ladri di Anime incapaci, ma non pensava che rubare maldestramente un’anima potesse ridurre le vittime in quello stato orribile.

– Saresti potuta morire nel peggior modo immaginabile, lo sai? – le disse il ragazzo, severo, rinfoderando in pugnale nella cintola. Aveva modi bruschi, guardinghi.

– Cosa vuoi dire? –

Le labbra piene del giovane si incurvarono in modo sgradevole.

– Ti succhiano l’anima per saziare la loro sete, e una volta che te l’hanno portata via, non c’è più niente da fare: o qualcuno ha la pietà di ucciderti prima che sia tardi, o diventi come loro. –

Regan inorridì: non era proprio la fine migliore a cui si potesse aspirare.

Studiò di sottecchi lo sconosciuto e cercò di capire se fosse un amico o un nemico. per un attimo considerò la possibilità che fosse stato lui l’uomo dal volto nascosto di poco prima, che la voce le fosse parsa più matura a causa della sciarpa sulla bocca, ma era troppo alto e snello per poter essere lui.

E allora l’altro chi era?

C’era qualcuno che stava cercando di proteggerla e che ci teneva a non essere riconosciuto. Doveva assolutamente dirlo a Lucius.

Lucius. Le venne una stretta al cuore a pensare a lui, e a Shin: chissà se si erano accorti che lei non c’era, se già la stavano cercando. Le sarebbe spettata una bella ramanzina, non appena fosse tornata da loro.

– Andiamo. –

Il ragazzo la sollevò tra le proprie braccia e fece per saltare giù dal tetto.

– Aspetta! – lo fermò lei. – I miei amici sono… –

– Non mi interessa dove sono i tuoi amici. Non posso stare a badare a te, adesso. Se ci sono dei Dannati, vuol dire che ci sono nei paraggi dei Ladri di Anime, e non ho intenzione di permettere che lascino il villaggio… vivi. Non avere paura di me – aggiunse subito dopo, vendendola spalancare gli occhi. – Faccio del male solo a chi fa del male. –

Qualche raggio di luna discese su di lui mentre atterrava di nuovo sulla strada. Regan poté così distinguere una rara sfumatura rossastra nel castano degli occhi, incastonati in un viso aguzzo e astuto di un’avvenenza delicata, smile a quella di Shin. Tuttavia lo sguardo di quel ragazzo era intriso di qualcosa che, ne era certa, né gli occhi né il cuore di Shin avevano mai conosciuto: odio. Puro, semplice, irrefrenabile odio.

– Dove mi stai portando? – gli chiese, timorosa, mentre lui correva con confidenza tra le viuzze buie. Non osò supplicarlo di condurla alla locanda: sconvolta com’era, non avrebbe nemmeno saputo dirgliene il nome, o indicargli la strada.

Lui si limitò a rispondere:

– In un posto sicuro. –

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A/N: ringrazio tutti quanti per le letture e i commenti, in particolar modo Milou_ (acqua, acqua... ;) ) e LovelyAndy (Regan non ha esattamente preso tutti i poteri dei Derian, ma solo l'immunità ai veleni, che si trasmette solo quando qualcuno raccoglie l'ultimo respiro di un morente). Scusate la lunga assenza, sono stata molto presa e in mezzo c'è stata anche la settimana di ferie dei miei sogni, quindi... rieccomi nel mondo reale, aimè. ^^

Commenti a pareri sono sempre ben accolti, quindi... alla prossima! :)

Dal prossimo capitolo:

La prima deviazione forzata del piano originale, che per secoli era filato liscio senza in minimo intoppo, era avvenuta poco meno di cinque lustri prima, quando Sharlit aveva tradito e la bambina dai capelli di sangue era disgraziatamente caduta in mani ignote, che ne avevano fatto completamente perdere le tracce. Da allora, i cinque prescelti dell’Ordine, lui incluso, non erano più riusciti a riportare il corso degli eventi entro il loro controllo.

Era stato un puro colpo di fortuna che si fosse trovato a Somege proprio la notte in cui tutto era avvenuto: avrebbe potuto riconoscere lo sprigionarsi di quell’energia sovrannaturale anche se si fosse trovato sepolto sei piedi sottoterra.

Ora che la ragazza era stata ritrovata, dovevano agire con la massima prudenza: erano mille anni che l’Ordine non aveva a che fare con un obiettivo di età così matura. Tutti gli altri erano stati neutralizzati dai loro predecessori quando ancora in fasce o poco più che lattanti.

Tutti, tranne uno. Ma lì la storia si confondeva con il mito e quasi nessuno sapeva più la verità.

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Capitolo 21
*** Fiori di Serra ***


20. FIORI DI SERRA

 

I'm blind and shaking
Bound and breaking
I hope I make it through all these changes

– Changes, 3 Doors Down –

 

 

Il pastrano di pelle nera che portava il ragazzo, molto simile nel taglio a quello di Lucius, solo largo la metà, odorava di ferro e alcuni dei cristalli che portava al collo avevano delle piccolissime macchie scure incrostate sulle sfaccettature perfette. Regan preferì non fare domande in merito, anche se si era già fatta un’idea di quali avrebbero potuto essere le risposte.

La depositò come fosse stata merce da scaricare di fronte a una casa sontuosa, se non altro rispetto al resto del villaggio. Grande, costruita su due piani, due lanterne lasciate a illuminare l’uscio per la notte, ma anche le luci all’interno erano accese. Una targa di bronzo sul muro diceva: La Serra.

Il ragazzo bussò tre volte. Poco dopo la porta laccata di rosso vermiglio si aprì. Ne emerse una donna riccamente vestita, ma in modo eccessivamente vistoso. Il trucco pesante e i gioielli d’oro giallo confermarono a Regan ciò che già aveva intuito a primo acchito: quella a cui avevano appena bussato era una casa chiusa.

– Loner – le labbra tinte di rosso della donna, circondate da una schiera di sottili rughe, assunsero la vaga forma di un sorriso. – Hai una nuova amichetta? –

Aveva una voce profonda, rauca e nasale, che ben si accompagnava alla sua figura imponente.

– Ha bisogno di un posto per la notte – disse il ragazzo, Loner, spingendo Regan in avanti, e lei, imbarazzatissima, avanzò tentennante senza alzare lo sguardo. – Quanto volete per tenerla qui? –

Gli occhi pallidi della donna vagarono su Regan per un momento con aria interessata.

– Potrei offrirti io una cifra interessante, se fosse per sempre. È graziosa, particolare… ai miei clienti piacerebbe. Un po’ troppo acerba, forse, ma ha ancora tempo per crescere. –

Regan inorridì al solo pensiero. Il ginocchio sanguinava e le faceva malissimo, ed era il solo dettaglio che la tratteneva dal tentare di fuggire.

Ma Loner intercedette per lei:

– Non vi conviene sperarci – La sua voce era morbida, carezzevole, non sarebbe stata fuori luogo in qualche ballata da chiaro di luna, o a sussurrare parole innamorate all’orecchio dell’amata, ma qualcosa diceva a Regan che nella vita di quel ragazzo non c’era posto per qualcosa del genere.

– Ha amici alla Lega – aggiunse infine.

Lì per lì Regan non ci fece caso, ma non gli aveva detto niente di sé, della Lega men che meno.

– Ma come sai che io… –

– Legge il pensiero come un libro aperto, questo mascalzone – ridacchiò la donna, le mani puntellate sui fianchi possenti, poi fissò Regan sospettosa: – Cosa ci fa una signorina perbene nei bassifondi, e conciata in questo modo, per giunta? Sei fuggita di casa, tesoro? –

– No – si limitò a rispondere lei.

– Ha avuto una brutta avventura – intervenne Loner, spiccio. – Nulla di grave, ma non posso occuparmi di lei, adesso. I suoi amici alloggiano da qualche parte nel villaggio, ma è confusa, non sono riuscito a vedere dove. –

– Mi troveranno loro, e presto – affermò Regan, convinta. Non sapeva cosa le avesse suscitato tanta fermezza: ne era semplicemente certa.

La donna parve poco convinta, ma alla fine sospirò, scuotendo il capo.

– Va bene, può rimanere. E tu puoi tenerti i tuoi soldi – aggiunse, rivolgendosi a Loner, la cui mano già stava dirigendosi verso la bisaccia che teneva alla cinta. – Consideralo un favore personale. –

Lui sogghignò, ma chinò comunque la testa in segno di ringraziamento.

– Arrivederci, Madame Vervaine – Poi si voltò verso Regan. – Addio, ragazza di Kauneus. Possa la Madre avere clemenza del tuo destino. –

Regan non si sentiva a suo agio sapendo che quel ragazzo poteva leggere indisturbato nei suoi pensieri senza che lei nemmeno se ne accorgesse. In genere occorreva un contatto fisico per un’operazione del genere ed era doloroso, se ci si opponeva. Persino Shin la aveva dovuta toccare per leggerle nella mente, e ora questo giovane demone non si faceva scrupoli a violarla.

– Grazie – farfugliò. Era successo tutto così rapidamente che ancora non si era del tutto ripresa. – Addio. –

– Te ne vai di nuovo a caccia di Ladri di Anime, non è così? – berciò Madame Vervaine, agitando una mano con disappunto.

Loner fece come se non l’avesse sentita: voltò loro le spalle e se ne andò senza una parola.

La donna sospirò, scuotendo il capo rassegnata.

– Ah, benedetto ragazzo. Vieni dentro, signorina – disse poi a Regan. – Non hai un bell’aspetto. –

 

 

Il profumo emanato dai molti mazzi di fiori freschi sparsi ovunque era intenso e quasi fastidioso. L’arredamento era ricco, sui toni dell’oro e del rosso, legni scuri e tendaggi pesanti alle finestre, a separare l’atrio d’ingresso da altre sale da cui provenivano musica e risate. Una scalinata si arrampicava seguendo la linea quadrata del perimetro dell’atrio fino al secondo piano, che si affacciava di sotto da una ringhiera dorata tutta fronzoli e ghirigori.

– Da questa parte. –

Madame Vervaine non era particolarmente lieta di averla lì. La condusse di sopra reggendosi le gonne con le mani inanellate, la seta che frusciava a ogni passo affaticato. Andò verso una porta alta e bianca a due battenti e ne spalancò uno. Dall’interno giunse un’esclamazione di sorpresa.

– Occupatevi di lei. Non è qui per restare – disse la donna a chiunque ci fosse all’interno, poi prese Regan per un braccio e la spinse dentro, richiudendosi infine la porta alle spalle quando se ne andò senza aggiungere altro.

Regan si ritrovò così in un salottino più modesto rispetto a quel che aveva visto al piano inferiore, ma comunque piuttosto accogliente: un grande camino crepitava in mezzo a due ampie finestre dalle tende legate di lato da nappe dorate; tutto il pavimento era coperto da tappeti e due divani e una serie di poltrone di alto schienale occupavano lo spazio attorno a un tavolino da caffè ovale che ospitava un vassoio con teiera e tazzine e un intero piatto da portata stracolmo di biscottini a forma di fiore. Sulla poltrona più vicina al camino c’era raggomitolata una ragazzina che non poteva avere più di una trentina d’anni, bionda e riccioluta, il viso a forma di cuore acceso dal calore delle fiamme. Aveva un libro in mano e le pantofole giacevano ai piedi della poltrona, dimenticate. Altre due ragazze stavano sul divano sulla sinistra: una brunetta pelle e ossa stava intrecciando i capelli dell’altra, più in carne e più delicata di lineamenti. Tutte e tre la fissavano a bocca aperta.

Fu la più magra ad alzarsi per prima e a prendere la parola:

– Santo cielo, sei ridotta malaccio, eh? –

Regan non sapeva cosa dire.

– Mi chiamo Althea – le disse allora l’altra. Era meno giovane di quel che lei avesse creduto: doveva avere almeno una settantina d’anni. – Quella è Fraisie, e la mocciosa laggiù è Loto. –

Le altre due la salutarono con un cenno.

– Io sono Regan. –

– Vieni a sederti, ti prendo qualcosa per coprirti. –

Althea la fece accomodare sul divano accanto a Fraisie e le recuperò una coperta da una delle poltrone vuote. Regan se la strinse addosso con enorme sollievo.

– Grazie. –

Era decisamente strano ritrovarsi in mezzo a delle ragazze di quel tipo, così, senza nemmeno ben sapere come e perché ci fosse finita.

Althea squadrò con attenzione la sua sottoveste sudicia e strappata.

– Di’ un po’, come ci sei finita qui, piccola? Non è posto per una lady, questo. –

– Non sono una lady – le sembrò giusto precisare. – Sono stata aggredita, poco fa, non lontano da qui. Quel ragazzo di nome Loner mi ha salvata e portata qui. –

Un’espressione sognante e malinconica al contempo passò sui volti di tutte le presenti.

– Loner è un caro ragazzo – disse Fraisie, gli occhioni blu rivolti al soffitto. – Un vero peccato… –

– Che cosa è un vero peccato? –

– È morto dentro – disse la più piccola, Loto, senza staccare gli occhi dal suo libro. – I Ladri di Anime gli hanno ucciso il fratello, sei anni fa. Da allora il dolore lo ha reso sconsiderato e assetato di vendetta. –

– Sentitela, parla come se sapesse tutto lei! – esclamò Althea, divertita.

– Be’, è la verità – soggiunse Fraisie. – Yari era tutto, per lui, da quando è morta Iris, e adesso non ha più nessuno. –

– Iris era la madre – precisò Loto, indifferente, proprio mentre Regan iniziava a chiedersi se non stessero parlando di un’innamorata perduta. – Lei lavorava qui. Ci ha passato quasi tutta la vita in questo posto. Loner e Yari sono due bastardi. Be’, Yari lo era.

– Da quando Yari fu assassinato e la sua anima trafugata, Loner dà la caccia ai Ladri li uccide personalmente nei modi più lenti e dolorosi che conosca – raccontò Althea, e il suo tono era inconfondibilmente intrigato.

Ora Regan capiva la collezione di ciondoli: trofei.

– Non ha più nessuno al mondo, poverino – sospirò Fraisie.

– Questo perché non vuole avere nessuno – puntualizzò cinicamente la piccola Loto. – Quando il destino ti porta via troppo, va a finire che preferisci consumare i tuoi giorni marcendo nella solitudine, piuttosto che rischiare di patire altro dolore. –

Regan era profondamente colpita: poteva anche essere poco più che una bambina, ma era molto saggia.

Si sentì male per essere uscita nel cuore della notte in quel modo, senza alcuna considerazione. Lucius e Shin stavano facendo di tutto per tenerla lontana dai pericoli e lei se l’era andato a cercare personalmente. Era stata egoista a non curarsi di cosa avrebbero pensato loro, se si fossero svegliati senza trovarla.

– A cosa pensi? –

Regan si riscosse. Gli occhi blu e curiosi di Fraisie la fissavano a un palmo dal suo naso.

– A niente di particolare – Regan non aveva alcuna voglia di parlare di sé, quindi decise di improvvisare. – Mi chiedevo solo se è un caso che abbiate tutte e tre nomi di fiori. –

Dalla sua poltrona, Loto sbuffò e roteò gli occhi.

– Non che non è un caso. Non hai visto che la casa si chiama La Serra? Tutte le ragazze che lavorano qui hanno nomi di fiori. Nomi d’arte, per così dire, ovviamente. –

– Agli uomini piace – aggiunse Althea, accavallando le gambe lunghe e sottilissime. – Anche le nostre stanze portano i nostri nomi. Anzi, sarebbe più corretto dire che siamo noi a portare i nomi delle stanze. Dà un tocco poetico a un posto tutt’altro che romantico, no? – ed esplose in una risata vuota.

Regan non capiva come potessero parlare con tanta incuranza del loro mestiere. Secondo quel che le aveva trasmesso Derian, i lupanari erano luoghi promiscui e abbietti, pieni di gente immorale, ma quelle ragazze, seppur non particolarmente raffinate, le sembravano brave persone.

– So cosa stai pensando – le disse Althea. – Probabilmente mamma e papà ti hanno sempre messa in guardia dalla gentaglia come noi e ora temi che la nostra condotta immonda possa… –

– No – negò lei, offesa. – Non so chi siano i miei genitori e per quel che ne so potrei benissimo essere una bastarda, come avete detto voi. La mia vita, fino a poco tempo fa, consisteva in una clausura perpetua contro la mia volontà. Non penso di essere poi tanto diversa da voi. –

Le salì un groppo alla gola nel parlare. Dirlo ad alta voce la faceva sentire ancora di più una nullità, e al contempo rinsaldava l’affetto e la riconoscenza che nutriva verso Lucius, e Shin, e tutte le altre persone che da settimane a quella parte avevano fatto di tutto per darle qualcosa a cui appoggiarsi per ricostruire daccapo un’esistenza interrotta.

Derian era morto, e lei lo avrebbe vendicato a ogni costo, ma non avrebbe mai voluto restare sola per il resto dei suoi giorni, come aveva scelto di essere Loner. Forse era lei quella debole, in fin dei conti, ma non era certo una novità. Se voleva ottenere giustizia per Derian, le cose dovevano cambiare, da parte sua per prima, e stavolta davvero: si sarebbe rimboccata le maniche, avrebbe ingoiato i capricci da bambina e si sarebbe buttata anima e corpo nell’addestramento. Era l’una cosa che potesse fare.

In quella, il suo stomaco emise un gorgoglio, facendola arrossire fino alle orecchie.

– Non mangi da un bel po’, vero? – ridacchiò Althea. – Sei smorta come uno straccio. –

– Prendi qualcuno dei miei biscotti! Sono una cuoca fantastica! – cinguettò Fraisie, scattando verso il tavolino.

Regan rimase a farsi imbottire di the e biscotti alla cannella senza fiatare, un po’ per cortesia, un po’ perché aveva davvero fame e Fraisie aveva ragione a vantarsi di essere una brava cuoca.

Scoprì che tutte le ragazze del La Serra, diversamente da quel che accadeva in altre case chiuse, erano lì in qualità di donne libere, per scelta spontanea e personale, e che Madame Vervaine aveva una gran considerazione per loro e la loro libertà: percepiva una percentuale dei loro guadagni, ma dall’alba al tramonto permetteva loro di vivere la vita che preferivano. Loto era la più giovane della casa, aveva scelto lei di essere portata lì, piuttosto che rimanere nell’orfanotrofio in cui aveva sempre vissuto a Cittanuova, e al momento si guadagnava vitto e alloggio aiutando le domestiche, e nel frattempo Madame Vervaine la istruiva alla lettura e alla musica, in attesa che raggiungesse ma maggiore età. Intanto Fraisie, che era un angelo, fece del suo meglio per guarirle la ferita al ginocchio, anche se il risultato fu piuttosto scarso.

– Sei fortunata ad essere capitata proprio oggi. È una nottata tranquilla, non c’è nulla di sconveniente che possa turbare questi tuoi begli occhioni innocenti – ridacchiò Althea.

– A proposito, mi piacciono i tuoi capelli! – disse Fraisie, accarezzandoglieli. – Come hai fatto a ottenere questo colore? –

– Io… –

Fortunatamente non fu costretta a inventarsi una bugia, e tutto grazie al provvidenziale bussare alla porta. Era una delle sguattere che portava nuova legna da aggiungere al fuoco.

Regan si era perfettamente acclimatata al tepore della stanza e al suo leggero profumo di incenso. Per purificare l’ambiente, le aveva detto Fraisie. Stava così bene lì, accoccolata sul divano confortevole sotto alla coperta soffice, che, senza rendersene conto, chiuse gli occhi e scivolò nell’oblio.

 

 

Lucius guardò scettico prima la facciata della casa poi Shin.

– Sei sicuro? –

– Assolutamente. –

Lucius restava perplesso: i drappi rossi e pesanti alle finestre non lasciavano tanti dubbi circa la funzione di quel posto e come ci fosse finita Regan lì dentro era proprio curioso di saperlo. Bussò, e ad aprire si presentò una donna di presenza imponente che li adocchiò entrambi con un mezzo ghigno deliziato.

– Ma bene, che bei giovanotti! Le mie ragazze faranno a gara per ottenere la vostra compagnia –

– Temo ci sia un equivoco – si affrettò a specificare Lucius, mentre Shin si sforzava di non ridere. – Stiamo cercando una ragazza, questo è vero, ma non una delle vostre. –

– Oh, siete voi, dunque. Sarò sincera, non pensavo sareste arrivati. Non così in fretta di sicuro. –

Le sopracciglia di Lucius si sollevarono stupite.

– La bambolina ha detto che sareste venuti a cercarla – lo precedette la donna. – Seguitemi. –

Si presentò come Madame Vervaine. Lucius entrò con riluttanza nella casa. Posti come quello gli ricordavano tempi che avrebbe preferito cancellare, quando Gerjen e i suoi lo portavano, ancora ragazzino, a cercare la compagnia di donne a cui lui non era minimamente interessato. All’epoca tutto ciò che gli era importato era diventare potente, conoscere, apprendere, migliorare; aveva usato parecchie di loro per esercitarsi con la sua abilità di scrutare i pensieri ed era persino riuscito a sviluppare una certa disinvoltura nel prendere possesso della mente e governarla secondo la propria volontà per non più di qualche minuto, e per piccole cose futili, ma era già stata una conquista, perché quasi nessuno ne era in grado. In tutta la vita, aveva custodito quel segreto con gelosia e ben si era guardato dal metterne al corrente la Lega, e Castalia in particolare.

Shin, invece, guardava in giro con genuina e contegnosa curiosità. Sembrava così stridente, lui, lì dentro, così paradossale: il ritratto della purezza nella dimora della perdizione.

Più Lucius si lambiccava il cervello a chiedersi in quale assurdo modo e per quale altrettanto assurdo motivo Regan fosse arrivata in una “casa di compagnia”, meno riusciva a immaginare qualche spiegazione anche solo vagamente plausibile. Forse lei era uscita – e se così fosse stato, si sarebbe presto subita tutte le sue ire più funeste – e per strada si era imbattuta in qualcuno del posto che, scambiandola per qualcuna delle ragazze di Madame Vervaine, la aveva portata al suo presunto legittimo posto. Così si sarebbe anche spiegata la reazione di paura che aveva svegliato Shin un’ora prima.

La donna si fermò di fronte a una porta chiusa del primo piano e bussò. Una voce femminile dall’interno la invitò a entrare.

– Ci sono visite per te, tesoro – annunciò la donna, facendosi da parte per lasciar passare Lucius e Shin e poi se ne andò.

Regan sedeva su un divano assieme a altre due ragazze, una terza in disparte su una poltrona, e aveva un aspetto tanto trasandato che Lucius temette le fosse accaduto qualcosa di molto brutto.

– Cerbiattina! Come ti sei ridotta in quello stato? –

Anche se palesemente assonnata, lei saltò su come una molla, pallidissima e sporca di fango, i capelli bagnati. Sembrava sollevata di vederlo, ma non così sconvolta da aver passato quello che aveva temuto lui.

– Stai bene? – volle sapere Shin. – È un’ora che ti cerchiamo. –

– Luciferus? –

Tutti si voltarono verso Althea: si era alzata dal divano e ora fissava Lucius a bocca spalancata.

Lui corrugò la fronte, perplesso, e fece lo stesso con lei.

– Perdonatemi, ma non credo di… – Poi la sua espressione cambiò repentinamente. – Faylee? –

Lei rise civettuola, muovendo la mano come per scacciare una mosca invisibile.

– Mi chiamano Althea, adesso. Santo cielo, sei diventato grande, eh? – si avvicinò con confidenza e gli mise le mani sulle spalle. – Senti qui che muscoli… eri un lattante pelle e ossa l’ultima volta che ci siamo visti! –

Anche lui rise. Le fece educatamente abbassare le mani e la squadrò.

– Tu non sei cambiata affatto, invece. –

Era così strano rivederla. Era come se un pezzo dimenticato del suo passato fosse saltato fuori all’improvviso da un baule polveroso. Faylee – Althea, per meglio dire – era una di quelle donne che a suo tempo lui aveva conosciuto tramite Gerjen, una delle poche con cui aveva davvero condiviso qualcosa: diversamente dalle altre, lei non lo aveva mai deriso per la sua giovane età, per la sua inesperienza; si era limitata ad assecondarlo, e avevano parlato quando lui aveva avuto voglia di parlare, e giocato a carte quando aveva avuto bisogno di distrarsi, e avevano anche fatto altro, in un paio di occasioni, anche se ora Lucius non riusciva a pensarci senza riderne, e probabilmente per lei era lo stesso.

– Non mi dirai che sei qui per il bocciolino di rosa, vero? –

Althea si voltò a guardare Regan e Lucius capì che si riferiva a lei.

– In effetti sì. La signorina ha parecchie cosette da spiegarmi – e lanciò alla diretta interessata un’occhiataccia eloquente.

– Perché non vi sedete? – propose Fraisie, la cui attenzione si era fossilizzata sul Shin dall’esatto istante in cui lui aveva messo piede nella stanza.

– Mi spiace, ma non abbiamo molto tempo – si scusò Lucius, sbrigativo. – Domattina ripartiamo e il bocciolino di rosa deve trovare una scusa convincente che giustifichi tutto questo – e con un gesto della mano indicò lei, strapazzata com’era, seduta sul divano di una casa chiusa. – Saluta le tue nuove amiche, cerbiattina. È quasi l’alba e a quest’ora anche le bambine cattive dovrebbero essere a letto. –

Regan biascicò qualche saluto verso le ragazze e fece per lasciare la coperta, ormai bagnata, ma Fraisie le disse di tenerla, in ricordo della bizzarra nottata. Lei ringraziò e seguì Lucius e Shin fuori dalla stanza. Althea li scortò di sotto.

– È stato un piacere rivederti dopo tanto tempo, Luciferus – disse, sulla soglia.

Lui sorrise.

– Anch’io adesso ho un nome diverso: mi chiamano Lucius. –

– Lucius – Althea si leccò le labbra come se pronunciare quel nome vi avesse lasciato sopra qualche sapore particolare. – Sì, lo trovo molto più adatto a te. C’è una ragione per cui lo hai cambiato? –

– Diciamo che ho cambiato radicalmente orizzonti. –

– Certo, capisco. – Lo sguardo di Althea indugiò sulla Stella al collo di Lucius. – Meglio così, devo dire. Eri sprecato a fare quel che facevi, te l’ho sempre detto. –

Althea si avvicinò a lui e per un attimo Lucius credette che lo avrebbe baciato sulle labbra, in onore dei vecchi tempi, ma poi, all’ultimo, forse percependo la sua rigidità, lei si fermò e ci ripensò, inclinando il capo per lasciare il bacio sulla guancia.

– Chiunque lei sia – gli sussurrò all’orecchio, appena prima di allontanarsi da lui, appoggiandogli una mano sul cuore. – Spero che sappia quant’è fortunata. –

Lo lasciò così, compiaciuta di averlo sconvolto con un’osservazione così acuta e ben mirata, e soprattutto imprevedibile. Ma non avrebbe dovuto stupirsi tanto: Althea era una donna di carattere, rude e spesso sboccata, ma nascondeva una sensibilità che sapeva sorprendere.

– Addio, bimba – disse la donna a Regan, poi sorrise maliziosa. – Portata via nella notte da due ragazzi così affascinanti… hai tutta la mia invidia. –

E con una strizzatina d’occhio li congedò definitivamente, ritirandosi.

Per un po’ rimasero tutti e tre a guardare la porta chiusa lievemente sbigottiti.

– Com’è che conosci una… – cominciò Regan, ma Lucius sollevò un dito per zittirla.

– Qui le domande le faccio io – decretò, minaccioso. – E farai meglio a darmi delle risposte convincenti, perché in caso contrario la mia prossima mossa sarà eleggerti a schiava personale di Eleonora fino al resto dei tuoi giorni. –

 

 

L’uomo dal cappello a larghe falde, avvolto stretto nel suo mantello, attese nascosto dietro un angolo che la piccolo comitiva si allontanasse. Li avrebbe seguiti da un’adeguata distanza.

Gli era difficile vedere bene di notte, ora che aveva perso un occhio, ma quello sano aveva imparato in fretta a compensare e, con suo stupore, anche gli altri sensi si erano vagamente acuiti e questo, talvolta, poteva essere più vantaggioso che disporre di due occhi perfettamente sani.

Stava seguendo quei tre da ormai settimane ma non aveva ancora avuto modo di scoprire che cosa ci facessero da quelle parti. Aveva facilmente intuito che c’era sotto qualcosa, perché quando erano tornati dalla Foresta di Ferentaur il demone dai capelli neri aveva con sé un grosso involto che all’andata non c’era. Non era riuscito a seguirli in quell’intrico ostile di vegetazione: la Foresta era come un labirinto pieno di trappole, trabocchetti e ostacoli imprevedibili, e solo seguendo un tracciato preciso era possibile addentrarvisi senza rischiare la pelle. Era riuscito a pedinarli per qualche minuto, ma poi, trattenuto da radici che spuntavano in ogni dove e gigantesche foglie appiccicose, li aveva persi ed era stato abbastanza saggio da ammettere che proseguire alla cieca non sarebbe stato opportuno.

Li aveva aspettati fuori e naturalmente aveva poi ripreso a seguirli, ma ora c’era lo svantaggio di non sapere cosa avessero fatto a sua insaputa e che cosa contenesse l’involto di panno con cui erano riapparsi. Un libro forse.

Sapeva solo che quando erano usciti dalla Taverna, appena fuori Lumbar, una settimana dopo, non lo avevano più. Lo avevano sicuramente barattato, ma cosa avessero ottenuto in cambio non era riuscito a scoprirlo.

Genesis non ne era stato felice.

Quando, di guardia alla locanda dove la ragazza alloggiava con i due compagni, la aveva vista uscire nel cuore della notte, era stato colto da un fiotto in speranza, ma poi aveva notato di non essere il solo a sorvegliarla e aveva dovuto rinunciare alla gloriosa prospettiva di poterla riportare all’Ordine quella notte stessa. Anche il tizio losco con il volto coperto da una sciarpa lurida aveva l’aria di essere uno che sapeva come muoversi nella notte; Alioth aveva avveritito le vibrazioni di energia che si sprigionavano in modo innaturale da lui e allora aveva capito: un Ladro di Anime.

La ragazza si era mossa quasi in uno stato catalettico, come se stesse seguendo una scia solo a lei conosciuta, e un tizio irriconoscibile l’aveva seguita, lo stesso che poco più tardi, quando un branco di Dannati la aveva aggredita (sicuramente attratti dall’intensità dell’aura da lei emanata), la aveva anche aiutata a scampare al pericolo. Era stato abile a disfarsi di quelle creature immonde, ma da lì era scomparso e non si era più visto: se era ancora nei paraggi, si stava nascondendo molto bene. Fin troppo, per una semplice spia.

Il quadro generale si stava facendo sempre più contorto e confuso.

Che sia qualcuno che ha a che fare con quello che era successo ad Aurin trent’anni fa?

La prima deviazione forzata del piano originale, che per secoli era filato liscio senza in minimo intoppo, era avvenuta poco meno di sei lustri prima, quando Sharlit aveva tradito e la bambina dai capelli di sangue era disgraziatamente caduta in mani ignote, che ne avevano fatto completamente perdere le tracce. Da allora, i cinque prescelti dell’Ordine, lui incluso, non erano più riusciti a riportare il corso degli eventi entro il loro controllo.

Era stato un puro colpo di fortuna che si fosse trovato a Somerge proprio la notte in cui tutto era avvenuto: avrebbe potuto riconoscere lo sprigionarsi di quell’energia sovrannaturale anche se si fosse trovato sepolto sei piedi sottoterra.

Ora che la ragazza era stata ritrovata, dovevano agire con la massima prudenza: erano mille anni che l’Ordine non aveva a che fare con un obiettivo di età così matura. Tutti gli altri erano stati neutralizzati dai loro predecessori quando ancora in fasce o poco più che lattanti.

Tutti, tranne uno. Ma lì la storia si confondeva con il mito e quasi nessuno sapeva più la verità.

Dopo giorni di pazienza, nemmeno questa volta sarebbe riuscito nel compito che il Priore gli aveva affidato, e ciò non gli avrebbe giovato, soprattutto dopo che anche Arith e Dianthe avevano fallito la loro missione, la notte del Solstizio, e più i tempi si allungavano, maggiore diventava il rischio, non solo per loro, ma dovevano agire con la massima prudenza: una sola mossa sbagliata poteva condurre a una catastrofe.

Alioth inghiottì l’umiliazione come un boccone amaro e si calcò il cappello sul volto.

Avrebbe dovuto riferire a Genesis che qualcun altro stava seguendo la ragazza e i suoi compari, e la notizia non sarebbe stata la benvenuta.


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A/N: le vacanze sono iniziate un po' per tutti, ormai, e per qualcuno, come me, sono anche già finite. ^^ Sono stata una settimana in Finlandia, a luglio, ed è stato un po' come vagare per Norden e le sue foreste, in mezzo ai suoi laghi... se qualcuno dovesse avere qualche vaga intenzione di fare una piccola vacanza da quelle parti, lo consiglio vivamente. ;) E ora eccomi di ritorno, ispirata come non mai e pronta ad aggiornare (dopo secoli, lo so XD). Prima di tutto i dovuti ringraziamenti:

stellaskia: sono felice che la storia ti stia piacendo. Spero che ti piacerà ancora entro la fine. ;)

 cupcake_chan: a te mi rifiuto di rispondere, perché sono quasi sicura che tu sia la mia beta reader in incognito e in realtà tutte queste tue brillanti deduzioni siano tali solo perchè hai già letto tutta la storia. O_O Una cosa però te la posso dire: il nuovo personaggio, Loner, non ha assolutamente nulla a che fare con Shin o la sua famiglia. :)


Milou_: ebbene, penso che tu abbia scoperto da sola leggendo questo capitolo che avevi quasi ragione sul "ragazzo misterioso". ;) Purtroppo Regan si porterà dentro il lutto per Derian molto a lungo, perché lui è stato la prima persona a volerle bene di cui lei abbia veramente memoria e la sua perdita l'ha profondamente segnata, in tanti sensi, ma di questo si riparlerà verso la fine. :)

Xx Kin YourichixX: premetto che non merito i complimenti per la mia cosiddetta costanza nello scrivere, perché Innocence è un romanzo a cui ho lavorato per più di un anno e nella stesura sono stata ridicolmente incostante, con alti e bassi di ispirazione e voglia di mettere per iscritto una valanga di idee facili da avere in testa ma difficili da esprimere a parole. Ho iniziato a pubblicare solo dopo averlo terminato, quindi ogni nuovo capitolo è già pronto... ci metto secoli ad aggiornare perché la mia pigrizia è monumentale. XD Grazie mille per i complimenti, mi hanno fatto molto piacere! Spero davvero di riuscire a pubblicare questa storia, prima o poi, perchè il il mio sogno di sempre e sarebbe una grandissima soddisfazione, per me, vedere una mia creatura in libreria, anche se mi rendo conto che come tipologia di trama si discosta molto da quelli che so