Luna di Fuoco

di hanabi
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Dove i destini collidono. ***
Capitolo 2: *** Dove si scoprono strane verità ***
Capitolo 3: *** Dove i due destini diventano uno ***
Capitolo 4: *** Dove la sfida porta alla vittoria e la vittoria alla sfida ***
Capitolo 5: *** Dove molte cose cominciano a cambiare ***
Capitolo 6: *** Dove i mondi si toccano... e si respingono. ***
Capitolo 7: *** Dove gli uomini si confrontano, e le profezie si incrociano ***
Capitolo 8: *** Dove il passato e il presente si toccano ***
Capitolo 9: *** Dove gli opposti si incontrano, e si scontrano. ***
Capitolo 10: *** Dove le nuvole oscurano il cielo ***
Capitolo 11: *** Dove un duello decide molte cose ***
Capitolo 12: *** Dove si raccoglie una messe, e si seminano altre. ***
Capitolo 13: *** Dove il passato complica il presente ***
Capitolo 14: *** Dove la morte cerca chi abbracciare ***
Capitolo 15: *** Dove vecchie e nuove ferite bruciano ***
Capitolo 16: *** Dove si alternano lacrime e sorrisi ***
Capitolo 17: *** Dove alcuni hanno ciò che si meritano ***
Capitolo 18: *** Dove matura un frutto aspro ***
Capitolo 19: *** Dove la morte gioca a cambiare la vita ***
Capitolo 20: *** Dove si preparano molte imprese ***
Capitolo 21: *** Dove qualcuno vuol tornare a casa ***



Capitolo 1
*** Dove i destini collidono. ***


Due sono le forze dell'universo, e uno il Vuoto.

Due sono i soli del mondo, e uno lo Spazio.

Due sono gli dèi, e una il Mistero.

Due sono le razze degli uomini, e una La Perduta.

Due sono i continenti del mondo, e due gli Oceani.

Dodici sono i principi di Kelitha, e due i re di Sayanna.

Uno è il mondo

E uno è il suo gemello che sorge nel cielo,

Luna di Fuoco.

 

 

(Filastrocca kelith) 

 

 

 

 

 

Ran raccolse la lancia che l'aveva reso famoso, controllò un'ultima volta le sue armi, accarezzò gli amuleti che portava al collo, poi uscì di casa.

Non sprecò nemmeno una preghiera per i suoi déi irriconoscenti. Tutti i sacrifici che aveva portato al tempio non erano serviti a portargli fortuna; e le personificazioni divine sulla terra, i re di Sayanna, non avevano esitato un istante a sigillare la sua condanna a morte per diserzione.

Che cosa doveva Ran ai divini Kamoh e Lilia? Niente!

Camminando verso la Grande Casa, passò per la piazza che era semivuota a quell'ora afosa. Nemel e Chat lo videro, e immediatamente voltarono le teste per non doverlo guardare in faccia. Ran sputò a terra, con ostentazione, come per dire: Faccio a meno anche di voi! E quindi fece solennemente finta di non vederli.

Ma dentro di sé digrignava i denti. Vigliacchi! L'avevano abbandonato al suo destino, dopo una burrascosa riunione, ritirando la loro parte della cassa comune.

"Abbiamo fatto male a lasciare Teji per metterci in proprio," aveva dichiarato Chat.

"Teji lo Stitico," aveva corretto Ran, "Così lo chiamano tutti. E la sua squadra? Gli Affamati... dovevamo restare tali per tutta la vita?"

"Che cos'è cambiato, Ran? Eravamo affamati di nome con Teji, ora lo siamo di fatto con te."

"Ma quel poco che abbiamo è tutto nostro."

"Anche la responsabilità!... Di questo passo, prima della fine della stagione dovremo dichiarare bancarotta. No, dobbiamo chiudere, ora, finché siamo in tempo."

"Teji ci ha mandato un messaggio," aveva detto Nemel. "Dice che gli è piaciuta la nostra intraprendenza, e che è pronto a riassumerci tutti..."

"A metà della paga, si intende," aveva concluso Chat. "È chiaro che vuole farcela pagare per averlo piantato."

"E voi cos'avete risposto?!" aveva chiesto Ran, sconvolto.

"Abbiamo accettato."

"Ma siete pazzi?!" aveva urlato lui, alzandosi di scatto.

"Non vogliamo finire in schiavitù per il tuo stupido orgoglio!" aveva esclamato Chat. "Noi ritorneremo con Teji. Meglio poveri, ma liberi. Se vuoi continuare questa tua folle guerra contro tutto e tutti, la farai da solo. Lasciamo l'impresa e ritiriamo la nostra parte di cassa... quella che ci è rimasta!"

Ran si era reso conto che facevano sul serio, il suo tono si era improvvisamente addolcito.

"Via, ragazzi, che discorso è questo?... Certo, non siamo stati molto fortunati in questo periodo, ma le cose andranno meglio, vedrete. Ho in mente un buon colpo..."

"Come l'ultimo?" aveva ribattuto Nemel. "Tra informazione, trasferimento, ritorno precipitoso abbiamo speso un sacco di denaro. E in cambio, niente! Tutti ci hanno riso dietro. Solo noi potevamo andare in tre a cercare di rubare le tasse di un principe kelith!"

"Duecento uomini armati di scorta," ricordò Chat, "la fuga più veloce che abbia mai fatto!"

"È stato un caso, amici miei..."

"No! La verità, Ran, è che tu non hai la stoffa per queste cose. Non potevamo saperlo quando ci siamo messi con te, ma non è nemmeno colpa tua, quindi non te ne vogliamo. Però ascolta il nostro consiglio: molla tutto e torna da Teji con noi."

"Mai! Piuttosto vendo la mia Sacra Membrana in una casa di piacere!"

"È proprio questa la fine che farai." Chat si era alzato, e Nemel con lui. "Noi andiamo alla Grande Casa a cancellare la nostra partecipazione. Buona fortuna, Ran."

E se n'erano andati davvero...

Stupido orgoglio un accidente!, pensò ora, marciando con irruenza.

I mercanti stavano al coperto, sotto le loro verande, sorseggiando bevande fresche. Lo guardarono brevemente, come per misurargli i soldi addosso, quindi tornarono alle loro occupazioni: quel rattoppato razziatore sayanni non aveva certo l'aria abbiente. La sua pelle pigmentata d'azzurro era piuttosto scura, segno che era cotto dai raggi solari; i suoi capelli erano privi di un'adeguata acconciatura; sua unica attrattiva era il corpo possente tipico della sua razza montanara, e la mancanza di tatuaggi matrimoniali che lo indicava ancora vergine...

Sì, ma ancora per quanto?, si chiese Ran con angoscia. Tra i sayanni tutti, maschi e femmine, erano dotati alla nascita di una membrana assai tenace, che pur non ostacolando le altre funzioni corporee impediva validamente l’accoppiamento fino alla sua rimozione. La cultura sayanni aveva visto in ciò un disegno divino e aveva fatto dell’illibatezza un valore assoluto. Solo il matrimonio, unico e indissolubile, giustificava la rimozione dolorosa di quell’impedimento, e ciò avveniva nella massima ritualità. 

Per questo i sayanni vivevano in una società totalmente paritaria, in cui le differenze sessuali erano solo funzionali alla prosecuzione della specie. Di qualsiasi casta fosse, un sayanni era tenuto a mostrarsi integro nel rispetto dell’antico ideale, e integro anche dal punto di vista fisico: non era difficile scoprire un disonorato che avesse perso l’illibatezza al di fuori delle regole, visto che in una cultura dall'erotismo abolito non si dava poi molta importanza alla promiscuità e alla nudità: uomini e donne non sposati si comportavano come individui asessuati e condividevano senza problemi gli stessi luoghi in cui vivere, lavarsi e compiere le proprie necessità fisiologiche.

Ran sapeva che le cose rare interessano più delle usuali, e quindi diventando schiavo avrebbe perso la sua benamata membrana, prodotto assai richiesto da femmine ormai disonorate, e dalla notoria perversione kelith. E Chat aveva avuto ragione, alla schiavitù ci stava andando assai vicino. Non c'era misericordia per chi faceva bancarotta nella Comunità. Il prezzo di ciò era un risarcimento salato a cui in genere non si poteva far fronte; e allora, inesorabilmente, sarebbe stato venduto ogni bene del fallito... compreso il fallito stesso.

Per tutti i demoni! Mi deve sempre andar tutto storto? pensò Ran, rabbiosamente. Ed entrò nella Grande Casa, fresca e silenziosa come sempre.

Passò per l'Atrio delle Informazioni, dove uno dei misteriosi Marjaban dalla pelle nera aspettava i clienti, con l'aria più paziente del mondo. Innumerevoli targhette erano appese alle pareti, con qualche parola, qualche simbolo che elencavano il contenuto: il testo era scritto sul retro, ma per leggerlo bisognava pagare, tanto più salato quanto era buona l'informazione. Erano note degli altri pirati vendute ai Marjaban, con garanzia di veridicità. I Pellenera decidevano il prezzo d'acquisto e di vendita, e non c'era spazio per contrattare. Del resto in genere i prezzi erano onesti, proporzionati alla ricchezza di dettagli delle informazioni. Una volta Ran aveva provato a vendere qualche notizia, ma il Marjaban gli aveva dato solo qualche spicciolo...

"Non è mestiere per te, sayanni. Queste notizie valgono molto poco, e tu rischi tantissimo: se qualcuno più matto di te volesse usarle e non le trovasse giuste, avrebbe tutto il diritto di ucciderti."

Nemmeno come informatore quindi Ran valeva molto. E sapeva benissimo il perché: un guerriero di bassa lega com'era lui, tale per diritto di casta, non aveva la cultura, l'eloquenza e la sapienza necessaria... non per nulla la maggior parte degli informatori di professione apparteneva alla casta dei t'yr, i saggi sayanni; oppure erano mercenari kelith, che erano liberi dai vincoli di casta ed apprendevano il mestiere in una scuola.

In molte cose i kelith erano superiori ai sayanni. Intollerabile! Quei deboli pervertiti pellebianca, dalla forza fisica nemmeno lontanamente paragonabile a quella del popolo azzurro, erano però i loro più mortali nemici. Dove le loro flaccide braccia non arrivavano, giungevano le macchine ingegnose che costruivano. Davano molta importanza alla sapienza, anche se poi la riservavano ai loro aristocratici depravati. Per un solido sayanni di montagna come Ran, essi costituivano nient'altro che una razza di topi...

Doveva essere per quello che lui sceglieva sempre obiettivi kelith: li riteneva più facili. E proprio la sottovalutazione delle sue vittime era la causa principale dei suoi fallimenti.

Ciò nonostante, cocciutamente, si apprestava all'ennesima impresa in Kelitha. Contò le sue monete e comprò un'informazione da poco prezzo: semplicemente la posizione di un grosso incrocio di strade, da cui era probabile intercettare il passaggio di qualche carro di merci. Quindi passò alla sala del Vortice. Non c'era nessuno davanti a lui, quindi il Marjaban di turno lo invitò subito ad entrare ed a mettersi all'interno del Cerchio.

"Dove vuoi andare?"

Ran nominò la posizione. Il Marjaban andò a studiare una gran mappa del mondo, seguendo delle linee con il suo indice nodoso e nero. Annuì, controllò le sue numerose clessidre, fece dei calcoli e quindi sentenziò il prezzo.

Ran deglutì.

"Prelevalo dal mio conto," disse, pregando di aver denaro bastante.

Il Marjaban controllò le sue tavolette, trovò quella di Ran, la contemplò con interesse.

"Hai fondi solo per un'altra missione oltre a questa. Dovrò avvertire Mastro Kurmaji, secondo le regole. Sarai convocato al ritorno. Possano gli dei darti un ricco bottino, poiché manca poco alla chiusura della stagione e alla presentazione dei bilanci delle squadre."

"C'è altra gente nei guai?"

"Molte piccole squadre, che sono più facilmente in difficoltà; ma anche qualche grande che ha assunto troppa gente e ora è sotto in liquidità." Lo sguardo ambrato del Marjaban si fissò in quello di Ran. "Ma è più facile per una grande squadra risollevare le proprie sorti. E il rischio è uguale per tutti i caposquadra, che abbiano o no tanti dipendenti. Tu poi non ne hai nemmeno uno..."

"Meglio soli che male accompagnati."

"Ognuno è libero di scegliere la propria strada per l'inferno," replicò tranquillamente il Marjaban. Diede a Ran il sacchetto con la Polvere, l'ingrediente indispensabile per il ritorno, e cominciò ad agitare le braccia, cantando la solita nenia.

E Ran vide tutto diventare nero, ma non si sgomentò. Si chiese se quell'oscurità potesse essere un buon simbolo per il suo futuro. In Sayanna gli avrebbero schiacciato la testa con il Grande Martello in quanto disertore. In Kelitha l'avrebbero destinato alla tortura per diletto di qualche ricco. A casa lo aspettava Mastro Kurmaji con la sua quieta minaccia di schiavitù...

Chat aveva ragione: era uno stupido orgoglioso. Ma Teji non l'avrebbe mai riassunto con vergogna.
Mai! 



 

 

 *

 

 

 

 

 

"È la terza festa del genere che Unari deve organizzare," commentavano salacemente alcuni ospiti nei favolosi giardini della residenza principesca di Shana, con le loro siepi curate all'inverosimile, i selciati a mosaici luccicanti, le garrule fontane che rinfrescavano l'aria già molto calda. La musica di abili suonatori si fondeva con il fruscio delle foglie dei cespugli di spezie.

"Questo è l'ultimo figlio della sua Prima tra le Prime," rispose qualcun'altro, indicando con quel termine la moglie principale. "Dopo di lui, Unari dovrebbe cercare un erede tra i cadetti... i figli delle sue schiave!"

"E questo non sarebbe molto onorevole," ribattè qualche voce.

"Come siete crudeli a spargere questi pettegolezzi!" esclamò un anziano ambasciatore. "Non è colpa di Unari-shir se i suoi eredi diletti sono morti, né la sua Prima tra le Prime ha lesinato gli sforzi per generare altri maschi. Tre eredi sembravano garanzia sufficiente per il nostro anfitrione, ma vedete come va il mondo... ora tutte le speranze di Shana sono riposte in quel principe laggiù."

E indicava l'erede, dalla caratteristica età indefinita dei nobili kelith: una figura dalla bellezza classica che molti guardavano con ammirazione. Il corpo era snello, agile e ben costruito, il volto giovane e maturo ad un tempo. Gli occhi erano penetranti, severi, specchio di intensi insegnamenti. Il suo autocontrollo era formidabile, i suoi pochi movimenti pieni di grazia.

"Si dice che sia un adepto della dea El," mormorò qualcuno. E c’era del timore in quella voce, perché ormai i templi della Misteriosa erano pressoché deserti, e ben pochi osavano apprendere il segreto di quel culto.

"Avrà ucciso lui i suoi fratelli?"

"Unari l'ha messo sotto inchiesta, ma l'ha scagionato..."

"Avrebbe avuto il coraggio di condannarlo?"

"Unari? Lui? È spietato con tutti. Ha fatto impalare un suo cadetto per aver insultato il precedente erede..."

"Sì, che voleva possedere sua madre!"

"Ma tanto non era che una schiava, no? Unari la poteva regalare a chi gli pareva, anche a suo figlio."

"Era suo figlio anche il cadetto."

"Ma un erede è infinitamente superiore! Di cadetti ce ne sono tanti, tutto sommato..."

"Quel ragazzo ci ha messo tantissimo, a morire..."

"Oh, sì. Uno spettacolo affascinante, lo ricordo benissimo."

L'indifferenza all'atrocità da parte dei nobili kelith era uno dei loro normali attributi, assieme all'albinismo accuratamente preservato nei secoli. Pelle quasi trasparente, occhi rossi e capelli bianchi erano segni distintivi della classe dominante di Kelitha, uno dei due vasti continenti del mondo da sempre in guerra contro l'altro, Sayanna. Per quello i sayanni dipingevano di bianco le effigi dei loro demoni.

Ma Deyan-shir, nuovo erede al trono di Shana, sapeva che ovunque nella sua terra sarebbe stato riconosciuto e onorato come nobile, invidiato dalla maggioranza degli altri kelith che erano sì di pelle chiara, ma con chiome ed occhi pigmentati. L'albinismo era un carattere recessivo che si trasmetteva alla progenie solo con matrimoni all'interno della casta. C'era stato un tempo in cui si era temuto che in questo modo la nobiltà kelith si sarebbe degradata col tempo. Ma non era stato così: l'unica debolezza di un albino kelith stava nella sua vulnerabilità alle radiazioni. La vigoria nascosta in Deyan non aveva nulla da invidiare a quella di un contadino abbronzato.

Unari lo guardava con orgoglio e dubbio insieme. Era talmente diverso da tutti gli altri suoi figli! Rassegnato al suo ruolo di terzogenito e quindi lontano dal potere, non aveva condiviso la passione per gli intrighi di tutta la sua famiglia: si era dedicato alle discipline e ai culti antichi rimanendo appartato nella sua ala di palazzo, con poche scelte compagnie. Una catena di tragedie ora lo portava ad essere il futuro principe di Shana, importante principato centrale tra i dodici in cui Kelitha era divisa. E Unari scopriva di non conoscere affatto quel figlio riservato e silenzioso...

Però prometteva bene. Aveva una maestà innegabile, il gusto per la semplicità che distingueva i veri nobili kelith di antico rango, e l'eleganza che impressionava doverosamente gli ospiti del principe. Si era vestito con una finissima tunica ricamata bianco su bianco, dalle maniche fluenti e stretta in vita da una duplice cintura. Al collo portava la lunga collana di opali che faceva parte del costume principesco, ma di questo aveva disdegnato il diadema piumato: i suoi capelli bianchi ondulati erano semplicemente legati in una coda sulla nuca. Portava i tradizionali calzoni legati stretti alle caviglie, e calzava leggeri mocassini da scherma al posto dei sandali ingioiellati dei suoi pari. Se ne stava a gambe incrociate sui cuscini del suo trono, sorridendo lievemente, accettando l'omaggio degli ambasciatori con naturalezza.

"Sarà un buon principe per Shana, mio signore."

Una voce femminile, l'unica possibile, accompagnò le riflessioni di Unari. Era la sua Prima tra le Prime, l'unica donna che poteva uscire dalla reclusione della shanda, sia pure pesantemente vestita e mascherata: di lei solo i capelli candidi e la bocca dipinta di un rosso violento si mostravano, secondo la ferrea tradizione kelith.

"Ovviamente, ora che è erede devo regalargli una shanda degna di lui," disse Unari. "Gli ho comprato dodici albine di pura razza, e un ragazzo sterile. Glieli porterò stanotte." Tossicchiò. "Il suo maestro mi dice che ormai si è impratichito alla perfezione nelle pratiche sessuali, ma che non mostra particolare predilezione per l'una o l'altra. Difficile dunque fargli il regalo giusto..."

"Hai comunque scelto bene, mio signore."

"Alcune ragazze sono vergini... nel caso che Deyan abbia anche questo gusto." Rise. "Una volta gli ho regalato una sayanni, e il suo maestro mi ha detto che si è dato da fare parecchio con lei."

"Di solito mio figlio non si diletta nella tortura, ma forse una nemica ha acceso in lui il giusto desiderio del dolore," replicò la Prima tra le Prime.

"A me personalmente rivolta l'idea di toccare un barbaro sayanni... ci sono i carnefici per questo." Unari fece una smorfia di disgusto. "E per la tortura preferisco avere prigionieri maschi, durano di più e resistono meglio di noi kelith al dolore." Un sospiro. "Ma Shana non è sull'Oceano, e gli schiavi sayanni li dobbiamo comprare a caro prezzo. Ne ho tenuto da parte uno per il festino di stasera, ma è l'ultimo che ci rimane..."
        "Povero marito mio," mormorò la Prima tra le Prime, con comprensione. "Speriamo nel prossimo assalto delle nostre flotte."

 

 

 

 

Deyan parlava con gli ambasciatori. Ascoltava gli anziani nobili di Itka, e Kayumi, e Deera, ed altri lontani principati kelith.

"Com'è la vostra terra?" chiedeva loro. 

Per tutta la vita non aveva visto che la bellezza desertica di Shana, e la striscia verde del fiume che lambiva i gradini del Tempio Segreto. Sapeva perfettamente cosa ci fosse oltre i confini della sua patria, ma non l'aveva mai visto con i propri occhi, sperimentato di persona...

Com'era il vento dell'Oceano sul volto? 

Cosa si provava ad essere sulla vetta di un'alta montagna?

Com'erano le città del Grande Nord?

Qualcosa in lui anelava alla libertà, e gemeva per averla perduta con quell'elezione a erede. Dietro alla sua espressione accuratamente controllata sognava sulle parole e le descrizioni degli ambasciatori: uomini saggi che avevano molto viaggiato, e sulle cui spalle poggiava l'armonia fragile tra i molti principati kelith.

Fare l'ambasciatore... ecco quale sarebbe stato il suo futuro preferito! Ma ora era un erede al trono. Finiti dunque i suoi studi profondi, le ore da trascorrere in lunghe letture, in esercizi fisici e mentali. E forse finite anche le sue cerimonie segretissime al Tempio, a cui il vecchio Krsyl lo aveva iniziato ancora giovanissimo. Un abisso di noia minacciava di aprirsi davanti a lui per inghiottirlo per sempre.

Quella sera assistette senza battere ciglio alla conclusione della festa, mentre attorno a lui i nobili assaggiavano delicatezze e assaporavano, chi più chi meno, le urla disperate del sayanni torturato a morte davanti ai loro occhi. Unari fu complimentato per la lunghezza e la squisitezza dello spettacolo, ma l'impassibilità dell'erede non mancò di suscitare qualche commento. Ma come, nemmeno un brivido di piacere nascosto? O di sano orrore? Il dolore in fin dei conti non era che un'altra delle cento spezie della cucina kelith... il dolore degli altri, beninteso, almeno in pubblico; ognuno poi nella sua shanda faceva quel che voleva per procurarsi piacere.

E Deyan provò di tutto per ottenerlo nella notte che trascorse con il dono paterno. Passò ore a scegliere le schiave più di suo gusto, le possedette, le fece possedere e si fece possedere, in tutti i modi più o meno gentili, dettati da tradizione o esperienza o pura inventiva, guardando, subendo, partecipando...

La mattina dopo si presentò al padre, in udienza privata, con l'insoddisfazione scritta in faccia.

"Padre mio, ti ringrazio del tuo dono."

"Hai scelto la tua Prima tra le Prime?"

"No."

"Come?" chiese Unari, alzando le sopracciglia con stupore. "La tua shanda non è forse di tuo gradimento?"

"Lo è, ma non posso goderla appieno, poiché il mio vero desiderio è un altro... Perdonami se ti sembro ingrato, ma sono qui a pregarti di esaudirmi. Poi, ti giuro, non ti chiederò più nulla."

"Cosa desideri dunque?"

"Viaggiare, padre. Per l'ultima volta, prima di restare a Shana per il resto dei miei giorni, così come richiede la nomina a erede. Desidero vedere il più possibile di Kelitha, prima di diventare principe reggente."

"Strana richiesta," mormorò Unari.

"Ti prego, padre!" esclamò Deyan, unendo le mani davanti a sé in un gesto di implorazione. "Ti assicuro che anche il benessere del principato è nei miei pensieri. Come ambasciatore potrò rendermi conto del potere dei nostri vicini e potrò conoscerli di persona. Devo vivere il mondo sulla mia pelle, perché anche i libri migliori non possono dare questa consapevolezza. Sarà il mio primo e ultimo viaggio fuori da Shana..."

Unari si sporse dal suo trono, fissò il figlio.

"Cosa ti manca qui, Deyan?"

"Non lo so, padre," rispose lui, con viva sincerità. "È quel che spero di capire."

Quella risposta commosse il principe, che sorrise.

"Ah, sì, sono stato giovane anch'io!... Sì, capisco il tuo desiderio. Ed è vero che quest'esperienza potrà esserti utile quando salirai su questo trono. Hai il mio permesso."

Una luce di gioia accese lo sguardo del giovane, e Unari pensò: In fin dei conti agisce come un uomo, ma ha ancora il cuore di un ragazzo.

"Ti farò preparare le credenziali come mio ambasciatore, e ti do cento giorni per il tuo viaggio. Avrai anche una scorta armata, perché gli attacchi di questi misteriosi predoni che scompaiono nel nulla stanno diventando ogni giorno più sfacciati. Prova a vedere se qualcuno sa da dove vengono. Parlane con gli altri governanti, e chissà che non si possa trovare una strategia comune per debellarli. Che questa sia la tua missione ufficiale, Deyan-shir!"

L'erede annuì, ma dentro di lui non c'era nemmeno un pensiero per quei predoni. L'unica cosa che contava per lui era viaggiare e liberare il suo spirito d'avventura...

E presto vi sarebbe riuscito.

 

 

 

 *

 

 

 

 

 

La stanza in cui Kurmaji, capo dei Marjaban, riceveva gli ospiti della Comunità era come l'interno di un forziere: interamente foderata di nobili legni rossi, addobbata con arazzi dai disegni piacevolmente astratti, con cuscini in pelle rara e bruciaprofumi d'oro massiccio. Egli si faceva sempre trovare seduto su un rarissimo tappeto dell'antichità kelith, con un vassoio accanto dove fumavano due minuscole tazzine di liquido aromatico, e una pipa dal lungo cannello tra i denti. Non c'erano segni su di lui che lo indicassero come capo, non richiedeva cerimonie particolari, e non aveva nemmeno guardie armate alla porta.

Ma tutti sapevano che era lui il vero capo della Comunità, il detentore del potere. Un capo dalla correttezza ineccepibile, dalla moderata avidità e dalla squisita cortesia. Nessuno gli avrebbe torto un capello, o avrebbe mai rubato le sue ricchezze: i membri della Comunità ammazzavano chi rischiava di offendere i Marjaban.

Ran lo salutò con sospettosa cortesia. Non si sarebbe mai abituato a quella gente, così diversa dalla sua, e dai suoi tradizionali nemici, i kelith. Erano così strani, i Marjaban! Avevano la pelle nera, con lineamenti schiacciati. C'erano poche donne tra di loro, ugualmente strane, che si adornavano in maniera bizzarra e parlavano una lingua sconosciuta. Nel tempo il loro gruppo non era mai cresciuto in maniera significativa. Controllavano le nascite, o erano una razza in via d'estinzione?

"Accomodati," invitò Kurmaji, indicando un grosso cuscino davanti a lui. Ran si sedette con un sospiro, accettò ritualmente una delle due tazzine di infuso e la sorseggiò. Mentre beveva occhieggiò la tavoletta posata sul basso tavolino: non sapeva leggere molto bene, ma riconosceva l'ideogramma del suo nome.

Kurmaji sembrò aver notato quello sguardo, poiché sospirò pesantemente e disse: "Avrei voluto invitarti qui per un motivo più gioioso, Ran."

"Non sono stato invitato, sono stato convocato."

"Dobbiamo discutere di questo problema da esseri civili e senzienti." Kurmaji sorseggiò il suo infuso. "Non fa piacere a nessuno, credimi, doverti dichiarare fallito ed esporti sul banco degli schiavi."

"Farà piacere a Teji. Esclamerà davanti a tutti: ecco, lo sapevo che finiva così. E la libera iniziativa andrà a farsi friggere."

"Teji ha cominciato da zero, Ran, esattamente come te. È stato più abile o fortunato, ecco tutto. Per mantenere la libera iniziativa, come dici tu, occorre pagare un prezzo: eliminare chi non è in grado di creare un'impresa redditizia."

Ran sospirò.

"Esaminiamo i tuoi conti," continuò Kurmaji, prendendo la tavoletta. "La tua situazione è tra le più critiche che abbia mai visto. La tua ultima caccia..." Scosse la testa, "Ma via, Ran! Che razza di bottino hai portato alla Cassa?!"

"Ho portato quello che ho trovato!" sbottò il sayanni.

"Meloni!" Kurmaji nascose a fatica un sorriso. "La frutta non è bottino ideale per un uomo solo. Le grandi squadre esperte in questo genere di razzie portano via interi raccolti, e tu cosa speri di ottenere da due kontar di meloni?!"

"Ho atteso tutta la giornata il passaggio di qualche ricco mercante!"

"Magari un orefice?" Kurmaji emise un borbottio dal ventre, un inizio di risata. "E quanti orefici pensi che transitino in un trivio di campagna?"

"Erano grandi strade! Così diceva l'informazione, ed era giusta. Ma non è passato nessuno, o quasi..."

"Erano grandi strade perché i kelith costruiscono grossi carri per i raccolti. Se tu avessi speso un po' di più, o fatto tesoro delle tue esperienze, sapresti che la regione che hai scelto, Saatka, è una delle più povere di Kelitha e vive di sola agricoltura."

Le gote di Ran divennero violacee per l'imbarazzo.

Kurmaji voltò la tavoletta verso di lui, mostrando i simboli fitti che la ricoprivano. "Leggi in fondo la cifra che rimane al tuo fondo, dopo il ritiro dei meloni da parte della nostra Cassa."

"Ma che prezzo basso mi avete fatto!"

"Il prezzo d'acquisto corrente."

"E che direste di darmi un anticipo sulle future entrate..."

"Quali entrate?" chiese il Marjaban, amabilmente. "Sei già ben dentro il tuo minimo scoperto, Ran."

"Il mio valore come schiavo vergine," annuì amaramente il sayanni.

"Il capitale che hai versato se n'è andato da un pezzo."

"Mi resta dunque soltanto una possibilità..."

"Anche applicando la minima tariffa possibile, un viaggio di andata e ritorno azzererebbe i tuoi fondi." Kurmaji aspirò un po' di fumo dalla sua pipa. "È per questo che sei stato convocato. Puoi scegliere di andare a stabilirti in qualche luogo di Sayanna e non tornare più: in tal caso scamperesti dal destino di schiavitù che ti aspetta qui. Hai soldi più che sufficienti per la fuga."

Ran mostrò la propria indignazione.

"Anche tu, Mastro Kurmaji, mi giudichi spacciato prima del tempo. Ho ancora una possibilità, e la userò come mi pare e piace. In quanto a tornare in Sayanna..." Ran sospirò. "Era la mia casa, ma sai che ho le mie buone ragioni per esser stato qui fino ad adesso."

"Una ragione assai pesante," annuì Kurmaji, con tiepida ironia. 

Ran scosse la testa. "La memoria lunga della giustizia sayanni è proverbiale. E poi il fatto di essere divisi in caste rende quasi impossibile per un condannato scampare alla punizione. No, non posso fuggire... e non voglio fuggire. Andrò fino in fondo alla mia strada."

Ci fu un lungo silenzio, e poi la voce di Kurmaji salì, stavolta senza alcuna ironia.

"Sei un uomo coraggioso, Ran." Il Marjaban si inchinò lievemente. "Hai tanti difetti, ma non la viltà. Ti rendo onore."

Ran sorrise brevemente a quelle parole, un lampo d'orgoglio brillò nei suoi occhi. Capì che l'incontro era finito, e si alzò dal suo seggio, inspirando profondamente. E fece per andarsene, ma la voce di Kurmaji lo raggiunse sulla soglia.

"Il tuo coraggio non ti faccia dimenticare come stanno le cose. Ricorda che hai una sola possibilità. Giocala bene, o tra poco sarai sul banco degli schiavi."

 

 

 

 *

 

 

 

 

 

La prima, naturale tappa del viaggio di Deyan non poteva essere che Itka, potente principato che confinava con Shana. Era più vasto e ricco di risorse di quest'ultima, e una volta le era stato nemico; ma era ormai storia passata.

Deyan era giunto alla capitale a capo di una carovana immensa: Unari non aveva badato a spese pur di dare al suo viaggio il giusto prestigio. Benché l'erede amasse disperatamente l'aria aperta, aveva dovuto entrare in città su un palanchino, dagli ampi tendaggi che l'avevano protetto dai raggi solari. E anche così, il riverbero della luce gli aveva irritato gli occhi, nonostante li avesse protetti sin dall’alba con una leggera maschera di cristallo verde. Ma aveva dovuto togliersela e farsi ammirare dalla gente di Itka, in pieno giorno e a testa scoperta secondo la consuetudine, affinché tutti vedessero che era un nobile.

Era stata la prima volta che Deyan aveva sentito il suo albinismo come una menomazione. La persone comuni, con le loro teste multicolori e gli occhi dalle iridi scure, l'avevano osservato con invidia: non sapevano quanto lui avesse invidiato loro, liberi di andarsene a piacimento senza dover sempre attendere la penombra della sera...

Assieme a lui erano giunte alcune sue sorelle, che Unari aveva deciso di regalare alla shanda di Estsen, il principe di Itka. Deyan non le aveva mai viste, ma poteva immaginare com'erano: bianche, eteree bellezze adolescenti, addestrate fermamente nella convinzione di non essere nulla di fronte a un uomo. Le loro madri si erano vergognate di partorirle; erano state cresciute nel chiuso della shanda, poi la Prima tra le Prime aveva giudicato spietatamente la loro bellezza, da cui sarebbe dipeso il loro destino: alle fanciulle albine non si poteva perdonare la bruttezza. Per le sfortunate (o fortunate, forse) c'era la morte, rapida e indolore. Ma chi poteva commuoversi al loro destino? Non erano che femmine.

Se non fosse stato per il fatto che i maschi erano bene accetti a prescindere da ogni bellezza, gli albini kelith si sarebbero somigliati tutti come fratelli. Ma Estsen era diversissimo da Deyan. Era basso e tarchiato, con un volto squadrato a cui il taglio arruffato dei capelli, in quel momento di moda, dava un'aria sciatta e volgare. Uomo non più giovane, si vestiva in maniera sfarzosa come un pavone del deserto, e aveva un patrimonio di gioielli addosso che scintillavano a ogni suo movimento. Accolse l'ospite dalla sua immensa balconata drappeggiata a festa, stando seduto su un trono pomposo con candide fanciulle avvolte in veli che lo servivano.

Deyan restò sconvolto a quella clamorosa mancanza di educazione: schiave fuori dalla shanda ed esposte agli sguardi di tutti! Ci volle il suo sublime autocontrollo per non rivelare il suo disgusto.

"Benvenuto nella mia casa, giovane ambasciatore," esordì Estsen aprendo con ostentazione le credenziali che una delle guardie gli aveva recato.

Altra grave leggerezza: Deyan non era poi così giovane da poter essere trattato con condiscendenza, ed essendo un erede al trono avrebbe meritato la citazione del suo intero nome nobiliare.

"Sono Shana-iban-Unari Deyan-shir," proclamò, ovviando a quella mancanza, ma dentro di sé pensò: Dunque tutta l'educazione che mi è stata impartita non è che un codice vano di comportamento, se un principe potente non lo segue nemmeno? "Ti porgo il saluto fraterno e sincero del mio signore e padre, Shana-iban-Vayua Unari-shir, principe di Shana e membro dell'Augusto Consorzio. Ti ringrazio della tua ospitalità e ti chiedo rispettosamente di accettare i doni che ho recato appositamente per te."

Fece un gesto, e i servi cominciarono a posare a terra rotoli di stoffe pregiate, contenitori di spezie rare per cui Shana era famosa, penne variopinte degli uccelli del deserto; quindi le guardie posarono i palanchini delle sorelle di Deyan.

Due grassi eunuchi vestiti in modo sgargiante si avvicinarono ad essi, per controllare che contenessero effettivamente delle donne e non degli assassini. La grossolanità di quell'ispezione era al limite della decenza. Ma naturalmente Deyan non aveva nulla da nascondere, e infatti gli eunuchi diedero degli ordini e i servi di Estsen presero in consegna i palanchini, portandoli verso i cancelli della shanda. L'erede sospirò pensando con un pizzico di pietà alle sue sorelle, che avrebbero trascorso la vita al servizio di quell'individuo crasso. Poi ricordò che nella propria shanda doveva esserci una delle svariate figlie di Estsen... sì, ma chissà chi era...

"Ah, delle nuove schiave. Ti ringrazio, Deyan-shir. Hai visto, Tasia? Provvedi a prepararmi quelle ragazze per domani."

Si era rivolto alla sua Prima tra le Prime, che era uscita dall'ombra del colonnato, in un frusciare intenso del suo immenso mantello luccicante.

Deyan restò folgorato da quell'apparizione.

Si poteva credere che un nobile kelith fosse incapace di ammirare una donna, avendo la shanda a disposizione, e non potendo incontrare altre albine al di fuori di essa, se non le altrui Prime tra le Prime, pesantemente vestite e mascherate. Ma l'informe massa di stoffa che avviluppava Tasia non poteva nascondere la grazia del suo passo, qualcosa di misteriosamente sensuale che colpì la fantasia più segreta di Deyan.

"Mio signore, è giunto dunque il tuo ospite?"

Quella voce... dal tono profondo e tenero. E quelle labbra di corallo, lucide del tradizionale rossetto, assolutamente perfette, che quasi danzavano nel pronunciare le parole...

"Eccolo, Tasia; il nobile ambasciatore di Shana, un ospite molto speciale: è Deyan-shir, l'erede al trono, in viaggio per Kelitha alla ricerca dei misteriosi predoni dal Nulla."

La donna si voltò verso Deyan, fingendo di averlo visto solo in quel momento. Per un lungo istante gli parve che lei lo studiasse, da dietro quell'impenetrabile maschera.

Poi la sua voce uscì di nuovo, calda come il vento del deserto. "La corte di Shana ha fama di essere raffinata ed elegante, nobile Deyan-shir. Faremo il nostro meglio per esserne all'altezza."

"Ti prendi gioco di me, nobile signora. La corte di Itka è di molto superiore alla mia per magnificenza e splendore."

Era riuscito a mantenere la voce impassibile? Ah, se avesse potuto comprare quella donna! Ne avrebbe fatto la regina della sua shanda e non se ne sarebbe mai stancato...

"Sarai stanco dopo questo viaggio, Deyan-shir." La voce di Estsen lo trasse a forza dalle sue fantasticherie. Il principe richiuse le credenziali, sorrise. "Ho destinato uno dei miei quartieri a te e al tuo seguito. Festeggeremo degnamente il tuo arrivo e parleremo della tua missione stasera, quando i nostri soli tramonteranno e ci lasceranno alla frescura della sera."

Ci sarà anche lei? si chiese Deyan, guardando con la coda dell'occhio Tasia che si allontanava. E si stupì che una donna simile potesse appartenere a un uomo così grossolano come Estsen. Lui non la meritava affatto!

Un pensiero oltraggioso, assolutamente folle cominciò a penetrare nella sua mente, il desiderio insano di avere quella donna per sé. Era un proposito scandaloso, perché Tasia era la Prima tra le Prime, una donna intoccabile di cui Estsen era giustamente e spaventosamente geloso. Tutta l'educazione di Deyan, tutte le leggi scritte e non scritte vietavano anche solo formulare un simile pensiero...

Nondimeno, proprio perché il suo essere anelava a qualcosa di impossibile, sentiva una strana passione impadronirsi della sua anima. Tutto gli parve improvvisamente più vivido, più splendido intorno a lui, il suo cuore si dilatò pompando più sangue, l'aria sembrò più ricca e fece divampare il suo fuoco interiore.

Era la vita che finalmente lo chiamava.

Battè le palpebre e si rese conto che solo un istante era trascorso, e che nessuno si era accorto di cosa gli era successo nel frattempo. Ma l'uomo che si inchinò a Estsen e seguì i suoi intendenti non era più quello che era giunto dal deserto.

Chi era, non lo sapeva neppure lui.

 

 

 *

 

 

 

 

 

C'era sempre una parte della notte che vedeva addormentati sia gli albini che i kelith comuni. Le fresche ore prima dell'alba invogliavano al sonno, nel silenzio totale della città.

Tutti dormivano nel palazzo di Estsen. Tutti, tranne Deyan, che aveva partecipato alla festa con compassato piacere, moderato nel cibo e nel vino, senza approfittare delle candide ragazze che l'anfitrione gli aveva gentilmente offerto. La corte del principe aveva giudicato quell'atteggiamento come una dimostrazione di solenne temperanza da parte del futuro principe di Shana, forse un po' eccessiva; ma ad ogni buon conto nessuno aveva avuto da ridire al proposito.

E Deyan era riuscito perfettamente a dare di sé l'immagine voluta: un uomo all'antica, gelidamente superbo della propria educazione gentilizia, capace di guardare all'intemperanza altrui con un cenno appena rilevato delle bianche sopracciglia.

Se Estsen avesse solo immaginato che, dietro a quell'impassibilità, il suo ospite aveva studiato attentamente il suo palazzo, gli ingressi e le finestre, secondo la propria educazione militare...

E ora, se qualcuno avesse visto Deyan non avrebbe creduto ai propri occhi. Avrebbe creduto piuttosto in una visione.

Invece l'erede al trono di Shana era là, aggrappato ai cornicioni intagliati, vestito completamente di nero, con un cappuccio che celava i suoi capelli bianchi, un rampino fasciato di seta in una mano ed una corda nell'altra. Il suo corpo addestrato da duri insegnanti metteva in pratica i lunghi cicli di allenamento in quell'assurda prova di coraggio. Provava una sensazione unica, esilarante, mentre lasciava che il suo corpo si muovesse da solo avanzando a mezz'aria, ad altezza considerevole, verso le finestre più proibite del quartiere di Estsen.
      Dopo la prima, inevitabile incertezza, un'incosciente felicità aveva preso possesso di lui. Non si era mai sentito tanto vivo, in tutta la sua esistenza da recluso nelle mura dorate di Shana. Era quello che aveva cercato, chiedendo al padre di viaggiare? 

Una delle guardie di ronda svoltò nel colonnato, sbadigliò. Deyan restò appeso con una mano al cornicione, perfettamente immobile, senza nemmeno respirare. Solo quando la guardia scomparve nel suo giro di ispezione egli si mosse, balzando con agilità felina su uno dei balconi sottostanti.

Aprì la finestra senza il minimo rumore. Dentro lo accolse un buio quasi totale. Sentì l'odore dell'aria e lo riconobbe: il lieve sentore d'urina che emanavano gli eunuchi, a cui i kelith mozzavano anche il pene: in questo modo soffrivano perennemente di incontinenza. Ma tale era l'ossessiva gelosia dei nobili per le proprie donne che in nessun altro modo avrebbero permesso ad un maschio di vederle... con l'unica eccezione del ragazzo sterile, che comunque era recluso a vita come le schiave e considerato pari loro: uno strumento di piacere.

Deyan sorrise dentro di sé: quell'odore era sgradevole, ma era segno inequivocabile della vicinanza della shanda. Attraversò dunque la stanza in punta di piedi, scavalcando i corpi russanti degli eunuchi. Aprì appena la porta, guardò nel corridoio.

Deboli luci qua e là illuminavano fiocamente un lungo tunnel di arabeschi. Uno degli eunuchi, nel suo sgargiante costume, camminava su e giù nel suo turno di guardia. Deyan seppe così di essere a un passo dal bersaglio, e il suo cuore battè più velocemente. Attese con pazienza che l'eunuco passasse la porta dietro alla quale era appiattato; poi sgusciò fuori, si avvicinò silenziosamente alle sue spalle, gli rovesciò di colpo la testa all'indietro, tappandogli fulmineamente la bocca con una mano mentre l'altra cercava la carotide scoperta. Un'abile pressione, e l'eunuco scivolò a terra privo di sensi.

Deyan gli tolse il grande mantello multicolore e se lo avvolse intorno al capo e alle spalle, nascondendo i propri abiti neri che l'avrebbero tradito. Quindi spinse il corpo esanime nella stanza degli eunuchi e, sempre in perfetto silenzio, richiuse la porta.

Era solo nel corridoio, e non poteva essere altrimenti, perché chiunque non facesse parte della shanda sarebbe stato messo a morte se trovato là dentro. Cominciò a controllare le varie stanze, spiando attraverso le grate degli arabeschi. In una vide diversi corpi femminili svestiti addormentati in mezzo a grandi cuscini, una visione celestiale che tuttavia non suscitò nulla in lui. In un'altra alcune schiave riposavano nei loro letti: non erano state prescelte per quella notte. In un'altra ancora, Deyan vide lo stesso Estsen che russava, beatamente abbracciato al suo ragazzo e a una schiava dalle forme infantili.

Nella stanza successiva vide lei.

Luna di Fuoco, appena sorta, infrangeva la sua luce aranciata contro la grata della finestra, giocando con mille ricami d'ombre sul corpo nudo di Tasia, serenamente addormentata nel suo letto immenso.

Deyan ebbe un tremito interiore, restò a contemplarla benché ciò aumentasse a dismisura il pericolo che correva. Era bellissima, ancor più bella di quanto lui avesse potuto immaginare vedendola vestita. Il suo corpo era perfetto, liscio e ondulato come una distesa di dune; il suo volto abbandonato nel sonno era di squisita dolcezza. I lunghi capelli candidi, non più costretti nell'acconciatura tradizionale, si spargevano sul cuscino in onde setose.

Deyan sapeva che, solo per aver visto quel che aveva visto, avrebbe meritato la più orribile delle morti. Ma volle andar oltre. Entrò nella stanza, si slacciò la larga fusciacca nera che serrava la sua tunica in vita, si avvicinò al letto e con un gesto fulmineo bendò gli occhi della donna.

Lei si svegliò di soprassalto, fece per alzarsi di scatto.

"Che succede?!" esclamò, ma la mano di Deyan, forte e tenera, le premette la bocca per farla tacere, la accarezzò sulle gote di vetro.

Tasia si rilassò, sorrise adorabilmente.

"Ah, sei tu, mio signore... e vuoi giocare ad un nuovo gioco, non è vero?"

Deyan si sentì un ladro, vedendo la cieca fiducia che lei aveva nel suo insulso padrone. E la cosa lo eccitò.

"Perché non parli, mio signore?"

"Ssst," fece lui, posandole un dito sulla labbra. Si strappò di dosso i vestiti, la inchiodò con le braccia al letto per non lasciarsi toccare; quindi affondò dentro di lei, provando il più sublime piacere che avesse mai sperimentato.

E nel turbine dei suoi pensieri si chiese cos'era a renderlo così temerario. La bellezza di Tasia? O la consapevolezza dell'atroce delitto che stava commettendo contro tutte le leggi dei kelith?

"Estsen-shir!" ansimava Tasia, gioiosamente, travolta da quell'ardore, "Oh dei!... Che ti è accaduto?!... Non sei mai stato così con me..."

Deyan si mordeva le labbra per non lasciarsi sfuggire un solo suono. A quel punto non gli interessava più essere scoperto, ma voleva assolutamente che quel piacere non finisse.

"Estsen-shir! Estsen-shir!!!..." gemeva lei, sempre più forte.

E all'improvviso la porta della stanza si spalancò, la luce di una torcia chimica la invase.

"Che succede, Tasia..."

Era il principe Estsen, nudo, ancora assonnato.

Ma i suoi occhi si aprirono di scatto nel vedere la scena orrenda che si parava davanti a lui.

In quel momento Deyan seppe di essere un uomo morto, ma proprio quello spinse i suoi sensi oltre ogni limite: lanciò finalmente un ruggito liberatorio lasciandosi possedere dal suo ultimo, fatale orgasmo, davanti allo sguardo esterrefatto del padrone di casa.

Tasia si irrigidì sentendo quella voce sconosciuta, lanciò uno strillo di puro terrore che si fuse con l'urlo di suprema rabbia di Estsen.

"...Che tu sia maledetto!!!"

Deyan si staccò con riluttanza dal corpo di Tasia, che si dimenava ora come una belva impazzita. Gettò uno sguardo verso la grata della finestra: era saldata al muro. L'unica via di scampo era attraverso la porta. E là c'era Estsen, che urlava come un folle.

Gli eunuchi corsero da lui, affannosamente, tremanti di paura. Estsen li aggredì immediatamente: "Chiamate le guardie armate! Arrestate questo farabutto! Lo voglio vivo, capite? Vivo!..."

"Mio padrone, ma la tua shanda..."

"Non ho più una shanda, maledetti incapaci! È stata violata!"

Estsen lasciò la luce della porta, barcollò nei corridoi.

"Guardie! Entrate pure! Avete il permesso!..." Era con le lacrime agli occhi e la bava alla bocca. "Avete lasciato che uno straniero sputasse sul mio onore, la mia casa, il mio letto!..."

La povera Tasia, innocente, piangeva di vergogna.

"Chi sei, tu che hai osato questo?!..." singhiozzò, disperata. E poi, riconoscendolo: "Oh dei!...Deyan-shir!..."

Lui le sorrise in risposta. Sapeva che ormai non aveva più scampo. Per cui si rivestì con suprema tranquillità, mentre gli eunuchi alla porta lo fissavano sconvolti.

"Mettete a morte tutti questi dormiglioni!" urlava Estsen, inferocito, e le sue urla si sentivano per tutto il palazzo. "Vendete tutte le schiave! Castrate tutte le sentinelle!... Non voglio più entrare in questo luogo contaminato! Prendete quel sacrilego e trascinatelo davanti alla mia ira!..." 

 

 

 

 *

 

 

 

Ran si presentò spavaldamente alla Grande Casa. Aveva contato i propri miseri fondi per tutta la notte. Molti avrebbero passato il tempo pianificando con cura l'ultima missione, ma lui si era reso conto definitivamente di non esserne capace. Non sono un bravo predone, si era costretto ad ammettere davanti ad un capace otre di vino forte. E dopo aver bevuto fino ad addormentarsi, aveva deciso di giocare il tutto per tutto, o meglio di affidarsi al caso e che andasse pure come doveva andare.

Passò attraverso l'Atrio delle Informazioni senza fermarsi, ignorando lo sguardo stupito del Marjaban di turno. Andò alla Sala del vortice, attendendo con impazienza il proprio turno. E quando fu all'interno del Cerchio, alla domanda del Marjaban che gli chiedeva dove voleva andare, egli indicò a casaccio un punto sulla superficie di Kelitha, senza specificare altro. 

Il Marjaban lo guardò con un po' di compassione mentre lo mandava verso l'ignoto che aveva scelto.

 

 

 

 *

 

 

 

 

Nel Recinto Sacro gli enormi avvoltoi ammaestrati stavano sui loro giganteschi trespoli, attendendo il loro turno. Più rapaci di loro, i nobili della corte di Itka osservavano cosa avveniva là dentro, con un'attenzione morbosa, ben coperti dai servi con enormi ombrelli multicolori. Molti mormoravano tra di loro, ancora  sgomentati da ciò che li aveva condotti, così inaspettatamente, in quel teatro di morte.

"Deyan-shir!" aveva tuonato Estsen nell'improvvisata corte di giustizia che aveva seguito quella notte infame. "Voglio sapere perché hai osato commettere un delitto così nefando!... Ti ho accolto nella mia casa come ambasciatore onorato. Eri tenuto a un comportamento decoroso. Eppure con fredda, lucida determinazione hai violato la mia casa, sei entrato nella mia shanda, hai visto la mia Prima tra le Prime, l'hai posseduta!..." La sua voce era salita in un urlo. "Non potrò mai più toccare Tasia senza sentire il tuo odore su di lei! Hai tradito i vincoli sacri dell'amicizia, dell'onore, dell'ospitalità... tu, un principe come me!"

E Deyan, legato con le mani dietro alla schiena, ancora con gli abiti neri della sua impresa addosso, aveva risposto sprezzantemente: "Smettila di urlare, Estsen-shir! È vero, ho commesso un delitto per cui non c'è perdono, e non mi abbasso a chiedertelo. Non inveisco contro il destino, contro gli dei, contro me stesso e contro le nostre leggi. Non piango sul mio fato enumerando ciò che ho perso stanotte. Non grido come un cane ferito e non mi lamento davanti a tutti come un istrione da strada. Siamo ambedue principi, ma sei tu a doverlo ricordare, non io!"

La corte era ammutolita a quell'incredibile impudenza.

Estsen si era calmato di colpo, come se le parole sferzanti di Deyan l'avessero schiaffeggiato in mezzo ad una crisi isterica. Aveva respirato profondamente. E la sua voce era uscita sottile e mortale.

"Va bene, Deyan-shir. Sei bravo ad insegnare a un principe regnante come si deve comportare... ebbene, ti ricambierò il favore, e ti insegnerò a mia volta qualcosa di memorabile."

Tutti avevano compreso cosa intendeva.

"Signore," aveva mormorato il Primo Magistrato, sconvolto, "non possiamo farlo. In una contesa tra principi l'arbitrato è dell'Augusto Consorzio..."

"Taci, vecchio!" aveva urlato Estsen. "Voglio vendicare il mio onore! Chi mi nega questo diritto sacrosanto?!"

Nessuno aveva osato fiatare. Ed Estsen aveva sorriso, con ferocia.

"Anch'io farò l'inconcepibile, Deyan-shir. Ricordando che sei un principe, e che il tuo corpo non può essere toccato dal ferro e dal fuoco."

L'ambasciatore sacrilego era stato accompagnato in un sotterraneo rivestito di tappeti antichi, con corde di seta al posto delle catene, cassette di legno raro con strumenti misteriosi placcati d'oro, e carnefici puliti e ben vestiti come medici. Deyan non aveva mostrato paura, ma un freddo interesse: era la prima volta, a memoria d'uomo, che un uomo della sua stirpe affrontava la tortura invece di assistervi. La lezione che era seguita era stata spaventosa, ed egli aveva scoperto che quelle pratiche crudeli non avevano come bersaglio il corpo: questo era solo uno strumento per raggiungere e distruggere l'anima dentro di esso.

Solo la notte successiva le guardie avevano trascinato fuori quel che restava di lui, portandolo nel Recinto Sacro. L'avevano legato alle colonne dell'altare, a torso nudo, in modo che affrontasse la luce dei soli al loro sorgere appaiati: un supplizio che ogni albino era educato a temere come il più terribile. Una maschera di cuoio gli era stata posta sul viso, affinché non si potesse vedere pubblicamente la sua faccia in agonia. Gli avvoltoi sacri avrebbero aspettato fino alla sera per banchettare sul condannato ancora vivo. Che Unari ardisse protestare per quella morte così atroce, se ne aveva il coraggio!

Deyan aveva atteso l'alba con coraggio e pazienza, senza un lamento, stupito da sé stesso e dalla propria resistenza. Dolore e stanchezza avevano portato il suo spirito a vette di sublime acutezza. Aveva pensato alla sua dea, all'esperienza trascendentale che presto avrebbe fatto.

Quindi erano giunti i grandi nemici degli albini, i due soli. Illusoriamente belli all'inizio. Poi feroci nel loro bagliore appaiato, il grande giallo che scaldava come un forno, il piccolo azzurro la cui luce era un coltello. Deyan aveva sentito per ore quei raggi spietati affondare nella sua pelle trasparente, incendiarla, riempirla di vesciche, lacerarla. Era come essere bruciati vivi molto, molto lentamente...

Che ironia morire a questo modo per una donna, proprio io, un nobile kelith!, pensò alla fine, sull'orlo del delirio. Ma no, non era per Tasia che aveva gettato via la vita: era per il proprio desiderio, per la sua perpetua, sognante insoddisfazione. E conoscere quell'abisso dentro di lui era stato precipitarvi dentro, senza speranza di resurrezione...

Una campana lontana batté un cupo rintocco, soffocato dall'aria torrida e secca.

"È l’ora, nobile signore."

Chi stava parlando, dietro a lui?

"È cosciente? Non ha emesso nemmeno un lamento!"

"Credo che lo sia, nobile signore. Ma è arrivato allo stremo delle forze."

"Non deve morire troppo presto."

Deyan sentì confusamente che gli versavano dell'acqua sulla testa. Mise a fuoco le immagini febbricitanti che vedeva attraverso gli occhi semiaccecati, e si rese conto di fissare il volto ironico di Estsen ad un passo dal suo.

"Bravo, Deyan-shir. Hai resistito meglio di quanto mi aspettassi. Hai dimostrato il diritto divino che noi albini abbiamo a governare Kelitha. Diremo a tuo padre Unari che saresti stato un buon erede per Shana... se solo non avessi amato il sacrilegio più del tuo stesso sangue." Estsen si rivolse ai carnefici. "Lasciatelo qui, e andate fuori dal Recinto. Darò il segnale agli avvoltoi sacri, che mettano fine loro allo spettacolo!"

Deyan fu lasciato solo al centro dello spiazzo. Sapeva che stava per essere divorato vivo, ma non provava alcuna paura: almeno quella era una morte rapida, meglio della lenta agonia sotto quei soli spietati....

Si era fatto un profondo silenzio nel Recinto. Gli avvoltoi scrollarono le penne, innervositi. Insieme a tutti, aspettavano solo il momento in cui Estsen avrebbe preso il suo fischietto dorato per dar loro il segnale di attacco.

Il principe di Itka portò alle labbra quello strumento fatale.

E all'improvviso si udì un torrente di imprecazioni provenire dallo Stallo dei Guardiani. 

"Non ho chiesto nemmeno se sarei arrivato di giorno o no! Dei del profondo, ma dove diavolo sono finito? Con questo buio non vedo nulla..."

Si udì un tramestio dallo Stallo, e poi una figura rattoppata uscì fuori, batté le palpebre alla luce del giorno.

"Sayanni!..." gridò qualcuno, atterrito, e quel grido fu ripetuto da tutti i nobili in un crescendo isterico. Molti si prepararono alla fuga.

"Fermi!" urlò Estsen. "Deve essere uno schiavo fuggitivo!"

Il sayanni riuscì a vedere coloro che lo fronteggiavano. Spalancò gli occhi e la bocca ed esclamò:

"Per Kamoh e Lilia!... Kelith Bianchi!" Si voltò intorno, stupefatto. E soggiunse a voce alta: "Quanti sono?! Ma questo non è un palazzo principesco... che ci fanno qui tutti questi nobili?! E in pieno giorno, per giunta!"

"Guardie, uccidetelo!" urlava Estsen, mentre la sua corte in preda al panico faceva a gara a chi raggiungeva prima i palanchini. E soffiò forte nel suo fischietto.

Il sayanni si vide arrivare contro le splendenti guardie principesche, e reagì impugnando la sua lancia come un'alabarda, gridando: 

"È ancora da nascere il pellebianca che fa paura al grande Ran!"

Aveva invece una paura matta: essere catturato vivo da quei nobili kelith significava qualcosa di ben peggiore della morte! Ma vide che anche i suoi avversari avevano paura di lui: colti alla sprovvista, non avevano recato con loro le consuete diavolerie che si usavano nelle spedizioni contro Sayanna. In uno scontro puramente fisico un sayanni era enormemente avvantaggiato, grazie alla sua superiore forza e resistenza.

Estsen aveva commesso un errore a lanciare gli avvoltoi mentre i suoi soldati cercavano di avvicinarsi all'intruso: diversi uccelli attaccarono infatti costoro, cacciando gli artigli nelle loro schiene e dilaniandoli con i becchi ricurvi. La confusione nel Recinto divenne indescrivibile, mentre al di fuori i nobili fuggivano precipitosamente per mettersi in salvo.

Ran abbatté un paio di avvoltoi e attaccò urlando alcune guardie kelith che, seppur ferite, cercavano ancora di ucciderlo. Il combattimento non ebbe storia e i cadaveri delle guardie giacquero al suolo a far da nutrimento per gli avvoltoi. I grossi uccelli, soddisfatti di quel che già avevano, cessarono ogni attacco e si posarono intorno ai corpi sanguinanti con un tetro frullio di ali.

Tutto era durato soltanto pochi istanti. In quel bizzarro momento di pace, Ran si terse ansimando il sudore dalla fronte e si toccò i graffi che un avvoltoio aveva inciso sulla sua coscia. Si guardò intorno: nessun nemico vivo in vista, erano tutti scappati. Poi osservò i cadaveri delle guardie, chiedendosi come avrebbe potuto cacciare quegli uccellacci per spogliarli delle armi...

Notò solo allora il kelith mascherato legato alle colonne, a poca distanza dal luogo dello scontro. Incuriosito, gli si avvicinò, brandendo con circospezione la sua lancia. Poi vide qualcosa che lo sconvolse: lunghi, bianchi capelli scarmigliati scendevano sulle spalle ustionate del condannato... spalle che non potevano certo appartenere a un vecchio.
      "Dei del profondo!" mormorò, avvicinandosi con maggior decisione. "Adesso torturano anche gli albini, questi pazzi?!"

Si chinò esitando su quella misera figura, le tolse la maschera. Gli occhi intensi, stremati del kelith si aprirono fissandolo a lungo.

"Sei... ancora vivo!" esclamò Ran, stupito. Ed impulsivamente tagliò le corde che lo legavano, sostenendolo con un braccio.

Deyan annuì, senza trovare la forza di parlare. Chi era quel sayanni? Cosa ci faceva un sayanni a Itka? Cos'aveva intenzione di fare?

"Ma tu hai gli occhi rossi. Sei un nobile, dunque!"
       Di nuovo Deyan annuì.

Delle voci si udirono, lontane: altre guardie di Estsen stavano arrivando.

Ran si volse all'intorno, nervosamente. "Non ho molto tempo," disse quasi a sé stesso. "Tra poco circonderanno questo posto, e allora addio... Evidentemente devi essere tu il mio bottino, kelith, visto che non posso portarmi via nient'altro da questo posto schifoso." Alzò le spalle. "Beh, se sei un nobile, avrai pur un qualche valore."

Sollevò Deyan con irrisoria facilità e se lo caricò sulle spalle come un sacco, correndo di nuovo nello Stallo, alla ricerca del posto più nascosto e buio di quel luogo.

Quando le guardie di Estsen giunsero al Recinto, non trovarono più né il sayanni né il condannato a morte. E per quanto cercassero in ogni angolo, non scoprirono nemmeno le loro tracce.

Era come se fossero ambedue scomparsi nel nulla. 

 

 

 

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Capitolo 2
*** Dove si scoprono strane verità ***



Deyan emerse a fatica da uno sterminato vuoto nero nella sua memoria. Aprì gli occhi per un istante, poi li richiuse, sentendo il proprio corpo ancora addormentato. Da quanto tempo stava dormendo? E dov'era?

Con uno sforzo aprì definitivamente gli occhi. Era in una stanza permeata da uno strano profumo dolciastro, con un soffitto basso in cui si apriva un lucernario. Una luce vivida scendeva da esso, mascherata da alcuni vetri colorati; le pareti erano spoglie e imbiancate a calce. Il pavimento era di assi lucide, e una porta massiccia chiudeva l'unica entrata. Unico arredamento, un basso tavolino con del vasellame, un paio di grossi cuscini, e la stuoia spessa che gli faceva da letto.

Si accorse di essere parzialmente fasciato di bende umide, e molte articolazioni erano bloccate da fasce rigide e impacchi. Gli occhi gli bruciavano come fuoco, e un sapore strano, amaro indugiava nella sua bocca. Si sentiva ancora debolissimo, ma tentò comunque di mettersi a sedere. Il movimento lo fece soffrire molto, facendolo desistere.

Forse lo stavano spiando, in quale modo non poteva saperlo; ma non appena si mosse la porta si aprì, e un alto e maturo sayanni entrò con un fruscio della sua veste lunga.

“Ben svegliato, albino.” 

Deyan restò stupefatto a quel saluto da parte di un tradizionale nemico. Vide la tonsura e i tatuaggi sulla sua fronte.

“Sei un t'yr!” mormorò, con voce ancora debole.

“Oh, meno male!” disse lui con evidente sollievo. “Sei lucido, e ci vedi abbastanza per riconoscere la mia casta. Temevo che saresti rimasto cieco.” Si accoccolò accanto al giaciglio. “Il mio nome è Pushpa. Storia e erboristeria i miei talenti. E tu, albino? Chi sei?”

Deyan tacque.

“Non temere,” disse il sayanni, “sei tra gente che non ha alcun interesse a farti del male.”

“Allora non sono in qualche luogo di Sayanna.”

Il t'yr rise. “È questo timore a sigillarti le labbra?”

Deyan distolse lo sguardo, sdegnosamente.

“Dimmi il tuo nome,” incalzò di nuovo il sayanni, “Dobbiamo sapere con chi abbiamo a che fare.”

“Perché? Sai già che sono un nobile kelith, non è abbastanza?”

“La tua prudenza è encomiabile, ma non vogliamo sapere chi sei per strapparti i segreti militari di Kelitha, o giustiziarti dopo aver contato i sayanni che sono stati uccisi davanti a te…”

“Dovrei crederti?”

“Sono un uomo leale, albino.”

“Leale con un kelith?”

“Leale con tutti.”

Deyan studiò a lungo gli occhi azzurri davanti a lui, il gioco delle rughe su quella pelle color del cielo. Quel sayanni sembrava sincero.

“E sia," si decise. "Mi chiamo Deyan-shir, e sono il terzogenito e erede di Unari, principe di Shana.”

Il t'yr ebbe un sussulto, i suoi occhi si dilatarono con un moto di stupore.

“Sì, sono proprio uno dei famigerati principi di Kelitha,” sorrise Deyan con sfida, interpretando l'espressione colpita di Pushpa. “E ho visto molti della tua gente morire davanti a me. Allora, sayanni, sei ancora intenzionato a essere leale con me?”

Pushpa sospirò. “Sì, se non altro perché hai condiviso il destino dei miei conterranei catturati da voi kelith.” Si sporse verso di lui e sussurrò: “Essere torturati in uno spettacolo pubblico!”

Deyan voltò la testa, inspirò profondamente per dominarsi. 

“Ran ci ha raccontato del modo in cui ti ha trovato,” soggiunse Pushpa. “Non credevamo quasi al suo racconto, benché tra i numerosi difetti del nostro amico non ci sia l'amore per il mendacio. Un nobile al supplizio! È cosa che non è mai accaduta, e se lo dico io... puoi esserne sicuro.” Una pausa. “Avevo pensato che tu fossi un nobile minore, e che si fossero permessi su di te ciò che mai si sarebbe potuto fare a un principe…”

E fissò Deyan con un certo dubbio.

“A cosa non credi, Pushpa?” chiese il kelith con voce tagliente, notando quello sguardo. “Alla mia parola? O a quella del tuo amico?”

“Non offenderti. Credo alla parola di tutti e due.” Pushpa fece un gesto pacato. “Però vorrei sapere cos'è accaduto per convincere i più alti nobili kelith ad infrangere il loro codice, e torturare uno dei loro.”

“Un principe ha fatto una cosa inaudita a un altro principe,” rispose Deyan, distogliendo lo sguardo dal sayanni.

“Perché?"

Fissò il lucernario, esitò a lungo prima di rispondere. “Perché era destino…”

Pushpa attese pazientemente un'ulteriore spiegazione, che però non venne.

Allora si schiarì la voce e cambiò tono. “Ora è giusto che anche tu abbia delle risposte, Deyan-shir. Avrai compreso che il nostro amico Ran, il guerriero che ti ha portato via da Itka, è un predone di quelli che voi kelith chiamate dal Nulla.”

Deyan si voltò verso Pushpa. 

“...Voi, dunque!” mormorò.

“Sì. Sei stupito?” Un sorriso. “Ma chi altro avrebbe osato interrompere l'esecuzione di un principe?”

“Anche tu sei uno di costoro?”

“Sono un fuorilegge. Sono considerato un eretico in Sayanna, per via dei miei studi troppo... intraprendenti.” Scrollò le spalle. “Non so rubare o uccidere, però come vedi anch'io posso fare qualcosa di utile. Per esempio, sono stato io a curarti quando Ran ti ha portato qui. Ti ho medicato le ferite e le ustioni, e ti ho dato pozioni amare contro la febbre che ti ha assalito. Ti senti debole perché sei su questa stuoia da molto tempo…”

“E sono stato incosciente per tutto il tempo?”

“Sì, ma per causa mia. Ti ho drogato per farti dormire a lungo. Il sonno ha guarito la tua anima, ti ha reso immobile permettendo al tuo corpo di guarire più in fretta, e ti ha risparmiato inutili sofferenze.” Si chinò verso di lui. “Come stanno i tuoi occhi? Sono stati bendati fino a ieri.”

“Bruciano, ma ci vedo ancora.” Una pausa. “E probabilmente lo devo a te. Perché tante attenzioni per un nemico?”

“Perché sei un prezioso ostaggio, Deyan-shir, e ora che mi hai rivelato di essere un principe, il tuo valore aumenta a dismisura.” Sorrise. “In un certo senso, hai salvato il povero Ran. Ha avuto un gran colpo di fortuna giungendo nel posto giusto e all'ora giusta... in tempo per salvare te.”

“E ora dove sono?”

Pushpa sorrise. “Non ti aspetterai che risponda a questa domanda! Diciamo che sei... nel cuore del nostro covo. Ran non possedeva né i mezzi né la sapienza necessaria per curarti e ospitarti come si deve, per cui ti ha portato qui e affidato alle mie cure. Però è chiaro che sei legalmente suo prigioniero, e che il riscatto che prenderà per te sarà tutto suo. Dedotte le mie spese, naturalmente!”

Deyan fissò lungamente il sayanni. “A chi chiederete il riscatto?” chiese, con voce tesa. “Al principe a cui avete rubato la preda?”

“Pensavamo di agire così se tu fossi stato un nobile minore. Ma ora che sappiamo chi sei... forse tuo padre ci pagherebbe di più.”

“Mi metterete all'asta tra i due principi?”

“Probabilmente sì.”

“Se non mi restituirete a mio padre, mi condannerete nuovamente alla tortura e alla morte.”

“La cosa non ci riguarda, Deyan-shir,” rispose Pushpa, asciutto. “Dobbiamo pur vivere, e abbiamo bisogno di ricchezza per questo.”

Il t'yr si alzò pesantemente da terra, lisciò le pieghe della veste, fece un cenno di saluto. 

“Ora devo andare. Sopporta quelle bende ancora per un po' e non fare sforzi inutili: il dolore del tuo corpo ti insegnerà ciò che devi e non devi fare. Tra poco ti sarà recata una tazza di medicina, bevila anche se sarà di cattivo sapore: ti aiuterà a riprendere le forze. Poi avrai di che mangiare: un pasto leggero e nutriente. Per le tue necessità basta che chiami: uno schiavo è qua fuori e ti aiuterà a servirti dei nostri poveri mezzi.” Sorrise, intuendo i pensieri di Deyan. “E ricorda: sei un prigioniero. Anche quando ti sentirai meglio, non potrai comunque uscire da questa stanza. Non provare a infrangere il lucernario, al primo tentativo saresti fermato. E per ovvia conseguenza, ti dovremmo cambiare prigione. Ti consiglio di rimanere in questa.” 

 

 




*

 


 

  

“Bevo alla tua buona sorte, Ran, il racconto della quale sta già facendo il giro del nostro mondo aumentando la tua fama.”

Mastro Kurmaji alzò la sua tazzina con fare cerimonioso, lasciando cadere una goccia del caldo contenuto sulla superficie del vassoio. Poi la studiò, borbottando. 

“Che dice il tuo oracolo?” chiese Ran, mettendo in mostra la perfetta dentatura con un sorriso smagliante.

“Mmmmh…” fece Kurmaji, assorto. Poi terse la goccia con la mano. Bevve, posò la tazzina. “Sei un folle giocatore d'azzardo, Ran.”

“Lo so, Mastro Kurmaji.”

“Catturare nientemeno che un principe kelith, un erede al trono!... Un colpo del genere può valere ben più della salvezza. Se saprai ben negoziare, potresti metterti al sicuro per un'altra stagione.”

“Lo spero.” Il sorriso di Ran si offuscò un poco. “Mi avete aperto un nuovo credito grazie a quest'impresa, però non ho ancora visto un soldo. In compenso quel kelith mi costa moltissimo: Pushpa mi ha mandato un conto da far paura, come se già il ritorno imprevisto con un passeggero non avesse stroncato definitivamente le mie finanze…”

“È vero, il tuo scoperto attuale va ben oltre il tuo valore come schiavo. Ma vedi che anche noi stiamo rischiando del nostro. Abbiamo fiducia in quest'impresa. E non lamentarti se il kelith mangia con gusto: potrai sempre chiedere il suo peso in oro!”

Entrambi risero.

“Come va la trattativa?”

Ran smise di ridere. “Ho mandato messaggeri esperti a Shana e Itka, che lasciassero lettere per i principi con le condizioni del riscatto. Anche costoro mi hanno mandato conti esosissimi, adducendo alla grande prudenza che devono avere per non farsi scoprire! E Pushpa, per la redazione delle lettere e la traduzione delle risposte, mi ha imposto un prezzo da ladro…”

Kurmaji sorrise. “Ran, ti prego! Questo è un mondo di ladri... te compreso.”

“A volte mi chiedo se dopo aver incassato il riscatto mi resterà qualcosa in tasca, con tutte queste spese!” Ran finì il suo infuso. “Tornando ai messaggi: la prima richiesta di riscatto è stata respinta da tutti e due i principi.”

Kurmaji  alzò le fini sopracciglia.

“Ho fatto una seconda richiesta, più moderata e minacciando di mutilare l'ostaggio, secondo la prassi. Itka ha risposto con sprezzo di procedere pure alla mutilazione, offrendosi di pagare i pezzi del mio kelith a peso d'oro.”

“Mmmmmh,” fece il Marjaban, pensieroso.

“Shana invece ha preso tempo, con una controfferta di poco più bassa della mia.” Ran posò la tazzina. “Che significa secondo te, Mastro Kurmaji?”

“Itka vuole il kelith vivo e vegeto, per metterlo a morte. Shana esita, ma non può permettere a Itka di spuntarla. Sarà Shana a pagare il riscatto.”

 

 

 

 



“Sono d'accordo,” disse Deyan, quando Ran lo andò a trovare come ormai faceva ogni sera, da quando l'aveva catturato. “È tutta una questione di prestigio: mio padre a quest'ora sa già ciò che è accaduto a Itka, ma non può lasciare che Estsen si vendichi apertamente. Sono pur sempre suo figlio e l’erede del principato di Shana. Per il buon nome della mia nazione, deve proteggermi a ogni costo.”

“Però non sembra così ansioso di riaverti indietro,” disse Ran.

Si stupiva sempre dello strano rapporto che si era creato tra di loro. Erano separati da distanze siderali in quanto a razza e censo, e si era aspettato un atteggiamento ostile e sprezzante da parte del suo prigioniero (a cui si era preparato con una serie di risposte brutali). Non era accaduto niente di tutto questo: il kelith aveva semplicemente preso atto della sua situazione, e sembrava accettarla dall’alto di una placida sicurezza interiore priva di pregiudizio. Non si faceva problemi a dialogare con un nemico di bassa casta, non più di quanti se ne facesse con chiunque. La sua fredda affabilità metteva in soggezione più di qualsiasi scoppio di aristocratica arroganza, e Ran ne era affascinato... anche perché dentro di sé si sentiva lusingato e nobilitato da quella vicinanza. Per quanto odiasse i kelith (e da Kelitha venisse ogni male, com’era il credo della sua razza) vedeva le qualità innegabili del suo prigioniero, e le invidiava. E i suoi sentimenti erano ambivalenti: da un lato, moriva dalla voglia di schiacciare quella strana creatura così diversa da lui; dall’altro, cercava di esserne amica...

“Mio padre starà probabilmente meditando su cosa fare quando ritornerò e come regolarsi all’interno dell'Augusto Consorzio, che da tempo evita le guerre nel mio continente per non ricadere nell’errore delle antiche dinastie.” Deyan sorrise. “Non perder tempo a seguire le nostre leggi nobiliari, Ran. L'essenziale è che prima o poi questa situazione finirà.”

“Non vedo l'ora che questo momento arrivi.” Lo guardò, quasi con scusa. “Non posso tenerti qui per sempre. Esiste una linea sottile che stabilisce la convenienza di un ostaggio. Se Shana accetterà il mio prezzo, sarà valsa la pena di tenerti qui, ma se calerà ulteriormente…”

“Mi ucciderete, è naturale.”

“O ti manderemo a Itka, il che conduce alla stessa soluzione, ma almeno avremo incassato qualcosa.”

“Chi lo deciderà? Il vostro capo?”

Ran aprì la bocca per parlare, poi la richiuse, guardò Deyan con rimprovero.

“Non fare queste domande. Meno sai di noi e meglio è. In quanto al tuo destino, non temere, è unicamente nelle mie mani.”

“Perché non dovrei temere?” Deyan lo fissò curiosamente. “Tu sei un predone, e sayanni per giunta. E io sono un principe kelith, un nemico. Non esiteresti un secondo a massacrarmi.”

“Forse non esiterei con un kelith, ma con un sacco d'oro sì,” rispose Ran, sentendosi a disagio. “Non vorrei danneggiare un ostaggio dal cui riscatto dipende la mia vita.”

“La tua vita? Perché?”

“Perché senza i soldi del tuo riscatto sarò messo in vendita come schiavo.”

“Da chi?”

“Deyan-shir!” esclamò Ran, con voce sferzante. 

Il kelith fece un remoto sorriso. Fissò la propria tazza di vino, aggiungendo quell'ulteriore piccolo dato al quadro che si era formato nella sua mente.

Per tutti quei giorni aveva accumulato pazientemente osservazioni, anche le più banali, secondo l'insegnamento che i maestri di strategia avevano impresso in lui. Il vino della sua tazza era un ottimo prodotto kelith, ma la tazza veniva da Sayanna. Lo schiavo che lo serviva era un kelith abbronzato, sordomuto e incapace di scrivere: era stato inutile interrogarlo. Ran dava più soddisfazione: credeva di tacere, ma in realtà dava molte informazioni, più di quante immaginasse.

Deyan sapeva di essere rinchiuso in un grande edificio a più piani, in una stanza al piano più alto. L'edificio si trovava in una zona dal clima desertico, la cui aria era rarefatta come in alta montagna. Però i cibi che gli erano stati serviti venivano da terre umide ed erano misteriosamente freschi. Ran lavorava evidentemente in un gruppo dalla ferrea organizzazione, e probabilmente era abituato a convivere con dei kelith, o non avrebbe mai tollerato così facilmente la sua vicinanza.

 I vetri colorati del lucernario dovevano avere uno scopo ben preciso. Nascondere che cosa? Il trascorrere del tempo? L'altezza dei soli, da cui Deyan era in grado di calcolare la latitudine del luogo?... Una simile precauzione poteva significare che c'era qualcosa di importante in quel riquadro di cielo.

Per tutto quel tempo non gli avevano mai concesso, neppure una volta, di uscire da quella stanza. Lo sorvegliavano a vista, con gelida cortesia. Solo Ran e Pushpa andavano a visitarlo, quest'ultimo per interrogarlo avidamente sulla storia kelith. Deyan gli raccontava vicende accadute nel profondo passato, cose che credeva note a tutti, ma Pushpa lo ascoltava rapito.

“Non è vero che tutti conoscono queste nozioni, Deyan-shir. La tua erudizione è immensa!”

“Che te ne fai della storia kelith, Pushpa? Tu sei un sayanni.”

“Qualcosa in me mi spinge a voler sapere tutto. È per questo motivo che le Divine Persone mi hanno condannato a essere sepolto vivo.”

“Credi veramente che Kamoh e Lilia siano le personificazioni dei nostri due soli?” 

“Certamente! Forse la mia concezione teologica è più complicata di quanto non sia quella degli ignoranti, ma la divinità dei due re è indiscutibile.”

“Se credi a questo, come hai potuto trasgredire alle loro leggi?”

“Semplicemente come hai fatto tu, Deyan-shir...trasgredendo alle tue.”

Già, la trasgressione... 

Deyan sapeva che suo padre l'avrebbe difeso in pubblico, ma l'avrebbe poi punito in privato. Molto probabilmente gli avrebbe tolto la nomina a erede. Ma non ne avrebbe sofferto troppo: si era già accorto che il principato non era poi il vertice delle sue ambizioni. 

Lo disse a Ran, che gli chiedeva se aveva paura di tornare a Shana.

“Mio padre non è mai stato troppo severo con i suoi eredi,” soggiunse. “Se proprio vorrà esserlo, mi manderà in esilio nell'Eremo Bianco, un antico castello nel mezzo del deserto. Sarebbe una punizione dura, ma certamente più mite di ciò che mi aspetterebbe a Itka.” 

“Quindi te la caverai bene, nonostante tutto... voi kelith siete pronti a friggere nell'olio bollente i predoni come noi, però a un principe si perdona tutto.”

Deyan alzò le sue bianche sopracciglia. “Se essere messi a morte, salvati da un predone sayanni e poi degradati ed esiliati ti sembra un perdono…”

Ran si chinò verso di lui.

“Per quel che so dei kelith, ti sei meritato tutto questo. I messaggeri mandati a Itka mi hanno raccontato quel che hai combinato laggiù…”

Dunque non siamo a Itka e siamo in qualche luogo "lassù", pensò Deyan incasellando quel nuovo dato nella sua capace memoria. 

“Giuro che avrei pagato una borsa d'oro per vedere la faccia del principe quando ti ha scoperto,” continuò Ran, ridacchiando. 

“Ti diletti di questi argomenti, strano per un sayanni vergine.”

Ran smise di ridacchiare, avvampò lievemente. “Questa non è Sayanna e non ci si scandalizza per queste sciocchezze.”

Povero Ran, pensò Deyan, divertito. E provò una punta di vergogna per il modo in cui lo stava giocando. 

Ma tutto sommato lo meritava: il sayanni, come molti del resto, pensava che quell'elegante, compassato kelith dai capelli bianchi fosse una debole creatura fuori dal suo guscio protettivo.

Che continuasse a crederlo. Ormai Deyan era guarito e perfettamente in forma, e aveva studiato un piano per uscire di lì e scoprire dov'era quel covo di predoni. Aveva chiesto al padre il permesso di viaggiare e Unari gliel'aveva dato in cambio di quel compito.

E dentro di sé si accorse che non avrebbe tentato quella fuga per Unari o per Shana. L'avrebbe tentata solo per riprovare il brivido vitale che l'aveva affascinato a Itka. 

 

 




 *

  


 


Era scesa la notte, e come sempre il prezioso ostaggio si era apprestato a dormire: aveva spento la lampada e si era disteso sul giaciglio con le mani intrecciate dietro alla nuca, lo sguardo fisso al lucernario. L'ultimo bagliore di luce colorata svanì, lasciando la stanza nel buio più completo.

Deyan aveva compreso di essere spiato. Lo aveva sentito quasi istintivamente. Invano aveva cercato aperture nelle pareti: chissà quale macchinario di lenti e prismi utilizzavano i suoi carcerieri. E probabilmente udivano anche tutto quel che avveniva in quella stanza.

Il buio e il silenzio erano dunque i suoi alleati.

Chiuse gli occhi, gesto apparentemente inutile nell'oscurità. Ma nella sua memoria, vivida e perfetta, brillava l'immagine del lucernario, con la sua intelaiatura pesantemente lavorata.

C'era voluto tutto il suo addestramento all'osservazione per notare, alcuni giorni prima, alcuni fili pressoché invisibili davanti al lucernario. Quei fili erano collegati a piccole gocce rossastre che parevano far parte della decorazione, ma Deyan conosceva il colore di quella sostanza: era un composto instabile, ben noto ai militari kelith, capace di esplodere sonoramente al minimo tocco. E aveva sorriso: un ingegnoso sistema d'allarme...

Si era dunque procurato alcune spezie particolari per uso personale, lamentandosi con Ran per la loro mancanza, fino all'orlo della petulanza.

"Ecco le tue polveri di cui non riesci a fare a meno! E io che mi stupivo perché finora non avevi fatto tante lagne..."

Quelle spezie contenevano sostanze in grado di neutralizzare le gocce esplosive. E la notte prima Deyan, richiamando alla memoria ogni particolare dell'intelaiatura e agendo nell'oscurità, era riuscito a soffiarle nei punti giusti, mettendo fuori uso il sistema d'allarme.

Nessuno si era accorto di niente. Il giorno dopo aveva di nuovo rivolto rimostranze a Ran, dicendo che desiderava un mantello.

"A che ti serve? Non devi certo uscire a spasso!"

"Ho freddo alla sera. E spesso sto alzato a meditare. Quando prego devo avere la testa coperta e non è degno del mio rango che usi un comune lenzuolo! Voglio qualcosa di scuro e dignitoso."

"Kelith!" aveva sospirato Ran. "Meditazione, preghiere... ma perché non preghi i tuoi dei di farti caldo?" Aveva visto l'espressione severa del suo ostaggio. "Va bene, va bene, ma te lo metterò in conto."

Così, finalmente, quella notte tutto era pronto.

Quando fu completamente buio Deyan sgusciò dal giaciglio, vi pose sopra il tavolino, salì su questo e, senza il minimo rumore, andando a memoria, cominciò a smontare la serratura del lucernario.

Come immaginava, i carcerieri avevano una fiducia eccessiva nel loro allarme: il lucernario non era protetto in alcun modo. Il lavoro non fu troppo difficile, anche se mise a dura prova la sua pazienza e le sue dita sensibili. Alla fine la vetrata si aprì, lasciando entrare il fresco della notte.

Restò un istante a riprendere fiato. Poi si avvolse nel mantello, coprì la sua appariscente testa bianca col cappuccio, e con agilità saltò afferrandosi all'intelaiatura. Un colpo di reni, ed era già uscito dall'apertura del soffitto.

Si trovò su un tetto piatto, assai più grande di quanto si fosse aspettato. La fioca luminescenza del cielo gli permise di allontanarsi dal lucernario alla ricerca di un punto da cui scendere. Camminò con passo felpato verso un muretto, lo scavalcò. Si trovò su una grande terrazza di pietra, contornata da un parapetto basso. Un lieve bagliore aranciato saliva oltre di esso, assieme ad un mormorio di voci, qualche nota di musica kelith.

Attraversò la terrazza, si appoggiò al parapetto. Guardò in giù: almeno dieci stature più in basso c'era una specie di piazza, illuminata da luci chimiche schermate, tra le quali ombre di persone si muovevano qua e là. Dalla piazza si dipartivano strette viuzze, che si perdevano in una congerie di strani tumuli tondeggianti: case interrate, arguì Deyan. La loro forma sfuggiva ad ogni classificazione: c'erano elementi kelith e sayanni mescolati insieme, assieme a qualcos'altro... qualcosa di nuovo e insieme di antico, che non faceva parte di nessuna delle due culture.

Quella vera e propria città non era certo ciò che si era aspettato di vedere. Ora più che mai doveva sapere dov'era. Immaginava di essere in qualche zona interna di Kelitha, anche se non riusciva a capire come potesse essere giunto fino a lì, e come potesse esistere una città sconosciuta e abitata anche da sayanni in una terra peraltro molto ben esplorata come la sua.

Alzò la testa, cercando le costellazioni per determinare almeno la latitudine. Si tolse lentamente il cappuccio dalla testa, inquieto: non aveva mai visto il cielo così scuro. Le stelle più luminose risaltavano come diamanti. Le minori erano offuscate dalla luce di una grande luna bianca e azzurra...

Non era Luna di Fuoco. 

"Dea Pietosa!" mormorò, fissando quella luna sconosciuta.

Un continente allungato si intravvedeva tra le nubi candide. La sua forma rievocò in lui le molte mappe che aveva studiato. Lo riconobbe all'improvviso, e restò senza fiato...

"Ma quella è... Kelitha!" sussurrò, affascinato.

Non aveva mai neppure immaginato che un giorno l'avrebbe vista in quel modo, da quel punto di vista così incredibile. E quel punto di vista non poteva essere che uno, e uno soltanto...

"Io... mi trovo su Luna di Fuoco!"

"Infatti," disse la voce tagliente, trafelata di Ran alle sue spalle. 

Deyan non si voltò verso di lui. Continuò a fissare la bellezza inconcepibile del suo mondo, ancora stupito e ammaliato da quella visione.

"Quale magia mi ha portato qui?" mormorò, scuotendo la testa con incredulità. "Come ho potuto valicare il baratro del Nulla tra il mio mondo... e questo?"

"La risposta ha un prezzo mortale, Deyan-shir." E poi, con rabbia: "Shana pagherà il riscatto, sei sempre stato trattato bene! Perché allora hai tentato di fuggire?!"

"Perché dovevo sapere dov'ero."

"Ed ora lo sai!... Sai dov'è il nostro covo, e io devo ucciderti, perché hai scoperto il nostro segreto."

"Se lo rivelassi, mi prenderebbero per pazzo..."

Ran esitò. "È vero, ma tu non sei un semplice kelith. Sei un principe. Hai del potere sulla tua terra. Sei un membro dell'Augusto Consorzio. Forse a te crederebbero."

"E anche se fosse?" replicò Deyan, con sarcasmo. "Cosa credi che potrebbero fare? Costruire una macchina volante e arrivare fino a qui?"

"Tu sei arrivato fino a qui."

"Ma in che modo?"

"Sei troppo curioso, Deyan-shir. Forse questa è l'unica risposta che ti manca. Sai già troppe cose... anche per colpa mia, come qualcuno mi ha fatto notare. Sei furbo, e io ho paura di te. Non so in che modo potresti nuocere a Luna di Fuoco, ma non posso correre il rischio. Guarda pure questo cielo, e portati questo ricordo nella tomba." 

Deyan si voltò verso Ran, vedendo la sua figura incombente contro il blu del cielo.

"Dunque hai deciso, vuoi la mia vita."

"Devo prenderla. Perdonami."

"Ti avverto, Ran: uccidermi non ti sarà facile."

"Non mi sarà facile comunque," disse il sayanni, con voce roca. "Accidenti, mi piacevi, Deyan-shir, perché sei probabilmente il principe più pazzo di Kelitha, ma forse anche il più umano. E ammazzandoti perderò il tuo riscatto e sarò sul lastrico. Ma non posso avere tutta Luna di Fuoco sulla coscienza..."

"E io non desidero fare del male a chi mi ha salvato la vita, anche se l'ha fatto per denaro." 

"Tu, fare del male a me?..." Il sayanni fece una lugubre risata. "Bravo, Deyan-shir, almeno mi fai il favore di non morire frignando di paura, come di solito fanno i kelith."

"L'hai detto tu che io non sono un kelith qualsiasi." Deyan si mise in guardia. "Ricorda le tue stesse parole, prima di attaccarmi."

"Sono più forte di te!"

"Chi è più forte, il vento o il seme che lo cavalca?"

"Che vuoi dire?!"

Un sorriso triste sfiorò le labbra di Deyan. E Ran si accorse all'improvviso di essere intimorito da quella snella figura davanti a lui...

Per un lungo istante nessuno dei due si mosse, e solo il vento agitò la polvere intorno a loro.

"Questo duello tra di noi non ha senso," borbottò infine il sayanni. "Poniamo il caso che tu vinca. Cos'avrai ottenuto?"

"Un istante di vita in più."

"Sarai ucciso comunque."

"Forse."

Ran sorrise. "Che magnifico predone saresti! Il talento non ti manca, e nemmeno lo spirito."

Deyan rispose a quel sorriso, la tensione si allentò.                                                

"Ascoltami, Deyan-shir. Cerchiamo di venire ad un accordo onesto."

"Se vuoi."

"Non desidero ucciderti. E nemmeno provarci," si affrettò ad aggiungere, alzando una mano. "Pensa a tutti i soldi che perderei, se ci riuscissi... Dimmi, avresti qualche buon motivo per fare del male a noi ladri di Luna di Fuoco?"

Deyan sospirò. "Mio padre mi aveva affidato il compito di scoprire da dove venivate."

"E tu devi obbedire a tuo padre, vero? È una questione d'onore."

Il kelith annuì.

"Però hai un debito d'onore anche con me."

"È vero. Ma questo debito ti sarà pagato con l'oro del riscatto. Non ti devo niente, Ran."

"Non è vero, Deyan-shir. Non ti ho rapito per la strada: ti ho portato via dal luogo di un supplizio. Ti ho salvato la vita. E te l'ho salvata ancora trattando malvolentieri con Itka... forse, se avessi insistito, avrei guadagnato qualcosa in più. Tuo padre non è stato generoso come forse credi. Io penso che in questo caso tu debba più a me che a lui."

Ci fu un lungo silenzio.

"Ti ho trattato con onore. Se rifletti bene, tutto sommato mi bastava tenerti in vita per avere il riscatto. Avrei potuto rendere questi giorni un inferno per te. Non l'ho fatto. Davvero dunque pensi di non dovermi niente, neppure un poco di gratitudine?"

Le mani di Deyan tornarono ai suoi fianchi.

"Hai ragione, Ran. A volte credo che tutto mi sia dovuto in virtù della mia nascita, ma mi sbaglio."

Il sayanni sorrise. "E forse sei l'unico nobile kelith che abbia il coraggio di ammettere questa verità. Non essere mio nemico, ti prego."

"Non ho niente contro di te, anche se sei un sayanni."

"Ma se agirai contro Luna di Fuoco mi farai sentire un traditore e renderai la mia vita un deserto. Non potrò vivere con questa vergogna."

"Allora non agirò contro Luna di Fuoco. Hai la mia parola."

"Nonostante gli ordini di tuo padre?"

"Quello che so resterà chiuso nel mio cuore. Nessuno saprà che io conosco il vostro segreto, quindi nessuno mi costringerà a combattervi."

Ran chinò la testa. "Perdonami, non voglio offenderti. Ma ho paura a fidarmi di te. Tu non sei uno di noi. Sto mettendo a rischio ben più della mia incolumità, lo capisci?..."

"Lo capisco benissimo," mormorò Deyan, "Ma non hai alternative. Devi fidarti di me... oppure tentare di uccidermi."

"Placa la mia coscienza, Deyan-shir. C'è qualcosa di sacro su cui mi puoi giurare di non rivelare a nessuno i nostri segreti, di non fare nulla per mettere a repentaglio la nostra Comunità?"

Deyan sorrise, gli si avvicinò e disse a voce bassa: "Sì, Ran. Io non credo ai tuoi Kamoh e Lilia, ma ho una dea nel cuore." Alzò le mani al cielo. "Nel nome della Misteriosa, rispetterò la tua volontà e non ti tradirò... nemmeno davanti alla morte."

Ran fissò i suoi occhi trasparenti alla luce del mondo verdazzurro.

"È la prima volta in vita mia che mi fido di un kelith," borbottò. E poi si scosse e esclamò: "Beviamo sul nostro accordo! Così si usa su Luna di Fuoco."

"Rispettiamo le usanze, allora," annuì lui, con un sorriso. 

   




 *




 

"È stata la prima volta, in tutta la nostra storia, che un ostaggio è riuscito a sfuggire alla nostra sorveglianza. La tua abilità e il tuo coraggio sono mirabili, nobile Deyan-shir, e ben al di sopra delle capacità della tua razza."

Mastro Kurmaji si rivolgeva all'ostaggio di Shana che lo fissava, diviso evidentemente tra la propria naturale compostezza e il sentimento di stupore che provava. Con lui c'era Ran, e tutti assieme sedevano nella sfarzosa stanza del Marjaban. Tre tazzine fumavano sul solito vassoio.

"Abbiamo visto quel che è successo sulla terrazza. E siamo d'accordo con il nostro amico Ran. Se un sayanni si fida di un esecrato nemico, perché non dovremmo farlo anche noi? Più saprai e più ti sentirai vincolato dal tuo patto sacro." Sospirò. "Sarebbe la prima volta che un estraneo conosce la verità su Luna di Fuoco e resta vivo, ma tu sei un uomo particolare, Deyan-shir. I presagi ci avevano avvertito." Sogghignò. "Naturalmente la reciproca conoscenza potrebbe portare altri frutti. Per esempio un'alleanza segreta. Noi potremmo risparmiare Shana da ogni attacco, e in cambio tu potresti aiutarci, in modi da definire..."

"Non credo che sarò il prossimo principe di Shana, Mastro Kurmaji."

"Anche se non lo sarai, rimarrai comunque in una posizione importante nella corte."

"Lo spero, per voi e anche per Shana. Abbiamo sofferto molto per i vostri attacchi. Avete spesso intralciato i nostri traffici di merci, sottratto carichi di spezie, reso insicure le nostre strade." Un sorriso appena accennato. "Itka meriterebbe queste attenzioni più della mia terra..."

Kurmaji rispose al sorriso.

"Con le dovute cautele," disse. "Ma è presto per trattare, nobile Deyan-shir... la tua curiosità reclama, e avremo altre occasioni per parlare di questa straordinaria collaborazione." Si inchinò ad offrirgli una delle tazzine. "Non abbiamo assaggiatori di veleni sulla nostra terra. Siamo una comunità di ladri, assassini e predoni, ma tra di noi rispettiamo le regole più sacre della convivenza."

"Un patto di fiducia è un patto reciproco," rispose Deyan con formalità. Accettò l'infuso, lo assaggiò. "Non è nulla che io conosca," mormorò, guardandolo. E poi, alzando lo sguardo su Kurmaji: "E nemmeno voi. Non credevo che esistessero uomini dalla pelle nera."

Il Marjaban sorrise, chinò lo sguardo e recitò:

"...due sono le razze di uomini, e una La Perduta...”

Gli occhi di Deyan si spalancarono. "La Leggenda!"

"Che proprio voi kelith tramandate da secoli," annuì Kurmaji. "La conosci?"

"Mi è stata narrata quando ero bambino, come una favola. Diceva che tanto tempo fa esisteva un terzo continente tra Kelitha e Sayanna, abitato da una razza di maghi, che scomparve annientato da un immane cataclisma."

"Il continente si chiamava Marja," disse Kurmaji. "Nacque dalla lava eruttata da un monte sottomarino, e fu distrutto dalla stessa forza che lo eresse, migliaia e migliaia di cicli or sono."

"Allora non è una leggenda," mormorò Deyan, stupito.

"È una storia vera, in ogni particolare. Compreso l'accenno alla razza di maghi."

"Voi Marjaban, dunque."

Kurmaji sospirò.

"Non tutti i Marjaban erano maghi. In realtà, essi erano solo una sparuta minoranza. Milioni di uomini perirono nel cataclisma che distrusse la nostra terra. Ma i maghi avevano scoperto il potere del Vortice... un canale di teletrasporto che unisce i mondi gemelli; e voi kelith sapete bene che Luna di Fuoco possiede un'atmosfera e dell'acqua."

Deyan annuì. "I nostri astronomi l'hanno sempre studiata, convinti del fatto che abbia un ambiente vitale. Ho sentito molte discussioni a proposito delle aree che cambiavano colore, delle luci che apparivano e scomparivano sulla superficie, delle strane formazioni rocciose. In verità il sogno di molti astronomi sarebbe costruire una macchina portentosa per giungere qui, ma questa sembra un'impresa impossibile." Un lieve sorriso. "Se sapessero che questo problema è già stato risolto..."

"Ma non lo sapranno, finché non avranno costruito la loro macchina portentosa." Kurmaji sorseggiò il suo infuso. "I kelith non capiranno mai la magia, è contraria alla loro visione del mondo. I sayanni da questo punto di vista sono avvantaggiati."

"Adorano l'ignoto invece di scoprirlo," disse Deyan, con lieve ironia.

"Noi Marjaban invece adoperiamo l'ignoto, senza curarci di conoscerlo a tutti i costi," ribattè Kurmaji. "Sarebbe una lunga discussione stabilire chi tra noi tre ha torto, non è vero, Deyan-shir?"

Il kelith arrossì lievemente. "Forse tutti e nessuno, Mastro Kurmaji."

"Sei saggio," sorrise il Marjaban.

"Meno materialista di quel che credi."

Kurmaji smise di sorridere, tornando ai suoi ricordi.

"Dunque il bel continente di Marja morì, e i maghi cercarono di salvare dal disastro il maggior numero possibile di persone... sempre troppo poche, comunque. Avrebbero forse potuto tentare di restare sul mondo, dopo, ma sapevano che non c'era posto per loro: Kelitha e Sayanna avevano già sviluppato le loro rispettive razze, i Marjaban dalla pelle nera non sarebbero mai stati accettati. Avrebbero dovuto guerreggiare, sarebbero stati isolati; e erano pochi, troppo pochi per evitare l'estinzione. Luna di Fuoco era la loro unica, possibile destinazione."

Kurmaji si alzò, andò alla finestra, scostò i pesanti tendaggi e guardò il cielo.

"Solo i maghi e pochi altri dunque sopravvissero, e continuarono la Stirpe Nera. Furono tempi durissimi. Erano soli, in questo ambiente selvaggio e aspro. Erano maghi, non pionieri. E la loro magia aveva da sempre ruotato sul Vortice e solo su quello. Le loro deboli braccia non sapevano arare la terra, costruire case, procurare i beni necessari ad una vita decorosa. Sapevano cantare centinaia di inni sacri, ma ignoravano come procurarsi il pane... erano solo un frammento di saggezza perduto nel cosmo."

Si voltò di nuovo verso Deyan.

“Non avevano che un bene. Il Vortice. Lo adoperarono, e rubarono al mondo ciò di cui avevano bisogno. Questo si può considerare un delitto secondo molte morali, e anche qui per esempio rubare è vietato. Ma quando si parla di nazioni si parla di forze della natura: e la natura conosce e adopera il furto. I nostri due soli non si strappano vicendevolmente la loro materia? Le pulci non succhiano il sangue dei cani?... I Marjaban avrebbero fatto lo stesso per sopravvivere!”

Ci fu una pausa di silenzio. Deyan disse: “Ma eravate maghi, non ladri. Allora trovaste coloro che avrebbero rubato per voi, e li portaste quassù a servirvi.”

“Sì, all'inizio fu così. Ma poi capimmo che la mutua soddisfazione è necessaria alla coesione di una comunità, specie se isolata come questa. Stabilimmo di comune accordo delle leggi e delle regole, e ci ritirammo nuovamente nei nostri studi. Da millenni nessun Marjaban calca il suolo del mondo. Ecco perché la nostra razza è diventata una leggenda…”

“Voi non rubate più in prima persona, però vedo che siete considerati i capi.”

Kurmaji sorrise. “Non nel senso che dài tu alla parola, Deyan-shir. Luna di Fuoco è come un gigantesco corpo, con le sue membra; noi Marjaban costituiamo la testa. Non procuriamo ricchezza, ma l'amministriamo. Non sappiamo rubare, ma abbiamo in pugno l'unico mezzo per uscire di qui: il Vortice. Oltre a ciò, registriamo ogni membro della Comunità e teniamo il conto delle sue imprese, del suo bottino e delle eventuali trasgressioni alle regole. Quando queste minacciano l'ordine della Comunità non consentiamo al colpevole di lasciare Luna di Fuoco. Al resto in genere pensa la Comunità stessa. Siamo consultati spesso come arbitri, ma solo perché siamo imparziali, non appartenendo né ai kelith né ai sayanni. Non esercitiamo una tirannia: ci accontentiamo di vivere bene. Siamo semplicemente pagati per il nostro lavoro, proprio come tutti.”

Deyan si volse verso Ran.

“È vero, Deyan-shir,” confermò quest'ultimo. “I Marjaban non hanno mai proibito arbitrariamente a qualcuno di usare il Vortice: hanno sempre seguito la legge. La loro sapienza ci tiene tutti sotto controllo, ma dobbiamo esserlo se non vogliamo che questa magnifica Comunità si dissolva e ognuno tagli la gola all'altro. I servigi dei Marjaban hanno un prezzo salato, ma onesto: potrebbero imporci ben altri balzelli, tenerci tutti in ostaggio qui... e noi che faremmo? Non potremmo minacciarli, di cosa poi? Di ucciderli? Ci condanneremmo all'esilio a vita…”

Deyan si volse nuovamente verso Kurmaji. “È chiaro che non insegnate la vostra magia a chi non fa parte della vostra razza.”

“Certo che no,” sorrise quest'ultimo. “È una conoscenza che teniamo gelosamente per noi.”

“I vostri predoni non hanno mai tentato di catturare uno di voi, torturarlo od invogliarlo comunque a rivelare il vostro segreto?…”

“Credi che basti una formula magica per evocare il Vortice?” disse Kurmaji, divertito. “Il nostro segreto si impara giorno per giorno, nascendo tra di noi, vivendo tra di noi... essendo uno di noi. E il Vortice non è la nostra unica conoscenza. Abbiamo la nostra memoria collettiva, che ci permette di amministrare la Comunità. Abbiamo le nostre tecniche di calcolo e le nostre capacità arcane. Abbiamo questi poteri tramandati dai nostri avi, e in più millenni di esperienza alle spalle, trascorsi facendo solo questo. Nessuno ci può sostituire. E nessuno ci può offendere.” 

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Capitolo 3
*** Dove i due destini diventano uno ***



 



         Venne finalmente il gran giorno del riscatto.

        Ran venne a prendere Deyan alla Grande Casa. Il principe non era più stato sorvegliato da quando aveva stretto il suo patto sacro, ma Kurmaji gli aveva consigliato di non girare troppo per Luna di Fuoco, per sua stessa sicurezza. Ran si era unito al consiglio con calore: non voleva che gli succedesse qualcosa di male, proprio ora che era ad un passo dal trionfo!

"Unari-shir mi ha concesso un salvacondotto, dall'alba al tramonto. Per questo intervallo di tempo nessuno potrà toccarmi: sarò inviolabile. Se non rispetterà questo patto, sa che non avrà più un istante di pace nel principato: Mastro Kurmaji è pronto ad abbassare i prezzi dei viaggi verso Shana di almeno tre quarti, rendendola un obiettivo irresistibile per tutti i predoni."

Kurmaji aveva annuito. In onore dell'ostaggio principesco, sarebbe stato lui in persona ad evocare il Vortice. Era invero una grande occasione, e Ran si era vestito con il meglio che possedesse. Gli altri predoni gli avevano lanciato occhiate d'invidia: che dannata fortuna aveva avuto...

"A un ostaggio normale non avremmo permesso di vedere tutto questo, ma per te non ci sono più segreti." Kurmaji andò verso le clessidre, preparando il viaggio. "Se vorrai metterti in contatto con noi, basterà che ti ritiri in un luogo isolato al riparo di sguardi indiscreti, e che ti cosparga con la Polvere che ti abbiamo dato. Non perdere la Polvere: è una sostanza unica, introvabile sul tuo mondo, e serve a richiamare la nostra attenzione quando guardiamo attraverso il Vortice. Senza di essa, ad esempio, non sapremmo ritrovare Ran quando sarà ora di riportarlo indietro..."

Tacque, concentrandosi nei suoi calcoli.

"Dall'alba al tramonto, visti da Shana," borbottò. "Sei in ritardo, Ran: è già giorno laggiù."

Ran si volse verso Deyan, con un po' di imbarazzo e estrasse dalla propria borsa a tracolla un rotolo di corda. "Perdonami, ma devo legarti. È l'uso, tu sei mio prigioniero..."

Deyan si irrigidì appena. Non gli andava di essere toccato da un sayanni, nemmeno da Ran. Ma capiva che era necessario. Con un sospiro tese i polsi, e Ran glieli legò insieme con cautela, senza stringere i nodi. Si accorse che la corda era di morbida seta: evidentemente il sayanni aveva imparato un po' delle usanze kelith!

Ran prese saldamente l'altro capo della corda, condusse il prigioniero all'interno del Cerchio, si mise accanto a lui, spalla contro spalla. "Ora ascoltami: tu non sei abituato al Vortice. Sarebbe meglio per te chiudere gli occhi..."

Kurmaji stava incominciando a cantare. I suoi gesti erano ampi, misteriosi, e la lingua che adoperava era assolutamente incomprensibile. Deyan fissava la sua danza, incurante dell'avvertimento di Ran, divorato dalla curiosità...

Lentamente tutto si oscurò attorno a lui: era come se la luce fosse stata ingoiata da qualche vuoto avido di energia. Un senso di nausea improvvisa penetrò nelle sue viscere, perse il senso dell'equilibrio e non riuscì più a respirare... gli giunse la voce di Ran, distorta da mille echi, proveniente da quel vuoto nero: e le parole gli parvero scintille rosse, stilettate di luce nel cervello.

“Ti avevo detto di chiudere gli occhi!..."”

Le scintille ormai riempivano l'intero universo. Un cupo ronzio penetrò le sue orecchie, e un gelo mortale invase il suo corpo...

“Deyan-shir! Deyan-shir!... Dannazione, svegliati!”

Aprì gli occhi, stupito. 

Ran era chino su di lui. Una luce abbagliante lo illuminava di fronte, e era un piacere dopo quella spaventosa oscurità. Si accorse di essere disteso sulla sabbia rovente, con un sapore amaro in bocca e un senso di affaticamento in tutte le membra.

“È... finito?” mormorò, con voce strozzata.

“Già,” sorrise Ran. "Siamo arrivati. Siamo ad una lega dal Palazzo di Shana, che vedo laggiù…” Si fece schermo con la mano. “E come al solito non c'è nessuno in vista. I Marjaban riescono sempre a mandarci giù in modo che nessuno ci veda arrivare, e ci riprendono solo a patto che nessuno ci veda partire.”

“Sono svenuto?”

“Credo proprio di sì. Succede spesso ai principianti: non chiudono gli occhi, si fanno tradire dai propri sensi distorti e si dimenticano di respirare. Una volta un predone catturò un mercante molto anziano e questo ci rimise la pelle durante il viaggio. Non è piacevole, vero?”

“Per niente." Deyan si rialzò a fatica. “Non ho provato questa sensazione quando mi hai portato via da Itka.”

“Eri mezzo morto, sei svenuto prima ancora che spargessi la Polvere su di te.”

Deyan si voltò verso il Palazzo, provando un senso di calore nel petto che scacciò il suo malessere. Si accorse che Shana gli era mancata. Era la sua casa, nella quale era nato e cresciuto...

La luce violenta del giorno si rifletteva sulla sabbia, ferendogli gli occhi indifesi. Si mise il cappuccio del mantello sul capo, socchiudendo le palpebre.

“Siamo sul lato sud del Palazzo, nel Campo dove mio padre alleva i suoi corsieri del deserto. Una persona comune che osi attraversare questo campo viene punita duramente.”

“È sterminato!” esclamò Ran.

“Il parco davanti al Palazzo lo è ancora di più.”

“Sei davvero un gran principe allora, Deyan-shir." Sospirò. “Più ricco di quanto immaginassi…”                

“Non essere avido,” disse il kelith con un sorriso, indovinando i suoi pensieri. “Hai già stabilito il riscatto per me, ed è piuttosto alto.” Gli indicò una fila di pietre, con un cenno delle mani legate. “Laggiù  c’è una pista e la sabbia è meno cedevole. Portami in fretta al Palazzo, e guidami tu poiché io dovrò camminare a occhi chiusi.”

Ran annuì e cominciò la marcia, tenendo la corda e strattonando il suo prigioniero verso la meta.

“Essere albini e vivere nella zona più soleggiata di Kelitha è una bella sfortuna, non è vero, Deyan-shir? Mi chiedo ancora perché voi nobili vi ostiniate a mantenere questa bizzarria.”

“Abbiamo il terrore di somigliare a voi sayanni, con la vostra pelle azzurra e i capelli che sembrano alghe di mare,” fu la caustica risposta.

“Hai mai potuto affrontare la luce dei soli come faccio io?” ribattè Ran, piccato.

“La luce dei soli è per coloro che lavorano con le loro mani,” rispose Deyan. “Noi albini non siamo fatti per questo: siamo nati per comandare.”

Ran trattenne l’impulso di sputare per terra. “Siete proprio dei demoni, voialtri. Creature della notte. Bah!” Scosse la testa, si fermò di colpo. “Ci sono dei carri coperti di tele bianche, che stanno avanzando verso di noi. Vedo la polvere che si alza dietro a loro.”

“Sono i miei soldati, e devono averci visto. Prepara il tuo salvacondotto, e alla svelta, o ti spiccheranno la testa dal busto non appena arriveranno.”

Le guardie giunsero, e Ran tenne alto il documento che gli era stato recato dai messaggeri; poi Deyan si calò il cappuccio dal capo, e la reazione dei kelith fu immediata: si buttarono in ginocchio nella sabbia, prosternandosi, e esclamarono in coro: 

“Nobile principe erede!…”

Deyan indicò Ran. “Costui è il predone che mi ha catturato, e che mi ha in suo potere. Mio padre l'ha protetto con un salvacondotto fino al tramonto. Non provate a fargli del male: l'onore di Shana è stato chiamato in garanzia.” Si ricoprì la testa. “Sbrigatevi a condurci a palazzo, il principe ci aspetta, e questa luce mi offende.”

“Subito, nobile erede!”

Li fecero salire su uno dei carri, e l'auriga sferzò i corsieri che partirono al galoppo. Gli altri carri corsero innanzi a loro, facendo strada.

In breve tempo giunsero alle porte del Palazzo. Superarono una cerchia di mura, sorvegliata da guardie scintillanti. Ad un certo punto la scena cambiò di colpo, e alla sabbia si sostituì un incredibile, enorme giardino ricco d'acqua e di essenze profumate: un paradiso in confronto al torrido, sterile inferno fuori da lì.

Ran era attonito, e non faceva che girarsi intorno per ammirare quel luogo magnifico: in fin dei conti lui non era che un disertore sayanni nato in un umile villaggio di montagna, e non aveva mai neppure immaginato che i kelith possedessero palazzi così belli. Ma quel che più l'intimoriva era vedere l'assoluta naturalezza di Deyan mentre attraversava i cortili cesellati, le grandi sale cosparse di statue e arazzi, i corridoi coperti di tappeti rarissimi, mentre tutti coloro che lo incontravano si prostravano a terra e esclamavano:  “Nobile erede!…”

Ed io che ho voluto impressionarlo facendogli servire i cibi e le bevande più care! pensò Ran, guardandolo in tralice. Deyan sorrideva, sentendosi ovviamente a casa sua in quel magnifico palazzo dalla ricchezza opprimente, abituato al sussiego di servi e cortigiani. Tutti poi spostavano lo sguardo stralunato sul sayanni, probabilmente sconvolti dalla corda che teneva in mano e che osava legare le mani di un principe ereditario; e Ran sudava freddo, rendendosi conto che solo il fragile patto del salvacondotto e gli ordini stessi di Deyan gli salvavano la vita, lì nella casa dei peggiori nemici della sua stirpe.

Ormai da tempo era il kelith a camminare innanzi trascinandosi dietro Ran, e non il contrario. C'era da perdersi in quella congerie di sale e corridoi. Alla fine giunsero davanti a grandi porte istoriate con caratteri arcaici, guardate da soldati kelith alti quanto un sayanni e dall'aspetto altrettanto nerboruto.

Deyan si fermò.

"Tira fuori il salvacondotto e mostralo alle guardie," ordinò al suo rapitore, che senza pensare all’assurdità della situazione obbedì prontamente. Alzò gli occhi alle porte, sorrise. "Sai leggere, Ran?"

"Poco, e non certo i caratteri kelith."

"Quell'iscrizione è il motto dei principi di Shana. 'Solo gli déi sopra di noi'."

Che indicibile arroganza! pensò Ran, e si volse intorno meditando su quanto dolore, lacrime e sudore doveva essere costato quel palazzo ai kelith che stavano al di fuori. Poi guardò Deyan, così sicuro di sé; e provò una certa ammirazione per lui pensando che era nato in quell'ambiente sfarzoso, con quel motto nel cuore, e nonostante tutto era stato capace di volgere il suo sguardo al mondo esterno, degnandosi perfino di rivolgere la parola ad uno come lui, lanciandosi in avventure rischiose quando aveva almeno mille servi pronti a servirlo e riverirlo...

Le grandi porte si aprirono.

La sala che si stendeva davanti a loro era enorme, circondata da una doppia fila di logge. Il soffitto era a cupola, traforato da miriadi di finestrelle e decorato di piastrelle azzurre. L'aria era fresca, profumata da enormi incensieri di bronzo, e fresco era il pavimento di marmo variegato. I cortigiani sembravano piccoli in quella vastità, seduti su grandi cuscini trapuntati in uno sfavillio di vesti e gioielli. Una coppia di pavoni del deserto vagava sul lustro pavimento, adornandolo con lo splendore delle piume. Su una piattaforma di legni rari, coperta da un enorme baldacchino dalle colonne tortili, stava il trono di Unari-shir, largo e basso com'era uso tra i kelith. Una fila di guerrieri dalle armature favolose affiancava la piattaforma, e davanti ad essa un gruppo di musici eseguiva sommesse nenie dai complicati accordi.

Deyan entrò, e le musiche tacquero all'improvviso. I cortigiani si voltarono verso di lui, smisero le loro chiacchiere, lo fissarono con occhi tondi e, come ad un segnale preciso, si inchinarono tutti insieme. L'erede rispose con un cenno regale del capo.

Poi Unari apparve, entrando nella sala dal loggiato. Tutti si inchinarono ancor più profondamente. Il principe salì sul suo trono, con aria imbronciata, si sedette a gambe incrociate e fissò la sconcertante coppia che avanzava al centro della sala.

Deyan si fermò. Secondo l'etichetta kelith piegò un ginocchio a terra, toccò il suolo con le mani legate e le portò alla fronte. “Salute e prosperità a te, mio padre e signore.”

Ran restò in piedi, fissando Unari a bocca aperta.

Il principe afferrò il suo scettro, se lo battè lievemente sul palmo aperto.

“Rialzati, Deyan-shir, mio erede e principe di Shana.”

Deyan si alzò, guardò Unari con uno sguardo dritto e fermo.

Gli occhi sottili del principe si spostarono irosamente su Ran. “Il mio salvacondotto mi proibisce di punire la tua incredibile impudenza, nondimeno ti ordino di togliere immediatamente quella corda dai polsi di mio figlio! Come hai osato insultarlo a questo modo, barbaro sayanni?!”

L'odio razziale di Ran rinfocolò il suo orgoglio. Alzò il mento e rispose: 2Ho osato molte cose nella mia vita, principe. E non sono al tuo servizio, per cui me ne infischio dei tuoi ordini. Libererò tuo figlio solo quando avrò tra le mani il suo riscatto. Come vedi, insulti a parte, te l'ho riportato in ottima forma, sano e salvo. Quindi, niente sconti!”

I cortigiani mormorarono, indignati.

“Non offenderlo, Ran,” mormorò Deyan, con voce appena udibile.

“Scusa," rispose Ran con la stessa voce. "Ma stando con te mi ero dimenticato quanto sono arroganti e insopportabili i kelith!”

Unari fece un cenno secco al suo tesoriere, e dei servi avanzarono verso Ran portando dei sacchetti dal confortante tintinnio. Giunti a qualche passo da lui, li slegarono e rovesciarono con cautela sul pavimento il loro sfavillante contenuto.

Il sayanni ebbe un'espressione rapace e esultante vedendo quella pioggia di monete sul pavimento.

“Ecco il tuo riscatto,” disse Unari indicandolo. “Contalo pure, se vuoi: non troverai ammanchi. E ora libera immediatamente il principe erede!…”

Ran si precipitò a sciogliere la corda, con un sorriso avido.

“Sono salvo, per Kamoh e Lilia!... Me ne rendo conto solo adesso... Mille benedizioni a te, Deyan-shir, e al destino che ti ha messo sulla mia strada. Spero che tu possa provare un giorno la mia stessa felicità.”

“Goditela, Ran.” Un sorriso appena accennato. “Te la sei meritata. E sta' lontano da Kelitha, in futuro. Non abusare della tua fortuna, ti è andata bene una volta; la prossima potrebbe costarti cara.”

“Lo stesso vale per te, kelith. Comunque grazie!” 

Si sedette a terra, tutto contento, e cominciò a contare i soldi: operazione che per un guerriero ignorante come lui non era certo tra le più facili.

Deyan si avvicinò al trono del padre, osò un lieve sorriso. “Grazie, padre mio, per avermi liberato dalla prigionia.”

“Non potevo permettere ad un barbaro sayanni di tenere in ostaggio un nobile della mia famiglia,” rispose seccamente Unari.

Il sorriso di Deyan si spense. Era chiaro che il padre era in collera con lui. Si apprestò quindi a sentire il solenne rimprovero che gli avrebbe fatto, sopportando l'umiliazione di doverlo ascoltare davanti a tutti.

“Ho ricevuto un messaggio dal nobile Estsen-shir di Itka,” disse Unari nel silenzio.

Deyan abbassò doverosamente la testa.

“Quando ti è stato dato il permesso di viaggiare, figlio, ti è stato forse detto di offendere mortalmente il nostro maggiore vicino?”

“No, padre.”

“Ti è stato detto di lanciarti in assurde imprese da assassino, e farti catturare ignominiosamente dopo aver commesso un delitto assolutamente inconcepibile per qualsiasi kelith?”

“No, padre.”

“Lo sai cosa farei io, se qualcuno violasse la mia shanda come hai fatto tu, e possedesse con l'inganno proprio la mia Prima tra le Prime?!…”

La voce di Unari era salita in un urlo sferzante, che echeggiò nella sala silenziosa facendo trasalire tutti.

“Faresti ciò che Estsen-shir stava facendo a me, quando sono stato rapito dal sayanni.”

La voce di Deyan era dispiaciuta, ma per niente intimorita.

“No,” rispose Unari, ferocemente. “Farei di peggio.”

Un lungo, tremendo silenzio.

Unari riprese a fatica il controllo, ma la sua voce era velenosa. “Il tuo gesto inqualificabile ha messo in crisi i nostri rapporti con Itka. Persino la mia posizione nell'Augusto Consorzio è minacciata. Mi è stata richiesta la tua consegna all'offeso come riparazione del male commesso, ma naturalmente questo non posso concederlo: te lo meriteresti, ma sarebbe anche un gesto di indegna debolezza da parte di Shana. Ho pagato il riscatto proprio perché la tua punizione deve esserti inflitta qui, e dalle mie mani, poiché solo io devo aver potere su di te.” Una pausa. “Se ti è rimasta ancora un po' della dignità di un principe, Deyan-shir, comprenderai che non ti posso perdonare. Il tuo delitto è stato troppo grave: devi essere punito per ciò che hai fatto. E punito severamente.”

Deyan alzò la testa, rassegnato.

“E sia, padre: rimetto nelle tue mani la mia nomina ad erede.”

Ci fu un mormorio della corte.

“Rinunci al tuo titolo?” domandò Unari, con voce tagliente. “E pensi che questo sia sufficiente ad evitare l'ostilità di Itka e forse di altri membri dell'Augusto Consorzio? Che sia sufficiente ad evitare l'isolamento di Shana?"

“Forse no, padre. Se offrirai questa mia rinuncia con mani tremanti all'Augusto Consorzio. Ma se  ne esalterai il valore, ti dimostrerai giusto e inflessibile, salvando la dignità di Shana. Che tutti sappiano che tu solo e nessun altro è il signore di questa terra e l'arbitro della vita dei suoi familiari! Forse questo causerà inimicizia, ma ti farà rispettare presso gli altri principi.”

“Come osi darmi consigli di politica, proprio tu, dopo quel che hai fatto?!” tuonò Unari, diventando paonazzo. "Ti ordino di tacere immediatamente!…”

Deyan obbedì, ma non i cortigiani. Alcuni tra i più anziani mormorarono tra di loro, dando ragione all'erede. Unari li udì e li azzittì con un cenno imperioso del suo scettro.

“La tua punizione deve essere esemplare, Deyan-shir, e deve poter chiudere per sempre il triste capitolo del tuo delitto. Dopo di che tutti, Itka, l'Augusto Consorzio... e Shana stessa... considereranno chiuso l'incidente. Ascolta dunque la tua sentenza!”

Si alzò, e tutti i presenti si alzarono in un silenzio fremente. Ran smise di contare le sue monete, guardò Deyan con trepidazione.

“Shana-iban-Unari Deyan-shir!” proclamò il principe, con voce solenne. “Hai perso il tuo diritto di erede al trono a favore di Gamosh, il primo dei cadetti. Ti sei dimostrato indegno di essere un principe e un nobile. Pertanto hai udito il tuo nome nobiliare per l'ultima volta. Esso sarà cancellato da tutti i documenti e le iscrizioni.”

A un suo cenno, due massicce guardie in armatura si affiancarono a Deyan e lo afferrarono saldamente per le braccia.

“Cesserai dunque di esistere, ma non avrai una morte misericordiosa. Poiché per secolare usanza non si può violare il corpo di un nobile, sarai innanzitutto marchiato in viso col segno indelebile della schiavitù perpetua, e ti sarà saldato addosso il collare da animale.”

La corte emise un mormorio attonito. Gli occhi di Deyan si spalancarono, mentre un pallore assolutamente mortale gli saliva al viso. 

Che cosa?!

Ma non era ancora finita...

“Quando sarai stato così privato del tuo rango, sarai portato nella piazza delle esecuzioni fuori dal palazzo, dove già ti aspetta l'ambasciatore di Itka. Laggiù...” Unari fece una pausa, e la sua voce tremò. “Laggiù sarai denudato e fustigato pubblicamente, assieme ad altri schiavi e malfattori. Quindi ritornerai qui affinché tutti coloro che ti hanno conosciuto vedano la tua vergogna. E infine, se sarai ancora vivo dopo tutto questo... sarai portato nelle oasi meridionali, dove spingerai le macine di giorno e di notte, fino alla morte.”

Tutti restarono agghiacciati, e persino Ran fissò Deyan con costernazione. 

Ad Unari non era bastato condannare un principe ereditario ad un oltraggio che non era nemmeno concepibile, ma l'aveva anche destinato ad una morte orribile: uno schiavo normale non durava un mese, a faticare sotto il sole del deserto; un albino non sarebbe durato una settimana. 

Deyan non poteva ancora credere a quel che aveva appena sentito, sembrò sul punto di cadere in ginocchio. Non si era aspettato una simile, atroce sentenza: avrebbe preferito mille volte essere divorato vivo dagli avvoltoi di Itka...

Per un lungo istante fissò il vuoto con disperazione, sembrando più morto che vivo. Poi, lentamente, la sua ferrea disciplina interiore ebbe il sopravvento.

Si raddrizzò alquanto, alzò di nuovo lo sguardo a Unari e la sua voce salì, piena di sconfinato disprezzo: “È per soddisfare la tua perversa crudeltà che mi fai questo, padre? O per la più abietta viltà davanti all'ira dei tuoi vicini?... In me disonori tre millenni di nobiltà, e mi condanni a ciò che nemmeno i sayanni farebbero ad un principe kelith!... Se tu fossi soltanto un poco meno vile o crudele, mi destineresti semplicemente alla morte... ma te ne manca il coraggio!”

“Taci!” tuonò il principe, sbarrando gli occhi. “Come osi?!…”

Ma Deyan ormai era scatenato. 

“Shi-El Kaira’shtai!” gridò, nell’antica lingua, e tutti ammutolirono. “In nome della Misteriosa, io ti maledico, Shana-iban-Vayua Unari-shir! Nella vita che mi resta e nella morte che mi aspetta, possa la maledizione della dea raggiungerti, e distruggerti!…”

La voce di Deyan era riecheggiata potentemente nella grande sala. E, come se la sua invocazione avesse trovato ascolto, una corrente di aria passò fischiando tra le finestre della cupola: un suono assordante nel silenzio tremendo che era seguito.

Unari arretrò di un passo, pallido come un morto, mentre la corte lo fissava agghiacciata.

“Portatelo al boia e eseguite i miei ordini,” mormorò, con voce strozzata.

 

 




 


 

Passarono lentamente le ore. Unari si era di nuovo seduto sul suo trono, con la testa china. I musici avevano tentato di suonare qualche nota, ma erano stati subito azzittiti. I cortigiani mormoravano. Nel silenzio si udivano solo le strida dei pavoni, e il tintinnio ozioso delle monete di Ran sul pavimento.

“Allora, sayanni, sei soddisfatto?” aveva chiesto Unari, rabbiosamente. “Hai avuto il tuo riscatto. Vattene, dunque.”

“Non ho ancora finito di contare i miei soldi,” aveva risposto Ran, velenosamente. “Il tuo salvacondotto mi dà il permesso di stare dove voglio sul tuo territorio, intoccabile e inviolabile, fino al tramonto, e io voglio stare qui. Qualcosa in contrario?”

“La tua presenza insozza questa sala e dà fastidio a me e alla mia corte!…”

“Davvero?” Ran aveva alzato le spalle. “Oh, come mi dispiace!... Ma forse il grande Unari-shir vuole mancare alla parola data.”

“Come osi, barbaro?!” avevano tuonato le guardie del principe, avvicinandosi a lui per scacciarlo.

Ma Unari aveva fatto un gesto stanco. “Lasciatelo stare, non importa. Che faccia quel che vuole... fino al tramonto.”

Era chiaro che il suo pensiero, come quello di tutti, era rivolto altrove.

E alla fine le porte gigantesche si spalancarono di nuovo. 

Le guardie scelte trascinarono una figura nuda, sanguinante e inerte in mezzo alla grande sala. Ran, che stava impilando distrattamente le monete del riscatto, spalancò gli occhi e le lasciò cadere a terra...

Se non fosse stato per i capelli bianchi, non avrebbe mai riconosciuto in quell'essere miserabile il principe altezzoso che aveva appena riportato a casa.

I soldati lasciarono cadere a terra il loro prigioniero. Uno di loro lo prese per i capelli, gli alzò la testa in direzione di Unari. “Sentenza eseguita, nobile principe.”

Un'orribile ustione brunastra, impressa sullo zigomo destro, sfigurava il bel volto di Deyan, pallidissimo per il resto. Unari fece un gesto, e un servo andò a gettargli in faccia una tazza d'acqua mista ad aceto, scuotendolo. Ci volle un po' prima che si riprendesse; finalmente aprì gli occhi, ma non ebbe la forza di alzarli all'assemblea che lo fissava agghiacciata.

Unari si rivolse all'ambasciatore di Itka, che aveva fatto il suo sprezzante ingresso dietro al condannato.

“Questo soddisfa il tuo signore?”

L'ambasciatore studiò Deyan, con freddezza. “È stato uno spettacolo memorabile, nobile signore, ma... se posso permettere un umile suggerimento…”

“Parla pure.”

“Ecco, hai fatto di questo malfattore uno schiavo, ma egli è tuttavia di nobile origine, e si vede ancora..." Arricciò il naso. "Credo che occorra privarlo dei suoi attributi principeschi. Bisogna bruciargli i capelli, le sopracciglia e ogni pelo del corpo, in modo che non ricrescano più e non rivelino che è un albino.”

“E gli occhi?” chiese Unari.

“Semplice, nobile signore. Basta strapparglieli.”

“No!…”

Tutti si voltarono verso quella voce, sorpresi.

Era stato Ran a gridare, scattando in piedi.

“Cosa vuoi ancora, predone?” chiese Unari, irritato.

Tutti lo fissavano, tranne Deyan che continuava a tenere lo sguardo fisso al suolo. Ran esitò, rendendosi conto della tensione intorno a lui, poi disse con voce imbarazzata: “Ecco, nobile signore... non ti sembra di averlo già punito abbastanza?”

“E a te cosa importa?”

Mostro spietato e senza cuore, pensò Ran, tutto quel che conta per te è calpestare tuo figlio per far piacere a quest'altro bastardo...

Quel pensiero gli fece venire un'improvvisa ispirazione.

“Beh, se tu facessi quel che suggerisce quel nobile, lo rovineresti del tutto, cioè... lo renderesti completamente inutile... non so se mi spiego.” La sua voce prese forza, man mano che l'idea si sviluppava nella sua mente. “Ne hai fatto uno schiavo, no? Ma perché mandarlo a girare le macine? Un così bel giovane, forte e ben fatto, e per di più... albino?”

“Ahhh," sorrise l’ambasciatore di Itka, compiaciuto. “Stai dicendo che ti piacerebbe usarlo per i tuoi piaceri carnali.”

Ran non riuscì a trattenere un'espressione scandalizzata. 

“Non per me! E poi io sono ancora vergine.” Respirò profondamente. “Ma conosco gente che pagherebbe oro sonante per i servigi di un simile, eccezionale schiavo.”

“Ah, sì?”

“Case di piacere,” annuì lui, con fare ruffianesco, e si rivolse di nuovo a Unari. “È già un peccato che tu abbia rovinato la perfezione di tuo figlio con quel marchio, e spero che i tuoi carnefici abbiano fatto il loro lavoro con la frusta senza danneggiare troppo la merce. Non sprecarlo nel deserto, basterebbe esporlo anche così nei mercati che so io, e renderebbe una fortuna…”

“Dunque lo vuoi comprare?”

“Sì, principe.” Guardò il riscatto, e sospirò. “A un prezzo giusto, si intende…”

“Quanto vale per te un principe kelith?”

Ran spostò con un piede una pila di monete, guardò Unari strizzando un occhio.

Il principe rise, aspramente. “Mi daresti la metà del riscatto?”

L'azzurro delle gote di Ran impallidì alquanto.

“...Facciamo un quarto, eh?”

Unari guardò il nobile di Itka, che studiava il condannato con sadico interesse. “Che ne dici, ambasciatore?”

Costui distolse a fatica lo sguardo dalla nudità del prigioniero, sogghignò.

“Sarebbe l'unico oltraggio che mancherebbe a quelli già sopportati da questo sacrilego. Passare da principe erede a schiavo destinato al piacere di chissà quali infimi individui…” Girò intorno a Deyan, gli mise il suo bastone da passeggio sotto il mento e lo costrinse ad alzare la testa. “Allora, parla: preferiresti usare il tuo corpo per muovere una macina, o per dare sollazzo a canaglie come questa?”

Deyan strinse spasmodicamente gli occhi, e tutti videro che era ad un passo dalle lacrime. Ran si  volse intorno, chiedendosi come si potesse godere di quel dolore spaventoso, anziché provare pietà...

“Di tutte le punizioni, questa sarebbe senz’altro la più sublime," ridacchiò l'ambasciatore. “Avendo oltraggiato la moglie di Estsen-shir, saresti oltraggiato allo stesso modo. Predone!” esclamò, rivolgendosi a Ran. “Sei sicuro che potresti destinarlo a quest'infamante servizio? Non credo che questo schiavo sia molto docile!”

“Nessuno lo è, naturalmente.” Ran lottava per tenere la voce allegra. “Ma i padroni delle case di piacere hanno una grande esperienza nella doma dei loro schiavi. E non li lasciano morire tanto facilmente: devono prima rendere il loro gruzzoletto. Del resto, dopo le prime volte, il loro spirito è talmente stroncato che non resistono più, e diventano davvero docili.”

Una voce dentro di lui gemeva: e questo potrebbe essere davvero il mio prossimo destino...

L'ambasciatore riprese il suo bastone, si volse verso il principe. “Ebbene, Unari-shir, la mia opinione è che sia meglio vendere questo schiavo al sayanni. Il mio padrone ne sarebbe contento.”

Unari annuì, si rivolse a Ran. “Se farai gli affari che ci hai detto, non ti dispiacerà lasciare qui la metà del riscatto. Prendere o lasciare.”

Deyan si scosse dal suo annientamento, raccolse le sue poche energie, si voltò verso il sayanni e gridò con disperazione: “Ran!... Non voglio che tu accetti! Lasciami morire qui, ti prego...” Chiuse gli occhi, sull’orlo delle lacrime. “Vattene, e lasciami morire!”

La sua voce era solo una caricatura del tono sicuro e controllato di un tempo.

Stupido kelith! pensò Ran, cupamente. Non starai credendo che stia facendo sul serio!... Non capisci che non ho altro modo per salvarti la vita?

Ora tutti fissavano il sayanni. Il fatto che Deyan stesso lo implorasse di rinunciare aumentava il piacere di venderglielo. Lui se ne accorse, irrigidì il suo cuore e si decise. 

“Affare fatto, principe Unari,” disse con tono sordo, cercando di non pensare a quel che stava facendo. Sputò sul lindo pavimento in segno di accettazione. “Voglio un sacco per la metà del riscatto che mi rimane, e una catena da attaccare al collare dello schiavo. Dopodiché me ne andrò, e nessuno mi seguirà.”

“Nessuno ne avrà voglia,” ribattè Unari, alzandosi di scatto. Si rivolse ai segretari. “Compilate un regolare atto di vendita. E date al predone ciò che ha chiesto. Ora lasciatemi al mio lutto. Oggi mio figlio è morto!”

E se ne andò, senza voltarsi indietro. 

 


 

 


 *

 

  




Tutta Luna di Fuoco sogghignava alla conclusione del grande affare di Ran, perfettamente in linea con il personaggio. E già nelle taverne i trovatori avevano composto salaci ballate al proposito. 

Ran però non rideva affatto. E nemmeno Mastro Kurmaji, che l'aveva di nuovo convocato alla Grande Casa, profondamente deluso da come era andato l'affare, e soprattutto da come Ran l'aveva gestito.

“Sei stato sfortunato, va bene, ma perché aggiungere alla sfortuna un'altra stupidaggine? D'accordo, ora possiedi uno schiavo: ed è forse l'unico schiavo albino maschio che sia mai esistito tra i kelith. Ma per gli dèi, è in uno stato pietoso!”

“Ora sta meglio, Pushpa lo ha medicato.”

“E come pensi di pagare Pushpa?”

“Con nulla. L'ha fatto gratis.”

Kurmaji fece un sorriso amaro. “Un attacco di generosità contagiosa la tua, non è vero? Perché è per questo che hai comprato il tuo ostaggio. Per salvarlo dalla morte.”

“Non è vero!" si difese Ran. “Ho avuto i miei buoni motivi…”

“Risparmiami le tue bugie.”

Ci fu un lungo silenzio.

“Peccato, era la nostra unica occasione di avere un alleato tra i nobili kelith,” sospirò Kurmaji. “Non avrei mai creduto che suo padre l'avrebbe trattato con tanta severità.”

“Nemmeno lui lo credeva…”

“Già, però ora il tuo kelith non è più un principe. È un miserabile schiavo. L'ho visto quando l’hai portato indietro, e non ho trovato traccia alcuna del suo formidabile spirito. Peccato, perché questo abbassa ulteriormente il suo valore commerciale: pensa a quale quotazione sarebbe giunto, se avesse potuto offrire la sua erudizione aristocratica!” Bevve il suo infuso. “Invece ora non rimane che il suo corpo. Una volta guarito, potrai decorosamente portarlo sul banco degli schiavi. Dovrebbe fruttarti a sufficienza per chiudere in pareggio o lieve attivo la tua stagione: è piuttosto bello per i canoni kelith, e in più è un albino, una rarità assoluta.” Kurmaji sospirò. “Se non te la senti di venderlo in prima persona, puoi sempre portarcelo qui: te lo ritireremmo ad un prezzo di mercato, con il venti per cento in più per la sua peculiarità.”

Ran chinò la testa, pensieroso. Non aveva nemmeno toccato la sua tazzina.

“Devi prendere questa decisione alla svelta," disse Kurmaji. "Hai già sostenuto un sacco di spese per questa sfortunata impresa. Pushpa o no, devi nutrire e vestire il tuo schiavo ogni giorno se vuoi tenerlo in buone condizioni. Ogni giorno di indugio abbasserà quel poco di ricavo che ti resta, e tra poco finirai comunque in passivo. Devi venderlo, Ran. E venderlo subito.”

“Non posso fargli una cosa simile,” mormorò lui, quasi a se stesso.

Kurmaji sospirò.

“Lo vedi? Sei troppo sentimentale per essere un predone. Non avresti dovuto comprarlo. Saresti tornato con l'intero riscatto e un sacco di problemi in meno!”

Ran non rispose.

“Invece ora sei dilaniato da mille scrupoli di coscienza, che non ti aiuteranno a risolvere la questione di quel kelith. Credi davvero di potergli risparmiare l'umiliazione di essere venduto? Quando sarai dichiarato fallito, sarà esposto comunque sul banco degli schiavi, come tuo ultimo bene da mettere all'incanto. Se la cosa ti consola, pensa che gli farai compagnia anche tu... una magnifica situazione, non c'è che dire.” Kurmaji si alzò. “A volte, Ran, la pietà è la più crudele delle maledizioni. Il tuo schiavo forse ha tutti i motivi per odiarti a morte.”

 

  


 






Il sayanni camminò stancamente fino alla sua abitazione, di proprietà dei Marjaban che, ineluttabilmente, segnavano l'affitto in calce al lungo elenco delle sue passività.

Dentro trovò il consueto disordine. E, nel solito angolo, il suo schiavo.

Deyan fissava il vuoto, come sempre, abbracciandosi le ginocchia. Era rimasto nudo come Ran l'aveva portato, nonostante i kelith avessero fama di essere pudichi: non aveva addosso altro che il collare di bronzo saldato. Sui suoi muscoli affusolati le ferite dell'infamante supplizio a cui era stato sottoposto stavano guarendo, e solo un sottile alone di tessuto arrossato circondava il profondo marchio sul suo volto: l'ideogramma kelith della schiavitù.

Era insomma abbastanza in salute, nonostante non mangiasse se non imboccato, non bevesse se non costretto, e si muovesse solo per andare alla latrina: unica concessione che faceva alla propria dignità. Per il resto non si lavava, non pettinava la sua chioma più scarmigliata che mai, e una sconcertante barba bianca aveva cominciato a crescergli sulle mascelle.

Passava i giorni così, seduto, a fissare il vuoto, senza una parola, un tremito degli occhi.

“Ha perso la ragione?” aveva chiesto Ran a Pushpa.

“Non lo so," aveva risposto quest'ultimo, con un sospiro. “Può darsi che questa si sia semplicemente nascosta nel più profondo di lui. Succede, quando si subisce un grande dolore.”

“Non puoi guarirlo?”

“Le ferite dell'anima guariscono col tempo.”

“Per gli déi! Io non ho più tempo!”

“E nemmeno io, Ran.” Pushpa aveva raccolto le sue medicine. “Ho fatto tutto questo per lui, per la cortesia che ha avuto con me, e in cambio delle sue storie. Non certo per la tua cortesia, che non ne hai, né per i tuoi soldi, che non ci sono. Addio.”

Se n'era andato, lasciandolo solo con quel misero kelith nudo e indifferente, che non faceva che fissare il vuoto, come una bambola rotta...

Il predone distolse lo sguardo da lui, andò al tavolo e si sedette pesantemente. Scostò le tazze sporche con una mano e prese direttamente la brocca del vino, bevendo a garganella.

“Kurmaji ha ragione,” disse a voce alta. “Sono uno sciocco. Tutto ciò che tocco si muta in cenere. Sono incapace di tutto. Sono un fallimento. Guarda a cosa mi sono ridotto!…”

Deyan non diede alcun segno di vita.

“Già, tu non mi ascolti. Sarebbe pretendere troppo, vero? Io non sono che un disertore sayanni. Sono nato nei bassifondi di una casta, con un destino già stabilito, e nessuna voglia di percorrerlo. Non mi piaceva la disciplina, il dover sempre obbedire a capi che detestavo. Non godevo nell'ammazzare. Non valevo niente come guerriero, insomma.”

Bevve ancora, abbondantemente. Poi si alzò, andò davanti a Deyan, gli si accovacciò innanzi.

“Cosa vuoi che sia allora la perdita della libertà per un relitto come me? Niente, vero? E pensare che la perderò perché ho voluto salvarti la vita. Mentre tu avresti preferito essere bruciato in testa e accecato e messo a girare le macine sotto la frusta degli aguzzini, mentre i soli avrebbero squarciato la tua fragile pelle bianca riducendoti ad un ammasso di vesciche senza vita. Oh, Kurmaji ha ragione, quell'avido avvoltoio nero! Hai tutti i motivi per odiarmi. Povero, derelitto, sfortunato Deyan-shir!”

Aveva pronunciato quel nome con tale sonorità da far vibrare quasi le pareti della stanza.

“Sì!” tuonò Ran, “Deyan-shir! Shir! Principe e erede, nato in un palazzo dove non un solo mattone, non un pugno di calce era lasciato nudo ad offendere i tuoi occhi regali. Un palazzo che non avrei immaginato nemmeno nel più sfrenato dei miei sogni di gioventù. Il paradiso, non è vero? Un paradiso. Oro. Argento. Fiori splendenti e acqua cristallina, mentre fuori i tuoi sudditi sono costretti a bere putrida acqua di pozzo. Alberi secolari. Arazzi, piastrelle cesellate, tappeti che sono costati gli occhi di chissà quante tessitrici. Ricchezza. Gloria. Solo gli déi sopra di noi! L'ho ricordato bene? Era questo il tuo motto, nobilissimo principe kelith, orgoglioso, altezzoso, superbo Shana-iban-Unari Deyan-shir?!”

Gli occhi rossi di Deyan tremarono lievemente.

“Ahhh... ma ora non sei più shir. Deyan e basta. Finito tutto. Un viaggio nelle segrete del tuo perfetto palazzo, ci eri mai stato prima? Avevi mai sentito i gemiti di chi ci stava dentro? Ah, ma certo, tu sei un principe albino, abituato alla tortura altrui. Un ferro rovente sulla faccia!” Ran toccò il marchio sulla pelle di Deyan, che trasalì. “Un ferro su un principe, e... magia, quel principe non è più tale. È uno schiavo. Allora vive sulla sua pelle quello che tante volte ha rimirato dalle mura, magari sbadigliando. Perché solo tu hai un orgoglio, vero? Solo tu hai sofferto e pianto di vergogna, quando hanno esposto il tuo corpo prezioso come la carcassa di una bestia macellata. E poi ti hanno battuto, mentre tutti ti guardavano avidamente, per vedere come un albino si contorceva nel dolore, per vedere se sanguinava, lui che aveva solo gli déi sopra di sé!”

Il riflesso della luce della lampada si sdoppiò negli occhi rossi del kelith. Ran si accorse che delle lacrime si stavano formando in quegli occhi fissi, indifferenti, immutabili...

“Solo tu hai diritto di soffrire, nobile principe decaduto. Non certo io, il vile predone che ti ha salvato la vita per due volte. Non certo io, il cane sayanni che sta marciando dritto verso il palco degli schiavi per causa tua!... Mi hanno chiesto di venderti, sai? E quale altro padrone ti tratterebbe come ho fatto finora io? Accudendoti, nutrendoti, sopportando il tuo silenzio, la tua indifferenza, la tua irriconoscenza, con tanta comprensione per il tuo dolore? Un altro padrone ti frusterebbe fino a farti vomitare sangue, ti incatenerebbe in una cantina e, se questo non bastasse, ti drogherebbe fino a renderti quello che legalmente sei... un corpo da bordello, e nulla più! Le leggi di Luna di Fuoco mi imporrebbero di trattarti così, di essere crudele e spietato. E tu, invece di essermi grato per aver resistito fino ad adesso e averti trattato con onore, me ne fai vergognare, facendo sì che tutti ridano della mia generosa stupidità!”

Ran si alzò di scatto, afferrò la brocca del vino e la scagliò rabbiosamente contro la parete.

Deyan sussultò appena.

Per un lungo istante il sayanni restò a fissare la macchia vermiglia sul muro, respirando affannosamente. 

Poi disse, a voce alta: “Non posso più continuare così. Adesso basta!…” Si voltò verso Deyan, lo afferrò per un braccio e lo alzò di peso. “Vestiti.”

Non ci fu reazione.

“Vestiti, ho detto!..." urlò Ran, e visto che il kelith non obbediva, gli allacciò quasi a forza uno straccio intorno ai fianchi. 

Poi frugò tra le cianfrusaglie che riempivano la sua cassapanca, ne estrasse un'ascia e la catena che gli avevano dato a Shana. Attaccò quest'ultima al collare di Deyan, se lo trascinò dietro fino alla porta, l'aprì  con un calcio.

C'erano dei passanti per la strada, ma si fermarono tutti a guardarlo. Ran uscì nella luce del tardo pomeriggio, alto e eretto nonostante avesse bevuto molto, dando uno strattone violento alla catena e urlando: “Avanti, cammina!…”

Deyan barcollò a quel brutale strattone, e obbedì come una marionetta.

Si levò una risata e qualcuno gridò: “Attento, Ran, non sciupare il tuo schiavo!…”

“Fatevi i fatti vostri!” tuonò Ran, marciando con irruenza verso la Grande Casa.

Molti gli andarono dietro, curiosi.

“Aspetta! Non portarlo al mercato! Te lo compro io…”

"È davvero un albino? O gli hai candeggiato la testa per imbrogliare gli stolti?”

“Forse hanno imbrogliato te, Ran! È così facile per i kelith!”

Ad un ennesimo strattone Deyan cadde in ginocchio nella polvere. La cosa fece ridere gli astanti, che lo pungolarono divertiti. Lo afferrarono per rialzarlo. qualcuno ne approfittò per tastarlo maliziosamente.

“Che ti prende, kelith? Non sai tenere il passo del grande guerriero?”

“Ran! Facci vedere se questo schiavo è tutto fumo e niente arrosto!”

“Se sa l'arte del letto come quella di camminare, stai fresco…”

“Ma sembra comunque bene in carne. Che ne dici, Ran? L'hai ben esaminato quando l'hai comprato?”

“Mi offro io a farti una perizia…”

Ran si voltò di scatto. Vide che Deyan non reagiva a quell'aggressione, ne era attonito spettatore. Allora reagì al posto suo: strappò dalle mani di un passante un bastone e si diede a menar colpi a destra e a manca, allontanando la ressa. 

"Il primo che gli si avvicina avrà la testa spaccata, chiaro?!” urlò, minacciosamente.

Gli astanti borbottarono, ma obbedirono e gli fecero largo.

Ormai erano giunti nella piazza davanti alla Grande Casa. La voce di quel che stava succedendo si sparse tra la folla del mercato, e molti si diressero verso il banco degli schiavi, vedendo che era la meta del sayanni.

“Finalmente Ran vende il suo gioiello!…”

Tutti lo guardarono, divertiti e incuriositi, mentre saliva il palco trascinandosi dietro quel misero kelith mezzo nudo. Si piantò a gambe larghe in mezzo al banco, si portò le mani ai fianchi e urlò: “Dove sono i Giudici delle Contese?!…”

“I Giudici! I Giudici!” fece eco la gente, ridacchiando.

Un t'yr sayanni venne trascinato quasi di peso, tirato per la lunga palandrana. Era stato evidentemente disturbato durante una buona cena, perché aveva ancora un pezzo d'arrosto in pugno e un gran tovagliolo al collo. Stizzito, si liberò da quelle mani e tuonò, pieno di indignazione:

“La vendita di schiavi è finita, l'orario delle contese passato da un pezzo! Sei ubriaco, Ran? Torna a casa!…”

“Brutto parassita che non sei altro,” ribattè il sayanni. “Sei pagato per fare il giudice o per mangiare come un ratto affamato? Ho bisogno dei tuoi servigi, ora!”

“Ha ragione Ran!” gridò qualcuno tra la folla, "Giudice, fà il tuo lavoro!"

“Oh, beh…” Il t'yr si tolse il tovagliolo, si pulì la bocca e posò la carne, cercando di riprendere un minimo di aspetto dignitoso. “Allora facciamo in fretta. Va bene, Ran! Chiami a testimone la Comunità di Luna di Fuoco. Per che cosa?”

Si fece un fremente silenzio.

Ran diede uno strattone alla catena, e Deyan cadde in ginocchio al centro del palco.

“Come risulta dai documenti depositati alla Grande Casa, sono proprietario di questo miserabile schiavo kelith che si chiamava Deyan-shir. Come vedete dai capelli, era un nobile, e niente meno che un principe ereditario; ma gli piaceva troppo fare il sacrilego, così l'hanno marchiato a fuoco e ridotto al rango di una bestia. L'ho comprato pagando un bel prezzo, ma tutti voi sapete che non ho fatto un grande affare.” Prese un braccio di Deyan e lo sollevò. “Questo kelith ha muscoli flaccidi, e la sua mente è più flaccida ancora. Pensate! Non si è ancora degnato di dirmi grazie per avergli salvato la vita!”

Lo lasciò andare, cavò dalla cintura la sua ascia e spinse a calci il ceppo del fabbro nel mezzo del palco.

“Forse pensa solo alla sua vendetta. O alle belle cose che ha lasciato. Forse è così debole da non poter guardare in faccia il presente, ciò che è... si crede probabilmente ancora un principe nel suo palazzo tutto d'oro.”

Una risata di scherno salì dalla gente. Gli occhi di Deyan si abbassarono sull’assito del palco, il suo respiro si fece più rapido.

Ran si erse maestosamente, e la risata svanì.

“Io non sono altro che un misero predone, ma nella mia miseria so essere forte e affrontare la mia vita. Sono orgoglioso di essere me stesso, e anche se so di essere un ignorante, stupido guerriero impulsivo... non mi importa, io sono quel che sono! E non mi trasformerò certo in un odioso mostro di crudeltà solo a causa di questo maledetto kelith, che mi ha portato solo disgrazia. No, per quanto questo schiavo sia irritante, superbo, arrogante, io non tradirò per lui la mia innata generosità, senza la quale non sarei ciò che sono... e ciò che diventerò.”

Un profondo silenzio calò nella piazza. Nessuno osò ridere di quel sayanni rattoppato, eppure così pieno di dignità. E Deyan ebbe un tremito.

“Dovrei venderti, Deyan-shir.” Ran si chinò su di lui. “Ma non mi va di farlo. E perché dovrei fare ciò che tutti ritengono giusto? Tanto tra poco sarò dichiarato schiavo io stesso, salirò questo palco per essere venduto, subirò il destino che meriteresti tu. Mi permetto dunque l'ultimo lusso da uomo libero di questa mia folle vita. Ti libero dalle tue catene!”

Lo afferrò per i capelli e gli mise brutalmente la testa sul ceppo.

“Per gli déi!" gridò qualcuno. “Non vorrai ammazzarlo!”

“Silenzio!” esclamò il giudice. “Può fare quel che gli pare con il suo schiavo.”

“Giudice! Sei pronto ad assistere?” gridò Ran.

“Sono il tuo testimone.”

L'ascia si alzò lentamente verso il cielo.

Poi calò, e la gente mandò un urlo, che si sposò con il clangore del metallo...

Deyan sussultò. Si aspettava di essere decapitato, ma vide invece l'ascia piantata ad un soffio da lui. La saldatura del collare era stata spezzata di netto.

“Dichiaro libero questo schiavo e rinuncio ad ogni diritto di proprietà su di lui!” gridò Ran, rivolto a tutti. Occhi stupefatti ricambiarono il suo cipiglio, ma nessuno osò fiatare. 

Il sayanni si avvicinò ad un palmo dall'orecchio di Deyan e gli disse: “Hai sentito, nobile principe? Sei di nuovo un uomo libero. Va’ dove vuoi, basta che sia il più lontano possibile da me. Non voglio più vederti. Porta il tuo dolore da un'altra parte, ne ho già abbastanza del mio!…”

Riprese la sua ascia dalla lama ammaccata, se l'appese alla cintura, se l'aggiustò sulla veste sgualcita e se ne andò a testa alta dal palco, verso la sua casa.

Tutti lo guardarono in silenzio, scostandosi dal suo cammino.

“Abbiamo preso atto di questa liberazione," disse il giudice, rivolto a tutti. "Ne manderemo debita registrazione alla Grande Casa. Ebbene, miei cari compagni, lo spettacolo è finito, e qui ormai si è fatto buio. Io me ne vado a casa!”

La gente mormorò, disperdendosi lentamente, mentre un baluginare di luci si accese nelle vie: evidentemente tutti erano dell'opinione del giudice. La piazza si svuotò, a poco a poco, finché le luci del tramonto non svanirono dall'orizzonte. Solo una brezza tiepida, ultima grazia del drastico clima locale, rimase a ricordare il calore del giorno, alzando una cortina di polvere e sibilando nella sua corsa tra le strade.

Deyan era rimasto sul palco per tutto quel tempo, in ginocchio davanti al ceppo, lo sguardo fisso nel vuoto.

Lentamente, esitanti, i suoi occhi si mossero, e così le sue mani. Salirono al collare spezzato, lo allargarono, lo sfilarono, lo lasciarono cadere sul palco.

Con uno sforzo sovrumano si alzò in piedi. Si guardò intorno, e i suoi occhi si fissarono sul mondo azzurro che sorgeva, pieno e tondo, dall’orizzonte di Luna di Fuoco. 

Il silenzio era totale, rotto solo dal sibilo del vento, e ogni cosa era netta e definita ormai, anche il suo destino. In quell'infinita solitudine, un sospiro profondo sollevò finalmente il torace di Deyan, ed egli assaggiò il sale delle sue lacrime segrete, che ridavano la luce ai suoi occhi e al suo spirito. Risentì il senso della sua vita, dopo che non gli era rimasto più nulla da perdere...  

Aprì le braccia, ringraziando l’eternità in un momento di mistica resa; poi le richiuse unendo i palmi davanti al petto, e le sue labbra si mossero appena.

El.

Quindi scese il palco, camminando con passo di nuovo altero e sicuro attraverso le viuzze oscure. Arrivò alla casa di Ran, aprì la porta con cautela.

Il sayanni era seduto sulla sua panca, con la testa sul tavolo, in un caos di brocche e tazze rovesciate, e stava già russando. L'odore del vino da poco prezzo riempiva la stanza, e quasi soffocava la luce incerta della lampada.

Deyan entrò, attraversò la stanza senza far rumore. Prese ciò che gli serviva, quindi se ne andò richiudendo la porta in silenzio. Si fermò presso una vasca che sembrava un abbeveratoio, o una fontana pubblica. Protetto dalle tenebre si lavò, si rase con l'aiuto del coltello di Ran, tagliò senza esitazione i suoi lunghi capelli bianchi e li lasciò volar via nel vento.

Quindi si vestì dignitosamente, si infilò il coltello in cintura, si mise a tracolla la corda di seta, una borsa contenente un sacco vuoto e un rampino. Si avvolse nel mantello scuro di Ran, che gli andava  piuttosto grande, e andò verso la Grande Casa.

Conosceva la strada. Si presentò solitario alla Sala del Vortice.

“Chi sei e dove vuoi andare?” chiese il Marjaban di turno, alzandosi dalla sua poltrona per servire quel tardivo cliente.

“Mi chiamo Deyan, e devo andare su Kelitha.”

Il Marjaban non si scomodò a guardare sotto al cappuccio per vedere la faccia dell'interlocutore. Cercò tra le sue tavolette.

“Non trovo il tuo nome, né come predone, né come dipendente.”

“Sono liberto di Ran il sayanni,” rispose Deyan.

“Ma non sei registrato come suo dipendente.”

“E non lo sono. Ero il suo schiavo.”

“Quindi è a lui che devo addebitare il tuo viaggio?” Guardò la tavoletta di Ran. “Il tuo padrone è quasi in passivo.”

“Lo sa.”

“È una procedura irregolare. Non dovrei mandarti giù senza il permesso scritto del tuo padrone. E poi Ran deve regolarizzare la tua posizione. Devo sentire Mastro Kurmaji al proposito.”

Il Marjaban fece per uscire, ma la mano tesa di Deyan lo fermò.

“Aspetta.”

Il mago esitò, a quella voce così calma e autoritaria.

“Se mi mandi giù subito, sarai pagato il doppio.”

L’innata avidità Marjaban fece brillare gli occhi al mago. “D’accordo, si può fare un’eccezione... se porti in pegno te stesso. Sarò pagato, o tu sarai dichiarato di nuovo schiavo, e ci apparterrai.”

Era una richiesta esosa ed ingiusta, ma Deyan chinò appena la testa. “Il patto è accettato. E adesso fammi andare.”

“Perché questa fretta?"”

“Perché è notte nelle regioni centrali di Kelitha. Non ho un minuto da perdere.”

“Come fai a sapere con così tanta precisione il tempo locale?" Il Marjaban guardò le mani vuote di Deyan. "Non hai comprato un'informazione…”

“Non ho bisogno di informazioni. La mia destinazione è il principato di Shana. Nella capitale. Il punto esatto: trentacinque gradi sud, settantaquattro centesimi; ottanta gradi ovest, quarantun centesimi. Coordinate equatoriali, meridiano Oceanico. Ritorno previsto tra tre ore kelith... due misure e tre quarti secondo il tempo di Luna di Fuoco. Hai bisogno di altro?”

Il Marjaban mostrò il più profondo stupore. Lanciò un'occhiata alla mappa.

“Sembra che tu sappia assai bene dove andare, kelith! Mi stai rubando il lavoro.”

“Mandami giù, allora. In fretta.”

Senza discutere oltre, il Marjaban gli diede la Polvere e lo accompagnò al centro del Cerchio.

 

 




 *

 




  

Ran si risvegliò nel suo giaciglio. Un piacevole odore di pulito si levava dal lenzuolo che lo copriva. Era svestito, lindo e profumato, e non c'era traccia del vino in cui si era quasi affogato prima di addormentarsi.

Deve essere un sogno, si disse, richiudendo gli occhi.

Ma quando li riaprì tutto era come l'aveva visto.

Si alzò di scatto a sedere, si guardò intorno; con un gesto automatico guardò anche sotto il lenzuolo, e tirò un sospiro di sollievo: la Sacra Membrana c'era ancora...

Di nuovo guardò la stanza. Era in ordine, e abbastanza pulita, anche se la grossa macchia di vino sulla parete era rimasta, ricordo della sera prima. Un mal di testa bestiale gli rammentò ogni particolare di quel che era avvenuto.

"Per Kamoh e Lilia!" esclamò, portandosi le mani alle tempie. “Chi mi ha portato qui?!"

"Io," disse una voce ben conosciuta, dietro di lui. 

Ran si voltò, sgranò gli occhi.

"Deyan-shir!..."

"Deyan e basta," corresse lui, con un sorriso triste.

"Dei del profondo," mormorò Ran, seguendolo con lo sguardo mentre il kelith si accomodava su uno sgabello, accanto al tavolo sgombro. "Ma sei proprio tu? Credevo che non avrei mai più risentito la tua voce!"

"Hai fatto di tutto per sbarazzarti di me, Ran. Perdonami se sono rimasto qui."

Lui sorrise ampiamente, rimirandolo.

"Ti sei lavato, vestito e rasato... sembri quasi quello di prima, a parte i capelli. Perché li hai tagliati?"

"Perché non sono più un principe."

Ran scrollò le spalle. "Che importa? Sei comunque tornato alla vita!" Il suo sorriso fu attraversato da una improvvisa smorfia di dolore, si portò nuovamente le mani alle tempie. "Per gli dei, che sbronza colossale mi son preso!..."

Deyan gli offrì una tazza di infuso medicinale. Ran l'accettò con gratitudine, e bevve. Quindi guardò i suoi occhi limpidi, stupito da quella cortesia; e alla fine gli chiese, a voce bassa: "Che ti è successo? Sei rinsavito dalla tua pazzia... ma sento che non sei più quello di prima."

Deyan sospirò, la sua voce suonò calma e malinconica.

"E te ne sorprendi, dopo quel che mi è stato fatto? Mi credevi pazzo, ma non lo ero. Semplicemente mi ero chiuso in me stesso, per non dover affrontare la realtà, la mia tremenda umiliazione. E sarei morto così, se le tue parole irose non mi avessero percosso come altrettanti schiaffi, costringendomi a guardare in faccia la verità..." Chinò lo sguardo. "Mi hai fatto rivivere appieno tutta la mia degradazione. E l'hai fatto con la giusta dose di spietata crudeltà, perché in quel momento io non ero che un odiato principe kelith, e tu un sayanni pieno di voglia di vendetta... nemmeno con un coltello avresti potuto procurarmi così tanto dolore."

Ran era costernato.

"Io non volevo... ferirti così."

"Cosa volevi fare allora?" chiese Deyan con veemenza, rialzando lo sguardo. "Te lo dico io! Volevi punirmi, scuotermi; volevi vedermi almeno piangere disperato. E ci sei quasi riuscito: quando mi hai attaccato la catena al collo e mi hai condotto al mercato, in mezzo a quella marmaglia oscena, la mia disperazione ha raggiunto il suo colmo. Credevo che mi avresti venduto... avevi ragione, me lo sarei meritato. Poi, quando hai tenuto la scure sul mio collo, ho creduto che mi avresti ucciso..."

Tacque per un lungo istante. Poi riprese, a voce bassa: "Invece mi hai liberato. Non me l'aspettavo, e men che meno dopo quel che mi avevi detto, il modo brutale in cui mi avevi trattato. Allora ho capito che le tue intenzioni erano buone, che a modo tuo mi volevi bene. E che io, troppo pieno di me stesso, non me n'ero accorto..." Sospirò. "E allora ho finalmente compreso la tua folle, totale generosità, e quel che ti sarebbe costata. Forse, solo in quel momento ho capito di non essere più Shana-iban-Unari Deyan-shir, ma soltanto... uno schiavo senza patria."

Ran si strusciò gli occhi con un gesto furtivo.

"Tu... tu non sei più uno schiavo. Sei libero. Se trovi qualcosa da fare per raggranellare dei soldi, puoi pagarti il viaggio di ritorno. Ti aiuterei io, ma non ho più credito... non posso nemmeno pagarmi il pane di domani."

Deyan scosse la testa.

"Non sono più uno schiavo su Luna di Fuoco, ma il marchio che ho in faccia mi nega la libertà in ogni principato kelith, dove sarò per sempre considerato solo una merce; e nessun albino può anche solo pensare di trovar rifugio in Sayanna, dove la mia razza è esecrata. Quindi sono il tuo liberto, Ran, e questa è la mia nuova casa." Un sorriso rischiarò i suoi lineamenti. "In quanto a lasciarti nelle condizioni in cui sei, questo sarebbe un insulto al mio onore. Mi hai liberato dalla schiavitù e il minimo che posso fare è ricambiare la tua generosità."

Prese dalla cassapanca una tavoletta e gliela consegnò.

"Che cos'è?" chiese Ran, cercando di decifrare tutte le cifre che c'erano scritte.

"La ricevuta di un versamento che ho fatto sul tuo fondo alla Grande Casa, e l'attuale situazione della Squadra di Ran presso i Marjaban."

Ran computò il saldo battendo più volte le palpebre. "Hanno sbagliato tutto, questo è il mio passivo."

"No, Ran. Questo è il tuo attivo. Tutti i tuoi debiti sono estinti. Mentre dormivi, sono andato a Shana, in quello che è stato il mio palazzo, e ho rubato mezzo kontar di Astri kelith... la valuta nobile per le grandi transazioni. Mastro Kurmaji ha pesato il nostro bottino sotto i miei occhi, impiegando tutto il resto della notte. Intanto ha mandato un paio dei suoi servi qui a sistemare te e la casa." Un'alzata canzonatoria di bianche sopracciglia. "Un predone con il tuo conto non deve giacere a faccia in giù in una pozza di vino!"

Ran non poteva credere alle sue orecchie.

"Mezzo kontar di Astri!... Per Kamoh e Lilia, ma dove diavolo hai imparato a fare il ladro?"

"Da nessuna parte, io sono... ero un principe dell'antica stirpe Mahajanì. Sono stato educato fin da bambino a progettare un’azione di guerra, ad usare il corpo come un'arma, ad ascoltare, osservare, ragionare, avere pazienza, e non avere mai troppa paura."

"A fare il ladro, insomma!"

Entrambi risero, poi  Ran si interruppe di colpo. "Aspetta! Hai detto nostro bottino?

"Sì."

"Ma non è giusto. Io che c'entro?"

"Tu sei il mio ex padrone. Anche se mi hai dichiarato libero, faccio comunque parte della tua casa."

Ran si alzò in piedi ed esclamò con un sorriso radioso: "Tu fai certamente parte della mia casa, sì: ma come amico e collega, non come liberto o servo! Andrò a cambiare subito intestazione alla mia squadra. Non sarà più la squadra di Ran, ma quella di Ran e Deyan-shir!"

"Non sono più shir," mormorò Deyan, chinando lo sguardo.

"Tu sei shir," insistette Ran, con enfasi. "Nessun marchio può distruggere la nobiltà del tuo cuore. Tu sei Deyan-shir, principe dei predoni, e con questo nome sarai conosciuto su tutta Luna di Fuoco!" 

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Capitolo 4
*** Dove la sfida porta alla vittoria e la vittoria alla sfida ***


Nemel e Chat attraversarono rapidamente la piazza, sgomitando in mezzo alla folla nel giorno di mercato. Raggiunsero un pezzo d’uomo vestito a nuovo, tintinnante di gioielli da guerriero e coi capelli adorni di piume rare, che stava discutendo con un mercante kelith.

"Questa corda non va bene. Ne hai una più leggera? Sì, almeno venti stature. La seta dov'è? Ah, bene. Il vestito. Non dimenticarti il vestito."

"Salute a te, Ran," disse Chat, trafelato.

"Ah, siete voi.” Cenno distratto. “Salute. Sono molto impegnato."

"Ma che fai?" chiese Nemel, afferrandolo per un braccio e parlandogli sottovoce. "Acquisti da un mercante kelith?!"

"E allora? È un predone come tutti gli altri. Infatti se non sto attento mi imbroglia spudoratamente."

"Ma che dici, onorato cliente?!" protestò il kelith, inchinandosi. "Non oserei mai imbrogliare un così munifico acquirente..."

"Ecco, appunto, meglio che ci pensi due volte prima di provarci." Ran sbuffò e cavò di tasca un rotolo. "Il mio socio ti manda questa lista, io non ci capisco un accidente. Puoi procurargli questa roba?"

Il mercante srotolò il messaggio con sussiego. "Ah, sì, certo.” Vide l’ideogramma in calce e se lo portò cerimoniosamente alla fronte. “È un onore servire il signore."

“Adesso sì, vero?” Ran sorrise, ironico, e puntò il suo grosso indice sotto il naso del mercante. “Non gli chiudi più la porta in faccia? Non fai più commenti sul suo marchio da schiavo, o su quanto fosse bianco il suo corpo quando l’hai visto mezzo svestito?”

Il mercante impallidì evidentemente. “Onorato cliente...”

“Oh, ti avevo sentito, sai! Ho qui dentro” e si indicò la testa “il ricordo di tutti i lazzi che ci avete detto dietro, quando è nata la nostra squadra: e tu in particolare dicevi che un vero nobile avrebbe dovuto uccidersi, dopo tanta vergogna. Ma stai tranquillo, non ho mai raccontato queste cosette a Deyan-shir, e diciamo che posso dimenticarmi di parlargliene... in cambio del venti per cento di sconto. Ci siamo intesi?”

“Venti per cento?!” gridò il poveretto. 

“O la fornitura di vino per un mese... scegli tu.”

"Ran, avresti un istante per noi?" chiese Chat, interrompendo a malincuore quella scenetta che in segreto lo riempiva di soddisfazione. Ran che maltratta un mercante kelith! 

"Va bene, andiamo a bere qualcosa. Ehi, mercante! Arriverà qui un certo Aydie, un tipo con la faccia storta. Porterà la mia merce a casa, assieme al tuo conto. E bada che sia giusto, o verrò ancora a trovarti." Sorrise, voltandosi. "Bene! Dove andiamo? In una bettola kelith o sayanni?"

"Ran!" esclamarono in coro i due predoni, scandalizzati. "Andresti a bere... con i kelith?!"

"Dèi del profondo, ma siete ancora così stupidi?" Ran si mosse, fendendo la folla. "I tempi stanno cambiando, amici miei! Luna di Fuoco è patria di tutti, è ora di finirla con queste divisioni ataviche... kelith da una parte, sayanni dall'altra! Siamo tutti predoni, tutti con una condanna a morte sulla testa."

Raggiunse comunque una taverna sayanni, vi entrò maestosamente e prese possesso di un tavolo. Nemel e Chat si sedettero di fronte a lui, guardandolo perplessi.

"Non ti riconosciamo più, vecchio mio," dissero, quasi in coro.

"Ahhh..." Ran sorrise con condiscendenza, giocherellando con la propria collana. "Volete dire che non riconoscete più il fallito, l'incapace, il goffo predone che partiva senza nemmeno sapere dove andava e cosa faceva. Non ci sono più barzellette in giro su di me?"

"No," disse Chat, cupamente. "Tutta Luna di Fuoco non fa che parlare della tua squadra. A volte con invidia, a volte con rabbia. Lo sai che la chiamano Squadra Sacrilega?"

"Un nome lusinghiero, direi." Ran ordinò vino per tutti. "Migliore degli Affamati di Teji, non è vero?"

"Non è mai esistita una squadra mista, con sayanni e kelith messi insieme."

"Non è mai esistito un predone albino, se è per questo... tante cose mai esistite si vedranno prossimamente, non temete!" Un sorriso da lupo. "La nostra squadra sta preparando un altro bel colpo, qualcosa di veramente inaudito."

"Cosa? Cosa?" chiesero i due ansiosamente, ma Ran li fermò con un gesto solenne delle mani.

"Non vi dirò nulla." Poi rise, e soggiunse: "Se non che stavolta andremo giù a sistemare un conticino in sospeso del mio socio. Abbiamo guadagnato fin troppi soldi nell'ultimo ciclo, così abbiamo deciso insieme di permetterci questo sfizio."

Nemel e Chat emisero un sospiro quasi voluttuoso. "Una missione a perdere!..."

"Pensate che costerà forse la metà di tutto l'introito di Teji in questa stagione," disse il predone, tutto soddisfatto.

"È vero che hai cambiato casa, Ran?"

"Sì, cari miei. Ora sto nel settore ovest, in quella casa che Kor il Mercante aveva lasciato vuota... "

"Ti costerà una fortuna!"

"Sì, ma non ci abito da solo. Ho solo due stanze, il resto è occupato da alcuni miei uomini che mi fanno da guardie del corpo." Sorseggiò il suo vino. "Poveracci, non hanno dove dormire, almeno così si rendono utili."

"Ne hai proprio bisogno, perché ho sentito che la tua squadra sta pestando i piedi di altri grossi capi... Kyaci ha detto che gli hai rubato il territorio, ma non ci credo. Lui fa razzie in Sayanna, sulla Grande Strada.”

"E io ho spennato un paio di grassi dignitari da quelle parti." Un ghigno sardonico. "Li ho spediti alle Divinità col sedere al vento!"

"Ran!" esclamò Chat, scandalizzato. "Vuoi dire che... ora derubi anche i sayanni?!"

"Sì, certo. Derubo tutti i ricchi, ovunque siano. E Kyaci deve stare zitto, perché non esistono territori in esclusiva per noi di Luna di Fuoco. I Marjaban mandano la gente dove vuole, basta pagare."

Ci fu un certo silenzio tra i tre, poi Nemel chiese: "Il tuo kelith albino, anche lui abita nella tua casa?"

"No. Ci siamo separati presto, lui ha altre abitudini rispetto alle mie. Sta in un'altra casa, quella che sembra una piccola fortezza, a poca distanza dalla mia. Ma, prima che me lo chiedi, lascia che ti dica che sotto il mio tetto abitano anche dei pellebianca!"

"E non ci sono problemi?"

"Quali problemi? Chi vuol essere assunto nella Squadra Sacrilega deve esserne degno. Deve aver già compreso che kelith e sayanni hanno pelle diversa, cultura diversa, costumi diversi... ma possono coesistere in pace, qua dove le dispute di quel mondo oltre il Grande Vuoto non ci toccano. Che cos’altro è, tutta Luna di Fuoco, se non la riprova di tutto questo?”

Un altro silenzio. Nemel e Chat si guardarono, bevvero. Poi Nemel si schiarì la gola.

"Ran, ci prenderesti con te?"

"Come dipendenti, naturalmente!" aggiunse Chat.

"Ah, beh... dovrò consultarmi con il mio socio." Ran sporse le labbra. "Abbiamo già una grossa squadra, sapete."

"Per favore, Ran!"

"In nome della nostra amicizia!"

"Siamo stati i tuoi soci..."

"Questo è meglio che non me lo ricordiate," sogghignò Ran, e attraverso la finestra diede un'occhiata al palco degli schiavi. "Rammentate ancora quando ho rischiato di finire lassù?"

"Non è stato per colpa nostra!"

"Mi avete semplicemente piantato nel momento del bisogno. Ma non temete," soggiunse, placando le proteste dei due, "io sono magnanimo, e perdono le offese. Ne parlerò con Deyan-shir stasera."

"Ma chi comanda tra voi due?" chiese Chat, con un po' di malignità. "Tu o il kelith?"

"Tutti e due. La nostra è una società alla pari." Ran chinò lo sguardo alla tazza. "Però non devo essere ingiusto: la mia fortuna è in gran parte merito di Deyan-shir.”

“Di quel testabianca, debole e infrollito dai vizi?” 

Lo sguardo di Ran si indurì. “Lo conosci, per giudicarlo così?”

Chat tacque, intimorito. 

“Quel che dici sarà vero per altri testabianca, ma non per lui. Non è un debole, te lo garantisco; e non ha vizi, perché in molte cose sa essere più sobrio di me. Ma soprattutto, è mio amico, per cui bada bene a come ne parli.”

Chat esitò, tracannò un sorso di vino e mormorò: “Non può esistere quest’amicizia, è contraria al volere degli dèi.”

Il pugno sul tavolo di Ran fu così forte che le tazze per poco non si rovesciarono.

“Il volere degli dèi, caro mio ex socio, era che io restassi su Sayanna, da bravo guerriero obbediente, per andare poi sulla costa per venti stagioni di servizio, e tornare dal mio capovillaggio per farmi assegnare una moglie, e quello mi avrebbe sicuramente rifilato quel mostro terrificante di sua figlia, una guerriera abile nell’uccidere i nemici sedendosici sopra!” Ran intinse un dito nel proprio vino e se lo spruzzò alle spalle. “Ecco, cosa me ne faccio del volere degli dèi. Potrò anche morire domani, ma benedico il momento in cui gli ho voltato le spalle. E lo benedico anche adesso, per avermi messo al fianco uno come Deyan-shir.”

“Ma cosa può fare lui per te?” intervenne Nemel. “Non è un vero predone!”

“No, ma è qualcosa di più. Quel che può rendere quel che facciamo più che un furto: un’arte.” Posò i gomiti sul tavolo e si sporse verso di loro, come per confidare un segreto. “La sua intelligenza non ha eguali: ha progettato lui il nostro primo colpo insieme, e sapete dove mi ha mandato a rubare? In un archivio.”

Nemel e Chat si guardarono, increduli.

“Certo, io non avrei mai fatto una cosa simile. Rubare delle carte? Per un ignorante come me non avevano valore... ma per Deyan sì. Se l’è studiate con cura, perché erano roba delle tasse o non so che cosa; e grazie a quelle ha organizzato i primi colpi che ci hanno reso famosi. Abbiamo così svaligiato un deposito segreto di spezie rare, ricordate? Ci ha fiutato tutta Luna di Fuoco... poi abbiamo portato gemme che valevano una carovana e che quasi hanno accecato Mastro Kurmaji da tanto che scintillavano... e le piastre d’oro del principe di Itka, così pesanti che persino io barcollavo nel portarle alla Grande Casa!” 

Nemel annuì, sia pur malvolentieri: un predone degno di questo nome doveva rendere omaggio a quelle imprese.

“E quindi siete ancora disposti a credere che Deyan non sia un degno membro di Luna di Fuoco? Non l’avete visto in azione, non avete visto il suo coraggio, il suo sangue freddo, il modo in cui si prepara. Ma soprattutto, non sapete quanto sa essere leale. E questo l’apprezzo sopra ogni altra cosa, perché sono leale anch’io...”

“Tu sì, perché sei un sayanni autentico!” Chat scosse la testa. “Ma i kelith sono diversi da noi. E quello poi è anche peggio: faccia marchiata o meno, è un nobile!”

"Appunto,” rise Ran. “È un principe, che i suoi stolti pari hanno gettato tra le immondizie. E se ne stanno già pentendo.” Finì il suo vino. “Perché non si getta via un uomo nato e cresciuto per comandare. Soprattutto se è il migliore della sua razza!"

 

 

 

 

 *

 

 

 

 

Il principe Gamosh meditò sul vassoio che il servo gli porgeva, scegliendo alla fine un delicatissima pasta decorata con l'ideogramma di Shana. La portò alla bocca e divorò in un istante il lavoro di un'ora di un pasticciere.

"Bisogna trovare una soluzione a questo problema," disse, pulendosi le dita sulla veste del servo. "La povertà avanza nelle nostre terre, minaccia persino il nostro livello di vita."

L'ambasciatore davanti a lui annuì, chiedendosi se per caso quel nostro significava che Gamosh si sentiva già sul trono di Shana.

"L'Augusto Consorzio ha risposto al tuo appello, Gamosh-shir. La tua preoccupazione è condivisa." Un lieve colpo di tosse. "Davvero seccante che la causa di tutto ciò sia... un nobile di Shana."

Gamosh strinse le labbra. "Nessun nobile di Shana si sporcherebbe di questi delitti. Ti prego di correggere la tua affermazione."

"Il capo dei predoni che ci perseguitano non è forse Deyan-shir?"

Gamosh divenne paonazzo, e in un albino l'effetto era notevole.

"Ti riferisci ad un volgare schiavo che si fa chiamare così?"

L'ambasciatore sorrise appena. 

Nonostante tutte le manovre di Unari, Shana era diventata la pecora nera dell'Augusto Consorzio. Si era discusso parecchio sull'avventatezza del principe nel far profanare pubblicamente il corpo di un albino, sia pure sacrilego: era un cattivo esempio, che riduceva il rispetto della gente comune per la classe aristocratica. L'elezione a erede di un cadetto, sia pur inevitabile, non aveva poi aumentato la gloria del principato: Gamosh non era stato educato come un principe, e spesso lo dimostrava penosamente; suppliva a questa sua mancanza con una sconfinata superbia, ma molti la ritenevano francamente eccessiva.

Ed infine, come se tutto ciò non bastasse, l'erede precedente si era fatto vivo, a capo di una banda mista di predoni. E si era dato a perseguitare sistematicamente i nobili kelith, con una speciale predilezione per quelli di Shana e Itka. Tutti consideravano questo flagello responsabilità di Unari, e se ne lamentavano apertamente.

Se avesse trattato suo figlio con più magnanimità o mettendolo nobilmente a morte, ora non avremmo un uomo della Razza Sovrana a capo di predoni!

E se c'era una cosa che irritava spaventosamente Gamosh, era sentire che tutti si riferivano a Deyan con il suffisso shir, riconoscendogli ancora la dignità di principe nonostante non fosse altro che uno schiavo.

Stava per farlo notare all'ambasciatore, ma quest'ultimo spostò lo sguardo sulla figura di Unari che entrava nella sala. "Ahhh... ecco il principe. Mi permetti di porgere i miei rispettosi omaggi al tuo augusto padre, Gamosh-shir?"

E senza attendere risposta lo lasciò, a digrignare i denti dalla frustrazione.

Unari sembrava invecchiato di colpo: le molte preoccupazioni per Shana, la caduta del suo ultimo erede e le sue conseguenze gli avevano avvelenato l’esistenza. Forse, come tutti, aveva sperato che Deyan scomparisse per sempre nei meandri di una casa di piacere; così l'avrebbe dimenticato...

Invece il destino non gli aveva permesso di dimenticare, nè il figlio nè la terribile maledizione che aveva ricevuto da lui; e Deyan era pur sempre un adepto della dea El, il che aumentava il terrore superstizioso suscitato dal suo anatema. Gamosh avrebbe volentieri raso al suolo il Tempio Segreto per far piacere al padre, ma nessun altro kelith avrebbe osato un simile sacrilegio: El era una dea antica, molto più antica anche degli dèi solari, ed era rispettata e temuta anche se il suo culto misterioso era ristretto a pochissimi iniziati.

Gamosh guardò verso il padre, fingendo l’affetto che non provava: Unari per lui era quasi un estraneo. Si era limitato a generarlo con una concubina, lasciandolo poi a tormentarsi d’invidia per tutta la sua vita mentre gli eredi si susseguivano nella lista di successione. Gamosh aveva naturalmente complottato in segreto per eliminarli, ma verso Deyan aveva sempre provato una sorta di timore inconfessabile: forse perché mentre gli altri eredi si erano divertiti a tormentarlo e umiliarlo, quel giovane così diverso da tutti l’aveva completamente ignorato. Era stato quasi un insulto, e Gamosh aveva sofferto acutamente a vedergli attribuita la collana di opali. Ma poi aveva esultato per la sua caduta, che l’avrebbe reso finalmente un principe; ed era corso a godersi ogni colpo di frusta inflitto a quel fratello che gli aveva rifiutato persino la considerazione di un nemico, rimpiangendo di non poter essere al posto dei carnefici.

Pensavo di averti eliminato per sempre dalla mia vita, Deyan... ma anche in questo ti sei rifiutato di accontentarmi. E sei tornato dalla morte stessa, a infestare i miei pensieri.

Gamosh si spostò sulla loggia, guardando fuori dal palazzo. Nel giardino decine di palanchini si muovevano in mezzo a un brusio di conversazioni a bassa voce. Molti nobili e ambasciatori si erano riuniti in quel giorno a Shana, portandosi dietro uno stuolo di servi: presto si sarebbe tenuta un'importante riunione dell'Augusto Consorzio. Il crimine di Deyan aveva comunque già cambiato alcune usanze: ora molti erano diventati ancor più gelosi della loro moglie principale, e se la portavano dietro ovunque andassero, guardandola a vista. Così molte Prime tra le Prime, tutte ben coperte e mascherate, si erano riunite a chiacchierare in mezzo ad un nugolo di eunuchi armati di parasole... uno spettacolo impossibile solo qualche ciclo addietro.

Se solo Deyan non fosse mai nato! pensò Gamosh, con rabbia.

 

 

 

 

"La nobile mia signora, Megaja, onorata sposa del nobile Ledsha margravio del principe Kandar-shir, desidera ritirarsi nel gineceo del nostro onorato anfitrione."

L'eunuco aveva parlato con tono squillante ed ufficiale. 

Le guardie all'ingresso della shanda di Gamosh si erano guardate: quella richiesta era lecita secondo il protocollo, perché in nessun altro luogo una donna sarebbe stata al sicuro da occhi indiscreti come là dentro. D'altra parte, permettere l'ingresso a degli estranei...

"Signora, perdonaci, è proprio necessario?"

La donna chinò la sua testa bianca verso l'eunuco, sussurrò qualcosa.

"La nobile Megaja dice che..."

"Perché non si rivolge a noi?" chiese una delle guardie.

L'eunuco fece una faccia scandalizzata.

"Al nostro paese, soldato, una Prima tra le Prime parla ad un solo uomo: suo marito. La nobile Megaja dice che la vostra impudenza è scandalosa. Dice che riferirà al nobile Ledsha di aver dovuto spiegare per filo e per segno a due persone di basso rango i motivi per cui richiede un rifugio al proprio pudore. Dice infine che si aspettava ben altro dall'ospitalità del nobile Gamosh... shir," aggiunse, tardivamente ed insolentemente.

Di nuovo la donna parlò all'orecchio dell'eunuco, che spalancò gli occhi con un'espressione costernata.

"La nobile Megaja dice che, se non le lascerete il passo, vi mostrerà il proprio viso, così potrete essere sicuri della sua identità." L'eunuco tossicchiò. "Vi avverto però che guardare il volto di una Prima tra le Prime è un delitto capitale... Ledsha chiederebbe senz’altro la vostra testa al principe."

I soldati videro la dama staccare la propria maschera dalla fascia frontale, e abbassarla: videro un baluginare di occhi di rubino sotto candide sopracciglia. Allora si arresero e gridarono, precipitosamente: "Fermati, nobile signora! Non condannarci a morte!"

Aprirono frettolosamente i cancelli e la fecero entrare. Ma l'eunuco fu bloccato ed ignominiosamente controllato nelle sue parti intime prima di avere libero accesso.

"Perdonaci, ma sono gli ordini," dissero le guardie, imbarazzate. 

L'eunuco seguì la sua padrona, imprecando. Le guardie richiusero la porta, ed una di esse mormorò: "Che carattere quella dama! Si vede che viene dalle terre del Sud."

"Così deve essere una Prima tra le Prime."

Un lungo silenzio.

"L'eunuco che abbiamo tastato non si sarà offeso al punto di provocarci dei guai?"

"Non lo conoscevamo. Ci sono tanti di quegli stranieri nel palazzo, non potevamo rischiare che un maschio si introducesse nella shanda."

Un altro lungo silenzio.

"Però non abbiamo tastato la donna."

L'altro lo guardò. "Bravo! Avresti dovuto spogliarla. Così il marito ti avrebbe fatto arrostire a fuoco lento!"

"Hai ragione," mugugnò il soldato. "Non potevamo controllarla."

"Del resto abbiamo visto abbastanza di lei," replicò il compagno. "Era un'albina. Se fosse stata una come noi, forse si sarebbe potuto sospettare qualcosa di losco."

"Già, quale nobile oserebbe penetrare in una shanda?"

Si guardarono, lentamente. Ed all'improvviso il sangue se ne andò dai loro volti.

 

 

 

 

Gamosh, avvertito dalle guardie, abbandonò in maniera imperdonabile il suo seggio durante la riunione dell'Augusto Consorzio. Si diresse ansiosamente verso la sua shanda, suscitando velenosi commenti dagli ambasciatori:

"Non può attendere la fine dei suoi doveri e pensare poi ai piaceri?"

Unari dovette fare sforzi eroici per mantenere la calma. Quella situazione lo esponeva una volta di più all'imbarazzo davanti a tutti i rappresentanti di Kelitha.

"Vi prego, si tratta solo di un istante. È una situazione di emergenza."

"Un'emergenza nel tuo palazzo, nobile principe?" chiese l'ambasciatore di Kayumi, allarmato.

"Niente di serio." Unari si schiarì la voce, maledicendo in cuor suo l'impulsività di Gamosh. "Una nobildonna è entrata nella shanda di mio figlio."

Tutti si guardarono, increduli.

"Questa sarebbe un'emergenza? Una Prima tra le Prime che chiede asilo nel quartiere delle donne? Forse che Gamosh-shir pretende che le nostre mogli restino immobili nel giardino per tutta la durata della nostra riunione?"

"No di certo, signori. Ma il fatto è che... non è stato possibile appurare l'identità della nobildonna in questione."

Tutti si alzarono di scatto, furibondi.

"E Gamosh-shir sta andando a verificare di persona?!" urlò un dignitario famoso per la sua gelosia. Gli altri si unirono a lui nelle proteste. 

"Questo è inqualificabile! Protesto formalmente per questa mancanza di cortesia!"

"Se risulterà che quella nobildonna è la mia Prima tra le Prime, chiederò al mio Principe di disconoscere Shana dall'elenco dei principati di Kelitha!"

Unari era pallido come un morto in quella confusione.

"Nobili signori!... Nobili signori! Certamente mio figlio non farà nulla di irrispettoso, ve lo garantisco..."

"E come?" disse l'ambasciatore di Itka, velenosamente. "Il tuo terzogenito l'ha fatto, ed era nientemeno che il tuo erede: figuriamoci uno dei tuoi cadetti..."

Unari scattò in piedi, rabbiosamente. "Che nessuno osi insultare mio figlio!... In quanto a te, ambasciatore, non dimenticare ciò che è accaduto a quel terzogenito di cui è vietato pronunciare persino il nome! Shana ha pagato il suo debito d'onore e tu non hai diritto di criticarci!"

"Oh sì, nobile principe, hai ragione! L'ha pagato, ma sulla nostra pelle, o non saremmo tutti qui riuniti. E per di più ora il tuo attuale erede rischia di offendere i tuoi alleati..."

"Gamosh-shir non offenderà nessuno, ve lo prometto."

Unari era abbattuto, vedendo a che livello era caduto il suo prestigio. 

Farò impalare chi ha provocato quest'assurda situazione!, pensò, tornando a sedersi. Non ho già abbastanza vergogna da sopportare?

 

 

 

 

 

Gamosh arrivò ai cancelli della shanda. Chiamò i suoi eunuchi, secondo le regole che gli imponevano di non entrare nello stesso luogo dove la donna di un altro riposava.

Ma non ci fu risposta.

Colto da un presentimento orribile, si decise ad entrare. Le sue guardie rimasero ovviamente dietro ai cancelli, invalicabili per loro.

La prima cosa che vide fu il corpo di uno dei suoi eunuchi, riverso, con un dardo avvelenato in corpo. Un brivido di paura lo colse, si voltò per un istante cercando con lo sguardo la presenza confortante dei propri soldati. Ma era solo, inevitabilmente solo.

Sguainò il suo pugnale ingioiellato, raccolse il suo coraggio e scavalcò il cadavere, avanzando nel corridoio semibuio. Altri corpi gli sbarrarono la strada. Alcuni respiravano ancora, evidentemente drogati. La morte era stata impartita secondo un disegno ben preciso.

"Chi è stato a far questo?" gridò, con voce tremante.

Dei singhiozzi attirarono la sua attenzione. Avanzò verso quel suono e si trovò in una delle sale del piacere. Alcune delle sue schiave erano in un angolo, tutte addossate l'una all'altra come animali spaventati.

"Cos'è successo?" chiese loro. E poichè non c'era risposta, urlò ancora: "Vi ho chiesto cos'è successo!... Smettetela di piangere e rispondete, o vi uccido tutte!"

Una delle ragazze, tremando, indicò la stanza successiva. Gamosh vi entrò e vide che la grata alla finestra era stata infranta. Uno dei pezzi di gesso era stato utilizzato per scrivere un messaggio sulla parete. Si avvicinò al muro, come un ubriaco, mentre la brezza desertica penetrava dalla breccia, sollevando la polvere intorno a lui. Per un attimo quegli ideogrammi gli parvero senza senso. Poi, uscendo dal proprio intontimento, si decise a decifrarli.

Mio padre ti ha donato ciò che non gli apparteneva più. Ho ripreso le mie schiave, tranne la figlia di Estsen, che ho sostituito con la tua favorita. Ho ucciso gli eunuchi infedeli che ti hanno servito dopo aver servito me. Grazie alla tua stupidità ci sarà molta confusione nella sala del trono, e io mi prenderò quello che avresti voluto per te. Non ti permetterò mai di bere nella stessa tazza in cui ho bevuto io. Ricorda con mio padre che io non perdono, non dimentico, e mantengo sempre le mie promesse.

"Deyan," ansimò, mentre il sangue gli batteva sordo nelle orecchie. 

Andò alla finestra, guardò in basso. C'erano le tracce di un carro coperto: un carro che ora chissà dove poteva essere... un carro con le sue personalissime schiave, con la sua favorita! 

E sarebbe stato Deyan a bere nella sua tazza preferita...

"Noooo!..." urlò, folle d’ira, picchiando i pugni sul davanzale fino a farli sanguinare. "Non è possibile... non può osare tanto! Guardie! Guardie!..."

Nessuno rispose, naturalmente. Le guardie si guardavano bene dall'entrare nella shanda. 

Continuò ad urlare, chiamando disperatamente aiuto; ma solo le schiave potevano accorrere da lui, e non servivano a niente se non a sfogare la rabbia di un istante...

Si rese finalmente conto di perdere tempo prezioso. Doveva uscire di lì, ma con che coraggio avrebbe potuto guardare in faccia i membri dell'Augusto Consorzio dopo quell'oltraggio consumato nella sua stessa casa?

"Maledetto sacrilego!" ruggì. "Me la pagherai, te lo giuro! Pagherai per tutto, per le mie schiave, per il mio..."

Si interruppe, all'improvviso.

"No," mormorò, agghiacciato.

 

 

 

E la stessa sensazione la provò Unari quando cercò invano il preziosissimo, unico Scettro di Shana, il simbolo del suo potere.

Gli riportarono solo un disco d'oro, un nobile metallo inciso assurdamente con un solo, famigerato ideogramma: quello della schiavitù perpetua.

 

 

 

 

 *

 

 

 

Su Luna di Fuoco si festeggiò per tre giorni il successo dell'incredibile impresa della Squadra Sacrilega. Racconti più o meno veritieri, canti di gioia, sbronze sterminate e risse con altri capi squadra invidiosi costellarono quei tre giorni memorabili, mentre i trovatori non facevano che comporre canzoni sull'argomento. I kelith inneggiavano al predone bianco e pensavano al favoloso scettro che nessuno al di fuori di lui avrebbe mai osato rubare. I sayanni invece trovavano gloria nel loro campione Ran, che aveva partecipato all'impresa travestito da schiavo in catene; il fatto che anche lui fosse riuscito a menare per il naso i maledetti signori dei kelith era fonte di grande soddisfazione.

L'accurata preparazione di quel colpo inaudito aveva reso l'esecuzione facile come bere un bicchier d'acqua. Sembrava incredibile che un gruppo di predoni fosse riuscito ad arrivare su Kelitha, costituire una carovana fasulla, preparare documenti accuratamente falsificati, entrare nell'imprendibile palazzo di Shana e violarlo fin nei suoi recessi più intimi, e quindi fuggire pressochè indisturbati. Il prestigio della Squadra Sacrilega raggiunse le stelle.

"Complimenti, miei valorosi amici," disse Mastro Kurmaji, quando incontrò i due capi alla Grande Casa. "Avete tutti i motivi per essere soddisfatti, non è vero?"

Ran sorrideva ampiamente.

"La soddisfazione è per tutti, Mastro Kurmaji, te compreso. Il vostro conto è stato spaventoso come sempre! Però abbiamo fatto ubriacare tutta Luna di Fuoco: ne è valsa la pena, eh?"

Kurmaji si volse verso il compostissimo Deyan, che si limitò a un pallido sorriso. Allora tornò a rivolgersi al sayanni, chiedendogli il racconto preciso di quel che era successo, benché fosse chiaro che sapesse ogni cosa: Ran non aspettava altro per lanciarsi nella propria epica versione dei fatti, e lasciò andare la sua ormai celebre lingua in una saga interminabile che probabilmente era già stata raccontata più volte in svariate bettole. Diverse tazzine d'infuso scomparvero, ed i muscoli si anchilosarono sui pur comodi cuscini quando il racconto finì.

Seguì un lungo silenzio, riposante dopo la logorrea di Ran. Il Marjaban fissò il vuoto, meditando profondamente. Poi si alzò ed invitò i due a fare lo stesso.

“Venite con me. Voglio mostrarvi una cosa.”

Ran e Deyan si guardarono brevemente, e seguirono il mago.

Percorsero una lunga galleria, che scendeva nei recessi della Grande Casa secondo uno schema complicato: sfere di cristallo si accendevano illuminando il percorso, e si spegnevano subito alle spalle dei tre. Lungo le pareti erano accatastate sculture, pezzi di bassorilievi e vasi dall’aria molto antica: ogni oggetto recava un cartiglio. 

“Questi sono i bottini dei ladri di tombe,” spiegò Kurmaji, indicando distrattamente i manufatti. “Non sono oggetti ordinari e hanno un mercato molto particolare.”

Deyan notò uno strano sarcofago eretto, poco più grande di un corpo umano, dalle forme stondate e di una lucida sostanza nera: la superficie era ricoperta letteralmente di iscrizioni.

“Questo cos’è?” chiese, fermandosi a guardarlo.

Kurmaji si volse brevemente a guardarlo. “Ah, quello. È stato ritrovato in un recesso della Montagna Sacra, su Sayanna.”

“In una tomba?” Ran fissò perplesso il sarcofago. “Ma noi sayanni bruciamo i nostri morti, non li conserviamo.”

“Forse non è nemmeno una sepoltura. È fatto con una sostanza che ha una certa magia, ma noi ne ignoriamo ancora la natura, e sembra impossibile da aprire... ammesso che contenga veramente qualcosa. Il proprietario è stato ben contento di sbarazzarsi di questo strano oggetto lasciandocelo in deposito: teme che tutte quelle iscrizioni in antico sayanni siano maledizioni.”

Ran si trattenne visibilmente dallo sputare, però fece lo stesso il gesto di scongiuro. “Non mi piacciono questi resti di tombe, portano sventura. Andiamocene da qui!”

E si mise a seguire Kurmaji, che già si allontanava. Deyan esitò, ma le luci cominciarono a spegnersi dietro di lui. E con l’ultima di quelle luci, si mosse, ma prima la sua mano sensibile sfiorò quell’oggetto misterioso. 

Poco più avanti si imbatterono in una grande porta; Kurmaji si fermò, disse qualcosa in una lingua sconosciuta, e una voce strana rispose. La porta scivolò silenziosa nelle massiccia parete, e molte luci magiche si accesero tutte insieme.

Ran emise un ansito di emozione. 

“Ecco, questo sì che è un luogo dove mi piace stare!”

Era una vasta sala dalle pareti nere, rilucente però di oggetti preziosi e scintillanti, corone, serti, statue preziose di divinità note e sconosciute, antichi codici su lastre d’argento, disposti con un ordine perfetto. 

“Questa è la nostra Sala del Ricordo,” disse Kurmaji. “Qui custodiamo gli oggetti storici più notevoli di Luna di Fuoco, i bottini straordinari dei più grandi dei nostri predoni...” un’occhiata a Deyan, “tra i quali chissà che un giorno possa trovar posto anche lo scettro di Shana. Esso meriterebbe di stare in questa collezione, per la maggior gloria di questa Comunità.”

Il kelith restò impassibile. “Lo scettro è mio, mastro Kurmaji.”

“Certo, e nessuno lo mette in dubbio, ma ricorda: il tuo tempo è finito, non quello della Comunità... ed è giusto che tu sappia che non permettiamo a certi oggetti di disperdersi dopo la morte dei loro proprietari. Come questi, che sono uno dei nostri tesori più preziosi,” e si accostò a una campana di cristallo, che proteggeva due anelli d’oro foggiati nella forma di un serpente che si mordeva la coda. "Sapete cosa sono?” 

“Sembrano... orecchini,” disse Ran, studiandoli. 

“Sì: e appartenevano a Fahxen, un valoroso sayanni morto quasi ottocento cicli fa... il nostro ultimo Khanshir."

“Che cosa?!” esclamò Ran, con occhi spalancati. “Dèi del profondo, vuol dire che... Fahxen è esistito davvero?!"

“Ma certo,” sorrise Kurmaji, mostrando la sua bianca dentatura. 

"Credevo... che fosse una leggenda!” Ran fissava quei gioielli, ipnotizzato. “Il grande Fahxen, l’Invincibile... il Khanshir!” 

“Chi era costui?” chiese Deyan.

Ran si voltò verso di lui, quasi indignato da quella domanda, ma Kurmaji alzò una mano. 

“Deyan-shir ignora ancora molte cose della nostra storia."

Il mago si rivolse al kelith. “Da sempre, o nobile tra i ladri, i predoni di Luna di Fuoco sono organizzati in squadre indipendenti: è un modo per mantenere la giusta flessibilità per ogni circostanza, creare il massimo di profitto, e anche una decente concorrenza. Inoltre la disciplina, anche se necessaria, non deve mai diventare oppressiva... specie per uomini che sono transfughi dai loro mondi proprio perché indisciplinati. Eppure, molto raramente, è accaduto che le squadre si fondessero insieme superando l’interesse individuale, e generassero qualcosa che assomigliava molto ad un esercito. Allora i capi rispondevano ad uno di loro che diventava il nostro unico interlocutore... Khanshir lo chiamavano, il capo dei capi."

“È una parola dal suono kelith,” osservò Deyan. 

"Ma il titolo si attribuiva a chiunque, a prescindere dalla sua razza.” La voce di Kurmaji si fece remota. “L'avvento del Khanshir è stato sempre collegato ai momenti più cruciali della nostra Comunità: momenti di grande pericolo, ma anche... di grande ricchezza. Forse non c'è predone di Luna di Fuoco che non sogni di diventare il Khanshir, ma un potere del genere non si può conquistare con la forza, è generato solo dal rispetto e dalla fiducia di tutti in una persona." Sospirò. "L'ultimo è stato Fahxen, un capo scaltro, avido e violento, ma molto apprezzato. Rese molto ricca la Comunità, e fu ucciso con onore dai re sayanni. La sua testa fu esposta nella piazza dei Sacrifici della Città Santa, ed uno dei nostri la rubò, portandola qui." Di nuovo guardò gli orecchini. "Come vedete, anche noi Marjaban onoriamo la sua memoria."

Ci fu ancora un lungo silenzio, e Deyan chiese: "Evochi questo ricordo perché pensi che Ran e io potremmo diventare Khanshir di Luna di Fuoco?"

Ran deglutì con tanta forza da farsi venire un accesso di tosse.

Kurmaji sorrise appena. “Semplicemente sto notando che il tuo arrivo qui ha cambiato molte più cose di quanto non fosse lecito aspettarsi. Il destino ti ha reso un predone della nostra Comunità, ma tu non sei un uomo comune."

"Sono l'unico albino di Luna di Fuoco, è vero. E con questo?"

"La mia considerazione va oltre il colore della pelle, Deyan-shir. Rammenta che proprio noi Marjaban abbiamo applicato per primi la filosofia che anima la vostra squadra: mutuo rispetto e collaborazione, anche tra razze diverse. No, tu sei fuori dal comune perché sei un nobile kelith dall’altissima educazione, e nondimeno non permetti ai tuoi pregiudizi di aver la meglio su di te. Non ti sei lasciato accecare da essi, hai voluto guardare in faccia il mondo."

"E mi è costato caro," disse Deyan. 

"Avrebbe potuto costarti anche più caro, se questa tua sincerità non ti avesse conquistato l'amicizia di Ran. Per una volta egli è stato più saggio di tutti. Non ti ha venduto, mentre tutti... io compreso, lo ammetto... gli consigliavano di farlo. Senza la sua generosità, ma anche senza la sua energia straordinaria che l’ha reso un personaggio di spicco della Comunità sin dal suo arrivo, la Squadra Sacrilega non esisterebbe."

"So quel che devo a Ran." Deyan si voltò verso di lui, con un bellissimo sorriso remoto. "E non gli sono amico solo per gratitudine, un sentimento che mi hanno educato a non considerare, per quanto possa provarlo perché senza di lui il mio percorso terreno sarebbe già concluso, e più volte. Mi ha salvato da un ulteriore disonore a rischio del suo, quello di un guerriero sayanni per cui l’onore è tutto; e questo in nome di un vincolo che ripugnava la sua razza, ma non il suo spirito. Anche nella sventura non è mai venuto meno alla propria integrità, e il suo coraggio è fuori discussione. È un animo più nobile di coloro che di nobile hanno solo la nascita, la prova vivente che il valore di un uomo si trova nel suo cuore e non in ciò che gli altri vedono di lui. La sua amicizia mi onora."

Il sayanni distolse lo sguardo, con gli occhi lucidi. “Smettila, Deyan-shir...”

E si morse le labbra, finendo poi per girarsi di spalle. 

Kurmaji scoppiò a ridere, di fronte a quello spettacolo. 

“Ah, Ran, non vergognarti! Un guerriero sayanni dev’essere orgoglioso anche delle sue debolezze, se vengono da un cuore troppo grande. Ancor più quando sanciscono il suo trionfo, avvenuto contro ogni pronostico ragionevole di tutta la Comunità. L’unica e negletta squadra mista di tutta Luna di Fuoco, che tutti davano per fallita nell’arco di una stagione, ha saputo invece resistere alle pressioni ostili e, nell’arco di pochi cicli dei soli, ha proceduto infallibilmente verso la prosperità: in questa stagione vi avviate a essere la settima squadra in assoluto. Molti sono i motivi del vostro successo: avete pochi dipendenti rispetto alle grandi squadre, ma li allenate in continuazione e soprattutto li costringete a condividere la vostra filosofia. Kelith e sayanni sono complementari: i primi sono agili, ingegnosi; i secondi, forti e coraggiosi. Ci vuol poco per pronosticare che la prossima stagione diventerete una delle squadre più importanti."

"E questo attirerà molti predoni verso di noi," mormorò Ran.

"Attirerà anche molti rancori. Non basta essere i numeri uno per essere Khanshir, o ne avremmo uno a stagione. Però... voi due costituite una novità. Potreste unire finalmente le due razze, ed inventare una forza nuova." Kurmaji tornò a fissare gli orecchini. "Nulla mi renderebbe più felice di potervi donare un giorno questi cerchi d'oro, e vedere Luna di Fuoco di nuovo unita. Non ci sarebbe nulla allora... che non potremmo osare." 

  

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Capitolo 5
*** Dove molte cose cominciano a cambiare ***


Khanshir.

Ran si rotolava sul suo spartano giaciglio, già sveglio molto prima che il cielo trascolorasse nell’alba del sole azzurro. Quella parola gli roteava nella mente, ed era incapace di fermarla. 

Io, Khanshir di Luna di Fuoco?

No, non gli sembrava possibile. 

Ora era un predone benestante (aveva dovuto assumere un contabile, un kelith naturalmente, che non faceva che portargli carte piene di cifre), ma ricordava fin troppo bene giorni passati alle prese con problemi di semplice sopravvivenza. E anche prima: era ancora dentro di lui lo stesso ragazzo montanaro di Sayanna, tanto forte nel combattimento quanto ribelle e indisciplinato nel gruppo, che faceva apposta a cantare le strofe sbagliate nei cori che i giovani guerrieri intonavano all’unisono; che rovinava la simmetria delle formazioni militari, eterna gobba ad ogni fila e ogni quadrato... quante bastonate si era preso da tutti coloro che avevano tentato di educarlo! 

Ma né le prediche né le botte l’avevano cambiato: Ran aveva preso i valori della mistica sayanni che si adattavano al suo spirito, e se n’era infischiato di tutti gli altri. Non era stato difficile pronosticargli un’esistenza piena di guai in una teocrazia come Sayanna, dove ogni cosa era prestabilita sin dai tempi più antichi e non erano ammesse trasgressioni: la sua condanna a morte era arrivata come un evento inevitabile. 

E allora era fuggito, rubando per vivere e vivendo giorno per giorno, finché non aveva incontrato altri predoni unendosi a loro, e scoprendo così il precario rifugio di quella luna lontano dal mondo. 

E io dovrei diventarne il condottiero?

Gli veniva da ridere, dopotutto. Eppure... cos’era stato Fahxen prima di diventare il Khanshir? Un grande generale, un saggio  venerando, un mistico Guerriero della Cometa? 

No, non era stato altro che un predone. 

Come me.

E Ran osò finalmente immaginarsi nel ruolo. Alto, forte e splendente in una cotta dorata, un mantello di rare pellicce e stivali marziali ornati d’argento, e una lancia smisurata nel saldo pugno. Un gran condottiero, sì. Per condurre... dove?

Quello è il problema: io non lo saprei. 

Era un formidabile realizzatore di piani, ma quelli venivano dalla mente disciplinata di Deyan, non dalla sua. Il che spesso faceva credere che fosse il kelith il vero capo della Squadra: anche Nemel e Chat l’avevano insinuato. 

Ma Deyan-shir non è un vero predone, e probabilmente non lo sarà mai. È soltanto prestato al mestiere, non è nato per questo...

L’ultima impresa aveva cambiato molte cose, e non tutte piacevoli per un sayanni come Ran.

Deyan infatti non si era portato su Luna di Fuoco soltanto lo scettro del padre, ma anche una collezione di fanciulle albine per i propri esclusivi (e inimmaginabili) piaceri, e due domestici che avevano lasciato il servizio di Gamosh all’istante e senza un attimo di ripensamento: uno era un eunuco, Ibal, stramba creatura senza sesso; l’altro era un uomo anziano, di nome Saal, che era stato il suo maggiordomo personale quando era ancora erede al trono. 

Tutti e due provavano una devozione quasi fanatica per Deyan, lo scopo della loro vita. Niente sembrava importar loro se non il servirlo impeccabilmente, e il luogo dove farlo era del tutto irrilevante: sul proprio mondo o sulla quella incredibile luna straniera, entrambi erano determinati a mettere il giusto ordine nella casa del loro padrone. Si erano dunque messi subito al lavoro per rimediare a tutte le scandalose mancanze con cui Deyan aveva dovuto convivere senza di loro: avevano riorganizzato la sua abitazione da cima a fondo, assunto altri servi, un cuoco che eliminasse dalla sua dieta ogni elemento impuro, e avevano gettato via tutto quel che ritenevano indegno di lui. 

Non potevano eliminare però Ran, benché si leggesse nei loro occhi quanto avrebbero voluto sbarazzarsi di lui: disapprovavano apertamente che il loro signore si immischiasse con un barbaro della peggior specie, e ogni volta che il sayanni andava a incontrare l’amico si doveva sorbire le piccate istruzioni di Saal sul modo giusto con cui ci si doveva rivolgere al “principe”. 

Non devi mai toccarlo. Non devi sederti al suo livello. Non devi guardarlo negli occhi, se non ti dà il permesso. E se lo dà, fissa quelli e non far nulla che possa fargli pensare che guardi invece... quell’imperfezione.

Ran non perdeva tempo a spiegare a quel pomposo spaventapasseri che i sayanni, abituati ai tatuaggi, non si impressionavano di certo per il marchio che Deyan aveva in faccia, e che era guarito perfettamente lasciando un segno netto e pulito che, se non avesse avuto un significato tanto sinistro, non sarebbe stato un cattivo adornamento. Ma Saal lo considerava sfigurante, ed era quasi comico vederlo a coprirsi ritualmente gli occhi ogni volta che si ritrovava a guardare il suo signore dal lato sbagliato...

La stupida etichetta kelith!

Ran scopriva di rimpiangere un po’ i primi tempi della loro squadra, quando tutte quelle cerimonie e quegli scrupoli erano lontanissimi, e Deyan altro non era che un liberto coi capelli corti, fresco membro della Comunità. Si accontentava di poco, a quel tempo; sembrava aver sbarrato le porte al rimpianto e accettava con calma tutte le difficoltà di quella vita. E Ran si era spesso commosso a vedere come l’ex erede di un principato si adattasse alla nuova esistenza, con una dignità che impressionava tutta Luna di Fuoco. 

Avevo pensato che alla fine si fosse davvero rassegnato al suo destino...

Ma quanto fosse vero, lo si vedeva adesso. Nulla era veramente cambiato in lui, era lo stesso compagno di sempre, eppure... ora aveva un maggiordomo, una shanda, e una servitù ridotta ma di altissimo livello. E quando l’aveva accompagnato da Kurmaji non aveva più addosso gli ordinari abiti da predone kelith, ma un austero costume da deserto del suo paese, semplicissimo e tuttavia spaventosamente regale; e Ran aveva notato quasi all’improvviso che i suoi folti capelli erano ricresciuti, e lui non li tagliava più...

Un principe in esilio.

Ora si rendeva conto di quanto fosse radicato in lui il suo suffisso, -shir. I kelith di Luna di Fuoco, ovviamente, l’avevano compreso molto prima. 

Sin dalla sua liberazione, Deyan era stato isolato dalla sua stessa comunità in un modo che Ran, abituato alla vita gregaria dei sayanni, aveva trovato inconcepibile e addirittura crudele. Nessuno gli rivolgeva la parola, nessuno lo aiutava o aveva una cortesia qualsiasi per lui, nessuno lo guardava nemmeno in faccia. Ma non erano solo il disprezzo o il risentimento a motivare quel vuoto costante attorno a lui: gli oltraggi che aveva subìto avevano finito per offendere il senso kelith della sacralità. Deyan era pur sempre un membro di quella che chiamavano Razza Sovrana, e si vedeva; e cicli e cicli di usanze non si dimenticavano tanto in fretta.

Ecco perché l’ambasciatore di Itka voleva cancellare i segni esteriori della sua nobiltà...

La gente taceva, quando lo vedeva passare per la strada, e anche i predoni più induriti esitavano di fronte allo sguardo fermo di quegli occhi rossi, e si tenevano alla larga da lui. Solo alcuni smargiassi avevano provato a molestarlo, e i kelith che erano stati presenti avevano impedito a Ran di intervenire in sua difesa: avevano invece fatto cerchio intorno alla scena, in uno strano silenzio. 

E Deyan aveva capito cosa volevano: che facesse qualcosa per meritarsi di nuovo quel suffisso tra la sua gente, affinché avesse fine la sua vergogna, ma soprattutto la loro.

Non aveva ucciso i suoi sfidanti, ligio al codice della Comunità che vietava gli omicidi tra predoni se non debitamente regolati; ma li aveva vinti tutti, con una facilità che aveva fatto scendere un brivido nella schiena di Ran: era la prima volta che lo vedeva combattere, e c’erano assassini di professione molto meno bravi di lui...

Per Kamoh e Lilia, è questo che intendeva quando diceva che era stato addestrato?! 

Gli sconfitti si erano presentati il giorno dopo alla sua casa, inginocchiandosi nella polvere per implorarlo di prenderli al suo servizio. Erano stati i primi dipendenti della Squadra Sacrilega, pronti a obbedire a ogni ordine senza discutere, foss’anche lavorare e vivere fianco a fianco coi nemici sayanni.  

Già, i sayanni. E il loro pregiudizio, che era anche il mio.

Per loro Deyan era ancora un’abominazione, una bianca creatura demoniaca e viziosa che gli dèi avevano creato solo per far risplendere la virtù del loro popolo. E la sua inconcepibile amicizia con un sayanni, e il suo interesse sincero per la cultura dei tradizionali nemici non sembravano incrinare l’ostilità che lo circondava. Ridiventare poi un principe non l’avrebbe certo reso più accettabile al popolo azzurro, segnato da un odio atavico verso la casta nobile di Kelitha. Come avrebbe potuto superare un simile odio, un Khanshir albino? 

Come?

Ran scalciò via da sé la coperta, stanco di lottare con i suoi pensieri. 

 

 

 

 

 

 

 

Anche Deyan era sveglio, ma per motivi assai diversi. Fissava il soffitto, cercando di calmare il battito impazzito del suo cuore. 

Di nuovo quell’incubo...

Aveva sognato di essere accecato, paralizzato, bloccato completamente, più di quanto fosse possibile con qualsiasi mezzo di costrizione inventato dal sadismo dei torturatori. Non poteva muovere nemmeno una palpebra, la punta di un dito: ogni muscolo, ogni pezzetto di pelle, ogni cellula finivano per trasformarsi in puro e semplice dolore, che si alternava al torpore. Un peso schiacciante sul torace a impedirgli di respirare, la gola riempita di acqua, un grido muto e l’attesa folle di una morte che però non arrivava mai... mai... mai...

Si era destato di colpo, il corpo madido di sudore, il respiro spezzato. 

Intorno a lui le schiave che aveva scelto per la notte dormivano ancora, le une addossate alle altre, com’erano abituate sin da piccole. Come tutti gli animali, si confortavano così; ma lui dove avrebbe trovato conforto, dopo l’ennesima ripetizione dello stesso identico incubo?

Si voltò su un fianco, ma scoprì di aver paura a riaddormentarsi. Ormai quel sogno si ripeteva sempre più spesso, e cominciava a diventare una vera e propria ossessione. Si rigirò ancora, nervosamente, e poi si arrese: anche per quella notte non avrebbe più dormito.

Maledizione!

Scese dal grande letto, infilò i pantaloni e uscì da quella stanza. 

Fuori Ibal sonnecchiava al suo posto, ma si svegliò subito e si alzò, a disposizione del padrone. La notte era fredda, come sempre su Luna di Fuoco: l’eunuco coprì premurosamente le spalle di Deyan con un mantello, attese di vedere se richiedeva altre schiave, musica o un rinfresco, e quando vide che si dirigeva verso l’uscita della shanda si affrettò ad aprirgli il cancello, e a richiuderlo a chiave dietro di lui. 

La casa era sprofondata nel silenzio. Deyan vagò di stanza in stanza, inquieto come un fantasma, finché non giunse là dove aveva fatto mettere il suo ultimo acquisto. 

Era il sarcofago nero che aveva notato nella Grande Casa. 

I saccheggiatori di tombe non sapevano cosa intendesse farsene di quello strano oggetto, ma a loro non importava, dato che erano stati molto ben pagati. Forse - pensavano - un kelith traeva il suo piacere dall’idea di violare e dissacrare un sayanni morto da secoli, anzi da millenni. In fin dei conti la depravazione dei nobili era assai risaputa...

Effettivamente Deyan provava uno strano piacere a possedere quel feretro: era qualcosa di misterioso e di chiuso, e lui si era scoperto a desiderarlo con una tensione quasi sensuale che non era sfuggita ai venditori. Ma non gli importava nulla del denaro che aveva speso: non era la ricchezza che gli mancava, e per lui non era mai stata altro che un mezzo come un altro. 

Accese una lucerna, si avvicinò a quella reliquia del passato. Una volta di più contemplò il modo setoso in cui rifletteva la luce, chiedendosi di cosa fosse fatta. Saal s’era mostrato scandalizzato all’idea di far entrare in casa un oggetto barbaro, ma si sbagliava: c’era un’eleganza nella forma di quel sarcofago che barbara non era, e a dir la verità non apparteneva nemmeno alla cultura sayanni, anche se le iscrizioni su di esso lo erano oltre ogni dubbio.

Deyan tese le proprie dita sensibili, per sfiorare quella lunga peregrinazione di fini incisioni geometriche che si susseguivano per tutta la superficie, e come sempre si stupì di sentire un brivido a quel contatto. Chiuse gli occhi per un istante.

Voglio morire.

Li riaprì, attonito. Aveva pensato questo? 

No, non era vero. Se avesse voluto morire, non gliene sarebbero mancate le occasioni. E l’avrebbe fatto quando la vita gli era stata un peso, non adesso che si apriva a così tante possibilità: nuovi obiettivi, nuove vendette...

Di nuovo chiuse gli occhi, la mano posata su quella nera superficie. 

E di colpo gli parve di entrarvi, e da lì provare la stessa angoscia, lo stesso terrore, la stessa disperazione dei suoi sogni.

Trasalì, colto alla sprovvista da quell’ondata di emozioni che diventavano istantaneamente le sue. Sentì che la sua mente così invasa non aveva che un modo per interpretarle: aprire a sua volta lo scrigno dei suoi stessi ricordi che le contenevano... 

Tutti quei ricordi che lui aveva accuratamente seppellito dentro di sé per non impazzire.

No!

La sua volontà si ribellò: cercò di riprendere il controllo dei suoi pensieri, di staccarsi da quell’inconcepibile comunanza, quell’identità nel dolore; si ordinò di sbarrare le porte della sua mente, ma era come fermare una valanga... la lucerna gli scivolò di mano, e cadde a terra, spegnendosi. 

E in quell’improvvisa oscurità, Deyan ricordò.

La propria assoluta incredulità, quando suo padre l’aveva condannato. La rabbia, che l’aveva spinto a maledirlo. 

Ma poi era arrivata la paura. Non del dolore in quanto tale: l’aveva già provato con Estsen, ma gli era sembrato quasi un gioco tra nobili, una prova di forza dei suoi nervi, da cui era emerso vittorioso in un mondo sempre uguale. Stavolta però sarebbe stato diverso: non ci sarebbe stato ritorno per lui. Era stato il senso di quella finalità a fargli perdere il coraggio, aveva opposto resistenza quando gli avevano avvicinato quel ferro rovente alla faccia.

Un brivido irrefrenabile, il puzzo della carne bruciata, prima che il dolore arrivasse come un’ondata e gli ricordasse che la carne era la sua... 

Cadde in ginocchio, con un gemito che era l’eco dell’urlo di allora. 

Il resto era stato una sorta di delirio frettoloso e ineluttabile. Si era lasciato trascinare verso la piazza delle esecuzioni, ciecamente, senza riuscire a pensare al di là della pulsazione selvaggia nella sua testa, sapeva solo che ormai era uno schiavo e tutto era finito per lui: gloria, onore, futuro. I carnefici l’avevano spogliato e legato al tripode mentre era più morto che vivo...

E a un segnale di una mano ingioiellata, avevano aspettato. 

Con calma, che si riprendesse abbastanza da tornare in sé, che si rendesse conto di dov’era, che contemplasse inorridito quegli occhi intorno a lui, su di lui, gli strumenti che dovevano strappargli anche l’ultima traccia di dignità che gli rimaneva. Non si erano accontentati del dolore, volevano che provasse anche la vergogna e la disperazione. 

E li aveva provati... oltre ogni limite... finché la sua stessa anima schiantata aveva urlato invocando la fine di quel tormento. 

E quell’urlo era dentro di lui, adesso.

Voglio morire!

Si afferrò la testa, lottò per resistere a quelle emozioni spaventose, per controllarle e ricacciarle nel proprio profondo, dove poteva fingere di dimenticarle. Ma erano più forti di lui, più forti di tutta la sua disciplina interiore, e si sentì all’improvviso miserabilmente indifeso come lo era stato in quei momenti così terribili. La sua preziosa vita altro non era che un frutto marcio, con la buccia che rifiutava di spaccarsi per lasciar uscire l’orrore che conteneva: provò un tale desiderio di trafiggerla e finirla una volta per tutte che il cuore stesso cominciò a fargli male, come se volesse spezzarsi, sempre di più, sempre di più...

“Padrone!...”

Una voce lo strappò violentemente a quell’incantesimo, riportandolo alla realtà. 

Aprì gli occhi, e si accorse di essere raggomitolato sul freddo pavimento di pietra. Accanto a lui c’era il suo vecchio maggiordomo, con una veste da notte, circondato da servi che facevano luce. 

“Saal?...” mormorò appena.

“Sì, padrone, sono io.” Il vecchio era in preda all’angoscia. “Il padrone perdoni la nostra intrusione, ma lo abbiamo sentito gridare...”

Non si era nemmeno reso conto di averlo fatto; ma la gola gli doleva, e il respiro gli usciva pieno di sforzo. 

Ho perso il controllo?!

Il pensiero lo agghiacciava. Sapeva che nessuno ne avrebbe parlato fuori da quella casa, ma si vergognava che i propri servi l’avessero visto in quello stato. 

“Il padrone vuole che faccia chiamare un medico?” gli domandò Saal, a voce bassa.

Scosse la testa. “Sto bene.” 

Si sollevò faticosamente da terra, si accorse del sudore che gli bagnava il viso e gli incollava i capelli alla fronte... si guardò le mani: tremavano ancora. Alzò lentamente gli occhi al feretro, ritto su di lui sul suo piedistallo come la statua di una fredda divinità. 

Sei stato tu? 

Saal seguì il suo sguardo, e non riuscì più a trattenersi. 

“È tutta colpa di questa mostruosità sayanni!” esclamò. “È stregata, e da quando è entrata in questa casa non ha fatto che tormentare le notti del padrone!”

È proprio così. E devo scoprire il perché.

“Prego il padrone di sbarazzarsene...”

“Manda un messaggero a Pushpa.”

Saal esitò. “Padrone?”

“È un t’yr, e abita accanto al Tempio delle Divinità Duali.”

“Un sayanni?!”

“Fagli dire che ho bisogno di lui al più presto, che venga subito qui. E che non se ne pentirà.”

 

 

 

 

 

 

 

Gamosh attendeva.

Si era fatto portare un letto sulla terrazza interna del suo quartiere, da cui poteva vedere il cielo notturno con il suo affascinante polverio di stelle. Vi stava sdraiato a contemplarle, avvolto in una morbidissima cappa di velluto candido per proteggersi dal vento freddo del deserto. 

L’urlo ricominciò, prima lamentoso, poi via via acuto e penetrante. Aveva quella certa nota disperata che Gamosh conosceva per lunga esperienza. Non aveva avuto più voglia di rimanere assieme ai suoi carnefici, a vedere il solito spettacolo: dopotutto si trattava di un un piccolo uomo bruno, magro e già sfibrato da una vita difficile, che non sarebbe durato a lungo. 

Ma era un predone, e prima di morire doveva dire tutto quel che sapeva di Deyan. 

L’avrebbe detto: quel particolare scricchiolare di un osso che si spezzava, simile al rumore di un bastone schiantato, e l’ululato quasi femminile che l’accompagnava erano segnali inequivocabili. Avrebbe raccontato tutto, quel miserabile, per comprarsi anche un solo istante senza dolore. 

E allora... sarebbe venuto il giorno della vendetta. 

Uno schiocco di dita, e un servo accorse a recargli un calice di vino alle spezie. Gamosh lo sorseggiò, senza staccare gli occhi dal cielo. Luna di Fuoco spuntava dall’orizzonte, il suo bagliore aranciato già scacciava le stelle più piccole. 

Deyan lassù? 

Che sciocchezza. Doveva essere rintanato in chissà quale nascondiglio del grande deserto. Forse una gola sconosciuta, un’oasi non segnata sulle mappe. Forse addirittura fuori dal principato, dove aveva segreti alleati che speravano di destabilizzare e rovesciare l’antico ordine di Shana. Tutto il rispetto che ancora lo circondava, nonostante il suo disonore... cosa poteva significare? Chi erano i suoi amici, chi lo proteggeva dalla giusta ira del principe Gamosh?

Non importa. Lo troverò. E stavolta non mi accontenterò di vederlo sotto la frusta. 

Si leccò le labbra, un po’ per assaporare il dolce arzente delle spezie e un po’ all’idea di cosa avrebbe fatto al fratello: non gli avrebbe permesso di morire, non prima di avergli insegnato a dovere che non era nient’altro che uno schiavo, il suo schiavo. E solo dopo essersi preso tutte le soddisfazioni possibili da lui, gli avrebbe fatto amputare un arto alla volta, un giorno dopo l’altro, fino a ridurlo al solo busto, per poi abbandonarlo ad agonizzare in un canale di scolo.

Quanto lo odio, quel dannato.

Cercò di non pensare alle sue schiave, allo scettro perduto, e alle risa di scherno che aveva sentito dagli altri nobili quando avevano saputo di quell’affronto.

Eppure so di dovergli così tanto. Senza di lui non sarei ciò che sono. E ciò che presto sarò...

La maledizione di Deyan era infatti arrivata a destinazione. 

Uno strano rigonfiamento era apparso nella gota del principe: la destra, proprio quella che aveva fatto marchiare al figlio. Quel bubbone alla fine si era aperto, diventando un’ulcera purulenta ribelle a tutte le cure dei medici, che consumava la viva carne di Unari e gli impediva di mangiare e parlare senza dolore. Il principe deperiva avvilito giorno per giorno, disperando di salvarsi dall’anatema divino. 

Gamosh però non credeva nelle maledizioni, ritenendo più probabile che ci fosse dietro lo zampino di qualche altro adepto della Misteriosa: in fin dei conti El era la dea della morte, e il suo tempio forse una segreta scuola di assassini... una scuola che Deyan aveva frequentato con buon profitto, a quanto si sussurrava. Ad ogni buon conto, che fosse opera divina o di umani strumenti, la successione al trono diventava sempre più vicina.

E quando sarò sovrano assoluto di Shana, insegnerò all’Augusto Consorzio a rispettarmi... e a temermi. 

Finì il suo vino, gettò la coppa da qualche parte e il servo si precipitò a raccoglierla. Proprio in quel momento il suo capitano si presentò e si inginocchiò, piegando la testa.

“Nobile erede, il prigioniero è in agonia.”

“Ha parlato?”

“Continua a dire... che il predone bianco è su Luna di Fuoco. Dice che una magia lo ha portato lassù, una magia evocata da maghi neri.”

“Che inetti sono diventati i miei carnefici, che permettono a un debole uomo di irridere le loro torture facendo dello spirito.” Gamosh si alzò, sospirando. “Fammi strada: andiamo a vedere se devo metterli a morte e procurarmene dei nuovi.”

Il capitano obbedì, con occhi tremanti di paura.

La stanza delle torture puzzava come un macello. Sul cavalletto c’era un ammasso di carne e ossa spezzate, e solo la testa intatta comprovava che si era trattato di un essere umano. Gamosh guardò la scena, senza emozioni al di là del disappunto: non era quel che si era aspettato, i carnefici avevano effettivamente fatto del loro peggio, e la loro vittima non sembrava affatto in spirito di irridere alcunché: la faccia era contorta in un rictus mortale. 

“Dov’è Deyan?” chiese al moribondo.

Decifrare la risposta dai gemiti farfugliati e dalle implorazioni era quasi impossibile. Ma alla fine riuscì a raccogliere le sillabe di un nome, e a combinarle insieme.

“Luna di Fuoco?” disse, seccato. “Insisti con questa bugia, maledetto ladro, e ti farò versare in gola piombo fuso.”

Gli occhi dell’uomo si sbarrarono, la sua testa tremò e si reclinò, e dalla bocca aperta scese un fiotto di sangue misto a saliva. 

“Troppo tardi,” mormorò il capitano. “È morto.”

“Versategli lo stesso il piombo fuso in gola,” ordinò Gamosh, con gelida rabbia. “E trovatemi un altro predone.”

 

 

 

 

 

 

 

La casa di Ran era sempre piena di gente. Quasi l’intera Squadra Sacrilega risiedeva lì, disseminata per tutte le stanze in quella che chiunque avrebbe scambiato per confusione: ma era mirabile l’armonia che comunque vi regnava, a scapito dell’intimità che del resto tra i sayanni non era in grande considerazione. 

Non essendoci un solo angolo vuoto in tutta la casa, le riunioni del gruppo si tenevano normalmente nel cortile interno, dove c’era spazio per tutti. Ran faceva acquistare vino, sale, olio e farina, e mentre qualcuno cuoceva focacce sulle pietre arroventate tutti prendevano posto: Ran si accomodava disinvoltamente sul muretto del pozzo, e Deyan si sistemava accanto a lui, più in basso, seduto su un prezioso tappeto del suo paese.

Così i sayanni potevano pensare che il kelith albino onorasse il suo antico padrone, e i kelith che il sayanni gli facesse da guardia d’onore. 

A Ran quelle riunioni erano sempre piaciute, ma stavolta era di cattivo umore. Per colpa di  Teji, un concorrente ormai sconfitto che l'aveva affrontato pubblicamente al banco di una bettola, facendo drizzare le orecchie a tutti i presenti.

"Quanti altri uomini hai intenzione di portarmi via, Ran?" 

"Non è colpa mia se tu li paghi poco, Teji. Ne so qualcosa, della tua avarizia."

"Sono stato io ad insegnarti il mestiere."

"E allora? Mi hai sfruttato come uno schiavo per due stagioni, mentre tu ingrassavi."

"Guarda che c'era ben poco da ingrassare, con la miseria che mi portavi."

“Meglio, così non ti ho regalato niente.”

E Ran si era messo a sorseggiare il suo vino, come se la conversazione fosse finita. 

Ma Teji aveva insistito. "Una volta per tutte, smettila di spargere in giro le tue infamie sul mio conto, e lascia in pace i miei dipendenti."

"A chi ti riferisci, a Nemel e Chat? Erano miei soci prima e dopo di essere tuoi dipendenti; è naturale che vogliano stare con me... specialmente adesso che sono fortunato."

"Non meriti la tua fortuna. Se non fossi inciampato su quel cane d’un nobile, saresti senza membrana nel letto di qualche vecchia kelith."

"Mi piacerebbe sapere cosa avresti fatto tu inciampando su Deyan-shir!"

"Io? Di certo non mi sarei messo a lavorare spalla a spalla con un depravato testabianca, dimenticando di essere un sayanni."

Alcuni avevano annuito a quelle parole. Ran se n’era reso conto e aveva riso aspramente, lottando per riprendere il favore degli ascoltatori. 

“Giusto, Teji. Ed è per questo motivo che tu farai bancarotta tra qualche stagione, ed io no."

Era seguito un mormorio, ben diverso dall’applauso clamoroso che Ran si era aspettato. Tutti si erano finti indaffarati, voltando le spalle alla scena, e Teji se n'era andato, ma prima aveva sputato davanti a Ran. 

“I soldi non pagano l’onore, disertore.”

"Va’ a farti sverginare!" gli aveva risposto lui, tra i denti, dimenticando peraltro che Teji era già sposato. E si era scolato un intero boccale, l'umore rovinato per il resto della giornata.

Aveva raccontato a Deyan dell’incidente, ma l’amico non l’aveva nemmeno considerato: per lui l'opinione di Teji o di chiunque altro non aveva alcuna importanza. Quel che contava era stabilire cosa fare nel proseguio della stagione, e sembrava avere le idee molto chiare.

"Non si deve raccogliere troppo nello stesso territorio,” diceva, e tutti lo ascoltavano avidamente benché non alzasse mai la voce e non gesticolasse. “Il buon cacciatore lascia alle prede il tempo di riprodursi e moltiplicarsi. Le nostre imprese devono spostarsi su Sayanna, almeno fino alla fine della stagione."

I predoni mormorarono tra loro.

"Questo rischia di causare molti attriti con le altre squadre sayanni," obiettò Ran, dubbioso. "La maggior parte di esse non osa saccheggiare i kelith, e noi le priveremmo del loro bottino."

"L'Augusto Consorzio ha deliberato una leva straordinaria di guerrieri a sorveglianza dei territori centrali, i più ricchi.” Ran si chiese come facesse Deyan a saperlo, ma accantonò la domanda per dopo e lo lasciò continuare: “Saccheggiare i principati minori ci attirerebbe le ire delle squadre kelith, che sopravvivono grazie a queste povere entrate. Inoltre, togliere il poco di chi già possiede niente è molto più pericoloso che togliere qualcosa a chi possiede molto."

Ran scosse la testa. “Andremmo a metterci nei guai, Deyan-shir. Fino ad adesso siamo riusciti a non pestare i piedi a nessuno... o meglio, abbiamo buttato fuori parecchia concorrenza kelith. Però i grandi predoni sayanni sono un'altra cosa, e andare a toccare i loro territori..."

Deyan lo guardò brevemente da sotto il cappuccio del suo mantello. “Se la loro ostilità è un limite per le nostre imprese, tanto vale dichiarare chiusa la stagione."

Molti  si erano mostrati costernati a quelle parole.

"Siamo ad un passo dall’entrare tra le Grandi Squadre di Luna di Fuoco!..."

"Gli altri ci passeranno davanti!"

“L’opinione di Ran deriva da un’esperienza più grande della mia,” replicò Deyan, posando le mani sulle ginocchia. “La decisione è sua.”

Ran si sentì sotto accusa, e detestò Deyan che metteva sulle sue spalle quella responsabilità. Afferrò la sua tazza di terraglia per mandar giù vino annacquato, e sospirò. "Neanche a me fa piacere dover fare il prudente... anche se è il prudente ad incassare, non il temerario."

"Prudenza?” aveva esclamato Aidye, uno dei kelith della banda. “Non siamo forse famosi come i peggiori temerari di Luna di Fuoco? Abbiamo aiutato Deyan-shir a sputare in faccia a tutto l'Augusto Consorzio!"

"E infatti con quest’impresa ci siamo bruciati il territorio!”

"Momentaneamente." La voce di Deyan era tagliente come una spada. "Del resto non ricordo di aver sentito opposizioni quando se ne è discusso, anzi... rammento un certo entusiasmo.”

 “Non volevo criticare le tue azioni, Deyan-shir. Il fatto è...”

“... che è finora stato semplice, pensare che la mia patria altro non sia che un forziere comodo da cui attingere all’infinito e senza troppi rischi.”

“La tua patria?” sbottò Ran. “Te ne senti ancora il principe? Ho ancora il contratto con cui ti ho comprato su Shana, schiavo.”

E, come sempre, si accorse un istante troppo tardi di quel che aveva detto. 

Oh, accidenti... ma cosa m’è preso?

Deyan era rimasto perfettamente impassibile, le mani rilassate sulle ginocchia, ma con una sfumatura più rosea sulle guance. Tuttavia fece solo un lieve cenno col capo, un tranquillo assenso.

“Accetto il tuo rimprovero, Ran. E mi scuso per il mio errore.”

“Sono io che ti chiedo perdono,” disse Ran, sinceramente contrito. “Ho parlato senza riflettere.”

“Hai detto la pura verità. È Luna di Fuoco la nostra patria, non il mondo da cui veniamo. E per questo non dobbiamo farci scrupoli verso nessuno, qualunque sia il colore della sua pelle. Siamo arrivati ad un punto cruciale: per diventare davvero una Grande Squadra dobbiamo farci largo nella concorrenza, e non solo nella kelith ma anche in quella sayanni."

I predoni avevano annuito, pensierosamente.

"Non è facile, Deyan-shir," aveva insistito Ran. "Le Grandi Squadre sayanni ci odiano, perché siamo una squadra mista e perché tu sei un albino. Sono tutte fatte di guerrieri, e non di bassa casta ma reduci delle peggiori battaglie. Tra di loro combattono a colpi di profitto e tradimenti, ma contro di noi userebbero tutto quel che le regole di Luna di Fuoco permettono. Potrebbero addirittura farci assassinare, e sai bene che una squadra senza capi finisce in liquidazione..."

"Non credo che arriverebbero a questo," disse Chat, "sarebbe uno spreco. Capi a parte, la nostra squadra è appetibile così com'è.”

“Più probabilmente ci sfiderebbero secondo le regole della Comunità,” intervenne Nemel. “In un duello diretto, oppure con dei combattenti designati, ammesso che si trovi gente che voglia combattere fino alla morte... e, salvo accordi particolari, la squadra del perdente passerebbe sotto la gestione del vincitore, con annessi e connessi. Così è stabilito."

"Una soluzione rischiosa anche per loro," osservò Deyan. "Se perdessero ci impossesseremmo delle loro squadre, e sbaraglieremmo ogni concorrenza."

"D'accordo. Ma chi di noi potrebbe prendersi questo rischio?"

Era seguito un lungo, pesante silenzio. Tutti si erano guardati, in modo eloquente.

Guerrieri, e non di bassa casta ma reduci delle peggiori battaglie...

"Aspettiamo per un po'," suggerì Ran. "Può darsi che accada qualcosa che ci faccia prendere una decisione al proposito. Per il momento, si può riposare... un po' di pace non ci farà male." Fece un gesto verso i servi. “Mangiamo qualcosa, ne riparleremo un’altra volta.”

Tutti si rilassarono e cominciarono a chiacchierare, mentre i vassoi col cibo cominciavano a circolare e qualcuno tirava fuori un liuto. 

Deyan si alzò e raccolse da sé il suo tappeto: fuori dalla sua casa non si portava alcun servo. Però non mangiava in compagnia degli altri predoni, era un privilegio che concedeva soltanto all’amico: per cui si diresse verso il cancello della grande casa. 

Ran lo accompagnò: evidentemente voleva restare qualche istante solo con lui. Deyan lo capì, e si lasciò seguire finché non giunse in un posto che fosse lontano da orecchie indiscrete. Quindi si tolse il cappuccio, e alzò lo sguardo sul sayanni che torreggiava su di lui.

“Provi ancora il desiderio di punirmi perché sono ciò che sono?”

“Ogni tanto, lo ammetto.” Ran sospirò. “Hai parlato dell’Augusto Consorzio, prima. Ancora i tuoi contatti segreti? Non hai ancora smesso di sperare?”

“Sperare cosa, di ritornare?” Un pallido sorriso incurvò le labbra di Deyan. “Hai avuto ragione a umiliarmi. E credo che ti sia piaciuto farlo davanti a tutti: potevi anche tendermi la mano affinché la baciassi, come fanno i liberti ai loro ex padroni.”

“Non ti ho mai fatto una cosa simile,” protestò Ran, sdegnato. “E mai te la farò: per chi mi hai preso?” Tirò un grosso sospiro. “Già, per chi mi prendi, per uno stupido? Per cosa stai usando me, tutta la Squadra Sacrilega?”

“Usando? Vi ho resi tutti ricchi e famosi. Siete voi che state usando me.”

“Sono ignorante, Deyan-shir; non sono uno sciocco.”

Il kelith tacque, per un lungo istante. 

“No, non sei uno sciocco. Sei un sayanni. Con tutto quel che ciò significa.”

“Se pensi che abbia ancora degli scrupoli a saccheggiare la mia gente...”

“Perché, non è così?” Deyan scosse appena la testa. “Mi dispiace, Ran. Finora tutto è stato anche troppo facile. Ognuno di noi ha avuto le primizie di ciò che voleva, ma tutto ciò non basta per quel sogno di cui Kurmaji ci aveva parlato. Le ricchezze di Sayanna ci sono negate, e questo è il primo, vero ostacolo verso il titolo di Khanshir."

"Maledizione! Lo so benissimo!" Ran si picchiò un pugno nel palmo aperto. "Ma io non sono per i sayanni quel che sei tu per i kelith, lo capisci o no? Sono un disertore di bassa lega, con una lancia che al massimo si è insanguinata con un capoplotone da due piume, tre guerrieri novellini e un mucchio di pellebianca senza valore... come potrei accettare una sfida? Perdere significherebbe la morte per me, o l'essere dichiarato schiavo, ed io ci sono stato così vicino una volta, non voglio ripetere l'esperienza..."

"E se sfidassero me?"

Ran lo fissò, incredulo. “Ma che stai dicendo?! Tu sei un kelith! Nessun guerriero sayanni potrebbe sfidare con onore un avversario così debole. Non avrebbe più il coraggio di entrare in una bettola: i commenti che sentirebbe!"

"Io non mi ritengo così debole. E, ragionando in termini sayanni, la mia casta non è certo la più infima di Kelitha..."

"È questo che non capisci! Ragionando in termini sayanni, la tua è la casta più infima di Kelitha, perché peggio dei nobili ci sono soltanto gli spiriti malvagi: almeno un contadino ha la sua ragione divina di esistere, ma voi...” Ran scosse la testa. “Nessun guerriero degno di questo nome terrebbe una spada macchiata del vostro sangue infetto, vi schiaccerebbe come si fa con una creatura schifosa, e poi butterebbe la scarpa perché contaminata!” Sbuffò. “Tu ancora non hai idea di quanto gli albini siano odiati, perché... perché ci sono io che te lo faccio dimenticare. Ma sono odiati, e io pure sono odiato a causa tua, come Teji mi ha ben ricordato. Altroché essere un principe tra la mia gente, ho il prestigio di un cane randagio...”

“Solo tra gli sciocchi.” 

Deyan tese la mano, in un rarissimo gesto d’affetto, e la posò sul braccio nerboruto di Ran.

“Se ti vedesse il tuo Saal a fare una cosa del genere,” mormorò Ran, sentendo il calore di quella mano. 

“Lascia Saal dove si trova. Lui non può capire.” 

“Che un principe e un predone possono essere amici?”

“Un principe o uno schiavo?”

“Un predone o un disertore?”

“Un kelith e un sayanni, allora. Anzi... due uomini di pari dignità, che vivono sotto le stesse due stelle. Perché è questo che siamo, oltre alle nostre differenze.” 

Ran ridacchiò, con occhi lucidi. 

“Raccontalo a Saal, se ci riesci!” 

“Già, e non solo a lui.” Gli occhi rossi ebbero uno scintillio astuto. “Quest’insegnamento dovremmo darlo a tutta Luna di Fuoco... e soprattutto alla tua gente. Che accadrebbe se fossi io a sfidare un capo sayanni?”

Ran battè le palpebre. “Tu?”

“Non potrebbe rifiutarsi, perché sarebbe considerato un codardo. Non avrebbe altra soluzione che battersi per il suo onore, anche se con un esecrato albino. Non è così?"

Il sayanni scosse vigorosamente la testa.

"Lascia perdere, Deyan-shir. Dovresti combattere solo, in singolar tenzone e a mani nude, o al massimo con una spada: e avresti di fronte uno di noi. Su Sayanna le montagne sono magiche, e ogni cosa laggiù pesa di più che nel tuo paese, noi compresi: questo rende la nostra forza fisica incomparabilmente maggiore di quella della tua razza, senza contare che i migliori guerrieri hanno anche la tecnica, non sono solo ammassi di muscoli ciechi... So che sei un abile combattente, che sei coraggioso, ma non sei un pazzo: promettimi che non farai una sciocchezza del genere!”

Deyan fece un remoto sorriso, e fece per andarsene.

Ran guardò la sua figura che si allontanava e gridò alle sue spalle: “Almeno promettimi che la farai solo quando riuscirai a battere me!”

Il kelith si fermò, si voltò e si rimise il cappuccio.

“D’accordo, Ran. Hai la mia parola.”

E se ne andò. 

 

 

 

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Capitolo 6
*** Dove i mondi si toccano... e si respingono. ***


 

 

 

 

Non guardare giù.

Benché fosse nato tra i monti, Ran doveva sempre ricordarsi di quella vecchia regola. Perché qualcosa dentro di lui lo spingeva a sfidarla, solo per il gusto di sfidare qualcosa. 

Invece teneva lo sguardo poco più in alto, giusto per trovare i minuscoli appigli dove aggrapparsi per salire, ficcandoci le proprie dita ostinate in una sistematica ascesa. Non aveva bisogno di contemplare le fauci sbadiglianti della morte sotto di sé. 

Issandosi sull’ennesima crepa, ci vide una traccia rossa.

Il colore della pelle cambia, ma quello del sangue no...

Deyan doveva essersi ferito alle mani, mentre saliva. 

Ran gettò un’occhiata in alto e vide la sua figura avvolta in panni grigi che lo facevano confondere con la pietra della torre, mentre si arrampicava con movimenti rapidi e precisi: sembrava sfidare la magia a lui ostile di quel luogo, non rimanendo sullo stesso appoggio per più di pochi istanti, con una flessibilità di corpo che avrebbe fatto invidia a una danzatrice. Aveva un vantaggio quasi umiliante, ma l’avrebbe usato per arrivare per primo a calare una corda: Ran gli augurò la miglior fortuna.

Il vento fischiò, soffiandogli la polvere negli occhi. L’aria era fredda e limpida, e tutto era crudo e netto intorno a loro: il classico paesaggio dell’altipiano centrale di Sayanna, pieno di boschi oscuri, al centro del quale troneggiava la Città Sacra. 

Ran si chiese quale demone l’avesse spinto ad accompagnare Deyan in quell’impresa assurda...

“Mi occorre un codice antico,” gli aveva detto. 

“Compralo,” gli aveva detto lui. 

“Non è possibile, è un libro sacro.”

“Allora rubalo.”

“Infatti, è l’unica soluzione.

“E dove si trova?”

Deyan gliel’aveva detto.

“Ma sei impazzito?!” aveva tuonato. “La squadra... il costo... il rischio... e per una cosa da leggere?!”

“Non intendo portarmi dietro la squadra, è una cosa che riguarda soltanto me.”

“Tu sei un kelith, che te ne fai di un codice sayanni?” Una pausa. “Non ti bastava quel dannato sarcofago per cui hai speso una fortuna...”

“Il codice serve a Pushpa per scoprire come si apre quel sarcofago.”

Ran era rimasto a bocca aperta. 

“E tu rischi la vita per questo?!”

Deyan aveva annuito, come se fosse stata la cosa più naturale del mondo. 

 

 

 

 

 

 

 

Anche Pushpa aveva avuto di che sbalordirsi.

Deyan l’aveva fatto entrare in casa propria (con grande scorno di Saal, che arricciava il naso al suo odore di strane erbe) affinché potesse esaminare il feretro in piena luce.

Il t’yr ci si era letteralmente scagliato contro, con un grido di gioia.

“Incredibile! Sublime! Mai visto prima una cosa del genere! Ne avevo sentito parlare dai ladri di tombe, ma... costava veramente troppo... Dov’è stato trovato? C’erano altri oggetti con esso? Vasi sacri, armi, statue, gioielli...”

“Ho solo questo, Pushpa. Aiutami a saperne di più.” Deyan aveva fatto una pausa. “Naturalmente te lo chiedo come incarico e non come favore.”

“Questi caratteri... per le Divinità, sono antichissimi! Questo ideogramma è mutato, e anche questo... Oh Kamoh Benedetto, ci sono i segni delle Quattro Stelle... e questo è il segno dell’acqua... che hai detto, Deyan-shir?”

“Che ti pagherò.”

“Oh ma dovrei essere io a pagare te per il privilegio di studiare questa meraviglia!” L’aveva osservata da tutti i lati. “Forse è una statua. O forse un sarcofago, e in tal caso del periodo remoto in cui su Sayanna si praticava l’imbalsamazione. Quest’oggetto potrebbe quindi risalire all’Epifania della Reincarnazione...” 

“In termini kelith?”

Un’esitazione per calcolarla. “L’instaurazione del secondo Impero Bianco.”

“Più di mille cicli di soli fa?” aveva mormorato Deyan.

“Come minimo! Si è conservato benissimo...” Pushpa aveva guardato il feretro, aggrottando le sopracciglia. “Anzi, direi che sembra appena scolpito. Che pietra è questa?”

“Non lo so, e non lo sanno nemmeno i Marjaban. Sanno solo che contiene una magia diversa dalla loro. E io... la sento ogni volta che lo tocco.” 

“Una magia?” 

Pushpa aveva posato le dita su quella nera superficie. 

“Non senti quella sensazione come un brivido... come se qualcosa ti afferrasse la pelle?”

Il t’yr aveva provato ad accarezzare il feretro, in vari punti, concentrandosi a occhi chiusi. Ma poi aveva scosso la testa con un sospiro. 

“Non sento assolutamente niente, Deyan-shir.” E si era voltato a squadrarlo, con stupore. “Se chiunque altro mi avesse parlato di questa sensazione, avrei pensato a una suggestione. Ma tu sei un nobile kelith, vieni da una cultura razionale, sei indifferente alle nostre antiche credenze... com’è possibile che proprio tu mi parli di magia?”

“Non ho una risposta, saggio Pushpa. E ti ho chiamato apposta per cercarla.” Deyan si era avvicinato al feretro, ci aveva posato sopra la mano, e come sempre era trasalito. “Credo... che qui dentro ci sia qualcosa che mi sta chiamando. Che vuole che io apra questo involucro. Non so di cosa si tratta, ma non avrò pace finché non vedrò cosa c’è dentro. Invano ho provato a cercare giunzioni, aperture segrete, punti in cui forzare questa strana sostanza che sembra indistruttibile. Non mi resta che sperare che tutte queste iscrizioni sayanni mi aiutino a capire il mistero... e su Luna di Fuoco, ma anche forse in tutto il tuo mondo, la mente migliore per decifrarle è la tua. Sei disposto ad aiutarmi?”

Pushpa sapeva che aveva una sola risposta a quella richiesta, perché era quella a cui anelava anche tutta la sua anima. 

“Sono al tuo servizio.”

 

 

 

 

 

 

 

Il maturo t’yr aveva cominciato un gran andirivieni dal suo Tempio alla casa di Deyan, sempre con cumuli di rotoli tra le braccia e la veste macchiata di inchiostro: la gente di Luna di Fuoco lo vedeva affrettarsi per le strade polverose, borbottando tra sé e sé, gli occhi fissi in avanti come se stesse guardando dentro i propri pensieri e non chi lo salutava. Passava tutti i giorni in ginocchio sul pavimento davanti al feretro, a trascrivere lunghe file di caratteri su fogli di carta, per poi riempire altri fogli di incomprensibili scritte piene di cancellazioni. Non era raro che si fermasse pure di notte, cosa assolutamente disdicevole; e il padrone di casa non solo lo tollerava, ma mandava Ibal ad acquistare i migliori cibi sayanni per lui, cosa che l’eunuco faceva tra grandi sospiri e molto imbarazzo. 

La cosa era andata avanti per diverso tempo, finché un giorno Pushpa si era messo a cercare Deyan per tutta la casa: poco ci era mancato che provasse addirittura a varcare i proibitissimi cancelli della shanda, perché gli avevano detto che il padrone era lì. Ne era seguita una mezza collutazione - era assolutamente proibito disturbare Deyan quando si ritirava in compagnia delle sue schiave  - e alla fine a Pushpa non era rimasto che aspettare torvamente, guardato a vista da tutta la servitù della casa che era pronta a difendere l’intimità del loro signore con ogni mezzo. 

E quando finalmente Deyan era riapparso, si era trovato davanti quel sayanni imbronciato con gli occhi segnati dalle notti insonni. 

“Non posso completare l’opera che mi hai affidato: ti restituisco il compenso.”

E aveva lasciato a terra numerosi contrassegni d’argento, facendo per andarsene. 

Non aveva neanche raggiunto il cancello che Deyan l’aveva fermato.

“Le grandi emozioni nuocciono agli uomini ragionevoli,” gli aveva detto, accompagnandolo di persona verso i cuscini e ordinando rinfreschi per il suo ospite. “Calma il tuo spirito, saggio, e spiegati.”

Pushpa si era vergognato una volta di più di quanto gli piacessero le maniere di quel kelith di rango, anche con un sayanni... si era lasciato placare, ma non aveva nascosto il proprio scoramento.

“Ho fatto del mio meglio, Deyan-shir, e ho tradotto tutto quel che mi è stato possibile. Ma ancora troppe cose mi sfuggono, e non ho i testi adatti qui su Luna di Fuoco. Posso almeno offrirti la miseria che ho scoperto: sì, quello è un sarcofago. Sì, contiene un corpo. Sepolto durante la dodicesima Reincarnazione delle Divinità. E sì, tutto durante il passaggio nei cieli dell’Arca...”

“L’Arca?” Deyan era incredulo. “Vuoi dire... la mitica nave del Grande Vuoto che dissemina le razze umane tra le stelle?” Aveva scosso la testa. “Ma è una favola per bambini...”

“Come la Leggenda, vero?”

Era seguito un istante di silenzio.

“Un mito contiene sempre una traccia di verità, il ricordo ancestrale di qualcosa che non è più e che viene dimenticato. C’è un mistero sulla nostra presenza su questo mondo; noi sayanni ci riteniamo tradizionalmente figli del sole blu, e i kelith del sole giallo: perché questi miti celesti sulla nostra origine? Sembra che le nostre razze siano spuntate praticamente dal nulla migliaia e migliaia di cicli fa... e se entrambe venissero da un progenitore comune? Questo spiegherebbe le molteplici somiglianze tra i nostri idiomi, e perché kelith e sayanni, nonostante le loro differenze fisiche, possono... ancora...”

Aveva tentato di finire la frase, ma poi aveva taciuto, imbarazzato.

Deyan, da buon kelith, aveva capito. “Sì, è possibile, ma non può esserci prole da queste unioni.” 

“Invece sì,” aveva detto Pushpa con disgusto. “Anche se ovviamente nessuna delle due razze tollera questi scherzi della natura: anche qui su Luna di Fuoco, dove molti valori etici sono, ehm... discussi,” e aveva tossicchiato, “di mezzosangue non ce ne sono. Se individui peccaminosi si incrociano, l’eventuale frutto viene sempre misericordiosamente soppresso, affinché non viva un’esistenza sciagurata e metta a  rischio la purezza della razza.”

Deyan aveva fissato il vuoto, pensierosamente.

“Quindi mi stai dicendo che la mitica Arca sarebbe esistita veramente, avrebbe portato qui la nostra specie in un passato così remoto da dimenticarlo, e noi e i sayanni avremmo in realtà un’unica origine...”

Pushpa aveva annuito. “E poi quell’Arca sarebbe ritornata, forse per vedere cosa ne era stato dei suoi figli: su quel feretro si narra del transito di un vascello celeste così grande da oscurare i soli, con a bordo una razza antica e sapiente, i Ter, o Tirri; da cui prende nome la mia casta...” 

“Quali eredi di quella sapienza.”

“E se il passaggio dell’Arca è avvenuto davvero, questo forse spiega il mistero di quel feretro che elude le nostre conoscenze. Potrebbe essere stato fatto proprio dai Tirri, con la loro inimmaginabile magia.”

Deyan aveva guardato verso il sarcofago. 

“Un oggetto magico, fatto per contenere un corpo. Dev’essere stato di un personaggio di riguardo.”

“Oh sì. Era un Guerriero della Cometa.”

 

 

 

 

 

 

 

Ran si issò oltre il parapetto, per piombare senza fiato sul pavimento della torre. Deyan era già al suo posto, appiattato contro la porta. A parte le dita delle mani, non si vedeva un solo pollice della sua pelle: il suo costume lo avvolgeva completamente, coprendogli anche la testa e lasciandogli fuori solo gli occhi vulnerabili, che però aveva protetto con una maschera di cristallo. 

Non emetteva un suono, ma era estremamente affaticato, Ran lo vedeva dalla frequenza del suo respiro. Lo sforzo che aveva compiuto per arrampicarsi in quel modo era notevole, per un kelith non abituato alla magia di quel luogo (maggior gravità, la definiva, come se cambiandole nome la rendesse meno magica). Ma sapeva di poter contare su Ran per aver il tempo di recuperare le forze. Con i gesti silenziosi dell’antico codice dei ladri, gli segnalò la situazione. 

Due guardie dietro la porta. 

Ran annuì, controllò che la propria lancia fosse ben legata alla schiena, ed estrasse dalla cintura della sua veste due pugnali. 

Se ci catturassero qui, la mia morte sarebbe rapida: un colpo di maglio alla testa. Ma quel che farebbero a Deyan, una volta che scoprissero che è un albino... non oso nemmeno immaginarlo!

Eppure il kelith sembrava totalmente indifferente al rischio. Doveva essere per via di quella sua strana religione: molte volte l’aveva visto pregare a testa coperta, davanti a un semplice braciere su cui fumava del legno profumato. 

Io ho cercato di pregare i miei dèi, ma non mi hanno mai ascoltato.

Un balzo a spalancare la porta con una spallata, due facce stupite a guardarlo, due colpi di pugnale quasi contemporanei, e nella gola, per strozzare qualsiasi urlo. Ancora in piedi, i due erano già morti: Ran ne afferrò uno e lo lasciò scivolare silenziosamente a terra. L’altro si afflosciò contro la parete, spruzzando sangue. Le loro gambe si mossero appena, e poi fu tutto silenzio. 

Ran si pulì le mani con le loro tuniche e rinfoderò i pugnali, prendendo fiato. 

Riposate in pace, fratelli. Non prenderò le vostre piume, questo non è stato un duello. Mi dispiace avervi ucciso, ma avete mancato al vostro compito di guardie in un santuario... e se non foste morti per mano mia, ci avrebbero pensato i vostri superiori.

Deyan spostò la maschera sulla fronte, cavò da una delle sue tasche una minuscola ampolla e si mise una goccia del liquido negli occhi. Un istante d’attesa, e poi tornò a guardare Ran con un cenno di intesa: i suoi occhi erano diventati neri. 

La sua droga magica per vedere nel buio, pensò Ran con invidia. 

Lui non aveva mai avuto niente del genere, mentre i kelith avevano tutta una serie di sostanze da usare in combattimento, sia per loro sia contro i nemici. Deyan poi aveva una conoscenza particolarmente inquietante su molti veleni e narcotici: se li preparava da sé, con sostanze che pagava a peso d’oro. 

Ran appoggiò la mano sulla spalla del compagno: dopo l’abbagliante luce esterna, l’interno della torre era buio come la notte. Deyan capì: lo condusse con sicurezza verso una stretta scala a chiocciola, che scesero rapidamente; sbucarono quindi in una galleria scavata direttamente nella roccia della montagna, illuminata a malapena da vecchie lampade a polvere che spandevano una luce verdastra.  

Cominciarono ad avanzare, con Deyan che faceva da guida. Ran sapeva che aveva memorizzato alla perfezione la mappa che aveva comprato a caro prezzo dagli informatori dei Marjaban: molte aperture si intravedevano infatti nella galleria, una sorta di labirinto. Anche il sayanni aveva una copia della mappa con sé, ma si conosceva abbastanza per sapere che da solo avrebbe finito per perdersi.

E non c’è nessun motivo per cui dovrei tornare da solo. Sono qui per aiutare un amico. Se muore lui, muoio anch’io. Questo è il patto che ho fatto con me stesso, quando mi sono offerto di accompagnarlo...

Quel pensiero, anziché turbarlo, lo calmava.

All’improvviso, il suo vecchio istinto di ladro si tese. Si fermò un passo prima della biforcazione della galleria. Stette in ascolto un istante, e le sue mani fecero i segni.

Arriva qualcuno. Da sinistra.

Deyan non perse tempo: lo prese per un braccio e cominciò a correre in direzione contraria. 

 

 

 

 

 

 

 

Guerriero della Cometa.

Deyan aveva sentito il termine da Ran. Gli aveva chiesto a cosa si riferiva, dato che come principe gli avevano insegnato a distinguere i gradi dei vari guerrieri di Sayanna, ma non gli avevano mai parlato di questi fantomatici Xarani.

Sono fortissimi e dotati di poteri magici, o almeno così si dice: io naturalmente non ne ho mai visto uno in vita mia, perché stanno tutti intorno a Kamoh e Lilia, e figurati se uno come me è mai stato ammesso alla Divina Presenza! Immagino che neanche riescano a muoversi con la mole di armi, gioielli e diademi sacri che si porteranno addosso.

E si capiva che il suo sogno segreto sarebbe stato spogliarli di tutte quelle ricchezze e farle sue.

Pushpa era stato più rispettoso. “Un Guerriero della Cometa è il vertice assoluto della nostra casta guerriera, nato e allevato per servire direttamente le Divinità.”

“Una sorta di nobile guardia di palazzo...”

“Molto di più, Deyan-shir! È un essere speciale, sacro. Non c’è niente nella cultura kelith che sia paragonabile, è inutile fare confronti.”

“Da dove deriva tale sacralità? Dalla stirpe?”

“No, dal cielo. È un astro a selezionare il fiore della nostra razza; una particolare cometa, che alla massima luminosità transita nell’asterisma dei Quattro. Noi sayanni la chiamiamo Xarani; e in tutto il continente ogni bambino di casta guerriera che nasce sotto il suo segno viene immediatamente sottratto alla famiglia, e mandato in un tempio inaccessibile della Montagna Sacra, dove viene addestrato sin dalla più tenera età. Cosa accada in quel tempio è un mistero, ma dopo molti cicli solari alcuni giovani ne emergono, i più forti e i più perfetti, per essere consacrati alle Divinità. Gli altri... scompaiono per sempre.”

“Una selezione spietata,” aveva commentato il kelith.

“Ma che viene effettuata sin dalla notte dei tempi, per la salvaguardia del nostro popolo. I Guerrieri della Cometa hanno il compito sacro di servire le Divinità e di proteggerle: non hanno altro scopo nella loro esistenza. La loro obbedienza è totale e incondizionata. E che io sappia, in tutta la nostra storia mai uno di loro ha mancato a questo sacro dovere.” Esitò. “Con un’unica eccezione... che ho scoperto nella tua casa.”

E aveva indicato il feretro. 

 “Le iscrizioni raccontano che questo Guerriero della Cometa si rifiutò incredibilmente di obbedire a un ordine delle Divinità... per salvarle, così è scritto: la cosa non è chiara. Un delitto del genere comunque era totalmente inconcepibile: la punizione doveva dunque essere terribile. Pare che siano stati i Tirri stessi a rinchiudere il colpevole in questo feretro, anche in questo caso si ripete il simbolo per salvarlo... il resto dell’iscrizione però parla chiaramente di suprema condanna, la negazione della dimensione di Ta’itza, il luogo mistico dove le anime si reincarnano.” La voce di Pushpa aveva tremato. “Se ho interpretato correttamente tutto questo, lo Xarani fu chiuso nel feretro da vivo, Deyan-shir. E i Tirri fecero in modo che non potesse morire.”

 

 

 

 

 

 

 

 

Sbucarono in una specie di caverna concava, illuminata da un pozzo solare, un enorme cristallo bianco che convogliava la luce dall’esterno. Tutt’intorno alle pareti, su massicci scaffali, pesanti codici in metalli preziosi erano disposti in file regolari assieme a pile e pile di vecchi rotoli. Al centro della caverna, seduta su una pelle di tigre delle montagne, c’era una figura curva, avvolta in un mantello di piume azzurre e circondata da tre uomini con la tonsura. 

Ran e Deyan si nascosero prontamente dietro a delle colonne naturali, ma per tutta la caverna risuonò una risata acuta, sguaiata. 

“Benvenuti, bambini miei!”

I sacerdoti si voltarono intorno, perplessi. 

Deyan lanciò un’occhiata a Ran, che sudava freddo perché aveva riconosciuto quel manto di piume.  Il sayanni portò due dita agli occhi, poi alla fronte e sulla guancia. 

Veggente.

Le dita di Deyan si mossero, senza nessuna soggezione. 

Catturare ostaggi.

Ran scosse la testa. Bottino e poi fuga.

Deyan girò l’indice intorno, e Ran capì: già, qual’era il codice che cercavano, tra tutti quelli che giacevano sugli scaffali? 

“Chi è là?” chiese uno dei sacerdoti, con voce nervosa. Un altro si avvicinò a una campana d’allarme, prendendo la barra di ferro per suonarla.

Ran lanciò un’altra occhiata a Deyan. Devo prendere tempo...

Si tolse dalla testa la sciarpa con cui si era avvolto, scoprendo il viso. Nascose la lancia sotto il mantello, respirò a fondo e uscì dal suo nascondiglio, dirigendosi con passo tranquillo verso i sacerdoti. Costoro lo videro e si irrigidirono, sospettosi. 

“Chi sei?” gli chiesero, perentoriamente. 

Alzò le mani con il palmo in alto. “Solo un pellegrino in cerca della Luce,” rispose, sperando di aver messo la giusta nota devota nella voce. 

“Che ci fai qui? Questo è un luogo proibito.”

“Mi sono perduto, santi uomini...”

Di nuovo, risuonò quella risata, e il mantello di piume si mosse, rivelando il corpo rinsecchito di una vecchia dall’età prodigiosa.

“Ti sei perduto molti cicli fa, bambino mio.”

Uno dei sacerdoti sbuffò. “Non dar retta alla veggente, non ha mangiato la bacca sacra e non sta guardando nel pozzo. Se è una profezia che cerchi, devi tornare alla sala delle preghiere...”

“Inutili sciocchi,” sibilò la vecchia, tendendo una mano verso Ran. “Non avete ancora capito chi avete di fronte?”

“Un... guerriero,” risposero i sacerdoti, osservando i tatuaggi del nuovo arrivato.

“Guerriero sì, ma di un nuovo mondo!...” La vecchia rivolse a Ran un sorriso sdentato. “Ti riconosco, figlio di Sayanna... torni alla tua casa per violarla... perché questo è il volere del destino, e quello che rechi è così grande che solo gli dèi possono averlo deciso!”

Ran la guardò con occhi spalancati. 

Un destino così grande...?

“Che significa?” mormorarono i sacerdoti, allibiti. “Chi è costui, che la veggente riconosce?”

“Me l’hanno detto gli dèi, che l’avrei incontrato...” La vecchia si aprì il mantello, mostrando un seno azzurro, lungo e avvizzito. “Vieni, bambino mio; tua madre ti ha cacciato, ora vieni a bere il mio latte!”

Ran fece un passo indietro, sempre più sconcertato.

“Ah, basta,” fecero i sacerdoti. “Tutto questo non ha senso, i fumi del pozzo l’hanno fatta uscire di senno.” E cercarono di far ricomporre la vecchia, ma questa li aggredì a manate.

“Non comprendete proprio niente! Non sentite il vento del mutamento che viene da quest’uomo?” Una risatina cattiva. “E non vedete neppure la bianca morte che si porta dietro... “

Ran si sentì sprofondare. Non si starà riferendo a...

“Su, bambino mio! Chiama il tuo sacrilego fratello!...” 

E la mano ossuta indicò la colonna dietro alla quale Deyan era nascosto. 

Maledizione ai poteri di questa vecchia!

Ran si scostò il mantello dalla spalla, portò una mano sul manico della propria lancia. A quel gesto, uno dei sacerdoti trasalì. 

“Presto, dai l’allarme...”

Si udì un sibilo. L’uomo vicino alla campana si irrigidì con occhi sbarrati, portandosi una mano alla gola. In pochi istanti una bava bianca gli coprì le labbra e la faccia si fece livida. 

“Troppo tardi, stupidi,” gracchiò la vecchia.

Deyan aveva deciso di entrare in azione. Ran vide con la coda dell’occhio il suo scatto acrobatico: una serie di balzi, un altro sibilo e un pugnale da lancio si conficcò nel petto del secondo sacerdote. 

In pieno cuore!... Accidenti, sarà anche un kelith, ma è davvero bravo...

A quel punto toccava a lui: una carica di spalla appresa in infinite risse da taverna, e l’ultimo sacerdote volò sul pavimento; quando si fermò Ran era già addosso a lui, con la lancia puntata. Un colpo preciso dall’alto al basso, e l’uomo non si mosse più. 

La vecchia era rimasta immobile. Contemplò la carneficina col respiro grosso. 

“Gli dèi ridono in questo momento... sento la loro risata nelle mie orecchie.” 

“Veggente.” Ran tese la lancia insanguinata verso di lei. “Cerchiamo un codice...”

“So cosa cercate,” lo interruppe lei, infastidita. “Sono veggente, no?... E metti giù quella lancia, stupido! So che non morirò oggi, quindi a che pro minacciarmi?” I suoi occhi cisposi fissarono la figura di Deyan, immobile ed ansimante al centro della caverna. “Non mi opporrò al volere divino, bambino mio... ma prima voglio vedere... l’inimmaginabile.”

“Che intendi?”

“Che voglio vedere in faccia anche lui!” 

E aveva teso il dito verso Deyan. 

Lo sa, pensò Ran, agghiacciato. 

 Seguì un lungo silenzio. Deyan scrutò tutt’intorno a sé con le proprie pupille dilatate. Quindi si decise, e si tolse cappuccio, maschera e velo. 

“Ahhh...” gemette la vecchia, come se avesse ricevuto un colpo fisico.

Un albino nel bel mezzo di un luogo sacro sayanni!

Ran ebbe un brivido di apprensione. Già era un sacrilegio aver tentato di rubare un codice sacro; ma che uno dei colpevoli fosse proprio un membro della razza più odiata su Sayanna... 

Si aspettava un torrente di urla e imprecazioni. Ma la veggente si limitò a ridacchiare, come se quel che vedeva la divertisse immensamente.

“Gli dèi sono davvero beffardi... a scegliere i loro strumenti per muovere il destino. Ho visto realizzarsi... la visione più folle della mia vita... e adesso posso anche morire in pace.” Sospirò e tese un indice nodoso verso una nicchia che a malapena si intravedeva. “Sia dunque fatta la loro volontà. Quel che cercate... è là. Prendetelo e andatevene da questo luogo sacro. E non osate tornare mai più.”

Ran e Deyan si fissarono per un istante, poi corsero alla nicchia.

Avvolto in un drappo e rilegato da massicce piastre d’oro, il codice che erano venuti a rubare era lì, davanti a loro. 

 

 

 

 

 

*

 

 

 

 

Gamosh ascoltò le note dell’immensa campana di palazzo, con una sorta di sollievo.

Da quanto tempo le aspettavo. 

Gli toccavano gli ultimi doveri di un erede: indossò tutti i propri indumenti formali, lasciò che i servi gli ponessero il diadema principesco e la collana di opali; e si presentò ai nobili di palazzo, che erano già tutti vestiti di blu, il colore del lutto. 

Si formò il corteo verso la stanza del principe. Gamosh vi sarebbe entrato per ricevere l’estrema investitura. Da ogni parte si sentiva levarsi il tradizionale lamento funebre, dovere di ogni suddito del principato, rinforzato dalla consueta pena di morte per chi osasse dimenticarlo. La città intera pareva piangere: chissà se Unari avrebbe apprezzato quel suono, per la propria dipartita. 

E la campana suonava, tocchi lenti e ritmati, che vibravano nell’aria asciutta del deserto. 

Gli abiti dei dignitari frusciavano sui pavimenti lucidi, nella loro silenziosa marcia. E si sentivano in lontananza le strida femminili provenienti dalla shanda di Unari. Quelle spregevoli femmine non avevano il cervello per capire quanto fosse disdicevole tutto quel baccano, in un momento così solenne... ma il loro lamento era ormai un elemento della tradizione, e si doveva sopportarlo.

Per Unari la morte arrivava come una liberazione: nella sua immensa e meravigliosa stanza del riposo, foderata di tappeti e arazzi e ornata da incensieri dorati, i profumi più rari non riuscivano a scacciare l’odore terribile della decomposizione. I medici si erano già ritirati, la loro vana opera finita; i dignitari restarono sulla soglia, secondo le usanze, perché solo l’erede poteva avvicinarsi al letto principesco, disperso come un’isola in quel mare di stoffe preziose, e ricevere l’investitura paterna. 

Gamosh entrò da solo, consapevole di essere osservato da tutti; si sforzò di tenere l’espressione corretta sul volto, ma sentiva i muscoli della faccia guizzare sotto la pelle: esaltazione e ripicca lottavano con tristezza e disgusto. Il risultato era una corrucciata espressione di trionfo, con un sorriso che avrebbe voluto essere compassionevole e invece sembrava quasi di scherno. 

Del resto, guardare in faccia Unari e rimanere impassibili era un’impresa: era ormai ridotto a un mezzo teschio scarnificato. La piaga si era diffusa sulla parte destra del volto, divorandogli la guancia e lasciando scoperte le radici lunghe dei denti; e l’occhio soprastante era marcito e caduto come un frutto troppo maturo. Anche il naso era ridotto a una purulenta caricatura, e il male aveva deciso di scendere verso la gola, come se si fosse stancato di torturare la propria vittima e volesse farla finita. Con una fistola aperta sotto al mento da cui sfuggiva la preziosa aria, Unari boccheggiava ormai da settimane come un pesce in agonia. Gli era stata persino tolta la capacità di urlare il proprio dolore, perché la sua voce era ridotta a un sibilo rauco che faceva inorridire chiunque lo sentisse. 

Shi-El Kaira’shtai.

I cortigiani sussurravano che a volte il vento nella Sala del Trono portasse ancora l’eco di quella antica e terribile maledizione. 

Gamosh si chinò sulla testa deturpata di Unari, sostenuta da preziosi cuscini. E gli parlò: la sua voce salì come un lieve mormorio dal tono consolatorio alle orecchie di tutti, ma le parole le avrebbe intese soltanto il padre.

“Dunque stai per partire per il lungo viaggio, Shana-iban-Vauya Unari-shir. Hai paura?”

L’occhio rimasto di Unari tremò. Sì, aveva paura.

“Non devi, mio padre e signore. Lasci Shana in buone mani. Lo so che mi hai sempre disprezzato, ma a torto: sono pur sempre io il tuo figlio maggiore, primo dello stuolo di cadetti che hai messo al mondo: i tuoi eredi infatti sono arrivati dopo. Dato che non ti sei mai curato di me, ho avuto molto tempo libero per pensare... e osservare. Ho capito tante cose. Per esempio, che il tuo primogenito, Nabil, era un buono a nulla, bravo solo a escogitare capricci per vedere fino a che punto l’avresti viziato. E il tuo secondogenito, Bakar, era migliore di lui, forse perché ti somigliava di meno; ma da te aveva preso quella crudeltà verso il suo sangue che alla fine gli è costata cara... ah sì, perché non è stato uno sfortunato incidente a farlo morire durante la doma dei corsieri del deserto, il suo sollazzo preferito assieme a quello delle nuove schiave... vedi, padre, sono stato io a ucciderlo, facendo sì che fosse calpestato a morte in modo che i medici vedessero le sue viscere squarciate, e non la droga che avevano contentuto.”

Unari si tese, con l’occhio sbarrato. Un sibilo gorgogliante gli uscì dalla fistola.

“Calmati, padre. Ho ucciso solo Bakar. Nabil non me ne ha dato il tempo: il tuo gioiello più raro era già condannato, come si capiva dalle sue membra fragili e quel petto sporgente... benché i tuoi servi lo rivestissero di abiti sontuosi per nascondere la sua debolezza. Non c’è voluto molto tempo perché il cuore gli si spezzasse come una noce, e con esso... tutte le tue speranze su di lui. Ti restava un ultimo erede... quello che avevi procreato distrattamente, perché pensavi di essere a posto con la linea di successione.”

Gamosh prese una pezzuola imbevuta di acqua di fiori, e rinfrescò la fronte pallida e tremante del padre, che lo fissava con un’espressione inorridita.

“Oh, sì, Deyan. L’ultimo erede, appunto. Ma per uno strano caso del destino, proprio in lui è sembrato reincarnarsi il puro sangue degli antichi imperatori... come se la tua Prima tra le Prime l’avesse distillato dal tuo nel proprio utero, purificandolo da tutti quegli incroci tra consanguinei che hanno rovinato la stirpe originaria di Shana. È per questo che l’hai sempre trattato diversamente da tutti gli altri? Tenevi a lui, o piuttosto ne avevi paura?... E per questo non ti sei opposto quando il Sacerdote Nero è venuto a palazzo, reclamandolo come discepolo quando era ancora soltanto un bambino?”

Di nuovo, Gamosh si chinò sul volto del padre.

“Mi sono sempre chiesto il perché di quel consenso, oh sì, era una vecchia tradizione, ma ormai in disuso ovunque in Kelitha. Era forse un tentativo di risparmiare almeno un erede dai complotti, armandolo di risorse segrete? O al contrario, è stata una macchinazione dell’antico culto, ormai in declino, che voleva garantirsi un protettore nell’Augusto Consorzio?... Comunque è stato tutto vano: Deyan non potrà mai regnare su Shana e proteggere alcunché. E avergli consentito di diventare un adepto di El non è servito ad altro che ad attirarti sulla testa la sua peggior maledizione... quella che ti sta uccidendo con tanta squisita crudeltà.” Un sorriso dolce, quasi commosso. “Oh padre, fin dall’infanzia ho assistito a spettacoli atroci, ma mai ho visto un capolavoro come il tuo volto in questo momento!”

L’occhio di Unari lasciò cadere una lacrima, e il suo tremito divenne estremo. 

Gamosh prese delicatamente la sua mano contratta, e rispettosamente se la portò alle labbra.

“Quindi come vedi il destino ha messo ogni cosa al suo giusto posto. Nabil e Bakar nelle loro tombe, e il nobilissimo Deyan ridotto a predone senza onore, schiavo di criminali. E io recupero la mia giusta eredità di vero primogenito, succedendoti su questo trono dorato. Da te ho imparato molte cose, mio padre e signore. E soprattutto ho imparato dai tuoi errori. Muori sereno, sapendo che trascorrerò la mia vita a porvi rimedio... a modo mio.”

E gli tenne la mano, a lungo, guardando con pazienza Unari mentre sibilava e gorgogliava chissà quali recriminazioni, maledizioni, preghiere, spiegazioni... 

Lo guardò finché non vide la luce spegnersi nel suo occhio, e l’immobilità della morte sul suo viso devastato. 

Allora alzò gli occhi ai cortigiani, che capirono e alzarono tutti le mani nel segno del lutto. Come un’onda silenziosa, quel gesto si propagò per tutto il palazzo, fino ai giardini e alle porte, fino alle piazze e alle vie dell’intera città, fino alle stazioni di posta che fecero partire i corrieri in ogni direzione.

La campana finalmente tacque.

E cominciarono le urla delle donne. 

 

 

 

 

 

 

 

Era impossibile che una notizia così non si diffondesse per tutta Kelitha, arrivando alle orecchie dei predoni che vi arrivavano da Luna di Fuoco. E da predone a predone, e da bettola e bettola, non giungesse alle capaci orecchie di Ran.

Il sayanni non aveva nemmeno finito di sentire il resto dei farfugliamenti dell’uomo ubriaco davanti a lui, che era già in piedi sentendo che doveva far qualcosa, che era suo dovere far qualcosa. Impulsivamente comprò un’anfora col miglior vino che offrisse il locale, e uscì per la strada come se avesse alle calcagna tutto l’esercito di Sayanna, correndo verso la casa di Deyan. 

Era notte, e il mondo azzurro e bianco che faceva da luna per quella luna era sospeso nel cielo, spandendo una luce fredda come il vento che fischiava per le strade. Ran non lo sentiva, benché avesse lasciato il mantello nella taverna. Pensava solo che Deyan non dovesse ricevere quella notizia da nessun altro che lui. 

Arrivò ansimante di fronte al portone della sua casa, battè più volte il pugno squadrato sulle tavole, chiamando i servi affinché gli aprissero, e maledicendoli perché esitavano ad obbedirgli: quella minacciosa figura di sayanni non ispirava fiducia. Comunque alla fine Saal lo riconobbe, e gli fece aprire la porta, tentando poi di interporsi per spiegare a quel barbaro zotico che era meglio rimandare quella visita a orario più conveniente per il padrone, e che non era educato mettersi a urlare in quel modo in piena notte...

Per poco non finì dritto nel pozzo di casa. 

Lo salvò Deyan, che era apparso a sua volta per vedere cosa provocava quel trambusto: vide Ran che già aveva sollevato per il bavero il povero maggiordomo, pronto a liberarsi una volta per tutte di lui. 

“Risparmia il mio servo,” gli disse, precipitosamente. “Se ti ha offeso, ti offro riparazione per l’insulto.”

“Digli di non trattarmi da essere inferiore!” urlò Ran, lasciando cadere la sua vittima. 

Deyan entrò nel cortile, indifferente al vento che gli scuoteva i capelli sciolti e le leggere vesti da casa.

“Saal?” disse, con voce severa. 

“Padrone,” mormorò il maggiordomo, mettendosi immediatamente in ginocchio con la testa a terra.

“Non ti avevo già spiegato che Mastro Ran deve essere trattato come ospite di riguardo a casa mia?”

“Padrone, ecco... un ospite però ha anche dei doveri...”

Deyan sospirò. Poi fece un cenno a uno dei servi. 

“Chiama Ibal.” E la sua mano destra fece un segno con le dita. 

Ran intanto si era passato la mano sulla fronte, tergendosi il sudore. “Perdona la mia intrusione, Deyan-shir, ma è una questione urgente. Se possiamo andare in un luogo riservato...”

“Solo un momento, Ran. Vorrei sistemare una volta per tutte questa questione.”

Ibal accorse, affannato. Si inchinò a Deyan e gli tese uno staffile: Saal alzò appena la testa, ebbe un’espressione desolata, e la rimise prontamente a terra.

“Hai offeso il mio ospite, che deve aver sempre libero accesso alla mia casa in qualsiasi momento, col solo divieto di entrare nella shanda, naturalmente. Inoltre egli è stato il mio padrone legale, e va trattato da tale, cioè come persona di rango uguale o superiore al mio...”

“Non esagerare, Deyan-shir...” borbottò Ran.

Il kelith gli fece un cenno, come per dirgli di lasciarlo fare. “Di rango uguale o superiore al mio, ci siamo intesi, Saal? Non voglio mai più dovermi trovare nella situazione di dovermi scusare per te!”

Quella parola ebbe un effetto straordinario su Saal. Il maggiordomo si rizzò con un’espressione piena di vergogna.

“Se il mio padrone avrà pietà degli errori del suo servo e lo terrà ancora con sé, non dovrà più scusarsi con... Mastro Ran.”

“Lo spero bene. Ran, vuoi frustarlo tu? Dieci colpi, giusto per chiudere la questione.”

Ibal portò cerimoniosamente lo staffile al sayanni. 

“Cosa?” mormorò lui, preso alla sprovvista. 

Guardò Saal, ancora in ginocchio, ma con le spalle ben dritte e un’espressione molto dignitosa. Quante volte l’avrebbe preso a calci per tutta Luna di Fuoco... ma in quel momento, l’idea di frustarlo lo ripugnò: sembrava non aspettare altro!

“No, non mi importa. Lascia perdere, Deyan-shir.”

Il kelith fece un sorriso lontano. “Me lo immaginavo, conoscendoti. Bene, accomodati pure nella mia casa. Ibal, pensaci tu.”

E senza attendere oltre entrò, seguito da Ran che era alquanto a disagio... specialmente quando sentì lo staffile cominciare a schioccare sulla schiena di Saal. Si affiancò a Deyan e gli sussurrò, pressante:

“Senti, è proprio necessario...”

“Le faccende di noi kelith si devono sistemare nel modo dei kelith,” rispose lui, recisamente. “Saal ha commesso un errore, e mi ha costretto a interrompere il mio riposo per intervenire: lui stesso trova giusta la sua punizione. È un uomo molto coscienzioso.”

“Ma frustare così quel poveretto...”

“Stavi per buttarlo nel pozzo, quel poveretto.”

“Ero arrabbiato!”

“Allora si è meritato le sua frustate, perché ha fatto arrabbiare un mio amico.” Deyan gli sorrise, con una sorta di remota dolcezza. “Non temere, Ibal non ha la mano pesante, e quella è la frusta che uso nella shanda: l’onore di Saal sarà ristabilito davanti a tutti i servi, ma il dolore sarà leggero.”

Ran restò interdetto, e non disse altro. 

Deyan raggiunse la sua stanza preferita, piccola ma ben arredata con tappeti e morbidi cuscini. Prese da un basso tavolino una coppa pulita, e una brocca dorata decorata con smalti; ma esitò. 

“Vedo che con te hai del vino, è forse per questo momento?”

Ran si rese conto distrattamente di tenere ancora in mano l’anfora che aveva comprato alla taverna. 

Esitò. Come doveva comportarsi?

Alla fine si lasciò cadere in ginocchio su un cuscino. Posò l’anfora a terra e chinò la testa.

“Ti reco notizie da Shana, Deyan-shir. Tuo padre... è morto.”

Seguì un lungo silenzio. 

Ran sentì appena il tocco della brocca sul tavolino. Rialzò lo sguardo: il volto di Deyan era pallidissimo, nonostante l’espressione tranquilla. 

“Sai quando è avvenuto?”

Non mi chiede neanche se ne sono sicuro... come farebbe chiunque al posto suo.

“Dieci giorni fa.”

“Ha sofferto?”

Ran deglutì. “Dicono di sì. Molto.” 

Deyan non cambiò espressione, ma si udì un lievissimo scricchiolio... la coppa che teneva in una mano. I suoi occhi erano rivolti a Ran, ma non lo guardavano. 

“Ti ringrazio per avermi recato di persona questa notizia.”

Ne sei felice? O sei triste? Ti ha sorpreso?... Ti ho visto nel momento della tua massima gloria, e della tua vergogna più tremenda; poi abbiamo rischiato la vita insieme, mangiato insieme, bevuto insieme, e anche riso insieme, per quel poco che sai ridere... lascia stare questo tuo ritegno principesco, almeno davanti a me: sono tuo amico!

Ma Deyan non si muoveva, restava in piedi, con quell’espressione intraducibile sul volto.

Ran sospirò pesantemente e spostò davanti a sé l’anfora sigillata.

“Ti ho portato del vino: non so quali siano le usanze del tuo paese. Dopotutto un vino può aver tanti usi diversi. Un’offerta solenne ai morti... l’oblio per superare un grande dolore... o il nettare per festeggiare la dipartita di un nemico.”

“Festeggiare?” fece eco Deyan, con voce remota.

“Sì!” Ran digrignò i denti. “Secondo me è questo, che dovresti fare. Festeggiare! Perché non c’è niente per cui rattristarsi, se un mostro come Unari ha finito di vivere!” 

La faccia di Deyan si impietrì.

“Sì, era tuo padre,” continuò Ran, rabbiosamente. “Ma era anche il classico principe kelith, crudele,  avido e sadico, che comprava i prigionieri sayanni per farli a pezzi durante i suoi banchetti, e che ha fatto morire in modo orrendo uno dei suoi stessi figli per via di quella stupida etichetta di corte! E anche un codardo, che per paura dell’ira di un vicino pervertito...”

“Non continuare.” Gli occhi di Deyan lo guardarono, quasi implorandolo.

“Perché, cos’altro c’è rimasto da ferire in te?“ Ran si alzò in piedi, con impeto. “Nei miei ricordi c’è un sovrano, ricchissimo, in un palazzo favoloso... che ha avuto il coraggio di mercanteggiare con un predone come me, per il prezzo di uno schiavo, me la ricordo ancora la sua domanda, quanto vale per te un principe kelith?... Chissà cosa se n’è fatto dei miei soldi, quelli che dovevano servirmi per non fare bancarotta e che gli ho lasciato sul pavimento... gli servivano così tanto? Perché era suo figlio che mi stava vendendo, quel maledetto, eri tu!... Cosa vuoi, Deyan-shir, che io pianga per uno così?... E se è vero, come mi hanno detto, che era così sfigurato dalle piaghe che non hanno avuto il coraggio di esporlo nel tempio dei suoi dèi, vuol dire semplicemente che questi gli hanno portato l’anima sulla faccia...”

 “Basta, Ran!...”

Il sayanni ammutolì a quella sorta di ruggito.

Deyan si era voltato di scatto, dandogli le spalle. Il suo respiro era rapido, spezzato. 

“Accetto... il dono del tuo vino,” disse, con voce stentata, lottando per riprendere il controllo. “Con gratitudine. Ma adesso ti chiedo di... lasciarmi solo. Te ne prego...”

Ran esitò. Poi si decise, e fece quello che Saal l’aveva sempre ammonito a non fare. 

Posò le sue forti mani sulle spalle di Deyan, in un gesto antico di conforto. Il kelith trasalì a quel tocco, ma non lo sfuggì, e Ran sentì un’ondata di affetto genuino verso di lui.

“Perdonami, amico mio,” gli disse. “Non sopporto di vederti soffrire per un uomo simile.”

“Chi ti ha detto... che soffro per lui?” Le spalle di Deyan tremarono. “Sono io che ho invocato la vendetta di El, non dimenticarlo. E la dea mi ha ascoltato...”

“E allora che questo pensiero ti consoli.”

“Ma io... avevo anche una madre...” 

Ran scosse la testa, senza capire. 

“Madre?” ripetè, con un filo di voce. “Ma... “

“Una Prima tra le Prime non sopravvive al marito,” mormorò Deyan. “È la nostra usanza... tutte le donne nella shanda di un principe vengono uccise alla sua morte, affinché lo accompagnino nell’aldilà.”

Ran restò agghiacciato. 

“Mia madre è stata dolce con me, e anche se ho dovuto smettere di vederla in viso quando sono uscito dal suo quartiere... la ricordo come molto bella. Spero che sia stata coraggiosa, e che non abbia sofferto troppo...” 

“Come, sofferto?”

Deyan si girò, e Ran vide i suoi occhi tranquilli luccicare di lacrime. “Come Prima tra le Prime, aveva il privilegio di essere la prima a morire. Quando mio padre è stato dichiarato in agonia, lei è stata purgata e messa a digiuno, e poi vestita con il sontuoso costume che le spettava di diritto, e adornata coi gioielli della corona; e così ha atteso il suo momento...”

“Purgata... digiuno... perché?”

“Perché non le si sciogliessero le viscere quando l’avrebbero stesa di fianco al corpo di mio padre, per essere strangolata.”

Ran lo lasciò di scatto, arretrò inorridito.

“Ho ucciso io mia madre,” concluse Deyan, con occhi vacui. “L’ho uccisa quando ho invocato la maledizione di El su mio padre. È questo il peso che oggi tu hai portato nel mio cuore...”

No. No!

Ran sentì un’ondata di emozioni contrastanti salirgli nel petto, fino a soffocarlo.

“Una povera donna innocente... ammazzata così...” Kamoh, Lilia, aiutatemi... ”E voi kelith avete il coraggio di dire che i barbari siamo noi?!”

“Ran...”

“Ma che razza di gente siete, voialtri?!” urlò, fuori di sé. “Che genìa sputata dalle viscere dell’inferno?! Per le mie Divinità, sono orgoglioso di essere sayanni! Mille volte meglio aver la pelle azzurra, che appartenere a una razza di sporchi assassini come la tua!”

E con quelle parole si girò di scatto, uscendo da quella stanza... da quella casa... urtando servi più abietti di vermi... fuori da quel mondo che era sempre stato suo nemico, che odiava con tutte le sue forze, e che a dispetto della sua amicizia con Deyan non avrebbe mai capito, mai, mai...

Siano maledetti i kelith per tutta l’eternità!

 

 

 

 

 

 

Naturalmente, se ne pentì nello spazio di una clessidra. 

Ma non tornò subito da Deyan, perché non ne aveva il coraggio. Ci rimuginò sopra tutta la notte, e metà del giorno successivo; quindi, facendosi forza e preparando le proprie scuse, si ripresentò a casa sua.

Stavolta Saal gli aprì immediatamente e si inchinò a lui.

“Il Mastro Ran è il benvenuto,” disse, con una vocetta formale. 

“Come va la schiena?”

Saal restò contegnoso. “Mastro Ran è gentile a chiederlo, ma non deve preoccuparsi.”

Il sayanni sospirò. “Sono stato uno stupido, ieri.” 

Saal lo fissò come per dirgli sì, sei stato proprio un grosso barbaro stupido, ma tacque e si inchinò. 

“Dov’è il tuo padrone, Saal? Devo parlargli...”

“Deyan-shir non c’è,” disse una voce stanca dalla porta. 

Ran la seguì e restò stupito. “Pushpa, sei tu?...”

Il t’yr si stava asciugando le mani dopo essersele lavate.

“Sì, sono qui per lavorare su quel feretro e tentare di aprirlo, dopo che mi avete portato il codice per interpretarne le ultime iscrizioni. Il tuo socio mi ha incaricato di restare fino a quando non otterrò un risultato e, visto quanto intende pagarmi, rispetterò il mio accordo.”

“E Deyan-shir dov’è?”

“È andato alla Grande Casa, da solo.” Pushpa ebbe un’espressione corrucciata. “Dicono che abbia pagato i Marjaban per farsi mandare su Shana.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Capitolo 7
*** Dove gli uomini si confrontano, e le profezie si incrociano ***


 

 

 

La Squadra Sacrilega mangiava all’aperto, dopo aver discusso dei nuovi colpi da mettere a segno. I predoni sedevano in capannelli in vari punti del cortile della vecchia e grande casa appartenuta al mercante Kor, prendendo i cibi semplici dai vassoi d’ottone che uno dei loro aveva rubato portandoli poi come dote a tutto il gruppo. Sul brusio delle chiacchiere, il menestrello giocava tra armonie sayanni e melodie kelith (cosa per cui era stato condannato ad avere una mano mozzata nel suo villaggio sulla costa). Il lungo giorno era stato concluso dal solito repentino tramonto del sole giallo, e l’azzurro si avvicinava all’orizzonte, dando al cielo una luminosità perlacea.

Ran non mangiava, non aveva fame. Però beveva, e molto; e guardava giù dal muretto del pozzo, la figura intabarrata nel solito mantello chiaro, col cappuccio alzato, che sedeva a gambe incrociate sul tappeto di seta, srotolando i rapporti del contabile. 

Ricordava la stessa figura, che era finalmente riapparsa alle porte della Grande Casa, completamente avvolta in abiti da deserto, il passo incerto, quasi sonnambulo di chi avesse una lunga marcia alle spalle. Ad attenderla c’erano Saal e alcuni suoi servi, che si erano buttati in ginocchio nel rituale saluto.

E lui, naturalmente: era stato avvertito dalla staffetta di predoni che da giorni faceva la spola tra la sua casa e i Marjaban, in cerca di notizie. 

Deyan-shir sta tornando!  

Gli era andato incontro, diviso tra la voglia di abbracciarlo pieno di sollievo, e quella di tirargli il collo per tutta l’angoscia e la delusione che gli aveva fatto provare. 

Questo dannato testabianca che io stupidamente mi ostino a chiamare amico, e che mi ha lasciato senza una parola, a tormentarmi di rimorso e paura; e già li vedevo, tutti i miei sogni di gloria, impalati su una picca nella piazza di Shana!

Ma non aveva fatto in tempo a scegliere cosa fare: quel mucchio di stoffa impolverato si era semplicemente afflosciato davanti a lui. Era riuscito ad afferrarlo un attimo prima che cadesse a terra, e aveva sentito il suo respiro stentato; gli aveva strappato il velo dal viso per fargli aria, e aveva visto un volto di gesso, con un inquietante reticolo di venuzze azzurre sulle guance, le labbra secche e spaccate dalla sete. Sembrava in punto di morte...

“Dèi del profondo!” aveva esclamato. 

Aveva preso la sua borraccia e gli aveva versato acqua sulle labbra, ma lui non l’aveva inghiottita: era rimasto inerte, con gli occhi dietro la maschera di cristallo persi, quasi allucinati. Era giunto Saal, che si era chinato sul volto del suo padrone, come per fiutarlo... per poi raddrizzarsi, con l’espressione cupa e piena di pena di chi riconoscesse una situazione già nota.

“Mastro Ran lasci fare a questo servo.”

“Ma...”

“Penseremo noi a Deyan-shir.”

E senza altre spiegazioni aveva gridato ordini come un generale in battaglia: i suoi erano scattati a sollevare il corpo inerte del loro padrone per portarselo via, come se fosse stato la preda ambita di un furto; e Ran era rimasto nella piazza da solo, sconcertato e amareggiato.

Non aveva più rivisto Deyan per tre giorni. Inutile anche visitare la sua casa: la sua servitù l’aveva amorevolmente rinchiuso nella shanda, assieme alle sue donne, dove solo il suo eunuco poteva entrare a somministrargli i rimedi ordinati da Saal. 

Quelli, la sua giovane fibra e tanto riposo l’avevano rimesso rapidamente in forze, e quel giorno era finalmente riapparso alla casa di Ran, con il suo solito tappeto arrotolato su una spalla. Non aveva dato spiegazioni sugli ultimi eventi, e nessuno aveva osato insistere: tra predoni era meglio capire alla svelta quando era il caso di farsi gli affari propri.

Ma Ran era convinto che fossero anche affari suoi.

Guardò il suo socio, unica figura isolata in mezzo a quell’atmosfera conviviale, separato da tutti gli altri da un invisibile muro... e provò una sensazione acida alla bocca dello stomaco.

Sono stanco di aspettare una tua parola di chiarimento, Deyan-shir. 

Smontò dal muretto, e deliberatamente si accosciò sul suo tappeto, di fianco a lui. Era un gesto inconsueto, una sorta di invasione, e Deyan si irrigidì lievemente a quella vicinanza; ma non protestò. Posò con calma le carte che stava leggendo, e rivolse a Ran uno sguardo appena educato.

“Cosa vuoi?”

“Dimmi perché sei andato proprio su Shana.”

Lo sguardo si spostò, come per indicare la volontà di non rispondere.

“Avanti, Deyan-shir! Lo sai anche tu cosa sta facendo tuo fratello a ogni predone, vero o presunto che sia. E sulla tua testa c’è una taglia che vale un feudo intero. Per giorni ho temuto che ti avessero catturato...”

“Era un rischio necessario.”

“Dove sei stato?”

“Non posso dirtelo.”

“Non puoi o non vuoi?”

Gli occhi si spostarono su di lui; alla luce del sole azzurro, sembravano viola.

“Non posso e non voglio.”

Ran si adombrò. “Perché non mi hai chiesto di venire con te? L’avrei fatto volentieri!”

“La cosa non ti riguardava.”

“Pensi che il rischio mi avrebbe spaventato? Non mi sembra di averti mai dimostrato di essere un vigliacco. Ti ho seguito persino su Sayanna per rubare quel libro, anche se pure allora mi avevi detto che la cosa non mi riguardava...”

“Stavolta non potevi seguirmi dove sarei andato. Non passi inosservato, tra la mia gente.”

“Nemmeno tu, te lo ricordo.”

“Se mi lascio guardare. Con le vesti da deserto sono uno Shanì indistinguibile dagli altri.”

“Potevi almeno avvertirmi!”

“Non me ne hai dato il tempo. Te ne sei andato, dopo aver festeggiato la morte di mio padre davanti a me, e avermi detto in faccia che mia madre era vittima della mia stessa razza di assassini.”

Ran si sentì friggere le guance. “Deyan-shir...”

Finalmente ho capito, sei in collera con me. 

“E ad ogni modo, a che pro avvertirti? Avresti tentato di opporti alla mia decisione, così come adesso sei qui a chiedermene conto.”

“Ritengo che sia un mio diritto! In fin dei conti tu appartieni alla mia fratellanza...”

“Un concetto sayanni, dietro il quale nascondere un’invadenza da barbaro.”

Ran restò fulminato. “Che cosa...”

“E comunque io appartengo soltanto a me stesso. Non hai alcun diritto su di me, e non ti devo alcuna spiegazione sulle mie questioni personali.” 

Ran digrignò i denti. Adesso sono io in collera con te. 

“Mi devi almeno del rispetto, Deyan-shir.”

“Mentre tu invece puoi mancarmene a piacimento?” Un’occhiata allusiva al suo tappeto. “Bada a ciò che fai, Ran. C’è un limite a ciò che sono disposto a sopportare da te.”

“Non farmi pentire di averti regalato questo limite.”

Gli occhi viola mandarono un lampo. “È tardi per pentirti. E la prossima volta che mi ricorderai la mia passata condizione servile, sarà anche l’ultima. Che ti piaccia o no, non porto più il tuo collare... sono un libero predone!”

Ran strinse i pugni, fissando quel volto insopportabilmente altero. E si rese conto che mai tra lui e Deyan c’era stata una tensione simile... era come se alla fine le loro differenze razziali si fossero accumulate, raggiungendo il punto di rottura. 

C’è solo un modo per sistemare questa faccenda tra noi.

“Un libero predone, hai detto?”

Si alzò, lentamente; prese la propria lancia, e la piantò a terra davanti a lui.

I membri della banda, che stavano chiacchierando, notarono il gesto e si zittirono progressivamente. 

“Che significa?” chiese Deyan, guardando quella lancia conficcata a terra.

“Che da predone a predone ti sfido, Deyan-shir. Nello stile di Luna di Fuoco. Non un duello, solo un bel regolamento di conti tra compagni.”

Tutti emisero un mormorio sorpreso. 

Deyan alzò lo sguardo, con un’occhiata ironica. “Qualcuno mi disse che nessun degno sayanni di Luna di Fuoco avrebbe mai sfidato un debole kelith.”

“Non pubblicamente, certo; ma qui siamo tra di noi, è una faccenda privata.” Un sorriso da lupo. “Avanti, divertiamo un po’ i nostri compagni. Mostrami quel che sai fare.”

“No. Non voglio battermi contro di te, neanche per gioco.”

Ran cominciò a togliersi collane e bracciali, slacciando poi il corsetto di pelle che indossava.

“Sappi una cosa, Deyan-shir: io sono un predone sayanni: posso essere amico di un altro predone, anche di uno coi capelli bianchi e gli occhi rossi... ma non posso essere amico di un principe kelith.”

Un silenzio di piombo cadde intorno a loro. 

E Deyan finalmente capì: Ran lo vide nei suoi occhi. 

“Dunque le cose tra noi stanno così,” mormorò, rialzandosi lentamente. 

Ran annuì. “Ti sfido a dimostrarmi che il tuo tanto prezioso retaggio non ti ha fatto dimenticare che sei ancora un membro di questa Comunità di tagliaborse. Allora, Deyan-shir, deciditi: sei un predone come me... o un principe?”

Deyan affrontò il suo sguardo, leggendovi la vera domanda...

Vuoi batterti per salvare la nostra amicizia?

Esitò, a lungo. Ma poi la sua mano estrasse da sotto il mantello il suo pugnale dalla lama ricurva, e con un gesto misurato lo mandò a conficcarsi davanti alla lancia di Ran.

“Per te sarò un predone.”

Ran lanciò un urlo di gioia guerresca, e i membri della squadra risposero con entusiasmo a veder accettata quell’incredibile sfida. Si slanciarono a liberare uno spiazzo circolare nel cortile, accendendo anche delle torce perché ormai il sole azzurro toccava l’orizzonte.  

“Quali sono le regole?” chiese Deyan, osservando i preparativi. 

“Ci si batte senz’armi,” rispose Ran. “Tra noi sayanni lo si fa nudi, eccetto un’apposita protezione per la membrana. I kelith naturalmente si vergognano e tengono coperta la parte inferiore del corpo, ma si scoprono dalla vita in su.” Fece un sorriso maligno, togliendosi il corsetto. “E pretendo che ti adegui a questo costume, Deyan-shir!”

Una ruga apparve tra le bianche sopracciglia di Deyan. Era noto che per un nobile kelith fosse oltraggiosa, l’idea di scoprire il proprio corpo in un luogo che non fosse il chiuso della sua shanda... solo gli schiavi non avevano diritto al pudore. 

Avanti, Deyan-shir. Principe o predone? Scegli!

Deyan sospirò, e cominciò a frugare sotto ai vestiti, posando sul tappeto una piccola balestra, una manciata di pugnali da lancio e di dardi avvelenati, un laccio da strangolamento e due scarselle di cuoio piatte. Quindi lasciò cadere il mantello, si slacciò la doppia cintura che gli serrava in vita la tunica nello stile del suo paese, e se la sfilò scompigliandosi i capelli.

Ci fu un mormorio mentre tutti fissavano stupiti quello spettacolo inconsueto, un albino libero a torso nudo. Si erano aspettati il solito corpo flaccido e tendente alla pinguedine di tanti nobili kelith, ma Deyan era snello e nervoso come una frusta, con membra armoniose e muscoli ben rilevati sulle braccia e sul busto. Sembrava una statua di marmo, con quella pelle bianca che catturava il bagliore del sole morente, rivelando le tante cicatrici sottili che ricordavano la sua esperienza nel dolore.  

“Per la bianca dea dell’amore!” dichiarò Aydie a voce alta. “Qualcosa mi dice che le schiave di Gamosh-shir siano ben contente di aver cambiato padrone.”

Quella battuta impertinente scatenò un mare di risate tra i predoni, e Deyan arrossì. In quanto a Ran, non poteva che essere felice di quell’atmosfera: gli si confaceva.

In contrasto col suo avversario, era di un’imponenza monumentale, con i muscoli possenti che sembravano aver voglia di schizzar fuori dalla pelle azzurra. Era anche ovviamente molto più alto di Deyan (che pure non era certo basso tra i kelith), e pure lui ornato di qualche spettacolare cicatrice, ricordi della sua vita passata a lottare per la sopravvivenza; in più aveva i suoi tatuaggi da guerriero sulle guance, a riprova della sua casta. I predoni cominciarono a scambiarsi scommesse a suo favore: l’esito della sfida sembrava segnato.

Si spostò al centro dello spiazzo e fece gesto all’avversario di entrarci a sua volta. 

“Sei pronto? Nemel, da’ tu il via.”

Deyan entrò, con le mani rilassate ai fianchi, l’espressione tranquilla di chi non ha paura.

“Sono pronto.”

“Via!” gridò Nemel.

Ran attaccò, cercando di mollargli un manrovescio. 

Non ti farò troppo male, e cercherò di non umiliarti troppo: non te lo meriti...

Ma andò a vuoto: Deyan si spostò istantaneamente di una frazione di pollice, schivando lo schiaffo. Ran ci riprovò immediatamente, cercando di colpirlo al corpo. E di nuovo, all’ultimo istante, Deyan si girò di lato in modo che il pugno gli sfiorasse appena un fianco. 

Fortuna o abilità?

Di nuovo Ran attaccò, tentando combinazioni di diversi colpi. Ma era tutto inutile: qualunque fosse la sua mossa, Deyan l’anticipava regolarmente d’un soffio, e i suoi movimenti sembravano frutto di magia. Però non contrattaccava: si limitava a schivare ogni pugno e ogni calcio, spostandosi il minimo possibile dalla sua posizione, quasi sfidando il prestante attaccante a riprovarci.

“Adesso basta, Deyan-shir!” ruggì alla fine Ran, senza fiato, ed esasperato da quel gioco. “Un predone non scappa, colpisce!”

Non aveva neanche finito di pronunciare l’ultima sillaba, che un colpo secco alla mascella gliela strozzò in gola. Barcollò all’indietro, stupefatto, rendendosi conto che era stato un pugno... un pugno che Deyan gli aveva assestato senza che lui neanche se ne accorgesse!

Dèi del profondo, è veloce come un serpente!

Il riserbo dei kelith verso Deyan, che già vacillava, crollò del tutto; e da tutti loro partì un grido di trionfo per il loro campione. I sayanni risposero con uno dei loro classici cori di incitamento per Ran, condito però da qualche sberleffo. 

Ran sentì in bocca il sapore del sangue. Lo sputò, si massaggiò la mascella, e fece un tetro inchino verso Deyan, con un sorrisetto compiaciuto. 

“Mica male, kelith.”

Deyan sciolse la mano con cui l’aveva colpito. 

“Mi sto trattenendo, Ran.”

“Me ne sono accorto. Questo tuo pugno è ridicolo. Quand’è che decidi di far sul serio?”

Deyan scattò, entrando sotto la guardia di Ran e fintando un altro pugno. Ran alzò il braccio per pararlo e partì a sua volta all’attacco: il kelith si abbassò fulmineamente e gli stampò un colpo secco nella coscia, scivolando di lato. 

DI nuovo, i kelith applaudirono, e i sayanni mugugnarono.

Ran si girò verso di lui, con una smorfia ironica. Si guardò teatralmente la coscia e se la toccò, come per controllare se si fossero sporcati i calzoni.

“Immagino che tu creda di avermi fatto male,” borbottò. 

E gliene aveva fatto, quel colpetto così ben assestato... gli aveva preso un punto sensibile! Sudò freddo, ma resistette all’impulso di massaggiarsi la coscia e guardò il suo avversario che si disponeva a un nuovo attacco.

Gli elargì un sorrisetto di compatimento. 

“Fammi il piacere, Deyan-shir... pensi davvero di battermi con le tue carezze?” Abbassò le braccia, provocatoriamente.  “Avanti, piccolo kelith. Ho giusto un po’ di prurito a...”

Vide a malapena l’inizio del movimento: un balzo in rotazione. Poi gli arrivò in faccia un altro colpo, stavolta davvero duro. Vide le stelle, e dovette fare una gran fatica per restar saldo sulle gambe.

Cos’è stato?!

Glielo disse uno dei predoni: “Accidenti, che calcio!...”

Calcio?! 

Ma conosceva l’agilità felina di Deyan, specie lì su Luna di Fuoco dove la magia di Sayanna non lo impacciava. Indovinò il movimento che aveva fatto dalla sua posizione finale, rannicchiato con una mano posata a terra. Era una posa difensiva, che indicava una tecnica raffinata e ben esercitata: quello non era un comune combattente d’istinto...

Dannato testabianca!

Deyan lo fissava, respirando a fondo: ora c’era un’aria quasi canzonatoria nei suoi occhi.

“Quand’è che farai sul serio anche tu, Ran? Mi sto annoiando.”

Non direi proprio, bastardo con gli occhi rossi: ti stai divertendo!

Represse un sorriso segreto. Non era quello che sperava che accadesse? Deyan stava uscendo dal suo guscio di ghiaccio, e si stava comportando sempre più da predone... e sempre meno da principe. 

Ma sei sempre un principe, per tua sfortuna.

Ran barcollò appena, e i predoni intorno a lui trasalirono. Socchiuse gli occhi, si portò una mano alla tempia, sentendo il sangue uscire dall’angolo del sopracciglio. Emise un gemito, piegandosi in avanti... e non appena sentì che Deyan gli si avvicinava, scattò in avanti e gli mollò una testata fortissima nello stomaco. 

Si vede proprio, che non sei mai stato in una rissa!

Deyan arretrò barcollando, semisoffocato. Ran ne approfittò subito e gli assestò un calcio alle gambe, falciandolo come grano maturo: i predoni lanciarono un urlo. 

Fine della tua danza, kelith. 

Deyan era caduto nella polvere, sul fianco, e Ran gli piombò addosso prima che potesse rialzarsi e sfuggirgli. Cercò di inchiodarlo al suolo, ma il kelith reagì torcendosi con abilità: per quanto Ran cercasse di rotolargli sopra, si ritrovava sempre assurdamente sotto di lui... e a un certo punto si trovò il suo avambraccio sotto il mento. 

I predoni sembravano impazziti, sgomitavano ai bordi dello spiazzo. 

“Forza, Deyan-shir! Strozzalo!”

“Deciditi a schiacciarlo, Ran!...”

Con un grugnito il sayanni si girò sul fianco, e afferrò con una mano d’acciaio il braccio di Deyan che gli stringeva la gola.

Hai commesso un errore, testabianca: tu sei più agile, ma il più forte sono io!

Sentì Deyan cercare di resistere alla sua trazione, ma ovviamente gli era impossibile... anche se la forza che esercitava era davvero notevole: Ran doveva dar fondo alle sue energie. Il braccio si allontanò lentamente dalla sua gola; Deyan capì che la sua gara era persa e cercò di liberarsi, ma Ran non lo mollò, anzi perfezionò la sua presa.

Sei pericoloso solo se ti lascio andare, ma nel corpo a corpo non hai speranze.

Riuscì ad allacciare con la sua anche una delle gambe di Deyan, in una mossa da esperto lottatore. Si rovesciò tenendo sempre stretto il suo braccio, e il kelith si trovò finalmente sotto di lui, schiacciato dal suo notevole peso, e con il braccio piegato dietro alla schiena. 

I sayanni lanciarono un evviva e pestarono i piedi. 

“Arrenditi,” ansimò Ran. 

Deyan strinse i denti. “No!”

E del tutto in carattere con quella risposta, la sua mano liberà salì come un artiglio, afferrando la testa del sayanni per i capelli intrecciati e dando uno strattone violento. Ran gridò una maledizione: ci teneva, alla sua acconciatura da guerriero... 

Ora basta, dannazione!

Col suo braccio libero mollò una gomitata per nulla elegante sulla testa di Deyan, ma molto efficace. Lo sentì emettere un gemito, afflosciarsi sotto di lui. Si liberò dalla sua presa ai capelli, gli afferrò anche l’altro braccio e glielo torse, puntando le ginocchia nell’incavo della sua schiena. 

“Adesso liberati, se ne sei capace!...”

Deyan voltò la testa di lato, ansimando come una belva prigioniera.

Uno strattone ad alzargli i polsi sulla schiena. “Arrenditi!”

Gli occhi di Deyan si socchiusero, il suo corpo si rilassò del tutto. Ran vide le sue labbra muoversi, un’invocazione nella sua incomprensibile Antica Lingua, e provò un brivido.

Cosa vuol fare?!

In una frazione d’istante sentì il corpo sotto di sé scattare in una torsione impossibile, udì uno scricchiolio e un urlo, seguiti da un tonfo nella testa che riecheggiò nelle sue orecchie mutandosi in ronzio; e ogni luce si spense...

 

 

 

 

 

 

 

 

Ran fissava incredulo la polvere calpestata davanti a sé. 

Non ho vinto!

“Sta’ fermo, sayanni: ti brucerà.”

Aydie gli aveva lavato le ferite, e aveva deciso di cucire quella sul cuoio capelluto: non era un’operazione gradevole. Non si divertiva però neanche Deyan, in ginocchio a pochi passi da lui, con Nemel dietro a lui pronto, e Chat a tenergli il braccio per il polso. Ran tornò a fissare la terra, sapendo cosa si accingevano a fare.

Intorno a loro i predoni litigavano furiosamente per stabilire chi fosse il vincitore. Kelith e sayanni agitavano indici sotto il naso reciproco, e discutevano facendo un baccano indescrivibile: sembrava di essere in piazza nel giorno di mercato.

Alla fine la squadra giunse collettivamente alla sua decisione: Deyan era riuscito a mettere Ran fuori combattimento (in quale modo, il sayanni non riusciva ancora a capirlo). Però per far questo si era deliberatamente slogato un braccio: una mossa coraggiosa, ma che chiaramente gli avrebbe impedito di continuare il duello. Quindi, per le regole di Luna di Fuoco, lo scontro doveva considerarsi chiuso in parità.

A quel punto tutti lanciarono evviva: kelith e sayanni insieme. E improvvisarono su due piedi una sorta di colletta simbolica, raccogliendo al centro dello spiazzo un pugno di monetine di rame, un paio di piccole anfore di vino, un vassoio di noci candite e due spiedi di carne: un modo semplice per esprimere l’apprezzamento ai contendenti. Quindi uscirono, vociando per le strade. 

“Sono tutti ansiosi di raccontare questa storia in tutte le bettole,” spiegò Chat. “Non avrei mai immaginato un sayanni e un kelith bianco capaci di battersi alla pari da veri uomini! Gran bel combattimento, Ran! E che carattere, quel Deyan-shir! C’è di che essere orgogliosi, di aver capi come voi.”

Ran si costrinse a sorridere. 

Ha detto “voi”... per la prima volta. 

Alzò appena la testa: Nemel aveva finito con Deyan, e gli aveva gettato il mantello sulle spalle perché l’aria si era raffreddata rapidamente. Il kelith fissava la luce delle torce, evidentemente provato: ma il suo volto aveva un’espressione quasi serena, assai diversa da quella dell’uomo che era giunto lì.

Quanti miracoli ha compiuto, questa semplice scazzottata...

“Ecco,” disse Aydie, applicando polvere astringente sul taglio. “Ho finito.”

“Ti ricompenserò.”

“Stai scherzando, sayanni. Hai avuto un’idea meravigliosa. Non mi divertivo così da quando ho visto i soldati del mio principe impalare l’agente delle tasse per frode. E ora, se permetti, vado a brindare alla tua salute... tra le gambe di quelle che voi pelleazzurra chiamate disonorate.”

E se ne andò anche lui. 

Ran si rialzò, provando un momento di vertigine. Guardò il mucchio delle offerte, afferrò una delle due anfore e raggiunse Deyan, che era rimasto accosciato nella polvere, indifferente al proprio corpo insudiciato e pieno di lividi. Si sedette accanto a lui, ruppe il sigillo del recipiente e tracannò una metà del contenuto, con lunghe sorsate.

“Meglio,” sospirò, posandolo. “Ne vuoi anche tu?”

Deyan annuì. Ran fece per passarglielo, poi si ricordò di aver accanto un principe. 

“Vado a prenderti l’altra anfora,” mormorò.

“No.”

Con un gesto stanco della mano sana, Deyan prese l’anfora e se la portò alle labbra. E davanti agli occhi stralunati di Ran, cominciò a bere senza fermarsi...

“Deyan-shir!” esclamò lui. 

Sta bevendo dallo stesso recipiente da cui ho bevuto io?!

Quando non rimase più niente da bere, Deyan posò l’anfora a terra. “Mi dispiace, Ran,” disse, in un sussurro. 

Per il vino? O per altro?

Non ebbe cuore di fargli quella domanda; accennò invece al suo braccio, legato al collo.

“Fa male?”

“Niente che non abbia già provato.”

“Hai affrontato questo dolore pur di riuscire a colpirmi.”

“Ho scelto le mie priorità.”

“Volevi proprio vincere, eh?...”

“Come te, Ran.”

“Accidenti, potevo ammazzarti.”

Un pallido sorriso. “Anch’io.”

Si guardarono negli occhi, e Ran si rese conto che parlava sul serio.

“Sono un adepto di El,” mormorò Deyan. “Questo già lo sai, ma non sai cosa significa. La Misteriosa ha molti aspetti segreti, e uno palese... la morte.” 

Allora sei veramente un assassino...

“Sono stato iniziato e addestrato nel suo tempio. Ed è lì che sono tornato, quando ho saputo che mio padre aveva incontrato la fine che avevo invocato su di lui. La mia dea mi guida e mi protegge, ma è anche... esigente quando si stringono patti in suo nome. Dovevo pagare il prezzo per mio padre... e mia madre, e sottopormi a un rito di purificazione che mi è vietato descriverti. Rifiutarmi avrebbe voluto dire perdere la mia anima, voltare le spalle alle cose più sacre in cui ho creduto fino ad adesso. Per questo sono tornato su Shana, pur sapendo che rischiavo la vita...”

“Non dirmi altro.” Ran alzò una mano e scosse la testa. “Non serve. Avevi ragione, non avevo alcun diritto di pretendere spiegazioni da te, e mi sono meritato il tuo rimprovero di essere invadente e anche un barbaro. Quindi non sprecare parole con me, sai che tanto non sarò mai in grado di capire...”

“Non è vero, Ran, tu capisci cose che nemmeno i saggi sanno comprendere.” 

Ci fu un istante di silenzio, rotto solo dal sibilare del vento.

Il kelith alzò lo sguardo al cielo. “Nel mio deserto ho passato una notte in cima a una duna, a guardare quella luna che era stata la mia luna, prima di diventare invece il mio mondo...” Chiuse gli occhi. “Ho avuto il desiderio di arrendermi e gettar via la Polvere, per restare e morire lì.” 

Ran tacque. Conosceva la sensazione. Tutti su Luna di Fuoco la conoscevano. Nessuno era giunto lassù pieno di gioia: dietro le risate, i canti e le sbornie c’erano i fantasmi della tristezza e della nostalgia. 

 “Poi ha vinto la ragione, e sono tornato qui; ma dentro di me era rimasto il dolore...” Deyan gli rivolse quel suo lieve, bellissimo sorriso. “E tu sei riuscito a togliermelo, con questa tua strana magia!”

Si chiama libertà, Deyan-shir.

Ran ridacchiò, con gli occhi lucidi. 

“Hai avuto fegato, ad accettare la mia sfida.”

“Sapevo che se non l’avessi fatto, tu non mi avresti più considerato un amico.”

“Non te l’avrei mai perdonato,” annuì il sayanni, sdraiandosi accanto a lui a guardar le stelle. 

 

 

 

 

 

 

*

 

 

 

 

 

Pushpa si accorse che gli tremavano le mani.

Si costrinse a cercare di recuperare la calma. Respirò a fondo, nell’aria ferma e angusta della stanza. Attorno a lui giacevano carte piene di simboli e traduzioni che gli erano costate giorni e notti di lavoro. 

Posò le dita sul sarcofago, toccando il cartiglio frontale inciso su quella strana pietra-metallo, il testo ormai così tante volte letto e ripetuto da essere diventato per lui quasi una preghiera.

Questo sacro Feretro rinchiude Naysiak degli Huanai, della casta dei guerrieri, grande tra i Figli della Cometa. Tale perfezione errò solo davanti all’autorità divina: fu arrogante verso Grandi Divinità e disobbedì per salvarle, in nome dell’Arca: perciò gli stessi padri dell’Arca reclamarono il suo corpo. Lo chiusero in questo Feretro, salvandolo dalla morte, ma non consentendogli la vita: solo la coscienza. Le Grandi Divinità sentenziarono che fosse sepolto nella Montagna Sacra, in modo che fosse dimenticato per sempre, e per sempre durasse il supplizio di chi, nato per servirle, le aveva deluse: ma i Tirri dell’Arca predissero che un giorno i loro dèi avrebbero decretato l'avvento di un Liberatore, il Seriema, che avrebbe infranto la maledizione, e tratto Naysiak nel mondo degli umani, o nell'eterna sfera di Ta'Itza dove il Tempo tiranno non ha significato. Inciso nella dodicesima Incarnazione delle Divinità, mese di Shuab, nella Città Sacra. Lode a Kamoh e Lilia, eterni in cielo e sulla terra, patroni della virtuosa Sayanna madre di ogni santità. 

Le sue dita si contrassero, con impazienza. 

Essere il Seriema di un antico Xarani... era il sogno di una vita intera di studi che si realizzava! Aveva spiegato a Deyan cosa comportasse quel titolo: un legame uguale a quello che il guerriero aveva avuto con le Divinità in persona. Avrebbe obbedito a tutti gli ordini, tranne quelli contrari all’onore stabiliti dal proprio rigido codice, e avrebbe messo vita e morte a disposizione del suo Liberatore. 

Un Guerriero della Cometa al mio servizio!

Certo, sperando che la reclusione restituisse un essere ancora in grado di ragionare e parlare; il che era tutto da vedere. E poi legalmente il contenuto del feretro era di proprietà di Deyan, non suo. Ma il saggio era disposto a rinunciare al suo intero munifico compenso, per riscattare colui che stava per salvare; e anche se non vi fosse riuscito, il corpo sarebbe stato comunque una preziosa testimonianza, perché sicuramente sarebbe stato sepolto con tutti i propri oggetti sacri...

Ma prima di ogni cosa, doveva aprire quel feretro. E il testo che aveva tradotto dal Codice d’Oro era quasi incomprensibile. 

Dito energia cerchio linea cerchio croce linea cento tempo acqua resina contenitore miele calore...

Un lungo elenco di parole senza senso. Molte dovevano essere perifrasi, ma mancavano strutture verbali per incasellare quella sequenza di simboli, che sembravano una formula magica...

Forse è una formula magica. 

Pushpa si schiarì la gola e iniziò a cantilenare la sequenza di parole: prima con voce normale, poi provando a modularla secondo le svariate litanie sayanni.

Non accadde niente. 

Non disperare, creatura imprigionata lì dentro. Il tuo Seriema è qui!

Ci riprovò, rallentando la recitazione... a metà però si interruppe. 

Che stupido che sono, questa è la Lingua Antica, non quella di adesso... devo cercare di pronunciare queste parole come un t’yr di quell’epoca!

Di nuovo, provò a leggere l’invocazione, traducendo i simboli ed emettendo suoni che non si erano più uditi dalla notte dei tempi. 

 

 

 

 

 

 

 

Deyan trasalì e aprì gli occhi. 

Nel silenzio della notte, la voce stentorea di Pushpa trafilava dalle pietre, una ritmica e bassa litania ipnotica, che si snodava come le perle di una collana. 

Qualcosa di caldo e soffice aderiva al suo corpo; frusciò mentre si sollevava appena su di lui.

“Padrone?”

Era la ragazza che era stata la favorita di Gamosh. 

Deyan contemplò quel volto cesellato che si stagliava contro il soffitto, alla luce discreta della lampada. La ragazza aveva lunghi capelli bianchi a boccoli, e i suoi grandi occhi rosei erano circondati da un alone di polvere d’oro. Il suo morbido corpo era trafitto di gioielli erotici, secondo il gusto di Gamosh che amava adornare così le sue schiave: gli piaceva provvedere personalmente. 

Ora non più, pensò Deyan accarezzando quella pelle di seta che adesso apparteneva a lui. E quante volte quel pensiero era stato come una spezia, con quella fanciulla: gli piaceva sentirsela accanto, deliziosa e tintinnante preda di quella guerra spietata tra principi rivali. 

“Questo canto ha svegliato il padrone?”

“Forse,” rispose lui.

“Il padrone ordini al barbaro di smettere.”

“No.”

“Il padrone vuole accoppiarsi?”

Deyan la guardò negli occhi avidi. Quella schiava non pensava ad altro, quando era con lui... ma che c’era di strano? Non aveva altro a cui pensare.

“Preparami.” 

Chiuse gli occhi, sentì l’onda dei suoi capelli profumati che si spargeva sul suo ventre. E l’inizio del piacere, acuito dal gioiello che lei aveva nella lingua, e che aveva imparato a usare con maestria. Era una sensazione molle e lussuriosa, e ci si abbandonò rilassandosi, cullato da quella calda voce dal tono ieratico, ondeggiante che trapelava nel silenzio. Pian piano i suoi sensi si staccarono dalla realtà, come quando si concedeva un pizzico di khal, quando la sofferenza che aveva dentro diventava troppo faticosa da sopportare... 

Il sole spezzato!

Trasalì di nuovo, scattando a sedere. Il movimento gli provocò una stilettata di dolore dal gomito alla spalla, che gli strappò un gemito: si serrò il braccio con quello sano, stringendo i denti. 

La ragazza si era interrotta e lo fissava, spaventata. 

“Quest’inutile schiava ha fatto male al padrone?!...”

Deyan non la guardava neanche. Fissava il vuoto, senza fiato. 

Il sole spezzato.

Ormai conosceva quella sensazione. Quell’invasione nella sua mente. Il cuore gli batteva così forte da sentirne la pulsazione sin nelle dita... 

Il sole spezzato.

“Padrone...”

“Aiutami a vestirmi,” le ordinò lui. “Svelta!”

La ragazza si precipitò a obbedire, balzando giù dal grande letto in un tremolio di bianche carni, per staccare dalla stanga i pantaloni e la tunica che vi erano stati disposti. Cercò di aiutare il suo padrone a indossarli, facendo passare con delicatezza il braccio slogato nella manica: la stoffa le si impigliò nei gioielli che portava dappertutto, e quasi scoppiò in lacrime dal terrore; Gamosh, per una goffaggine simile, l’avrebbe fatta mutilare...

Ma Deyan non la degnò di uno sguardo. Sopportò la vestizione con impazienza e uscì rapidamente dalla shanda. 

La voce tellurica di Pushpa lo guidava. Attraversò la casa dirigendosi verso la stanza sotterranea dove il t’yr aveva fatto portare il sarcofago. Aprì la porta e vide il saggio in ginocchio accanto al feretro, gli occhi semichiusi, le mani unite in grembo, che recitava la sua invocazione...

“Il sole spezzato!” esclamò.

Pushpa tacque e si girò a guardarlo, stupefatto. 

“Deyan-shir!”

“Il sole spezzato,” ripeté lui, entrando nella stanza. “La voce... quella visione... quella magia!”

“Magia?...” mormorò Pushpa, spalancando gli occhi. 

“L’ho sentita. Dentro di me. Sull’orlo di un sogno. Pushpa, in nome della mia dea, è così! Che cos’è il sole spezzato?”

Il saggio fissò il vuoto. 

“Sole spezzato... sole spezzato... Dito-Energia-Cerchio-Linea... “Trasalì. “Cerchio-Linea! È un simbolo della sequenza!”

Afferrò la lucerna, una manciata delle sue carte, e le scorse velocemente.

“Ecco!” Si precipitò accanto al feretro, sul lato. Fece scorrere le dita, finché non si interruppe. “Qui c’è un cerchio con una linea tracciata sopra... potrebbe essere il sole spezzato.” Ci passò il polpastrello. “E la superficie... è lievemente concava in questo punto!”

“Premila.”

Pushpa lo fece, più volte. “Non succede niente.” Ci avvicinò la lucerna. “Forse, con uno scalpello...”

Non ebbe il tempo di finire la frase: vide Deyan avanzare, le sua mano scattare in avanti, e il suo indice posarsi su quel simbolo. 

“Deyan-shir!” protestò.

Ma ammutolì. Perché un lievissimo, armonico suono si levò nell’aria... 

Clink.

Attorno al dito di Deyan si formò un alone luminoso e cangiante, e il feretro cominciò a vibrare. 

Pushpa arretrò e cadde seduto a terra, ancora reggendo la lucerna. 

“Kamoh, Lilia, pietà!” gridò, sbalordito.

Deyan staccò la mano, esitando. Il suono che emetteva il feretro era basso, un ronzio che pian piano si elevava. Il sole spezzato brillava come una piccola stella verde.

E poi, lentamente, altri simboli sul fianco del feretro cominciarono a illuminarsi... divennero bianchi, gialli, aranciati, rossi, azzurri. E a ogni simbolo che si accendeva, si levava una nota preternaturale, un suono che non apparteneva a nessuno strumento conosciuto, perentorio e dolce al tempo stesso. 

E il feretro continuava a vibrare, con un suono che ora era costante. 

Pushpa pregava i suoi dèi con voce quasi isterica, gli occhi dilatati. Come t’yr sapeva che esisteva la magia, ma vederla realizzata davanti a sé era un’esperienza assolutamente terrorizzante. Fissò il profilo di Deyan, illuminato da quella distesa di luci davanti a lui, per compartire con lui il suo terrore...

Sentì il sangue gelarsi nelle vene, comprendendo tutto.

No. No! 

Lasciò andare la lucerna, si rialzò, barcollando, e uscì da quella stanza. E quando si trovò nel freddo corridoio, si lasciò di nuovo scivolare a terra, mise la testa sulle ginocchia.

E pianse, in preda allo sconforto, alla rabbia e all’incredulità più estrema. 

Ma perché? Che vuol dire tutto questo? Com’è possibile?!

Non seppe nemmeno quanto tempo fosse passato, ma all’improvviso sentì una mano sulla spalla. Rialzò la testa e vide il volto intento di Deyan, chino davanti a lui. 

“Venerabile Pushpa, che ti succede?”

Il t’yr si terse le lacrime. “L’emozione... e la stanchezza.”

Il kelith sorrise appena, e fece per rialzarsi, ma Pushpa lo trattenne afferrandogli la tunica. 

“E la delusione,” aggiunse, con voce tremante.

“Delusione? Perché? Dovresti essere orgoglioso di te. Hai compiuto l’impresa più straordinaria che qualunque saggio potesse sognare... grazie alla tua sapienza, un antico sarcofago di più di mille cicli fa ha ripreso vita!”

“Ho creduto di poterlo aprire, Deyan-shir. E ho creduto di potermi fregiare di quel titolo del cartiglio... Liberatore! Ma non è così, non è così... io non ho fatto niente.” Si tirò una manata sulla fronte rasata. “Stupido io che non ho accettato la verità sin dall’inizio, che l’ho rifiutata in nome dei miei pregiudizi, perché pensavo di essere superiore, migliore, più santo, un sayanni per un altro sayanni, perché da Kelitha viene ogni male e perché la magia esiste solo per coloro che ci credono... mi chiami saggio?! Guardami! Sono un inutile imbecille!”

“Che intendi dire?”

“Non l’hai ancora capito, Deyan-shir? Non sono io, un sayanni, il Seriema destinato a liberare questo mio campione dall’inferno in cui è da più di un millennio. È il suo esatto contrario... Sei tu!”

 

 

 

 

 

 

 

 

*

 

 

 

 

 

Jenna-shir, margravio del principato di Deera, scriveva di suo pugno il suo messaggio. Usava una carta sottile e un calamo d’argento, posizionando con regolarità i segni degli ideogrammi in codice, uno dopo l’altro. Aveva preso ogni precauzione contro le spie, e davanti a lui, in ginocchio, il corriere veloce di fiducia era già pronto: un campione dalla pelle scura, capace di far volare i corsieri del deserto e raggiungere la capitale di Deera in pochi giorni. 

Gli occhi pallidi di Jenna-shir si alzarono brevemente, per controllare di nuovo che nessuno potesse leggere ciò che scriveva. Poi intinse il calamo. 

Mio Principe, secondo gli ordini ricevuti sono arrivato a Shana per partecipare a nome tuo alla cerimonia solenne di commemorazione del defunto principe Unari-shir. La situazione qui è tranquilla: la transizione di potere è avvenuta senza scosse e non si intravedono cambiamenti alla situazione dinastica. Gamosh-shir è stabilmente sul trono, e ha iniziato un deciso rafforzamento del proprio esercito, finanziato con l’aumento delle tasse su tutti i beni essenziali del paese. Ha aumentato anche la pressione sui propri feudatari, che ormai devono passare alla Corona la metà delle loro entrate per il privilegio di entrare a corte. La repressione del crimine è totale e spietata, e i traffici ne stanno giovando, come testimoniano i prezzi di molte delle spezie sul mercato.  

Ma questa tregua potrebbe avere altre ragioni. Durante la cerimonia al tempio degli Dèi solari, Gamosh-shir ha tenuto un discorso molto lungo celebrando le doti di suo padre; ma prima di concludere ha dichiarato: 

“Unari-shir ha commesso molti errori nella sua vita, trascinato da oscure motivazioni e complotti, per cui prima o poi Shana presenterà il conto ai responsabili. E molte sono state le nobili vittime di tali macchinazioni, vittime che io ora intendo onorare, non potendo più riabilitare perché ormai morte nel corpo... o nella dignità.”

E con queste parole, ha fatto un gesto e una figura misteriosa ha fatto la sua apparizione sul sagrato del tempio. Era un albino, avvolto in una veste nera lunga fino ai piedi, e portava sul volto una maschera che lo celava interamente. A quest’uomo è stato concesso di avvicinarsi al tripode sacro per bruciare incenso, e spruzzare d’acqua sacra il cenotafio di Unari-shir. Poi, nel silenzio stupito di tutti, l’uomo si è ritirato ed è scomparso tra i meandri delle vie, indisturbato dalle guardie. 

Molti hanno chiesto a Gamosh-shir chi fosse quel personaggio misterioso, e il Principe ha risposto:

“Un uomo che ha pagato troppo caro per una colpa che non era solo sua. Potessi cambiare le leggi millenarie che regolano la nostra società, gli restituirei il posto che gli spetta di diritto. Ma per lui ora solo il buio dei templi può aprirsi: gli dèi non tremano di fronte alle ingiustizie degli uomini.”

Mio principe, ho sguinzagliato tutte le spie a mia disposizione, perché la voce corrente più comune su quel che è accaduto è che l’uomo mascherato altri non fosse che il terzogenito di Unari-shir, quel principe Deyan che fu degradato alla schiavitù perpetua per vendicare l’onore del principe di Itka. La sua condanna si rivelò presto un disastro sotto ogni punto di vista, e forse Gamosh-shir ha voluto rimediare in questo modo all’errore paterno, riconciliandosi con il fratello ormai irrimediabilmente disonorato; ed evitando almeno che quel giovane sventurato - che anche se schiavo, è come noi di Razza Sovrana, ed è quindi naturalmente diventato capo dei Predoni dal Nulla - si accanisse contro il suo paese per vendetta. 

Molti però dubitano di questa teoria, dato che l’armonia tra fratelli non è mai stata la regola per la corte di Shana; e ricordano che il principe diseredato ha offeso proprio Gamosh-shir rubandogli scettro e shanda, il che rende alquanto improbabile che i due possano respirare la stessa aria. Ma a questo punto le motivazioni di Gamosh-shir sarebbero piuttosto misteriose, per non dire inquietanti: perché mettere in piedi una sciarada come questa? E a chi si riferiva con “motivazioni e complotti”? Si mormora che abbia fatto dichiarazioni non proprio concilianti verso la politica dell’Augusto Consorzio. Non sappiamo se queste prese di posizione siano rivolte ai propri stessi feudatari per dare l’impressione di un monarca forte, o se nascondano aspirazioni più vaste. Shana, comunque sia, resta uno stato fondamentale nella politica di Kelitha. L’intero continente dipende da essa per più di un prodotto. Sono preoccupato, mio Signore, e il mio consiglio è estendere il sentimento a tutto l’Augusto Consorzio. Questo Gamosh-shir, da bravo cadetto diventato principe, rischia di essere troppo ambizioso. 

Jenna-shir ripose il calamo e attese che l’inchiostro asciugasse. Poi ripiegò la lettera e la infilò nel cilindro speciale, sigillandolo col proprio simbolo. Fece un gesto e il corriere si rialzò, avvicinandosi.

“Se ti intercettano, distruggilo. Morirai, ma se Gamosh-shir legge questo messaggio moriremo comunque tutti. Tu ci metterai solo più tempo.”

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Capitolo 8
*** Dove il passato e il presente si toccano ***


 

 

 

Pushpa aveva ormai la chiave per interpretare le istruzioni per l’apertura del feretro, e si era dato da fare come un uomo posseduto da un demone. I servi terrorizzati lo avevano aiutato a mettere il contenitore nella posizione corretta, ma solo perché Deyan l’aveva ordinato con tutta la sua autorità. Poi si erano rifiutati categoricamente di avvicinarsi a quella stanza sotterranea, e ascoltavano l’attività che vi si svolgeva dentro mormorando preghiere e scongiuri. 

I Marjaban naturalmente avevano saputo tutto, nel loro solito modo misterioso. Ma non si intromettevano: facevano soltanto sapere di essere curiosi a proposito di quella magia che loro ignoravano, e si erano offerti discretamente di ricomprare il feretro, una volta svuotato del suo contenuto, per poterlo studiare a proprio agio.

Ran era convinto che tutti quanti fossero impazziti: per quanto la magia fosse magia, e le luci fossero luci, e i rumori fossero rumori, non credeva assolutamente che dentro quel feretro ci fosse alcunché di vivo, e che valesse la pena di tutta quella fatica. Era riuscito a gettare un’occhiata al sarcofago semiaperto e tutto quel che aveva visto era stata una superficie immota di liquido gelatinoso, oscuro e repellente, dall’odore strano, sotto il quale era impossibile che esistesse qualcosa in grado di respirare. Avrebbero sicuramente tirato fuori una mummia, come ne aveva viste nella desolazione attorno all’abitato di Luna di Fuoco: antichi schiavi lasciati lì a essiccare, invece che a decomporsi. C’era solo da sperare che questa mummia fosse ampiamente dotata di ricchezze da saccheggiare: essendo di un celebrato Xarani, c’erano buone probabilità. 

A dir la verità, in quel momento Ran aveva ben altri pensieri per la testa che l'archeologia.

Su Luna di Fuoco ormai non si parlava che della Squadra Sacrilega: le sue imprese erano sussurrate e discusse dappertutto, con toni che passavano dall’ammirazione allo scandalo e anche allo sconcerto. Era come se il primo evento incredibile accaduto tempo prima su Kelitha (un erede al trono che violasse la shanda di un principe regnante) avesse misteriosamente scatenato una lunga catena di altri eventi incredibili: la schiavitù di un nobile kelith, il soccorso di un bandito sayanni, l’amicizia tra loro, la formazione della loro incredibile squadra mista, i colpi più audaci che nessuno avrebbe mai osato, le storie più clamorose della Comunità... qualcuno cominciava a trovare allarmante la ripetizione dell’aggettivo incredibile, e arrivava a rimpiangere i bei tempi andati, quando il massimo delle notizie era un colpo ben riuscito, una faida tra predoni, o un intrigo amoroso.

Ran era alquanto sensibile ai sentimenti della Comunità, che Deyan non si degnava neanche di considerare (cosa naturale, considerata la sua educazione principesca). E se da un lato si godeva quella popolarità a cui aveva sempre anelato, dall’altro percepiva le tensioni crescenti che lo circondavano: cercava in tutti i modi di stemperarle usando le risorse del suo carattere, scoprendo di cavarsela piuttosto bene in fatto di diplomazia. Ma sapeva che l’equilibrio non sarebbe durato per sempre...

E se ne rese conto una sera, accompagnando Deyan verso la Grande casa per ratificare l’assunzione di un altro predone. Per stanchezza o distrazione, si dimenticò di valutare con attenzione il percorso da fare per evitare certi punti di aggregazione della comunità sayanni: passarci con un notorio kelith albino al fianco (sia pure uno avvolto nel solito mantello con cappuccio, per celare la sua testa bianca) era pericoloso. 

E infatti, a un certo punto, si videro sbarrare il passo dai pezzi grossi della squadra di Saraji.

Era costui un vecchio bandito sayanni, carico di gioielli, dai lunghi favoriti grigi e un occhio di meno. I tatuaggi che aveva in faccia lo identificavano come membro della casta contadina, non guerriera, ma Ran non si faceva illusioni sulla sua pericolosità: era a capo di una delle maggiori squadre, e anche delle più famigerate per la spietatezza delle sue missioni. 

“Ran delle Montagne!” esclamò Saraji con allarmante giovialità. “Vieni in questa taverna, e bevi al mio tavolo. Vorrei scambiare qualche parola con un uomo famoso come te.”

“Ne sarei lieto,” rispose Ran, con un brivido nella schiena. “Quando torneremo dalla Grande Casa: i Marjaban ci attendono...”

“Lascia che attendano.”

“Non sono da solo.”

Saraji non girò neanche la testa per guardare verso Deyan, che d’altra parte ricambiava l’indifferenza nella sua consueta maniera principesca. 

“Le faccende di cui intendo parlarti riguardano gli uomini, non gli animali.”

La mente di Ran corse freneticamente a cercare una risposta adatta per evitare la trappola che minacciava di aprirsi davanti a loro...

Un po’ di sana spavalderia: non sono più un banditello alle prime armi!

Circondò affettuosamente il collo del vecchio predone col braccio nerboruto, come se fosse stato un vecchio amico: cosa che fece salire una smorfia sulla faccia dei suoi uomini.

“Celeberrimo,” gli disse in tono gioviale. “Apprezzo il tuo spirito da vero sayanni, ma vedi, quello...” e un cenno verso Deyan, “non è un animale.” Una strettina tra il cordiale e l’ammonitrice, e un sussurro all’orecchio. “È il mio... socio in affari, capisci?”

Saraji lo guardò sospettosamente. E poi fece un sorriso sardonico, annuendo.

“E gli affari sono affari, non è così? Capisco, fratello: se la metti così, può venire anche lui. I kelith qui non sono benvenuti, ma credo che il padrone non avrà niente da ridire se si siederà per un attimo al mio tavolo.”

Lo credo bene, pensò Ran vedendo la faccia terrorizzata del taverniere.

Si sedettero a un rustico tavolone, Ran di fianco a Saraji, Deyan di faccia, e tre truci guerrieri intorno. Erano del genere che incuteva timore anche a un gagliardo montanaro come Ran: uomini senza onore e senza patria, e senza più la rigida etica che poi era tutto ciò che separava un sayanni da una terribile bestia senza freni. 

Saraji fece portare vino e tazze, e Ran mostrò il rituale entusiasmo all’offerta, come un uomo che non aspettasse altro: anche se ogni sorsata gli scendeva nello stomaco come acido. 

“Dimmi, valente e generoso Saraji, di cosa volevi parlarmi?”

Il vecchio bandito prese un’espressione corrucciata. “Di quel colpo che avete fatto in un santuario sayanni.”

“Un innocuo esercizio,” disse Ran scrollando le spalle. “Abbiamo rubato solo un libro.”

“È sacrilegio rubare in un santuario.”

“Eh, sì.” Un altro sorso. “D’altra parte siamo la Squadra Sacrilega, no? Teniamo fede al nostro nome.” Un’occhiata educatamente perplessa. “Non ti facevo così pio, Saraji.”

Con la banda di sanguinari disonorati che ti tiri dietro...

“Siamo fuorilegge, ma ancora con la pelle azzurra. Io ritengo che tu abbia sbagliato: quello che hai rubato è un libro sacro.”

“E adesso è nelle mani di un t’yr. Un’aggiunta prestigiosa al nostro tempio qui su Luna di Fuoco. Placa la tua coscienza, niente è stato dissacrato.”

“Però hai permesso a questo... essere,” e Saraji fece una smorfia verso Deyan, “di penetrare in un nostro luogo santo!”

“Luogo santo?” La voce di Deyan si levò da sotto al cappuccio del suo mantello. “Secondo le vostre credenze, l’intero territorio di Sayanna è luogo santo.”

“Questo vuol dire soltanto che i vermi della tua razza non devono proprio metterci piede!”

“No, questo vuol dire che i tuoi scrupoli religiosi sono semplici pretesti. Tutti i beni di Sayanna sono intesi come proprietà delle vostre Divinità. Quindi chiunque commetta un furto sul vostro continente è un sacrilego per definizione... voi compresi.”

“Non siamo sacrileghi!” Saraji picchiò la mano sul tavolo. “Noi siamo il Popolo Azzurro, non degli stranieri!”

“Voi vendete il vostro Popolo Azzurro agli stranieri. I mercanti kelith sono i vostri clienti, e rivendono la merce nel mio paese dopo averla resa muta, affinché non riveli il segreto della sua cattura.”

Ran era impallidito: che cosa?!

La controaccusa di Deyan era tremenda, qualcosa che nella cultura sayanni superava di gran lunga ogni remora religiosa... un alone di silenzio li circondò all’improvviso. 

“Chi ti ha dato quest’informazione, kelith?” alitò Saraji. 

La risposta di Deyan fu solo un duro sorriso. 

Inaspettatamente, il vecchio predone si mise a ridacchiare. “Beh, il profitto è profitto... e non sarà certo uno come te a lamentarsi dello schiavismo, non è vero?”

“So come si fa a togliere la membrana a un sayanni, se è questo che intendi dire.”

Ran strabuzzò gli occhi, a quell’indecente spavalderia. 

Deyan-shir!

Saraji si mise a fissare il kelith con un sorriso a denti stretti, che non prometteva niente di buono. 

“Noto che non stai bevendo: forse il mio vino non ti piace?”

“Io bevo solo con gli uomini, non con gli animali.”

E a quella ritorsione del primitivo insulto, Ran si mise una mano sulla faccia.

Accidenti, qui si mette male.

Una specie di gigante azzurro si sedette a cavalcioni della panca di Deyan: un mostro col naso rincagnato, ornato da una collana di frammenti di cuoio che, a una seconda occhiata, rivelavano di essere orecchie umane seccate. 

“Dunque tu bevi solo con gli uomini, eh?... Bene: allunga la mano, ciglia bianche, e sentirai di persona che io sono abbastanza uomo per uno come te.”

Ran ci mise qualche istante per realizzare il senso della battuta... e si sentì sprofondare, mentre alcuni della banda si mettevano a sogghignare.

E questi sarebbero sayanni?! 

Deyan non si scompose, gettò un’occhiata indagatrice sul gigante di fianco a lui. 

“Un sayanni pederasta? Che novità.”

“A me va bene tutto, basta che respiri.” Una risata oscena. “O anche no!” 

Anche i morti?! 

Il guerriero posò maliziosamente la grossa mano sul petto di Deyan. “Dicono che quelli della tua razza siano maestri di ogni perversione... mi sarebbe piaciuto averti come schiavo, bel ragazzo: ti avrei insegnato qualcosa anch’io.”

Era veramente troppo per la capacità di sopportazione di un onorato sayanni: Ran picchiò entrambe le mani sul tavolo, facendo per alzarsi.

“Ora basta, razza di animale! Giù le mani...”  

Saraji gli mise una mano sulla spalla, tenendolo giù a forza. “Non ti riguarda, fratello.” 

Osservava la scena con un sorrisetto divertito, avido di vedere come avrebbe reagito quell’altezzoso nobile kelith a una simile provocazione. 

Deyan si guardò intorno, quindi fissò il gigante, freddamente. 

“Immagino che sia inutile dirti di non toccarmi... quindi farò come mi hai proposto.”

La sua mano si mosse sotto al tavolo, e il gigante trasalì, sorpreso. Fece una specie di oooh, quindi la sua bocca si distese in una smorfia incredula. 

“Niente male,” commentò Deyan, guardandolo negli occhi.

Ran era allibito, come tutti quanti del resto. Era l’ultima cosa che si sarebbero aspettati. Persino un criminale incallito e certamente non illibato come Saraji era rimasto scandalizzato.

“Non qui!” esclamò, con gli occhi fuori dalle orbite. “Di tutte le indecenze...”

Un brusco movimento, una sorta di schiocco, e il gigante lanciò un urlo tonante, schizzando via dalla panca. Cadde in ginocchio, con le mani strette all’inguine, ruggendo come una bestia. 

Deyan ripose la mano sotto al mantello, con indifferenza.

“Che gli hai fatto?!” gli chiese Ran, senza fiato.

Un’occhiata fuggevole. “Preferisco non dirtelo: tu sei ancora vergine.” 

Il guerriero a terra si rotolava dal dolore, i compagni che cercavano di soccorrerlo senza sapere come fare. Alla fine lo sollevarono di peso per portarlo di corsa da un cerusico. 

“Testabianca depravato!” sibilò Saraji all’indirizzo di Deyan. 

“E mi avete sfidato proprio sulla depravazione?” Un’alzata di bianche sopracciglia. “Sceglietevi meglio i vostri nemici.”

“Se soltanto non sedessi alla mia tavola...”

“Cosa faresti, sayanni?”

Saraji divenne violaceo in faccia. “Ti ucciderei, da quel cane infetto che sei!”

“E i Marjaban chiuderebbero per sempre il Vortice per te e la tua squadra!” esclamò Ran, precipitosamente. “Stai calmo, Saraji. Conosci il Codice che vige tra noi capopredoni: finché siamo su questo mondo non dobbiamo combatterci tra di noi se non attraverso una formale sfida, informando la Grande Casa come arbitro.”

Saraji era furibondo. “Allora è la volta buona che sfiderò te, Ran delle Montagne!” 

“Non puoi fare neanche questo!” Ran si alzò, mostrando la sua tazza a tutta la taverna. “Mi hai invitato tu al tuo tavolo e ho bevuto con te, tutti sono testimoni di questo! Non ti ho offeso in alcun modo, e mi sono comportato in tutto e per tutto secondo il nostro costume. Non è così?!”

Tutti si guardarono, annuendo. 

Saraji respirava affannosamente... e poi, a fatica, si calmò. “Già, hai ragione. Non posso sfidarti, non ho niente contro di te.”

Ran tirò un segreto sospiro di sollievo...

“Se è questo il tuo problema, sayanni, ti vengo incontro io.”

Deyan estrasse il suo pugnale, e prima che chiunque potesse reagire lo piantò sul tavolo, davanti a Saraji.

E così avvenne l’ennesimo evento incredibile di Luna di Fuoco.

 





 

 

 

“Per tutti gli dèi, nati, vivi, morti e ancora da nascere...” imprecava Ran senza ritegno, in casa di Deyan, coi servi agghiacciati che stavano appiattati ai muri.

Fece il giro della stanza, resistendo a stento alla voglia di prendere a calci tutto quel che incontrava; per poi fermarsi davanti al suo socio, che non sembrava per nulla agitato.

“Ti rendi conto di quel che hai fatto, pazzo che non sei altro?! Tu, un kelith, anzi peggio, un albino, hai sfidato Saraji, uno dei maggiori capi sayanni di Luna di Fuoco!” Gli mise un indice davanti al naso. “Maledizione, eppure ti avevo detto di...”

“...di non sfidare mai un sayanni se prima non ti avessi battuto,” completò Deyan. “E io te l’avevo promesso. Poi hai pensato bene di darmi l’opportunità di sconfiggerti.” 

Ran ammutolì, con la faccia violacea. 

Quella sfida tra me e lui?!

“Ma... ma...”

Gli occhi rossi lo studiavano da sotto in su. “Adesso capisci perché ero disposto a tutto pur di riuscire a batterti... anche a sacrificare un braccio, con una mossa che è stata piuttosto dolorosa: ma ho pensato che ne valesse la pena. È vero, la nostra squadra ci ha proclamato vincitori entrambi, ma sappiamo bene chi di noi due sarebbe sopravvissuto, se avessimo continuato il duello...”

“Rifiuto questa tua interpretazione!” tuonò lui. “Se avessi fatto sul serio, tu non avresti potuto nemmeno tentare quella mossa, perché ti avrei spezzato il collo invece di cercare di immobilizzarti!”

“Probabile,” fece Deyan, imperturbabile. “Però resta il fatto che non mi hai vinto, e alla fine quello di noi due in grado di stare in piedi sono stato io. Quindi ritengo di aver tenuto fede alla mia promessa.”

Ran emise un gemito. Ha ragione... stupido io che ho creduto di incastrarlo così!

“Dovevano strozzarti nella culla appena nato,” mormorò, lasciandosi cadere su un cuscino. 

Deyan gli elargì un’occhiata tutta kelith. “Un predone deve saper cogliere le occasioni, questo me l’hai insegnato tu.”

“Cogline un’altra, allora, e trova il modo di ritirare la sfida!”

“Lo sai anche tu che è impossibile.”

Ran sospirò. 

“Già, è impossibile.” Si passò una mano tra le trecce. “Ormai è tardi. Hai dato un magnifico pretesto a Saraji per sbarazzarsi di noi: figuriamoci se quel figlio di disonorata non è corso a gambe levate alla Grande Casa per ratificare la contesa, presentando uno stuolo di testimoni! Così adesso le tue eventuali pubbliche scuse...” Intercettò lo sguardo sdegnato di Deyan, “...che naturalmente tu non faresti mai neanche sotto tortura, ci mancherebbe... dovrebbero seguire la stessa procedura; e Saraji non è tenuto ad accettarle! E poi perché dovrebbe? Non sarà certo lui a combattere contro di te, è un contadino ed è pure vecchio: manderà uno dei suoi campioni, qualcuna delle bestie amorevoli di cui hai già fatto conoscenza... si aspetta una facile vittoria, e spero che tu non sia così sciocco e vanaglorioso da pensare che duellare con quelli là sia la stessa cosa che scambiare un paio di pugni con me!”

Deyan abbassò lo sguardo. 

“Lo hai pensato?!” urlò Ran. 

“No. Non sono un irresponsabile.”

“E allora?!”

“Ho pensato che ci serve la ricchezza di Sayanna per diventare una Grande Squadra.”

“Oh, ancora quella storia!”

“Sì, quella storia.” Deyan si accomodò di fronte a lui, sistemando la tunica con un gesto elegante. “Quand’è che avrai il coraggio delle tue ambizioni, Ran?”

Il sayanni si irrigidì.

“Non avrai in mente di... scegliere me come tuo campione, a battermi al tuo posto!”

“Forse questo ti farebbe sentire più tranquillo. Sayanni contro sayanni: e tu sei un uomo molto forte, un vero guerriero.”

“A differenza di te, io so con chi andrei a battermi!” Scosse la testa. “No, Deyan-shir: non mettermi sotto questa pressione. Non costringermi a fare questa scelta!”

“Non ti chiedo di farla,” disse Deyan, e schioccò le dita: un servo portò un vassoio con del vino speziato. “Ma valuta la situazione, e comprendi che questo è un passo necessario se vogliamo tentare di raggiungere il titolo di Khanshir. La nostra squadra sta crescendo, ma solo nell’elemento kelith che vede in me il mantenimento delle sue tradizioni. E Saraji ha detto una verità: noi siamo stranieri in Sayanna. Ci occorrono predoni sayanni, esperti di quel territorio. Se vinceremo Saraji dovrà lasciarci tutti i suoi uomini migliori: sarai tu a selezionarli.”

“E se invece perdiamo?” Ran lo guardò, disperato. “Ti sei fatto questa domanda, eh? Lo sai che perdiamo tutto... e uno di noi due anche la vita?”

Ma quando mai a te è interessato qualcosa della tua vita...

“E accadrà il contrario: i nostri dovranno passare agli ordini di Saraji, che naturalmente rifiuterà tutti i kelith cacciandoli dalla sua squadra! Comunque vada, per me sarà un disastro: se combatterò al tuo posto molto probabilmente morirò, perché conosco i miei limiti contro certi avversari; se non lo farò, morirai tu e io resterò solo, senza un soldo, a ripartire con un branco di pellebianca demoralizzati che mi manderanno subito al diavolo, perché non faccio parte della loro razza...”

Scosse la testa, con una smorfia di dolore sul viso.

E finirò quest’avventura così come l’ho cominciata: a capo di niente, e con un piede sul palco degli schiavi. Ma stavolta ci cadrò dall’alto... e farà molto più male!

“Fatti coraggio, amico mio,” gli disse Deyan con gentilezza. “E non disperarti prima del tempo. Sei un giocatore d’azzardo, ti è già successo di giocarti il tutto per tutto nella tua vita.” Prese dal vassoio la coppa di vino, e gliela porse. “E quella volta... hai trovato me.”

Ran la guardò torvamente, con le mascelle contratte.

“Sì, ho trovato te. E non ho ancora capito se è stata una fortuna... o una disgrazia!”

E senza accettare quell’offerta, si alzò bruscamente e ne andò, sbattendosi la porta alle spalle. 

 

 




 

 

*






 

 

Le strade della capitale di Shana fervevano di attività, ma queste si fermarono pian piano sul percorso di una portantina dai teli neri, trasportata da schiavi nerboruti e scortata dai soldati. Tutti ammutolivano, i poveri si inginocchiavano e pregavano, i mercanti cessavano i traffici, e qualcuno stringeva gli amuleti degli dèi solari facendo gesti di scongiuro.

Gamosh poteva sentire quella progressione di silenzio, dalla finestra traforata del suo palazzo. 

Dunque è arrivato... non ha avuto il coraggio di sfidarmi apertamente.

Prese posto sul suo trono, contemplando le teste chine di tutti i presenti. Quindi fece un gesto, e i cortigiani ripresero le loro attività; i musici ricominciarono a suonare, e i servi portarono vassoi di assaggi rari  e brocche di finissimi vini. 

Gamosh attese, con pazienza, sgranocchiando delicatezze e osservando la perizia di un giocoliere itinerante, che intratteneva la corte con i miracoli della propria arte. Gli piaceva l’idea di riposarsi intanto che il vecchio sacerdote era costretto a camminare per raggiungere la sala del trono... del resto doveva pur vendicarsi dell’umiliazione di averlo dovuto chiamare.

Per far questo aveva dovuto seguire la tradizione, andare di notte alla tomba del padre, tracciare con il gesso una mezzaluna orizzontale sul nero granito del monumento, e mormorare il nome dell’antica dea. Avrebbe preferito mandare i soldati a prelevare quel vecchio portandoglielo con una picca puntata nella schiena, ma sarebbe stato un sacrilegio... e i soldati stessi avrebbero avuto paura di obbedire. 

Prima di quanto si aspettasse, il ciambellano venne ad annunciargli che il Gran Sacerdote del Tempio Segreto della Divina El chiedeva udienza. 

Finalmente. Gamosh fece cenno e le porte si aprirono. 

Tutti tacquero e si ritirarono lungo le pareti, mentre una imponente figura nerovestita faceva il suo solenne e silenzioso ingresso. 

Gamosh restò sorpreso: Krsyl, come molti adepti della Misteriosa, era invecchiato straordinariamente bene: il suo corpo era ancora dritto e forte, la mano che teneva il bastone col teschio era salda e nodosa, e l’aspetto sembrava quasi lo stesso di quando era venuto a palazzo tanti cicli prima.

Solo da vicino il principe notò le rughe che adesso attraversavano quel volto scuro, quasi consumato da una vita nel deserto. Il cranio era calvo e lucido come lo era sempre stato, e le sopracciglia erano assenti: sotto il loro arco prominente brillavano occhi chiarissimi, quasi violacei.

Sangue nobile nelle sue vene?

Krsyl si fermò ai prescritti dieci passi dal trono, ma non si inginocchiò. Fin dall’inizio dei tempi i sacerdoti di El avevano quel privilegio: rappresentavano un’autorità maggiore di quella dei principi terreni, che si sarebbero susseguiti mentre la Dea sarebbe esistita per sempre. 

“Salute a te, Shana-iban-Unari Gamosh-shir, principe di Shana,” esordì il sacerdote, con la voce profonda dell’uomo di potere. “La Dea ha sentito la tua chiamata.”

Le tue spie l’hanno sentita, pensò Gamosh. 

“Voglio interrogarti sui misteri dell’oscurità, venerabile Krsyl.” 

Era la formula tradizionale, e il sacerdote rispose allo stesso modo.

“Sarò i tuoi occhi in questo buio, mio principe.”

Gamosh si alzò dal trono. Tutti si inchinarono nuovamente, ma lui non degnò la corte di un’occhiata: fece un gesto di invito al sacerdote, quindi si mosse verso l’uscita. Krsyl lo seguì, in un fruscio delle sue oscure vesti. 

Percorsero i magnifici corridoi del palazzo, in silenzio. Chiunque incontrassero si buttava in ginocchio, nascondendo la faccia tra le braccia: e se il corpulento principe incuteva timore, la nera figura che lo seguiva era addirittura terrorizzante. 

Ma ancor più era la direzione che Gamosh stava prendendo: Krsyl la riconobbe senza fatica. Il principe si stava dirigendo verso la Casa del Dolore. 

Voglio interrogarti sui misteri dell’oscurità...

Un duro sorriso salì alle labbra del vecchio sacerdote. Cos’era, un tentativo per intimidirlo? Ci voleva ben altro, per impressionare un uomo che aveva dedicato la vita intera alla divina El. 

Varcarono i cancelli, penetrando in un edificio mortalmente silenzioso. Le guardie si fermarono all’ingresso, lasciandoli completamente soli: Krsyl se ne stupì. 

Il principe entrò in una sala di tortura ben illuminata, dove era stato approntato un ricco divano per chi volesse assistere allo spettacolo: vi si accomodò con la stessa posizione che assumeva sul trono. Il sacerdote restò in piedi, accanto a un tripode per la fustigazione, e attese.

“Venerabile Krsyl, non rimpiangi mai il passato?”

La voce di Gamosh rimbalzò sulle solide pareti di pietra.

“Quale passato, mio principe? Recente o remoto?”

“Quando questo paese era sede di un potente impero. E quando di divinità ne avevamo di meno, ma molto più autentiche...”

“Tutte le divinità non sono che aspetti dell’Unica,” replicò Krsyl, in tono tranquillo. “Ma non si può pretendere che il volgo arrivi a percepire l’unità del tutto, la luce dal suo contrario, la vita... dalla morte.”

Gamosh inarcò le sopracciglia.

Parliamo della morte, dunque.

“Perché la tua dea ha dato ascolto alla maledizione di un sacrilego?”

Krsyl si aspettava quella domanda, fece un sorriso enigmatico. 

“La dea ha le sue preferenze: forse un sacrilego può esserle più caro di altri uomini. Le azioni della Misteriosa hanno sempre una logica, anche se sfugge a noi semplici tramiti mortali. Il risultato di quella maledizione... è che Shana ora ha un principe forte sul trono.”

“Osi dire che mio padre non lo fosse?”

“Unari-shir è stato un sovrano di grande dignità, splendido e glorioso.”

Ma non forte. 

“E tu, nobile Gamosh-shir, ne sei il degno erede,” completò Krsyl, con un tono di lode che sembrava quasi ironico.

“Io, e non gli eredi che mi hanno preceduto?”

“Così ha voluto la dea.”

Ah, così ha voluto la vostra dea, eh?

Gamosh cambiò posizione, con un sorriso sardonico in volto.

“Perché mio padre ha fatto quel che ha fatto a mio fratello Deyan?”

Krsyl lo fissò, inarcando le sopracciglia. “Perché era colpevole.”

“Poteva metterlo a morte. Poteva esiliarlo. Poteva imprigionarlo. Chi gli ha suggerito invece quella condanna mai emessa prima contro un albino?”

“Il tuo onorevole padre non ha ascoltato alcun suggerimento, ha agito di sua iniziativa. Era suo diritto disporre di Deyan-shir...”

“Deyan. È uno schiavo. Per tutta la vita. Così è riuscito a sopravvivere... ma ovviamente, per lui non c’è più alcuna possibilità di salire al trono secondo le regole del nostro Augusto Consorzio. Il suo disonore è irrimediabile.” Gamosh si sporse in avanti. “Ed è questo che mi dà da pensare, venerabile Krsyl. A chi poteva convenire che Deyan si salvasse... a questo prezzo?”

Krsyl fece un lieve sorriso. “A te, mio principe.”

“No,” ribatté Gamosh scuotendo la testa. “Io avevo già ciò di cui avevo bisogno: lo scandalo di Itka era già stato più che sufficiente ad aprirmi la strada verso il trono. E se avessi avuto l’orecchio di mio padre, gli avrei detto di risolvere il problema di Deyan nel modo più radicale... un laccio di seta. Non avrei lasciato in vita un erede con un diritto maggiore del mio!”

“E quindi, mio principe?”

“Quindi io penso piuttosto a qualcuno... che abbia voluto infliggere un’atroce punizione a mio fratello per averlo deluso, mancando al compito per cui era stato così attentamente allevato.”

Krsyl smise di sorridere.

“E naturalmente non mi sto riferendo a mio padre,” continuò Gamosh. “Il quale del resto ha svolto egregiamente il suo ruolo di vittima sacrificale, a maggior gloria della vostra Dea.”

“Tuo fratello è un iniziato!” ribatté il sacerdote. “Metti in dubbio la legittimità della sua maledizione?”

“Vi aspettavate che la lanciasse, con quella sentenza; e vi ha dato un magnifico pretesto per eliminare un principe sul quale non potevate più fare affidamento.” 

La mano di Krsyl strinse il suo bastone. 

“Non hai prove contro di noi, mio principe.”

“No... per ora.” Un’occhiata allusiva agli strumenti di tortura intorno. “Ma potrei trovarne... o crearne. Sto riabilitando la figura di mio fratello...”

“Solo la figura.” Un sorriso tagliente. “L’uomo mascherato di cui parla tutta Shana non è lui.”

“E come fai a saperlo?” sogghignò Gamosh. “Forse perché accogli ancora quello vero nel vostro tempio, quando non resiste più al richiamo della vostra Misteriosa?”

Krsyl tacque. Non poteva ammettere un tradimento, ma era evidente che Gamosh avesse scoperto qualcosa. E questo avrebbe messo a repentaglio il Tempio Segreto. Per la prima volta il sacerdote si trovò a valutare l’idea di uccidere il principe lì dove si trovava: niente, nemmeno la prospettiva della propria morte, avrebbe potuto impedirglielo... se non la consapevolezza di provocare conseguenze pesantissime sul futuro. 

Gamosh forse indovinò quei pensieri, perché il suo sorriso divenne quasi di sfida. 

“Attento a ciò che fai, venerabile Krsyl. E attento anche a ciò che dici. Per il popolo, quello è il mio povero fratello, vittima degli intrighi dei nemici di Shana; e se dichiarassi che proprio voi adoratori di El l’avete tradito... credo che il vostro discredito sarebbe totale.”

Krsyl ebbe un’espressione di scorno. “Una maldicenza in più sulla nostra religione, che differenza fa? Nessuno è mai riuscito a sradicare del tutto la Divina dal cuore di Kelitha.”

Gamosh si alzò dal divano, avvicinandosi a lui.

“Non vuoi dunque ammettere di essere stato proprio tu, Gran Sacerdote di El, a convincere mio padre a far marchiare Deyan come schiavo?” 

La faccia di Krsyl era una maschera di granito. 

“Suvvia, venerabile. Sin dai tempi dell’Impero voi adoratori di El avete tramato nell’ombra, in nome dei vostri misteriosi ideali. Non potevate gettar via un membro della casa reale su cui avevate investito così tanto: anche da fuorilegge, un nobile di antico lignaggio e senza più legami... tranne che quello col vostro tempio... può sempre essere un’arma devastante per gli equilibri di Kelitha; non è così?”

Krsyl non rispose, ma i suoi occhi si piantarono in quelli del principe. 

“Anche se Deyan fosse arrivato nelle oasi meridionali, non gli avreste mai permesso di morirvi: c‘erano già i vostri accoliti segreti laggiù, pronti a liberarlo e a nasconderlo. Avete rischiato di perderlo perché l’ambasciatore di Itka aveva preteso comunque la vendetta, ma per vostra fortuna c’ero io, in quella piazza, a ordinare ai carnefici di frustarlo con attenzione, in modo da non ucciderlo...”

Sì, perché non volevo che lo spettacolo finisse troppo presto!

Krsyl fece un sorriso obliquo. 

“Vedi dunque il potere della nostra Dea, mio principe? Anche tu sei stato un suo strumento, affiché si compissero i suoi desideri.”

Gamosh fece una smorfia sardonica. 

“E la tua dea dovrebbe essermene molto grata, non trovi?”

“Eri un cadetto e ora sei un potente regnante. Ogni tuo desiderio è un ordine per tutti i tuoi sudditi. I tuoi forzieri sono colmi d’oro. Cosa puoi volere più dei doni che lei ti ha già concesso?”

Gamosh accarezzò una sferza appesa al tripode.

“Cosa voglio lo sai, venerabile Krsyl.”

 

 

 



 

*






 

 

Nella quieta luce dell’alba, Deyan completò la sua preghiera. 

E poi si mise in guardia.

Nel cortile della sua casa, ogni giorno, si sottoponeva all’antica disciplina per mantenere corpo e mente allenati. Il suo corpo elastico e sudato eseguiva tutta la sequenza rituale a cui era stato abituato fin dall’infanzia. E c’era quasi un piacere sensuale nel distacco dal mondo, ottenuto tramite la precisione di un gesto, l’abilità a nascondere uno sforzo. Tutto poteva essere dimenticato, anche quel marchio sulla faccia, e il fatto che la terra sotto ai suoi piedi fosse quella di un mondo che non era il suo. 

E non è mio neanche il domani...

Ran non era più tornato, e non si faceva più trovare da nessuna parte. Deyan non aveva voluto indagare, riteneva quel silenzio una risposta sufficiente. E in un certo senso lo consolava: era meglio così, non era stato giusto proporgli di battersi come campione in una sfida che non aveva cercato. 

Combatterò io per il tuo sogno, Ran. Come tu hai combattuto per il mio. 

Il braccio slogato era quasi andato a posto, ma lo mise alla prova con una serie di esercizi di durezza crescente. E alla fine tentò una serie di balzi acrobatici, ma il gomito gli cedette e cadde a terra in malo modo. Saal, l’unico autorizzato essere presente, trasalì e fece per avanzare; ma si trattenne. Però dalla grata in alto si udirono singulti di spavento, e sussurri.

Deyan si alzò da terra, gettando un’occhiata irosa alla finestra. 

“Avevo detto alle schiave di non spiarmi.”

Saal sospirò. Da qualche tempo il padrone preferiva dormire da solo, e alle sue schiave non era rimasto che guardarlo dalla finestra mentre si esercitava. Solo che lo spettacolo le eccitava e le rendeva nervose, e Ibal aveva il suo bel daffare per mantenere l’ordine nella shanda.

“Vogliono tutte diventare la sua Prima tra le Prime,” si lamentava l’eunuco. “Ma il padrone non ne ha mai scelta una e non sembra intenzionato a farlo. Ormai sono giorni interi che nessuna di loro giace con lui, e questo non è bene: le ragazze diventano indisciplinate, disubbidienti, litigano tra di loro, si accoppiano anche tra di loro, mi tocca tenere sottochiave gli strumenti del piacere...” 

Saal non poteva che compiangere il povero Ibal, e congratularsi per la sua fortuna di non aver a che fare con quelle stupide femmine.

“Questo servo le farà punire, padrone.”

Ma Deyan già sembrava non ascoltarlo più. Il distacco della sua Dea riempiva di nuovo i suoi occhi, in una sorta di trance. 

Saal contemplò assorto la grazia dei suoi esercizi, e ripensò al proprio destino: assegnato come maggiordomo a quel principe fin dalla sua nascita, secondo la tradizione della sua famiglia da sempre legata al servizio della casa reale. Aveva sperato che fosse un compito tranquillo e prestigioso: i suoi colleghi gli raccontavano solo storie di feste e divertimenti sfrenati, l’occupazione principale di gran parte della classe nobile di Kelitha. Ma non era stato così con Deyan: per educazione e indole la sua vita era stata molto diversa, e sicuramente più impegnativa; e Saal si era adattato a vivere in quel mondo enucleato dal mondo, solenne e antico, fatto di equilibri e misura, silenzi e grazia, prove difficili e misteri. Ne era stato nobilitato, in un età che diventava sempre più volgare, e questo l’aveva riempito di segreto orgoglio. Aveva finito per affezionarsi profondamente a quel padrone così difficile: un cuore chiuso come un giardino segreto, ma altrettanto rigoglioso. E quando l’aveva perduto aveva pianto tutte le lacrime che avesse, come se gli avessero ucciso un figlio. 

Gli era toccato il compito crudele di sovrintendere allo smantellamento di tutto il suo quartiere, come se fosse morto senza una tomba. Il suo nome cancellato da ogni iscrizione. Ogni suo bene confiscato o distrutto. Servi e schiave regalati a quel crudele arrivista di Gamosh: e anche Saal stesso era diventato parte di quell’odiosa eredità. 

Ma poi Deyan era tornato dall’oblio in cui l’avevano cacciato; Saal ricordava ancora la sua emozione a rivederselo davanti travestito da Prima tra le Prime, nella beffa clamorosa consumata ai danni del fratello. L’aveva aiutato di tutto cuore a compiere quell’impresa, e poi gli si era buttato ai piedi chiedendogli di ridare uno scopo alla sua vita. E Deyan aveva acconsentito. 

Ora Saal era il più sereno tra gli uomini in cielo e in terra: aveva ancora il suo posto nella vita. E se il suo padrone avesse perduto quel fatidico duello per il quale si preparava, aveva già sistemato i propri affari: una fiala di veleno, e l’avrebbe seguito anche nell’aldilà senza rimpianti. Con eleganza, misura e silenzio, come era stata la sua intera vita, così come stabilito dagli dèi. 

Guarda, Mastro Ran: così ci si comporta con un vero principe, da persone civili.

I movimenti di Deyan si interruppero bruscamente: una grande figura azzurra era uscita nel cortile. Saal vide con scandalo che si trattava di Pushpa, senza veste, e solo con un paio di brache di pelle macchiate addosso. 

Come osa presentarsi al mio padrone in questo modo?!

Ma il venerabile t’yr non era in vena di formalità: si passò una mano sporca di liquido gelatinoso sulla fronte e mormorò con aria stanca:

“Deyan-shir... è fatta. È fuori, e respira.”

 







 

 

 

“Poca luce, e niente rumori forti,” raccomandò Pushpa, avvicinandosi alla stanza sotterranea da cui usciva un fortissimo odore di aceto. “Ho coperto i suoi occhi, ad ogni modo. Abbiamo a che fare con un corpo che è rimasto al buio e immobile per più di mille cicli di soli, è debolissimo. Ci vorrà qualche tempo perché i muscoli riprendano tono, ma tutto sembra funzionare bene.”

“Come ha fatto a respirare?”

“Non ha respirato. Quel liquido magico era nei polmoni, in tutti i suoi organi, finché il feretro non ha fatto in modo che il suo corpo lo espellesse. Ha cominciato a... uscire da ogni orifizio: non è stato un bello spettacolo. Temevo che soffocasse e quindi... l’ho tirato fuori.”

“Da solo?”

“Questo vecchio t’yr è pur sempre un sayanni.” 

In effetti l’età e l’attività intellettuale non toglievano nulla alla prestanza fisica di Pushpa, normalmente celata dalla sua lunga veste. Deyan vide abbandonato a terra quell’indumento, completamente inzuppato da quel liquido gelatinoso: e capì perché Pushpa se l’era tolto.  

Il t’yr accese una lucerna smorzata e aprì la porta, con cautela.

La prima cosa che Deyan vide fu il feretro: era di nuovo chiuso, e ogni luce era spenta. Ci si avvicinò, toccandolo con la mano: ma stavolta non sentì più nulla da esso. 

“Si è richiuso da solo,” mormorò Pushpa. “In qualche modo, ha sentito di aver concluso la sua missione.”

Di fianco ad esso, in mezzo a una pozza di quel liquido misterioso, giaceva una figura scintillante.

Si avvicinarono, e il cerchio di luce della lampada illuminò un guerriero antico, dall’aspetto nobile, con le spalle coperte da quello che era stato evidentemente un mantello di piume, e che ora era intriso e appiccicoso. Il corpo era rivestito da un’incredibile armatura fatta di centinaia di minuscole tessere quadrate, di metallo brillante, ogni pezzo finemente cesellato con simboli misteriosi. Le mani guantate erano incrociate strettamente sul petto, una stretta sul manico di un pugnale e l’altra sull’elsa di una splendida spada corta, a doppio filo. L’armatura scendeva in gambali che si univano a calzari intrecciati dalla punta sollevata. La testa del guerriero era coperta da un elmo simile all’armatura, fatto a tessere quadrate, da cui fuoriuscivano trecce nere di capelli bagnati; un panno era stato posato sulla parte superiore del volto azzurro smunto e senza barba, e solo la bocca dagli angoli feriti era semiaperta.

E respirava. 

“Naysiak degli Huanai,” mormorò Pushpa, con stanco orgoglio.

Deyan si inginocchiò al suo fianco, stupefatto.

Un principe tra la sua razza, come io lo sono tra la mia.

C’era una solenne dignità in quel corpo luccicante, una maestà che Deyan non aveva mai immaginato di percepire in un sayanni. Non era un gigante, ma emanava lo stesso un’aura di potenza. Era qualcosa di remoto, un essere proveniente da un tempo che non esisteva più, una civiltà più giovane. E non per questo più barbarica di quella attuale: quell’armatura era di una bellezza da strappare il fiato. Forse Sayanna aveva smarrito qualcosa, nei più di mille cicli che erano trascorsi dalla nascita di quel suo misterioso guerriero.

“Ora serve il mio addestramento alla medicina,” sussurrò il t’yr. “Ti chiedo un’altra stanza dove occuparmi del mio fardello: questa dove è avvenuta la... seconda nascita è da ripulire. Mi occorre un luogo caldo ed estremamente tranquillo, olii essenziali, erbe toniche, e secondo le istruzioni mi serve del cibo particolare, specialmente del miele.”

“Da' la lista di tutto quel che ti serve a Saal.” 

“Gli dèi solo sanno come ci si deve sentire, dopo una reclusione cosciente di più di un millennio. Un essere ordinario sarebbe impazzito, ma uno Xarani... potrebbe avere risorse precluse a chiunque altro. Il mantello di piume è azzurro e questo indica poteri sciamanici: il contatto con il mondo magico che secondo la nostra cultura è parallelo al nostro. Forse in passato quest’educazione era molto più importante di adesso, perché nella simbologia attuale dei Guerrieri della Cometa c’è solo l’aspetto marziale. Kamoh e Lilia mi aiutino! Spero così tanto che possa parlare... raccontarmi gli eventi di quei tempi antichi!”

“Potrà anche combattere?”

“Se ti riconoscerà come suo Seriema, sì. E sarà formidabile. Dice una cronaca che una volta una flotta delle vostre navi attaccò la nostra Città Rossa, sulla costa occidentale. I kelith provarono a invaderla, ma trovarono ad attenderli tre Guerrieri della Cometa, mandati lì dalle Divinità.” Una pausa. “Nessun kelith sopravvisse per raccontarlo.”

Deyan guardò quella luccicante figura. 

“Fai presto a svegliarlo, allora. Forse il destino mi ha fatto trovare il mio campione.”

 

 

 

 

 

 

 

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Capitolo 9
*** Dove gli opposti si incontrano, e si scontrano. ***







 

Deyan aveva negoziato con i Marjaban per spingere il più avanti possibile la data del duello contro Saraji. Kurmaji, che ne aveva intuito i motivi, aveva acconsentito cedendo alla propria curiosità. Saraji si era infuriato, ma l’ultima parola spettava ai maghi... non gli era rimasto che accettare. 

Ran intanto era stato sulle cime di Sayanna, buttando via un po’ di denaro a nessun scopo: era tornato con una pelle fresca di tigre delle montagne, tre cicatrici nuove di zecca e la faccia cupa. Si era messo a tagliare il proprio vino con molta acqua, a sudare nei bagni di vapore a pagamento, ed esercitarsi tutti i giorni con la propria lancia. Era chiaro che si stava preparando a combattere, e a nome di chi era ovvio per tutta Luna di Fuoco: benché nelle bettole non gli dessero molte speranze contro il gigantesco Shartip, campione di Saraji: il disonorato sayanni che aveva giurato di vendicarsi su chiunque si interponesse tra lui e il kelith che l’aveva danneggiato in luoghi innominabili (rendendolo la favola di tutta la Comunità).

Ma toccava a Deyan decidere chi dovesse essere il suo eventuale campione. E aveva già deciso che non sarebbe mai stato Ran. 

Gliel’aveva detto il primo giorno in cui i due si erano finalmente parlati faccia a faccia. E gli era costato un pugno in faccia, che Ran gli aveva mollato per reazione, la prima e unica volta in cui il sayanni l’aveva picchiato da quando si conoscevano. Era stato un colpo duro da ricevere per un kelith, e specialmente per uno a cui la tortura non aveva mai tolto il senso della sacralità del proprio corpo. Ma Deyan si era reso conto del dolore di Ran dietro a quel gesto, e gli doveva troppo per non perdonarlo. 

Però la tensione si accumulava, e il predone bianco si sentiva sempre più come un uomo che cammina sulla lama di un rasoio. Ran l’aveva costretto per la prima volta a non pensare soltanto al proprio rischio, ma a quello di tutti coloro che dipendevano da lui. E anche per quel motivo aveva dato ordine a Ibal di trattare le schiave in modo che non potessero accidentalmente generargli dei figli: se fosse morto, quale sarebbe stato il destino dei suoi cadetti? 

Pushpa proseguiva alacremente nella sua opera. Nessuno osava entrare nella stanza in cui si occupava del guerriero del feretro, ma i servi raccontavano che era sempre occupato a portar ceste e a portar via catini. La quantità di cibo che spariva in quella stanza era diventata via via considerevole: era un segno inequivocabile che il guerriero si stava rifacendo di un oltre un millennio di digiuno. 

E un giorno il t’yr uscì da quella stanza per correre da Deyan, quasi travolgendo Saal che gli stava portando il pasto serale. 

“Ha parlato!” annunciò, con voce trasognata.

Deyan accolse la notizia con freddezza. 

“E sei in grado di capire le sue parole?”

“Sì!” Pushpa non stava nella pelle. “Usa una variante orientale di quella che adesso da noi è la Lingua Cerimoniale, che ormai si usa solo per le preghiere. Potrò riscrivere i miei dizionari!”

“Cos’ha detto?”

“Mi ha riconosciuto come t’yr, mi ha ringraziato per quel che ho fatto, mi ha chiesto dove si trovasse, e dove si trovassero le Divinità...”

“Crede di essere su Sayanna?”

“Vedendo me ogni giorno, è anche ovvio. Ho provato a spiegare come stanno veramente le cose, ma mi ha guardato come se fossi pazzo. E dal suo punto di vista, ammetto che potrei sembrarlo. Ricordi il tuo stupore quando scopristi che ti avevamo portato su Luna di Fuoco?”

Il kelith annuì, pensosamente. Non era una rivelazione facile da accettare.  

“Sa quanto tempo è passato da quando è stato messo nel feretro?”

“Non ho ancora avuto il coraggio di dirglielo,” mormorò Pushpa, imbarazzato. “Mi ha chiesto... chi è il nuovo imperatore.”

Deyan allibì. Non c’erano più stati imperatori dalle guerre dinastiche, che avevano diviso Kelitha nei suoi Dodici Principati. A quel sayanni mancava un intero pezzo della storia del mondo...

“Sei sicuro che la sua mente sia lucida?”

“Direi che lo è, anche se un po’ confusa.”

“E il suo corpo?”

“Se si escludono i problemi per quell’inconcepibile immobilità, minori però di quel che mi aspettavo, e quelli per l’espulsione di quel liquido magico, che è stata molto noiosa... è straordinariamente sano e forte, al punto che mi è difficile stabilire la sua età reale. Sembra giovane, ma chissà se lo è perché è stato rinchiuso in quella fase della vita, o è stato ringiovanito dalla magia di quel feretro.”

Bene, pensò Deyan. Anche giovane e forte!

“Mi ha chiamato padre,” aggiunse Pushpa, commosso. “Mi ha toccato, ma ha capito subito che non ero io il suo Seriema. Ha quasi pianto, perché prova gratitudine verso di me dopo tutti questi giorni insieme, e sperava che fossi io colui a cui avrebbe giurato fedeltà... ma non ha riconosciuto la mia anima.” 

“Sii grato alle tue Divinità di non essere tu questo suo Liberatore,” ribatté Deyan. 

Pushpa sentì la sua sordida ira. 

“Perché dici questo?”

“Se davvero sono io, come affermi... ne avrei volentieri fatto a meno. È stata una violenza dello spirito: notti intere trascorse a sognare orrori, a provare sentimenti e pensieri che non erano i miei... “ Un’occhiata allusiva alle pareti, dove alcuni preziosi arazzi erano scomparsi. “E ho finito quasi per rovinarmi, per colpa di questa ossessione.”

“Ma non è colpa di Naysiak, Deyan-shir: è stato il destino... o le profezie dei Tirri... o il caso a legare insieme i vostri destini; benché io al caso non creda proprio, con tutti questi prodigi avvenuti sotto ai miei scettici occhi.” Tentò di sorridere. “E guarda il lato positivo delle cose: quando Naysiak ti riconoscerà e pronuncerà il suo giuramento, sarai il signore di uno degli esseri più potenti di Sayanna...”

“Io sono già il signore di quel guerriero, Pushpa. Non dimenticare che mi appartiene: ho comprato quel feretro e ho pagato affinché fosse aperto. Legalmente ciò che contiene è mio, vivo o morto che sia: le leggi di Luna di Fuoco parlano chiaro.”

Pushpa lo guardò, inarcando le sopracciglia. 

“Non puoi considerare uno Xarani come uno schiavo...”

“Qualcuno ha considerato me come uno schiavo. Un principe kelith erede al trono. E nessuno ha trovato qualcosa da ridire.”

“Tranne un sayanni,” mormorò Pushpa.

Lo sguardo del kelith si indurì. “Uno. E la mia gratitudine non si estende oltre.” 

Pushpa rabbrividì a quel tono: certe ferite in Deyan non si cancellavano mai... come il marchio che aveva sul viso. 

Ma proprio per quello doveva comprendere l’ingiustizia di sottoporre un altro essere elevato a quell’umiliazione: se il problema era solo legale, lui aveva la soluzione. 

“Deyan-shir, ascoltami: se negoziassi il mio compenso in cambio di...”

“È già accreditato presso i Marjaban,” tagliò corto lui, alzandosi dal suo cuscino. “E adesso è tempo di vedere se quest’eroe può essermi utile oppure no: voglio proprio vedere cos’ho comprato col mio denaro, il mio tempo, il mio rischio e anche la mia anima. Vieni con me, Pushpa: mi farai da interprete.”

E fece per dirigersi verso la stanza del guerriero.

Pushpa lo rincorse. “Aspetta!... Occorre cautela!”

“Cautela per cosa?” 

“Prima di incontrarvi, sarebbe meglio che io spiegassi per bene...”

“Non ho niente da temere in casa mia!”

Andò a quella porta e la spalancò.

L’aria dentro era permeata da un sottile aroma di miele ed oli essenziali, su cui si sentiva un’ombra di odore muschiato, umano. La luce del sole giallo filtrava dalla finestra traforata, illuminando uno sfavillio dorato: l’armatura del guerriero, simile a un mosaico smontato, che era stata sciolta e disposta su un basso tavolino, tra una moltitudine di lacci. 

E accanto ad essa, seduta su una stuoia con le gambe raccolte sotto di sé, una figura avvolta nel mantello di piume, i neri capelli intrecciati sulla schiena, che fissava pensosamente la finestra. 

La figura trasalì a quell’intrusione, girò la testa per vedere i nuovi arrivati... e vide Deyan.

I suoi occhi scuri si spalancarono in un’espressione inorridita.

“T’shish kelith!”

Lasciò cadere il mantello, afferrò prontamente la propria spada dal tavolino, la sguainò e cercò di rimettersi in piedi. Ricadde sulla stuoia, ma con uno sforzo frenetico riuscì di nuovo ad alzarsi, e a spingersi con le spalle in un angolo della stanza. 

Rimase lì, sulle gambe ancora tremanti, con la spada puntata verso Deyan. E ringhiò una scarica di parole in quella lingua sconosciuta, di cui non era difficile intendere il tono: erano minacce...

Pushpa si slanciò immediatamente in avanti, interponendosi con urgenza e parlando al guerriero con tono ragionevole, come per calmarlo: ma questi rispose con parole affannate, incredule, scuotendo rabbiosamente la testa, ma senza mai staccare gli occhi sdegnati dall’albino come se avesse voluto ucciderlo con lo sguardo, prima ancora che con la spada.

E nemmeno Deyan riusciva a staccare gli occhi da quel corpo azzurro davanti a lui, trovandolo in qualche modo strano...

Quando capì in cosa consisteva la stranezza, quasi non poté credere ai propri occhi. 

“Ma... è una femmina!” esclamò, esterrefatto.

“Sì, certo, è una femmina,” fece Pushpa, distrattamente. “E allora?”

 

 

 






 

 

 

 

Il t’yr dovette dar fondo a tutte le proprie conoscenze della sua Lingua Cerimoniale per calmare quell’incredibile creatura: anche se barcollante e malferma, continuava ad avere quel ridicolo atteggiamento minaccioso, e non aveva abbassato d’un filo la spada. La sua voce era piena di veleno.

“Cosa sta dicendo?”

Pushpa era violaceo in faccia. “Sta... insultandoti in molti modi diversi.”

“Insultandomi? Con quel che ho fatto per lei?”

“Non lo sa ancora, crede di essere finita in una shanda. Ti sta sfidando ad avvicinarti: dice che è stata creata per distruggere i...” Esitò. “... i vermi bianchi come te.”

“Sfidato da una femmina!” mormorò Deyan, tetramente divertito. 

“Attento, Deyan-shir. Ti stai dimenticando che tra noi sayanni non ci sono le vostre distinzioni di genere? È la casta a determinare il nostro destino, non il nostro sesso. Al tuo posto io non volterei mai le spalle a una guerriera armata, e men che meno a una Xarani.”

La creatura ringhiò un’altra bordata di barbare parole.

“Dice che nella sua vita ha preso le piume di più di cinquanta guerrieri sayanni tra i migliori... vuol dire che li ha battuti in duello.”

“E quanti kelith?”

Pushpa tradusse, e la creatura rispose con disprezzo.

“Dice... che dei kelith non tiene il conto.”

Deyan smise il suo sorriso di sufficienza, e guardò quella creatura sconcertante che lo fissava spavaldamente, incurante della propria nudità come ogni buon sayanni vergine.

Una guerriera, questa?

Non era nemmeno grande e statuaria come le moderne donne sayanni, anche se era ben proporzionata, col bacino stretto e una struttura atletica e forte, che si rivelava nonostante lo scarso tono della muscolatura. Il seno era adolescenziale, triangolare con capezzoli violetti, e l’addome era piatto sopra un pube praticamente glabro. Le mani erano forti e dalle dita lunghe, e il corpo era costellato da numerose cicatrici chiare, tra cui spiccava il segno di denti ferini all’attaccatura di un seno. La faccia era tonda, con gli zigomi alti e gli occhi ovali, e dalle tempie alle guance era un intrico di fini tatuaggi: tutta la sua storia di casta e lignaggio era lì, ma mancavano i segni matrimoniali. 

Tutta questa fatica per una femmina che non va bene nemmeno per il letto della shanda!

La creatura parlò, con tono imperioso.

“Vuole sapere cosa ci facciano insieme un t’yr sayanni e un kelith bianco.” Pushpa si irrigidì. “Se non rispondo in maniera soddisfacente, ci ucciderà entrambi... cominciando da te.”

Lo sdegno kelith di Deyan superò il limite. “Come osa questa femmina minacciarmi?” sibilò, e si rivolse direttamente a lei, in tono imperioso: “Stupida barbara, metti giù quella spada...”

La creatura lanciò un urlo di guerra e balzò in avanti.

Deyan non si aspettava assolutamente un attacco da una donna: fu colto alla sprovvista, e senza nemmeno sapere come si trovò a essere scaraventato al suolo, con la sayanni furiosa a cavalcioni su di lui. In un istante si trovò la lama della sua spada premuta sulla gola, e la femmina scoprì i denti bianchissimi in un ringhio carico d’odio. 

“Tàin ne hulum, t’shish ne maa kikka...”

Dovevano essere altri insulti, gli ultimi prima che affondasse la spada. Deyan ne approfittò per estrarre di nascosto uno dei suoi dardi avvelenati...

“Hye, hye, hye!” esclamò Pushpa, precipitosamente. “Engaa m’hay Seriema!”

La donna esitò, con gli occhi sbarrati. 

“Seriema?...” mormorò, incredula. 

I suoi occhi selvaggi fissarono quelli del kelith, scesero sul sul volto. 

“T’shish... kaina ni?!”

E la sua mano si posò con decisione sulla cicatrice del marchio. Gli occhi di Deyan si dilatarono: era una delle cose che non si dovevano mai fare con lui... 

Reagì, incurante di quella spada alla gola, cercando di sottrarsi a quel contatto indiscreto; fece per affondare il dardo avvelenato, ma con un movimento fulmineo e quasi noncurante lei gli afferrò il polso e glielo sbattè sul pavimento; e con la stessa mano gli assestò un sonoro ceffone. 

“Jai de, shki kelith!”

Deyan restò raggelato. Uno schiaffo da una donna?!

Era stato un insulto talmente incredibile per un kelith, da lasciarlo paralizzato dalla sorpresa... lei ne approfittò per rimettergli le dita sul volto, sfiorando adesso quella cicatrice come se la riconoscesse.

“Kamoh u Lilia... kainakai... yerenì!”

E Deyan rabbrividì violentemente. 

Uno sconfinato deserto azzurro, più blu del cielo, con dune che si alzano e si abbassano velocemente, rombando... e bianchi uccelli che gridano nel vento. Sottili aghi freddi sul mio viso, l’aria satura di umidità, il sale sulle mie labbra...

La visione svanì, ma non il suo ricordo. Aveva riconosciuto l’oceano, quella cosa di cui aveva letto sui innumerevoli libri, ma che non aveva mai visto coi propri occhi di uomo del deserto. 

È lei che l’ha visto!

Girò la testa per guardarla negli occhi, riconoscendo quella terribile intimità di pensiero che aveva provato fin da quando aveva toccato per la prima volta quel sarcofago. Lei tremava, come se avesse visto a sua volta qualcosa di spaventoso.

“Seriema,” mormorò, con un filo di voce. “Seriema!... Hye, nahin ne!”

“Ya,” le disse Pushpa, in tono definitivo. “T’shish m’hay Seriema.”

La donna lo lasciò andare, strisciando via da lui. Restò in ginocchio sul pavimento, e cominciò a lamentarsi con voce piena di incredulità e disperazione. 

“Cosa dice?” chiese Deyan.

“Chiede alle divinità... perché le hanno fatto toccare proprio l’anima di uno spregevole kelith albino. Lei è una Figlia della Cometa, non può credere che un patto sacro possa dedicarla al peggiore dei nemici della sua razza. Dice che è un inganno demoniaco...”

La donna rizzò la testa, con il respiro stentato. E la sua spada si puntò di nuovo su Deyan.

“Hye!” tuonò Pushpa. 

E in tono imperioso le parlò, con un lungo discorso.

La donna ascoltò sempre più sconvolta, scosse la testa, disse qualche cosa in tono disperato e voltò la punta della spada contro di sé.

Pushpa si mise a urlare e indicò Deyan pronunciando più volte la parola Seriema... 

Le mani della donna tremarono, esitarono, e alla fine lasciarono cadere la spada. E lei restò così, annientata, ansimante, a fissare il vuoto con occhi da pazza.

“Che le hai detto?” chiese Deyan.

“La verità,” mormorò Pushpa, cupamente. “Che è stata chiusa nel Feretro più di mille cicli solari fa, e sepolta viva nella Montagna Sacra; che quel feretro è stato ritrovato, rubato e portato su Luna di Fuoco; e che gli déi dei Tirri hanno evidentemente stabilito che dovesse essere il suo opposto a liberarla... un kelith maschio di nobile stirpe.” Un sospiro. “Perché abbiano voluto questo incrocio non lo so; ma resta il fatto che, albino o no, tu sei inequivocabilmente il suo Seriema, e quindi la sua vita è tua: anche se lo vuole con tutto il suo cuore, lei non può uccidersi senza il tuo permesso. Se lo facesse, disonorerebbe il suo essere Xarani.”

“Mi accetta, dunque?”

Pushpa raccolse il mantello di piume e lo posò sulle spalle tremanti della donna, in un gesto di conforto.

“Dalle tempo, Deyan-shir. Quando anche lei capirà che non ha più alternative, pronuncerà il giuramento.”

 

 










 

 

Ci mise tre giorni e quattro notti ad arrendersi. 

La seconda notte scappò dalla casa di Deyan: ma non aveva nessun posto in cui andare. Luna di Fuoco era un abitato sperduto in mezzo a una desolazione senza vita, e Sayanna era un continente verde e bruno su una luna irraggiungibile nel cielo. Deyan temette che si perdesse nel nulla, ma Pushpa era tristemente tranquillo.

“Tornerà, Deyan-shir. È una sciamana, il suo istinto la riporterà infallibilmente qui da te. In quanto alle sue capacità di sopravvivenza, è una Xarani... praticamente impossibile da uccidere, se lei non vuole lasciarsi morire. E lo vorrebbe disperatamente, per reincarnarsi in una vita più fortunata; ma non mancherà al suo senso dell’onore.”

“E allora perché è fuggita?”

“Forse per piangere il suo destino. Ha perso tutto: più di mille cicli di soli trascorsi significano che è adesso è sola, senza più famiglia, senza più amici, tutti coloro che conosceva e amava polvere di polvere. Ha perso anche la sua patria, trovandosi esule su questa luna, e se tornasse su Sayanna... non troverebbe più nemmeno la sua città natale e la sua tribù.” Un sospiro. “Gli Huanai erano una delle etnie minori che abitavano il continente di Sayanna. Vivevano sulla costa orientale, vicino all’equatore. Statura modesta, pelle solare, occhi grandi, grande coraggio e amore per l’arte: erano gente felice, e la loro città era stupenda. Ma proprio per questo attirarono l’attenzione dei kelith, che saccheggiarono più volte il loro paese, deportando innumerevoli schiavi, e quel popolo finì per decadere: quel che ne resta ora si è mescolato con il Popolo degli Altipiani... la mia gente. Naysiak quindi è probabilmente l’ultima Huanai originale vivente.” 

Qualche tempo dopo Pushpa si recò al tempio delle Divinità Duali per il consueto servizio devozionale alle loro statue. E laggiù trovò Naysiak, accoccolata ai piedi delle due figure, che piangeva sconsolatamente. Era ancora nuda, esausta, assetata e affamata: lui le diede da mangiare e da bere, e poi le comprò qualcosa da mettersi addosso, anche se non era degno di lei. Naysiak lo ringraziò, e gli fece capire di essere pronta al suo giuramento.

C’era però un problema formale. La cerimonia si era sempre svolta in un tempio sayanni, e Deyan non poteva esservi ammesso. Pushpa cercò eroicamente di scordare che in realtà il kelith aveva commesso proprio questo sacrilegio per cercare il Codice d’Oro, ma non era certo il caso di reiterare il peccato anche su Luna di Fuoco. Si consultò con gli altri t’yr, che sbalordirono alla notizia che un Guerriero della Cometa venisse a far parte di quella famigerata Comunità. E ancor più si sbalordirono al racconto del come, e del fatto che uno Xarani si sarebbe votato a un esecrato straniero. In dubbio sulle facoltà mentali dell’eretico Pushpa, decisero diplomaticamente di svolgere la cerimonia fuori dal recinto sacro, senza toccare le statue delle Divinità, né portare altri simboli religiosi. Se Naysiak era davvero un Guerriero della Cometa, avrebbe santificato il luogo con la sua sola presenza. 

La notizia si sparse per tutta Luna di Fuoco, accolta con scetticismo. Le sayanni guerriere erano merce rara tra i predoni, dato che solitamente le donne erano molto più disciplinate degli uomini, e restavano nei ranghi della rigida società azzurra. E il sussurro che quella guerriera fosse addirittura una Xarani era incredibile, quanto era stato incredibile che un principe kelith diventasse un predone: sembrava davvero che nel mondo non rimanesse più nulla di impossibile.

Deyan rimase riservato durante tutti quei preparativi. Era stato alla Grande Casa, dove aveva negoziato la vendita del feretro vuoto, e formalizzato gli altri aspetti. E adesso aspettava sulla piazza, avvolto nel mantello, infastidito dal fatto che la cerimonia si dovesse svolgere alla presenza smagliante dei due soli, che si avviavano alla loro accecante congiunzione vicino allo zenit. 

Quando tutti furono al loro posto, Naysiak uscì dal tempio e fece il suo ingresso nello spiazzo. E i presenti emisero un mormorio di stupore.

Indossava la sua splendida armatura al completo, una corazza che in quella forma non si vedeva da più di un millennio: riluceva come una pioggia di gioielli sotto la luce spietata dei due soli. Ogni tessera di quel mosaico di iscrizioni misteriose lampeggiava, mentre lei avanzava con passo misurato, le mani sulle proprie armi, il mantello di piume ravvivato e pulito sulle spalle che brillava di un azzurro cangiante, indicando il suo mistico legame col Mondo Magico. 

Deyan la guardò freddamente, percependo la soggezione che quella figura del passato incuteva nei presenti. L’armatura e il mantello di piume rendevano Naysiak una figura neutra, né maschio né femmina, solo il tramite di un potere arcaico e misterioso che i sayanni avevano imparato a rispettare sin dall’alba della loro civiltà. E nel momento che uno di loro vide il segno delle Quattro Stelle sul suo volto, la voce si sparse in un baleno, e al sussurro “Xarani, Xarani” molti si chinarono a toccare con una mano il suolo. Ne risultò una sorta di inchino collettivo e stupefatto, a cui resistettero a fatica solo i pochi scettici tra di loro, oltre naturalmente ai kelith che osservavano tutto con curiosità. 

Naysiak arrivò davanti a Deyan, si fermò e si tolse l’elmo, guardandolo dritto negli occhi.

Deyan si tolse a sua volta il cappuccio del mantello, restando a testa scoperta. 

I t’yr iniziarono uno dei loro inni, una monodia lenta e solenne. Naysiak si inginocchiò, posò l’elmo accanto a sé, si denudò la mano destra, e con un dito cominciò a tracciare un disegno sulla polvere della piazza. Era un’immagine geometrica, quasi cruda e un po’ infantile di un uomo e di una donna, che si tenevano per mano. Poi alzò gli occhi ai due soli e gridò un’invocazione nella sua lingua misteriosa: e la sua voce femminile vibrò per tutto lo spiazzo. 

Pushpa e tutti i t’yr alzarono le braccia verso il cielo, mormorando: “Kamoh, Lilia.”

Naysiak posò solennemente entrambe le mani al centro delle figure che aveva tracciato. Guardò Deyan, ebbe un’espressione di dolore, ma si costrinse a proseguire nel rito. E la sua voce fu ferma e decisa. 

“Sayan-ne Huanai-ne Naysiak kai Xarani’nin nainai Kamoh Lilia yerenì m’hay Seriema Deyanshir-kin an’kanai Kelitha...”

La lingua cerimoniale sayanni suonava cantilenante, musicale. 

“Ti sta riconoscendo davanti alle Divinità come suo Liberatore,” tradusse Pushpa, al fianco di Deyan. “E sta pronunciando il giuramento sacro: D’ora in poi la mia vita e la mia morte ti appartengono, Deyan-shir della casta imperiale di Kelitha. Ti seguirò ovunque andrai. Proteggerò il tuo cammino, il tuo onore, la tua casa, il tuo cuore, i tuoi figli; fronteggerò i tuoi nemici, li ucciderò in tuo nome e obbedirò a ogni tuo ordine secondo il sacro codice dei Figli della Cometa. Ti sarò fedele come lo sono ai miei déi, fino all’ultimo dei miei giorni sotto ai due soli.”

Lei tacque, ritirò le mani dalle due figure tracciate a terra, si raddrizzò e restò in ginocchio, in attesa.

Pushpa gettò uno sguardo a Deyan. “Mettile una mano sul capo. Sarà il tuo gesto di accettazione, che la vincolerà per sempre a te.”

Deyan avanzò e lo fece, posando la mano su quel complicato nodo di trecce legate insieme. Naysiak trasalì visibilmente al suo tocco, ma non si ritrasse.

“Seriema,” mormorò, con gli occhi bassi.

Deyan la lasciò e fece un passo indietro.

“Dunque la cerimonia è finita?” chiese a Pushpa.

“Sì. Si è impegnata davanti agli dèi. Il suo spirito ti appartiene.”

“Non solo lo spirito.” La guardò, con freddezza. “Naysiak, ti ordino di toglierti quel mantello.”

Pushpa restò stupito. Gettò un’occhiata sconcertata a Deyan, poi alla donna che lo guardava, avendo sentito il suo nome e aspettando la traduzione. 

Si decise e la pronunciò. Naysiak non esitò un solo istante: si slacciò il mantello e se lo tolse dalle spalle, disponendolo accanto a sé. 

“Bene. Adesso dille che voglio che si tolga anche tutto il resto.”

“Deyan-shir...”

“Traduci!”

Pushpa lo fece, con uno sforzo. E Naysiak impallidì vistosamente sotto la luce cruda dei due soli. Ma cominciò ugualmente a sciogliere i lacci dell’armatura...

“Perché, Deyan-shir?” mormorò Pushpa, a voce bassa.

“Metto in chiaro ciò che è mio, e metto alla prova la sua obbedienza.”

Lei slacciò il pettorale, disponendolo accanto il mantello. Sotto l’armatura non portava nulla, secondo la tradizione sayanni: e i kelith presenti si misero a mormorare alla vista del suo seno nudo, scarso per i loro gusti ma pur sempre femminile. Lei percepì quell’attenzione troppo fisica su di sé e si irrigidì visibilmente, offesa da quegli sguardi, ma non potendo evitarli. 

Pushpa notò il lievissimo sorriso di Deyan, e non gli piacque.

“Ricorda che possiedi la sua vita e la sua morte,” gli disse in tono ammonitore. “Non il suo onore. È una vergine, e tu devi rispettare la sua illibatezza. Se non lo farai, romperai il patto con lei e le Divinità. E lei sarà moralmente autorizzata a ucciderti, anzi: sarà suo dovere ucciderti.”

“E morirà.”

“Pensi che questo la spaventi?”

“No. So che non ha timore della morte.” Il suo sorriso divenne remoto. “E nemmeno io.”

Naysiak intanto aveva disposto a terra tutta la sua armatura, restando nuda se non per il perizoma che i guerrieri indossavano per proteggere la Membrana. L’interesse erotico dei kelith si era trasformato in fastidio, perché lei non mostrava abbastanza vergogna, e loro non gradivano l’ostentazione sayanni del corpo: su Luna di Fuoco era una delle cause per cui le comunità vivevano separate, e i sayanni che si mischiavano ai kelith adottavano costumi meno disinvolti. 

Deyan fece un cenno, e alcuni suoi servi si affrettarono a raccogliere il mantello, l’armatura e tutto il resto, portandoli via. Naysiak li seguì con lo sguardo, senza capire. 

“Pushpa, dille che quei segni esteriori della sua gloria non le appartengono più. Dovrà imparare a farne a meno.”

La donna ascoltò la traduzione, e i suoi occhi si spalancarono, costernati.

Mormorò qualcosa, con voce tremante.

“Dice che l’armatura sacra e il mantello da sciamana le furono dati dalle Divinità il giorno della sua consacrazione. È tutto quel che le rimane di quel felice periodo della sua vita, il ricordo più caro che le abbia, e chiede rispettosamente di...”

“No.” La voce controllata di Deyan fu come un colpo di spada. “Le restituirò le sue armi quando le serviranno. Il resto non è adatto a ciò che adesso è.” 

Fece un gesto, e un Giudice delle Contese gli portò un collare di metallo. 

I t’yr mormorarono, Pushpa impallidì spaventosamente. 

“No, Deyan-shir, no,” mormorò, con voce implorante. “Questo no, ti prego...”

Il volto del kelith restò perfettamente impassibile. 

“È un Guerriero della Cometa!” 

“Mi appartiene, quindi è una schiava.”

“Allora liberala, per amore di tutto ciò che è giusto e santo! Non ti costa niente, lei è comunque tua, ti ha appena giurato fedeltà, il suo vincolo è molto più forte di qualsiasi legge o catena umana...”

Deyan gettò il collare davanti a lei, con un gesto spietato.

“Le ordino di metterselo. Con le sue mani.”

Seguì un silenzio tremendo, carico di tensione. 

Naysiak guardò quel simbolo di sottomissione nella polvere, incredula. Non poteva non riconoscerlo: non era cambiato da millenni...  

Alzò uno sguardo disperato a Pushpa. 

“Kaina m’he?” chiese, con voce piena d’angoscia. 

Pushpa ebbe un tremito, distolse lo sguardo da lei. 

“Kaina m’he?!...”

Il t’yr si costrinse a rispondere, la sua voce uscì quasi strozzata. 

“Naysiak ne Deyanshir-ni kaina m’hay.”

Il respiro le divenne stentato, e il suo volto si fece quasi cinereo. 

“Hye,” mormorò. “Hye kaina... Xarani’nin... m’he.”

“Anika Deyanshir-kin shi, dema Xarani’nin shi kaina kanai.” Pushpa indicò il collare. “Seriema jakkai.”

I grandi occhi di Naysiak tremarono, si riempirono di lacrime, e un paio di esse riuscirono a traboccare; ma lei trattenne le altre, con uno sforzo sovrumano, e guardò Deyan con disperata dignità. 

“Ya, Seriema.”

Respirò a fondo per calmare il proprio tremito, e raccolse il collare. Se lo mise senza una parola di protesta, e sopportò che il Giudice delle Contese glielo chiudesse con un lucchetto.

Deyan la guardò, con un sorriso soddisfatto.

“Bene. Pushpa, dille che i suoi voti Xarani per un kelith non hanno alcun significato, e non ho alcuna considerazione dei suoi titoli mistici o guerrieri. Lei dovrà servirmi solamente perché è il suo dovere, e quel collare serve a ricordarglielo.”

La sayanni ascoltò, pallida e con la schiena eretta.

“Naysiak t’si kan Seriema nikka yanai.”

“Ti chiede rispettosamente il permesso di uccidersi.”

“Dovrà guadagnarselo.”

Deyan si fece consegnare la chiave del lucchetto dal Giudice delle Contese, e se ne andò verso la sua casa, senza voltarsi indietro. 

Nel silenzio costernato di tutti, Naysiak si alzò sulle gambe malferme e sporche di polvere, e si mise a seguirlo. 









 

 

 

 

 

Nella Città Sacra di Sayanna, i più puri ed elevati dei servi delle Divinità accudivano in silenzio e devozione i corpi di Kamoh e di Lilia. E a loro rispondeva come sempre il silenzio. 

Il silenzio era l’elemento più sacro intorno ai re divini. Non andava disturbato in alcun modo. Essi erano il perno centrale dell’immensa ruota della società di Sayanna, e altrettanto immoto. il movimento era opera di una serie di cerchi concentrici che si erano sviluppati attorno alla loro figura: sciamani, saggi, guerrieri, artigiani, contadini. Tutto in un mirabile ordine, che si perpetuava con confortante regolarità, a dimostrazione della sua giustezza cosmica. 

Kamoh e Lilia non parlavano mai, lo facevano i loro tramiti umani. I loro corpi si limitavano a essere, ad esistere, e a perpetuarsi nel tempo in quella maniera sovrumana che era un articolo di fede per ogni sayanni: una infinita catena di mistici incesti. Mai coetanei, il giovane Kamoh avrebbe generato la nuova Lilia nella vecchia compagna, che sarebbe morta dandola alla luce; cresciuta, la nuova Lilia avrebbe giaciuto con il moribondo Kamoh per generare il giovane, attendendo la sua maturazione per ricominciare il ciclo. Questo prodigio era prova sicura della loro divinità: e tutti i sayanni si prosternavano ammutoliti dinanzi al Mistero.

Ma per il resto l’esistenza dei re divini era paragonabile a quella di due splendide statue, occupate nei loro pensieri inimmaginabili, e a benedire invisibilmente il loro grande popolo mandando loro la luce dei due soli, principio maschile e femminile del cosmo. 

Fu dunque con grande sgomento che i più santi tra i devoti scoprirono che Kamoh si era mosso prima del tempo stabilito. E Lilia, le mani sul ventre sporgente della sua divina e fatale gravidanza, aveva gli occhi sbarrati e la bocca aperta in un grido senza voce. 

Qualcosa aveva turbato l’equilibrio tra il mondo degli uomini e quello degli dèi.

 






*







 

 

 

Saal poteva trovare la sua serenità anche lontano dallo splendido palazzo di Shana, su una luna straniera su cui era arrivato incosciente tramite una terribile magia, in mezzo a predoni e canaglie della peggior specie e una quantità di creature intellettualmente inferiori e grossolane; poteva adattarsi a vivere in una casa che su Shana sarebbe stata indegna di un mercante di bassa lega, con una sola fonte d’acqua e polvere che si insinuava dappertutto, e neanche un giardino degno di questo nome; poteva vedere il suo principesco padrone frammischiarsi con individui sconcertanti e compiere atti indegni di un nobile della sua stirpe, vestirsi da uomo comune e camminare con le sue gambe anziché andare in portantina, e non aver nemmeno un cuoco che sapesse combinare decentemente le famose cento salse della cucina Shanì...

Ma una selvaggia femmina sayanni in casa era veramente troppo!

Naysiak aveva portato lo scompiglio nella perfetta magione di Deyan, con la sua sola esistenza. Ci era arrivata come una schiava, cosa normalissima dato che in una casa nobiliare kelith non esistevano donne libere. Ma non si poteva rinchiuderla nella shanda come le altre, perché non era adatta al letto: vergine e decisa a restarlo, e tra l’altro brutta per i canoni kelith: niente burrosa delicatezza, troppo alta, forme sbagliate. Ibal, a vederla, era rimasto inorridito dal suo aspetto barbarico e aveva escluso nella maniera più categorica che il suo padrone, che pure non era limitato in niente nei suoi capricci erotici, avrebbe mai toccato anche solo con un dito un simile animale. 

E così Naysiak era stata trattata: da bestia senz’anima. Una specie di esotica creatura che il padrone aveva liberato per capriccio, incerto su cosa farne, e che la servitù doveva sopportare perché era suo dovere. Non importava a nessuno che quella creatura fosse stata grande nel suo paese, che fosse nata quando della stirpe di molti di loro non c’era neanche l’ombra, che i re di Sayanna l’avessero avuta come guardia del loro santo corpo. Per i kelith non era altro che un animale.

Però era almeno un animale pulito. Usava la latrina senza bisogno che le insegnassero come, si lavava e pettinava ogni giorno e si purificava prima di mangiare. Pregava, prima di farlo, raccogliendosi a occhi chiusi; e poi pasteggiava con calma, e con un appetito che Saal non aveva mai visto prima in una femmina. Era regolare che Naysiak osasse corrergli dietro per tendergli la ciotola vuota dicendo “Nainè.” 

Quell’animale parlava, infatti. Voleva imparare la lingua di quel luogo, e chiedeva incessantemente a chiunque come si chiamasse questo e quello. Era insistente, imperiosa e assolutamente sfacciata nel rivolgere la parola agli uomini, che la sfuggivano imbarazzati, perché solo Ibal era autorizzato per la sua natura a trattare con le donne di casa. E parlava molto col sayanni con la veste lunga, che veniva a interrogarla: si mettevano nel cortile, sotto i due soli, a bisbigliare per ore in quella lingua incomprensibile, lei avvolta nei due stracci laceri che le erano stati concessi solo per rispettare la decenza kelith.  

Deyan aveva infatti ordinato a Naysiak di restituire tutti i doni ricevuti, e di non accettarne più alcuno, e lei aveva obbedito ridando a Pushpa i vestiti che le aveva regalato, e ai t’yr le morbide pelli che che le avevano offerto, ancora sconvolti da come era stata spogliata e degradata in pubblico. Solo che non le rimaneva più niente, e Saal si era opposto all’idea di far andare in giro una femmina nuda in una casa di persone civili. Deyan aveva ordinato di non far nulla che potesse inorgoglirla, ma anzi di farla vivere il più duramente possibile, e Saal approvava: era nella logica di disciplinare quella creatura selvatica. 

Isolata e umiliata in quella casa di nemici che la disprezzavano, e non le permettevano neanche di trovare riparo nelle loro stanze chiuse, Naysiak cercava la compagnia della terra, del cielo e del vento. Sembrava che potesse parlare anche con loro, e che volesse fare amicizia con la dura scorza di Luna di Fuoco. Nella notte, in cortile, la sentivano canticchiare delle nenie sommesse e antiche, e Deyan era tormentato da sogni di rimpianto che gli straziavano l’anima. Al mattino trovava la sua barbara infreddolita, pronta a fargli sempre la stessa richiesta. 

“Naysiak t’si kan Seriema nikka yanai.”

“No! Non puoi ancora morire.”

E lei sospirava, chinando la testa.

Ovunque andasse Deyan, lei lo seguiva: con squisito mestiere, silenziosa come un gatto, a distanza sufficiente per non disturbare; ma non era mai troppo lontana da lui. Deyan non le aveva ancora restituito le sue armi, ma lei svolgeva comunque il proprio compito di guardia del corpo; Pushpa, che spesso lo accompagnava, gli spiegava che Naysiak sperava di morire per difenderlo: per uno Xarani sarebbe stata una fine onorevole, alternativa al suicidio rituale. 

Stando così le cose, era stato inevitabile che la Squadra Sacrilega facesse conoscenza con quel nuovo, sconcertante membro. Quando Deyan era andato alla casa di Kor lei gli era andata dietro, e tutti i sayanni l’avevano guardata con timoroso rispetto, Nemel e Chat facendo anche il gesto rituale di toccare il suolo. 

Ma Ran l’aveva guardata in cagnesco, senza nessuna soggezione. 

“E questa sarebbe il grande Guerriero della Cometa?”

Le si era avvicinato, squadrandola dall’alto al basso, cosa che gli veniva facile visto che era alto almeno una testa e mezza più di lei. La donna si era limitata a fiutarlo, con espressione assorta. Poi aveva mormorato qualcosa.

Pushpa aveva tradotto: “Dice che c’è l’odore del suo Liberatore su di te, uomo delle montagne, e ti ha marcato come amico. Per cui avrà misericordia e ti perdonerà le tue cattive maniere.”

“Odore?” aveva esclamato lui. “È forse un cane?” Aveva riso. “O più probabilmente un pescecane, dato che con quella faccia verdazzurra non può che essere dell’infimo Popolo della Costa.” Le era girato intorno, come per osservarla da tutti i lati. “Niente di buono, dai deboli mangiaconchiglie che si sono fatti saccheggiare dai kelith!”

“Ran,” era intervenuto Pushpa. “Lei viene dal remoto passato, quando il Popolo della Costa era ancora grande...”

“Oh lo vedo. È antiquata. Guardate quant’è bassa! Sembra un kelith con la pelle del colore sbagliato. Qualsiasi guerriera di adesso la userebbe come sgabello... volete farmi credere che le Divinità si sarebbero tenute accanto questa nanerottola smunta? Mi sa che vi hanno ingannato, amici miei: il segno dei Quattro può tatuarlo anche un ubriaco.” 

“Naysiak Xarani-nin m’hay. Kikka sh’te?”

Pushpa aveva tradotto: “Io sono una Xarani. E tu cosa sei?” Una pausa. “Ha detto cosa, non chi.”

Deyan aveva sorriso appena: la sua barbara era tutt’altro che remissiva. 

Ran aveva fatto una smorfia. “Sono quello che la sgonfierà un po’ dalle sue arie. Deyan-shir, che ne dici se la tua Xarani e io vediamo chi è il miglior guerriero?”

Il kelith aveva guardato Ran, sorpreso dalla sua formidabile ostilità verso la donna: evidentemente c’erano motivi che gli sfuggivano, forse l’atavico spirito di insubordinazione all’autorità del suo amico, forse quella specie di gelosia tutta sayanni che provava per lui. Desiderava la sua occasione di umiliare quella femmina, e perché non concedergliela? 

“Pushpa,” aveva detto, rivolgendosi al t’yr. “Dì a Naysiak di battersi con Ran.”

Lei aveva annuito, senza esitazione. Aveva guardato brevemente Ran, poi si era spogliata. E Ran aveva fatto lo stesso. 

“Le regole del duello valgono anche tra sessi diversi?” aveva chiesto Deyan, allibito da quello spettacolo inconcepibile per dei kelith.

“Naturalmente sì,” aveva replicato Pushpa, stupito dal suo stupore. “Cambierebbero solo se fossero di casta diversa, ma sono ambedue guerrieri. Si batteranno nel corpo a corpo, senza armi. Terranno solo quanto basta per proteggere la membrana da incidenti.” Pushpa aveva scosso la testa. “Temo che Ran abbia esagerato, stavolta. Un t’yr non scommette, ma se potesse...”

“Su chi lo faresti?”

“Un Guerriero della Cometa contro un disertore?” Un vago sorriso. “Ran mette in dubbio che Naysiak sia una Xarani autentica, ma io non credo che quell’armatura, e quel feretro, siano stati dati a una millantatrice. Il nostro amico sta per fare una figuraccia.”

Deyan ne dubitava. Naysiak non aveva l’aria di essere fermissima sulle gambe, e rispetto a Ran era decisamente più piccola e magra, specialmente da svestita. 

Ma guardava il suo enorme avversario con una sufficienza che sembrava quasi comica. 

Ran si era messo in guardia... e aveva scaricato un paio di pugni spaventosi su di lei. Naysiak era caduta a terra, con un grido strozzato.

Deyan si era limitato ad alzare le sopracciglia: non aveva mai visto quanto fosse egualitaria, la casta guerriera dei sayanni. Ran aveva adoperato appieno tutta la sua violenza, senza trattenersi: e c’era quasi un sorrisetto di trionfo mentre si massaggiava la mano. 

“Tutto qui, Xarani?”

La donna si era rizzata sulle braccia, scuotendosi le trecce dalla faccia. Si era rialzata, asciugandosi il sangue che le usciva dal sopracciglio, e sbottando qualcosa. 

“Impreca al suo corpo che ancora non va come dovrebbe andare,” aveva tradotto Pushpa.

Ran aveva atteso che lei si rimettesse in piedi, per mollarle un calcio violentissimo all’addome: Deyan aveva visto il movimento di difesa della donna, ma troppo lento; e Naysiak era finita di nuovo per terra, piegata in due dal dolore. 

Appena aveva ripreso fiato, aveva lanciato una sorta di urlo frustrato che non aveva bisogno di traduzioni. Ma non ce l’aveva con Ran: non lo guardava nemmeno. Barcollando, si era rimessa in piedi, tentando di respirare a fondo.

Ran le aveva mollato un altro pugno, stavolta sul mento. Rigettandola di nuovo al suolo.

“Non in faccia,” aveva mormorato Aydie, sconvolto dal veder picchiar così una donna in pubblico.

Ran l’aveva guardato, senza capire. “Come, non in faccia? Pensavo di romperle quel buffo naso che ha, se si rimetteva in piedi.” Aveva fissato la guerriera che ansimava, a terra. “Ammesso che ci riesca. Xarani! Puah... Questa come guerriera non vale niente!”

Naysiak aveva alzato la testa, l’aveva guardato... ed aveva emesso una sorta di ruggito. Un suono incredibile, che non sembrava nemmeno umano, ma l’urlo di una belva mitologica...

Ran si era irrigidito all’istante, con un’espressione di terrore in faccia. 

Naysiak non aveva perso tempo: aveva fatto leva su un braccio, e con uno scatto delle gambe unite aveva affondato entrambi i piedi nel suo stomaco. Ran era barcollato all’indietro, semisoffocato. Con lo stesso balzo la donna si era rimessa in piedi, gli era saltata a gambe aperte intorno al collo, glielo aveva stretto tra le cosce muscolose e con le mani gli aveva afferrato i padiglioni delle orecchie, tirandoglieli. Ran aveva mandato un urlo di dolore.

La donna aveva guardato Deyan, dicendo qualcosa.

“Dice che avrebbe potuto rompergli entrambi i timpani,” aveva tradotto Pushpa. “Non l’ha fatto, non sapendo se volevi o no che questo stupido guerriero restasse sordo.”

“Maledetta strega!...” aveva ruggito Ran, raddrizzandosi. 

Ma Naysiak gli era rimasta saldamente sulle spalle, incrociando i piedi per incastrarlo nella sua morsa. E con una mano gli aveva afferrato il naso per le narici, tirandolo verso l’alto. La testa di Ran aveva seguito quella trazione all’indietro, e lui aveva perso l’equilibrio. Era caduto di schiena, con Naysiak attaccata... e non si era mosso più. 

Deyan era trasalito. “Ran!”

Naysiak aveva visto la sua reazione allarmata, e aveva parlato con tono impersonale.

“Non temere,” aveva mormorato Pushpa, “non l’ha ucciso. Dice che in tua presenza sarai tu a dirle chi uccidere e chi no.”

E con quelle parole, lei si era disincastrata dal collo del sayanni con un movimento quasi languido. Aveva afferrato il suo avversario per le braccia inerti, l’aveva sollevato a sedere e gli aveva stampato un calcio ben mirato nella schiena. Ran aveva sbarrato gli occhi con un singulto animalesco, riprendendo a respirare. 

Di nuovo, la donna aveva parlato, con quella cadenza cantilenante.

“Dice che le serve ancora qualche tempo perché il suo corpo è ancora debole. Ma ti è grata per averle permesso di mettere alla prova le sue capacità, anche se contro un avversario modesto.”

Deyan, suo malgrado, era rimasto impressionato. “Cos’è stato, quell’urlo che ha fatto prima?”

Naysiak aveva fatto un sorrisetto, asciugandosi il sangue dalla faccia tumefatta.

“Xaran’taja.”

“Cosa Xarani,” aveva tradotto Pushpa. 

Ran era rimasto incredulo, senza fiato. Si era guardato intorno, con la faccia violacea dall’imbarazzo. Aveva scorto la guerriera che era andata a rivestirsi, senza sprecare un’occhiata all’uomo che aveva sconfitto. Le aveva ruggito un epiteto che Deyan non aveva mai sentito, ma che aveva fatto strabuzzare gli occhi a Pushpa: lei l’aveva guardato a malapena, aveva alzato una spalla e aveva mormorato qualcosa.

“Che ha detto quella strega?!”

“Che... quel che conta per un guerriero è vincere, non picchiare.”

“È stata sleale! Mi ha battuto con un trucco!”

“Ti ha battuto in un duello ad armi pari,” gli aveva detto Nemel, severamente. “Pensavi davvero di vincere contro un Guerriero della Cometa?”

Deyan aveva fissato quella femmina sconcertante, cominciando a credere alle sue capacità.

“Pushpa, per favore, chiedi a Naysiak quali armi sa usare.”

Lei aveva cominciato una lunga cantilena di parole, tra cui molte che Pushpa non conosceva: vedendolo perplesso, si era chinata al suolo e col dito aveva cominciato a disegnare nella polvere le armi che descriveva; e anche gli altri sayanni avevano allungato il collo cominciando a discutere, riconoscendone qualcuna. Lei ascoltava, ripeteva il nome antico e faceva il gesto di impugnare l’oggetto, e tutti annuivano. 

Pushpa aveva guardato Deyan. “Non riesco a starle dietro, accontentati di sapere che si intende di tante armi.”

“E sa combattere contro più di un avversario?”

Lei aveva ascoltato la traduzione, si era rizzata con un sorrisetto di compatimento. 

“Può insegnare le sue tecniche?”

Aveva scosso la testa, e aveva parlato con voce recisa.

“Dice che tutti qui sono troppo adulti, e tu... tu non puoi impararle perché sei kelith.”

A Deyan il tono di quella frase non era piaciuto. Aveva pensato che era il caso di impartirle una lezione sulle potenzialità della sua razza...

Aveva fatto un lieve movimento delle spalle verso destra, come se volesse girarsi, e nello stesso tempo il suo braccio sinistro era scattato verso Naysiak.

Lei aveva sbarrato gli occhi e istantaneamente si era spostata, ma non era riuscita a evitare il dardo che lui le aveva lanciato. Le era affondato nella spalla. Lei aveva emesso un gemito, afferrandolo con la mano opposta, e se l’era strappato dalla carne. L’aveva fissato, col respiro affannoso, ed aveva avuto un’espressione di rabbia...

Poi, di colpo, le gambe le erano cedute di sotto. Ed era caduta in ginocchio, stupefatta. 

“Ci sono cose che noi kelith facciamo meglio di voi sayanni,” aveva detto Deyan, con un sorrisetto tagliente. “E adesso vediamo come te la cavi con i nostri narcotici.”

Lei sembrava averlo compreso, senza bisogno della traduzione di Pushpa. L’aveva fissato, con un lampo di odio negli occhi. Poi li aveva socchiusi, facendo per afflosciarsi...

 

 

 





 

 

 

Deyan aveva sentito lontanamente una risata, che diventava sempre più nitida e forte. Sembrava una serie di tuoni in una gola di montagna. Non conosceva che una persona, in grado di ridere così. 

Ran.

Aveva aperto gli occhi e si era ritrovato a terra, a fissare il cielo bianco. Poi, tra lui e il cielo si era interposta quella tonda faccia azzurra. 

“Seriema?”

Aveva sentito il sangue defluirgli dalla faccia. Era stato battuto anche lui?! 

Ran rideva a crepapelle. “Adesso sai anche tu cosa si prova, Deyan-shir! La strega se n’è fatto un baffo, del tuo narcotico. Ha finto di cederci e poi, appena ti sei avvicinato... zac... un colpo secco nel collo, e sei andato giù come un cumulo di stracci.”

Naysiak non rideva affatto: continuava a guardarlo con quell’espressione preoccupata. Aveva alzato la testa e parlato a Pushpa, che si era avvicinato per posargli due dita sulla gola. 

“No, stai bene. Lei aveva paura di averti colpito troppo forte... dato che sei un kelith.” Aveva spiegato la situazione a Naysiak, che aveva respirato di sollievo. 

Deyan si era rialzato a sedere e lei aveva gesticolato, parlandogli.

“Dice che il suo codice le vieterebbe di alzare la mano su di te. Ma pensava che tu la stessi mettendo alla prova. Lei non è immune al veleno, però le hanno insegnato a conoscerne molti in natura, e combatterli con lo spirito. Ti chiede se sei contento.”

Contento di essere stato battuto davanti a tutti... da una femmina?!

Si era guardato intorno. I kelith erano rimasti agghiacciati, i sayanni invece avevano l’aria di trovare l’accaduto assolutamente ovvio. 

Si era reso conto di star arrossendo, si era alzato di scatto calcandosi il cappuccio del mantello sulla testa e se n’era andato furibondo, senza una parola. 

Sempre seguito da Naysiak.

Quella notte le schiave avevano avuto a che fare col lato peggiore del loro padrone. Ibal, che se ne intendeva, gli aveva messo nel letto le più robuste salvaguardando le più fragili, ed aveva preparato impacchi per medicarle una volta che lui avesse finito con loro. 

E nuda e tremante di freddo nel cortile, col collare di metallo che le aveva escoriato la pelle, e affamata perché l’avevano lasciata a digiuno, Naysiak aveva fissato il suo mondo sospeso nel cielo, ascoltando le grida dalla shanda e scuotendo la testa.

“Shki t’shish kelith!”

 

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Capitolo 10
*** Dove le nuvole oscurano il cielo ***


 

 

 

 

 

“Xarani!”

Naysiak, che stava seguendo Deyan mentre usciva dalla casa di Kor dopo una riunione, si voltò a guardare chi la chiamava. 

Era Ran, che marciava a larghi passi verso di lei, i pugni stretti, l’aspetto minaccioso. 

I predoni presenti si guardarono preoccupati, e qualcuno fece capolino dalle finestre. La donna non mostrò alcun timore di quella massa di muscoli che si avvicinava, ma i suoi occhi ebbero un lampo di nervosismo: il suo signore se ne stava andando e non poteva restare attardata dietro di lui. Si voltò a vederne la direzione, poi di nuovo guardò Ran.

“Randanai mayè, Naysiak-ki Seriema genken’i.” 

“Non ti capisco,” sbottò lui.

Naysiak sospirò, gli andò davanti e gli puntò un dito sul petto. “Randanai.” Poi indicò se stessa. “Naysiak.” Indicò l’uscita, poi con le dita fece un uomo che camminava: “T’shish... Deyanshir’kin.” Sempre con le dita, mimò un’altra figura che correva dietro all’uomo che camminava. “Mayé!”

“Vuol dire muoviti, credo,” sogghignò Aydie, seduto lì vicino che affilava le proprie armi. 

Ran lo guardò male, poi tirò un grosso respiro, strinse le mascelle, si guardò intorno... e si tolse una penna d’uccello dai capelli. 

Nel cortile si udì un sospiro generale.

Lui gliela tese, con aria torva. “Mi hai battuto, maledetta,” bofonchiò. “Quel che è giusto è giusto. Un giorno me la riprenderò, ma adesso... questa è tua.”

Naysiak guardò quella penna. Poi alzò i suoi grandi occhi a Ran, con un lieve sorriso. 

Lui avvampò. “Prendila, su! Prima che ci ripensi!”

Di nuovo lei guardò la penna, e scosse la testa.

“Seriema-ni jakkai Naysiak kayenji nikka yanai. Kainì.”

E si voltò, correndo via. 

Ran restò impietrito, con la penna in mano...

“Che stupido,” mormorò Chat. 

Gli altri sayanni, imbarazzati, gli voltarono le spalle per non guardarlo. Tranne Nemel, che gli si avvicinò coraggiosamente e gli posò una mano confortante sulla massiccia spalla. 

“Quella... ha... rifiutato... la mia piuma,” sillabò lui, sconvolto. Non raccogliere il segno della vittoria in un duello equivaleva a dichiarare che l’avversario non era stato degno di considerazione. 

“Coraggio, Ran...”

“Come ha osato?!”

“Osato?” intervenne Chat. “Come hai osato tu offrirgliela, piuttosto! Hai presente con chi dev’essersi battuta nella Città Santa? Li hai visti i suoi tatuaggi?”

“È un Guerriero della Cometa...” Nemel sospirò. “Perdonami, Ran, ma tu in confronto non sei niente.”

“Sono il socio del suo padrone!”

“Sei un disertore. Lei l’avrà saputo.”

Qualcuno ridacchiò. “Il problema di essere famosi su Luna di Fuoco.”

Ran era impallidito così tanto che la sua faccia era diventata di un azzurro slavato. Si conficcò la penna umiliata in una treccia a caso, ansimando di rabbia.

“Strega altezzosa... me la pagherà, lo giuro!”

“Senz’altro,” fece Chat. “Sfidala ancora. Ma prima fa’ testamento. E dato che non sei sposato, sii generoso coi tuoi amici.”

Stavolta la risata fu generale. 

 

 







 

 

 

“Mi spiace, Ran, ma la mia risposta è sempre no.”

Il tono di Deyan era calmo e definitivo, ed era l’ennesimo sale sulle sue ferite: ma lui non si arrese.

“Non puoi tagliarmi fuori così!” protestò. “Specialmente adesso che sai quale arma ha scelto Saraji. L’ha fatto apposta, naturalmente: tutti sanno che i kelith preferiscono dare la morte a distanza, o con un astuto pugnale.”

“Sono un nobile,” replicò Deyan. “Mi hanno insegnato a usare la spada.”

“La spada kelith?” Ran rise, aspramente. “Un sayanni ci si stuzzica i denti. Shartip ne manovra una che è in grado di tagliarti a metà in un sol colpo. E quel che è peggio è che a detta di tutti la sa usare. Tu sei dannatamente agile, lo so, e sei più forte di quanto non si pensi per uno della tua razza... ma non è questo il tuo modo di combattere. Alla spada ti batterei persino io che sono in realtà un lanciere, perché ho una cosa che tu non hai... questo braccio!” E glielo mostrò.

Deyan alzò le sopracciglia, e gettò un’occhiata dalla finestra. 

“Lei non ha un braccio come il tuo, ma sembra nata con la spada in mano.”

In cortile Naysiak si esercitava felicemente da sola, mimando un duello contro un avversario invisibile, con cui parlava come se fosse un vecchio amico. Manovrava la sua spada immaginaria con uno stile fluido, senza una forma ben stabilita; e per ogni attacco che compiva da un lato, ne faceva uno assolutamente identico dall’altro: come se fosse stata perfettamente ambidestra.

Ran allibì. “Non starai pensando davvero... di mandare lei a combattere al mio posto!”

“Al mio,” lo corresse Deyan. “Abbiamo di fronte una squadra formata interamente da sayanni, molto motivata a battere un albino.” La solita occhiata kelith dal sotto in su. “Ma se al mio posto si trovassero di fronte qualcuno che sono stati condizionati a considerare come l’apice della loro casta guerriera?...”

Ran strinse le mascelle, indignato.

“Dunque mi toglieresti la possibilità di giocarmi un futuro da grande capo, per metterlo nelle mani di quella mingherlina della Costa?!” No, dannato testabianca, non farmi questo... “Shartip la disonorerà e l’ammazzerà, o farà il contrario: per lui l’ordine delle due cose è irrilevante!”

“Ma almeno tu vivrai ancora, Ran... non ti vedrò morire per colpa mia.”

“E per questo manderesti al macello lei anziché me?!”

“Lei non è niente per me. Tu conti molto di più.” 

Il sayanni tacque, imbarazzato. Doveva ricordarsi che lui, come sayanni, viveva tra le amicizie; ma un solitario come Deyan ne aveva soltanto una... 

“Se conto così tanto per te, allora perché mi umili a questo modo?”

“Umiliarti?” Lo guardò. “Non mi permetterei...”

“Per un guerriero sayanni battersi è una gioia! E io, te lo ricordo, sono un guerriero: guarda qui! E qui!” E si indicò i tatuaggi. “Disertore, sì, e bandito, fuorilegge, ladro, tutto quel che vuoi... ma non un vigliacco! Mia madre era guerriera, e così la madre di mia madre!”

“Non l’ho mai messo in dubbio,” mormorò Deyan, sconcertato da quel crescendo di furia.

“Ah no?... L’hai appena fatto! E non sei che l’ultimo!”

E se ne andò, nella sua solita maniera irruente. Deyan sentì i suoi passi pesanti risuonare in tutta la casa, poi lo vide dalla finestra, mentre attraversava il cortile per uscire; non prima di aver lanciato un’occhiata assassina all’inconsapevole Naysiak, la quale non se ne avvide neanche, impegnata com’era nel suo esercizio. 

Deyan continuò a osservarla. 

Il modo in cui si muove... è come se avesse la rapidità che ho io, ma in un corpo da sayanni.

C’era uno scrigno, accanto alla finestra. Lo aprì e ne estrasse la cintura della donna, con i foderi della spada e del pugnale: c’erano collezionisti di antichità che avrebbero ucciso, per possederli. E lui non solo li possedeva, ma aveva anche la persona che aveva brandito quelle armi...

La dea mi ha forse mandato il perfetto gladiatore per vincere ogni sfida su Luna di Fuoco?

Saal scivolò nella stanza per rassettarne i cuscini. “Questo servo ha indegnamente sentito che la visita era conclusa... chiede perdono, ma Mastro Ran ha una voce... possente.”

“Era in collera con me, perché sto pensando di mandare Naysiak contro il campione sayanni.” Afferrò l’elsa della spada, e la sguainò parzialmente: il suo peso era sorprendente. “Ma per far questo, dovrei restituirle le sue armi...”

“Questo servo osa obiettare, padrone. Donne e lame non possono andare d’accordo, è risaputo. Le femmine sono goffe, possono tagliarsi, o diventare pericolose: nella nostra saggezza le educhiamo a temere ed evitare gli oggetti taglienti, concedendo loro solo gli appositi strumenti per la bellezza, accuratamente stondati e non affilati.”

“Questo vale per le nostre donne, non per le sayanni.”

“Il padrone si fiderebbe di una femmina armata intorno a sé?”

“Non mi ha mai disobbedito da quando mi ha giurato fedeltà.”

“Ma è una barbara selvaggia. E quel collare non ne ha ancora piegato l’orgoglio. Non l’ho mai vista piangere...”

“Ha pianto, invece.”  

Gli bruciava ancora il senso di vulnerabilità di quel momento... quando nel bel mezzo della notte, nel suo comodo letto e una parte di sé riposta in altro caldo contenitore, si era sentito attraversare da una lama di tristezza senza fine, che non veniva da lui ma che pretendeva di essere la sua. E si era trovato a ricordare i propri momenti più belli su Shana... tutti gli istanti ormai perduti per sempre.

Sapeva che lei aveva pianto, perché aveva pianto anche lui, ringraziando la sua dea che questo avvenisse nel chiuso della shanda, il luogo privatissimo dove ogni eccesso era lecito. Aveva cacciato le schiave, poi era rimasto lì, da solo, i pugni stretti sugli occhi, una tentazione terribile di uscire in cortile, gettare un coltello a quella femmina infernale e darle il sospirato permesso di uccidersi, affinché entrambi smettessero di soffrire...

E proprio per questo aveva resistito. Lei non doveva averla vinta. 

Ripose la spada nel suo fodero, e la rimise nello scrigno.  “Hai ragione, non è ancora il momento.”

Saal si rilassò: il suo padrone era stato ragionevole. Non c’era mai da fidarsi dei barbari; figurarsi di quella brutta femmina con la faccia color acqua deturpata da tatuaggi, e le braccia e le gambe che diventavano ogni giorno più dure, invece di tremolare in quel modo affascinante che tanto piaceva ai kelith; e con quel seno da animale della foresta, che si vedeva di tanto in tanto quando lei si toglieva il cencio che si legava attorno al busto, per lavarsi; o quando si muoveva troppo e le cadeva, dato che non aveva la delicatezza di movimenti di una vera donna. La cosa stava diventando un problema in una casa kelith dove la nudità fuori dalla shanda era un tabù, e Saal decise che era tempo di parlarne.

“Il padrone perdoni questo servo, ma egli ritiene che non stia bene che la barbara continui a vivere in cortile, all’aperto; a meno che il padrone non le voglia costruire un... riparo da occhi indiscreti.” Tossicchiò. “Dovrebbe almeno dormire nella shanda, con le altre femmine.”

“Ibal non sarebbe contento di questa soluzione. È già da solo a gestire dodici schiave, non possiamo dargliene una tredicesima, e pure ineducata. “

“Questo servo ne ha già parlato con lui. La barbara è pulita, tranquilla, e dorme sulla sua stuoia. Non darà problemi, se Ibal le troverà un posto vicino ai cancelli dove non disturbi i piaceri del padrone. Basterà insegnarle a tacere, e lasciarla giocare con i suoi sassi...”

“Sassi?”

“Si è portata nel suo giaciglio dei pezzetti di legno e delle pietruzze, che deve aver raccolto in giro. Li lavora nei suoi momenti di riposo.” Saal mise una mano nella tasca della tunica e ne estrasse una figurina di legno. “Questo l’ho trovato nella tana che si è fatta in cortile.”

Deyan se lo fece dare. Era un daino, con le zampe unite e corna spiraliformi. Era ancora incompiuto e grezzo, eppure aveva già una sorta di magica bellezza. E ricordò che Pushpa aveva parlato dell’amore per l’arte della defunta schiatta degli Huanai... 

Animali?

Strinse quella statuina tra le mani, e sentì qualcosa dentro di sé arrendersi. 

“Va bene, basta dormire all’aperto. Fa’ portare le sue cose nella shanda, come ritieni sia giusto.”

Saal fece un timido sorriso. Anche in quello il suo padrone era sempre stato speciale: a differenza di tanti altri nobili kelith non era mai stato eccessivamente crudele: né coi nemici, che uccideva pulitamente; né con i servi, che frustava di rado; né con le sue schiave, che picchiava con moderazione; né con gli animali, che trattava con umanità.

 





 

 

 

*









 

 

 

 

 

Krsyl sedeva al suo posto, in grembo alla Dea. La statua rappresentava solo quello, sovrastato dai seni di Colei che Dà la Vita, e dall’inizio del volto misterioso, col suo mistico sorriso. Nient’altro andava rappresentato della Divina: per vederla nella sua inconcepibile interezza, occorreva sottoporsi al rito segreto, e mettere in gioco la propria vita.

Come l’uomo che era steso e legato a gambe e braccia aperte a quattro pioli, davanti a lui. 

Ma tu la vita la perderai, traditore. E nel modo più terribile.

La droga profonda aveva finalmente rivelato chi tra gli accoliti aveva barattato la propria vita per un sussurro alle spie di Gamosh. In cerca di mistiche estasi, quell’uomo stava trovando l’inferno: una visione in cui sacerdoti neri erano su di lui con i coltelli, per staccargli la pelle brano a brano fino a lasciargli i muscoli nudi. Urlava, come l’anima dannata che ormai era, ma non sarebbe morto. 

Ci serve un corpo per tenere in pratica gli iniziati. I manichini sono utili, ma non c’è niente di più istruttivo che usare un pugnale sulla vera carne. Forse lo terrò da parte per Deyan: un giorno tornerà... e potrò provare il piacere di rivederlo mentre uccide. 

Krsyl provava un calore interno quando pensava a quel suo speciale discepolo. 

Ho dedicato la mia vita ad addestrarlo. E mi ha dato tante soddisfazioni, fin da fanciullo. Sono stato io a iniziarlo, e non solo nelle arti della morte ma anche in quelle della storia, della scienza, della poesia e del piacere. Ma sono sempre stato gentile, perché lui era come una pietra preziosa, che andava accarezzata, lucidata e serbata gelosamente. Solo di rado qualche scheggiatura, per creare faccette ancora più splendenti, più affilate. Sublime, tagliarsi con quel diamante. 

La sua setta l’aveva atteso così a lungo... con la pazienza che solo gli esseri superiori potevano avere. In ogni generazione gli adepti di El avevano introdotto un eunuco volontario nella shanda di ogni casa regnante, perché ne spiasse i segreti e, in alcuni casi, agisse per muovere gli eventi nella direzione voluta. Veleni, droghe, farmaci e narcotici erano rimedi di vecchia tradizione per il culto della Misteriosa, e un afrodisiaco o una bevanda abortiva potevano decidere molte cose. 

Ci erano voluti ben tre tentativi perché la Prima tra le Prime di Unari tirasse fuori il tesoro che era stato seminato in lei generazioni prima. Era facile agire sulla parte femminile delle case regnanti, che nessuno considerava per ovvii motivi, e manovrare mogli e schiave nei letti dei grandi signori, dato che questi non andavano al di là della bellezza fisica per sceglierle: e le albine sopravvissute alla selezione erano invariabilmente bellissime. 

Unari si era illuso di esser stato lui a scegliere quella rappresentazione vivente di El che era stata la madre di Deyan; ma la vera scelta era stata fatta altrove, mettendogliela astutamente nel letto. Unari l’aveva proclamata Prima tra le Prime dopo la prima volta che era giaciuto con lei, incantato dal suo fascino. E aveva poi fatto il suo dovere di maschio, seminandole il ventre. 

Ne aveva ricavato un figlio difettoso, uno bellissimo ma stupido e vanesio, e infine il punto d’equilibrio. 

Abbiamo resuscitato la stirpe degli Imperatori. 

Perché il sogno di El era tornare a farsi adorare da una Kelitha di nuovo unificata, sempre divisa nei suoi atavici feudi ma governata dal pugno di ferro di un potere centrale; e per far questo occorrevano uomini straordinari, non i molli discendenti di una nobiltà che era stata grande, ma che ormai era dedita solo al soddisfacimento dei propri vizi, debosciata e affogata nel lusso. C’erano albini che non uscivano mai dai loro palazzi, che disimparavano a camminare per più di mezza lega, che si ingozzavano di delicatezze fino a scoppiare, e vivevano di afrodisiaci per godersi l’unica attività che si concedevano, calcando nei loro serragli tante più ragazze quanto meno erano in grado di adoperarle. C’erano albini la cui unica occupazione disperante era cercare qualcosa per sconfiggere la noia, collezionare oggetti, giocare d’azzardo. 

L’unico tratto della vecchia nobiltà imperiale rimasto, quasi un ricordo arcaico del passato, era la crudeltà. Accuratamente coltivata fin dall’infanzia, con l’esposizione a spettacoli atroci, e il sadismo passato come normale tendenza della Razza Sovrana. Gli albini però avevano tramandato questa caratteristica staccandola dal contesto in cui era nata: quella di un mondo più violento, di guerre assai più spietate, dove gli uomini dai capelli bianchi combattevano con le loro mani e cavalcavano come condottieri. Il sangue che costoro avevano versato era giustificato dalla furia marziale; quello versato da grassi uomini in palanchino era soltanto un vizio e uno spreco.

E Deyan era uno di quegli antichi guerrieri, riemerso dal passato dei suoi antenati in un mondo da riconquistare. Bastava vedere il suo corpo al limite della perfezione della razza, che aveva appreso meravigliosamente ogni arte di combattimento; la sua mente disciplinata e sveglia, la sua ambizione che già si sentiva stretta persino con una collana d’opali al collo... aveva buttato tutto per l’amore dell’avventura, sì: ma quell’amore era scritto nel suo sangue, era l’eredità di quei nobili che attraversavano i deserti, e brandivano la spada per andare a riempire le stive delle navi di ricchezze sayanni. 

Non dobbiamo perdere questa stirpe, ora che l’abbiamo ritrovata. A qualunque costo!

Krsyl meditava, e ricordava gli ultimi sussurri, quelli più segreti. Cose che nessuno doveva sapere, nemmeno gli interessati. C’era gente che era morta atrocemente, per aver tentato di scoprirle. 

“Bisogna osservare il piccolo Janir, il cadetto del Principe.”

“Ma è solo il suo diciottesimo... o diciannovesimo figlio.”

“Sua madre però è la figlia di Estsen-shir. Una volta passata dalla shanda di Deyan a quella di Gamosh, doveva essere sottoposta alla solita procedura di pulizia per le schiave usate... ma qualcuno ha fatto in modo che su di lei non avesse effetto.”

“Vuoi dire che quel bambino è figlio di Deyan?!”

“Potrebbe. Gamosh ha montato subito tutte le donne di suo fratello, quindi non sospetta di nulla, ma dai registri della shanda non è difficile scoprire che Deyan aveva giaciuto con quella ragazza, prima di partire per Itka... e quindi lei potrebbe essere entrata nel letto di Gamosh già incinta!”

“Allora abbiamo ancora delle speranze per salvare la stirpe... com’è il bambino?”

“Sembra anche troppo bello per essere figlio di Gamosh, coi suoi lineamenti volgari. Ma è presto per farsi prendere dagli entusiasmi, i bambini sono creature mutevoli. Non abbiamo la sicurezza che abbia il sangue imperiale nelle vene.”

“Sarà meglio avercela al più presto. Gamosh sta minacciando la continuità del culto, ed è un principe potente, un temibile avversario. Si sta avvicinando troppo alla cerchia del Tempio Segreto, e quel che vuole l’ha reso ben chiaro. Potremmo trovarci nella necessità di dovergli consegnare Deyan per guadagnare tempo: e sarebbe bene farlo solo se avessimo suo figlio da riplasmare a immagine del padre...”

Sì, era la possibile alternativa. Dolorosissima, certo: perdere definitivamente il talento di Deyan sarebbe stato un gran peccato per Krsyl. 

Ma non per il Culto, se Janir è suo figlio. E il Culto è eterno, ha tutto il tempo del mondo davanti a sé.

Il sacerdote sospirò. 

“Divina El, illuminaci la via e proteggi il tuo prediletto.”

Proteggi il mio Deyan-shir.

L’uomo legato ai paletti urlava, con la bava alla bocca. E la dea, ineffabile, continuava a sorridere.  

 








 

 

 

 

*

 











 

 

Deyan uscì di casa con urgenza, per raggiungere quella della sua Squadra. Naysiak smise ogni attività per seguirlo, come suo solito. Stavolta però dovette aspettarlo fuori, perché il suo Seriema era andato a parlare in privato con alcuni suoi predoni, e lei non era stata ammessa. 

Dopo svariate clessidre di attesa, Deyan uscì accompagnato da Ran e da un altro kelith con la faccia sfigurata, mentre un uomo era mandato a chiamare Pushpa: a quel nome, Naysiak si rischiarò. Erano giorni che non vedeva il t’yr, l’unico con cui potesse parlare liberamente nella sua lingua. 

Tutti tornarono verso la casa di Deyan, dove Saal aveva già fatto accendere delle torce, perché i due soli erano ormai tramontati. C’erano anche i servi, che avevano disposto dei tappeti nel cortile, tra i radi cespugli di spezia che vi erano stati faticosamente piantati. Le porte furono accuratamente chiuse, e gli ospiti fatti accomodare sui tappeti; Naysiak fece per mettersi nel suo angolo consueto, da cui poteva osservare tutto quel che accadeva senza farsi vedere, ma Deyan la chiamò e le indicò un punto davanti ai tappeti. Lei ci andò, obbediente, e si sedette con aria tranquilla. Posò una mano sull’altra davanti al petto. “Seriema,” disse, guardando Deyan. Poi passò a Pushpa, e gli sorrise. “Sen’t’yr.” Si rivolse a Ran. “Randanai.” E al kelith. “Nairì.”

“Ci ha salutato nella maniera antica,” spiegò Pushpa. “Seriema vuol dire Liberatore. Io sono il padre t’yr. Randanai vuol dire Uomo delle Montagne; e nairì significa ospite.”

“Educata,” mormorò il kelith sfregiato.

Ma solo il t’yr ricambiò il suo saluto. 

Deyan la fissò. “Pushpa, spiegale per favore che sei qui per fare da interprete tra noi e lei... e da Giudice delle Contese, per cui tradurrai con precisione e controllerai che la legge sia rispettata. Dì a Naysiak che le ordino di rispondere sinceramente alle mie domande.”

Naysiak ascoltò e annuì.

Deyan estrasse da una piega del mantello un pugnale e lo posò davanti a sé, sul tappeto. 

“Lo conosci?”

Lei lo guardò. “Kelith-ki kin.”

“È un pugnale kelith,” tradusse Pushpa.

“Lo so. È il pugnale di quest’uomo al mio fianco. Si chiama Aydie. E oggi è la prima volta che varca la soglia di questa casa. Tuttavia il suo pugnale si trovava già qui. Saal l’ha trovato sul tuo giaciglio.”

Lei impallidì. Poi guardò verso Saal, con aria smarrita, e disse qualcosa. 

“Chiede perché quell’uomo ha frugato tra le sue cose.”

“Perché gli avevo ordinato di prenderle per portarle all’interno,” rispose Deyan. “Volevo farti dormire in un luogo protetto.”

Lei sorrise appena, ma con gli occhi angosciati. E i tre predoni si scambiarono un’occhiata, come se avessero avuto la conferma di qualcosa. 

“Pushpa ti ha mai spiegato le leggi di Luna di Fuoco, Naysiak?”

Lei scosse la testa, e Pushpa aggiunse: “È colpa mia, non l’avevo ritenuto necessario...”

“Allora tutto è molto più semplice, si è trattato di un errore. Tu non potevi sapere che la prima regola di questa Comunità è di non rubare mai tra di noi; e non ha importanza il valore di ciò che viene rubato, il furto tra predoni è tassativamente vietato. È una regola severa, ma necessaria per mantenere l’ordine, e infrangerla può portare a conseguenze estreme... il colpevole non può fuggire da Luna di Fuoco, e viene trattato secondo le consuetudini di chi ha subito il furto. Nel tuo caso, le leggi kelith sarebbero drastiche.”

Aydie fece il gesto di una mannaia che cala su un polso. 

Naysiak scosse la testa e disse qualcosa, in tono stupito.

“Dice che lei non ha rubato niente. Uno Xarani non ruba.”

Deyan sospirò, e cavò di tasca un altro oggetto, disponendolo accanto al pugnale di Aydie.

“Questo come l’hai scolpito, senza utensili?”

Lei trasalì, con un’esclamazione. Fece per alzarsi, ma Pushpa la fermò con parole urgenti. Lei rispose con indignazione, e fissò Deyan con occhi di fuoco.

“Dice che la accusi falsamente di essere una ladra, quando tu le hai rubato il j’yur.” Pushpa lo indicò. “Quella figura rappresenta uno spirito-animale, un simbolo sciamanico: non è una semplice statuetta.”

Deyan non era mai stato contento di sentirsi dare del ladro: le sue razzie le aveva sempre motivate come restituzioni di ciò che gli era dovuto. 

“Ricorda a Naysiak che in quanto schiava non possiede nulla, nemmeno il suo corpo. Quindi non ho rubato niente: lei è di mia proprietà, e quindi anche questa statuetta. E adesso mi dica con quale utensile l’ha scolpita.”

Lei infilò le dita in una tasca che si era creata con lo straccio intorno ai fianchi, ne estrasse qualcosa e lo gettò al suolo davanti a lui, in malo modo. Erano delle schegge di basalto e dei cristalli di quarzo. 

Quindi tese la mano verso di lui, imperiosamente. “J’yur.”

Lo rivoleva indietro, ma Deyan scosse la testa.

“L’hai scolpito solo con questi sassi? Non ci credo. Era più comoda una lama.”

Lei parlò, e con le dita accarezzò il suolo. Poi lo guardò mettendo le mani una contro l’altra.

“Dice che non aveva una lama, Il suo Seriema gliel’ha negata. Allora ha chiesto aiuto alla terra. E lei è più buona e generosa di lui: le ha prestato le sue ossa per modellare il j’yur. Ti chiede rispettosamente di restituirglielo, è importante per lei...”

“Anche per Aydie era importante il suo pugnale. Era stato forgiato per lui nel suo paese natale. E gli è stato rubato. Abbiamo discusso molto su questa faccenda, e alla fine l’unica colpevole possibile sei tu: sei stata vista accanto a lui, il pugnale è stato ritrovato da Saal tra le tue cose, e non si può sospettare di lui perché non è mai entrato nella casa di Kor, dove vivono gli altri predoni. La conclusione è ovvia.”

Naysiak ascoltò la traduzione e guardò i presenti, con occhi dilatati dallo sconcerto.

“Dice che l’avete condannata ancor prima che potesse difendersi. E che è disonorevole per lei essere accusata di un atto così meschino come un furto. Ricorda che lei è una guerriera sacra...”

“Ti proclami guerriera, quindi desideri avere delle armi: questo è comprensibile. Ma hai rischiato moltissimo a rubarle a un predone qui, su Luna di Fuoco. Se Aydie appartenesse a un’altra squadra, non potremmo evitare che i Marjaban si occupino della faccenda, e le conseguenze sarebbero pesanti anche per tutti noi. Ma dato che è un nostro compagno, posso sistemare l’accaduto in maniera privata con lui, poiché che la colpa del tuo furto ricade naturalmente su di me: infatti tu non sei ancora un membro della Comunità, ma soltanto la mia schiava. E questo, in un certo senso, ti salva; altrimenti toccherebbe a Ran punirti per aver derubato un compagno, il che tra di noi è considerato un delitto rivoltante.”

Naysiak strinse i pugni in grembo. 

“Dice che tutto questo è follia. Lei non ha mai rubato nulla a nessuno. E non prenderebbe mai un’arma a un altro guerriero, se non dopo un regolare duello, come diritto di saccheggio. Tantomeno prenderebbe il fragile coltello di un kelith con cui non ha avuto nulla a che fare.”

“Continua a negare,” mormorò Ran. “Ne ha, di faccia tosta...”

Deyan strinse le labbra. “Naysiak, ti avevo ordinato di essere sincera.”

“Dice che non avevi bisogno di ordinarglielo. Uno Xarani non mente.”

Deyan guardò in quegli occhi fieri, sdegnati. Poi scosse la testa. 

Prese il pugnale di Aydie, glielo posò davanti con garbo. “Mi dichiaro responsabile di quest’incidente. Ti restituisco la tua arma e ti faccio le mie scuse: indicami la riparazione che pretendi, e io la pagherò.”

“Essere ospitato nella casa di un nobile come te è già un premio sufficiente,” disse Aydie, riprendendo il suo pugnale e mettendoselo alla cintura. “La ragazza azzurra non sapeva le nostre regole, adesso le sa. Direi che nella sfortuna è andata bene a tutti quanti: niente è stato perso e ogni cosa è stata appianata.”

“Sei generoso, Aydie. Farò in modo di rimarcare la lezione in modo che quest’incidente non si ripeta mai più.” Gettò un’occhiata a Saal. “Chiama Ibal e fagli portare la frusta.”

Pushpa impallidì. “Che cosa?...”

Deyan lo guardò. “Non ho altra scelta. Io e Aydie siamo kelith. Lui è stato offeso da un membro della mia famiglia, e secondo le nostre consuetudini è mio preciso dovere farlo assistere alla punizione. Tocca però a me sceglierla, e farò in modo che sia leggera... molto più leggera di quanto richieda il delitto commesso. Tratterò Naysiak come una serva che ha commesso un errore, e non come una ladra. Dovrebbe essermene grata.”

Naysiak accolse la sentenza con occhi sconvolti. 

“Dice che è innocente, che non ha fatto niente di male, che ha obbedito ed è stata paziente, e non hai nessun diritto di sottoporla anche a questa vergogna, essere frustata come una serva. Lei è una guerriera sacra, e dovrebbe bastare la sua parola di Xarani a scagionarla da quest’indegna accusa. Non vede nessun motivo per esserti grata di una punizione che non merita.”

“E se non è lei la colpevole, allora chi è?”

La voce di Naysiak si alzò di tono.

“Non lo sa, e non le interessa minimamente. Quel pugnale non la riguarda, ripete che non l’ha mai visto prima in vita sua. Quel che sa è che tu sei un uomo ingiusto, perverso e crudele come tutti gli albini kelith, incapace di credere all’onore e alla vera nobiltà del cuore, e sempre in cerca di pretesti per umiliarla e farle del male.”

Un angolo della bocca di Ran si alzò. 

Risposta sbagliata, sorella. 

“Pushpa, dille che non ho bisogno di pretesti. E che stia attenta a come parla al suo padrone. Si accontenti di una decina di scudisciate dalle morbide mani di un eunuco, è sempre meglio di quel che meriterebbe come ladra.”

Ibal apparve, nella sua veste multicolore, e con la frusta in mano. Naysiak lo guardò e ringhiò qualcosa.

Pushpa esitò a tradurre. “Ha... detto che se quel mezzo uomo osa solo avvicinarsi per percuoterla, lei lo sventrerà con le sue nude mani.”

Ibal impallidì spaventosamente alla minaccia.

“Tu non farai niente del genere, Xarani,” disse Deyan, con voce durissima. “Ti metterai in ginocchio e subirai la tua punizione senza reagire. È un ordine.”

Naysiak fece un sorriso amaro, e si mise in ginocchio. 

“Ya, Seriema!”

“Ibal, fa’ il tuo lavoro.”

L’eunuco raccolse il suo coraggio e si avvicinò a Naysiak, che non lo guardò: tutta la sua attenzione era su Deyan, che fissava con odio. 

“T’shish, sibilò, quasi sputando la parola.

“Che significa?” chiese Deyan a un Pushpa sempre più agghiacciato.

“Significa... Demone bianco. È il modo in cui ai tempi dell’impero...”

Deyan alzò la mano, interrompendolo. “Il resto non importa. Non è la prima volta che la sento rivolgersi a me con questa parola.” La guardò, con un freddo sorriso. “Bene, Naysiak: come vuoi tu. Ibal, spogliala. Forse sulla nuda pelle certi argomenti saranno più convincenti.”

“Deyan-shir!” esclamò Pushpa. 

“Cosa c’è?”

“Lei è innocente! È sotto giuramento Xarani, ti ha già detto che non è stata lei... non puoi farla frustare per un delitto che non ha commesso!”

“Ne ha commesso un altro, proprio adesso. Mi ha insultato.” La voce di Deyan divenne di ghiaccio. “E non osare mai più dirmi ciò che posso e non posso fare in casa mia!”

Il t’yr tacque, intimorito. Doveva stare attento, perché la suscettibilità domestica dei kelith era quasi un analogo di quella sayanni in faccende sessuali. Interferire coi diritti padronali era considerato un’offesa personale, e questo valeva ancora di più per un nobile. 

Ibal intanto aveva tolto a Naysiak lo straccio che lei aveva avvolto intorno al busto, denudandola fino alla vita. E poi le aveva spostato i capelli intrecciati sul petto, per scoprirle la schiena. Lei era rimasta eretta e fiera, senza mostrare nessuna paura. 

L’eunuco prese lo scudiscio, pregò le sue divinità di aiutarlo... e calò la prima frustata. 

Tutti sussultarono. 

Lei no. Restò perfettamente immobile, con le mani sulle ginocchia, senza neanche trasalire. 

L’eunuco ebbe un’espressione smarrita. Poi la colpì di nuovo. E ancora...

Non cambiò nulla. Naysiak restava impassibile, ed era come frustare una roccia. Non batteva neanche le palpebre, continuava a fissare Deyan con aria di sfida, come per dirgli quanto fosse puerile quel che stava facendo.

Alla decima frustata, Ibal era visibilmente sudato e ansimante, e lei sembrava in grado di sopportarne per sempre. Girò appena la testa, con un sorrisetto sardonico, come per chiedersi se fosse tutto lì. Poi alzò gli occhi alle finestre traforate della shanda, dietro le quali si vedevano delle figure che si muovevano. E gridò qualcosa con voce allegra.

“Dice: schiave, è di questo che avete tanta paura?”

Saal trasalì visibilmente. La barbara osava sfidare l’autorità del padrone sobillando le altre donne?!

Deyan non aveva mosso un muscolo.

“Altre dieci frustate. E insegna alle schiave perché devono aver paura.”

Ibal ci si mise d’impegno, ma non ottenne molto di più: solo un lieve tremito al diciannovesimo colpo. Per il resto Naysiak non emise nemmeno un sospiro, nonostante la sua schiena fosse ormai tutta solcata di segni viola. 

Finita la seconda serie, Ibal era veramente distrutto. Non era quello il modo in cui era abituato a punire le donne. Guardò implorante il suo padrone, ma lui fissava solo gli occhi selvaggi della sayanni.

“Allora, ammetti la tua colpa e chiedi perdono?” 

“Hye.”

Un sorriso duro. “Non ti illudere, Naysiak: non sono mai le prime frustate a far urlare. Sono le ultime.”

Lei ascoltò la traduzione e rispose con tono sarcastico. Pushpa spalancò gli occhi, scosse la testa, impercettibilmente...

“Yanè!” lo incalzò lei, indicando Deyan col mento.

“Che ha detto?” 

“Ha detto... che tu questo lo sai fin troppo bene, Deyan-shir.”

Un silenzio agghiacciato seguì quelle parole. L’allusione a ciò che era avvenuto sulla piazza delle esecuzioni di Shana era chiarissima...  

Ran rabbrividì. Sorella, questo non dovevi dirlo.

Deyan aveva smesso di sorridere, e un rossore allarmante era apparso sulle sue pallide fattezze. “Saal,” chiamò, con voce mortale. “Evidentemente ho sbagliato a considerare quest’animale femmina come una delle nostre donne. Trovami un servo robusto al posto di Ibal, e cambia la frusta.”

Tutti i presenti mormorarono, sgomenti.

Naysiak sorrise, col volto madido di sudore. “Nee shima kai, t’shish. “

“Dice: non mi fai paura, demone bianco.”

“Non voglio farti paura, barbara.” Deyan aveva la gelida, minacciosa calma del nobile kelith furioso. “È già tardi per questo.”

Arrivò il servo a dare il cambio a Ibal. In mano aveva una frusta per la doma dei corsieri del deserto. 

“Dèi del profondo,” mormorò Ran, allibito. “Vuoi usare quella?!”

“Deyan-shir,” fece eco Aydie, altrettanto preoccupato. “Non è troppo per un pugnale?”

“Il pugnale non ha più importanza,” sibilò lui. “Ormai è una questione tra lei e me!”

Al suo segnale il servo colpì, e la frusta cantò ben più forte di quella di Ibal. Stavolta Naysiak faticò a controllarsi: i suoi occhi si strinsero, e le sue mani in grembo ebbero uno scatto convulso. Ma non emise un lamento.

“Continua!” 

I servi ascoltavano agghiacciati gli schiocchi della frusta, e dalla shanda venivano pianti soffocati. Erano gli unici rumori che si udivano, assieme ai grugniti di sforzo del servo, e il respiro sempre più stentato di Naysiak. Ran vide delle gocce di sangue scivolare sulle sue braccia nude, la vide tremare. Ma il volto rimaneva quasi impassibile, nonostante gli occhi le luccicassero di lacrime. 

Il servo, esasperato da quella resistenza, calò un colpo particolarmente violento. Naysiak ansimò e barcollò in avanti, appoggiandosi al suolo con le mani contratte. La sua schiena ormai era tutta rigata di sangue, che le colava lungo ai fianchi: ma non cedeva. Alzò la testa e fissò Deyan con un’espressione indomita, sussurrando qualcosa. 

“Ti chiede se la invidi perché tu al suo posto avresti già gridato.”

Dèi del profondo, sorella, sta’ zitta! Smetti di provocarlo! 

Il servo alzò nuovamente la frusta...

“Basta,” disse Deyan, a voce bassa. 

Aveva visto torturare dei guerrieri sayanni. Quelli di rango più elevato si potevano spezzare, ma era una procedura lunga e difficile: amavano sbattere in faccia ai kelith il loro stoicismo; e Naysiak sembrava fatta della stessa pasta. Capì che non avrebbe potuto ottenere soddisfazione da lei se non sacrificandola, e non era ancora il momento: gli era costata troppo per gettarla via. 

Naysiak accolse la fine del supplizio emettendo un lungo respiro pieno di sforzo, chinando la testa. Era fradicia di sudore, sfinita, e le braccia le tremavano. Mormorò una preghiera ai suoi dèi, e chiuse gli occhi.

Ci fu un momento di denso silenzio. Poi Aydie si alzò dal tappeto, posò un ginocchio davanti a Deyan e gli indicò la statuetta del daino.

“Ti chiedo scusa, Deyan-shir. Ma ho ripensato alla tua offerta di riparazione. Accetti di darmi questa figurina di legno?”

“È tua,” mormorò lui, con lo sguardo fisso al suolo.

Aydie la prese, andò da Naysiak e gliela posò davanti.

“Sono su Luna di Fuoco da tanto tempo ormai, e conosco i sayanni. Solo i guerrieri fanno quel che hai fatto tu, e i guerrieri hanno una parola sola. Mi hai convinto, e visto che questa statuetta è così importante per te, te la dono in cambio delle frustate che hai preso ingiustamente.”

Naysiak lo guardò, con occhi tremanti. 

“Kelith-kin kandan, shishe-ne. Seriema-ni jakkai Naysiak kayenji nikka yanai, ii niei ki.”

Aydie si voltò verso Pushpa, che tradusse:

“Ti è grata di credere alla sua innocenza, è l’unico dono che puoi farle. Deyan-shir le ha vietato di accettare qualsiasi regalo, e lei deve obbedirgli.”

“Cosa?...” mormorò Ran, con un filo di voce. Si voltò verso Deyan. “È vero?”

“Sì,” rispose lui. Sospirò. “Ma per questa volta farò un’eccezione. Pushpa, dì a Naysiak che può accettare il dono di Aydie.”

Lei raccolse la statuetta, e se la premette al petto.

“Gra-zie,” mormorò, a fatica, la sua prima parola nella nuova lingua. 

Tentò di rialzarsi. Non ci riuscì: Pushpa si alzò precipitosamente, ma lei scosse la testa: “Hye!” Ci riprovò, e in qualche modo riuscì a rimettersi in piedi, mezza nuda e sanguinante, tremando come una foglia. 

“Naysiak... Xarani-nin... m’hay.”

Si voltò, fece un paio di passi verso il pozzo... e stramazzò a terra. 

Ran trasalì, pallido in viso, ma non riuscì ad alzarsi dal tappeto per andare a soccorrerla. In quanto ad Aydie, naturalmente non avrebbe mai osato. Pushpa rimase immobile, il volto raggelato e gli occhi dilatati.

“Ibal, falla portar dentro,” mormorò Deyan, cupamente. “E dì alle schiave di curarla.”

 

 








 

 

 

La sera successiva Ran si presentò alla casa di Deyan, con un involto sulle spalle. Disse a Saal che doveva parlargli in privato, e con urgenza. 

Deyan l’accolse nella sua stanza favorita, seduto sui cuscini. Ran lo vide strano, pensieroso e quasi assente, come se quel che era successo avesse svuotato di energie anche lui. 

“Stai bene?” gli chiese, colpito di vederlo così.

Il kelith annuì appena. “Cosa posso fare per te?”

Ran esitò, poi emise un sospiro.

“Lei dov’è?”

“Nella shanda, assieme alle altre donne. Non è in pericolo.”

“Era proprio necessario arrivare fino a questo punto, Deyan-shir?”

Lui lo guardò, con amarezza. “Non era necessario, Ran. Era inevitabile. Ho fatto ciò che andava fatto... e anche lei ha fatto lo stesso. Io e lei siamo due acerrimi nemici che qualche dio crudele ha legato assieme. Prenditela con lui, non con me.”

“Perché le hai vietato di accettare doni?”

“Perché voi sayanni la venerate come una figura sacra. E io... volevo invece che restasse al suo posto.”

“Quello di una schiava sottomessa? Ma certo. È una donna. E voi kelith odiate le donne.”

“Non è vero, Ran. Io ho perso tutto, per una donna. Ho pianto, per una donna. Ed è una dea che venero, non un dio. Non giudicare con leggerezza il mio popolo, hai già commesso quest’errore più di una volta... e te ne sei pentito.”

“Avresti reso schiavo quel guerriero se fosse stato maschio? Lo avresti trattato così?”

“Non gli avrei permesso di sfidarmi con la sua grandezza.”

“In onore del tuo dannato motto dei principi di Shana, vero? Solo gli dèi sopra di noi.”

Deyan ebbe un’espressione di dolore. 

“Sono nato albino, Ran. Nulla potrà mai cambiare la mia natura.”

“E nulla potrà cambiare la natura di quella Xarani.” Gli occhi di Ran tremarono. “È una grande guerriera, e me l’ha dimostrato ieri, più di quanto non l’abbia fatto battendomi e umiliandomi come un novellino.”

“Adesso l’ammiri? L’hai odiata anche più di me.”

“È vero,” ammise lui. “L’ho odiata! E... sono stato ingiusto. Tremendamente ingiusto, perché le ho fatto pagare qualcosa di cui era completamente innocente. Pensavo che tutto si sarebbe risolto in un castigo da beffa, e invece... l’ho vista torturare sotto ai miei occhi, senza che avesse fatto nulla di male...”

“Ran,” mormorò Deyan, vedendolo sull’orlo delle lacrime. 

“È lei che merita di battersi contro Shartip!... Non io. E mi vergogno di tutto quel che ho detto, fatto e pensato di lei: vorrei solo... che mi sorridesse ancora. Per questo motivo sono venuto qui a chiederti un favore.” Posò una mano sull’involto. “Permetti alla tua Xarani di ricevere almeno i miei doni, Deyan-shir. Non mi importa degli altri, continua pure a vietarglielo. Ma fai un’eccezione per me. Te lo chiedo... come amico.”

“È così importante per te?”

Ran evitò il suo sguardo. “Dimmi sì o no.”

Gli occhi di Deyan lo studiarono, a lungo. 

“Ran, perdonami se, da kelith quale sono, forse commetto un’indelicatezza. Mi stai chiedendo il permesso di corteggiare Naysiak?”

Il sayanni avvampò. “Non è questo! Lei... lei è...”

Una femmina antica e giovane nello stesso tempo, della tua stessa casta, forte e fiera, e probabilmente ai tuoi occhi anche bella, per quanto tu abbia abbondato in sarcasmi ogni volta che l’hai descritta.

Deyan guardò il turbamento dell’amico. Come funzionava l’innamoramento nei sayanni? A parole lo negavano, ma gli istinti erano istinti, e Ran era un maschio adulto e vigoroso.

Il sayanni intercettò quel suo lieve sorriso, e lo intese alla perfezione.  

“Non saltare alle conclusioni da kelith, Deyan-shir: come io non capisco il tuo popolo, tu non capisci il mio. Noi non corteggiamo nessuno, gli sposi vengono assegnati l’uno all’altra. Io e la Xarani siamo vergini, quindi possiamo essere amici e io... voglio provare a diventarlo. Mi concedi questa possibilità?”

Deyan lo guardò, con un’espressione quasi tenera. 

“È ben difficile che possa rifiutare qualcosa al mio, di Seriema,” disse, e batté le mani. Saal apparve. “Manda a chiamare la sayanni, che venga qui.”

“Subito, padrone.”

Dopo qualche istante d’attesa, la porta si aprì di nuovo, e Naysiak entrò. Era pallida, con gli occhi segnati e lucidi dalla febbre, ma ancora eretta e fiera. Deyan le indicò un cuscino di fianco a Ran, e lei andò ad inginocchiarsi su di esso, senza una parola. Ran scorse le sue spalle nude rigate dai segni della frusta, e lo straccio avvolto intorno al busto macchiato di sangue fresco. Distolse lo sguardo, con uno spasimo di pena. 

“Pushpa non è con noi,” mormorò Deyan. “Dovremo trovare il modo di farci capire.”

“Ci penso io,” disse Ran. 

Prese il suo involto e lo mise di fronte alle ginocchia della donna. Naysiak lo osservò, ma non lo toccò. Allora lui lo aprì davanti a lei.

Era la pelle della tigre di montagna che aveva ucciso su Sayanna. 

Lei la guardò con occhi stupiti, perché era bellissima e preziosa. Alzò gli occhi a Ran con aria interrogativa, e lui si tolse dai capelli la sua penna migliore, e la posò sulla pelliccia. Quindi prese la mano di Naysiak e la portò su quelle ricchezze. 

“Per te,” le disse.

Lei capì, e azzardò un sorriso triste. Ritirò la mano e scosse la testa. 

“Seriema jakkai Naysiak kayenji nikka yanai...”

“Seriema dice che puoi,” la interruppe Deyan. Prese la penna di Ran e la mise nella mano della donna, facendole un cenno d’assenso. “Sì, Naysiak. Hai il mio permesso.”

E il volto di lei si rischiarò, come il cielo che si liberasse dopo una tempesta. 

Con un gesto faticoso per le sue spalle ferite, si infilò quella penna tra i capelli. Guardò Ran con gratitudine, e gli fece un sorriso che gli straziò il cuore.

“Randanai... shi nin m’hay.”

Sorrise anche lui, anche se non aveva capito. Ma non importava. 

Si alzò, salutò, uscì da quella casa. Andò al Tempio delle Divinità Duali.

Si sedette davanti alle statue di Kamoh e Lilia. 

Chinò la testa, e pianse. 

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Capitolo 11
*** Dove un duello decide molte cose ***


 

 

 

 

La portantina oscillava appena, facendo danzare le ghirlande di fiori che vi erano appese, e occhi ammirati erano fissi su di lei, e sul barbaglio azzurro delle piume sulle sue spalle. Tra i capelli le avevano legato le penne rare dei celebrati guerrieri che avevano ceduto alle sue armi; e quel giorno sarebbe andata a prenderne un’altra. Ma non era quello il premio: era battersi sulle pietre lisce della Casa Santa, dove solo un velo separava i combattenti dalla Divina Presenza. Le madri guerriere tendevano tra le braccia i loro bambini verso di lei, affinché la sua ombra li toccasse: fin dall’alba erano venute ad aspettarla, per poter dire che i loro figli avevano visto da vicino un Guerriero della Cometa. Il canto dei t’yr era festoso, tra un tintinnio di cimbali e campanelle, e alcuni uomini nudi danzavano alla luce dei due soli, creando un serpente di muscoli che si torceva tra la folla. In fondo al viale la portantina del suo avversario era parata di strisce di seta rossa, che svolazzavano nella brezza: un generale, onorato da quel privilegio per aver portato i teschi di almeno cento pirati kelith: bianchi e ghignanti, erano impilati con ordine sulla piattaforma. Ma il trofeo più prezioso se l’era legato al possente braccio: lo scalpo di un demone bianco. Per quello aveva meritato l’onore di battersi con lei davanti ai re divini; e la guardava con la gioia negli occhi, quasi implorandola di rendere la giornata memorabile. Lei gliel’aveva promesso con un cenno regale del capo, e un battito di mani ritmico aveva cominciato a salire intorno a loro... assieme a un grido di guerra... 

Ainè! Ainè! Ni Kamoh u Lilia yakkai, ainè...

Naysiak aprì gli occhi. 

Odore di paglia umida sotto di lei, la sua stuoia. E calore sopra: la pelliccia che Randanai le aveva donato, bianca a strisce nere. Era assurdamente regale, per una triste schiava col collare e la schiena dolorante. Non aveva dubbi, prima o poi le avrebbero tolto anche quella. 

Le avevano già tolto tutto il resto. Tutto quel che un essere umano potesse perdere. L’unica cosa che non avevano ancora provato a toglierle era la Membrana. Aveva sperato che ci provassero, per aver una via d’uscita onorevole: ma nessuno la toccava. Così era stata costretta a continuare a vivere lì, in una dannata shanda kelith, unica vergine tra creature che esistevano solo per il peccato, un’altra bizzarria di un Liberatore che l’aveva tirata fuori da una prigione solo per rinchiuderla in un’altra. 

Non finirà mai la mia punizione?

Naysiak si morse le labbra, ingoiando le lacrime. Forse tutto quel che stava vivendo non era altro che una visione, e lei era ancora dentro al Feretro, a immaginare quell’incubo sconcertante. Era troppo assurdo quel che le era successo: una guerriera sacra, venerata da tutti, addestrata ed educata dalla nascita a essere l’ombra delle Divinità, ridotta a tanta abiezione? Davvero poteva essere costretta a servire un albino? Vivere nella sua immonda casa, essere trattata in quel modo, e il tutto a infinite leghe dal suo vero mondo, e in un futuro che era sinistramente uguale al suo passato? 

Qual’era il limite tra fantasia e realtà? Ed esisteva ancora una realtà per lei?

Forse quella era l’ultima prova che le Divinità le imponevano, prima di varcare i cancelli di Ta’itza, e ricominciare tutto daccapo, in un altro corpo, in un’altra mente...

Un rumore, vicinissimo. 

Trasalì, alzò la testa. Una creatura rosea e grassottella sussultò con un gridolino e scattò all’indietro, ricadendo seduta sul pavimento. Lei la guardò sconcertata: sembrava una bambina, coi lunghi capelli bianchi e uno strano vestito legato al collo, che le lasciava scoperte le tonde braccia. 

Un’altra delle stupide schiave di quel maledetto kelith!

La fanciulla la fissava, tremando. Aveva paura di lei. Ma era curiosa, attirata da quella strana creatura azzurra, un’intrusa nel suo regno. La guardava come se fosse una specie di animale selvatico. E Naysiak provò rabbia: come un animale, le ringhiò contro nella sua lingua.

“Lasciami in pace!...”

La ragazzina sussultò ancora, portandosi una mano davanti alla bocca. E gli occhi le si riempirono di lacrime.

Vattene, patetica creatura. 

Naysiak si mosse, e sentì un familiare bruciore. Il collare era pesante, e le aveva scavato una profonda escoriazione all’attaccatura delle spalle. Non riusciva ad abituarsi a portarlo. Tante volte aveva infilato le dita nel gancio del lucchetto, esasperata, piena di voglia di strapparlo... ma aveva avuto l’ordine di metterselo dal suo Seriema, e uno Xarani aveva una sola parola. 

Emise un gemito di rabbia, e voltò la testa. 

Sono una schiava anch’io... schiava del mio Liberatore!