Mysterious Secrets

di Walpurgisnacht
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Toh, gente di cui non avevamo proprio sentito la mancanza ***
Capitolo 2: *** Non ricordavo che Ukyo facesse parte dell'Anonima Sequestri ***
Capitolo 3: *** Pare sia in arrivo una tempesta dalla Cina, ma c'è ancora un po' di pace prima ***
Capitolo 4: *** Forza, prendete gli hula hoop e cominciate a girare ***
Capitolo 5: *** Mi raccomando, niente regali pericolosi per i pazienti del manicomio ***
Capitolo 6: *** La temperatura sale e non tutti si sono portati il ventaglio ***
Capitolo 7: *** Cacchio, ho perso la mia erba gatta e il mio gomitolo di spago ***
Capitolo 8: *** Di aure inquiete, sgabuzzini malandrini e macchine fotografiche pestifere ***
Capitolo 9: *** Quindi avevamo un Mister Universo nei paraggi senza saperlo, eh? ***
Capitolo 10: *** Quando le amazzoni passano sotto la tua finestra ***
Capitolo 11: *** Un sacco di chiacchiere per un sacco di gente ***
Capitolo 12: *** Io non me lo aspettavo proprio così, il mio demone personale ***
Capitolo 13: *** M'ama, non m'ama, lo mollo, non lo mollo... ***
Capitolo 14: *** DRIIIN DRIIIN, volevo proporle un'offertona... ***
Capitolo 15: *** Ok, ma di vecchie alte come il mio ginocchio me ne bastava una ***
Capitolo 16: *** Breve, piccolo epilogo dopo anni di cataclismi ***



Capitolo 1
*** Toh, gente di cui non avevamo proprio sentito la mancanza ***


Erano passati sette mesi dall'ultima grande avventura a Nerima. Già, da quando Ranma e compagnia si erano stabilizzati (e accoppiati fra di loro con ottimi risultati, va detto) il vento era cambiato da quelle parti.
Salvo l'occasionale incursione di Happosai in qualche spogliatoio femminile, difatti, le acque erano diventate davvero molto calme. Persin noiose.
Da un anno e mezzo Ranma Saotome e Akane Tendo facevano coppia fissa, anche se da meno nei confronti del mondo tutto. Altrettanto poteva essere detto di Mousse e Shan-Pu da una parte e Ryoga Hibiki e Ukyo Kuonji dall'altra, sebbene con tempi diversi.
Non passavano più tizi che usavano collant come cinture. Non c'erano più divinità della guerra che sputavano fuoco e fiamme per le vie della città. Non arrivavano più strane persone cinesi a seminare zizzania per un pezzo di spago.
Nulla. Sembrava che il trovato equilibrio interiore di quei sei ragazzi si fosse proiettato esternamente, portando pace e serenità per tutti.
E in un giorno quieto come tutti i precedenti...
"Ranma! Aspettami, maledizione! Non serve correre come un esagitato. Va bene che non ti piace la scuola, però..." ansimò Akane inseguendo quel buzzurro del suo ragazzo che, senza preoccuparsi di lei, si stava avviando verso casa.
"Uh. Scusa Akane, ero sovrappensiero" mugolò lui in tono distratto. Si vedeva bene che era distratto da qualcosa.
"Tutto bene?" chiese lei raggiungendolo "È tutto il giorno che sei svagato e osservi il soffitto".
"Non so, ho una brutta sensazione... l'aria è strana, oggi...".
"Ah davvero? Quando si raggiunge il tuo livello di maestria nelle arti marziali si diventa anche degli indovini? Quando sarà il mio turno, maestro?".
"Mpf. Non sei divertente. Cos'è, tu non ce l'hai un sesto senso?".
"Beh... sì".
"E io, solo perché sono acuto come un mattone, non ne ho diritto?".
"Ranma, guarda che scherzavo".
"Sarà meglio, perché non mi piace essere preso sottogamba in queste cose".
"Su su, non vendere la pelle del cinghiale prima di averlo ucciso. Sono mesi e mesi che qui non succede nulla, perché dovrebbe essere diverso ora?".
"Non lo so e spero di sbagliarmi, ma...".
Lei si accoccollò al suo braccio e lui le accarezzò dolcemente le mani, sperando che avesse ragione.
“Dai, via quel muso lungo” sorrise lei, trascinandolo per il braccio “a casa avrai modo di distrarti. Abbiamo parecchio da fare, io e te!”
“Oh già, gli i tuoi allenamenti! E la classe pomeridiana dei junior!”
“...si, anche.”
Roteò gli occhi, ridacchiando tra sé e sé, e si avviarono entrambi verso casa.
 
“Pensi di stare spaparanzato a leggere ancora per molto?”
Mousse sollevò di malavoglia lo sguardo dalla rivista che aveva in mano per posarlo sulla vecchia Obaba, che dall’alto del suo bastone gli lanciava un'occhiataccia delle sue. O almeno così credeva, era distante abbastanza da distinguere a fatica i tratti somatici anche con gli occhiali.
“Ho fatto la spesa, rigovernato la cucina, sistemato i tavoli in sala, spazzato il pavimento e chiamato tutti i fornitori. E inoltre è ancora presto perché il locale apra per la cena. C’è altro?”
“Non sfidare troppo la sorte usando quel tono screanzato con me, paperotto” gracchiò lei, in un tono che era una via di mezzo tra l’infastidito e il divertito “la tua... liaison con Shan-Pu non mi ha fatto cambiare idea su di te. Ora muovi quel tuo sedere da pennuto e vai a dare una mano alla tua dolce metà che sta pelando patate in cortile!”
Mentre il vecchio ghoul si allontanava Mousse le fece il verso.
“...guarda che ti ho visto. Anche se sono di spalle.”
Oh.
Poco male. Fece spallucce e raggiunse Shan-Pu in cortile. Ormai erano lontani i giorni in cui le due amazzoni lo maltrattavano, lo incatenavano e ingabbiavano per impedirgli di ficcare il suo becco da papera nei loro piani sgangherati per conquistare Ranma; ora, nelle giornate peggiori, rischiava al massimo di beccarsi un colpo di bastone dalla vecchia o qualche baruffa con Shan-Pu. Che per i suoi standard precedenti era lusso. Certo sgobbava ancora come uno schiavo, ma a quello si era arreso ed era ormai convinto che fosse il destino di qualunque cameriere del mondo.
“Quando la smetterai di fare arrabbiare la bisnonna, paperotto?”
“Non l’ho fatta arrabbiare, lei mi tratta sempre così” sbuffò lui, sedendosi sul gradino accanto alla giovane amazzone “ma sempre meglio di come mi trattavate entrambe più un anno fa.”
Shan-Pu si limitò a fargli una linguaccia e porgergli un pelapatate.
“Tieni, divertiti un po’ al posto mio!” miagolò, mentre si alzava e si preparava a portare in cucina un sacco pieno di patate sbucciate. Mousse stava per farle una battuta, quando qualcosa attirò la sua attenzione... e prima che Shan-Pu potesse dire “a” la afferrò e si gettò di lato tenendola stretta.
“M-Mu-si! Sei impazzito?”
Ma Mousse non stava ascoltando la ragazza: il suo udito finissimo, sviluppato più del normale per compensare la pessima vista, aveva captato qualcosa poco prima. Un suono appena udibile, quasi un fischio... il rumore acuto di qualcosa che viene lanciato.
Quando sollevò la testa verso lo stipite della porta, capì di aver avuto ragione.
Un coltello da combattimento, sottile, di quelli che lui stesso aveva nel suo arsenale di armi nascoste.
Lo stesso tipo usato dalle amazzoni.
Un brivido corse lungo la sua schiena.
Se aveva ragione, la tranquillità faticosamente ottenuta stava per essere spazzata via da un uragano proveniente da Joketsuzoku.
 
“Akane! C’è Ukyo al telefono!”
Kasumi attese qualche minuto, ma non ottenne risposta.
Strano, pensò. Akane non era il tipo di ragazza che ignorava volutamente qualcuno - a parte Ranma durante i loro litigi, s’intende. Sospirò, e chiese ad Ukyo di attendere un attimo che sarebbe andata a chiamarla.
“Akane, sei in camera?” chiese, bussando alla porta della stanza della sorella.
Sentì strani rumori, come di coperte che venivano spostate di fretta e furia, e passi concitati verso la porta.
Oh, magari era a letto a riposare e l’ho disturbata?
“A-arrivo!” balbettò Akane da dietro la porta. Quando la aprì Kasumi notò che la sorella aveva i capelli scombinati ed era rossa in viso.
“Oddio scusami, ti ho svegliata? Stavi riposando?”
Akane la guardò per un momento poi sorrise.
“Ah ehm... si! Ma tranquilla, mi ero appena appisolata...”
“Mi spiace tanto! Comunque c’è Ukyo al telefono, se vuoi le dico di richiamare...”
“N-no! Dille... dille che arrivo subito!”
Detto questo chiuse la porta di scatto, e Kasumi si chiese se forse non era meglio dire a Ukyo di chiamare un’altra volta... ma alla fine lasciò perdere, e si avviò al piano di sotto.
Intanto Akane era appoggiata contro la porta, con addosso solo la camicia e il cuore che le batteva a mille.
“Kami, ci è mancato poco...”
Una massa di capelli neri scompigliati legati in una treccia fece capolino da sotto le coperte del suo letto.
“Allora, è andata via?”
"Voglio sperare di sì. Santo cielo, ho perso quindici anni di vita" ansimò, non poco provata.
"Quanta esagerazione. Ci siamo solo dovuti nascondere come due ladri".
"Hai detto poco!" esclamò lei avviandosi verso il letto "Sai che delirio se avesse sospettato qualcosa? Prova a immaginarti i nostri padri...".
"No grazie" fece Ranma perentorio sventolando una mano davanti alla propria faccia "Non ci tengo minimamente".
"In effetti neanch'io" chiosò rientrando sotto le coperte e avvinghiandosi a lui. "Ma basta cose brutte. Perché non riprendiamo da dove siamo stati interrotti?".
Ranma fece una smorfia. Ma non ti ha telefonato Ukyo? Va bene che non ero nella posizione più comoda, ma mi pare di aver capito così.
"Akane... non dovresti andare a rispondere?".
Orpo. Me n'ero già dimenticata completamente. Possibile che... abbia tutta questa voglia?
Si staccò sbuffando e prese i suoi vestiti, gettati sciattamente per terra. Si rese presentabile e si separò dal suo fusto con un bacio e la promessa che il loro esordio nel magico mondo dell'amore fisico era solo rimandato a un momento più adatto, in cui si sperava che nessuno sarebbe andato a ficcare il naso dove non doveva.
"E vedi di non farti trovare qui" sibilò mentre usciva "o saranno guai per tutti e due".
"Lascia fare" rispose lui con la sua Faccia Tosta Saotome™ "l'Umiseken non me lo sono mica scordato".
"Bravo bimbo" sorrise.
Chissà cosa può volere quella strampalata cuoca.
Arrivò in fretta di fronte all'apparecchio, che in quel momento le apparve come il peggior nemico. Come osava distrarla da cose tanto importanti, brutto bastardo?
"Pronto?".
"Akane, ciao. Disturbo?".
La più piccola delle Tendo ebbe il preponderante impulso di risponderle urlando, di sbatterle il telefono in faccia e di tornarsene a quello che stava per fare prima. Ma naturalmente non lo fece: "No no, figurati. Che c'è?".
"Ma no, niente di che. Volevo solo sapere se ti andava di andare a fare un giro per negozi".
"Ukyo, ancora? Ma sarà la quarta volta in quest'ultimo mese! Da quando sei diventata una drogata di shopping?".
"Da quando ho un maschio per casa, ecco da quando. Tu non senti il bisogno di sfoggiare ogni giorno un abito e un paio di scarpe diversi per strabiliare Ranchan?".
"Mi conosci e sai che non è il mio caso. E fino a pochi minuti fa non avevo bisogno di nessun abito...".
...
...
Cazzo. Stupida lingua lunga.
"Akane...".
"S-Sì?".
"Devi dirmi qualcosa?".
"Chi, io? Assolutissimissimamente nulla, ti pare. Che cosa dovrei dirti?".
"... adesso non solo voglio, pretendo quest'uscita".
"Kuonji, sei un'infame".
"Ho imparato dalla migliore nel campo".
"Nabiki, dunque".
"Esattamente. Fra dieci minuti di fronte al ristorante".
"Ma ma ma...". Quest'ultima frase venne rivolta al TU-TU che aveva sostituito la loro comunicazione.
Oh santo cielo, in che guaio mi sono cacciata.
I tuoi guai devono ancora iniziare, piccola.
Quasi a confermare questa innocente e per nulla motivata nota dell'autore la porta di casa Tendo si spalancò d'improvviso, facendola trasalire.
"Akane!" urlò Shan-Pu "sono arrivati".
La cinesina si trascinò dentro casa, accasciandosi contro una parete per riprendere fiato.
Akane le si avvicinò di corsa, allarmata: era raro vedere Shan-Pu così agitata, e se lo era significava che c’erano guai grossi in vista...
Il senso senso di Ranma non sbaglia mai, eh?
“Shan-Pu calmati” le disse “Cos’è successo? Chi è arrivato?”
“Le... le amazzoni...”
“Cosa?!”
Il cuore di Akane saltò un battito.
Credeva che la guerra con il consiglio di Joketsuzoku fosse roba vecchia, un pericolo ormai lontano nel tempo. Un brutto ricordo che nessuno di loro lasciava mai affiorare.
“Loro non hanno dimenticato... loro qui per vendicarsi” ansimò Shan-Pu, più per il terrore che per la stanchezza data dalla corsa “loro... loro volere nostre teste! La mia! Quella di Mousse! Loro vogliono noi morti perché vergogna per villaggio... e volere voi morti perché ci avete aiutati...”
Akane tremò.
Aveva temuto per quasi due anni che tornassero a farsi vive.
I primi mesi dopo il gran casino contro le amazzoni tutti avevano vissuto in un perenne stato di allarme, temendo che un emissario del Consiglio potesse spuntare da dietro l’angolo in ogni minuto. Col passare del tempo, senza segnali di minacce incombenti, quella tensione era andata scemando. E come nella più classica delle pellicole d’azione, quando i protagonisti si rilassano convinti che tutto ormai vada per il meglio...
“...oddio. Ukyo!”
“Aya...”
Le due ragazze si guardarono terrorizzate. Ukyo era stata vittima inconsapevole degli eventi all’epoca, ma non era da escludere che anche per lei potessero esserci ripercussioni.
“Shan-Pu, io corro da Ukyo ad avvisarla! Tu aggiorna Ranma, ok?” disse, e sfrecciò fuori dalla porta.
La cinesina rimase per un attimo la porta di casa Tendo, poi si avviò con passo tremante a cercare Ranma.
 
“Ma quanto ci mette ad arrivare?”
“Non le avevi detto dieci minuti?”
“Vorrà tenermi sulle spine, figurati” sbuffò Ukyo, facendo avanti e indietro davanti la porta del locale.
“Cosa avrete di così urgente da dirvi, poi...” borbottò incosciente Ryoga, mentre puliva il bancone “non vi siete viste anche a scuola?”
“Che c’entra, questo è successo dopo!”
“Ma cosa è successo, esattamente?”
“...non lo so. Ma credo sia roba che scotta!” trillò, tutta esaltata. Non osava dire a Ryoga cosa stava immaginando, ma se aveva ragione... oh oh oh, che scoop sarebbe stato!
“Dev’essere un non lo so davvero interessante per costringerla a venire qui e farle il terzo grado...”
Ukyo stava per rispondere a tono all’uomomaialino, quando un rumore fuori dal locale la distolse dalle sue intenzioni.
"Ukyo! Ukyo! Ci sei?" strepitò una voce appena al di là della porta. Non la riconobbe.
"Chi è che fa tutto 'sto casino, si può sapere?" disse scocciata mentre apriva l'ingresso. Vide un Mousse sudato come un maiale che si reggeva contro il muro per rifiatare.
"Anatroccolo? Che ci fai tu qui? Cos'è tutta 'sta agitazione?".
"Ukyo... meno male, ho fatto in tempo".
"A far cosa? Che sta succedendo, diamine?".
"Non c'è tempo per spiegare. Fai uscire Ryoga e andiamocene di qui, siamo un bersaglio esposto".
Che. Diavolo. Sta. Succedendo.
Di fronte a una tale concitazione trovò saggio fare come le era stato suggerito, pertanto fece uscire Hibiki e tutti e tre si allontanarono da quel posto.
E qui abbiamo un primo problema.
Shan-Pu era un tipo stoico e tosto, ma ogni tanto soffriva di un leggerissimo difetto: se messa sotto pressione perdeva la bussola. Si era completamente dimenticata di aver mandato Mousse ad avvisare Ukyo (e anche Ryoga, per pura precauzione), quindi era troppo sconvolta per dire ad Akane che non serviva farlo una seconda volta.
Mousse, Ryoga e Ukyo erano tutti più veloci di lei. Forse Ukyo no, a onor del vero, ma comunque la loro velocità di crociera media era ben superiore alla sua.
Quindi accadde una cosa molto poco simpatica: uno di loro sei, per inciso quella che avrebbe avuto più difficoltà a difendersi se isolata dai compari, si era staccata dal gruppo principale. Diventando così una preda potenzialmente... oserei dire quasi banale.
E la stessa Akane, quando giunse di fronte all'Okonomiyaki Ucchan, vide la porta spalancata e si accorse che non c'era nessuno... beh, diciamo che la sensazione che la pervase non fu delle più rassicuranti.
"C'è nessuno? Ukyo? Ryoga?" si sbracciò a voce nel tentativo di trovarli. Naturalmente non ebbe risposta.
O meglio, non ebbe la risposta che cercava.
"Akane Tendo, ti condanno a morte".

“Mousse, si può sapere cos’è successo?”
Mentre rivolgeva quella domanda al miope cinese, Ryoga si lasciò andare sul divano del salotto di casa Tendo, che come in ogni gran casino di Nerima che si rispetti si apprestava a diventare quartier generale dei ribelli.
“Perché ci hai fatti scappare di corsa come avessimo Satana alle costole?”
“Diciamo che non sei lontano dalla verità” li interruppe Ranma, precedentemente informato da Shan-Pu, che fece la sua entrata in scena nella stanza.
Ryoga li guardò tutti in un crescendo di nervosismo. Non aveva idea di cosa diavolo stesse accadendo e nessuno sembrava essere intenzionato a dargli una spiegazione.
Alla fine sbottò.
“Scusate se interrompo i vostri segretucci” ringhiò “ma qualcuno sarebbe così gentile da spiegarmi perché sono dovuto scappare come un ladro dalla mia attuale casa?!”
“Ryoga ha ragione” disse infine Ukyo, che era rimasta in silenzio da quando erano fuggiti dal ristorante “lui non c’entra neanche nulla in questo casino...”
“A loro non importerà” rispose Mousse in tono funereo.
“Loro... chi?” chiese l’eterno disperso, esasperato.
“Le amazzoni.”
Tutti si voltarono verso la voce gracchiante che proveniva dal corridoio: Obaba, ferma sulla soglia, li osservava tutti.
“Le... amazzoni?” balbettò Ryoga “Cosa possono volere da noi, non...”
“Tu sai cos’è successo qui un anno e mezzo fa circa, vero giovanotto?”
Il ragazzo improvvisamente capì.
Quand’era tornato a Nerima, dopo un anno di assenza, si era ritrovato quel piccolo universo tutto capovolto: vecchi amori, nuove fiamme e racconti di guerra. Sapeva che tutto era nato a causa di un colpo di testa di Mousse, che stanco delle angherie subite dalla vecchia e da Shan-Pu, aveva deciso di sfidare a duello quest’ultima. Vincendo. E la cosa non era andata giù al Gran Consiglio delle amazzoni.
“Ma... ma non era tutto finito? Avete vinto... no?” chiese, incerto. Sapeva dai racconti di Ukyo che era stata uno scontro all’ultimo sangue, e che ne erano usciti vivi per pura fortuna.
“Abbiamo vinto la battaglia ma non la guerra” rispose Obaba, pensierosa. “Non hanno mai dimenticato ciò che successe in quei giorni. Soprattutto l’aver... messo fuori gioco un membro del Consiglio e un suo emissario è per loro un’onta da lavare col sangue.”
I ragazzi rimasero in silenzio ad osservare la vecchia amazzone, assimilando quelle informazioni. Ukyo si volse a guardare Ryoga, vittima inconsapevole di un gioco al massacro a cui non aveva neanche preso parte. Per la prima volta da quando si frequentavano, ebbe davvero il timore che potesse succedergli qualcosa di brutto per il semplice fatto che era il suo... ragazzo.
“E comunque la prossima volta fate attenzione a chi vi lasciate dietro” proseguì la vecchia amazzone, avanzando verso il divano con un enorme fagotto - che riusciva a tenere con facilità con un braccio solo nonostante la mole, e facendo cenno ai ragazzi di farle spazio “o rischierete di non trovarlo più intero.”
Così facendo lasciò cadere il fagotto sul sofà e aprì i lembi della stoffa, rivelando al suo interno un’ Akane priva di sensi.

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Capitolo 2
*** Non ricordavo che Ukyo facesse parte dell'Anonima Sequestri ***


Ranma si precipitò come un missile sulla svenuta Akane, istantaneamente in apprensione nel vederla così. Gli altri, pur condividendo la sua preoccupazione, si evitarono di manifestarlo apertamente. Ryoga e Mousse, in particolare, temevano che qualunque loro possibile movimento potesse essere da lui frainteso.
"Che le è successo?" chiese, rivolgendosi a Obaba "Sta bene? Chi le ha fatto questo?". Mentre attendeva la risposta cercò di farle riprendere i sensi scuotendola e dandole delle lievissime sberle sulle gote.
"Stavano per portarla via" rispose lei, impassibile come suo solito "ed è stato solo per un colpo di fortuna con i tempi se l'ho intercettata e potuta portare in salvo. Anche se...".
"Anche se?".
"Anche se devo proprio ammetterlo: mi ha stupita. Ero rimasta nascosta in cima alle scale ad osservarla quando è stata sorpresa alle spalle da un sicario. Ero ovviamente pronta ad intervenire in qualunque momento, ma so che la ragazza è orgogliosa e avrebbe mal digerito una mia interferenza. L'ho vista molto più forte e determinata dell'ultima volta in cui ho avuto il piacere di essere spettatrice. Sì, mi riferisco all'occasione con Wei-Zan. Ma comunque si è difesa molto bene. Merito tuo, Ranma?".
"Come lo sai?".
"Le voci girano in fretta in una cittadina come Nerima. E guarda che non c'è nulla di male. Anzi, col senno di poi hai fatto solo bene".
Il discorso, che probabilmente sarebbe proseguito ancora un po', venne interrotto da Ukyo che prese la parola: "Scusate se mi metto in mezzo a queste simpaticissime chiacchiere da salotto, ma avrei una domanda".
"Sarebbe?".
"Come ha fatto Akane a finire dentro un sacco? Chi ce l'ha messa?".
Obaba sospirò.
“Beh... i suoi avversari erano pur sempre sicari delle amazzoni. Diciamo che per la situazione in cui si è trovata ha retto molto più di quanto mi aspettassi. Soprattutto se le amazzoni sono dovute ricorrere a trucchetti tanto banali...” disse la vecchia, afferrando un lembo del sacco. “Probabilmente hanno sottovalutato Akane e i suoi notevoli miglioramenti...”
“Sottovalutato? Vuol dire che... ci hanno tenuto d’occhio per più di un anno?!” balbettò Ukyo, colta alla sprovvista dalla notizia.
“Avevi forse qualche dubbio?” commentò Mousse “Le amazzoni sanno benissimo che la vendetta è un piatto che va servito freddo. E un’onta del genere non ammette passi falsi dovuti alla fretta...”
I ragazzi si scambiarono occhiate preoccupate: stavolta il Gran Consiglio sembrava intenzionato a lavare col sangue la dipartita di Wei Zan, ripristinando così l’onore della tribù. Possibilmente con le loro teste come trofei.
“Comunque” proseguì Obaba “quello del sacco rimane un giochetto davvero di bassa lega... probabilmente avevano mandato in ricognizione membri ritenuti... sacrificabili.”
“Non è loro modo di fare... che intenzioni hanno, bisnonna?” chiese Shan-Pu, inquieta.
“Non lo so bambina, ma non è niente di buono temo... dobbiamo prepararci al peggio.”
Ranma rabbrividì ascoltando il discorso della vecchia amazzone. Per la prima volta non ebbe alcuna voglia di fare lo spaccone, neanche per allentare la tensione crescente.
Il suo sesto senso gli urlava che sarebbe stata la battaglia più pericolosa della sua vita.
Si schiarì la voce e chiese: “Cosa ci suggerisce di fare?”
“Al momento nulla. Cercate di non dare nell’occhio, rimanete sempre insieme ed evitate di farvi seguire fin qui. Probabilmente non ci metteranno molto a scoprire che vi trovare in casa Tendo, quindi andrò a cercare un posto più sicuro dove nascondervi”.
Detto questo si congedò, lasciando i presenti a rimuginare su quanto aveva detto.
"Ugh... cos'è successo?". Le sei teste si voltarono all'unisono nella direzione della voce, che apparteneva ad una sveglia, sebbene ancora intontita, Akane. Si alzò piano, una mano sulla fronte come a voler fermare un'emicrania che avanza implacabile.
Ranma le fu subito addosso e la aiutò ad assettarsi in posizione seduta, riempiendola di attenzione e cure. Non aveva nessuna voglia di mantenere la maschera del ragazzo freddo, e anzi provava un gran sollievo nel vederla tutto sommato a posto. Come era sempre successo, con la differenza che non stava facendo proprio nulla per nasconderlo.
"Calma Akane, calma. Non agitarti. Devi aver preso una botta in testa. Ecco, sistemati. Vado a prenderti un bicchiere d'acqua. Mousse?".
"Dimmi".
"Spiegale le novità, per favore. Torno subito".
"Ok". Si avvicinò a lei, accompagnato da Shan-Pu. I due si sedettero ai suoi fianchi, e cominciarono a dirle delle raccomandazioni di Obaba.
In tutto questo Ukyo, tenutasi in disparte insieme a Ryoga, cominciò a fissare l'uomomaialino dritto negli occhi per poi prenderlo e trascinarlo fuori dal salotto. Non rispose a quelli, chiunque fossero, che le chiedevano cosa le fosse saltato in testa.
"Meno male che dovevamo rimanere insieme" sussurrò Mousse.
Si allontanarono un po', con Ukyo che trascinava Ryoga come un cane al guinzaglio. Il poveretto non ci stava capendo più niente. Non che dall'inizio di quella storia avesse capito poi tutto, ma la sua comprensione degli ultimi minuti era un gigantesco buco nero.
"Ukyo... Ukyo, che diavolo stai facendo! Dove mi porti?" disse mentre quella, come posseduta da qualcosa, lo sballottava a destra e a manca.
"Ryoga... devo parlarti. In privato. Ed è importante".
“Parlarmi? Adesso?!”
Ukyo non rispose ma continuò a camminare lungo il corridoio, fermandosi solo quando fu sicura di essere lontana da occhi e orecchie indiscrete. Ryoga la afferrò per una spalla, costringendola a voltarsi verso di lui.
“Ukyo, si può sapere cosa devi dirmi con tanta urgenza?”
“Va via.”
“Co... come?”
“Va via ho detto.”
“Stai scherzando? Non posso andarmene adesso, hai sentito cos’ha detto il vecchio ghoul!”
“Ed è proprio per questo che devi andartene! Sei in pericolo, vattene finchè sei in tempo!”
“Io non scappo davanti a un nemico!” ringhiò lui, colpito nel suo orgoglio di artista marziale.
“Ma brutto idiota, ti pare il momento di fare il gradasso?” urlò lei, spazientita “Tu non c’entri nulla in tutto questo casino, non è la tua battaglia!”
Ryoga guardò Ukyo in silenzio, poi le sorrise. Uno di quei sorrisi in cui mostrava volutamente i canini e che alla ragazza piacevano tanto.
“Lo è da quando sono diventato il tuo ragazzo. Credi forse che ti lasci da sola in mezzo a questo casino?”
Ukyo arrossì di colpo, fissando Ryoga con occhi sgranati: non era abituata ad avere qualcuno che si preoccupasse di lei in questo modo... figurarsi un ragazzo. Il suo ragazzo.
“S-stupido... rischi di farti ammazzare...” balbettò, sforzandosi di rimanere impassibile.
“Per te questo ed altro Kuonji” rise lui, abbracciandola “anche se preferirei proseguire la nostra relazione da vivo.”
Ukyo si strinse a lui, cercando di nascondere le lacrime di commozione.
“...scemo. Vedi di non crepare in battaglia o ti ammazzo.”
“Spiegami come fai ad ammazzarmi se sono già morto.”
“...zitto!”
Ryoga ridacchiò e la strinse più forte a sé.
Ukyo si lasciò coccolare, pregando i kami affinché non succedesse nulla al ragazzo.

“Ti vedo pensieroso.”
Ranma, steso sul tetto, non si mosse di un millimetro.
“È stata una giornata piuttosto intensa Mousse, sai com’è...”
“Se riesci a fare battute tanto tristi significa che non stai messo così male.”
“Punzecchiami ancora e ti lancio dentro il laghetto delle carpe.”
Mousse ridacchiò e alzò le mani in segno di resa. Dopo qualche istante di silenzio, il cinese parlò di nuovo.
“Prima ero serio, comunque. Qualcosa ti tormenta.”
Ranma sospirò.
“È che... stavolta la vedo male, davvero. Persino contro Wei Zan ho sempre pensato che avremmo potuto farcela, anche quando sembrava non esserci speranza. Ma stavolta... non lo so, ho un brutto presentimento.”
Mousse non rispose. I timori di Ranma erano gli stessi che tormentavano lui da quando erano fuggiti di corsa dal ristorante. Se nemmeno la vecchia Obaba sapeva cosa li aspettava prevedere le mosse del Gran Consiglio sarebbe stato impossibile. Anzi, era probabile che avrebbero appositamente agito in maniera diversa dal solito proprio per coglierli tutti impreparati.
“Temo che tu abbia ragione...”
Senza nient’altro da aggiungere, i due rimasero in silenzio a guardare l’orizzonte.

Dell’arredamento dell'Okonomiyaki Ucchan rimaneva ben poco.
Tavoli distrutti e pezzi di sedie erano sparsi per il locale, segni della furiosa lotta tra Akane e i sicari.
Obaba si aggirò con cautela tra i resti del mobilio, il chi quasi del tutto annullato per evitare di farsi scoprire nel caso fosse rimasto qualcuno a tenere d’occhio il locale.
“Ti stavamo aspettando, nobile Cologne.”
Obaba si voltò verso un angolo in fondo, vicino alle scale: un’ombra la osservava.
“Hmpf, come supponevo hanno lasciato qualcuno di guardia.”
“Noi siamo qui solo per osservare, nobile Cologne. E per riferirti un messaggio da parte del Gran Consiglio.”
Osservatori... e un messaggio. A che gioco stavano giocando?
“Sentiamo.”
La donna fece un colpo di tosse posticcio, poi cominciò a recitare parole che si capiva non venivano originariamente dalla sua bocca: "Cologne, tu e tua nipote siete state impresse col marchio dell'infamia e verrete punite come meritate. Il non aver voluto rispettare le leggi, faro delle amazzoni e bene supremo, vi condanna automaticamente a una fine miserevole, degna dei peggiori mascalzoni. Senza dimenticarsi, sia chiaro, dello spregevole omicidio del Decano. Voi e la vostra congrega verrete braccati, inseguiti in ogni angolo del mondo e, quando ci saremo convinte che avete penato abbastanza, staccheremo le vostre teste. Non sarà breve e non sarà piacevole, tranne che per noi. Nessuna speranza, nessun perdono. Godetevi gli ultimi giorni di vita che vi restano, anche se saranno pieni di terrore e raccapriccio. Qua a Joketsuzoku abbiamo preparato sette fosse che per ora sono fredde e vuote, ma non resteranno così per molto. Addio".
Obaba non si aspettava niente di troppo diverso. Minacce di morte e devastazione, in perfetto stile amazzone.
Un solo particolare la metteva particolarmente in apprensione: sette? Come sette? Lei, Shan-Pu, Mousse, Ranma, Akane, Ukyo... e Ryoga? Perché?
"Nobile Cologne" riprese la voce, con lo stesso tono di prima "io sono qui solo per riferirle questo. Non la attaccherò e non inizierò nessuna azione ostile nei suoi confronti. Le chiedo gentilmente di lasciarmi andare. Sono innocua".
Innocua? Lasciarti andare? Sul serio? Siamo in guerra, bamboccia. Non esiste nulla di innocuo quando c'è l'osso del collo di mezzo.
Scattò in avanti verso la zona in cui si trovava quella misteriosa presenza e agitò il bastone per colpire, ma tutto ciò che trovò fu aria.
Svanita. Molto brava la poppante.
Si chiese se fosse il caso di avvisare Ryoga della novità. Probabilmente il ragazzo aveva già deciso di rimanere al fianco dei suoi amici, si disse. Beata gioventù incosciente. Sempre pronti a fare gli eroi e rischiare la propria vita per qualcun altro. E tuttavia non le riusciva proprio di biasimarlo.
Questi sbarbatelli mi stanno proprio rammollendo, pensò divertita.
Si guardò un’ultima volta attorno per assicurarsi che non ci fossero altre sorprese, poi decise di tornare al Neko Hanten: era ora di raccattare quante più informazioni possibili e poi cercare un posto sicuro.

Più rimuginava sull’accaduto, più finiva per darsi dell’idiota.
Akane si lasciò scivolare sui cuscini del divano, spossata. Dell’attacco subito all’Ucchan ricordava poco, tranne che l’avevano aggredita almeno in tre e si era difesa come una leonessa.
O più una gatta terrorizzata, pensò.
Continuava a dirsi che avrebbe potuto fare molto di più se non l’avessero tramortita con un colpo alla testa, anche se Mousse e Shan-Pu le avevano ripetuto più volte che se l’era cavata egregiamente contro un attacco a sorpresa da parte delle amazzoni. Il suo senso d’inferiorità nei confronti di Ranma e degli altri decideva di farsi sentire nei momenti meno adatti: odiava dover essere soccorsa ogni volta, voleva combattere da sola le sue battaglie; ma ogni volta finiva per trovarsi nell’infame ruolo della principessina da salvare. E in una guerra contro le amazzoni non voleva essere un peso per nessuno. Mentre formulava questo pensiero si trovò a posare gli occhi su Shan-Pu, intenta a discutere di qualcosa con Mousse nella loro lingua natia; si trovò a ripensare a tutte le volte che aveva invidiato le tecniche pericolosissime che padroneggiava con abilità, a tutte le volte che in battaglia si era rivelata un valido aiuto - e non una palla al piede, si disse. Io voglio difendermi da sola.
Ranma, sempre seduto accanto a lei, non mancò di notare lo sguardo torvo che alleggiava sul suo volto.
"Uno yen per i tuoi pensieri".
"Uh?" fece voltandosi verso di lui "Non stavo pensando a nulla" si difese. Con troppa convinzione, a quanto pareva, perché il ragazzo non smise di osservarla con lo sguardo dell'Hercule Poirot dei poveri.
"Akane, ti conosco talmente bene da capire così" con tanto di schiocco delle dita "quando menti. Non mi dirai che stavi rimuginando su quanto accaduto al ristorante, spero. La vecchia è stata molto chiara in proposito e hai detto che hai fatto un figurone".
Gesù, mantenere un segreto con questo è impossibile.
"Ma... ma no, cosa vai a pensare..." tentò debolmente, in maniera così fiacca che non convinse nemmeno se stessa. Mentire sapendo di farlo era una cosa che le riusciva pessimamente.
"Penso quel che vedo. E quel faccino corrucciato mi dice questo. Ascoltami" disse prendendole le mani "questa volta è andata così, pur tenendo presente le molte attenuanti che te la dovrebbero dir lunga su quanti progressi hai fatto. Ma va beh, è successo. Mettitela dietro e guarda avanti. Sono sicuro, e credimi quando ti dico che non ti sto raccontando frottole, che alla prossima occasione finirai con lo spaccare qualche muso cinese".
"Ranma...". Akane sembrava seriamente scossa da qualcosa. Era scossa da fremiti e sugli occhi aveva una patina traslucida.
"Akane! Ho detto qualcosa che non dovevo! Scusami per favore, scusami!".
"No cretino, non è quello... io... sono spaventata a morte da questa cosa...".
"Ma no, non devi! Sei stata solo sfortunata e...".
"Fammi finire. Quello che mi spaventa è che, per aiutare me e sopperire alla mia inettitudine, tu o uno di voi possa... finire male... è una cosa che non mi perdonerei mai...".
Gli altri, tirati in ballo, presero ad osservarla attoniti.
Il peso degli sguardi puntati addosso la mise ancora di più in agitazione. Avrebbe preferito che nessuno venisse a conoscenza delle sue paura, ma ormai il danno era fatto.
“Akane, nessuno qui ti crede un peso...” balbettò Mousse, ma bastò un’occhiata di Akane a zittirlo.
“Cosa ci siamo persi?”
Tutti si voltarono verso la porta, da cui Ukyo e Ryoga stavano osservando la scena.
“Niente, non è successo nulla” borbottò Akane, per nulla intenzionata a riprendere quell’argomento.
“Nulla non direi” esordì Shan-Pu. Akane si voltò a guardarla, stupita. “Se tu crede di essere peso in battaglia” proseguì nel suo giapponese zoppicante “allora fa in modo di non esserlo.”
Ma sentila, pensò Akane. Sono tutti bravi a parole eh?
“Facile parlare quando sei stata addestrata a uccidere fin dall’infanzia” ringhiò la minore delle Tendo, punta sul vivo.
“Anche tu pratichi arti marziali da quando eri piccola.”
“Ma non sono al tuo livello! Quindi scusami se mi preoccupo della vostra incolumità visto che non sarò in grado di aiutarvi come si deve!”
“Se vuoi aiutare noi smettila di piangerti addosso!” tuonò Shan-Pu, alzandosi in piedi e piazzandosi di fronte ad Akane. “Tu vuoi aiutare noi? Allora noi aiutare te a migliorare! Ranma sta già allenando te, ma io posso insegnare tecniche pericolose per difenderti.”
Akane non credeva alle sue orecchie. Shan-Pu voleva... addestrarla?
"Ranma addestra te, ma lui non conosce nostri trucchi. E nostri trucchi molto utili per... uccidere".
Quella singola parola buttò una cupola di silenzio pesante su tutti loro.
Uccidere. Poteva essere necessario, purtroppo. Tutti loro sapevano che non c'era nulla da scherzare, ricordandosi di quanto era successo l'ultima volta, e ancora meglio lo sapevano ovviamente Mousse e Shan-Pu. Nessuno aveva realmente considerato l'ipotesi, ma le parole della ragazza cinese suonarono terribilmente... premonitrici.
"Sarà davvero necessario?" azzardò Ukyo, facendosi portavoce dei dubbi collettivi.
"Voglio sperare di no" le rispose immediatamente Ranma "ma voglio che sappiate questo: se non si potrà fare altrimenti io non esiterò. Mi rendo conto che è un discorso crudele e inumano, ma si tratterebbe solo di rendere pan per focaccia a chi ci sta cacciando come fossimo animali da appendere sopra il caminetto. Tengo a tutti voi, in gradi e per motivi diversi, e non voglio che il vostro sangue venga sparso inutilmente. In particolare" si fermò un attimo per afferrare Akane e stringerle un braccio in vita "tengo più della mia stessa vita a lei e dovranno farmi fuori diecimila volte prima che io consenta a qualcuno di torcerle anche solo un capello".
C'è da dire questo: simili manifestazioni di affetto palese da parte di Ranma Saotome, per quanto oramai accettate dal loro piccolo capannello, non erano così frequenti da passare inosservate. Le restanti quattro persone lo guardarono, alcuni colpiti da una tale determinazione nel proteggere in maniera tanto vocale la fidanzata, altri tinteggiati da una lievissima punta di gelosia, altri ancora semplicemente stupiti da quanto Ranma potesse, in momenti particolarmente brillanti, mostrarsi tanto protettivo e innamorato. Nonostante tutto le vecchie abitudini erano dure a morire.
Questo mi fa venire in mente qualcosa, si disse Ukyo. Con i movimenti di un predatore riuscì a sottrarre Akane dalla stretta di Ranma e la trascinò via, incurante delle sue lamentele.
"Oggi la tua cuoca ama rapire la gente" fece notare con sarcasmo Mousse nei confronti di Ryoga, che ebbe la decenza di balbettare delle scuse a nome suo.
"Ukyo, ma basta portar via le persone contro la loro volontà! Prima lui, poi me! Che ti prende?" sbraitò l'ostaggio.
"Guarda che, nonostante tutta 'sta bagarre, non mi sono dimenticata di quella telefonata. E poi un po' di notizie leggere fanno solo bene per smorzare la tensione. Parla".
“Eh?”
“Oh non fare la finta tonta, sai bene di cosa parlo! Eri tu quella che... non aveva bisogno di vestiti.”
Akane arrossì di colpo.
“U-Ukyo! Ma ti sembra il momento di tirar fuori argomenti simili?!”
“Certo che si! Dopo potremmo essere fin troppo occupate per parlarne, soprattutto ora che Shan-Pu ha deciso di fare di te un membro onorario delle amazzoni! Quindi Tendo, sputa il rospo!”
Akane si trovava letteralmente con le spalle al muro. Non credeva fosse il momento più adatto per chiacchiere di quel genere, con tutto quello a cui dovevano pensare... eppure una parte di lei voleva dar corda ad Ukyo. Chissà se e quando avrebbero di nuovo avuto modo di parlare così...
“Beh...” cominciò, giocando distrattamente con una ciocca di capelli “diciamo che le cose tra me e Ranma si sono... evolute.”
“Evolute come?”
“Eeeeh... per il meglio...” balbettò.
“Akane, dettagli.”
“Ecco... io... lui... insomma... l’abbiamo fatto, ok?!”
L’urlo di Ukyo venne uditò in tutta la casa, tanto da far affacciare i ragazzi in corridoio per assicurarsi che non fossero apparse dal nulla altre amazzoni.
“Non c’è bisogno di urlare così, scema! Vuoi che ci sentano fino a Joketsuzoku?!”
“Scusami, scusami! Ma è una notiziona, capisci?” trillò, tenendo Akane per le mani e saltellando sul posto “Dai dai, racconta! Com’è stato?”
“Beh... è stato bello” gongolò Akane, cercando di trattenere squittii e risolini squisitamente femminili.
“E Ranma? Come si è comportato? Era nervoso? O ha fatto lo spaccone anche in quel momento, atteggiandosi a playboy?”
“Macchè spaccone! Era così impacciato... avresti dovuto vederlo, era così tenero!”
Ukyo si lasciò scappare altre risatine, seguita a ruota da Akane.
“Continua, continua! Voglio sapere ogni dettaglio!”
-
“Etciù!”
“Salute Ranma. Preso freddo?”
“No Mousse, non credo” rispose il codinato, tirando su col naso “però ho come la sensazione che qualcuno stia parlando di me.”

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Capitolo 3
*** Pare sia in arrivo una tempesta dalla Cina, ma c'è ancora un po' di pace prima ***


"L'hanno fatto! L'hanno fatto! L'hanno fatto!" pensò una raggiante Ukyo mentre lei ed Akane tornavano verso il salone dove avevano lasciato tutti gli altri, presumibilmente a bocca aperta per l'inaspettata fuga.
Era... era così felice per l'amica. Ed eccitata ad immaginarseli avvinti sotto le coperte, impegnati in chissà quali manovre da acrobati. E presa da una miriade di sentimenti, contrastanti e non, che si sgomitavano e si spingevano e reclamavano il loro momento di gloria.
Poi, non appena furono rientrate, i suoi occhi caddero casualmente su Ryoga. E si aprirono le cataratte dei pensieri liberi.
Vogliamo essere onesti? E siamo onesti. La prima immagine che vide, ovviamente influenzata dal racconto che aveva ascoltato da non più di un minuto, implicava un letto, pochi vestiti e tanta voglia di esplorarsi. Ma a sua difesa va detto che, pur rimanendo sempre discretamente in secondo piano senza mai andarsene del tutto, venne presto sostituita sul palco principale da una miriade di altre preoccupazioni e domande e quant'altro.
Chissà se prima o poi anche io e lui sì però forse è presto e poi adesso ci sono le amazzoni non è il momento adatto ma ma ma io lui noi e gli altri e la nostra situazione attuale...
Kuonji, respira e riordina. Non hai tempo, in questo momento, per pensare a queste cose. Già strappare la confessione ad Akane è stato... diciamo poco appropriato, se non altro perché abbiamo questioni più pressanti.
"Akane! Cosa voleva quella pazza furiosa?" chiese Ranma avventandosi sulla fidanzata, un poco preoccupato.
"Oh, niente" minimizzo lei "e guarda che non serve chiamarla pazza furiosa così tanto per, eh. Guarda che non ha mica fatto nulla".
"Sì sì, ok" tagliò corto lui, afferrandola per le spalle.
"Sei di una dolcezza rivoltante, Ranchan. Grazie" commentò acida Ukyo, che riteneva quella scenata sin troppo esagerata. “Sei passato dall’essere rozzo e screanzato all’essere iperprotettivo quasi idrofobo” aggiunse, piccata. Qualche malelingua avrebbe potuto ipotizzare che parlasse così per pura gelosia, e magari avrebbe avuto anche ragione fino a un anno fa. Ma ormai era storia vecchia, lei era felicemente occupata con un adorabile uomomaialino e non aveva occhi che per lui; semplicemente odiava quei momenti in cui Ranchan ragionava come un cavernicolo, dimenticando quanto Akane odiasse essere trattata come una principessina da proteggere. E soprattutto, in quelle condizioni era impossibile riuscire a fare una conversazione normale con lui.
“Smettetela di punzecchiarvi, per favore” intervenne Akane “scannarci tra di noi non serve a niente, ci sono già le amazzoni per questo! Ucchan ti prego, non irritare Ranma...” chiese gentilmente all’amica, che annuì. “E tu...” ringhiò verso Ranma “smettila di comportarti da macho di periferia! Sono ancora integra e non ho bisogno che tu mi segua come un’ombra per proteggermi anche da Ukyo e da chiunque voglia parlarmi, intesi?”
“Ma... !” protestò lui, ma lo sguardo della fidanzata lo fece desistere dal proseguire la frase.
“Niente ma! Apprezzo le intenzioni, ma sono ancora capace di attraversare il corridoio di casa e tornare in salotto indenne!”
Ranma sbuffò e rinunciò a ribattere, lasciandosi cadere sul divano accanto a Ryoga.
“Grazie” rispose ironica Akane, che di farsi difendere dagli altri era ormai arcistufa. “Hm... visto che siamo in argomento... Shan-pu?”
La cinesina sollevò lo sguardo verso Akane.
“Nell’attesa che torni tua nonna, che ne diresti di cominciare i nostri allenamenti speciali?”
Shan-Pu sorrise, annuendo.
“Quando vuoi.”

Maledizione...
Aveva girato in lungo e in largo, ma ancora non aveva trovato un nascondiglio sicuro per tutti loro. Non che avesse nessuna certezza riguardo la riuscita di un piano simile... ma avrebbe perlomeno rallentato l’inevitabile scontro, e magari dare loro il tempo di elaborare una strategia di difesa.
Atterrò sul tetto di fronte a lei, poi si voltò di scatto scrutando ogni angolo in ombra.
“Vieni fuori, lo so che mi stai seguendo.”
Senza farselo ripetere due volte, l’emissario del Gran Consiglio apparve da dietro un comignolo. Obaba sbuffò spazientita: l’idea di qualcuno che la seguiva passo passo senza farsi vedere la irritava, nonostante l’avesse già messa in conto.
“Sentiamo, cosa vuoi ancora?”
“Riferirle le regole del gioco.”
Gioco? Ok, le cose cominciavano a farsi preoccupanti. A Joketsuzoku il concetto di gioco rientrava spesso e volentieri in qualcosa di sadico, poco giocoso e con un sacco di sangue sparso per terra.
"So meglio di te che quella parola non ha significato, a casa nostra. Cosa state tramando?".
"Oh, suvvia nobile Ku-Lun. Ci crede davvero così poco carini nei confronti dei membri della nostra stessa tribù?".
"... senti, sono troppo vecchia per credere alle favole. Io, mia nipote e Mu-Si abbiamo smesso di essere considerati tali da un anno e mezzo. Quindi sei gentilmente pregata di evitare finte cortesie e riferire il tuo messaggio, prima che decida di radere al suolo qualcuno di questi tetti per cercare di farti esplodere la testa".
"Non serve essere tanto scenografica, non si preoccupi. Ora, se mi vuole lasciar spiegare".
"Prego".
Ci fu un istante di silenzio. Obaba sapeva bene che lo scagnozzo voleva far crescere la tensione in lei, ma sapeva altrettanto bene che trucchetti psicologici da quattro soldi come quello non avevano la minima possibilità di attecchire sulla sua vecchia pelle dura come quercia.
Colpo di tosse.
"Vi offriamo una e un'unica possibilità di salvezza, nobile Ku-Lun. Se accetterete di sottoporvi al gioco, e nella malaugurata ipotesi in cui riusciate ad uscirne vivi, non vi perseguiteremo mai più. Sarete liberi da ogni nostra possibile intromissione e verrete graziati anche per un crimine gravissimo come l'uccisione del Decano".
"E se, per pura ipotesi, ci rifiutassimo di partecipare a questo... tsk... gioco?".
"In quel caso nulla potrà salvarvi dalla nostra vendetta. Verrete cacciati, uccisi uno ad uno e i vostri corpi finiranno per galleggiare nel mare del Giappone. Probabilmente sfigurati e irriconoscibili, se sono in grado di interpretare l'opinione generale che si respira a casa".
Domanda stupida, vecchia. Sapevi che avrebbe detto così.
"E va bene. Sentiamo le regole".
“Ognuno di voi affronterà un combattimento con uno dei nostri emissari, uno contro uno; gli scontri non saranno programmati e non vi sarà dato alcun preavviso, l’unica cosa che dovete sapere è che l’attacco a ognuno di voi può arrivare in qualsiasi momento e luogo.”
“Che cosa dobbiamo aspettarci?”
“Questo non vi è concesso saperlo.”
“Come? Che storia è questa?!”
Obaba era incredula. Da quando le Amazzoni attaccavano senza avvisare l’avversario? E senza dare alcun indizio sul tipo di scontro?
“Quindi ci lasciate così” proseguì, caustica “senza neanche sapere di che morte volete farci morire?”
“Vogliamo che sia... una sorpresa” sussurrò il messaggero ombra. Poi, così com’era arrivato, svanì nel nulla.
La vecchia amazzone rimase a fissare il punto dove prima c’era la figura, rimuginando.
Ma guarda, ora il Gran Consiglio ha persino sviluppato il senso dell’umorismo.
Inspirò, cercando di calmarsi: stando così le cose, si disse, continuare a cercare un nascondiglio poteva essere inutile. Quindi tornò verso casa Tendo per informare gli altri.

“Riprova ancora una volta.”
Akane sollevò lo sguardo esausto verso Shan-Pu. Era ormai da tutto il pomeriggio che i loro allenamenti proseguivano, ma non le sembrava di vedere l’ombra di un miglioramento. Col poco tempo che avevano a disposizione, la giovane amazzone aveva deciso di lasciar perdere le armi bianche per passare a tecniche corpo a corpo.
“Non sono sicura di riuscirci...” sussurrò Akane, un po’ demoralizzata. La tecnica che Shan-Pu insisteva nel volerle insegnare era una versione molto semplificata della stessa tecnica usata da Obaba un anno prima per salvare le vite di tutti loro; tecnica che, col solo uso del ki, aveva bloccato i loro tanden - i loro centri vitali, ma senza far riportare loro alcun danno. La sua versione invece prevedeva il solo uso delle mani, la conoscenza dell’esatta posizione dei tre tanden, e la ferma decisione di voler uccidere l’avversario.
“Tu poi, anzi” si corresse “devi farcela. Se tu vuole sopravvivere ed essere aiuto, è tua unica possibilità.”
Si avvicinò ad Akane, e ancora una volta ripassarono i movimenti chiave di quella tecnica, che faceva perno sulla velocità di chi la esegue abbinata a una perfetta tempistica.
“Stai migliorando, vedi?” commentò Shan-Pu, sinceramente colpita dai progressi di Akane. A quanto pare gli allenamenti di Ranma erano stati una manna dal cielo.
“Si ma...” balbettò Akane, scostandosi una ciocca di capelli dalla fronte sudata “finora l’ho provata solo contro i sacchi da allenamento... come faccio a sapere che è efficace? O meglio... che posso riuscirci?”
“Auguratelo.” sussurrò Shan-Pu.
-
“Allora, come vanno i loro allenamenti?”
Ranma si voltò verso la porta del dojo, e trovò Mousse e Ryoga ad osservarlo.
Lui sorrise: "Meglio di quanto pensassi. La ragazza non sarà ai nostri livelli, ma non si può proprio negare che abbia determinazione e forza di volontà da vendere. In quel campo potrebbe insegnare anche a noi. Ricordo il mio allenamento per l'Hiryu Shoten Ha. Tu ricordi, Ryoga?".
"Come no" disse l'uomomaialino sedendosi al suo fianco. "È stato uno dei più estenuanti della mia vita".
"Ecco" proseguì Ranma "immaginatelo ripetuto per giorni e giorni e giorni, poi comprimilo e sbattilo sulle sue spalle. Il risultato ti lascerà stupefatto, te lo assicuro".
Mousse, fino a quel momento in silenzio, si pose sull'altro fianco di Ranma e prese la parola: "Dimmi la verità, Saotome: dicendo così stai anche incensando il tuo operato come suo maestro, no?".
Ci fu un risolino appena trattenuto, poi il ragazzo col codino si voltò nella sua direzione: "Beh, non lo posso negare. Per quanto il merito principale sia suo è pur vero che qualcuno deve pur starle dietro. E quel qualcuno, nel nostro specifico caso, sono io".
"Feh. Galletto che non sei altro".
"Tu non saresti durato dieci minuti, papera. Anzi, ho come l'impressione che tu e lei vi sareste dovuti invertire di ruolo. Senza le tue magiche tasche da macellaio ti metterebbe in seria difficoltà".
"Addirittura?" fu il sarcastico rimarco di risposta.
"Addirittura. Negli ultimi mesi, da quando mi ha chiesto di allenarla, ha fatto passi in avanti davvero enormi. Se non le avessi fatto da istruttore, adesso non riuscirebbe a sostenere queste nuove lezioni".
"Va bene Akane, per oggi basta. Tu stanca, troppo stanca" dichiarò Shan-Pu vedendo la sua allieva in un quasi letterale bagno di sudore. L'altra sembrò ignorarla, intenta com'era a percuotere i sacchi d'allenamento che ormai presentavano grossi buchi.
"Ancora una volta, ancora una volta" prese a dire, come fosse un ipnotico mantra.
"No, basta". E le afferrò i polsi per fermarla.
Si guardarono per qualche istante e Shan-Pu ribadì l'ordine di smetterla. Al che lei si arrese, anche se controvoglia.
Proprio mentre la cinese si stava avvicinando al gruppetto dei maschi per commentare gli allenamenti...
"Gente, siamo nei guai fino al collo" arrivò dalle loro spalle la sempre gracchiante voce di Obaba.
Ranma gemette. Chissà come mai, se lo aspettava.
-
L’atmosfera che regnava in casa, dopo il breve aggiornamento di Obaba, era di assoluta incredulità: persino chi non conosceva bene il modo di fare delle amazzoni in certe situazioni si era ritrovato spiazzato dalle nuove informazioni.
“È la prima volta che sento una cosa del genere....” sussurrò Mousse, ragionando su quanto aveva appena sentito. “Persino nei duelli più cruenti acconsentono sempre a fornire informazioni sull’uso delle armi, o sulle modalità del combattimento... ma un simile modo di fare non l’avevo mai sentito prima!”
“Che carine, ci hanno confezionato un giochino su misura per noi...” borbottò Ranma, sarcastico.
Il signor Tendo, fino a quel momento rimasto in silenzio, si fece avanti e prese parola.
“Nobile Obaba, non vorrei sembrarle inopportuno ma... non sarebbe il caso di cercare davvero un nascondiglio? So che si era già mossa ma...”
“Sarebbe inutile” lo zittì lei, lasciando il povero Soun visibilmente perplesso. “Alla luce di quanto vi ho detto cercare di nasconderci non servirebbe a niente, se vogliono trovarci lo faranno. Semplice. E per questo voglio che lei, le sue figlie e il signor Saotome prendiate le vostre cose e andiate via.”
“Co... cosa?”
Nabiki, che finora si era limitata ad osservare, decise che non voleva più stare zitta.
“Mi faccia capire, ci sta forse cacciando da casa nostra?”
“È per la vostra incolumità che lo faccio, signorina. Non ho certo l’hobby di sfrattare la gente da casa propria.”
“Mi dispiace ma la risposta è no!” rispose il signor Tendo, risoluto. Genma, accanto a lui, si limitò ad annuire.
“E invece io sono d’accordo.”
Tutti si voltarono verso Akane.
“Akane, tesoro, non puoi dire sul serio!”
“Papà, la nobile Obaba ha ragione! Non possiamo nasconderci, ma possiamo almeno evitare che ci siano vittime innocenti” disse, sorridendo “e ti prometto che cercheremo di contenere anche i danni al dojo.”
“Non è certo questo a preoccuparmi, al momento.”
“Lo so ma... in ogni caso, vorrei che andaste via da casa. Voglio sapervi lontani e al sicuro. Potreste... potreste andare da zia Nodoka!” proseguì Akane voltandosi a cercare il supporto di Ranma, che rispose con un cenno d’assenso.
“Spiacente Akane, ma noi non vi lasciamo soli!” si intromise Genma .“Un uomo non scappa davanti a un combattimento!”
“Questa storia l’ho già sentita...” commentà Ukyo sarcastica, rivolgendo un sorrisetto malizioso a Ryoga. Quest’ultimo la ignorò elegantemente per non darle soddisfazione.
“Quindi è deciso” concluse Nabiki “i Tendo non scappano da casa.”
“Bene, vado a preparare la cena!” trillò Kasumi, in un tono talmente allegro e fuori posto da risultare inquietante.
Obaba sbuffò, spazientita, e decise di capitolare. Se avere a che fare con i testardi era irritante, coi Tendo era sfiancante. E una battaglia persa in partenza.
“Oh, fate come volete” borbottò “vorrà dire che andrò a fare una telefonata al dottor Tofu. Visto come sono andate le cose l’ultima volta, meglio avere un medico a portata di mano fin da subito.”
Il... dottor Tofu?
Akane iniziò ad alzare un braccio in direzione della vecchia cinese, salvo poi fermarsi a metà movimento.
Era restia a volerlo coinvolgere. Temeva che, per il solo fatto di associarsi a loro, potesse entrare nella spirale che li stava pian piano ingoiando tutti.
Ma quanto detto dalla vecchia Obaba aveva in effetti senso, e avere un dottore pronto e all'erta faceva comodo. Però...
Stupida coscienza che mette gli altri di fronte a se stessi.
"Akane? Tutto bene?" le sussurrò all'orecchio Ukyo, avvedutasi del tormento interiore dell'amica.
"S-Sì, tutto bene" rispose tentennando, sempre con la voce bassa. Non voleva seminare dubbi e meno persone si fossero accorte dei suoi turbamenti, meglio sarebbe stato.
"Perché ho la sensazione che tu mi stia dicendo una bugia, bimba cattiva?".
"Perché sei una scolaretta indisciplinata, Kuonji. Davvero, tutto ok. Ho solo qualche remora nel voler tirare in ballo il dottor Tofu, ma credo che sia comunque giusto farlo. Se tanto mi dà tanto, considerata l'ultima volta, prima o poi finiremo col fargli visita comunque. Meglio tenerlo pronto".
"Coraggio Tendo, lascia da parte le domande prive di fondamento. Ci danneggiano e basta. Stiamo per andare in guerra, ricordatelo. Ci vuole calma e sangue freddo".
"Puoi anche evitare di citare a sproposito una canzone, sai. Ci fai più bella figura".
"E poi dove sta il divertimento, me lo dici?".
Oh, stupida Ukyo. Vedi di non farti succedere nulla. Mi mancheresti da morire...
-
"Senti un po', maialino" disse piano Ranma avvicinandosi all'orecchio di Ryoga "non ti sembra che le nostre ragazze abbiano l'aria di chi si sta svelando indicibili segreti mortali?".
L'altro non rispose, preso evidentemente alla sprovvista. Quando vide il braccio del suo amico indicarle si accorse che, effettivamente, avevano un'aria a dir poco sospetta. Parlavano fitto fitto e si guardavano attorno circospette.
Ovviamente, dice l'autore, parte di quanto videro era vero. Parte era frutto della loro innata capacità di distorcere la realtà e ridipingerla come più preferivano perché in realtà le due, pur parlandosi in maniera quantomeno vistosa, non assomigliavano per nulla a due spie del KGB.
"Ora che me lo fai notare sì, sono sospette. Chissà cosa stanno complottando...".
"Se vuoi possiamo render loro pan per focaccia".
"E come?".
"Non so. Tanto per cominciare potresti dirmi di cosa avete parlato tu e Ukyo prima di così tanto segreto...".
FIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII.
“N-n-n-n-non sono fatti tuoi!”
“Parla.”
“N-no!”
“PARLA.”
Ryoga cercò di toglierselo di torno, ma decise che era troppo stanco e si accasciò contro una parete del corridoio. Inutile continuare a tergiversare, tanto sapeva bene che Ranma non l’avrebbe lasciato in pace finché non avesse ottenuto ciò che voleva.
“Ok Saotome, piantala di fare la suocera” sbuffò “parlo.”
Ranma annuì soddisfatto, sfoggiando un sorrisone ebete. Ryoga alzò gli occhi al cielo.
“Prima Ukyo mi ha... mi ha chiesto di andare via. Prima che le amazzoni arrivino.”
“Eh? Perché?”
“Perché teme per la mia incolumità... e perché in fondo io non c’entro nulla in questa faida, se non di riflesso.”
“Oh... in effetti non ha torto.”
“Si, ma le ho già detto che Ryoga Hibiki non scappa davanti a un combattimento.”
“Ora capisco la frecciatina di prima...”
“Taci. E inoltre... le ho detto che mi rifiuto di lasciarla sola.”
Il sorrisone di Ranma si allargò ancora di più.
“Oooooh ma come siete carini e coccolosi!” squittì, pizzicando le guance del malcapitato Hibiki “Ancora così acerbi e timidi!”
“Piantala di tirarmi le guance! E poi da quando sono io il timidino? Non mi sembra che tu sia mai stato chissà quale esperto in materia!”
“Beh... si dia il caso che le cose qui sono cambiate.”
Ryoga fissò Ranma incredulo per un attimo, poi sgranò gli occhi.
“Non ci credo.”
“Liberissimo, tanto non è a te che devo renderne conto.”
“Ma la smettete di sparire tutti? Cominciavo ad annoiarmi lì in salotto.”
Entrambi si voltarono verso Mousse, che li osservava poco distante.
“Ukyo ha trascinato Shan-Pu e Akane di nuovo in palestra, non so cos’hanno in mente...” disse, avvicinandosi “voi invece che avete da confabulare?”
“Questo” disse Ryoga, puntando il dito verso Ranma “dice di... essere diventato uomo.”
“Ranma, hai trovato la Nan Nichuan e non ci hai detto niente?!”
Stavolta fu il codinato ad alzare gli occhi al cielo.
“No scemo, intendevo dire che ha... fatto il grande passo con Akane.”
Mousse si voltò di nuovo verso Ranma, sorridendo come una iena. Quest’ultimo ricambiò con lo stesso identico sorriso.
“Benvenuto nel mio mondo!”

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Capitolo 4
*** Forza, prendete gli hula hoop e cominciate a girare ***


Il chiacchiericcio fra i ragazzi era in pieno svolgimento. La novità appena pronunciata orgogliosamente da Ranma stava seminando stupore e senso di cameratismo, rispettivamente in Ryoga e Mousse.
"Ma dai, non ci credo. Tu e Akane..." cominciò l'eterno disperso, titubante. E venne subito interrotto da Ranma che prese a battersi un pugno sul petto con fare da gorilla: "Oh sì invece, credici. Io e Akane, proprio così. Qualche ora fa, prima che questo petardo cinese ci scoppiasse in mano".
"Sei... sei un bugiardo...".
"Ryoga, non vedo perché dovrei mentirti. Se avessi voluto fare il galletto sparaballe sarebbero mesi che lo urlo in giro, non credi? E invece confermo che oggi è stato il gran giorno. Anzi, uno dei gran giorni perché non è neanche il primo".
"Rassegnati, maialetto. Io gli credo, non avrebbe senso aspettare tutto questo tempo per vantarsi di una menzogna. Ora manchi solo tu nel club dei Veri Uomini a cui la Vita, e non solo Quella, ha Dato Tutto".
"C-C-Cosa... cosa stai... dicendo?".
"Ryoga, prima o poi tu e Ukyo dovrete...".
"D-Dovremo c-cosa? Io... lei... noi...".
"Mousse" intervenne Ranma "dai, basta così. Non vedi che è già diventato rosso come un semaforo che dà lo stop? Non mi sembra carino metterlo sotto pressione". E ciò detto lo invitò a guardarlo in faccia per confermare le sue parole.
Un pezzo di peperoncino di Cayenna sarebbe apparso pallido in confronto.
"Va bene, va bene. Ma bada che il discorso è solo sospeso. Appena sbrighiamo questa faccenda delle amazzoni voglio un resoconto completo ed esauriente".
"Mousse, da quando sei l'inviato di Gossip 3000 per Nerima, eh?".
"Bambocci, finitela di perdere tempo con simili baggianate e mettetevi in riga. La situazione è disperata oltre ogni più nera previsione" li interruppe bruscamente una voce alle loro spalle, che tutti e tre riconobbero come quella della vecchia Obaba di ritorno dalla sua telefonata a Tofu.
Si voltarono e la videro ferma, il viso rabbuiato e un'espressione terribilmente seria in volto.
Piselli senza zucchero per tutti, alé.
"Chiamate anche le ragazze, marsch" ordinò con voce dura. Non che la mummia fosse mai stata una persona dai modi affabili, ma tutta questa marzialità era sintomo di qualcosa di davvero grave.
Deve aver scoperto novità poco carine, pensarono.
Per l’ennesima volta in quella giornata si ritrovarono in salotto, seduti attorno al tavolo, in attesa che Obaba parlasse. “Sentiamo, quali news ci porti stavolta?” chiese Ranma, che cominciava un po’ a detestare queste continue riunioni; quasi si augurava di trovarsi faccia a faccia con un’amazzone il prima possibile, perché l’attesa era più snervante di tutto il resto. Ranma era uno che odiava stare con le mani in mano.
“Punto primo, il dottor Tofu sta per arrivare. Meglio premunirsi, non sappiamo cosa ci aspetta. Punto secondo... ho nuove informazioni.”
A quella frase l’intero gruppo sembrò trattenere il fiato.
“Di nuovo emissari del Gran Consiglio?” osò Mousse.
“No. Questa volta è un informazione avuta... per vie traverse” rispose la vecchia, soppesando le parole. “Ho ricevuto una telefonata particolare da Joketsuzoku.”
“Particolare? Vecchia Obaba, alla tua età fai ancora certe cose...?” disse Ranma senza neanche pensarci, ma i suoi sproloqui vennero interrotti da un colpo di bastone alla nuca da parte di Obaba.
“Smettila di dare aria alla bocca, idiota! Comincio davvero a chiedermi cosa ci avesse trovato Shan-Pu in te!”
“Lo perdoni nobile Obaba, lo sa che non collega bocca e neuroni quando è a stomaco vuoto” si scusò Akane per lui, “la prego, continui.”
“Umph. Dicevo... ho ricevuto una telefonata dal villaggio. A quanto pare ci siamo trovati degli alleati.”
Il gruppetto guardò l’anziana donna con stupore: di tutte le notizie che potevano ricevere, quella di ritrovarsi degli alleati proprio tra le amazzoni era indubbiamente la più improbabile.
“Alleati? Tra le amazzoni?” commentò Mousse, incredulo. “Possibile?”
“Così sembra, paperotto” rispose Obaba, lasciandosi sfuggire un ghigno soddisfatto “e non ti nascondo che io stessa ero sorpresa da questa notizia. Pare che le tue... eroiche gesta abbiano suscitato interesse tra i vostri coetanei amazzoni, che sembra abbiano cominciato a trovare strette le metaforiche mura del villaggio.”
Mousse si ritrovò a corto di parole. Sapeva fin troppo bene che la sua bravata aveva causato un effetto domino senza precedenti, ma che addirittura potesse ispirare altri giovani di Joketsuzoku a fare altrettanto, mostrando loro che c’è molto di più oltre la guerra e l’onore... decisamente no.
“Comunque” proseguì Obaba “non è questa la vera notizia. Questo misterioso alleato mi ha dato qualche dritta riguardo i piani del Consiglio. Non sono ancora riuscita a decifrare il messaggio, né a capire come diamine abbia fatto ad ottenere tali informazioni, ma è un buon punto di partenza.”
"Decifrare? Proprio voi cinesi non siete capaci di non parlare per enigmi, eh?" fece Ranma. Si rendeva conto di essere sin troppo leggero e incauto nei commenti, fra questo e il precedente sulle improbabili storie volgari della vecchia. È che, ma non ditelo in giro perché si offende, aveva paura. Sì, il baldo e irruento Ranma Saotome sentiva quel fastidioso formicolio freddo alla base del collo, quello che ti preannuncia l'arrivo di disgrazie indicibili contro le quali sei impotente. E tutto ciò che il suo cervellino riusciva a escogitare per tentare di esorcizzare la spiacevole sensazione era questo: battute stupide e che non facevano ridere nessuno, tantomeno chi le pronunciava.
"Ranma, santo cielo! Finiscila!" fu il turno di Ukyo di rimproverarlo.
"Ok ok, scusate. Prosegui pure".
"Stavo dicendo, prima di venire interrotta. Il messaggio è davvero criptico, ahi noi, e onestamente persino io faccio fatica a trovarci un minimo senso".
"E cosa dice? Cosa dice?" chiese Akane, facendosi involontaria portavoce di tutti loro. Stavano morendo dalla curiosità e dalla tensione. In quelle parole poteva nascondersi la chiave della loro salvezza. O una gigantesca pernacchia che li sfotteva prima dell'inevitabile, sanguinosa conclusione.
"Diceva così, testuali parole" cominciò Obaba, subito dopo essersi issata sul suo bastone per avere l'attenzione di tutti "«Combattere non serve. Abbiate paura»".
Cadde il silenzio. Quella frase... non aveva senso.
Ranma fu, ancora una volta, quello che si fece notare: prese a fissare intensamente le rugose palpebre della matrona con uno sguardo che, silenziosamente, chiedeva "Ci stai pigliando per il culo, vero?".
E dopo pochi secondi la domanda silenziosa divenne reale: "No, dai. Cosa ti ha detto?".
"Questo".
"...".
"Giovanotto, puoi pure smetterla di fissarmi come un baccalà pronto per il mercato rionale. Questo è quanto mi hanno riferito e io ho provveduto a riferirlo a voi. Non c'è altro da aggiungere, a parte che non ho la più pallida idea di cosa possa significare".
"Nobile Obaba" azzardò timida Akane facendo un passo in avanti nella sua direzione "perdoni se mi permetto di avanzare una domanda. Ma è sicura, oltre ogni ragionevole dubbio, che la fonte sia affidabile? Potrebbe essere un tentativo di depistaggio e...".
"No. So per certo che chi ci ha passato quest'informazione intende aiutarci. Nessun trucco, nessun inganno".
"E allora...".
"Ah boh, vai a saperlo. Ma se non altro non siamo completamente ciechi di fronte all'attacco".
E sai come si dice, vecchiaccia. Quando chiami l'attacco questo arriva.
Fu più rapido di un missile intercontinentale.
CRAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAASH.
Delle catene sfondarono le pareti ed entrarono nel bel mezzo del salotto. Avvolgendosi attorno a Shan-Pu.
Non ebbero nemmeno il tempo di dire “a” che la ragazza era già svanita nel nulla insieme ai suoi rapitori. Persino Mousse non riuscì ad essere abbastanza veloce per impedirlo.
Obaba fissò un punto indefinito oltre le pareti distrutte, e un brivido le percorse la schiena. Dopo quasi trecento anni di vita aveva dimenticato cosa volesse dire aver paura.
“A quanto pare i giochi sono cominciati.”

Quando Shan-Pu aprì gli occhi la prima cosa che fece fu di augurarsi di essere morta, perché il dolore che aveva alla testa non era paragonabile a nessun’altra emicrania provata prima. Poi provò a mettersi lentamente a sedere, guardandosi attorno e cercando di riconoscere il posto in cui si trovava. Ma attorno a sé c’era solo buio.
“Era ora che ti svegliassi, Shan-Pu.”
La cinesina si voltò di scatto verso la voce.
“...bisnonna?”
“In carne, ossa e rughe, bambina.”

Shan-Pu era perplessa: l’ultima cosa che si aspettava di vedere lì era proprio la vecchia amazzone.
“Non capisco, bisnonna... perché sei qui?” chiese, incerta “Non sono stati gli emissari del Gran Consiglio a rapirmi...?”
“Certo che sì, bambina.”
“E allora tu cosa...”
“Oh, poco più che dilettanti. Ho perso più tempo ad aspettare che ti riprendessi che a far fuori loro.”

La cinesina ora era davvero confusa: se le istruzioni del Consiglio prevedevano combattimenti uno contro uno, perché la nonna era lì? Perché diceva di aver eliminato gli avversari?
“Io continuo a non capire...”
“Già, sei sempre stata un po’ lenta di comprendonio.”
“Co... cosa?”
“Davvero mi chiedo da quale ramo della famiglia tu abbia preso, Shan-Pu.”
gracchiò Obaba, avvicinandosi alla ragazza. “Nemmeno come guerriera sei questo gran ché, lasciatelo dire. E dire che avevo riposto in te tante di quelle speranze...”
Shan-Pu non riusciva a credere alle sue orecchie: da quando la bisnonna si rivolgeva a lei a quel modo? Era una donna di polso e poco incline ai gesti di gentilezza, quello era vero, ma era la prima volta che la offendeva volutamente.
“E non parliamo del fatto che ti sei lasciata coinvolgere sentimentalmente da quel cieco di Mousse! Che vergogna, che vergogna! Un’onta del genere segnerà la nostra famiglia per anni! Siamo ormai la barzelletta di Joketsuzoku, e tutto perché sei un incapace!”
Shan-Pu aveva ormai le lacrime agli occhi: in fondo al cuore aveva sempre temuto che la bisnonna non avesse mai del tutto accettato quella nuova vita che lei e Mousse si erano guadagnati con tanta fatica, continuando a covare risentimento verso il ragazzo. Aveva faticato tanto a scrollar via dalle spalle il peso del disonore, e aveva sperato ingenuamente che anche la bisnonna ci fosse finalmente riuscita. Ma a quanto pare si era sbagliata.
La vecchia amazzone le si avvicinò saltellando sul suo bastone, trovandosi infine a pochi centimetri da lei. Il suo sguardo non conteneva altro che sdegno, senza neanche prendersi la briga di mascherarlo.
“Sei una delusione Shan-Pu. Mi vergogno di averti come nipote.” E neanche le diede il tempo di reagire o di poter dire alcunché che scese dal bastone e lo uso per colpirla con violenza sul ginocchio.
"Avrei dovuto farlo molto tempo fa, disonore che non sei altro" le disse. Parole colme d'astio che viaggiarono in linea retta dalla sua bocca alle orecchie della nipote, accasciatasi al suolo per via della mazzata. La ferirono come un pugno, tanto che le si piegò la testa.
Il bastone si alzò e venne di nuovo abbattuto su di lei, questa volta sulla schiena. La ragazza crollò come un sacco, soverchiata dall'odio che in quel momento la stava percuotendo molto più forte di qualunque colpo fisico. Si ritrovò con la faccia schiacciata contro il pavimento, un fiume in piena che continuava a uscire furioso dai suoi occhi ormai arrossati.
"Bisnonna... ti prego... non farmi questo...".
"Perché no? Non ti meriti nulla di diverso. D'altronde è così che va trattata la spazzatura".

Una serie impietosa di botte cominciò a tempestarla dappertutto, anche sulla testa che era completamente indifesa.
E fu lì, mentre il dolore montava sempre più impetuoso, che Shan-Pu capì.
Il buio.
Sua nonna che spuntava dal nulla, nonostante i combattimenti sarebbero dovuti essere uno contro uno, dicendo di aver sconfitto gli assalitori.
Lo scenario da incubo.
Niente di tutto quello era reale. Era ancora nelle mani di chi l'aveva estratta da casa Tendo.
In qualche modo erano riusciti a drogarla. Stava avendo le allucinazioni. Molto concrete perché sapevano picchiare, ma comunque delle allucinazioni.
E le allucinazioni di questo tipo si sconfiggono in un solo modo: alzandosi e picchiandole più forte di quanto possano fare loro.
Riuscì a fermare il bastone con un braccio e fissò lo spettro che stava impersonando Obaba, fulminandolo con la sicurezza di chi aveva appena aperto la cassaforte più impenetrabile del mondo.
"Basta così, illusione. Hai finito di giocare con me".
Fu sufficiente quella frase per far tremare il posto in cui si trovavano, come se... si stesse incrinando.
Ok ragazza, hai capito. Continua così.
"Non starò ad ascoltare le tue fandonie un solo momento di più" aggiunse mentre faceva perno con un gomito per tirarsi in piedi. L'altra si limitò ad osservarla, uno sguardo indecifrabile. Spostò il pezzo di legno e lo ritrasse a sé.
Quando fu di nuovo eretta Shan-Pu, pur funestata da tutti i colpi subiti, si sentì forte come non mai. Sicura. Pronta. Preparata.
"Tutto quello che hai detto non sono che bugie, architettate ad arte per fiaccarmi e farmi cedere. Ma questo non succederà. Io sono più forte di un cumulo di falsità che la mia bisnonna non pensa davvero. Ora svanisci, miraggio!".
CRACK.
Un buco... nella realtà. Di fronte ai suoi occhi. Un buco da cui filtrava la luce del sole.
No, questa non è la realtà. Là fuori c'è la realtà.
La figura onirica di Obaba cominciò a indietreggiare, sempre mantenendo una fiera compostezza. Non dava l'idea di un mostro che stava battendo in ritirata.
"Sogna pure se vuoi, ragazzina" ruggì "ma non ti sbarazzerai di me così facilmente".
Poi sparì, inghiottita dall'oscurità.
Ce l'ho fatta, si disse orgogliosa. Adesso devo solo trovare il modo di uscire di qui.
"Mi sentite, sgherri di Joketsuzoku? Ho sconfitto il vostro scenario. Ho vinto. Fatemi uscire di qui e affrontatemi a viso aperto invece di ricorrere a trucchetti da mago di periferia!".
CRAAAAAAAAAAAAAAAAAAAACK.
La cappa di nero che la circondava andò in mille pezzi.
Si svegliò appoggiata a un muretto. Le doleva la testa. Anzi no, non le stava solo facendo male. Sentiva... come dei tamburi.
No, non è una perifrasi per dire che era scossa. Sentiva davvero dei tamburi. Ritmici e cacofonici.
Passerà. Ho vinto.
Si guardò attorno per cercare di capire dove fosse. Le sembrava di non essere troppo lontana dal dojo dei Tendo.
Si avviò, con ancora quell'incessante rumore che le perforava i timpani.
“Sono... sono tornata!”
Quando finalmente arrivò al dojo, non venne accolta come sperava.
“Era ora! Certo che ce ne hai messo di tempo!” fu il benvenuto di Ranma, borioso come al solito.
“Ma che dici? Quanto tempo posso aver...” cercò di rispondere lei, ma si fermò quando si rese conto che era ormai giorno. Impossibile, si disse. Eppure quando si era svegliata nel vicolo era ancora buio...
“Kami, sei lenta persino a camminare” commentò Ukyo, ridacchiando sotto i baffi insieme ad Akane. Le due ragazze continuavano a fissarla e farfugliare parole a lei incomprensibili.
Forse è solo una mia impressione, si disse. Scosse la testa e avanzò in salotto.
“Ho informazioni per voi. So come sconfiggere emissari di Joketsuzoku.”
Il gruppo rimase in silenzio ad osservarla. Il signor Tendo e il signor Saotome non si presero nemmeno la briga di interrompere la loro partita a shogi, come se la cosa non riguardasse la vita dei loro figlio. Ma Shan-Pu cercò di non perdersi d’animo, e proseguì il suo racconto.
“I loro attacchi sono... illusioni. Loro fanno vedere nostre paure più profonde e ci fanno combattere contro di loro! L’importante è non cedere a quello che dicono, ok? Dovete affrontarle e sconfiggerle!”
La ragazza si sentì rinvigorita dopo aver spiegato come aveva sconfitto i suoi avversari, sentendosi finalmente utile al gruppo. E tuttavia la cosa sembrava non interessare agli altri.
“Hm, sarà” rispose Ryoga “magari hai solo avuto fortuna e ti sei trovata davanti un combattente debole...”
“Probabilmente è così, o non mi spiego come possa esserne uscita viva.”
Si voltò verso Mousse, seduto sul divano. Ecco, decisamente non si aspettava una frase così da lui; anzi, era già assurdo che non l’avesse accolta in lacrime, mortalmente in ansia per lei.
“Mu-Si perché dici questo...?”
“Perché lo sanno tutti che come amazzone non vali gran ché. Ma tranquilla” sorrise lui, mellifluo “non è certo quello che mi interessa, in te...”
La cinesina si trovò di nuovo in lacrime: Mousse le aveva appena detto, seppur velatamente, che la considerava alla stregua di una prostituta.
“Posso capire perché la vecchia ti considera una delusione, sai?”
Shan-Pu si sentiva ferita, umiliata, totalmente a pezzi. Cos’aveva fatto per meritarsi tanto disprezzo?
“Sei proprio una vergogna, Shan-Pu.”
Seduta al tavolo con una tazza di tè tra le mani, Obaba le aveva rivolto ancora una volta le parole che aveva sempre temuto di sentir uscire dalla sua bocca.

“Ma dove diamine si sarà cacciata?”
“Mousse, calmati per favore. Camminare avanti e indietro per il salotto non servirà a nulla, a parte scavare un fosso sul pavimento. E abbiamo già una parete mezza distrutta di cui occuparci” rispose Ranma, intento a sfoggiare le sue doti di carpentiere insieme a Ryoga nel tentativo di rattoppare la parete alla meglio.
"Ah sì? Non te la voglio tirare, ma mi piacerà vederti quando sarà il turno di Akane".
Ranma si sentì attraversato da tempia a tempia da uno spuntone. Si arrestò, si voltò verso Mousse e lo incenerì.
"Ripeti ancora una volta una cosa del genere e le amazzoni non troveranno nulla di te".
"Gente, gente! Piantatela!" sbraitò Ukyo, scocciata. L'ultima cosa di cui avevano bisogno era di litigare fra di loro. Poi, assolto il suo compito da voce della ragione, gettò un'occhiata sfuggevole a Ryoga, che stava mettendo tutta la sua esperienza da operaio al servizio della malandata casa in cui avevano preso momentaneamente rifugio.
Era terribilmente contrastata. Aveva paura... eppure non poteva proprio fare a meno di evitarsi un certo tipo di pensieri. Colpa della chiacchierata di qualche ora prima con Akane. E sapeva che non era né il momento, né il luogo adatto. Vallo a dire a quell'infame del mio cervello, che continua a sbattermi davanti agli occhi immagini inappropriate.
Kuonji, santo cielo. Finiscila. Stai rischiando la vita, così come i tuoi compari. Non puoi, proprio non puoi fermarti a pensare alle tue voglie. Anche se premono come delle pazze contro la tua fronte. Piantala. Piantala. Non è normale.
In tutto questo Akane era metà terrorizzata e metà furiosa. La metà terrorizzata era dovuta a come avevano rapito Shan-Pu: velocemente e lasciando in tutti loro un senso di terrore difficile da spiegare. La metà furiosa era dovuta nel vedere gli altri che sembravano non cogliere la gravità della situazione.
Si sedette sul divano, cercando di eliminare il suo stato d'animo alterato. Aveva bisogno di essere presente e concentrata, non su di giri per mille cose diverse.
Inspirò. Sperò che bastasse.

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Capitolo 5
*** Mi raccomando, niente regali pericolosi per i pazienti del manicomio ***


“Perché lo sanno tutti che come amazzone non vali gran ché. Ma tranquilla, non è certo quello che mi interessa, in te...”
Quella frase continuava a ronzarle in testa da un pezzo. Seduta in un angolino del salotto, lontana da tutti gli altri, Shan-Pu rimuginava sugli ultimi avvenimenti, dallo scontro al risveglio nel vicolo e al rientro non proprio festoso in casa Tendo. Non riusciva ancora a spiegarsi perché tanta freddezza nei suoi confronti: prima la bisnonna, che l’aveva schernita combattendo al suo posto; poi la derisione da parte dei ragazzi una volta tornata al dojo; e infine, forse il peggiore, il neanche troppo velato insulto di Mu-Si.
Perché quelle parole, Mu-Si?
Quella frase, più di tutto il resto, non trovava spiegazione. Mu-Si non si sarebbe mai rivolto a lei in quel modo, neanche nei momenti in cui era particolarmente adirato - e un anno fa, di motivi per odiarla, ne aveva avuti davvero tanti. Ma anche allora non le aveva rivolto insulti così pesanti.
Tirò su col naso cercando di non farsi sentire, per evitare altri commenti acidi, e si limitò ad osservare il gruppo: Akane e Ukyo erano ancora impegnate a chiacchierare, Ryoga e Ranma impegnati a riparare il foro nella parete; gli unici commenti arrivavano di quando in quando dal signor Tendo e dal signor Saotome, impegnati in una partita a shogi, mentre la bisnonna sembrava essersi volatilizzata di nuovo. Mu-Si era invece sprofondato sul divano, apparentemente a sonnecchiare.
Shan-Pu decise che ne aveva abbastanza di questa mobilità, così sgattaiolò silenziosamente in corridoio e poi verso il giardino.
Fuori inspirò una boccata d’aria, cercando di rilassarsi. Magari senza averli attorno avrebbe ragionato meglio e avrebbe trovato una motivazione a tutto quel nonsense...
“Ma dove scappi, mia piccola amazzone?”
A quanto pareva, Mu-Si non stava sonnecchiando affatto.
Shan-Pu non si voltò. Non voleva vederlo in faccia. Stava soffrendo per quella terribile frase e sentiva che ne stavano per arrivare altre dello stesso tenore.
"Cosa c'è? Perché non mi fai vedere il tuo adorabile musino, gattina in calore?".
Gattina... in calore?
Sapeva di essere in debito per tutti gli insulti che gli aveva rivolto negli ultimi dieci anni, mese più mese meno, ma neanche nei suoi momenti peggiori era mai riuscita a essere così svilente e offensiva come lui in quel preciso istante.
No. Non avrebbe pianto. Anche se ne sentiva l'impulso non l'avrebbe data vinta alla parte debole di sé.
"Ehi, perché non dici nulla? Un esemplare maschio ti ha mangiato la lingua dopo l'amplesso, per caso?". La voce era più vicina.
Decise di continuare ad ignorarlo, in quel momento ogni reazione di qualunque genere sarebbe stata fuori luogo. Era combattuta fra il buttarsi per terra e implorare perdono e il girarsi e tirargli una papagna in faccia. Evidentemente nessuna delle due opzioni era la migliore.
Però non poteva neanche lasciarlo lì, libero di sputare cattiverie senza senso.
Finalmente si decise ad aprire bocca: "Mu-Si... perché?".
"Perché cosa?".
"Perché sei così cattivo con me? Stai cercando di farmi pagare tutti i torti passati?".
"Fatti una domanda e datti una risposta, cara mia".
"Non parlare per enigmi".
"Parlo un po' come mi pare, gattina. E adesso ho voglia di essere criptico. Non posso?".

Oooooooh. Al diavolo l'autocontrollo. Si girò e cercò di trasformare il suo naso in una poltiglia verdastra. Lui non fece neanche finta di sforzarsi mentre spostava la testa di lato vanificando il suo goffo attacco.
“Oh gattina, non dirmi che ti ho offesa?”
Shan-Pu non rispose ma continuò a scagliare pugni e calci guidata solo dalla disperazione: raziocinio e istinto combattivo le urlavano di fermarsi, che stava attaccando senza una strategia; ma in quel momento era preda del dolore, e il dolore non guarda in faccia nessuno. Se non poteva - anzi, non voleva dare a Mu-Si la soddisfazione di vederla piangere per lui, avrebbe lasciato che le arti marziali parlassero al posto suo.
Purtroppo tutti i suoi messaggi andavano a vuoto. Nessuno dei suoi colpi aveva nemmeno sfiorato il ragazzo, che da parte sua si stava solo limitando a schivare e spostarsi.
“Shan-Pu, dovresti smetterla di agitarti così” la canzonò “con questo ridicolo combattimento stai veramente dando il peggio di te!”
La ragazza non rispose, e continuò a sferrare attacchi.
“Ora basta, comincio ad annoiarmi” concluse lui, fermando un pugno con facilità. “Perché non fai la brava e torniamo dentro a... divertirci?”
Questo è troppo!
Senza neanche rifletterci Shan-Pu lo colpì in pieno viso con la mano ancora libera, e stavolta lo centrò in pieno.
Il cinese si massaggiò la guancia ferita, e si voltò ad osservarla: “Oh, gattina... questo non dovevi farlo.”
E così dicendo partì al contrattacco, senza risparmiarsi: non si limitò ai soli attacchi a mani nude ma tirò fuori tutta l’artiglieria pesante che le maniche della sua veste potevano contenere, dalle catene alle spade.
Shan-Pu ora si trovava seriamente nei guai, e faceva una fatica incredibile nel cercare di schivare tutti gli oggetti che il ragazzo le scagliava contro.
Da quando è così veloce?! Non... non ce la farò mai!
“E tu eri considerata la migliore delle giovani amazzoni?” ringhiò Mu-Si, scagliandole altre catene e mazze chiodate “Ma non farmi ridere! Se la tribù ti vedesse adesso... sai che risate?”
La ragazza continuava a schivare gli attacchi meglio che poteva, cercando al contempo di mettere distanza tra loro; ma era ancora provata dall’illusione di prima - che, pur senza aver sostenuto il combattimento, l’aveva prosciugata delle sue energie, e i suoi movimenti stavano rallentando.
Quando finì contro il muro di recinzione del giardino di casa Tendo, capì che era in trappola.
Mu-Si le si avvicinò facendo ruotare una catena con una palla chiodata, ridacchiando.
“Che vergogna, gattina... chissà cosa direbbe la bisnonna...”
N-no, ti prego...
“Sei una delusione, Shan-Pu.”
Si voltò alla sua destra: la nonna la osservava poco lontano, in volto un’espressione di sdegno.
“Mi vergogno di averti come nipote.”
N-no, non di nuovo...
Bastò quell’attimo di disattenzione e...
“Arrivederci, gattina!”
La palla chiodata la colpì in pieno stomaco. Non ebbe nemmeno la forza di urlare.
Pian piano, i suoi occhi si chiusero e scivolò nelle tenebre.
P-perché... perché...

“AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAH!!!”
Più cercava di alzarsi, più qualcosa la tratteneva.
“Shan-Pu! Shan-Pu calmati, è tutto passato!”
“Fate venire il dottor Tofu in giardino!”
“Shan-Pu! Shan-Pu, mi senti?!”
"Off. Avete preso targa del TIR che mi è passato sopra?" chiese la cinese portandosi una mano sulla fronte. In contemporanea un'altra mano, non sua, le venne appoggiata sul collo per aiutarla ad alzarsi.
Apparteneva a Mousse.
Le venne un brivido e non sapeva dovuto a cosa: paura? Sollievo? Incertezza? Freddo?
"No Mousse, lasciala giù. Meglio aspettare il dottore" disse Ranma, visibilmente preoccupato, mentre si accucciava accanto a lei per sincerarsi delle sue condizioni.
"Dove... dove sono?" chiese, ancora stordita.
"A casa Tendo. Qualcuno, probabilmente la stessa persona o le stesse persone che ti avevano rapita, ti ha riportata indietro. Buttandoti dentro da oltre il muro...".
"Ranma!" fece Akane con l'usuale scappellotto di rimprovero, a cui lui però sembrò non badare più di tanto. Riteneva quel particolare importante, per chissà quale motivo. Forse per un macabro gusto della minuzia.
"Io... gattina... vergogna... palla chiodata...". I suoi balbettii sconnessi spaventarono non poco gli altri, al punto che Ukyo e Akane rientrarono per sollecitare ulteriormente l'arrivo di Tofu. Superficialmente non presentava nessun danno ma pareva evidente che l'attacco, in qualunque forma fosse stato portato, era andato a buon segno.
Fu ancora più evidente quando Shan-Pu cominciò, senza il minimo preavviso, a mulinare le braccia e le gambe.
"Lasciatemi stare! Andatevene! Vi odio!".
“S-Shan-Pu? Cosa ti prende?!”
“Lasciatemi stare! Andate via!”
Quando riuscì a divincolarsi arretrò fino a ritrovarsi con la schiena contro il muro di recinzione, accucciandosi e nascondendo la testa tra le ginocchia.
“Andate via! Via”
Mousse e Ranma si scambiarono uno sguardo allarmato.
“Shan-Pu... cosa ti è successo?” balbettò Mousse, sempre più in ansia.
“Dove si è cacciato il dottor Tofu...” borbottò Ranma, voltandosi verso la veranda “Dottore! Si sbrighi!”
Finalmente il medico fece la sua comparsa, correndo verso il gruppetto.
“Eccomi, eccomi! Perdonatemi, ho fatto più in fretta che ho potuto!” si scusò, accovacciandosi accanto a Shan-Pu che cercava in tutti i modi di non farsi toccare da nessuno.
“Via! Via!”
“Shan-Pu calmati, lascia che ti visiti!” cercò di rassicurarla il medico, tentando invano di tenerla ferma per le mani. “Chiamate Obaba, credo avrò bisogno di lei per...”
“No! No! NOOOOOOOO!”
Nell’udire il nome della bisnonna, Shan-Pu crollò del tutto. Continuò a urlare, mentre tutti cercavano di calmarla, finché di nuovo non perse i sensi.

“Cosa diamine le hanno fatto...” sussurrò Obaba per l’ennesima volta, dopo aver visto la nipotina addormentata sul futon e aver assistito impotente alla scena di prima in giardino.
A quanto pare il Gran Consiglio intendeva vendicarsi di loro nella maniera più crudele possibile.
“Non lo so ancora” rispose il dottor Tofu, pensieroso “ma qualunque cosa le abbiano fatto non mirava a danneggiare il corpo...”
“...ma la mente.” concluse la vecchia amazzone per lui.
Il medico annuì, riprendendo poi il discorso: “Non sono certo di cosa sia successo esattamente, ma dai racconti che mi avete fatto pare che questi... scontri siano una sorta di illusione. Beh, qualunque cosa fosse l’illusione di Shan-Pu dev’essere stata particolarmente crudele per lei... perché da quel che ho potuto vedere la sua aura ne è uscita particolarmente...” si interruppe un secondo, incerto su come spiegare “spezzata, ecco. In mancanza di un termine più appropriato...”
Mousse, in preda all’ansia, prese parola.
“Dottore cosa... cosa intende con spezzata?”
“Credo che, qualunque cosa abbia vissuto, le abbia lasciato un profondo trauma emotivo che spiega la reazione avuta al risveglio...”
“Ma... potrà riprendersi?”
“Non lo so, Mousse...” rispose il medico, dispiaciuto “questo potrò stabilirlo solo quando si sarà svegliata e sarà, spero, più calma...”
Il ragazzo rimase in silenzio, non sapendo cosa pensare. Persino Obaba non proferì parola, lasciando trapelare la sua furia solo dal modo in cui le sue mani ossute stringevano il bastone, quasi volessero spezzarlo.
Ranma e gli altri si scambiarono sguardi preoccupati.
Quindi era questo ciò che li attendeva?
Sarebbero impazziti come Shan-Pu?
In particolare uno sguardo era oltre la pur alta soglia della preoccupazione collettiva: quello con cui Ukyo stava trapanando gli occhi di Ryoga.
Vedere Shan-Pu ridotta in quelle condizioni pietose aveva ridato fuoco alle polveri del pensiero che occupava la sua testa fino a poco tempo prima e che era stato messo da parte per un po' al brusco ritorno della cinesina. Salvo poi tornare prepotentemente alla ribalta dopo che la suddetta si era svegliata e aveva cominciato a comportarsi come una internata in una casa di cura psichiatrica.
Stai diventando monotona, Kuonji. Oggi è la terza volta.
Ma non le importava di non brillare per originalità. Pertanto, senza il minimo problema, pensò bene di ripetersi e di afferrare Ryoga per un braccio, trascinandolo via. Al contrario dei due precedenti nessuno reagì in maniera spropositata, concentrati come si era sull'amazzone addormentata.
"Ukyo, santo cielo. Ancora?" mormorò l'uomomaialino, neanche troppo preso in contropiede dallo sviluppo. Anzi, si concesse persino un sorrisetto fuori luogo.
"Senti, non è il momento di rinfacciare. Ho bisogno di parlarti... ed è importante, anche se non c'entra nulla con la storia del Consiglio".
"Mi scuserai se tendo a dare la priorità a questa...".
"Capisco e so che in realtà, fra noi due, quello intelligente sei tu. Ma non ci posso far nulla, non riesco a togliermi dalla testa questa cosa".
"Quale cosa?".
"Ascolta, so bene che quanto ti sto per chiedere è inappropriato, stupido e sbagliato ora come ora. Ma per una volta lasciatemi essere egoista. Solo per stavolta".
"Ukyo, mi devo preoccupare?".
"Dipende. Anzi, conoscendoti sì. Preoccupati".
"Occavolo. Cos'hai combinato?".
"Ryoga... consumiamo il nostro rapporto".
Ryoga rimase in silenzio per un lungo momento, in cui Ukyo ebbe almeno la cortesia di non punzecchiarlo o richiamarlo alla realtà.
“Temo... temo di non aver capito bene.”
“Ryoga... facciamolo.”
“Co... cosa.”
“Oh, lo sai cosa!” sbuffò lei, tirandolo per un braccio e allontanandolo un altro po’ dalla stanza; in realtà erano tutti così presi dalle condizioni di Shan-Pu che non avevano neanche fatto caso alla loro assenza, ma non voleva rischiare che sentissero per sbaglio.
Quando furono a distanza di sicurezza, Ryoga riprese il discorso.
“Ukyo... Ukyo, fermati! Si può sapere perché d’improvviso hai questa... urgenza?!”
“Non è improvvisa” borbottò lei, mettendo il broncio “in realtà ci pensavo da un po’...”
“Ah. Davvero?!”
“Eddai, non fare il santarellino! Vuoi forse dirmi che sei maialino solo di nome e non hai mai pensato a... certe cose?”
Ryoga arrossì di colpo, preso come sempre in contropiede dalla faccia tosta della ragazza.
“N-non è che non ci ho p-pensato” balbettò, aggiungendo mentalmente che giusto prima si era sentito in minoranza, dopo aver scoperto che persino Ranma aveva smesso i panni del verginello imbranato - tenendo solo quelli da imbranato.
“Oh, allora anche tu vuoi...?” trillò Ukyo, sgranando gli occhi.
“S-si! No, cioè n-no...”
“Deciditi, vuoi o non vuoi?”
“V-voglio!” disse, ammettendolo finalmente ad alta voce “S-solo non... non ora! Insomma, non è proprio il momento migliore...”
“Il punto è che potrebbe non esserci un momento migliore!” rispose lei, seria “Insomma hai visto in che condizioni è tornata Shan-Pu, no? Io... io non voglio dover morire o... ridurmi così col rimpianto di non aver... insomma, di non aver condiviso qualcosa di così importante con te...”
Ukyo abbassò lo sguardo, ma Ryoga notò comunque le guance rosse. E non riuscì a trattenere un moto di tenerezza verso di lei.
“Anche io voglio” le sussurrò all’orecchio, prendendola per mano “ma finchè siamo qui potrebbe essere difficile... e poi” ridacchiò “sai che sono una persona a cui non piacciono le cose programmate.”
Ukyo rise a sua volta, lasciando andare la tensione.
“E... quindi...?”
"E quindi" sorrise sornione "perché non ci lanciamo all'avventura? Ci infiliamo nella prima stanza utile che troviamo e via, festa grande".
"Ryoga, non possiamo metterci a fare... quella cosa qui. Ti pare?".
"Ah, perché tu invece cosa avevi in mente? Di tornare al ristorante? Vorrei ricordarti che delle killer psicopatiche provenienti dalla Cina sono là fuori e ci danno la caccia. Anzi, neanche: aspettano solo il momento buono in cui fermarci con la zampa e attirarci a sé. Se te ne fossi dimenticata, non più di un'ora e mezza fa hanno sfondato una parete e portato via Shan-Pu. Neanche qui siamo al sicuro, in realtà. Ma se proprio è meglio non muoversi di qui, se non altro saremmo vicini agli altri".
"Ma... ma io... mi vergogno...".
"Cosa cosa cosa? Ukyo Kuonji, la cuoca del Kamasutra, si vergogna? Guarda, se non fossimo in stato d'emergenza ora starei marciando a passo spedito verso il salone per rivelare a tutti l'orrida verità".
"Non lo faresti perché ti avrei già messo lungo e disteso a spatolate sul cranio. E comunque...". Si interruppe quando lui le mostrò una cosa che le trasformò il cervello in gelatina: i canini. Ukyo moriva un pochino dentro ogni volta che Ryoga sfoderava quei canini. E lui, stranamente, aveva colto il punto debole della sua fidanzata e non mancava di approfittarsene per attaccarla subdolamente quando lo riteneva opportuno. Tipo in quel momento.
"Andiamo Ukyo, il tempo è poco e la voglia tanta". Si invertirono i ruoli, con lui che la afferrò per il polso e cominciò a trascinarla per casa Tendo.
Immaginatevi un Ryoga Hibiki eccitato e voglioso di avere una più profonda conoscenza carnale con la sua ragazza che la prende e comincia a portarsela a spasso. Sì, i risultati sono quelli che probabilmente vi state visualizzando in questo momento.
-
"Uhm. Sbaglio o siamo di meno?" chiese innocentemente Mousse, dopo che aveva finalmente alzato lo sguardo dalla dormiente Shan-Pu.
"Indovina chi è che manca" ironizzò Ranma, che aveva notato l'assenza di Ryoga e Ukyo.
"Ancora? Ma allora è un vizio!"
"Oh insomma, lasciateli stare!" prese le loro difese Akane "Si vede che avranno questioni personali di cui discutere..."
La piccola Tendo non si rese conto di aver detto la parolina magica, e quando Mousse e Ranma si guardarono di nuovo sui loro volti comparì un sorrisone a trentadue denti che la ragazza non capì.
"Oh si... questioni personali."
"Non sai quanto, Akane, non sai quanto!"
E mentre i due se la ridevano, Akane continuò a chiedersi ingenuamente cosa ci fosse di comico in ciò che aveva detto.

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Capitolo 6
*** La temperatura sale e non tutti si sono portati il ventaglio ***


Il sole era definitivamente fuggito da Nerima e dall'intero Giappone.
La situazione a casa Tendo era, tutto considerato, abbastanza tranquilla: Shan-Pu era ancora svenuta e gli altri erano tutti attorno a lei, un po' per assicurarsi che stesse bene e un po' per essere pronti a qualsiasi evenienza.
La fuitina di Ukyo e Ryoga per poter starsene un po' da soli in santa pace? Ranma li aveva trovati in bagno, con lui che bestemmiava sottovoce ai kami e lei che piangeva in maniera comica. Al codinato, che com'è notorio è dotato di tatto e delicatezza, non parve vero avere di fronte ai propri occhi una scena da usare come perculo nei loro confronti da lì al 2070. Dopo aver riso per dieci minuti consecutivi li aveva presi e riportati in salotto, rimproverandoli per essersi allontanati in questa maniera avventata. Per sua sfortuna non aveva visto gli sguardi affranti che i due fuggitivi si erano scambiati in quel frangente.
Kasumi, che pur non facendosi troppo toccare dagli eventi aveva comunque percepito la gravità della situazione, si era data da fare persin più del solito con cibo e bevande varie. Avevano cenato tre volte nell'arco delle ultime ore e bevuto tipo quindici tè. Anche in quel momento stava provvedendo a portar loro l'ennesima caraffa ricolma, sorda alle pur gentili rimostranze che la imploravano di smetterla.
Nell'istante in cui il vassoio tocco il tavolino...
"YAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAH!".
Nessuno mancò di voltarsi nella direzione da cui proveniva l'urlo. E sì, come probabilmente vi siete immaginati la fonte era Shan-Pu, scattata in piedi in meno di due secondi. In ancora minor tempo aveva piantato le nocche in faccia a Ryoga, colui che aveva avuto la sfortuna di esserle più vicino in quell'attimo.
“M-ma che diamine...” balbettò Ryoga, colto di sorpresa dal pugno della ragazza ed essere quasi finito addosso alle cibarei che Kasumi aveva portato loro. Obaba aveva ritenuto opportuno non lasciare sola Shan-Pu, così si erano spostati tutti nella camera in cui la ragazza riposava; ma dopo un attacco improvviso di quella portata cominciarono a pensare che non fosse stata una brillante idea...
“Shan-Pu! Shan-Pu calmati!”
Mousse cercò di avvicinarsi a lei, riuscendo solo a innervosirla di più.
“Tu... TU! VA VIA!”
Shan-Pu si lanciò contro Mousse attaccandolo in ogni modo e urlando come una furia; il ragazzo invece non reagì, perché non comprendeva il motivo di tutta quella rabbia nei suoi confronti.
Le aveva forse fatto qualcosa senza saperlo? Eppure prima che venisse catturata sembrava tutto normale tra loro...
“Cercate di tenerla ferma!”
I suoi pensieri vennero interrotti dalla voce del Dottor Tofu, che intimava a Ranma e Ryoga di tener ferma Shan-Pu. Voleva chiedere al medico cosa avesse intenzione di fare per calmare la ragazza, ma non ebbe nemmeno il tempo di formulare la frase che vide Shan-Pu accasciarsi sulle ginocchia.
Cercò di avvicinarsi ma il giovane medico tenne tutti a debita distanza.
“Shan-Pu... riesci a sentirmi?” sussurrò il medico alla ragazza, che lentamente annuì.
“Dottore, cosa...”
“Le ha premuto lo tsubo del rilassamento dei nervi, non è vero?” chiese Obaba, avvicinandosi alle spalle del dottore.
“Era l’unico modo per calmarla” rispose lui, controllando lo stato fisico di Shan-Pu, “continuare ad addormentarla per evitare altri scatti d’ira era impensabile, e controproducente perché non saremmo mai venuti a capo del problema. In questo modo invece...”
“...l’ha rilassata per poterla visitare e porle qualche domanda. Capisco, sì.” concluse Obaba. Dal modo in cui la vecchia stringeva il suo bastone, Mousse poteva dedurre quanto fosse in ansia per la nipote. Si chiese inoltre se l’effetto di quello tsubo fosse reversibile, ma si diede dell’idiota subito dopo: il Dottor Tofu non era certo un novellino.
Il medico si rivolse di nuovo a Shan-Pu, improvvisamente rilassata e intenta a fissare un punto a caso nel vuoto.
“Shan-Pu... tu sai dove ti trovi?”
“Casa... casa Tendo...” rispose lei, quasi sussurrando.
“Ricordi perché sei qui?”
“Amazzoni ci hanno... ci hanno trovati... sono qui per... farcela pagare.”
“E ti ricordi cosa ti è successo?” chiese con cautela il dottore.
“Loro... loro mi hanno rapita. Mi sono svegliata nel buio e... e...” singhiozzò la ragazza, probabilmente rievocando quanto successo durante il suo scontro.
“E... ?”
“E bisnonna ha... ha battuto miei avversari.”
Obaba, così come tutti i presenti, sgranò gli occhi.
“Mi ha... mi ha detto che sono disonore per lei...” continuò Shan-Pu, lasciando che le lacrime scorressero sulle sue gote paffute, “e Mu-Si... Mu-Si mi ha detto che per lui sono solo divertimento! Sono solo sgualdrina!”
Ogni altro tentativo di spiegazione venne interrotto dal suo pianto, lento e straziante: per via dello tsubo premuto dal medico, Shan-Pu non si lasciò andare a sfoghi eclatanti ma rimase invece in ginocchio, in lacrime, continuando a fissare il vuoto.
Il cuore di tutti gli astanti si strinse di fronte a quella scena e a quelle parole. Nessuno, nemmeno Obaba, aveva anche solo lontanamente immaginato uno sviluppo del genere. Persino i più tonti fra di loro capirono, alla luce del racconto, perché Shan-Pu aveva reagito in modo così animalesco.
"Dottore" sussurrò Akane avvicinandosi all'orecchio di Tofu "quale attacco può provocare conseguenze tanto disastrose in una psiche?". Lo stesso fece Mousse rivolgendosi alla vecchia.
"Non lo so, Akane. Davvero non lo so. Come immaginerai io sono esperto in arti curative, non in arti distruttive. Magari la nobile Obaba è più ferrata di me sull'argomento".
"Devo deluderla, mio buon dottore, ma sono ignorante quanto lei. Non riesco a credere a quanto sto per dire, ma ammetto che non ho mai visto o sentito una tecnica simile pur con la mia centenaria esperienza. Sono cieca come voi, e purtroppo altrettanto a corto di soluzioni".
Eh, bene. Se nemmeno il manuale ambulante della marzialità cinese sa come risolvere siamo proprio a cavallo.
Cominciò a serpeggiare il catastrofismo nelle loro fila. Le amazzoni avevano messo in chiaro un paio di punti molto importanti: che potevano prenderli e portarseli via come più preferivano e che erano in grado di... farli impazzire? Costringerli a vivere in un incubo? Cos'era esattamente quella cosa, si può sapere?
"Perdonate se suonerò banale" tentò Ranma, spinto da un fanciullesco moto di fare domande apparentemente stupide "ma non si potrebbe semplicemente provare a farle capire che le hanno messo in testa un sacco di cazzate e che non ha nulla da temere da noi?".
"Libero di fare una prova, giovanotto" gli rispose Obaba, piuttosto inacidita "anche se ho la sensazione che non basti un discorsetto a spezzare una cosa simile".
Mousse, in quanto una delle due parti più in causa, si fece avanti come volontario. Si inginocchio di fronte a Shan-Pu, ben conscio che lei non stava cercando di mettergli le mani addosso solo perché impossibilitata fisicamente. E lo sguardo che gli stava dando non era niente di confortante.
"Shan-Pu, guardami e ascoltami bene. Qualunque cosa possa esserti stata fatta credere è falsa. Tu non sei una delusione per la tua bisnonna, che anzi è molto orgogliosa di te, e soprattutto io non ti credo una sgualdrina. Non potrei mai. Posso avere tanti difetti, a cominciare dalla pessima vista e dall'incapacità di lasciarti andare quando sembrava che tu mi considerassi solo uno straccio per pulire il pavimento del ristorante, ma ti giuro su quanto ho di più caro al mondo... e quindi sto giurando su di te... che in questo momento darei la mia vita a occhi chiusi pur di farti uscire dal pozzo in cui sei caduta. Credimi".
Il debole "vai via, maledetto" con cui gli rispose fu sufficiente a fargli pensare il peggio. Sebbene si aspettasse una risposta del genere, non riusciva comunque a non provare dolore.
Lentamente Mousse si alzò, fece un breve inchino ai presenti e uscì dalla stanza; nessuno disse nulla per fermarlo, nonostante l’ordine di rimanere tutti insieme, talmente erano rimasti colpiti dalla scena di poco prima.
L’ultima cosa che Mousse udì fu di nuovo la voce del Dottor Tofu, che consultava Obaba riguardo eventuali rimedi per lo stato mentale della nipotina.

“Vai via, maledetto.”
Quella frase, appena sussurrata, era bastata a distruggere il suo piccolo mondo.
Mousse si era sentito rivolgere gli improperi peggiori da parte di Shan-Pu sin dall’infanzia; ma durante l’ultimo anno e mezzo le cose erano talmente cambiate che persino una parola come “scemo” aveva assunto un sapore più affettuoso, detto più con malizia che con cattiveria.
Quella frase, invece... trasudava talmente tanto disprezzo e odio, troppo persino per Shan-Pu.
Ringhiando, il cinese mollò un pugno a un sacco per gli allenamenti: non sapendo dove altro andare, si diresse istintivamente verso il dojo, con l’intento di sfogare la frustrazione contro qualcosa. Sferrò un altro pugno, e un altro ancora, finché del sacco non rimase che l’involucro appeso al gancio e la sabbia sul pavimento.
“È strano vederti combattere a mani nude, sai?”
“Alle volte...” mormorò lui, senza nemmeno voltarsi verso Akane.
“Come ti senti?” chiese lei, avvicinandosi. “So che è una domanda stupida ma...”
“Come vuoi che stia? Mi avesse investito un treno starei meglio.”
Akane si morse il labbro inferiore, temendo di aver posto la domanda sbagliata al momento sbagliato.
“Come mai sei qui? Intendiamoci, apprezzo il tuo interesse per le mie condizioni, ma di solito è Ukyo che si prodiga a psicologa del quartiere...”
“Non ho idea di dove sia, lei e Ryoga sono spariti di nuovo quando il Dottor Tofu ci ha chiesto di uscire dalla stanza per discutere il da farsi con la nobile Obaba” rispose lei facendo spallucce. “Nabiki è pessima in questo genere di discorsi, e Kasumi è... piuttosto agitata. Sia per la storia delle amazzoni sia per la presenza del Dottor Tofu.”
“Oh, ora mi spiego la quantità di cibo per un esercito...” ridacchiò lui, che da quanto aveva capito c’era della tensione amorosa irrisolta tra il giovane medico e la maggiore delle sorelle Tendo. Dev’essere di famiglia, pensò.
“Già” rispose Akane, con un sorrisetto “ma per gli avanzi non c’è problema, c’è Ranma a fare da aspirapolvere. Un compito sicuramente più adatto a lui dello psicologo di quartiere.”
Entrambi risero alla battuta.
Da qualche parte, in casa Tendo, un codinato a caso starnutì.
“Quindi” proseguì Akane “rimango io. Se vuoi...”
Mousse sorrise, sinceramente toccato dall’interesse della ragazza.
“Ti ringrazio, anche se credo che al momento ci sia ben poco da dire... non so nemmeno se si riprenderà...”
“Non dire così!” disse lei, scattando in avanti “Sono sicura che troveremo una soluzione! Se smettiamo di sperare non... non ci rimane più nulla.”
Per un po’ rimasero entrambi in silenzio, non sapendo cos’altro dire. Akane si accovacciò vicino al cumulo di sabbia, tracciando ideogrammi sulla superficie.
“Tu credi... credi che finiremo tutti così?”
Mousse tornò a guardarla.
“Intendi come Shan-Pu? Delle furie incontrollabili?”
Akane annuì.
“Non lo so... non ne ho davvero idea” rispose il cinese. Poi aggiunse: “Ma soprattutto... da quando siamo rimasti soli?”
“Come...?”
“Non hai notato? Non un rumore proveniente dal giardino, un soffio di vento, nemmeno il borbottio delle voci da dentro casa... c’è un silenzio irreale. E non mi piace.”
"Neanche a me".
"Occhi aperti, Akane. Potremmo essere sotto attacco".
I due si misero in posizione di difesa, non sapendo chi o cosa sarebbe potuto arrivare loro addosso.
Si guardavano attorno, schiena contro schiena, cercando di cogliere un qualsiasi possibile cambiamento nell'ambiente. Ma il dojo pareva non voler rispondere alle loro aspettative e si limitava ad essere sempre uguale a se stesso.
Passarono alcuni minuti in cui non successe nulla.
"Non ci saremo sbagliati, Mousse?" chiese Akane, i nervi troppo tesi aspettando qualcosa che sembrava non dovesse arrivare.
"Preferisco un eccesso di guardia che l'opposto" rispose secco il cinese senza muoversi di un millimetro.
"Capisco, ma...".
Poi un rumore di passi e, senza preavviso alcuno, nella stanza apparvero Shan-Pu e Ranma.
Mousse ci mise otto secondi a capire che si trovavano in un'allucinazione o qualcosa del genere perché la presenza della sua dolce metà, in piedi e apparentemente senza il minimo problema, la diceva lunga. Akane, a onor del vero, fu più lenta di soli due secondi.
"Ehi cinesina, guarda chi c'è. La coppia delle ruote di scorta".
"Che carini a farci visita. Non mi aspettavo che trovassero il coraggio di esporsi così tanto, inetti come sono".
No ok, con una Shan-Pu che parla così fluentemente giapponese doveva per forza trattarsi di un incubo.
"Che cosa andate cianciando, voi due?" chiese Akane, con la sua caratteristica aggressività, mentre si spostava per fronteggiarli.
"Cianciare? Noi diciamo solo la verità, Akane cara. In special modo tu, che sei sempre il solito maschiaccio privo di sex appeal e non mi fai neanche il piacere di provare a nasconderlo".
"Sentimi un po' bene, finto coso che cerca di assomigliare al mio ragazzo. Se sei qui per farmi dubitare di me e del nostro rapporto caschi male, cocco".
"Io non cerco di farti dubitare di nulla. Mi limito a dire le cose come stanno: non hai quel che serve per sopravvivere alla prova delle amazzoni. Dovrò salvarti, come al solito. Mi potrei anche stancare, prima o poi".
E nonostante tutta la baldanza che stava esternando, Akane ebbe un cedimento a sentire parole tanto sferzanti venirle buttate addosso da qualcuno che, in quel momento, aveva le sembianze di Ranma.
Sapeva, sapeva bene che non era lui e non era disposta a dare ai loro aguzzini la soddisfazione di vederla crollare in ginocchio a piangere. Eppure gli strali, in barba alle sue difese erette, riuscivano lo stesso a toccare i punti più scoperti.
E Akane, come non aveva ancora disimparato a fare, reagì nell'unico modo che conosceva per fargli chiudere la bocca: gli si avventò addosso per silenziarlo a pugni.
“Akane! No!”
Inutile fu il tentativo di Mousse di fermare Akane, partita alla carica come un toro verso il falso Ranma.
Promemoria per me: se ne usciamo vivi, suggerire a Ranma di lavorare sull’autocontrollo di Akane.
“Non osare ignorarmi, stupido orbo.”
Mousse si volse verso la falsa Shan-Pu, e si lasciò sfuggire un sorriso poco rassicurante.
“Tranquilla, hai tutta la mia intenzione” disse, avanzando verso di lei “ho proprio voglia di menare le mani.”
“Vuoi azzardarti ad alzare le mani su di me?” rispose lei stizzita. “Credi forse di riuscirci?”
“Se l’ho fatto con la vera Shan-Pu in uno scontro leale, posso massacrare senza problemi un fantoccio che ne imita male le movenze.”
Detto questo la attaccò.
-
“Oh ti prego, vorresti farmi credere che è tutto quello che hai imparato dai miei allenamenti?”
Akane ringhiò e continuò ad attaccare Ranma - o meglio, il tizio che ne aveva le fattezze, ma ogni suo colpo veniva facilmente schivato.
“Kami, ho davvero perso tempo con te! Cosa sono questi colpi lenti?” rise lui, accovacciandosi e colpendola al fianco. “E questa difesa aperta?!”
Akane volò all’indietro e finì stesa sul pavimento. Si rialzò a fatica, tossendo sangue.
Non è possibile, pensò. Ranma non mi direbbe mai queste cose, non...
“L’unica cosa buona del nostro matrimonio combinato è che sarò io ad occuparmi della palestra. Se tuo padre avesse lasciato la gestione a te...”
Quella frase la ferì più del pugno di poco prima.
“No, non è vero! Mio padre ha fiducia in me, lui...”
“E allora perché non ti allena più?”
Akane sollevò lo sguardo verso il ragazzo, che si limitava ad osservarla con sdegno.
“Ovvio, anche lui ha capito che sei un caso disperato. Non impari, non sei capace, sei goffa e impedita! Non riesci a compiere nemmeno i kata più basilari!”
Basta... basta...
Improvvisamente le sembrò di essere tornata indietro di due anni, quando Ranma era appena arrivato al dojo e insulti del genere erano una costante tra loro due. Certo non erano mai stati così pesanti e mirati, ma al momento la mente di Akane era sprofondata nell’autocommiserazione, nel ricordo di tutti quei momenti in cui si era sentita inutile e aveva creduto di non essere... abbastanza: abbastanza intelligente, abbastanza forte, abbastanza carina... abbastanza per Ranma.
“L’unica cosa che mi manda in bestia è che mi toccherà prendere in moglie un maschiaccio del genere” rincarò la dose il falso Ranma, “quando avrei potuto avere ragazze molto più sexy... avrei dovuto scegliere Shan-Pu fin da subito. Oh beh, nulla mi impedirà di concedermi qualche avventura...”
Smettila... smettila!
La fiducia in se stessa che aveva riacquistato con fatica, nel corso dell’anno appena trascorso, rischiò di infrangersi sotto il peso di quella frase. In fondo al cuore Akane aveva continuato a coltivare il timore di non piacere davvero a Ranma - nonostante le manifestazioni d’affetto di quest’ultimo si fossero col tempo fatte più esplicite, e sentirsi ricordare che le altre pretendenti erano più carine di lei... continuava ad essere una stilettata al cuore.
“Non dargli retta Akane!”
Uh?
Akane si voltò a guardare Mousse che... aveva legato la falsa Shan-Pu come un salame usando le catene. L’immagine aveva un che di assurdo, visti i soggetti.
“Non lasciarti abbindolare da ciò che quel fantoccio sta dicendo! Sai bene che sono tutte menzogne!”
“Sei... sei sicuro?” chiese lei, che poco a poco si rimise a sedere.
“Ma certo che sì! Ormai sono finiti i tempi in cui Ranma si rifugiava dietro gli insulti pur di non ammettere quello che provava per te e-”
“Stupido idiota, liberami!” lo interruppe la falsa Shan-Pu, dimenandosi come una trota all’amo, “Maledetto, se ti metto le mani addosso ti ammazzo e poi scappo con Ranma!”
“Oh ma falla finita, brutta copia!” urlò lui, mollando un calcio alla ragazza incatenata.
Se non fosse stata sicura di trovarsi dentro un’illusione sarebbe corsa a fermare Mousse e...
...ma certo. Che idiota che sono!
“Ehi maschiaccio del cavolo, mi ascolti?” la chiamò il falso Ranma, acchiappando Akane per una spalla.
Facendo un errore madornale.
Akane sorrise.
“Io. Ti. AMMAZZO.”
"Tu... vorresti ammazzare me? E con quale bazooka?". A contrastare quest'uscita da bullo di periferia servì il salto all'indietro, giusto per mettere quei due o tre metri che non si sapeva mica mai. Si evitò una gomitata in faccia.
"Non mi servono bazooka per cambiarti i connotati".
"Essere così piena di te non ti si addice perché non hai i fatti a supportare le parole. E comunque, visto che non condivido la tua sicumera, io mi sono portato un amichetto".
Così dicendo tirò fuori da non si sa dove un coltello a serramanico e cominciò a farselo saltare da una mano all'altra, come il peggior punk da film d'azione.
Va bene, amazzoni. Mi sembra di capire che non vi interessa tenere ulteriormente in piedi la farsa. Ranma con un coltello. Sì, certo. E domani piovono rane arancioni che se le lecchi cominci a vedere bambini che gattonano sul soffitto.
"Ah, poi sono io l'incompetente" ruggì mentre si lanciava nuovamente verso di lui, incurante del nuovo elemento di pericolo "Se Ranma, il vero Ranma fosse qui ti riderebbe dietro fino alla fine del tempo".
"T-Taci! Adesso te la faccio pagare!".
E ripresero il loro balletto a suon di salti, calci e schivate. Con l'aggiunta di un affilato terzo incomodo.
Sarà stata la ritrovata consapevolezza sull'identità del suo avversario o la francamente squallida trovata del coltello, fatto sta che Akane si difese molto più efficacemente e riuscì anche a portare qualche colpo a segno. Niente di decisivo, ahi lei, ma comunque era un passetto in avanti.
Eppure... eppure ho idea che qualcosa mi stia sfuggendo. Mi sembra troppo... facile. I suoi insulti erano banali, tristi e senza mordente. Speravano davvero di farmi crollare come un castello di carte di fronte a parole così puerili?
"E poi" si trovò a dire ad alta voce in maniera del tutto inconsapevole "a Ranma piaccio comunque, con tutta la mia lunghissima sfilza di difetti. Lui mi conosce. Sa che sono rozza, manesca, mi scaldo con un nonnulla, non raggiungerò mai il suo livello nelle arti marziali. Mi ama nonostante questo, o forse a causa di questo".
Riuscì a schivare, con un notevole riflesso, un affondo che stava per far fare alla sua spalla una più approfondita conoscenza dell'acciaio.
Quando, un po' affannata dal rischio appena corso, si rivolse nuovamente verso di lui...
Lo vide prostrato per terra su un ginocchio, la mano libera a tenersi la fronte. Sembrava stesse soffrendo.
Uh?
"No... non può finire così... no...".
Cominciò a... eh, vai a spiegare. Pensate all'immagine di una televisione disturbata, quando magari fuori c'è il temporale. Ecco, il finto Ranma prese a ondeggiare in quel modo.
Che cavolo sta succedendo? Non l'ho di certo colpito così forte da farlo sparire.
Ma sparire era quello che stava facendo. Negli ultimi istanti della sua vita di illusione decise una cosa: avrebbe lasciato un segno su di lei.
La prese in contropiede quando, con le forze che ormai scemavano, riuscì a scattare in piedi e fendette l'aria di fronte a sé con la lama.
Si dissolse con un sorriso formato famiglia. Aveva tagliato la guancia di Akane per tutta la sua lunghezza, fin quasi al naso. Akane lanciò un urlo e si tamponò il volto come meglio poteva, mentre il mondo attorno a lei e Mousse sembrava vacillare come un televisore mal sintonizzato... per poi stabilizzarsi.
“Ma che cazzo...” si lasciò sfuggire Mousse, di solito sempre composto, quando si accorse che ora teneva in mano delle catene vuote. Anche la sua preda era sparita.
Avevano vinto.



“Ma dove diamine sono finiti?”
Per l’ennesima volta in dieci minuti Ranma fece quella domanda a nessuno in particolare.
“Ovunque siano finiti quei due, hanno avuto sicuramente più fortuna di noi...”
Per l’ennesima volta in dieci minuti Ryoga rispose allo stesso identico modo a quella domanda.
In realtà l’ansia per la sparizione di Mousse e Akane aveva messo da parte i suoi... istinti primitivi, rendendosi conto che pensare a certe cose mentre quei due erano probabilmente preda delle amazzoni era assolutamente fuori luogo. Ma era ancora infastidito dalla cocciutaggine di Ranma nel voler riportare lui e Ukyo in soggiorno ogni volta che li scovava - pur senza essere volutamente sulle loro tracce.
Il codinato non sembrò dare peso alla risposta di Ryoga nemmeno quella volta, continuando invece a camminare avanti e indietro in corridoio; Shan-Pu si era riaddormentata e il Dottor Tofu aveva concesso loro di rientrare in camera... ma lui aveva preferito rimanere fuori. L’ansia era troppa per riuscire a star seduto per più di tre secondi di fila.
Akane maledizione... vedi di tornare intera...
Non fece in tempo a finire di formulare quel pensiero che sentì dei passi lungo il corridoio.
Si mise istintivamente in posizione di difesa e Ryoga corse ad affiancarlo, quando...
“Non guardateci così. Sappiamo di non essere al nostro meglio.”
Akane e Mousse avevano appena svoltato l’angolo e si erano fermati di fronte a loro: erano visibilmente distrutti, i vestiti scombinati e, cosa più importante... incazzati.
Molto.
“Abbiamo vinto noi. Non so come, ma ce l’abbiamo fatta.”
Ranma stava per tirare un sospiro di sollievo quando notò il taglio che attraversava il viso della fidanzata.
“A-Akane! Cosa ti hanno fatto!”
Kasumi, dietro di lui, lasciò cadere dalle mani il vassoio col tè e chiamò il Dottor Tofu, che Akane era ferita e sanguinava copiosamente.
Ranma stava per correre verso la fidanzata quando se la ritrovò tra le braccia. Lo abbracciò, aggrappandosi a lui con una disperazione tale che gli fece molto più male della forza di Akane.
“Promettimelo..” sussurrò lei.
“Co... cosa?”
“Promettimi che non mi lascerai mai. Anche... anche se sono goffa e impedita e non sono carina come le altre” singhiozzò “e... e sono sfigurata... promettimelo...”
Ranma la strinse a sé quasi volesse diventare un tutt’uno con lei, e si maledisse perché non aveva potuto proteggerla come meritava.
“Sta zitta maschiaccio” sussurrò lui, nella speranza di farla ridere “lo sai che mi piaci goffa, bassa e con la vita larga. E poi sono sicuro che la cicatrice come Capitan Harlock ti donerà sicuramente...”
E lei, per fortuna, rise.

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Capitolo 7
*** Cacchio, ho perso la mia erba gatta e il mio gomitolo di spago ***


Stava quasi per giungere l'una di mattina. Da parecchio tempo a quella parte una simile ora, in casa Tendo, significava pace totale. Tutti dormivano, chi tranquillamente e chi russando come un carro armato, ma era praticamente impossibile trovare qualcuno sveglio.
Non fu così quella notte, ovviamente.
Lo sarebbe stato in ogni caso, con la questione amazzone a pendere sopra la testa dei sette ragazzi. Lo era ancora di più dopo che Akane e Mousse erano tornati dal loro scontro, vincitori ma...
"SantoddiobenedettoimmacolatoAkanecosatièsuccessoinfacciaperchésanguinidottorTofu!" fu la reazione di Soun quando vide la figlia con i vestiti sporchi di sangue e una mano sulla guancia come... a coprire qualcosa.
"Togli la mano e fammi vedere" riprese, leggerissimamente più calmo. Se non altro non si era mangiato tutte le parole.
"Papà... io... non voglio...".
"Cosa vuol dire che non vuoi? Fammi vedere!".
"Papà...".
Lui non perse ulteriore tempo in parole. Le afferrò la mano e gliela scostò. Salvo poi pentirsene subito dopo.
"Akane... kami...". Non aggiunse altro prima di voltarsi e dileguarsi alla ricerca di Tofu.
Nessuno osò intervenire in nessun modo durante la scena. Strisciava un senso di orrore nelle teste di tutti loro a pensare cosa vuol dire vivere con una cicatrice del genere sul volto.
Ranma si scosse dal suo autoimposto rispetto e la cinse da dietro in un abbraccio: "Qualunque cosa ti succeda ricordati sempre che sei il mio maschiaccio". Aveva usato un tono così dolce e amorevole che più di una persona, oltre alla diretta destinataria, si sentì pungere gli occhi.
"Ranma... dici sul serio?". Non dubitava della sua sincerità, per nulla. Ma dopo l'esperienza col suo doppione onirico aveva bisogno come il pane di sentirselo dire in ogni lingua del mondo.
"Ranma Saotome ha una parola sola ed è questa: taglio o non taglio io ti amo e non smetterò tanto presto di farlo".
Il teatrino da romanzo Harmony di quarta lega venne interrotto dal tanto necessario arrivo del buon dottore. Essendo stato messo in preallarme dalla concitazione delle sorelle e del padre aveva capito che si trattava di Akane e che era una cosa piuttosto grave. E nonostante ciò non aveva immaginato quella possibilità.
"Oh santissimo..." esclamò sconvolto vedendola. Strinse più forte la borsa con le medicazioni mentre le si avventava sopra facendola sedere per cercare di medicarla.

“Un minuto e ho fatto...”
Mentre il Dottor Tofu finiva di metterle i punti sulla ferita, Akane non aveva detto una parola: non un suono, un lamento, esclusi lievissimi sussulti quando il dolore era più acuto. Ma era rimasta in silenzio, composta, come un samurai.
“Ecco, ho finito” disse il dottore, mettendo via gli strumenti, “i punti potrebbero tirare un po’ quindi cerca di non agitarti troppo... oh, ma che te lo dico a fare.”
Akane rise, per poi pentirsene subito dopo.
“Ahia, ma tirano!”
“Te l’avevo detto...”
Stava per aggiungere qualcos’altro quando una presenza lo colse di sorpresa.
“Dottore.”
Si voltò di scatto, il cuore a mille e il respiro che cominciava a venir meno.
“K-k-k-a-ka-kasuuuum-ih...”
“Dottore!” ripeté lei, che per la prima volta in ventun anni di vita si lasciava andare all’agitazione - dimostrando di somigliare parecchio al padre. Afferrò il povero Dottor Tofu per il bavero del gi e cominciò a strattonarlo con forza, quasi a tempo mentre scandiva le parole: “Dottore! Lei. Mi. Deve. Promettere. Che. Non. Rimarrà. La. Cicatrice!”
“F-f-arò q-quanto p-possibile!” balbettò lui, talmente scombussolato che non gli riusciva nemmeno di lasciarsi prendere dalla timidezza come suo solito.
“Me lo prometta!” continuò Kasumi, suscitando stupore tra i presenti. Akane cercò di calmarla, invano.
“Signor Tendo, mi ricordi perché Kasumi non ha praticato arti marziali...” chiese Ranma, sarcastico.
“Perché è un’anima pura e candidaaaaaah!!!” strillò lui, rischiando di annegare nelle sue stesse lacrime.
“La sua anima pura e candida in questo momento ci sta strapazzando il medico, e a noi servirebbe integro” rincarò la dose Ryoga, ma la sua battuta passò del tutto inosservata al signor Tendo, occupato com’era a disperarsi.
“La mia bambina sfigurataaaaaah!!!!”
Ranma sbuffò e tornò a posare gli occhi su Akane: sembrava... serena, nonostante tutto. La guardò osservare il suo riflesso in uno specchio, sfiorando delicatamente i punti.
Oh, ma a chi voleva darla a bere. Lo conosceva fin troppo bene il suo maschiaccio violento, e sapeva che stava fingendo; quell’ultimo sfregio - era il caso di dirlo - era stato sicuramente premeditato, ci avrebbe messo la mano sul fuoco. L’insicurezza sul suo aspetto fisico era sempre stato uno dei più grandi punti deboli di Akane, e marchiarla sul viso affinché potesse vederlo ogni giorno, ogni volta che si specchiava... era maledettamente crudele.
Promise a se stesso che quando sarebbe toccato a lui avrebbe fatto una strage, facendogli pagare anche quella cicatrice.
"Gente" disse poi per distrarsi dai discorsi più cupi "si sta facendo molto, molto tardi. Non sarebbe il caso di andare a dormire, almeno per cercare di mantenerci un po' in forze per i prossimi giorni?". La sua domanda venne accolta da sbadigli assortiti e qualche borbottio che interpretò come una risposta affermativa.
"Sì, ma..." cominciò Ukyo, salvo fermarsi subito.
"Che c'è? Qualche problema?".
"No, ma pensavo... e se ci attaccassero nel sonno?".
"Il primo turno di guardia è mio, il secondo di Ryoga, il terzo tuo e il quarto di Mousse. Un paio d'ore a testa. Metterei volentieri anche la vecchia ma, tanto per cambiare, si è volatilizzata. I Tendo dovrebbero essere al sicuro e quindi è meglio lasciarli fuori, Shan-Pu è evidentemente impossibilitata e Akane... beh, se siete d'accordo io le eviterei questo, almeno per stasera. Quel che ha passato merita una notte di sonno il più continuo e indisturbato possibile".
"Mi sembra una cosa molto saggia e delicata da dire, bravo" si complimentò la cuoca dandogli delle pacche sulla schiena. Era piacevolmente colpita dal riguardo che stava dimostrando per la sua fidanzata, cosa di cui fino a non troppo tempo prima era quantomeno lecito dubitare.
"Grazie" sussurrò, in evidente imbarazzo. Guadagnandosi occhiate di amichevole scherno e qualche risata mal camuffata da parte di tutta la ghenga. Akane se ne risentì per un momento, visto che era stata ancora messa in disparte, ma subito dopo si intenerì al pensiero che Ranma aveva pensato di volerle risparmiare anche una veglia notturna che, nelle sue condizioni psicologiche, non sarebbe stata particolarmente piacevole. Naturalmente, per non smentirsi, si ripromise di farsi volontaria per la sera successiva.
"Oh cielo, ci vorranno un sacco di futon. Qualcuno venga con me a prenderli, così li disponiamo qui" trillò Kasumi, tornata a essere la solita maschera col sorriso. Il repentino mutamento inquietò non poco i presenti ma nessuno disse nulla per evitare una reazione simile alla precedente.
Ma prima dei letti si consumò una tragedia ben peggiore di qualunque maledizione cinese: le litigate per il bagno. I litri di tè che la primogenita Tendo aveva generosamente dispensato stavano causando scompensi fisici un po' a tutti e per circa un quarto d'ora la casa si trasformò in un piccolo campo di battaglia, con urla che partivano dal cavalleresco "Io al cesso! Io al cesso!" di Ranma al meno zotico ma non meno sentito "Fatti da parte, travestito della malora!" di Ryoga. Mousse fu più furbo e si adoperò con alternative poco ortodosse. E il codinato fece il bis mettendosi a cantare Frank Zappa in seduta.
Per il resto i preparativi furono rapidi e presto tutti si sdraiarono per lasciarsi alle spalle quella terrificante giornata. Tutti tranne Ranma, che in quanto sentinella era tenuto a rimanere ben sveglio e vigile.
E nutriva la speranza di essere il prossimo. Aveva uno sfregio da infliggere ai loro persecutori.
La sua voglia di menare le mani venne presto accontentata. Aveva appena fatto tappa in cucina per piluccare qualche avanzo, quando lo sentì.
Un ki intenso provenire dal giardino, enorme... e familiare.
Si assicurò brevemente che tutti fossero addormentati e al sicuro nelle varie stanze, poi si diresse in giardino desideroso di dare il benvenuto al suo sfidante.
Sulle prime non lo notò, ma si lasciò guidare dal ki del suo avversario fino a giungere al piccolo magazzino esterno al dojo dove tenevano le attrezzature.
Lì, nel piccolo appezzamento di giardino tra il magazzino e la palestra, c’era una figura ammantata di nero ad attenderlo.
“Umph, a quanto pare tocca a me” ringhiò Ranma, accennando un sorriso “...finalmente.”
Il suo avversario, il cui volto era nascosto da un cappuccio, si limitò a sorridere e fare un cenno affermativo con la testa. Quel mutismo cominciava ad irritarlo.
“Cos’è, il gatto ti ha mangiato la lingua?”
“Sei molto più vicino alla verrrrità di quanto tu crrrreda.”
Un brivido percorse la schiena di Ranma. Cos’era quello strano modo di parlare, calcando le r? Perché gli sembrava conoscente? Perché lo metteva in agitazione?
La figura si avvicinò a lui con studiata lentezza, quando finalmente decise di scoprirsi il volto... lasciando Ranma di sasso.
Ma che cosa...
Il suo avversario era... lui.
Era identico a Ranma nell’abbigliamento, nell’aspetto fisico, nei lineamenti... fatta eccezione per gli occhi: occhi gialli, con una pupilla verticale. Decisamente felina.
Oh. Oh no. Oh nononononononono.
Ranma deglutì vistosamente, e maledisse ogni Kami di cui riusciva a ricordare il nome. Avrebbe dovuto sospettare che avrebbero giocato sporco mandandolo contro dei gatti o a roba simile, in fondo giocare con le loro paure non era stata la particolarità di ogni scontro?
“Sorrrrprrreso Rrrrranma?” sorrise l’avversario, il cui tono di voce inquietava tanto Ranma perché gli ricordava le fusa di un gatto.
Indietreggiò, sforzandosi di non perdere la calma.
CosafacciocosafacciocosafacciomaledizionedevovendicareAkanecosafacciomaledettecariatidicinesi!
MRAAAAAWWWWWWRRRRRR...
Bastò quel verso per distruggere il suo fragile equilibrio.
“C-che tu sia maledetto! Bastardo!”
“Oh, non vorrrrrai mica farrrrmi crrredere che Rrrranma Saotome ha paura di affrrrrontarrre più avverrrrsarrri perrrr volta?” continuò la sua nemesi, avvicinandosi. Attorno a lui tutto cominciò a diventare stranamente più scuro, come una fitta nebbia nera che sembrava muoversi insieme a lui...
“Meooowrrr!”
...una nebbia che miagolava.
Ranma venne colto dal panico, e cominciò a indietreggiare finché la sua schiena non incontrò una delle pareti esterne della casa.
I miagolii divennero sempre più vicini, talmente tanto che a Ranma parve quasi di sentire il pelo contro le sue braccia facendo le fusa.
A-a-aiuto...
“Ti vedo in difficoltà Rrranma... perrrché semplicemente non ti... lasci andarrre?”
Se avesse potuto gli avrebbe spaccato la faccia a cazzotti, peccato che i suoi arti non volevano saperne di collaborare: era totalmente paralizzato dal terrore, la schiena inchiodata al muro e le lacrime che scorrevano sul viso. Cercò di articolare una parola, una qualunque, ma dalla sua gola uscivano solo suoni gutturali.
Poi la sua nemesi si mise carponi e gattonò verso di lui con movimenti felini, i muscoli delle braccia che guizzavano sotto la pelle quasi fosse una pantera, gli occhi puntati su di lui.
Per una volta in vita sua si augurò di lasciarsi andare all’abbraccio del Nekoken, di falciare via quel maledetto e farla finita... eppure non succedeva nulla. Sapeva di essere a un passo dal crollo mentale, ma sembrava quasi che qualcosa lo trattenesse...
“Ci tieni così tanto a miagolarrre?”
P-pezzo di merda...
Bastò quella frase a fargli capire che, in qualche modo, il suo avversario aveva il controllo della sua parte felina. Sentì la mano del bastardo accarezzargli una guancia, fino ad afferrargli il volto e costringerlo a fissare le sue iridi feline.
“Allorrrra... fallo. MIAGOLA.”
Fu l’ultima cosa che Ranma udì, prima che la sua mente cedesse del tutto.

Il risveglio fu stranamente tranquillo.
Niente urla, niente esplosioni, nessun morto apparentemente... niente di niente.
Akane si alzò per prima, e lasciò silenziosamente la stanza cercando di non far rumore e non svegliare gli altri; fece una doccia veloce, ed ebbe non poche difficoltà a fissare il suo riflesso allo specchio. Ma cercò di farsi forza: non aveva tempo per i crolli emotivi, non adesso. Ne avrebbe avuto poi, forse, alla fine di quel massacro. Solo allora si sarebbe concessa una crisi di nervi coi fiocchi. Per ora mi atteggerò a Queen Emeraldas, pensò, parafrasando la battuta di Ranma sulla cicatrice di Capitan Harlock.
A proposito...
Uscì dal bagno e corse in salotto con l’idea di svegliare il suo fidanzato, magari con un bacio... ma non lo trovò. La cosa la preoccupò, così corse in giardino sperando di trovarlo in palestra... ma quello che vide non le piacque.
Solchi dappertutto, sul terreno, sugli alberi, persino sul muro di casa. Solchi simili a graffi di un gatto. Chiazze di sangue e brandelli di una fin troppo familiare casacca rossa.
Ma di Ranma neanche l’ombra.
Non farmi scherzi, maledetto. Io ci ho rimesso un pezzo di faccia ma sono tornata, non azzardarti a non fare altrettanto. Non azzardartici.
"Accidenti, che macello. Per caso è passato un tornado?" fece una voce alle sue spalle. Si voltò e vide Obaba in cima al muretto che scrutava il giardino devastato da qualcosa non ancora identificato.
"Nobile Obaba... dov'era finita?".
"Sono tornata al ristorante per dormire. Non dubito che mi avreste ospitata, come probabilmente avete fatto per gli altri, ma alla mia età si hanno delle esigenze particolari e se non sto nel mio letto non riesco a dormire neanche assumendo una dose di sonniferi da elefante. Strano che quel saputello di Mu-Si non vi abbia detto niente in merito. Ma...".
"Cosa c'è?".
"Hai combattuto. E, a vederti così, pare tu abbia vinto".
"Come... oh sì, dimenticavo. Il ricordino. Ci farò l'abitudine, prima o poi. Comunque sì, ho combattuto. Insieme a Mousse. E abbiamo vinto, già, ma non ho idea del come o del perché. Un momento ci stavamo picchiando con delle copie malriuscite di Ranma e Shan-Pu, il momento dopo eravamo soli. Non le so dire davvero granché, mi spiace. E poi ho altro per la testa, ora...".
"Certo, immagino che non sia semplice accettare l'idea di essere sfregiata".
"La sua sensibilità mi commuove, ma in realtà mi riferivo a Ranma. Stanotte abbiamo stabilito dei turni di guardia e quando è toccato a lui deve aver avuto uno scontro. Di cui questi sono i risultati".
La vecchia non ci mise molto a collegare i segni al Nekoken, visto che in passato ci aveva combattuto contro e ne era rimasta incredibilmente sorpresa. Ordinò ad Akane di svegliare gli altri e di organizzarsi per cercare Ranma, perché se era come pensava avevano un ragazzo-gatto che vagava per la città. In realtà non aveva elementi concreti su cui basare quest'affermazione, ma persino le carampane come lei ogni tanto si fidavano del proprio istinto. La ragazza obbedì celermente, piuttosto sollevata dalla presenza della matrona cinese che, come sempre in queste situazioni, mostrava il giusto cipiglio da leader.
La combriccola venne sbrigativamente tirata in piedi e aggiornata sulle novità. Si misero d'accordo per cercarlo per tutta Nerima a gruppi di uno, tranne Ryoga che proprio non serviva si perdesse aggiungendo ulteriore caos. Ukyo insistette per fargli da GPS, preoccupata com'era dal fatto che a loro non era ancora toccata e non voleva che a lui capitasse senza la sua presenza.
"Siete di una dolcezza rivoltante" li punzecchiò Akane con un sorriso che le faceva tirare troppo i punti. Grazie amazzoni, neanche questo mi è concesso senza ricordarmi della mia nuova disgraziata condizione.
"Stai tranquilla, il tuo cicisbeo lo troviamo in un istante" rispose a tono la cuoca, divertita e turbata allo stesso tempo. Divertita perché la battuta l'aveva fatta ridere ed era felice di vedere Akane che, nonostante tutto, sembrava perlomeno sopportare quella cosa orribile sul suo volto. Turbata perché, nonostante le apparenze, aveva comunque colto qualcosa che si agitava sotto la superficie apparentemente calma. Per un istante pensò di lasciarsi andare a qualcosa di vistoso come un abbraccio da grizzly condito di lacrime e improperi, poi tornò in sé e decise di non dare inutile spettacolo.
"Allora siamo d'accordo: ogni mezz'ora ci ritroviamo qui a casa per vedere se uno di noi ha avuto fortuna" ricapitolò Akane, perfettamente calatasi nella parte del capitano della squadra di salvataggio. Ci fu un farlocco saluto militare e una sequela di "Signorsì, signora!". Si separarono e cominciarono a battere a tappeto Nerima.
Dopo quasi due ore di ricerche ancora non si avevano notizie di Ranma.
Avevano passato al setaccio tutti i luoghi più ovvi: il liceo Furinkan, il Neko Hanten, persino il semidistrutto Ucchan, ma di lui nessuna traccia. Cercarono in ogni vicolo, canale, e tornati a casa la controllarono stanza per stanza nell’eventualità fosse rintanato da qualche parte a dormire. Ma nulla.
“Non possiamo continuare a cercarlo a vuoto, occorre uno schema.”
“Già, ma quale? In quelle condizioni l’unica cosa che segue è l’istinto!”
Akane non si intromise nella discussione solo per non perdere quel poco di autocontrollo che le era rimasto. Avrebbe voluto mettersi a urlare e gridare e spaccare qualcosa. Aveva urlato il nome di Ranma per le strade di Nerima, certa che come al solito sarebbe zompato fuori non appena avesse sentito la sua voce.
Maledetto stupido dove sei? Non farti ammazzare dannato idiota, te lo proibisco...
Inspirò cercando di mantenere la calma, cosa sempre più difficile.
“Tu hai qualche idea?”
La voce di Nabiki la riportò alla realtà.
“Hai qualche idea di dove possa essersi nascosto Ranma?” ripeté la sorella. Aveva il suo sguardo puntato addosso, insieme a quelli di tutti gli altri.
“Che... che cosa vuoi che ne sappia!” urlò, esasperata. “Non gli leggo nel pensiero e abbiamo cercato tutti i posti più plausibili! No Nabiki, non ho idea di dove sia e non so più dove sbattere la testa!”
A fermare il suo sfogo fu solo il dolore dei punti che tiravano; si portò una mano sulla cicatrice, mordendosi il labbro, mentre Ukyo accorreva per sincerarsi delle sue condizioni.
“Akane calmati, non farti del male inutilmente!” sussurrò la cuoca, cercando di mantenere un minimo di privacy. Abbracciò Akane, che rimase rigida e tesa come una corda di violino. Nessun’altro osò fiatare, ancora piuttosto scossi dallo sfogo di prima.
Il silenzio venne infine interrotto da uno starnazzare incessante che si avvicinava sempre di più.
“Ma che...!”
Mousse planò sulle loro teste e atterrò con un tonfo, poi riprese subito ad emettere versi concitati sbattendo le ali. “Furbo da parte tua, papero” si complimentò la vecchia Obaba “nella tua forma pennuta cercare Ranma dev’essere stato più semplice... e da come ti agiti sembra che tu l’abbia persino trovato.”
La papera fece un cenno con la testa.
“Peccato che nessuno di noi ti capisca” aggiunse “e non abbiamo nemmeno dell’acqua calda.”
La cosa tuttavia non sembrò preoccupare Mousse, che si limitò a starnazzare di nuovo e prendere il volo verso una direzione ben precisa.
“Ma dove diamine va?” chiese Ukyo, ma non ebbe tempo di aggiungere altro che Akane si era sciolta dal suo abbraccio e si era lanciata all’inseguimento di Mousse.
“Ci sta dicendo di seguirlo!” urlò, e finalmente anche il resto del gruppo si decise a corrergli dietro.
Corsero per almeno venti minuti, finché non arrivarono in un parchetto non troppo lontano dal Neko Hanten.
Un parco decisamente familiare ad Akane.
“Perché conosco questo posto?” sussurrò Ukyo, guardandosi attorno cercando di raccapezzarsi.
“È il parco dove... dove mi ha detto che mi amava...” balbettò Akane, trattenendo a stento le lacrime. “È corso qui istintivamente...”
Non ebbe tempo di cullarsi in quell’idea che Mousse ricominciò a starnazzare, stavolta volando più basso. Li condusse verso un mucchio di cespugli piuttosto malmessi, in parte spezzati o sradicati; tutto attorno c’erano chiari segni del passaggio di Ranma.
I rumori e i versi che provenivano da oltre il cespuglio non erano particolarmente rassicuranti.
“Facciamo piano” sussurrò Obaba con cautela, che per precauzione aveva già annullato il suo ki nascondendo così la sua presenza, “solitamente durante le crisi del Nekoken Ranma è innocuo come un gattone, ma in queste condizioni... meglio fare attenzione.”
Tutti annuirono, tesissimi, poi la vecchia amazzone fece cenno ad Akane di chiamarlo.
“R-ranma... Ranma sei qui? Sono io, Akane...”
I rumori cessarono, e qualcosa tra le foglie si mosse.
“Ranma? Mi senti?”
Poco a poco Ranma fece capolino dai cespugli, rimanendo sempre a distanza di sicurezza.
“Perché non si avvicina?” chiese Akane, preoccupata. “Di solito corre da me quando sente la mia voce...”
“Non agitarti bambina, potrebbe accorgersene e innervosirsi a sua volta” rispose Obaba. “Probabilmente è ancora sotto shock per il combattimento, e credo che il Dottor Tofu possa confermarcelo...”
“Assolutamente” rispose lui, poco dietro di loro “l’aura di Ranma in questo momento è... è terrificante. In confronto quella di Shan-Pu era meno danneggiata. Cerchiamo di non provocarlo e...”
Le parole gli morirono in gola quando vide Akane avvicinarsi al cespuglio.
“Ma che diamine fa quella scriteriata...” borbottò Obaba, sconcertata da tanta incoscienza.
“Ranma perché non mi riconosci?! Sono io, Akane! Il tuo maschiaccio!”
Ranma per tutta risposta soffiò come un gatto particolarmente aggressivo, cosa che mai aveva fatto ad Akane. Quest’ultima stava per cedere ai nervi e mettersi a urlare, quando Ryoga le si affiancò con cautela.
“Forse ho capito perché è così spaventato” sussurrò, poi fece cenno al Dottor Tofu di avvicinarsi. “Dottore, mi aiuti a prenderlo di sorpresa. Akane, tu sta calma e continua a chiamarlo e distrarlo. Ok?”
Akane annuì, poi Ryoga e il dottore si allontanarono pian piano cercando di non farsi notare da Ranma, visibilmente alterato. I due temerari si posero ognuno a un lato del Ranmagatto imbizzarrito, il quale per loro fortuna era più che distratto da Akane che stava ancora vanamente cercando di ricondurlo a una sembianza di ragione. Ryoga spiegò a gesti il suo piano al dottore: un semicerchio e uno zompo, che significava "lo circondiamo e gli saltiamo addosso".
La trappola venne tesa e, con discreta sorpresa di un po' tutti, riuscì perfettamente: Ranma venne placcato da entrambi i lati e ridotto all'impotenza, nonostante i miagolii di protesta e i tentativi di graffiare gli aggressori. Nel muoversi così scoordinatamente mostrò il motivo di tutta questa aggressività: il suo piede sinistro era insanguinato, qualcosa ficcato in profondità nel tallone. Data la posizione era più difficile da scorgere da davanti, ed era per questo che nessuno se n'era accorto.
"Akane!" sbraitò Ryoga mentre tentava di tenerlo più fermo che poteva "ha una scheggia o comunque qualcosa nel piede! Credo sia per questo che è intrattabile!".
"Oh. Aspetta, vedo se riesco a toglierglielo".
"Fai in fretta, ti prego! È quasi peggio del toro meccanico!".
"Tragico".
L'operazione fu problematica, data la scarsissima collaborazione del paziente, ma un po' di tempo e di cocciutaggine dell'infermiera Tendo ottennero i risultati sperati e presto si trovò in mano il corpo del reato, per metà tinto di rosso.
Ranma, liberato dalla sua fonte di agonia, tornò ad essere l'adorabile micione umanoide che sapeva farsi benvolere. Si liberò dall'ingombrante presenza di Ryoga e di Tofu, senza però essere ostile, e non appena vide Akane le saltò addosso per farsi accarezzare.
"Bravo gattino, bravo. Così sì che ci piaci" disse lei, sorridente, dopo essersi disfatta della scheggia. Teneva la sua testa sul grembo e lo accarezzava, ricevendo in cambio delle fusa di piacere che le davano un certo qual brividino.
"Ogni volta che la vedo questa cosa mi lascia sempre di stucco" commentò il dottore di fronte alla scenetta, sistemandosi meglio gli occhiali.
"Oggi sono circondata da attori drammatici, pare" rispose fulminea Akane, che non aveva poi tutta questa voglia di venire presa in giro. Che lui si stesse riferendo solo alla trasformazione felina di Ranma, senza includere anche le successive coccole, a lei non venne proprio in mente.
Ci mise un po' ma finalmente, circa una ventina di minuti dopo, Ranma tornò in possesso di sé.
"Questo mal di testa lo riconosco" esordì tirandosi in piedi "è quello tipico che mi viene quando smetto di essere gatto...".
"Già" confermò per lui la fidanzata "E non solo, questa volta eri pure un randagio con la rabbia".
"Addirittura?".
"Eh sì. Guardati un po' il piede".
"Uh. Non ricordavo di essermi ferito. Ma in compenso ricordo un'altra cosa...".
"E sarebbe?".
"Il modo per sconfiggere le amazzoni".

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Capitolo 8
*** Di aure inquiete, sgabuzzini malandrini e macchine fotografiche pestifere ***


“Spiegati meglio, Ranma. Cosa vuol dire che hai capito come sconfiggere le amazzoni?”
Nonostante cercasse di mantenere la calma, Obaba era decisamente nervosa. Sperò che quella del codinato non fosse una stupida trovata delle sue, che erano già nei guai fino al collo senza che peggiorassero da soli la loro situazione.
“Esattamente quello che ho detto, vecchia: so come sconfiggerle.”
Tutti in salotto rimasero in silenzio, in attesa che Ranma proseguisse il suo discorso: erano così distrutti dopo essersi lanciati alla sua ricerca in tutta Nerima, quand’era sotto gli effetti del Nekoken, che l’ultima cosa che volevano era litigarsi di nuovo il bagno e la doccia solo perché Ranma amava la suspance.
“Dici che ce la fai a parlare entro sera, che vorrei togliermi di dosso il lerciume?” berciò Mousse, indicando gli abiti ormai da buttare ed esternando il pensiero di tutti.
“Avere paura, è questo il segreto.”
“...non prenderci per il culo. Avanti, cos’hai scoperto.”
Ranma sbuffò. Odiava non essere preso sul serio.
“Non sto scherzando Mousse! Ti ricordi cosa diceva il suggerimento che il nostro misterioso... alleato dalla Cina ci ha dato?”
Obaba sgranò gli occhi, dandosi mentalmente della stupida.
“«Combattere non serve. Abbiate paura»!” gracchiò, “Ma certo, come ho fatto a non capire!”
“Nobile Obaba potrebbe illuminare anche noi?” prese parola Ukyo, alzando la mano “Soprattutto me e Ryoga, che siamo ormai i prossimi in lista...”
“Era così ovvio, eppure non avevo capito” borbottò, camminando avanti e indietro nella stanza “il segreto per vincere il... gioco non è affrontare la propria paura, ma accettarla!”
Tutti si scambiarono sguardi perplessi, tranne Ranma che intervenne per spiegare in maniera più semplice: “Se ho vinto il mio scontro è perché ho ceduto alla mia fobia dei gatti. Quella che ho affrontato era probabilmente la parte di me che è legata al Nekoken - cosa che spiega il perché fosse identico a me” disse “e involontariamente mi ha suggerito come sconfiggerla, cedendo alla paura. Nel momento in cui ho smesso di pensare normalmente e l’ho attaccato lui è sparito.”
“Ok, per Ranma può anche valere” chiese Mousse, perplesso “ma con me e Akane come la mettiamo? Nessuno di noi due aveva paura.”
“Ne sei sicuro paperotto? Dal riassunto che mi avete fatto dei vostri scontri a me sembra proprio di sì.”
“A me non sembra...”
“Davvero? Allora dimmi, mentre eri nel dojo poco prima che arrivasse Akane e i vostri scontri iniziassero, come ti sentivi?”
Mousse rimase un attimo in silenzio, riflettendo.
“Depresso, triste... le parole di Shan-Pu mi avevano davvero ferito e..”
“...e temevi che il suo stato fosse ormai irreversibile. Perdendo tutte le speranze.”
Il ragazzo annuì.
“Quindi avevi già ceduto alla tua paura peggiore, cioè quella di perdere Shan-Pu.”
Mousse sgranò gli occhi, e finalmente comprese.
“Lo stesso vale per Akane” proseguì Obaba, volgendosi verso la ragazza “la cui illusione ha riportato a galla i timori di non essere mai abbastanza per Ranma, o addirittura per suo padre. Esatto?”
Akane annuì, tenendo la testa bassa. Anche se sapeva che la vecchia non voleva punzecchiarla, sentir dire tutto così ad alta voce e davanti a tutti faceva un po’ male.
“Ma alla fine hai vinto” aggiunse l’amazzone, addolcendo il tono “ perché quelle paure le hai accettate molto tempo fa, e sai che sono del tutto infondate. Sii fiera di aver vinto il tuo scontro, bambina.”
Akane sorrise, commossa dalle parole di Obaba.
“Ma allora” intervenne di nuovo Mousse “perché Shan-Pu è stata sconfitta?”
“Perché probabilmente le ha affrontate, come sarebbe logico fare, anziché accettarle” sospirò “e qualcosa è andato storto...”
"Beh, che qualcosa sia andato storto mi pare più che evidente" constatò Mousse, la faccia mesta nel pronunciare queste parole. La sua gattina -e si permetteva di chiamarla così solo nella sua testa, altrimenti erano sberle fotoniche che volavano- era di natura troppo orgogliosa e testa calda per subire passivamente delle allucinazioni e sicuramente aveva fatto resistenza. Finendo com'era finita.
Rabbrividì. Lui e Akane se l'erano cavata per il rotto della cuffia, e a dirla tutta lei non era uscita poi così tanto bene. Anzi. Per quanto gli riguardava, infatti, la situazione si era risolta tutto sommato senza problemi: aveva, seppur del tutto involontariamente, accettato l'idea che Shan-Pu potesse allontanarsi da lui.
Cazzo se siamo stati baciati dalla sorte, stavolta. Potevamo finire in un lettuccio a delirare per chissà quanto tempo. Si scostò una stilla di sudore che aveva preso a colargli lungo la tempia.
Akane, poco distante, stava avendo pensieri simili. La consapevolezza di essersela cavata, pur riportando un danno che le sarebbe rimasto addosso per sempre, sembrava un manto freddo che l'avvolgeva come la copertona della nonna.
Voleva urlare. Voleva buttar fuori quel che provava, anche se non aveva idea di cosa fosse esattamente. Voleva accasciarsi per terra e piangere. Voleva fare un milione di cose, tutte sbagliate o perlomeno mal sincronizzate con la situazione del momento.
Quanto resisterò ancora...
Riuscì, per fortuna, a trattenersi e a rimanere tutto sommato stoica. Anche se il pizzicore alla guancia le ricordava dolorosamente, non tanto a livello fisico quanto emotivo, che non tutto si era risolto per il meglio.
"Pensate possiamo fare qualcosa per lei?" chiese ad alta voce Ryoga, preoccupato. D'accordo, non si sentiva pappa e ciccia con i cinesi ma, alla fine, non è che ci tenesse a vedere Shan-Pu rotolarsi in un letto in preda ad orribili immagini per il resto della sua vita. E poi la parte più egoista di sé premeva per avere una possibile soluzione. Voleva essere sicuro che, se lui od Ukyo non fossero stati all'altezza del compito, potessero almeno metterci una pezza dopo.
"Vai a saperlo, giovanotto. Vai a saperlo" sentenziò Obaba "Come vi ho già detto in più di un'occasione non conosco questa tecnica, o qualunque cosa sia, e non so davvero come potervi porre rimedio. Rimane solo da sperare che il dottore sia più abile di me nel campo e trovi la soluzione magica che sistemi tutto. Altrimenti...".
"Altrimenti?" azzardò Ranma, che per qualche strano motivo temeva una risposta poco piacevole.
"... altrimenti qualche testa rotolerà".
Ecco, poi dicono che non mi devo fidare del mio sesto senso.
“Purtroppo al momento non ho idea di come aiutare Shan-Pu” intervenne il Dottor Tofu, fino a quel momento rimasto in silenzio “è come se fosse ancora intrappolata nella sua illusione... o meglio, crede di esserlo. E al momento le conferme da parte nostra non sembrano essere abbastanza per convincerla del contrario. La sua aura in tal senso è un disastro assoluto, è come...” si fermò un attimo, cercando un paragone che risultasse chiaro a tutti “...come il disturbo statico di un televisore: tremolante, agitata, basterebbe nulla per farla crollare definitivamente.”
“Vuol dire... vuol dire che anche noi...?” balbettò Akane, ma il dottore fece cenno di no con la testa.
“Tranquilla Akane, il tuo ki e quello di Mousse non sono in uno stato così pessimo. Non siete sicuramente al meglio, e il vostro stato psicologico mi è più che evidente dalle vostre auree... ma non dovete preoccuparvi. Quella per cui sono preoccupato di più è quella di Shan-Pu... e anche quella di Ranma.”
Il codinato fece tanto d’occhi nel sentir pronunciare il suo nome.
“Perché? Cos’ha il mio ki che non va?”
“Oh, se potessi vederlo capiresti” sospirò il dottore “la tua aura è terrificante, è come se ci fossero delle... zone d’ombra, se così possiamo definirle, ovunque.”
“Zone d’ombra...?”
“Sì, e credo siano danni causati dalle varie maledizioni che ti porti appresso. È imperdonabile da parte mia essermi reso conto dell’effettiva gravità della situazione soltanto adesso, e nel momento peggiore.”
Tutti i presenti rimasero in silenzio a guardare Ranma, che dal canto suo non sapeva proprio come reagire alla notizia.
“E non... non può fare nulla per sistemarla?”
“Beh il metodo migliore sarebbe rimuovere tutte le tue maledizioni” proseguì il medico, sistemando le lenti sul naso, “e ora come ora non ne siamo in grado. Ma ad esempio, il fatto che un anno fa sia scaduto l’effetto del Baffo del Drago è giù un passo avanti.”
“Oh, non ci pensavo più in effetti” borbottò Ranma, lieto di non dover più lavare i capelli solo in forma femminile.
“Quello che mi preoccupa ora è come il tuo scontro possa aver influito sul tuo ki.”
“Dato che ho vinto non può aver influito in maniera positiva?” chiese il ragazzo, speranzoso.
“Non saprei dirtelo con esattezza. È vero, hai accettato la tua paura e ti sei lasciato andare volontariamente al Nekoken - cosa che spiega perché ricordi tutto dello scontro, ma non so fino a che punto possa essere una buona cosa per la tua aura. E grazie al cielo che c’era Akane con noi, o farti rinsavire da quello stato sarebbe stato un problema per noi ma soprattutto per te...”
“Oh beh avremmo potuto tirargli una secchiata d’acqua e si sarebbe svegliato!” ridacchiò Ryoga, nel tentativo di alleggerire quell’atmosfera così cupa.
“O lanciarlo nel lago del parco! Di solito la trasformazione in donna lo fa svegliare anche dal Nekoken!” lo seguì a ruota Mousse.
“Spero stiate scherzando!” tuonò il Dottor Tofu, e tutti ammutolirono. Se c’era una cosa a cui nessuno era abituato era vedere il mite dottore perdere le staffe.
“Forse potrà sembrarvi divertente” proseguì “ma svegliare Ranma dal Nekoken usando l’acqua è un metodo pericoloso per la sua aura! Se l’aveste fatto poco prima al parco Ranma avrebbe rischiato di riportare danni psichici permanenti peggiori di quelli di Shan-Pu!”
“Dottore sta... sta dicendo sul serio?” balbettò Genma, fino a quel momento rimasto in disparte con Soun.
“Certo che sì” ringhiò il Dottor Tofu “e spero che finalmente si renda conto dell’errore che ha commesso anni fa, signor Saotome.”
Genma non ebbe il coraggio di proferire parola, così si ammutolì di nuovo; Ryoga e Mousse fecero altrettanto, ancora sconvolti dall’aver scoperto che ciò che ritenevano uno scherzo stupido era in realtà tanto pericoloso per Ranma. Quest’ultimo intanto cercava di assimilare al meglio le informazioni appena ricevute.
E quindi sono... sull’orlo della follia?
C’era rimedio a questi danni dell’aura? Poteva uscirne? O avrebbe dovuto conviverci?
Decise che al primo momento di quiete avrebbe preso da parte il Dottor Tofu e gliel’avrebbe chiesto.
“Ok ok, basta discussioni” berciò Obaba, stanca di tanto inutile rumore. “Discutere non serve a nulla, valeva prima come vale adesso, quindi calmatevi. Per oggi ho idea che potremo tirare un sospiro di sollievo, quindi vedete di approfittarne e rilassarvi.”
“E come fa a dirlo?” chiese Ukyo, giustamente in ansia per il suo... turno.
“Perché ben tre prove su quattro sono state superate, e questo di sicuro le avrà indispettite” rispose la vecchia amazzone, pacata “quindi si ritireranno per inventarsi qualcosa di più effettivo di due copie mal riuscite da lanciare contro te e Ryoga”
La cuoca annuì. La cosa aveva senso, in effetti.
“Mentre voi vi date una calmata io torno velocemente al Neko Hanten a cercare qualcosa tra i miei manoscritti più antichi, chissà che non abbia fortuna” disse, zompando fuori in giardino “e soprattutto scoprire qualcosa sui nostri misteriosi alleati. E poi credo di avere un unguento adatto a te, Akane.”
Detto questo, Obaba sparì oltre il muro del giardino. 

(1)
"Quindi sei sicura sicura?".
"Di cosa?".
"Che possiamo parlare... liberamente... di quello che abbiamo appena fatto...".
"Oh diavolo Ryoga, non ti facevo sordo. Sì, ti ho detto che non c'è problema. Non mi va di nascondermi dietro un dito come quegli altri quattro. Siamo fidanzati... diciamo a tutti gli effetti, ecco. Che non voglio essere troppo volgare".
Ukyo sorrise nel dire queste parole. Si sentiva molto più leggera dopo aver... consumato con Ryoga nello sgabuzzino di casa Tendo. Certo, il posto non era stato decisamente dei migliori e avevano avuto un po' di problemi logistici dovuti a spazio ristretto, ostacoli di varia natura e quant'altro. Ma ciò non toglieva che... sì, poteva dire di essersi levata un peso di dosso.
Aver finalmente tracciato una certa linea nel suo rapporto con Ryoga la faceva stare più serena, con se stessa e con lui. Naturalmente non pensava che lui potesse o avrebbe mai potuto farle pressione in tal senso. Non in condizioni normali, perlomeno. Figurati, quel senza spina dorsale che si prende gli attributi in mano e le arriva davanti chiedendole di fare quella cosa lì? Pfffff. Certo. Passami la retina, per piacere, che devo andare fuori a raccogliere i maialini con le ali che stanno piovendo dal cielo.
... a volerla dire tutta, in verità, alla fine l'aveva fatto. Ma con un paio di importanti attenuanti: in primis era stata lei a portare a galla l'argomento, facendosi avanti senza il minimo pudore. In secondo luogo l'intera impalcatura del discorso si reggeva sul loro stato di persone braccate da un branco di macellai cinesi che li volevano sventrare e appendere i loro intestini sopra il caminetto. Diciamo che c'era una buona scusa, ecco.
Lo osservò di sottecchi mentre, con la faccia beata, lo seguiva a breve distanza. Voleva gustarsi il suo uomo in lungo e in largo, non preoccupandosi della prova che ormai pendeva solo sopra le loro teste.
Gli altri ci erano già passati. Chi bene come Ranma, chi maluccio come Akane e chi pessimamente come Shan-Pu. E neanche il codinato, a conti fatti, ne era uscito senza danni, almeno stando a quando aveva detto il dottor Tofu prima della loro ennesima fuga all'avventura.
Si diede mentalmente della sconsiderata ad anteporre i propri istinti primordiali a quel casino in cui le arpie di Joketsuzoku li avevano infilati a forza. Ma oh, a una ragazza nel pieno del vigore fisico ed ormonale sarà concesso pensare a se stessa, una volta ogni tanto. Ho seminato saggezza gratis a destra e a manca, aiutando quegli impediti dei miei amici ad aggiustare le cose fra di loro quando andavano male. Potrò pur dedicarmi al mio benessere, una volta ogni dieci anni.
Se non altro, dovessi fallire come cuoca, so come sbarcare il lunario.
"Eccoci" disse poi a voce alta "siamo arrivati. Adesso vedi di prestarmi attenzione: è vero che ho detto di non nasconderlo e non lo ritratto, ma questo non vuol dire che tu adesso debba entrare in quel salotto e fare il saltimbanco urlandolo mentre ti reggi a testa in giù su una mano sola. Se il discorso dovesse saltar fuori...".
"Oh, va bene. Messaggio recepito. Non sarò io a cominciare".
"Bravo porcellino" e gli tirò le guance per infastidirlo. Lui tentò maldestramente di scacciarla come si fa con le zanzare.
"Pronto, caro?".
"Pronto".
Tornarono facendo finta di niente e non rispondendo alle domande di chi chiedeva dove si fossero cacciati per, si sperava, l'ultima volta.
“Finalmente, ma dove vi eravate cacciati?”
Ukyo alzò gli occhi al cielo, esasperata.
“Saotome ma tu non cambi mai copione?” ringhiò, superandolo per andare a sedersi accanto ad Akane. Una bella sessione di gossip era quel che ci voleva per risollevarle l’umore.
“Ucchan ti ha mica morso una tarantola?”
“Magari un maialino...” sussurrò Ryoga, sovrappensiero.
“Eh?!”
“Nientenienteniente!” balbettò l’eterno disperso dopo essersi reso conto della gaffe. Ma il danno ormai era fatto, e Ranma aveva nasato che qualcosa non andava.
“Ranma non vorrei sembrare petulante” si intromise Mousse, “ma non è che potresti prestarmi qualcuno dei tuoi vestiti dopo la doccia? I miei sono da buttare...”
“Oh ma certo!” sorrise il codinato, cogliendo la palla al balzo “Anzi, è proprio ora di darci tutti una pulita!”
E così dicendo si diresse verso il bagno insieme a Mousse, trascinando per un braccio un disperato Ryoga.
“M-m-ma ma ma cosa c’entro io?!”
“Puzzi, anche tu devi lavarti.”
“M-ma posso farlo d-d-d-opo!”
“Meglio adesso, fidati!”
Akane e Ukyo osservarono la scena senza muovere un muscolo; quest’ultima sbuffò mentalmente, già arresa all’idea che Ranchan e Mousse avrebbero fatto il terzo grado a Ryoga.
Oh beh, problemi suoi. È un maialino adulto ormai. E poi aveva cose di più importanti di cui occuparsi.
“Dimmi Akane” iniziò, con un tono di voce suadente “da quanto noi non...”
“Non... cosa? Con quel tono di voce sembra quasi che tu voglia farmi proposte... oscene...” pigolò Akane, un po’ spaventata dall’espressione di Ukyo.
“Ma che dici, scema! Intendevo dire da quanto io e te non... abbiamo una sessione di gossip!” aggiunse la cuoca a bassa voce.
“Oh! E dillo anziché lanciare allusioni sbagliate!” replicò Akane. “Dunque direi da... beh da quando ti ho detto... quella cosa.”
Ukyo sorrise compiaciuta, poi si guardò attorno: il signor Tendo e il signor Saotome giocavano a shogi, Nabiki e Kasumi erano in cucina, i ragazzi in bagno e il Dottor Tofu era tornato da Shan-Pu. Ok, la stanza era quasi vuota ma c’erano comunque troppe orecchie indiscrete per i suoi gusti. Così si prodigò in una discreta imitazione del codinato e afferrò Akane per il polso, trascinandola di corsa nella sua stanza.
“Ma sei impazzita?!” urlò Akane, una volta dentro la camera. “C’era bisogno di trascinarmi via in quel modo?”
Ukyo appoggiò le spalle alla porta chiusa, prendendo fiato, e la fissò.
“Io e Ryoga. Nello sgabuzzino di casa tua. Scusa per il casino che troverai.”
“Sgabuzzino? Eh?” chiese Akane, che sulle prime non capì “Che ci facevate tu e Ryoga ne... oh. OH. OOOOOOOOOOOOH!”
“Eeeeeeeeeeeh!”
“Dimmi che scherzi!”
“No!”
“Nello sgabuzzino di casa mia?!”
“Preferivi che usassi la tua stanza?”
“No in effetti.”
“Ecco.”
“Oddio, oddio! Parla!”
Ukyo si mise a saltellare sul posto, emettendo versetti indecifrabili.
“Akane è stato così... così... improvviso!”
“Beh improvviso non direi, era un po’ che sembravi piuttosto... arrapata?”
“Akane! Non dire assurdità!” strillò la cuoca, arrossendo vistosamente. “...era così evidente?”
“Un po’” ridacchiò la minore delle Tendo, invitando l’amica a sedersi sul tuo letto, “diciamo che adesso mi spiego tutte le misteriose fughe tue e di Ryoga! Cercavate un nascondiglio?”
“Beh no! Non tutte le volte...” balbettò Ukyo, imbarazzata. “All’inizio era solo per affrontare l’argomento... sai, sentirti con un piede nella fossa ti fa rivedere un attimo le priorità. E anche se era il momento meno adatto mi sono detta che, se dovevo morire, volevo almeno andarmene... soddisfatta.” concluse, maliziosa.
Akane si lasciò sfuggire uno squittio, e Ukyo la seguì a ruota. Poi quest’ultima aggiunse: “E sai la cosa più incredibile qual è?”
“Cosa? Cosa? Parla!”
“...quel maialino ha detto che mi ama.”
Le urla incredibilmente acute delle ragazze riecheggiarono in tutta casa, mettendo in allarme Ranma Mousse e Ryoga che si fiondarono in camera di Akane pronti al combattimento... come mamma li aveva fatti.
"Giuramelo, santi kami! Giuramelo!" disse a voce ultrasonica Akane, che si stava sforzando quanto più poteva di assomigliare ad una bertuccia isterica. Riuscendoci benissimo.
"Te lo giuro su quel che ti pare! Stavamo per appartarci, ancora non sapevamo dove, quando lui si è attardato, mi ha guardata in faccia con quei suoi occhioni da cerbiatto e me l'ha detto. Pam. Così, colpo al cuore diretto. Mi sono sentita come si deve sentire un'ottantenne dopo che le hanno messo otto bypass tutti in una volta sola" si sfogò la cuoca, che sentiva ritornarle addosso la stessa emozione di quei momenti. "Mi sono persino messa a piangere come una bambina...".
"Ma non ci credo" commentò Akane, più intenta a punzecchiare l'amica che realmente incredula. Sapeva che Ryoga non è capace di mentire su cose del genere, e in quell'esatto istante lo sguardo trasognato di Ukyo significava lo stesso.
"E poi? E poi?" proseguì nell'attacco. Dovette fermarsi un secondo perché, come ormai le capitava spesso nelle ultime ore, sentì un fastidio sulla guancia. Ma si impose di ignorarlo, era troppo su di giri per preoccuparsene.
"Eh, e poi... io sono scoppiata come una miccetta, lui si è ammutolito e ho dovuto trascinarlo via. Ci siamo infilati nella prima porta utile e il mondo ha smesso di esistere per una buona mezz'ora".
Il sorriso di Akane avrebbe potuto inghiottire chiunque tanto era largo. Fremeva dalla voglia di conoscere ogni minuscolo, insignificante particolare di quanto era successo. Ma, nonostante tutto, non si sentiva di torchiarla per farle sputare i dettagli. Era comunque una cosa privata e non voleva rischiare di invadere certi confini. Anche se, a ben vederla, era stata lei a fare il primo passo...
Oh, non può venire a raccontarmi notizie tanto ricche senza aspettarsi che io mi incuriosisca.
"Una descrizione così sommaria non basta affatto, cara la mia Kuonji. Dovrai essere più circostanziata di così". Alla fine la sua parte curiosa aveva avuto la meglio, non dopo un'aspra lotta interna.
A Ukyo si riempì la faccia d'imbarazzo. Va bene il dirsi cose personali, ma non sospettava di dover stilare un resoconto dettagliato e venne presa in contropiede dall'intraprendenza di Akane. La quale continuava a fissarla, attendendo vorace di sapere quello che le interessava.
"Devo... devo proprio?" azzardò l'interrogata, sentendosi improvvisamente piccola e nera.
No Akane, sei crudele con lei. Non ci si comporta così. Chiedile scusa, su.
"No, non devi. Ti faccio le mie scuse, non volevo metterti sotto pressione. È solo che... oddio, è una notizia così bomba che non so come faccio a non essere ancora scoppiata". Scoppiò a ridere senza un reale motivo, solo felice di potersi dedicare a cose così frivole in totale libertà.
"Su quello non posso proprio darti torto, no. Ma preferirei evitare di raccontartelo per filo e per segno. Non perché non ti reputi degna di saperlo, ci mancherebbe. Però...".
"Ukyo, mi rendo conto di aver esagerato e mi scuso di nuovo. Davvero, non dovevo. Sono fatti tuoi e di Ryoga ed è giusto che lo restino. D'altronde io non ti ho raccontato di me e Ranma e, senza offesa, non ho tutta questa smania di farlo".
La cuoca sì piccò, ma solo per finta. In lei era emersa prepotente la voglia di tornare ad avere cinque anni. Quindi, per esternarla, non trovò niente di meglio che saltarle addosso per farle il solletico e fargliela pagare.
In tutto questo i ragazzi avevano avuto la prontezza di spirito di non intromettersi. Vuoi perché erano volate parole grosse e gli sguardi di Ranma e Mousse erano fissi su Ryoga, vuoi perché si erano inusualmente resi conto di essere nudi come dei vermi e non era il caso di dare così facilmente spettacolo.
Così tornarono velocemente in bagno, prima che qualcuno rischiasse di scoprirli e...
“Oh cielo!”
“K-Kasumi! Scusaci!”
“Oddiotipregoscusanonvolevoteloggiuroètuttounequivoco!”
“Ohohohoh aspettate solo che metta le mani sulla mia Polaroid!”
“Nabiki! Non azzardarti!”
“Scherzi? Certe foto posso rivenderle a peso d’oro!”
Akane ed Ukyo, talmente prese dai loro discorsi da non accorgersi della comparsata dei tre baldi giovani completamente nudi, rimasero perplesse ad ascoltare i rumori provenienti dal piano di sotto. Poi fecero entrambe spallucce e tornarono al loro gossip.

“Kami, ci è mancato poco...”
“Poco, Ranma? Ci è mancato POCO? Abbiamo quasi fatto venire un infarto a quella poveretta di Kasumi!”
“Mousse non urlare, non sono stato l’unico a fiondarsi nudo fuori dal bagno temendo il peggio!”
“Se le vostre signore la smettessero di urlare come sirene ogni tre minuti nessuno si lascerebbe prendere dal panico, ti pare?”
Ranma non rispose, essendo perfettamente d’accordo con il cinese su quel punto; ma non aveva ancora scoperto come impedire ad Akane ed Ukyo di squittire come scoiattoli, e probabilmente non l’avrebbe mai capito.
“Scusate, è tutto molto bello e commovente, ma RANMA POTRESTI PRESTARCI DEI VESTITI CHE INIZIO A SENTIRMI A DISAGIO per favore?” piagnucolò Ryoga, rannicchiato nell’angolino più appartato della camera di Ranma e cercando disperatamente di nascondere la
poca dignità che gli rimaneva.
“Oh sì, giusto!”
Nel giro di pochi minuti la stanza di Ranma si trasformò nel camerino di un negozio di abbigliamento, con boxer, canottiere e bluse cinesi sparse ovunque.
“Certo che il tuo gusto in fatto di mutande è...” borbottò Ryoga, intento ad osservare un paio di boxer con le rondelline di ramen disegnate sopra.
“Se non ti vanno bene puoi girare per casa col sedere al vento, P-Chan.”
“Scherzavo scherzavo, mamma mia come sei permaloso.”
“Kami, che spettacolo triste...”
Tutti e tre si voltarono verso la porta, dove ad osservarli c’era Nabiki con la fidata Polaroid in mano.
“Nabiki! Ancora!”
“Ranmatipregofallasmettereiohopauradilei!” pigolò Ryoga, nascondendosi dietro il codinato.
“Ma sei sicuro che è parente di Akane? Sarà pure violenta, ma non è una vipera...”
“Il tuo sarcasmo pungente mi ferisce, paperotto” ridacchiò lei, per nulla toccata dal commento di Mousse “ma purtroppo per te la parentrela tra me è Akane è comprovata. E comunque...” proseguì, osservando i tre ragazzi dalla testa ai piedi “ricordami di portare anche te al centro commerciale. Se ho fatto miracoli con quei due cavernicoli dei tuoi amici posso sicuramente sistemare il tuo look.”
Mousse inarcò un sopracciglio, perplesso.
“Perché dovrei voler sistemare il mio look?”
“Perché è un peccato nascondere un fisico statuario come il tuo dentro quelle palandrane che usi di solito” commentò lei, con un sorrisetto che fece arrossire Mousse fino alle orecchie. “Inoltre” proseguì “non siete stanchi di indossare sempre e soltanto vestiti di foggia cinese? Voglio dire, tu sei giustificato ma... voi due? Cosa dite a vostra discolpa? Ranma si rifiuta persino di usare la divisa scolastica, ma non sarebbe ora di vestirvi come normali giovinastri giapponesi?”
I tre rimasero un attimo ad osservare Nabiki, riflettendo sulle sue parole; poi si scambiarono uno sguardo tra di loro.
“...naaaah!”
Detto questo tornarono a rovistare nell’armadio di Ranma in cerca di qualcosa da mettersi.
Nabiki sbuffò, ritenendo di aver sprecato fiato con quei tre buzzurri. Ma almeno avrebbe rivenduto le loro foto a prezzi esorbitanti. E prese a far mulinare la macchina fotografica scattando a destra e a manca e immortalando chiappe, bicipiti e facce maldestramente coperte delle sue attuali vittime.
Mousse e Ryoga si ribellarono solo vocalmente, intimandole con via via maggior intensità di smetterla che li stava mettendo mostruosamente a disagio. Non vi sto a raccontare i risultati di simili, patetiche suppliche perché so che ci arriverete da soli. Ranma, invece, sentì un moto di stizza e la sua ribellione si concretizzò in qualcosa di molto più pratico: con uno scatto riuscì a strapparle la macchina fotografica di mano e la schiantò contro il muro, riducendola in briciole e transistor che emettevano l'ultima scintilla elettrica della loro vita.
"Ooooooooooh. Ecco come si suicida Ranma Saotome" non riuscì a trattenersi Ryoga nel vedere la scena. Per quanto gli avesse fatto piacere che le foto sue e degli altri non sarebbero mai diventate di pubblico dominio, riteneva quel gesto un'implicita richiesta di Ranma di farsi arrostire a fuoco lento da Nabiki.
"Saotome. La. Mia. Polaroid. Costa. Più. Di. Tutte. Le. Vostre. Vite. Assommate" sibilò lei, buttandogli addosso uno dei suoi Sguardi Mortali Nabiki™. Non si esagerava poi troppo dicendo che, quando sfoderava quegli occhi a fessura e quell'attitudine, anche Godzilla se la sarebbe fatta sotto dalla paura.
Ma non Ranma. Non quel Ranma.
"Tendo, il gioco è bello quando dura poco. Hai finito di prenderci per il culo vita natural-durante. Da questo momento ti vieto di perseguitare me, Ryoga o Mousse in una qualsiasi forma. Mi sono spiegato?".
"Ranma... non mi fai ridere".
"Bene. Vediamo se questo ti fa ridere".
Ci fu un rumore come di un lieve fischio. Uno spostamento d'aria. Una goccia di sudore freddo.
Il pugno di Ranma sfiorò appena la tempia di Nabiki.
"Sono stato più chiaro così?".
Santo... cielo...
Ryoga e Mousse si scambiarono uno sguardo inquieto. A quanto pareva il Dottor Tofu non scherzava affatto sulle condizioni di Ranma.
“Allora Nabiki” ringhiò lui “sono stato chiaro?”
“C-chiarissimo, Saotome” rispose la ragazza, cercando di mantenere il suo contegno; poi uscì di fretta dalla stanza. Si appoggiò alla porta chiusa concedendosi un attimo per ripensare all’accaduto: Ranma era sempre stato uno spaccome, ma se c’era un principio a cui non era mai venuto meno era quello di non picchiare le donne. E non era mai arrivato a tanto nemmeno con lei, che in più di un occasione si sarebbe decisamente meritata almeno un ceffone.
Qui è meglio correre ai ripari, ci basta già l’armata amazzone a fornirci la nostra dose giornaliera di squilibrati, pensò.
Riprese controllo di sè, poi corse a cercare il Dottor Tofu. 

La sua ricerca non aveva portato i risultati tanto sperati.
Obaba sbuffò, osservando i cumuli di carta che fuoriuscivano dai bauli.
Aveva trovato vecchi rotoli e manoscritti che contenevano indizi su presunte tecniche usate dalle amazzoni in tempi ormai remoti, ma nulla che somigliasse a quanto si erano trovati davanti; tuttavia decise di portare tutto con sé a casa Tendo, nella speranza di trovarci qualcosa una volta riletto tutto con più calma. Inoltre doveva ancora portare l’unguento ad Akane: quella ragazza si era battuta come una leonessa, meritava un piccolo premio che lenisse almeno in parte le sue pene.
Inoltre c’è la questione irrisolta dei nostri alleati...
Obaba non era certo una che si fidava del primo che le capitava davanti, eppure c’era qualcosa che la spingeva a dar retta a quel misterioso soccorritore... soprattutto se la storia delle rivolte era vera.
Mu-Si, non hai neanche idea di cosa hai combinato! ridacchiò tra sé e sé.
Mentre si avviava fuori dal locale il telefono squillò.
“Pronto?”
All’altro capo del telefono rispose una voce cinese.
“...oh.”
A quanto pare qualcuno teneva davvero alle loro vite. 

“Dottor Tofu.”
Il mite dottore si voltò verso Nabiki, ferma sulla porta.
“Abbiamo un problema con Ranma.”
Un brivido percorse la schiena del dottore, che smise di visitare Shan-Pu per dedicare a Nabiki tutta la sua attenzione.
“Ha fatto qualcosa di strano?”
La ragazza non rispose, ma si limitò a mostrargli i resti della sua Polaroid.
“Beh senza offesa ma potrebbe anche essere dovuto all’esasperazione” rispose lui, sistemandosi le lenti sul naso “te l’ho sempre detto che esageri, era questione di tempo prima che...”
“Prima che Ranma distruggesse la mia macchina fotografica e mi minacciasse con un pugno?”
Il Dottor Tofu ammutolì.
“C’è il rischio che diventi più pericoloso di così?” chiese Nabiki.
“Potrebbe. Sarà meglio che faccia due chiacchiere con lui.”


(1): Pregasi far riferimento alla one-shot Kuonji & Hibiki Premiata Ditta Arrapata Combinaguai, visto che quanto segue da questo punto giunge immediatamente dopo.

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Capitolo 9
*** Quindi avevamo un Mister Universo nei paraggi senza saperlo, eh? ***


Tofu marciò in direzione della stanza di Ranma, dove Nabiki gli aveva detto che lo avrebbe trovato insieme ai suoi degni compari.
Cercò di trovare una possibile spiegazione per il suo poco caratteristico comportamento, o se non altro un'alternativa meno preoccupante di quello a cui aveva involontariamente cominciato a pensare non appena la ragazza gli aveva mostrato i resti fumanti della sua macchina fotografica. E non gli venne in mente nulla.
Ranma Saotome non picchia le ragazze. Neanche quando se lo meriterebbero, e Nabiki era l'esempio ambulante di questa sua presa di posizione. La mediana delle Tendo si era messa, in parecchie occasioni, nella posizione di meritarsi qualunque tipo di rivalsa le venisse scaricata addosso e non avrebbe potuto lamentarsene. Ebbene, conosceva Ranma e sapeva che non aveva mai sfiorato l'idea di vendicarsi, men che meno fisicamente.
E ora... ora aveva alzato le mani.
Non che Nabiki non se lo meritasse, capiamoci. Non conosceva i dettagli ma, ci avrebbe messo le mani sul fuoco, lei aveva sicuramente esagerato con i suoi giochetti da squalo.
Era ovviamente la reazione, che per gli standard di Ranma non si sarebbe mai dovuta concretizzare, a preoccuparlo. Era sicuramente qualcosa connesso al post-prova amazzone e alle zone d'ombre che svettavano nella sua aura.
Voglio sinceramente sperare sia qualcosa di rimediabile. Mentre formulava quel pensiero il suo cervello gli giocò un tiro mancino: accanto a una Shan-Pu che poteva apparire in coma, stesa dentro un futon, apparve un Ranma aggressivo e ingovernabile che minacciava e sbraitava e non lesinava insulti e improperi per tutti.
Scacciò con forza l'immagine. Non lo avrebbe permesso.
Finalmente giunse dov'era diretto e bussò alla porta. Non si sa mai.
TOC TOC.
"Chi è?" giunse una voce maschile dall'altro lato. Non la riconobbe ma poco importava.
"Sono il dottor Tofu. Se Ranma è lì vorrei potergli dare un'occhiata".
"No".
“Che vuol dire no?”
“No.”
Il dottore si impose di rimanere calmo. Sembrava che le cose fossero precipitate nel giro di poco.
E quella voce...
Prima di bussare di nuovo volle assicurarsi di una cosa: scese di sotto, in soggiorno, dove come aveva previsto trovò Mousse e Ryoga.
“Avete lasciato Ranma solo in camera?” chiese.
I due ragazzi si scambiarono un’occhiata inquieta.
“Sì, lui...” rispose Ryoga, quasi sussurrando “ci ha detto di lasciarlo in pace, dopo...”
“Dopo che ha minacciato Nabiki?”
I due ragazzi annuirono.
“Aspetti Dottor Tofu” si intromise Soun Tendo, giustamente allarmato “cos’è che ha fatto Ranma?”
“Le spiegherò tutto dopo” replicò il medico “ma ora ho bisogno che veniate con me in camera di Ranma. Potrei aver bisogno di qualcuno che mi aiuti a tenerlo fermo.”
Il signor Tendo sbiancò e si voltò verso Genma, che non sapeva cosa dire.
“Ma è forse dovuto a quella cosa che ci ha detto prima?” chiese quest’ultimo, mentre tutti marciavano verso il piano superiore “Riguardo le zone d’ombra nel ki di Ranma?”
“Esatto” confermò il medico “sembra che le cose siano degenerate molto velocemente. Meglio approfittare di questo stallo concessoci dalle amazzoni e cercare di arginare il problema.”
Giunti davanti la porta, il medico bussò di nuovo con insistenza.
“Le ho già detto di andare via, Dottor Tofu.”
“Kami, ma quella voce...” balbettò il signor Tendo.
“Non sembra nemmeno lui...” replicò Ryoga.
“Ma cosa sta succedendo?”
Tutti si voltarono verso il corridoio, dove Akane ed Ukyo osservavano la scena.
“Akane, tesoro, tu e Ukyo tornate in camera” disse Soun, temendo che Ranma potesse alzare le mani anche su Akane “c’è un problema con Ranma e...”
“Problema? Che problema?!”
“Non sarà per quella storia del ki...?” si intromise Ukyo, in preda al panico.
“Ragazze per favore, lasciate fare a me!” cercò di fermarle il Dottor Tofu, ma fu inutile: Akane aveva già spalancato la porta.
“Ranma, si può sapere che ti prende?!”
Il codinato, seduto sul pavimento e con addosso i soli pantaloni, si voltò lentamente verso la porta.
“Akane, vattene. Non voglio nessuno attorno, non fatemelo ripetere.”
“R-Ranma... la tua voce...”
Gli occhi del ragazzo erano vacui, come se non provasse più alcuna emozione; sicuramente la sua aura rifletteva questo ed altro, a giudicare dall’espressione tesa del Dottor Tofu.
“Ranma per favore, lascia che ti visiti.”
“Non ne ho bisogno, sto benissimo” rispose, alzandosi in piedi e avanzando verso il gruppo.
“Ranma, fa quel che dice il dottore!”
Il codinato abbassò lo sguardo verso Akane, che si era frapposta tra lui e gli altri.
“Akane... togliti. Non vuoi che io ti faccia male.”
“Ma come...!” ringhiò Ryoga, ma Mousse lo fermò appena in tempo. Meglio non dargli altre scuse per attaccarli, pensò.
“Tu fare del male a me? Per favore.”
“Non. Provocarmi.”
“Altrimenti cosa fai?”
Ranma emise un ringhio gutturale e rilasciò la sua aura: il Dottor Tofu rimase pietrificato, non aveva mai visto un ki tanto nero e deteriorato. Tornò in sè appena in tempo per vedere Ranma lanciarsi contro la fidanzata e... crollare per terra.
Tutti si guardarono esterrefatti.
“Ma cosa...”
“Così si mette fuori gioco Ranma Saotome” rispose Akane, voltandosi verso gli altri e mostrando vittoriosa il pugno.
Il dottore fece tanto d’occhi davanti a quella dimostrazione di forza.
“B-beh, ci hai risparmiato un’azione violenta” balbettò “più violenta di questa...”
Detto questo, sistemarono Ranma su un futon e lo immobilizzarono per precauzione.
“E adesso?” chiese Genma, preoccupato.
“Adesso aspettiamo che torni Obaba, ho bisogno della sua consulenza.”
"Ma sa già come operare?".
"No, a dire il vero non ancora. È troppo disturbato, confuso, indistinto per determinare con precisione la reale causa del problema. Per questo ho bisogno di Obaba, perché lei conoscerà sicuramente qualche pratica millenaria che ci permetta di stabilizzarlo senza peggiorare la situazione. Volendo potrei fare da solo, ne sarei in grado, ma non ho la certezza totale che non ci sarebbero delle controindicazioni e preferisco non rischiare".
"Sì, capisco..." mugolò il panda, non troppo soddisfatto della risposta.
Decisero che solo Akane sarebbe rimasta a vegliarlo. Era opinione comune che sarebbe stato ancora meglio lasciarlo a riposare in solitudine, ma lei insistette con la sua classica testardaggine e gliela diedero vinta. Poco prima di lasciarli, però, Ukyo si avvicinò all'amica e le sussurrò nell'orecchio: "Continuo a volere lezioni da te su come si picchiano i maschi, sei il non plus ultra".
"Scema" ridacchiò lei, un po' imbarazzata e un po' inorgoglita per il complimento. Effettivamente ci sapeva fare, doveva darsene atto.
Scesero al piano inferiore e attesero.
La vecchia, per loro fortuna, non ci mise molto. Tornò con un borsone pieno di tomi e pergamene e, una volta aggiornata sulle novità riguardanti Ranma, delegò agli altri il compito di studiarle.
"Ma nobile Obaba" pigolò Ukyo osservando l'immensa quantità di scartoffie sl tavolo "noi non capiamo un accidenti di cinese!".
"Per vostra sfortuna Mousse il cinese lo sa, anche se potrebbe avere qualche difficoltà. Quindi datevi da fare con quel che potete, non c'è tempo da perdere. Dottor Tofu, lei venga con me. Potrei aver bisogno del suo aiuto".
"Va bene" confermò lui.
Tornarono sul luogo del misfatto e, per prima cosa, la matrona tirò fuori da una tasca del suo vestito l'unguento per Akane. Le lanciò questo anonimo tubetto bianco senza dirle nulla.
"Ma... e questo cos'è?" chiese lei, disorientata.
"Una crema per il tuo... problema, bambina. Accellera la cicatrizzazione, così potrai farti togliere i punti prima". Si stranì un poco a non voler dire la parola sfregio di fronte a lei.
"Oh. La ringrazio molto. È stato un pensiero gentile da parte sua".
"Poche ciance. Ora vediamo cosa si può fare per rimettere in sesto il tuo fidanzato".
Non le ci volle molto a capire che la situazione era indubbiamente critica: il ki di Ranma era instabile, e le zone d’ombra si muovevano come macchie d’olio a pelo d’acqua; tuttavia non era ancora del tutto ricoperta di nero, anzi sembrava quasi che il ki del ragazzo lottasse contro quell’ombra per scacciarla via.
Questo è un bene, pensò.
“Forse siamo ancora in tempo” disse, prendendo posto accanto al futon di Ranma, poi si rivolse al Dottor Tofu: “Dottore, ho bisogno che prema lo tsubo del rilassamento dei nervi anche su Ranma, non vorrei si svegliasse di scatto mentre lavoro...”
“Oh, certo” rispose il medico, apprestandosi a fare quanto la vecchia amazzone gli aveva ordinato “ma posso... posso sapere cosa ha intenzione di fare?”
“Credo di poter ripulire l’aura di Ranma” rispose, rimboccandosi le maniche “non è un processo definitivo, e probabilmente ci vorranno più sedute affinché riesca a ripulirle del tutto. Ma basterà affinché Ranma riprenda possesso delle sue facoltà mentali e non sia più un pericolo per nessuno.”
Il Dottor Tofu rimase ancora una volta profondamente colpito dalle conoscenze della vecchia amazzone, che nel frattempo aveva cominciato a muovere le mani sopra il corpo del ragazzo, sfiorando l’aura: da quel che riusciva a vedere, stava letteralmente cancellando le zone nere presenti nel ki di Ranma, ripulendo poco per volta.
“Potrebbe volerci un po’” disse Obaba, concentrata sui suoi movimenti “vi avviserò quando avrò finito.”
Il dottore e gli altri obbedirono, e lasciarono la camera senza dire una parola.

“Wow...” balbettò Ukyo.
“Cavolo sorellina, è miracolosa sul serio quella pappetta cinese!” disse Nabiki, stupefatta.
“Concordo, è stato un gesto gentile da parte della nobile Obaba” rispose il Dottor Tofu, ripulendosi le mani dopo aver tolto i punti dal viso di Akane e averle applicato l’unguento.
La ragazza non aveva ancora parlato, concentrata com’era sul suo riflesso nello specchio: la cicatrice era ancora lì, rosa e visibile, ma non era più quell’orribile groviglio di punti e sangue rappreso di poco prima. La sfiorò delicatamente con le dita. Forse conviverci sarebbe stato meno faticoso, adesso.
“È incredibile” sussurrò finalmente “insomma ora è... meno orribile di prima.”
Nessuno rispose, ben sapendo che non c’era nulla da dire. Nulla che potesse alleviare la sofferenza emotiva di Akane, costretta a convivere con il marchio delle amazzoni sulla faccia.
“Su, via quel faccino triste” cinguettò Ukyo, dandole un buffetto sulla guancia “vedrai come sarà contento Ranchan quando ti vedrà rimessa a nuovo!”
“Sempre che non si risvegli con la voglia di picchiare qualcuno” borbottò Ryoga, che non aveva certo dimenticato il tono di voce e gli occhi di Ranma. Non aveva mai avuto così paura dell’eterno rivale, prima di allora.
“Certo che sei un fenomeno nel risollevare il morale, maialino” lo fulminò Ukyo, “senza contare che Akane lo ha conciato per le feste, ci penserà due volte prima di emettere anche solo un verso!”
Akane arrossì, imbarazzata: non sapeva se prendere come un complimento quel continuo rimarco alla sua forza bruta, ma visto che era stata l’unica che aveva avuto il fegato di affrontare il ragazzo in quelle condizioni, si permise di gongolarne.
“E comunque ora ci sta pensando la vecchia, a lui” si intromise Mousse, “e lei sa quel che fa. Vedrete che lo rimetterà a nuovo.... uh. Perché mi fissate in silenzio?”
Il ragazzo aveva appena notato gli sguardi di Akane, Ukyo e Nabiki su di lui, e non ne capiva il motivo.
“Ehm... ragazze?”
“E Shan-Pu è corsa dietro a Ranma per tanto tempo quando aveva questo” disse Nabiki, indicando Mousse con una mano “a disposizione? Senza offesa, ma era proprio tonta.”
Il ragazzo non capì, ma cominciò a sentirsi a disagio.
“Mousse, che dire... complimenti” sorrise Akane.
“Tesoro, dovresti davvero buttare via quelle tende da circo che usi come vestiti e convertirti a qualcosa di più... succinto” ridacchiò Ukyo, attirandosi diverse occhiate di fuoco da parte di Ryoga - che, povero, venne bellamente ignorato.
“P-posso sapere che cosa vi prende?” pigolò Mousse, che si sentiva sempre più spaesato.
“Davvero non capisci, paperotto?” rispose Nabiki, indicando la casacca, presa in prestito da Ranma, lasciata sbottonata e che lasciava intravedere pettorali scolpiti e un fisico tutt’altro che mingherlino. “Ragazzo mio, hai un corpo da paura e lo nascondi sotto quelle palandrane enormi? Non è assolutamente giusto, soprattutto per noi donne!”
Il volto del ragazzo prese fuoco. Non era abituato a tanti complimenti, soprattutto così... audaci.
"Oh ragazze, suvvia... non sono poi così muscoloso..." si schernì voltando lo sguardo dalla parte opposta. E poi aggiunse "I-Inoltre... questo... presunto ben di dio... è prenotato...".
"Beh" disse Nabiki avvicinandosi a lui e mettendogli una mano sulla spalla "se un giorno ti dovessi stancare della tua dama... diciamo che io ci sarò". Sorrise come una iena, ben sapendo di starlo mettendo in grossa difficoltà. Ne ebbe la conferma quando la faccia e la pelle di lui divennero quasi incandescenti.
"Nabiki, santo cielo! Lascialo stare!" la reguardì Akane, scocciata dall'ennesima mancanza di tatto della sorella. La afferrò per un braccio e la scostò, rimproverandola ancora.
"Ma quanto la fai lunga. E poi non ero mica l'unica ad apprezzare lo spettacolo".
"Sì, ma... apprezzare è un conto, aggredirlo così un altro" puntualizzò Ukyo, più che altro per tentare di discolparsi indirettamente nei confronti di Ryoga. Il quale, pur essendo ancora piccato dai complimenti rivolti a qualcuno che non era lui, si sentì un poco più tranquillizzato dalla precisazione.
"Va bene suorine, va bene. Ritiro tutto" concesse la mediana Tendo, anche se era evidente che non intendeva davvero quanto aveva appena detto. Al che, sentitasi punta sul vivo, Ukyo si lasciò sfuggire una frase di cui si pentì non più di quattro centesimi di secondo dopo: "Suorine? Noi? Parli proprio per dare aria alla bocca, tu".
Improvvisamente Nabiki sfoderò il suo peggior sguardo da rapace mentre cominciò a fissarla con insistenza, incuriosita da questa frase così esplicita. E la cuoca desiderò che una voragine si aprisse sotto ai suoi piedi.
Per fortuna di tutti Akane prese la situazione di polso, voltò di peso la sorella nella sua direzione e le disse: "Nabiki, tu non hai sentito nulla. Nulla. O sappi che oggi Ranma non sarà l'unico ad averti minacciata fisicamente, con la differenza che io non ho bisogno di essere fuori di me per farlo e che non mi pentirei delle possibili conseguenze. Ci siamo capite?".
Da zero a due in meno di mezz'ora. Beh Nabiki, avere paura sta smettendo di essere una cosa aliena per te. Siine felice.
Balbettò qualcosa che voleva essere un e se andò via velocemente, con la coda fra le gambe e una gran voglia di vendicarsi della parente serpente e del suo degno fidanzato. Ma forse un altro giorno, eh. Senza fretta.
"A-Accidenti Akane" osò Ryoga "devi averla spaventata a morte. Ricordami di non farti arrabbiare mai più. Con quella... cosa in faccia, poi, eri davvero terribile".
Lei sentì una leggera puntura di spillo nella nuca, come se qualcuno si divertisse a pizzicarla, ma ignorò la sensazione e assunse uno sguardo sbruffone mentre confermava i timori del disperso e intimava a tutti loro di non metterla in condizione di passare dalle parole ai fatti. Anche se lo disse in tono molto meno minaccioso.
"Bene, con Ranma per ora abbiamo finito. Riposa calmo e non dovrebbero esserci ulteriori problemi, almeno a breve. Adesso però vi devo ragguagliare su una cosa successa al ristorante". Era Obaba che, accompagnata da Tofu, tornava dalla camera di Ranma.
“Piuttosto spero che abbiate trovato il tempo di leggere quei manoscritti, oltre che molestare il paperotto...” proseguì, dando prova di avere occhi e orecchie ovunque. I ragazzi ebbero il buongusto di arrossire, in particolare il suddetto paperotto molestato - che comunque aveva apprezzato i complimenti, ma non gli sembrò il caso di farlo notare.
“Beh ecco...” balbettò Akane, cercando di darsi di nuovo un contegno.
“N-noi...” la seguì a ruota, Ukyo.
“Non ancora ma ci stiamo lavorando” intervenne Mousse, “sa com’è, nobile Obaba... sono l’unico che capisce il cinese e ci vuole più tempo del previsto..”
Ovviamente il suo era solo un tentativo di salvare le penne - pardon, i sederi a tutti, soprattutto dopo la pioggia di complimenti di prima e Obaba ovviamente non mancò di notarlo; ma lasciò correre, c’era altro in ballo adesso.
“Certo, certo” disse, accomodandosi al tavolino “comunque come vi dicevo ho importanti comunicazioni da fare.”
“Non sarebbe meglio aspettare che Ranma si svegli?” chiese Akane, timidiamente.
“Potrebbe volerci un po’” rispose la vecchia amazzone “non ho idea di quanto ci metterà a tornare in sè, quindi preferisco rifervi le novità. Lui possiamo sempre aggiornarlo al suo risveglio.”
Essendo la soluzione più logica tutti quanti concordarono, poi Obaba riprese il suo discorso.
“Come dicevo prima, mentre ero al ristorante è successo qualcosa: ho ricevuto un’altra telefonata dai nostri misteriosi... alleati.”
I presenti fecero tanto d’occhi alla notizia.
“Hanno chiamato di nuovo? È un enorme rischio, come hanno fatto a non essere scoperti dagli scagnozzi del consiglio?” chiese Mousse, sorpreso: vista l’attuale situazione a Joketsuzoku aveva supposto che avessero messo sotto sorveglianza ogni mezzo di comunicazione all’interno del villaggio.
“Questo non so dirtelo, e non ho avuto modo di chiederlo” rispose la vecchia amazzone “dato che anche questa volta sono stati brevi e criptici.”
“Ma non mi dire...” si lasciò sfuggire Ryoga, beccandosi un’occhiataccia da parte di Obaba.
“Che cosa le hanno detto stavolta? Un altro indizio?” chiese Ukyo, la cui ansia pre-sfida la stava lentamente divorando, anche se cercava di non darlo a vedere.
“«Di sei, uno non ha ancora finito». Questo è quanto mi hano detto.”
I ragazzi osservarono Obaba con espressioni vacue, cercando di non esteriorizzare ciò che realmente pensavano di quel presunto aiuto.
Cercarono. Senza riuscirci.
"Cavolo. Potevano parlare in ainu, già che c'erano".
"Ryoga, il sarcasmo non ci serve".
"Ha ragione nobile Obaba, ma questa volta io non mi sento di dargli torto".
"Akane, posso capire perché parli così ma quanto ho detto rimane. L'ironia è fuori luogo".
"Sarà fuori luogo, ma fintanto che i suggerimenti sono così...".
"Ok ragazzini, ora finitela. Invece di cianciare sull'aria fritta ringraziate chi di dovere che sono riusciti a farci arrivare un altro messaggio e magari, ma solo se non vi scoccia troppa, cercate di mettere in moto le rotelline per capire cosa vuol dire".
"Io... credo si riferisca a me". Mousse.
Tutte e cinque le restanti persone si voltarono nella sua direzione. "Cosa intendi, Mu-Si?" chiese la vecchia.
"N-Naturalmente non posso esserne sicuro ma... ma ho come la sensazione che... la mia fatica non sia stata conclusa. Ha fatto tutto Akane, in realtà...".
"Oh Mousse, mica è vero" rispose la diretta interessata, un po' imbarazzata dall'implicito complimento "Anche tu hai fatto la tua parte".
"Forse. O forse non abbastanza. D'altronde non vedo a chi potrebbe essere indirizzato altrimenti, visto che Ukyo e Ryoga non sono ancora stati... messi alla prova, tu e Ranma avete decisamente vinto in maniera netta e Shan-Pu... beh, lo sappiamo com'è andata a lei. Resto io".
In effetti sì, aveva senso. E tutti, silenziosamente, ne convennero.
"Penso tu abbia ragione, paperotto. Tieni gli occhi aperti più del solito, se dovessi averci azzeccato avrai una dose extra di carineria da casa".
"Grazie, sei sempre squisita" commentò a mezza voce lasciandosi cadere in maniera molle sul più vicino divano.
"Nobile Obaba" riprese la parola Akane dopo qualche istante di silenzio "è un problema se vado a vedere come sta Ranma? Sono un po' preoccupata e...".
"Basta che non faccia troppo chiasso e non dovrebbero sorgere contrattempi. Tieni a freno il tuo entusiasmo fino a che non avrò realmente finito con lui. E prima che me lo chieda: calmati, si tratta solo di tempo ma non dovrebbe essere in reale pericolo. Non più. Io e il dottore l'abbiamo preso in tempo".
"Confermo. A quanto ho capito era una cosa potenzialmente grave, sì, ma non se veniva arginata tempestivamente. E noi, modestamente, l'abbiamo fatto. Direi che un po' di riposo e qualche altra sessione dovrebbero restituirti il tuo fidanzato arzillo e tutto d'un pezzo, senza più nessun spiacevole episodio psicotico".
Akane sorrise, rincuorata. Ringrazio entrambi e si avviò.
Sapeva che stava un po' esagerando, e che probabilmente Ranma non avrebbe apprezzato del tutto questo suo sviulppato senso da infermierina. Ma d'altro canto era più forte di lei, voleva essergli vicino e voleva poter aiutarlo in un qualche modo se per caso fosse stato troppo debole o impossibilitato a farlo da solo. Tempo per farselo rinfacciare poi ne avevano. Forse.
Il resto del gruppo passò le due ore seguenti cercando di tradurre i manoscritti dal cinese alla ricerca di qualche indizio; di riferimenti riguardo tecniche illusorie simile a quella che stavano combattendo ne avevano trovati a bizzeffe, ma nulla che spiegasse come affrontarla o quantomeno come veniva utilizzata. In ogni caso Obaba aveva portato loro così tanti rotoli e libri  che ne avrebbero avuto ancora per tutta la sera, quindi Mousse decise che poteva anche prendersi una pausa; si defilò con la scusa di voler andare in bagno e si rifugiò in corridoio, indeciso su dove dirigersi. Non che avesse molta scelta in realtà...
Stava stiracchiandosi e riflettendo sul da farsi quando qualcosa di freddo gli arrivò addosso.
“Oh cielo! Mousse, scusami!”
Mousse, trasformato in papera, si voltò mestamente verso Kasumi che lo osservava con aria dispiaciuta.
“Perdonami, stavo portando dell’acqua ad Akane e sono inciampata” disse, chinandosi ad accarezzare la testa del paperotto “mi spiace tanto!”
Mousse si limitò a sospirare, ormai non poteva andar peggio di così.
“Senti, perché non vai a farti un bagno caldo e torni normale? Io intanto penso ad asciugarti gli abiti!” trillò lei, acchiappando i vestiti umidicci e sparendo in corridoio.
Non che abbia altra scelta, pensò Mousse.
Si incamminò lentamente e con passo goffo verso il bagno quando qualcosa attirò la sua attenzione.
La porta della camera di Shan-Pu era socchiusa.
Oh...
Cercò di trattenersi, si disse che era inutile andare a vederla che tanto l’avrebbe trattato male di sicuro; ma certe scelte sono dettate dal cuore e non dalla ragione, e tanti cari saluti al buonsenso.
Ma sì, tanto ormai...
Infilò la testa nella stanza in penombra, e si guardò attorno: Shan-Pu era rannicchiata sul futon, con la schiena contro una parete.
Sono un masochista, pensò. Ma non bastò a fermarlo.
Si avvicinò cautamente alla ragazza, girandole attorno; sembrava svenuta, o addormentata... non ne era sicuro.
Bene, ora che l’hai vista sei contento? Ti sei fatto abbastanza del male, idiota?
Sospirò. Era inutile rimanere lì a fissarla sperando che tornasse magicamente in sè, quindi si voltò e tornò verso la porta.
“Vai già via?”
Si voltò di scatto, emettendo un “quack!” di sorpresa: Shan-Pu, ancora ferma nella stessa posizione in cui l’aveva trovata, lo osservava; l’espressione sul suo viso era indecifrabile.
“Pensavo mi saresti saltato addosso, o che volessi svegliarmi solo per maltrattarmi...”
Mousse era sconvolto: come poteva dire cose simili? E come poteva lui stupirsene ancora, vista la situazione?
Le andò vicino e cominciò a starnazzare, non avendo altro modo per esprimersi.
“Che hai da fare casino? Non ti è bastato dirmi... quelle cose?” sussurrò lei, con un tono di voce rassegnato.
Erano tutte illusioni! Io non ti direi mai cose del genere, Shan-Pu! Io ti amo!
Starnazzò e agitò le ali, e mai come in quel momento desiderò avere dell’acqua calda a portata di mano: avrebbe voluto abbracciarla, stringerla a sè e dirle che era tutto falso e che lui la amava più di se stesso, e mai le avrebbe detto cose simili.
“Perché... perché mi detesti...?”
La voce di Shan-Pu era quasi un sussurro, e quando sollevò lo sguardo verso di lei vide il suo volto rigato di lacrime.
“Perché, Mu-Si? Vuoi vendicarti di come ti ho trattato in tanti anni...?”
No, no, no! Non mi importa più!
Le lacrime di Shan-Pu erano la cosa che più detestava, perché mai avrebbe voluto vederla piangere. Soprattutto per causa sua. Così fece l’unica cosa che poteva fare in forma di anatra: saltò in grembo alla ragazza e si accoccolò su di lei; la cinesina non reagì - non come temeva lui, immaginando già che volesse tirargli il collo, ma lo guardò stupita.
Io ti amo Shan-Pu... perché lo hai dimenticato?
Poggiò la testa sul petto della ragazza, all’altezza del cuore, e si strusciò sul tessuto dei suoi abiti come se volesse accarezzarla.
Io ti amo, continuò a ripetersi, sperando che quel pensiero la raggiungesse.
Shan-Pu non rispose, ma si limitò a sollevare l’anatra e stringerla a sè, continunando a piangere e sussurrando parole in cinese.

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Capitolo 10
*** Quando le amazzoni passano sotto la tua finestra ***


E fu di nuovo notte.
Come la sera precedente la vecchia Obaba se ne tornò al ristorante per i suoi ormai notori problemi logistici con un letto che non fosse il suo, ma al contrario della sera prima la sua assenza non aveva meravigliato nessuno. Akane aveva fatto fuoco e fiamme per ottenere il primo turno di guardia. Non fosse mai che si faceva mettere da parte due volte consecutive.
A ben guardare i loro effettivi erano molto ridotti. Senza Ranma, Shan-Pu e sua nonna rimanevano solo in quattro. Si spartirono i turni senza fare troppi problemi. Tra l'altro casualità volle che tre dei quattro "superstiti" avessero ancora il loro ostacolo da affrontare e superare, o nel caso di Mousse ri-affrontarlo.
"Andate pure a dormire tranquilli" proclamò Akane mentre i futon venivano stesi "che ci penso io a proteggervi e a farvi riposare come meritate".
Ukyo la guardò storta, anche se stava sorridendo sotto i baffi che non aveva, mentre le rispondeva "Akane, non serve calarsi nei panni di Emeraldas fino a questo punto. Ti conosciamo a sufficienza, oramai".
Bastò l'innocente soprannome a farle avere un piccolo sussulto. Non era un epiteto per offendere, lo sapeva benissimo, ma il solo fatto che le ricordassero quella cosa sulla sua faccia... beh, era poco carino. Ma non posso neanche privare la mia migliore amica della sua facoltà di scherzare e cercare di smorzare un po' di tensione, che male di certo non fa.
Pertanto ricambiò il sorriso rispondendole: "Tu non ti preoccupare di come mi atteggio. Anzi, preoccupati di non... fare altro invece di dormire". Una fugace occhiata a Ryoga fece capire alla cuoca a cosa si stava riferendo e quest'ultima non potè impedirsi di arrossire e di troncare il discorso.
La notte trascorse tranquilla, al contrario di ogni previsione. Niente agguati, niente disturbi nella Forza, nulla di nulla.
Fecero colazione con calma e riuscirono persino a non litigarsi il bagno - sicuramente l’assenza di Ranma con cui contendersi la doccia rendeva Ryoga meno competitivo.
Kasumi si prodigò a preparare cibo e bevande a sufficienza per un esercito, e miracolosamente il dottor Tofu riuscì a rimanere calmo... per i suoi standard.
E fu lui ad accorgersi della novità, di cui informò subito gli altri.
“Cosa? Shan-Pu si è ripresa?!”
“Credo sia presto per dirlo, Akane” rispose il dottore “ma... sembra più tranquilla. E il fatto che tenesse Mousse in braccio quando sono entrato in camera a visitarla direi che è un buon segno.”
“M-ma come teneva in braccio Mousse?” balbettò Ryoga, che ricordando i piccanti racconti del cinese riguardo la sua vita privata stava già immaginando le situazioni più inverosimili.
“Era trasformato in anatra” rise il dottor Tofu, notando l’espressione imbarazzata del ragazzo, “Shan-Pu lo teneva stretto tra le braccia... non so cosa sia successo ma sembrava molto più calma.”
“Forse gli effetti di quanto accaduto cominciano a svanire...?” chiese Ukyo.
“È presto per dirlo, bambina. Ma sicuramente questa notizia non può che essere di buon auspicio per lei.. e tutti noi.”
Il gruppo si voltò verso la porta, dove Obaba li osservava.
“Nobile Obaba! Vuole... vuole andare a trovare sua nipote?”
“No, non credo sia il caso” sospirò la vecchia, “i traumi subiti sono troppo profondi, e l’aver di nuovo accettato la vicinanza di Mousse non implica che accetterebbe anche la mia... meglio darle tempo.”
Il dottor Tofu non fece pressione, ben sapendo che l’amazzone aveva ragione. Meglio andarci cauti ancora un po’, con Shan-Pu.
E a proposito di degenti...
“Credo andrò a vedere come sta Ranma” annunciò il giovane medico “vuole venire con me?”
“Sì, credo sia ora di constatare se il mio lavoro su di lui ha fatto effetto.”

Quanto ci mettono? Quanto?!
“Akane, continuare a camminare avanti e indietro non li farà finire prima” sbottò Ukyo al ventesimo giro attorno al tavolo della cucina “ma farà solo uscire me fuori dai gangheri.”
“Scusa, è che sono agitata!” sbuffò Akane, accasciandosi su uno sgabello. “Voglio vedere Ranma, voglio sapere se si è svegliato, come sta...”
“Se ha ancora bisogno di pugni...” ridacchiò Ukyo, ricevendo una pernacchia come risposta.
“Akane, capisco la tua ansia” proseguì la cuoca “ma se continui così farai venire un ulcera a entrambe!”
“Perché ti metti in mezzo? Mica sei tu quella preoccupata!”
“No ma mi metti ansia di riflesso! Quindi calma!”
“Suvvia signorine, non c’è bisogno di agitarsi” si intromise Kasumi, che stava sfornando l’ennesima teglia di biscotti, “siamo tutti preoccupati per Ranma, ma è in buone mani. Piuttosto sorellina, perché non vai di sopra a portare del tè al dottor Tofu e alla nobile Obaba?” proseguì, mettendo un vassoio colmo di cibo in mano ad Akane “E sono anche sicura che Ranma avrà molta fame quando si sveglierà... vorrai mica lasciarlo a bocca asciutta?”
“V-vado subito!” sorrise, per poi fuggire verso le scale.
“Bel colpo Kasumi” sorrise Ukyo, stupita dall’acume della maggiore delle Tendo, “non ti facevo così subdola.”
Kasumi si limitò a ricambiare il sorriso, per poi tornare alle sue faccende.

“Scusate? Posso entrare?”
Akane aprì la porta della camera di Ranma e sbirciò dentro, trannenendo a fatica la curiosità. Non avendo ricevuto rispsta stava per rassegnarsi e chiuderla, quando qualcuno la spalancò al posto suo.
“Entra pure bambina, c’è qualcuno che ha molta voglia di vederti.”
Akane osservò la vecchia Obaba andare via ridacchiando, seguita dal dottor Tofu.
Impaziente, entrò in camera.
“Era ora che mi venissi a trovare, maschiaccio.”
Rannicchiato sotto le coperte, Ranma era sveglio e la fissava con il suo solito sorrisetto sbruffone... quello che lei tanto amava e che certe volte avrebbe volentieri cancellato a suon di schaffi.
Posò lentamente il vassoio vicino al futon... per poi lanciarsi addosso al ragazzo.
“Ouch! Sei pesante!”
“Zitto, baka! Mi hai fatta preoccupare!” rise lei, felice di sentire di nuovo la voce di Ranma - e non quel tono gutturale del giorno prima, e lo abbracciò più forte che potè.
“Non farmi più certi scherzi, baka...”
"Ci proverò. Se ti può consolare non è stato il quarto d'ora più piacevole della mia vita e non ci tengo particolarmente a riviverlo".
Quando lei alzò la testa verso la sua per rispondergli...
"Akane... la tua...".
"La mia?".
"La tua... cicatrice...".
"Che cos'ha che non va, la mia cicatrice?".
"Nulla. Anzi, è molto più... cavolo, che brutto non trovare la parola adatta".
"Di' pure, tanto non sei il primo e probabilmente non sarai l'unico".
"Non picchiarmi, per favore... ma io la trovo... quasi carina...".
"C-Carina?".
"Senza i punti è molto meno orribile. Cosa mi sono perso?".
Prima di proseguire Akane gli si accoccolò ancora di più addosso e lui ne approfittò per tracciargliela con un dito.
"Assurdo...".
"Non c'è niente di assurdo, Ranma. Solo una poltiglia d'erba cinese che mi ha portato la nobile Obaba e che ha avuto questo effetto miracoloso. Da qualche ora non è più una tortura a fuoco lento specchiarsi, per me. Fa ancora male e dubito smetterà di farlo tanto presto, ma se non altro non sembro più un gangster vissuto. Anche se so che meglio di così non potrà mai andare...".
Ranma percepì istantaneamente il malessere della sua fidanzata e non esitò a stringerla più forte a sé, prendendola un pochino in contropiede.
"Troverò il modo di fargliela pagare a quelle bastarde. Dovessi andare in Cina a piedi e bruciare quel loro maledetto villaggio".
"Ehi! Non ti permetto di rovinarmi la vendetta. Solo io posso andare a fare quanto hai appena detto. Non mi vorrai togliere lo sfizio di vedere quelle mummie ardere come delle pire funerarie con le gambe, spero".
"Oh... ricordami di non farti arrabbiare mai e poi mai più".
"Non sei l'unico che me l'ha detto recentemente e devo ancora capire se ne sono lusingata o infastidita".
"Dieci a uno che è la prima. Un po' ti piace spaventare a morte la gente".
"Ranma, screanzato che non sei altro!".
"Ma è la verità...".
Si guardarono sorridendosi. Era bello, davvero bello poter di nuovo farsi battutine sceme.
Il loro idillio fu spezzato da un urlo animalesco proveniente dal piano inferiore.
"UKYOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!".
Tutti gli abitanti della casa corsero in soggiorno, dove videro una terrorizzata Kasumi accasciata contro la parete e Ryoga che fissava inebetito il giardino dalla veranda. Il dottor Tofu si avvicinò prontamente al ragazzo, afferrandolo per le spalle.
“Ryoga! Cos’è successo? Dov’è Ukyo?!”
“Lei... lei è...” balbettò il ragazzo, voltandosi verso il dottore “lei era qui un attimo fa... stavamo parlando e... Kasumi ci ha portato il tè e poi... poi...”
“Poi cosa?” lo esortò il dottore.
“Poi è sparita... è sparita nel nulla. Prima era qui e dopo...”
Ryoga non riuscì nemmeno a finire la frase tale era lo shock.
Fu chiaro a tutti che era il turno di Ukyo.

“Tocca a qualcun’altro...”
Shan-Pu voltò la testa verso la porta socchiusa. L’urlo aveva attirato la sua attenzione e quella di Mousse, ma la sua apatia le aveva impedito di muovere un muscolo. L’anatra non si mosse dalla sua posizione, ma anzi si accoccolò ancora di più contro il petto della ragazza.
“Quando toccherà di nuovo a noi?” sussurrò. “Perché loro non ci lasceranno mai in pace... mai... “
Mousse tremò leggermente: Shan-Pu non immaginava nemmeno quanto fosse vicina alla verità.

Kami, la mia testa...
Ukyo si rimise in piedi, lentamente.
Cosa diamine è successo? Sono svenuta senza neanche un motivo?
Si guardò attorno: era vicina al laghetto delle carpe di casa Tendo. Il giardino era intatto, la veranda idem... però Ryoga e Kasumi erano spariti: fino a pochi istanti prima erano lì, e ora si erano volatilizzati.
Ukyo non perse tempo e rientrò in casa, decisa a cercare il ragazzo.
“Ehi, maialino! Dove sei finito?”
Niente.
Proseguì verso la cucina, vuota; tornò in corridoio sbirciando in ogni stanza, senza risutlati.
“Ryoga... dove sei?” chiamò, “Lo sai che se gironzoli da solo ti perdi...”
Nessuna risposta.
Quello strano silenzio cominciò a preoccupare la ragazza... preoccupazione che poi sfociò in una logica deduzione.
Tocca a me.
Come aveva fatto a non capirlo prima? Era ovvio.
Bene nanerottole cinesi, a noi. Ho giusto un po’ di conti da saldare con voi...
Si incamminò al piano di sopra, continuando a sbirciare nelle camere alla ricerca di qualche indizio o presenza, quando sentì la porta della camera in fondo aprirsi e poi richiudersi.
“Akane! Cosa ci fai qui?”
La ragazza non si mosse, ma si limitò a risponderle.
“Cosa ci fai tu qui, piuttosto. Non sarebbe ora di andartene?”
Ukyo non capì. Perché Akane sembrava così... irritata?
Aspetta aspetta aspetta. Se tocca a me... quella non è Akane. Forse. Non lo so.
"Andarmene? Dove dovrei andare? Tornare al mio semidistrutto ristorante... da sola? Non ci penso nemmeno".
"Eggià. Sia mai che santa Kuonji da Nerima non anteponga qualcun altro a se stessa. Sarebbe deplorevole" sibilò Akane avvicinandosi a lei. Emanava un'aria decisamente bellicosa e pareva aver una gran voglia di far volare parole grosse. O direttamente i pugni.
"Uh? Che cosa stai dicendo, si può sapere?". Fece un passo indietro.
"Ti sei atteggiata a salvatrice della patria da sin troppo tempo, ormai. Correvi di qua e di là come la peggiore attivista di Medici senza Frontiere, con la tua bandana sporca di terriccio e la fronte sudata ma il sorriso di chi sa di star facendo del bene disinteressato. E sotto quello sguardo da crocerossina nascondevi tutto il tuo egoismo e la tua ipocrisia".
Ah davvero? Akane pensa davvero questo di me?
"G-Guarda che...". Un altro passo indietro.
"Perché in realtà fingevi in maniera spregevole. Ci hai usati per lavarti la coscienza. Mi hai usata. Hai cercato di mascherarti in qualcosa che non sei mai stata. Non sei senza peccato, Ukyo Kuonji, e dovresti smetterla di comportarti come tale. Ad esempio non hai mai dimenticato Ranma e stai usando Ryoga come paravento, come scusa, come zimbello con cui sfogare le tue repressioni, sessuali e non solo. Lo sfrutti per sentirti donna. Lo maltratti per sentirti superiore, più intelligente, più arguta. E fai lo stesso con me e con tutti gli altri".
Una sequela di passi indietro. Pur consapevole del fatto che quella davanti a lei non era Akane, nozione corroborata dall'assenza dell'ormai familiare cicatrice sulla guancia, faceva un male del diavolo sentirsi vomitare addosso quella immensa mole di insulti e rinfacciamenti.
Devo dire che adesso capisco perché Shan-Pu ha la fobia di Mousse e di sua nonna.
Sapeva anche come contrattaccare in maniera corretta, si ricordava perfettamente della prima frase dei loro alleati cinesi e della spiegazione di Ranma. Eppure le risultava tremendamente difficile lasciarsi andare perché le accuse rivoltele erano veramente, veramente pesanti. Accettarle significava scoperchiare una parte di sé davvero oscura e che la spaventava terribilmente, oltre a rappresentare una serie di comportamenti che di sicuro non la rendevano fiera di se stessa.
Il suo retrocedere venne interrotto quando incocciò contro qualcosa. Qualcosa di morbido.
"Devo proprio dare ragione ad Akane, stavolta". Era la voce di Ryoga.
R-Ryoga?!
“Ciao piccola Ucchan... sorpresa di vedermi?”
Ukyo si scostò velocemente, come si fosse scottata.
No, non anche lui... così è troppo...
“Fa male affrontare la verità, vero? Dimmi Ukyo... quanto stai soffrendo in questo momento?”
Ogni singola parola di quella frase venne letteralmente sputata da Ryoga quasi fosse veleno, mentre avanzava verso di lei con una strana espressione sul volto... un sorriso beffardo, manipolatore. Lo stesso che gli vide sul volto più di un anno fa, quando tornò a Nerima e scoprì che quel piccolo universo era cambiato. Quando la mise con le spalle al muro proponendole di uscire con lei.
Ryoga... perché tu?
Le era sembrata una pessima idea, allora... senza immaginare nemmeno come le cose si sarebbero evolute tra di loro. Non aveva previsto come quell’idea bizzarra li avrebbe avvicinati, aiutandoli a superare il dolore di una delusione e cominciare insieme qualcosa di nuovo.
“Dimmi quanto fa male, perché ti assicuro che sarà sempre meno del malessere mio e di Akane!”
Ormai aveva dimenticato la sfida, l’illusione, le amazzoni. Riusciva a pensare solo a quelle accuse così pesanti e cattive... eppure vere. Una parte di lei, quella vocina fastidiosa che usciva fuori nei momenti meno adatti, non aveva fatto che ricordarle quanto in fondo non ci fosse nulla di santo in lei; che la saggezza di cui tanto si vantava non era che una facciata dietro la quale celava gli errori commessi in passato e che ancora la tormentavano.
“Mi... mi dispiace” balbetto, accasciandosi contro una parete “mi dispiace davvero... io non volevo...”
“Non volevi cosa, Ukyo?” ringhiò Ryoga, “Non volevi usarmi per dimenticare Ranma? Non volevi fare di me il tuo ripiego?”
“Non è vero! Non sei un ripiego, te lo giuro!” urlò lei, disperata. “Akane almeno tu credimi, ti prego!”
“E a cosa dovrei credere? Alla tua finta amicizia?”
“Non è finta, e lo sai!”
“No, non lo so. Io so soltanto che non hai fatto altro che correre dietro al mio fidanzato urlando ai quattro venti di essere... la findanzata carina” rispose Akane, intingendo quella frase nel veleno. Ukyo sgranò gli occhi, ricordando le mille e più occasioni in cui aveva usato quell’espressione: quante volte si era pavoneggiata autoproclamandosi la fidanzata carina di Ranma, quante volte aveva deriso Akane chiamandola maschiaccio... in fondo non si era comportata poi tanto meglio del codinato.
“Era facile prendermi di mira, non è vero? Io ero la fidanzata imposta, quella goffa e senza sex appeal che Ranma prendeva in giro... e tu, come le altre, ti sentivi in diritto di infierire. Tanto Akane è stupida, rincariamo un po’ la dose!”
Ti prego... ti prego, basta...
“Eri cattiva e infida, non ho mai capito perché Ranma continuasse a tenerti vicina come amica... come potesse fidarsi di te, soprattutto! Di trucchetti squallidi e poco ortodossi ne hai tirati fuori anche tu, non credere che me li dimentichi! Le okonomiyaki esplosive al matrimonio erano opera tua, no?”
“Per non parlare del Tunnel del Perduto Amore” infierì Ryoga, “sono stato così scemo da cascarci ed allearmi con te... com’ero caduto in basso...”
Ukyo non riuscì più a trattenere le lacrime, lasciandosi travolgere dal peso di quelle accuse.
“Mi... mi dispiace...” sussurrò “sono... sono una persona orribile... mi dispiace...”
Si lasciò scivolare ancora più giù fino a ritrovarsi pratcamente in ginocchio. Era un singhiozzo unico e quando provava a parlare le uscivano solo striminziti soffi d'aria.
Provò un'ultima volta a controbattere qualcosa e il suo patetico tentativo venne seppellito da una nuova ondata di male parole che la schiacciarono definitivamente.
Con la testa contro il pavimento, Ukyo Kuonji si ritrovò nel luogo da cui era stata portata via. Riapparve nello stesso identico punto da cui era svanita qualche minuto prima.
"Vi prego, smettetela di... tormentarmi... anche se me lo merito... vi prego... mi uccidete così... anche i vermi come me... meritano di vivere...".
Quelle parole, dette a voce bassa, bastarono ad atterrire i presenti. Ryoga le si avvicinò e cercò di rimetterla in posizione eretta, ma appena lei si avvide della sua presenza...
"No! Non toccarmi! Devi starmi lontano! Tutti dovete starmi lontani! Non voglio sporcare ulteriormente le vostre vite con la mia sudicia presenza!". Si divincolò dalle gentili mani del suo ragazzo che, esattamente come tutti gli altri, non stava capendo una beata mazza di quel che passava in quella povera, martoriata mente.
Con le guance rigate dalle lacrime si guardò attorno, vedendo solo sguardi pietosi e desiderosi di aiutarla. Ma lei non poteva accettare, non voleva arrecar loro ulteriore dolore e disprezzo nei suoi confronti.
Akane tentò la stessa cosa di Ryoga, aggiungendoci le rassicurazioni più dolci di cui era capace. Ottenne solo di appiattirla contro il muro, come se fosse un animale feroce braccato dai cacciatori che si ritrovava con le spalle al muro e montava la sua ultima, disperata difesa.
Poi anche quella crollò e scappò via, sempre urlando di quanto fosse una persona schifosa e che non meritasse la loro amicizia e vicinanza.
La vecchia sbuffò internamente. Le sue compaesane stavano giocando veramente, ma veramente, ma veramente pesante e anche i migliori di loro avevano riportato grossi danni. Le bastava guardare in faccia Akane o ricordarsi di com'era ridotto Ranma fino a poche ore prima per averne la conferma.
"Vecchia!" tuonò il succitato Ranma girandosi nella sua direzione "qui c'è qualcosa che non va. E qualcosa di molto grave".
"Che cosa intendi, giovanotto?".
"Intendo che Ukyo non può aver vinto. Hai visto in che condizioni è tornata, santo cielo".
"Io invece credo che ce l'abbia fatta. Naturalmente non lo posso dire con certezza, ma...".
"Se davvero ce l'ha fatta è ancora peggio! Si può sapere a che razza di massacro stiamo partecipando? Se perdiamo finiamo come Shan-Pu, se vinciamo finiamo ugualmente come Shan-Pu. Queste non sono sfide leali, sono torture psicologiche senza possibilità di fuga".
I volti dei presenti si rabbuiarono. Se Ranma aveva ragione...
se aveva ragione, ne sarebbero usciti vittoriosi ma con traumi psicologici non indifferenti. Shan-Pu ne era stata la prova più lampante, ma ognuno di loro aveva riportato ferite morali che non se ne sarebbero mai andate.
Ranma si morse il labbro, inquieto. E un pensiero orribile cominciò a farsi largo nella sua mente: anche fossero sopravvissuti a quel massacro, la vittoria sarebbe comunque andata alle amazzoni. A loro non importava vincere, o che lui e gli altri morissero in battaglia. A loro interessava lasciarli vivi e devastati nell’anima, piccole larve umane che avrebbero passato il resto della loro esistenza implorando pietà.
E a lui non andava bene.
Lasciò Obaba e gli altri, intenti a discutere, e si defilò.

Voleva stare sola.
Non meritava l’affetto o la compassione di nessuno.
Aveva vinto? Forse aveva perso. Non importava. In ogni caso avrebbe meritato la sconfitta.
Ukyo si raggomitolò su se stessa, ben nascosta tra gli attrezzi: il capanno accanto al dojo, dove i Tendo tenevano il materiale per la palestra, era il miglior rifugio che potesse trovare. Aveva deciso che sarebbe rimasta lì finché non si fosse addormentata, o finché non fossero andati a letto gli altri e lei allora sarebbe fuggita di nascosto.
“Finalmente ti ho trovata.”
Alzò lo sguardo verso la porta e alzò una mano a proteggersi gli occhi dalla luce che entrava da lì. Si era velocemente abituata al buio del magazzino, non voleva più vedere la luce.
“Co-cosa vuoi Ranma? Lasciami in pace, ti prego...”
“No che non ti lascio in pace, scema!” rispose lui, intrufolandosi in quello spazio angusto e cercando di avvicinarsi ad Ukyo, che invece cercava di allontanarsi il più possibile.
“Va via ti prego! Anche tu vuoi infierire come hanno fatto loro?!” pigolò, rannicchiandosi nel suo angolino, “So di meritarmelo, ma ti prego non adesso...”
“Chi ha infierito? Cosa ti hanno fatto?!”
“Akane e... Ryoga...”
Ranma sgranò gli occhi, incerto su cosa dire: dopo il primo attacco a Shan-Pu non aveva potuto fare a meno di riflettere su che tipo di avversari si sarebbero trovati davanti, quali prove avrebbero affrontato... qual era la peggior paura di ognuno di loro, quella che avrebbe cercato di metterli in ginocchio. E per qualche motivo aveva creduto che Ucchan si sarebbe trovata davanti un Ranma che l’avrebbe illusa, o l’avrebbe trattata male... non questo.
“Ucchan... cosa ti hanno detto?” chiese, in tono più dolce.
“Io... io sono una persona orribile... loro mi hanno mostrato quanto sia un essere spregevole...”
“Ma non è vero! Sei sempre stata l’unica saggia del gruppo, la coscienza di tutti e...”
“Non è vero!” strillò lei, “Non sono così e lo sai! Io non sono la santa che credete, non sono saggia e non sono una brava persona! Ti sei forse dimenticato chi sono, Ranma? Ti sei dimenticato di tutti i trucchi più meschini che ho tirato fuori per farti cadere tra le mie braccia? O tutte le volte che mi sono definita la tua fidanzata carina, ferendo Akane?!”
Ukyo era un fiume in piena: stava tirando fuori tante cose, alcune ormai così lontane nel tempo e seppellite, che Ranma nemmeno le ricordava più.
“Akane mi crede una falsa amica... e ha ragione! Come può fidarsi di me? Come può farlo Ryoga, che pensa che io lo stia usando per dimenticarti?! Hanno ragione, io faccio schifo...”
“No che non hanno ragione!” sbottò Ranma, esausto, afferrandola per le spalle. “Non hanno ragione perché non lo pensano! Quelli non erano i veri Akane e Ryoga! Quelli veri sono là fuori che aspettano di riabbracciarti e sapere come stai!”
“Ma non posso andare da loro! Loro... loro mi odiano!” strillò lei, cercando di divincolarsi dalla stretta del ragazzo. “Io non... non li merito!”
“Davvero? Se la mettiamo così allora nemmeno io merito l’amore di Akane.”
Ukyo si voltò lentamente a guardarlo, non capendo dove volesse andare a parare.
“Se vogliamo seguire il tuo ragionamento, allora anche io dovrei scappare via da qui perché ho passato più tempo a ricoprire Akane di stupidi insulti perché ero troppo idiota per dirle cosa provavo! E non parliamo di tutte le volte che ho finto interesse per una di voi spasimanti solo per farla ingelosire... se tu fai schifo io allora merito l’inferno a vita.”
La ragazza era stupefatta da ciò che Ranma le stava dicendo.
“E sempre dando retta a te” proseguì lui “Shan-Pu non dovrebbe nemmeno avere il permesso di guardare Mousse, visto come lei e sua nonna l’hanno sempre trattato.”
Ukyo non sapeva come rispondere. Quel discorso non faceva una grinza.
“Quello che voglio dire è che nessuno di noi è perfetto” continuò Ranma, addolcendo il tono “abbiamo tutti dei caratteri impossibili, e nascondiamo scheletri nell’armadio che sarebbe meglio non vedessero mai la luce. Hai commesso un sacco di sbagli all’epoca, così come li ho fatti io, Shan-Pu, Ryoga... ognuno di noi convive con diversi errori sulla coscienza che preferirebbe cancellare. Ma non si può, e quindi possiamo solo buttarceli alle spalle e accettarci per come siamo.”
“Chi... chi sei, che ne hai fatto di Ranchan...” balbettò lei “sei troppo intelligente per essere lui...”
“Ecco, vedo che cominci a riprenderti?” rise lui, sollevato.
E Ukyo si concesse lo spettro di un sorriso. Quel che Ranma aveva appena detto suonava tremendamente... giusto.
"Ora... ora che me lo fai notare... credo tu possa aver ragione...".
"Non posso. Ho ragione. Ammetto che non mi capita spesso di essere così gradasso con le parole perché sono troppo tonto, ma questa volta è diverso. È importante ribadire le cose come realmente stanno e non come quelle viscide amazzoni hanno cercato di farti credere. Tanto per rinforzare il punto: credi che quell'ottuso di Ryoga, con il suo treno merci di difetti, sarebbe disposto a mettersi assieme a qualcuno che disprezza così profondamente? Io non lo credo proprio, no. Tu?".
"No, in effetti... no... non dopo quel che mi ha detto...".
"Perché, cosa ti ha detto?".
"Ranma, mi ha detto... che mi ama".
E per la prima volta in vita sua il codinato capì perché lei e Akane ogni tanto si acquattavano e si mettevano a strillare come due scimmiette. Per sua fortuna lui aveva ancora una dignità e trattenne qualsiasi possibile rumore molesto.
"Oh, ma davvero? Io e il tuo maiale avremo da parlare, allora".

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Capitolo 11
*** Un sacco di chiacchiere per un sacco di gente ***


Dove si sono cacciati? Cosa le è successo? Che le starà dicendo?!
Erano passati solo una ventina di minuti da quando Ukyo era riapparsa in veranda dopo aver vinto il suo scontro, ma a Ryoga sembravano ore: era tornata terrorizzata come Shan-Pu tre giorni prima, e il terrore di ritrovarsela in quello stesso stato catatonico era... era troppo. Scosse la testa cercando di scacciare quel pensiero orribile dalla mente, continuando a girare in tondo e lanciando occhiate alla porta del salotto e alla veranda nella speranza di vederla rientrare.
Quando azzardò a mettere un piede fuori dalla porta, nella folle idea di andare a cercare Ucchan e Ranma, sentì qualcuno tossire alle sue spalle. Un lieve brivido percorse la schiena del ragazzo quando riconobbe la voce.
“Ryoga, dove credi di andare?”
“I-io? D-da nessuna parte, Akane” balbettò, “v-volevo solo...”
“Volevi solo andare a cercare Ukyo?”
Ryoga annuì, troppo imbarazzato per formulare una risposta che non fosse composta solo di sillabe balbettate.
“Capisco che tu sia preoccupato, lo siamo tutti” disse Akane, in tono dolce, per poi indurirsi di colpo “ma l’ultima cosa che ci manca è perdere te da qualche parte. Quindi per favore, sta buono e non muoverti da qui, che non ho un guinzaglio abbastanza lungo.”
All’eterno disperso non restò che fare quanto gli era stato ordinato, anche se di malavoglia. Non credeva che un pensiero del genere avrebbe mai potuto attraversargli la mente, eppure... non gli era proprio piaciuto il tono usato da Akane. Ma non osò replicare, avevano fin troppi casini senza doverci aggiungere stupide scaramucce tra di loro; e poi bastò guardarla in viso e notare la cicatrice per concederle quel tono un po’ fastidioso. Da quando era accaduto non aveva ancora ceduto, non una lacrima... ma prima o poi sarebbe crollata. Era questione di tempo.
“Gente, guardate chi vi ho riportato!”
Tutti i presenti si voltarono verso l’entrata del salotto, dove Ranma li guardava con un sorrisone stampato in faccia.
E dietro di lui, nascosta, Ukyo.
"Specialmente credo che un certo tizio con la bandana e i canini sarà felice della notizia" aggiunse ridacchiando. L'idea che quel tardo di Ryoga avesse trovato il coraggio di dirle una cosa tanto importante... beh, lo riempiva di una strana gioia. In parte si sentiva come si era sentito ormai un anno e mezzo prima quando, nel parchetto vicino al Nekohanten, era finalmente riuscito a liberarsi di tutti gli stupidi preconcetti che non gli avevano mai permesso di ammettere ad Akane che lui la amava. Era solo una sensazione di riflesso e molto ridotta, chiaramente, ma era simile.
"Ukyo!" disse Ryoga avvicinandosi ai due nuovi arrivati, le braccia spalancate e litri di lacrime finte che gli inondavano la faccia. Venne però fermato da Ranma, che con un gesto gli intimò l'alt.
"Non voglio rovinare il vostro momento, maialino, ma la tua signora è ancora piuttosto scossa e non credo sia consigliabile avventarsi su di lei con tutta quella foga". Il tono era austero ma non aggressivo e Ranma intendeva davvero quanto aveva appena detto.
"Sì, forse hai ragione..." concesse l'altro, un poco indispettito. Anche se capiva.
"Ukyo" proseguì poi, addolcendosi "ti va bene? Posso avvicinarmi?".
Lei si fece piccola piccola dietro la schiena del codinato, cercando protezione da qualcosa che non le voleva far del male.
"Ukyo, è Ryoga. Non dimenticarti di quello che mi hai detto prima".
"Cosa ti ha detto?".
"È un problema se lo rivelo a tutti?".
"Dipende a cosa ti riferisci, Saotome".
"Parlo di una certa rivelazione che le hai fatto non so quanto tempo fa... roba che scotta".
"Oh. Oh. Credo di avere intuito...".
"Ecco. Per evitarci silenzi imbarazzanti e cose del genere pensi lo si possa dire ad alta voce? Tanto non è che la cosa cambi, che tu lo ammetta o meno di fronte a tutti".
"No, in effetti non cambia. Però devo essere io a dirlo".
"Va bene. Non ti ruberò il tuo momento di gloria".
"Signore e signori" intonò Ryoga come se fosse il presentatore della notte degli Oscar "il qui presente Ryoga Hibiki ama Ukyo Kuonji".
E si sollevarono applausi e "Vai così che sei forte, Ryoga!" da un po' tutti i presenti. Grande il rossore che gli riempì le guance, e grandi i perculi mentali che gli vennero rivolti da un suo coetaneo di rosso vestito.
"Vedi Ukyo?" riprese Ranma rivolgendosi alla sua amica, ancora rintanata dietro di lui "Lui non si vergogna di te. Ha appena rivelato una cosa tanto importante senza il minimo imbarazzo... il che, considerato di chi stiamo parlando, è un mezzo miracolo".
"Saotome, se non fossimo in emergenza totale ti avrei appena tirato un pugno sul naso per sfasciartelo".
"Grazie, sei squisito". E dicendo ciò si scostò per fare in modo che i due piccioncini potessero finalmente guardarsi faccia a faccia.
Ci fu un attimo di tensione talmente densa che si sarebbe potuta tagliare con un'unghia.
Poi la cuoca si avventò su di lui e lo abbracciò, strizzandolo come se fosse un panno imbevuto d'acqua.
Ryoga riuscì a mantenere la calma e prevenire una copiosa emorraggia dal naso, ricambiando l’abbraccio di Ukyo. Notò subito come la ragazza tremasse ancora come una foglia, e si aggrappasse a lui con una disperazione e un bisogno tali che non le appartenevano: per come la conosceva, Ukyo Kuonji era una ragazza sicura di sé, indipendente e fiera. Anche nelle situazioni peggiori e più pericolose, anche quando si era lasciata andare alla paura... non aveva mai raggiunto un tale livello di terrore.
“Ukyo, tutto ok?” chiese sottovoce, con un tono dolce.
“Più o meno” borbottò lei, sollevando lo sguardo. “Ti va se... se andiamo a parlare un po’ da soli?”
Quella frase lo gettò per un attimo nel panico più totale: nel suo immaginario di ragazzo ingenuo e inesperto con le donne, “Parliamo da soli” era il preludio a situazioni catastrofiche come liti e rotture. Ma riuscì a rimanere calmo e annuì, lasciandosi trascinare da Ukyo lungo il corridoio; prima di sparire del tutto alla vista dei presenti, la ragazza si voltò di nuovo verso il salotto.
“Akane poi... poi possiamo parlare anche noi due?”
Akane si sentì presa in contropiede dalla richiesta, ma annuì.
“Certo che possiamo.”
Ukyo annuì, poi lei e Ryoga si dileguarono.
"A proposito di parlare..." disse l'ultimogenita Tendo, a voce abbastanza bassa da non farsi sentire da nessuno.
Si avvicinò lesta a Ranma, a cui pareva di averla vista bisbigliare qualcosa ma che si era trovato a pensare a uno scherzo del suo cervello.
"Ranma, ho bisogno di te...".
Oh? Cosa c'è, mio dolce maschiaccio? Il tuo cavaliere è qui per servirti.
...
No, va bene. Mai più Ranma, neanche nella tua testa. Suoni ridicolo.
"I nostri padri sono sempre a giocare a shogi, vero?".
Eh? Cosa?
"Non... non lo so. Credo di sì. Perché mi fai questa domanda?" bisbigliò lui, sentendosi improvvisamente calato in un film di James Bond. Non che ne avesse mai visto uno.
"Voglio parlare con mio padre" gli rispose, a tono altrettanto basso. La ghenga attorno li osservava stranita, chiedendosi perché quei due sembrassero due spie dell'MI6 a consulto sull'ultima missione segretissima.
Con tuo padre? E non... con me?
"Perché gli vuoi parlare? Di cosa?".
"Fatti gli affaracci tuoi, per una volta. Guarda che non sono obbligata a rivolgermi sempre e solo a te, non esisti solo tu nella mia vita".
Questa frase era stata pronunciata con una certa dose di stizza. Poteva persino arrivare a pensare che Akane fosse... arrabbiata con lui per qualcosa che non si sapeva spiegare.
O forse era solo vicina al punto di rottura.
Spero vivamente sia la seconda.
"Comunque sì, credo... siano al loro solito posto".
"Grazie".
Se ne andò, lasciando con un palmo di naso il suo ragazzo.
-
"Saotome, sei sempre più scarso".
"Ma...".
"Al solito perdi. E no, stavolta non mi freghi rovesciando tutto".
Stava per chiudere definitivamente la partita quando sentì la voce di Akane, dietro di sé, che lo chiamava.
Voltandosi neanche si accorse di Genma che mandò il tavolo di gioco a scatafascio e gli fece una linguaccia.
Soun alzò gli occhi al cielo, riconoscendo il familiare rumore di Genma che barava a modo suo, poi si dedicò totalmente a sua figlia.
“Dimmi Akane, qualcosa non va?” chiese, avvicinandosi.
La ragazza forzò un sorriso, nervosa: in realtà non sapeva nemmeno lei perché avesse deciso di colpo di parlare con suo padre, non aveva nulla di preciso da dirgli; ma quella vocina dentro di lei che per anni si era sforzata di farla ragionare continuava a urlarle di andare da lui e parlare. Non importava cosa, ma le intimava di farlo perché sapeva di averne bisogno.
“Ecco, io...”
Soun sorrise e la spinse fuori dalla stanza, alla ricerca di un po’ di privacy. Asperrò che la ragazza si decidesse a parlare, senza metterle fretta.
“Ecco... io volevo parlarti ma...” balbettò lei, la voce leggermente incrinata “ma... non so cosa dire esattamente...”. Ispirò, cercando di calmarsi, poi riprese: “Però sto bene. Davvero, io sto bene, tu e Kasumi e Nabiki non dovete preoccuparvi per me, sul serio...”
Il signor Tendo ovviamente non credeva a una sola parola uscita dalla bocca della figlia, la conosceva troppo bene per sapere che era orma giunta alla saturazione. Le sfiorò gentilmente una guancia con una mano, e inevitabilmente sfiorò la cicatrice.
Quando Akane sentì quella carezza sul viso, crollò definitivamente.
“Io... io sto bene... sto...” singhiozzò, per poi gettarsi tra le braccia del padre come non faceva da tanti anni. “Papà! Papà mi dispiace! Mi dispiace!”
Non sapeva nemmeno di cosa dovesse scusarsi, posto che ci fosse qualche motivo per farlo, ma si lasciò andare e pianse stretta nell’abbraccio del padre, che la cullava gentilmente.
“Oh bambina mia” sussurrò, “sfogati pure, ne hai tutto il diritto.”
-
Anche se si erano allontanati, il pianto di Akane era arrivato forte e chiaro al suo orecchio.
Ranma si accoccolò sul divano nascondendo la testa tra le ginocchia, e si diede mentalmente dello stupido per non aver capito prima le condizioni della sua fidanzata.
Non che io sia mai stato una cima a capire i suoi sentimenti, anzi...
E comuque, pensò, forse in questo momento aveva più bisogno della vicinanza del papà che del fidanzato. Questo gli fece venire in mente che sentiva un po’ la mancanza di sua madre, e che avrebbe voluto almeno salutarla prima che questo casino scoppiasse. Decise che al primo momento utile le avrebbe fatto una telefonata, anche solo per rassicurarla.

Nel frattempo, in un'altra ala di casa Tendo, altri due membri della banda affrontavano i propri problemi personali.
"Proprio in cucina?" chiese sarcastico Ryoga mentre Ukyo lasciava la sua mano, distanziandosi un po' da lui.
La scherzosa domanda cadde nel dimenticatoio. Si respirava un'aria abbastanza nervosa fra i due.
Non ci fu parola per qualche minuto, solo respiri affannosi e tentativi abortiti di iniziare un discorso.
"Ukyo..." trovò finalmente la forza.
Lei si voltò di scatto e...
No maledizione, non devi far così. Cretina.
"Ryoga... io...".
"Ti prego, smettila di piangere".
"Ma... ma...".
Non sopportava di vederla ridotta così. Lo mandava in bestia e gli faceva desiderare la morte peggiore per quelle odiosissime amazzoni in minatura. Chi toccava la sua ragazza fino a questo punto avrebbe sofferto pene indicibili, contorcendosi in un dolore indescrivibile.
Pregò caldamente per le loro vecchie carcasse che tutto questo danno fosse reversibile, perché se non lo fosse stato...
Oh, una gioia immensa radere al suolo quel cazzo di villaggio a furia di Shishi Hoko Dan. Non sarebbe mai stato più contento di essere disperato.
Cercò di avvicinarsi e lei si ritrasse appena. Non dava l'impressione di essere ingovernabile come quando era appena tornata, ma poteva dire di averla vista in condizioni molto migliori.
"Ukyo... sei stata tu a chiedermi di parlare ma... se continui a sfuggirmi non possiamo". Queste parole, pronunciate con immensa pena, ebbero un lieve effetto calmante e gli permisero di abbracciarla. Naturalmente fece tutto con estrema cura e lentezza per non rischiare di farla imbizzarrire di nuovo.
"Io ti giuro che la pagheranno, quelle schifose. Non permetto a nessuno di fare tutto questo male alla ragazza che amo e uscirne illeso. O non mi chiamo più Ryoga Hibiki. Ma, prima di questo, devo riuscire a recuperarti. Voglio vederti tornare a essere te stessa, non questa fotocopia spaventata e piena di stupidaggini immotivate in testa".
"Io... Ryoga, come sei riuscito ad innamorarti di me? Non sono sicura di meritarmelo...".
La domanda gli procurò un brivido freddo per tutta la schiena.
Le avrebbe ammazzate tutte, una ad una. Lentamente. E dolorosamente.
“Kuonji, se credi di essere la peggiore in questo gruppo di squilibrati, mi duole informarti che ti sbagli” rispose, sperando di strappare un sorriso alla ragazza, “potremmo sederci attorno a un tavolo ammettendo ognuno il peggio delle nostre carriere di pazzi e non finire mai.”
Ukyo si lasciò scappare un risolino, e la cosa rincuorò Ryoga: forse non era così grave come temeva.
“Non saprei dirti esattamente perché mi sono innamorato di te” proseguì, “non ne sono del tutto sicuro nemmeno io. Probabilmente sei ricomparsa nella mia vita al momento giusto e mi hai aiutato a dimenticare un amore che esisteva solo nella mia testa, o perché entrambi avevamo bisogno di leccarci le ferite. O forse dovevo capire che non avevo bisogno di una ragazza mite e gentile, ma una con cui scannarmi e litigare e con cui far pace cinque minuti dopo.”
Ukyo non disse una parola, ma si limitò ad ascoltare; Ryoga lo prese come un invito a continuare il discorso, e così fece: “Quello che voglio dire è... che è successo. Sei... anzi, io sono ripiombato nella tua vita, credo sia più corretto vista la mia propensione a sparire per mesi chissà dove... e ci sono rimasto. Vuoi per un’assurda richiesta di uscire insieme, vuoi perché era destino, è successo e basta. E io sono felice, perché sei la cosa migliore che poteva capitarmi.”
Ukyo sollevò lo sguardo verso il ragazzo, gli occhi lucidi e spalancati dallo stupore.
“Questa è... la dichiarazione più assurda e ridicola che io abbia mai ricevuto” sussurrò, “... e la adoro, parola per parola.”
Ryoga sorrise e la strinse a sé, felice di sentirla finalmente più rilassata tra le sue braccia.
Il devasto di Joketsuzoku avrebbe dovuto aspettare ancora un po’, aveva una fidanzata da consolare.

"Stai un po' meglio, piccola mia?" chiese delicato Soun dopo parecchi minuti di sfogo da parte della figlia.
Lei non rispose subito, ancora troppo impegnata a tirare su col naso e a bagnargli il gi. Però gli disse di sì, anche se solo mentalmente. L'aver buttato fuori quello tsunami di emozioni le aveva indubbiamente fatto bene, perché a tenere tutto chiuso dentro a doppia mandata sarebbe scoppiata, presto o tardi.
"Papà *sniff*" riuscì finalmente a mormorare "io... non so...".
"Ssssssh, Akane. Non parlare. Avevi bisogno di una spalla su cui piangere e mi sento onorato che tu abbia scelto me per questo compito. Ora va tutto bene. Calmati. Il peggio è passato".
"Sei... gentile *sniff* a dire così... ma...".
"Ma?".
"Ma non è passato... proprio *sniff* per nulla...".
"Cosa intendi?".
Lei trovò la forza di staccarsi e di rendersi un pochino più presentabile. L'operazione coinvolse anche una manica della sua maglietta, in assenza di un fazzoletto.
Quando fu tornata in condizioni quasi normali rispose al padre: "Papà, io mi porterò addosso questo... schifo per sempre. Sarà sempre lì a ricordarmi che non sono la fidanzata perfetta che Ranma meriterebbe. Non so cucinare, non so nuotare, sono manesca, sono irritabile... e sono brutta, addirittura sfigurata adesso...".
A Soun montò un'inusuale rabbia a sentire la sua adorata figlia parlare di se stessa in questi termini molto poco lusinghieri. Quel che diceva era in gran parte corretto, questo non lo negava, ma non significava che dovesse essere contento mentre lei si faceva così gratuitamente del male.
Trattenne, non con uno certo sforzo, l'impulso di schiaffeggiarla. Uno di quegli schiaffi terapeutici, che si danno a chi comincia a straparlare per ricondurlo alla ragione. Sapeva che a lei non serviva e le avrebbe solo causato ulteriore dolore.
In compenso trovò cosa dirle: "Akane, non ti voglio sentire mai più dire simili assurdità. Ranma, che mi preme ricordarti ha almeno altrettanti difetti se non di più, è disposto ad accettarti ed amarti anche così. E sì, parlo anche di quel segno sul tuo volto. Io non sospettavo che la più testarda, coraggiosa e intraprendente figlia che un padre possa desiderare si facesse buttar giù da un po' di dubbi. Non sai cucinare... e a chi importa? Non sai nuotare... e va bene, vorrà dire che starai alla larga da piscine troppo profonde e mari aperti. Sei manesca... la pellaccia di quel ragazzo sa sopportare anche il più violento dei tuoi colpi, lo sai bene. Sei irritabile... vi assomigliate in questo. Per quanto riguarda la cicatrice, prova a vederla così: è un marchio di guerra, qualcosa che testimonia come neanche delle centenarie vendicative sono in grado di spezzare il tuo spirito di guerriera e donna".
"Papà... mi stai dicendo che...".
"Devo davvero essere ovvio? E va bene. Sono fiero di te e lo sono sempre stato. Anche per il fatto che sei riuscita a resistere in silenzio e così a lungo a un tale carico emotivo, che avrebbe distrutto chiunque".
Ci mancò poco che Akane riscoppiasse a piangere, ma dalla gioia.
Suo padre, a sua volta commosso, le ricordò che aveva altro da fare. Con gentilezza, ma in modo fermo, le ricordò che aveva un discorso con Ukyo e non era il caso di temporeggiare più del dovuto.
Se ne andò sorridendo come non faceva più da un po' di tempo.
Mentre si avviava verso il salotto ripensò alle parole del padre... e le venne in mente che doveva fare un’altra cosa, prima di parlare con Ukyo - che probabilmente stava ancora chiarendosi con Ryoga, per cui aveva tutto il tempo che le serviva.
Stava percorrendo il corridoio quando trovò il suo obiettivo, vicino al telefono.
“No non preoccuparti, qui va... va tutto bene. Volevo... volevo solo chiamarti, avevo voglia di sentirti, tutto qui. Spero non sia una cosa poco virile... ok ok, la smetto. Adesso vado e... sì sì, ti saluto tutti, tranquilla. Buona giornata e... uh, mamma?...Ti voglio bene.”
Akane si sentì quasì colpevole per aver origliato la telefonata tra Ranma e sua madre, ma non l’aveva certo fatto apposta; quando Ranma si voltò e la vide lì ferma ad osservarlo arrossì di colpo, quasi l’avesse colto a fare qualcosa che non doveva.
“A-Akane! C-che ci fai qui, credevo fossi con tuo padre!”
“Ho finito di... parlargli, stavo cercando Ukyo” rispose lei, imbarazzata, “giuro che non volevo ascoltare la tua telefonata, è stato un caso!”
“Non fa nulla, figurati” balbettò lui. “Senti, volevo dirti che mi dispiace per...” disse dopo alcuni istanti di silenzio, ma Akane lo zittì poggiando un dito sulle sue labbra.
“Sono io che devo scusarmi con te. Poco fa ho reagito in maniera esagerata mentre tu eri solo preoccupato per me... mi dispiace, ero... ero solo arriva al limite. Insomma, sai di che parlo... volevo solo scusarmi.”
Ranma non riuscì a resisterle, e mandò al diavolo la propria proverbiale timidezza per abbracciare Akane e stringerla a sé.
“Non ti devi scusare, posso solo immaginare come potevi sentirti... e io avrei dovuto capirlo prima, anche se lo sai che sono sempre stato troppo ottuso per riuscirci” sussurrò. “E comunque sono contento di sapere che fosse questa la ragione del tuo scatto d’ira, e non qualche idiozia delle mie...”
Akane sorrise, intenerita dall’adorabile goffaggine del fidanzato, e si accoccolò ancora di più tra le braccia di Ranma.
Cinque minuti. Ukyo può attendere altri cinque minuti.
I cinque minuti nella testa di Akane divennero prima dieci e poi quindici. Fosse dipeso da lei sarebbero stati anche di più.
Vennero, ahi loro, disturbati dal poco tempestivo arrivo dell'altra coppietta, reduce dal loro tête-à-tête. Fu Ranma a rompere il piacevolissimo, caldissimo contatto.
"Ryoga... Ukyo. Come va?" chiese, ingenuo. Ingenuo perché Akane, pur contrariata dall'interruzione, non mancò di accorgersi immediatamente del fatto che i due nuovi arrivati si tenevano per mano.
La gabbietta degli scoiattoli nella sua testa prese a muoversi come una forsennata, riempendole la calotta cranica di rumori che conosceva sin troppo bene.
Fu Ryoga a rispondergli: "Bene Ranma, va... bene. Sono riuscito a riportare questa testona sulla retta via, per fortuna. Mi sento di poter dire che, almeno per un po', non dovremmo temere crisi d'autostima da parte sua".
"Oh, che bella notizia. Ucchan...".
"Sì?".
"Sono felice di sapere che sei di nuovo fra noi".
"Grazie, Ranchan" sorrise. Non le era ancora passata del tutto, in verità, ma rispetto a neanche mezz'ora prima stava una favola.
E per far sì che mi passi del tutto ho ancora una cosa da fare.
"Akane, se non ti dispiace...".
"No Ukyo, non mi dispiace. Vogliate scusarci, fustaccioni, ma io e la signorina Kuonji dobbiamo parlare fra ragazze. Smammate, su".
I due si guardarono interdetti, poi sospirarono in sincrono e se ne andarono tenendosi le mani sulle spalle e lamentandosi della loro condizione di sottomessi servi della gleba.
"Ma guardali" commentò Akane, in tono allegro, indicando la schiena del suo fidanzato "fanno pure gli offesi. Non c'è più rispetto".
"Akane...".
"Ukyo, che c'è? Tutto bene?". Per un istante si lasciò sopraffare dalla preoccupazione per via della voce non proprio entusiasta della sua amica. La quale si affrettò a rassicurarla sulle proprie condizioni: "Tranquilla, tranquilla. Sto meglio, molto meglio. È solo che...".
"Che...".
"Ti devo chiedere scusa, Akane".
"Ohibò. Scusa per cosa?".
"Per tutte le volte in cui ti ho ferita, in passato. Solo ora mi rendo pienamente conto di quanto male ti posso aver fatto quando, senza neanche riflettere sulle conseguenze, ti davo del maschiaccio e della fidanzata rozza. È stato un comportamento vergognoso da parte mia e...".
"Ukyo Ukyo Ukyo, su. È acqua passata oramai. Si parla di... quanto, due anni fa? Di più? Non devi...".
"Sì che devo. Prima di essere sottoposta alla tortura delle amazzoni non avevo mai realmente capito quanto potessi risultare offensiva e sgradevole. E non indorerò la pillola dicendo che non lo intendevo, perché in quei momenti lo intendevo eccome. Ero spregevole e di questo mi sono pentita, te lo giuro".
Akane stava per rispondere di nuovo che no, non doveva scusarsi, era ormai storia vecchia... ma si fermò, le labbra dischiuse pronte a dire qualcosa ma fermate appena in tempo.
Invece era il caso di affrontare l’argomento, una volta per tutte. Che togliessero anche quell’ultimo sassolino dalla scarpa.
“Forse hai ragione” disse Akane, dopo qualche attimo di silenzio. “È vero, in quei momenti tu, come anche Shan-Pu e Kodachi, sei stata cattiva nei miei riguardi. Ammetto che, nonostante anche tu abbia giocato sporco parecchie volte cercando di conquistare Ranma, eri di certo la più amichevole nei miei confronti. E forse, se non ci fosse stato lui di mezzo, la nostra amicizia sarebbe cominciata prima, chi lo sa. Però... ogni volta che mi apostrofavi con tutti gli epiteti che anche Ranma usava, solo perché lui lo faceva e quindi ti sentivi in diritto di farlo... mi ha fatto un male tremendo. Ogni frase, ogni insulto, ogni presa in giro... tutte queste cose mi hanno lasciato tante ferite, alcune non del tutto rimarginate. Prima che Ranma entrasse nella mia vita non avevo mai avuto problemi di autostima, ma poi...beh, sappiamo come sono andate le cose.”
Ukyo non parlò, ma si limitò ad ascoltare e incassare il colpo. Si sentì nuovamente un verme, ma resistette stoicamente al peso di quella confessione: almeno adesso la vera Akane aveva un tono più conciliante, lontano dall’odio che l’illusione le aveva sputato contro.
E comunque me lo merito, pensò.
“Sai, ho sempre provato un’invidia enorme nei tuoi confronti” proseguì Akane, “molto più che nei confronti di Shan-Pu e Kodachi.”
“Eh? Perché?”
“Perché tu conosci Ranma da molto prima di me... anche se per anni non vi siete visti eri l’amica d’infanzia, quella che lo conosceva bene... e ogni volta che ti professavi “la fidanzata carina” non potevo non pensare che fosse vero. L’unica cosa che io mi sentivo dire giornalmente era che ero goffa, grassa e un maschio mancato... era inevitabile per me credere che sì, era vero: eri tu la fidanzata carina di Ranma, non io. E sì, ogni volta che me l’hai detto mi ha fatto male, molto male. Anche se non l’ho mai dato a vedere... dentro soffrivo maledettamente.”
Ukyo si augurò che una voragine le si aprisse sotto i piedi e la inghiottisse: come aveva potuto essere così meschina? Certo, quando ci sono ragazzi di mezzo si sa che le ragazze arrivano a dirsi le cose più assurde. Ma se ci fosse stata lei al suo posto? Non avrebbe fosse reagito e sofferto allo stesso modo?
“Akane io... mi dispiace, dico sul serio! Io all’epoca non pensavo proprio a quanto potesse far male, miravo solo a infastidirti... senza neanche pensare come sarebbe stato trovarmi nei tuoi panni.”
“Non avresti potuto, perché sentire Ranma che per primo mi chiamava maschiaccio ti dava ragione per crederlo e farlo a tua volta.”
Ukyo abbassò gli occhi, ormai sull’orlo delle lacrime. Poi sentì la mano di Akane sollevarle il viso.
“Tuttavia” continuò la minore delle Tendo “quando dicevo che è acqua passata dicevo sul serio. Se non ho mai tirato fuori l’argomento è perché lo consideravo davvero storia chiusa. Sono contenta di come le cose si siano evolute tra noi, e parlare di cose vecchie poteva rischiare di incrinare la nostra amicizia... ma come qualcuno più saggio di me ha detto, una volta, meglio dirsi tutto e subito prima di trovarsi a usare certe vecchie storie come scuse per ingigantire discussioni stupide. Quindi sì, direi che era il caso di togliersi questo sassolino dalla scarpa... almeno adesso non ce ne sono più.”
“Quindi... “balbettò Ukyo, incerta.
Akane si limitò a sorridere e poggiò la fronte contro quella dell’amica, per poi stritolarla in un abbraccio confortante.

Mentre tutti in casa Tendo erano occupati a chiarirsi e consolarsi a vicenda, qualcuno si apprestava ad un piccolo confronto.
Si guardò attorno, poi sgattaiolò in bagno.
Aprì il rubinetto l’acqua e porse qualcosa dentro la vasca con delicatezza, poi attese qualche secondo.
Pochi istanti dopo Mousse affiorò dall’acqua.
Quando si voltò, vide una figura appoggiata al bordo della vasca; anche se non aveva i suoi occhiali, era abbastanza vicino da poter riconoscere la sagoma. L’avrebbe riconosciuta tra mille.
“Ciao, Mu-Si.”
"Shan-Pu..."
fu l'intelligentissimo commento che gli uscì dalle labbra.
Silenzio. Nessuno dei due sapeva bene cosa dire, o se doveva dire qualcosa in generale.
Poi, finalmente, qualcuno prese il coraggio a quattro mani. E, contro ogni aspettativa comune, fu lei.
"Mu-Si... come stai?".
"Sto bene. E ora... sto meglio".
"Perché?".
"Perché vedo che non hai più terrore di me. E spero anche della vecchia... ehm, della nobile Ku-Lun, anche se non è che la cosa mi interessi poi così tanto..."
.
Lei si alzò e gli diede le spalle. È vero che non aveva più la fobia totale che l'aveva posseduta negli ultimi giorni, ma non si sentiva ancora del tutto a suo agio in sua presenza. E nonostante questo era stata lei a prenderlo e a portarlo in bagno per riportarlo in forma umana.
Era ancora contrastata. Avrebbe voluto tuffarsi dentro la vasca e abbracciarlo fino a farlo soffocare, ma qualcosa glielo impediva.
"Shan-Pu... tu stai bene, vero?".
Un sospiro: "Meglio di prima sicuramente, altrimenti non sarei riuscita a fare tutto questo. Ma non posso ancora dire di essere completamente a posto".
"No? Cosa ti inquieta ancora?".
"Ho solo un po' di paura residua. Paura che tu o la nonna possiate di nuovo cominciare a insultarmi e a trattarmi come un fallimento totale e farmi pesare gli insulti che ti ho sempre rivolto e rinfacciarmi di non essere una brava combattente come pensavo e...".
"Basta così, Shan-Pu. Ti prego, basta così"
. La voce di Mousse era raramente stata tanto autoritaria e mai così dolce.
"Pugnali a morte me, oltre che te stessa, dicendo queste cose. Né io, né tua nonna pensiamo davvero quella montagna di stronzate. Io sono felice di vederti in piedi e in grado di conversare con me senza strepitare come un cane con l'idrofobia, lo dico sul serio. Però devi cercare di convincerti di quanto sto dicendo, e cioè che tu non sei un fallimento. In nessun caso. E men che meno per me".
"Mu-Si...".
"Shan-Pu, è vero che hai qualche difetto. Sei umana, d'altronde, e voglio proprio trovare il fenomeno che può vantarsi a ragione di essere perfetto. Ma i tuoi difetti non mi hanno mai impedito di apprezzare le tue doti, che sono almeno altrettante. Sei risoluta, testarda, volitiva, ambiziosa, forte, astuta, sexy, voluttuosa e tantissime altre cose splendide. E io non potrei mai, neanche nel punto più basso della mia moralità, rinfacciarti alcunché. Mi esploderebbe la testa se solo lo pensassi, figurati metterlo in pratica. Se non ho smesso di amarti quando mi consideravi il peggior fastidio della tua vita... ora che mi hai dimostrato che mi ricambi come, come potrei rifiutarti? Non credo di poter solo concepire l'idea"
.
Qualcuno si potrebbe aspettare che lei cadesse a terra con lacrimoni e strilli da tragedia greca. Ma no, si limitò a voltarsi in direzione di lui, che la osservava concentrato e speranzoso, e dirgli questo: "Io... io sono veramente fortunata ad averti... non mi capacito di aver perso tutto quel tempo dietro a Ranma quando sotto il mio stesso tetto viveva una simile pietra preziosa...".
Mousse non riuscì a trattenersi e, senza pensarci due volte, uscì dalla vasca e abbracciò Shan-Pu. Non sapeva cosa dire, né gli riusciva di mettere insieme una frase che avesse senso compiuto. Voleva solo stringerla a sé, farle sentire la sua vicinanza e soprattutto sentire la sua, cosa che gli era mancata mortalmente in quei tre giorni.
Si rese conto dell’errore quando sentì la ragazza irrigidirsi.
Sono un idiota!
Shan-Pu si era appena ripresa da quello stato di catalessi, probabilmente gesti così espansivi erano dannosi e avrebbero rischiato di farla nuovamente chiudere a riccio... e invece, con enorme stupore di Mousse, la cinesina si rilassò poco a poco, fino a ricambiare l’abbraccio.
Il ragazzo tirò un enorme sospiro di sollievo.
“Mu-Si...”
“Lo so, scusami, sono stato avventato”
rispose lui, “non dovevo abbracciarti così all’improvviso.”
“Non è questo...”
“Oh già, che idiota... ti starò infradiciando i vestiti!”
“No, non intendevo...”
“E allora cosa?”
chiese, un po’ inquieto. La sua mente stava già facendo i più atroci collegamenti.
“Mu-Si, sei... contento di vedermi.”
“Ovvio che lo sono, te l’ho appena detto.”
“Non in questo senso...”
“E allora in che... oh. OH.”

Si allontanò velocemente da Shan-Pu alla disperata ricerca di un asciugamano, mentre la cinesina rideva. E nonostante l’imbarazzo, quella risata lo rincuorò, facendolo sperare per il meglio.
“Se hai finito di deridermi” disse, mentre cercava di nascondere le sue vergogne alla meglio “non è che potresti chiedere a Kasumi se i miei vestiti sono asciutti?”

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Capitolo 12
*** Io non me lo aspettavo proprio così, il mio demone personale ***


"Ohi Ryoga, cos'è quella faccia pensierosa?" disse Ranma al suo degno compare mentre si allontanavano dal corridoio da dove erano appena stati scacciati.
"No, niente...".
"Tu non me la conti giusta, P-chan, e ti conosco abbastanza da sapere che qualcosa ti preoccupa o ti dà da pensare. Dillo al tuo caro amico disinteressato che vuole solo aiutarti".
"Disinteressato, eh? Come quando mi hai praticamente obbligato a dire quella cosa di fronte a tutti, eh?".
"Oh suvvia, sei duro con me. E poi ero serio quando dicevo che dirlo o non dirlo sarebbe cambiato poco e nulla".
"Feh. Forse. Comunque...".
"Dicci tutto che siamo tanto curiosi".
"Tu e chi, il tuo omino del cervello?".
"È un modo di dire, fastidioso che non sei altro. Ora snocciola".
"Ma no, niente. Pensavo solo che, per il loro stesso bene, alle amazzoni conviene non aver fatto troppi danni dentro la testa di Ukyo. Altrimenti...".
"... andrai personalmente a Joketsuzoku, pianterai un urlo bestiale e comincerai a distruggere tutto quello che vedi. O sbaglio?".
"N-no, non sbagli. Ma... ma come fai tu a...".
"È la stessa cosa che ho pensato io per Akane. Questo mi conferma che non hai detto una balla e ciò torna utile alla tua carcassa, che non sarò costretto a fare a pezzi perché hai preso in giro la mia migliore amica".
"Per chi mi hai preso, Ranma! Non dico una cosa del genere a cuor leggero!".
"Lo so Ryoga, lo so. Tranquillizzati. Mi ha solo fatto piacere avere un ulteriore conferma. Piuttosto... sei pronto?".
"Per la mia prova, intendi?".
"Già".
"Sono pronto... non lo so. Forse. O forse no. Non posso saperlo finché non mi toccherà".
"Vedi di non farmi scherzi, maiale. E cerca di tornare tutto d'un pezzo".
“Stai tranquillo, non ho intenzione di morire per mano di barattoli cinesi squilibrati. E poi” aggiunse, sogghignando “se crepo poi come fai tu, senza il tuo maialino nero preferito?”
Ranma rimase un attimo in silenzio, stupito dalla battuta di Ryoga - nonché velata ammissione riguardo la loro ormai consolidata amicizia, poi ricambiò il ghigno e gli si avvicinò abbastanza da inquietare l’altro ragazzo: “Esatto! Non voglio rimanere vedovo così presto, morirei di dolore senza il P-Chan del mio cuore! E ho fatto anche la rima, pensa te che bravo.”
“Tanto lo so che lo dici solo perché sono l’unico porcellino che ti ronza attorno!”
L’allegro scambio di battute venne accolto dai volti perplessi di Soun, Genma, Nabiki e il Dottor Tofu, giustamente stupiti da manifestazioni di affetto tra quei due.
Ranma e Ryoga ricambiarono gli sguardi, senza fare un plissè.
“Cos’è, non ci avete mai visti scambiarci effusioni?”

Nel frattempo, le degne compagne di Ranma e Ryoga erano ancora intente a scambiarsi scuse e abbracci, quando...
“Scusate.”
Akane e Ukyo si voltarono.
“Mousse chiede se suoi vestiti sono asciutti. È nudo e con alzabandiera.”
Le mascelle delle due ragazze caddero per terra, sia per l’informazione non richiesta su Mousse, sia per chi l’aveva appena espressa.
“S-Shan-Pu! Sei... sei davvero tu?!”
“Certo che sì, ne conosci altre?”
“Cavolo ti sei ripresa proprio bene se riesci a fare pure del sarcasmo” rispose Ukyo, inarcando le sopracciglia.
"Io sta meglio, sì. Grazie per la preoccupazione" rise la cinese, dimostrando così di essere quasi del tutto uscita dal momento peggiore.
"Hai chiesto degli abiti di Mousse, giusto? Andiamo a vedere se sono pronti" stabilì Akane, prendendola per un braccio e trascinandola via. La povera Ukyo rimase lì con un palmo di naso per poi alzare le spalle e decidere di andare a cercare di nuovo Ryoga. Lui era l'ultimo, escludendo il bis di Mousse, e anche se probabilmente non sarebbe servito a nulla voleva comunque essergli vicino.
"Akane! Akane!" guaì Shan-Pu mentre la minore delle Tendo la sballottava qua e là come un bambolotto tenuto male "Perché tanta fretta? Vestiti mica scappano".
"Sì, i vestiti non scappano. Ma non voglio che quel ragazzo si prenda un accidente rimanendo nudo". Il tono della sua voce era concitato, quasi a voler intendere altro oltre a quanto aveva appena detto.
E Shan-Pu non mancò di accorgersene: "Akane, tu... nasconde qualcosa".
"Io? E cosa dovrei nascondere?" si affrettò a difendersi, rendendosi conto subito dopo di averci messo fin troppa foga. E sapete com'è, quando uno si difende in quel modo è palese che l'accusa rivoltegli è sensata.
"Io non sapere. Ma era chiaro. Qualcosa preoccupa te, forse?".
Akane le mollò il polso e si fermò. A quel punto era davvero evidente che Shan-Pu aveva fatto centro.
Si voltò verso di lei, il volto come... arrossito.
"Temo tu mi abbia beccata. Ebbene sì, ho un'idea fissa in testa".
"Quale idea?".
"Ti prego di non giudicarmi male, ma sapendo che Mousse è nudo nel mio bagno... ecco... non ho potuto fare a meno di pensare che... tu e lui... maledetti Ukyo e Ryoga, è tutta colpa vostra...".
Gli occhi della ragazza cinese scintillarono sinistramente.
"Devo forse intuire che... loro due? Quella cosa? Accoppiati come conigli in calore?".
“...io sarò un maschio mancato ma neanche tu scherzi, ragazza mia” rispose Akane, decisamente stupita dall’uscita poco raffinata della cinese; la quale si limitò a fare spallucce, per poi rimanere in silenzio con il viso imbronciato.
“Shan-Pu, tutto ok?”
“Pensavo” rispose lei, seria. “Mi sono proprio persa tante cose mentre ero K.O, come... come questa” aggiunse, sfiorando con delicatezza la cicatrice sul volto di Akane. La ragazza ebbe un lieve sussulto nel sentire le dita che leggere tracciavano il tessuto cicatriziale.
“Tu ha combattuto... e ha vinto.”
“Sì... portandomi a casa anche un premio.”
Shan-Pu osservò Akane in silenzio per qualche istante, osservandone l’espressione triste.  Nonostante l’idea comune a tutti, Shan-Pu non era idiota. E più di tutti, forse, poteva capire cosa potesse voler dire quella cicatrice per Akane... perché lei per prima, anni addietro, gliel’avrebbe fatta volentieri. Non ne andava fiera ormai ma, all’epoca in cui la lotta per la conquista di Ranma era ancora all’ordine del giorno, la cinesina avrebbe sfigurato con piacere le sue avversarie; e ovviamente Akane era la prima della lista. Perché tutti in fondo sapevano per chi di loro Ranma avrebbe dato la vita, chi di loro era la ragazza che guardava di nascosto quando lei non se ne accorgeva, quella per cui batteva il suo cuore.
Shan-Pu in fondo l’aveva sempre saputo. E per questo, più di Ukyo e Kodachi, avrebbe voluto lasciarle un marchio indelebile sul viso.
“Io... devo scusarmi con te, Akane.”
Quest’ultima sgranò gli occhi. È la giornata mondiale delle scuse nei miei confronti?
“Perché dovresti?”
“Perché so che tu ha sempre avuto problemi di autostima, grazie a commenti stupidi di Ranma e noi ex-pretendenti” rispose Shan-Pu, nel suo giapponese stentato “e perché in passato... avrei voluto farti io cicatrice. Perché Ranma ti amava, e credevo che con cicatrice lui non ti avrebbe guardata più. Mi dispiace.”
"Ma alla fine non l'hai fatto. Non per mancanza di tentativi, c'è da dirlo, ma questa simpaticheria non è colpa tua. Non carichiamoci di pesi che non ci competono, bastano quelli reali. Il discorso, per quanto mi riguarda, è chiuso".
"Ma Akane, io...".
"Tu niente, Shan-Pu. Te lo ripeto, questa cicatrice non me l'hai fatta tu. Me l'hanno fatta quelle deliziose vecchiette delle tue compaesane. Non metto in dubbio che, un paio d'anni fa, saresti stata contenta di vedermi così. Esattamente come non metto in dubbio che adesso non lo sia. Insomma, finitela di farmi sentire come la martire di Nerima che è solo in diritto di ricevere panegirici di scuse e frotte di gente che si getta ai suoi piedi implorando pietà. Cosa credi, che io non abbia mai desiderato metterti a tacere... anche in maniera definitiva? Che non abbia mai voluto ricacciare in gola a Ukyo tutti gli sgarbi che mi faceva quotidianamente, magari assieme ai denti? Che non abbia mai voluto strozzare Kodachi con il suo stesso nastro? A mia discolpa posso dire che sono state reazioni di fronte ai vostri atteggiamenti non proprio amichevoli, ma questo non fa di me una persona migliore di voi. Ora però quei giorni sono alle nostre spalle e, ve lo chiedo con gentilezza, sarebbe carino se lì rimanessero. Ci siamo scusate in lungo e in largo e così può bastare, direi".
Ci fu un breve attimo di silenzio fra le due che si guardavano, la serenità di Akane e la leggera malinconia di Shan-Pu. Poi quest'ultima lasciò che le sue labbra si increspassero in un lieve sorriso di comprensione e fece un cenno affermativo con la testa, mostrando di approvare il discorso.
"Bene, sono contenta di vedere che sei d'accordo. Ora su, andiamo a recuperare gli abiti della tua anatra". E riprese a camminare, seguita a breve distanza da una ancora meditabonda Shan-Pu.
“Shan-Pu... i miei vestiti... e potevi evitare di raccontare al mondo del mio alzabandiera, già che c’eri...”
Nel frattempo la suddetta anatra era ancora rannicchiata in un angolo del bagno, in attesa, cercando di coprirsi le pudenda alla meglio.

“Ma che diamine...”
All’ennesima svolta a sinistra, Ryoga capì che si era perso. Di nuovo.
Stupido io che mi avventuro da solo alla ricerca di Ukyo...
Si guardò attorno, chiedendosi come avesse fatto a materializzarsi magicamente in giardino, quando solo pochi secondi fa era in salotto che cercava di spiegare al signor Tendo e al signor Saotome che no, lui e Ranma non avevano una tresca e non stavano usando Akane e Ukyo come copertura.
Riconobbe il dojo da lontano e tirò un sospiro di sollievo: era praticamente il suo unico punto fermo in casa Tendo - insieme alla camera di Akane, ma ormai era storia antica; ricordava che dal dojo c’era un piccolo passaggio che portava direttamente in casa, non poteva proprio sbagliare... finché non si trovò di fronte all’altra entrata di casa Tendo.
Sospirò cercando di rimanere molto zen, ma internamente fece cadere parecchie figure dal regno celeste dei Kami. Velocemente diede le spalle al portone e tornò verso la palestra, reprimendo la vocina malefica che gli diceva di uscire, costeggiare il muro e dirigersi all’altra entrata; se l’avesse fatto, addio Nerima, è stato bello vivere qui.
Il rumore del portone che si chiudeva alle sue spalle attirò la sua attenzione.
“Ryoga.”
...quella voce.
No, impossibile. Non poteva essere lei.
Si voltò.
E invece era proprio lì, davanti a lui.
“...Akari?”
"Ryoga, era da un po' che non ci si vedeva. Ti trovo bene". Fece qualche passo nella sua direzione, con il suo solito fare composto.
Va bene, che cacchio ci fa Akari qui? Non ne sono troppo sicuro, ma da quel che ricordo nemmeno sa dov'è il dojo dei Tendo. E se lo sa non gliel'ho di certo detto io.
Non sapeva spiegarsi come potesse ricordarselo, ma riconobbe il suo vestito leggero come quello che indossava durante una delle ultime occasioni in cui si erano ritrovati faccia a faccia. Quella volta al lago, con la statua. Niente cappello però.
Avanzava lenta, verrebbe da dire quasi... signorile. Sorrideva. Aveva le mani dietro la schiena e sembrava molto contenta di reincontrarlo dopo tutto quel tempo. Si parlava di quanto, oramai? Due anni abbondanti, magari quasi tre.
"A-Akari... che ci fai tu qui?". Si sentiva strano. Non capiva perché, né tantomeno cosa fosse esattamente. E più lei si avvicinava, più quel suo soqquadro indefinito aumentava.
Cavolo ti succede, Hibiki?
"Beh, neanche mi saluti?" cinguettò lei piegando un pochino la testa di lato quando gli arrivò a poco meno di un metro di distanza. "Mi sei mancato, Ryoga. Davvero molto".
"Ti... ti sono mancato?".
"Certo che mi sei mancato. Come avrei potuto dimenticare tutti gli splendidi momenti che abbiamo passato assieme?".
Per un istante, solo per un istante, nella mente dell'uomomaialino balenò la possibilità che fosse sotto attacco amazzone. Però il vederla così quieta, così amichevole, senza il minimo cenno di ostilità... se era un'illusione stava facendo un eccellente lavoro. E, a sentire i resoconti degli altri, i loro incubi personali non si erano presi la briga di essere verosimiglianti, al punto che la finta Akane vista da Ukyo non aveva nemmeno la cicatrice.
Questa Akari, invece, non gli dava per nulla l'impressione di essere finta. Anche in quel momento, mentre si era fermato a riflettere su tutto questo, lei continuava a non mostrare nulla che potesse farlo sospettare. Era sempre ferma di fronte a lui, calma e raggiante.
No, dev'essere la vera Akari. Non mi spiego com'è arrivata qui, proprio non ci riesco, ma è lei.
"Sì, in effetti siamo stati molto bene assieme io e te...".
"E allora perché mi hai abbandonata?".
Mai stilettata al cuore fu detta in tono più dolce.
Cercò di formulare una risposta, ma tutto ciò che ottenne fu un balbettio indefinito; lo sguardo da cucciolo abbandonato di Akari indubbiamente non aiutava.
E probabilmente è così che si sente, pensò Ryoga: da quando si erano conosciuti, scriversi era stato l’unico modo in cui potersi tenere in contatto. Ma ora che Ryoga era tornato stabilmente a Nerima, beh... aveva dimenticato quella vecchia, seppur piacevole, abitudine. A sua difesa andava detto che l’essersi ritrovato i vecchi equilibri tutti sconvolti - nonchè l’essersi preso una bella sbandata per Ukyo Kuonji non aveva certo contribuito a ricordargli quel dettaglio. E tuttavia...
...ho dimenticato Akari. L’ho totalmente scordata. Ero così preso dalla mia disperazione e il cercare di rimettermi in carreggiata, che mi è passata totalmente dalla mente l’idea di contattare Akari. E spiegare.
“A-Akari, io...”
La ragazza sorrise e inclinò la testa da un lato, interrogativa.
Kami, e ora che faccio? Qualunque cosa possa dirle rischio di distruggerla...
“Akari... m-mi dispiace non essermi fatto vivo prima... s-sai ormami mi sono stabilito qui a Nerima e...”
“Davvero...?”
“S-sì... e... e insomma sai, dovevo trovare un lavoro, un posto dove stare...”
“Che bello! Allora adesso hai una casa tutta per te?”
Lo sguardo speranzoso negli occhi di Akari fu un pugno dritto in faccia.
Non posso farle questo, non posso...
“Magari qualche volta posso venire a trovarti” cinguettò lei, avvicinandosi di qualche passo, “sai mi sei... mi sei davvero mancato...”
Ryoga si sentì morire.
Non poteva dirle la verità, le avrebbe spezzato il cuore: Akari era una ragazza incredibilmente dolce e premurosa che teneva tantissimo a lui, ed in tempi ormai remoti aveva accolto con entusiasmo persino la sua maledizione. Con che coraggio avrebbe dovuto rivelarle che se non si era più fatto vivo era perché... si era innamorato di un’altra?
“Ryoga?”
Alzò gli occhi verso di lei e incontrò i suoi, grandi e colmi di speranza.
...non posso mentirle.
La paura di rivelarle la verità, della sua reazione, era enorme e soverchiante. Sapeva che l’avrebbe ferita ma non era corretto nasconderle una verità tanto grande sperando solo che un giorno Akari si dimenticasse di lui. Non era giusto per lei... e nemmeno per Ukyo.
“Akari io... devo dirti una cosa.”
"Dirmi una cosa? E che cosa? No no, aspetta, lasciami indovinare". Oh santi numi, non metterti a fare giochini idioti con quella faccia entusiasta. Serve solo a spezzarti il cuore con un boato più grande.
"Akari, ascolta...".
Lei non gli diede retta. Cominciò a saltellare tutta felice, immaginandosi chissà quale bella notizia.
Perfetto. Devo distruggere le balzane idee di questo piccolo angelo. Vi divertite proprio con me, vero voialtri infami che state lassù da qualche parte?
"Hai... finalmente hai trovato un modo per sopperire a quel tuo maledetto senso dell'orientamento!".
"Ti prego, fermati e stammi a sentire...".
"Oppure... oppure hai vinto alla lotteria e adesso puoi permetterti tutto quello che hai sempre desiderato comprare!".
"Akari...".
"Oh sì, dev'essere di certo così. Ma è una cosa meravigliosa, Ryoga! Sono tanto contenta per te!".
"Akari! Ti prego, fermati".
"Che... che c'è? Quello sguardo duro... mi spaventa. Non mi vorrai mica far credere che... è una cattiva notizia?".
"Purtroppo sì, lo è. Non ti farà piacere, proprio per niente. E ti scongiuro di credermi quando ti dico che niente di quel che è successo è stato perché volevo farti del male. Non te lo meriti. Il fatto è che...".
A lei scomparve il buonumore. Akari Unryu era una ragazza solare e allegra, ma non abbastanza stupida da capire quando il vento cambiava direzione e si stava per affrontare un argomento impegnativo. Naturalmente interruppe i saltelli e prese ad osservarlo, vorace di togliersi il dente che faceva male.
"Akari... io... amo un'altra".
“Tu... tu cosa...”
“T-ti giuro che non era una cosa prevista” balbettò lui, cercando di dare senso al bailamme di risposte che gli vorticavano in testa, “è... è successo tutto per caso e...”
“Lei... chi è lei?” chiese Akari, ormai prossima al pianto.
Non farmi questo, ti prego...
“È... è una ragazza che ho conosciuto parecchio tempo fa... non andavamo nemmeno d’accordo all’inizio, ma poi...”
“Poi... poi vi siete... piaciuti?”
“Akari ti prego... è difficile da spiegare, e lungo...”
“Ho tutto il tempo del mondo” rispose lei, risoluta nonostante le lacrime che le rigavano il viso “oltre ad avere il diritto di sapere.”
“Perché vuoi farti del male in questo modo...”
“Veramente sei tu che mi stai facendo del male, Ryoga. Abbi almeno il coraggio di affrontarmi e dirmi la verità.”
Ryoga guardò Akari in silenzio, sorpreso da tanta fermezza. La verità era che stava morendo dalla paura: aveva paura di affrontare Akari, di spezzarle il cuore, di ammettere quell’errore madornale che per lui si era rivelata la migliore delle scelte - ma per lei era come un macigno in testa. In tutta la sua vita Ryoga aveva affrontato temibili avversari e guardato la morte in faccia più volte... eppure non aveva mai provato tanta paura come in quell’istante. Perché alla morte non c’è rimedio, ma a diciotto anni sei convinto che un cuore spezzato non tornerà mai integro. E per alcuni, l’aver spezzato un cuore è una colpa terribile con cui dover convivere.
Però... non posso tirarmi indietro. Glielo devo.
Inspirò e guardò Akari, che in silenzio attendeva le sue risposte.
“È difficile spiegare come... come è successo” disse Ryoga, deciso a non nasconderle nulla.
“Provaci.”
“Vedi io... quando io e te ci siamo conosciuti avevo già una cotta per un’altra... non fraintendermi, tu mi piacevi davvero e non ho mai mentito sui miei sentimenti! Solo... avevo sedici anni e lei era un amore non corrisposto, anche se faticavo ad accettarlo... e non avevo mai avuto una ragazza sinceramente interessata a me...”
“E quindi hai tenuto il piede in due scarpe...” rispose lei, giustamente stizzita.
Ryoga incassò il colpo in silenzio e proseguì: “Non era mia intenzione fare il doppiogiochista... ma non riuscivo a scegliere. Ma alla fine il fato ha deciso per me, e quando un anno fa sono tornato per caso a Nerima ho trovato diverse cose cambiate... tra cui lei ormai ufficialmente fidanzata.”
“Io... io la conosco?” chiese Akari.
“Sì, credo tu abbia conosciuto Akane...”
“Akane... Tendo? Non era fidanzata con Ranma Saotome?”
“Già” rispose lui con un sorriso amaro sulle labbra, “nonostante litigassero come pazzi quei due si amavano altrettando pazzamente... e alla fine lo hanno ammesso, con loro stessi in primis. Quando l’ho scoperto ero... ero a pezzi. Inoltre non avevo tue notizie da tanto, e nella disperazione del momento ho creduto che lasciarti andare e sperare che tu riuscissi a dimenticarmi fosse la cosa migliore” continuò, “non che questo mi giustifichi in alcun modo...”
Lo sguardo di Akari era una silenziosa conferma che no, non lo giustificava.
Ryoga sospirò e proseguì: “È stato in quel momento che ho rivisto lei... e prima che tu lo chieda no, non la conosci. Ci siamo aiutati a vicenda, anche lei non usciva da un bel periodo... e alla fine ci siamo... innamorati.”
Rimase in silenzio per qualche istante, riempito solo dai singhiozzi di Akari.
“Io... mi dispiace” balbettò Ryoga, abbassando lo sguardo “non volevo ferirti, davvero. La colpa è mia, avrei dovuto affrontare la questione tempo fa... ma la verità è che sono un maledetto codardo. Perdonami se puoi...”
Quando sollevò il viso, Akari non c’era più.

Mentre tutti si ammassavano attorno a Shan-Pu rediviva, Ukyo continuava a guardarsi attorno alla ricerca di una familiare bandana gialla.
Sbuffò cercando inutilmente di calmarsi.
Probabilmente tocca a lui e sarà nel bel mezzo della lotta, e tu non puoi farci un bel niente.
Dato che della cinesina poco le importava, si alzò e andò a fare quattro passi in giardino, dirigendosi verso il dojo; intendiamoci, era contenta che la ragazza si fosse ripresa... ma sarebbe stata molto più felice di veder tornare integro Ryoga.
E qualche Kami, lassù, doveva essersi affezionato a lei.
“Ukyo...”
Si voltò e lì, vicino l’altro cancello di casa Tendo, c’era Ryoga ad aspettarla. Illeso, senza neanche un graffio, ma un’espressione distrutta in volto.
“Ryoga” Stai bene?!”
“Ukyo noi... dobbiamo parlare.”
"Certo che dobbiamo parlare. Chissà cos'hai attraversato, povero tesoro".
"No, dobbiamo parlare. Di cose più serie".
"Ryoga, cos'è quella faccia da condannato a morte? Che ti è successo? Mi stai preoccupando".
"Per favore no, non toccarmi".
"Santoddio, piantala! Mi stai mettendo seriamente in apprensione".
"Dopo quel che ti dirò l'apprensione sarà l'ultimo dei tuoi problemi, fidati".
"Ok. Tono funereo, sguardo di uno che vuole morire male, postura da gobbo. Dimmi cosa è successo".
Raccolse fiato e coraggio. Era una delle prove più ardue a cui era mai stato sottoposto in tutta la propria vita, e come si sa non aveva avuto una vita esattamente facile. Gli occhi della ragazza di fronte a lui, la sua fidanzata, la ragazza che amava... quegli occhi lo imploravano di parlare.
E sapeva fin troppo bene che non sarebbe stata contenta di quel che aveva da dirle. Tutt'altro. Anzi, se avesse deciso di mollarlo non avrebbe potuto fargliene una colpa neanche volendo. Lui si sarebbe mollato.
"Ukyo, io...".
"Coraggio Ryoga, non ho tutto il giorno. Cavati il dente e chiudiamola qui. Tanto, qualunque cosa possa essere, sono sicura che non sia il disastro che ti immagini".
"Ah davvero? Neanche se ti dicessi che io...".
"Che tu?".
"Che io... fino a poco tempo fa... avevo una mezza storia con un'altra?".
Lei non reagì nel modo che si aspettava. Sorrise. E non un sorriso dolce, che comunque era perfettamente in grado di elargire. No, quello era un Sorriso Kuonji™. Di quelli che puntualmente sapevano far gelare il sangue nelle vene di Ryoga.
"Parli di Akari, giusto? Beh, non mi dici nulla di nuovo. Avevo intuito una cosa simile".
L'uomomaialino si sentì... sfidato?
Fai la donna tutta d'un pezzo, eh. Bene, vediamo se con questo riesco a scardinarti.
"Allora fammi dire quello che non sai. Cioè che, per esempio, non l'ho mai lasciata definitivamente e che quella poveretta, là fuori, mi sta ancora aspettando convinta che prima o poi il suo adorato porco nero tornerà da lei, le darà tanti figli e sarà il suo compagno fino alla vecchiaia".
"Oh" commentò lei. In effetti sì, era riuscito a prenderla in contropiede.
Calò il silenzio. Ryoga si sentiva troppo imbarazzato, viscido e sporco per trovare il fegato di spiccicare anche solo mezza parola; Ukyo, al contrario, si sentiva ingannata e anche piuttosto incazzata.
"Quindi mi stai dicendo che... Akari crede ancora che tu e lei stiate assieme?".
"Esatto, sì. Non ho mai potuto... voluto tagliare del tutto i ponti con lei, Un po' per la mia notoria incapacità di raggiungere un posto, in questo caso la sua fattoria, e un po' perché non volevo darle un simile, enorme dispiacere".
"Ryoga, se devo essere onesta di Akari mi interessa poco e nulla. Cioè, mi spiace per lei. Ma quel che davvero mi urta è altro".
"E cosa?".
"Certo che sei proprio stupido se devo spiegartelo io. Ryoga, con questo tuo comportamento... mi hai dimostrato che di te non ci si può fidare".
Detto questo gli voltò le spalle e andò via.
Ryoga, per la seconda volta in meno di un’ora, desiderò solo morire.

Quando si accorse del ritorno dell’eterno disperso, Ranma era intento a divorare gli avanzi dell’ennesima merenda preparata da Kasumi.
“Ranma...”
“P-Chan! Dov’eri finito?” trillò, ingoiando velocemente un paio di biscotti.
“Ecco, uh... toccava a me...”
Ranma non rispose, d’altronde sapeva bene il significato di quella frase; si limitò a sorridere e dare una vigorosa pacca sulla spalla dell’amico: “Beh, sono contento di vedere che sei tornato tutto intero e senza un graffio!”
“Eh... fa piacere sapere che almeno a qualcuno importa di me, anche tu mi vai bene...”
“Grazie della considerazione, maiale.”
“Scusa è che... le cose non sono andate esattamente come credevo...”
...ahia. Cosa mi nascondi, porcellino?
“Ryoga, qualcosa non va?”
“La mia prova... era Akari.”
Non ci voleva un genio per capire cosa quelle parole implicassero, se si conosceva bene Ryoga. E Ranma poteva vantarsi di conoscerlo meglio di chiunque altro, là in mezzo.
“Immagino sia stato... difficile...”
“Non immagini quanto” rispose l’altro, senza nemmeno guardarlo negli occhi. “Mi sono reso conto di aver... di aver combinato un casino dietro l’altro. Ho continuato a vivere nella menzogna senza mai...”
Ranma non parlò, ma gli fece cenno di proseguire.
“...senza mai dire ad Akari che mi ero innamorato di un’altra.”
Oh...
“E quel che è peggio è... che poco fa ho confessato tutto ad Ukyo. E lei ha giustamente detto che di me non ci si può fidare.”
Oh... cacchio.
Ryoga si lasciò andare su uno sgabello della cucina, le mani tra i capelli e la disperazione in volto; Ranma dal canto suo non aveva idea di come aiutarlo. E avrebbe voluto, davvero, ma temeva di fare più danni che altro. Senza contare che una delle sue primarie fonti di saggezza era ora parte in causa.
Maledizione! Se questi due rompono giuro che avrò un altro motivo per radere al suolo Joketsuzoku!
“Se... se Ukyo mi lasciasse io... io morirei di dolore. O mi farei uccidere da te con un Hiryu Shoten-ha..”
Oh santissimi Kami nell’alto dei cieli, dove diamine è la papera Stranamore quando serve...

“Ukyo sei... sicura di star bene?”
“Certo, perché non dovrei?”
“Magari perché ti sei intromessa nella nostra partita a shogi” borbottò Genma, “e stai lasciando i segni sulla tavola, vista la forza con cui li poggi e...”
Ukyo ringhiò.
“...non che sia un problema, assolutamente.”
"No, certo che non è un problema" intervenne Soun, accigliato "ma ti devo lo stesso chiedere se puoi evitare. Questi pezzi sono stati usati da Yoshio Kimura nel 1937 per diventare meijin e sono molto preziosi".
"Quel maledetto cretino fanfarone bugiardo di 'stocazzo" fu l'eloquente risposta di Ukyo all'accorato appello del capofamiglia Tendo. Per quel che le importava quella tavola di shogi poteva essere fatta in oro massiccio e l'avrebbe torturata comunque, nervosa com'era.
"Ukyo, per favore. Smettila".
"Se scopro che ha fatto lo stesso con me altro che amazzoni, lo sventro io e uso il suo intestino come condimento per le okonomiyaki. Bastardo".
"Santa ragazza, me le rovini. Ti prego basta".
"Non dire niente a quella povera disgraziata di Akari. Non dirle che si era messo con me. Per quel che ne posso sapere ne ha un'altra... ne ha una fila intera sparsa da qualche parte per il paese.  Dongiovanni da strapazzo".
All'ennesima supplica caduta nel dimenticatoio Soun non trovò niente di meglio che accompagnare educatamente la ragazza alla porta, scusandosi per la scortesia. Lei lo lasciò fare non reagendo in alcun modo, troppo presa dai propri problemi sentimentali.
Solo dopo un paio di minuti si accorse di essere nel corridoio, da sola. Non smise di sussurrare a se stessa minacce di indicibili orrori per il suo fidanzato... che stava seriamente considerando di scaricare.
Una parte del suo cervello, in quel momento barricata per difendersi dall'onda emozionale preponderante, le diceva che ok, Ryoga non si era comportato bene con Akari ma che almeno il beneficio del dubbio se lo meritava, riguardo l'eventualità che si fosse comportato con lei allo stesso modo. Manco a dirlo era una voce flebile e in quel momento totalmente ignorata.
Prese a camminare senza meta.
E io che sono stata male da morire per quello stronzo.
STONK.
Incocciò contro qualcosa o qualcuno. Cadde all'indietro, battendo sonoramente il sedere sul il parquet.
"Ahio!" dissero lei e la persona contro cui aveva sbattuto, all'unisono.
Alzò la testa.
Era Mousse. Purtroppo vestito.

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Capitolo 13
*** M'ama, non m'ama, lo mollo, non lo mollo... ***


“Oh, Ukyo! Tutto ok? Mi sembri nervosa.”
Davanti a lei, Mousse.
Ma in realtà era come se non lo vedesse.
“Ukyo, ci sei?” insistette lui, “Ormai dovrebbe toccare a Ryoga, no?”
Ryoga.
Il ragazzo aveva involontariamente detto la parola magica.
“Ryoga…”
“Sì, Ryoga. Sai, quello che si perde sempre…”
“Siete tutti uguali.”
“Uh? Io non direi, lo supero pure in altezza…”
“Voi uomini… SIETE TUTTI UGUALI!”

L’ultima cosa che udirono fu un urlo terrorizzato che ricordava una papera starnazzante.

“Ma che…?”
Ranma e Ryoga si affacciarono dalla cucina nel tentativo di capire la fonte di quel rumore… e si videro correre incontro Mousse terrorizzato. Alle sue spalle, Ukyo lo inseguiva brandendo la sua spatola.
“AIUTOFERMATIUKYOCOSATIHOFATTO!”
Mousse fece appena in tempo a nascondersi dietro Ranma che vide la spatola a pochi centimetri dalla sua testa.
“U-Ucchan! Che ti prende!” balbettò Ranma, indietreggiando insieme a Mousse.
“Voi uomini. Siete tutti uguali. E IO VI ODIO!” urlò, facendo roteare la spatola. Ranma riuscì a bloccarla appena in tempo, prima che qualcuno si facesse male sul serio, per poi disarmare la ragazza.
“Ucchan! Datti una calmata!”
“Non posso calmarmi!” urlò lei, lasciandosi cadere in ginocchio. “È colpa sua! Tutta colpa sua!” ringhiò, per poi scoppiare a piangere.

Ryoga dal canto suo non disse nulla, né osò avvicinarsi a lei, sentendosi colpevole di tutto questo.
Ranma alzò gli occhi al cielo, per poi rivolgersi a Mousse.
“Vedi? Sei arrivato giusto in tempo, ci servivi proprio tu a farci da consulente.”
“...io non parlo con Ukyo finché non le nascondete la spatola” replicò il cinese, giustamente preoccupato.

Ranma sospirò di nuovo, prevedendo ulteriori casini a quelli già in corso. E quando mai, d’altronde. Chi si aspettava l’ennesima crisi isterica di Ukyo Kuonji.
Con questi pensieri sarcastici in testa, Ranma si premurò di raccogliere l’arma contundente che solo pochi attimi prima aveva fatto cadere alla sua proprietaria. La mostrò a Mousse, a conferma che almeno quella era stata neutralizzata con successo.
“Così va meglio” disse Mousse, un poco sollevato dallo sviluppo positivo “E adesso spiegami cosa intendevi con quel farci da consulente”.
“Vedi, nel caso tu non lo sappia ti comunico ufficialmente che il qui presente Ryoga ha affrontato la sua prova e ora manca solo il tuo supplemento. Il problema è che, nonostante ne sia uscito fisicamente integro, lo stesso non si può proprio dire della sua relazione con Ukyo. Il signorino, difatti, si era… diciamo dimenticato, per voler usare un eufemismo, di una sua ingarbugliata situazione pseudo-sentimentale prima di mettersi con lei. E questa è tornata prepotentemente, cortesia delle tue compaesane, per mordergli il sedere con violenza. Il risultato è questo piccolo sbrocco”.
“Quindi mi stai dicendo che ora Ukyo odia l’intero genere maschile… per colpa sua?”. Se il momento non fosse stato delicato, Ranma avrebbe giurato di cogliere una nota ironica nella domanda. Si disse che aveva equivocato.
“Eh sì, è così”.
“E allora, di grazia, cosa posso fare io se ai suoi occhi appaio come un nemico solo per via di quello che ho in mezzo alle gambe?”.
Ranma non commentò la volgarità, limitandosi a constatare fra sé e sé che il quesito era pertinente. Non poteva dirlo con certezza, ma Ukyo Kuonji in quell’esatto istante avrebbe probabilmente fatto carte false per entrare in qualche tribù di donne mangiauomini.
Al contrario della crisi precedente, dove perlomeno non faceva distinzioni e si sentiva inferiore e indegna di esistere di fronte a chiunque, lì il suo malessere era ben direzionato verso una categoria precisa. Di cui Mousse, ahilui, faceva parte.
Per lo stesso ragionamento si trovò a pensare che nemmeno lui poteva far granché per aiutare la sua migliore amica, che stava continuando a innaffiare il pavimento. Figurati Ryoga, che era la causa prima di quel casino.
No, noi tre abbiamo le mani legate. Dobbiamo aggirare il problema.
E la sua boa di aggiramento fece capolino da dietro l’angolo.
“Ah, eccovi qui finalmente. Vi avevamo persi di vista e…” disse Akane, fiancheggiata da Shan-Pu, quando li vide. Salvo bloccarsi istantaneamente non appena i suoi occhi si posarono sulla figura strepitante di Ukyo, ancora prostrata in ginocchio.
“Che succede?” chiese allarmata, avvicinandosi a lei per confortarla. E venendo intercettata dal suo fidanzato, che provvide ad allontanarla per spiegarle.
“Quanto ti devo dire?”.
“Io ero rimasta a quando si è scusata con me. Saranno passati… toh, tre quarti d’ora al massimo”.
“Allora immagino tu sia all’oscuro delle ultime novità. Ryoga ha affrontato la sua prova…”.
“Uh. E questo cosa c’entra, nello specifico? Perché è lei che sta piangendo come un vitello?”.
“Perché la prova di Ryoga era Akari”.
Silenzio. Akane stava cercando di collegare i pezzi nella sua testa.
“Aspetta, fammi indovinare… quello scemo non le ha detto nulla, del fatto che si era messo con Ukyo?”.
“Bingo. Akari è ancora là fuori, convinta che prima o poi lui tornerà da lei come fidanzato prima e marito poi”.
“Santo cielo, che frittata. Anche se ancora mi sfugge perché è lei a star subendo maggiormente la cosa...”.
“Fidati, lui non sta affatto bene ora. Però… boh, si dev’essere sentita tradita e ferita, finendo con il proiettare le sue colpe sulla nostra razza al gran completo. Non credo di averle mai sentito urlare Voi uomini, vi odio! con tutto quel vigore”.
“Ukyo l’Amazzone. Mi fa un po’ senso, lo ammetto”.
“E qui entri tu”.
“Io? Che c’entro io?”.
“Beh, se vuoi che quei due rompano puoi tranquillamente fregartene. Personalmente è l’ultima cosa che voglio, ma a causa del mio sesso sono nella posizione più scomoda per potermi muovere. Tu invece sei avvantaggiata”.
Eh sì, Ranma ha ragione. Se ora disprezza tutti gli uomini in quanto tali… le opzioni sono poche: io e Shan-Pu, in sostanza. E per quanto non voglia parlar male di lei, non sono sicura che sarebbe la scelta migliore.
Ho idea che mi tocchi, già. Ma è anche giusto così, da una parte: Ukyo ha fatto tanto per me e per tutti noi, nessuno di noi dovrebbe scocciarsi all’idea di poter ricambiare. Si merita questo ed altro.
Sospirò prima di avvicinarsi con cautela alla sua amica.
“Ukyo… ehi, Ukyo” sussurrò, scuotendola gentilmente. “Dai, alzati e andiamo nella mia stanza a calmarci, hm?”
La cuoca non rispose, limitandosi a mugugnare qualcosa di simile a un sì e lasciandosi guidare verso le scale.
Gli altri guardarono la scena in silenzio, per poi voltarsi verso Ryoga; quest’ultimo, imbarazzato e pieno di vergogna, cercò istintivamente di fuggire, ma venne prontamente intercettato da Ranma.
“Dove vai, maialino?” commentò, placcandolo. “Se metti piede fuori di casa poi non ti troviamo più!”
“È quello che voglio!” pigolò Ryoga, dimenandosi.
“Oh per favore, taci” sbuffò Ranma, trascinandolo di peso nella sua stanza. “Mousse, vieni anche tu! Mi serve consulenza seria!”
Il cinese sospirò e si affrettò a seguirli.
 

“Allora, ti sei calmata?”
Ukyo non rispose, limitandosi a fare un cenno con la testa. Akane l’aveva fatta accomodare sul suo letto, e finalmente era riuscita a farla smettere di piangere; Shan-Pu osservava la scena seduta per terra.

“Avanti, adesso parla.” la incitò Akane.
“Cosa vuoi che ti dica” mugugnò Ukyo, “Ryoga è come tutti gli uomini, e gli uomini sono bastardi schifosi e traditori.”
“Suvvia, adesso non ti sembra di generalizzare?”
“Tu dicevi a Ranma le stesse cose, non molto tempo fa.”
Akane rimase in silenzio per qualche secondo, piuttosto seccata da quel rimarco, poi restituì la gentilezza: “Ma evidentemente io ho imparato dai miei errori.”

Ukyo non rispose, un po’ stizzita da quella risposta, ma non negò.
“Ascoltami” proseguì Akane, con un tono più dolce, “Ryoga ha commesso un errore. Un enorme, gigantesco, madornale errore. Su questo siamo tutti d’accordo e nessuno sta negando le sue colpe, lui per primo. Mi rendo conto che stai male e ne hai tutte le ragioni, ma… piuttosto che strepitare e decapitare poveri cinesi innocenti” commentò, riferendosi al povero Mousse, “perché non provi invece a parlarne con Ryoga?”
“E a che servirebbe?” rispose Ukyo, tenendo lo sguardo basso, “La frittata ormai è fatta, non c’è nulla da sistemare…” concluse. “Non che io voglia” si affrettò ad aggiungere.
“Ne sei certa?” insistette Akane, prendendo quel’ultima affermazione più come ripicca che per reale intenzione a voler lasciare le cose come stavano, “A me Ryoga sembra sinceramente dispiaciuto, e se lo conosco bene sono sicura che tutto questo casino è stato del tutto involontario.”
“Come fai a dirlo? Magari la sua timidezza era tutta una farsa, così come il suo senso dell’orientamento inesistente. Anzi, magari quella di perdersi è una scusa per andare a trovare tutte le sue donne e mantenere il segreto con tutte loro!”
Akane la guardò sbigottita, ma da dove se l’era tirata fuori un’idea così ridicola?

“Ma ti senti? Ti rendi conto di cosa stai dicendo?”
Ukyo e Akane si voltarono verso Shan-Pu, che aveva improvvisamente deciso di dire la sua.
“Stai parlando di Ryoga. Ryoga l’uomo-maiale. Ryoga che non ha mai detto ad Akane che la amava o che muore di imbarazzo davanti a Ranmachan. Ryoga che è essere più timido di tutto Giappone! Davvero credi che uno come lui è capace di mettere su tua idea stupida?”
Ukyo fece tanto d’occhi davanti al ragionamento di Shan-Pu, che tutto sommato non faceva una piega; Akane, altrettanto stupita, si limitò ad annuire: aveva espresso esattamente il suo pensiero, ma con meno tatto e meno grammatica.
“Ma tu hai deciso di uscire dal letargo solo per psicanalizzarmi?” rispose Ukyo, ancora stupita. Shan-Pu si limitò a fare un sorrisetto beffardo, tipico di chi sa di aver ragione.
“In ogni caso ha detto la verità” disse Akane, “Ryoga non sarebbe mai capace di una cosa simile, è troppo complessa… diciamoci la verità, Ryoga è un caro ragazzo ma è… una mente semplice.”
“Anche Ranma non scherza…” commentò Ukyo, e Akane dovette concordare.

“Nostri uomini non sono esempi d’intelligenza” concluse Shan-Pu. “Anche se Mu-Si a volte ha grandi intuizioni” corresse il tiro, e anche lì le due ragazze concordarono con la cinese.
“Insomma Ukyo… vuoi provare a parlare con Ryoga, sì o no?”
Ukyo non rispose ad Akane, limitandosi a tenere lo sguardo basso.

Era incavolata? Diamine, sì.
Voleva spaccare la faccia a Ryoga? Oh, sì, e guai a chi si fosse messo in mezzo.
Voleva concedergli una seconda occasione per chiarire?... sì.
Fece un cenno d’assenso con la testa, bofonchiando parole incomprensibili. Ma a giudicare dall’abbraccio in cui si era ritrovata, Akane doveva averlo preso per un sì.

“E ora che facciamo?”
Akane era sparita con Ukyo da almeno venti minuti, e in quel lasso di tempo Ryoga era rimasto fermo in un angolo a piangersi addosso. A nulla erano valse le provocazioni di Ranma, con insulti mirati solo ed esclusivamente a scuoterlo e farlo reagire: si era limitato a rispondere con un fiacco “Hai perfettamente ragione” deprimendosi ancora di più.
“Così non è divertente, però” commentò il codinato a mezza voce, un po’ per cercare ancora una volta di dargli una smossa e un po’ perché davvero così si perdeva tutto il mordente. Come risposta ebbe un grugnito.
“Avanti Ryoga” si intromise Mousse, piuttosto energico “non puoi rimanere lì come uno zerbino intristito per il resto della tua vita”.
“Non vedo perché no”.
“Ma santo pangasio, perché non puoi. Ti pare un comportamento utile?”.
“Forse no, e sai cosa? Non me ne frega nulla. Anzi, se non fosse che ho troppo spirito di sopravvivenza ora mi starei strozzando con una delle mie fasce”.
Ranma e Mousse rabbrividirono. Perché il tono con cui quest’ultima frase era stata pronunciata… era serio. Mortalmente serio.
“Per favore, non dire mai più una bestialità del genere”.
“Anche se pensassi l’opposto? Perché è come mi sento adesso”.
“Ma insomma, io capisco che per te sia difficile e che ti senta in colpa e che…”.
“No Ranma, tu non capisci. Di danni con Akane ne hai fatti tanti, è vero, ma nessuno così distruttivo come questo. Sono il primo a riconoscermi delle attenuanti, in particolare il fatto che non è stato intenzionale, ma resta il fatto che ho spezzato il cuore di quella poveretta comportandomi come un bugiardo che ha qualcosa da nascondere. Lei ha tutto il diritto di disprezzarmi e di pensare di me le peggio cose. Al suo posto farei lo stesso”.
Ci fu un attimo di silenzio funereo. La faccenda era molto più grave di quanto entrambi i terapisti sospettavano in un primo momento.
“Ryoga, tu… stai pensando di farla finita? Mi riferisco a Ukyo, non intendo darti strani suggerimenti”.
“No Ranma, non voglio. Però… ecco, diciamo che sto cercando di prepararmi psicologicamente alla possibilità che sia lei a rompere fra di noi”.
“Sei troppo tragico, su. Dai ad Akane un po’ di tempo per…”.
“... fare un miracolo? La tua ragazza è un’ottima amica per Ukyo, sicuramente, ma nemmeno lei può riuscire a convincerla”.
“Io non lo credo, invece” intervenne ancora Mousse, che da bravo stratega lasciava il grosso del lavoro agli altri portando solo attacchi mirati “Quelle due ormai si conoscono come le loro tasche e stai pur sicuro che se c’è un modo per farla ritornare su suoi passi, la persona che può trovarlo è lei. Anzi, ci scommetto… uhm, non è che abbia chissà quale patrimonio da scommettere. Ti basta il mio onore?”.
Ranma rise alla mezza battuta, pur approvando in maniera silenziosa le parole ben piazzate del ragazzo cinese. Bisognava che loro due rimanessero ottimisti e propositivi, per quanto lui stesso non fosse convinto al cento per cento delle proprie rassicurazioni.
Però, in tutta onestà, pensava davvero che Ryoga stesse ingigantendo la cosa. È vero, Ukyo era a dir poco furibonda e aveva tutti i motivi di questo mondo per avercela a morte con lui… e nonostante questo non voleva credere appieno all’ipotesi di una rottura. Si volevano troppo bene per non fare almeno un tentativo disperato, e allo stato attuale delle cose il suddetto tentativo poteva venire solo da lei. Lui si stava già fasciando la testa per un impatto che, a ben guardare, neanche c’era ancora stato.
Nel caso peggiore preparatevi, là a Joketsuzoku. Avrete presto visite di qualcuno molto incazzato perché avete separato due dei suoi migliori amici per il vostro crudele godimento di mummie.
Ryoga stava per rispondere a tono a Mousse quando la porta della camera si spalancò.
E l’uomomaialino se la fece addosso, neanche troppo figurativamente: era Ukyo. Sola.
La ragazza squadrò i tre, indicò prima Mousse e poi Ranma e fece loro cenno di smammare.
Ok Hibiki, è venuta a sbranarti e non vuole testimoni. Preparati, è la tua ora finale.
Gli intrusi lasciarono la coppietta in solitudine.
Rimasti soli Ukyo sedette al tavolo, senza scollare gli occhi di dosso a Ryoga; quest’ultimo non sapeva cosa dire o fare, temendo che la ragazza potesse scoppiare come una miccetta alla prima A di troppo. Così si limitò a rimanere in silenzio e non muovere un muscolo.
“Puoi anche sederti, Ryoga. Non ti mangio.”
Se doveva essere del tutto onesto, il tono della ragazza non coincideva del tutto con quanto detto ma, sempre per tener fede al suo proposito di non provocarla, non proferì parola e si sedette di corsa davanti a lei.

Rimasero in silenzio qualche istante, Ukyo probabilmente per raccogliere le idee, Ryoga sempre per arginare i danni; alla fine la ragazza decise di parlare: “Prima che tu possa dire qualsiasi cosa… sono ancora incavolata nera. Non ho intenzione di ucciderti e far sparire il tuo cadavere, né di lasciarti, anche se te lo meriteresti, e per questo sarai in debito con Akane per il resto dei tuoi giorni. Ma” proseguì, “il mio umore è ancora… pessimo, per usare un eufemismo.”
Ryoga si limitò ad annuire, ringraziando silenziosamente tutti i Kami del cielo perché Ukyo aveva deciso di non troncare la loro relazione.

“Sarò sincera…” continuò la ragazza, “io non so come qualcuno possa… dimenticare di avere una… una ragazza? Una compagna? Un flirt? Chiamalo come vuoi, ciò non toglie che non riesco minimamente a concepire come tu possa essere riuscito a dimenticarlo. Dannazione, non parliamo della lista della spesa, parliamo di una persona! Una ragazza come me che aspetta il tuo ritorno, che ti vuole bene e che… che non immagina che tu stai con un’altra.”
Ryoga in quel momento desiderò solo morire.
Forse era meglio troncare, si disse, sarebbe stato meno doloroso. Perché ciò che Ukyo stava dicendo era corretto e sacrosanto, e neanche in un milione di anni avrebbe trovato il modo di giustificare tutto questo.
“Non è ridicolo?” proruppe Ukyo, dopo qualche istante di silenzio. “Mi sento tradita, eppure… ancora una volta, penso ai sentimenti di qualcun altro. Sono veramente stupida.”
“N-non dire così” rispose Ryoga, a bassa voce.
“Che hai detto?”
“Ho detto che non… non sei stupida.”
“E allora come definiresti una che si ritrova in una situazione così ridicola?”

“La definirei una persona meravigliosa… capace di pensare agli altri anche nei momenti peggiori, generosa, e… bella” concluse lui, arrossendo.
“Non è con le lusinghe che sistemerai le cose…” rispose Ukyo, arrossendo a sua volta.
“Lo so, e forse ci vorrà una vita per riconquistare la tua fiducia” proseguì lui, “ma ti giuro su quanto ho di più caro che… che tutto questo non è stato intenzionale. Dannazione, è qualcosa di troppo complicato per uno come me!” protestò, e Ukyo fece tanto d’occhi ripensando al discorso identico fatto da Akane poco prima.
“Non cerco in alcun modo di giustificarmi” disse Ryoga, “ho tutte le colpe di questo mondo per quanto successo. Ma ti giuro… ti giuro che non ho mai, MAI avuto intenzione di ferirti o prenderti in giro. Sul serio.”
Ukyo rimase a fissarlo in silenzio, incerta sulla risposta.
Sapeva di voler far pace, di rivolere quell’imbranato nella sua vita… ma d’altro canto Akari era un dettaglio troppo grosso da ignorare.
“E… con Akari come la metti?”
“Chiarirò con lei non appena questa faccenda delle amazzoni sarà conclusa” promise lui, stavolta guardandola dritto negli occhi. “È giusto che sappia tutto. E lo farò di persona… magari chiederò a Ranma di accompagnarmi, giusto per non perdermi di nuovo.”
A quella precisazione Ukyo non riuscì a trattenere un sorrisetto, che Ryoga ricambiò.

“Non sarà facile rattoppare tutto…” sussurrò lei.
“...ma io ho intenzione di riuscirci.” concluse Ryoga.

 Mentre Ryoga e Ukyo si chiarivano, dalla Cina arrivò un terzo messaggio.

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Capitolo 14
*** DRIIIN DRIIIN, volevo proporle un'offertona... ***


Obaba osservò un secondo la cornetta del telefono prima di riporla.
A quanto pare a casa qualcuno tiene molto alla nostra sopravvivenza. Non sarò io a non ringraziarlo.
Aveva ricevuto altre informazioni direttamente dal centro della rivolta, là a Joketsuzoku. Il suo interlocutore, che non era stata in grado di riconoscere anche per la brevità della comunicazione, aveva ritenuto opportuno metterli al corrente sullo svolgimento della loro temeraria azione sovversiva. E non solo.
Con in mano simili notizie si disse la vetusta donna possiamo forse chiudere una volta per tutte questa storia. Possibilmente senza rimetterci le penne.
Non perse ulteriore tempo e lasciò in fretta e furia il Nekohanten, direzione casa Tendo.

Nella quale casa Tendo, nel frattempo, una coppietta di fidanzati stava affrontando e parzialmente ricucendo la prima grande frattura della loro vita assieme.
Ukyo e Ryoga si stavano guardando in silenzio da qualche minuto, entrambi non particolarmente desiderosi di dire qualcosa. Lui perché, nonostante le parole accomodanti di poco prima, si sentiva ancora mostruosamente in colpa per quanto aveva fatto, o per meglio dire non aveva fatto; lei perché stava ancora facendo internamente a botte con la voglia di rifilargli uno sganassone, prendere il suo corpo incosciente e scaricarlo nella più vicina pattumiera.
Ok, ok. È vero, era arrivata con intenti tutto sommato pacifici e voleva sanare, non distruggere. Però, proprio come gli aveva fatto presente a chiare lettere, era ancora imbufalita e ferita per quanto accaduto e, conoscendosi, non le sarebbe passata istantaneamente. Anzi.
Se però sei venuta a parlargli per cercare di metterci una pezza, Kuonji, devi riuscire a superare questo momento critico. Avrai tutto il tempo poi per fargliela pagare nella maniera più consona.
Sbuffò internamente, ancora combattuta. Ma determinata a non lasciarsi sopraffare dall’istinto, dato che aveva deciso così e così si sarebbe comportata.
Pertanto, per dare peso al pensiero appena formulato, si trovò ad offrirgli la mano per aiutarlo ad alzarsi. Il gesto lo meravigliò non poco, visto e considerato che non si aspettava niente del genere da lei in quella specifica situazione.
“Ma…ma...”.
“Te l’ho detto, sono ancora nera. Ma ti meriti una seconda possibilità, anche perché ti credo sul fatto che non era premeditato”.
“Tu… hai un cuore grande, Ukyo…”.
“Non grande quanto mi piacerebbe, ma cerco di fare del mio meglio. Ora alziamoci, su. E ricordati bene queste mie parole, Hibiki: se vuoi che questo incidente venga catalogato come un aneddoto che fra vent’anni racconteremo ridendo ai nostri figli… vedi di alzare il culo e andare a chiedere scusa a quella poveretta di Akari, non appena sarà possibile. E di dirle tutto su me e te, senza girarci attorno e senza mezze verità. Le devi dire che non la ami, che non l’hai mai amata, che stai con me e che hai intenzione di continuare a farlo”.
A Ryoga balenò, per circa un centesimo di secondo, l’idea di ritrattare l’affermazione sulla grandezza del suo cuore. Perché in quest’ultima frase ci aveva visto una certa dose di crudeltà, per quanto giustificata e comprensibile nel suo attuale stato psicologico. Ma per una volta riuscì a non rovinare tutto e a tacere, acconsentendo con un cenno della testa.
“Bravo bimbo. Ora andiamo dagli altri”.
“Non… non credo sia necessario”.
“Uh? E perché…”.
“Guarda” disse lui indicando davanti a sé, quindi dietro di lei.
Ukyo si voltò e vide, malamente nascosto dalla porta, un ciuffo di capelli blu.
Tendo, te l’ha mai detto nessuno che origliare è da maleducati?
“Akane, da quanto sei lì?” chiese avvicinandosi.
“Da… un pochino” rispose l’interpellata, spalancando l’ostacolo che la separava dai due. Aveva lo sguardo colpevole. Entrambi lo trovarono appropriato.
“Scusatemi, non avrei dovuto” riprese rapida, dopo un istante di incertezza “ma… io volevo solo assicurarmi che le cose fossero andate per il meglio…”.
“Beh, tutto considerato direi che puoi stare tranquilla. Come avrai sentito l’uomomaialino non è ancora del tutto salvo dalla spellatura, però le premesse sono buone”. E condì le ultime parole con un sorriso, rivolto ad Akane ma in realtà dedicato a Ryoga.
E con questo Ukyo si defilò, lasciando un Ryoga più confuso che persuaso insieme ad un’imbarazzata Akane – a cui diede un leggero pizzicotto prima di fuggire in corridoio: la tensione era tanta e lei aveva ancora necessità di schiarirsi le idee.
Rimasta sola con Ryoga, Akane si avvicinò a quest’ultimo e azzardò: “Allora… com’è andata?”
Il ragazzo inarcò un sopracciglio: “Come, credevo avessi sentito…”
“Ho detto che ho sentito un pochino!” replicò lei, giustamente imbarazzata. “E comunque… mi chiedevo più che altro come ti senti tu, a prescindere dall’esito della vostra discussione…”
Ryoga la osservò in silenzio per qualche istante, incerto sulla risposta da dare; in effetti, nemmeno lui era del tutto sicuro di cosa stesse provando.
“Se vuoi la verità, Akane… non ne ho idea” rispose, facendo spallucce. “Intendiamoci, sono davvero contento che Ukyo mi abbia fatto capire che ci tiene a recuperare il rapporto. Solo che…”
“Solo che…?”
“...ho idea che non sarà più come prima” disse, cominciando a camminare su e giù per la cucina. “Dannazione, dovevi vedere con che occhi mi guardava! Era furiosa!”
“E le dai torto?” replicò lei, pacata. Ryoga ebbe il buon gusto di incassare il colpo in silenzio.
“Io non so cosa fare” proseguì lui, sedendosi nuovamente su uno sgabello, “come faccio a recuperare la sua fiducia?”
Akane, intenerita, si sedette accanto a lui: “Non sarà facile, lo sai anche tu. Ci vorrà tempo e pazienza, ma vedrai che le cose si sistemeranno… e non è detto che il rapporto vada recuperato. Anzi, alle volte è meglio ricominciare tutto daccapo.”
Mentre Akane gli sorrideva, Ryoga si sentì più sollevato – anche se non era del tutto sicuro di aver capito la differenza di sfumature in quella frase.

“Come sta andando?”
“E che ne so? Mica riesco a sentire bene da qui!”
“Dovevamo avvicinarci di più.”
“Sì, magari farci notare come ha fatto Akane?”
Ranma sbuffò all’affermazione di Mousse, finendo per reprimere la sua indole da portinaia.
Avrebbe chiesto direttamente ad Akane, dopo.
Si lasciò scivolare sull’erba con la schiena contro la parete, accanto alla porta della cucina che dava sul giardino; Mousse rimase in piedi accanto a lui, fissando un punto a caso di fronte a sé.
“Tra un po’ tocca di nuovo a te.”
Mousse non rispose, limitandosi a un cenno della testa.
“Come credi che sarà stavolta?”
Il cinese inspirò: “Onestamente… non ne ho idea. Non so cosa aspettarmi. L’unica paura che avevo l’ho già affrontata” proseguì, pulendosi le lenti con una manica. “Stavolta non so proprio cosa mi troverò davanti…”
Ranma rimase un po’ in silenzio, poi aggiunse: “Te la caverai. Ce la caveremo tutti.”
Mousse sorrise malinconico: “Mi piacerebbe riuscire a crederti, Saotome.”
“Su su, non fasciarti la testa prima di essertela rotta. Qua siamo più o meno sopravvissuti tutti e…”.
“Da quando ti lanci in metafore azzardate? Sei sicuro di potertele permettere, col tuo basso quoziente intellettivo?”.
“Grunf. Va bene, me ne lavo le mani. Cavatela da solo, cinese orbo”.
“Scusa. È che sono nervoso e faccio poco filtro fra cervello e bocca”.
Al vederlo così intimorito persino Ranma Saotome, la Boria Personificata™ dovette intenerirsi. Gli cinse le spalle con un braccio e proseguì nelle rassicurazioni. Solo che, esattamente come quelle fatte poco prima a Ryoga, erano più vacue di quanto gli sarebbe piaciuto.
“Cosa fate, voi due grassatori? Origliavate?” li fulminò Akane mentre li raggiungeva all’esterno, accompagnata da un mugugnante Ryoga.
“Non farci la paternale, Akane. Eri la prima ad allungare l’orecchio” la rimbeccò Ranma, divertito. La ragazza accusò il colpo e si ritrasse leggermente, salvo poi ricambiare il rimarco con un sorriso furbetto.
“Beh, io sono una femmina e posso”.
“Ah davvero? Non me la conti giusta, Tendo”.
“Perché, sai anche contare Saotome?”.
“Uh, colpisci sotto la cintura. E va bene, va bene. L’hai voluta tu!”.
Si misero a darsi pizzicotti e buffetti ridicoli, ridendo come due scolaretti che si contendono amichevolmente il box sabbia dell’asilo.
L’uomomaialino non reagì allo spettacolo, perso com’era nei suoi pensieri di devastazione e dolore incombenti -scenari che prevedevano una litigata epica con Ukyo, dove con litigata si intende la cuoca gli spacca la faccia e lui subisce passivamente, una defenestrazione dal secondo piano dell’okonomiyaki-ya come neanche quella di Praga e un ometto con la bandana che riprendeva a vagare da solo per il Giappone, triste e sconsolato-, mentre Mousse li osservava chiedendosi silenziosamente come quei due potessero saltare dal serio al faceto con tanta semplicità.
Beh anatroccolo, tieni presente che loro hanno già superato la rispettiva prova e hanno indubbiamente l’anima più leggera della tua. Cioè, saranno anche preoccupati per te ma… il loro peggio è passato. Lasciando dei segni profondi, specialmente sul viso di Akane, ma comunque passato.
Sospirò, augurandosi che tutto andasse per il meglio anche nel suo caso.
Lasciò la coppietta intenta al suo finto battibecco e Ryoga perso nei suoi deprimenti pensieri, decidendo di fare due passi in giardino per schiarirsi le idee.
Non aveva idea di cosa aspettarsi dalle amazzoni, stavolta: come aveva detto a Ranma poco prima, pur con tutta la buona volontà non riusciva proprio a trovare qualche altro dettaglio che poteva essere usato contro di lui, e la cosa lo innervosiva. Significava farsi cogliere impreparati, e nella loro - anzi, nella sua situazione era impensabile.
“Tutto solo?”
La voce di Shan-Pu lo distolse dai suoi cupi pensieri.
“Tu piuttosto, come mai in giro?” rispose nella sua lingua natia.
“Non ho molto da fare in casa, e Ukyo non è la migliore delle compagnie al momento…” rispose lei con un’alzata di spalle. “Mi sembri teso… stai pensando al prossimo scontro?”
“Sfortunatamente non ho altro a cui pensare” sospirò Mousse “e la cosa che più mi manda in bestia è che… non so davvero cosa aspettarmi.”
“Ne sei sicuro?”
“Sicurissimo. La paura di essere rifiutato da te è una cosa morta e sepolta ormai, ed era l’unica cosa che potevano usare contro di me… se fossero arrivate prima. Ma adesso...” allargò le braccia. Le ipotesi scarseggiavano, e il tempo anche.
Shan-Pu fece una smorfia, forse cercando le parole più adatte da dire, o qualche suggerimento utile… ma nemmeno lei aveva qualche asso nella manica, apparentemente.
Mousse inspirò, stanco. Si lasciò distrarre dalla brezza fresca e dagli odori che trasportava: un aroma dolce di mandorle gli solleticava il naso, provocandogli un fastidioso pizzicore.
“Beh, allora forse la bisnonna si è sbagliata nel dire che ti sarebbe toccato un supplemento...” azzardò lei, evitando volontariamente di guardarlo negli occhi. La cosa gli fece male ma non lo diede a vedere.
“Conosci la vecchia… ehm, la nobile Cologne. Se dice qualcosa ha un buon motivo per farlo”.
“Ci puoi scommettere, oca spennacchiata” giunse una voce nota da… sopra? Sì sì, veniva proprio da sopra.
I due alzarono lo sguardo e videro la sopracitata Cologne squadrarli come uno sparviero che osserva la preda prima di sbranarla. Stava appollaiata sul tetto, apparentemente senza intenzione di scendere da lì.
“Bisnonna! Cosa ci fai lassù?” chiese l’amazzone più giovane, non aspettandosi di vederla lì.
“Non posso osservare ogni tanto i piccioncini?”.
Piccioncini? Cosa sta dicendo?
Il gargoyle balzò giù e li raggiunse.
“Ebbene, non avete niente da dirmi voi due?”. Il tono era molto calmo ma Mousse, non spiegandosi come, ci colse una nota accusatoria.
“Cosa dovremmo dirti, nonna?”.
“Oh, non so. Tipo che vi intrattenete piacevolmente assieme la notte?”.
Le mandibole di entrambi i ragazzi si aprirono di trenta centimetri buoni.
“Co-come… lo… lo sai…”.
“I giovinastri non imparano mai e non si rendono conto che nulla, fra le mura del Nekohanten, sfugge alle mie sensibili orecchie piene di rughe. Potrei quasi descrivere i singoli atti nel dettaglio, con tanto di posizioni e feticci che prediligete”.
Che… che cosa? Lei… sa tutto questo?
Scambiò un’occhiata veloce con Shan-Pu, a sua volta ammutolita dall’imprevisto sviluppo appena emerso. Fra l’altro le parole di Obaba erano suonate… velenose. Non sembrava apprezzare.
“Sto aspettando una spiegazione”.
Spiegazione? Che spiegazione pretendi? Io e tua nipote ogni tanto ce la spassiamo sotto le coperte. È per caso vietato da qualche parte?


Oh. In effetti…
“Nonna” subentrò Shan-Pu “stai forse cercando di dirci… che disapprovi?”.
“Ci mancherebbe che disapprovo! Tu e Mu-Si non potete consumare un matrimonio che ancora non c’è stato!”.
“Ma… ma…”.
“Niente ma, signorinella. Da questo momento vi vieto espressamente di fare sesso. Se dovessi venire a sapere che avete trasgredito a quest’ordine… non esiterò a farvela pagare. Salata. Molto salata”.
Senza aggiungere una sola, ulteriore parola spiccò un balzo e si dileguò, lontano dai loro cuori in subbuglio.
Io… lei… noi… non capisco…
“Shan-Pu” trovò la forza di dire “cosa… è appena successo?”.
Lei non ebbe di che rispondergli, se possibile ancora più sconvolta.
Rimasero lì come due baccalà, non capendoci nulla.

È questione di poco, si disse.
Le notizie che erano giunte dalla Cina potevano rivelarsi di vitale importanza, e non avrebbe permesso a niente e nessuno di rovinare tutto.
Obaba inspirò, pensando a cosa doveva fare - a cosa era giusto fare.
Un movimento quasi impercettibile alla sua destra la distolse dai suoi pensieri.
“Hmph. Lo sapevo.”

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Capitolo 15
*** Ok, ma di vecchie alte come il mio ginocchio me ne bastava una ***


Shan-Pu non credeva alle sue orecchie.
Sua nonna aveva appena fatto un alzaculo epocale a lei e a Mousse sul fatto che ogni tanto loro due… ecco, fornicavano.
Onestamente? Si poteva aspettare sgridate per tante cose, ma questa non rientrava nel pur ampio novero. Prima di quel momento Cologne non aveva mai detto una sola parola in proposito, anche se era facile immaginarsi che sapeva o quantomeno sospettava. Non che loro si fossero mai preoccupati più di tanto nel tenerlo nascosto. No no, non andavano di certo a urlarlo in giro ai quattro venti. Più che altro non si facevano troppi problemi nell’essere un pochino rumorosi, e con l’udito acuto che la nonna ancora possedeva unito al fatto che la sua stanza era giusto accanto…
In effetti era automatico dare per scontato che ne fosse a conoscenza.
Ed era proprio quello a lasciarla basita di fronte alla sfuriata: non era cosa esattamente recente, si parlava ormai di qualche mese… e appunto, non una sola battuta caustica. Non uno sguardo di sbieco. Niente.
Quindi perché, di punto in bianco, era diventato un problema?
“Mu-Si… in che guaio ci siamo cacciati?” le venne istintivo dire, pur non trovando nessuno aspetto della faccenda che potesse farla sentire realmente in colpa o in errore di qualcosa.
Il ragazzo non si mosse, con la testa sempre fissa verso il tetto da cui Obaba era scesa e poi se n’era andata via dopo averli minacciati di interrompere il loro rapporto carnale. La voce di lei sembrò rimbalzargli addosso, costringedola a ripetere.
“Uh. Scusa, ero distratto”.
“Ho visto”.
“Che cos’hai detto? Non ho sentito”.
“Ho chiesto in che guaio ci siamo cacciati”.
“... guaio? Non siamo in nessun guaio”.
“Hai sentito la nonna, eh. Se ci ribecca a letto assieme ce la farà pagare. Salata. Molto salata”.
“Faccia. Non ho intenzione di piegarmi a un divieto tanto ridicolo”.
“Tu sai cosa intende mia nonna con ‘ve la faccio pagare molto salata’, vero?”.
“Intendi forse dire…”.
“Sì. Quello è il suo modo criptico di dire che ci ammazza”.
Al che, con suo gran stupore, Mousse alzò le braccia al cielo in un atto di… ribellione? Shan-Pu si ritrovò per un istante catapultata a due anni prima, all’inizio di tutto quel casino galattico.
“Non riesco a capire perché improvvisamente questo sviluppo fra me e te sia diventato fonte di un tale dilemma. Ma qualunque sia la sua decisione in merito… non intendo dargliela vinta. Al diavolo! Adesso non possiamo neanche più consumare il nostro amore? Sul serio? E solo perché a lei è venuto un rigurgito di bigottismo? Se ne farà una ragione”.
“O ci tirerà il collo” aggiunse lei, in tono macabro.
“Dal lontano giorno in cui ti ho sfidata a un duello all’ultimo sangue io non ho più paura di morire. O almeno non la paura folle, cieca, ingovernabile che c’era prima. E inoltre, da qualche giorno a questa parte, siamo tutti in estremo pericolo. Se vorrà farci del male solo perché ci piace spassarcela ogni tanto, cosa di cui peraltro un po’ dubito perché rimani comunque la sua nipotina prediletta… beh, sarebbe una morte di cui potrei quasi andare fiero”.
Che… che cos’era quello? Doveva essere sincera, Mu-Si aveva dimostrato nel recente passato un coraggio, fin quasi una pazzia, davvero rari. Ma quello, nonostante tutto, riusciva comunque a stupirla.
Tu… mi ami al punto di rischiare la tua vita pur di dimostrarmelo?
La rinnovata consapevolezza dei suoi sentimenti per lei, che in un attimo di lucidità acuta si rimproverò di essersi dimenticata, la intenerirono al punto di regalargli il sorriso più solare e splendido che avesse mai sfoggiato in vita sua.
Senza aggiungere una sola parola, ammennicoli superflui, lo abbracciò e lo baciò con passione.
Per un attimo, solo per un attimo, pensò che sarebbe stato un ottimo momento per sfidare a sua volta l’editto.
Proprio mentre stava scacciando l’idea, bollandola come un’alternativa piacevole ma un poco suicida, una mano audace di lui sul suo petto la fece riconsiderare.
“Cosa… cosa…”.
“Che dici, mettiamo tua nonna alla prova? Vediamo se è solo chiacchiere e distintivo?”.
“Mu-Si… ora… dopo quello… non è il caso…”.
“Io dico che è sempre il caso, invece. E poi non puoi assaltarmi con tutta quella foga senza aspettarti un contrattacco”.
“Sì, ma…”.
“Il tuo slancio mi ha messo addosso una voglia…”.
Shan-Pu si morse il labbro, terrorizzata e al contempo eccitata alla prospettiva di trasgredire alle minacce della bisnonna; la parte razionale di lei le urlava di stare all’erta, che qualcosa non quadrava… ma in quel momento ragionava con parti poste un po’ più in basso, e poco le importava se rischiavano di rimanerci: per una dichiarazione del genere poteva pure morire felice.
“Dici che c’è un posto dove appartarci, in questa casa?” miagolò, avvicinandosi a Mousse. Il ragazzo la afferrò per un polso e cominciò a trascinarla in giro, alla ricerca di uno stanzino qualsiasi dove potersi rinchiudere: “È enorme, DEVE esserci!”
“Beh, se pure la cuoca e l’uomomaialino sono riusciti a farlo qui…” ridacchiò lei, e Mousse ridacchiò, aumentando la velocità nella corsa. Dopo qualche giro a vuoto, decisero che la soffitta poteva andare bene: saltarono sul tetto per evitare di farsi notare da qualcuno in casa e vi si intrufolarono tramite un balcone.
“Bene, nessuno ci ha sentiti” commentò Shan-Pu, per poi voltarsi e sorridere, uno di quei sorrisi sensuali che mandavano Mousse fuori di testa. “Direi che possiamo… divertirci.”
Mousse rimase per qualche istante a guardarla a bocca aperta, mentre la ragazza cominciava a sbottonare la blusa con una lentezza avvilente; ma non se ne lamentò, visto che un momento del genere, in una situazione grave come quella che stavano vivendo, era praticamente un regalo.
“Non me lo faccio ripetere due volte!” trillò, pronto a levarsi la camicia, quando si fermò a due passi da Shan-Pu.
“Cosa aspetti, Mu-Si? Prima o poi si accorgeranno della nostra assenza…”
“S-sì, scusami, è che…” balbettò lui, guardandosi attorno nella penombra della soffitta, “ho solo avuto l’impressione che ci fosse qualcuno, oltre noi…”
“Sarà stata una tua impressione” rispose lei, gettandogli le braccia al collo, “se vuoi ci penso io a fartela passare…”
“Oh, sono tutto suo dottoressa Shan…” cercò di rispondere, prima di cadere di peso sulla cinesina.
“Mu-Si! Che ti succede?” strillò lei scuotendo il ragazzo, apparentemente privo di sensi.
“Io ve l’avevo detto” gracchiò una voce, e dall’ombra emerse il corpo minuscolo di Obaba.
“B-bisnonna…?”
“Questo era un avvertimento” tuonò lei, “la prossima volta non sarò così clemente.”
Detto questo, sparì da dov’era venuta, lasciando Shan-Pu nel panico più totale.

“Ouch… quindi il vecchio ghoul non scherzava...”
“A quanto pare no… certo che se la piantassi di chiamarla così faciliteresti un po’ le cose.”
Mousse si massaggiò il collo nel punto dove Obaba l’aveva colpito: gli faceva un male cane, ma era ancora vivo, quantomeno.
“Scusami se al momento non sono particolarmente propenso a mostrarmi educato nei sui confronti” borbottò, scendendo le scale di casa Tendo, “comunque direi che siamo nei guai…”
“Ma va? Non l’avrei mica detto” rispose Shan-Pu, piccata. “Dai, scendiamo giù intanto… con tutto quello che è successo ho dimenticato quand’è stata l’ultima volta che ho mangiato! E quest’odorino è così invitante…”
“Oh, non è mica una brutta idea” rispose lui, “una cena senza la vecchia attorno sarebbe l’ideale. E magari possiamo chiedere a qualcuno cosa ne pensano di questa…”
Le parole gli morirono in gola quando mise piede in salotto.
“Oh, siete arrivati giusto in tempo!” trillò Kasumi, estasiata. “L’onorevole Obaba ci ha portato la cena dal Neko Hanten!”
La quale onorevole Obaba era seduta al tavolo, con gli altri, e li fissava con sguardo omicida.
Mousse deglutì, e sentì Shan-Pu spostarsi da lui di qualche centimetro, probabilmente in preda all’agitazione.
Siamo fregati.
“Mu-Si… non è che voglia avvelenarci?” gli sussurrò, la voce tremolante.
“N-No, non penso… non credo… lo spero. O… o forse sì… non lo so...” le rispose. D’altronde in certi casi essere paranoico era preferibile all’essere morto.
“Che… che facciamo?”.
“Non… non possiamo restare qui… imbambolati… per sempre… cominciamo col sederci a tavola…”.
“Ranma! Akane! Finitela di tirarvi i capelli come due ragazzini e venite a cenare che si fredda tutto!” urlò gioiosa Kasumi rivolta verso il giardino, dove i sopracitati Ranma e Akane erano ancora immersi nei loro passatempi da asilo nido.
“Ecco Kasumi, come mi hai chiesto ho recuperato Ukyo e Ryoga” esclamò Nabiki entrando in salotto, fiancheggiata dalle prede che doveva riportare al campo base.
Vennero presto raggiunti anche da Soun e Genma.
Tutti i presenti, sopraggiunti e non, provvidero a sedersi ai rispettivi posti. Shan-Pu e Mousse cercarono di prendere posizione lontani da Obaba, ma per tutta una serie di motivi risibili si trovarono uno alla sua destra e una alla sua sinistra.
Entrambi facevano fatica a respirare, aggrediti com’erano dalla quieta ma imponente aura della centenaria.
Senti mummia, se proprio uccidici velocemente ma la tortura silenziosa puoi evitarla.

“Anf, anf. Voi ragazzine non siete affatto male, sapete?”.
Cologne atterrò con grande grazia sul proprio bastone dopo l’ennesimo scambio di carezze avvenuto in aria fra lei e le sue avversarie che, a loro volta, si appollaiarono sui più vicini lampioni.
Si trattava di quattro guerriere della tribù, vestite di una tunica nera che solitamente non rientrava nello stile tipico di Joketsuzoku. La nota che più l’aveva colpita, però, erano le maschere a coprire metà dei loro volti.
Chiunque abbia preso le redini del villaggio dopo Wei-Zan ha un pessimo gusto.
“Lei ci confonde, nobile Ku-Lun”.
“Mocciosa, forse sei troppo piccola per cogliere il sarcasmo”.
“Lo squarcio sul suo fianco non lo definirei ‘sarcasmo’, sa?”.
Ebbene sì, quattro poppanti le cui età assommate non facevano neanche un terzo della sua… l’avevano beccata. Era stata pura fortuna e l’averle un po’ troppo sottovalutate, ma il sangue non si pone simili questioni e se ha una via di fuga esce spensierato.
Quanto tempo è che nemici nettamente inferiori non riuscivano a colpirmi così? L’ultima ferita degna di nota mi era stata inferta dal Decano ormai due anni fa, e di sicuro non era affatto inferiore a me. Altrimenti si deve tornare a parecchi decenni addietro.
Basta ciance, vecchia. Non hai tempo per giocare alle biglie con loro, devi riferire il messaggio.
“Come mai questo attacco a viso aperto? Sinora avete sempre agito d’astuzia e di vigliaccheria” si trovò a chiedere, rimangiandosi il proposito di fare alla svelta. Ma era genuinamente curiosa sul cambio d’andazzo.
“Presupponiamo che lo sviluppo della rivoluzione a casa ci sia sfavorevole, visto che non riceviamo notizie da ormai parecchi giorni. E sa com’è, la carenza di leadership può portare a colpi di testa da parte delle truppe”.
“Iniziativa personale, dunque?”.
“La si può definire così”.
“Poco importa. La vostra compagnia è piacevole come uno spillone conficcato in gola, pertanto mi trovo costretta a salutarvi e ad accomiatarmi”.
“Non sia così sbrigativa, suvvia. Abbiamo appena cominciato a scaldarci”.
“Tu non vuoi che io prenda la situazione sul serio, a meno che non teniate particolarmente a ritrovarvi ridotte a un cumulo di ossa finemente triturate”.
“... ci avevano raccontato della sua leggendaria simpatia, ma tastarla in prima persona fa tutt’altro effetto. E scusi se mi permetto, ma trovo lo scenario da lei prospettato non facile da realizzarsi”.
“Cosa diavolo stai blaterando?”.
“Oh, nulla. Solo che penso lei avrà un po’ di difficoltà a muoversi per bene, d’ora in avanti”.
Adesso ti faccio ingoiare la tua tracotanza assieme ai denti, cucciolina. Lascia solo che… ugh.
Tentò di spiccare un balzo in avanti. Non ci riuscì.
Si sentì improvvisamente pesante, come se le energie fluissero via dal suo corpo.
Non sarà che…
“Se n’è accorta, nobile Ku-Lun. Che dire? L’età passa anche per le migliori e il giorno in cui non ti avvedi di essere stata avvelenata arriva”.
“Mezzucci da inetti”.
“Forse. Ma se ancora ricorda quella che fino a poco tempo fa era anche la sua filosofia di vita: la vittoria vale qualunque prezzo”.
“Indegne. Indegne di essere definite amazzoni”.
“Ha perso il diritto di farci la predica molto tempo fa, ormai. Adesso lei non è altro che una traditrice che dev’essere passata per le armi. E a noi non piacciono i giochetti lenti e compassati del Consiglio, siamo per le punizioni più corporali”.
Cominciò a sentirsi sempre più debole, ma aveva ancora abbastanza forze per fare qualcosa.
Meglio non perdere altro tempo.
“Ah, questi giovinastri” disse, issandosi facendo leva sul bastone, “proprio non avete idea di cosa sia il rispetto per i più anziani. E va bene, vorrà dire che sarò io ad insegnarvelo.”
Le quattro emissarie ebbero l’ardire di scoppiare a ridere davanti a tanta sicumera… ma quando sentirono la potenza dell’aura di Cologne di Joketsuzoku non risero più.

“Dio che fame…”
“Se non ti fossi lasciato prendere dalla paranoia a quest’ora avremmo la pancia piena, stupido Mu-Si!”
“Ahi!” pigolò lui a causa del pizzicotto che Shan-Pu gli aveva dato. “E comunque con un po’ di fortuna riusciremo a mettere qualcosa sotto i denti… spero.”
“Ehi piccioncini, la cena è servita!”
La salvezza arrivò, con le fattezze di Ranma e due piatti pieni di cibo; dietro di lui c’era anche Akane e, sorpresa delle sorprese, la premiata ditta Kuonji-Hibiki.
“Era proprio il caso di venire a nascondervi in palestra?” commentò Ranma, porgendo loro i piatti e sedendosi sul parquet.
“Fosse per me avrei cambiato stato” commentò Mousse, prima di divorare i suoi ramen - preparati dalle sapienti manine di Kasumi, dietro loro richiesta.
“Potresti spiegarci il motivo?” chiese Akane. “Prima sei stato così evasivo, ho capito solo che Obaba non-”
“Shh! Non nominarla” disse lui, sgranando gli occhi. “Sia mai che appaia qui dal nulla…”
“...ragazzi, state bene? L’ultima volta che vi abbiamo visti con la vecchia i rapporti sembravano tranquilli” chiese Ryoga, dando voce alla domanda che tutti si stavano ponendo.
“Bisnonna impazzita” bofonchiò Shan-Pu, con la bocca piena di noodles “prima ci ha minacciati.”
“Minacciati? E perché?” insistette Ranma, che stava morendo di curiosità.
“Non lo sappiamo” fu la risposta di Mousse, “o meglio… lo sappiamo ma…”
“Deciditi, lo sapete o no?”
“...ha detto che se facciamo di nuovo sesso prima del matrimonio ci uccide.”
Gli altri quattro li guardarono sconvolti, come se ai due cinesi fossero spuntate delle teste in più.
“State scherzando? Che motivazione è?” intervenne Ukyo, che fino a quel momento era rimasta in silenzio.
“In effetti…” commentò Ranma. “E poi voi… sì, insomma… va avanti da un po’, ecco!” balbettò, in preda all’imbarazzo.
“Saotome non so cosa dirti, se non che è stata fin troppo chiara in proposito.”
“Forse avete frainteso le sue intenzioni, insomma…”
“Ha colpito Mu-si alla testa mentre eravamo appartati in soffitta. Ha detto che era solo avvertimento.”
“...dov’è che eravate appartati?” disse Akane, incredula e imbarazzata. “Ma insomma, la piantate di usare casa mia come fosse un love hotel?!”
Tutti si volsero inevitabilmente verso Ukyo e Ryoga, e Ranma sfoderò uno dei suoi sorrisi da iena: "Il nostro audace uomomaialino, chi l'avrebbe mai detto che avrebbe battezzato lo sgabuzzino...” trillò, facendo pure una pessima rima.
“Piantala! Piantala Saotome o iotisotterrovivopiuttostocheraccontarticertecose!” urlò Ryoga, rosso in viso e agitatissimo; Ukyo, dal canto suo, si limitò a coprirsi il volto con le mani, disperata.
“Scusate se interrompo la vostra sessione di gossip” intervenne Mousse, “ma al momento non mi sembra proprio la cosa più importante a cui pensare…”
“Giusto Mousse, hai ragione” gli diede retta Akane, sperando che anche il fidanzato e il degno compare rinsavissero. “Dicevamo della vecchia Obaba: perché diamine vi ha minacciati a quel modo?”
“È quello che ci chiediamo” rispose Mousse, mogio, guardando Shan-Pu. “Noi davamo per scontato che… sì, insomma… lo immaginasse, ecco.”
“E invece pare di no e ora noi rischia di morire” pigolò la cinesina, “per questo a cena non abbiamo mangiato: Mu-Si credeva che cibo fosse avvelenato.”
“Ma noi abbiamo mangiato e stiamo tutti bene” puntualizzò Ranma.
Mousse arrossì, e distolse lo sguardo: “Magari aveva avvelenato solo i nostri piatti, o che so io… comunque non volevo rischiare.”
Ranma annuì, e per qualche istante rimasero tutti in silenzio. Poi il codinato parlò di nuovo: “E cosa intendete fare, adesso?”
“Non ne ho idea, Saotome” rispose Mousse, sconsolato “siamo in trappola al momento. La cosa più logica sarebbe non… ehm..:”
“Sì sì, abbiamo capito, va avanti.”
“Ecco, sì. Solo che… è difficile trattenersi..:”
“Immagino che la mia soffitta abbia molto da dire, in proposito” li punzecchiò Akane, scatenando ancora rossori sui volti dei cinesi.
“N-non abbiamo fatto nulla! Non c’è stato il tempo…” balbettò Mousse, massaggiandosi la nuca vicino al punto dov’era stato colpito.
“È tutto così strano… bisnonna sta dando di matto, forse è l’età…” sospirò Shan-Pu.
“Scusate se mi intrometto…”
Tutti si voltarono verso Ukyo.
“Magari mi sbaglio ma… se fosse la seconda prova di Mousse?”

Gli altri rimasero in silenzio, dapprima pieni di scetticismo. Poi, poco a poco, cominciarono a sgranare gli occhi.
“In effetti…”
“Di sei, uno non ha ancora finito” recitò Mousse, ricordando la criptica telefonata dalla Cina. “Cielo, come ho potuto essere tanto stupido…”
“È quello che mi chiedo anche io.”
Tutti si voltarono verso l’entrata della palestra, dove ad osservarli c’era Obaba. Era inusualmente priva del proprio bastone, ma la sua statura mignon emanava un ki prepotente, arrogante, fin troppo sicuro di sé e della propria forza.
“Che cosa intendi, vecchia… o forse dovrei dire falsa vecchia?” chiese Ranma con il suo solito tatto da diplomatico consumato, con tanto di dito accusatorio puntato.
“Falsa? Mi offendi, giovane Saotome. Io non sono falsa”.
“Mi chiedo perché anche io e Ranma la vediamo…” sussurrò Akane all’indirizzo dei coetanei cinesi, i quali si trovarono sprovvisti di una risposta adeguata.
Il dubbio era legittimo visto che fino a quel momento le illusioni o qualunque cosa fossero avrebbero dovuto, almeno in linea teorica, essere esclusiva di coloro ai quali erano rivolte. Akane aggiunse, sempre sottovoce, che probabilmente lei e Mousse avevano combattuto contro l’aria. E come loro gli altri.
Ora invece…
“Cosa vi devo dire, ragazzacci? Sono di qualità diversa rispetto a chi mi ha preceduto”.
“Quindi… ammetti di non essere il vero ghoul?”.
“Ranma Ranma Ranma. La tua maleducazione è davvero materiale per le leggende. Ci si rivolge in questo modo a quella che poteva diventare la tua bisbisbisbisnonna acquisita?”.
“Oh insomma! Sei lei o no? Sto diventando scema!” proruppe Shan-Pu, innervosita dalle risposte altalenanti
“Dimmi perché pensi che sia davvero così importante appurare se sono la vera Ku-Lun oppure no. Tanto quel che ho detto non perde di valore, qualunque sia la vostra risposta”.
Il silenzio che ne seguì fu angosciante come poche altre cose.
Mousse stava per dire qualcosa, qualunque cosa pur di rompere quella patina… quando alle loro spalle spuntò la figura trafelata di Kasumi.
“Ragazzi, so che sembra strano ma… oh dio, che succede qui?”. Tutti i restanti presenti si voltarono verso di lei, che si era portata una mano alla bocca dall’apparente stupore.
“Kasumi? Tutto bene?” chiese Akane.
“Non… non è possibile…”.
“Che succede? Che succede?!”.
“Ero… venuta a chiamarvi… per dirvi che… la nobile Obaba… ma no, ora che la vedo di qui…”.
“Qualunque cosa sia diccela, per favore! Diccela!”.
“Ecco… oh santo cielo, che situazione assurda… la nobile Obaba… è di là, dice di… essere appena arrivata… e di avere notizie urgenti… ed è ferita… non sta per niente bene… anzi, se qualcuno di voi sapesse dove si è cacciato il dottor Tofu…”.
Sul viso della presunta finta Cologne nacque un sorriso malvagio.
“Kasumi, va via. Ora.” ordinò Ranma, e la ragazza non se lo fece ripetere due volte; la falsa Obaba non mosse un dito, continuando a sorridere: “Tranquillo, non era certo lei il mio obiettivo.”
“Che cosa hai fatto a bisnonna?!” urlò Shan-Pu, che cercò di attaccare la vecchia ma venne trattenuta da Mousse. “Lasciami, Mu-Si! Lei ha fatto qualcosa a bisnonna, io devo andare!”
“Ma certo, Mu-Sì, lascia pure che vada” gracchiò la falsa Obaba, senza mai smettere di sorridere, “...non che possa uscire di qui, sia chiaro.”
I ragazzi si scambiarono sguardi allarmati, poi corsero verso la porta e le finestre: anche se erano aperte era impossibile oltrepassare il perimetro del dojo.
“Ma che diamine…?”
“È… è come se ci fosse un muro invisibile!”
“Lasciate fare a me!” urlò Ryoga. “Vediamo quanto regge davanti alla potenza del mio Shishi Hoko-dan!”
“Bravo, Ryoga, vai! Così se è capace di trattenerlo saltiamo tutti per aria!” lo fermò Ranma, e l’eterno disperso per fortuna si fermò a riflettere sulle possibili conseguenze, invece di contraddire il codinato.
“È inutile agitarsi tanto. Non potete uscire da qui, a meno che io non lo voglia.”
Tornarono a voltarsi verso la falsa Obaba, che non aveva ancora mosso un muscolo.
“Qual è il tuo piano?” tuonò Mousse, avanzando verso di lei. “Vuoi uccidermi qui? Fallo, che aspetti?!”
“Ucciderti? Per favore…” rispose lei, quasi offesa da quell’affermazione.
“E allora che vuoi? So perfettamente che non sei Obaba, e che non le frega niente di cosa io e Shan-Pu facciamo a letto!” ringhiò, esasperato.
“Questo è vero.”
“Quindi…? Perché maledizione siamo qui, se non vuoi uccidermi?”
“Perché volevo solo trattenervi.”
“Trattenerci…?” chiese, cauto.
“Sai, giusto il tempo di assicurarmi che per Cologne non ci sia più nulla da fare… e a quest’ora direi che è ormai andata, o quasi.”
A quelle parole, Shan-Pu urlò con tutta la forza che aveva in corpo e si lanciò verso l’uscita: non c’era più nessun muro invisibile ad ostacolarla, e anche della falsa Obaba non c’era più traccia.
Corse a perdifiato fino al salotto di casa Tendo, giusto in tempo per vedere Kasumi uscire dal salotto.
“Bisnonna! Bisnonna!” gridò, ma Kasumi le impedì di entrare.
“Shan-Pu! Shan-Pu ti prego…”
“Devo entrare! Bisnonna ha bisogno di me!”
Kasumi la guardò per un attimo poi distolse lo sguardo.
E Shan-Pu capì.

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Capitolo 16
*** Breve, piccolo epilogo dopo anni di cataclismi ***


Mi inginocchio di fronte alla tomba.
Nonostante siano passati quasi sei mesi, ogni tanto mi stranisco ancora a saperti qui. Anzi, non esattamente qui… sì, insomma, è più complicato di così.
L’epitaffio porta solo il tuo nome, oltre a una piccola foto. Con Mu-Si abbiamo immaginato che non avresti voluto lunghe frasi strappalacrime, né niente oltre al minimo indispensabile.
Nella foto sorridi. Se non ricordo male ti è stata scattata di sorpresa, dato che non eri proprio una persona prodiga di facce felici. E, sempre se non ricordo male, hai punito l’incauta papera autrice dello scatto con la tua solita, micidiale bastonata sul cranio.
Non ho mai avuto la possibilità di dirti che non era carino da parte tua percuoterlo così tanto. Insomma, a furia di botte potevi fargli venire un trauma cranico.

Oh beh, non hai torto. Ma almeno io non mi concentravo su una zona tanto fragile e i calci glieli davo dove sapevo che li avrebbe sopportati senza problemi.
Sì, so cosa staresti per dire. E posso dire che ho tenuto fede alle tue aspettative.
Già, sei sepolta in Cina. A Joketsuzoku. A casa.
La lapide che sto accarezzando in questo momento è solo un pezzo di pietra, a mio uso e consumo. A nostro uso e consumo. Se come penso stai vegliando su di noi, sai che Ranma e gli altri sono venuti più di una volta a renderti omaggio.
Per fortuna il nuovo regime non ha trovato nulla da ridire quando, alla fine dei canonici quarantanove giorni di lutto, mi sono presentata nella sala del Consiglio con la mia tenuta bianca e ho avanzato la richiesta di lasciarti lì. Non ero sicura che la cosa sarebbe andata a buon fine, sebbene la rivoluzione sia riuscita a rovesciare il vecchio governo; rimanevi sempre la traditrice numero uno e la nuova assemblea era comunque composta da vecchie megere tue pari età. Ma è andato tutto bene e non nego di essere uscita dal salone sorridendo.
“Paperotto, perché non ti fai avanti? Non vuoi salutare?” chiedo senza neanche voltarmi. Non giunge risposta alle mie spalle, anche se so che è qualche passo dietro di me. Siamo venuti assieme, eh.
“Che c’è? Non mi dirai che vuoi essere maleducato per l’ennesima volta e non rivolgerle neanche una parola”.
“Non… non me la sento.  Scusa”.
“Come preferisci, Mu-Si. Però guarda che la nonna se la prenderà con te, tanto per cambiare”.
“Non ero io quello con gli incubi che rivedeva la scena qualche giorno fa…”.
Non è esagerato se ora mi alzo e gli tiro un ceffone, vero?

“Devo entrare! Bisnonna ha bisogno di me!”.
La faccia di Kasumi mentre distoglieva lo sguardo le fecero capire l’amara verità.
No... no… non può… impossibile…
Riuscì a convincerla a farle strada, ma lei per prima non voleva entrare. Era terrorizzata all’idea di cosa poteva celarsi al di là di quell’innocuo fusuma.
Eppure entrò.
E si pentì subito di averlo fatto.
Cologne giaceva per terra, supina. Sul suo fianco sinistro una copiosa macchia di sangue andava espandendosi lentamente.
Si avventò su di lei come un predatore affamato potrebbe avventarsi su del cibo.
L’unico gesto che compì fu quello di controllare il battito cardiaco sul polso.
Ovviamente non lo trovò.
Alzò la testa verso il soffitto e…
“NONNAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!”.
Successivamente venne rimproverata da tutti gli altri, nessuno escluso, per aver messo fuori uso i loro timpani.
Per i quindici minuti che seguirono Shan-Pu impazzì dal dolore. Alternò scatti isterici, soprattutto rivolti alla mobilia di casa Tendo, a pianti dirotti che lasciarono pozze di lacrime per alcuni giorni.
Gli altri, recuperati man mano da Kasumi, si limitarono ad osservarla a debita distanza. Troppo costernati per dire alcunché, sapevano bene che qualunque parola sarebbe stata quella sbagliata.
Era il momento dell’emotività più pura, non delle parole.
Quando finalmente riuscì a calmarsi a sufficienza da non mordere chi aveva l’ardire di avvicinarsi a lei…
“Shan-Pu” mormorò Kasumi poggiandole una mano sulla spalla “la nobile Obaba mi ha ordinato di riferirvi un messaggio…”.
La cinesina alzò gli occhi gonfi di pianto verso Kasumi, e la vide tirar fuori un foglietto dalla tasca del grembiule.
“Non l’ha scritto lei, non… non aveva abbastanza forze…” tentennò, “ma ho pensato di scriverlo, per riferirtelo senza dimenticare nulla.”
Shan-Pu prese il foglio con una mano tremante e lo aprì, rivelando il messaggio scritto nella calligrafia minuta e ordinata di Kasumi Tendo.
Inspirò e cominciò a leggere:

“Shan-Pu,
se hai ricevuto questo messaggio da qualcuno dei Tendo, significa che sono già morta.
Non disperarti, perché temo ci sarebbe stato ben poco da fare per me, in ogni caso.
Ho chiesto di riferirti queste parole perché c’è qualcosa di importante che devi sapere: abbiamo vinto. La rivoluzione è finita, Joketsuzoku è finalmente libera da quelle vetuste leggi che per secoli hanno condizionato le vite di tutti noi. Niente più matrimoni forzati, niente più orgoglio amazzone da preservare: finalmente ognuno potrà vivere la sua vita.
Ed è quello che voglio tu faccia, Shan-Pu.
Avevi già cominciato a farlo nell’ultimo anno, e ora è il momento che tu trovi la forza di camminare dritta sulle tue gambe. So che ne sei capace, non ne ho mai dubitato.
Mi hai resa orgogliosa, bambina mia.”

Nessuno osò fiatare mentre Shan-Pu piangeva silenziosamente, stringendo al petto il foglietto quasi fosse l’ultima cosa a tenerla legata alla bisnonna.
Solo Mousse si decise a fare qualcosa, inginocchiandosi accanto a lei e abbracciandola; la ragazza non lo respinse, ma si lasciò cullare dalle braccia di lui.
Obaba di Joketsuzoku era morta.
Prima o poi sarebbe dovuto accadere, tutti lo sapevano, eppure quella donna così minuta e longeva sembrava dovesse seppellirli tutti quanti.
E invece era morta per mano delle sue stesse compatriote.

Sistemando i fiori sulla tomba, rinuncio all’idea di picchiare Mousse.
Non se lo merita, e sono abbastanza sicura che anche tu non lo incolpi di nulla.
Purtroppo non è l’unico a convivere con i sensi di colpa… io per prima, per tanto tempo, ho continuato a rimproverarmi di non aver fatto nulla per salvarti, che forse potevo sfuggire a quella stupida trappola e correre da te. Ma sappiamo entrambe che non è così, e se tu fossi qui di sicuro mi faresti una ramanzina delle tue.
Ora va meglio… o meglio, continuo a sentirmi un po’ in colpa, ma non rimango più sveglia ogni notte piangendo e disperandomi. Quando ti sogno sei sempre serena, e questo mi aiuta molto.
Mousse invece… fa ancora incubi tremendi. Spero che anche lui riesca a scendere a patti con se stesso e con quanto è successo, prima o poi. Io gli sto vicina, ma non posso fare più di tanto.
Mi volto a guardarlo, e noto che si è allontanato di qualche passo.
Vorrà dire che ti racconterò qualche altra novità, visto che il nostro volo è domani mattina e non dobbiamo correre come l’ultima volta.
Ranma e Akane hanno ufficialmente preso le redini del dojo Tendo.
Ranma è davvero un ottimo insegnante, sai? È proprio bravo con i bambini… Akane si occupa della parte burocratica e intanto studia all’università; ha provato a convincere Ranma a iscriversi anche lui, che una laurea è importante… ma il testone non vuole saperne, al momento. Ma confidiamo tutti nelle capacità di persuasione di Akane Tendo.
La cuoca e l’uomomaialino vivono ufficialmente insieme: hanno ingrandito il locale e aggiunto qualche camera al piano di sopra. Lei adesso frequenta una scuola di cucina. Non ha abbandonato le okonomiyaki, sia mai… ma vuole ampliare il suo menù.
Lui continua a perdersi anche girando su se stesso, ed è bello che certe cose non cambino mai.
Lei continua ad ascoltare orribile musica enka e questo vorremmo che cambiasse, ma non vuole saperne.
Oh, Kasumi Tendo e il dottor Tofu si sono finalmente sposati! Non so come lui abbia superato i suoi attacchi di panico in presenza di Kasumi, ma ce l’hanno fatta, e ora il signor Tendo piange di gioia in attesa del primo nipotino.
In quanto a noi…
Beh, ti entusiasmerà sapere che la nostra coabitazione va a gonfie vele. Anche se siamo solo in due riusciamo a gestire il ristorante senza particolari problemi, a parte le bollette. Non vuoi sapere quanto le tasse giapponesi sono schizzate in alto in questi ultimi tempi. Per fortuna i nostri camerieri e cuochi sono bravi, efficienti e soprattutto percepiscono il minimo sindacale senza battere ciglio. Se poi in futuro le cose si dovessero mettere per il meglio sono la prima a volerli ricompensare come meritano.
Come? Volevi sapere in merito a questioni più… personali? Non ti facevo così curiosa. E va bene, va bene.
Che dire. Stiamo bene assieme, io e lui. Ricordo che, in quei turbolenti giorni, gli ho detto che ero davvero fortunata ad averlo tutto per me. Come facilmente prevedibile quella frase ha assunto sempre più verità col passare del tempo. Non ho mai avuto motivo di dubitare, essere arrabbiata oltre una fisiologica soglia di scherzo, pensare male. Si è sempre comportato come il miglior cavalier servente che una dama possa mai desiderare: colmo di attenzioni, galante, comprensivo, attento. Off, se parto con la lista della spesa non finisco più.
E anche dal versante più strettamente… carnale, l’intesa è sempre delle migliori. Lo sapevi, vero? Sì, sono sicura che ne fossi al corrente. E anzi, se per qualche motivo avevi delle obiezioni sul nostro essere intimi sotto le coperte, ti ringrazio per non averlo mai portato a galla. Lo trovo un gesto molto rispettoso da parte tua.
C’è una cosa che a te posso dire e a lui no, non ancora almeno: sono in ritardo. Potrebbe essere dovuto al carico di stress dell’ultimo periodo, col Nekohanten sempre pieno. O forse no. Devo riuscire a trovare il modo di dribbarlo e andare a comprare un test, giusto per essere sicuri.
Se l’esito sarà positivo… eh. Ho idea che Mu-Si salterebbe di gioia come un pazzo alla prospettiva di diventare padre, ma io non ho la certezza che lo seguirei nei festeggiamenti. Credo che siamo ancora un po’ troppo giovani per prenderci la responsabilità di un figlio.
Alt alt, so cosa stai per dire e voglio rassicurarti: nessun bisturi mi toccherà mai. Nel caso farò mio lo spirito più vero delle amazzoni e affronterò il problema con coraggio e determinazione. Non intendo disconoscere o, peggio, liberarmi del sangue del mio sangue. Non con il tuo esempio a farmi da monito e a ricordarmi cosa significa prendersi cura di un discendente.
Diciamo solo che spero di poter avere ancora un po’ di tempo prima della lieta novella. Vorrei potermi sentire davvero pronta, e che soprattutto sia una scelta ponderata e non il frutto di un buco nel preservativo.
Altro da dirti… no, direi di no. Le cose più importanti le ho elencate, il resto sono dettagli privi di importanza e ti annoierei.
Mi alzo.
“Possiamo andare, Shan-Pu?”.
“Che cos’hai oggi, Mu-Si? Ti vedo meditabondo e stranamente inquieto”.
“Non so, forse mi sono solo svegliato male. O non dormo abbastanza”.
“Ma se non ti si schioda dal letto manco con le cannonate senza le tue dieci ore di sonno consecutive”.
Continuando a battibeccare come due scolaretti ci avviamo verso l’uscita, ridendo.
Darei un rene per averti qui con noi, nonna. Ma mi saprò accontentare del buono che la vita mi sta generosamente regalando.

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