La Storia di Ribelle

di Bibliotecaria
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Prologo ***
Capitolo 2: *** 1. Quando la vita cambia ***
Capitolo 3: *** 2. Meddelhock ***
Capitolo 4: *** 3. Sola, non per sempre ***
Capitolo 5: *** 4. Un errore fondamentale ***
Capitolo 6: *** 5. Tra rapine, cuori e bugie ***
Capitolo 7: *** 6. Battesimo ***
Capitolo 8: *** 7. Matrimonio ***
Capitolo 9: *** 8. La realtà velata ***
Capitolo 10: *** 9. Lo squarcio nel velo ***
Capitolo 11: *** 10. Storie e Segreti ***
Capitolo 12: *** 11. Farsi odiare per amore ***
Capitolo 13: *** 12. Riconciliazione ***
Capitolo 14: *** 13. Una questione di famiglia ***
Capitolo 15: *** 14. Guardare al futuro ***
Capitolo 16: *** 15. Incrocio Ferri-Galvano ***
Capitolo 17: *** 16. Il giorno è arrivato ***
Capitolo 18: *** 17. Fragile ***
Capitolo 19: *** 18. Funerale ***
Capitolo 20: *** 19. Risveglio ***
Capitolo 21: *** 20. Trattazione e accettazione ***
Capitolo 22: *** 21. Il filo spezzato ***
Capitolo 23: *** 22. Scegliere un cammino ***
Capitolo 24: *** 23. Ciò che cambiò la mia vita ***



Capitolo 1
*** Prologo ***


Allo zio Daniele,
 perché, un po’ per gioco,
 lo ha chiesto ad una bambina
 più determinata del previsto.
E alla zia Lella una combattente che
 mi ha donato due lezioni fondamentali sulla vita.

 
La Storia di Ribelle
 
Prima Parte: Ribellione
 
Prologo
 
Nel 2022 della terza era il mondo era esattamente a come lo era stato negli ultimi 2022 anni. Questo era sotto la giurisdizione, se così la si può chiamare, degli Uomini, e gli Altri lavorano nelle aziende di periferia e nelle fattorie sotto pagati e sotto stretto controllo dei nostri corpi speciali, la S.C.A. ovvero Supervisione controllo Altri o, come chiamiamo noi amichevolmente: coglioni, stronzi, incapaci… un mio amico aveva fatto la lista di questi soprannomi, molto tempo fa, ma andiamo con ordine. Il loro compito sarebbe dovuto essere mantenere la sicurezza, impedire le resse o le ribellioni, pattugliare le strade, identificare i non registrati e fermarli con ogni mezzo necessario, anche ucciderli, spesso con la collaborazione delle forze del ordine e, in casi estremi, dell’esercito. Ma oramai non si limitavano più a quello: ogni più piccola infrazione, ogni errore, ogni singola perdita di controllo veniva punito cinque volte più seriamente in confronto ad un umano, se si era fortunati, in molti casi non si arrivava neppure al processo. Ma questo non è un saggio in cui vi narrerò delle ingiustizie di quegli anni. Questa è la Storia, secondo le mie esperienze e il mio punto di vista, nulla di più.

Forse mi conoscete, mi chiamo Diana Dalla Fonte, all’inizio di questa vicissitudine, nel lontano 22 novembre 2022, ero una comune diciassettenne, che frequentava il quarto anno del liceo Bella Roccia al indirizzo economico-sociale. Vivevo a Lovaris, una minuscola cittadina circondata da ettari ed ettari di campi da nord a sud che da maggio a giugno assumevano il colore del sole e, quando venivano tagliati, quel profumo di fieno raggiungeva anche il cuore storico della città e le fabbriche sul lato nord, le quali invece erano un tripudio di cattivi odori e aria inquinata, unito ad un continuo e perpetuo grigio macchiato da qualche marchio colorato o cartellone con su scritti annunci come Cercasi personale oppure Ultimo incidente:15 giorni fa e simili. La parte più bella era quella a est dove c’erano sono campi incolti a poco distanti dalle colline degli orchi o più conosciute come Colli della Palude famose per gli innumerevoli fiumi che scorrono tra queste e il mare rendendo il terreno ricco di paludi, ma la mia città è sempre stata troppo a nord per venir riempita da quegli odori salmastri, infatti poco più a nord si riusciva a vedere l’estremo sud della Catena Montuosa della Luna. Quella è sempre stata la mia zona preferita, poiché per chilometri e chilometri si vedeva solamente terra incolta e qualche casa dei tritoni lungo un fiumiciattolo assieme ai loro greggi o piccoli campi con alberi da frutto che in primavera si riempiono con il profumo dei meli, dei ciliegi, dei peschi, degli aranci e dei prugni, e poco lontano da questi si scorgeva un bosco fitto e rigoglioso. La zona in cui abitavo era al confine con questi campi, in corrispondenza con il meridiano della piccola città, sembrava quasi che quella strada, abbastanza grande da far passare due camion uno accanto al altro senza il rischio di strisciarci, con tutte le sue speranze e tutte i suoi possibili svincoli venisse inghiottita dalla caserma della S.C.A. dove avevo passato buona parte della mia vita poiché io ero figlia di due agenti S.C.A.

La mia vita fino ad allora era stata tranquilla e regolare, fatta eccezione per alcuni piccoli e sporadici eventi, e le piccole sorprese quotidiane, ero sempre in grado di dire a grosse linee cosa avrei fatto quel giorno. Si iniziava con la sveglia alle 6:00, avrei potuto svegliarmi più tardi, ma è difficile dormire quando vivi in una caserma della S.C.A. in cui ogni singola mattina, anche feriali e festivi, parte una sirena assordante per svegliare le reclute, e non c’è stata volta in cui non mi alzassi di scatto, nel pieno del sonno e mi tappassi le orecchie sperando che quel fracasso finisse. Da lì sgusciavo fuori dal appartamento che i miei genitori chiamavano casa, chiudevo la porta a chiave, visto che ero l’ultima ad uscire, e andavo a fare colazione alla caffetteria Il Fauno per stare il più lontano possibile da quel ambiente agitato già di prima mattina. “Diana! La mia cliente preferita. Il solito presumo?” Mi chiedeva sempre Fil, tutte le mattine, con quel suo modo esuberante e dinamico in perfetto contrasto con me che sembravo uno che si è appena fatto con qualcosa di pesante da quanto ero goffa e ancora rintontita dal sonno. “Sì.” Dicevo sedendomi al mio solito tavolo, per poi notare due impronte di zoccoli sul un tavolo che, ovviamente non aveva ancora pulito. “E per l’ennesima volta… quando spolveri i lampadari non mettere gli zoccoli sui tavoli, non è igienico!” Esclamavo infastidita, e lui, puntualmente, mi ignorava, anzi mi canzonava con un sorriso.

Capivo che Fil, essendo un fauno, era molto più facile saltare sul tavolo, ma se almeno avesse usato le sedie o una scala, o qualsiasi altra cosa non avrebbe rischiato di chiudere per mancata igiene. C’è da dire in realtà Fil si puliva sempre gli zoccoli prima di entrare nel bar e puliva sempre i tavoli con estrema cura prima che arrivassero gli altri clienti, ero io quella che arrivava alle sei e venti di mattina. Comunque lo riprendevo perché sapevo che sarebbe bastato che qualche agente S.C.A. venisse lì a fare colazione, vedesse le impronte e lo avrebbe, nel migliore dei casi ripreso e segnalato, nel peggiore incarcerato, ma molto più probabilmente lo avrebbe fatto chiudere. Era fortunato: difficilmente gli Altri possedevano una loro attività famigliare, di norma appartenevano agli uomini. Tuttavia in città piccole come Lovaris, per una semplice questione demografica, l’unico edificio con lavoratori esclusivamente umani, aldilà della scuola e la caserma S.C.A., in cui per legge lavorano solo uomini, era l’albergo-ristorante in centro. Per il resto c’era un gran numero di piccole imprese che appartenevano agli Altri o sarei vissuta in una città senza neanche un alimentari o un parrucchiere, tuttavia le grandi imprese e i loro posti di rilievo erano tutte nelle mani degli uomini.

Verso le sette iniziavano ad arrivare alcuni studenti, tra cui i miei compagni di classe, per aspettare l’inizio delle lezioni, visto che Il Fauno è estremamente economico: una libra e cinquanta per brioche più cappuccino, e per gli studenti una sola libra e con la tessera fedeltà ogni dieci colazioni ce n’era una omaggio, in oltre il cibo era buono, niente di straordinario sia chiaro ma comunque quella libra la valeva tutta, era inevitabile che diventasse uno dei luoghi di ritrovo dei giovani.

Nella mia classe c’erano tredici persone ed eravamo, probabilmente, la classe più variegata della scuola. Per l’esattezza c’ero io, che sono umana, un fauno, un centauro, un elfo, un nano, un vampiro, una strega, un mago, un licantropo, i quali oltretutto componevano la Squadra di classe, di cui parlerò in avanti, una ninfa, una folletta, una sirena e una fata mancavano un orco, un troll e un demone e avremmo riassunto la varietà della popolazione. Probabilmente qualcuno dei loro nomi li avrete anche sentiti ma all’epoca eravamo solo un branco di ragazzini iscritti ad una scuola pubblica con un’organizzazione tipica della zona dei Fiumi, ovvero sei ore al giorno di scuola l’una appiccicata all’altra, qualche sporadica attività sportiva extrascolastica il venerdì, molti esercizi da fare a casa e i corsi di studio suddivisi in cinque pacchetti. Tuttavia considerato che la nostra scuola era povera di studenti, in particolare in quegli anni, la nostra classe, che era la stessa dai tempi delle elementari, aveva messo ai voti la facoltà a cui iscriversi visto che non c’erano abbastanza alunni per fare più di una classe per anno e nella mia città c’era solo una scuola superiore, certo saremmo potuti andare nelle scuole delle città vicine ma le corriere erano più rare e più lente di quanto di già non lo sia oggi, sarebbe stato impossibile frequentare le lezioni così, per di più molti nella mia città non si erano mai spostati da questa per intere generazioni, una situazione classica dove ero cresciuta.

Della scuola ricordo quanto i professori ci ripetessero come degli automi che l’uomo è un essere superiore, che ha unificato il mondo dopo secoli di perpetua guerra e schiavitù caratteristici della prima e seconda era, e che gli Altri devono sotto stare alle leggi speciali; in altre parole un sacco di stupidaggini, e credo che molti dei professori considerassero almeno la metà delle cose che dicevano una grande cavolata ma all’epoca ero una ragazzina, quindi per me anche solo dire certe cose è un tradimento. Non per niente tutti noi odiavamo quelle dannate ore, non tanto per le materie o per i professori: sapevamo che molti nostri coetanei, soprattutto nelle grandi città o nelle città di campagna di regioni più povere, non si potevano permettere neanche i libri e non sarebbe stato giusto nei loro confronti odiare la scuola, però quei messaggi deplorevoli e umilianti intrinsechi mi facevano una tale rabbia, soprattutto perché vedevo la sofferenza che quelle leggi portavano ai miei compagni. So che suona strano considerato che sono un’umana e che questo mi renderebbe, in un certo senso, un loro nemico. Non a caso non sono state rare le occasioni in cui ho visto e vissuto aggressioni di estranei che in preda ad un attacco d’ira che se la prendevano con il primo che passava per le loro disgrazie provando anche ad uccidere, ma ho sempre mantenuto la mia visione sovversiva, e poi nessuno nella mia città avrebbe potuto farmi del male neanche volendo: i miei genitori mi obbligavano, da sempre, oltre a frequentare corsi di auto difesa, a portarmi dietro armi non letali sufficienti a stendere un gruppo di anche una decina di persone. Con gli anni questa prospettiva mi aveva portato a prendere svariate abitudini che erano poco in linea con la moda e la norma sociale: tonalità scure nei vestiti, scarponi comodi, pantaloni larghi, invece che gonne, scarpette eleganti dai colori vivaci, magliette semplici e flessibili, al posto di camicette, felpe oppure giacche pesanti e nelle tasche dei pantaloni tenevo sempre un coltello e uno spray stordente unito a qualche altro giocattolino offerto gentilmente dai miei genitori, un loro strano modo per dirmi che tenevano a me. Però non era l’unica cosa che portavo con me. Negli anni avevo preso l’abitudine di aggiungere sempre nella borsa del sangue e della carne cruda da dare ai miei compagni in caso di Crisi: uno stato che raggiungono le creature che necessitano di componenti umanoidi quando ne sono deprivati per lungo tempo, dato che ne hanno bisogno per sopravvivere, in particolare colpisce i vampiri, i licantropi e i demoni, può colpire anche gli orchi ma avviene più raramente. Li rubavo dalle scorte che la S.C.A. teneva con se per darle ai carcerati in attesa di essere traferiti in qualche altra città con una prigione vera, non che gli arresti avvenissero frequentemente, Lovaris era una piccola città di conseguenza nessuno poteva commettere un crimine senza che qualcuno lo identificasse per un motivo o per l’altro, però quei criminali che c’erano sapevano come non far parlare le persone, di conseguenza le scorte a disposizione della prigione erano sempre troppe, quindi nessuno si accorgeva se mancavano tre o quattro sacche di sangue o di carne. Non mi sono mai sentita in colpa per quello: era per il bene dei miei amici e assistere a una Crisi, oltre ad essere pericoloso, non è un bello spettacolo. Ne ricordo una in particolar modo.

Era il cambio dell’ora e stavamo aspettando il professore, ero tranquilla e mi stavo facendo i fatti miei, quando Lukas si alzò di scatto dalla sua sedia. Lo osservai meglio: aveva le pupille ristrette e si muoveva velocemente e in circolo, borbottando cose senza senso e incomprensibili mordendosi contemporaneamente l’indice destro mentre della bava scendeva dalla sua bocca contorta in una espressione famelica. Tutti noi sapevamo cosa stava succedendo. Iniziò a muoversi più lentamente a grandi falcate per cercare inutilmente di calmarsi e di controllare il suo istinto ma non sembrava funzionare. Io nel frattempo estrassi il coltello dalla tasca e mi avvicinai cautamente a lui un passo alla volta senza compiere movimenti o gesti affrettati, altrimenti mi avrebbe di sicuro attaccata, quando fui a meno d’un metro da lui gli sfiorai la spalla. Lukas si voltò di scatto estraendo i canini con un sibilo agghiacciante, gli occhi di ghiaccio erano spalancati, le pupille ridotte a due fessure, aveva perso del tutto il controllo. Spaventata compii un passo in dietro, ma lui mi saltò addosso famelico, avvinghiandosi alle mie spalle con le dita acuminate. Lo colpii allo stomaco con una ginocchiata facendolo piegare in due per il dolore, mollò la presa. Gli afferrai il polso destro, e con la gamba destra gli falciai le gambe facendogli perdere l’equilibrio e schiantare a terra di schiena. Gli salii sopra a cavalcioni cercando di bloccarlo, ma si dimenava e graffiava come un forsennato, disperata, gli portai le mani al collo, strangolandolo. Nel frattempo due miei compagni, che si erano alzati dai loro banchi, arrivarono in mio soccorso e gli bloccarono le braccia e le gambe cercando di limitare i suoi movimenti. A quel punto mi tagliai il polso con il coltello. Luka per un secondo si bloccò attirato dal odore del sangue, per poi riprendere a dimenarsi con maggior forza, bramoso. Con non poca difficoltà gli offrii il mio sangue. Dopo che iniziò ad assorbire la mia linfa vitale, con una bramosia impressionante, chiuse gli occhi e rilassò i muscoli calmandosi bevendo il sangue con maggior calma. Allora feci cenno ad una mia compagna di passarmi una sacca di sangue che teneva già pronta tra le mani con una tale forza che per poco non la rompeva. Separai il mio polso dalle sue labbra e Lukas iniziò a bere il sangue nella busta di plastica con una certa bramosia ma comunque con calma. Ci volle poco perché la crisi terminasse del tutto: lentamente i tratti del viso tornarono rilassati, le pupille ritornarono tonde, i movimenti fluidi e lenti, i muscoli si sciolsero, e, quando finì di bere, ritrasse i canini. Per qualche istante cadde il silenzio. Nessuno sapeva cosa dire: non era la prima volta che vedevo una Crisi, ma era sempre difficile dopo ritornare alla normalità. In quei momenti comprendevo la paura dei miei antenati verso i popoli dei licantropi, vampiri, orchi e demoni, ma subito dopo mi ricordai che avevo davanti Lukas e che eravamo amici da quando avevo quattro anni, che ero andata ad ogni suo compleanno, che conoscevo perfettamente la sua famiglia e che avevo passato molte estati nel giardino dietro casa sua cercando di trovare il suo gatto che era sparito un giorno senza più tornare. Lukas quando si riprese mi si avvicinò guardandomi con vergogna e afferrò il mio polso e leccò la ferita che si rimarginò subito grazie alle proprietà cicatrizzanti della saliva dei vampiri. “Perdonatemi.” Disse rivolto alla classe con un sorriso chiaramente forzato. “Perdonami…” Sussurrò appena con le lacrime agli occhi. In preda ai rimorsi mi abbracciò in cerca del mio perdono, ignorando il suo orgoglio, mi stinse con forza la maglia quasi strappandola, la sua testa si nascose nel incavo del mio collo, riuscivo a sentire i suoi respiri angosciosi e le lacrime calde sul mio collo. Gli accarezzai la nuca con fare materno: conoscevo Lukas abbastanza bene da sapere che aldilà dei suoi modi da freddo, orgoglioso ed egocentrico c’era una persona fragile che voleva essere forte per non far preoccupare chi lo circondava. “Fa niente. È tutto apposto.” Lo rassicurai tirandolo su e asciugandogli le lacrime, gli donai un sorriso al quale rispose e si calmò un po’. “Piuttosto….” Iniziai guardandolo seriamente. “Da quanto tempo è che non ti nutrivi?” Chiesi seria e un po’ imbarazzata. “Un mese.” Rispose scostando lo sguardo. “Un mese!!” Urlai, definirmi furiosa era dire poco, e all’epoca avevo forse quattordici anni, non ero ancora una bomba ad orologeria pronta ad esplodere ad ogni più piccola cosa ma avevo di già il mio caratteraccio. Sapevo che vampiri, licantropi e demoni possono sopravvivere mesi senza componenti umanoidi, ma che per compensare si devono nutrire il doppio di componenti animali per evitare uno stato di Crisi, e la famiglia di Lukas compiva enormi sacrifici per potersi permettere dei componenti umanoidi ogni due settimane, non possono sprecare altri soldi in grandi quantità di nella carne animale. “Ma chi sono quel branco di imbecilli che vi dovrebbe portato la razione dovuta di sangue? Giuro che se li prendo…” Non finii la sfuriata poiché Lukas mi bloccò. “Clamati, non è un errore di consegna: i miei hanno perso il lavoro e non c’è rimasto tanto sangue.” “Deitre…. Dannato!” Urlai furiosa mentre qualcuno mi avvertiva che il professore era quasi arrivato. “Credevo di poter resistere ma a quanto pare mi sbagliavo.” Mi disse pacato, quasi scherzoso. Guardai Lukas con rabbia: non le avevo mai sopportate queste cose. Di già per molti era difficile trovare un lavoro, ma se glielo toglievano per sostituirlo con degli uomini era il doppio più insopportabile. Conoscevo bene quel razzista del direttore di Deitre, sapevo che si lamentava sempre di non avere abbastanza dipendenti e licenziava i genitori di Lukas perché erano vampiri. Erano questi i miei pensieri mentre mi sedevo rumorosamente sulla sedia con fare incazzato. Lo stomaco mi rodeva poiché sapevo di essere impotente, infondo chi avrebbe mai ascoltato una ragazzina. Quando arrivò il professore non accennammo neppure alla Crisi: se lo avessero scoperto Lukas rischiava la prigione. Oramai ci sarete arrivati: il sistema in cui vivevo era una merda e non erano neppure gli anni peggiori, anzi la situazione era migliorata rispetto a qualche generazione fa.

Sinceramente, di tutto quello schifo l’unica ora della settimana scolastica che ricordo piacevolmente è l’ora settimanale di Religione in cui si parla delle tradizioni antiche oltre che di religione, la nostra insegnante, la signorina Bevi L’Acqua, era una grande professoressa. Faceva delle lezioni, che noi ragazzi definivamo, superbe e riusciva a coinvolgere tutti con estrema facilità ed era ammirata da tutti. È stata un’immagine piacevole della mia adolescenza, i suoi ricci capelli scuri che contornavano un viso sempre sorridente e la sua pelle scura pareva attirare i raggi del sole, fu una delle poche figure adulte piacevoli per me e una delle poche che essenzialmente non ripeteva quella cantilena fastidiosa perennemente di sottofondo nelle altre ore, non diceva nulla contro lo stato, visto che era il suo datore di lavoro, ma era già molto per noi. Ogni tanto mi domando come stia, all’epoca era una giovane professoressa fresca di laurea, chissà se leggendo i giornali abbia mai riconosciuto uno di noi ragazzi e cosa abbia mai pensato, ma non sono in grado di dirlo, in fondo non l’ho più rivista, non so neanche se sia ancora viva.

A seguire di pomeriggio c’erano gli allenamenti con la squadra, i quali per la maggior parte si tenevano nel cortile della scuola e in maniera irregolare visto che ci dovevamo alternare la palestra e il cortile in maniera ufficiosa noi ragazzi di tutte le classi. Il resto del pomeriggio, se non lo passavamo a studiare in vista di una o più verifiche, andavamo in giro per la città o nella campagna subito fuori e facevamo quel che volevamo, nei limiti della legge sia chiaro. Ricordo le giornate passate al aperto nei campi a cazzeggiare o a giocare con la palla, addirittura a limonare o a girare nella foresta, ero una testa calda da giovane ma in quella piccola città non c’erano grandi cose da fare e la presenza della base S.C.A. debellava di molto la criminalità organizzata, era una cittadina così tranquilla che persino una piccola presuntuosa come me aveva poco da fare. Infondo non avrei mai potuto combinare guai dato che alle sei c’era il mio imbarazzante copri fuoco per tornare alla mia casa/caserma, per il quale venivo derisa di continuo.

Il 22 novembre del 2022 della terza era sarebbe stato un giorno come tanti se i miei genitori non avessero annunciato una decisione le cui conseguenze cambiarono la mia vita per sempre.

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Capitolo 2
*** 1. Quando la vita cambia ***


1. Quando la vita cambia
 

22 novembre 2022 della terza era, dopo una banale mattinata a scuola, una comunissimo pomeriggio passato a casa di un mio amico con una parte della classe, mentre consumavamo uno dei piatti più comuni in casa, una zuppa. I miei genitori sganciarono la bomba. “Diana.” Alzai lo sguardo per un istante. “Sì papà?” Chiesi disinteressata continuando a guardare il mio piatto. “Io e Lisa abbiamo deciso.” Non riuscivo a immaginare cosa avevano deciso la mamma e papà, ma non riuscii a formulare la domanda poiché fu mia madre a darmi la risposta. “Accettiamo il lavoro in città. Ci trasferiremo dopo la fine del primo quadrimestre.” Disse pacata mia madre con un’indifferenza innaturale. “Cosa!?!” Urlai incredula lasciando cadere il cucchiaio nel piatto. “No…” Per un’istante sentii il vuoto. Io, lasciare la mia città, i miei amici, la mia scuola, la mia casa-caserma, la mia vita, i miei progetti: impensabile. La collera riempì ben presto quel senso di vuoto facendomi esplodere. “No! Io non mi trasferisco né ora né mai!” Urlai con tutto il fiato che avevo in gola sbattendo i palmi delle mani sul tavolo e alzandomi con uno scatto; persino Michele, il nostro tuttofare-maggiordomo, rimasto saggiamente in disparte, si scompose nel sentire le mie urla. “Bada a come parli ragazzina quando andrai all’università potrai fare ciò che vuoi, ma fintanto che vivrai qui, o dipenderai da noi, resterai sotto le nostre regole e farai ciò che diciamo!” Decretò mio padre furibondo alzandosi da tavola a sua volta. Ci scambiammo uno sguardo carico d’ira: i miei occhi verdi contro i suoi occhi marroni. Una parte di me urlava e strepitava per togliere quell’aria di superiorità a mio padre con un gancio ben assestato, l’altra invece stava già razionalizzando la cosa: erano anni che volevano trasferirsi, lo sapevo che sarebbe successo, ma contemporaneamente non arrivava mai la promozione, mi ero convinta che si sarebbero arresi e invece, a quanto pareva, la loro occasione era arrivata. Mi limitai ad arretrare e a distogliere lo sguardo, sapevo di non avere voce in capitolo. “Non ho più fame. Con permesso.” Corsi in cantina, dove c’era la stanza degli allenamenti disponibile per la nostra famiglia assieme ad altre tre, una palestra piena di pesi, attrezzi vari e una decina di sacchi. Mi infilai i guanti rinforzati con scatti d’ira, litigando un paio di volte con la chiusura a strappo, usando i denti per stringerli a dovere. Non riuscivo a ragionare, ero frustrata e arrabbiata, non solo per il trasferimento, ma anche perché i miei genitori non avevano voluto parlarne con me prima di prendere una decisione definitiva, neanche avvisarmi di una concreta possibilità. Avrei voluto sfogarmi direttamente su di loro, ma ero abbastanza intelligente da sapere che non avrei cambiato nulla lamentandomi come una bambina. Così avevo ripiegato sul prendere a pugni dei sacchi che era sempre stato il piano di riserva per sfogare la rabbia, che era pur sempre tanta, troppa per un corpo solo. Iniziai a picchiare a morte uno dei sacchi in cuoio che fungevano da vittime per le mie sfuriate. Non badai né alla tecnica ne alla velocità, colpivo a testa bassa quel vecchio sacco logoro e nel frattempo farneticavo discorsi privi di una vera connessione logica, maledicendo i miei genitori, la S.C.A. e qualsiasi cosa mi venisse in mente. Maledicevo ogni più piccolo dettaglio del trasferimento e nel frattempo colpivo con una forza sempre maggiore per non sentire le mie parole, poiché sapevo che, in qualunque caso, si trattava di discorsi vani: non potevo smuovere i miei genitori o far cambiare loro idea. Avrei voluto che avessero sentito e capito quelle parole confuse, comprendere quanto fossi dannatamente arrabbiata, e non solo per il trasferimento, ma per tutta una lunga serie di questioni che mi rodevano dentro. In quegli anni avevo un fuoco che si accendeva per nulla e si manifestava in rabbia e frustrazione accecandomi la vista e la ragione.

Ad un certo punto ruppi il sacco, non era stato un colpo tanto potente a mio avviso, ma so che fu l’ultimo quel giorno. Avevo le mani doloranti da quanto forte e insistentemente avevo colpito quel attrezzo, ero sudata e affiatata, le energie che avevo conservato mi furono appena sufficienti per trascinarmi in bagno e buttarmi nella vasca. Avevo le nocche sbucciate e le mani si erano gonfiate, il giorno dopo avrei fatto fatica a scrivere e avrei dovuto mettere il ghiaccio e fasciarle a dovere, ma non era importante, la rabbia era in gran parte scemata, o almeno non sentivo più il bisogno di uccidere le due persone nella stanza da letto accanto. Ora c’era un’estrema lucidità, e grazie a questa potei convincermi che, per quanto fossi profondamente e irrevocabilmente contraria, tra almeno un paio d’anni sarei andata via di casa comunque: per diventare un avvocato o un giudice Lovaris non era il posto migliore dato che l’università più vicina era a tre ore di corriera, aveva un livello d’istruzione mediocre e tra le facoltà proposte non c’era quella che mi serviva. Uscii dalla sala da bagno con i capelli ancora fradici, entrai in stanza e sbattei la porta il più rumorosamente possibile, per ricordare ai miei genitori che malgrado non avrei fatto altre scenate non dovevano infastidirmi per almeno una settimana, chiusi a chiave la porta, ero proprio una ragazzina all’epoca su certe cose. Misi la musica rock a tutto volume fino a mezzanotte ora in cui la stanchezza perse il sopravvento, fu gesto parecchio infantile ma avevo solo diciassette anni e volevo farla pagare ai miei genitori. Quando spensi il giradischi mi lasciai travolgere dal silenzio, dai residui di rabbia e rifiuto così da lasciar posto alle lacrime e ai singhiozzi.

La mattina seguente tutti si accorsero che palesemente qualcosa non andava e l’interrogatorio dei miei compagni arrivò puntuale. “Molto bene capitano. Cosa succede?” Mi chiese Zafalina indicando le mie mani fasciate da cui proveniva l’odore nauseabondo della medicina. “Niente.” Mentii spudoratamente, non avevo le forze per affrontare l’argomento e poi non avrebbe cambiato nulla. A cosa sarebbe servito? Eravamo al quarto anno, presto o tardi le nostre strade si sarebbero separate, io sarei andata all’università, mi sarei laureata in giurisprudenza e, forse, sarei diventata un buon avvocato e magari tra un decennio avrei trovato un piccolo spazio per mettere su famiglia, loro d’altro canto, appena usciti da scuola, avrebbero passato l’estate a cercare un lavoro o a diventare ufficialmente dei lavoratori nella bottega di famiglia, alcuni si sarebbero sposati a breve, probabilmente una volta raggiunti i vent’anni e la maggiore età, e avrebbero sfornato qualche marmocchio. Quindi, tutta questa storia avrebbe anticipato i nostri destini di un anno e sette mesi. Per i miei genitori forse non sarebbe cambiato nulla ma per me quei pochi e preziosi mesi prima di diventare ufficialmente un’adulta erano tutto. “Bugiarda. Non serve leggerti il pensiero per sapere che c’è qualcosa di grave sotto quel Niente. E poi hai le mani sbucciate il che vuol dire che hai fatto a botte e, visto che ieri non ce le siamo suonate, ti devi essere sfogata con quei poveri sacchi di cuoio a casa tua. Avanti cosa succede?” Per un istante odiai profondamente Denin per essere così maledettamente intuitivo e non essere capace di capire quando bisogna lasciar perdere un argomento, ma tutti erano già attorno a me e mentire serviva a ben poco, così mi decisi a dire la verità: inspirai a fondo, guardai tutta la classe, che si era disposata intorno al tavolo, e parlai. “Io e la mia famiglia ci trasferiamo in città a gennaio prima dell’inizio del penta maestre.” Nessuno reagì per un intero minuto ma quando ci alzammo per andare a lezione tutti esplosero con pareri e commenti. Tuttavia non li ascoltai: rimasi passiva a quelle critiche. Mi sentivo più leggera per aver detto la verità ma contemporaneamente sentivo che le lacrime stavano per uscire. Le scacciai scuotendo la testa e mi focalizzai sulle successive ore che passarono in fretta, arrivando in fretta alla quinta ora con Religione.

“Buongiorno ragazzi!” Ci salutò la professoressa Bevi L’Acqua con il suo solito sorriso, ma le bastò uno sguardo per capire che qualcosa non andava. “Che cosa sono quella facce da funerale?” Nessuno rispose. “Ragazzi… se non mi dite che succede come posso aiutarvi?” Ci scambiammo uno sguardo d’intesa generale e Andrea rispose per tutti. “Diana alla fine del semestre si trasferirà in città.” “Oh.” Passarono degli istanti in cui l’espressione di Bevi L’Acqua mutò da sorpresa, a triste, passò per pensierosa, fino ad arrivare a furbetta. “Allora dobbiamo fare la più grande festa d’addio della storia!” La guardai scettica: non ero in vena di festeggiare ma ero talmente depressa che riuscii solo ad abbassare lo sguardo verso la cattedra rassegnata. “Perché?” Chiesi svogliata. “Perché per te sarà un nuovo inizio. Pensaci: in questa classe nessuno potrà mai lasciare questa città a parte te.” Disse la donna allegra mentre la maledicevo per ricordarmi la verità. “Sì, ma io avrei preferito aspettare ancora un po’” Borbottai seccata sperando che non mi avesse sentita. “Mai fare domani ciò che puoi fare oggi!” Alzai gli occhi al cielo, il suo ennesimo detto, se li avessi dovuti scrivere tutti probabilmente avremmo ricoperto l’intera area vivibile del pianeta. Mi guardai attorno tutti erano speranzosi ed eccitati all’idea e, dato che l’ultima cosa che volevo era dar loro un dispiacere, cedetti. “Allora facciamolo.” Decretai il più svogliatamente possibile, vi fu un urlo di esultazione generale. Subito si misero a fare progetti e ipotesi su come e dove attuarlo. Optammo per il 22 o il 23 dicembre al Fauno, avremmo ordinato trenta nove tortine di riso, le mie preferite, come torta d’addio, e quarantotto al cioccolato, le seconde mie preferite ma molto più popolari, come seconda torta d’addio, poi tramezzini, pizzette e bevande a volontà. Alla fine dell’ora successiva dovetti costringere la squadra a suon di minacce ad andare agli allenamenti tanto erano presi dal organizzare la festa. Negli spogliatoi Zafalina mi interrogò su dove sarei andata e gli risposi di non saperlo, ero troppo arrabbiata per badare a certi dettagli la sera precedente.

Lo sport che praticavo si chiama Arena, come il luogo in cui i gladiatori andavano a combattere per ottenere la gloria nella prima era e in parte nella seconda. Siccome non è più tanto praticato come quando ero giovane farò un sunto per non lo sapesse di cosa io stia parlando. Ci sono due squadre avversarie che si sfidano il cui obbiettivo è quello di sconfiggere tutti i componenti della squadra avversaria, una specie di battaglia simulata. Quest’ultime sono composte dai nove agli undici componenti con totale libertà di uso delle armi e degli stili di combattimento. L’unica cosa che li contraddistingue dai giochi originali è la proibizione di infliggere danni mortali o comunque altamente lesivi, ovviamente non era permesso usare attacchi magici visto dato che questa è stata bandita al inizi del millequattrocento della terza Era con la presa della città elfica da parte degli uomini. L’equipaggiamento era piuttosto costoso, ma mio padre da giovane faceva parte della squadra della sua università quindi ci forniva sempre dei nuovi equipaggiamenti sia per me che per i miei compagni. All’epoca era costituito da una tuta che ricordava una corazza, un casco e un arma a scelta tra: spada, lancia, pugnale, arco, coltelli da tiro, tridente o rete, ovviamente nessuna di queste era affilata ed erano fatte per lo più in legno. Per il resto il gioco si basava su tattica, forza, velocità, agilità, un duro allenamento e simulazioni con i fantocci e altre squadre. L’allenamento lo regolavamo noi ragazzi ed era diviso in tre fasi: il riscaldamento, dove facevamo esercizi di fiato e resistenza per lo più, l’allenamento vero e proprio, in cui ci esercitiamo a livello tecnico e strategico, ed infine l’esercitazione, dove simuliamo una battaglia con un’altra classe.

Cercai di distrarmi con la fatica durante l’allenamento, ma non funzionò, così rimasi con quella malinconia che mi accompagnava dal mattino. A fine allenamento avrei dovuto incoraggiarli, ma le uniche parole che riuscivo a formulare erano di rabbia, per tanto lascia questo compito al vice-capitano Oreon uno dei miei più cari amici nel gruppo. Avevo detto che dovevo schiarirmi le idei e di restare da sola per un po’, lui capì che intendevo l’intero pomeriggio, mi fece solo un cenno d’assenso con la testa e andò a parlare ai ragazzi. A quel punto mi cambiai velocemente in spogliatoio, uscii da scuola e mi feci una corsa fin fuori città, superai i campi a est e raggiunsi il mio rifugio preferito al limite dei monti in un bosco. Ci andavo spesso ma la sua collocazione era segreta a tutti, anche a Zafalina che era la mia amica più cara. Lì, in un certo senso, vi era la mia vita: la casetta di rami per i giorni piovosi, il mio diario, che tenevo da quando avevo sei anni, nascosto nel albero cavo, con tanto di gomma, matita e temperino, e la gomma di un camion bucata che un tempo usavo come altalena. Contemplai quel posto per un po’ incredula al idea che stavo per lasciarlo. Andai in un vecchio albero e da una radice tirai fuori la vecchia cassetta di latta rossa e gialla in cui avevo nascosto il mio diario, forse avrei dovuto portare via almeno quello, stavo per andare via ma qualcosa mi bloccò, incominciai a scrivere e a riflettere. Scrissi molto a lungo lasciando che i pensieri fluissero razionali, finalmente. Non scrissi molto, appena tre pagine, ma in quel momento mi resi conto che mancavano solo due pagine alla fine del diario. Rimasi scioccata: non tenevo regolarmente quel diario, ci scrivevo solo ogni tanto quando avevo qualcosa che stava diventando insopportabile da tenere dentro e che non faceva altro che alimentare la mia rabbia restando lì. Oppure ci scrivevo qualche evento felice come quella volta che ero andata a teatro a vedere La bambina e il fauno oppure quando avevo dato il mio primo bacio, della mia prima volta, ma per il resto non c’era niente, alle volte non lo toccavo per quasi un anno, per questo ero così scioccata. Forse era segno che un capitolo della mia vita stava per concludersi, che questi mesi sarebbero stati gli ultimi così. Trassi un profondo respiro e lasciai che la foresta mi avvolgesse: i suoi odori, rumori, sensazioni, colori e sapori, la pace, finalmente. Guardai verso il sole, non ero mai stata una persona particolarmente religiosa, né lo era mai stata la mia famiglia, ma ci trovavo qualcosa di affascinante nel idea che il Sole e la Luna fossero due amanti che si prendevano cura dei figli della loro figlia prediletta, Akki, la nostra terra, e veglino sui suoi abitanti. Così lo guardai negli occhi in cerca di una risposta, che ovviamente non ottenni, ritrassi lo sguardo quando gli occhi iniziarono a lacrimare. Rimasi lì finché non vidi che il sole iniziava a calare costringendomi di tornare alla realtà e ricordandomi che dovevo tornare a casa.

Non parlai con i miei per un’intera settimana ma loro non cambiarono idea, non che mi fossi illusa di riuscirci, anzi me lo ricordavano dicendomi di iniziare a preparare le valige per andare a Meddelhok, la nostra nuova casa e parlavano spesso dei vantaggi che avremmo ottenuto e di molte altre cose. Tuttavia erano solo loro a parlare, io restavo lì immobile a mescolare e rimescolare il piatto concentrata, quasi come se aspettassi che la minestra si trasformasse in dolce da un istante all’altro. Avrei voluto gridare loro in faccia che non intendevo andare con loro per nessun motivo al mondo. Mi ripetevo che qualunque cosa sarebbe stato fiato sprecato dato che quando decidevano qualcosa nessuno poteva fermarli, lo sapevo fin troppo bene, avevo preso da loro.

Inevitabilmente i giorni precedenti alla partenza si assottigliarono e, di conseguenza, arrivò il giorno della festa in mio onore. Come promesso vennero tutti. Avrei voluto che quella serata non finisse mai. Riesco a ricordarla per filo e per segno. Eravamo vestiti appena più eleganti del solito, il cibo, sistemato sui vari tavoli spostati alle pareti per l’occasione, era squisito, Fil si era veramente superato. Avevo appena finito di ammirare le bellissime luci colorate di blu che erano state attaccate al soffitto che tutti si catapultarono verso di me per porgermi un regalo ben impacchettato. “Aprilo! Ora! Niente complimenti!” Si impose Zafalina ponendolo a due centimetri dal mio naso, sospirai e strappai la carta floreale che avevano adoperato rivelando un foulard molto lungo, rosso acceso, la stoffa era spessa, resistente, fresca, morbida e lasciava un buon odore di cotone. “Una foulard?” Domandai sorpresa: non avevo mai indossato sciarpe in vita mia, neanche quando nevicava, tanto meno foulard. “Beh! Accontentati! Questo siamo riusciti a trovare. Almeno così ti vestirai con un po’ più di femminilità.” Disse Kallis notando il mio disappunto. “Ve l’avevo detto ragazze, era meglio regalarle un bracciale in cuoio.” Continuò Lukas divertito dal espressione seccata di Kallis. “Tu sta zitto, che ci devi ancora la percentuale!” Lo riprese Kallis. “Ehi, ehi!” Li richiamai mentre continuavo a ridacchiare. “Facciamo così, la utilizzerò tutte le volte che non mi vorrò far riconoscere quando andrò alle manifestazioni.” Promisi loro, e a ripensare a quello che è successo dopo quella promessa così sciocca e innocente sarebbe stata mantenuta forse anche un po’ troppo bene. “Vedi solo di non farti arrestare, sennò rischi di perderla.” Mi avvisò Gahan dandomi una gomitata al ginocchio facendomi perdere l’equilibrio per un istante, abbassai lo sguardo maledicendolo: capivo che essendo un nano non poteva arrivare al braccio, ma quanto meno avrebbe potuto colpirmi alla coscia. “Incredibile, vi preoccupate della sciarpa e non all’idea vostra povera compagna d’avventure sola in una cella?” Domandai facendo la melodrammatica. “No, tanto sei raccomandata.” Mi derise Andrea che venne mandato a quel paese dalla sottoscritta.

Ci abbuffammo un po’ i primi minuti poi iniziammo a ballare sotto le note della buon vecchia musica da ballo, l’unica disponibile nel locale, avrei potuto portare il mio giradischi con la mia piccola collezione di musica rock, ma credevo che al giovedì sera alla radio trasmettessero anche qualcosa di un po’ più originale delle canzoni dei miei genitori e dei miei nonni. Tutti pretesero un ballo con me, e spesso fecero il bis ma anche un tris, mi stavano attorno come se fossi un faro in un mare in tempesta, e non sto esagerando, ad un certo punto mi nascosi in bagno per rinfrescarmi un po’ e riprendermi dalla troppa folla e quando uscii mi ritrovai Nami lì ad aspettarmi. “Nami!” Iniziai a metà tra il sorpreso e l’esasperato. “Insomma! Non posso più neppure andare in bagno da sola per dieci minuti? È tutta la sera che mi stai attaccata come una patella!” Fui un po’ dura in effetti, ma Nami non si infastidì, mi fissò con quel suo sguardo innocente e ingenuo, e con semplicità mi rispose. “Non si fa mai abbastanza per un’amica.” Sorrisi, nella sua semplicità, aveva, come sempre, ragione. Nami la predavamo spesso in giro per rappresentare lo stereotipo della sirena: all’apparenza sciocca ma in realtà più profonda di quanto si possa immaginare. Tornata in pista le concessi un ballo che si concluse con un casquè e mi posizionai a due centimetri dal suo volto. “Me lo daresti un bacio?” Le chiesi guardandola con fare seducente, lei in risposta mi mise una mano davanti alla bocca e si voltò diventando rossa come un pomodoro. “Cito testualmente: non si fa mai abbastanza per un’amica.” Dissi avvicinandomi ancora cercando di trattenere una risata. “Sei un’approfittatrice.” Disse Nami mentre subiva il mio clamoroso bacetto sulla guancia.
La serata finì.

Mi svegliai per l’ultima volta col rumore delle sirene che indicavano l’inizio della giornata. Le valigie erano già state caricate tutte nel camion eccetto una, quella piccola e rossa col minimo indispensabile per il viaggio e qualche vestito di ricambio. Mangia per l’ultima volta nella sala da pranzo, senza il tavolo e con l’unica tazza rimasta. Andai in giro per quella casa quasi del tutto svuotata e mi ritrovai a pensare a tutti quegli anni passati lì dentro. Ricordo come mi apparve piccola e priva di identità senza più tutti quei mobili, foto e dipinti. Ascoltai un’ultima volta gli agenti che si allenavano là fuori: i passi rapidi e ritmati, l’eco lontano degli spari provenienti dal pentagono, le urla degli allenatori che incitavano le reclute e le canzoni patriottiche di alcune matricole. Era assurdo, avevo sempre odiato vivere nella caserma ma ora mentre fissavo fuori dalla finestra non potevo fare a meno di pensare che tutto ciò mi sarebbe mancato. “Signorina Diana stanno tutti aspettando lei.” “Sì, grazie Michele di loro che sto arrivando.” Il maggiordomo chinò leggermente il capo stava per uscire. “Michele!” Lo richiamai. “Sì, signorina?” “Ti volevo soltanto chiedere se…” Mi imbarazzava chiedere una cosa così stupida adesso, oramai erano quasi una donna eppure avevo bisogno di sentirmi ancora bambina, anche solo per un’istante. “Se mi può dare un ultimo abbraccio.” Chiesi a testa bassa, mi si avvicinò e mi strinse forte forte proprio come un tempo. Lo faceva sempre quando ero piccola e si prendeva cura di me al posto dei miei genitori quando la nonna non poteva ma dopo la sua morte avevamo smesso di dimostrarci affetto, forse perché associavo il tempo passato con lui a quello con la nonna. “Grazie di tutto.” Gli sussurrai ad un orecchio mentre ricambiavo con forza a quel abbraccio. “È stato un grande onore lavorare per te Diana.” Afferrò la mia valigia e si diresse verso l’auto cercando di incrociare lo sguardo e non potei non notare le lacrime sul suo viso. Intanto nel mio volto si era formato un sorriso pieno di gioia e tristezza, uno di quelli che si hanno quando si vice dopo un ardua battaglia: era la prima volta che mi dava del tu dopo anni che glielo chiedevo. All’uscita diedi gli ultimi saluti ai miei amici e ai loro genitori alcuni stavano piangendo come delle fontane, come Nami, Kallis, Lillà e Denin, che erano in preda alla più totale disperazione, altri erano sul punto di farlo, come Andrea, Tehor, Oreon, Lukas e Salomon, sono io, Zafalina e Gahan ci stavamo sforzando per mantenere il sorriso o quanto meno apparire rilassati. Ma fallimmo tutti miseramente poiché io ressi appena tre saluti e quanto fu il turno di ogni uno dei miei compagni almeno una lacrimuccia sfuggì, invece i genitori e i fratelli dei miei amici cercarono di consolarci ma anche loro erano provati visto che era da quando andavamo al nido che andavo ai compleanni e feste dei loro figli e spesso e volentieri ero stata ospite nelle lunghe giornate estive. Ci impiegai il maggior tempo possibile a salutare ogni uno e spesso dovetti asciugare le lacrime dei miei compagni e loro asciugare le mie. Sollevai di peso tutti i miei compagni e li strinsi forte, persino Gahan si lasciò sollevare malgrado una piccola protesta iniziale. L’unico che non riuscii a smuovere fu Oreon, e in effetti non mi sarei neanche dovuta illudere: un centauro di due metri e dieci e chissà quanti chilogrammi contro un umana di metro e settantaquattro per sessantacinque chili, era una battaglia persa in partenza. Ma fu lui a sollevarmi e stritolarmi. Una volta finita la dolente processione salii in macchina e partimmo. Mi voltai subito per guardare i miei amici salutarmi fin quando l’automobile non girò l’angolo. Mi ero ripromessa di non piangere troppo davanti ai miei genitori ma ciò non impedì alle lacrime di uscire copiose alla stessa velocità di un fiume in piena. Misi su la radio che mi ero portata appresso e, prima che i miei iniziassero qualche discorso consolatori, mi sintonizzai con il primo canale musicale che trovai e alzai al massimo.

Viaggiammo per quasi due giorni e durante quel lungo viaggio nelle ampie autostrade vuote mio padre mi lasciò guidare più volte malgrado non avessi ancora la patente e tecnicamente non avrei potuto guidare ai novanta all’ora, che all’epoca era considerata alta velocità, però in autostrada passava solo qualche sporadico camion. Durante quel viaggio non ci furono discorsi, solo musica, cibo in scatola, pause rinfrescanti nei campi di grano e un cambio ogni tre o quattro ore. Alla fine di quei due giorni arrivammo al Ponte sospeso il vecchio ponte costruito dai centauri durante la seconda era che permetteva l’accesso a Meddelhock da sud-est, passando sopra lo strapiombo. Ancora mi domando come diamine avessero fatto a costruirlo. Guardai la capitale economica della nostra repubblica: aveva numerosi grattacieli nella zona nord ovest che spiccavano al orizzonte già da prima di arrivare a quel ponte di oltre sei chilometri e mezzo. Mentre, un po’ più nel cuore storico svettava il palazzo di giustizia, una struttura in marmo con il tetto in rame, oramai verde. Mentre mano a mano che mi avvicinavo riuscivo a vedere il mercato nuovo, che in realtà sarebbe il mercato più vecchio della città, dove le piccole case e negozi dagli innumerevoli colori corniciavano bancarelle con ogni sorta di oggetto. “Dovremmo venirci un giorno, non credi, Diana?” Mi domandò mia madre. “Sì, con un giubbetto anti proiettile.” Disse mio padre adocchiando ogni Altro nella strada, ovvero ogni singolo passante. “Klaus!” Lo riprese mia madre. “Amore, lo sai che se si sbaglia quartiere questi ti sparano. Non siamo più a Lovaris.” Guardai mia madre e mio padre riprendere a bisticciare, ma li ignorai: ero troppo stanca per instaurare un discorso, il viaggio mi aveva risucchiato tutte le energie. L’unica cosa che pensai mentre guardavo quelle casucce fu che adesso ero nel cuore della pianura occidentale, la città nel mezzo, Meddelhock.

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Capitolo 3
*** 2. Meddelhock ***


2. Meddelhock

 
La città era enorme, ma mi parve immensa e aliena, c’erano delle zone con uffici e grattacieli nuovi di zecca, altre con vecchie industrie e case di qualche decennio fa, e, ovviamente, il centro storico dove si trovavano rovine risalienti alla prima era che si fondevano con diversi monumenti della seconda era; poco più in là c’era la via del mercato, il cuore pulsante della città, in cui, oltre ad uffici pieni di commercialisti, avvocati e imprenditori, si trovavano innumerevoli negozi, università, musei e svariati edifici storici della terza era, nella cerchia più esterna c’erano le trentaquattro vie più malfamate della città, in cui, si diceva, vi fossero addirittura delle organizzazioni terroristiche oltre a quelle mafiose a cui credevo solo perché alle volte ascoltavo i discorsi dei miei genitori quando non avrei dovuto e li avevo sentiti molto preoccupati riguardo a rapine ad armerie. In quel periodo non c’erano mai state dichiarazioni pubbliche a tal riguardo perché non avevano mai causato gravi danni ma a molti era oramai chiaro che presto o tardi sarebbe stato necessario un intervento da parte della S.C.A. per risolvere il problema delle innumerevoli bande che si erano formate in quel decennio.

La nostra nuova casa si trovava, come la nuova scuola e l’ufficio dei miei, nella parte nuova della città al diciottesimo piano del grattacielo quarantadue. L’intero piano era nostro. C’era la palestra, un bagno con doccia immenso, la mia camera che era due volte quella di prima, la stanza dei miei altrettanto ariosa, un vero soggiorno, una vera cucina e una vera sala da pranzo. Tuttavia superato lo stupore iniziale la tristezza riaffiorò. Nei giorni successivi al trasloco passai quasi tutto il tempo in camera: un po’ per sistemarla, un po’ per la depressione, giacché quando mi diedero il grammofono rimase acceso per le due settimane successive. I ragazzi mi chiamavano ogni tanto dai telefoni pubblici (ricordo ai lettori più giovani che all’epoca i cellulari non erano neanche un’idea e che possedere un telefono in casa per gli Altri in campagna era un lusso che non ci si potevano permettere) ma mi sentivo comunque sola. Mia madre insisteva sul fatto che quando avrei iniziato la scuola le cose sarebbero migliorate e temo che nessun genitore sbagliò tanto nella storia.

Il 7 gennaio 2023 della terza era iniziò la giornata che in futuro avrei definito come l’inizio di una grande amicizia e un grande sbaglio, però all’epoca lo definii come il giorno peggiore dei miei diciassette anni di vita. Arrivai a scuola che non c’era anima viva, solo due agenti di polizia per quelli che presto avrei scoperto essere i soliti controlli di routine. Stavo per superarli quando il primo agente mi bloccò. “Ragazza, documenti, e metti qui lo zaino, ti dobbiamo perquisire.” “Che?” Feci io confusa dal atteggiamento. “Ma che pazzia è mai questa?” Domandai mentre tiravo fuori il portafoglio dove tenevo sempre il documento nella stessa tasca ma quel giorno non lo trovai e solo allora mi ricordai che per il trasferimento mi avevano temporaneamente preso il documento per un aggiornamento, guardai le altre opzioni e ce n’era solo una che presentava una mia foto. “Sentite agenti il documento non ce l’ho me, l’hanno ritirato per…” Il secondo agente si intromise prima ancora che potessi concludere il discorso. “Ma avrai qualcosa che ti possa identificare?” Sopirai e, a malin cuore, tirai fuori il documento per l’importo d’armi non letali. “Cosa?” Esclamò il primo agente iniziando a perquisire il mio zaino e vi trovò uno spray orticante grande quanto una bomboletta, che teoricamente doveva essere d’uso esclusivo delle forze dell’ordine e un coltello da cucina per la mia merenda, ciò che però gli fece veramente storcere il naso fu la sacca ermetica vuota generalmente con ancora qualche residuo sangue oramai secco. Non feci in tempo a chiedermi da quanto tempo fosse lì che i due agenti si guardarono perplessi tra di loro, abbassarono lo sguardo sulle pericolosissime armi e in fine lo posarono su di me, in tutta risposta sorrisi come una schema al loro sguardo omicida.

Due minuti dopo ero in presidenza lo zaino sopra la cattedra, le armi letali di massa lì affianco e una preside che pareva più un militare da come mi guardava. “Signorina Dalla Fonte.” Iniziò la donna con un tono autoritario che mi fece capire che d’ora in avanti sarei stata etichettata come la deviante. “In questa scuola, come in tutte quelle civilizzate, portare armi letali o meno con o senza importo d’armi è proibito così come lo spaccio di sangue.” Mi spiegò guardando con disgusto la sacca ermetica. “E non solo in ambito scolastico. Quindi se vuole sopravvivere in questa scuola le consiglio vivamente di togliersi quell’aria da… qual è la parola che sto cercando… ribelle e di mettere la testa sulle spalle: poiché qui per essere promossi non bastano i voti sufficienti ma anche il rispetto delle regole pertanto chiamerò i suoi genitori perché prendano provvedimenti a tal riguardo.” Sbuffai, sinceramente mi aspettavo di peggio. “Faccia pure ma se li chiama ora li raggiungerà domenica prossima quindi lo dica direttamente a me così si risparmia una quarantina di chiamate. Fino a quando non mettono il numero della scuola trai numeri da filtrare le consiglio di non provare neppure a chiamarli al lavoro.” Le spiegai a braccia conserte. “Molto bene, comunque signorina Dalla Fonte credo sia il caso di mettere in chiaro tutte le regole, scritte e non presenti in questa scuola, per evitare che vi sia un altro… la parola… fraintendimento.” Da lì la preside iniziò a elencarmi una serie di norme del regolamento scolastico: sia quello standard sia la lunga serie di leggi non scritte di quella dannata scuola. L’operazione durò trenta minuti di noia totale e una volta conclusasi la simpatica riunione mi ritrovai a vagare per i corridoi per cinque minuti fino a quando non riuscii trovare l’aula di scienze, entrai senza bussare, una ventina di occhi si voltarono verso di me. “Salve, sono Diana dalla Fonte la vostra nuova compagna.” Mi sentii imbarazzatissima, non mi presentavo più così dall’asilo. “Signorina Dalla Fonte da queste parti si usa essere puntuali e bussare.” Disse il professore con quella ridicola aria autoritaria caratteristica dei professori amorevolmente definiti stronzi. “Mi scusi, la preside mi ha trattenuta nel suo ufficio per più tempo del previsto. E le prometto che mi rammenterò di bussare d’ora in avanti.” “Bene, si accomodi.” Lanciai una rapida occhiata alla classe, c’erano tre posti liberi: uno vicino a un secchione, in primo banco, l’altro accanto a quella che pareva una pettegola dato che da quando ero entrata mi stava scannerizzando e confabulando qualcosa con la ragazza davanti, l’ultimo: infondo alla classe, c’era un ragazzo chiaramente annoiato. Mi sedetti accanto a quest’ultimo, odiavo stare primo banco e allo stesso tempo volevo poter seguire la lezione senza un brusio continuo. Tutti mi fissavano con occhi strani: sembrava che avessi compiuto un abominio sedendomi accanto a lui. Mi domandai cosa ci fosse di strano, ma me ne resi conto quando incrociai il suo sguardo: quegli occhi felini e azzurri come il ghiaccio che parevano brillare d’una particolare fluorescenza lasciavano poco spazio all’immaginazione, era un vampiro e pareva seccato dal fatto che mi fossi seduta accanto a lui. Decisi di ignorare i loro sguardi e di recuperare il libro. Il professore riprese la lezione e tentai di seguirla ma tutti non facevano altro che fissarmi e studiarmi come un nuovo giocattolo. A fine lezione guardai l’orario per scoprire la successiva materia: storia. Il mio compagno di banco stava già per andarsene ma gli feci una voce. “Ehi! Che hai ora?” Non rispose subito quasi come se fosse finito sotto shock. “Fisica, perché?” “No, è che essendo il mio primo giorno non ho la più pallida idea di dove sia l’aula di storia.” Mi giustificai. “Secondo piano terza aula a sinistra. Devi prendere le scale alla tua sinistra.” Sorrisi in risposta. Inutile dire che mi persi, e mi annotai di non chiedere mai più chiedere le indicazioni a quel ragazzo dato che ero finita nel aula di dattilografia, si alcuni corsi avevamo ancora questa materia, in conclusione arrivai con dieci minuti di ritardo a lezione. Ero tutta affannata quando entrai, dopo aver bussato. “Scusi mi sono persa!” La professoressa era chiaramente furiosa. “Iniziamo bene signorina.” Quella donna non immaginava quanto. “È anche la ragazza nuova, bene, visto che è il suo primo giorno la interrogo.” “Cosa!?” Esclamai stridendo la voce. “Ma prof sono appena arrivata!” Cercai di giustificarmi. “Per tanto si sarà preparata. Avrà studiato le pagine che le mancano?” L’ira prese il sopravvento. “Ho appena avuto il tempo di aprire il libro! Non può farmi questo ca…” Mi cucii la bocca, l’avevo fatta grossa. “Se non vuole una nota disciplinare sul registro il primo giorno di scuola le consiglio vivamente di sedersi e di lasciarsi interrogare.” Buttai lo zaino accanto ad una ragazza in secondo banco, afferrai la sedia vuota e mi misi accanto alla cattedra, il tutto il più rumorosamente possibile. Come da programma ottenni un cinque molto tirato. “Cosa le insegnano in campagna? La Rutaka?” Fui tenta di spiegarle che quello stupido gioco era tratto da una poesia creata nella zona di Fiumi, ma me ne restai zitta. “Vada!” Appena mi sedetti sibilai ciò che mi stavo trattenendo dentro da venti minuti. “Stronza.” Mentre sentivo gli occhi di tutti addosso, mi voltai verso la mia compagna di banco e mi accorsi che era una fauna.
Conclusasi l’ora mi diressi verso la palestra dove mi sarei allenata con l’intero quarto anno. Fui veloce a cambiarmi: un po’ per l’abitudine e in parte per evitare gli sguardi e i commenti che mi seguivano dalla mattina. “Che strana. – Ho sentito che viene dai Fiumi. – Non sembra del posto. – Suo padre e sua madre devono venire da regioni diverse. – Già, ha la pelle dei meticci, sul dorato caffè latte. – Insolito.” Sapevo che la mia pelle e i miei lineamenti erano strani, ma con il retaggio multietnico che avevo era difficile altrimenti: occhi grandi, tratti squadrati e marcati simili ai nomadi del deserto, capelli della gente del nord, pelle scura dorata e un fisico robusto. Inspirando scacciai via il peso dei giudizi inutili, facevano tanto i sorpresi solo perché la mia combinazione era strana, ma c’erano talmente tanti umani multietnici che mi pareva ridicolo commentare ancora questa cosa.

Raggiunto il campo il professore ci divise in otto squadre e mi posizionò come capitano d’una di queste poiché sapeva che facevo parte di una delle squadre che aveva raggiunto gli ottavi di finali interscolastici l’estate scorsa. Mi guardai attorno e scelsi a naso i membri della mia squadra, selezionai i due ragazzi con cui mi ero seduta accanto, con l’intento di essere carina e socializzare, poi scelsi due ragazzi che parevano vagamente atletici e un ragazzo, un licantropo intuii dal modo in cui tutti mi fissavano male, che era rimasto tra gli ultimi assieme ai ragazzi sovrappeso e un ragazzo con degli occhiali così spessi da fare impressione. Quest’ultimo diede il cinque al ragazzo dell’aula di scienze e appoggiò una mano sulla spalla della ragazza dell’aula di storia quando si unì a gruppo. Tutti ci fissavano, iniziai a credere che fosse lo sport universale della scuola. “Scusate l’assenza di nomi ma sono pessima a memorizzarli. Allora la strategia d’attacco è questa: occhi-neri e moretto, stanno a tre quarti del campo e fanno il primo attacco, riccia e barbuto avanzate al contrattacco degli avversari e cercate di afferrare le palle al volo, per quanto riguarda me e occhi-azzurri stiamo ai lati e attacchiamo durante il loro contrattacco. Ci sono domande?” Tutti si guardarono perplessi. “Ti rendi conto che dovremmo vedercela con quei bestioni della squadra? Come pensi che loro.” Disse indicando il licantropo e la fauna “Possano fermare i proiettili di quelli là?” Gli lanciai uno sguardo omicida che parlava da solo e si ammutolì. “Molto bene allora… Andremo per vincere.” “Sempre!” Sussurrò la ragazza con un mezzo sorriso che si spense e le orecchie caprine abbassarsi quando vide le facce irritate dei suoi due amici. I due umani si guardavano perplessi; non sapevano che per gli Altri questo era una esclamazione che si usava dire prima di una competizione contro noi scimmie-nude, me l’avevano insegnata quando ero piccola ed era diventata una frase che dicevo sempre come portafortuna prima di una partita ai tempi della scuola. L’arbitro fischiò per dare inizio alla partita di palla-avvelenata, venti minuti dopo la vittoria fu nostra. “Sì!!!” Urlai in preda all’eccitazione. “Siete stati grandi! Abbiamo vinto!” “Tutto merito tuo.” Disse la fauna dai capelli castano chiaro e ricci. “Ora che ci penso non ci siamo ancora presentati. Io sono Felicitis, quel occhi-azzurri è Nohat e il barbuto è Giulio.” “Piacere di conoscervi, Diana.” Strinsi loro la mano e mi sedetti vicino a loro mentre guardavamo gli altri giocare. Finche guardavo le altre squadre seguii il discorso dei ragazzi della squadra della scuola. “Quella Diana che faccia tosta. - Ho sentito dire che è entrata a scuola con delle armi. - Per me è malata. - Ovvio che è pazza. - Quale persona sana di mente li avrebbe chiamati tutti e tre? - Già ha rischiato grosso. - Scommetto che ha dovuto spiegare quelle strategie duecento volte. - Non mi stupirei infondo gli Altri non sono molto intelligenti.” Persi la pazienza. “Adire il vero l’ho dovuto spiegare solo una volta e, per dirla tutta, una strategia per quanto vincente non funziona se ogni componente non ha spirito di iniziativa.” Risposi con un tono che era una via di mezzo tra la beffa e la minaccia. “Sta’ zitta. Anzi sta’ lontana da noi sei pazza e non voglio che la passi anche a noi. Ma in fondo non è colpa tua sono stati gli Altri a passartela.” Risero un secondo, una nebbia avvolse la mia mente. Afferrai il collo del ragazzo con la mano sinistra scaraventandolo a terra, spinsi via i suoi compagni con due calci, e lo immobilizzai con il busto. “Non. Ti. Azzardare. A. fare. Un. Commento. Simile. In. Mia. Presenza…. Sono stata chiara?” La mia voce era bassa, decisa ma al con tempo tremante, sentivo gli occhi inumiditi dalle lacrime, il mio corpo fremeva dalla rabbia con piccoli scatti e i miei occhi esprimevano ira e odio allo stato puro. Lui tra un sospiro e l’altro con lo sguardo pieno di terrore e stupore parlò. “Tra… trasparente.” Mollai la presa e lentamente mi rimisi a sedere. Il professore non si era accorto di nulla, era troppo preso da controllare due ragazzi che stavano prendendo di mira uno dei ragazzi della squadra avversaria. Per il resto del tempo non sentii nulla a parte il mio cuore che urlava di voltarsi e di picchiare a sangue lui e i suoi amici. Pensai che se lo sarebbero meritato, che avrei fatto bene a picchiarli, ma mi trattenni fino al suono della campanella, mi alzai e corsi verso l’aula di diritto appena mi fui cambiata e come sempre in quelle ore di lezione sopportai gli insulti indiretti fatti agli Altri. Se vi state chiedendo perché trai tanti indirizzi avevo scelto l’economico-sociale è semplice: volevo diventare avvocato di difesa e sperare di cambiare qualcosa. Tornai a casa con lo sguardo perso, depresso e umido dalle troppe lacrime trattenute. Cercai di distarmi buttandomi sullo studio ma non funzionò granché mi erano rimaste impresse le facce dei tre ragazzi quando mi avevano visto reagire: sconvolte e curiose. I miei amici non scherzavano dunque quando dicevano che nelle grandi città il divario è addirittura più sentito.

Verso le sette stavo mangiando coi miei genitori, i quali, tanto per cambiare, non fecero altro che parlare dei nuovi attacchi degli Altri. Io non ascoltavo, mi limitavo ad ammiccare di tanti in tanto, tutto intorno a me era ovattato da una nube di pensieri. Tornata in camera misi su la musica e riuscii finalmente a buttare fuori le lacrime che da settimane premevano per uscire. Mi mancava la mia Lovaris, mi mancavano i miei compagni, e mi mancava casa mia. Verso le dieci e mezza mi addormentai con le guance e gli occhi rossi dal troppo pianto.

Il giorno dopo a scuola tentai di parlare con i ragazzi con cui avevo fatto squadra il giorno prima, ma come mi vedevano si allontanavano guardandomi con pietà e remissione, non compresi appieno il loro atteggiamento fino a pranzo dove ebbi la pessima idea di fermarmi alla mensa della scuola. Subito vidi il gruppetto che avevo pestato giusto il giorno prima avvicinarsi a me con qualche elemento in più tra cui un ragazzo del ultimo anno che doveva essere quanto meno il doppio dei suoi compagni, era così alto e ben piazzato che per poco non mi parve di avere davanti Oreon se non fosse stata per l’assenza, dei quattro zoccoli, di quel manto da baio marrone-dorato, dei capelli-criniera e la coda d’un marrone molto scuro. “È lei la ragazza che vi ha picchiati?” Domandò lui ai suoi amici che accennarono un sì nervoso. “Tu sei la novellina, giusto?” Domandò il ragazzo. “La novellina avrà piacere a risolvere il diverbio fuori di qui tra mezz’ora, vi darò la ripassata.” “No, bella, tu non hai capito: da queste parti c’è una legge naturale molto chiara che forse hai dimenticato.” Mi disse lui. “Ovvero quale? Che le donne non possono pestare gli uomini?” Domandai continuando a mangiare tranquillamente. “No, che gli Altri odiano gli Umani e gli Umani odiano gli Altri. Quindi o sei un Altro travestito da Umano o sei tanto scema da considerare gli Altri tuoi amici.” Disse lui con le classiche movenze da bullettino, era ridicolo, quasi scimmiesco. “In entrambi casi sei un abominio contro natura.” Mi alzai con calma dal tavolo e lo guardai dritto negli occhi. “Uno: la suddetta superiorità dell’Umanità è esclusivamente legale, non ci sono studi scientifici validi che possano sostenere la tua accusa. Due: contro natura siete voi che non rispettate le leggi dei simboli che portate.” Dissi indicando il sole e la luna che il ragazzo portava ad una catenina. “I testi dicono che il Sole e la Luna diedero a tutti i loro figli doni diversi per sopravvivere nella terra benedetta. Non si parla di superiorità di nessuna razza nei testi. E ti ricordo che all’inizio della prima era molti umani, assieme ad altre specie, erano per lo più schiavi di orchi, demoni, vampiri e licantropi, e da quel rapporto è nata la tradizione donare ciò che resta del nostro cadavere a chi si nutre di componenti umanoidi. Per giunta secondo la nostra religione solo se il corpo viene assorbito da altri esseri viventi continua a vivere, quindi orchi, vampiri, demoni e licantropi, essendo gli unici a riuscire a mangiare questi componenti senza risentirne, sono fondamentali.” Il ragazzo mi guardò con odio. “La religione dice anche che solo i più forti possono stare al comando. E sono stati gli uomini a vincere nella guerra in questa era.” Disse lui irritato. “Questo comunque non giustifica il tuo ragionamento. Ed è vero, solo i più forti dovrebbero comandare, ma se guardi il nostro governo noterai che è pieno di inetti e sfruttatori e comunque non è alla forza bruta quella a cui si riferiscono le scritture, ma alla forza della guida, di chi riesce a guidare i popoli. Non a tiranni che usano un fatto avvenuto duemila anni fa come scudo per giustificare la loro azioni.” Controbattei. “Ma dovrai ammettere che finora nessuno ha mai alzato la testa per ribellarsi e i pochi che ci hanno provato sono finiti sulla forca o peggio. La verità è che a quella gentaglia piace essere dominata. Poiché da soli non saprebbero dominarsi.” A quel punto non seppi come reagire o rispondere civilmente, così adoperai la mia rabbia e dopo averlo fissato negli occhi per un secondo lo colpii con la fronte al naso rompendoglielo e facendo schizzare sangue d’ovunque. Il ragazzo si piegò in due cercando di bloccare il flusso di sangue e nel frattempo io dicevo frasi sconnesse urlandogli quanto fosse debole e quanto la sua mente fosse ristretta. Venni attaccata dagli altri membri della cricca ma vennero stesi a terra doloranti pochi minuti dopo.

Finii dalla preside la quale mi diede un mese di punizione in cui avrei dovuto pulire i bagni. I miei furono furiosi quando lo scoprirono, tanto furiosi che io e mio padre arrivammo ad urlarci in faccia e poi arrivammo alle mani. Non accadeva molto spesso, ma io e mio padre avevamo lo stesso temperamento aggressivo ed esplosivo che fin da piccola mi aveva portata ad avere un contrasto costante con lui su qualsiasi argomento: fosse la paghetta, la scuola, il mio carattere, le mie amicizie o i miei ideali arrivavo sempre ad un punto in cui non riuscivo più a trattenermi e arrivavo alle mani con mio padre. Da piccola per lo più finiva con io che tentavo di dagli un pugno e mio padre mi bloccava i movimenti e mi chiudeva in camera, ma negli ultimi anni era successo qualcosa di estremamente banale ma essenziale: io ero cresciuta e lui era invecchiato. Così adesso combattevamo praticamente alla pari e ci pestavamo pesantemente urlando le nostre idee con così tanta forza che mia madre non sapeva più che fare poiché ad iniziare con i pugni ero sempre io e mio padre non si limitava a bloccare ai miei pugni, rispondeva. Quel giorno uscimmo da quel litigio con qualche livido un occhio nero e un dente scheggiato, ma mia madre fu talmente furiosa con entrambi che mise me in punizione per due mesi, e spedì papà a dormire in soggiorno per altrettanto tempo e non gli rivolse la parola per quasi più di un mese, lo minacciò anche di divorzio quella volta. Alla fine non divorziarono ma mia madre fece giurare a me e a mio padre che non ci saremmo mai più presi a pugni in quel modo. Volle che io seguissi una terapia, ricordo che quando ero giovane era una vergogna e l’ammissione di aver problemi seri, non funzionò e non durò a lungo dato che stavo zitta per tutto il tempo: non mi era mai piaciuto parlare dei cazzi miei, come li definivo all’epoca, ma a ripensarci adesso non mi avrebbe fatto male, avrei potuto capire meglio l’origine di quella rabbia che mi bruciava dentro da quando ero bambina. Comunque da quel episodio nessuno mi rivolse più la parola: facevo loro troppa paura e disprezzavano le mie idee, due buoni motivi per diventare un’emarginata sociale.

Fu la prima volta in vita mia che mi ritrovai senza appoggi da nessuna parte. Casa mia pareva essere diventata una prigione visto che i miei genitori avevano perso tutta la fiducia nei miei confronti. Non conoscevo nessuno in città o a scuola e per la prima volta in vita mia tutti quelli che mi circondavano erano estranei, nella mia città non è che conoscessi tutti, ma ovunque andassi avevo l’ottanta per cento di probabilità di incontrare un mio amico o conoscente, a Meddelhock invece ero una totale estranea circondata da estranei. Per dipiù quelle poche volte che mi ero addentrata per la città per motivi estranei dal andare a scuola mi sentivo schiacciare dal flusso continuo di formiche laboriose e dalla presenza in ogni angolo di umani, quando ero abituata ad essere circondata da almeno quindici razze sulle diciassette che popolano il nostro mondo. Mi sembrava di essere capitata in un altro mondo, un mondo in cui c’erano solo umani, eppure sapevo perfettamente che la razza umana comprende solo il quaranta per cento della popolazione e il restante sessanta per cento veniva diviso da altre sedici razze visto che i numeri della popolazione dei troll sono indefiniti a causa dei numerosi villaggi dispersi e ignoti sulle montagne a nord-est. Passai mesi successivi nel isolamento e visto che per la bellezza di due mesi non potei ascoltare la musica neppure alla radio passai il mio tempo a leggere libri, volantini di varia natura e giornali, non che avessi molto altro da fare, ero sempre stata veloce a fare i compiti quindi avevo molto tempo per annoiarmi a morte e pensare, in realtà le due cose vanno a braccetto se ci si pensa. Andavo dallo strizza cervelli, ma solo da una volta a settimana ed era impossibile determinare chi fosse il meno interessato, alla fine i miei genitori si arresero e non mi fecero più andare da quel incompetente, non dirò il nome ma diciamo che un decennio più tardi finì coinvolto in un grosso scandalo.

Passati i due mesi, per mia fortuna, riottenni il diritto di ascoltare musica e radio, inutile dire che già da marzo tutti i canali erano impazziti per via della scoperta di una nuova arma, una bomba da quel che avevo capito, ma non ci badavo troppo, ero presa dalla mia buon vecchia musica per badare ai radio-giornali. Ma a cena li ascoltavo, e avevo notato che i casi di rapine ad armerie era aumentato. “Stanno preparando una guerra tra clan.” Mi aveva detto mio padre. “Saranno i soliti disperati. Tra una settimana li troveremo.” Dissi mia madre, avevano sbagliato in pieno i suoi calcoli: ci volle molto più di una settimana per trovare quei rapinatori, e quella che si preparava non era una semplice lotta tra clan avversari.

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Capitolo 4
*** 3. Sola, non per sempre ***


Note dell'autrice: Buogiorno! D'ora in avanti cercherò di pubblicare ogni mercoledì, salvo imprevisti o impegni. Vi prego di supportare la storia commentando, salvandola, condividerla e tutte quelle diavolerie.
Grazie dell'attenzione, Biblioteria.

 
3. Sola, non per sempre
 
A casa lentamente si ritrovò un’apparente stabilità e ritorno alle origini, erano pur sempre i miei genitori e per quanto delusi restare adirati troppo a lungo non avrebbe avuto senso per una sciocchezza simile. A scuola invece la situazione divenne stagnante: nei cambi dell’ora correvo da una classe all’altra evitando tutti, non volevo nessuno e nessuno mi cercava, mi stavo chiudendo in un oblio di solitudine che stava sempre di più diventando una fidata compagna, la gente mi guardava e vedeva un mostriciattolo silenzioso, una belva feroce che attendeva paziente di uccidere, fu in quel periodo che iniziai a scrivere regolarmente sul mio nuovo diario, all’inizio erano solo poche frasi di rabbia sconnesse tra loro, ma con il passare dei giorni iniziai a scrivere accuratamente discorsi, sensazioni ed emozioni, anche se lo stile che usavo era decisamente immaturo, tuttavia è necessario iniziare da qualche parte.
Ci vollero poco più di tre mesi perché, nel più assurdo dei modi, ritrovassi la motivazione e la voglia di essere qualcosa in più di un mostriciattolo silente.
 
Era l’ora di pranzo, c’erano le scuole aperte ai ragazzi delle medie, quindi c’era più gente e più rumore del solito e i tavoli erano quasi totalmente occupati, non c’era mezza sedia libera a pagarla oro e per puro caso in quella marmaglia di gente notai due nani e un tritone chiaramente in visita dalla loro scuola venir scacciati dai loro stessi compagni e spediti a sedere in un altro tavolo, quello in cui normalmente sedevano le ragazze del gruppo di danza moderna. Vidi le interessate avvicinarsi ai tre poveretti. Incuriosita o preoccupata da quello che sarebbe successo, mi avvicinai non ostante una parte di me dicesse di girare i tacchi e lasciar perdere, lo avevo fatto finora e tutto stava andando alla grande, perché non continuare a farlo? Per di più mi ripetevo che eravamo nel nuovo millennio, non aveva senso preoccuparsi per queste cose.
“Ehi voi, mezze cartucce.” Disse la capitana appoggiando una mano al tavolo fissando infastidita i ragazzini. “Andatevene. Questo è il nostro tavolo.” I ragazzini si guardarono ma non diedero segno di alzarsi, anzi continuarono il loro pasto. “Siete sordi, oltre che stupidi? Andatevene!” Non si alzarono, ma uno di loro rispose. Io mi avvicinai ancora, intuendo che sarebbe finita male. “Non mi pare che ci sia scritto tavolo riservato. Trovatevene un altro.” All’affermazione di quel ragazzino la ragazza smise di appoggiarsi al tavolo e pose la mano destra sul rispettivo fianco. “Senti tu… coso. Non so come funzionino le cose dalle vostre parti ma dalle nostre se non ci sono posti a sufficienza per tutti, quelli come voi si siedono per terra. Quindi fatelo su hop hop…” Guardai la ragazza con odio: li stavano trattando come dei cagnolini, i più avrebbero detto ragazzate, ma anche io ero una ragazza e sapevo per certo che non ci vuole un niente, appena tre anni, per passare dal bullismo al reato, stavo per dirigermi convinta al tavolo quando una delle ballerine afferrò uno dei ragazzi per trascinarlo via. “No!!!” Urlo il tritone con fare furioso liberandosi dalla presa della ragazza con un unico gesto. Nei tavoli attorno calò il silenzio e tutti si voltarono per un istante. Voi direte che sarò pazza ma in quella singola parola non vidi un ragazzino infastidito, vidi un atto di resistenza al pari di mille parate. “No?” Disse la ballerina. “Molto bene. Tesoro ti dispiacerebbe insegnare a questi marmocchi l’educazione?” Domandò la ballerina. “Certo tesoro.” Leo, il ragazzo chiamato, faceva parte della Squadra titolare ed era del quinto anno, alto un metro e novanta, con le spalle enormi e i muscoli poderosi e fin troppo gonfi per la sua età: un armadio a due ante, non un adolescente, e quei ragazzini avevano tredici anni, massimo quattrodici.
In quel istante percepii qualcosa di simile al fuoco bruciare dentro di me, ogni mio singolo arto si sentì carico di energia e un’impellente desiderio di alzare le mani si impossessò di me. Mollati il vassoio, mollandolo sul primo tavolo che trovai, e mi diressi verso Leo a passo spedito per poi intralciargli la strada. Lo guardai negli occhi e quel fuoco si riversò anche nella mia lingua poiché parlai senza pensare e senza esitazione. “Prenditela con qualcuno della tua taglia.” Decretai e lui rise: ero pur sempre un metro e settaquattro per sessantacinque chili e una femmina, non esattamente un avversario temibile per un energumeno. “Oh… la pazza vuole fare l’eroina. E cosa vuoi fare?” Mi domandò afferrandomi per i baveri della maglia. “Chiamare il tuo paparino? La preside? La mammina?” Scossi la testa con un mezzo sorriso sotto i baffi, curioso come la mente umana dimentichi così in fretta quali sono i veri pericoli. Con uno scatto lo colpii allo stomaco con una ginocchiata, si piegò in due dolorante e io rimasi a guardarlo dall’alto in basso e sperai di non dover arrivare alle maniere forti. Un secondo dopo essersi rialzato mi guardò con ira e, furibondo, tentò di colpirmi con un gancio destro diretto alla faccia, istintivamente gli afferrai il polso con la sinistra, e, dopo aver girato su me stessa e essermelo caricato in spalla, sfruttai il suo disequilibrio per schiantarlo a terra facendogli compiere una parabola a mezz’aria. Mantenni la presa sul polso destro, misi il piede sinistro davanti al suo viso e appoggia il ginocchio sinistro alle sue costole, da lì fu sufficiente attuare una piccola frizione al braccio perché Leo iniziasse a provare dolore per la leva. Sapevo che con un piccolissimo sforzo in più gli avrei spezzato il braccio ma non lo feci, lasciai che il dolore si imprimesse nella sua mente.
“Questo per oggi è il loro tavolo.” Decretai indicando con la testa i ragazzini mentre guardavo le ballerine. “Quindi o tu e le tue amichette vi sedete con loro o questa volta sarete voi a sedervi per terra.” Mollai la presa e mi allontanai da lui. Leo era furioso ovviamente, si alzò, mi guardò con odio e si scaravento su di me urlando. “Brutta piccola…” Ma non concluse la frase perché mi scansai all’ultimo facendogli perdere l’equilibrio e scontrare a un tavolo, a quel punto lo bloccai su di esso afferrandogli il braccio e portandoglielo tra le scapole attuando un’altra leva mentre con la sinistra mi assicuravo che la testa restasse contro il tavolo stringendogli la coppa. “Qualcun altro ha qualche problema?” Domandai mentre mi assicuravo che Leo non si potesse muovere da lì. “Nessuno? No?” Domandai ancora guardando negli occhi la capo-ballerina, per poi guardare negli occhi uno dei tirapiedi di Leo che, come prevedibile, stavano indietreggiando. “Bene.” Decretai lasciando andare il ragazzo. “Fila dal tuo capitano, e non infastidire questi ragazzini.” Decretai iniziando ad allontanarmi. “Tu non…” “Vuoi essere nuovamente umiliato?” Lo interruppi guardandolo negli occhi. “Io ci sto’ ma non vali un decimo del mio tempo.” Dissi tornando a recuperare il vassoio con il mio cibo e sedendomi accanto a quei ragazzini che continuavano a fissarmi increduli. Solo in quel momento tutti si allontanarono senza discussioni e tornarono a farsi gli affari loro.
 
Inutile dire che finii in presidenza. “Nuovamente qui signorina Dalla Fonte?” Mi domandò lei ironica. “Sfortunatamente, sì, signora preside.” Dissi continuando a guardarla dritta negli occhi. “Abbiamo avvisato i suoi genitori del avvenuto, suo padre sarà qui in pochi minuti.” Mi informò la donna continuando a fissarmi, nella mia mente inizia a pensare che mi odiasse nel profondo: pareva godere nel vedermi lì seduta mentre la fissavo senza dire una parola. “Rischia la sospensione, nel peggiore dei casi l’espulsione. Se la famiglia del ragazzo farà causa la scuola non potrà fare niente per aiutarla.” Mi avvertì la preside sperando di intimidirmi. “Non faranno causa: è stato lui ad attuare il primo attacco, il fatto che io abbia risposto è stata legittima difesa, non è colpa mia se i componenti della vostra Squadra non sono in grado di evitare uno scaricamento semplice come quello.” Dissi sicura di me: conoscevo la legge, ed era dalla mia parte, più o meno. “Non è l’unico problema signorina Dalla Fonte. Il suo atteggiamento è un problema, se ne rende conto?” Mi domandò la donna. “No, signora, non è un problema difendere tre ragazzini bullizzati.” Spiegai pacata domandandomi quando avrei potuto prendere a pugni quella donna. “I suoi atteggiamenti sono anti costituzionali.” Mi avvisò la preside, per poco non scoppiai a ridere, ma il mio sbuffo divertito la irritò quanto la frase che seguì. “Non è anticostituzionale. È solo deviante, non è così?” Domandai irritata. “Certo che è sovversivo!” Esclamò la donna. “Certo, è deviante che la scuola non intervenga in atti minacciosi nei confronti di ospiti di cui la scuola è temporaneamente responsabile: se fosse successo qualcosa a quei ragazzini, anche se sono Altri, avreste dovuto subire un’accusa, sempre se la scuola non avesse deciso mettere tutto in sordina. Atteggiamento decisamente deviante per una scuola di questo livello, non crede preside?” La stuzzicai: so che non avrei dovuto però l’essere irriverente verso le autorità è sempre stato uno dei mei passatempi preferiti, in adolescenza. Per giunta non stavo andando contro la legge, non ero ancora un’esperta, ma la conoscevo abbastanza da sapere cosa era perseguibile penalmente e cosa non lo era, soprattutto se era legata ad enti con cui avevo spesso a che fare, ovvero S.C.A. e scuola. La preside mi guardò con odio, stava per dire qualcosa quando la porta venne spalancata brutalmente da mio padre.
“Signor Dalla Fonte, che piacere averla qui, si sieda, si sieda.” Lo invitò la preside con uno dei suoi migliori sorrisi fasulli, dopo il primo istante di sorpresa. “Le posso offrire qualcosa? Un tè, del caffè?” Domandò stringendo con vigore la mano a mio padre, doveva aver notato la sua divisa. “Niente cerimonie signora preside. Sono di fretta: ho un’ora per tornare in ufficio, a breve avrò una riunione, risolviamo subito.” Decretò mio padre irritato: non sopportava i lecchini, proprio come me, infatti la stava guardando in cagnesco. “Certo! Che sbadata, un agente come lei avrà affari più importanti che badare a sciocchezze adolescenziali.” Confessò sedendosi e a quel punto tirò fuori delle carte. “Il consiglio sta pensando ad una sospensione di due settimane per sua figlia.” “Sospensione? Scherziamo? Mandatela a lavare i bagni piuttosto.” Disse mio padre seccato. “Signore questa è la prassi comprendo la difficoltà che potrebbe riscontrare sua figlia nello saltare le lezione ma è la punizione che è più probabile il consiglio le dia.” Mio padre sbuffò seccato. “Almeno mi potresti dire perché hai preso a pugni quel ragazzo, Diana?” Scostai lo sguardo. “Una disputa tra adolescenti, niente di grave signore.” Mio padre guardò la preside. “Non ho chiesto la lei, signora. Diana: apri quella bocca.” Mi ordinò mio padre e a quel punto parlai. “Le ballerine se l’erano presa con tre ragazzini Altri qui in visita perché si erano seduti a quello che secondo loro è il loro tavolo, si sono rifiutati di alzarsi visto che c’erano seduti per primi, e, malgrado quelle ragazze ci sarebbero state tranquillamente, hanno iniziato a minacciare quei ragazzini. Questi si sono nuovamente rifiutati. A quel punto una di loro ha chiesto a un membro della squadra, Leo, di occuparsi di quei tre. Mi sono messa in mezzo, lui mi ha afferrato la maglia minacciandomi, a quel punto gli ho dato una ginocchiata, subito dopo ha tentato di colpirmi e l’ho schiantato a terra, dopo che lo avevo lasciato andare e detto di lasciar stare quei ragazzini ha tentato di tirarmi un pugno, di nuovo, e mi sono difesa schivandolo e bloccandolo ad un tavolo. Dopo mi sono seduta con quei ragazzini per evitare che tentassero nuovamente ad infastidirli.” Spiegai annoiata continuando a guardare altrove senza realmente concentrarmi su nulla. “Visto signor Dalla Fonte, ragazzate. Questione un paio di settimane e la situazione sarà risolta.” Spiegò la preside mentre io pensavo un modo per fare fuori quella donna: non la sopportavo. “Ragazzate, signora? A me non sembra una ragazzata.” Intervenne mio padre. “Ma signore sono solo…” “Dov’è quel ragazzo adesso?” Domandò mio padre. “Agli allenamenti.” Spiegò la preside. “Ah, lui è stato lasciato andare? Non è qui come mia figlia?” Domandò irritato, la preside avrebbe dovuto giocare bene le sue carte perché ancora poco e mio padre avrebbe sbroccato. “Signore… lui è stato colpito, sua figlia è nella parte del torto.” Disse la preside. “No, signora preside: quella di mia figlia si chiama autodifesa unita a supporto di tre minorenni Altri, chieda ad un avvocato se ha qualche dubbio. Per di più mia figlia vi ha fatto un favore. Sebbene fossero Altri rimangono minori sotto la responsabilità che un’altra scuola ha affidato a voi temporaneamente, se fosse successo loro qualcosa avreste rischiato grosso, come minimo la reputazione della scuola.” Disse mio padre. “Mia figlia ha sbagliato a colpire quel ragazzo? Nessun problema a tal proposito. Ma le motivazioni mi pare fossero sufficienti.” “Signore erano solo dei ragazzini che non hanno voluto ascoltare un’autorità, non è che…” “Le ballerine o la loro capitana, hanno qualche potere amministrativo ufficiale all’interno della scuola? I membri della Squadra sono autorizzati ad usare le loro conoscenze al difuori degli allenamenti e le partite?” Insistette mio padre seccato. “N-no… ma…” “Sa cosa significa S.C.A.?” La tartassò mio padre. “Supervisione Controllo Altri.” Disse la preside meccanicamente. “Ecco, la prima parola è Supervisione: tra i nostri compiti c’è anche l’assicurarsi che non ci sia un abuso di potere nei confronti degli Altri.” La preside era incredula e sdegnata e malgrado stessi gongolando nel vedere quella megera in difficoltà trovai tutto ciò ipocrita da parte di mio padre: lui stesso sapeva che avveniva più spesso l’aspetto di Controllo che di Supervisione, ma almeno era uno dei pochi che ci teneva a ricordarlo. Odio la S.C.A. come istituzione, ma mentirei se dicessi che tutti i suoi componenti fossero degli esseri rivoltanti privi di qualsiasi morale. “Signore io…” “Quindi, preside, se ha qualche problema con il comportamento di mia figlia parli con un avvocato. Per di più il 1870 è passato da un pezzo, e quei ragazzi non sono un istituzione, né la legge. Veda di assicurarsi che il resto dei suoi studenti Altri non venga maltrattato poiché saranno anche diversi ma la legge ha stabilito delle norme e vanno rispettate.” Le ricordò mio padre. “Diana vieni. La signora si deve rinfrescare le idee. Dov’è ora quel ragazzo?” Domandò mio padre trascinandomi via. “Aspetti signor Dalla Fonte! Leo è il figlio del senatore Giogra, non mi sembra il caso di…” “Il Senatore Giogra si può ficcare i suoi privilegi su per il culo! Io vengo pagato dallo Stato quindi esigo che tutti gli organi rispettino le leggi: il favoritismo lo abbiamo abolito a metà del secolo scorso, non vorrà tornare in dietro?” Domandò mio padre alla preside. “Signore l’atteggiamento di sua figlia la porterà al disprezzo generale. Non so come funzionino le cose a sud, ma qui e Meddelhock ci sono tensioni enormi! Il rifiuto di quei ragazzini è sovversivo!” “Sovversivo? Signora io lavoro tutti i giorni con Altri sovversivi e si fidi quella non è sovversione: è conoscere i propri diritti. Se avessero alzato le mani sarebbero nel torto, ma non è avvenuto. Ora mi scusi ma devo parlare con questo Leo Giogra.” Disse mio padre trascinandomi via. “Sua figlia è disgustosa signore! Io l’avverto: tra qualche anno la vedremo in carcere.” Disse la preside e a quel punto mi girai furiosa liberandomi da mio padre e raggiungendo la preside. “Tra qualche anno: lei sarà la sovversiva da incarcerare preside, e io la buona samaritana rappresentatrice dello stato.” Risposi amaramente per poi venir trascinata via da mio padre.
“Sei stata brava, e furba. Ma non tirare mai più la corda: quella preside è pericolosa.” Mi avvertì mio padre. “La stenderei in due secondi.” Sbuffai. “Diana. Ha il culo parato. Non aggredirla e lei non aggredirà te. I professori sono anche abbastanza contenti di te: sei intelligente e conosci la legge, non mandare tutto all’aria per la tua rabbia.” Mi avvertì mio padre. “Va’ a casa ora, disquisirò io con la preside. Tu fa la brava però. Conosco le tue idee utopistiche Diana e la devi smettere: l’eguaglianza è una favoletta che ti raccontava la nonna, al pari della magia.” “La magia esisteva, lo sai.” Risposi seccata. “Sei sempre la solita… fila. A casa ne ridiscuteremo, e comunque…” “Sono in punizione, lo so.” Brontolai facendo per andarmene. “No. Questa volta avevi ragione.” Mi disse andandosene lasciandomi basita. Non sono mai riuscita a comprendere mio padre: un secondo prima arresta gli Altri quello dopo sputa in faccia alla preside. Raggiunsi il mio armadietto e vidi gli occhi di tutti puntarsi su di me, ma io li ignorai e mi ritrovai a rimuginare a lungo su come sarebbe il mondo se quello che avevo fatto quel giorno lo facessero tutti. Questa domanda mi ossessionò divenendo un punto fisso nei miei pensieri. Nemmeno a casa mi liberai di quella fantasia che piano piano mi portava a questa conclusione: per tutta la vita avevo sempre urlato il mio disprezzo per come trattavano gli Altri ma fino ad ora non avevo mai fatto qualcosa di così esplicito e inequivocabile e mi ripromisi che d’ora in poi non avrei agito concretamente in ciò che credevo. Credo di esserci riuscita alla fine, non vi pare?
 
Il giorno dopo accadde una cosa inaspettata a mensa, ne sono successe di cose in quel refettorio, era proprio il centro di tutte le relazioni sociali in quella scuola, un po’ come lo era il Fauno a Lovaris. “Diana!” Mi chiamò Felicitis, la fauna con cui avevo fatto la partita a palla avvelenata. “Siediti con noi.” La guardai incredula rimasi imbambolata davanti alla sedia per qualche secondo di troppo. “Diana? Che aspetti? Un invito scritto? Siediti.” Mi incitò Felicitis. “Grazie.” Borbottai incredula mentre appoggiavo il vassoio e mi sedevo sotto lo sguardo stupito di una parte dei presenti mentre l’altra guardava male Felicitis che subito dopo iniziò ad instaurare una conversazione durante la quale riuscii un po’ ad inserirmi malgrado fossi sotto osservazione da parte di tutti, capii che mi stavano studiando, poco ma sicuro. “Senti….” Mi venne improvvisamente chiesto da un elfo del quinto anno, poco più alto di me, dai cortissimi capelli castano-ramati da cui spuntavano le orecchie appuntite, la pelle caffelatte, i viso dalla mandibola marcata e due occhi felini verde scuro di nome Galahad. “Perché lo hai fatto?” Lo guardai, sapevamo entrambi a cosa si riferiva e che era la domanda a cui tutti stavano pensando. “Perché non avrei dovuto?” Risposi tranquilla. “Loro erano dei ragazzini in difficoltà, li ho aiutati, fine del discorso.” Galahad mi studiò per qualche secondo incerto sul da farsi. “Non credevo possibile che un umano potesse provare compassione per qualcuno come noi.” Continuò Galahad. “E io non credevo possibile che un elfo mangiasse carne non selvatica.” Dissi indicando il suo stufato di maiale. “Ma a quanto pare ci sbagliavamo entrambi.” Dissi con un sorriso furbo. “Ti piace fare la spiritosa?” Mi domandò lui. “No. Solo che non sei il primo elfo che incontro, Tehor e la sua famiglia si sono sempre rifiutati di mangiare la carne degli animali da fattoria, non fanno bene alla vostra digestione se non ricordo male.” Affermai pacata. “Vero, ma qui non offrono altro.” Constatò annoiato giochicchiando con il suo stufato. “Vero, non ho neanche visto del erba medica, non avete proprio nulla in questa scuola. Se ci fosse un centauro di cosa si nutrirebbe? Insalata per nove mesi l’anno?” Domandai. “Come le sai certe cose?” Mi domandò Felicitis curiosa che non aveva staccato gli occhi da me per un istante: iniziava a mettermi a disagio. “Da dove vengo io in classe ero l’unica umana, e trai miei amici non c’erano molti umani, di stretti nessuno a dire il vero.” Spiegai pacata. “Hai sempre vissuto circondata dalle altre razze?” Mi domandò Garred curioso. “Sì, dodici in particolare.” Spiegai tranquilla. “E quante volte sei andate nelle loro case?” Mi domandò Galahad. “Boh, mediamente una o due volte a settimana quando andava bene, facevamo a turno, anche se generalmente avveniva più spesso durante l’estate.” Spiegai tranquilla con un mezzo sorriso. “Galahad, basta. Sei sempre il solito sospettoso.” Intervenne Felicitis interrompendo l’interrogatorio. “La ragazza è dei nostri e mi pare abbastanza chiaro.” Insistette la ragazza: aveva corti e ricci capelli castano chiaro che le scendevano sulle spalle, le orecchie da capra che frullavano di continuo, gli occhi marrone scuro e il naso un po’ schiacciato, sotto la gonna lunga vedevo il vello della medesima tonalità dei capelli e gli zoccoli neri. “Dipende da molte cose.” Intervenne Galahad. “Rafa ares ugulia ed sumnu.” (=Le razze erano uguali e lo sono) Tutti si voltarono increduli: avevo appena parlato nell’antica lingua, farlo era illegale e la pena era molto severa visto che solo l’Antico popolo lo faceva ed essere connessi a questo era pericolosissimo, anche se per molti erano solo una leggenda e nelle campagne tale legge non veniva molto ascoltata. “Sapete che cosa significa, vero?” Domandai seria. “Chi te l’ha insegnato?” Mi domandò una strega dai lunghi capelli viola, gli occhi blu scuro, il viso tondo e pallido, un po’ meno formosa di me. “Sapete il bello di andare contro la società è che basta svoltare un angolo per scoprire un mondo di misteri facilmente accessibile.” Spiegai tranquilla per poi distendermi sulla sedia e dare spiegazioni più sensate. “È una frase famosa dalle mie parti, è un gioco pericoloso che noi ragazzi facciamo da sempre nella mia città. Me l’ha insegnata un mio ex.” Spiegai, mi tenni per me che si trattava di una fata maschio, le relazioni tra gruppi diversi era visto molto male da parecchie persone. “Direi che è il caso di fare delle presentazioni adeguate.” Disse Felicitis dopo aver lanciato uno sguardo d’intesa con il resto del gruppo. “Diana, il rompiscatole è Galahad. Nohat, Giulio e la sottoscritta già li conosci.” Disse indicandomi il vampiro e il licantropo con cui avevo fatta squadra a palla avvelenata. “Loro sono Garred.” Mi disse indicandomi il tritone dai vivaci occhi dorati, la pelle grigio-azzurrognola e corti capelli argentati, dal visto squadrato, doveva avere due anni in meno di me. “E Vanilla.” Spiegò riferendosi alla strega di prima che scoprii essere di un anno più giovane di me, ma a prima vista avrei detto che fosse più grande.
 
Nel giro di pochi giorni iniziai a passare parecchio tempo con loro ogni giorno, al inizio era un rapporto timido e impacciato e cercavano spesso di evitare certi argomenti con me. Marzo stava per concludersi e una sera proposi loro di andare al cinema, l’idea li entusiasmò a tal punto che organizzammo l’uscita decidemmo il due Aprile, come penso tutti sappiate quel giorno era previsto un evento speciale per cui avrebbero fatto una diretta televisiva anche al cinema, cosa abbastanza d’eccezione all’epoca visto che i ripetitori non erano ancora così efficaci e andare al cinema costava la bellezza di sei dari e cinquanta centesimi, un patrimonio per dei ragazzi squattrinati, ma era anche previsto un bel film con Mirco Rodero come attore principale quindi vi lascio immaginare la fibrillazione di noi ragazze. “Sole e stelle! Non vedo l’ora!” Esclamò Felicitis che stringeva con forza i suo dieci dari in due banconote da cinque che aveva racimolato chissà come, saltellando di qua e di là emozionata mentre Vanilla stringeva i suo sette dari in monetine al petto emozionata, per l’occasione si era anche sistemata quel suo ammasso incontenibile di capelli viola perennemente crespi in una coda di cavallo e si era pure truccata, come Felicitis, mentre io mi ero limitata a mettere abiti puliti, in campagna, quella sala del tempio che fungeva da cinema veniva a costare solo cinquanta centesimi quindi, anche se tutti i film arrivavano con mesi di ritardo, noi ragazzi andavamo almeno una volta ogni mese o due in comitiva, spesso accompagnati da fratelli, cugini e genitori o addirittura altre classi intere. “Calma Felicitis è solo un film, non esagerare.” La rimproverò Nohat seccato dal atteggiamento esuberante della ragazza. “Dai Nohat è da mesi che non vede un film, non rovinarle la serata con il tuo brutto muso.” Gli disse Garred cercando di farlo ridere ma ottenendo solo un altro sbuffo da parte di Nohat e una mezza imprecazione. “Comunque non ho ancora capito perché proprio questo film.” Insistette il ragazzo annoiato. “Nohat ne abbiamo discusso per tre giorni e questo è il film del anno, dai, tutti i giovani lo vanno a vedere. Insomma è ispirato a Trilogia Stellare hai anche letto i libri tu, che hai da lamentarti?” Gli disse Giulio esasperato quanto noi. “Non mi piace Mirco, okay?” “Ma ci sarà anche Doris, per la miseria! L’hai vista in Giorno del giudizio era o non era la rossa più figa nella faccia della terra?” Insistette Giulio. “Se ti piacciono le umane.” “Ah… pignolo! Come se fossero poi così diversi umani e vampiri: a parte gli occhi felini e i canini siete praticamente identici a livello fisico.” Disse Giulio seccato. “Vuoi seriamente paragonare la mia razza a quei sacchi di sangue idioti?” Domandò Nohat seccato ma come si accorse dei miei occhi su di lui si interruppe. “Sacchi di sangue non direi, più che altro ammassi di carne.” Risposi divertita. “Però sacchi di sangue mi piace, in fondo il corpo umano è al ottanta per cento acqua.” Pensai a mezza voce andando avanti.
Recuperammo i nostri biglietti e un sacchetto maxi di noccioline o anacardi caramellati a testa, una piccola gioia, indubbiamente. Entrammo in sala che il cinegiornale era appena finito e stava per partire una diretta prevista prima del inizio del film, avevamo scelto quella data anche per questo, si diceva che si trattasse di un evento storico, non avevano idea di quanto lo sarebbe stato. Eravamo in ultima fila, e ci infilammo in mezzo a decine di persone che stavano aspettando il film. Mi sedetti tranquilla e subito partì il discorso del presidente della Repubblica e poi quello del primo Ministro che disquisirono sul onore per la patria, l’orgoglio umano e altre cavolate varie. Mi ricordo che la proiezione era in bianco e nero, una delle ultime se non ricordo male, infatti il film che avremmo visto era a colori. Fu allora che sentii quel nome per la prima volta: bomba-atomica, l’avevano chiamata così.
All’epoca non si vedeva una guerra dal 1978 e l’ultima di conquista che c’era stata risaliva al 1892-1897, ma continuavano ad attuare uno sviluppo delle armi, che in parte comprendevo: non c’erano guerre ma molti atti terroristici o rivoltosi in giro per le grandi città e a causa dei sempre di più numerosi  gruppi rivoluzionari, la situazione era tesa ma per ora, a parte qualche operazione da parte della S.C.A., non si era mai arrivati ad un vero conflitto quindi non compresi la necessità di creare una nuova bomba, già una frazione del parlamento e del senato da anni faceva proposte di legge che prevedevano un maggior controllo sul come e dove usare bombe, cosa che io parzialmente approvavo ma prima di quel giorno non avevo mai visto una bomba funzionante.
Dopo i discorsi il presidente ebbe l’onore, per così dire, di premere il pulsante che l’avrebbe attivata. Per i primi istanti tutto sembrò normale: il cannone lanciò la bomba verso il punto predestinato e la gente iniziò ad applaudire. Poi ricordo un potentissimo flash bianco acciecare quasi tutti in sala, poi un rombo assordante e qualcosa come un’onda d’urto fece cadere dalle loro seggiole la gente dall’altra parte dello schermo e così molte telecamere. In sala qualcuno iniziò a guardarsi in torno confuso per poi tornare a focalizzarsi sullo schermo dove comparve del fumo fosforescente la cui forma ricordava quella di un fungo. E per finire ci fu un piccolo terremoto. La gente dall’altra parte pareva terrorizzata, in fatti dopo pochi secondi molti si diedero alla fuga. Io lanciai un’occhiata confusa ai miei compagni e anche loro mi fecero intendere di avere una brutta sensazione. E mi sorsero ulteriori sospetti quando, tornata a casa, non trovai i miei genitori, qualcosa doveva essere andato storto nell’esperimento. Infatti per i seguenti mesi non si sarebbe parlato d’altro.
 
Dopo quell’esperienza, però, iniziammo ad uscire spesso assieme e scoprii un po’ alla volta le loro storie. Felicitis fu la prima ad aprirsi. Eravamo solo noi due quel giorno, gli altri avevano da fare e così venni trascinata per il centro città da quella pazza che ogni volta sembrava che volesse svaligiare il negozio ma non comprava nulla. “Felicitis.” Dissi attirando la sua attenzione. “Sì?” “Vuoi venire da me?” Le proposi, sul momento vidi la ragazza passare da tutte le tonalità possibili. “I mie non ci sono, tranquilla. È che siamo vicini e volevo offrirti qualcosa.” Spiegai, a quel punto si lasciò trascinare nel palazzo e la prima cosa che volle vedere fu il mio armadio, la cosa non mi sorprese. “Hai poca roba ed è tutta simile.” Notò lei con un certo disappunto. “Non amo fare shopping.” Dissi mentre lei guardava il mio unico vestito. “Ti piace?” Domandai. “Ha un bel taglio e una bella fantasia.” Rispose lei con una scintilla negli occhi. “Lo vuoi provare?” Domandai e lei lo fece, anche se con un discreto imbarazzo, evidentemente per la città era strano fare queste cose. “Ti dona, più che a me di sicuro.” Constatai. “Tu dici? Non è un po’ troppo scollato?” Alzai un sopracciglio. “Macché scollato, è un vestito estivo, ci sta.” “Le sacerdotesse non me lo lascerebbero mai indossare.” Mi confessò lei. “Sacerdotesse?” Domandai. “Sono orfana, vivo con le sacerdotesse del Sole da quando ho dieci anni.” Mi spiegò pacata. “Oh.” “Sono stati vittima del fuoco crociato, la S.C.A. paga per la mia istruzione ma quest’estate dovrò mettere da parte un po’ di soldi dato che potrebbero scacciarmi dal orfanotrofio.” “Sono pieni come dicono?” Domandai pacata. “Dormo in una stanza da tre con dieci persone, due sono piccoli ma per la maggior parte sono trai cinque e dieci anni, io sono tra le poche adolescenti della struttura.” Mi raccontò. “Non hai mai pensato al sacerdozio?” “Macché, sono un terremoto e terribilmente frivola, non resisterei una settimana.” Scherzò, poi calò un imbarazzante silenzio. “Senti…” Iniziai. “Se vuoi te lo regalo, tanto non lo uso, l’ocra non mi dona e i ricami floreali non sono nel mio stile.” Felicitis mi sorrise. “Non mi serve la pietà.” “Non è pietà è che sono mesi che cerco un modo per sbarazzarmi di quel obbrobrio ma le mie ex-compagne di classe o lo detestavano quanto me o erano minuscole e stava enorme.” Felicitis mi sorrise. “Dovrò nasconderlo da qualche parte o me lo ruberanno. E dovrò portarti a fare shopping, bisogna sempre avere un abito elegante nel armadio.” “Preferisco mettere pantaloni di seta e camicia, grazie.” Dissi divertita. “Ma è uno stile da uomo!” “Che vuoi che ti dica? Odio le gonne.” Da quella giornata Felicitis mi parlava in continuazione e mi risentii a casa, quella chiacchiera infinita mi faceva piacere, agli altri un po’ meno.
 
“Felicitis, frena la lingua, è mezz’ora che parli a macchinetta. Vuoi sfiancare Diana?” Domandò Glaahad chiaramente seccato dalle chiacchiere inutili di Felicitis. “No, e a lei non dispiace! Giusto, Diana?” Domandò la ragazza, le sorrisi. “No, mi piacciono le sue chiacchiere, secondo me Felicitis sarebbe un’ottima conduttrice radio.” Dissi pacata. “Certo. Una femmina che conduce un programma radiofonico. Questa è bella.” “Perché? Le donne sono delle chiacchierone e sanno gestire una conversazione meglio degli uomini.” Risposi pacata. “Sono solo stereotipi.” Controbatté Galahad. “Ma è proprio a causa degli stereotipi che molte donne e Altri non ottengono svariati lavori.” Spiegai. “Gli stereotipi diventano tali solo quando fa comodo.” Continuai e a quel punto tra me e Galahad partì un dibattito. “Non è solo una questione di stereotipi, Diana. Chi è al potere farebbe di tutto per mantenerlo e concedere una condizione di potere elevato ad una persona appartenente ad una classe inferiore a quella che per loro è la migliore significherebbe invogliare tutto quel gruppo a puntare più in alto.” “Non necessariamente, c’è anche una fazione di persone che pur appartenendo al gruppo svantaggiato odierebbe quella persona e tutto dipende da come la storia verrebbe raccontata.” Non trascriverò tutto il dibattito poiché durò quasi un’ora e portammo dentro moltissimi e diversi argomenti. “Genio uno e genio due, la volete smettere!” Esclamò Nohat seccato. “Che c’è? Stiamo solo conversando.” Si difese Galahad. “Di politica, etica e sociologia, voi due non state bene.” Continuò Nohat seccato. “Avanti Nohat, leggo solo qualche libro.” “Qualche libro, dice lui! In seconda leggevi saggi etici!” “Dai, era solo un libricino. Gioffel è piuttosto scorrevole.” Disse Galahad attirando la mia attenzione. “Aspetta. Hai letto Gioffel! Credevo di essere l’unica pazza ad averlo letto!” Esclamai per poi ricevere un’occhiata incredula da parte di Galahad. “Cos’hai letto?” Mi domandò con gli occhi che brillavano. “Struttura capitalista, Il capro espiatorio, Nona evoluzione e Lettere al futuro.” Gli raccontai. “Ti prego dimmi che hai anche letto qualcosa di Verda.” Mi supplicò speranzoso. “È originaria di Lovaris come me, sono anche riuscita a farmi firmare 2071. Quando l’anno scorso è tornata per presentarlo” “Okay, ora sono geloso. Ho letto tutti i suoi romanzi e diversi dei suoi saggi.” Disse Galahad. “Che tipa è?” Domandò Galahad. “Profuma di menta, ha il vizio di mangiarsi le unghie ed è una vecchietta vispa.” Raccontai, da allora io e Galahad ci scambiammo numerose raccomandazioni saggistiche e letterarie e trovai finalmente qualcuno con cui commentarle con la stessa ossessione che avevo io. Mi ricordo un commento che fece Giulio. “Mi sa che hai trovato qualcuno intellettualmente al tuo livello Galahad.” E aveva indovinato, già all’epoca Giulio mi aveva inquadrata per bene.
 
Diverse settimane dopo ero riuscita a trascinare i ragazzi a casa mia per studiare dato che a breve avremmo avuto le ultime verifiche del anno e Galahad la maturità per la quale stava impazzendo per prepararsi. “Ecco lo sapevo, non passerò mai l’esame!” Esclamò Galahad in piena crisi da maturando. “Calmati secchione, andrà meravigliosamente.” Disse Nohat mentre si confrontava con Felicitis su di un esercizio. “No, è la fine, caput. Non uscirò mai da questa scuola!” Esclamò in crisi mentre si passava le mani trai capelli. “Calmati cicco. Andrai alla grande.” Lo incoraggiai mentre correggevo a Giulio un problema di matematica sul quale si era perso qualche numero per strada e lui mi riguardava la brutta copia del tema segnandomi gli errori. Galahad si accasciò e sbatté la testa sul tavolo. “Voglio morire….” Sussurrò, a quel punto Garred si alzò. “Direi che ti serve una pausa. Diana c’è del cibo in questa casa?” Mi domandò il ragazzo. “Nella seconda mensola su quella parete ci sono le crostatine e i succhi, se volete favorite.” Dissi senza alzarmi, pochi istanti dopo Garred tornò con tutto il necessario. “Magnifico. Ma Diana, tua madre?” “Mia madre lavora tutto il giorno.” A quella notizia vidi tutti voltarsi verso di me scioccati. “Scherzi vero?” Domandò Vanilla incredula. “No. Lavora per la S.C.A., per lo più si occupa di interrogatori.” Mi limitai a dire, anche perché non avevo mai ben capito, ne mi era mai stato detto con precisione, cosa facesse la mamma. “Se non fosse un agente S.C.A. ammirerei tua madre.” Disse Felicitis e le sorrisi. “Sì, lo farei anch’io.” Sussurrai trattenendo l’orgoglio: malgrado non apprezzassi il suo lavoro ero sempre stata orgogliosa che mia madre fosse riuscita ad ottenere un lavoro al pari dei suoi colleghi maschi.
Fu in quel momento che la porta si aprì, mi voltai confusa: i miei raramente tornavano a casa prima delle sette. Sulla porta c’era mio padre e a occhio e croce era appena tornato dal ospedale. “Diana.” Mi salutò atono mio padre. “Chi sono questi ragazzi?” Domandò scannerizzando i miei compagni di classe che iniziarono a sudare freddo alla vista della divisa di mio padre. “Compagni di scuola.” Mi limitai a dire. Mio padre alzò gli occhi al cielo con fare rassegnato poi però posò lo sguardo un secondo di troppo su Vanilla che iniziò a tremare, pareva terrorizzata. “Vanilla?” Sussurrò Giulio preoccupato e la ragazza gli afferrò la mano, chiaramente spaventata. Mio padre la studiò per ancora qualche momento poi schioccò la lingua e mi fece cenno di seguirlo, eseguii rassegnata. Salii al piano superiore ed entrammo nel suo ufficio. “Cosa c’è?” Domandai appoggiandomi alla parete. “La strega.” “Vanilla.” Lo corressi. “Diana, non iniziare.” Mi riprese mio padre. “Insomma, Vanilla, l’ho arrestata due settimane fa per il sospetto d’un coinvolgimento ad una rapina in un’armeria. Le accuse sono cadute, ma comunque la sua famiglia è in un giro d’affari non molto trasparente. Preferirei che limitassi le relazioni con lei. E sta’ attenta a quel vampiro, potrebbe fare parte di qualche clan mafioso.” “Nohat è pulito e anche Vanilla. Sono solo due ragazzi come me.” Li difesi, in fondo non c’era nessun indizio che mi spingesse a pensare il contrario. “Diana… non siamo a Lovaris, qui non conosci quasi nessuno e la gente si conosce poco tra loro, non puoi comportarti come se conoscessi queste persone da una vita.” Mi riprese mio padre. “So giudicare le persone, e loro sono bravi ragazzi. Sei tu che vedi solo il male in ciò che ti circonda.” Risposi, a quel punto mio padre si sedette sulla scrivania. “Crescendo, Diana, capirai che il mondo è un posto peggiore di quel che credi.” “Papà io queste cose le so.” Mi difesi seccata. “No, Diana, non le sai. Hai solo diciotto anni, la tua vita è appena iniziata. Non hai ancora potuto vedere il marcio di questo mondo.” “Sì, che l’ho visto.” Mi difesi. “Con occhi esterni.” Sottolineò mio padre. “Ha importanza? Magari non capirò fino in fondo cosa si prova sulla pelle. Ma sono abbastanza empatica ed intelligente da capire che certe cose non funzionano in questo mondo.” Dissi e a quel punto mio padre sospirò stancamente. “Diana oggi non ho la forza per litigare.” Disse mio padre massaggiandosi la zona in cui presentava del sangue rappreso. “Tutto bene?” Domandai cauta. “Robetta, il tuo vecchio ha solo bisogno di una notte di riposo. Maledizione, cinque anni fa per questo graffietto avrei anche continuato a lavorare.” Disse mio padre, sospirai, lo nascondeva ma stava invecchiando sempre di più, oramai aveva cinquantuno anni. “Certo. Io torno di sotto. Dirò ai ragazzi di non fare casino.” Dissi per poi scendere al piano inferiore.
“Che voleva il tuo vecchio?” Domandò Garred con una crostatina in bocca. “Nulla, solo che ce ne stiamo zitti. Mi sa che si è beccato una coltellata.” Dissi cercando di restare indifferente. “Mi dispiace.” Disse Garred ma Nohat sbuffò. “Nohat!” Lo riprese Giulio a mezza voce. “Fammi il favore. Anche tutti voi vorreste che crepasse.” Disse Nohat e a quel punto si beccò un’occhiataccia da parte mia. “Nohat. Io sono la prima che non ama i lavoro che fanno i miei. Non ti chiedo di dispiacerti per mio padre. Ma abbi almeno la decenza di tenere i tuoi commenti per te.” Dissi serissima mettendo molto a disagio Nohat. Dopo qualche minuto di silenzio tornammo agli esercizi e mentre aiutavo Vanilla a rispondere ad una domanda sfogliando l’enciclopedia le parlai. “Mio padre mi ha detto che sei stata messa dentro.” “Io non centravo nulla.” Si difese subito spaventata. “Non dico questo. Volevo solo dirti che se ti hanno maltrattata ci sono dei modi per portare la S.C.A. in tribunale. Ne conosco qualcuno se vuoi.” Dissi pacata ma Vanilla scosse la testa. “No, tuo padre non centra.” “Non ho mai detto che mio padre avesse fatto qualcosa. E, lo conosco, quando si arrabbia arriva facilmente alle mani. Ti ha fatto qualcosa?” Domandai pacata. “No.” Guardai Vanilla per un lungo istante: stava mentendo. “Ti ha picchiata?” “Diana. Tuo padre è un ufficiale.” “Quindi qualcosa lo ha fatto.” Dissi seria guardando al paino di sopra mentre Vanilla abbassava lo sguardo. “Torno tra cinque minuti.” Dissi facendo per alzarmi. “Non è stato tuo padre ha picchiarmi.” Iniziò Vanilla attirando l’attenzione di tutti e subito mi sentii un peso in meno sulla coscienza. “Ma un suo collega lo ha fatto e lui ci ha visti ma non ha fatto nulla.” Mi spigò Vanilla a disagio. “Ora quella mummia mi sente.” Dissi alzandomi e dirigendomi al piano superiore. “Diana!” Cercò di fermarmi Vanilla ma oramai avevo voglia di spaccare la testa a mio padre.
Entrai nel suo ufficio senza bussare. “Perché non hai riportato che l’hanno picchiata?” Domandai serissima appoggiandomi alla sua cattedra. Mio padre sospirò. “Diana, la tua amica ha già un piede dentro alla criminalità.” “Vanilla ha la mia età!” Urlai e a quel punto mio padre si alzò. “E cosa dovrei fare secondo te?” Domandò mio padre. “Non lo so... riportarle queste cose, magari?” “Non voglio fare la spai con i miei colleghi.” Rispose repentorio. “Colleghi che non svolgono il loro dovere!” Urlai. “Vanilla era terrorizzata prima.” “Credi che non me ne sia accorto?” Domandò mio padre. “Papà, ti lamenti sempre della criminalità che c’è in giro, ma anche la S.C.A. è marcia fino al midollo!” Urlai e a quel punto mi arrivò uno schiaffo in viso avrei reagito ma prima che mi avventassi su di lui Galahad e Giulio entrarono. “Diana, noi pensavamo di fare un giro. Perché non vieni anche tu?” Domandò Giulio. “Tra dieci minuti.” Risposi già pregustando quello che avrei voluto fare a mio padre. “Va’ con i tuoi amici Diana e calma i tuoi bollori.” Mi ordinò mio padre tornando a sedersi sostenendo il mio sguardo iracondo. “E tu fatti un esame di coscienza.” Risposi andandomene.
Una volta fuori Garred mi guardò chiaramente a disagio. “Prima credevo che stesse per scoppiare una bomba.” Ammise il ragazzo ridacchiando per il nervosismo. “È così che funziona tra me e mio padre. E gli serviva una strigliata.” Spiegai mentre Vanilla mi osservava impassibile. “Non ho mai conosciuto qualcuno rispondere così al proprio padre.” Ammise Garred sorpreso. “Io non avrei mai il coraggio di rispondere a mio padre il quel modo.” Mi spiegò. “Tra me e mio padre funziona così. Io sono irriverente da quando indossavo i pannolini, come mia nonna. Mio padre lo sa e così mia madre, non si sono sorpresi quando con l’adolescenza sono diventata una sovversiva.” Dissi indicando i pantaloni larghi e la giacca di pelle, al epoca considerato un vestiario prevalentemente maschile e comunque da deviato. “Come fai a non sentirti in colpa?” Mi domandò Vanilla. “È pur sempre tuo padre, lo dovresti rispettare.” Mi disse e a quel punto sospirai, era difficile spiegarlo. “Mia nonna non mi ha cresciuta per essere una che accetta a capo chino quello che mi impongono.” Iniziai a spiegare cercando di mettere ordine alle mie parole. “Lei mi ha cresciuta con la convinzione che se qualcosa è sbagliato deve essere cambiato.” A quelle parole Vanilla si pose accanto a me. “Ma non ti ha cresciuta dicendoti di prendere come una questione personale ogni singola ingiustizia, né di andare contro tuo padre per una persona che conosci appena.” Disse lei con voce lenta e pacata, ma riuscii a leggere il dolore in ogni parola. “Anche io ho un corpo, e anche io potrei venire arrestata, un giorno. Secondo il mio punto di vista combattere per le ingiustizie altrui è un modo per prevenire che esse persistano nel tempo e che magari giungano a me o a qualcuno a me caro.” Mi limitai a dire per poi farle un sorriso. A quel punto Vanilla mi diede un dolce spintone. “Ti ringrazio per essere stata dalla mia parte. Ma non litigare con la tua famiglia per me. Non sai quanto sei fortunata ad averne una.” Disse Vanilla dolcemente. Una volta raggiunta la gelateria al angolo Giulio mi si avvicinò per mangiare il gelato con me. “Senti… tuo padre ti… ti ha mai… ecco…” “Non nel modo che credi tu.” Dissi leccando il gelato. “Tra me e mio padre funziona così: io mi arrabbio, lui risponde e ad un certo punto uno di noi due alza le mani. Non si è mai accanito su di me, né io su di lui. E ti prego di risparmiarmi il discorso: so che il nostro è un rapporto malsano, ma è l’unico modo che ho di relazionarmi con lui.” Spiegai tristemente. “Un bel casino. E tua madre?” “Prende sempre le parti di papà. E… mi riprende spesso, ma non abbiamo un vero rapporto. Voglio bene a entrambi ma allo stesso tempo li odio profondamente.” Spiegai a quel punto Giulio mi guardò in un modo strano. “Che c’è?” Domandai confusa. “Sai Vanilla ha apprezzato il tuo gesto, ma ha perso suo padre appena due anni fa, ed erano molto legati da quel che ne so. Quindi… ecco…” “Mio padre non è il suo. Non sto generalizzando e dicendo che tutti i genitori fanno schifo. Dico solo che i miei rientrano nella categoria degli appena decenti. Ho conosciuto molte altre famiglie e ho visto tanti esempi di genitori e famiglie meravigliosi e altre disastrati o con situazioni molto peggiori della mia.” Dissi a mia difesa. “E se devo essere sincera, non so quante volte ho desiderato che mio padre e mia madre mi ascoltassero davvero e che fossero fieri di me. La persona con cui avevo un miglior rapporto nella mia famiglia era mia nonna ed è morta pochi anni fa. Era lei che mi ha cresciuto, lei e il maggiordomo.” Scherzai, Giulio ridacchiò e comprese che era il caso di cambiare argomento.

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Capitolo 5
*** 4. Un errore fondamentale ***


4. Un errore fondamentale
 
Mi resi ben presto conto che le la vita a Meddelhock era sempre appesa ad un filo invisibile e sottile che governava tutti: si chiamava tempo e ce n’era sempre troppo poco. Il ritmo cittadino era frenetico e non riuscivo ad abituarmi. Ero abituata alle lunghe giornate soleggiate a far nulla, al tempo lento e cadenzale della vita contadina che governava tutto a Lovaris, in città invece mancava sempre tempo e mi sembrava quasi che questa fosse la vera moneta. Andare a scuola richiedeva tempo, le lezioni richiedevano tempo, lo studio richiedeva tempo, oziare e attendere erano uno spreco di tempo, non bisognava fare perdere tempo agli altri e, soprattutto, il tempo non bastava mai.
Fu questo quel che pensai quanto scoprii che Garred era stato sfrattato da casa sua. A quanto pareva la sua famiglia aveva mancato il pagamento del affitto un volta di troppo e adesso erano costretti ad andarsene dalla loro vecchia casa. Vanilla ed io ci eravamo offerte per aiutarlo ad impacchettare le sue cose, gli altri avevano un impegno che non poteva essere rimandata. Ricordo quel giovane tritone sforzarsi di sorridere e di sembrare il solito bambino allegro per fare coraggio alla sua famiglia e alle persone a lui care mentre Vanilla cercava di mantenere il suo decoro mentre impacchettava tutti i pezzi di una vita. “Vanilla tutto bene?” Domandai notando che oramai era sull’orlo di un collasso. “Sì, solo che… conosco Garred da quando era un cosino minuscolo, venivo spesso qui da piccola. Come sai siamo vicini e la mia famiglia quando l’ha scoperto era a pezzi.” Disse lei e a quel punto guardai quella famiglia composta da tre streghe adulte, rispettivamente la madre di Vanilla e tre sue amiche, e altre cinque ragazzine, le sorellastre di questa, che stava facendo quel poco che potevano per aiutare. Non mi sconvolse scoprire che il padre di Vanilla avesse dei rapporti con altre donne, essendoci un rapporto di sette a uno tra maschi e femmine spesso gli stregoni si uniscono ad altre donne e formano un unico nucleo famigliare. Una struttura non troppo diversa da quella che nei tempi antichi erano chiamati sabba e streghe e stregoni erano ancora popoli nomadi. “Per giunta Garred… lo nasconde, ma anche lui è a pezzi.” Continuò Vanilla mentre riempiva lo scatolone con i bicchieri con della paglia. “L’ho notato. Quel piccoletto ha una maschera crudele.” Constatai mentre avvolgevo per bene i piatti in porcellana negli strofinacci. “In che senso?” Mi domandò Vanilla confusa. “Dover sorridere sempre. È una maschera crudele: fingere di essere felice o che andrà tutto bene quando sai perfettamente che non è così.” Spiegai, Vanilla abbassò lo sguardo. “Io la trovo una cosa coraggiosa.” Insistette e la guardai sorpresa.  “Non è con i sorrisi che si risolve tutto.” Commentai amaramente. “No, ma guarda questa famiglia? Credi servirebbe a qualcosa piangere? Cambierebbe qualcosa?” Lanciai una breve occhiata a quella decina di tritoni e sirene che stavano impacchettando i loro averi. “No. Ma neanche fingere che tutto andrà bene potrà. L’unica opzione sarebbe combattere.” Dissi aspramente. “Non tutti ne hanno la forza o la volontà.” Mi ricordò Vanilla. “Tu dici? Io credo che quel piccoletto sia abbastanza forte da farlo.” Dissi mentre lo guardavo consolare una sorellina facendo il buffone. Vanilla mi sorrise sprezzante. “E tu allora? Perché non combatti? Mi sembri piuttosto forte e la grinta non ti manca.” La guardai pacata. “La mia unica opzione è sempre stata studiare per diventare avvocato difensore e sperare di riuscire a valere qualcosa. E, sinceramente, non credo che nessuno darebbe mai ascolto ad una ragazzina. Conosco i miei limiti.” Le spiegai conscia che nessuno all’epoca mi avrebbe dato retta. “E se potresti?” Mi domandò Vanilla curiosa. “Lo farei, ma non ho idea di cosa adesso io possa fare.” Fu quella frase a risvegliare una certa idea in Vanilla, infatti la vidi confabulare poco dopo con Garred in tono sommesso e dalla serietà degli occhi scuri della ragazza e dal terrore in quelli gialli del ragazzino intuii che doveva essere qualcosa in cui era meglio non essere immischiati, eppure mi avvicinai. “Cosa state complottando voi due?” Domandai avvicinandomi, Garred mi guardò preoccupato per un secondo e poi si rivolse verso Vanilla per cercare di dirle qualcosa ma questa fu troppo veloce. “Stavamo pensando, dopo che abbiamo finito qui, ti andrebbe se ti presentiamo dei nostri amici. Vivono qui dietro l’angolo.” Ci fu qualcosa di strano nel modo in cui Vanilla disse quella frase. “Se si tratta della roba no grazie, non mi piace.” Ammisi in imbarazzo, immaginandomi già il resto del gruppo prendermi in giro e darmi della santarellina. Ho provato una sola volta quella roba e mi ha fatto schifo, non ho ritenuto necessario riprovare l’esperienza per il resto della mia vita malgrado vivessi negli anni in spopolava trai giovani, ma a quanto mi risulta alla fine la droga è praticamente veleno e un suicidio quindi meglio per me. “No, sono solo amici.” Disse Vanilla mentre vedevo Garred agitarsi sul posto.
Dato che come mi presentarono questi loro amici venni scacciata a forza mentre mi davano dell’assassina affibbiai a questo la preoccupazione di Garred che quando mi riaccompagnò in casa sua mi guardò di sottecchi mentre Vanilla si atteggiava indignata aprendo la strada. “Mi dispiace.” Sussurrò lui, io gli sorrisi. “C’è chi sopporta questa merda una vita, sopravvivrò per dieci minuti di insulti.” La cosa mi aveva turbata, e parecchio anche, ma decisi di non farne una questione di stato e di reprimere il mio desiderio di picchiare quei due bulletti di prima. Garred mi sorrise nuovamente ma pareva che stesse ridendo della mia ingenuità. Ma non vi diedi peso perché subito dopo scoprii che il prossimo anno sarebbe stato l’ultimo anno scolastico di Garred, il che era già un traguardo enorme tenendo conto che viveva in città e che frequentava il classico, sarebbe potuto diventare un insegnante delle elementari per soli Altri nel giro di uno, due o tre anni, a seconda quanta richiesta ci fosse, però notai che Garred aveva un sorriso triste e forzato: probabilmente gli sarebbe piaciuto completare il liceo.
 
Qualche giorno dopo io e Giulio stavamo seguendo la lezione di letteratura e questi notò che ero giù d’umore. Ricordo che mi sfiorò con la penna per attirare la mia attenzione e iniziò a scribacchiare in una pagina strappata del diario scolastico. “Tutto bene?” Mi scisse per poi guardarmi negli occhi preoccupato. “Non è nulla, solo il mestruo.” Lo vidi chiaramente arrossire un secondo ma si ricompose e riprese a scrivere. “Voi della regione dei Fiumi siete sempre così spontanei?” Mi domandò, io sorrisi. “No, sono io che sono strana. Non hai idea di quante volte mi abbiano ripresa per essere brutalmente diretta.” Risposi e mi sorrise dolcemente. “Meglio essere sincera che falsa.” “Non fare il santarellino, so bene che voi maschi volete che la vostra femmina sia brava ed accondiscendente.” Scrissi per metterlo a disagio. “Personalmente trovo attraenti le femmine toste.” Scrisse e fui io a sentirmi a disagio ma decisi di ignorarlo e di mantenere la facciata di sicurezza. “Cos’è una proposta di matrimonio?” Lo presi in giro, tuttavia non ebbe il tempo di rispondere: in quel istante suonò la campana e ci dirigemmo verso le successive lezioni, che non avevamo in comune quindi ci dovemmo allontanare. Odiavo l’organizzazione delle lezioni di Meddelhock: cambiare continuamente aula per seguire corsi in comune con altri indirizzi per risparmiare denaro su un paio di insegnanti lo trovavo sciocco. “Ci vediamo a pranzo.” Mi salutò lui con educazione. Fu strano: di solito i ragazzi mi trattavano al pari di un maschio e mi vedevano come una di loro, invece lui mi stava trattando come di solito vedevo i miei amici con le altre ragazze. Scossi la testa dicendomi che faceva così solo perché era troppo ben educato: tempo un mese e avrebbe iniziato a chiamarmi fratello. “Vedi di arrivare in orario o divorerò anche la tua porzione.” Risposi scacciando il pensiero che quello di prima fosse un atto di corteggiamento. Io e Giulio andavamo d’accordo per svariati motivi: lo trovavo simpatico, aveva l’abilità di mettere a proprio agio chi lo circondava, riuscivo a trovare un accordo con il suo modo di vedere il mondo e i punti in cui non concordavamo erano interessanti punti di conversazione tanto quanto i primi. Mi piaceva sentirlo parlare della sua numerosa e chiassosa famiglia, cosa che a me non è mai stata concessa, almeno non in quel modo, e ammetto che lo invidiavo per questo. Non negavo a me stessa che fosse un bel ragazzo: quei capelli bruni un po’ mossi, gli occhi dalle sfumature marroni e dorate, il corpo ben piazzato, non era particolarmente più alto di me, giusto qualche centimetro, era affascinante, ma in quel periodo non lo riuscivo a vederlo in altro modo se non come un amico.
 
Arrivata al aula vidi Nohat intento a leggere gli appunti della lezione precedente. “Ehi, il prof non è ancora arrivato?” Domandai sorpresa. “La risposta mi pare evidente.” Disse Nohat che, come al solito, mi ignorava e sopportava a stento la mia presenza. Non riuscivo a capirlo, Lukas e la sua famiglia, o qualsiasi altro vampiro con cui mi fossi confrontata finora, non era mai stati così scontrosi a prescindere e non per così tanto tempo. “Volevo solo instaurare una conversazione.” Risposi aspramente. “Se vuoi chiacchierare rivolgiti a quegli idioti di Felicitis o Galahad, avrai anche incantato gli altri ma non me. Tu sei solo una sporca umana che si diverte a giocare a fare l’inclusiva, ma scommetto che nel momento della verità volteresti lo sguardo come tutti.” Rispose lui aspramente, mi alzai e sentii il desiderio di picchiarlo impossessarsi di me: volevo vedere quei suoi occhi di quel azzurro così innaturale che parevano fluorescenti contratti dal dolore, sentire la mia carne che si scontrava con la sua, quel suo sorrisetto soddisfatto tramutarsi in una smorfia, ma sfortuna volle che entrasse il professore.
Ad ora di pranzo io e Nohat arrivammo a mensa a tre metri di distanza l’uno dall’altra e non ci guardammo negli occhi. Notai Garred e Felicitis impallidire. “Ma che…?” “Chiedilo alla signorina qui presente.” Disse Nohat. “È lei che non sa affrontare l’aspra realtà.” Disse lui, stavo per andare a spaccargli la faccia, ma Vanilla mi bloccò. “Dai Diana, lascia perdere: Nohat è un idiota.” Forse le avrei dato ascolto se Nohat non avesse ripreso a dare aria alla boccaccia. “Sì, ascolta Vanilla, se mi picchi vorrà dire che non sei diversa da qualunque altra umana.” Fu a quel punto che non ci vidi più e gli diedi un cazzotto ben assestato allo sterno. Questi si strinse lo stomaco e fece del suo meglio per non attirare troppo l’attenzione. “Se fai lo stronzo con me un’altra volta…” “Cosa…? Te ne vai?” Domandò Nohat sfidandomi con lo sguardo. “Non hai nessuno oltre a noi, questo perché sei troppo strana per essere amata da quelli della tua razza.” Lo guardai con ira e a quel punto Giulio, che dove essere arrivato in quel momento, afferrò Nohat e lo trascinò via. “Nohat, facciamoci un giro.” Disse il ragazzo incazzato che venne seguito da un preoccupato Garred. Galahad sospirò e mi rivolse la parola. “Ignoralo, Nohat odia gli umani sopra ogni cosa. E non sopporta che tu ti sia avvicinata a noi e soprattutto a Giulio.” Galahad mi guardò e si sorprese quando notò che la mia rabbia non era scemata ma bensì aumentata. “Allora perché mi avete accettata?” Domandai seria guardando fisso negli occhi verdi del mio compagno. Galahad non si scopose. “Perché volevamo capire se fosse vero. Non ho mai incontrato in tutta la mia vita un’umana che stia sinceramente dalla nostra parte. Tu sei diversa dagli altri Umani, ma non sei un Altro, questo è chiaro. A me piaci Diana, e credo di poter parlare anche a nome di tutti i qui presente e anche a nome di Garred e Giulio.” Mi spiegò Galahad per poi prende un profondo respiro. “Tuttavia, Nohat non lo può accettare.” “Perché?” Domandai, Galahad fece per rispondere ma non se la sentì, fu Felicitis a parlare. “Sua madre è morta tre anni fa a causa di un agente S.C.A., da quel che ne so l’hanno anche…” Ci fu un attimo di esitazione in Felicitis e da come si scurì il suo sguardo intuii quel che era successo ma non ci volli credere. “Hai capito.” Alla conferma di Felicitis mi sentii congelare le vene. “Suo padre ora è in un brutto stato, beve molto, troppo, e lo zio di Nohat ha fatto in modo che suo padre non avesse più la sua custodia.” Mentre parlava iniziai a capire perché mi guardava sempre con odio. “Non ce l’ha veramente con te: fa lo stronzo, ma si comporta così perché non ha mai superato il lutto. Per di più ti sei molto avvicinata a Giulio, lui e Nohat sono amici da sempre, gli è stato accanto nel suo periodo più difficile, è semplicemente geloso e ha paura che tu gli porti via il suo amico, ecco tutto.” Mi spiegò Felicitis e mi sentii profondamente in colpa: che diritto avevo io in fondo rispetto ad un’amicizia durata anni, pensai a come mi sarei sentita se qualcuno avesse fatto la stessa cosa con Oreon o con Zafalina, e mi resi conto che avrei dato di matto. Da allora io e Nohat non diventammo amiconi, ma riuscimmo a tollerare la nostra presenza reciproca.
 
Con l’avvicinarsi dell’estate potemmo finalmente iniziare ad uscire la sera, e riuscii ad evitare di dover supplicare il permesso tutte le sere usando la scala antincendio attaccata alla mia camera grazie alla quale potevo salire e scendere quando volevo. Fu grazie ai miei nuovi amici che conobbi un nuovo gruppo di Altri, per la maggior parte si trattava di ragazzi della nostra età o poco più grandi di noi, al inizio non mi sopportavano, poi però iniziarono ad incuriosirsi a me, come se fossi una qualche specie di animale esotico. Era gente strana, erano molto vaghi sul loro lavoro e i loro discorsi sapevano molto da criminali, iniziai seriamente a chiedermi come Giulio, Felicitis, Vanilla, Garred e Galahad li avessero conosciuti e dopo un po’ sentii che neanche Nohat ci avrebbe avuto mai nulla a che fare normalmente. Per di più i ragazzi erano sempre vaghi sul come si erano conosciuti e perché si frequentavano. Più passava il tempo più sospettavo che quei ragazzi centrassero con qualche banda o fossero i secondini di qualche famiglia mafiosa.
 
Con la fine della scuola per di più notai che ogni tanto sparivano nel nulla, avrei compreso se fosse stato Galahad che aveva l’esame di maturità quindi passava quasi tutti i giorni in clausura a studiare, ma il resto del gruppo si stava arrampicando sugli specchi delle scuse assurde. Fu così che iniziai a vedermi più spesso anche con la gente che mi era stata presentata per cercare di capire cosa stesse succedendo. Per di più notai che quando venivano chiamati da questi strani imprevisti erano sempre seri e che spesso il giorno prima avevano sempre ricevuto un messaggio da Idoler, un gargoil dalla pelle grigiastra, gli occhi di ghiaccio, corti capelli grigio-bianchi sulla trentina inoltrata. I sospetti al inizio vaghi come il fumo diventarono sempre più concreti nella mia testa. Ma non mi sarei mai aspettata che un giorno, il 16 giugno 2023, la mia vita sarebbe stata catapultata in un vortice da cui sarebbe stato quasi impossibile uscirne.
 
Idoler quel giorno mi prese in disparte e mi fece una proposta che in parte mi spiazzò ma che a ripensarci c’erano stati alcuni segnali per cui avrei dovuto intuire cosa stava per succedere. “Diana, ti hanno lasciata sola oggi?” Mi domandò il giovane gargoil avvicinandosi a me. “Sì, sono tutti spariti, un altro dei loro imprevisti. La scuola è finita da appena una settimana e siamo di già in questo stato.” Ridacchiai leggermente irritata. “Cosa c’è di divertente?” Mi domandò appoggiandosi al tavolo della paninoteca dove stavo consumando il mio pasto in solitario. “Nulla, solo che da dove vengo io mancare ad un invito a casa diverrebbe una questione di stato.” Spiegai ripensando ai miei vecchi compagni.
“Ti piacerebbe sapere dove spariscono tutte le volte?” A quella proposta non trattenni un sorriso. “Sì, certo. Ma tanto non me lo diranno mai.” Dissi spensierata, a quel punto calò un imbarazzante silenzio: io e Idoler non condividevamo nulla e riduceva con me l’interazione al minimo eppure era lì a parlarmi, lo trovai strano, soprattutto perché era stato uno di quelli che non mi rivolgeva la parola nei primi tempi. “Diana sinceramente non ti capisco: perché un’umana dovrebbe coltivare un amicizia con persone come Noi, perché dovresti sostenere i Nostri diritti ed esserci fedele? Perché?” Mi chiese ed intuii che mi stava testando quindi soppesai accuratamente la mia risposta. “Perché non dovrei?” Mi limitai a rispondere. “Come prego?” “Ho passato tutta la mia vita in mezzo agli Altri e agli umani e mi sono resa conto che non c’è poi questa grande differenza come crediamo. Indipendentemente dalla razza a cui apparteniamo ci sono persone con cui andrò d’accordo e altre che odierò, persone che comprendo e altre meno, persone intelligenti e stupide. È vero la razza ci porta ad essere un po’ di versi, per aspetto, per cultura, per l’ambiente, per le convinzioni con cui cresciamo, ma sinceramente penso che se non fosse per le leggi restrittive la più grande differenza che ci possa essere tra le razze consiste nel aspetto fisico.” Risposi pacata per poi addentare un’ultima volta il mio panino con soddisfazione. Come mi voltai verso Idoler notai un sorrisetto soddisfatto, quasi altezzoso. “Hai mai pensato di fare qualcosa di concreto a tal proposito?” Mi domandò in un modo che mi fece suonare un campanello d’allarme, mi voltai per osservarlo e confermai che stavamo parlando di qualcosa in più di una manifestazione. Abbassai il capo, sapevo di dover prestare attenzione alle mie parole d’ora in poi. Riflettei su come agire velocemente. “Certo, ma chi si fiderebbe di un’umana, figlia di agenti S.C.A. per di più?” Domandai per poi tornare ad osservarlo. “Magari qualcuno che ti conosce potrebbe garantire per te.” Propose avvicinandosi un po’ troppo per i miei gusti ed abbassando il tono della voce. “Non mi pare sufficiente.” Notai abbassando a mia volta il tono. “Beh, la tua debolezza, per così dire, di essere umana e figlia di agenti S.C.A. potrebbe anche renderti appetibile.” Riflettei a quelle parole. “In che modo?” Domandai prestando particolare attenzione al suo linguaggio non-verbale. “Nessuno penserebbe a te come prima sospettata e magari saresti in grado di fornire qualche informazione utile oltre che poter accedere senza difficoltà a posti a noi Altri altrimenti negati o di difficile accesso.” Continuò Idoler. “Stai cercando di dirmi che qualcuno potrebbe essere interessato?” Domandai guardandolo negli occhi, questi sorrise. “Quanto meno non sei stupida.” “Mi è concesso sapere di chi si tratta?” Domandai sulla difensiva ma cercando di mantenere un tono di voce pacato. “Solo se mi segui e questa è la tua unica offerta ed occasione.” Ci riflettei. Ero conscia che questi gruppi erano tendenzialmente pericolosi, molti erano semplici criminali, però c’era una piccola fazione che avevano proposte politiche e sociali interessanti. Però senza il nome del gruppo non ero in grado di dire che genere di persone fossero. “I ragazzi sono coinvolti, giusto?” Domandai affidandomi alla loro capacità di giudizio. “Sì.” Riflettei ancora per qualche istante indecisa e mi convinsi che nessun gruppo prettamente criminale avrebbe mai accettato un’umana, figlia di agenti S.C.A. per giunta. “Tutti? Anche Gahad?” Domandai conscia che lui era il più giudizioso del gruppo. “Sì.” Affermò, lo fissai per qualche istante negli occhi e mi alzai. Idoler mi fece cenno di seguirlo.
 
Mi portò nei vicoli più bui e malfamati della città, quelli in cui nessuno sano di mente avrebbe mai messo piede se non avesse saputo di essere nel proprio territorio e iniziai a sospettare di aver sbagliato i mei conti. Si avvicinò con circospezione a una porta di ferro che supposi doveva accedere ad una cantina dato che era posta leggermente più in basso rispetto al livello della strada, bussò due volte e la porta si aprì con un piccolo cigolio. Idoler mi fissò, i suoi occhi parlavano chiaro: era l’ultima occasione per tornare in indietro. Mai prima d’ora camminare mi era parso faticoso. Sapevo cosa stava accadendo però non avevo pensato abbastanza alle conseguenze, forse se fossi stata più coscienziosa non sarei mai arrivata dove sono ora ma non lo saprò mai perché entrai in quel lungo, buio e spoglio corridoio che si muoveva sotto agli edifici. Tutto mi parve uguale per i primi trecento metri: una porta di ferro, sei passi, una porta di ferro sei passi e avanti così. Quando vidi in fondo una porta di legno sentii il cuore salirmi in gola e pregai il Sole e la Luna di vegliare su di me. Idoler a aprì la porta rivelando a una specie di salotto: nel mezzo della sala c’erano dei vecchi divani dalla pelle logora, un tavolino rotondo basso in mezzo a queste e infondo un piccolo bar con alcolici. C’era un bel po’ di gente tra cui i miei compagni di scuola, non ché amici. Scambiai un breve sguardo con loro, avevano gli occhi sgranati e spaventati, la cosa mi confuse. Un istante dopo un signore sulla cinquantina mi si avvicinò con fare minaccioso. “Dunque saresti tu l’umana che ha aiutato quei tre ragazzi come noi.” Accennai un sì e iniziò a ridere. “Bene, bene, bene era da un po’ che volevo conoscerti. Ma prima…” Disse facendo sparire repentinamente il sorriso delle sue labbra. “Vorrei farti una domanda: perché esporsi per degli Altri?” La domanda non mi sorprese, a quanto pare era la domanda che tutti amavano rivolgermi. “Erano in difficoltà e li ho aiutati, questo è l’unico motivo e dovrebbe essere sufficiente.” In volto gli apparve uno strano sorriso: agghiacciante, divertito, soddisfatto e spaventoso. “Tu hai idea di chi sono io?” Mi chiese fissandomi mantenendo quel sorriso. Lo squadrai dall’alto al basso: capelli lunghi e rossi con delle strisce bianche, il viso tondo, il mento affilato, gli occhi grandi e neri, le orecchie lunghe e a punta, di corporatura mingherlina, piuttosto basso e la carnagione pallida e giallognola, avrei giurato che fosse un folletto, ma non vedevo le ali di libellula; notai in fine una bandiera nera con una fenice bianca appesa alla parete e compresi. “Tu sei Malandrino il capo dei Rivoluzionari n’è vero?” Domandai, ne avevo sentito parlare ai giornali, avevano reclamato qualche atto contro il governo e la liberazione di alcuni Altri venduti e usati alla stregua di oggetti, ma anche diverse rapine. “Arguta la ragazzina.” Commentò mentre sentivo ogni mio muscolo tendersi: il resto dei presenti non mi spaventava per lo più, ragazzini o persone poco più grandi di me, ma lui sapeva di pericoloso e mi stava studiando come se fossi un pezzo di carne, decisamente poco piacevole. “Allora piccola, come ti chiami?” Chiese facendo cenno di portargli da bere. “Diana Dalla Fonte.” Risposi sostenendo lo sguardo del uomo. “So che i tuoi genitori sono degli agenti S.C.A., giusto?” “Sì.” Confermai atona. “Ma non ho niente a che fare con il loro lavoro. Sono sempre stata contro i principi della S.C.A.” Risposi, sapevo che ne era cosciente ma preferivo che fosse chiaro fin da subito. “Lo immaginavo. Ma quanto sei contro i loro ideali?” Mi chiese avvicinandosi a me ad un livello a dir poco invasivo. Arretrai d’un passo spaventata da quel comportamento malato. “Allora? Quanto odi la S.C.A. e ciò che rappresenta? Quanto odi il governo? I giudici e gli avvocati corrotti? Le proibizioni? Le restrizioni? Il sistema?” Mi chiese Malandrino alzando la voce rabbioso. “Sopra ogni cosa.” Risposi facendo di tutto per mantenere la mia voce salda. “Odio tutte queste cose, odio tutto ciò che riguarda la S.C.A. e ciò che rappresenta, odio che la gente non faccia nulla e non si accorga di quante ingiustizie vi sono al mondo e odio sentirmi impotente verso queste persone.” Risposi senza battere ciglio, a quel punto Malandrino smise di invadere il mio spazio vitale iniziò a ridere. “Un umana che odia gli umani. Questo è fantastico.” Disse prendendo i due bicchieri che gli avevano preparato. “Perché mi avete portata qui?” Domandai afferrando il bicchiere che mi offrì. “Per farti un offerta: entra a far parte dei Rivoluzionari, ci farebbe utile una come te. Allora, accetti?” Disse Malandrino porgendomi il bicchiere per un brindisi. Mi guardai attorno conscia che se avessi accettato molte cose sarebbero cambiate, ma che se rifiutavo difficilmente sarei tornata a casa e sicuramente non sulle mie gambe. Ma oramai non importava, nello stesso istante in cui avevo lasciato intendere ad Idoler che avevo capito cosa mi stava proponendo avevo segnato il mio destino. E sapevo che avevo fatto uno sbaglio, un immenso e gigantesco sbaglio. “Accetto.” Risposi facendo tintinnare i bicchieri, Malandrino pareva soddisfatto. “Giulio, occupati della nuova arrivata. Falle fare il giro della base.” Giulio si alzò lentamente probabilmente confuso da quel che era appena successo. “Tra pochi giorni ti affideremo la prima missione, e dovrai dimostrare di esserci leale.” Decretò Malandrino per poi avvicinarsi ad un orco che doveva avere all’incirca la sua età e iniziare a parlare fitto con lui e altri due quarantenni. Io seguii Giulio fuori da quella stanza con la convinzione di aver appena fatto un’enorme cazzata ma oramai non potevo ritirarmi.
 
“Non avresti dovuto accettare.” Fu Giulio a rompere il silenzio dopo che uscimmo dalla sala, mi ricordo che il suo sguardo appariva perso. “Avevo scelta?” Chiesi retorica. “Sai meglio di me che se non avessi accettato mi avrebbe rapita o chissà cos’altro.” Ammisi e Giulio si bloccò, sorpreso della mia affermazione. “Per di più c’è qualcosa in Malandrino che mi disturba.” Iniziai continuando a camminare. “È come se avessi davanti qualcosa di troppo danneggiato per poter comprendere cosa è in grado di fare.” Dissi ripensando a quegli occhi neri e spiritati, quel sorriso forzato e a quel suo atteggiamento nel muoversi come se il resto del mondo fossero solo ombre. “Allora perché non ti sei voltata e non sei andata il più lontano possibile da qui?” Mi domandò infastidito. “Ciò che ho detto è vero: sono stanca di essere impotente.” Spiegai. “Non è una motivazione sufficiente.” Mi riprese Giulio. “Forse, ma oramai suono in ballo quanto tutti voi.” “Diana questo non è un gioco.” Mi ricordò con fare irritato. “Potresti crepare qui.” Mi informò preoccupato. “Non temere Giulio, so badare a me stessa. E anche se fosse non sarebbe una grave perdita.” A quel punto Giulio mi strinse il braccio. “Non le dire neanche per scherzo queste cose. Sei una persona intelligente, appassionata e... una buona amica. Se ti succedesse qualcosa faresti soffrire molte persone poiché avrebbero perso qualcuno di importante.” Lo osservai sconvolta, Giulio a quel punto arrossì e mi fece cenno di proseguire.
Giulio non aggiunse altro, fu l’unico vero discorso che ci scambiammo le restanti parole che sprecò furono per presentarmi il ripostiglio in cui avrei lavorato diciamo: c’era una zona computer, uno dei primi che avessi mai visto o toccato, non azzardai neanche a chiedere come avessero recuperato quegli scatoloni di metallo alti quanto una persona piazzati tutti in un’unica stanza fredda né tantomeno cosa se ne facessero, un centro operativo, che era più che altro una stanza con una tavola coperta dalla mappa della città con svariate puntine e una lavagna in cui erano scritte le date per le varie missioni con diversi mesi d’anticipo, c’era da dire che Malandrino era molto organizzato quando si trattava di un colpo, anche se piccolo, c’era una piccola infermeria a dir poco pietosa più adatta ad una rapida ricucita prima di essere spediti in qualunque altro posto purché non fosse quello, era così sporca da fare impressione, infine un’armeria decisamente ben fornita, addirittura troppo per una ventina di persone.
 
Quasi non ci credetti quando mi lasciarono tornare a casa e quando mi sdraiai sul letto mi domandai seriamente cosa diamine avevo fatto e se ero veramente uscita di testa. La risposta era un terribile ed eclatante sì: sapevo quanto quei gruppi fossero pericolosi, per un umana poi, era un miracolo che fossi ancora intera, e anche se fosse presto o tardi Malandrino mi avrebbe usata come vittima sacrificale per qualche missione. Rimasi in silenzio a rimirare il soffitto fino a cena dove i miei, come al solito, provarono ad estorcermi cosa avevo fatto ma me ne rimasi zitta e mi ritirai a letto in fretta. Ero spossata ma non riuscivo a dormire, così accesi il grammofono dove avevo lasciato un disco e lasciai che la musica mi avvolgesse per cercare di mettere ordine nei miei pensieri, ce n’era una in particolare che adoravo, Rivolta una delle prime canzoni che avrebbero iniziato il filone rock, mi lasciai avvolgere e riuscii a schiarire i mei pensieri.
 
Diedi la colpa a quella canzone se il giorno dopo mi presentai all’ora che mi aveva detto Idolen di presentarmi poco prima che me ne tornassi a casa invece di filare in centrale e dire cos’era successo, cosa che dovete fare se succede, indipendentemente che siate umani, figli delle guardie o qualsiasi sia la vostra situazione, per favore, non ripetete i miei errori e, fidatevi, a me è andata di lusso rispetto ad altri ragazzi. Malandrino sembrava contento. “Bene la nostra umana è arrivata.” Sembrava un pazzo in un momento di gioia mentre lo diceva. “Vediamo quanto vali piccola.” Disse Malandrino mentre mi portarono verso il centro città. Per tutto il tragitto sudai freddo pensando a cosa mi avrebbe chiesto, quale strambo rito di iniziazione possedessero i Rivoluzionari. A metà viaggio però mi dissi di smetterla coi piagnistei e di pensare a fare del mio meglio, che forse Malandrino era solo un po’ eccentrico ed ero io ad esagerare. Arrivammo davanti al municipio e mi misero in mano una bomboletta nera. Li guardai confusa. “Vandalizza il municipio, grazie.” Guardai Malandrino incredula e forse delusa, ma mi sbrigai a raggiungere le pareti bianche del municipio, mi sistemai meglio il passa montagna e iniziai a pensare rapidamente a cosa scrivere mentre agitavo la bomboletta per caricarla. Controllai che nessuna guardia fosse nei dintorni, l’area era libera, in seguito scoprii che conoscevano molto bene le ronde. Arrivata davanti alla parete non fu più necessario pensare a cosa scrivere, mi bastò scarabocchiare qualcosa di provocatorio in fretta e in furia. Tornai indietro in fretta con un sorriso d’eccitazione sotto il passamontagna: era stato spaventoso ed elettrizzante, proibito. “Cosa pensi di ottenere con una scritta così?” Mi domandò Orion, l’orco che avevo visto confrontarsi con Malandrino il girono prima, dando un’occhiata alla mia scritta: Lo sporco del nostro mondo è dentro queste mura. “Qualcosa.” Fu la mia unica risposta, la verità era che volevo togliermi dalla piazza il più velocemente possibile. “Hai fantasia ragazzina.” Disse il Malandrino. “Di certo sei più originale di certa gente.” Disse Malandrino voltandosi e guardando in malo modo un altro ragazzo.
Mi spiegarono che quello era il rito di passaggio per diventare uno dei Rivoluzionari, quando gli chiesi perché Malandrino rispose che anche lui aveva cominciato la sua vita in questo modo. C’era qualcosa di stranamente poetico ma ben presto svanì quando mi portarono nella base. Tutti i membri avevano preparato una festa a base di alcolici. Mi offrirono del whisky lo accettai ma non bevvi molto altro; non ero mai stata un’amante degli alcolici, un po’ perché non lo reggo molto bene e in parte perché per fin troppe volte mi ero ritrovata a dover fare da balia ad alcuni miei compagni ubriachi fradici e ciò mi aveva fatto perdere la voglia di bere in eccesso, per di più preferivo essere lucida se mi trovavo davanti a persone sconosciute. Ben presto il resto dei miei coetanei si presero una sbronza colossale e Orion, uno dei membri più anziani, mi lanciò le chiavi del suo pulmino ordinandomi di fare il giro delle case dei miei compagni di scuola altri ragazzi che vivevano nella stessa zona, del resto delle persone credo se ne fosse occupato Idoler. “Riportamelo con solo un graffio e ti lincio ragazzina.” Mi minacciò l’orco che li avrebbe riaccompagnati se non fosse lui stesso stato vittima del alcool.
Trascinai o condussi tutti i ragazzi a me assegnati dentro al camioncino e pregai che non facessero casini. Lungo la strada spesso mi dovetti fermare anche in quartieracci per lasciare che i miei compagni si liberassero del alcol in corpo. La prima che raggiunsi fu la casa di Nohat, che si trovava appena a due isolati da dov’era la base dei Rivoluzionari. Quelli che capii essere gli zii di Nohat guardarono male prima me, poi il ragazzo e se lo caricarono in spalla senza porre domande. In seguito lasciai Vanilla nelle mani di sua madre, che accettò di tenere Felicitis visto che mi aveva supplicata di non portarla all’orfanotrofio da sbronza. La donna mi continuò a chiedere cosa fosse successo anche dopo che glielo ebbi spiegato per tre volte, omettendo l’aspetto che gli amici erano dei criminali. Fu gentile, mi offri di entrare ma le spiegai che dovevo finire di accompagnare il resto delle persone nel pulmino e mi lasciò andare, promettendomi che non sarebbe mai più successo. Quando entrai notai che un paio di ragazzi erano scomparsi. “Non ce n’erano altri due?” Domandai confusa. “Vivono qui….” Disse Garred tra un lamento e l’altro. “Se devi vomitare è meglio che lo fai ora.” Gli suggerii, questo seguì il mio consiglio e si liberò sul bordo della strada.
Portare a casa Galahad fu un problema, visto che viveva al sesto piano di un edificio enorme con l’ascensore rotto, ci misi un’eternità a trovare la sua casa e una volta che i suoi tutori, che da quel che ricordo erano amici di famiglia, lo recuperarono mi promisero che gli avrebbero dato una strigliata per il disturbo causato. Qualche giorno dopo scoprii che i suoi genitori erano finiti in prigione anni fa per un crimine che non avevano mai commesso.
Garred fu l’unico a tornare a casa sulle sue gambe, poiché, malgrado fosse il più piccolo del gruppo, resisteva bene al alcool e dopo la vomitata e aver scolato una bottiglia d’acqua era stato meglio.
Arrivata a casa di Giulio sperai vivamente che non mi causasse problemi visto che erano quasi le due di notte e che gli altri due passeggeri mi avevano urlato continuamente per dirmi dove abitavano e mi avevano obbligata a fare un giro assurdo per portali a casa. Sinceramente speravo che la serata finisse presto. Aperto lo sportello del pulmino fu subito chiaro che non mi avrebbe aiutata: dormiva nella grossa e non ne voleva sapere di alzarsi. Lo scossi una, due, tre volte ma fu del tutto inutile, lo chiamai, gli feci il solletico ma niente. Dopo la terza volta che gli urlavo nelle orecchie iniziai a credere che Giulio fosse l’unico licantropo con problemi di udito. Seccata iniziai ad osservarlo e, forse a causa della stanchezza e dei rimasugli di alcool in circolo, iniziai a notare ogni singolo dettaglio del suo viso: la barba scura e incolta, la piega ovale del suo viso, il naso affilato leggermente schiacciato nel mezzo, la forma dolce dei suoi occhi, le folte ciglia e sopracciglia, i suoi morbidi capelli castano scuro e mossi, la forma del suo petto, le sue braccia lasciate scoperte. La gola mi divenne secca, ripensai al modo in cui mi guardava quei sui occhi ambrati che riuscivano ad incantare chiunque con le loro sfumature marroni e dorate, i miei occhi caddero sulle sue labbra, rosse, socchiuse, sebbene sottili parevano morbide. Mi ritrovai in uno stato di trans, era come se fossi magneticamente attratta da lui, mi avvicinai più del dovuto, sentivo il calore del suo corpo attraverso i vestiti malgrado non lo avessi ancora sfiorato, non resistetti al fuoco della passione e gli diedi un piccolo bacio a fior di labbra, appena uno contatto innocente, o forse poco più. Giulio si svegliò ancora sbronzo con la bocca impastata dal sonno, non feci in tempo ad allontanarmi. “Grazie per avermi risvegliato principessa.” Divenni rossa alle parole di Giulio ma lui non se ne accorse poiché chiaramente non era nel pieno delle sue facoltà. “Non essere scemo e aiutami. Pesi troppo.” Lo rimproverai in imbarazzo. Quando si appoggiò a me la situazione non migliorò. Per la prima volta in vita mia mi sentii sovrastare da qualcuno: il suo odore che mi riempiva le narici, il peso del suo corpo contro il mio, il suo calore, il suo caldo fiato contro il mio collo. Strinsi con maggiore forza il suo braccio e lo trascinai fino al cancello, stavo per suonare ma qualcuno mi interruppe. “Giulio?” Mi voltai, una giovane donna, la sorella maggiore del interessato, era appena tornata dal suo turno nella trattoria in cui lavorava. “Che è successo?” Mi domandò confusa. “Ha bevuto un po’ troppo. Mi hanno rifilato il compito di riportare tutti a casa dato che sono sobria.” Spiegai, la giovane donna mi aprì il cancelletto e mi aiutò a portare Giulio in casa sua, sulla soglia ci salutammo e io corsi al pulmino. Tornai a casa e parcheggiai quel arnese sotto la scala antincendio. Orion mi aveva ordinato di renderglielo entro la sera seguente. Così mi trascinai in camera, a fatica mi infilai nel letto e sprofondai in un sonno profondo.
 
Il risveglio fu traumatico ma mi obbligai a sbrigarmi e di riportare il camioncino da Orion, trovare la zona fu relativamente facile, il problema fu che impiegai quasi mezz’ora per trovare la casa e mi toccò aspettare fuori dal suo appartamento quasi un quarto d’ora ovvero fino a quando non venne un ragazzino di forse dodici anni ad aprirmi, mi guardò in malo modo, io gli risposi a tono e feci per rifilargli le chiavi di Orion ma questo salì sul camioncino e mi fece cenno di fare lo stesso. “Papà mi ha detto di mostrarti dov’è il garage.” Mi disse, ci infilammo in una minuscola strada dove il camioncino ci passava per miracolo ed entrammo in una specie di piazzola di cemento circondata da sei complessi di appartamenti lì parcheggiai il camioncino, c’era Orion ad attendermi e dopo un’attenta analisi accennò un sì soddisfatto. “Ringrazia il cielo che sia tutto intero, a me questo coso serve.” “Non ne dubito.” Risposi, a quel punto venni congedata e raggiunsi la fermata della corriera, da lì a tutto il percorso verso casa non riuscii a togliermi dalla testa l’innocente bacio che mi ero scambiata con Giulio. Malgrado avessi problemi ben più grandi tra le mani e che richiedevano la mia massima concentrazione. Ad un certo punto mi diedi uno schiaffetto in viso per impormi di calmarmi. “Diana Dalla Fonte no, non è un buon momento per pensare ai ragazzi. Sei nella merda fino al collo, i ragazzi complicano solo le cose. Non ne vale la pena.” Mi rimproverai malgrado sapessi che oramai fossi cotta a puntino. L’Amore ha decisamente un tempismo terribile.

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Capitolo 6
*** 5. Tra rapine, cuori e bugie ***


5. Tra rapine, cuori e bugie
 
Il giorno seguente mi misi alcuni vestiti comodi e andai a casa di Garred: dovevo aiutarlo a sistemare un problema di spazio nella sua nuova casa che si trovava sul limitare di quella minuscola isola sospesa sul canyon che era Meddelhock.
Glielo avevamo promesso tempo fa tutti noi ragazzi, eccezione fatta Galahad che era impegnato a svolgere il primo test per la maturità. 
Arrivata lì notai che già tutti si stavano preparando per costruire la nuova stanza di quella enorme fattoria ricavata da un vecchio magazzino. Garred mi spiegò che un tempo era un granaio ma che, quando l’azienda agricola era fallita decenni prima, la famiglia di Garred aveva trasformato la struttura in una discreta casa. Ricordo che era presente la famiglia di Garred al completo, la quale comprendeva circa una quarantina di membri legati per sangue e per matrimonio. Vivevano quasi tutti in quella casa enorme; presentava quattro piani e era anche abbastanza ampia a dire il vero, ma considerando il numero d’inquilini era un miracolo che finora a loro fosse bastata considerato che, da quel che mi diceva il mio amico, cugini e fratelli dormivano in grossi stanzoni, mentre i genitori dormivano nelle stanze più piccole in cui ci stava appena il letto, per non parlare del grosso problema legato al unico bagno. “Come mai tutta questa gente?” Commentai ad un certo punto. “È per fare prima: sai molti adulti devono comunque andare a lavorare i campi fuori città e di certo non possiamo affidare questo compito ai bambini.” Mi spiegò Garred mentre vedevo quel manipolo di tritoni e sirene dirigersi verso i campi o gli uffici in cui lavoravano. “Certo capisco.” Dissi sovrappensiero mentre notavo Giulio alle prese con un bambino che voleva a tutti i costi arrampicarsi su di lui; non riuscii a trattenere un sorriso. Poi mi ricordai del bacio e distolsi lo sguardo cercando di mantenere il mio decoro. “Non ti ho ancora ringraziato per l’altra sera, quindi grazie.” Garred mi distolse dai miei problemini da adolescente media. “Figurati, una cosuccia, e poi tu sei l’unico che è tornato a casa con le sue gambe, non come qualcuno di mia conoscenza che mi ha quasi vomitato addosso mentre facevamo le sei rampe di scale.” Dissi riferendomi a Galahad, Garred scoppiò a ridere e venni contagiata dalla sua risata e dal suo buon umore.
 
Passai la giornata a svuotare scatoloni, riempirne altri e a pulire oggetti da polvere, ragnatele e ruggine di ogni sorta. Ad aiutarci c’erano anche altri giovani amici della loro famiglia, e notai che erano quasi tutti tritoni e mi stavano guardando male, li ignorai, sapevo che avevano tutti i motivi del mondo per odiarmi in quanto umana, non dovevo farmene un cruccio, vedevo quegli sguardi anche nella mia città natale, non era una novità. Ciò non ostante dovevo sforzarmi per restare calma quando sentivo dei commenti amari. Ad un certo punto mi accorsi addirittura che stavano facendo di tutto per tirarmi fuori dal lavoro ma io insistetti ad aiutare con gentilezza forzata e frecciatine quando necessario. A pranzo nessuno tranne i miei amici mi rivolse la parola. “Sono così mostruosa?” Domandai seccata a Garred dopo l’ennesima occhiataccia da quella che pareva una zia bisbetica. “Diana! Tu non sei mostruosa!” Esclamò Garred attirando l’attenzione di tutta la tavolata, gli lanciai un’occhiata preoccupata non capendo cosa avesse in mete. “Non è colpa tua se sei nata umana!” Esclamò alzandosi da tavola ed iniziando a gesticolare focalizzando l’attenzione di tutti su di noi. “Per quanto mi riguarda, non ho mai incontrato un’umana meno umana di te! Sei sicura di non essere in realtà un elfo o un licantropo, forse una maga!?! È facile confondervi!” Esclamò Garred facendomi sorridere. A vederla dal vivo la sua sceneggiata era particolarmente buffa: quel suo modo teatralmente esagerato, il tono da scemo e i commenti senza senso, era un bravo buffone. “Temo di essere abbastanza sicura delle mie origini di sangue, e non le posso cambiare, nessuno di noi può.” Dissi cercando di trattenere le risate. “Ma il sangue è solo il retaggio, giusto?” Domandai e Garred mi sostenne continuando a parlare. “Certo! Io sono figlio di mio padre, ma lui è un burbero io invece sono favoloso.” Disse gonfiando il petto come un galletto. “Tu sei uscito male Garred, sei un buffone!” Esclamò qualcuno dei suoi parenti. “Ah, ha parlato mister tutto d’un pezzo.” Continuò il ragazzo intrattenendo tutti con estrema facilità, lo guardai con dolcezza: era proprio bravo a sciogliere le tensioni, dote non da poco che gli sarebbe servita molto come adulto.
Per il resto della giornata quanto meno smisero di guardarmi come se fossi un mostro abominevole e a lavoro concluso mi invitarono a cena con il restanti membri della famiglia. Era una cena a base di pesce d’acqua dolce e mi sorprese non vedere i frutti di mare visto che a casa di Nami quello era il piatto forte. Fu una serata piacevole.
 
Senza che me ne rendessi conto tornai a casa alle nove e mezza, non me ne preoccupai troppo ad essere sincera: ero convinta che i miei genitori avessero il turno fino a mezzanotte, ma mi sbagliavo.
Quando entrai vidi i miei genitori furiosi e preoccupati aspettarmi in cucina. “Oh…” Fu la prima cosa che dissi vedendo mia madre sull’orlo di una crisi isterica e mio padre furioso mentre metteva giù il telefono dicendo. “Marco è tornata, avvisa gli altri, ci vediamo domani.” Sentii la cornetta del telefono squillare nello stesso istante in cui mio padre l’appoggiò, la ignorò fino a quando non smise di suonare e a quel punto alzò la cornetta così che nessuno potesse disturbarci. “Siete tornati presto.” Commentai entrando in cucina ancora sporca di polvere. “Dove sei stata? Sono due ore che ti aspettiamo e il coprifuoco per te è saltato tre ore fa!” Tuonò mio padre furioso. “Sai quanto eravamo preoccupati!?! Piccola stupida ingrata!!!” Urlò mio padre furibondo. “Claus!” Esclamò mia madre cercando di fermare mio padre ma questo si liberò dalla sua presa in un gesto. “Cosa pensavi?” Iniziò mio padre avvicinandosi. “Che avremmo lasciato correre questa scappatella!?! Che potevi non dircelo perché saremmo arrivati più tardi!?!” Mi stava sbraitando addosso e il suo sguardo era sempre più minaccioso così come il mio, come il riflesso distorto d’uno specchio. Non resistetti e a quel punto risposi. “Sono andata a casa di un amico. Aveva bisogno d’una mano a sistemare casa. Problemi? Mi hanno in vitato a cena, una vera cena. Non quel cibo precotto che mi rifilate voi. Non mi sono resa conto dell’ora. È un problema così grosso? Non serve che monitorare ogni mio movimento. Sono abbastanza grande da sapermi muovere anche di sera.” Dissi seccata cercando di trattenere la voglia di urlare che pervadeva la mia gola arsa per l’ira che bruciava dentro di me. “Diana! La gente muore e sparisce ogni giorno! Non puoi fare di testa tua!” Tuonò mio padre furioso. “In questa casa ci sono delle regole per un motivo! Vedi di rispettarle!” Eravamo a meno d’un metro di distanza e lui mi stava quasi sputando in faccia facendo valere quei pochi centimetri di differenza che avevamo. “Che si fotta il copri fuoco!” Non avevo ancora finito quando sentii un dolore acuto alla guancia, il mio viso si voltò spontaneamente e mille piccoli aghi mi perforarono la zona lesa: mio padre mi aveva dato uno schiaffo. Alzai lo sguardo dovevo sembrare davvero furibonda perché la mamma si mise in mezzo prima che ci picchiassimo a vicenda. “Fermi voi due!” Tuonò lei. “Luisa non ti intromettere! A questa ragazzina va insegnata la disciplina!” Tuonò mio padre che in preda al ira scostò con troppa forza mia madre facendola sbattere contro al tavolo. Come mio padre si rese conto di quel che aveva fatto si voltò sconcertato da quel che aveva fatto. Improvvisamente il nostro litigio non ero più importate. “Luisa, mi dispiace, io…” Mia madre si alzò con tutta la compostezza del mondo e guardò furiosa mio padre. Anni che stavano assieme e mio padre non aveva mai sfiorato la mamma, neanche nei sui eccessi d’ira peggiore. Pertanto rimasi di ghiaccio nel vedere la scena. “Fallo un’atra volta e giuro sul Sole e sulla Luna che divorziamo.” Lo minacciò mia madre furibonda alzandosi. “Luisa mi dispiace io… Diana…” Mio padre tentò di raccattare una scusa ma senza molto successo. “Non dare a nostra figlia la colpa dei tuoi problemi!” Tuonò mia madre facendo rizzare i peli a me e mio padre. A quel punto abbassò lo sguardo e se ne andò. Mio padre, ovviamente, la seguì sprofondandosi in un oceano di scuse che mia madre ignorò.
Dopo qualche istante di gelo, in cui non seppi cosa fare, ritornai ad essere la bambina impicciona che si nascondeva nel armadio per sentire i discorsi dei grandi e li spiai mentre litigavano da dietro la porta della loro stanza. “La devi smettere! Diana non è più una bambina! È forte quasi quanto te rischiate di finire al ospedale!” Fu la prima frase che riuscii a distinguere chiaramente. “Luisa quella ragazzina non mi ascolta né con le buone né con le cattive!” Continuò mio padre. “Non cambierà idea se la picchi!” Rispose mia madre. “E che altro dovrei fare? Parlarci?” “Sarebbe una buona idea tanto per cambiare!” Rispose mia madre. “O la perderai definitivamente! Claus, io ti amo, e sei un marito fantastico, ma con Diana non sai più rapportarti!” “È lei che non mi ascolta!” “Non è solo quello. Tu vuoi importi su di lei, ma oramai è quasi una donna, lo sai. Tra un paio d’anni si potrà sposare senza il nostro consenso se vorrà, potrà trovarsi un lavoro, andare al università se lo desidererà o fare entrambe le cose se necessario.” Disse mia madre più calma ma comunque furiosa. “Lo sai che non le taglierei mai i viveri Luisa.” “Lo so, ma lei potrebbe non accettare più nulla da te. So che fai fatica perché avete lo stesso carattere ma devi smetterla di trattarla come una bambina capricciosa.” Esclamò mia madre. “E cosa dovrei fare? Lasciarla andare in giro fino all’una? Permetterle di andare a delle manifestazioni in cui rischia di essere arrestata o ferita?” Domandò mio padre chiaramente preoccupato. “Preferisci che faccia queste cose di nascosto?” Domandò mia madre. “E che un giorno sparisca dalle nostre vite senza che ce ne accorgessimo? Abbiamo lottato tanto per averla, non voglio perderla. E so che non lo vuoi anche tu, quindi ti prego, ti prego, smettila di nutrire la bestia che c’è in Diana.” Supplicò mia madre, non volli sentire nient’altro e mi rinchiusi in camera. L’ultima frase di mia madre mi aveva turbata: la bestia dentro di me, era così che lei chiamava quel fuoco, quella rabbia che mi consumava giorno dopo giorno e mi domandai quanto dovesse essere forte oramai. Era da quando ero piccola che avevo imparato quella lezione che adesso mia madre stava cercando di sradicare: o ci si dimostra forti imponendosi urlando e colpendo o non si è nessuno.
Mi sdraiai sul letto e controllai la mia guancia: si era arrossata e a toccarla bruciava, contro voglia mi alzai dal letto e recuperai da una piccola cassetta del pronto soccorso che tenevo in camera da tempo immemore dato che preferivo non far notare a mia madre quanto spesso entrassi in una rissa. Tirai fuori la crema contro le abrasioni e me la spalmai generosamente in viso malgrado l’odore fosse insopportabile. A quel punto potei solo aspettare che si assorbisse. E mentre fissavo il soffitto mi tornò in mente che la prima volta che avevo preso a pugni mio padre aveva avuto una dinamica simile.
 
Avevo quattordici anni, c’era stato un diverbio con papà per qualcosa, non ricordo cosa per l’esattezza, probabilmente qualche sciocchezza che la me preadolescente riteneva importante rimarcare. Però ricordo che ad un certo punto mi aveva dato uno schiaffo. A quel punto lo avevo spintonato lontano da me per poi avergli dato un pugno colpendolo in pieno sterno, da lì avevamo iniziato a picchiarci. Ricordo perfettamente la sensazione dei calci e dei pugni che diedi e che ricevetti, gli strattonamenti, gli schianti, le leve, tutto quello che avevo fatto aveva sorpreso me e mio padre che furioso rispondeva con sempre meno controllo alle mie provocazioni. Gli diedi filo da torcere ma se non fosse intervenuta la mamma ad un certo punto avrei ricavato qualcosa in più di un naso rotto. Non dimenticherò mai lo sguardo confuso di mio padre né quello preoccupato della mamma quando mi rialzai e gli sputai contro. Ma che cosa potevano pretendere? Erano stati loro a crescermi nell’idea che il più forte mangia il più debole e i più forti si sanno difendere, e io avevo appreso come difendermi tempo fa, ero sempre stata più forte delle mie coetanee, anche dei miei coetanei e dove non potevo vincere con la mera forza vincevo grazie alla tecnica e all’astuzia, e per questo dovevo solo ringraziare i miei genitori che senza volerlo o saperlo avevano generato una macchina da guerra, fortuna che la forza fisica non era il mio solo talento, o molto probabilmente non sarei ancora viva. Ricordo che quado mi avevano messo in punizione avevo presi a calci i cuscini e misi su un po’ di rock per far uscire la mia rabbia. Sarà contraddittorio ma più la musica era potente più mi calmava.
 
Il mattino seguente i miei decretarono che per punizione non sarei potuta uscire per il resto della settimana, inutile dire che sarei uscita comunque di nascosto: tanto stavano fuori praticamente tutto il giorno e non avevano nessuno che potesse controllarmi. Tuttavia non fu l’unica novità quella mattina: mentre leggevo un libro, sentii il telefono suonare. “Pronto?” Domandai tenendo la cornetta leggermente distaccata dall’orecchio, avevo un sospetto su chi fosse. “Ciao Diana!” Stinsi gli occhi infastidita: tutte le volte che ci sentivamo i miei compagni dovevano urlare quando erano al telefono. “Ehi ragazzi. Che novità?” Chiesi mentre mettevo il segnalibro e appoggiavo il romanzo sul tavolo. Ero ansiosa di ascoltarli: non li sentivo da una settimana, erano letteralmente spariti. “Indovina!” Urlò Lillà tutta eccitata. Ci pensai su ma non mi venne in mente nulla di plausibile. “Uhm… non saprei c’è stato un terremoto che ha lasciato illesi tutti tranne Deitre lasciandogli una bella commozione celebrale?” Domandai sperando che si sbrigassero con questo gioco, non ero del umore adatto. “No! Ancora meglio gamba lunga!” Mi disse Gahan con il suo vocione nanico prematuro per un quasi diciottenne. “Meglio di liberarsi della piaga di Lovaris? Dura a dirlo, avanti sputate il rospo.” Ordinai con fare annoiato convinta che ben poco mi potesse sorprendere a questo punto. “Lillà…” Iniziò Tehor con fare sommesso. “A te l’onore.” Continuò lui tutto eccitato e divertito. “Mi sposo!!!” Esclamò Lillà e per poco non caddi dalla sedia. “EHEHE!?!?!” Esclamai incredula. “E tu sei invitata!” La notizia mi lasciò scioccata: Lillà era sempre stata quella più infantile di noi nei modi, per di più aveva sempre la testa per aria. “O per il…” Sussurrai mordendomi la lingua conscia quanto lei odiasse le mie bestemmie. “Quando?” Domandai sperando che fosse in un tempo ragionevole. “E con chi?” Aggiunsi così da sapere il nome del bastardo a cui fare il terzo grado la prima volta che tornavo. “Il quindici d’agosto con Gestro.” Rimasi di sasso. “Quello di quinta che l’anno scorso ti faceva il filo e che tu maledicevi in continuazione sperando che sparisse?” Domandai incredula “Sì, lo sappiamo Diana, assurdo, vero?” “Taci Fina!” Urlò Lillà zittendo la mia compagna. “Che c’è, è vero! L’anno scorso hai addirittura detto che gli avresti preferito strapparti le tue belle ali di farfalla piuttosto che avere le sue sudicie mani addosso.” Disse Fina facendo ridacchiare tutti, inclusa la sotto scritta, quasi immaginavo le ali purpuree di Lillà abbassarsi per la vergogna mentre quelle da libellula di Fina frullavano divertite. “Beh, in effetti Lillà ammetterai che ci hai sconvolti tutti quando ce l’hai detto: solo l’anno scorso lo hai minacciato di morte non so quante volte!” Disse Oreon divertito. “Vero! Vi ricordate?” Domandò Zafalina in lontananza. “Oh, povera me! Quello sciocco! Non è una fata è una zanzara fastidiosa che meriterebbe solo di essere schiacciata!” Scimmiottò Zafalina seguita a ruota da Gahan. “Non potete capire cosa sto passando!” “Va bene, adesso basta o farete prendere un infarto alla sposa!” Li bloccò Kallis. “Oh, ma andiamo, guasta feste, non ci si può mai divertire!” Esclamò Gahan. “Va bene, va bene, calmatevi!” Dissi cercando di trattenere le risate. “Lillà l’invito quando mi arriverà?” Domandai. “Ti arriverà tra breve. E mi raccomando vestirti elegante! Se indossi i tuoi soliti pantaloni da soldato e maglietta giuro che ti rifilo uno dei miei vecchi vestiti stucchevoli.” Disse Lillà minacciosa. “Dubito che mi potrebbero anche solo stare i tuoi vestiti ma farò come comanda signora, eseguirò gli ordini!” Esclamai. “Sarà meglio per te.” Mi avvisò Lillà. Ci salutammo da lì a breve. Il mio primo pensiero fu come convincere i miei genitori, ma sapevo che per quello avrei trovato una soluzione, dovevo solo aspettare che arrivasse il momento propizio; l’altro problema era dove comprare un vestito decente dato conto che l’unico abito elegante che avevo era una camicia bianca e dei pantaloni neri che indossavo quando venivano a casa i colleghi dei miei. Sospirai, avrei corrotto Felicitis e Vanilla per accompagnarmi a trovare qualcosa di decente da mettere. Poi però mi tornò in mente un’altra cosa: da quel che ricordavo ad agosto ci sarebbe stata una missione discretamente importante, avevo sentito gli altri discuterne. Sentii l’angoscia pervadermi: non avevo idea di come queste cose funzionassero, per di più ero appena arrivata, non potevo già dire che sarei sparita per tre o quattro giorni. Un senso d’ansia mi invase ma lo scaccia, oramai ero dentro a questa vita dovevo abituarmi a queste situazioni, per di più non ero neppure sicura che io sarei stata necessaria o che la data del matrimonio coincidesse con quella della rapina. Espirai e decisi che come prima cosa il giorno dopo avrei dato un’occhiata al calendario appena finita la riunione a cui dovevo partecipare e avrei anche chiesto ai ragazzi come comportarmi per ottenere il permesso di lasciare la città per qualche giorno, ammesso e non concesso che fosse possibile.
 
Il giorno seguente andai al quartier generale assieme ai ragazzi e come vidi Giulio sentii le gote arrossire e lo stomaco in subbuglio. Le possibilità erano due: o mi stavo ammalando o stavo ricadendo il quel orribile girone chiamato amore. “Diana.” Mi salutò Giulio e io scattai come una scema. “Giulio! Ehi! La sbronza ti è passata?” Domandai tutta concitata mentre mentalmente mi imponevo di darmi un minimo contegno. “Sì… mi è passata già da ieri.” Se dicessi che desiderai finire nel Oblio e non tornare più in dietro sembrerebbe esagerato? “E scusa se non ti ho ringraziata a dovere, ma l’altro giorno eravamo tutti un po’ presi.” Disse tranquillo. “Oh, rilassati! È stato un piacere.” Dissi mentre entravamo nella cantina, desiderando prendermi a pugni da sola per la quantità immane di sciocchezze che stavo farneticando. “Non ci credo neanche morto che ti sei divertita: Galahad vive al sesto piano e praticamente Garred fuori città, ci devi aver messo due ore solo per riaccompagnarci.” Disse Giulio tranquillo. “Sì, è vero, anzi ora che mi ci fai pensare è stata un’esperienza orribile: vi proibisco di prendervi un’altra sbronza simile in mia presenza. Fortuna che so guidare e ho la patente o non sareste neppure potuti tornare a casa visto che Orion era troppo ubriaco per poter anche solo toccare il volante.” Dissi già più tranquilla. “D’avvero? Ti ha lasciato prendere il furgone? In tre anni che lo conosco ha permesso solo a Nohat di guidarlo e solo dopo due mesi che aveva preso la patente e aver guidato con lui una decina di volte.” Mi informò sorpreso. “In effetti mi ha minacciata di morte se lo riportavo con anche solo un graffio, ma per mia fortuna i miei genitori mi hanno insegnato a guidare a dovere.” “D’avvero, quando hai fatto la patente?” Mi domandò Giulio sorpreso. “Devo già farla a Lovaris, ma con il trasloco e tutto ho dovuto ricominciare tutta la procedura qui a Meddelhock. L’ho fatta agli inizi di marzo ed è stata una fortuna che l’avessi con me: se mi avessero bloccata mi avrebbero portata in commissariato, fortuna che nessuno ha badato a me.” Gli spiegai finche ci avvicinavamo alla zona riunioni. “Su cosa sarà la riunione?” Gli chiesi. “Riguarda la prossima rapina, non credo che tu vi parteciperai, infondo sei appena arrivata e Malandrino non è il tipo che si fida facilmente.” Mi spiegò Giulio aprendomi la porta. “La cosa non mi sorprende.” Ammisi a bassa voce mentre osservavo tutti i presenti: erano circa venti persone e per la maggior parte trai quindici e i trent’anni, prevalentemente maschi ma c’era comunque qualche femmina, però io ero l’unica umana. Mi guardai in giro: nessun segno di Malandrino.
Mi sedetti con Giulio accanto agli altri miei compagni di scuola e attendemmo. La riunione era per definire la strategia per il prossimo colpo, una rapina ad una gioielleria del centro per permetterci in seguito di poter comprare armi e informazioni, le due cose più importanti per iniziare una rivoluzione prutroppo. Lì scoprii che avrei dovuto aiutare Nohat a creare una copia delle chiavi. Conclusasi la riunione andai a controllare il calendario degli attacchi previsti e ringraziai il cielo che ad agosto non fossero previste missioni tranne che alla fine del mese. Mi segnai mentalmente di chiedere ai ragazzi se dovevo informare ai piani alti un mio eventuale spostamento e a chi, e sperai vivamente che non si trattasse del Malandrino, quel folletto mi metteva a disagio come poche persone in vita mia, principalmente per il suo sguardo: quegli enormi occhi neri brillavano di una strana luce di pazzia e follia che mi spingeva a domandarmi se ciò che facesse avesse un senso oppure fossero solo deliri di un folle assetato di sangue.
 
Pochi minuti dopo mi ritrovai ad analizzare la carta dell’edificio che avremmo dovuto rapinare. Accanto a noi c’era Orion il quale sarebbe stato a capo della missione e che avrebbe tenuto d’occhio noi giovani scapestrati, come si divertiva a definirci, e appresi come si attua una rapina. Una parte di me si sentiva in colpa: era solo una gioielleria come tante ce n’erano all’epoca, quando si spendevano volentieri i soldi per i gioielli, che senso avrebbe mai avuto per noi rubare e rivendere quei gioielli e metalli preziosi al mercato nero. Quel senso di ingiustizia mi tartassò per l’intera giornata, anche quando durante la pausa mi misi assieme ai miei compagni di scuola a fare gli esercizi per le vacanze tranne Galahad che se ne stava da una parte a leggere per un libro che non riconobbi subito. Credetti che si trattasse di qualcosa che gli servisse per la seconda prova dato che aveva svolta la terza due giorni prima ma dopo una seconda occhiata capii cosa fosse: era un testo universitario, probabilmente sottratto alla biblioteca. Mi fece piacere che lo tenesse tra le sue mani, quella poca cultura un Altro poteva crearsi veniva prevalentemente dai libri che leggeva dato che non tutte le scuole erano accessibili per una questione di retta o di legge dato che non tutte le scuole superiori erano concesse agli Altri e le università erano inaccessibili a questi. Orion lo prese in giro dicendogli che si riempiva la testa di sciocchezze a leggere così tanto e che si sarebbe dovuto concentrare sulla terza prova e l’orale. Orion però non capiva, quelli della sua generazione e quella dei miei genitori non capivano mai quanto oramai fosse fondamentale possedere conoscenze superiori a quella che potevano offrire le scuole secondarie per tirare avanti in questo mondo che d’in anno in anno diventava sempre più tecnologico e complesso.
 
Due giorni dopo io e Nohat ci stavamo dirigendo alla gioielleria. Aspettai assieme a Nohat che il venditore chiudesse il negozio per la pausa pranzo bevendo qualcosa di fresco nella caffetteria accanto, e quando vidimo l’uomo uscire pagammo il conto e ci infilammo nella via in cui si stava dirigendo. Nohat gli si avvicinò e finse di sbattergli contro per poi prostrarsi in un’infinità di scuse. Poi, una volta dietro al vicolo, Nohat mi passò le chiavi e io ne feci la stampa di quelle per entrare sul retro su una pasta apposita. “Sei bravo a taccheggiare.” Commentai sorpresa, mentre prendevo le chiavi, non mi aspettavo che Nohat avesse le mani di velluto. “Me l’ha insegnato mio padre, non amo farlo ma è una dote utile in questi casi.” Mi informò lui freddamente. “Bene, quando si accorgerà delle chiavi?” Domandai. “Tra poco, lasciamole dove si è scontrato con noi crederà che gli siano cadute.” Andai io a posizionarle lasciandole cadere dove l’uomo si era scontrato con Nohat, nell’angolo. Restammo qualche minuto lì appostati fino a quando l’uomo non tornò indietro affannato ma come vide le chiavi si rilassò, le prese e tornò in dietro. “Pover uomo.” Commentò Nohat con cattiveria. “Tra qualche giorno le chiavi saranno pronte e per quando compiremo il furto si sarà già dimenticato della mia faccia.” Disse Nohat divertito mentre tornavamo alla base con la stampa delle chiavi. “Non sarebbe stato più facile forzare la porta?” Domandai curiosa. “Forse, ma Malandrino non vuole alcun rischio, se qualcuno ci vedesse o sentisse gli sbirri arriverebbero nel giro di poco tempo e questo sarebbe un problema.” Mi informò tranquillo. Una volta entrati nell’autobus smettemmo di parlare della rapina così decisi di instaurare una conversazione normale. “Sei riuscito a fare il primo tema?” Gli domandai più per parlare che per una vera curiosità. “No, non ho idee. Per di più è un tema scemo: definisci il concetto di Eroe.” Disse lui ironico. “Cosa siamo alle medie? Eroe, una bella favoletta per idioti e bambini. Gli Eroi non esistono al di fuori dei libri e nei fumetti.” Disse Nohat seccato. “Allora scrivi questo.” “No, dirà che sono privo di fantasia e che ho scritto una cavolata, il nostro professore vorrà l’elogio di una qualche figura, ma io non ho credo nell’esistenza degli Eroi.” “Neppure io, o almeno non nell’idea popolare: un cavaliere senza macchia e senza paura, dall’animo nobile e perfetto in tutto.” Dissi sincera. “Io credo che gli Eroi veri non esistono, poiché se si vuole che la storia si ricordi di te devi fare del male ad un tuo nemico, e si sa che la storia la scrivono i vincitori, quindi quello che noi elogiamo come eroe potrebbe essere stato un orrendo carnefice sotto un’altra luce, e io non credo che una persona possa essere perfetta, quindi l’Eroe non esiste realmente, esistono solo persone che secondo noi fanno del bene e che i loro errori valgono meno delle loro glorie.” Spiegai, mi ricordo bene quella conversazione e ciò che dissi, lo usai nel tema e presi un misero sette e mezzo ma il professore mi fece i complimenti per l’idea originale, l’avevo conservato quel tema se non ricordo male, chissà se i miei genitori voluto preservare a loro volta.
 
Sette giorni dopo, il trentesimo ed ultimo giorno del mese con solo uno spicchio di luna calante nel cielo, ero seduta in macchina ad aspettare che i ragazzi finissero di rubare i gioielli. L’autista che ci avrebbe dovuto aiutare stava male quindi Malandrino aveva rifilato a me il compito di stare in macchina per preparare la fuga dato che ero l’unica che sapesse guidare e che quella sera non avesse altri impegni o compiti da svolgere. Quando tutti uscirono con la loro refurtiva ed ebbero chiuso il bagagliaio feci salire in macchina Nohat, il quale mi rivolse il solito sguardo freddo, Orion e un altro paio di ragazzi che non ricordo chi fossero e partii senza fetta, era stato un lavoro veloce e pulito. “Dov’eri alle otto di sera del 30 giugno di quest’anno?” Mi chiese Orion, presi un bel respiro. “Ero fuori con Nohat a fare un giro per la periferia.” Risposi tranquilla sforzandomi di guidare piano e prudentemente malgrado volessi solo correre il più lontano possibile dal negozio. “Quando è che sei uscita?” Chiese di nuovo con un tono di voce più minaccioso. “Verso le sei e mezza circa.” Risposi indifferente. “Avete incontrato qualcuno che conoscete?” “No.” Ero ancora calma con mia grande sorpresa. “Quando sei tornata a casa?” Chiese duro. “Beh, a questa domanda non posso ancora rispondere non ti pare Orion?” Dissi cercando di spezzare la tensione più che palpabile in auto senza ottenere nessun successo, così risposi. “Dovrei arrivare verso le dodici e mezza a casa se non incontriamo traffico.” Dissi contenta di non essere caduta nel suo trabocchetto. “Non serve l’ironia Diana! È una cosa seria!” Era furioso malgrado non urlasse. “Va bene, ho capito cercavo solo di allentare la tensione.” Risposi pacata. Proseguimmo, Nohat era accanto a me e scoprii che non riusciva a restare calmo dopo un colpo, era iperteso e non c’era verso di scioglierlo.
 
Arrivata a casa salii per le scale antincendio e mi ripetei a memoria la storiella che avrei dovuto raccontare nella remota possibilità che fossi stata scoperta. Stavo per entrare dalla finestra quando vidi mia madre lì ad aspettarmi a braccia incrociate e lo sguardo truce, entrai comunque e sostenni il suo sguardo. “Il tuo coprifuoco è passato da molte ore.” Constatò mia madre fissandomi furiosa mentre io mi preparavo alla paternale. “Non dirò nulla a Claus, ma pretendo spiegazioni.” Alzai lo sguardo sorpresa non sapendo come sentirmi: da una parte ero felice che non avrebbe detto nulla a papà, ma dall’altra dare delle spiegazioni mi rendeva nervosa. “Voglio solo fare una vita da normale adolescente. Chiedo troppo?” Non mentivo, non serviva, era il mio desiderio, ma non sarebbe stato il coprifuoco prolungato a rendermi libera, oramai io ero una fuorilegge al servizio di Malandrino ma mia madre non sapeva questo di me. Pensava che i miei desideri fossero gli stessi della ragazza che aveva lasciato Lovaris mesi fa: la libertà di un coprifuoco che andasse oltre le sei, il poter scegliere la gente da frequentare, non dover ricevere un interrogatorio a ogni nuova amicizia e non dover andare a conoscere i loro colleghi. “Cosa hai fatto e con chi?” Mi chiese duramente. “Un giro in periferia con Nohat.” Risposi acida. “Nohat… il vampiro?” Alzai gli occhi al cielo alla sua domanda. “No, mamma, Nohat è il ragazzo più scontroso del gruppo, quello più riservato ma un buon amico quando gli gira, non il vampiro!” La rimproverai acidamente. Era così che i miei si riferivano ai miei compagni Altri, i miei compagni umani, invece, venivano paragonati a chi erano. Lei si voltò verso la finestra. “Da quanto tempo scappi fuori in questo modo?” Mi chiese calma ma severa. “Da poco tempo.” Una mezza verità, un mese in fondo non era molto. “Allora vuoi avere maggiore libertà?” Mi chiese retorica. “Sì dannazione!” Urlai esasperata. “Ti prenderai la responsabilità che essa comporta?” Mi domandò e feci un secco segno affermativo. “Ti darò fiducia e non dirò niente a Claus delle tue… diciamo fughe e vedrò di convincerlo, ma tu signorina porta a casa risultati e avverti quando esci o non vedrai mai più la luce del giorno. Sono stata sufficientemente chiara Diana?” Quella volta era quasi riuscita a fare la parte della mamma comprensiva quindi decisi di rischiare. “Sì, mamma, ho capito…” “Cosa c’è adesso?” Domandò mia madre notando che volevo dirle del altro. “Lillà, una mia ex-compagna, si sposa il quindici agosto. Posso andarci?” La vidi pensarci su. “Quante altre volte sei uscita di qui fuori orario, perché e con chi.” Chiese mia madre. “Oggi e due settimane fa circa, ero andata a bere con i miei amici, gli altri erano alticci e li ho dovuti accompagnare a casa, sarò tornata verso le due. Più l’altra volta che mi avete beccata.” Sussurrai sperando che non mi uccidesse o scoprisse la mia enorme bugia dato che era da ben più di un mese che sparivo mentre loro andavano a letto. Mia madre controllò a dovere il mio linguaggio non-verbale, era un esperta di interrogatori e il linguaggio del corpo era uno dei suoi punti forti, probabilmente è grazie a lei se ho imparato a mentire molto tempo fa. “Bene potrai andarci, ma vedi di non uscire più in questo modo!” Quando uscì tirai un sospiro di sollievo; mia madre era anche meno irascibile, impetuosa e manesca di mio padre, ma era terribilmente brava a estorcere informazioni, e sapeva essere particolarmente spaventosa quando voleva.
Un paio di giorni dopo sentii mio padre e mia madre discutere e comparve spesso il mio nome. Di certo si trattava della questione maggiore libertà. Ne uscii vincitrice.
 
Qualche giorno dopo stavo tornando da una riunione, Giulio mi stava facendo compagnia visto che doveva prendere il suo autobus e aveva una fermata che si trovava nel percorso per casa mia. Stavamo parlando del più e del meno, oramai mi ero convinta che non si ricordasse del bacio che gli avevo dato quando improvvisamente si fermò davanti ad all’entrata di un piccolo parco pubblico. “Ehi, senti, ci fermiamo qui?” Mi domandò. “Ho voglia di rilassarmi, sai tra i Rivoluzionari e il resto non sono più venuto qui.” Mi spiegò guardando l’entrata trasognante. “Non ci sono mai entrata con voi, lo frequentavate spesso?” Domandai mentre lo seguivo nell’entrata. “No, io di norma ci andavo da solo, ma ultimamente non ne ho avuto il tempo.” Mi spiegò mentre ci incamminavamo per quella stradina di ghiaia l’uno accanto all’altra e non potei non lanciare uno sguardo su Giulio: i suoi capelli castano scuro e la sua barba incolta lo rendevano attraente, per di più era un po’ più alto di me, aveva le spalle larghe e il petto scolpito, e poi c’era qualcosa nel suo odore che mi faceva stare tranquilla e che mi liberava dei centinaia di pensieri che spesso e volentieri affollavano la mia mente. “Ci sediamo?” Mi propose Giulio arrivati un punto soleggiato nell’erba, gli feci cenno che mi andava bene e ci sedemmo lì, non c’era nessuno quel giorno. “Diana, senti…” Lo guardai di striscio confusa. “Uhm?” Borbottai cercando di godermi il sole, cosa che non riuscivo a fare spesso di recente, a Lovaris stavo fuori quasi tutta l’estate ma in città era più difficile stare fuori con l’aria soffocante pomeridiana. “Cosa significava quel bacio?” Come lo sentii spalancai gli occhi e mi sentii sudare freddo. “N…ni…en…te” Pregai il Sole, la Luna e tutte le Stelle che mi vennero in mente perché quella assurda situazione si interrompesse. “Allora perché sei rossa?” Mi domandò ponendosi proprio difronte a me. Scostai lo sguardo, non avevo avuto molto tempo di pensare a Giulio, ma mi era chiaro che provavo più della semplice amicizia per lui ma non sapevo se lui l’avrebbe potuto accettare: io avevo già avuto le miei relazioni con persone che non erano umane ma non sapevo se Giulio fosse di mentalità così aperte. Poi notai come era messo, era vicino a me, non si era posto in una situazione di distacco ma d’intimità. “Credo per lo stesso motivo per cui tu mi sei così vicino.” Dissi guardandolo nei suoi occhi marrone-dorato. Giulio si bloccò un momento, incerto se ritrarsi o avvicinarsi, poi trovammo entrambi il coraggio e lasciai che Giulio mi baciasse le labbra, portai le mie mani trai suoi capelli un po’ mossi, erano morbidi come la pelliccia di un lupo e sorrisi con il cuore mentre mi stringeva alla vita dopo qualche istante d’incertezza. Dolcemente lo trascinai tra l’erba con me e lasciai che si stringesse a me, arrossii ma non mi scomposi troppo: avevo già avuto tre ragazzi prima di Giulio queste esperienze per me non erano nuove ma erano molto più piacevoli rispetto a come me le ricordavo. Dopo un po’ Giulio e io ci separammo e ci guardammo scambiandoci uno strano sorriso complice. “Hai mai avuto una relazione del genere?” Mi domandò. “Ho già avuto tre ragazzi e non erano umani.” Gli spiegai nervosa. “Ma non erano licantropi.” Specificai. “Okay… io invece prima d’ora non sono mai stato con qualcuna che non fosse stata una licantropa.” Mi spiegò un po’ in imbarazzo ma a me non diede fastidio. “Immaginavo… ti infastidisce?” Gli domandai mettendomi a sedere, cosa che fece anche lui. “No.” Ammise sincero guardandomi e donandomi un sorriso e cercando di avvicinarsi a me ancora un po’, lo lasciai fare: mi annusò curioso affondando la sua chioma scura nei miei capelli color del grano che portavo lunghi fino a più di metà schiena ed erano folti quindi Giulio si immerse totalmente nascosto dai miei capelli. “Hai un buon odore, lo sai?” “Immagino di sì visto che mi hai baciata.” Sussurrai mentre Giulio faceva capolino e mi guardava negli occhi alla ricerca di qualcosa nel mio animo sempre con quella espressione serafica che influenzò pure me. “Credo che tu mi piaccia.” Ammise Giulio avvicinandosi per accarezzarmi il viso. “Credo che la cosa sia reciproca perché anche tu mi piaci.” Gli risposi io avvicinandomi un po’ di più e baciandolo di nuovo, ora che potevamo, e lui rispose con piacere. “I tuoi come la prenderanno?” Mi domandò un po’ preoccupato quando ci separammo. “Non lo so. Finora non ho mai detto loro nulla sulle mie relazioni, per loro sono ancoro una povera ragazzina vergine e ignara.” Spiegai. “Ah, lo hai già fatto?” Mi domandò Giulio. “Sì, il più grosso errore della mia vita, tranquillo. L’ho mollato secoli fa quel damerino.” Gli spiegai. “Non intendevo questo, solo che… il tuo odore pare incontaminato, non so neanche come spiegarlo.” “Oh… ehm… quello credo che sia il preservativo…” Bofonchiai nervosa. “Il cosa?” “Preservativo, è un aggeggio che i maschi si mettono sul membro per prevenire la gravidanza.” Spiegai. “Oh, sì, giusto, quello… mio cugino me ne ha parlato una volta ora che mi viene in mente, ma con le mie precedenti ragazze non mi sono mai dovuto preoccupare.” “Sei vergine quindi?” Domandai. “Non ho detto questo.” Mi confessò. “Solo che capivo quando erano in calore quindi non mi preoccupavo neppure.” Mi spiegò pacato. “Oh, sì, Andrea mi aveva accennato una cosa simile anni fa.” “Chi?” Domandò lui confuso. “Un mio vecchio amico d’infanzia, anche lui è un licantropo, quindi mi aveva accennato qualcosa sul fatto che i licantropi sono in calore meno spesso degli umani.” “Oh, certo…” Lui rimase in silenzio qualche secondo poi trovò il coraggio e parlò. “Senti… se vuoi ti accompagno fino a casa tua, tanto la mia fermata è poco prima.” Mi propose sorridendomi timidamente. “Certo.” Decisi alzandomi assieme a lui che si avvicinò timidamente alla mia mano intrecciandola con la sua, la strinsi forte. “Hai le mani callose.” Notai sorpresa. “Lavoro un po’ in segheria con i miei quando posso.” Mi spiegò mentre sentivo la sua pelle sfiorare la mia. “Ma anche tu ne hai qualcuno sulle nocche e le dita.” Notò, mi sfuggì un sorriso pensando che quei quattro calli erano nulla in confronto ai piedi. “Sai, facendo per anni corsi di auto difesa e facendo parte della Squadra della classe qualche callo viene fuori.” Gli spiegai imbarazzata. Camminammo fianco a fianco prendendocela comoda e chiacchierando, restando vicini, mi sentii bene, di nuovo una ragazza.
Arrivati all’angolo dietro casa mia ci fermammo e gli diedi un piccolo bacio sulla guancia per salutarlo. “Allora a domani.” Lo salutai. “A domani.” Rispose lui, so che non avrei dovuto, ma quando fui sicura che lui pensasse che io fossi entrata mi voltai e lo spiai mentre esclamava uno strozzato e tornava in dietro con le mai dietro la fronte, non potevo vederlo ma sapevo che stava sorridendo, anche io lo feci e mi diressi a casa, per mia fortuna i miei genitori non erano ancora tornati a casa così, quando mi buttai sul letto con l’adrenalina in corpo per l’eccitazione non dovetti trattenere le miei risate divertite, mi dimenticavo troppo facilmente di questo aspetto di me: il cuore a mille, il sorriso sulle labbra che sfioravo neanche avessi fatto chissà cosa, era solo un bacio in fondo, ma sapevo che non lo era. A Lovaris era un conto, le coppie miste tra noi giovani non erano così strane ma oramai non ero più una ragazzina e sapevo che se volevo portare avanti questa cosa che avevo con Giulio dovevo esserne sicura perché dallo strano solleticorio che avevo nel cuore, dal caldo nel mio basso ventre e dalla pace serafica che mi pervadeva compresi che questa volta era serio, non era semplice curiosità o attrazione fisica ma amore, mi girai sul letto e immersi la faccia nel cuscino, pregai di aver interpretato bene i mei sentimenti questa volta.
 
Il giorno seguente mi ritrovai con i ragazzi difronte alla base dei Rivoluzionari, li salutai con un cenno, mi tenni in dietro e prima di entrare mi fermai un secondo e diedi un tenero bacio sulla guancia a Giulio che ricambiò per poi sorridermi con un candido imbarazzo, risposi divertita. Finita la riunione per organizzare lo scambio di informazioni del giorno seguente Nohat mi prese in disparte e mi obbligò a seguirlo in una stanza vuota per potermi parlare in privato. “Giulio mi ha detto di quel bacio.” Disse all’improvviso senza tante cerimonie, divenni tesa alla vista dei suoi occhi diventare di un colore più acceso del solito. “Quindi?” Domandai altezzosa. “Siete per caso usciti di senno? Sai quel che rischia Giulio se vi beccano?” Mi riprese Nohat mentre sentivo un pesante senso di colpa formarmisi nel petto: non ero d’avvero più a Lovaris. “Non giocare coi sentimenti di Giulio. Siamo amici da una vita e se lo ferisci, o gli succede qualcosa per questa vostra perversione, non avrai più una goccia del tuo sangue schifoso. Ho reso l’idea?” Mi ferirono molto le parole di Nohat ma le accettai: l’amore tra due persone di razze diverse è molto delicato e può guarire ferite come le può aprire. Non potevo giudicare Nohat per essere preoccupato per il suo migliore amico, solo che per una come me, che veniva dalla campagna e dal Sud certe cose erano considerate normali in giovinezza, non molto apprezzate dagli adulti, ma non così scandalose come invece parevano esserlo a Meddelhock. “Sì, lo comprendo. Non temere.” Dissi cercando di difendermi almeno un po’. “A me non sembra che tu capisca Diana.” Mi contraddisse Nohat guardandomi con i suoi occhi di ghiaccio divenuti luminosi per la scarsa luce. “Se qualcuno lo scoprisse aldilà di noi ragazzi sarete presi di mira. Giulio potrebbe finire persino in prigione.” “No, non c’è nessuna legge che impedisce rapporti tra persone di specie diverse, è solo... desueto.” Cercai di spiegargli ma l’esitazione sulla mia ultima parola era più che evidente. “Più che desueto direi impossibile. E poi, cara la mia Diana, ho visto gente finire in prigione perché si era approcciato ad un umano. Non so come siano le cose nel tuo paesino idilliaco di campagna.” A quell’affermazione gli diedi un’occhiataccia. “Ma qui non sono accettate quindi o prendi questa relazione seriamente o la chiudi adesso.” Decretò. “Non sono una sprovveduta, Nohat. E nel mio paesino idilliaco di campagna, come lo chiami tu, siamo molto più avanti su queste cose: baciare qualcuno di una razza diversa non è così strano.” Dissi irritata. “Ma quanti si sposano alla fine?” Mi incalzò Nohat cogliendomi in fragrante, abbassai il capo. “Nessuno, lo ammetto. Ma non parlare di quel che c’è tra me e Giulio come se ci dovessimo sposare: ci siamo dichiarati ieri per la miseria, mi sembra che tu corra un po’ troppo con la fantasia.” Dissi irritata. “Allora sei proprio scema. Giulio è serio, molto serio con te o non si sarebbe dichiarato e sono almeno due mesi che ha una cotta per te.” Una strana sensazione mi fece attorcigliare le viscere ma m’imposi di mantenere la calma, anche se Nohat notò la preoccupazione sul mio viso. “Oh… e ora come la metti santarellina? Giulio non vuole giocare, cosa farai adesso? Lo manderai a quel paese e gli darai del perverso? Fai tanto la bonaria ma al sodo non faresti nulla.” Disse Nohat ferendomi dentro: avrei voluto dirgli che finora erano sempre stata io quella seria e gli altri a giocare con me, ma ero una ragazzina all’epoca e Nohat non mi avrebbe creduto, sinceramente neanche io avrei saputo se credermi. “Non dici nulla?” Mi riprese il ragazzo guardandomi con sempre maggior rabbia. “Senti Nohat, ora come ora io non riuscirei a dire se quel che c’è tra me e Giulio sia serio o meno, lui mi piace e vorrei poter stare con lui senza dovermi preoccupare del giudizio altrui, ma non posso ignorare la cosa. Non so se Giulio diventerà l’amore della mia vita o sarà solo uno trai tanti ma quel che so è che come mi sono messa con lui perché è Giulio se mai lo dovessi lasciare sarà per lo stesso motivo, non perché è un licantropo. Io vorrei solo dargli un po’ di felicità e vorrei essere felice con lui. Nulla di più.” Erano parole vere anche se Nohat rimase scettico. “Se non sapessi come sei quando menti direi che ora stai sparando una gran cazzata.” Sorrisi, infondo mi apprezzava, quello stupido sbruffone.
 
Il giorno dopo avevo un altro lavoretto, quello che sarebbe dovuto essere il mio primo vero lavoro. “Devo andare Galahad, Nohat e Giulio mi aspettano!” Urlai prima di uscire con la borsa di stoffa dove avevo nascosto il cambio di vestiti. “Dove andrete?” Mi chiese mio padre teso e preoccupato: stava ancora cercando di accettare il fatto che ora avessi tutte queste libertà malgrado Meddelhock fosse esponenzialmente più pericolosa di Lovaris. “Vado alla paninoteca e dopo ci facciamo un giro nei dintorni. Dovremmo tornare tardi credo: tra le undici e mezzanotte forse un po’ più tardi.” Detto questo uscii sperando che andasse tutto bene. Entrata in autobus ero tentata di cambiarmi ma sapevo di non poterlo fare. Mangiammo i nostri panini parlottando del più e del meno, ma era evidente che Galahad fosse nervoso. Giulio ed io tentammo di calmarlo e l’unico modo fu lasciare la paninoteca prima del previsto perché altrimenti la gente avrebbe potuto insospettirsi del comportamento del nostro amico. “Scusatemi.” Sussurrò Galahad nervoso. “Calmati, è un lavoro semplice, finirà in fretta.” Disse Nohat mentre Giulio mi stringeva la mano, alzai lo sguardo. “Cosa c’è?” Sussurrai. “Sei sicura di farcela? Come prima missione è piuttosto delicata. E se la vendita va’ male chissà cosa faranno.” “So badare a me stessa Giulio, non temere.” Lo rassicurai stringendogli con forza la mano, tenendo per me che ero calma solo perché loro tre sarebbero stati accanto a me.
Arrivata l’ora ci dirigemmo al punto prestabilito e ci cambiammo in un angolo buio indossando gli abiti scuri e il passamontagna così che non potessimo essere identificabili. Malandrino aveva insistito per avere me con loro sebbene tutti si fossero opposti: in primo luogo perché ero un umana e se qualcuno si fosse accorto di questo piccolo dettaglio avremmo dovuto dire addio allo scambio, in secondo luogo perché ero appena arrivata e molti sostenevano che non ero ancora abbastanza pronta o degna di fiducia per questo genere di missione e terzo perché ero una femmina e non potevo incutere timore quanto avrebbero potuto maschi grandi e forti come Giulio, Nohat, Galahad, Orion e Idoler. In parte condividevo questo loro ragionamento: malgrado fossi alta e anche abbastanza robusta non ero una presenza così minacciosa, eppure Malandrino aveva detto una cosa strana. “Sciocchezze uno sguardo di questa ragazzina terrorizza più di una pistola alla testa.” Non avevo ben compreso quel che intendesse, comunque non mi posi troppe domande e mi misi su il passamontagna.
Arrivammo al luogo in cui sarebbe avvenuto lo scambio, un vecchio parcheggio di un ufficio abbandonato e prossimo alla demolizione. Malandrino, Orion e Idoler ci stavano aspettando all’entrata ovest, l’altro gruppo sarebbe entrato da est. Ci infilammo nel edificio oramai sede temporanea di spacci, casa di barboni e incontri loschi, quindi non saremmo stati particolarmente notati anche se ci fossero state delle telecamere che non avevamo notato, il che era improbabile visto che Felicitis e Vanilla avevano controllato la zona innumerevoli volte e segnalato ogni singola telecamera nei dintorni. Guardai la valigetta in cui Orion teneva parte della refurtiva alla gioielleria: avevamo fuso l’oro e spezzato i vari gioielli così da poterli dare come pagamento a loro. Arrivati al punto d’incontro non dovemmo attendere molto, probabilmente volevano sbrigare l’affare in fretta. Gli individui con cui eravamo venuti a trattare erano chiaramente più vecchi di noi e uno era di sicuro un demone probabilmente il famosissimo ricercato dalla S.C.A. di quel periodo, Lombroso, lo sospettai a causa della coda spezzata che si agitava avanti e in dietro durante tutta la trattativa e la particolare forma ondulata delle corna. Gli altri erano irriconoscibili, di alcuni non ero neanche in grado di dire la razza o il colore della pelle, l’unica persona con un altro dettaglio identificabile era un maschio con uno strano tatuaggio che si intravedeva sul polso e doveva essere, assieme al presunto Lombroso, il capo del gruppo. Dietro avevano il loro piccolo corteo di scagnozzi come Malandrino aveva noi, solo che nel loro gruppo non c’erano di certo né umani né femmine. Mi domandai che genere di informazioni avremmo ottenute, di certo erano preziose considerata la somma. “Malandrino, ti porti sempre dietro quei lattanti.” Notò il presupposto Lombroso scrutando noi ragazzi. “Bando alle ciance, siamo vecchi colleghi, facciamo come al solito?” Domandò Malandrino. “Certo, manda avanti il tuo secondino.” Decretò Lombroso. Malandrino fece un cenno a Galahad che afferrò la valigetta e mostrò il contenuto con un sangue freddo incredibile. “Bene.” Disse il tatuato per poi mandare avanti un uomo molto più mingherlino accompagnato da uno ben più grosso, quello magro controllò da vicino l’oro e i gioielli. “Sono veri.” Decretò il mingherlino tornando in dietro con lo scagnozzo. “Le informazioni?” Domandò Malandrino. “Questo è il fascicolo che hai richiesto, il prezzo è quello pattuito.” Disse il tatuato mostrando un fascicolo che riconobbi nel formato: apparteneva alla S.C.A. ne ero certa e c’era pure la firma del capo della S.C.A., era sicuramente autentico. Malandrino mi fece cenno di seguirlo e gli andai a presso, notai che Giulio tentennò un attimo sul posto ma rimase fermo, sapeva che una mossa falsa mi avrebbe messa molto più in pericolo della vicinanza con quella gente. A quel punto raggiunsi il tatuato che mi porse il fascicolo. “È autentico?” Mi domandò Malandrino, lo studiai un secondo, avevo già riconosciuto il timbro ma sbirciai velocemente al interno, avevo visto questo genere di fascicoli tutta la vita visto che mamma e papà mi rifilavano quelli di scarsa importanza da buttare per disegnare e spesso li vedevo sfogliarli mentre erano a casa, ma l’analisi fu accorta. “Sì, ne sono certa.” Dissi malgrado non avevo capito cosa se ne facesse Malandrino d’un fascicolo così, pareva importante ma non avevo capito di cosa trattasse dato che non mi ero soffermata a leggere il contenuto. Malandrino a quel punto si fece passare la valigetta da Galahad e la consegnò a Lombroso, o al suo sosia, e io consegnai i documenti a Malandrino che li controllò rapidamente, potei vedere un sorriso velenoso formarsi sotto al passamontagna. “Alla prossima Malandrino.” Disse il tatuato dileguandosi assieme ai suoi compagni e noi li imitammo.
Quando finì ripresi a respirare, Giulio mi sfiorò il braccio e io gli feci cenno che andava tutto bene. A dire il vero mi stavo riprendendo dalla tachicardia che mi aveva fatto venire l’incontro ma mi imposi di riassumere la mia compostezza.
“Che informazioni erano?” Chiesi una volta tornata in abiti civili avvicinandomi a Malandrino. “Nulla che ti riguarda novellina.” Rispose acido Orion al posto suo. Strinsi i pugni, Orion aveva una certa abilità per farmi saltare i nervi.
 
Prima di tornare a casa compiemmo un breve giro per il centro per poi prendere la strada di casa. Galahad e Nohat ci mollarono quasi subito lasciandoci da soli. Il cuore mi batteva forte. Mi ripetevo di non fare stupidaggini mentre continuavo a darmi dell’idiota per comportarmi come una ragazzina di quattordici anni. “Diana ho saputo che Nohat ti ha dato una tirata d’orecchie ieri, spero che non sia così, ma credo che sia a causa mia.” Disse d’un tratto. “Sì.” Le parole erano pesanti dentro di me ma appena uscivano mi apparivano leggere. “Mi ha fatto il discorsetto sul fatto che io sono un’umana e tu un licantropo.” Dissi decisamente più tranquilla a questo punto. “Sarà difficile, tutti saranno stupiti e molti non capiranno. Tuttavia… io voglio rischiare, voglio provarci Giulio.” Lo guardai negli occhi e ci lessi sorpresa, seguita da dolcezza, mi passò una mano dietro all’orecchio sistemandomi una ciocca per poi passare dietro alla nuca, con cautela spostò il mio volto verso il suo, lo lasciai fare, tanto eravamo in una via nascosta, buia e quasi deserta, si avvicinò, entrambi chiudemmo gli occhi e ci donammo un bacio: era leggero, saporito, pieno di sentimenti e puro. Mi allontanai con riluttanza. “Baci bene.” Gli dissi mentre sentivo ancora il calore delle sue labbra su di me. “Tu no.” Aggiunse lui picchiettando sul mio naso divertito, in risposta io gli mollai un pugno al petto con fare giocoso ma abbastanza forte da fargli fare un lamentio. Insistette per accompagnarmi a casa ma rifiutai spiegandoli che non poteva girare come se niente fosse da solo, a piedi, nel quartiere più ricco di agenti S.C.A. della città, ma mi fece piacere che me l’avesse chiesto. Quando arrivai a casa erano le undici e tre quarti, fu una bella sensazione non dover entrare dalla finestra a casa propria a modi ladra mi faceva sentire meno sporca.

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Capitolo 7
*** 6. Battesimo ***


Note dell'autrice: verso metà capitolo ci sarà una scena di violenza che potrebbe dar fastidio ad alcuni lettori, sentitevi liberi di saltarla.
Seconda cosa: mi fareste un enorme favore se lasciaste un commento, mi farebbe piacere capire cosa pensate della storia finora


6. Battesimo
 
 
Nei giorni successivi uscii quasi ogni sera per rapinare o scassinare e passai parecchio tempo alla base dei Rivoluzionari. Lì notai come Malandrino pareva particolarmente eccitato e nervoso per le nuove informazioni ricavate, anzi sembrava quasi che non avesse altro per la testa e farneticava a proposito di voler fare un nuovo colpo grosso o cose del genere, oramai neppure Orion, Idoler e il resto dei suoi fedelissimi, che stavano con lui da molto tempo, non riuscivano quasi più a sopportarlo o capirlo. Per mia grossa fortuna le interazioni con Malandrino erano ridotte al minimo, praticamente ci parlavo solo quando toccava a me fare rapporto.
Tuttavia questo non mi rendeva meno serena, praticamente una volta ogni due o tre giorni dovevo partecipare ad una rapina o collaborare per prepararne una e quasi ogni giorno dovevo partecipare ad una riunione per preparare un colpo. Malandrino sfruttava molto noi ragazzi che frequentavano la scuola durante l’estate dato che avevamo più tempo libero. Con mia grossa sorpresa ricevetti parte della refurtiva, era una quantità millesimale ma questo mi fece intuire perché tanti giovani erano caduti nella sua trappola. Persone come Felicitis avevano bisogno di denaro in grandi quantità e velocemente e la criminalità offriva entrambe le cose, oltre che un minimo di protezione quando sarebbe definitivamente uscita dal orfanotrofio.
Nel frattempo io mi ritrovai a sguazzare in questa vita criminale così precipitosamente ed incontrollatamente che quando dopo quasi settimane di piccoli furti scoprii di avere un giorno di riposo, sperai di poter passare almeno un po’ di tempo con Giulio ma lui doveva lavorare in segheria, per tanto avevo ripiegato sull’andare in centro a cercare un vestito per il matrimonio di Lillà con Felicitis e Vanilla che come glielo avevo proposto avevano iniziato ad agitarsi e a discutere sui negozi in cui andare dei vestiti da provare. Io, sinceramente, non capivo cosa ci trovassero di così emozionante nel consumismo. Infatti dopo aver girato quattro negozi di vestiti, tre in più di quelli che riuscivo a sopportare, iniziai a dare di matto. “Avanti Diana ci sarà pure un abito che ti piace!” Esclamò Felicitis mentre teneva chiuso il camerino. “Felicitis è chiaro che non comprerà mai nulla se non le proponi altro che vestiti stucchevoli e se la porti soltanto in negozi di marca.” Provò a convincerla Vanilla ricordandole che il denaro a mia disposizione era limitato dato che avevo un massimo di spesa ben preciso. “Sì, ma non può mica vestirsi con bermuda, t-shirt rossa e camicia militare!” Disse Felicitis, riferendosi chiaramente al mio guardaroba ora appeso su di un appendiabiti. Sapevo che era un vestiario praticamente maschile dato che quando ero giovane le ragazze indossavano quasi solo gonne, camicette, vestiti e massimo degli eleganti e ampi pantaloni in stoffa; ed ero cosciente che una parte di me amava vestirsi così per provocare e disorientare quei vecchi bigotti. “E poi è un matrimonio per la miseria! Non potrebbe fare uno sforzo e mettersi una gonna per una buona volta nella sua vita?” Aggiunse Felicitis chiaramente nervosa, mentre io alzavo gli occhi al cielo e fui tentata di rifugiarmi in libreria o al negozio di dischi alla prima occasione inventandomi di dover recuperare un libro per la scuola o che era appena uscito una nuova raccolta, ma era il matrimonio di Lillà, una delle mie più vecchie amiche d’infanzia, dovevo sopportare quella pazza di Felicitis se volevo trovare qualcosa di decente da mettere. Mi guardai un secondo allo specchio e poi uscii seccata. “Sentite entrerò in tutti i negozi di marca e non della città se è necessario. Ma se mi passate un altro abito da principessa giuro che vi faccio venire a scuola in intimo!” Le minacciai seccata con ancora indosso l’abito bianco ricamato con innumerevoli fiorellini colorati. “Ma ti sta bene!” Esclamò Felicitis. “Sì, se avessi tredici anni. Felicitis non posso andare in giro conciata così! Mi sentirei ridicola!” Esclamai seccata mentre Vanilla arrivava in mio soccorso. “Quel che Diana sta cercando di dire, Felicitis, è che preferirebbe indossare qualcosa di un po’ più… sobrio.” Provò a spiegarle Vanilla mentre guardavo Felicitis con istinti omicida e lei rispondeva. “E va’ bene, va’ bene! Che noiose che siete, però. Non vi si può dire mai nulla.” Commentò Felicitis andando a cercare qualche altro vestito per me in maniera seccata facendo di tutto perché si sentissero i suoi zoccoli calpestare il pavimento. “Ti riscaldi facilmente Diana.” Commentò Vanilla. “Tutta genetica. Mia nonna diceva che la nostra famiglia cavalcava i draghi millenni fa, non che ci credessi realmente, ma se fosse spiegherebbe il caratteraccio mio e di mio padre.” Dissi osservandomi seccata allo specchio: quel vestito così romantico, colorato e chiaro non rispecchiava ciò che ero io, e questa è una cosa che avevo sempre odiato fin da bambina. “Buffo, anche mio… padre sosteneva che la mia famiglia era detentrice di un immenso potere, tuttavia non ci ho mai creduto. Sai com’è, la magia è solo una favola per bambini.” Disse Vanilla sorridendomi tristemente e riconobbi quella sofferenza: non era troppo diverso da quello che avevo provato quando era morta la nonna. Sapevo di non avere parole di consolazione così mi limitai a darle una piccolo colpetto con i fianchi e a continuare a parlare di altro. “Guarda che la magia esiste, non saprei dire fino a che punto le leggende siano veritiere e i documenti attendibili ma è innegabile che certi strani fenomeni della nostra storia sono spiegabili solo attraverso la magia e credo di aver assistito ad un paio di eventi spiegabili solo con questa. Poi che sia come la raccontano nei libri o meno è un altro paio di maniche.” Ammisi sorridendo e Vanilla mi sorrise dolcemente ma era chiaro che il mio goffo tentativo di distrazione aveva avuto poco effetto. E decisi di rimanere in silenzio e di attendere l’arrivo di qualcuno un po’ più adatto per queste cose. Nel contempo mi ritrovai a penare a quel grande mistero del nostro mondo.
La magia non interessava molti nella mia generazione, eravamo troppo presi dalle recenti innovative scoperte. Ma per me ha sempre avuto un suo fascino, anche da bambina avevo la tendenza a chiedere a mia nonna leggende riguardanti grandi utilizzatori di questa, crescendo la passione non è mai diminuita e anche adesso continua ad esercitare il suo incanto su di me, in tutte le sue forme, malgrado non sono mai riuscita pienamente a comprenderla.
 
Felicitis tornò quando oramai mi ero spogliata. “Diana vestiti, qui per te non troveremo niente. Forse ho un idea per un altro negozio ma ti avverto, è un po’ moderno quindi non saprei se ti possa piacere o meno.” Mi informò Felicitis mentre mi rivestivo in fretta. “Va’ bene tutto, basta che finiamo in fretta, odio fare compere.” Dissi annoiata, non è che non mi piacesse stare in compagnia di Felicitis e Vanilla, anzi la loro presenza alleggeriva di gran lunga la situazione, il problema era che per me le compere erano sempre state un patema: mia madre da piccola mi portava in giro per negozi fino a quando non comprava vestiti sufficienti per i tre anni a venire, molti dei quali non li avrei mai usati, e poi, l’anno dopo, dovevo ricompiere tutta la procedura visto che crescevo molto velocemente. Con l’arrivo della pubertà mia madre si era fortunatamente arresa nel portarmi in giro per negozi, ma non posso negare di aver letto la sua delusione nel suo viso quando l’avevo informata che ci sarei andata con Felicitis e Vanilla, tuttavia mi aveva concesso una buona dose di fondi e mi aveva chiesto di farle vedere quel che compravo.
Arrivate al negozio però sorse un problema: era per soli umani. “Merda.” Dissi osservando il cartello, la situazione in quel periodo non era più come quella nella generazione di mia nonna in cui gli Altri non potevano entrare in quasi nessun posto a causa della segregazione, ma comunque certi locali ristringevano la clientela usando la scusa delle differenze fisiche e finanziare delle varie razze. “Non dovremmo entrare.” Disse Felicitis spaventata. “Sciocchezze, ci parlo io con la commessa, le dico che siete qui solo per aiutarmi con la scelta del vestito. E se rompono le palle… beh... gioco la carta legge Maratti, e lì li voglio vedere.” Per chiunque non lo sapesse era la legge che determinava delle attenuanti riguardo l’accesso degli Altri e stillava i requisiti che i negozi o i servizi, come la scuola, dovevano avere per essere considerati per soli Umani e quel negozio era facilmente contestabile considerato il fatto che molte razze presentano una struttura simile a quella umana e che anche se fosse non potevano impedire a nessuno il diritto di entrare.
Varcammo la soglia, la commessa lanciò una breve occhiata e con mia grossa sorpresa fu disponente e non fece commenti sulla presenza delle ragazze, anzi dopo Felicitis mi informò che la ragazza lavorava lì solo per la paga ma che intendeva cambiare quando le sarebbe stato possibile. Felicitis riuscì a trovare, grazie a tutti gli astri, un vestito decente: erano dei pantaloni verde scuro molto ampi e a vita alta che venivano tenuti fermi da un nastro del medesimo colore e lo abbinammo con un’ampia camicia nera con le maniche a trequarti e sullo scollo era stato cucito un morbido fiocco nero. “Là, e questa è fatta.” Disse Felicitis una volta che ebbi pagato la bellezza di 145 dani di vestiario, se penso che solo due anni dopo quel denaro mi avrebbe fatto comodo sarei andata a quel matrimonio con il più economico e stucchevole dei vestiti. “Ora ci offri il gelato come d’accordo?” Mi ricordò Vanilla esausta che era venuta con noi più per quello che per altro. “Sì, sì… quale gelateria preferite?” Chiesi mentre contavo i soldi decretando di averne abbastanza anche per me, in fondo una promessa è una promessa e poi quante palline potevano mai prendersi quelle due che erano un paio di gressini?
“Siete due schifose ingorde approfittatrici.” Le ripresi mentre eravamo sedute ad aspettare nella migliore gelateria della città, lì il gelato era fatto in casa e facevano solo delle coppe enormi, per pagare qualcosa a tutte e tre ero quasi rimasta senza soldi da restituire a mia madre. “Cito testualmente Diana: una promessa è una promessa.” Disse Vanilla anche se non mi ricordai quando lo avessi mai detto, mi limitai ad alzare gli occhi al cielo mentre aspettavo quelle tre coppe enormi che ci eravamo prese, devo ammettere tuttavia che fu piacevole mangiarsi quel gelato enorme con panna e biscotti 15 dani ben spesi. Le riaccompagnai a casa con l’auto che i miei genitori mi avevano generosamente lasciato, malgrado avessi fatto la patente quella primavere erano ancora diffidenti a lasciarmela.
 
Una volta tronata a casa, dopo essermi assicurata che nessuno mi stesse origliando presi il telefono e chiamai al numero della segheria in cui lavorava buona parte del clan di Giulio. “Pronto ufficio dell’azienda Taglio e intaglio come possiamo aiutarla?” Disse una voce femminile dall’altra parte del telefono. “Salve sono Diana Dalla Fonte, un’amica di Giulio, potreste lasciargli un messaggio?” Chiesi gentilmente. “Sì, dica pure.” Sapevo che non era propriamente corretto chiamare l’azienda per le cose piccole ma era ancora una rarità avere il telefono in casa dato che costavano parecchio. “Gli dica che se ha un vestito elegante è invitato a un matrimonio di una mia amica il quindici agosto.” La signorina mi salutò e chiuse la chiamata. Era stata gentile Lillà a permettermi di invitare qualcuno, le dovevo un favore.
Stavo per mettermi a studiare, visto che ero indietro con i compiti estivi, quando sentii bussare alla porta d’ingresso. Pensai che fosse strano considerato che non aspetto nessuno. Ma come aprii la porta mi trovai davanti un postino con un mazzone di lettere di cui molte avevano una carta di buona qualità. “Mi è stato detto di consegnarle alla signorina Diana Dalla Fonte di persona, è in casa?” Chiese sbrigativo. “Sono io.” Mi porse un foglio da firmare e una volta fatto mi consegnò il pacco di lettere. In mezzo alle bollette, il mutuo e le pubblicità c’erano le lettere dell’università, iniziai a sfogliare sebbene sapessi di già di quali si trattasse: di alcune sapevo già della loro esistenza, altre non le avevo mai sentite in tutta la mia vita, ma tutte erano legate alla S.C.A., al esercito o alla polizia. Non mi sorpresi che fossero arrivate: ogni anno il governo mandava le lettere delle università che aprono le porte al militare o simili così da ricordare che non ci sono solo i soldati o agenti, come mio padre e mia madre, in tali organizzazioni ma anche medici, ricercatori, psicologi, avvocati e tecnici. Presi quei fogli e li gettai in massa nel cassonetto. Non sapevo ancora a quale università sarei potuta andare ma avevo già escluso quelle.
 
Verso sera feci vedere il vestito a mia madre. “Oh, Diana, è così bello. Mi devi dire dov’è quel negozio, se tutti i capi sono così eleganti sarebbe una benedizione per me, devo rinnovare il mio guardaroba.” Le lanciai un’occhiata scettica per poi guardare la sua cabina armadio piena fino al orlo ma non dissi nulla. “Come lo hai trovato?” “Mi ci ha portato una mia amica.” La informai indifferente. “Come lo conosceva?” Domandò mentre studiava il tessuto strofinandolo tra le dita. “Felicitis a buon occhio per i vestiti anche se non può comprare molto.” Dissi pacata. “Felicitis sarebbe?” Domandò mia madre, sbuffai. “La mia compagna di classe mamma, quella con i capelli riccioluti castano chiaro, corna piccole.” “Oh, sì, lei.” Disse mia madre improvvisamente rigida, la ignorai ma lei percepì il mio palpabile nervosismo. “Diana smettila di fare la bambina, non puoi cambiare le convinzione delle persone facendo il broncio.” “Lo so, ma tanto con voi è come parlare al muro.” Dissi seccata. “Diana, io e tuo padre non siamo razzisti.” Si difese mia madre. “Solo che… cerca di capirci. Hai idea di quanto certi Altri siano pericolosi?” Mi domandò mia madre. “E tu hai idea di quanto certi umani siano pericolosi?” Gli risposi a tono. “E poi mamma, non essere ipocrita: tu e papà non avete mai accettato nessuna delle mie amicizie perché non erano umani.” Gli ricordai seccata, mia madre mi guardò innervosita. “C’è gente peggiore di noi Diana e tu lo sai.” Controbatté mia madre lasciando andare il vestito e guardandomi negli occhi. “Lo so. Ma anche così è sbagliato, qualsiasi forma di discriminazione lo è.” Insistetti severamente. “Si nota che sei giovane.” Sussurrò mia madre con fare rassegnato. “Diana, le discriminazioni ci sono e ci saranno sempre, poiché siamo differenti.” “Non nego le diversità tra le varie razze, mamma, ciò che non trovo giusto è rimarcarle come se fossero qualcosa di estremo, che non ci permette di convivere, quando in realtà solo le nostre differenze a renderci quel che siamo, e poi mamma lo sai anche tu che all’interno di ogni razza c’è una varietà immensa, non sono delle creature rigide una uguale all’altra.” Continuai sempre più arrabbiata mentre mi scambiavo uno sguardo d’ira con mia madre, sentivo che stavo per esplodere, non ne potevo più di quel suo comportamento ipocrita.
Fu nello stesso istante in cui lei fece per rispondere che sentii il telefono suonare, come una scheggia corsi di sotto urlando che rispondevo io e che probabilmente era per me. Ma mio padre aveva già alzato il telefono. “Salve qui casa Dalla Fonte, posso esservi d’aiuto?” Domandò mio padre per poi restare in silenzio per qualche secondo. “Diana, è per te, un ragazzo di nome Giulio.” Mi informò mio padre passandomi la cornetta del telefono. “Pronto?” Domandai nervosa. “Pronto Diana, sei tu?” Mi domandò Giulio. “No, sono il mannaro cattivo.” Scherzai afferrando il resto del telefono e dirigermi verso la mia stanza proprio lì di fronte. “Ahahah, spiritosa.” Sorridendo entrai in camera e socchiusi la porta. “Mi è stato recapitato il messaggio.” Continuò Giulio tranquillo. “Dunque?” Domandai gettandomi nel letto e aspettando gongolante la risposta che arrivò poco dopo. “Un vecchio completo marrone può essere considerato elegante?” Mi domandò Giulio giocando con me. “Fin tanto che fa la sua figura, sì.” Dissi rimanendo sul vago. “Allora considerami già lì con te. Parlerò con mio padre a tal proposito, anche se non credo che mi lascerà usare la macchina dell’azienda.” “Per quello non c’è problema. I miei si sono disposti a lasciarmi l’auto se non faccio casini e vedrai che sarò così simile ad un Astro che mi appariranno le alucce bianche e l’aureola.” Scherzai. “Lo sai che chi si loda si imbroda?” “Ah, ah, ah, spiritoso. Ti vengo a prendere io?” Domandai mentre le mie gambe si strofinavano l’una contro l’altra agitate. “Di solito non è il gentiluomo che va a prendere la donzella?” Domandò Giulio divertito. “Sì, ma io non sono una donzella.” Mi difesi. “Sì, ho capito adesso metto giù!” Disse Giulio con fare sbrigativo, probabilmente dall’altra parte del telefono la segretaria gli stava dicendo di sbrigarsi. “Scusami Diana, ma adesso devo chiudere la chiamata, ci sentiamo domani per maggiori detta…” Non completò la frase, la segretaria doveva aver chiuso la chiamata, comunque questo non mi impedì di rigirarmi nel letto emozionata cercando di trattenere le urla contro il mio cuscino. Fu a quel punto che mio padre entrò. “Diana… che stai combinando?” Mi domandò mentre scalciavo i piedi sul materasso troppo felice e malgrado mi bloccai e ricomposi velocemente sapevo che mi aveva visto. “Nulla.” Sussurrai sbrigativa guardando mio padre ancora sdraiata contro il cuscino, la sua faccia assunse un’espressione strana. “D’accordo. La cena è quasi pronta.” Mi avvisò fissandomi nettamente confuso. “Metti al suo posto il telefono quando ci raggiungi.” Mi ordinò mentre chiudeva la porta. Rimasi ancora per qualche istante a godermi quella semplice felicità che mi stava invadendo il cuore con una forza impressionante.
 
 
“Allora ti ricordi quello che ti ho detto?” Mi chiese Orion qualche sera dopo appollaiato accanto a me sul lucernario di un negozio. “Sì, sì.” Dissi annoiata, mettendomi l’imbracatura. “Scendo, spruzzo lo spray, evito gli allarmi, raggiungo il pannello di controllo e vi faccio scendere.” Ripetei meccanicamente cercando di tenere l’ansia lontana da me. “Ragazzina è una cosa seria, non comportarti come una bambina. È con i lavoretti facili che…” Mi gettai dal solario senza lasciare che Orion finisse di parlare.
Questo non era un lavoretto facile: Malandrino voleva vedere chiaramente quanto fossi pronta a rischiare, quanto gli fossi utile e quante palle avessi, mi stava mettendo alla prova probabilmente perché aveva capito quanto fossi sveglia e che potevo diventare una sua preziosa risorsa, non un semplice burattino identifica documenti validi S.C.A. e questa notte ne sarebbe stata la prova o meno.
Iniziai a spruzzare lo spray. Rimasi stupita da quel sistema d’allarme: era uno dei primi con dei rozzi sensori di movimento, un lusso per chi aveva molti soldi e vuole proteggerli o nascondere come li guadagna. Il campo era libero fino al pavimento in cui un semplice reticolato a scacchiera che si dissipava per buona parte del negozio a livello della coscia, abbastanza alto da essere preso in pieno se una persona camminava normalmente, ma abbastanza basso per essere evitato strisciando a terra. Una volta a terra mi coprii meglio la bocca con la manica e spruzzai lo spray nuovamente per controllare dove fossero i sensori. Preferii strisciare per evitarli visto che non mi fidavo troppo del mio equilibrio, mi direzionai al pannello di controllo dietro il bancone dove mi assicurai che non vi fossero altri allarmi, e disattivai il sistema. Una volta appurato che avesse funzionato tirai fuori un stetoscopio e iniziai ad aprire la piccola cassaforte sotto al bancone, ci vollero tre lunghi minuti per aprirla e quando alzai lo sguardo mi accorsi di una cosa che non era stata scritta nelle informazioni racimolate: c’era una telecamera, una di quelle installa dalla polizia cittadina, una delle prime, lo sapevo perché ne avevano installata una di simile nel albergo di Lovaris e vicino alla base ce n’erano molte. Subito lasciai perdere le scartoffie nella cassaforte e, sperando che non si fossero ancora accorti di nulla, corsi al ufficio, forzai la serratura e aprii una botola nascosta sotto al pavimento usando una tenaglia per spezzare il lucchetto. Lì dentro erano trattenute prigioniere un gruppo di fate che sarebbero state vendute a dei bordelli nei quartieri malfamati della città. “Forza, vi portiamo via di qui!” Subito si alzarono e corsero verso l’esterno. Avevano le ali legate e non avevo né il tempo né il materiale per spezzare quelle fasce così feci salire le fate sulla carrucola che le tirò su una alla volta e le usai per informare Orion della telecamera, mentre cercavo i documenti che dovevo recuperare ma non li trovai. Per un secondo il panico mi invase: non sapevo che fare, dove guardare, cosa cercare e la polizia oramai doveva essersi accorta della mia presenza, era la fine. Il respiro iniziò ad accelerare, il battito cardiaco ad aumentare, sudavo freddo, la mente e la vista erano offuscate e non vedevo vie di fuga. Strinsi i pugni con tutta la forza che avevo in corpo e rilasciai l’adrenalina con un’esclamazione. “Calmati dannazione!” Sentii lo sguardo delle fate su di me ma le ignorai, presi un paio di respiri lenti e profondi e tornai lucida. “Voi non vi fermate per nessun motivo.” Ordinai alle ragazze. “Torno subito.” Annunciai mentre andavo nel ufficio per controllarlo il più velocemente possibile. Lo misi a soqquadro per trovare quei maledetti documenti ma non c’era nulla. Diedi un rapido sguardo alle ragazze che dovevamo salvare e capii che degli stupidi documenti non valevano il rischio della mia o della loro vita. Allora mi riavvicinai e le aiutai a salire il più velocemente possibile.
Fui l’ultima a salire e sentivo già le sirene della polizia in lontananza malgrado fossero passati appena otto minuti da quando ero entrata. “Ragazzina dove sono i documenti?” Mi domandò Orion mentre mi aiutava a salire sul tetto. “Non c’erano nella cassaforte, e non ho avevo tempo per cercare altrove, ho dovuto scegliere.” Informai Orion senza la minima esitazione. “D’accordo piccola, ora corriamo.” Orion mi parve sorpreso dalla mia fermezza ma non ebbi il tempo di confermarlo. Iniziai a scendere dal ufficio, fortunatamente era solo un piano, ma non osai saltare per evitare di slogarmi qualcosa. Orion mi seguiva dietro e lì ad attenderci c’erano le ultime fate, Vanilla e un altro ragazzo. “Erano meno nel rapporto.” Si lamentò il ragazzo mentre Orion toglieva la corda. “Poche chiacchere e portale lontano da qui.” Ordinò Orion mentre lo aiutavo a raccogliere la corda e il resto del gruppo ci precedeva. Oramai le sirene erano vicinissime, io ed Orion corremmo il più velocemente possibile sperando di non incappare in qualche imboscata della polizia. Raggiungemmo il resto del gruppo che era già sceso per le fogne. Il primo a scendere era stato il ragazzo e ora Vanilla stava facendo scendere tutte le fate tenendo il tombino alzato, Orion le seguì. Stavamo per scendere anche io e Vanilla però udimmo il rumore degli scarponi della polizia. “Chiudete il tombino e imbucatevi da qualche parte.” Ci ordinò il vecchio burbero continuando a scendere, nel contempo Vanilla chiuse il tombino cercando di non fare rumore. “Muoviamoci.” Così dicendo abbandonai quelle fate al loro destino. Sapevo che dovevano portarle fuori da Meddelhock ma non ero in grado di dire dove le avrebbero mandate.
 
Continuammo a correre sperando di distanziare gli agenti visto che non avevamo idea di dove ci saremmo potute nascondere. Ad un certo punto Vanilla mi superò e si imbucò in un vicoletto, io feci per seguirla ma due agenti a piedi mi raggiunsero e mi videro. “Fermo!” Mi urlarono dietro, io non li ascoltai e continuai a correre con il cuore in gola sperando di raggiungere l’incrocio prima che premessero il grilletto. Mancava poco: cinque passi, quattro passi, tre passi. Ma non fu sufficiente. Udii lo spararono e sentii un dolore lanciante al polpaccio. Persi l’equilibrio e caddi a terra con un tonfo dolorante per il proiettile che aveva trapassato il polpaccio. “Dunque vediamo chi abbiamo qui.” Disse uno degli agenti. Cercai di rialzarmi ma la gamba mi faceva troppo male. “Cazzo, cazzo…” Mi lamentai mentre i due agenti mi fecero voltare usando il piedi così da bloccarmi con il loro peso a terra. “È una ragazza… ci divertiamo un po’?” Propose uno mentre il mio cuore perdeva un battito e l’odore del alcool riempiva le mie narici, dovevano essere ubriachi. “Sì, nessuno si farà problemi per un’Altra.” Malgrado la situazione provai sollievo per non essere stata identificata ma il ribrezzo mi portava l’abile alla bocca: da quando gli stupri vanno bene se è solo un’Altra? Cercai di strisciare ma era del tutto inutile, la gamba mi faceva troppo male e anche se avessi zoppicato fino al prossimo vicolo non sarei riuscita ad evitare la cattura, mi fermai il mio tentativo quando mi diedero un calcio al costolato: l’unica opzione sensata era arrendersi ma non potevo tollerarlo, ne potevo lasciami violentare senza fare nulla. Cercai di divincolarmi e di tenerli lontani da me, in risposta mi colpirono nuovamente al costolato e mi contrassi a terra in uno spaso mentre uno dei due agenti mi bloccava a terra di schiena, sapevo combattere sarebbe stato inutile ma non avrei ceduto senza combattere. Questi furono i miei pensieri mentre sentivo il sapore del asfalto in bocca, avevo la vista sfocata e il dolore lancinante alla gamba non aiutava, e sentire mani nemiche sul proprio corpo pietrifica chiunque. Strinsi gli occhi e mi preparai al peggio, per quanto ne sapevo avrebbero anche potuto deciso di portarmi in centrale o di uccidermi in ogni caso nessuno avrebbe fatto niente.
“Allontanatevi da lei.” Riconobbi la voce proveniente dal angolo, era Vanilla, un moto di gioia e preoccupazione mi invase. Per me questo sarebbe stato il primo arresto, sapevo cosa dire in caso mi catturassero e comunque ero un’umana avevo più probabilità di cavarmela, Vanilla invece era già stata arrestata una volta e solo pochi mesi fa, rischiava la prigione molto più di me, l’avrebbero picchiata a sangue, imprigionata e non osai immaginare cos’altro. Dovevo impedire che intervenisse. Provai a dire qualsiasi cosa ma il colpo allo stomaco mi aveva privato del tutto della forza di parlare.
Un agente di polizia puntò la pistola verso di lei, ancora nascosta dietro al vicolo, mentre uno di loro mi bloccava al terreno schiacciandomi con un ginocchio e il braccio. In quel istante mi imposi di pensare su come liberarmi, lo avevo fatto milioni di volte in palestra e mi imposi di entrare in quello stato mentale. Per mia enorme fortuna funzionò: da quella posizione avrei potuto far cadere l’agente che mi stava schiacciando addosso al altro usando il mio stesso corpo come leva e se fossi riuscita a disarmarli saremmo potute scappare in fretta. “Fatti vedere! Mani ben in vista!” Urlarono i due agenti percepii un bagliore sopra di me, confusa volsi lo sguardo e sgranai gli occhi incredula: le mani e gli occhi di Vanilla risplendevano di un viola iridescente simile ai suoi capelli ora sospesi in aria da una strana energia che le conferiva un’aurea spaventosa e regale. Rimasi incantata: era la prima volta in tutta la mia vita che vedevo qualcuno usare la magia e nessuna delle storie che avevo sentito valeva quanto lo spettacolo di magnificenza a cui stavo assistendo.
Evidentemente anche i due agenti non rimasero indifferenti poiché furono necessari diversi secondi prima che uno dei due reagisse. “Che stai facendo!?! Spara!” Urlò l’agente che mi bloccava a terra ma non concluse la frase. Vanilla bloccò i loro intenti rilasciando delle poderose onde d’energia violacea che investirono i due agenti e li scaraventò in aria quasi subito. Confusa dalla potenza di quella energia aliena così potente da sembrare di essere finita in mezzo ad una tempesta, non potei che raggomitolarmi a terra sperando di non venire scaraventata via.
Malgrado il terrore puro che mi stava invadendo riuscii a resiste fino a quando quelle raffiche di vento magico si conclusero. Mi voltai di scatto sentendomi stranamente rinvigorita, era come se quella tempesta fosse stata benefica per me, non potei dire lo stesso per i due agenti distesi a terra.
Con uno sforzo non indifferente mi obbligai ad alzarmi cercando di aiutarmi sostenendomi contro la parete del edificio accanto ed estrassi il mio pugnale per prepararmi ad un eventuale scontro, e mi maledissi per non aver preso la pistola. Purtroppo i due si rialzarono in contemporanea a me, evidentemente non erano stai colpiti con abbastanza forza. In risposta Vanilla iniziò a risplendere e percepii che stava aumentato il suo potere. I due agenti cercarono di raggiungere le pistole, chiaramente spaventati e confusi, ma Vanilla li colpì prontamente con un’unica e ben più violenta onda d’energia che li colpì in pieno corpo e li scaraventò ancora più in lontananza.
Mi appiatti contro il muro per cercare di proteggermi dal forte vento che mi aveva nuovamente investita. Quando aprii gli occhi vidi subito uno dei due giacevano a terra accasciato contro un bidone dell’immondizia e al suo fianco si stava formando una pozza di sangue a causa d’una ferita al capo. L’altro invece stava cercando di rialzarsi mentre chiamava disperato il nome del collega. Mi voltai verso Vanilla incredula ma come posai il mio sguardo su di lei vidi l’energia sovrannaturale che l’aveva circondata finora svanire nel nulla e crollò a terra priva di energie.  La raggiunsi e cercai di farla alzare. “Vanilla, dobbiamo andare o ci ammazzano.” Le sussurrai cercando di sollevarla ma il mio tentativo fu vano.
Nello stesso istante vidi il poliziotto ancora vivo ora in piedi e con un coltello in mano si stava scagliando furioso contro di noi. Non pensai, una scarica di energia mi invase e impugnai con forza il coltello nella mano destra. Il mio corpo si mosse istintivamente in un unico, elegante e brutale movimento. Bloccai il braccio armato del agente con la sinistra e gli impiantai il mio coltello nella gola. Un istante dopo che lo estrassi, l’uomo cercò di bloccare il flusso. Era già condannato tuttavia gli trapassai il petto con il coltello mentre lo scaraventavo a terra cadendo sopra di lui. Mi avventai sul suo cadavere e lo colpii ripetutamente, il coltello trapassò la carne, le mani si insanguinarono. Mi fermai solo quando compresi che non si sarebbe più rialzato. In quel istante mi accorsi di avere le mani sporche di sangue ed iniziai a tremare, l’energia che mi aveva invasa nel istante in cui avevo visto quel coltello avventarsi su di me venne meno: iniziai a respirare affondo affannatamente, la vista da lucida divenne appannata e ogni mio singolo muscolo urlava di dolore. Dopo numerosi istanti in cui rimasi congelata sul posto riuscii a tornare lucida. Fu allora che realizzai cos’avevo fatto, cos’ero diventata. Un profondo senso di vomito mi invase, facendomi retrocedere in uno scatto e mi voltai per cercare di vomitare ma mi obbligai a ricacciarlo in dietro. Non potevo abbandonarmi allo sconforto, non con Vanilla così debole, non con un branco di poliziotti che presto ci sarebbe state alle calcagna, non con l’omicidio di due agenti in servizio e non con una gamba ferita. Dopo diversi istanti di assoluto silenzio in cui cercai di alzarmi mi accorsi di una cosa enorme ma a cui non avevo badato. “Cazzo.” Mi lamentai accasciandomi a terra, adesso il dolore della pallottola era più sopportabile ma il sangue continuava ad uscire addirittura più copiosamente di prima. “Che succede?” Mi chiese Vanilla avvicinandosi con fatica. Mi voltai e quando incrociai i suoi occhi vuoti, spenti e terrorizzati mi parve di vedermi allo specchio malgrado fossi conscia che i mei occhi non erano azzurri. “Il mio sangue, potrebbero usarlo per seguirci. Dobbiamo bloccare la ferita e andarcene da qui.” Decretai preoccupata mentre strappavo i pantaloni neri così da cercare di improvvisare una qualche fasciatura. “Riesci a camminare?” Mi domandò Vanilla mentre cercavo di alzarmi senza molto successo. “No. Puoi fare qualcosa per la ferita?” Chiesi freddamente imponendomi di non pensare, di restare lucida, non dovevo cadere vittima della paura. “Non lo so.” Sussurrò lei rannicchiandosi a riccio. “Questa è stata la prima volta che… ecco…” La guardai incredula: dalla sicurezza che trasudava fino a pochi secondi prima non lo avrei mai detto che quella che avevo di fronte fosse stata la sua prima volta, né che quella fosse la Vanilla che conoscevo o che adesso mi stava guardando terrorizzata. “Come? Ma… allora come… come hai fatto a fare quel… quel non lo so… quel coso, quel vento. Era potentissimo” Domandai confusa imponendomi di concentrarmi su quello non dovevo pensare ad altro così che anche Vanilla non pensasse a quello che aveva appena fatto. “Non lo so. Ho solo pensato che non potevo permettere che ti succedesse qualcosa di simile e… l’ho fatto.” Mi spiegò Vanilla e compresi che non era così diverso dal modo in cui io avevo tagliato la gola a quel poveraccio. Come il pensiero solcò la mia mente ebbi un brivido freddo ma strinsi i pugni e lo scaccia al istante. Non potevo cedere, non ancora, non potevo permettermi il lusso di essere debole. “Pensi di poter fare qualcosa per questa?” Domandai mostrandole la mia coscia. “Non lo so. Però…” Notai il modo in cui si guardò le mani, era in parte scettico ma anche desideroso di tentare qualcosa che sentiva fosse possibile. “Credo che… potrei fare qualcosa… forse.” Balbettò Vanilla guardando la ferita leggermente incantata.
In quello stesso istante sentii la radio dei due agenti sfrigolare e una voce metallica chiamare i due uomini richiedendo un aggiornamento sulla situazione. Da ciò ottenni due informazioni importanti. Primo: i due agenti di polizia erano l’unica squadra che avevano mandato, e questo era un bene. Secondo: a breve questo posto sarebbe stato setacciato dalla polizia. “Fallo allora.” Decretai freddamente mettendomi nella sue mani. Vidi Vanilla esitante mentre distoglieva lo sguardo. “E se perdessi il controllo: prima… è stato come se qualcos’altro avesse preso possesso di me.” Sussurrò lei chiaramente spaventata. “Vanilla, anche a me è successo quando ho visto quel uomo andarci contro con il coltello. Ed è… terrificante.” Ammisi mentre un senso di impotenza mi invadeva ma lo estirpai al istante stringendo i denti. “Ma se non ce ne andiamo al più preso rischiamo di crepare.” Le ricordai serissima indicandole la radio che continuava a rilasciare quel messaggio. A quel punto Vanilla mi si avvicinò e dopo qualche istante d’esitazione lo fece. Le sue mani si illuminarono di una calda luce viola e così i suoi occhi tornarono a brillare circondati da quella luce sovrannaturale ed ipnotica, e come le sue dita mi sfiorarono il polpaccio sentii la carne bruciare e il flusso di sangue bloccarsi. Strinsi i denti alla manica del giubbotto e sopportai: faceva male come quando la pallottola aveva trapassato la carne, ma non emisi un lamento, bloccai tutto sul fondo della mia gola, la parte peggiore arrivò quando le mani di Vanilla divennero roventi, sembravano essere fatte di ferro lasciato a scaldare sul fuoco. “Ho finito.” Mi comunicò affaticata. Provai ad alzarmi: il dolore mi accecò per qualche istante e dovetti sorreggermi a Vanilla per non perdere l’equilibrio, tuttavia dovetti sopportare e riuscii a riacquisire la vista. Inspirai affondo e agguantai gli agenti e li trascinai dove c’era il mio sangue e lo mischiai al loro. Avevo sentito dire che si erano scoperti dei modi per analizzare il codice genetico di una persona, non sapevo se la polizia lo usasse di già nelle indagini ma vivendo per anni ad una base S.C.A. avevo scoperto che era qualcosa di possibile e avendo studiato a scuola cosa fosse il DNA decisi di non rischiare. Con il senno di poi anche all’epoca sarebbero stati a malapena in grado di dire se il DNA corrispondeva o meno. La cosa incredibile tuttavia fu che pensai a questo e non all’eventualità di lasciare delle impronte, fortunatamente avevo i guanti o avrei rovinato la mia futura carriera prima ancora di inicominciarla.
 
Riuscimmo a ricongiungerci al gruppo con non troppa difficoltà, ma la ferita alla gamba ci aveva rallentate parecchio e avendo perso comunque una discreta quantità di sangue ero comunque spossata. Ci dovemmo fermare più volte nascondendoci in case abbandonate e vicoli bui per permettermi di riprendere fiato, tuttavia riuscii a mantenere la mente sgombra, era come se il mio istinto di sopravvivenza avesse improvvisamente preso il controllo del mio corpo e agisse automaticamente.
Una volta arrivate alla base fui costretta a fare rapporto e quando spiegai che non avevo recuperato i documenti Malandrino mi afferrò per la maglia e mi sbatté contro il muro maledicendomi per la mia incompetenza e tante altre cose ma non le sentii. Poteva dire quel che voleva, insultarmi, sputarmi in faccia, anche uccidermi, non mi importava. L’aver tirato un sospiro di sollievo non mi aveva sbattuto in faccia la realtà e stavo accusando il colpo. Poiché oramai parte della mia anima era stata portata via con la morte di quel agente e nulla me l’avrebbe restituita.
Fu Orion ad intervenire in mia difesa spiegandogli della telecamera, poi ricordò a Malandrino che i documenti li avrebbero potuti recuperare ma le fate sarebbero state vendute molto presto e non ci sarebbero state altre occasioni. L’intervento del vecchio burbero diede a Vanilla il coraggio di intervenire dicendo che mi ero presa una pallottola per scappare dagli agenti e che malgrado questa ero riuscita ad ammazzarli entrambi. Era questa la bugia che avevamo concordato dato che nessuno doveva sapere che Vanilla aveva usato la magia, era pur sempre un’arte proibita e sconosciuta ai più e di sicuro Malandrino l’avrebbe obbligata a praticarla per i suoi scopi, il che avrebbe significato essenzialmente trasformare la mia amica in un’arma.
Stranamente, alla fine, Malandrino mi elogiò per essermi accorta della telecamera e mi disse che mi avrebbe dato una medaglia al valore per aver ammazzato uno dei due poliziotti, tuttavia non servì che me lo dicesse per vedere quanto fosse adirato con me per non aver recuperato i documenti. A lui non interessava nulla delle fate che rischiavano di diventare delle prostitute contro la loro volontà o del fatto che avevamo complicato gli affari di un malfamato forse peggiore di lui, ciò che desiderava Malandrino erano informazioni. A quel punto mi sorse il dubbio se quelle fate avrebbero ottenuto un futuro migliore venendo liberate da noi: sarebbero state delle fuggiasche per tutta la vita, le avevo salvate da una prigione per gettarle in un’altra.
 
Zoppicai per due settimane e dovetti inventarmi di essere stata presa in pieno da un petardo manomesso, i miei probabilmente non ci credettero e malgrado sapessero che non era una ferita da petardo non vollero indagare dato che quando ne parlavo ero sempre abbastanza tranquilla. Fortunatamente tornai presto in forze e fu come se nulla fosse successo, mi rimase solo il segno della bruciatura, il bello di essere giovani. E anche se fosse la ferita da arma da fuoco era l’ultima delle mie preoccupazioni: ero troppo presa dal elaborare ciò che avevo fatto. Ancora oggi quando ci ripenso ho un ricordo estremamente lucido e al tempo stesso confuso di cosa feci. Ricordo l’estrema ebrezza e lucidità che avevo provato nell’ammazzare quella persona e l’estremo disgusto che provai verso me stessa e verso ciò che avevo fatto un istante dopo. Credetti che sarei impazzita o che fossi sulla giusta strada per diventarlo.
Per di più c’era quel rimorso che mi stava divorando lentamente l’anima distruggendo ciò che era Diana Dalla Fonte: quella bambina ingenua che ascoltava le storie della nonna sulla magia e le antiche leggende non c’era più, era morta con il primo omicidio che la ragazza aveva commesso e ciò avrebbe portato alla nascita della donna che sarei diventata.
Passai molto tempo sospesa nel dolore, nella negazione e nel rimorso, fino a quando un giorno Orion non si sedette accanto a me offrendomi una birra. “Bevi. Alle volte aiuta.” Mi disse facendo tintinnare la sua bottiglia contro la mia per poi dare un lungo sorso alla sua. “Sai anche il mio primo omicidio è avvenuto con qualcuno della mia stessa razza. Era un orco che picchiava mia sorella, quella volta l’aveva quasi ammazzata, beh, fui io ad ammazzare lui, lo gettai nelle fogne e nessuno si chiese mai dove fosse finito.” Guardai Orion freddamente, inconsapevole se compatirlo o disprezzarlo. “La prima volta è sempre la più dura, indipendentemente da cosa si tratti: il primo bacio ti mette il latte alle ginocchia, la prima pestata ti riduce male, al primo furto vieni quasi subito beccato e pestato, la prima scopata ti pare l’Oblio e l’Eterno, la prima uccisione ti distrugge l’anima, il primo amore ti fa rinascere, la prima perdita di segna con una voragine nel petto, il primo figlio ti riempie di speranze, la prima caduta ti spezza. Io ne ho avute tante di prime volte ragazzina, e capisco come ti senti adesso, ma non importa, presto dovrai uccidere un’altra volta e poi un’altra e un’altra ancora fino a quando saranno troppi da contare, hai scelto questa vita oramai: provare l’ebbrezza di uccidere fa parte del nostro lavoro, e non serve a niente piangersi addosso perché sai che hai ammazzato qualcuno che altrimenti ti avrebbe ucciso o peggio. Però se vuoi piangerti addosso e crogiolarti nel rimorso fa pure, non ti fermerò, la vita è la tua, vivila come ti pare.” Mi disse Orion bevendosi la sua birra, lo studiai per qualche secondo: quante persone aveva ucciso? Decine, centinaia, migliaia, oppure un milione, non ero in grado di saperlo, non lo avrei mai saputo con certezza, eppure riusciva a convivere con il senso di colpa. Lo imitai e bevvi la birra in pochi lunghi sorsi. “Come si convive con il senso di colpa?” Gli domandai. “Non pensarci: vivi, divertiti, piangi, soffri, gioisci. Ma non pensare alle persone che hai ucciso, mai, o inizierai a sognartele la notte. Ma fidati: è giusto soffrire per le vite stroncate, per quanto possano essere dei bastardi ai nostri occhi erano pur sempre persone. Se non lo si fa si è folli.” Non mi sfuggì l’occhiata che lanciò a Malandrino. “Oppure così danneggiati da sembrarlo.” Concluse bevendo un altro sorso. “Cerca di crearti un bel ricordo oggi, la felicità aiuta, almeno un po’.”
 
Ascoltai Orion e obbligai Giulio ad accompagnarmi nel parco  in cui ci eravamo dichiarati quel pomeriggio. Lì limonammo per la prima volta, lasciai che mi toccasse, nascosti trai cespuglio come due animali selvatici, mi mostrai per quel che ero un po’ alla volta ed esplorammo i nostri corpi bramosi baciandoci con voglia, giocando uno con le labbra, obliando il dolore e la paura per tutto quel pomeriggio. Ma non mi bastava, volevo di più, bramavo quel corpo come lui bramava il mio. Ci ritrovammo ad esplorarci sempre più spesso, in ogni momento libero in cui potevamo stare da soli. Alle volte parlavamo ma anche in quei momenti di pace, così semplici e piacevoli venivano perseguitati dalla foga di conoscerci che ci aveva investiti. Per una settimana riuscii a non pensare più all’omicidio del poliziotto, fino a quando alla radio non sentii la notizia. Improvvisamente i due agenti ebbero un nome, un’identità, una famiglia. In un primo istante mi sentii schiacciare dai sensi di colpa, poi un pianto catartico si impossessò di me liberandomi finalmente dal quel peso troppo opprimente. Alle volte mi succede ancora di soffrire per chi ho ucciso, ma oramai sono come Orion: non ci penso più per non impazzire, anche se ogni tanto di notte ai morti piace farmi visita, sia quelli che ho ucciso che quelli a me cari morti per l’uno o per l’altro motivo.
 
Per quanto riguarda Vanilla decidemmo con un muto accordo di non parlarne più. Anni dopo, quando parlare di quella notte non ci apparve più come un tabù mi confessò che quel giorno, per la prima volta in tutta la sua vita si era sentita potente e che per quasi un anno aveva continuato lottare per cercare di sopprimere quel che aveva risvegliato, ma alla fine si era arresa e aveva iniziato ad esplorare il suo potere. Per di più le conoscenze che ci creammo in quegli anni l’avevano ispirata e aveva deciso di tentare ad usare il suo potere.
 
Divenne più semplice smettere di pensare a quella notte quando la mia preoccupazione divenne chiedere il permesso per lasciare Meddelhok per almeno quattro giorni, non eliminava il senso di colpa ma almeno non continuavo a martoriarmi. Giulio mi spiegò che ne dovevamo parlare con Orion dato che era lui il nostro membro anziano responsabile. Il colloquio fu strano, Orion mi chiese molti dettagli: dove andavamo, perché lì, perché quel giorno, per quale ragione, mi chiese anche di mostrargli un invito. “E Giulio che centra?” Mi domandò Orion. “Mi serve un cavaliere.” Mi limitai a dire con indifferenza. “E nella tua città natale non c’è nessun tuo amico non impegnato?” Mi domandò Orion e capii che era inutile continuare a negare. “No, ma vorrei poter andare con Giulio perché stiamo assieme.” Risposi a testa alta, Orion mi fissò per qualche istante scettico. “D’avvero?” Mi domandò sorpreso. “Sì.” Decretai con sicurezza. “Provamelo.” Mi ordinò Orion, a quel punto mi alzai e aprii la porta del ufficio per chiamare Giulio che era nel salotto in attesa che finissi il colloquio con Orion, questi entrò e come chiusi la porta della stanza lo baciai davanti agli occhi increduli del nostro sovrintendente. Questi ci fissò sconvolto per qualche secondo e poi sospirò. “Beh, l’invito è rivolto a tutti e due e sarebbe strano se solo uno dei due non si presentasse, per di più avete lavorato parecchio in queste ultime settimane, potete andare.” Decretò, mi sorpresi che non fece storie.
Quando ne parlai più tardi con Giulio questi mi spiegò che Orion aveva avuto una storia con qualcuno di un’altra razza molto tempo prima di sposarsi. “Non lo facevo il tipo.” Ammisi sorpresa. “Neanche io. Ma Orion insiste sul fatto che bisognerebbe sostenere queste coppie e Malandrino gli dà ragione, più o meno. Tuttavia ora che abbiamo il benestare di quel vecchio burbero nessuno dirà nulla sulla nostra relazione.” Mi spiegò Giulio e a quel punto mi appoggiai a lui e gli baciai la guancia. Lo trovai sarcastico che un criminale incallito come Orion sostenesse una cosa così ideologica come i matrimoni inter-razza ma mi resi conto di quanto fosse ipocrita da parte mia questo pensiero: oramai ero una criminale tanto quanto lui, avevo pur sempre un’anima e una decina di furti sulla coscienza.

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Capitolo 8
*** 7. Matrimonio ***


7. Matrimonio
 
Da quando informammo Orion il fatto che io e Giulio eravamo una coppia stabile la notizia divenne di dominio pubblico ma nessuno osava commentare poiché Orion era molto di parte sulla questione e Malandrino si limitava a non commentare quindi l’unico cambiamento che percepii fu qualche commento infelice da parte di alcuni membri dei Rivoluzionari e poco altro. Anzi quelli che fecero più storie furono i nostri amici di cui nessuno sapeva nulla sulla nostra relazione, fatta eccezione per Nohat; dovevano però avere intuito qualcosa perché Felicitis e Garred fecero una scenata quando glielo confermammo.
Nel contempo Malandrino era stato informato del fatto che noi saremmo stati assenti per qualche giorno e ottenemmo il consenso ufficiale ad uscire da Meddelhock. All’inizio mi sorpresi di questo aspetto molto permissivo di Malandrino, ma riflettendovi un attimo capii che era il suo modo per poterci controllare. Se avesse vietato categoricamente di andarsene dalla città per un qualsiasi motivo si sarebbero inevitabilmente formate tensioni nel gruppo o avrebbero iniziato a fare comunque queste cose alle sue spalle. A questo modo, invece, si garantiva la gratitudine dei suoi sottoposti e infondo a lui non cambiava nulla se due ragazzini che in quei giorni non gli servivano lasciavano la città; però era importante che questi lo informassero, che gli chiedessero il permesso, era un modo per controllarci di gran lunga più efficace di proibirci a prescindere di allontanarci. E seguendo questa stessa logica organizzava i crimini anche più sciocchi con mesi di anticipo: per fare in modo che chi lo seguisse organizzasse la sua vita sulla base di questi e non su quello che altre persone gli avrebbero potuto offrire. Quel pensiero mi fece rabbrividire.
Tuttavia non ebbi il buon senso di criticare o commentare in qualsiasi modo la questione poiché per me andare a quel matrimonio era importante.
 
Così mi ritrovai tre giorni prima del matrimonio, alle sei di sera, nella macchina di mio padre a guidare verso l’autostrada che ci avrebbe condotti direttamente a Lovaris. Il tragitto fu stranamente silenzioso fino alle due di notte. “Come hanno reagito quando gliel’hai detto?” Gli domandai ad un certo punto non sopportando più quel silenzio teso che si era formato da quando Giulio era entrato in macchina. “Quando li ho informati che un’amica mi ha chiesto di farle da cavaliere ad un matrimonio parevano relativamente contenti. Però ho omesso il fatto che sei umana.” Mi informò guardando il vuoto con un evidente senso di colpa. “A ripensarci questa sarebbe stata un’ottima occasione per dirglielo.” Ammise stancamente. “Ma non ho avuto il coraggio. Sono stato stupido.” Giulio guardò il vuoto per un lungo istante e capii quanto ci tenesse. “Senti siamo ancora vicini, possiamo ancora tornare in dietro e parlare con loro.” Sussurrai con un mezzo sorriso. “Diana…” Sussurrò lui facendo un mezzo sorriso. “Scherzo, non ti preoccupare. Se lo mettiamo in questo piano la peggiore sono io: non ho mai neanche detto ai miei genitori di avere qualcuno come accompagnatore.” Ammisi buttandola sul ridere ma Giulio rimase con quel suo sorriso pacato. “Non serve che cerchi di tirarmi su di molare Diana.” Distolsi lo sguardo dalla strada vuota. “Lo so. Ma non voglio che ti senti in colpa per questo.” Gli spiegai tornando a guardare la strada. “Per di più stiamo assieme da appena un mese e mezzo, non pretendo mica che mi presenti ai tuoi!” Commentai anche se c’era un tarlo che sentiva il desiderio di entrare a far parte della sua vita ulteriormente. “Quando sarà il momento e ci sentiremo pronti ne riparleremo, siamo in due in questa storia e così agiremo.” Sentii Giulio ridacchiare. “Sappi che non potremmo rimandare di molto, mio fratello maggiore non vede l’ora di conoscerti, è curioso di sapere che tipa sei.” Continuò Giulio decisamente più rilassato mentre continuavamo a guidare immersi nel nulla dei grandi campi arati, piantagioni e frutteti che caratterizzavano il centro sud.
I due giorni di macchina furono complessivamente piacevole, molto più di quanto non fosse stato quello con i mei genitori quando ero partita: mi godetti il panorama, ascoltammo la radio, cantammo vecchi classici e nuovi pezzi che sarebbero diventati parte della storia musicale, lasciai che il sole mi bruciasse la pelle, avevo sempre avuto la pelle di una tonalità abbastanza scura, uno strano dorato misto al ambrato, ma appena prendevo sole diventavo più tendente al moro, ma da quando ero a Meddelhock non avevo più avuto il tempo di stare fuori alla luce del giorno, così abbassammo il tettino e lasciammo che il vento ci investisse e che il sole ci scaldasse. Eravamo vestiti con abiti leggeri e colorati che tuttavia divennero presto zuppi per il sudore, verso il tardo pomeriggio del secondo giorno arrivammo all’ombra delle montagne e lasciammo la strada principale per immetterci in una piccola strada di campagna nella quale fummo costretti a chiudere i finestrini visto che l’estate era stata secca e i terreni erano diventati un po’ sabbiosi, ma quando attraversammo prima il fiume Lato e in seguito il Maggiore il terreno tornò morbido. A Giulio quei fiumi parvero dei rigagnoli, e in effetti lo erano rispetto al C’och che scorre enorme e prepotente nelle profondità del canyon, circa duecento metri sotto a quella specie di isola che è Meddelhock. Tuttavia il Lato e il Maggiore erano sicuramente più fertili visto che con le inondazioni primaverili il terreno si riempiva di hummus che ancora oggi rende quelle terre molto ricche per la vegetazione, e Lovaris grazie alla sua scarsa espansione e posizione strategica evitava ogni anno di essere inondata.
 
Una volta giunti al ponte che permetteva di attraversare il Gante, il fiume che scorre presso Lovaris, riuscii a vedere il campanile della chiesa con il sole dorato incastrato in una argentea luna, le vecchie mura in mattoni in parte crollate, in parte convertite in case, la porta in marmo rosso rimasta praticamente immutata nel tempo grazie alla sua struttura impressionantemente antisismica ed intaccata dallo scorrere del tempo. “Che te ne pare?” Gli chiesi con gli occhi ricolmi della gioia che si prova quando si torna a casa dopo un lungo viaggio. “Piccola.” Fu il suo unico commento. “Tutto qui? Piccola?” Domandai scettica incrociando le braccia. Adesso c’era Giulio al volante. “Che altro dovrei dire? Lovaris conterà quanto? Cinquemila abitanti?” Mi domandò Giulio nervoso probabilmente a causa dell’odore rilasciato dal clan di Andrea. “Ottomila, grazie.” Lo corressi: è sempre stata uno sputacchio la mia città. Come attraversai le porte della città tutti seppero che ero arrivata visto che un cugino di terzo grado di Oreon mi riconobbe e mi bloccò. “Diana, è da una vita che non ci si vede!” Quel centauro aveva quasi trent’anni e oramai viveva con una sua famiglia, però da piccola lo vedevo spesso dato che viveva nella stessa casa di Oreon e lì ci passavo il cinquanta per cento delle mie estati. “Ciao, Germano.” Lo salutai in imbarazzo. “Sei appena arrivata, giusto? Vuoi che ti offri qualcosa?”
“Oh, mi piacerebbe, ma sono già in ritardo e devo andare da Nami o quella mi ammazza. Ci sei anche tu al matrimonio di Lillà, giusto?”
“Sì, ma vado solo a dare un saluto alla cerimonia, sai avere dei bambini piccoli è bello ma un po’ limitante.”
“Oh, sono nati, dunque! E come va’?” Esclamai entusiasta ricordandomi che in effetti la moglie di Germano era in cinta quando me n’ero andata. “Una meraviglia. Piangono tutta la notte ma sono meravigliosi.” “Vivacelli, eh? In effetti sei tu quello che ha bisogno di un caffè.” Dissi allegra. “Diana, sei l’unica Umana con un cuore in questa città ma non ti rubo altro tempo, Nami ti starà di sicuro aspettando.” Disse Germano per poi lanciare un’occhiata a Giulio. “Oh, dunque è quello il tuo ragazzo? Uhm… gusti particolari come al solito Diana, va’ bene, ci becchiamo.” Disse Germano andandosene: ecco ora tutta la città avrebbe saputo che stavo con un licantropo, eccezione fatta per gli agenti S.C.A. quelli non venivano mai a sapere niente. “Chi era? Sembrava conoscerti bene.” “Un cugino di terzo grado di un mio amico.” Gli spiegai come se fosse la cosa più normale del mondo, tuttavia compresi il disagio che Giulio dimostrò: nelle grandi città è un miracolo se conosci i tuoi vicini anche solo di vista, a Lovaris invece basta muovere un passo e c’è qualcuno che conosce te o una persona che incontri occasionalmente o un conoscente di un tuo amico, è dura non essere notati, soprattutto per via della macchina, un lusso delle forze dell’ordine, anche se prediligevano la moto, e dei ricchi. Dovemmo attraversare praticamente tutta la città e quando arrivai davanti al Fauno Fil ci obbligò a prendere qualcosa, dovetti trascinare Giulio dentro alla tana del lupo, conoscevo tutti i frequentanti tipici del bar, tutti studenti di più o meno la mia età. Lì incontrai persino Lukas, Tehor, Gahan e Zafalina che come mi videro mi abbracciarono e mi offrirono un caffè a me e a Giulio e a seguito molti miei compagni di scuola mi salutarono calorosamente. Quasi trequarti d’ora dopo riuscimmo a liberarci dalla folla e raggiungemmo la macchina, arrivammo da Nami quasi in ritardo assieme ai quattro scrocconi sopra citati. La reazione della padrona di casa quando mi vide fu di saltarmi addosso e abbracciarmi con forza. Lì trovai anche il resto dei miei amici e feci il giro delle presentazioni tra Giulio e i miei compagni, tra le tante novità vidi Andrea per la prima volta con gli occhiali. “Ti donano sai? Ti rendono più intellettuale.” Dissi prendendolo in giro. “Ma va’ a cagare.” Fu l’unico commento che fece prima di abbracciarmi con forza mentre sentivo Giulio innervosirsi dietro di me, Andrea gli lanciò un’occhiataccia. “Senti ciccio, Diana è roba nostra, l’abbiamo trovata per primi noi ed è merito nostro se non è una stronza come gli altri umani, quindi io ho pieno diritto di abbacchiarla se mi gira.” Disse Andrea continuando ad abbracciarmi. “Lascialo stare Andrea, a quanto pare nelle grandi città abbracciarsi è una cosa da coppiette o da famigliari.” Dissi stringendolo a mia volta, era così in effetti, in ogni singola grande città in cui sarei stata la freddezza e il distacco sono stati alla base di tutto per riuscire a vivere in città in cui non si conosce quasi nessuno. Una volta arrivati nel salotto che dava accesso al fiume Giulio rimase pietrificato, incantato: non aveva mai visto un fiume così pulito. “Rilassati ragazzo.” Gli disse Oreon dandogli un’amichevole pacca sulla spalla. “Questa zona è distaccata dalla città, ogni tanto viene anche inondata ma qui non c’è rischio di inquinamento: noi siamo la prima città che tocca il fiume Gante e quel bastardo Deitre non si azzarda ad inquinarlo, conteremo anche poco singolarmente ma sa perfettamente che se in città lo accusassero d’inquinamento sarebbero guai seri.” Gli spiegò Oreon. “Già, soprattutto con i tempi che girano. Dalla questione della bomba il governo è diventato nervoso sulla questione ambientale, il sindaco ci ha proibito di prendere componenti umanoidi che venissero dalla zona del deserto.” Disse Lukas che in effetti aveva una pessima cerca, chiaro segno che non si nutriva abbastanza. “Sì, ho sentito anch’io. Il mio clan ultimamente ha anche trovato strani animali nati malformi chiaramente venuti da sud-est.” Disse Andrea. “In che senso nati malformi?” Domandai confusa, fu Nami a rispondermi. “Per lo più si tratta di coyote del deserto, o chimere, per settimane ci hanno costretti a restare chiusi in casa dopo che la bomba è esplosa e adesso molti prodotti provenienti da quella zona sono stati sequestrati, hanno detto che erano velenose, e in effetti molto del raccolto in seguito ha iniziato a rilasciare sostanze nocive. Mio cugino che lavora in quei depositi mi ha detto che tutti i topi che li hanno mangiati dopo sono morti.” “Non sono giunte queste voci a Meddelhock.” Notai confusa dando un’occhiata a Giulio che mi fece un mezzo cenno che non era né una affermazione né una negazione. “Al mio clan e alla famiglia di Nohat ci sono stati dei casi di avvelenamento ma non credevo che fosse così grave la situazione.” Ammise Giulio sorpreso, fu quello ad aiutarlo ad inserirsi nella conversazione malgrado la tensione che si era formata nell’aria.
 
Al alba del giorno dopo andai con Nami e le altre ragazze, sposa inclusa, dal parrucchiere. Mi parlarono delle ultime novità e Zafalina mi informò che, malgrado non potessero più partecipare ad alcun torneo a causa della mia assenza, continuavano ad allenarsi. Dopo circa due ore in cui le ragazze prepararono la sposa, e io a fare supporto morale, andammo al santuario del Sole e della Luna dove ci fu una lunga cerimonia che vi risparmierò, se siete mai stati ad un matrimonio sapete come si è svolto. Mi sprecherò solo per dire che Lillà era stupenda, leggiadra ed elegante come non l’avevo mai vista, l’abito bianco perlaceo che aveva scelto stava d’incanto con le sue ali dalle numerose sfumature violacee e non l’avevo mai vista sorridere in quel modo, così come non avevo mai visto Gestro sul l’orlo delle lacrime, fu una sorpresa vederlo commuoversi durante lo scambio della promessa davanti al Sole e alla Luna.
 Una volta conclusasi andammo fuori città dove le famiglie dei due sposi era riuscita a organizzare il pranzo.
“Diana!” Mi chiamarono i ragazzi che quasi non riconobbi dato come si erano conciati. “Ragazzi! Dannazione come state… guardatevi: tutti in tiro.” Dissi trascinandomi dietro Giulio che era chiaramente in imbarazzo. “Piuttosto tu con quel vestito faresti venire sete a chiunque.” Riconobbi subito la voce alle mie spalle, oggi a stento mi ricordo la sua faccia: si chiamava Valdor ed era lì perché faceva parte della classe dello sposo. “Con te non serve: hai sempre sete.” Disse Lukas guardando con disprezzo il suo consanguineo. “E chi sarebbe questo tipo che è finito nelle tue grinfie?” Continuò Valdor con in mano un bicchiere di vino in mano. “Valdor, sparisci.” Decretò Oreon guardando il ragazzo negli occhi sfruttando l’aria autoritaria donatagli da quella camicia nera che aveva messo per l’occasione. “Oh, oh, oh… Diana, ti nascondi dietro i tuoi lecchini? Non è da te.” Mi stuzzicò Valdor, lo guardai un secondo con noia e a quel punto mi separai da Giulio e andai dritta da lui ignorando Lukas, Oreon e Andrea che cercarono di fermarmi. “Se hai ancora un problema con me perché ti ho lasciato sappi che non serve a molto.” Gli ricordai chiaramente seccata. “Ecco lo sguardo.” Disse divertito con quel suo sorriso sbruffone da sberle. “Hai sempre lo stesso sguardo Diana: malvagio, rabbioso. Sei proprio uno spasso come ti ricordavo.” Disse Valdor divertito mentre cercavo di ricordarmi perché la me quindicenne fosse stata tanto stupida da prendersi una cotta per quel sadico. “Allora quanto resti?” Chiese sorseggiando il suo vino. “Per te io non ci sono.” Gli spiegai sperando vivamente che se ne andasse ma non accennò a farlo anzi si avvicinò a me di un ulteriore passo. “Certo. Diventerai una zitella andando aventi così Diana. Tanto lo sai che l’unico che può amarti sono io.” Gli lanciai un’occhiata di sufficienza, ne sparava tante di stronzate ma questa era ridicola. “Pertanto, se dopo vuoi ci facciamo un giro e…” Ma non gli venne permesso di concludere la frase a quel succhia sangue, e fidatevi non è perché è un vampiro. “Salve, non ci conosciamo.” Lo interruppe Giulio ponendosi tra me e Valdor. “Sono Giulio il ragazzo di Diana.” Gli disse porgendogli la mano e non potei fare a meno che sorridere beffarda a Valdor che lo guardò indignato. “Un licantropo, ecco cos’era questa puzza.” Alle parole di Valdor Giulio fece per attaccarlo ma Oreon ebbe il buon senso di aiutarmi a fermarlo. “Valdor va’ via. Non sei stato invitato per ovvie ragioni, torna a casa da tua moglie all’istante o le dico tutto, a lei e al nonno.” Le parole di Lukas fecero irrigidire Valdor che tornò per la sua strada. “Se si avvicina ancora giuro che lo uccido.” Sussurrò Andrea guardandolo con estremo disprezzo che, come Giulio, aveva perso il controllo, le loro mani ora erano coperte di peluria e si stavano formando degli artigli. “Giulio, Andrea calmi tutti e due. Quel cretino è andato via. Ora non esiste.” Dissi prendendo le mani di entrambi cercando di calmarli compiendo piccoli cerchi: era una tecnica di rilassamento che mi aveva insegnato mia madre molto tempo fa, aveva enormi effetti sui licantropi. In fatti poco dopo i segni della trasformazione erano scomparsi. Giulio compì un profondo respiro e si calmò del tutto quasi contemporaneamente ad Andrea. “E io che ti credevo un beta. Sei forte ragazzo.” Disse Andrea dando una pacca a Giulio. “Il mio clan è molto grande, e io sono giovane. Non ho ancora avuto occasione di spiccare.” Gli spiegò Giulio con un sorriso. “E poi la mia è una famiglia di beta, non sono così forte.” Disse Giulio iniziando a parlare di dinamiche che per quanto mi sia sforzata, e Andrea e Giulio abbiano provato a spiegarmi, non avevo mai capito. “Sarà, ma resti forte. Qui avresti un ruolo di rilievo, poco ma sicuro, anche se beta.” “Ragazzi, smettetela di parlare la lingua dei canidi, per favore.” Disse Gahan arrivato pochi secondi prima senza che ce ne accorgessimo. “Come mi hai chiamato mezzatacca?” Domandò Andrea mostrando giocosamente i denti a Gahan. “Andrea!” Esclamò Tehor arrivato insieme al nano. “L’unico che ha diritto di chiamare il nostro nano mezzatacca sono io!” Decretò il mio compagno incrociando le braccia con fare offeso. “Orecchieapunta smettila, non mi serve la balia. Tanto meno contro Andrea.” Continuò Gahan facendo schioccare le dita. Alzai gli occhi al cielo e li lasciai litigare per poi rivolgermi a Lukas. “Che intendevi prima con moglie?” Domandai e l’interessato abbassò lo sguardo rassegnato. “Ha messo in cinta una vampira qualche mese fa, non la conosci, viene da qui vicino.” Mi spiegò. “È finito nei guai con la famiglia e con quella della ragazza. Ora è quasi un reietto: per di più ha abbandonato la scuola sebbene avrebbe dovuto prendere il diploma.” Continuò e come capii la situazione mi sentii rodere dentro. “Non era una relazione consenziente, vero?” Domandai disgustata e guardando Lukas con meraviglia. “Lo sai che non ho voce in capitolo Diana.” Mi rispose lui. “Ma è il suo…” “Lo so. Ma la famiglia della ragazza pretendevano che ci prendessimo cura di lei e del bambino. Valdor verrà cacciato dalla famiglia appena compirà vent’anni. Sua moglie e il bambino resteranno con noi, ma non potranno divorziare.” Mi spiegò Lukas abbassando lo sguardo. “È crudele.” Fu l’unica cosa che riuscii a dire. “È la nostra tradizione Diana: il bambino deve crescere e appartiene alla famiglia del padre e un bambino deve stare con sua madre. E per quanto Valdor si meriti la prigione, non possiamo generare più scandalo di così: ti immagini i giornali? La nostra famiglia ha una reputazione rispettabile, non possiamo rischiare di comprometterla per la stupidità di Valdor.” Conoscevo la mentalità dei vampiri: la famiglia e la reputazione di questa vanno messe prima delle volontà del singolo. La maggior parte delle volte comprendevo il loro punto di vista, ma questa volta era diverso. “Non è stupidità: una violenza è crudeltà.” Sussurrai disgustata distogliendo lo sguardo. Lukas sospirò: sapeva che non ero arrabbiata con lui nello specifico e io sapevo che essendo solo un ragazzino non aveva voce in capitolo, tuttavia dovevo sfogare la mia rabbia su qualcosa e Lukas era il bersaglio più vicino.
 
Camminammo per un po’ lungo il prato con il resto del gruppo quando Giulio mi strinse la mano per parlarmi. “Diana, senti, ma tra te e quel ragazzo, cosa c’è stato? È da quando se n’è andato che sembri furiosa.” Mi domandò preoccupato. “Valdor è stato un errore del inizio della mia adolescenza.” Gli confessai tenendo per me il fatto che l’avevo lasciato perché mi aveva picchiata, e io in risposta gli avevo spaccato il setto nasale e fatto saltare un dente, per di più aveva ricevuto una ripassata da parte di Tehor e Gahan che ci avevano visti, era stata una scena piacevole. “Ma non ti devi preoccupare per lui.” Mi avvicinai al suo corpo facendolo aderire perfettamente al mio e gli sussurrai sensualmente all’orecchio. “Tu sei l’unico ai miei occhi.” Lo sentii irrigidirsi e compresi che se fossimo stati soli ci sarebbero state faville. Probabilmente gli sguardi che ci lanciammo furono troppo espliciti perché Zafalina ci separò a forza mettendosi in mezzo. “Eh, no, eh, qui ci sono minori di sedici anni e bambini. Se volete dare spettacolo aspettate la fine della festa.” Si impose la mia cara amica per poi guardare Giulio dritto negli occhi con sguardo omicida mentre io venivo investita dai suoi capelli celesti. “E tu. Vedi di rispettarla o giuro che ti ammazzo.” Disse severissima lasciando di sasso Giulio mentre me la ridacchiavo per la faccia di Giulio. Zafalina aveva sempre fatto così con tutti i ragazzi con cui ero stata, era l’unica con cui riuscivo a confidarmi e a confrontarmi liberamente poiché parlare di queste cose con Oreon era fuori discussione, sarà anche stato il mio migliore amico ma mi sentivo in imbarazzo con lui, e le altre ragazze erano troppo santarelline, spesso in effetti mi avevano ripresa perché mi innamoravo velocemente e non attendevo mai, andavo subito al sodo. Zafalina era l’unica che non mi giudicava, malgrado non fosse mai stata con nessuno, e aveva anche capito che io sono come il fuoco in tutto ciò che faccio: brucio ardentemente fino a quando ciò che mi nutre non si consuma. E questo vale per l’amore quanto vale per la rabbia.
 
Il resto della serata passò tranquillo: ricordo bene i sorrisi dei miei compagni e la luce della lanterne quando scese la sera. Però la cosa che ricordo di più è uno degli ultimi balli. Era un vecchio e semplice ballo collettivo. Consisteva in due cerchi uno interno per i maschi e uno esterno per le femmine, i maschi passavano da una dama all’altra ripetendo quei sei passi allegri all’infinito seguiti a specchio dalle femmine. Non era nulla di speciale ma era tutto così dannatamente perfetto: la luce delle lanterne, la musica dell’orchestra, il sorriso dei miei compagni, la gioia del ballo e un senso di unione incredibile.
Finita la festa salutai Lillà con un forte abbraccio augurandole tutta la felicità possibile. Lei se ne andò nel suo nuovo e piccolo nido dove avrebbe consumato per la prima volta. Lo sapevo perché lo aveva detto a tutte noi ragazze. Ricordo che Fina le aveva consigliato questo. “Non ti preoccupare, segui l’istinto, ascolta il cuore e andrà tutto bene.” Quando gli sposini se ne andarono salutai i ragazzi e mi diressi verso la casa di Nami con Giulio che camminava accanto a me in mezzo ai campi. Volevo approfittare del tepore estivo e della luce della luna per fargli vedere i dintorni della città prima di andare a dormire e partire l’indomani mattina. “Sono simpatici i tuoi compagni.” Mi confessò Giulio a metà percorso. “Già peccato che non possa andare da loro più spesso.” E non servì specificare che la causa erano tutti i lavoretti che Malandrino organizzava con mesi d’anticipo proprio per evitare che qualcuno non potesse venire all’ultimo secondo. Ci fu qualche secondo di silenzio quando Giulio decise d’interromperlo. “Il vampiro che abbiamo incontrato era… siete stati assieme?” Mi chiese. “Sì, ma non so bene perché mi piacesse. Forse perché anche lui era schiavo della sua rabbia. Ma ho capito presto che lui ci godeva nel veder soffrire le altre persone, io no.” Confessai mentre guardavo il cielo stellato. Per un secondo mi ritornò alla mente l’estasi che avevo provato nel uccidere quel agente solo poche settimane fa e un brivido freddo mi scosse. Strinsi i pugni e cercai di scacciare quel pensiero ripentendomi che lo avevo fatto per difendermi, nulla più. Giulio dovette intuire a cosa stavo pensando perchè mi abbracciò per non farmi sentire sola e ci riuscì.
Passarono ancora numerosi minuti di silenzio prima che Giulio si decidesse a parlare. “Diana, io ti piaccio?” Mi voltai per guardarlo sorpresa dalla domanda, più per l’ovvietà della risposta che per altro. “Sì.” Ammisi, Giulio a quel punto si pose davanti a me di colpo, sembrava nervoso. “Mi ami?” Continuò annullando le distanze tra noi due. Ci riflettei per qualche secondo. “Temo di sì.” Ammisi. “Temi?” Mi domandò Giulio confuso. “Finora non sono mai stata molto fortunata con l’amore. Tutti quelli che ho amato, più o meno volontariamente, mi hanno abbandonato o deluso terribilmente.” Gli spiegai ripensando alle mie tre rotture, di cui due molto brutte, alla morte di mia nonna e a come i miei genitori fossero così lontani da me. “E tu Giulio? Mi ami, o sono solo una cottarella?” Gli domandai gettando altra carne sul fuoco. “Temo di amarti.” Ammise sincero. “Rimproveri me ma usi le mie stesse parole?” Lo ripresi scettica. “Temo perché prima d’ora non mi ero mai trasformato, per nessuno, neanche di poco. Ho sempre controllato il mio potere e il richiamo per il bene della mia famiglia. Eppure, quando sono con te vorrei che tu mi potessi vedere con la mia altra forma. E questo mi spaventa eppure so che per te sarei disposto a valicare quel limite.” Ammise con imbarazzo iniziando a togliersi i vestiti. “Giulio che fai?” Gli domandai preoccupata. “Quel che vedi.” Mi disse slacciandosi i pantaloni rimanendo con nulla addosso. “Ma sai quali rischi ha trasformarsi!?!” Lo ripresi cercando di bloccarlo: avevo sentito storie orribili su licantropi trasformati una volta e poi mai più stati in grado di tornare normali, avrei scoperto solo in seguito che erano un mucchio di dicerie diffuse dalla S.C.A. per impedire che i licantropi si trasformassero. “Diana se proprio vogliamo continuare questa cosa ho bisogno di sapere se ti piaccio anche nella mia seconda forma.” Mi disse liberandosi dalla mia presa. “Ma perché? Che importanza ha per te? Saresti sempre tu. Non mi serve che rischi di restare bloccato in un lupo per me, idiota!” Gli urlai contro stringendogli le braccia con forza così da bloccarlo, questi respirò affondo e mi baciò a fior di labbra. “Proprio perché anche quello sono io ho bisogno di sapere. Tu sei la prima con cui desidero condividere quella parte di me. E, Diana, so che è assurdo, ma è come se qualcosa in me mi stesse urlando che è la cosa giusta da fare.” A quel punto allentai la presa e decisi di compiere questo atto di fiducia. Giulio mi sorrise ed iniziò a trasformarsi, ma lo bloccai sul nascere. “Promettimi di tornare in questa forma.” Ordinai serissima guardandolo dritto negli occhi, ma non ottenni nessuna risposta se non il pelo che cresceva nel corpo di Giulio. Sussultai, non lo avevo mai visto nessun licantropo trasformato totalmente prima e dopo l’iniziale stupore lo studiai: era due volte più grande di un lupo comune, la pelliccia era bruna, folta e arruffata, i suoi occhi avevano assunto la forma e le caratteristiche di quelle di un lupo e la tonalità dell’iride si era fatta più d’orata, le sue zampe erano grosse e muscolose, la sua coda era folta e bassa eppure c’era qualcosa in me che mi fece capire che non correvo nessun pericolo.
Per i primi secondi non seppi cosa fare con la versione lupo gigante di Giulio, anzi neppure lui pareva tranquillo in quella forma, infatti si iniziò a guardare intorno e poi a girare su se stesso, chiaramente a disagio. Così decisi di accucciarmi e aspettare che si calmasse.
Quando parve finalmente placido rivolse lo sguardo verso di me con i suoi galli occhi dallo sguardo fisso, allungai la mano e rimasi in attesa di un’accettazione o di un rifiuto fino a quando non fece coincidere il suo naso con il palmo della mia mano e lasciò che lo accarezzassi, aveva il pelo molto morbido e mi sentii calma anche quando mi spinse a terra con le sue zampe annusandomi per poi annullare le distanze tra noi accucciandosi sopra di me. Fu allora che si ritrasformò. “Come stai?” Gli domandai accarezzandogli i capelli. “Bene, è stato strano ma avevo piena coscienza di me.” Mi spiegò mentre si stringeva a me annusandomi. “Ho anche sentito il tuo odore, era più nitido del solito.” Si avvicinò fino a potermi abbracciare. “Tu mi fai qualcosa Diana. Quando sono con te non mi sento diverso, né pericoloso. Sento solo di amarti e non sai cosa mi sta costato non saltarti addosso. Per questo, Diana, ti chiedo se vuoi divenire la mia compagna?” Sollevai lo sguardo e lo guardai confusa, sapevo che per i licantropi una coppia andava ben oltre il concetto di moglie e marito, certo c’era l’aspetto di due esseri che si uniscono e vogliono mettere su un nucleo familiare assieme, ma c’era anche del altro, un impegno a vita che proveniva dal loro retaggio di lupi, qualcosa che non ho mai pienamente saputo descrivere se non con amore e lealtà poiché è questo quello che Giulio mi ha donato. “Se lo vuoi, Diana, legati a me questa notte.” Guardai il cielo malgrado già sapessi la risposta: luna piena, un momento più propizio per sancire un unione non esisteva. Lo guardai a lungo e poi sospirai. “I tuoi e i miei non saranno d’accordo.” Gli ricordai conscia che quello che stavamo per fare era la rottura di un tabù enorme. “Ne sono consapevole.” “Forse non potremo mai avere figli, probabilmente non ci verrà mai neppure concesso di adottarli.” Continuai pacata guardando la Luna e pregando che mi facesse compiere la scelta giusta. “Eppure sento che non c’è niente di sbagliato in quel che io provo per te. So anche che stiamo assieme da poco, e che c’è un enorme rischio che in futuro ci pentiremo di questa scelta.” Continuai pacata mentre sentivo lo sguardo attento di Giulio su di me. “Ma secondo me non avverrà.” Continuai dopo aver contemplato la Luna per qualche secondo. “Quindi sì: voglio essere la tua compagna Giulio.” La mia voce quasi scivolò tra le mie labbra e c’era una sicurezza che credevo non mi appartenesse.
Giulio, sentite queste parole, mi sollevò da terra e mi distese nel vicino bosco per nasconderci da sguardi indiscreti, lì iniziò a spogliarmi. Ricordo come le mani di entrambi tremassero mentre mi privava della stoffa e scioglieva i miei capelli. Così al chiaro di luna vidi il mio compagno che mi guardava con dolcezza con i suoi occhi marrone dorato che mi fissavano così, nuda, davanti a lui nudo. Non so cosa vide in me, ma so che io fui convinta di avere davanti la persona che mi completava. Facemmo coincidere le nostre fronti. “Io Giulio Longo del clan Silvanucta, figlio di Roberto e Marlena, lego la mia anima e il mio corpo a te Diana Dalla Fonte. Che la Luna ne sia testimone.” Le parole di Giulio erano tremanti per l’emozione ma cariche d’amore. “E io Diana Dalla Fonte, figlia di Claus e Luisa, lego la mia anima e il mio corpo a te Giulio Longo del clan Silvanucta. Che il Sole e la Luna ne siano testimoni.” Anche le nostre credenze religiose erano differenti ma aveva scassa importanza. “Questa notte sigilliamo la nostra unione.” Pronunciammo in coro. “Domani renderemo il mondo testimone.” Continuammo per poi sigillare il tutto con un tenero bacio.
 
So cosa state pensando: eravamo troppo giovani, ci conoscevamo da troppo poco. Ebbene all’epoca era diverso, sposarsi alla nostra età era più che normale, anche se non si poteva convivere fin da subito. Quindi per me, quella notte, non fu il sangue al cuore di due adolescenti, ma fu una scelta per la vita, la promessa di una futura vita assieme. Lo strinsi tra le mie braccia e tra le mie gambe e lasciai che mi accompagnasse sotto di lui mentre mi baciava. Non dirò con esattezza che cosa compiemmo quella notte, è molto facile da intuire oltretutto, ma dei tanti ricordi che ho condiviso con Giulio questo è il più vivido e per questo non intendo condividerlo con nessuno. Dirò solo che ci muovevamo con lentezza e insicurezza godendoci ogni più piccolo movimento e gesto fremendo per ciò che stavamo per fare. La sua pelle era la mia, il suo respiro era il mio, non percepivo più il confine trai nostri corpi. Di tanto in tanto sentivo che gli spuntava qualcosa del lupo: le orecchie, le unghie, la coda o il pelo, lo trovai buffo. Ricordo il calore e il sudore che ci invase in breve tempo. In fine, l’oblio del piacere e del amore.
 
All’alba, quando mi svegliai, ero coperta dalla giacca di Giulio che si trovava già vestito seduto accanto a me. “Sei sveglia.” Disse accarezzandomi il viso donandomi il più dolce dei sorrisi, mi sfrusciai contro la sua mano. “Mi dispiace per i graffi.” Aggiunse con imbarazzo notando che mi stavo guardando l’avambraccio. “Non è nulla.” In un altro momento mi sarei preoccupata di quei graffi. Per ora desideravo solo la sua compagnia. “Diana come ti senti?” Sembrava preoccupato, mi alzai tranquilla. “Sto bene. Non temere. Se ieri ho urlato è stato per il piacere.” Mi sentivo in pace. All’orizzonte si vedeva la casa di Nami. “Si staranno chiedendo dove siamo.” Dissi scostando la giacca e recuperando i miei vestiti. “Meglio raggiungerli.” Continuai tranquilla per poi abbracciare Giulio. “Intendi dirglielo?” Mi domandò Giulio mentre gli baciavo la guancia. “Sì. Ai miei amici sì. Per quanto riguarda i miei genitori… c’è ancora tempo.” A casa mi lavai e disinfettai i graffi, erano profondi quanto quelli d’un gatto ma preferivo non rischiare. Mentre mi sistemavo tornai con la mente a quella bellissima giornata. Ancora oggi quando sono triste ripensarvi mi aiuta molto, almeno per un po’.
 
Partimmo nella tarda mattinata, dopo un lungo scambio di abbracci, e abbandonammo Lovaris per tornare alla prigionia di Meddelhock. “Diana…” Iniziò Giulio ad un certo punto, io mi voltai verso di lui. “Sì?” Domandai. “Quello che è successo… non era un vero matrimonio lo so, ma per me, in un certo senso, lo è stato. Mi chiedevo cos’è stato per te?” “Lo stesso.” Mi limitai a dire distrutta dalla giornata in macchina. “Finita la scuola.” Disse Giulio risvegliandomi dal torpore in cui ero finita. “Vorresti vivere come mia moglie?” Mi domandò con un’enorme emozione in gola. “Sì, sì, lo voglio, ora però lasciami dormire.” Sussurrai per poi crollare addormentata con un sorriso sornione in volto.

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Capitolo 9
*** 8. La realtà velata ***


Note dell'autrice: Attenzione questo capitolo contiene scene di violenza e abuso che potrebbero infastidire o impressionare alcuni lettori



8. Realtà velata
 
Nella nostra vita affrontiamo parecchie situazioni spiacevoli, alcune arrivano a ciel sereno e ti colpiscono inaspettatamente, alle volte in maniera molto infima, altre volte non si tratta altro dell’ennesima vangata di merda di una giornata iniziata male e conclusasi anche peggio, il 29 agosto del 2023 era uno di quei giorni.
Tutto era iniziato con un colpo per il quale serviva un numero di persone superiore alla norma, nulla di troppo strano, eravamo in otto. Stava andando tutto come previsto, stavamo svaligiando la gioielleria con metodica velocità, tutto stava andando magnificamente, fino a quando non sentimmo un pesante bussare alla porta. Ci fu un attimo di assoluto silenzio in cui scambiai un rapido sguardo con Felicitis che mi stava aiutando a tenere una cassa particolarmente pesante, malgrado il cuore a mille le feci cenno di abbassarsi così da poter appoggiare la cassa. Ci muovemmo in sincronia, lentamente, mentre una seconda serie di colpi alla porta ci fecero accapponare la pelle. “Polizia, aprite!” Ordinò un agente. Vidi Felicitis tremare in preda al terrore, le sfiorai le mani con la sinistra mentre con la destra recuperavo la pistola e toglievo la sicura conscia che avrei dovuto usarla per uccidere se volevo uscirne viva. Evidentemente non compii il gesto abbastanza velocemente poiché un istante dopo spalancarono la porta sul retro, la stessa che avevamo usato per entrare e dove c’era la nostra via di fuga. Partirono dei colpi di pistola, istintivamente balzai dietro a delle casse trascinando Felicitis con me. Alzai lo sguardo e vidi tre agenti armati, uno di loro stava chiamando i colleghi con la ricetrasmittente mentre i nostri rispondevano al fuoco. Inutile dire che ebbi un momento in cui non riuscii a reagire: ero terrorizzata, le mani stavano tremando e sudando. Però, nello stesso istante in cui agguantai la pistola, scacciai l’insicurezza, la sostituii con una volontà ferrea e feci partire tre proiettili colpendo un agente allo stomaco; in un istante mi abbassai dietro alla cassa giusto in tempo per proteggermi dal fuoco nemico. Gli spari degli agenti si focalizzarono sulla cassa per qualche istante assordandomi, il cuore mi galoppava in gola e avevo il fiatone, tuttavia tutto cessò in pochi istanti venendo accompagnato da tre lamenti. Mi sporsi e con la coda del occhio notai che Malandrino e Orion avevano ammazzato i tre agenti, riuscii solo ad appoggiare lo sguardo sui tre agenti prima che un senso di vomito mi invadesse e dovetti impormi per scacciarlo indietro, con mia grossa sorpresa stringere la pistola fu d’aiuto. “Fuori di qui! Ora!” Decretò Malandrino con una lucidità che notavo raramente in lui, il che allarmò tutti. Lasciammo perdere la refurtiva, agguantai Felicitis che era particolarmente sconvolta e la sollevai di peso con relativa facilità facendola alzare e poi correre. In meno di dieci secondi stavamo correndo lungo le minuscole stradine secondarie e labirintiche che caratterizzano Meddelhock quanto le ampie strade a tre corsie.
 
“Dov’è il nostro passaggio?” Domandò Malandrino rendendosi conto che il furgone era sparito. “Se la sarà svignata.” Rispose Orion notando i segni dei pneumatici che indicavano una curva stretta e svelta. “Merda…” Sussurrò l’altro per poi guardarsi un attimo attorno e riprendere a correre, non potemmo fare altro che seguirlo. Mi guardai attorno e solo in quel momento mi accorsi che Felicitis era stata ferita ad una gamba, non avevo idea di come fosse successo, poiché io non avevo un graffio. Mentre correvo notai anche che Nohat stava sanguinando dalla spalla destra, fortunatamente Giulio era rimasto illeso, altri due erano stati meno fortunati ed erano stati colpiti dalle pallottole della polizia, mentre Malandrino ed Orion non si erano fatti nulla.
La base non era troppo lontana, ma a piedi e con la polizia che presto ci sarebbe stata alle calcagna non avremmo avuto possibilità di scampo, ameno che non volessimo abbandonare i feriti a loro stessi avremmo dovuto agire d’astuzia per uscirne illesi.
Scattai in avanti per raggiungere la testa rossa che ci apriva la strada e tentare di farlo ragionare. “Malandrino.” Lo chiamai per attirare la sua attenzione nel istante in cui arrivai al livello del suo orecchio. “Ci dobbiamo fermare, nascondere, sai che il nostro vantaggio durerà ancora per poco con tutti questi feriti.” Sperai che mi ascoltasse poiché l’alternativa era lasciare i nostri compagni in dietro e non avrei mai potuto sopportarla. “La dovremmo mollare la zavorra.” Mi rispose seccato. “Parleranno, lo sai. Ascoltami ti prego: nascondiamoci in un vicolo cieco, anche dietro dell’immondizia se necessario. Io e Giulio faremo un diversivo.” “E come di grazia?” Mi domandò lanciandomi uno dei suoi sguardi malati e spaventosi, ma non mi lasciai intimidire e proseguii. “Se vedranno due ragazzi baciarsi, in un vicolo cieco, escluderanno che vi siate nascosti lì.” Dissi convinta, Malandrino mi fissò per un secondo strabuzzando gli occhi; ci fu un istante in cui vidi i suoi occhi scurissimi ed enormi perdersi in una miriade di pensieri e calcoli, per poi innalzarsi e farci immettere in un vicolo cieco. “Nascondetevi qui ragazzi, state zitti e riprendete fiato.” Ordinò alzando un cassonetto dell’immondizia per poi rivolgersi solo a me. “Spera che la tua idea funzioni o le conseguenze saranno particolarmente dolorose.” Mi minacciò mentre mi stavo già liberando in fretta del copricapo e del attrezzatura da ladra e della pistola che consegnai a Felicitis. “Diana, che fai?” Mi domandò lei, la ignorai. “Giulio, togliti quella roba sospetta e resta in maniche corte, farai da diversivo con me.” Decretai mentre mi toglievo la maglia a maniche lunghe e restavo in canottiera, era imbarazzante, ma in piena estate le maniche lunghe avrebbero dato troppo nel occhio. Giulio si tolse tutto in fretta e lo lanciò a Felicitis. “Che sono la guardarobiera!?!” Esclamò la ragazza seccata in un gridolino strozzato per poi nascondersi dentro ai cassettoni dell’alluminio, semivuoti fortunatamente, mentre le altre sei persone si nascondevano in quelli della plastica che erano vuoti essendo il venerdì il giorno della sua raccolta. “Ma cosa volete fare?” Mi domandò Nohat mentre lo aiutavo ad entrare nel cassonetto, abbassai lo sguardo imbarazzata ma risposi. “Bacerò Giulio, con una certa passione, mentre passeranno le guardie.” Giulio come sentì il mio piano trattenne un’esclamazione imbarazzata e mi fissò con occhi strabuzzanti mentre il resto del gruppo ci fissava divertito. “Non penserai d’avvero che funzionerà?” Mi domandò Nohat scettico. “Non lo so, ma quattro su otto sono feriti. La base è lontana. Il nostro passaggio è fuggito. Questa è la nostra unica possibilità, inoltre ci sono scarse possibilità che capiscano che siamo di razze diverse, e anche se ci chiedessero qualcosa abbiamo i documenti, ce la caveremo. Tu nasconditi, la parte pericolosa la facciamo io e Giulio.” Dissi tranquilla incoraggiando tutti con un sorriso mentre immaginavo gli agenti inseguirci per i vicoli della città. “È proprio questo che mi preoccupa.” Controbatté Nohat guardando l’amico con fare preoccupato. “Nohat.” Intervenne Giulio appoggiandomi una mano sulla spalla. “Nasconditi, io e Diana ce la faremo.” Lo tranquillizzò, mi voltai e fui sollevata di vedere che sotto aveva una maglietta bianca, e io fui contenta di essere riuscita a indossare la gonna corta che Felicitis indossava sopra ai pantaloni, così potei sostituire i neri pantaloni militari; ero conscia che due ragazzi vestiti troppo sportivi sarebbero risultati sospetti, già il fatto che indossassi scarpe sportive poteva essere una fonte di sospetto ma data la situazione questo era il meglio che potevamo ottenere. “E va bene, ma se vi succede qualcosa io vi avevo avvertiti.” Decretò Nohat chiudendo il cassonetto.
Adesso che eravamo soli, io e Giulio guardammo per qualche momento in imbarazzo che si interruppe quando lui dì gli agenti S.C.A. avvicinarsi, si avvinghiò a me e mi baciò. Subito il suo odore così intenso e il suo corpo muscoloso contro il mio mi spiazzarono e mi avvinghiai alle sue spalle. Mi ero ripromessa di restare lucida ma Giulio sapeva come farmi perdere il controllo, così mi dimenticai di controllare quando gli agenti fossero passati, ero così presa da quel bacio e dalle sue mani sul mio corpo che, dopo qualche minuto in cui stavamo limonando molto più intensamente di quanto il piano richiedesse, Giulio si separò dalle mie labbra e mi sussurrò al orecchio. “Spero che tu non faccia questi piani senza di me perché sono estremamente divertenti.” Giulio si prese la libertà di mordermi il collo e, a quanto pareva, i nostri compagni dovevano essere usciti dalle pattumiere perché qualcuno parlò. “Trovatevi una stanza voi due.” Commentò divertito. “Ma sta zitto che ci hanno salvato le chiappe.” Disse Nohat riprendendo a respirare. “Dovremmo avere circa venti minuti prima della prossima pattuglia passi per di qui.” Disse Orion riportando l’attenzione di tutti sul nostro problema. “Bene. Giulio, Diana, voi due restate qui e continuate con il vostro diversivo.” Disse Malandrino malignamente. “Orion prendi Caio e Carlo: portali alla base facendo il giro da est. Io prenderò gli altri due dopo che sarà passata una seconda ronda e faremo il giro da ovest. Giulio e Diana voi aspettate qualche minuto che io e i vostri amichetti ci allontaniamo e poi togliete le tende, non aspettate la ronda successiva e non andate alla base, meglio non correre rischi inutili. Se tutto va per il verso giusto domani pomeriggio venite alla base per il rapporto, se qualcosa va’ storto Idroel si metterà in contatto con voi e vi dirà quando e dove ritrovarci.” Decretò Malandrino. “So che è pericoloso: molta gente potrebbe avervi visti assieme e potrebbero farsi domande se vi vedono qui una seconda volta, quindi cercate di sparire da qui velocemente quando sarà il vostro turno. Non distraetevi a fare roba da piccioncini, si insospettirebbero se un agente vi vedesse troppo tranquilli. Presto arriveranno altri agenti e le sirene si sentiranno anche da qui.” Concluse Malandrino rientrando nei cassonetti.
A quel punto Orion partì con gli altri due ragazzi. La seconda ronda arrivò in anticipo così il gruppo di Malandrino e dei nostri due amici sparì poco dopo.
Mentre aspettavamo che si allontanassero sufficientemente da noi, Giulio mi strinse a sé e iniziò ad accarezzarmi la schiena, io mi accoccolai a lui e gli sfiorai il petto. “Baci bene.” Ammise ad un certo punto, forse in imbarazzo per il silenzio. “Grazie, anche tu. Da chi hai imparato a baciare così? Le mie vecchie fiamme oramai le conosci mi sembra giusto che anche io conosca le tue.” Giulio stava per rispondere imbarazzato ma sentì qualcuno arrivare. “Si stanno avvicinando.” Disse repentino. Ci guardammo in un secondo d’intesa consci che se fossimo usciti da quel vicolo cieco ci avrebbero fermati di sicuro; così riprendemmo a baciarci: lui era contro la parete mentre io ero in punta dei piedi distesa contro il suo corpo. Fu allora che arrivarono gli agenti S.C.A. “Ehi, voi due!” Io e Giulio ci staccammo subito come se fossimo stati colti in fragrante; poi mi accoccolai accanto a lui in imbarazzo, non amavo fare la parte della giovincella indifesa ma se sembravo debole forse se ne sarebbero andati prima. “Qualche problema agenti?” Domandò Giulio accondiscendente e confuso. “Identificatevi! Subito!” Disse l’agente con una stella a cinque punte sul berretto, simbolo degli ufficiali. “Sì, certo.” Balbettai mentre estraevo i documenti da una tasca della gonna e Giulio dalla tasca posteriore dei pantaloni, presi il suo e lo consegnai facendo un mezzo sorriso imbarazzato. “Ecco.” Mentre lo consegnavo Giulio stava attaccato a me, stringendomi la vita con una mano, un piede davanti al mio: voleva proteggermi ma sperai che fosse calmo perché gli agenti avrebbero potuto mal interpretare. “Capo, il ragazzo è un licantropo, ma mi sembra pulito, non ricordo foto sue in centrale, né ci sono segnalazioni nel suo documento, mentre la ragazza…” Ebbe un attimo di esitazione. “Un’umana?” Il capo dei tre mi guardò con chiaro disprezzo e disgusto ma continuò la procedura. “Avete visto qualche soggetto sospetto passare per di qua?” Alla domanda del agente io e Giulio ci guardammo per un secondo e facemmo spallucce quasi nello stesso momento. “Ho sentito un po’ di movimento in quella direzione ad un certo punto, ma non so se sia quello che state cercando agenti.” Ammise Giulio indicando dritto davanti a noi. “Poi è passato un gruppo di agenti ma non ho visto o sentito altro e sembravano di fretta, dopo è passato un piccolo gruppo ma parevano più tranquilli.” Affermò in fine con vaghezza. “Tu?” Mi domandò l’agente. “Ho visto anch’io i due gruppi di agenti, mi è sembrato di capire che il secondo fossero della S.C.A. ma non ne sono sicura, per il resto non ho notato niente di strano.” Ammisi stringendomi a Giulio, non mi piaceva il modo in cui mi stava fissando: in una condizione normale gliene avrei dette quattro ma sapevo che in quel momento era più importante che se ne andassero in fretta e di certo se erano concentrati sul mio corpo avrebbero prestato minore attenzione al resto. “C’è qualche pericolo agenti?” Domandai in seguito sinceramente preoccupata, ma non era quello il problema come potrete intuire. “La cosa non ti riguarda puttana.” Giulio istintivamente mi portò con un gesto quasi impercettibilmente dietro di sé, ma fu sufficiente ad irritare l’agente. “Qualche problema lupastro?” Domandò chiaramente irritato. “No, agente.” Affermò a sguardò basso. “Bene, perché sei in arresto.” “Come?” Domandai incredula mettendomi tra Giulio e gli agenti che avevano già estratto le manette. “Fermi, un secondo! Con quale accusa!?!” Esclamai mentre Giulio, saggiamente, si lasciava ammanettare, ma era chiaramente furioso e terrorizzato. “Aggressione ad umano.” Decretò l’agente. “Agente, Giulio non l’ha neppure sfiorata, non è aggressione fino a quando non vi è un contatto fisico. Né può accusarlo di insulto a pubblico ufficiale: non ha detto niente di vagamente minaccioso o offensivo.” Ripetei a macchinetta ma l’agente mi ignorò e fece mettere in ginocchio Giulio. “Agente! Esigo delle risposte!” Decretai uscendo definitivamente dalla parte di povera donzella in pericolo e tirando un fuori un tono più sicuro e autoritario, anche la mia postura era cambiata. “Non mi riferivo a me.” Disse guardandomi nuovamente in quel modo disgustoso. “Non mi ha aggredita! Sono stata io a baciarlo! Ero pienamente consenziente, fatemi pure i test, sono sobria e lo è anche lui.” Tuonai sperando in vano che si rendesse conto dell’insensatezza di quelle accuse e di quanto fossero infondate. “Gli Altri non si possono immischiare con le nostre donne.” Fu a quell’affermazione che persi le staffe. “La contraddico agente. In primo luogo nessuna legge proibisce rapporti consenzienti tra un umano o un’umana e un Altro o un’Altra, non c’è neppure una legge che ne vieta i matrimoni e la religione non dice nulla in contrario a tal proposito. Due, quello che sta facendo lei è chiaramente abuso di potere e falsa accusa, si rischia un’espulsione dalla S.C.A. e tre anni di carcere nei peggiore dei casi per questo e anche se non avvenisse la sua carriera sarebbe rovinata.” Dissi ponendomi davanti al agente con una fredda rabbia, non avevo alzato la voce, non avevo alzato un dito ma capii che l’agente era quanto meno intimorito ora. “Diana, lascia stare, non è nulla di così grave, domani sarò fuori, tranquilla.” Giulio cercò di farmi ragionare e di calmarmi con quel suo dolce sorriso caldo e premuroso, e ci sarebbe riuscito se non fosse successo quel che è successo. “Taci, maledetto lupastro!” Gli urlò uno dei due agenti che lo tenevano fermo colpendo Giulio prima allo stomaco facendolo piegare su se stesso e sputare saliva e sangue, poi alla testa con il manico della pistola facendolo accasciare a terra.
Persi il controllo di me: afferrai con ira i baveri della giacca del ufficiale e lo minacciai. “Ora.” Iniziai al limite della sopportazione, i miei occhi bruciavano di rabbia e potevo sentire ogni muscolo della mia faccia contorto in ira pura. “O lascia andare Giulio o giuro che comunque finisca questa notte le rovinerò la vita.” Vidi il volto del agente irrigidirsi per il terrore che gli avevo iniettato, ma fu solo un secondo: il suo sguardo si fece minaccioso, capii di aver fatto la scelta più stupida e tutto perché non riuscivo a mantenere il controllo della mia rabbia, ero conscia che la mia età non sarebbe stata una giustificazione. Mi afferrò per i polsi e mi scaraventò a terra, ricordo il sapore del asfalto sulla mia bocca, una sensazione di umido, caldo e fetore, non riuscii a reagire, la botta in testa mi aveva stordita e la notte in cui avevo ammazzato quel poliziotto mi tornò alla mente. Cercai di rialzarmi ma ogni mio intento venne bloccato. “Ragazzina muoviti e sei morta.” Non aveva ancora estratto la pistola, ma sapevo che l’avrebbe fatto. “Puttana, le donne che vanno con gli Altri dovrebbero crepare: cos’hanno quei damerini che noi non abbiamo?” Avevo la risposta a fior di labbra ma rimasi zitta, avevo già fatto abbastanza danni con la mia boccaccia. “Che ne dite, le facciamo cambiare idea ragazzi?” Sentii le loro risatine di scherno e Giulio che si agitava mentre lo legavano ad una scala antiincendio. Non so dire cosa pensai in quei pochi secondi di incertezza, so solo che bastò la mano di uno di loro che cercava di intrufolarsi sotto la gonna per farmi scattare. Il mio corpo agì istintivamente, non dovetti neppure riflettere su cosa fosse meglio fare: ruotai su me stessa colpendo in pieno volto un agente con lo scarpone. Mi alzai con un colpo di reni e raggiunsi Giulio e mi frapposi tra lui e gli agenti, era stordito, ma ancora sveglio e sufficientemente lucido. “E ora cosa pensi di fare ragazzina?” Mi misi in posizione di difesa con un’espressione omicida, l’ufficiale fece un cenno ai suoi uomini di prendermi. Dopo un paio di tentativi, in cui ottennero un naso rotto e un occhio nero, riuscirono a bloccarmi. Mi dimenai usando tutta la mia forza per non farmi mettere le manette. “Andate al Oblio, bastardi!” Urlai per poi dare un calcio al linguine di un agente, liberandomi il lato destro con un successivo strattone, nel frattempo l’altro cercò di bloccarmi ma gli diedi una craniata al naso e si ruppe definitivamente. A quel punto l’ufficiale mi afferrò da dietro e cercò di strangolarmi e abbassai il mento per impedirlo. “E sta buona…” Disse l’ufficiale esasperato bloccandomi contro la parete. “Mai!” Tuonai cercando di liberarmi mentre gli altri due mi bloccavano le braccia mettendole in leva e schiacciando il mio petto contro il muro. Sentii l’ufficiale abbassare i suoi pantaloni. Cercai di liberarmi ma venni bloccata dai due, a quel punto l’ufficiale si avvicinò e un brivido freddo mi scosse. “Fidati ragazzina ti convie…” L’ufficiale non riuscì a dire altro: Giulio lo aveva appena buttato giù di peso e aveva ingaggiato un combattimento, notai che non aveva più le manette, avrei capito dopo come si era liberato. Approfittai della distrazione dei due agenti per liberarmi colpendo con un calcio diretto al ginocchio quello alla mia destra, dal rumore che fece successivamente intuii di averglielo spezzato, l’agente mollò la presa e a quel punto usai il braccio destro per spingermi via dal muro. Afferrai il bavero della divisa del altro agente con la destra e iniziai a strattonarlo con il desiderio di cambiare i connotati a qualcuno.
Poi un colpo di pistola riempì l’aria bloccando tutti.
“Cosa succede qui!?!” Riconobbi al istante quella voce furibonda. “Tutti voi voltatevi lentamente verso di me e mani bene in vista!” Eseguii, lanciai con la coda del occhio uno sguardo a Giulio che a fatica si alzò, io non ebbi il coraggio di alzare lo sguardo. “Diana?” Esclamò. “Ciao, papà.” Sussurrai con una voce così bassa che appena si sentiva, il mio capo si fece ancora più basso sotto il peso dello sguardo di mio padre che si spostava da me a Giulio e in fine agli agenti. “Cos’è successo?” Sapevo che la domanda era rivolta a me ma a rispondere fu l’ufficiale. “Signore, questo Altro ci ha attaccati senza un motivo valido e la ragazza è intervenuta quando l’abbiamo ammanettato.” “Non l’ho chiesto a te.” Decretò mio padre con un tono così profondo da far tremare persino me che ero abituata ai suoi eccessi d’ira e al suo tono di rimprovero. “Diana, dimmi cos’è successo, ora.” Disse con lo stesso tono che usava quando stava per rimproverarmi per un brutto voto, lo odiai ma decisi di parlare. “Io e Giulio ci stavamo baciando.” Dissi con un fil di voce ma decisi di ricompormi e alzai lo sguardo per affrontare gli occhi scuri di mio padre. “L’ufficiale, dopo l’identificazione, ha voluto arrestare Giulio per aggressione nei miei confronti. Mi sono opposta dicendogli che lo avrei perseguitato penalmente se l’avesse fatto. Poi hanno picchiato Giulio e ho… alzato i toni. A quel punto l’ufficiale mi ha gettata a terra e dopo che ha cercato di abusare di me gli ho dato un calcio. A seguito hanno cercato di immobilizzarmi e Giulio è intervenuto contro l’ufficiale prima che riuscisse ad approfittarsi di me. E sei arrivato tu.”
Lo sguardo di mio padre era spaventoso: un concentrato di rabbia pura. Lo avevo visto pochissime volte in quello stato e fin ora non era mai stato rivolto a me, ne ebbi paura ma non poi tanta, sapevo che era lo stesso che avevano visto gli agenti quella sera mentre facevano del male a Giulio. “L’Altro ha aggredito fisicamente o verbalmente un agente prima che venisse arrestato.” “No. Ha anche cercato di calmarmi prima che lo colpissero e alzassi il tono.” “Certo, conosco le tue alzate di tono.” Disse mio padre con fare leggermente sarcastico. “Signore la ragazzina mente.” “Taci, ufficiale, sei già abbastanza nei guai, vedi di non peggiorare la tua situazione.” Decretò mio padre zittendolo. “Diana, tu e il tuo… amico.” Quasi sputò su quel ultima parola. “Prendete questi.” Disse consegnandoci lascia passare a forma di braccialetto in carta che la S.C.A. usava per identificare chi era già stato perquisito in circostanze come queste. “Vi voglio entrambi a casa mia. Io e te abbiamo un discorsetto da fare signorina e ho un paio di parole da scambiare anche per te giovanotto. Ora filate.” Disse quasi lanciandoci i bracciali e i documenti sotto lo sguardo perplesso del suo collega che fino a quel momento era rimasto pietrificato dalla scena. “Quanto a voi tre seguitemi in centrale.” Continuò ponendosi di fronte agli altri tre agenti che sapevo essere suoi sottoposti dato che mio padre era di un grado più alto.
 
Io e Giulio ci defilammo da quel quartiere e camminammo in silenzio verso casa mia senza mai fermarci, nel silenzio più assoluto. Dopo un po’ che eravamo uno accanto all’altra decisi di rompere il ghiaccio. “È la prima volta che sono contenta di essere figlia di agenti S.C.A.” Ammisi bloccandomi e stringendomi con forza le braccia, Giulio approfittò della strada deserta per stringermi a sé, scoppiai a piangere e lo strinsi a me. “Perdonami.” Sussurrai in lacrime come in una nenia cercando di calmarmi mentre Giulio mi accarezzava il capo e mi baciava le guance raccogliendo le lacrime. “Va tutto bene, non è stata colpa tua.” Sussurrò. “Sì, invece. Se fossi stata una licantropa, se me ne fossi stata zitta, non sarebbe successo tutto questo.” Dissi accarezzandogli il viso, mi sentivo in colpa ed ero così spaventata, avevo temuto che me lo avrebbero portato via, che avrebbero scoperto cos’eravamo in realtà e quel che avrebbero fatto a tutti noi. “Tranquilla, ci è andata bene, no?” Mi consolò Giulio con un dolce sorriso. “La prossima volta non ci sarà mio padre a salvare la situazione.” Risposi tremante. “La prossima volta saremo preparati.” Mi promise, riuscì a strapparmi un sorriso amaro e gli diedi un fuggevole bacio prima di asciugarmi le lacrime e riprendere a camminare. Restammo zitti per ancora qualche secondo e poi trovai il coraggio di chiederglielo. “Come hai fatto a liberarti delle manette?” Gli chiesi tremante, Giulio non rispose subito, controllò che la via fosse libera, prese un profondo respiro e mi fece vedere come aveva trasformato le sue braccia in zampe di lupo, che, malgrado fossero spesse, l’assenza dei pollici opponibili gli avevano facilitato la fuga. Lo guardai incredula mentre le sue braccia tornavano umane. “Non sapevo cos’altro inventarmi.” Ammise a testa china. “Non avrei sopportato che ti facessero del male Diana.” Sussurrò quasi con vergogna, lo abbracciai. “Sei una persona buona Giulio, e molto coraggiosa.” Aggiunsi mentre mi stringeva nuovamente a sé.
Dopo qualche istante ci separammo e camminammo mano nella mano fino a quando non arrivammo alla porta d’ingresso del palazzo in cui vivevo. Salimmo con l’ascensore fino al piano della mia casa e a quel punto entrammo. Mia madre era lì, chiaramente in attesa. Quando ci vide si fiondò da me e mi abbracciò con forza. “Diana, amore mio, stai bene?” Scostai lo sguardo, non volevo far preoccupare mia madre, ma non ero in grado di dire bugie in quel momento. “Sono stata meglio.” Ammisi cupa. A quel punto mia madre riempì di pomata, garze e cerotti me e Giulio, disinfettando le ferite con l’alcool, non mi lamentai mentre sentivo la pelle bruciare. Giulio si vergognò terribilmente a chiedere il permesso di usare il telefono per chiamare l’azienda in cui lavorava la sua famiglia così da informarla che stava bene ma che sarebbe tornato più tardi di quanto previsto e mentre sentivo la voce di uno dei membri del suo branco al telefono mi resi conto di non aver mai incontrato la sua famiglia.
 
Quando arrivò mio padre la fredda calma che si era instaurata nella stanza scomparve e chinai il capo conscia che avrei subito una sua sfuriata e che avrebbe anche avuto ragione ad incazzarsi. Avrei potuto gestire la situazione in mille altri modi: se avessi detto di essere sua figlia probabilmente se ne sarebbero stati zitti e non avrebbero osato fare nulla, avrei potuto esigere di venire con lui o andare alla cabina telefonica più vicina chiamare la sua famiglia e spiegare loro la situazione e una volta in centrale avrei potuto richiedere un avvocato, testimoniare e far rilasciare Giulio senza dover pagare la cauzione o fargli marchiare la carta d’identità con il primo timbro d’arresto; ma io avevo lasciato che la rabbia si impossessasse di me e avevo solo complicato le cose, urlato e minacciato come una bambina capricciosa.
Attesi lo schiaffo che mi sarei meritata ma non arrivò mai, al suo posto venni investita da un abbraccio forte e terrorizzato di mio padre. Rimasi scioccata: di norma mi sarei aspettata una lavata di capo e invece mi abbracciava così apertamente, davanti ad un estraneo poi, proprio lui che non mi dimostrava così apertamente il suo affetto da quando ero una bambina. “Papà… io…” “Shsh… ho messo sotto torchio quei tre, era tutto vero, ho fatto in modo che venissero sospesi e tolto loro il diritto di agenti, ma non posso portarli in tribunale.” Mi disse cercando di rassicurarmi, ma io mi separai lentamente. “Come? Papà posso ripetere quel che è successo davanti ad una corte, siamo dalla parte del giusto, vinceremo di sicuro.” Dissi tranquilla: non sarebbe stata una ferita nel mio orgoglio di donna a fermarmi. “Non è questo il punto Diana…” Cercò di bloccarmi mio padre. “Se è per il fatto che ho alzato i toni ci inventeremo qualcosa. Se ci riferiamo ad un buon avvocato riusciremo a risolvere la questione.” Insistetti visto che volevo vedere quei tre, soprattutto l’ufficiale, sbattuti dietro alle sbarre. “Diana, no, non ci sarà nessun processo.” Decretò mio padre. “Cosa? Ma vinceremo di sicuro. Papà, io non ho paura.” Dissi cercando di convincerlo. “Lo so Diana, lo so. Ma il problema è un altro.” Disse guardando chiaramente Giulio. Mi allontanai da mio padre con una freddezza spaventosa e mi ritirai tra le braccia del mio ragazzo. “È questo il problema per te?” Domandai mentre mi sentivo il cuore a pezzi e i miei occhi infiammarsi di collera e delusione, sapevo che i miei non avrebbero subito accettato Giulio ma non potevo credere che non avrebbero eseguito un processo per evitare che il mondo sapesse che io avevo una relazione amorosa con un licantropo. “Diana, devi capire: la gente vi giudicherebbe. Chiunque potrebbe perseguitarvi. Abbiamo raggiunto un accordo: loro non diffonderanno la notizia e noi non li porteremo in tribunale.” “Cosa? Scherziamo? Papà se è per questo io voglio il doppio fare questo processo.” Dissi facendo diventare le mie nocche bianche mentre sentivo Giulio cercare di calmarmi. “Diana, non intendiamo privarti della tua… ehm… libertà sentimentale, conoscendoti sarebbe inutile proibirti di vedere qualcuno, ma non puoi permettere che lo si sappia in giro. Hai idea di come reagirà la gente? Finireste su tutti i giornali e non ci sarebbe persona al mondo che sappia di voi due.” Continuò mio padre. “Hai idea di cosa vi potrebbe succedere? Qualche pazzo potrebbe addirittura pensare di uccidervi. Per di più come affrontereste tutto ciò, eh?” Domandò mio padre stavo per rispondere ma Giulio intervenne. “Insieme, signore.” Era così tranquillo mentre parlava che riuscì quasi a calmare anche me, mentre mio padre imprecò. “Ma avete almeno idea di che cosa comporterebbe un processo simile?” Ci domandò mio padre esasperato. “Forse è proprio per questo che è importante, signore.” Insistette Giulio. “Come? Stai insinuando che la legge si sbaglia ragazzo.” “Tutti sanno che la legge è sbagliata!” Sbraitai io riportando l’attenzione di mio padre su di me. “Comunque non si terrà nessun processo, caso chiuso.” Decretò mio padre. “Papà, no! Se sei mi vuoi davvero bene me lo lasceresti fare.” Mi stavo giocando una carta enorme ma era la cosa migliore che potevo fare. “Diana… posso accettare una relazione perversa con questo ragazzo.” In quel istante il mio corpo si irrigidì mentre Giulio chinava il capo e allentava la presa su di me. “Posso accettare i tuoi idealismi strampalati.” Dentro di me si risvegliò quel fuoco distruttore che mi divorava ogni giorno. “Ma non accetterò che tu infanghi il nome Dalla Fonte.” Decretò mio padre e a quel punto mi scaraventai su di lui e gli afferrai i baveri della divisa. “Infangare il nome della famiglia!?! Le mie azioni lo ripulirebbero dal fango che tu hai portato!!!” Gli urlai in faccia sbattendolo contro il tavolo ma non mi spinsi oltre: mia madre si era messa in mezzo. “Smettetela! Tutti e tre! Diana non ti permetterò di riempirti di vergogna in questo modo. Quel ufficiale ti avrebbe violata, questo lo so, e sono anche sicura che Giulio sia un bravo ragazzo, ma non pensi a ciò che la gente scriverà di te? Insomma… guarda come sei conciata!” Esclamò indicando la canottiera che metteva a nudo le braccia e le spalle, uno scandalo per la generazione di mia madre e un azione poco pudica nella mia, soprattutto a Meddelhock. “Direbbero che sei una poco di buono!” “Io sono una poco di buono! La mia verginità è andata a farsi fottere anni fa!” In quel istante il viso di mia madre sbiancò: mi ero dimenticata che non sapevano nulla del fatto che fossi sessualmente attiva da tempo. “Ma questo non giustifica nessuno a violentarmi!” Le urlai addosso. “E ringrazia il Sole e la Luna che so difendermi mamma, perché se non fosse così sai cosa sarebbe successo.” Continuai furiosa. “Giulio ti avrebbe protetta.” Disse mia madre. “Era in manette! E se avesse reagito gli avrebbero sparato! E io sarei stata comunque violentata, cosa credi?” Le ricordai mentre l’ira pervadeva ogni mia membra e sentivo tutto il mio corpo scaldarsi. “In quel caso avremmo risolto la questione a modo nostro.” “A modo vostro? Ma vi sentite quando parlate?” Domandai furiosa allontanandomi. “Diana è così che gira il mondo.” Disse mio padre irritato. “Non puoi di certo cambiare le cose da sola.”
Guardai Giulio e capii subito che lui avrebbe combattuto al mio fianco in questo, e poi sapevo che anche i miei amici a Meddelhock e a Lovaris sarebbero stati con noi, forse persino Malandrino e il resto dei Rivoluzionari avrebbero accolto positivamente la mia idea, ma ero ancora minorenne e i minori non potevano accusare nessuno, e anche se fosse sapevo che i Rivoluzionari o qualsiasi famiglia di mia conoscenza non avrebbe potuto gestire un azione giuridica sicuramente lunga e pagare un buon avvocato, solo la mia famiglia aveva le basi finanziarie e, se lo avessero fatto, solo adesso me ne rendo conto, quasi di sicuro mio padre e mia madre sarebbero stati scacciati dalla S.C.A., essenzialmente non potevo fare nulla. “Io da sola no, ma se mi deste una mano potremmo farcela.” Spiegai cercando di mantenere la calma. “No, Diana, non lo permetteremo.” Decretò mio padre. “Molto bene. Avete appena vinto il premi di codardi del anno.” Dissi voltandomi, afferrando la mano di Giulio e trascinandolo in camera mia.
“Diana! Dove vai?” Domandò mia madre. “A scopare!” Dissi senza mezzi termini. “E se ve lo state chiedendo: stiamo assieme da due mesi, abbiamo già scopato ed è l’unico essere di sesso maschile decente in tutta la faccia della terra vivibile e non, essenzialmente uno da sposare!” Esclamai entrando in camera mia sbattendo la porta e Giulio nel letto, chiusi a chiave la porta. “Diana!” Urlò mia madre dall’altra parte della porta, ma mi assicurai di non sentire quel che dicesse mettendo su un pezzo rock e alzai il volume al massimo per poi buttarmi tra le braccia di Giulio che rispose baciandomi. “Tu.” Iniziò per poi baciarmi le labbra. “Sei.” Continuò passando al collo. “Matta.” Concluse baciandomi il petto. Lo spinsi sotto di me e mi sfilai la canotta e slacciai il reggiseno per poi sfilarmi le scarpe calciandole via, quasi in contemporanea a lui. Mi buttai su di lui ma qualcosa mi bloccò: i muscoli si irrigidirono e improvvisamente mi bloccai. Giulio si rese conto del mio cambiamento repentino e mi sistemò una ciocca dietro l’orecchio. “Diana, stai bene? Sei tesa.” Mi chiese preoccupato. Non stavo bene: sul momento non ci avevo pensato ma ora che ero relativamente calma mi sembrava di rivedere quel che era successo e mi resi conto di quanto avevo rischiato. Tuttavia il mio orgoglio mi impose di ignorarlo e dentro di me speravo che se me ne liberavo seduta stante non avrei più avuto paura: per di più la mia parte razionale sapeva di essere al sicuro, ero con Giulio infondo. “Sì, non è nulla.” Dissi cercando di baciarlo ma lui mi fermò ponendomi un dito sulle labbra. “Non devi fare la tosta con me Diana. Puoi dirmi se c’è qualcosa che non va’.” Lo guardai di sbieco. “Sei tu quello che è stato picchiato.” Sussurrai sfiorandogli la fasciatura alla testa da cui si vedeva un po’ di sangue macchiare la benda. “Non io. E poi, non mi è successo niente. Ho solo qualche livido.” Dissi cercando di sviare il discorso e accarezzandomi l’avambraccio in cui si stavano formando due macchie nere. Giulio mi scrutò per qualche istante come se stesse soppesando i miei movimenti e mi sentii a disagio: più esposta di quanto già non fossi. Si accorse del mio disagio e mi sorrise per poi baciarmi la fronte. “Se non te la senti lo capisco Diana.” “Guarda che non sono così fragile.” Lo ripresi irritata mentre lui continuava a restare appoggiato alla mia fronte. “Non ho mai detto che tu sia fragile, dico solo che è umano essere spaventati dopo un’esperienza simile. Anche io lo sono cosa credi?” Mi spiegò e solo a quel punto notai la tristezza nei suoi caldi occhi marrone-dorati e gli sorrisi. “Preferirei passare la notte accanto a te che con te, se non ti dispiace.” A quelle parole mi allungai verso il giradischi e scostai la testina di lettura dal disco in vinile e lo chiusi. “Mi dispiace, non so che mi prende.” Ammettendo finalmente di non sentirmi a mio agio a fare l’amore quella notte, Giulio mi accarezzò il braccio e alzai lo sguardo. “Guarda che non ti lascerei mai per questo. Hai rischiato molto per difendermi e senza di te probabilmente adesso sarei in prigione e non avrei idea di cosa fare.” A quelle parole notai in leggero tremito nella sua voce e mi diedi dell’egoista per non aver capito subito quanto anche lui stesse soffrendo. Mi sedetti sulle sue gambe. “Anche io non ti lascio se ti vedo piangere.” Dissi offrendogli un abbraccio a cui rispose subito. Mi strinse con tutta la forza che aveva e sentii le sue lacrime scendere sulla mia pelle e ben presto anche io cedetti e piansi accanto a lui.
Quando tornammo in noi era notte fonda, ci stringevamo l’uno al altra e continuavo a baciarlo dolcemente mentre lui si accoccolava sul mio petto inspirando affondo il mio odore. “Grazie Diana.” Mi disse poco prima di addormentarsi. E quando fui certa che non mi poteva sentire risposi. “No, grazie a te. Stupida come sono mi sarei ferita pur di non apparire debole.” Lo seguii poco dopo nel mondo dei sogni.
 
Il mattino seguente si svegliò mentre io stavo riportando tutto nel mio diario, da quando ero a Meddelhock avevo preso l’abitudine di scrivere ogni singolo giorno quel che mi capitava nei dettagli, così da non dimenticarmelo mai, infatti senza di questi quasi tutti i dialoghi sarebbero scomparsi, per fortuna godo di una buona memoria e i luoghi in cui ho preservato quello e i successivi è sicuro. “Cosa scrivi?” Mi domandò Giulio alzatosi e baciandomi il collo. “Uhm… il resoconto di ieri. Mi piace tenere un diario, mi aiuta a razionalizzare, ma l’ho scoperto solo di recente.” Continuai finendo di scrivere due righe sulla scorsa notte. “Sei entrata nel dettaglio.” Notò Giulio sbirciando nel quaderno, in risposta gli diedi un colpo in testa con quest’ultimo, lui in risposta me lo fregò dalle mani e ci ritrovammo a giocare alla lotta fino a quando non lo recuperai dalle sue mani repentinamente. “Non li faccio leggere a nessuno se per questo, e i miei non sanno che tengo un diario e lo nascondo dove so che non guardano.” Dissi chiudendolo in una piccola scatola viola dove serrai il lucchetto a sei combinazioni e la ficcai sotto al letto, il nascondiglio che avrei usato in seguito sarebbe stato più sicuro. “A tal proposito, mi sa che ho fatto una pessima impressione sui tuoi.” Ammise Giulio sedendosi sul letto. “Uhm… a mia madre sei piaciuto, a mio padre… lascia stare mio padre è un caso umano.” Dissi conscia di quanto fosse insopportabile. “Piuttosto, Giulio.” Iniziai torturandomi le mani. “Sì?” Domandò lui curioso. “Ecco… mi chiedevo se… se sai… potessi conoscere la tua famiglia, sarebbe molto importante per me. Non per forza adesso ma prossimamente: tra un mese o due, non lo so.” Ammisi in imbarazzo continuando a torturarmi le mani, mentre Giulio guardava fuori un po’ nervoso. “Non so come la prenderanno, ma credo sia giusto che tu li conosca e loro conoscano te, abbiamo rotto le uova, tanto vale fare la frittata.” Constatò Giulio per poi tornare a guardarmi con chiara apprensione. “Solo che prima vorrei parlarne con loro, da solo, preparare il terreno per così dire. A te va bene?” Mi domandò nervoso e lo capii: la sua famiglia era molto più importante di quel che lasciasse vedere, sarebbe stato difficile per Giulio non ricevere la benedizione dei suoi cari, per di più con quello che era appena successo sarebbe stato strano se avesse accettato. “D’accordo.” Sussurrai mentre pensavo a come si faceva bella figura con i genitori del proprio fidanzato. “Se credi che sia la cosa migliore, a me va bene.” Vidi Giulio sorridermi per poi baciarmi delicatamente la guancia. “Grazie.” Mi sussurrò, gli sorrisi strafottentemente. “Prego. Ma non farci l’abitudine! Quella che comanda sono io, tesoro.” “Non chiamarmi tesoro: sembri una brava mogliettina del millennio scorso.” Gli feci la linguaccia e lui rispose allo stesso modo per poi baciarmi a fior di labbra.
I miei non videro Giulio andarsene, era uscito prima che si svegliassero usando la mia finestra che dava sulla scala antincendio.
 
I rapporti con i miei genitori da allora degenerarono, nel senso che non ci rivolgemmo la parola per praticamente un mese, cosa alquanto agghiacciante visto che normalmente a casa nostra partivano urla ogni volta che i miei erano in casa.
Con la ripresa delle lezioni incominciò la mia rutine da terrorista/ladra di notte e nei fine settimana e studentessa maturanda dalle sei del mattino alle cinque e mezza del pomeriggio. Stranamente l’inizio del anno fu tranquillo, a parte le pressioni di ogni singolo professore legato agli esami di fine anno per ottenere il diploma, ma quella era la cosa più normale che mi stesse capitando. Anche se sinceramente gli esami di maturità, che si sarebbero tenuti una volta conclusasi la scuola, erano l’ultima delle mie preoccupazioni. Tanto meno quando arrivò l’annuncio del 25 settembre del anno 2023 della terza Era.

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Capitolo 10
*** 9. Lo squarcio nel velo ***


Note dell'autrice: scusate il ritardo ma non credo che riuscirò più a pubblicare ogni settimana, pertanto d'ora in avanti pubblicherò un capitolo ogni due anche perchè così riuscirò a darvi dei capitoli migliori, almeno spero, credo... almeno ci avrò provato.
A presto con il prossimo capitolo!





9. Lo squarcio nel velo
 
Ricordo la mattinata del 25 ottobre del 2023 come tranquilla. Il giorno prima avevo discusso con Giulio perché non aveva ancora parlato con i suoi genitori di me, a mia difesa dico che era la prima volta che gli ricordavo la faccenda, tuttavia, effettivamente, avevo un po’ esagerato e mi ero ripromessa di scusarmi dopo le lezioni. Fu in quel momento che un bidello, o come cavolo li chiamino ora, ci venne ad informare che le lezioni erano sospese e che per tornare a casa dovevamo attendere l’arrivo dei nostri genitori o tutori cosa che non era mai successa prima d’ora, neanche alle elementari si erano mai curati di farmi venire a prendere dai genitori.  Ci dissero che avevano già iniziato a chiamarli e che sarebbero arrivati a breve.
Il professore dovette lasciare l’aula per raggiungere la sala insegnanti e, forse per la fretta, affidò a me il compito di controllare la classe e fare andare avanti la lezione finendo il capitolo a cui eravamo arrivati. Feci leggere tutti a turni un paragrafo, concludendo il capitolo alla svelta e iniziammo a discutere di cosa sarebbe potuto succedere di così grave per rispedirci a casa. Guardai Nohat e pareva confuso quanto me quindi non poteva essere qualcosa legato ai Rivoluzionari o a Malandrino, supposi che fosse un altro gruppo, ma ne dubitavo, finora nessun colpo aveva mai scombussolato a tal punto la scuola. Per di più fare un colpo alle dieci e mezza di mattina mi pareva strano.
A breve i primi genitori si fecero vivi, avevano maschere o qualcosa di simile sul viso e il bidello che arrivò assieme a loro ci portò degli stracci bagnati che dovemmo posizionare sulle finestre dopo esserci assicurati che fossero ben chiuse, ci ordinarono di restare accovacciati a terra. Eseguimmo, e ne parlai con Nohat. “Questa procedura a che serve?” Mi domandò. “Non ne ho idea. Nella mia vecchia scuola facevamo una volta al anno prove d’evacuazione antincendio, ma questa procedura è diversa.” “Credo che abbia a che fare con l’aria, forse un avvelenamento.” Disse una mia compagna che doveva aver sentito la nostra conversazione, non ne ricordo il nome a dire il vero, ma mi ricordo che se ne stava sempre da una parte della classe e si faceva gli affari suoi, quando veniva interrogata dimostrava di essere sveglia ma nulla di straordinario, tuttavia quando mi disse quella cosa mi diedi della stupida e mi pietrificai.
 
Ero sempre stata conscia di vivere in un mondo in cui solo il dieci percento della superficie terrestre è vivibile dalle creature umanoidi e che il resto del pianeta è una landa selvaggia e desolata piena di gas tossici che ci farebbero impazzire e morire soffocati o avvelenati, ero estremamente conscia di quanto l’equilibrio del nostro piccolo angolo di paradiso fosse fragile ma quella fu la prima volta che ci pensai seriamente. Non avevo mai visto le terre di confine, ma gli antenati di mio nonno venivano dal profondo sud, nel cuore del deserto Sharai, quindi qualche storia sulla sua vita prima di trasferirsi a Lovaris mi era stata raccontata dalla nonna e mi avevano parlato delle bestie spaventose che vivono oltre il confine dell’aria tossica. In quel momento mi visualizzai grifoni, chimere, mannari, aracnei o altre bestie che vivevano come noi in questa terra che mi attaccavano affamate per cercare cibo, o di altre bestiacce che vivevano oltre il confine di cui avevo visto solo qualche illustrazione nei libri, poi io che soffocavo o impazzivo per poi morire di avvelenamento, i gas tossici che si avventavano su di noi come una mano punitrice e altri scenari apocalittici.
Gli scienziati ne parlavano ogni tanto: l’inquinamento diminuisce lo spazio a nostra disposizione, ogni consumo di energia d’origine fossile avvelena il nostro pianeta e l’unica area in cui potremmo mai vivere. Il cuore mi batté forte e iniziai a respirare piano per cercare di calmarmi, ma non ci riuscivo. Poiché non esistono altre isole di salvezza, e se anche ci fossero sarebbe impossibile raggiungerle senza rischiare di morire soffocati e gli altri pianeti sono irraggiungibili, in millenni non siamo mai riusciti a conquistare neanche il cielo, figurarsi lo spazio, forti telescopi possono mostrarci quanto vogliono la superficie lunare e gli altri pianeti, ma sono irraggiungibili e anche se fosse non sono vivibili, questo è l’unico luogo in cui possiamo vivere, il nostro giardino di pace, la nostra casa, non ce ne sono altri e non possiamo abbandonarlo: o lo si rispetta e si convive con esso o si muore, fine della storia.
Non avevo mai avuto pensieri apocalittici prima di allora, anzi nessuno li aveva mai avuti, ma dalla mia generazione l’apocalissi divenne vera e plausibile, persino vicina a noi come idea. Tuttavia è necessario comprendere che fino a tre anni prima gli scienziati avevano stimato un avanzamento delle nubi tossiche di cinquanta metri quadrati negli ultimi centoventicinque anni, ovvero dalla scoperta dei combustibili fossili e le macchine a vapore, ma nessuno ci credeva seriamente, la parola inquinamento esisteva ma non era presa seriamente: avevamo sempre avuto altro per la testa.
Quella fu la prima volta che non trovai ridicola l’idea di tornare in dietro alle lance e alle case di paglia se questo significava non percepire l’apocalisse alitarmi sul collo.
 
Rimasi accucciata a lungo fino a quando non vidi mio padre arrivare a prendermi con una maschera antigas addosso e una in mano per me. La presi senza fare domande e la indossai, viaggiammo rapidi in macchina, in una strada semi deserta. A casa mia madre aveva già sigillato tutte le finestre e stava controllando il cibo che avevamo nel frigorifero. “Che succede?” Domandai con un filo di voce appena mi tolsi la maschera antigas, non mi risposero, mi passarono una copia del giornale: in prima pagina, stampato in bianco e nero c’era il fumo a fungo, quello della nuova bomba che avevo visto al cinegiornale al inizio di quel anno. Scritto a caratteri cubitali c’era scritto: BOMBA VELENOSA! 2450 KM2 PERDUTI! Il suo creatore fa esplodere il suo lavoro per cancellarne l’esistenza. È dimostrata la sua pericolosità.
Mi sedetti e lessi tutto l’articolo; mi sentii sempre peggio ad ogni parola che si aggiungeva. Nelle pagine successive era scritto che l’inventore della bomba aveva distrutto tutti i suoi studi su questa e il modo per fabbricarla per poi aver causato un omicidio-suicidio di sé e del suo staff, tutti coloro che avevano lavorato alla bomba con lui quando avevano scoperto che non c’era un vero rimedio alle questione delle radiazioni. Lessi anche che avevano scoperto grazie agli innumerevoli esperimenti attuati per costruire la bomba nucleare una forma di energia basata su tali radiazioni. Però ben presto si erano accorti che gli animali che erano entrati a contatto con quelle sostanze si erano ammalati e così avevano scoperto altre testimonianze risalenti all’infanzia dei miei nonni, se non prima, in cui era stata provata la loro tossicità. Da quel che avevano scritto capii che non c’era un rimedio per questo genere di avvelenamento. Una volta accertato questo, il 23 ottobre il capo della ricerca aveva deciso di far esplodere tutte le sue ricerche e le persone che avevano lavorato con lui. Qualcosa però era andato storto durante l’esplosione dei laboratori con tutti gli scienziati presenti: alcuni detriti avevano danneggiato la centrale nucleare, una qualche sorta di centrale elettrica basata sulla stessa energia che scatenavano quelle bombe, e adesso c’era una discreta fuoriuscita di sostanze radioattive. Lessi che avevano mandato i pochi scienziati rimasti che conoscono la materia a contenere quella che rischiava di divenire una catastrofe ambientale. Guardai la piantina lasciata a disposizione e se in parte mi sollevai quando notai che era territorio desertico e molto vicino alla zona di confine con i territori velenosi dall’altra mi sentii male quando vidi quanto era relativamente vicina a Lovaris e ad altre minuscole città sulla costa del Sale. Continuai a leggere, e compresi che l’alto inquinamento della zona era dovuto ai rifiuti e scorie radioattive che non erano state smaltite a dovere e a quanto pareva anche la centrale rilasciava dei fumi molto inquinanti. Ricordo anche che per spiegare quanto fosse grave la situazione scrissero che di per la bomba della manifestazione, a livello di tossicità, era equivalente a un centesimo rispetto alle scorie che si stavano liberando nell’aria.
 
Come finii di leggere l’articolo il telefono squillò e risposi io. “Dalla Fonte, deve venire qui subito!” “Sono la figlia.” Risposi in un fil di voce intuendo che fosse la S.C.A. e compresi la serietà della situazione se usavano il cognome. Poiché malgrado l’ambiente estremamente formale nella S.C.A. era una cosa estraniante sentire qualcuno chiamare una persona per cognome: in primo luogo perché poco educato, in secondo perché implicava una comando a cui non ci si poteva sottrarre. “Mi passi sua madre allora, signorina Dalla Fonte.” Passai la cornetta a mia madre a capo chino. “È per te.” Sussurrai senza neanche guardarla.
Tornai a leggere l’articolo che descriveva le procedure da attuare per il prossimo mese, ovvero fino a quando i venti provenienti dalla zona radioattiva non si fossero fermati, assieme ad altre procedure da attuare immediatamente: eliminare i cibi dalla provenienza delle pianure di Libris o comprarle fino a nuovo ordine, in particolare le verdure e la carne di ruminanti, tenere le finestre sigillate, uscire il meno possibile, e se lo si fa bisognava coprirsi il più possibile e tenere sempre con sé la maschera, per di più non si poteva uscire con la pioggia.
“Io devo tornare al lavoro. Tesoro, tu resta qui con Diana ed elimina tutti i prodotti che sono segnati come pericolosi.” “Certo tesoro.” Guardai i miei genitori di sottecchi, erano proprio una coppia del millennio scorso. “Diana, la scuola resterà chiusa fino a nuovo ordine. Per il momento cerca di prenderti avanti.” Mi ragguardò mia madre mentre si copriva il più possibile e si metteva la maschera. “Certo.” Sussurrai distrattamente, a quel punto mia madre mi si avvicinò e mi baciò sulla fronte come quando ero piccola. “Fa la brava.” Quelle tre parole furono una prova sufficiente per farmi comprendere che la situazione era molto più grave di quel che sembrava ma non osai interrogare mia madre sulla questione già conscia che non mi avrebbe risposto. “Non garantisco.” Risposi donandole un mezzo sorriso e lei fece un sorriso sofferente. Un istante dopo stava uscendo di casa.
Pochi minuti dopo io e mio padre iniziammo ad eliminare tutto ciò che poteva essere pericoloso e rimanemmo quasi senza scorte. Fu in quel momento che il telefono squillò, risposi. “Diana, ti prego dimmi che stai bene?” “Giulio?” Domandai, ero convinta che fosse la sua voce. “Acqua capitano, sono Oreon.” Disse il ragazzo dal altra parte dello stato e quando realizzai sgranai gli occhi. “Voi piuttosto? State bene?” “Le colline ci proteggono ed evitano che le correnti colpiscano la città in pieno ma siamo in stato d’allerta. Nessuno sa bene cosa succederà. Ci sono molti agenti per le strade.” “Lo immagino. I ragazzi come stanno?” “Spaventati, ma per il resto bene…. Scusa ma non posso fermarmi qui, ci sono altre persone che devono chiamare.” “Okay, Oreon. Ci sentiamo più avanti.” “Ciao, capitano.” Continuammo a sussurrarci ciao fino a quando chiudemmo la linea e a quel punto mi accorsi dello sguardo di mio padre. “Era Oreon, il mio ex-vicecapitano.” “Sì, me lo ricordo, bravo ragazzo.” Disse mio padre preoccupato. “Io vado a prendere qualcosa da mangiare prima che le scorte dei supermercati finiscano.” Decise mio padre, lo avrei lasciato andare quando mi seri conto di una cosa. “Tu non sai fare la spesa papà, vado io.” Dissi conscia che papà non aveva mai dovuto farla in tutta la sua vita, io invece sapevo cosa prendere e in che quantità dopo aver dato un bello sguardo alle scorte. “No Diana, io sono l’adulto, io devo rischiare.” Decretò mio padre. “Non ci tengo a morire di fame e tu non ti sai muovere nei supermercati, lo sai.” Gli ricordai dirigendomi verso l’entrata. “La gente sarà spaventata, potrebbero aggredirti.” Disse bloccandomi con una stretta sulla spalla. “So badare a me stessa e sarò attenta e veloce.” Promisi mentre mi liberavo della sua presa. Lo vidi soppesare la cosa qualche istante per poi rispondere e già dalla sua espressione capii che gli stava costando molto ammettere che avessi ragione. “Va’ bene. Ma aspetta un secondo, ti do una cosa.” Mio padre sparì al piano di sopra e tornò con in mano la sua pistola. Mi sentii il sangue congelare, non mi aveva mai lasciato neanche guardarla prima d’ora al di fuori delle rarissime volte che mi aveva portata al poligono, figurarsi permettermi di portarla in giro. “L’ho caricata a salve, sai usarla e conosci le regole, tienila nascosta.” Subito la infilai nella vita dei pantaloni e la coprii con la felpa e la giacca, presi le borse e mio padre mi consegnò le chiavi della macchina. “Giuda con prudenza, la gente sarà spaventata quindi potrebbe essere più impulsiva quindi non. Attaccare. Briga.” Mi ragguardò guardandomi dritto negli occhi mentre mi passava la maschera anti-gas. “Certo.” Dissi con calma, stavo per uscire quando sentii mio padre parlare. “Ti voglio bene Diana.” Lui non lo diceva mai, non mi aveva mai detto così esplicitamente ti voglio bene da quando ero una bambina, dovetti ricacciare in dietro le lacrime e non riuscii a rispondere.
Una parte di me avrebbe voluto corrergli in contro abbracciarlo forte e dirgli che anche io gli volevo bene, che mi dispiaceva essere la peggior figlia nella storia e che non si meritava che l’odiassi, l’altra parte però era ancora molto arrabbiata con lui e non sarebbe bastato quello per sanare un legame oramai appeso ad un filo così sottile che minacciava di spezzarsi al prossimo scossone. Scoppiai a piangere mentre scendevo le scale fino al seminterrato con il parcheggio.
 
Entrata in macchina, mi imposi di ricompormi e uscii. Le strade erano un delirio, o almeno per l’epoca, se paragonato al traffico di oggi sembrerebbe una giornata normale, comunque per me trenta macchina erano già un traffico notevole cento erano il delirio. Parcheggiai vicino al alimentari più vicino e vi trovai praticamente tutto il quartiere, corsi tra le corsie per prendere quel che mi serviva e pagai alla svelta, feci il giro lungo al ritorno e raggiunsi la base dei Rivoluzionari, dove trovai solo Idorel. “Diana…” Come mi vide mi portò nel corridoio. “Qual è la situazione e quali sono gli ordini?” Domandai schietta. “Malandrino è fuori di testa. Meglio se non ti vede. Comunque sia gli ordini sono di aspettare la fine del emergenza.” “Come?” Domandai sconvolta ero convinta di dover compiere un’arringa con Malandrino per convincerlo a lasciar stare i colpi. “Malandrino è terrorizzato e dice cose insensate, ma su questo credo sia serio. Ora torna a casa o farai insospettire i tuoi.” “Felicitis è con voi?” Domandai preoccupata; la settimana scorsa l’avevano ufficialmente scacciata dal orfanotrofio, da allora dormiva alla base dei Rivoluzionari in attesa di trovare abbastanza denaro per un monolocale. “Sì, ma è meglio se la prendi tu, è praticamente scappata da scuola ed era terrorizzata, credo che abbia avuto un crollo.” Mi spiegò Idorel. “Va’ bene, dov’è?”
Quando vidi Felicitis nello stato in cui era ridotta mi sentii male: era sempre allegra, sorridente, ora invece aveva le orecchie basse, le occhiaie, gli occhi rossi e sgranati in uno stato di puro terrore. “Felicitis?” La chiamai, questa scatto e mi guardò terrorizzata, si alzò alla velocità di un fulmine e mi abbracciò. “Diana! Ti prego portami con te! Gli altri non possono! Ti prego! Farò la brava! Giuro!” “Calma, calma. Ora vieni con me, okay? Tutto si aggiusterà.” Le promisi accarezzandola, non sapevo come avrebbero reagito i miei genitori ma in quel momento me ne fregai, Felicitis era mia amica e non l’avrei abbandonata, non avrei potuto accettarlo.
 
Quando arrivai a casa mio padre aveva sigillato ogni anfratto del nostro appartamento. “Diana!” Mi chiamò ma come vide Felicitis si bloccò confuso. “È una mia compagna, non ha un posto dove andare, starà in camera mia per un po’.” Decretai trascinando Felicitis in camera mia per sistemare le sue cose.
“Quello è tuo padre?” Mi domandò Felicitis confusa. “Sì, lo so, senza la divisa ha la faccia da bravo contabile, cambierai idea quando smetterà di fare il padre apprensivo: il che significa questa sera a cena.” La informai. “Non mi ero accorta che ti assomigliasse così tanto.” Guardai Felicitis confusa e irritata: nessuno mi aveva mai paragonata a mio padre se non per quanto riguardava i problemi di rabbia. “In che senso?” Domandai seccata. “Beh, la sua faccia, è la stessa che fai tu ogni volta che vedi tornare qualcuno da una missione.” Ammise in imbarazzo, ci ragionai su qualche secondo e mi resi conto che in effetti c’era una certa somiglianza ma mi rifiutai di vedere altro di simile tra noi due. Io ero bionda, lui moro, io avevo gli occhi verdi, lui nocciola, io ero alta come donna, lui appena nella media come uomo, la sua pelle era di uno scuro caffelatte la mia dorata. L’unica cosa che avevamo in comune nel aspetto era il volto squadrato e la mascella sporgente. “Diana?” Mi richiamò Felicitis. “Si scusa, mi ero incantata. Puoi mettere la tua roba dove preferisci. Ti faccio fare un giro della casa.”
 
Mia madre non tornò quel giorno, aspettammo alla radio notizie per ore ma nessuno sembrava intento a dire qualcosa di diverso dal ordine di stare in casa se non per estreme necessità, mio padre provò a chiamare l’ufficio di mia madre più volte ma era ad una riunione straordinaria del consiglio di emergenza, ciò non impedì a mio padre di tentare ogni cinque minuti di chiamare qualunque ufficio gli venisse in mente e tutti i suoi amici al lavoro, alcuni chiamarono noi ma non fummo in grado di dire nulla in più da quel che la stampa rilasciava. A notte fonda il telefono squillò svegliandomi ma non riuscii ad uscire dalla porta che mio padre aveva già risposto. Silenziosamente camminai verso la sua stanza per carpire qualche informazione. Mi mossi quatta, quatta lungo il corridoio fino a raggiungere la stanza dei miei genitori. Lì origliai la conversazione che mio padre stava avendo con mia madre con estrema attenzione.
“Che vuol dire Luisa? Non possiamo…” Mio padre interruppe la sua sfuriata, probabilmente la mamma lo stava facendo ragionare. “Sì, lo so, ma… va bene, farò in modo che Diana non lo venga a sapere.” Rimasi immobile davanti alla stanza dei miei, mio padre parlava sempre ad alta voce quando era al telefono, quindi anche se la porta era chiusa riuscivo a sentirlo perfettamente. “Certo che non la farò uscire.” Continuò lui tranquillo. “Certo, a costo di legarla.” Continuò divertito. “Comunque com’è la situazione?” Domandò mio padre tornando serio e camminando su e giù per la stanza, gesto che faceva spesso quando era nervoso. “Certo, capisco…. Stai attenta Luisa.” Mi appoggiai alla parete, avevo un brutto presentimento. “Non possono mandare qualcun altro? Un uomo correrebbe…” Mio padre si interruppe, intuii che stava subendo un rimprovero di mia madre. “Sì, scusami Luisa... Certo, farò del mio meglio con Diana…. Ma che dici, la posso gestire!” Alzai gli occhi al cielo, si stava illudendo parecchio o stava dicendo parecchie fesserie per rassicurare mia madre. “Certo, certo, sì, non ci prenderemo a martellate a vicenda.” Continuò pacato e contro ogni previsione mantenne la promessa, certo litigammo spesso ma non arrivammo mai alle mani, forse la presenza di Felicitis aiutava però fu piacevole scoprire che potevamo convivere senza scannarci a vicenda.
“E Luisa… ti amo.” Sussurrò mio padre lasciandomi di sasso: mio padre non diceva mai quella frase, almeno non davanti a me ma iniziavo a sospettare che quei due non se lo dicessero neanche tra loro, non li avevo neanche mai visti baciarsi, per me fu strano sentire un momento d’intimità tra loro due. “Non sono smielato! Rischi la vita, sono solo preoccupato!” Mi sentii mancare le gambe: ero abituata a sapere che mio padre rischiava una pallottola in petto ogni volta che usciva di casa ma mia madre lavorava in ufficio, per quanto importante il suo lavoro negli interrogatori non era certamente così rischioso e non se ne era mai andata per più di un giorno finora. “Certo, ti saluto Diana… non credere che le dirò una cosa del genere, capirebbe tutto, adesso sei tu ad essere smielata!” Sorrisi e piansi sentendo quelle parole mentre comprendevo che la situazione era più seria di quel che credessi. “Ciao Luisa, ciao, ciao, cia’-cia’-cia’…” Come sentii chiudere la chiamata mi alzai e andai in punta dei piedi verso la mia camera. Avevo infranto l’intimità dei miei genitori abbastanza per quel giorno.
 
Così iniziarono i lunghi giorni di attesa, alla radio ripetevano all’infinito sempre le stesse informazioni come un disco rotto e non lasciavano trapelare nulla di più, i giornali lo stesso. All’epoca non avevamo una televisione a casa quindi nella mia famiglia non sapevamo nulla dai cinegiornali ma non dissero nulla di aggiuntivo da quel che appresi in seguito.
Mio padre usciva quasi tutti i giorni coperto alla perfezione con una maschera, guanti e cappotti pesanti e prendeva anche delle medicine per evitare di assorbire troppe radiazioni. Tornava la sera lasciando le scarpe fuori e per prima cosa metteva in lavanderia i suoi vestiti e si andava a lavare e comunque preferiva evitare i contatti con me e Felicitis dato che neppure lui sapeva quanto le radiazioni fossero gravi a Meddelhock, né era sapeva se avrebbe potuto trasmettercele. Nel frattempo noi ragazze passavamo tutta la giornata chiuse in casa a studiare, ogni tanto ricevevamo una chiamata breve da parte di Galahad e Garred, gli unici ad avere un telefono in casa e comunque potevano starci per pochi minuti, da loro ricevemmo anche dei messaggi da parte dei Rivoluzionari anche se non compimmo nessuna rapina o altro data la strettissima sorveglianza che si era formata con l’emergenza. Quindi Felicitis divenne la mia unica compagnia in quelle settimane di isolamento totale. Condividevamo la stanza, l’armadio, la casa, il letto e fu l’ancora di entrambe: avrei dato i numeri nel restare sola con mio padre per un mese e avendo sempre odiato l’isolamento quando prolungato, malgrado non disprezzassi qualche sporadico momento per me stessa in cui riflettere, ma così avrei perso la ragione.
Fu verso metà strada di una di quelle lunghissime giornate che una chiamata inaspettata arrivò dalla portineria del grattacielo. Felicitis stava iniziando a cucinare la cena e la stavo aiutando imparando a fare qualcosa di diverso dalla pasta e della carne grigliata, le uniche cose che mia madre sapesse cucinare. Sapevamo che mio padre sarebbe tornato nel giro di un’ora e mezza e non attendavamo certamente visite, quindi fu una sorpresa quando sentii il telefono squillare. Andai a rispondere. “Pronto, qui casa Dalla Fonte, se state cercando mio padre o mia madre non sono a casa.” Dissi meccanicamente: oramai stavo facendo da segretaria a mio padre dato il numero esorbitante di persone che lo cercava durante la giornata. “Signorina Dalla Fonte, scusi il disturbo. Sono Giorgio, il portiere. C’è un licantropo che dice di conoscerla e di avere bisogno di una mano.” Strabuzzai gli occhi. “Il nome?” Domandai malgrado avessi già intuito di chi si trattasse. Sentii un vociare dall’altro capo del telefono. “Un certo Giulio Longo. Lo stavate aspettando?” “No, ma lo lasci passare, è mio amico.” Dissi pacata. “Signorina le ricordo che il coprifuoco è quasi scattato.” “Lo so, ma lo lasci passare. Non sarebbe venuto se non fosse indispensabile.” Decretai seria. “Come volete signorina.” A quel punto misi giù il telefono e andai ad aprire la porta. “Chi è Diana?” Mi chiese Felicitis dalla cucina. “È Giulio.” Sentii che smise di tagliare le verdure a quella notizia. “Cosa ci fa qui? Vive dall’altra parte della città, e… è quasi ora del coprifuoco.” Disse lei sconvolta. “Non lo so. Lo stiamo per scoprire.” Dissi mentre attendevo lo squillo del ascensore.
Rimasi appoggiata allo stipite in attesa fino a quando non vidi una figura avvolta in un cappotto familiare e una spessa sciarpa in lana grezza da cui spuntavano solo gli occhi che parevano più gialli del solito in mezzo a tutto quel marrone; teneva delle borse piene di spesa e aveva l’aria chiaramente spossata. “Ciao Diana.” Mi salutò quando mi vide, a quel punto mi scostai chiaramente preoccupata. “Stai bene?” Domandai in ansia. “Sì, sono solo stanco.” Lo vidi un secondo tentennare in imbarazzo. “Senti… non riesco a tornare a casa per il coprifuoco… potrei….” “Non serve che tu chieda, entra pure. Solo lascia le scarpe fuori e lasciami le buste.” Lui mi porse le quattro borse in stoffa, erano decisamente pesanti e le portai dentro mentre Giulio si spogliava. A quel punto gli lanciai un’occhiata: era stravolto, aveva le occhiaie enormi e pareva chiaramente denutrito, lanciai un’occhiata alle borse e notando i componenti umanoidi, a quanto pare la situazione a casa sua si era fatta insostenibile se erano dovuti andare dall’altra parte della città per quelli. “Dove posso lasciare la roba?” Mi domandò dopo aver salutato Felicitis. “Seguimi, meglio lavare tutto.” Mentre dicevo questo lo condussi in lavanderia dove recuperai un’altra bacinella, la riempii d’acqua accanto a quella di mio padre, e la riempii di sapone in polvere e altre sostanze chimiche che non ricordo. “Lascia in ammollo la giacca e la sciarpa. Non fa moltissimo ma sempre meglio di niente.” Gli spiegai. “Grazie.” Disse Giulio spogliandosi e riponendo gli indumenti nella bacinella chinandosi davanti a me. Non resistetti all’istinto di avvicinarmi a lui di accarezzargli i capelli, Giulio alzò lo sguardo fece per avvicinarsi ma tentennò un secondo. “Diana… non dovremmo… sono stato fuori tutto il giorno.” “Immaginavo.” Sussurrai allontanando con riluttanza la mano. “Vuoi farti una doccia? Ti accompagno.” Gli proposi preoccupata per le occhiaie che si erano formate sotto i suoi occhi. “Grazie ma… non vorrei sfruttare troppo dell’ospitalità.” Disse in imbarazzo. “La padrona di casa sono io e sarebbe un problema se non dimostrassi ospitalità verso il mio fidanzato.” A quelle parole un sorriso sincero comparve tra le sue labbra. “Allora ti ricordi ancora della mia proposta.” “Certo che me la ricordo. Sei tu che me l’hai fatta nel momento poco opportuno.” Risposi sorridendogli dolcemente, per poi sospirare un secondo ripensando alla nostra ultima discussione. “E, senti, Giulio. L’ultima volta che ci siamo visti… ho esagerato: non avrei dovuto dire quelle cose, sono stata insensibile. Mi dispiace.” Ammisi a capo chino. “Ehi.” Mi richiamò Giulio facendomi alzare lo sguardo. “Accetto le tue scuse.” Gli sorrisi teneramente e lo condussi verso il bagno che generalmente veniva usato da mio padre al piano superiore.
Lì Giulio iniziò a spogliarsi ma quando notò che ero rimasta sullo stipite mi lanciò un’occhiata divertita. “Vuole unirsi a me signorina?” Mi chiese con fare galante, facendomi sorgere un sorriso vispo. “Stavo valutando.” Risposi mordicchiandomi evidentemente il labbro per provocarlo. “Ma mi sembri piuttosto stanco, ti lascio in pace. Ti vado a prendere un accappatoio pulito.” Sussurrai per poi chiudere la porta del bagno dietro di me e trotterellare di sotto dove vidi Felicitis fissarmi con un leggero rimprovero. “Cosa c’è?” Domandai confusa. “Vi ho sentiti. Diana non dovresti fare certe cose prima del matrimonio.” Mi rimproverò. “Felicitis non mi fare la predica, non servirebbe: i danno, per così dire, l’abbiamo già fatto.” A quel punto la vidi sbiancare. “Diana! Non pensi alla tua purezza!” La guardai di sbieco. “Felicitis… non ho mai fatto nessun voto di castità, non sto infrangendo nessuna promessa verso la Luna, il Sole o qualsiasi Astro se può farti sentire meglio. E prima che tu inizi a parlarmi del rischio di gravidanza: so prevenirlo, non sarò maggiorenne ma per comprare dei preservativi non serve esserlo.” Gli ricordai leggermente irritata mentre mi dirigevo in lavanderia per prendere un accappatoio pulito. “Come sarebbe a dire che non hai fatto il voto di castità? All’orfanotrofio ci hanno obbligate dicendoci che chi non lo faceva saremmo… finite nel Oblio.” Felicitis sussurrò l’ultima parte, io mi voltai e alzai un sopracciglio. “Felicitis i testi dicono che infrangere un giuramento agli dei ti fa finire al Oblio. Non è scritto da nessuna parte che le donne debbano essere caste e, credimi, le ho lette le scritture: il sacerdote della mia città è anche stato il mio insegnante di religione fino alle superiori e ha spiegato la questione a tutta la classe quando noi ragazze abbiamo iniziato ad avere il mestruo.” Spiegai alzando la voce mentre rovistavo tra gli asciugamani puliti per farmi sentire. Quando trovai l’accappatoio uscii e a quel punto Felicitis mi fissò malamente. “Sarebbe stato più rispettoso verso le tradizioni.” “Forse. Ma io ho scelto questo e non me ne pento: ho fatto certamente degli errori, anzi ultimamente non faccio altro che questi.” Ammisi inclinando leggermente il tono della voce. “Ma da essi ho imparato molto più di quello che avrei potuto apprendere se non avessi mai sbagliato.” Conclusi con un mezzo sorriso. Sentii che Felicitis stava per aggiungere qualcosa ma si trattenne. “Cosa c’è che non va’?” Le domandai appoggiandomi al tavolo. Felicitis mi fissò per qualche secondo e poi confessò quello che la turbava. “Alle volte ti odio Diana. Tu fai sempre quel che vuoi, te ne freghi del giudizio altrui e hai molte più possibilità di tutti noi messi assieme ma te ne freghi. Per di più tu hai sempre scelto cosa essere, invece a me è sempre stato impossibile scegliere. Non ho scelto di restare orfana e di vivere in uno schifoso orfanotrofio sovrappopolato mentre guardavo tutti i bambini andarsene quasi subito mentre io aspettavo di raggiungere i vent’anni o che l’assicurazione finisse per andarmene da lì, non ho mai potuto scegliere nulla della mia vita, anche l’essermi unita ai Rivoluzionari è stata una scelta forzata.” Si bloccò un secondo, mentre vedevo il suo sguardo e le sue orecchie abbassarsi mentre le sue braccia si stavano stringendo tra loro come in un abbraccio disperato. “Ogni tanto credo che non sarei in grado di prendere nessuna scelta da sola. Infondo sono solo una piccola fauna, che speranze ho contro un modo così grande?” Un tenue calore mi avvolse e la strinsi a me, la sentii irrigidirsi per un istante poi però rispose al abbraccio. “Felicitis tu non te ne rendi conto ma non necessiti di possedere ciò che è mio o di eguagliarmi in ogni arte per diventare magnifica, poiché, mia piccola ed immensa principessa, sei già in possesso di tutte le armi che mai potresti desiderare.” Sussurrai dolcemente delle parole che avevano usato con me molto tempo fa. “Ha un’aria familiare questo discorso.” Ammise Felicitis sorridente, non mi sorprese che lo conoscesse, in fondo frequentava i corsi del classico. “Bergebaldo, La Libris liberata, 1425, terza Era, è il discorso che Fergore, il protagonista, attua alla principessa Isabella di Libris prima che venga venduta al suo re per portare la pace.” Spiegai. “Come conosci questo passaggio?” Mi domandò Felicitis sorpresa. “Non è quello il punto Felicitis: il punto è che tu hai già le tue armi, le tue doti, devi solo trovarle e affinarle e su questo purtroppo non ti posso aiutare poiché sono di quanto più distante da te potrei mai essere ma questo non vuol dire che anche tu possa diventare grande.” Felicitis mi sorrise, e sussurrò qualcosa di simile ad un grazie, stavo per aggiungere del altro però Giulio mi chiamò. “Torno tra poco.” Pormisi salendo al piano superiore dove consegnai l’accappatoio a Giulio.
 
“Ecco qui, spero ti stia.” Dissi consegnandoglielo. “Grazie.” Sussurrò lui. “Seguimi adesso ti do un cambio d’abiti e mettiamo a lavare quello che hai usato oggi.” Dissi afferrando la cesta in cui Giulio aveva lasciato i suoi vestiti. “Aspetta, li tengo io.” Disse prendendomela dalle mani, gli sorrisi e gli feci cenno di seguirmi. Rubai una vecchia maglia e dei pantaloni a mio padre e dopo qualche insistenza Giulio se li mise. “Se prima tuo padre non mi sopportava adesso mi odierà.” Sussurrò Giulio nervoso mentre si metteva i vestiti. “Per una lavatrice in più, serio?” Domandai scettica. “Diana… sono un Altro, alcune persone non mi permetterebbero neanche di avvicinarsi a loro. Anche prima con il portiere ho dovuto insistere parecchio prima che si decidesse a chiamarti.” Mi spiegò. “Come scusa?” Domandai già irritata, Giulio sospirò e iniziò a spiegarmi. “Non mi ha lasciato neanche entrare nel edificio fino a quando non gli hai detto di lasciarmi salire, e non ti ha chiamata fino a quando non ho detto il tuo numero di telefono, descritto il percorso per arrivare a casa tua e anche dopo ha avuto parecchie reticenze. Ad essere sincero ero quasi tentato di fare il giro per la scala antincendio ma oramai era diventata una questione di principio quindi ho insistito per quasi mezzora prima di riuscire a salire.” Sentii i miei pugni stringersi con forza mano a mano che andava avanti con la storia. “Io lo ammazzo quello….” Sussurrai incazzata, a quel punto Giulio mi si avvicinò e mi accarezzò dolcemente il viso. “Tranquilla, ne è valsa la pensa.” Mi lasciai accarezzare ma continuai a parlare. “Non è questo il punto, lo sai.” Sussurrai stringendogli dolcemente i capelli che in questo mese si erano fatti un po’ più lunghi. “Lo so.” “Ti garantisco che gli do una strigliata a quello.” Sussurrai. “Non fare scenate Diana, peggioreresti la situazione.” “Allora gli ordinerò gentilmente di chiamare a casa sempre se gli sorge un dubbio sulle mie conoscenze.” Sussurrai dolcemente per poi baciarlo a fior di labbra ma Giulio mi strinse a sé e approfondì il bacio, ebbi un attimo di esitazione ma lasciai che le mie paure mi scivolassero addosso poiché sapevo e soprattutto sentivo di essere al sicuro tra le sue braccia. Dopo qualche minuto però mi resi conto di una cosa. “Giulio… questa è la camera dei miei vecchi.” Sussurrai nervosa, a quelle parole Giulio arrossì e fece una risatina nervosa. “Adesso è sicuro che mi uccide.” Sussurrò facendo per uscire ma una vecchia foto lo colpì.
 
“Diana quella sei tu?” Mi domandò indicando un bambino con indosso un enorme copricapo seduto sopra ad un cammello tenuto fermo da una donna chiaramente caucasica vestita da nomade del deserto e un uomo dalla pelle così scura da apparire nera tipica dei nomadi. “No, quello è mio padre da piccolo assieme a mia nonna e mio nonno.” Sussurrai dolcemente per poi accarezzare la foto di mia nonna lì accanto. “È l’unica foto decente che avessero di mio nonno, sai lui… amava fare le foto quindi non abbiamo molti suoi ritratti e non volevamo usare la sua fototessera per il tempio di famiglia.” Sussurrai mentre guardavo il ritratto dei genitori di mia nonna e una foto risalente al 1950 dove si vedevano i miei bisnonni paterni seduti accanto al antropologo Ferzeri, unico ritratto che possedevamo dei genitori di mio nonno, poi c’erano un altro piccolo ritratto dei miei trisavoli dalla parte di mia nonna ma non c’era altro, era un altare di famiglia molto scarno. Giulio fissò per qualche istante le foto e i ritratti con molta attenzione. “Assomigli molto ai tuoi nonni, sai?” “Sì, me lo diceva spesso anche la nonna.” Sussurrai mentre mi veniva un magone in gola. “Diana, tutto bene?” “Sì, non è nulla.” Sussurrai asciugandomi le lacrime e poi uscire. Non potevo mettermi a piangere come una bambina: oramai erano passati quattro anni dovevo farmene una ragione che mia nonna non ci fosse più.
Quando scendemmo per le scale riprese il discorso. “Non ho visto le foto dei genitori di tua madre.” Silenziosamente lo ringraziai per aver cambiato argomento. “Mia madre non ha mai avuto dei genitori: è cresciuta in orfanotrofio da quando è nata.” Spiegai, probabilmente avevo alzato la voce più di quanto immaginassi perché Felicitis si voltò verso di me sorpresa. “Davvero? Non lo sapevo.” Feci un cenno di indifferenza con le spalle alle parole di Felicitis. “Non ne parla spesso e preferisce che io non lo sbandieri ai quattro venti.” Spiegai placida mentre tornavo in cucina per aiutare la mia amica lasciando cadere l’argomento ma sentendo gli occhi scuri di Felicitis su di me alzai lo sguardo e le sorrisi cercando di incoraggiarla e di dirle che anche per lei le cose sarebbero andate bene. Lei rispose con un mezzo sorriso rassegnato e disilluso per poi cambiare discorso. “Ah, Giulio, ho messo ciò che è deperibile in un angolo del frigo, il resto l’ho lasciato nelle borse.” Gli comunicò Felicitis quando questi le fu vicino. “Grazie e scusami per il disturbo.” “Figurati, per così poco.” Disse Felicitis tornando a cucinare.
 
Quasi trequarti d’ora dopo mio padre arrivò e ci trovò tutti e tre seduti sul divano ad attenderlo. Come vide Giulio gli lanciò uno sguardo omicida. “Che ci fai qui?” Domandò irritato, Giulio mi lanciò un’occhiata, forse in attesa che dicessi qualcosa ma in un istante comprese che non mi sarei intromessa e gli rispose. “Ho dovuto girare per mezza città per trovare dei componenti umanoidi e fare la spesa per la mia famiglia, ho fatto più tardi del previsto e siccome vivo lontano da qui devo usare gli autobus per muovermi ma data la crisi molte corse sono state cancellate e non sono riuscito a prendere l’ultima corsa della giornata. Sarei anche tornato a casa a piedi ma la multa per chi è fuori oltre il coprifuoco è molto salata ed è una spesa che la mia famiglia non si può permettere allo stato attuale.” Mio padre lo squadrò per qualche altro minuto da capo a piedi e andò a mettere a lavare i suoi vestiti senza più rivolgerci la parola. La cena venne consumata velocemente e mio padre se ne andò in camera sua senza dire una parola. “Beh, è andata benino.” Scherzò Giulio quando fummo solo noi giovani. “Benino? Diana tuo padre fa paura quanto la Superiora del mio orfanotrofio ed è tutto dire.” Esclamò Felicitis sconcertata dal comportamento di mio padre. “Te lo avevo detto che si stava trattenendo finora.” Dissi divertita.
 
Pochi minuti dopo Felicitis andò in camera mia ed io rimasi sul divano con Giulio. Dopo i primi tentennamenti da parte di entrambi lo accompagnai silenziosamente verso la sala degli allenamenti e lì ci baciammo come non facevamo da un po’, non andammo oltre ma non ebbi paura. Non era che avessi dimenticato quel che era successo l’ultima volta che Giulio era dovuto venire a dormire da me, anzi ogni tanto quel angoscia mi invadeva, semplicemente decisi che non mi potevo lasciare condizionare da quello che mi era successo in eterno e il discorso che mi aveva fatto Orion mi fu d’aiuto anche in quella occasione.
 
Il mattino seguente, appena la giacca fu totalmente asciugata io e Felicitis salutammo Giulio sotto lo sguardo severo di mio padre. Giulio stava per andarsene ma la voce di mio padre lo bloccò. “Ragazzo!” Giulio si pietrificò sul posto. “Vedi di non mettere più piede qui dentro senza prima avvisare. E bada a ciò che combini: se metti in cinta mia figlia o la fai soffrire in qualsiasi modo sei morto. Non supporto quel che state facendo, sinceramente spero che rinsaviate e capiate che quello che state vivendo non è la realtà, ma un mondo di favole dove le cose vanno sempre bene alla fine. Tuttavia, se proprio non puoi farne a meno di vivere nel tuo mondo di fatato con mia figlia, vedi quanto meno di non distruggerla.” Mi voltai adirata e probabilmente gli sarei saltata addosso se Giulio non mi avesse bloccato. “Signore se crede che io non mi renda conto o che sua figlia non si renda conto di cosa significa una coppia come la nostra perché siamo giovani forse dovrebbe ripensare alla notte in cui ci siamo conosciuti. Forse è vero, stiamo vivendo una favola, ma una favola molto reale signore. E, per quanto lei creda il contrario, io rispetto Diana come donna, compagnia e amica. E ora, con permesso, devo pensare alla mia famiglia che è da più di un mese che non si nutre a dovere.” Rispose Giulio andandosene chiaramente irritato e quando chiuse la porta mi avvicinai a grandi falcate verso mio padre. “Si può sapere qual è il tuo problema?” Domandai mentre Felicitis cercava di tenermi ferma stringendomi il braccio destro. “Il mio problema, Diana, è che non voglio assistere nuovamente ad una scena come quella di un mese fa.” E con queste parole si voltò e andò in camera sua e maledissi il fatto che fosse domenica, il suo unico giorno di riposo.
“A cosa si riferiva prima Diana?” Mi domandò Felicitis preoccupata. Sospirai: non avevamo detto a nessuno dell’incidente per evita problemi o difficoltà inutili. “Ne parliamo in camera mia.” Le promisi conducendola. Pochi istanti dopo, a seguito di un mio lungo tentennamento, riuscii a dirle ciò che era successo il 29 agosto 2023 della terza Era. Lei rimase in silenzio e ascoltò ciò che avevo da dirle, le spiegai ciò che era successo, la paura e la rabbia che si erano mischiate in quel momento, la lealtà e la premura di Giulio e l’ipocrisia dei miei genitori. Felicitis non rimase mai così a lungo in silenzio come quella mattina. A discorso finito ero praticamente in lacrime ma mi rifiutavo di lasciarmi confortare oltre, lei lo comprese, non cercò di avvicinarsi, non tentò di consolarmi impacciatamente, semplicemente attese che la ferita non facesse più così male. “Sai…” Iniziai dopo un po’ mentre mi asciugavo le lacrime. “Ieri sono finalmente riuscita a stare accanto a Giulio, a toccarlo e a baciarlo. Prima facevo fatica anche solo a farmi abbracciare.” Dissi sconsolata. “Sarebbe strano il contrario Diana.” “Lo so, ma io sono sempre stata quella forte, quella su cui gli altri possono contare. Essere quella che deve essere aiutata mi fa incazzare, soprattutto perché è stato Giulio ad essere stato picchiato, ammanettato e minacciato. A me hanno solo lasciato un paio di lividi.” Fu allora che Felicitis si avvicinò di un poco. “Diana, sarebbe stato strano se non avessi sofferto. Senti io non ho mai subito nulla di simile ma… sono anch’io una donna e se fosse successo a me dubito che avrei reagito come te. Diana tu non devi rimproverarti per questo: hai subito un trauma, devi concederti il tempo per guarire. E se Giulio non lo capisce…” “No. È stato molto comprensivo, anzi temo di non avergli dato tutte le attenzioni che si meritava.” Ammisi con un mezzo sorriso. “Ieri sera l’ho voluto: ne ero spaventata un po’ ma l’ho desiderato sinceramente e non me ne sono pentita perché ero al sicuro e lo sapevo, lo sentivo.” Le spiegai mentre vedevo una scintilla di curiosità in Felicitis che non ringrazierò mai abbastanza per questo dato che, probabilmente, fu grazie a quella lunga chiacchierata se ora riesco a parlarne con lucidità.
 
L’emergenza durò ancora per poco a Meddelhok, fortunatamente. Meno di un mese dopo il suo inizio e pareva che la nube tossica se ne fosse andata, merito del vento dicevano ma ci consigliarono di non comprare certi prodotti per un bel po’ di tempo e non comprare niente che venisse dalla zona sud del est aldilà della catena montuosa della Luna. Riuscii a sentire i miei amici di sempre un paio di volte durante quelle settimane e mi spiegarono che la situazione era sotto controllo oramai anche se loro sarebbero dovuti restare a casa per ancora qualche settimana dato che Lovaris, per quanto protetta dalle montagne, era pur sempre più vicina.
Durante quel periodo mi informai il più possibile sulle radiazioni e i loro effetti collaterali, ma tutto quello che trovai fu meno di niente: i giornali restavano sempre sul vago, e ogni volta che alla radio parlava un esperto non riuscivo a comprendere tutto dato che non sapevo nulla di fisica nucleare, ma da quel poco che dissero compresi che le radiazioni oramai sarebbero scomparse solo tra un centinaio di anni e che, nel frattempo, si sarebbero distribuite nell’atmosfera fino a diventare relativamente inoffensive, anzi da quel che ci dicevano la nube che era passata sopra a Meddelhock era già piuttosto debole, rispetto a quando avevano fatto saltare il laboratorio, ma non inoffensiva. In seguito si scoprì che quegli esperti non sapevano praticamente nulla rispetto alla gente che lavorava in quel laboratorio e che avevano anche rilasciato un mucchio di fandonie per rassicurare la popolazione.
Sinceramente non mi ero quasi resa conto del tempo che trascorreva poiché la scuola ci aveva mandava settimanalmente una lettera con il programma da seguire, fare da soli le lezioni fu strano ma ero contenta che ci fosse Felicitis con me o sarei rimasta in dietro con il programma sicuramente. La parte più strana fu non avere notizie neanche da Malandrino, da Orion o da chiunque altro dei Rivoluzionari. E la cosa fu snervante. Per giunta ogni giorno ripetevano le stesse notizie catastrofiche e l’unico modo che trovai per accettare la situazione fu continuare a ripetermi che avevamo perso solo del territorio desertico e che tutto ciò non avrebbe cambiato la mia vita, ma sapevo che mi stavo solo illudendo.
Ma malgrado tutti i disastri che quel mese di terrore aveva causato quella situazione mi era aveva concesso qualcosa che prima non avevo: tempo libero. Così iniziai a scrivere un volantino per sfogare la mia frustrazione in qualcosa di produttivo, non avevo intenzione di mostrarlo a nessuno, fu solo grazie all’insistenza di Felicitis se il giorno dopo la fine dell’emergenza mostrammo il nostro lavoro ad Orion, il quale ne fu entusiasta e una settimana dopo spargemmo quei volantini all’entrata di tutti gli uffici possibili ed inimmaginabili. Gahad per giunta aveva avuto la mia stessa idea per passare il tempo durante l’emergenza quindi due settimane dopo i suoi volantini riempirono le strade, inutile dire che i suoi fecero più scalpore. Ammetto che provai un po’ di invidia nei suoi confronti ma fui contenta per lui.
Quello stesso pomeriggio Malandrino ci aggiornò su un nuovo piano per fare soldi facili su cui aveva potuto lavorare e accennò qualcosa su un nuovo colpo grosso che era quasi pronto. Fece molto il misterioso su cosa si trattasse ma quello che preoccupava noi ragazzi era il fatto che da quando eravamo tornati Malandrino si comportava in maniera più spaventosa del solito, era come se fosse sempre sul punto di esplodere e distruggere tutto quello che lo circondava. E questo andava oltre alle innumerevoli rapine ed atti di vandalismo che aveva indetto: i suoi occhi neri mi fissavano spesso in maniera strana e questo preoccupava Giulio che iniziò a starmi sempre appiccicato quando c’era Malandrino nei dintorni, e se non c’era lui Vanilla o Felicitis prendevano il suo posto altrettanto preoccupate per la questione. Da una parte mi faceva piacere che si preoccupassero per me, ma dall’altra sentivo che l’unico modo che avevo per capire cosa Malandrino volesse da me fosse stare da sola con lui e avrei di gran lunga preferito comprendere a cosa era dovuto quel suo sguardo strano piuttosto di vivere nel dubbio.
 
Ovviamente, quando l’emergenza si concluse, milioni di persone iniziarono a chiedersi come avessero scoperto della tossicità delle radiazioni e si scoprì che molti dipendenti che avevano maneggiato le sostanze radioattive erano rimasti malati di cancro, fu anche la prima volta che sentii parlare di questa malattia in vita mia e mi dovetti informare. Scoprii anche che per la maggior parte si trattava di Altri usati per i lavori di fatica, la cosa non mi sorprese ma mi fece infuriare comunque. Conclusasi l’emergenza Malandrino si scatenò facendoci appendere cartelloni in giro per tutta la città e vandalizzare diversi laboratori per andare contro le ricerche sul nucleare e a quella diabolica bomba. Non fummo gli unici a scatenarci contro quella robaccia, tutto il mondo si rivoltò, sapevamo che era deserto ma perdere tutti quei territori per gli esperimenti svolti per una sola bomba e una misera centrale elettrica pareva troppo a tutti, quella fu una delle poche volte che vidi umani e Altri in pari misura andare contro qualcosa assieme, manifestando e urlando le stesse frasi, sarà stupido ma una parte di me pensò che forse quello era un primo passo per far convivere umani e Altri ma ovviamente mi sbagliavo, bastò che attuassero la legge del 1° gennaio del 2024 contro l’uso del nucleare in qualsiasi forma e circostanza e tutto tornò come prima. Nel giro di un paio di mesi la città parve dimenticarsi della questione e comunque già da prima dovemmo andare avanti con le nostre vite: la gente tornò al lavoro, i ragazzi e i bambini a scuola e ben presto quelle poche notizie che arrivavano a tal proposito erano sempre più vaghe e rare. E anche io cercai di dimenticarmene.
 
Ma ben prima che tutto questo avvenisse mia madre tornò a casa e quasi nello stesso giorno Felicitis tornò alla sua vita da senzatetto-studente-terrorista. Ricominciare però fu strano, tornare alla normalità, oramai mi ero quasi abituata a quegli strani ritmi casalinghi, però ringraziai il Sole e la Luna di questo poiché potei finalmente riabbracciare tutti.
 
 
 

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Capitolo 11
*** 10. Storie e Segreti ***


10. Storie e segreti
 
Il 28 di ottobre, otto giorni dopo la fine dell’emergenza, io e Giulio ci mettemmo a parlare di lavoro. “Allora pronto per sta sera?” Gli domandai cercando di instaurare una conversazione mentre stampavamo il volantino scritto da Galahad che ben presto avremmo sparso in giro per la città. “Sì.” Rispose seccato. “E tu sei pronta per la festa?” Feci un cenno affermativo ma confermato il suo cattivo umore decisi di approfondire. “Giulio che cos’hai?” Gli domandai avvicinandomi un po’.  Lo vidi esitare un secondo per poi sospirare rassegnato. “Avrei dovuto cacciarti fuori da quella stanza quando ti ho vista varcare quella soglia la prima volta, ora invece sei incastrata quanto noi.” Ringhiò sconsolato. “Giulio non devi fartene una colpa, sono stata io ad accettare. E anche se fosse nessuno di voi poteva fare niente: nello stesso istante in cui ho sbirciato in questo mondo la scelta era farne parte o essere uccisa.” Gli ricordai per poi prenderlo per la nuca obbligandolo a voltarsi verso di me, feci coincidere le nostre fronti per di calmarlo. “Per di più voi avete fatto il possibile per tenermi lontana da questa vita, sono stata io a volermi impicciare a tutti i costi.” Sussurrai, per un istante Giulio trasse un profondo respiro ed iniziò a strofinare la sua fronte sulla mia e mi baciò, fu innocente ma intenso di quelli di cui vuoi prolungare il contatto il più a lungo possibile anche se sai che non dovresti. “E comunque non temere se mai un giorno volessimo possiamo scappare.” Lo rassicurai con un sorrisetto divertito. “Tu potresti, io sono incastrato qui.” Mi ricordò amaramente e mi diedi della stupida per aver detto quella cosa: sapevo perfettamente che neanche se Giulio lo avesse desiderato profondamente avrebbe mai potuto lasciare la città in maniera stabile senza passare per una lunga e complessa burocrazia ed essere disconosciuto dal suo branco che all’epoca era considerata un pena quasi al pari della morte per i licantropi dato che si perdeva l’appoggio della comunità in cui si era cresciuti.
Andrea aveva cercato di spiegarmelo una volta in questo modo: per un licantropo il branco è la preoccupazione primaria, bisogna agire sempre pensando di fare del bene per questo e lui agirà sempre in tuo favore, sono la famiglia, la casa e ciò che si ha di più prezioso e perderli significa che una parte di te è morta.
“Cambiando argomento, sei riuscito a dirlo a tua madre?” Gli domandai dato che l’altro giorno mi aveva detto che lo avrebbe fatto. Giulio abbassò lo sguardo, in imbarazzo. “Non glie l’hai ancora detto?” Domandai già immaginandomi la sequela di scuse, mi dovetti sforzare per non incavolarmi e mi ripetei di non fare la stronza sulla questione dato che ero l’ultima che potesse fare la predica. “Ci sono andato vicino questa volta, ma ogni volta che ci provo mi blocco.” Mi informò Giulio. “Ti vergogni di me?” Domandai, pentendomi subito di averlo chiesto: maledicendo la mia linguaccia. “Cosa!?! No! Diana, tu sei fantastica! Non mi vergognerei mai di te. Ho solo paura che non capisca.” Ammise Giulio. “È tanto restrittiva?” Domandai confusa. “No, solo temo di deluderla, voglio molto bene a lei, alla mia famiglia e al mio branco e temo che rischierei di essere scacciato se lo sapessero.” Tornai a concentrarmi sui volantini mentre sentivo un forte senso di rabbia pervadermi. “Se il tuo branco è così importante allora perché continui a frequentarmi?” Domandai con asprezza e a quel punto Giulio mi fissò dritto negli occhi chiaramente incazzato. “Forse perché sei importante quanto loro. E forse perché ho paura che non ti accettino.” Il suo tono era chiaramente furioso, ma non aveva alzato la voce.
Mi bloccai un secondo e mi imposi di non rispondere a tono o quanto meno di non incazzarmi. “Ha senso quel che dici Giulio, queste relazioni non sono molto facili. E capisco che tu ti senta insicuro su tale argomento, per di più io non sono neanche esattamente l’esempio di brava mogliettina. Però credo che se continueremo a rimandare la questione quando arriverà il momento questo arriverà nel peggiore dei modi.” Spiegai riprendendo il mio lavoro, a quel punto Giulio posò lo sguardo su di me. “Hai ragione, dammi solo un altro po’ di tempo.” Sospirai, avrei voluto dirgliene quattro ma sapevo che non avrebbe risolto nulla urlando come una bambina capricciosa. “Dimmi la verità: hai paura che scoprano quanto sono inetta come casalinga, è per questo che continui a rimandare?” Domandai e a quel punto Giulio mi sorrise. “Mhm, potrebbe essere una delle ragioni in effetti. Ma per me va bene anche dividerci i lavori in casa.” Scherzò lui. “Un buon vecchio cinquanta e cinquanta?” Domandai divertita. “Mi sembra appropriato. E, comunque sia, quello odiato dai futuri suoceri sono io, trovo difficile che ti odieranno più di quanto tuo padre odi me.” Ammise Giulio scompigliandomi i capelli, gli afferrai la mano saldamente e gli sorrisi divertita. “Nooooo, non ti odia, solo… ce l’ha con te perché do più retta a te che a lui. Se ti odiasse saresti in prigione, poco ma sicuro.” Lo informai lasciandogli andare la mano. “Oh, mi sento più tranquillo allora.” Disse mentre scoppiavamo a ridere.
 
Arrivata a casa ero da sola, i miei erano fuori città per il resto della settimana per una qualche indagine di cui non mi potevano parlare, come se specificarlo cambiasse qualcosa dal solito visto che di lavoro a casa non ne parlavano neanche sotto tortura.
Prima dell’operazione riuscii ad ingerire appena un po’ di yogurt a causa dell’agitazione che si era impossessata di me e, per cercare di tranquillizzarmi, mi ripassai con calma il piano malgrado la parte che spettasse a me fosse relativamente inutile.
I sette ragazzi che aspettavo arrivarono verso le nove; alcuni di quei sette li conoscevo appena o non li conoscevo affatto. Si prepararono per l’operazione e uscirono per la scala antiincendio che dava in un vicolo buio, ottimo per scappare inosservati, e che era una strada diretta verso l’obbiettivo. Quando se ne andarono mi vestii da festa e attaccai un disco che riproduceva alla perfezione l’atmosfera di una festa in casa, era anche l’unico disco che possedevo senza la musica deviante, meglio conosciuta come rock che ascoltavo di solito. Alle undici precise avevo finito di preparare gli stuzzichini della festa, sapevo che sarebbero tornati tardi e dopo un colpo avrebbero di sicuro avuto fame: non sopportando stare lì ad attendere i ragazzi con le mani in mano, così le avevo occupate con qualcosa di anche solo vagamente utile. Mi sorprese il fatto che mi avevano lasciata fuori dall’azione dato che stavo diventando una dei migliori tiratori e che Malandrino amava spedirmi in missioni difficili dove avrei potuto rischiare la vita. E, personalmente, lo preferivo a restare in sospeso a pregare che tornassero tutti a casa sani e salvi.
Verso l’una tornarono e aprii loro la finestra della mia camera. “Volete del cibo?” A quelle parole tutti si voltarono verso di me riacquisendo il buon umore in un secondo. “Sei una grande Diana.” Disse Garred che dopo una missione avrebbe divorato una balena. Distribuiti i piatti e finito di mangiare uscirono con i borsoni, che ufficialmente contenevano il materiale per la festa, ufficiosamente la refurtiva.
 
Il giorno seguente toccò a me fare rapporto poiché avevo perso alla eliminazione della sera precedente. Usavamo questa tecnica soprattutto perché recentemente nessuno voleva avere direttamente a che fare con Malandrino, quindi ce l’eravamo giocata a dadi. “Allora quanto avete fatto?” Mi chiese Malandrino davanti al suo libro mastro già pronto a segnarsi la cifra. “Quattro e mezzo.” Gli risposi e lui sorrise. “Perfetto!” Disse battendo le mani e strofinandosele. “Siamo quasi pronti! Manca poco, d’avvero poco!” Esclamò ignorando del tutto il resto che gli dovevo dire e mi ritrovai a rimirare quelle spalle da cui non avevo mai visto spuntare delle ali di libellula. Era qualcosa che mia aveva stranito fin da subito dato che, di norma, le ali dei folletti erano abbastanza grandi da equiparare se non addirittura superare la lunghezza delle braccia, quindi non facili da nascondere. “Senti...” Mi ritrovai a sussurrare senza neanche rendermene conto. “Cosa vuoi!?!” Mi abbaiò contro girandosi. “Niente… una cosa stupida.” Dissi cercando di evitare il discorso, non volevo d’avvero chiederglielo, tutta colpa di una stupida scommessa che avevo perso. “No, parla adesso voglio sentire!” Decretò arrabbiato. “Molti di noi ragazzi si stanno chiedendo perché non hai….”Non dovetti completare la frase, mi fu subito chiaro che comprese di quello di cui stavo parlando: quello sguardo nero come l’inchiostro che mi stava perforando l’anima parlava da sé.
Devo ammettere che anche io ero incuriosiva dalla risposta infondo: nessuno, neppure Orion, sapeva con esattezza perché non avesse le classiche ali, molti sospettavano che fosse nato storpio, ma lo trovavo strano dato che in tal caso avrebbe avuto altri segni di malformazione.
Tuttavia non mi aspettavo una risposta, anzi, mi stavo domandando quando sarebbe arrivata la sfuriata ma mi sorprese quando, dopo essersi voltato, con un gesto lento e seccato si alzò la maglia.
Un senso di ripudio, terrore e fascino si impossessò di me chiudendomi la bocca dello stomaco; una parte di me voleva distogliere lo sguardo, ma l’altra voleva studiare quella scena macabra: le sue ali erano state estirpate rozzamente, sulla destra rimaneva solamente un solco bitorzoluto con chiari e profondi segni da tagli irregolare che mi fecero rabbrividire mentre comprendevo che dovevano aver usato un coltello non particolarmente affilato per farlo, sulla sinistra rimaneva appena l’estremità, il resto del ala era stata strappata, spezzata con brutalità, la cosa impressionante era che quella sorta di mozzicone che gli era rimasto si muoveva ancora, ma con una tale debolezza che mi sentii in pena.
“Ma chi… cosa è successo?” Avevo la voce ridotta a un sospiro, mozzata da un tremito trattenuto, non avevo mai visto nessuna mutilazione finora e quella vista mi fece rabbrividire malgrado non abbia mai posseduto delle ali. “Degli agenti S.C.A., ecco cosa è successo.” Mi spiegò e per la prima volta da settimane parlò con lucidità, decisi di lasciarlo stare e di non approfondire. Stavo per voltarmi ed uscire dal suo ufficio quando mi blocco con le sue parole. “Sai Umana, non l’ho mai raccontato a nessuno. Ma credo che tu debba sapere di cosa è effettivamente capace la tua razza, quali abomini e sofferenze causano a tutti noi.” Mi voltai e notai la sua espressione: era seria e piena d’ira e rancore. Fece cenno di accomodarmi con un gesto teatrale che trasudava disprezzo, intuii di non avere altra scelta e mi sedetti su una delle due logore poltrone.
 
Non modificherò ciò che disse perché la sua è una testimonianza e anche se fosse ancora oggi ricordo molto bene quel discorso, lo riportai sul diario appena tornata a casa quella sera quindi credo che queste siano effettivamente le parole che usò.
“Ventisei anni fa io, che allora ero ancora Giordano Sezio facevo parte di un gruppetto di attacca brighe: piccoli furti, imbrattamento e qualche piccolo atto vandalico. Non avevo mai avuto problemi, nonostante fossi giovane e inesperto riuscivo sempre a cavarmela o a scappare. Ma una sera mentre scappavo da degli agenti S.C.A. inciampai slogandomi la caviglia. Subito mi tolsi lo zaino per poter volare via, ma fui lento. Mi raggiunsero e iniziarono a picchiarmi, ricordo ancora cosa mi dissero. Ecco qui, il malandrino. Volevi volare via?.” Mentre ripeteva quella frase il sorriso inquietante che avevo conosciuto in quei mesi apparve e fu seguito da una pausa in cui respirò affondo mentre i suoi occhi iniettati d’odio fissavano un punto indefinito nel nulla. “Cercai di ribellarmi ma fu inutile.” Mi spiegò sedendosi a sua volta. “Dissero che conveniva loro agire preventivamente e si fecero un sorriso d’intesa. Non so chi dei due l’abbia fatto e non so per certo quanto tempo rimasi lì disteso a terra sanguinante. Ma di una cosa sono certo: mi estirparono le ali, con questo coltello…” Disse estraendo dal fodero un coltello molto simile a quello che aveva mio padre e che era in dotazione agli agenti S.C.A., quel pensiero mi fece rabbrividire. Malandrino iniziò a osservarlo come se fosse qualcosa di mistico e nel rimirare quei suoi grandi occhi neri e vuoti provai un brivido lungo la schiena come se credessi di avere davanti a me un oggetto rotto. “Ci misi tre mesi per riprendermi. Una volta dimesso dal ospedale li stanai e li uccisi con la stessa arma con cui mi avevano mutilato. Allora ho capito il destino per cui ero nato: mettere fine a queste ingiustizie e uccidere tutti coloro che mi avessero fermato con ogni mezzo necessario. Così creai questo movimento. All’inizio nessuno badava a noi ma ora siamo quasi pronti per distruggere questo governo e annientare coloro che hanno osato sfidare tutte le creature come me.” Tremai a quelle parole, paura ed eccitazione si fusero tra loro facendo a pugni per cercare di determinare quale dovesse dominare, tuttavia la mia parte razionale pensò che quello che stava dicendo non era vero: eravamo solo un piccolo gruppo di criminali come tanti e che ci sarebbero voluti anni per crescere ancora.
Fu allora che cominciò a raccontarmi di molte altre cose che non ascoltai veramente, nella mia mente si stava formando questo pensiero sempre più nitido: lui non mi era mai sembrato un salvatore leale, e fino ad allora credevo che non avesse realmente un piano, ma più lo ascoltavo più mi rendevo conto che il suo unico interesse era colpire le forze del ordine e i privati per colpire il governo, le sue azioni non erano altro che quelle di una persona accecata dal odio. I suoi fini, a grandi linee, potevano anche apparivano giusti, e si sarebbe potuto pensare che il fine avrebbe giustificato i mezzi, ma più parlava più comprendevo che il suo unico desiderio era il caos più totale che sarebbe stato ben peggio di quello che avevamo adesso. “Diana.” Il mio nome mi risvegliò da quello stato di trans. “So che essendo umana per te potrà essere più difficile.” Quella falsa empatia mi fece provare un enorme ribrezzo e mi portò ad essere estremamente attenta e cauta. “Ma tutti quelli di cui mi fido non sono adatti o sono troppo codardi per accettare.” Era così vicino che se avessi respirato lo avrei toccato. “Ho scoperto di recente che esistono ancora due draghi vivi!” Esclamò con la stessa enfasi di un bambino, inutile dirvi che rimasi esterrefatta visto che come tutti credevo che si fossero estinti secoli fa o che comunque non vivessero più nelle terre vivibili da noi persone. “Voglio che tu faccia una spedizione per liberarne uno.” Avevo così tante domande ma la mia voce era bloccata. “Sappilo se fallirai sarà la fine per te poiché avrai condannato tutti noi. Ma se riuscirai avremmo abbastanza forza per poter attaccare le forze del ordine e il governo, non solo qui ma anche in tutte le grandi città. Pensa un mondo dettato da noi e dalla nostra giustizia senza più S.C.A., privilegi per gli uomini e sofferenza per noi Altri. Solo noi sopra al mondo con due possenti draghi, neanche le loro armi riusciranno a fermarci poiché noi avremmo il cielo e il fuoco più potente che il mondo abbia mai visto!” Rimasi atterrita, se prendeva i draghi avrebbe generato il caos e poi una dittatura del terrore. “Allora sei dentro o sei fuori?” Mi chiese.
Non risposi, qualunque cosa avessi risposto sarei caduta in una trappola: se dicevo di no Malandrino si sarebbe vendicato sicuramente, lo capivo dal suo sguardo perforante, se accettavo invece avrei condannato a morte centinaia di persone, per di più sapeva della mia relazione con Giulio e se lo avessi incastrato o tentato qualcosa per bloccarlo avrebbe colpito Giulio, i miei amici e le loro famiglie, avrei potuto far fallire la missione ma così avrei condannato al carcere sempre le persone importanti per me, essenzialmente avevo le mani legate. “Io…” C’era solo una cosa che potevo fare. “Sono onorata di poter partecipare ad un progetto di tale portata.” Iniziai, dovevo restare calma, trattenere ed imbrigliare quella voglia distruttiva che stava bruciando dentro di me per sfruttarla al meglio. Non potevo concedermi il lusso di prendere la scelta sbagliata adesso. “Però non sono certa di potermi prendere una tale responsabilità: significherebbe rischiare la mia vita e quella dei miei compagni, il rischio di fallimento è alto e non ho abbastanza esperienza per essere la scelta migliore.” Spiegai mantenendo la calma malgrado desiderassi urlare ben altro. “Pertanto, prima di accettare, mi servirebbe che mi concedesse un po’ di tempo per rifletterci.” Malandrino sospirò un po’ deluso. “Una settimana, non un giorno di più non un giorno di meno. E se non mi darai la tua risposta entro il tempo concesso sarà come se avessi rifiutato.” Mi congedò e appena uscii da quella stanza sentii un disperato bisogno d’aria. Corsi fuori e non mi fermai fino a quando non arrivai a casa rimuginando su fin troppe cose.
 
Una volta arrivata presi a calci e pugni i sacchi della palestra con tanta foga che le mie nocche iniziarono a sanguinare. Per la prima volta nella mia vita ero spaventata dalle mie scelte: non avevo idea di cosa devo fare, quale fosse il male minore in tutto questo miasma in cui l’unica opzione sembrava scegliere tra la vita delle persone a me care e quelle di centinaia di persone, per giunta c’erano centinaia di conseguenze che una mia scelta avrebbe portato che non riuscivo ancora a vedere. Per giunta non ero così ingenua da credere che Malandrino avrebbe accettato un mio rifiuto né ero così codarda da tirarmi indietro: sapevo di dover risolvere la situazione ma non sapevo come.
 
Non so come ci arrivai ma, per distrarmi credo, presi un vecchio album con tutte le mie vecchie foto. C’erano tutte le persone per cui avevo avuto un ruolo nella loro vita. Un fiume di ricordi mi prese in pieno e senza accorgermene mi misi a cercare quella bandana rossa di cui solo io ei miei ex-compagni sapevamo della sua esistenza. La osservai e mela rigirai tra le mani quando notai una lettera nella confezione. Lo trovai strano, perché ero sicura che prima non ci fosse. Poco tempo dopo scoprii che ero semplicemente scema e non mi ero resa conto del biglietto.
 
Cara Diana,
sappiamo che per te il trasloco sarà difficile ma ti chiediamo un favore: non tornare qui. Gira il mondo, cambialo o contribuisci a questo seguendo il tuo cuore. Tutti noi ti sosterremo qualunque strada tu scelga. Quando avrai bisogno di un consiglio saremo lì, quando ti perderai ti ritroveremo, quando perderai la via ti troveremo e ti prenderemo a pugni per aver fatto una cazzata.
Questa bandana non simboleggia solo l’amicizia che ci sarà sempre tra noi, ma anche la fiducia che abbiamo nelle tue potenzialità e il futuro che creeremo.
Questo fa di te il nostro capo, la nostra guida, come è sempre stato.
Sempre con te, i tuoi amati compagni.
Oreon      Zafalina        Gahan        Tehor        Nami             Kallis            Lukas         Denin     Andrea   
 Fina      Lillà            Salomon
 
P.s.
Se la perdi sei morta.
 
Lessi la lettera con le lacrime agli occhi poiché sapevo che non ero in grado di rispettare le loro aspettative e non credo di esserci mai realmente riuscita. Fu in quel momento che, come se l’universo avesse capito di cosa avevo bisogno, il telefono squillò.
“Pronto?” Iniziai asciugandomi le lacrime dagli occhi. “Ciao, Diana!!!” Spostai l’orecchio dalla cornetta per la forza del urlo. “Mi volete assordare?” Li sgridai mentre mi asciugavo gli occhi, risero tutti. “Allora come stai è da un po’ che non ci sentiamo.” Mi chiese quella che riconobbi essere Fina e sospirai: a causa dell’emergenza ambientale non ci eravamo potuti sentire per più di un mese e probabilmente da loro le linee telefoniche avevano ripreso a funzionare decentemente solo quel giorno però io non li avevo cercati quando si era conclusa l’emergenza, ero così presa da tutto quello che stava succedendo che mi ero dimenticata dei miei vecchi amici. Forse però era meglio così, per il loro bene era meglio che iniziassi ad allontanarmi da loro. “Scusate. Ho avuto da fare. Sapete la scuola, gli esami da preparare, le solite cose.” Li informai e non fecero molte domande, mi raccontarono le novità di quella piccola città, ogni cosa. Ero felice di poter ascoltare le loro banalità e frivolezze, infondo sono le piccole cose a rendere belle le giornate. Stavamo per attaccare quando senza rendermene conto emisi un lamento. Questo attivò l’istinto da mamma iperprotettiva dei Fiumi di Lillà. “Diana, stai piangendo?” Mi domandò lei preoccupata facendo scattare sul attenti tutti. “No, tutto bene.” Decretai ma la mia voce mi stava tradendo. “Bugiarda. Che succede? Lo sai che con noi puoi parlare di tutto ciò che vuoi.” Disse dolcemente Lillà mentre tutti gli altri restavano zitti, potevo sentire la tensione che si stava generando nell’aria: non mi avevano vista piangere mai per sciocchezze: il mio orgoglio me lo impediva.
Avrei potuto mentire per proteggerli, dire loro che ero preoccupata per la situazione, che mi erano mancati incredibilmente, che avevo litigato con Giulio, tutte cose per metà vere, però, ancora non so come, trovai il coraggio di dire la verità. “Vi devo parlare e non voglio farlo per telefono. Siete liberi questo fine settimana?”
 
Tre giorni dopo la chiamata presi il treno delle 18:30 in terza classe diretto alla città elfica. Scappare da Meddelhok fu relativamente facile data la convenientissima assenza dei miei genitori, ero anche certa che nessuno dei seguaci di Malandrino mi stesse pedinando dato che avevo preso ogni possibile precauzione per passare inosservata. Da quando salii sul treno ci vollero appena cinque ore per arrivare alla stazione di Calante, l’unica città della zona ad avere uno scalo per la regione dei Fiumi, e dopo altre quattro ore di viaggio, Sabato 3 novembre alle ore tre, arrivai alla stazione di Veliesis, il nostro beneamato capoluogo e stazione più vicina a Lovaris. Fina venne a prendermi con il camion della macelleria dei suoi genitori alle cinque e mezza di mattina ovvero subito dopo aver preso la carne.
 
“Ciao Diana, hai avuto problemi?” Mi domandò Fina, fissai per un secondo i suoi capelli castano-ramati e i suoi occhi verdi così dolci e mi rassicurò vedere un folletto che non sembrasse desiderare la mia morte, per giunta l’evidente differenza fisica mi rassicurò. “No, tutto bene.” Dissi sbadigliando. “Andiamo al nostro solito posto? Non voglio che i mei vecchi lo vengano a sapere da qualche loro collega.” “Diana che succede? Sei strana.” Notò Fina preoccupata e gli sorrisi cercando di rassicurarla. “Spiegherò tutto quando ci saranno anche gli altri.” Mi limitai a dirle, Fina mi sorrise timidamente e partì con accondiscendenza.
 
Fina ed io non eravamo molto intime, le volevo bene ma era sempre stata una ragazzina che stava molto per i fatti suoi: chiusa, minuta, timida, alle volte non sembrava neanche parte del gruppo, però aveva la dote di saper ascoltare e alle volte è tutto ciò di cui si ha bisogno per essere un buon amico. Dopo quasi un’ora di macchina Fina mi lasciò per una strada da cui sarei arrivata facilmente al nostro albero. Era un enorme e vecchio ciliegio selvatico sotto cui noi ragazzi andavamo spesso quando le giornate si facevano lunghe e calde, quando il sole iniziava a segnare l’inizio della primavera o quando il clima autunnale non era ancora troppo rigido, come quel giorno. Mi sedetti alla base del albero e attesi crollando addormentata. Quasi due ore dopo arrivarono tutti assieme sotto a quel immenso ciliegio. “Diana!! Come stai?” Fu questo il modo in cui mi fecero sobbalzare sul posto e svegliare di colpo.
 
Finiti i convenevoli raccontai loro tutto senza tralasciare ogni più piccolo scassino, in confronto a quello che sto narrando è un sunto degli eventi fondamentali. Ed in fine arrivai a raccontare la proposta che Malandrino mi aveva fatto.
“E adesso non so cosa inventarmi per uscire da questa situazione senza mettere a rischio dei miei amici o dei miei genitori.” Ci fu silenzio per un lungo istante. Oreon si alzò e mi guardò dritta negli occhi. “Cosa cazzo ti è passato per quella mente bacata?” Mi riprese il mio vice-capitano furibondo. “Oreon!” Lo sgridò Zafalina. “Che c’è? È vero! Diana hai messo a rischio la tua vita anche solo accettando di seguire quel gargoil! Credevo che fossi più sveglia di così!” Mi riprese Oreon. “Oreon! Diana ha sbagliato, lo ha ammesso ed è qui per chiedere un consiglio a noi, farle la paternale non serve!” Lo riprese Zafalina, silenziosamente la ringraziai per essere dalla mia parte ma allo stesso tempo comprendevo la reazione di Oreon: avrei reagito allo stesso modo se avessi scoperto qualcosa di simile. “Ma non capite che così ha messo in pericolo anche noi!” Sbottò lui furibondo e a quel punto intervenni. “Non vi metterei mai in pericolo.” Controbattei mantenendo una certa clama, cosa che sorprese il mio vice. “Mi sono assicurata che nessuno scoprisse che io sia qui e vi ho detto di non dire niente a nessuno appositamente. Fintanto che nessuno sa nulla, nessuno porrà domande.” Spiegai pacata. “E i tuoi? Cosa gli hai detto.” Mi domandò Lukas che finora era rimasto abbastanza impassibile. “Sono fuori città e torneranno Martedì.” Risposi sincera. “Bene. Ora... qualcuno ha qualche idea?” Propose Lukas e in quel istante mi guardò e quando mi fece un occhiolino complice che mi fece sentire a casa.
Oreon lo guardò con rabbia e a quel punto si intromise Nami cercando di calmarlo. “Conosci Diana, è una testa calda e piuttosto scema quando non ci siamo noi in giro a farle da coscienza.” Non riuscii a nascondere un sorriso. “Siamo cresciuti assieme, siamo una famiglia, e Diana ci ha tirato fuori dai guai tutte le volte che serviva. Adesso è qui a chiederci un consiglio, nulla di più, nulla di meno. Hai sempre detto di volere molto bene a Diana e adesso le volti le spalle?” A quelle parole Oreon sbuffò: Nami aveva colpito il segno. “AHAAH!!! Mi farai impazzire! Va’ bene, ti aiuterò, ma quando finirà la storia, non m’importa dei rischi, tu ti assicuri di uscire da quel branco di pazzi!” Decretò Oreon, accennai un affermazione e gli porsi il braccio, lui lo strinse con forza e ci guardammo negli occhi. “Grazie Oreon.” Sussurrai quando mi lasciò andare. “Non ringraziarmi…. Ti dovrei prendere a pugni.” Borbottò per poi sedersi ed iniziare a riflettere assieme a tutti.
 
Ci fu un lungo momento di silenzio, poi dal nulla qualcuno lo propose. “E se librassi il drago.” A parlare era stato Denin, tutti noi lo fissammo increduli. “Cosa?” Chiesero tutti. “Liberalo, una creatura così potente e saggia non può vivere in gabbia. E poi così tecnicamente faresti ciò che ti ha chiesto Malandrino ma gli impediresti di usarlo per i suoi scopi.” Sospirai la proposta mi sembrò ragionevole. “Sì, ha senso. Ma se lo libero, anche se lo facessi sembrare un’incidente, Malandrino potrebbe andarmi contro. Per di più preferirei evitare di lasciare un lucertolone enorme sputafuoco in libertà dato che se lo vedessero tutti lo vorranno sfruttare per uno o per l’altro motivo. L’unica sarebbe nasconderlo da qualche parte ma è una cosa semi impossibile: non esiste luogo al mondo abbastanza grande ed isolato da nascondere un lucertolone sputafuoco.” Gli feci notare e ricominciarono a riflettere, io non mi sforzai a trovare una soluzione mi ero già rovellata il cervello oltre il limite della sopportazione per trovare una soluzione quanto meno decente e senza grandi risultati.
Senza accorgermene mi ritrovai a fissare Denin: non aveva mai detto nulla, non aveva mai cercato di mettersi in mostra e non aveva mai voluto dimostrare nulla e ora aveva preso l’iniziativa come un vecchio saggio avrebbe fatto, sorrisi, erano tutti cresciuti in quei pochi mesi.
 
“Ho trovato!” Disse Gahan sbattendo le mani. “Tu sai che le tane dei draghi erano quasi impossibili da trovare?” Feci un cenno d’accordo rimanendo perplessa. “Sì, e questo che centra?” Chiesi stranita. “Ora, tu sai che sono vuoti da quando i draghi sono stati considerati istinti.” Ammiccai. “Bene non potremmo portarlo ad uno di quei nidi!” Come concluse il discorso Tehor gli mollò una sberla facendo sfuggire un lamento a Gahan. “Sei scemo? Quello è uno dei primi posti che controlleranno!” Gli urlò contro mandando in malora l’autocontrollo elfico di cui andava tanto fiero. “Va’ bene, va’ bene, ma non serviva picchiarmi!” Si lamentò Gahan massaggiandosi la parte lesa.
Dopo un po’ ci furono altre proposti ma nessuna era minimamente valida, senza accorgersene iniziarono a litigare e a discutere urlandosi addosso. Per tentare di contenerli dovetti sovrastare le loro urla con uno piuttosto poderoso che fece volare via alcuni uccelli. “BASTA!!!” Tuonai e tutti si bloccarono increduli, sospirai e mi sedetti sul tronco. “Litigare non serve a nulla. Ora ogni uno mi dica le sue idee e poi, a turni, ogni uno di voi potrà dire quel che vuole, ma solo se avrà in mano…” Raccolsi un ramoscello. “Lo scettro del potere!” Decretai e tutti sorrisero: da bambini facevamo lo stesso gioco, solo che all’epoca eravamo solo un ammasso di urlante di bambinetti. “L’originale è a casa mia.” Mi ricordò divertito Salomon. “Lo so, ma questo è… lo scettro d’emergenza. Su forza, iniziamo.” Decretai.
Fu un processo lento ma decisamente più fruttuoso, mi annotai i diversi ragionamenti sul quadernetto che mi ero portata dietro appositamente e quando finirono le idee erano già le tre di pomeriggio. Ad un certo punto notai che Denin e Kallis si erano messi da parte ed avevano iniziato a complottare tra loro a mezza voce.
Quei due erano un mistero: per tutta l’infanzia non si sopportavano a vicenda, poi con l’arrivo del adolescenza sempre più spesso si rintanavano da qualche parte, dando buca con scuse sempre molto vaghe e sembrava quasi che noi altri vivessimo in un modo estremamente vicino ed estremamente lontano dal loro. Come realizzai cosa avevo appena pensato un dubbio mi sovvenne e cercai di focalizzare la mia attenzione su quei due. Origliai quel che si dissero, li riuscivo a sentire ma non capivo quel che si dicevano, intuii che stessero parlando il Gohord, l’antico dialetto che si parlava nelle regioni dei Fiumi; io non ne capivo una parola, alcuni miei amici conoscevano qualche parola ma non avevo mai sentito nessuno parlarlo con una tale fluidità, soprattutto se non aveva i capelli canuti e un centinaio di rughe in volto ed erano cresciuti in questa regione.
 
Ad un certo punto Kallis si voltò e alzò la mano per parlare. “IO HO UN’IDEA!” Esclamò, le consegnai il bastone e ci disse di seguirla, lanciai un’occhiata a Denin, pareva seccato.
Ci ritrovammo a camminare per la foresta per un paio d’ore durante le quali Kallis ci spiegò di una strana insenatura nella roccia dove avrei potuto nascondere il drago. Quando gli chiesi come avesse scoperto il posto lei si limitò a dire che era un caso, le lanciai un’occhiata indagatrice ma sembrava sincera quindi non insistetti.
“L’insenatura, come la chiami tu.” Iniziò Zafalina quando arrivammo. “È praticamente un cratere.” Disse la mia amica osservando la grotta immensa nascosta da un salice piangente enorme che celava l’entrata che era come uno spiraglio trasversale nella roccia; se qualcuno lo avesse osservato da davanti avrebbe visto solamente quel salice abnorme che cadeva dolcemente sulla parete rocciosa, per di più il percorso che avevamo compiuto usciva da tutti i sentieri tradizionali ed eravamo così immersi nel fitto del bosco che difficilmente qualcun altro avrebbe mai conosciuto questo posto.
Entrai nella feritoia, mi sembrò abbastanza grande per farci entrare un grifone o un basilisco, dubitavo che un drago potesse essere tanto più grande di quelle bestiacce. “Per starci ci può stare. La domanda è: come diamine lo porto qui? Anche se sapesse volare rischierei di farmi beccare, e non so se riuscirei a domarlo.” Ammisi studiando la roccia, era umida, ma non vedevo nessun fiume. “Probabilmente sarà addestrato a rispondere a dei comandi, credo che sia anche per questo che il tizio pazzo Malatrino…” “Malandrino.” Lo corressi. “Quel che è… ti abbia voluta coinvolgere. Pergiunta se agisci in fretta potresti farlo volare per le montagne, riposarvi di giorno e volare di notte stando lontani dalle città, tanto per raggiungere Lovaris è sufficiente seguire la catena della Luna.” Mi fece notare Salomon. “Sì, potrei farlo, sempre che non mi mangi viva prima.” Scherzai. “Magari se gli porti del cibo potrebbe darti retta.” Notò Andrea. “Sì, con le bestie incattivite di solito il cibo è l’unico modo per farsi ascoltare.” Continuò Nami. “Okay, dirò a Malandrino di portarci dietro una grossa fetta di carne per rabbonirlo, l’unica è sperare che sappia volare.” Ammisi preoccupata: se quel drago non fosse stato in grado di volare tutto sarebbe stato inutile. Probabilmente Lillà notò la mia preoccupazione quindi mi appoggiò una mano sulla spalla e cercò di rassicurarmi. “Credo che Sal abbia ragione: se non saprebbe volare non sarebbe diverso da un’arma incendiaria. Il volo era ciò che rendeva i draghi così speciali. E dato che fino ad oggi la cosa più vicina ad una macchia volante sono gli aquiloni questo darebbe un vantaggio enorme in guerra.” Disse Lillà continuando a fissare l’insenatura. “E anche se fosse, portarti dietro degli abiti pesanti, se volerete veloce sentirai freddo.” Mi informò lei. “Bene. Lo porterò nel bosco vicino a Lovaris, ma mi serve che ci sia Kallis nei dintorni o non saprei riportarlo qui.” Feci notare.
“C’è un altro grosso problema che non stiamo considerando ragazzi. Sempre ammesso che Diana riesca a liberarlo e portarlo fin qui: come facciamo a nutrirlo?” Domandò Nohat. “Qui è pieno di animali, qualcosa troverà, è pur sempre un cacciatore di natura.” Pensò Denin guardandosi attorno. “Anche io e Andrea saremmo dei cacciatori naturali, ma se ci chiedeste di catturare qualcosa faremmo solo delle immense figuracce.” Spiegò Nohat irritato. “Uhm… vero...” Ammise Kallis. “Potrei portare alcuni degli scarti di animale qui, dovrebbero essere buttati comunque, tanto vale che se li mangi lui, e potrei portare anche la carne che non possiamo più vendere.” Propose Fina con voce flebile e quando tutti noi ci voltammo per fissarla sembrò quasi che volesse sparire nelle sue spalle. “È un’ottima idea, tanto non diventa avariata nel giro di un paio di giorni.” Constatò Oreon. “Va’ bene, è deciso lo porterò qui, pregando di riuscirci.” Dissi per poi voltarmi e facendo cenno a tutti di tornare in dietro, dovevo assolutamente mettermi in moto per raggiungere Meddelhock.
 
Durante il ritorno presi il quadernetto e mi segnai delle cose da recuperare. “Vi farò sapere quando si terrà il colpo, ma non dirò direttamente la data, ho il sospetto che sia possibile intercettare le chiamate.” Dissi ripensando a certe conversazioni che avevano fatto i miei genitori a proposito di alcune chiamate registrate. “Macché, sei paranoica!” Esclamò Gahan. “Può darsi, ma preferisco così.” Dissi iniziando a scrivere una serie di parole e frasi da poter usare come codice. Scrissi dodici tipologie di crostate il cui gusto avrebbe indicato il mese e poi avrei detto uno degli ingredienti preceduto da un numero, e quel numero avrebbe detto il giorno, in più se dicevo che si era cotta voleva dire che era l’anno prossimo, se dicevo che era bruciata voleva dire che era un anno successivo. Trascrissi tutto su un secondo foglio e lo consegnai ad Oreon. “Non lo perdere.” Decretai, lui mi fece cenno di aver capito.
 
Raggiunto il nostro albero salutai i miei amici e attesi che Andrea tornasse con la moto di suo padre, un arnese enorme di metallo e motori, che suo padre gli aveva gentilmente concesso di usare per fare un giro. “Alla faccia. Che gioiellino.” Commentai quando la vidi, non ero una grande intenditrice per quanto riguardava i motori, ma anche una povera ignorante come me avrebbe capito che quella moto era uno spettacolo, poiché oltre essere molto bella esteticamente, era enorme ed intuii che doveva risalire ad almeno un decennio fa come modello. “Tuo padre si vizia.” Dissi sfiorando i manubri. “Vero? Se l’è aggiustata da sé, recuperando i pezzi che mancavano o costruendoli dal nulla, quando è arrivata all’officina era inutilizzabile, il tizio che ce l’ha venduta voleva solo liberarsene, infatti l’ha comprata per una miseria. Tuttavia mio padre ha intuito il potenziale e con un po’ di pazienza l’ha aggiustata. Adesso praticamente ci fa un giro ogni volta che ha una giornata libera. Non sai quanto l’ho dovuto supplicare per poter fare anche solo un giro con lui? E quante ore di pratica mi ha fatto fare per potermi concedere di usarla da solo? Quindi sali e ritieniti fortunata.” Sorrisi e salii, mi infilai il casco e mi godetti il giro.
Andrea non osò andare troppo veloce, conscio che altrimenti suo padre lo avrebbe decapitato se tornava anche solo con un graffio, ma comunque riuscì a portarmi alla stazione senza problemi e potei comprare il biglietto di ritorno. Quando arrivai a Meddelhok erano le dieci di mattina e dopo una notte passata in terza classe avevo solo voglia di buttarmi a letto e dormire, ma mi obbligai a restare sveglia poiché il giorno seguente avrei avuto una verifica e perché sarei morta di fame se avessi saltato un altro pasto.

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Capitolo 12
*** 11. Farsi odiare per amore ***


Note dell'autrice: Tanti auguri di Buon Natale, Buon Anno e Buona Epifania a tutti voi!!!
Finalmente ci siamo liberati del 2020!

 
11. Farsi odiare per amore
 
Quando arrivò il momento di dare la mia risposta definitiva per il lavoretto, compii tutto il percorso dalla scuola alla base a passo cadenzato e a sguardo basso. Non ero per niente sicura di quel che avrei detto o fatto, per di più non ero ancora sicura di come non coinvolgere Giulio, Felicitis, Vanilla, Gahalad, Garred e Nohat. Sapevo che fare tutto da sola sarebbe stato rischioso, ma comunque il mio piano era quello di cavalcare uno malettissimo drago rischiando di inalare qualche gas tossico se superavo i quattromila metri, di morire assiderata durante il volo o finire divorata e o incenerita da quest’ultimo, quindi, in realtà, trovare uno stratagemma per poter restare sola con quel lucertolone troppo cresciuto sembrava relativamente semplice.
Mentre rimuginavo iniziai a scalciare un sassolino per strada e decisi che era meglio tenerli alla larga da questa storia in tutti i modi finché possibile, li avrei coinvolti solo se avessi notato la necessità totale di avere qualcuno che mi coprisse le spalle. Per di più c’era un altro grosso problema: se fuggivo con il drago avrei lasciato in dietro chiunque mi avesse aiutata e chissà cosa gli avrebbero fatto una volta scoperto che erano stati coinvolti.
 
In quel istante qualcuno mi abbracciò le spalle, istintivamente scattai: afferrai il polso della persona e feci per attuare una leva ma, quando resi conto che si trattava di Giulio, mi bloccai di colpo e sospirai cercando di liberarmi della tensione. “Ehi, Diana cosa succede? Sembri tesa.” Notò Giulio sorpreso per la tentata leva. A quel punto lasciai scivolare la mia mano sulla sua e la strinsi con dolcezza. “Nulla, tranquillo.” Sussurrai ma il mio volto rimase cupo; Giulio decise di non insistere ma potevo sentire dal modo in cui la sua mano mi stringeva dolcemente la spalla che era preoccupato. In risposta appoggiai il capo su di lui. “Diana, puoi parlarmi di ciò che vuoi, lo sai.” “Sono solo un po’ stanca Giulio.” Risposi placida mentre un turbinio di pensieri mi invase e compresi che non avrei mai voluto mettere la vita di Giulio in pericolo.
Pochi attimi dopo Nohat apparve dal nulla e mi sottrasse Giulio coinvolgendolo in un discorso che non seguii ma percepii gli occhi del mio fidanzato su di me di quando in quando.
 
Quando arrivammo difronte alla base, mi imposi di darmi un tono: feci compiere un giro completo alla testa, mi raccolsi i capelli in una coda alta, respirai affondo e con passo deciso entrai nella base sorprendendo i miei compagni. Cercai di apparire sicura e determinata benché in quel momento fossi a corto di entrambe. Tirai dritto fino al salotto. “Malandrino?” Domandai alla sala con un tono che quasi non mi apparteneva: calmo, deciso, autoritario, sicuro.
Sotto un leggero sconcerto, Idoler mi indicò l’ufficio. Procedetti a passo cadenzato fino alla porta e solo allora mi bloccai un istante, ma solamente il tempo necessario per bussare, non attesi che mi concedessero di entrare, sprangai la porta sorprendendo non di poco Malandrino. In qualche modo riuscii a tirare fuori le due fatidiche parole. “Ci sto.” A quel punto continuai la mia recita. “Cosa sappiamo finora del posto?” Domandai sedendomi davanti a lui lasciandolo un po’ interdetto.
“Ehm…” Malandrino controllò un attimo trai le sue carte e mi consegnò un plico di fogli, li afferrai senza porre troppe cerimonie e diedi una prima letta. Dentro di me non potei che esultare quando lo vidi in quello stato confusionario: per una volta ero riuscita a prenderlo in contropiede. “Leggiti pure con calma tutto nella stanza affianco alla mia.” Per un’istante mi bloccai: di norma solo chi era al comando aveva accesso a quella stanza. “Non metterti in testa strane idee, Orion è lì che ti attende per aggiornarti.” Mi informò con fare annoiato.
Stavo per alzarmi ma la sua voce mi interruppe. “Sospettavo che avresti detto di sì. In fondo tu vuoi cambiare il mondo, no?” Lo sguardo che mi diede mi fece raggelare un secondo, sembrava che mi stesse leggendo dentro e che sapesse cosa avevo in mente, ma mi ricomposi al istante accennai un’affermazione abbastanza convinta. “Bene, ora va’ e inizia ad aggiornarti. Per di più, per fare pratica, dirigerai altre piccole missioni d’ora in poi, spero che non ti dispiaccia il lavoro extra.” Mi informò Malandrino. “Niente affatto.” Risposi con tono placido.
 
Sconsolata uscii dalla stanza e mi chiusi la porta alle spalle. Giulio, Nohat e Galahad mi stavano fissando, chiaramente confusi, mi limitai a dare loro un’occhiata e poi proseguii fin dentro alla stanza accanto con quel plico di fogli.
Orion era lì e stava studiando una mappa piuttosto grande e chiaramente fatta a mano. “Allora ho vinto la scommessa.” Disse Orion appena varcai la soglia. “Come?” Chiesi distrattamente. “Io e Idoler abbiamo scommesso sul fatto che accettassi o meno, e a quanto pare io ho vinto.” “Avevo molta altra scelta?” Domandai a mezza-voce con un certo rancore. “Nessuno ti ha mai obbligata.”
Non avevo intenzione di rispondergli ma non riuscii a mordermi la lingua abbastanza in fretta. “No, ma se avete chiesto a me di condurre questa missione, in maniera così diretta e specifica, dopo appena sei mesi che lavoro qui, non è di certo per le mie grandi doti. A voi serve un umano e io ero quella più semplice da reperire.” Orion mi fissò. “Allora non sei una stupida, mi fa piacere. Sì, ci serviva un umano per questa missione, Malandrino lavora alla raccolta di queste informazioni da anni, io credevo che fosse un mezzo delirio, ma a quanto pare i draghi sono ancora vivi e l’esercito ne tiene due per ogni evenienza.” Disse Orion e a quel punto mi sedetti.
“Cosa volete farne del drago una volta preso?” Domandai preoccupata. “Lo useremo per liberare tutti noi.” Si limitò a dire Orion con una punta di amarezza nella voce che non mi sfuggì. “Radendo al suolo una città?” Domandai preoccupata. “Solo se non si arrenderanno.” Disse Orion. “Ma non siamo più nel primo millennio Orion, e già nel trecento esistevano modi per uccidere un drago: combatteranno. Un drago da solo non può nulla.” Cercai di persuaderlo. “No, ma se si fanno esplodere le armerie del esercito e della S.C.A. nessuno riuscirà a raggiungere il posto, ad armarsi o a riorganizzarsi per tempo.” Sarebbe stato plausibile ma sarebbe stato necessario un ammontare di personale e fondi di cui non disponevamo. “Sì, ma…” “Diana.” Mi interruppe Orion. “O ci stai al cento per cento o sei fuori e Malandrino non manderà a puttane anni di lavoro per la morale di una bambina.” Mi sentii gelare il sangue. “Fa quel che ti diciamo e potresti ricevere una bella promozione, disobbedisci e sappi che ti costringeremo all’obbedienza, chiaro il concetto?” Domandò Orion, strinsi i denti. “Cristallino.” Dissi guardando Orion dritto negli occhi. “Bene. Ora, al lavoro.”
 
Mi ritrovai a leggere e studiare quei documenti per ore, carpendone diverse informazioni. Scoprii che avevano addestrato il drago ad attaccare chiunque non fosse umano anche, e soprattutto, in assenza di qualcuno che glielo ordinasse, il che complicava le cose, ma tanto oramai sospettavo di giaà che avrei dovuto passare del tempo in quella grotta per assicurarmi che non incenerisse nessuno. La buona notizia c’era però: il luogo in cui era tenuto il drago era in uno stanzone con il tetto removibile, e che era l’unico modo per l’animale di andarsene, quindi, molto probabilmente, sarei dovuta essere io a condurlo fuori. Il problema sarebbe stato riuscire ad allontanarsi senza beccarsi una pallottola.
 
Una volta conclusa la lunga riunione con Orion, potei finalmente andarmene. Lì fuori ad attendere c’era una buona fetta dei Rivoluzionari che come mi vide iniziò a bisbigliare. Decisi di ignorarli ma come feci per andarmene i miei amici mi seguirono, parevano decisamente incazzati, e mi fermai in una delle sale riunioni mezze vuote per parlare.
“Che c’è?” Domandai seccata una volta dentro a quella stanza senza finestre. “Da quando fai parte del circoletto di Malandrino?” Domandò Nohat chiaramente seccato. “Nohat! Non dire così, Diana probabilmente doveva solo fare un lavoro burocratico, non è così?” Rimasi zitta. “Diana?” Mi domandò Felicitis confusa. “Malandrino mi ha fatto un’offerta per dirigere un colpo abbastanza grosso, e io ho accettato.” Risposi freddamente. “Cosa!?!” Esclamò Vanilla e lessi immediatamente la gelosia nel suo volto. “Perché?” Mi domandò sconvolta. “A Malandrino serviva un’umana per la missione e siccome è rischiosa mi ha concesso di scegliere tra l’essere collaborativa e avere la possibilità di ottenere una promozione, collaborare comunque ma sotto le direttive di qualcuno o oppormi e venire trascinata a forza nella missione.” Spiegai pacata. “Ho scelto quello che era più conveniente per me.” Mi limitai a spiegare. Nohat stava per controbattere ma Galahad lo interruppe. “Nohat, non fare così: Diana avrebbe dovuto parlarcene ma, sinceramente, io le avrei consigliato di accettare, tutti noi vogliamo fare carriera.” Disse Galahad ma era chiaro che anche lui non ne era contento che non glielo avessi detto. “Sì, ha ragione, e poi così per noi sarà più facile entrare nella squadra e avere un ruolo diverso dal palo.” Disse Garred, a quelle parole divenni rigida. “Sarà una missione pericolosa, non voglio mettervi in pericolo.” Dissi cercando di evitare l’argomento. “Dai, lascia giudicare da noi, di che si tratta?” Domandò Garred. “Non ne posso parlare per ora. Sentite, ci penserò, ma per ora non posso dirvi nulla.” Decretai, a quel punto lanciai uno sguardo a Giulio, era chiaramente perplesso. “Con permesso.” Borbottai, feci per uscire ma Giulio mi sfiorò la mano e non riuscii ad ignorarlo, come non potei non notare lo sguardo seccato di Nohat.
“Diana, non dico che devi per forza dirci tutto, ma potevi parlarci del fatto che Malandrino ti aveva fatto questa offerta. Per di più oramai stiamo assieme da un po’, lo sai che con me ti puoi confidare.” Cercò di rabbonirmi Giulio, sospirai e mi liberai della sua presa. “Sentite è stata una giornata pesante e la scelta non l’ho presa a cuor leggero, la predica da voi è l’ultima cosa di cui ho voglia adesso. Vi parlerò della missione quando mi sarà concesso.” Risposi andandomene, i ragazzi rimasero in dietro interdetti ma Giulio mi seguì dopo qualche secondo di esitazione.
“Diana, aspetta. Non volevo rimproverarti. L’ho solo trovato un comportamento strano.” Mi spiegò cercando di riprendermi la mano e ci riuscì ma la mia presa inesistente lo fece demordere. “Non ho voglia di parlarne Giulio, per favore, sono state giornate pesanti.” Giulio si avvicinò a me e mi obbligò a guardarlo negli occhi usando le sue mani che schiacciò sulle mie guance. “Diana, io ci sono per te, lo sai. Anche se non mi puoi dire che succede io ti voglio aiutare.” Lo guardai tristemente: non volevo ferirlo però neanche che rischiasse la vita. “Voglio solo distrarmi un po’.” Sussurrai in maniera un po’ impasticciata dato che la stretta di Giulio portava la mia faccia ad assumere una posa innaturale. Lui mi sorrise ma potei notare che non era del tutto soddisfatto da questo. “Va’ bene. Ti va’ qualcosa di caldo?” Mi domandò dolcemente. “Sì, per favore.”
 
 
Giulio mi condusse in uno del caffè nei pressi della base, era piccolo e abbastanza sempliciotto ma non era male, in quel momento avrei tanto voluto potermi stringere a lui, baciarlo, ma sapevo che avevamo di già attratto fin troppi occhi indiscreti e anche Giulio se ne accorse. “Meglio che ce ne andiamo.” Sussurrò quando notò che un gruppo di persone avevano iniziato a fissarci e additarci una volta in più del dovuto. Mi alzai seccata e pagai dato che era il mio turno.
Una volta fuori e allontanati mi accoccolai a lui e mi strinse con forza a sé, a quel punto alzai lo sguardo e gli sorrisi dolcemente, da innamorata quale ero, in simultanea Giulio rispose. Era un gesto così semplice e banale: quel momento sarebbe stato un istante che probabilmente avrei cancellato dalla mia mente eppure la Storia ha deciso che milioni di persone di cui non saprò mai il nome e il volto diventassero testimoni di quel istante congelato nel tempo.
 
E tutto ciò avvenne poiché un flash rovinò quel attimo di intimità.
 
Sia io che Giulio ci voltammo confusi trovandoci davanti un giovane uomo, forse di tre o quattro anni più grande di noi con una fotocamera piuttosto grossa in mano. “Perfetta, credo.” Sussurrò tra sé mentre noi due piccioncini ci guardavamo confusi. “Ehm… mi scusi… perché ci ha fatto una foto?” Domandai, ero così confusa che non sapevo neppure se essere arrabbiata. “Oh… Cosa?” Domandò il giovane uomo come se si fosse appena risvegliato da un sogno. “Ecco… io…” Iniziò a cercare tra le sue tasche con fare disordinato. “Sono un fotografo.” Spiegò mentre tirava fuori il portafogli. “Mi mancava una foto per completare il rullino con i negativi, quindi mi sono detto: perché non fotografare qualcosa di diverso dal solito.” Io e Giulio lo fissammo ancora più confusi. “Va’ bene ma bisognerebbe chiedere il permesso prima di scattare.” Disse Giulio mentre la sotto scritta fissava quel uomo ancora più confusa, Giulio, invece, era più interessato alla fotocamera ma anche lui aveva un fare altrettanto disorientato. “Sì, avete ragione. Per farmi perdonare che ne dite di vedere come sviluppo le foto? Sono anche a colori.” Io e Giulio ci lanciammo un’occhiata sorpresa. “D’avvero?” Domandammo in coro: non avevamo mai avuto tra le mani una foto a colori, sapevo della loro esistenza ma l’avevo sempre considerata una cosa da ricchi. “Sì, purtroppo ci vorrà almeno una settimana per svilupparla, tuttavia… un secondo.” Disse il giovane riponendo il portafoglio in una di quelle innumerevoli tasche per poi consegnarci un biglietto da visita. “Ecco, passate per il mio laboratorio tra una… no due… no tre, tre settimane e vi farò vedere come si fa’, e per…” Si fece un breve conto sussurrando cose a mezza voce. “Cinque dani potrei anche vendervi la vostra foto se riesce bene, sarà un po’ piccolina ma sempre meglio di nulla.”
Io e Giulio ci scambiammo un’occhiata, Giulio porse la mano e prese il biglietto da visita, c’era scritto sia il numero di telefono che l’indirizzo del laboratorio. “D’accordo, proveremo ad esserci.” Balbettò Giulio confuso quanto me. “Bene, chiamate pure per qualsiasi evenienza, non è certo che risponda, ma vale la pena tentare. Buona giornata!” Disse l’uomo svanendo nel nulla.
 
Mi voltai a fissare Giulio e lui fece altrettanto. “Hai capito che voleva quel pazzo?” Domandai confusa. “Boh, tizio strano, a quanto pare si chiamaaaa…” Giulio strizzò gli occhi per riuscire a leggere quella calligrafia sottile e arzigogolata. “Lorenzo Menagalli…. Anche il nome è strano.” Commentò Giulio confuso. “Secondo te ne vale la pena?” Domandai osservando il foglietto, Giulio lo fissò. “Uhm… l’indirizzo e il nome del posto lo conosco, ma solo di vista, ed effettivamente è un posto dove vivono gli artisti. Il tizio mi pareva strano ma non mi pareva che stesse mentendo.” Mi confessò Giulio. “Beh, fare un salto non ci ucciderà.” Commentai. “Va’ bene, poi non mi piace che qualcuno abbia una foto nostra così, a caso.” Commentò Giulio facendo un tratto di strada per riaccompagnarmi a casa, ci salutammo alla fermata del autobus e come girai l’angolo i pensieri cupi tornarono ad impossessarsi di me.
 
 
 
 
Ricordo il 12 novembre 2023 per quell’attimo totale di immobilità prima che nella stanza scoppiassero in sincronia diverse reazioni. C’era chi sgranò gli occhi in preda allo stupore, chi mi lanciò uno sguardo omicida, chi iniziò a studiarmi con fare dubbioso, a chi brillarono gli occhi all’idea delle infinite possibilità con anche solo uno dei due draghi dalla nostra e chi, come me, rimase in silenzio e a testa china, concentrato sulla mappa che avevamo difronte.
Malandrino aveva deciso di coinvolgere più membri possibili dopo appena una settimana dalla mia risposta. Avevo tentato di convincerlo che era una scelta azzardata sperando di guadagnare ancora un po’ di tempo però, ovviamente, non mi aveva ascoltata e ora tutti sapevano e potevano iniziare a sviluppare le loro teorie.
“Ovviamente se questa notizia trapelerà sarete… beh… morti.” Li minacciò Malandrino con un sorrisetto falsamente innocente che metteva i brividi. Irritata mi domandai allora perché coinvolgere così tanta gente: a questo punto tanto valeva tenere informato il più stretto numero possibile di persone. “Ci sono ancora molti punti da chiarire.” Riprese Malandrino. “E uno di questi è senza dubbio è di organizzarci affinché l’attenzione, non solo della S.C.A., ma anche del esercito e della polizia, sia rivolto a qualcos’altro.” Spiegò con un sorriso inquietante che riuscì a risvegliare in me l’istinto di fuga.
Malgrado fosse di gran lunga più basso e mingherlino di me aveva l’abilità di rendere la sua presenza possente ed invadente, anche un gigante come Orion pareva un moscerino con lui accanto. Riuscii a mantenere un’apparente calma solo perché sapevo che non poteva sapere ciò che la mia mente racchiudeva.
“Per facilitare tale aspetto il colpo si terrà il 21 aprile del prossimo anno, durante la festa nazionale.” Disse Malandrino. “Sarà dolcemente ironico far iniziare la fine di questo stato corrotto lo stesso giorno in cui è stato fondato.” Disse Malandrino mentre mi ripetevo di mantenere un volto neutrale malgrado sentissi i caldi occhi di Giulio perforarmi l’animo, sembrava che volesse scavare dentro di me per capire cosa mi stesse passando per la testa. Tuttavia rimasi impassibile e concentrata su un punto ben preciso della mappa mentre Malandrino diceva cose che sarebbero state incoraggianti ed ispiranti se le avessi ascoltate. Infatti poco dopo presero dei bicchieri e dei buoni alcolici ed iniziarono a brindare al colpo, alla caduta dello stato e a tante altre cose. Io bevvi un sorso ad ogni brindisi e mi sforzai di dimostrare sicurezza e gioia.
 
Dovevo essere stata particolarmente convincente poiché quando, ore dopo, potemmo andarcene venni agguantata e trascinata via da Giulio e dagli altri ragazzi che lo seguirono a ruota.
Mi ritrovai in un vicolo e quando ci fermammo percepii lo sguardo deluso di Giulio intuii che volesse cercare di dirmi qualcosa ma si limitò ad esitare un istante per poi farsi da parte.
Solo in quel momento mi resi conto che lo sguardo di tutti era quanto meno preoccupato. Notai che Galahad era particolarmente arrabbiato e che stava per dirmi qualcosa ma venne anticipato da Nohat. “Sei una scema.” Iniziò furioso guardandomi negli occhi. Il suo sguardo sera fatto freddo come quello di un assassino e gli occhi parevano emanare una tenue luce propria e questo, unito alla opaca luce delle grigie giornate autunnali, gli donava un’aurea spettrale ed intimidatoria. “Un’autentica e inesorabile scema ed egoista, come tutti gli umani.” Aggiunse gelido come una lastra di ghiaccio, potevo palpare la sua rabbia fredda e distruttiva. “Ti rendi conto di cosa succederà se riesce la missione e cosa se non riesce?” Mi chiese Vanilla arrabbiata e delusa mentre mi stava guardava come se non fosse certa di avere davanti la solita Diana. “Non avevo molta altra scelta. Se non avessi accettato avrei rischiato la sua ira.” Mi limitai a rispondere freddamente mentre sentivo gli occhi di Giulio continuare a scavare confusi in me.
“Diana.” Iniziò Galahad molto più serio di quanto lo avessi mai visto in questi mesi. “Se la missione riesce, ed il che non è garantito, Malandrino non si farà scrupoli a distruggerà la città, e chi sa cos’altro, per ottenere il potere.” Mi spiegò parlandomi con estrema severità. “Se non riesce.” Proseguì avvicinandosi a me. “Noi tutti ci ritroveremo fucilati, o peggio, nel giro di una notte.” Gli occhi di Galahad erano duri, ma ressi il confronto. “E mi sembra che l’annichilimento di una città in cui vivono migliaia di civili, bambini e una buona fetta di Altri oltre che di umani sia un prezzo fin troppo alto.” Concluse infastidito.
“Credi che non lo sappia?” Domandai placida preparandomi ad attuare la recita. “Ma, nel caso non ti fosse chiaro, Malandrino mi ha fatto intendere che mi avrebbe coinvolta in questa cosa con le buone o con le cattive. Ho scelto di accettare per evitare di essere sequestrata, legata, imbavagliata e poi usata come esca per il drago.” Risposi cercando di contenermi: non potevo scatenare la mia ira adesso o avrei rivelato tutto. “Non capisco, vuoi approfittarne per fare carriera?” Mi domandò Garred con un tono di voce confuso. Mi volsi verso di lui e, invisibilmente, lo ringraziai di avermi dato l’idea per uscirne. “Perché no?”
Come le pronunciai sentii ogni cellula del mio corpo bruciare dall’ira. Avrei tanto voluto urlare loro la verità ma se lo avessi fatto sarebbe stata la fine: come avessero scoperto il mio piano li avrei messi in pericolo e questo non lo volevo.
A quelle parole Felicitis sbiancò. “Diana, non puoi dire sul serio!” Esclamò la ragazza, le sorrisi con lo stesso sorriso malato che avevo potuto studiare in questi mesi. “Questo mondo del cazzo cadrà comunque prima o poi: avete visto cos’è successo con quel nucleare, se non sarà l’inquinamento che noi stessi produciamo a disintegrarci, probabilmente saremo la causa di qualcosa di ben peggio del soffio infuocato di un drago, rispetto a quella roba credo che la soluzione di Malandrino sia molto più congeniale.” La mia voce era atona, inespressiva. “Diana, non puoi dirlo seriamente.” Iniziò Vanilla avvicinandosi più di quanto non avesse mai fatto e con uno sguardo che non vedevo dalla notte in cui eravamo diventate delle assassine: un misto di terrore e disgusto. “Perché no? Bruciare questo mondo con un’arma appartenente a ciò che ha portato gli esseri umani al potere. Sarà uno spettacolo macabramente magnifico.” Continuai lasciando tutti senza parole.
Fu Nohat a prendere in mano la situazione sbattendomi contro il muro. “Tipico degli umani!” Mi ringhiò in faccia con ora una luce ancora più brillante ed assetata negli occhi. “Non pensate mai alle conseguenze delle vostre azioni!” Dovetti fare uno sforzo enorme per non reagire fisicamente o verbalmente, mi limitai a reggere lo sguardo.
Capii che mi avrebbe picchiata, lo accettai, per com’erano adesso le cose me lo meritavo. Tuttavia Giulio lo bloccò appoggiando una mano sulla spalla del amico. Nohat lo riprese dicendo qualcosa sul fatto che ero indifendibile, che non importava che fossi la sua ragazza, ma si interruppe quando vide lo sguardo furioso che Giulio rivolse a me: i suoi occhi erano due pozzi ambrati d’ira pura. “Distruggi pure il mondo con Malandrino se la cosa ti rende felice. Tanto non possiamo andarti contro. Ma sappi che non vogliamo essere coinvolti in questa storia.” Disse con una freddezza che mi ferì profondamente. Mi chiusi in un angolo buio della mia mente lontano da tutto e tutti. “Distruggere tutto e tutti sarebbe poi così male?” Domandai con un sorriso che non mi apparteneva, con un tono che non era il mio, non sapevo neppure dove volevo arrivare, volevo solo accertarmi di tenerli il più lontano possibile da questa storia. “Per giunta, vi consiglio caldamente di fare come dico io d’ora in poi: non vorrete mai che un uccellino riveli quanto ho sentito oggi.” Aggiunsi imitando nuovamente Malandrino, stranamente mi riusciva fin troppo bene la parte della pazza assetata di sangue e questo mi spaventò.
 
Una volta a casa riuscii a lavare via il dolore. Passai le mani sul viso e controllai l’occhio nero che si era appena formato. Era stata Felicitis a farmelo, non me lo sarei mai aspettato da lei, eppure mi aveva colpita in pieno e probabilmente avrebbe continuato se Giulio e Vanilla non l’avessero fermata a forza. Non la biasimai, io a sentire una frase simile da uno dei miei amici avrei cambiato loro i connotati, soprattutto dopo tutto quello che avevamo passato assieme nel ultimo mese.
Con un sorriso amaro pensai che per mia fortuna Felicitis non era esattamente un esempio di forza bruta e non era brava a picchiare e che se a farlo fosse stato Nohat, da cui ero sicura che avrei ricevuto qualcosa in più di una strigliata, probabilmente sarei dovuta andare in ospedale, quindi mi era andata di lusso: un piccolo prezzo da pagare per proteggerli. Potevano odiarmi se volevano, se ciò significava non coinvolgerli e proteggerli ero disposta ad accettarlo.
 
Egoisticamente ero convinta che sarei riuscita a reggere bene la pressione, che sarebbe andato tutto come previsto, ma a quanto pareva mi ero dimenticata dei miei primi mesi a Meddelhok. E del fatto che da sola non valgo la metà di quando posso disporre degli affetti.
 
 
Da quel momento inizia a sentirmi tirare da tutte le parti, era come se da ogni lato qualcuno cercasse di portarmi al mio limite. Ero un elastico così teso che poteva fare solo due cose a questo punto: spezzarsi e quindi crollare, distruggendo tutto ciò per cui stavo lavorando, oppure sfuggire dal lato che maggiormente tirava e perdere tutto il resto per una costrizione a cui non potevo sfuggire.
 
Il primo lato, la scuola, tirava con una forza bassa e costante. Esse la ragazza strana, nuovamente isolata, testa calda ma comunque intelligente che, pur facendo esasperare i professori per i suoi modi, riusciva portava dei buoni risultati era faticoso ma avevo accettato di non poter combattere su ogni singolo fronte, quindi tenevo la testa china, facevo il mio lavoro come studentessa e nessuno mi diceva niente.
Incredibilmente la scuola e le lezioni parevano la terra dei beati in confronto al resto: sopportavo molto più facilmente i professori con le loro frasi scontate da recitare all’interno di un’ora di lezione.
Il problema era durante la ricreazione. Senza i miei amici a spalleggiarmi, il resto dei miei compagni, o almeno la parte che avrebbe considerato una prova di coraggio, se non addirittura intelligente, avvicinarsi ad un orso affamato, si divertiva a stuzzicarmi e a farmi perdere la pazienza. A volte arrivavano pure a tentare di picchiarmi ma tutto si concludeva con una visita in infermeria da entrambe le parti o solo da parte del mio sfidante.
Come se non bastasse per la preside ero diventata il suo nuovo passatempo preferito. Si divertiva a minacciarmi di sospensione per i diversi pestaggi quando sapevamo entrambe che se lo avesse fatto qualunque avvocato di primo pelo avrebbe dimostrato che la mia era stata legittima difesa, infatti non avevo mai iniziato una rissa. Tuttavia, da quando aveva scoperto che conoscevo bene la legge, se mi incrociava per i corridoi mi faceva domande al limite della decenza della serie. “Che ne pensa dell’articolo n° 26 delle leggi di restrizione?” O cose così alle quali rispondevo monosillabica e acida. (Per puntualizzare la l’articolo n° 26 delle leggi di restrizione cita: Agli altri il frequentare una carriera scolastica si deve fermare al quinto anno di liceo, data la ovvia incapacità di competenze. Ci terrei a sottolineare che questa legge la butterei volentieri giù per il cesso con tutto il resto del capitolo delle leggi di restrizione.)
 
Nel secondo lato c’erano i miei genitori. Mi comportavo esattamente come mi avevano sempre giudicata ovvero una ragazzina irresponsabile, ribelle che non fa altro se non contestare e mettere il broncio e dovevo sempre sembrare quel malumore che si attende da una diciottenne: ingenuo, generico, lunatico, e stava diventando sempre più difficile essere sempre la stessa quando l’unica cosa che volevo fare a casa era buttarmi sul letto e dormire o cercare di lavorare al mio piano.
A casa si stava raggiungendo livelli di tensioni terribili: oramai discutevo con mio padre per ogni più piccola questione, dalla scelta dell’università al modo in cui mi vestivo, con mia madre essenzialmente non ci parlavo per paura che scoprisse tutto e la scacciavo in malo modo ogni volta che mi si avvicinava. Questo atteggiamento degenerava in scontri fisici tra me e mio padre e porte sbattute in faccia con mia madre. Mene uscivo sempre con le classiche frasi da manuale: “Lasciatemi stare! - Non potete controllarmi!” Mi sentivo patetica a farlo oramai. Non mi interessava un bel niente del mio futuro o dell’università o di qualsiasi altro problema tipico di una studentessa umana al quinto anno. L’unico mio pensiero e preoccupazione era rivolto alla riuscita della missione e uscirne viva.
 
Al terzo lato c’erano le famiglie che mi ero scelta. Da un lato cercavo di rassicurare i miei amici di sempre e di spiegargli che avevo la situazione sotto controllo, che il colpo era uno scherzo che andava tutto bene. Quando niente andava bene, rischiavo la pelle con quell’operazione e la rischiavo anche con le missioni minori che Malandrino gentilmente mi aveva assegnato.
Dall’altro c’erano i miei nuovi amici, avevano praticamente chiuso ogni comunicazione con me, non mi guardavano neppure a volte, in missione e davanti agli altri fingevano una relazione quantomeno civile ma per il resto il nostro rapporto era diventato asettico. Neppure Giulio osava guardarmi, il che, sebbene odiassi ammetterlo, dovetti constatare che mi stava facendo impazzire quasi quanto tutto il resto messo assieme, soprattutto perché sapevo quanto lui mi avrebbe sostenuta se gli avessi spiegato tutto, che avrebbe cercato una soluzione assieme a me, ma non potevo mettere la sua vita, quella degli altri e dei loro cari in pericolo.
 
Nel quarto lato c’era Malandrino. Dovevo apparire decisa, sicura, pronta a tutto, un po’ incosciente, a volte pure ingenua, amante del rischio e della rissa, dovevo essere quella parte di me che lui voleva vedere ma era faticoso, e in quel periodo particolarmente perché da ogni lato mi sentivo abbandonata, questo aumentava le mie paure e le mie insicurezze.
Eppure, contro ogni mia aspettativa, procedeva bene: ero riuscita a ottenere un piano che non prevedesse l’uccisione del minor numero di agenti possibile e un impiego minimo delle nostre forze ma non saremmo mai potuti essere solo io e lui in quella stanza, e per quanto sembrasse che adesso si fidasse di me, non sarebbe mai rimasto solo con una mina vagante come la sotto scritta. Per di più gli servivano almeno altre due persone per fargli da scudo in caso il drago lo attaccasse. Per settimane cercai una soluzione ma nulla, da sola avrei solo rischiato di fare del male a me e al drago, di farmi beccare o ammazzare.
 
In ogni momento della giornata da quando mi svegliavo a quando crollavo a letto sfinita mi sentivo falsa e mi odiavo per questo: malgrado tutto ero sempre stata fedele a me stessa non nascondendo a chi mi circondava e a me stessa, soprattutto, chi ero, com’ero, cosa pensavo e ciò in cui credevo. Mi sentivo sprofondare in un abisso di angoscia, responsabilità, timori, insicurezze e frustrazioni che una ragazza non dovrebbe vivere ma che sfortunatamente dovevo sopportare. Forse se avessi avuto accanto a me qualcuno, anche solo una persona, sarei riuscita a reggere meglio la situazione.
È vero alle volte volevo fare le cose per conto mio e mi era sempre piaciuto lavorare da sola, tuttavia ho sempre avuto bisogno di qualcuno che mi stesse accanto, che mi distraesse, che mi ascoltasse dato che, senza di questo, crollo.
Ho sempre avuto compagnia, sostegno e amici ed in quel momento mi resi conto che senza questi non sarei mai riuscita nel mio intento.
  
Alla seconda settimana di pianificazione cedetti e compresi che o coinvolgevo le uniche persone di cui mi potevo fidare o tanto valeva che mi gettassi nelle fauci del drago. Non mi piaceva come soluzione ma stavo impazzendo e questo era il modo più sicuro per la riuscita del mio piano. Mi ripromisi di scegliere i compiti più sicuri per tutti loro e se possibile non coinvolgerli direttamente ma oramai avevo le mani legate: Malandrino voleva dei nomi al più presto e, siccome ero io a dirigere l’operazione, si aspettava che scegliessi qualcuno di cui mi fidassi. Non avevo altra scelta che riconciliarmi con i miei amici, scusarmi, spiegare loro la situazione, il mio piano e pregare il Sole e la Luna che non mi ammazzassero o vendessero subito dopo a Malandrino o la S.C.A., e non avevo idea di quale delle due fosse peggio.
 
Ovviamente scelsi di iniziare dall’unica persona che probabilmente se avessi dimostrato un intento di rappacificazione mi avrebbe concesso un’ultima occasione e non lo avrebbe spiattellato tutto agli altri: Giulio e ad essere sincera erano settimane che volevo riaverlo tra le mie braccia.
Fu così che durante la lezione di scienze mi sedetti accanto a lui. Questi si sorprese sul momento, ma distolse lo sguardo subito dopo, era ancora profondamente arrabbiato e non gli potei dare torto. Tuttavia procedetti: strappai una pagina bianca del diario, scribacchiai qualcosa, lo piegai in quattro e glielo feci scivolare sul banco. Giulio guardò per un istante il bigliettino, poi diede un’occhiata a me, pareva confuso e sorpreso mentre riportava lo sguardo sul biglietto. Dopo qualche istante in cui sperai che me lo prendesse tra mani mi scostai e lasciai che lo prendesse e se lo infilasse dentro al astuccio.
Sentii il magone alla gola ma lo lasciai fare, sapevo che era solo un gioco di aggressività passiva però stava avendo l’effetto desiderato perché mi si stava contorcendo lo stomaco per il dubbio che non lo leggesse. Come mi resi conto di cosa stavo pensando distolsi lo sguardo ma non vi riuscii del tutto, ogni tanto riportavo i miei occhi su Giulio che invece non attuò nessuno sforzo per non guardarmi dato che riuscì a concentrarsi sulla lezione prendendo appunti mentre la sottoscritta a stento sottolineava solo qualche passaggio di rilievo nel libro. Conclusasi la lezione Giulio sistemò metodicamente le sue cose e se ne andò alla sua prossima lezione senza rivolgermi uno sguardo neanche per errore.
Abbassai lo sguardo rassegnata: se era questo il suo gioco lo avrei accettato, anzi me lo meritavo, ma questo non significava che non mi ferì.
 
 

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Capitolo 13
*** 12. Riconciliazione ***


Note dell'autrice: scusate l'immenso ritardo, sono stata sommersa di impegni in questo periodo, oltretutto questo capitolo non mi convice ancora, ci sono delle cose che, per quanto le rilegga, non mi convincono ma non riesco a sistemare, ma forse sono solo io ad essere paranoica. Quindi mi fareste un enorme favore a scrivermi cosa ne pensate nelle recensioni, se avete consigli, critiche, qualsiasi cosa. In tanto ringrazio tutti i lettori per essere arrivati fino a qui, vi dò un grosso abbraccio!

12. Riconciliazione
 
Nel biglietto che avevo dato a Giulio c’era scritto che gli davo appuntamento il giorno dopo a casa mia alle sette e che gli dovevo parlare in privato e di non inventarsi scuse perché sapevo che quel giorno non aveva impegni.
Ma da quando inserì la lettera nella nello zaino iniziai a mangiarmi le unghie, vizio che avevo da piccola e che avevo perduto qualche anno prima ma nei momenti di particolare pressione tende ancora a riapparire.
 
Vorrei poter dire che dopo fui relativamente tranquilla e rilassata se non addirittura certa al cento per cento che sarebbe venuto, invece già alle cinque e mezza del giorno successivo ero pronta per accoglierlo. La grande Diana Dalla Fonte ridotta ad un’anima in pena per un ragazzo: uno spettacolo penoso. Ero sempre stata la prima a dire che alle mie amiche di non innervosirsi inutilmente per un maschio, che c’erano tanti pesci nel mare e che comunque non bisognava farne una tragedia se una relazione finiva. “Sei una brutta ipocrita Diana.” Mi ripresi quando mi accorsi che erano solo le cinque e quarantacinque; da quando avevo visto Giulio allontanarsi il mio cervello aveva avuto un chiodo fisso sulla questione. Come se non bastasse non mi aveva mandato nessun segnale per farmi comprendere le sue intenzioni, la sua tranquillità era paragonabile a quella di un monaco del Sole illuminato dalla sacra rivelazione e questo mi faceva perdere le staffe.
Continuai a guardare l’orologio, che pareva procedere troppo lentamente per i miei gusti, e a contare i passi necessari per andare da una parete all’altra della stanza. Mi sentivo una chimera in gabbia.
La mia era un’attesa angosciante, forse addirittura ossessiva. Avevo provato a concentrarmi su qualcosa di diverso ma non ci riuscivo. In quell’asso di tempo infinitamente lungo mi dissi almeno sedici volte che dovevo rassettarmi, ventisei volte che era una pessima idea, trentadue che aveva buttato la lettera, seicento che non sarebbe venuto.
Arrivarono le sette, non sentii il suono del campanello o il telefono squillare e dopo due minuti d’attesa crollai. In uno scatto d’ira calciai il tavolo della cucina e per poco non si ribaltò. La rabbia si unì alla frustrazione, alla delusione e ai sensi di colpa sfogandosi finalmente in delle lacrime. Mi diedi della scema, della stupida, dell’orgogliosa, della mula, dell’incompetente e della insensibile mentre continuavo a muovermi nervosamente lungo la stanza colpendo di quando in quando il muro, calciando il divano o qualche sedia. Delle tante persone che conoscevo ero riuscita ad allontanarmi dall’unica a cui non mi sarei mai voluta separare. In quella tempesta di lacrime mi venne in mente uno dei pochi ricordi nitidi della mia infanzia.
 
“Nonna perché non ti sei più risposata?” Aveva chiesto una bambina di quattro anni troppo curiosa e vivace per qualsiasi adulto. Ricordo una dolce tristezza, una pacifica malinconia nei suoi occhi mentre lo diceva. “Perché non avrei mai potuto amare nessun altro se non tuo nonno piccola mia.” “Perché?” Insistetti con quel fare innocentemente irritante dei bambini. “Noi siamo fatti così, amore mia.” Non ci capivo niente. “Ogni uno di noi è destinato ad amare una persona in particolare, una e una solamente.” Mi sentii triste a quella notizia. “Allora non mi vuoi bene, e neanche a papà.” “No, no Diana. Io ti voglio bene e anche a tuo padre e a tua madre, gli voglio un bene dell’anima. Ma con tuo nonno è stato diverso.” “Diverso? Come!?!” Insistetti esasperata da tutti quei misteri. “Nel senso che sentivo di aver trovato la persona che mi completava.” Ascoltai senza capire quelle parole. “Tranquilla un giorno capirai.” Disse accarezzandomi. “E il nonno? Provava lo stesso?” Chiesi curiosa e lei sorrise sincera e fece un sì lento e pacifico. “E mamma e papà?” La nonna rise alla mia domanda. “Quei due! Sì, si amano alla follia ma non lo ammetterebbero mai. Diana, giurami che se un giorno incontrerai qualcuno per cui proverai questo sentimento, chiunque sia, farai di tutto per tenertelo vicino.” “Lo giuro nonna.” Lo avevo giurato senza saper cosa fosse davvero un giuramento ma era di uguale valore.
 
Con gli anni mi ero convinta che fosse solo una fiaba per bambine romantiche e avevo in parte dimenticato la promessa e alla questione del destino non ci avevo mai realmente creduto, anzi, crescendo mi aveva sempre maggiormente provocato un senso di fastidio. Ma in quel momento compresi che, come in ogni favola, c’era un fondo di verità: è raro riuscire a trovare qualcuno con cui si sente di potrer condividere tutta la vita, accettando a vicenda pregi e difetti, ma se la si trova non bisogna farsela sfuggire perché molto probabilmente non avrai un’occasione simile una seconda volta, forse si riuscirà a trovare l’amore in qualcun’altro ma non sarà mai la stessa cosa. “Avevi ragione nonna.” Sussurrai con la voce rotta dalle lacrime che mi bloccavano la gola. “Sono una tale idiota.”
 
Sentii il campanello suonare ci andai convinta che fosse qualche rompipalle o qualche stupida scout. “Che c’è!?!” Sbottai spalancando la porta. “Che c’è? Io te lo dovrei chiedere!” Alzai lo sguardo: era Giulio.
 
Caddi letteralmente tra le sue braccia e iniziai a piangere. Mi detti della stupida e della debole: stavo piangendo come una bambina. Per un istante Giulio esitò, era sorpreso, l’ultima volta che mi aveva vista così la situazione era molto più grave, però, malgrado fosse ancora arrabbiato con me, mi strinse a sé e lasciò che mi sfogassi per qualche istante prima di condurmi dolcemente al interno per poi chiudersi la porta dietro. “Mi dici che ti prende?” Sentivo la sua rabbia contenuta a forza dalla sua preoccupazione che lo pervadeva: aveva sempre avuto un cuore buono. “Ti ho vista piangere così una sola volta e… insomma… data la situazione sarebbe stato strano il contrario.” Continuò con un tono già più calmo e addolcito.
Dovevo avere un aspetto terribile: tremavo, singhiozzavo, gli occhi erano sicuramente rossi, le occhiaie erano venute fuori, il viso era accaldato e solcato dalle lacrime ed ero tutta incurvata. Vidi i suoi occhi addolcirsi un attimo. “Piango… perché sono una perfetta idiota, presuntuosa e perché ti amo!” Dissi tremante. Giulio allora guardò l’orologio erano le sette e dodici ma a me quei pochi minuti erano parse ore.
 
Scacciai via le lacrime con rabbia, non era sulla pietà o su questa scenata che avrei voluto iniziare la serata ma la situazione mi era sfuggita di mano. Inspirai affondo ed espirai scacciando via tutta la tensione che avevo in corpo. Gli feci cenno di sedersi, facendogli intuire di non riaprire l’argomento, ma non mi ascoltò si avvicinò a me e iniziò ad annusarmi. Mi faceva il solletico e un tenue sorriso mi affiorò sulle labbra alla sensazione del suo fiato e della sua barba incolta sulla mia pelle, si era fatta più folta in quelle settimane ed era quasi decente. Non so cosa comprese, non so se devo ringraziare la Luna, il Sole o qualche Astro per questa illuminazione divina, o forse devo solo ringraziare Giulio per aver posseduto un’empatia che avrebbe potuto salvare il mondo. “Sospettavo che non ce la stavi raccontando giusta.” Sussurrò accarezzandomi i capelli. “Non eri più te stessa di recente.” Continuò con dolcezza. “Mi sei mancata Diana.” Quattro parole con il potere di far cadere tutte le mie difese e lei mie paure in un secondo.
Lo abbracciai mentre anche lui mi stingeva a sé. “Giulio io…” Iniziai tremando, volevo scusarmi per averlo allontanato dalla faccenda per essere stata la peggiore delle fidanzate e delle amiche, supplicarlo per il perdono.
“So che mi vuoi spiegare che succede.” Mi interruppe poggiandomi un dito sulle labbra. “Ma il primo a doverti delle scuse sono io: avrei dovuto capire prima che c’era qualcosa che non andava. Quindi, ora, prendi un bel respiro e mi spieghi cosa sta succedendo.” Seguii il suo suggerimento: presi un respiro profondo e mi ricomposi. A quel punto gli feci cenno di sedersi e gli raccontai tutto.
 
Quando conclusi Giulio si stava reggendo la testa con le mani con fare esasperato. “Perché non me l’hai detto? Ti avrei aiutata volentieri, sarei stato dalla tua parte.” Mi riprese distrutto. “È proprio questo il problema: avresti accettato e ti avrei messo in pericolo e questo io non lo voglio.” Spiegai esausta. “E hai mai pensato a me?” Mi domandò guardandomi negli occhi. “Diana quando ci hai detto quella cosa non ci volevo credere: è stato come morire. Te l’ho nascosto ma sono stato malissimo. Per giunta, non hai mai pensato che se succedesse qualcosa a te avresti fatto soffrire me, i ragazzi, i tuoi amici di Lovaris e i tuoi genitori? Per la Luna…. Se dipendesse da me ti direi di fare le valige e di non tornare mai più qui, te lo volevo dire nel istante in cui ho saputo in che cosa ti stavi imbarcando.” Mi confessò esasperato. “Giulio, ascolta…” “No, tu ora ascolti me Diana. Sono infinitamente incazzato con te, non hai idea di quanto desideri prenderti a schiaffi in questo momento. Eppure ti amo ancora troppo e già il fatto di averti ferita mentre cercavi solo di proteggermi, sbagliando, ma comunque mi stavi proteggendo, mi fa sentire un pezzente.” Sorrisi dolcemente a quell’affermazione. “Pertanto ora voglio che tu mi ascolti attentamente. Io ti amo e intendo superare ogni ostacolo con te, intendo sposarti, avere dei figli nostri o adottati, non mi importa, voglio fare la differenza stando al tuo fianco: come compagno, come pari, come fedele alleato. Ma non posso farlo se devo vivere nel terrore che tu mi nasconda qualcosa per proteggermi; quindi, ora, io ti perdono, ma devi giurarmi che mi dirai sempre tutto e che giudichi da me se è qualcosa che non posso fare.” Quando finì non resistette più e distolse lo sguardo probabilmente in imbarazzo, anche se io l’avevo trovata la più grande dimostrazione di coraggio, lealtà, e forza a cui avessi mai avuto l’onore di assistere.
Mi appoggiai a lui e lo strinsi con forza. “Telo giuro Giulio…” Esitai un secondo ma non potevo infrangere un giuramento un istante dopo averlo compiuto. “Sei la persona migliore di questo mondo e temo di non meritarti.” A quelle parole Giulio si allontanò imbarazzato. “Non fare la smielata adesso, non ti si addice.” Disse lui imbarazzato. “Mi hai chiesto di dirti sempre tutto e questo riguarda le cose brutte come quelle belle.” Sussurrai tornando a sedermi in maniera composta. “Bene, pace fatta direi… se… se non c’è altro io… andrei prima che arrivino i tuoi.” Iniziò Giulio nervosamente lanciandomi uno sguardo che avevo imparato a conoscere.
Riconobbi subito quello sguardo imbarazzato, quella supplica silenziosa. Sorrisi condividendo il suo desiderio, volevo dimenticare il resto del mondo per qualche ora. “Si è fatto tardi. Se vuoi puoi restare.” Gli proposi e un istante dopo ci stavamo baciando, non fui mai così contenta che i miei dovessero lavorare fino a mezzanotte. “Approfittatore.” Lo derisi mentre mi avvicinavo a lui baciandolo e a quel punto mi lasciai sollevare e portare in camera.
 
Non saprei descrivere quella notte, ero molto tesa, piena di sentimenti al limite, tra il rancore per quelle settimane e la voglia di aggiustare le cose, tuttavia una volta diventati uno sapevamo già che qualunque cosa ci riservasse il futuro, non ci saremmo mai separati, malgrado le differenze, i litigi e le avversità della vita non avremmo mai smesso di sostenerci a vicenda.
 
“Diana.” Mi voltai nel letto. “Dimmi Giulio.” Avevamo appena finito di fare l’amore e ci ritrovammo, per qualche strano motivo, a parlare seriamente, malgrado fossimo entrambi distrutti dal sonno. “Continuo a essere dell’idea che non dovevi accettare la proposta di Mandarino e non trovo che sia stato corretto escluderci dalla missione senza dirci nulla e scacciandoci malamente.” C’era rimprovero e potevo sentire la frustrazione di quelle due settimane nella sua voce ma non più delusione o rabbia aveva deciso di metterle da parte e vedere se effettivamente sarebbe servito. “Non temere non avverrà mai più.” Lo rassicurai accarezzandolo. “E credo che troveremo un modo per evitare il disastro. E domani…” Guardai l’orologio. “O meglio oggi pomeriggio, tutto vi risulterà chiaro.” Mi guardo sorpreso. “Voi chi?” Sorrisi a quella ritrovata serenità tra di noi. “Tu e i ragazzi.” Risposi. “Quindi li hai già avvisati.” Domandò sorpreso. “Sì, ho scritto anche loro una lettera, ma non credo che verranno.” Ammisi. “Aspetta. Hai scritto una lettera anche ai ragazzi? Portandoli al mio livello come importanza? Questo è crudele!” Mi prese in giro infilandosi sotto le coperte e baciandomi il ventre facendomi impazzire. “Giulio, no! Non riesco a parlare così!” Esclamai cercando di trattenere le risate. Comparve da sotto le coperte. “Come? Nuda e a due millimetri dal sottoscritto oppure non ci riesci se sei eccitata?” Mi domandò sorridendomi divertito ma con dolcezza. “Entrambe le cose.” Se mi considererete pazza a questo punto allora perfetto sono ed ero pazza. “E, senti, adesso non ho voglia di parlarne, rovinerei il momento.” Una parte di me desiderava lasciare questo istante così com’era, felice, innocente, perfetto. Giulio si mise in una posizione fin troppo seducente. “Se vuoi potrei parlare con i ragazzi e convincerli a venire.” Mi propose guardandomi negli occhi con fare lascivo. Alzai lo sguardo. “Mi faresti un enorme favore ma, ti prego, smettila di provocarmi: sono stanca e domani c’è scuola.” Decretai scacciandolo con il cuscino, a quel punto si allontanò e fece per mettersi a dormire, poi però mi accorsi di una coda che iniziò ad accarezzarmi le cosce. “Giulio!” Esclamai seria minacciandolo di morte, lui se la rise e mi diede un ultimo bacio della buona notte.
Tuttavia non riuscii ad addormentarmi facilmente. Stavo pensavo che doveva aver fatto pratica con le trasformazioni in lupo poiché ero sicura che una coda che fino ad un’istante fa mi stava sfiorando le gambe era scomparsa nel nulla, una piccola angoscia mi invase: sapevo che da quando si era trasformato per la prima volta lo aveva fatto altre volte ma iniziavo a temere che la cosa gli stesse sfuggendo di mano, temevo di perderlo per questo, se lo avessero scoperto o non fosse più stato in grado di tornare nella sua forma umanoide sarebbe stato straziante per me e pericoloso per lui.
Con dolcezza gli passai una mano sotto la nuca, trai folti capelli castano scuro e la barba incolta che gli ricopriva parte del viso, c’erano alcuni peli scuri sul petto sugli addominali, sulle braccia e sulle gambe così lisci rispetto a quelli umani, mi persi a studiare quel corpo muscoloso anche se non particolarmente scolpito e mi sentii sicura quando mi strinse tra le sue braccia in un abbraccio forte e dolce. Mi addormentai accoccolata al suo petto con un sorriso che, per quanto felice, era anche preoccupato.
 
 
Quel pomeriggio osservai uno ad uno i miei compagni e presi un bel respiro per iniziare. “Di certo immaginate il motivo per cui vi ho convocati.” Tutti annuirono.
Giulio era riuscito a convincere i ragazzi a darmi almeno la possibilità di spiegarmi e, sorprendentemente, avevano accettato. Anche se si riusciva a palpare la loro ira e irritazione. Galahad aveva trasformato i suoi occhi verde scuro in delle lame affilate, sorte simile a quelli Nohat che in aggiunta stavano leggermente brillando, segno che il suo istinto predatore era attivo, pertanto nulla di buono per me. Vanilla mi stava scavando l’anima con quei suoi occhi blu studiando ogni mia singola mossa. Quelli più propositivi erano Felicitis e Garred che stavano covando una tenue speranza.
“Ebbene le mie intenzioni riguardo i draghi…” Come iniziai a parlare venni interrotta da Nohat. “Le conosciamo già le tue intenzioni.” Disse acidamente. “Lasciala parlare Nohat.” Intervenne Giulio lanciando un’occhiataccia al suo amico. “Certo Giulio.” Rispose. “Mi fa piacere sapere che la puttana ti ha ammaestrato.” A quelle parole Giulio afferrò Nohat per i lembi della maglia e lo avvicinò a sé mentre mi stavo trattenendo per non riempire quel idiota di botte. “Nohat, io e te siamo amici da prima ancora di saper parlare. Ma da della puttana alla mia fidanzata un’altra volta e giuro che è la volta buona che....” Giulio, in preda al ira, stava per aggiungere altro ma si bloccò e, quasi vergognandosi di sé, lasciò andare Nohat. “Lasciala parlare.” Si limitò a dire poi tornando il ragazzo che conoscevo. La sua ira improvvisa aveva sorpreso tutti i presenti, soprattutto Nohat: pareva costernato per quello che aveva fatto Giulio e c’era qualcos’altro che non riuscivo ad identificare. Nohat fece per dire qualcosa ma si bloccò e rimase in silenzio.
A quel punto Giulio mi fece cenno di continuare e così feci.
“Stavo dicendo…” Ripresi lanciando uno sguardo preoccupato Giulio: una parte di me temeva che questa sua reazione fosse legata al risveglio della sua parte lupina dato che non l’avevo mai sentito alzare i toni con nessuno e neanche al resto dei ragazzi era mai capitato. “Ho intenzione sì di liberare i draghi ma non di consegnarli.” Iniziai mentre i ragazzi mi guardarono scettici. “E a chi hai intenzione di consegnarli? A quel branco di felloni della S.C.A.?” Mi chiese Garred, che nel caso ve lo state domandando, era stato lui ad aver stillato la lista su I gentili appellativi della S.C.A. “Ovvio che no.” Ribattei all’istante. “Non li consegnerò a nessuno, né alla S.C.A., né allo stato, né al esercito, né a Malandrino o né a qualunque altra organizzazione.” Specificai. “Quindi… il tuo grande piano è di tenerteli?” Chiese Galahad con una buona dose di scetticismo mentre mi scrutava con fare calcolatore. “Neanche.” Decretai e colsi un interesse crescente in Galahad. “Ho ricevuto una soffiata su un posto sicuro per questi draghi. Dove nessuno li maltratterà o sfrutterà.” Subito ottenni la massima attenzione da parte di tutti. “Dove si trova?” Mi chiesi Felicitis con un barlume di speranza negli occhi. “Nella Regione dei Fiumi.” Ammisi e a quelle parole gli occhi di molti si illuminarono.
“E la persona che ti ha fatto la suddetta soffiata è per caso uno dei tuoi ex-compagni di classe? Sempre ammesso che tu non stia facendo il doppio gioco per approfittarti di noi.” Mi chiese Vanilla, l’avrei ritenuto un insulto normalmente ma mi trattenni ricordandomi che per come li avevo trattati mi meritavo tutto ciò. “Non mi approfitterei mai della vostra amicizia e sì: questa soffiata viene dalle persone più fidate che conosca. Questa è la verità.” Specificai con pacatezza. “E come ci possiamo fidare basandoci sono sulla tua parola?” Mi chiese Vanilla ancora scettica e scrutandomi con attenzione. “Dopo tutto ce lo hai detto solo ora a cose fatte, dopo che avevi già deciso su come agire, potresti esserti inventata tutto.” Feci per alzarmi dalla poltrona infuriata ma mi bloccai a metà strada e mi obbligai a tornare seduta prendendo un profondo respiro.
“Non vi ho detto subito la verità perché non vi volevo coinvolgere più del necessario.” Risposi tentando, goffamente, di placare la mia ira. “Non coinvolgerci? E allora cos’era quella scenata che hai fatto un po’ di tempo fa?” Mi domandò Vanilla infastidita. “Farmi odiare era il modo più semplice per tenervi lontano da questo piano suicida.” Spiegai mantenendo la calma. “E so di aver sbagliato a dirvi quelle cose. Avete tutto il diritto di odiarmi se volete, non vi ho invitato qui per ricevere il vostro perdono, questa è una cosa che mi devo meritare. Vi ho invitati per scusarmi e supplicare il vostro aiuto poiché da sola non riuscirei mai nel mio intento o ad uscire viva da quella missione.” Buttai tutto fuori d’un colpo; la cosa fu estenuante ma al contempo liberatoria: non stavo così bene da un pezzo.
“In poche parole…. Mi dispiace: sono un’idiota, ho sbagliato a trattarvi così, e so che è ipocrita da parte mia correre a chiedere il vostro aiuto adesso. Non vi chiedo di perdonarmi, poiché neppure io lo farei, vi sto solo chiedendo di collaborare per liberare il drago ed evitare la catastrofe. E se non volete saperne nulla non vi giudicherò: siete liberi di andarvene se volete poiché in questa missione rischierete la vita.”
Quando conclusi il discorso si incrociarono gli sguardi e decisero di parlare tra loro per qualche minuto. Solo Giulio rimase seduto vicino a me: lui aveva già scelto da che parte stare.
 
Non ascoltai la loro conversazione, non seppi mai cosa si dissero e sinceramente credo che non avrebbe cambiato il risultato. A fine discussione Galahad mi si avvicinò e mi guardò dritto negli occhi. “Diana quello che facciamo è un atto di fiducia. Comprendo che tu abbia fatto tutto questo per proteggerci ma se ci nascondi qualcos’altro dillo ora perché non tollererò altri segreti.” Decretò Galahad e gli risposi senza esitazione. “Ne sono consapevole.” La determinazione nella mia voce non scosse Galahad di un millimetro. “Bene. Aggiornaci sui dettagli.” Decise sedendosi sul divano, gli sorrisi chinando leggermente la testa in segno di ringraziamento.
A quel punto attesi il verdetto del resto dei miei compagni, si sedettero tutti, tuttavia notai che solo Felicits e Garred parevano soddisfatti dalla situazione, Vanilla aveva ancora molte reticenze e Nohat probabilmente era rimasto solo per Giulio.
“Allora? Qual è il piano capitano?” Sorrisi alla frase di Garred: nessuno mi chiamava più in quel modo da troppo tempo. “Il piano è semplice. Io, voi, Malandrino e un altro paio di persone ci introdurremo per la finestra…” Venni interrotta da un gesto seccato di Nohat. “Dicci solo ciò che varierà, Malandrino sicuramente non fa altro che ripeterci il piano tutti i sacrosanti giorni quando ci farai entrare nella squadra. Vai al dunque.” Mentre diceva queste cose si sedette accanto a Giulio e questi gli diede una leggera spinta con la spalla. Nohat si voltò. “Scusami.” Sussurrò Giulio e Nohat fece un cenno vago che probabilmente voleva dire che le accettava.
“Va’ bene… non sono ancora in grado dirvi i dettagli ma l’idea sarebbe che voi bloccaste chiunque possa compromettere la liberazione del drago: ovvero Malandrino ei suoi seguaci più fedeli. E probabilmente un paio di voi dovranno anche assicurarsi che il tetto sopra alla bestiaccia sia aperto quando lo libererò. Ci penserò io a portare il drago fuori da lì. E a quel punto lo porterò nei pressi di Lovaris dove i ragazzi hanno trovato un nascondiglio adeguato.” Spiegai in maniera sommaria. “Tutto qui?” Commentò Galahad sorpreso e leggermente scettico. “Lo so, fa pena ma questo è quanto so dirvi per certo.” Continuai, li guardai un secondo. “D’accordo entro un po’ più nel dettaglio. La mia idea è quella di fare in modo che tutti quelli che andranno alla sala comandi siate voi. Poi servirà almeno una persona che stia sul camioncino così che possa recuperarci se tutto va’ a scatafascio. E, in oltre, mi serve qualcuno che si occupi di Malandrino mentre io libero il drago. Per il resto il piano non si discosterà da quello di Malandrino.” Spiegai. “Ora, qualcuno ha dei suggerimenti?” Domandai ci fu un lungo momento di riflessione. “Penso che le persone più indicate per occuparsi di Malandrino ed un suo eventuale scagnozzo siano Giulio e Nohat che, assieme a te, sono quelli più robusti e bravi nel combattimento e a sparare.” Disse Vanilla ottenendo un cenno d’affermazione da parte di Galahad.
“Io ci sto’ purché sia lei la prima ad entrare nella stanza del lucertolone e a rischiare la pellaccia.” Disse Nohat beccandosi un’occhiataccia da parte mia e di Giulio. “Nohat smettila con questo comportamento. Neanche io so se fidarmi realmente di Diana, in fondo è un’umana. Ma il tuo atteggiamento non ci aiuterà.” Lo bacchettò Galahad. “Oh, orecchie a punta si è finalmente fatto calare le palle.” Commentò Nohat ironico ma leggermente a disagio. “L’orecchie a punta…” Controbatté Galahad con un tono tagliente. “È interessato alla tua collaborazione, succhia sangue.” Rispose Galahad facendomi strabuzzare gli occhi. “Galahad… stai bene? Hai la febbre?” Gli domandò Garred confuso toccandogli la fronte con fare giocoso. “Sto benissimo.” Si limitò a dire Galahad scostando infastidito la mano di Garred, per poi tornare a fissare Nohat. “Sarai collaborativo?” Gli domandò Galahad, e Nohat, sbuffando, rispose. “Sì, sì.” Rispose annoiato. “Ma questo non significa che mi io fidi di te al cento per cento di te, Diana. L’unico motivo per cui collaboro è per parare il culo a Giulio: non esiterei un istante ad abbandonarti se anche solo sospettassi che ci stai nascondendo qualcosa.” Mi informò. “Continua a dubitare allora.” Decretai sorprendendolo. “Così facendo mi risparmi la fatica di dover dimostrare sempre le mie motivazioni: un occhio scettico e attento fa sempre comodo.” Dissi cercando di mantenere i nervi saldi.
“Ragazzi, per favore, non scatenate una guerra.” Intervenne Giulio mettendosi tra noi. “Si può sapere perché la mia ragazza e il mio migliore amico non riescano neanche a dividere la stessa stanza per cinque minuti senza scannarsi?” Domandò Giulio cercando di spezzare la tensione tra noi due. “Mi dà fastidio il fatto che sia umana, problemi?” Spiegò Nohat facendo alzare gli occhi al cielo a Giulio. “Oh Luna, ti prego, fa che si trovi una femmina così finalmente inizierà ad apprezzare la cecità del amore.” Scherzò Giulio mentre io mi trattenevo per non ridere in faccia a Nohat.
 
Quando la riunione fu conclusa Felicitis, che era rimasta in disparte fino ad ora, mi si avvicinò e mi abbracciò. Il suo gesto mi sorprese ma risposi volentieri a questo. “Mi sei mancata Diana.” Sussurrò lei e la strinsi con forza. “Sì, anche tu mi sei mancata.” A quel punto Vanilla mi sequestrò e mi abbracciò. “Sappi che non ti perdonerò mai per questo giochetto.” Decretò lei con broncio palesemente finto. “Mai?” Domandai con un sorrisetto divertito. “Mai.” Disse baciandomi la fronte. “Femmine.” Fu l’unico commento di Garred probabilmente disgustato dalla scena.
 
 
“Visto è andato tutto per il meglio.” Mi rassicurò Giulio una volta che i ragazzi se ne furono andati. “Sì, ma non posso fare a meno di sentirmi in colpa per avervi tenuto all’oscuro di tutto, in quel modo poi.” Ammisi a mezza voce. “Se si aggiunge il fatto che adesso vi ho coinvolti… mi sento una tale inetta.” “Hai solo fatto ciò che ritenevi più sicuro per noi, Diana.” Sussurrò Giulio dolcemente. “Sì, ma sto mettendo a rischio le vostre vite per una mia idea.... Mi sento alla pari di tutti i capi dello Stato.” Mentre parlavo Giulio si era avvinghiato a me con un abbraccio stretto. “Ti sbagli: se fossi alla pari di quella gente non ti daresti tante pene per noi, né avresti sopportato ciò che ti abbiamo fatto, avendo i sensi di colpa per lo più. Diana sei una donna straordinaria e neanche te ne rendi conto. Il tuo unico difetto è di essere una stupida cronica.” Mi sentii piacevolmente debole a quel complimento e arrossii leggermente quando mi baciò il collo.
 
 
Quella stessa sera mi ritrovai con Malandrino a progettare alcune vie di fuga alternative per eventuali inconvenienze. Era l’ultima cosa che mi andava di fare ma andai alla riunione privata tra me e lui facendo finta di niente. “Sei insolitamente silenziosa oggi qualcosa ti preoccupa?” Chiese con finta apprensione. “Sì. Mi preoccupa che l’unica via di fuga possa essere sorvegliata.” Risposi seccata. Erano ben altri i pensieri che mi percorrevano la mente ma di certo non potevo parlarne con lui. Oltretutto non portavo più rispetto per lui da un po’ di tempo. “Bada.” Mi ammoni. “So essere paziente ma non mi piace il modo in cui mi rivolgi la parola. Se imparassi a parlare come si deve la gente ti rispetterebbe.” Sbuffai appena si voltò, oramai avevo sentito quella frase milioni di volte ed era sempre stata una menzogna. “Dico sul serio.” Continuò lui, evidentemente se n’era accorto. “Se ti vuoi far rispettare e ascoltare devi sembrare più credibile.” Quelle parole attirarono la mia attenzione: non pareva uno dei suoi soliti deliri. “Cosa intendi dire con credibile?” Chiesi cauta.
Malandrino iniziò a squadrarmi soddisfatto: a quanto pareva oggi era una delle sue giornate buone. “Fare la parte dell’adolescente testa calda non ti giova affatto. Ti fa sembrare sciocca, inaffidabile e insolente; invece se maturassi un po’ potresti ottenere più facilmente attenzione e credibilità.” Bloccai seccata quel suo discorso incomprensibile. “Non capisco se rigiri la frase.” Dissi sperando di ottenere una risposta più esaustiva. “Intendo dire che la gente non si fiderà mai di te come ti presenti tu ora: una ribelle, testa calda, violenta e impulsiva non piace a nessuno.” Alzi gli occhi al cielo: l’ennesima persona che diceva che dovevo crescere. “Ma si fiderebbero di una ribelle, decisa, sicura, con principi chiari e idealista come so che tu sei.” Mi sorprese quella parte; non solo per il fatto che Malandrino era riuscito a fare un discorso chiaro e non fasullo, ma anche perché mi aveva detto ciò che normalmente un adulto non dice a una ragazza: i suoi pregi.
“Certo che non ti biasimo se preferisci nasconderti dietro a quel bel visino.” Continuò pungente e a quelle parole mi pervase un forte senso d’irritazione. “Che stai dicendo?” Sapevo di non aver mai avuto un bel visino: era squadrato, gli occhi obliqui e le labbra eccessivamente carnose, e una pelle dalla tonalità a metà tra il dorato e l’olivastro, anche da piccola nessuno aveva mai pensato che io fossi carina essendo un maschiaccio sempre sporca di polvere, terra e sughi, e crescendo non ero migliorata e la mia faccia era tutto fuorché quella di una brava ragazza. “Oh avanti, lo sappiamo entrambi che sotto quella scorza dura c’è una persona tenera.” Un improvviso desiderio di strozzarlo mi raggiunse le mani e le dovetti serrare per non assaltarlo: come osava criticarmi e dire cose di me che neppure comprendeva. Per evitare di compiere omicidio afferrai la borsa e uscii con la scusa che si era fatto tardi.
 
Una volta fuori iniziai a correre verso casa. Qualcosa mi aveva infastidito nella conversazione. E sapevo cos’era, solo non volevo ammetterlo.
Arrivata a casa andai nella stanza degli allenamenti dove rimasi fin quando i muscoli non mi fecero male. Era il mio unico modo per spegnere quella rabbia che da sempre mi teneva compagnia. Per qualche motivo il dolore dovuto allo sforzo fisico placava quel fuoco che mi scorreva ossessivo nelle vene e mi annebbiava la mente.
 Appena uscita incrociai mio padre che mi bloccò. “Se continui così un giorno dovrai prendere otto antidolorifici al giorno.” Mi rimproverò afferrandomi le mani totalmente gonfie e sbucciate. Lo guardai con odio, avevamo ripreso a parlarci dopo gli avvenimenti con la bomba, ma non comunicavamo ancora molto anche perché mi ero convita che non sarei riuscita a parlarci civilmente e che non fosse in grado di capirmi. “Potenti Astri datemi la pazienza… vieni, ti aiuto con la medicazione o domandi non riuscirai a prendere appunti a scuola.” Decretò trascinandomi in bagno ed iniziando a disinfettarmi.
“Cos’hai bambina mia?” Mi chiese con finta calma; mi voltai, odiavo quando attaccava con la storia della sua bambina e cercava di fare la parte del padre bravo e premuroso, sapevamo entrambi che era solo una recita. “È il mestruo va’ bene!?!” Una mezza verità in effetti, mi era venuto quel pomeriggio. “Diana…” Mi riprese: stava per incazzarsi come suo solito ma si bloccò. “Non dovresti dire certe cose, e comunque di norma non fai questo genere di allenamenti solo per il ciclo.” A quel punto gli presi il disinfettante dalle mani. “Faccio da sola.” “Diana, la vuoi smettere? Sto cercando di essere un padre comprensivo! Lasciami finire questa cazzo di medicazione!” A quel punto lo lasciai fare con fare irritato.
“Il tuo malumore ha per caso a che fare con quel tuo amico…?” Mi domandò mio padre ad un certo punto nervosamente. “Papà…. Non. Voglio. Parlarne. E Giulio non c’entra.” Mi limitai a dire per poi andarmene appena mio padre finì con la medicazione.
 
 
Qualche giorno dopo riuscii finalmente a passare il pomeriggio con Giulio dopo giorni di duro lavoro. Da quando avevo stillato i nomi per la missione Malandrino aveva iniziato a compiere un addestramento intensivo per tutti i ragazzi coinvolti quindi non avevamo quasi mai un pomeriggio libero.
Ci stavamo godendo qualche momento di pace, solo per noi due. Eravamo nascosti in mezzo al solito parco ma non stavamo facendo nulla se non godere l’uno della compagnia del altra. Ci stavamo baciando quando Giulio si interruppe, sembrava che avesse sentito qualcosa, un odore familiare, non ci misi tanto ad accorgermi che una giovane licantropa dai capelli castano scuro raccolti in due lunghe trecce stava fissando Giulio incredula. “Anna!” La chiamò Giulio ma questa si dileguò prima che lui potesse fare qualcosa, notai i suoi occhi incupirsi. “Era tua sorella?” Domandai, avevano gli stessi capelli scuri e gli stessi occhi. “Sì.”
Eravamo veramente in un oceano di guai.

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Capitolo 14
*** 13. Una questione di famiglia ***


13. Una questione di famiglia
 
 
Giulio si alzò di scatto e io lo seguii a ruota. “Anna!” Ripeté lui con tutto il fiato che aveva in corpo. “Stammi lontano! Sei un traditore della tua stessa specie! Ti odio!” Urlò la ragazzina, non doveva avere più di tredici anni, i sue due trecce svolazzavano accompagnandola nella sua corsa, la sua camicia bianca e vecchia le stava decisamente troppo grande, mentre la gonna troppo lunga le intralciava la corsa, infatti Giulio la afferrò in corsa. “Anna, per favore…” Cercò di calmarla ma la ragazzina protestava ed urlava come un’ossessa. “No, no! Ti odio! Ti odio! Sei un traditore! Un traditore!” Urlò lei con tutto il fiato che aveva in corpo scalciando per cercare di liberarsi.
A quel punto Giulio le tappò la bocca e la guardò dritta negli occhi. “Anna, zitta, se ci scoprono potrei finire in prigione.” La ragazzina si calmò di colpo e smise di scalciare.
Quello che aveva detto Giulio era una grossa balla: non si finiva in prigione per un rapporto consenziente con qualcuno di un’altra specie, non a Meddelhok quanto meno, però non si era di certo accettati e in certi casi si veniva persino perseguitati ma non incarcerati. A meno che non ci si trovasse davanti un branco di stronzi come ci era capitato pochi mesi fa.
“Bene Anna. Ora ti lascio, ma giurami che non farai scenate di alcun genere.” La bambina accennò un sì nervoso e allora Giulio la lasciò andare. “Sei cattivo Giulio.” Sussurrò Anna a sguardo basso. “Non è un posto adatto per parlarne Anna.” Disse Giulio guardandosi attorno notando, come me, una lunga serie di sguardi curiosi. “Diana vieni anche tu, per favore.” Lo seguii senza porre domande mentre ricevevo un’occhiataccia da quella nanerottola: ho sempre avuto un rapporto di amore e odio con i bambini, neanche la maternità mi ha cambiata molto, l’unico bambino che abbia mai amato incondizionatamente è sempre stato e sarà sempre e solo uno.
 
“Papà si arrabbierà quando lo saprà, e spezzerai il cuore alla mamma.” Lo rimproverò Anna guardandolo storto. Avrei volentieri dato una sberla in testa a quella ragazzina in quel momento poiché sapevo quanto per Giulio fosse difficile affrontare l’argomento. “Lo so, ma io la amo, non posso cambiare questa cosa Anna.” La bambina a quel punto fissò me con uno sguardo assassino, scrutatore ed indagatore. “Non mi guardare così, sono un’umana, ma questo non significa che mi stia approfittando di lui. Io lo amo e per questo sono qui con lui.” Risposi seccata dall’atteggiamento della sorellina di Giulio; nel frattempo mi accorsi che avevamo raggiunto la fermata degli autobus e che Giulio si era fermato lì, mi avvicinai a lui cercando di non farmi sentire dalla mezzatacca. “Giulio, che fai?” “Anna non sa tenere un segreto, a questo punto è meglio che tu venga con me e ti presenti la mia famiglia.”
Mi trovai d’accordo con Giulio ma anche mi sentii fortemente a disagio. Fu la prima volta in cui rimpiansi seriamente il mio essere umana: fino ad allora mi infastidiva ciò che molti umani facevano a chiunque appartenesse ad una specie diversa ma sapevo che esistevano anche umani che non erano così, e io mi ritenevo appartenente a questa categoria, però non potei fare a meno di pensare che se fossi stata una licantropa non ci sarebbero stati problemi nel mostrare la mia relazione con Giulio, ma anche se fossi stata qualsiasi altra cosa sarebbe stato meglio della me effettiva.
 
Il viaggio in autobus fu lento e snervante: Giulio aveva i nervi a fior di pelle, Anna lanciava occhiate di sdegno ogni due per tre a me o a suo fratello in base all’umore, mentre io mi torturavo le mani cercando di prepararmi psicologicamente a ciò che sarebbe potuto avvenire e mi ripetevo di non reagire violentemente qualunque cosa accadesse, dovevo tenere a bada il mio caratteraccio firmato Dalla Fonte.
Guardai fuori dal finestrino, per tentare di distrarmi, e notai che ci stavamo avvicinando alla parte Nord-ovest del cerchio più esterno della città e avevamo raggiunto una periferia abbandonata da tutti, vi vivevano solo morti di fame o operai, eppure era una parte considerevolmente ampia della città. Quasi tutte le persone si erano fermate prima ma io, Giulio e sua sorella continuammo a proseguire fino a superare la zona povera ad arrivare al capolinea che esso dava su un altro quartiere pieno di casupole messe abbastanza bene e relativamente nuove: erano appartamenti in case dai tre ai sei piani molto amate dai licantropi della zona visto che permetteva un continuo contatto trai vari componenti del branco.
Una volta scesa venni subito squadrata da almeno una ventina di occhi dorati, marroni e verdi, Giulio mi sorrise, per tentare di incoraggiarmi, ma era così teso che quel che ne uscì appariva più una smorfia. “Te la stai facendo sotto, vero?” Gli domandai cercando di spezzare la tensione. “No, sto solo pensando a cosa scriveranno sulla mia lapide.” Scherzò continuando a mantenere quella smorfia. “E tu, hai paura?” “No, sto solo pensando a come occulteranno il mio cadavere. Sinceramente spero che mi mangino, vorrei avere la possibilità di vivere dopo la morte.” Ammisi nervosa, a quel punto riuscì a farsi una risata.
 
 
Avevamo compiuto pochi passi quando chiesi di fermarci ad un telefono pubblico che usai per chiamare i miei genitori, visto che oggi sarebbero tornati a casa, ed essendo quasi le sette si sarebbero preoccupati, per quanto litigassimo certe cose non se le meritavano certe cose; per giunta volevo evitare l’ennesima litigata per un motivo inutile.
“Pronto? Qui Luisa Dalla Fonte.” Rispose mia madre. “Pronto mamma, sono io.” Sussurrai. “Diana! Finalmente hai imparato ad usare i telefoni pubblici. Torni per cena?” Mi domandò mia madre. “Non credo, probabilmente mi fermerò fuori a cena.” Le dissi mentre pregavo la Luna di non diventare la portata principale. “D’accordo, dove di grazia?” Mi domandò lei un po’ delusa. “A casa di Giulio.” Come lo dissi sentii mia madre sobbalzare. “Quindi glielo avete detto.” “No, ma si è presentata un’occasione propizia e vogliamo afferrarla.” Spiegai: avrei potuto raccontarle la verità ma sarebbe stato fin troppo imbarazzante. “Dico a tuo padre di fare dei giri di ronda per il quartiere?” Domandò mia madre. “Mamma!” “Scherzavo, è che… sono preoccupata, va’ bene? Ti stai comportando in maniera sempre più strana del solito Diana, all’inizio credevo che fosse per il tuo nuovo ragazzo, ma adesso ho paura che stia succedendo qualcos’altro.” A quelle parole strinsi il telefono con forza. “Diana, so che abbiamo molte divergenze, ma… se devo essere sincera, io… alle volte… vorrei essere come te.” Sentii tutto il mio corpo irrigidirsi: che storie erano mai quelle? “Mamma non sparare cazzate.” Risposi mentre mi pizzicavano gli occhi. “La lingua signorina. E comunque… dico la verità, tu hai la pura e semplice volontà di cambiare il mondo che hanno mantenuto poche persone a questo punto della vita.” A quelle parole qualcosa mi disse che doveva essere successo qualcosa di grave al lavoro ma non osai chiedere poiché sapevo che non mi avrebbe risposto. “Anche se sei una femmina non ti fai mettere i piedi in testa da nessun maschio, neppure da tuo padre. Hai il coraggio di dire le cose come stanno e come la pensi anche se ciò ti rende impopolare, e… inizio a credere che tu sia cosciente di cosa questo comporta e di quanto i tuoi ideali sfiorino l’irrealizzabile, ma tu Diana sei… sei… non so neanche cosa sei, come ho fatto ad avere una figlia così? Io sono solo una vigliacca che si limita ad eseguire gli ordini.” Mi strinse il cuore sentirla parlare così: non ero abituata a dei sinceri discorsi accorati madre e figlia.
“Mamma?” Sussurrai preoccupata, doveva essere successo qualcosa di veramente grave, oramai ne ero certa, o non si sarebbe mai aperta così, non con me. “Tu sei destinata alla grandezza Diana, io lo so. Quindi, per favore, non permettere che la mia codardia o la durezza di tuo padre ti tarpino le ali o che le asprezze che ti riserverà la vita ti impediscano di amare, poiché è questo che tu fai Diana: tu ami le persone per ciò che sono e per ciò che fanno, non per come appaiono, tua nonna lo sapeva, per questo ha scelto per te il nome Diana.”
 
Già, il mio nome, mi avevano raccontato quella storia mille volte da piccola.
Mia nonna aveva insistito parecchio perché il mio nome fosse Diana come l’eroina del mito che affronta mille pericoli per salvare il suo villaggio e la sua famiglia. Era una bella storia ma estremamente triste dato che alla fine l’eroina moriva. Da piccola avevo anche preso molto sul personale questa cosa e mi ero convinta che sarei morta giovane, ma erano solo sogni di una bambina.
 
“Quindi… per favore Diana, non ti fermare mai, insegui il tuo sogno, hai le capacità per farlo, ne sono sicura, solo… ti prego, ricordati che ciò che vuoi fare non avverrà da un giorno all’altro, puoi cambiare questo mondo, ma un passo alla volta. Non scegliere la via più semplice o quella più veloce, scegli quella più giusta, ti supplico, perché so che è quello che farebbe la mia bambina.”
Sentii le lacrime offuscarmi la vista, sentii che in quel momento avrei potuto dire tutto a mia madre, chiederle consiglio come quando ero piccola, ma non lo feci poiché sapevo già cosa sarebbe accaduto. “Non temere mamma, io me la caverò, non fallirò alla fine.” Le promisi. “Bene. Spero di esserci quando avverrà.” Non avrei compreso quelle parole se non anni dopo.
“Va’ bene, ciao mamma.” “Ciao cucciola, ti voglio bene.” A quel punto scoppiai a piangere, era un’eternità che nessuno mi chiamava più cucciola. “Diana?” Sussurrò mia madre. “Anch’io.” Chiusi la chiamata e mi afflosciai nella cabina telefonica, sentivo che quella era stata l’ultima occasione per me e mia madre di dire che ci volevamo bene, anche se non sapevo bene perché. Sembrava quasi che il muro che mi separava dai miei genitori alle volte fosse fatto di cemento altre di vetro, ma che con il passare del tempo diventava sempre più alto e invalicabile.
 
Ho pensato mille volte se scrivere o no la conversazione che ho avuto con mia madre quella sera. Una parte di me voleva rendere un minimo di giustizia a mia madre e far vedere quale donna fosse realmente, l’altra invece si vergognava di quello che la gente avrebbe pensato, ma ora sinceramente mi rendo conto che quando queste pagine verranno lette io sarò già morta, quindi preferisco raccontare questo piccolo aspetto della personalità di mia madre che lasciare tutti pensare che lei fosse solo un fantasma nella mia vita.
 
 
Sentii bussare alla cabina. “Diana?” Alzai lo sguardo: Giulio pareva decisamente preoccupato. “Cinque minuti.” Sussurrai nascondendo il volto. “Va’ bene, io resto qui.” Mi asciugai in fretta le lacrime e soffiai il naso, che come al solito gocciolava quando piangevo. Quando uscii superai Giulio senza dirgli una parola ma questi mi abbracciò da dietro cercando di capire cosa avessi. “Diana, per qualsiasi cosa io sono qui, lo sai.” Tirai un profondo respiro e mi appoggiai a lui. “È che… non avevo mai sentito mia madre essere così sincera con me.” Ammisi. “Mi è venuto da piangere come una scema.” Gli spiegai vergognandomi profondamente: sentivo di stare diventando una piagnona di recente. “Mia madre mi ha raccontato che le lacrime sono purificatrici, liberano i nostri occhi dal dolore.” Mi raccontò lui. “Donna saggia.” Sussurrai mentre Giulio mi baciava dolcemente cercando di calmarmi.
Fu in quel istante che vidi la piccola Anna fissarci sorpresa, come se avesse davanti a sé due Astrali o il Sole e la Luna incarnati, ma come capì che la stavo fissando scostò lo sguardo. “Sbrigatevi vuoi due, mamma e papà si preoccuperanno se facciamo tardi.” Disse Anna seguita a ruota da me e Giulio che continuava a tenermi per mano. “Giulio…” Sussurrai in imbarazzo. “Sì?” “Cosa farai se... insomma hai capito.” Sussurrai tornando a preoccuparmi per l’imminente incontro. “Formerò un altro branco.” Anna dovette sentire quelle parole perché si voltò terrorizzata, Giulio le sorrise, non c’era stata esitazione nel suo tono di voce e sebbene non sapessi tutto ero cosciente di quanto essere scacciati dal branco fosse disonorevole, umiliante e doloroso per l’interessato e i membri della sua famiglia. “Non sei obbligato.” Gli sussurrai. “Ho scelto di stare con te, se ti accettano bene, se non accettano, problemi loro.” Decretò stringendomi la mano con maggiore forza e poi baciarmela con dolcezza.
“No!” Esclamò Anna correndo addosso al fratello. “Non puoi andare via!” Giulio le accarezzò la fronte. “Se non sarà accettata dal branco non ho altra scelta Anna, quando troverai la persona con cui vorrai condividere la vita capirai.” Promise Giulio per poi fermarsi difronte ad una casa non diversa dalle altre che però riconobbi.
Giulio suonò al citofono e subito una voce metallica rispose. “Sì?” “Sono io Serena.” Si limitò a dire Giulio. A quel punto una giovane licantropa, un po’ più grande di Giulio, apparve dalla finestra, la riconobbi subito malgrado adesso avesse il pancione della dolce attesa, era la stessa ragazza a cui avevo mollato Giulio ubriaco fradicio mesi fa. La giovane donna aprì la porta e salimmo i primi due piani.
 
Una volta davanti alla porta Giulio bussò e la stessa ragazza aprì. Mi fissò per qualche istante confusa e Giulio fece le presentazioni. “Serena, scusa l’improvvisata, so che è al ultimo secondo, ma ti presento Diana la mia fidanzata.” Disse Giulio serissimo lasciando di stucco Serena. “Giulio… se questo è uno scherzo io ti picchio.” Disse la ragazza minacciando il fratello con un mestolo. “Nessuno scherzo Serena.” La quasi madre fissò Anna come se fosse un testimone. “È vero, li ho visti baciarsi.” A quel punto fissò me per qualche istante e per mia fortuna non mi riconobbe.
“Maaaammmaaaaa!!!” Urlò voltandosi sconvolta. “Che c’è amore? Chi è la ragazza con Giulio e Anna.” Domandò la donna che probabilmente mi aveva intravista dalla finestra. “La fidanzata di Giulio.” Sentimmo qualcosa sfracellarsi in cucina, probabilmente un bicchiere. Subito da dietro la porta che doveva dare sulla cucina apparvero due bambini di forse nove e sette anni e una bambina poco più piccola di Anna che mi fissavano curiosi. “A quando il matrimonio?” Domandò il più piccolo facendomi ridacchiare. “Magnus! Certe cose non si chiedono!” Lo sgridò la più grande delle tre testine comparse che, al contrario dei suoi fratelli, era molto più tendente al biondo cenere.
A quel punto una donna di quarantatré anni, robusta e con alcune ciocche grigie nei capelli legati al indietro in uno chignon comparve dalla porta della cucina e mi stava fissando: era praticamente identica a Giulio, e sentii che da giovane doveva essere stata bellissima. La donna mi si avvicinò pericolosamente annusandomi. “È in cinta?” Domandò a Giulio lasciandomi sbigottita. “No.” Rispose il ragazzo in imbarazzo. “Hai combinato qualche casino?” Continuò. “Mamma…” “Rispondi alla mia domanda!” Lo riprese con tono autoritario. “No.” Affermò. “Ti ricatta?” “Ovvio che no!” Esclamò rosso in volto sfiorandomi la mano come per chiedermi scusa o cercare sostegno contro quel uragano di sua madre. “Allora che ci fa un’umana in casa mia? Questa scimmia nuda?” Insistette, fu la prima volta in assoluto che qualcuno mi chiamò con il nomignolo dispregiativo destinato agli umani, il che non mi fece né caldo né freddo dato che ero concentrata su altro. “Io la amo, ed è giunto il momento di presentarla alla mia famiglia.” Disse Giulio impacciato, a quel punto gli occhi della signora caddero su Anna. “Li hai beccati giusto?” La bambina accennò un’affermazione mentre noi due speravamo di sprofondare negli abissi del Oblio e di non tornare mai più. “Tutto molto spontaneo, vedo.” Disse la donna per poi scostarsi.
“Vedremo cosa fare quando arriveranno tuo padre e tuo fratello, in tanto portala dentro. Che modi non avvisare! Non so neanche se ho del cibo a sufficienza, e oggi si mangia la carne.” Esclamò la donna chiaramente seccata. “Non mi dà fastidio signora, ho partecipato anche alle ultime parti del funerale di mia nonna e nella mia città d’origine andavo spesso a casa di un mio amico licantropo.” La signora mi squadrò. “Hai lo stomaco forte.” “Abbastanza.” Risposi pacata sforzandomi di sorridere. “Da dove vieni?” “Lovaris, nella provincia dei Fiumi.” Spiegai. “Che ci fai qui allora?” Domandò seccata, diedi un’occhiata a Giulio e lui accennò un sì. “I miei genitori sono agenti S.C.A., sono stati trasferiti qui dopo una promozione.” Mi limitai a spiegare. “Che?!?” Esclamò Serena incredula. “Sanno già della mia relazione con vostro figlio.” Aggiunsi. “E l’approvano?” Domandò la donna. “Abbastanza. Diciamo che la tollerano.” A quel punto la donna guardò Giulio pretendendo ulteriori spiegazioni. “Non mi adorano ma non hanno mai abusato del loro potere per questo.” Spiegò Giulio.
“Beh, non sia mai che mi accusino di essere inospitale.” Disse la donna facendoci spazio per entrare. “Ragazza siediti in cucina con me, voglio capire di che pasta sei fatta. Sai disossare il pollo?” Mi domandò. “Sì.” Dissi entrando in cucina mentre Giulio entrava nel panico, cercò di entrare in cucina ma sua madre scacciò fuori tutti tranne una vecchia di forse novant’anni che stava triturando le interiora del pollo per farci un paté che intuii che fosse la nonna di Giulio.
 
Inizialmente la madre di Giulio non spiccicò una parola poi mi fissò e decise di rompere il silenzio. “Quanto meno vuoi bene a mio figlio?” Mi domandò. “Io lo amo.” Risposi placida come se fosse la cosa più naturale del mondo. “Ti prenderesti cura di lui?” “Sempre signora, e lui farebbe lo stesso con me.” Sussurrai in imbarazzo sentendo il suo sguardo su di me. “Disossi bene il pollo, te l’ha insegnato tua madre?” Mi domandò. “No, mia madre non sa farle queste cose e non ne ha mai il tempo, me l’ha insegnato mia nonna.” Spiegai placida. “Ti ha insegnato bene.” A quel punto mi osservò il collo. “Non porti un amuleto?” Mi domandò. “L’ho sacrificato, l’ho bruciato per mia nonna, così che sia protetta nel suo viaggio verso la sua prossima vita, lei aveva perso il suo molto tempo fa, durante i moti del ’64.” Spiegai tranquilla. “E che ci faceva un’umana in mezzo ai moti del ’64?” Mi domandò. “Se la cerca nel giornale la dovresti trovare: Clara Vischio unica umana entrata in carcere come attivista.” Spiegai tranquilla, a quel punto la vecchia si voltò verso di me. “Clara… Vischio?” Domandò la nonnina facendo brillare i suoi occhi. “Adelaide, cosa c’è?” Domandò la donna e a quel punto la vecchietta tirò fuori un ciondolo con un singolo quarto di luna. “Ti ricordi cosa ti dissi tempo fa? Che la mia più cara amica era Clara Vischio.” Iniziò la nonnina che era diventata improvvisamente attiva. “Adelaide, sarà una coincidenza.” “No, la mia Clara era umana e…” Mi lanciò uno sguardo più attento. “Aveva gli occhi e i capelli di questa signorina.”
Cercai un attimo trai ricordi delle vecchie storie che mi raccontava mia nonna poi un nome mi illuminò. “Por…” Mi bloccai, ero un’ospite non potevo prendermi tutte queste confidenze. “Adelaide Sigvel! Mia nonna parlava sempre di lei!” Quante volte mi era stata raccontata la storia della sua amica Adelaide Sigvel. All’epoca avere come amico un Altro era considerato molto più disdicevole rispetto a quando io ero giovane, che non era comunque visto bene ma era decisamente più accettato rispetto alla giovinezza di mia nonna. “Che linguaggio!” “Suvvia Marlena, si è trattenuta, e la mia Clara era molto più scurrile.” “Sì, decisamente.” Sussurrai: mia nonna era una delle donne meno reverenziali che abbia mai conosciuto e avevo imparato da lei grossa parte del linguaggio scurrile.
“Tu quindi sei la piccola Diana, non mi sorprende che Giulio si sia innamorato di te, ha un debole per le ragazze energiche, non mi stupirebbe se avessero già fatto l’amore.” Arrossii fino alle orecchie. “Adelaide!” Esclamò la donna. “Marlena, cara, non temere: Clara stravedeva per Diana, è stata questa piccolina a scrivermi la lettera per informarmi della morte di Clara, mi ha anche mandato il suo cuore.” Il ricordo di quel periodo mi fece stringere lo stomaco. “Ho semplicemente eseguito le ultime volontà di mia nonna.” Ammisi con la gola bloccata dal ricordo del vecchio cuore duro e rugoso di mia nonna congelato. Avevo supplicato i miei genitori di lasciarmelo fare e la carta ultime volontà della nonna funzionava alla grande in quel periodo.
“Hai fatto molto di più piccola. Marlena la ragazza fa parte della famiglia.” Decretò la donna. “Ma, Adelaide… i suoi genitori…” “Noi non siamo i nostri padri Marlena, questo lo sai molto bene, e se mio figlio fa storie digli che lo pesto con il mio bastone.” Iniziai a capire perché Adelaide e mia nonna andassero così d’accordo anche dopo tutti quegli anni: vecchie, pazze ed energiche, tutte e due.
 
Quando uscii dalla cucina vidi Giulio rizzare il capo sorpreso fissandomi come se fosse un miracolo che fossi ancora viva. “Giulio!” Lo chiamò la vecchia Adelaide. “Sì, nonna?” Domandò il ragazzo aspettandosi una bastonata mentre quella vecchietta con le energie di una trentenne camminava verso il mio ragazzo. “La signorina…” Iniziò lei mentre Giulio si preparava ad una bastonata. “Vedi di non fartela scappare.” Gli sussurrò la donna dolcemente e il ragazzo alzò lo sguardo perplesso. “Come?” “Hai la mia benedizione.” Decretò semplicemente la nonna passando oltre. “Cosa? Perché a lui che porta a casa un’umana dai la tua benedizione, e invece mio MARITO, futuro padre del tuo primo bisnipote, neanche uno straccio di ciao?” Domandò Serena massaggiandosi la pancia. “Questo perché tuo marito è un fannullone, se tuo padre non gli avesse dato un posto in falegnameria e la stanza, avresti cresciuto tuo figlio per la strada. Prima si impegna poi si vedrà. Ti ha anche messa in cinta prima del matrimonio quello stolto! Non è neanche buono a capire quando una donna è fertile.” Disse la donna mentre ricevevo una strana occhiata dalla giovane donna.
“E lei cos’ha fatto per convincerti subito?” Domandò la ragazza. “Semplice: è la nipotina di Clara Vischio, la mia vecchissima amica.” Disse la donna per poi sedersi a tavola facendomi cenno di sedermi accanto a lei, non osai disobbedirle. “Raccomandata…” Bofonchiò Serena irritata. Non osai ribattere perché in un certo senso era vero.
 
“E cosa intendi fare quando arriveranno gli uomini di casa?” Domandò Marlena. “Ah, con mio figlio ci parlo io, tu parli con il tuo e al coniuge ci pensi tu Serena, vi siete sposati da poco in fondo.” “Nonna!” Esclamò Serena imbarazzata ma venne interrotta da sua madre che le fece capire di calmarsi. “Adelaide, capisco che tu e Clara foste amiche, ma che cosa ti dice che la nipote abbia un decimo della decenza della ragazza che conoscevi?” Domandò Marlena. “Giulio? Qualcosa da dire?” Domandò Adelaide fissando il mio ragazzo che si alzò e andò da sua madre. “Mamma, lo sai che ti voglio un bene dell’anima, sia a te che a papà. E, lo so, sono uno sbarbatello, sono giovane, sono incosciente ma soprattutto sono innamorato.” Ammise Giulio. “Sono innamorato di una donna straordinaria con una miriade di difetti, lo ammetto, ma che riesce a rendermi felice e credo di poter parlare a suo nome per dire che io riesco a rendere felice lei.” Disse placido Giulio. “Ma è umana!” Controbatté Serena. “Non mi fa nessuna differenza se è umana, licantropa o qualunque altra razza appartenga, io la amo.” Si limitò a dire Giulio senza rivolgere lo sguardo alla sorella: per tutto il tempo aveva continuato a fissare sua madre.
“L’amore non basta lo sai?” Gli domandò sua madre che era rimasta indifferente alle urla della figlia. “Lo so, ma farei un errore enorme a lasciarla.” La donna stava per dire qualcos’altro quando la porta si aprì. “Marlena! Siamo a casa!” I tre bambini più piccoli corsero verso la porta interna e vennero abbracciati da un omone che in qualche modo ricordava Giulio, ma con trent’anni in più, una folta chioma grigia in testa e un volto segnato dalle rughe di un uomo stanco ma sereno. Accanto a lui c’erano altri due ragazzi poco più grandi di me, intuii che il ragazzo mingherlino, rosso e lentigginoso fosse il cognato, mentre il ragazzo che pareva la versione più giovane del padre di famiglia doveva essere il fratello.
 
La nonnina provò a raggiungere il padrone di casa prima della matrona ma avere solo quarantatré anni aiutava e nel giro di pochi istanti non solo sentii tre occhi lupini intenti a fissarmi ma anche la futura nuora intenta a dire chissà cosa al padre di Giulio che fissò il ragazzo per mezzo secondo e questi non poté che avvicinarsi. Decisi di non fare la codarda e di alzarmi e affrontare il padrone di casa: se proprio dovevo essere scacciata di casa tanto valeva uscire con una propria dignità. Ma la vecchia Adelaide mi agguantò il braccio e mi costrinse ad accompagnarla.
 
“Papà, so cosa stai per dire ma…” “Di un’umana?” Iniziò l’uomo. “Sì.” “Ed è serio?” “Sì.” “Ti prego non dirmi che è in cinta poiché a nipoti in arrivo siamo già a quota uno e tanto mi basta.” Disse l’uomo indicando Serena di cui sentii lo sguardo fisso su di me, assieme a quello di Anna. “Papà! No! So come evitare queste cose!” Esclamò Giulio in imbarazzo. “Oh, quindi scopate pure?” “Tesoro! Non davanti ai più piccoli!” Lo riprese la donna per poi sopirare. “Anna, porta i tuoi fratelli in cucina e controlla che la cena non bruci.” Decretò Marlena e a quel punto Anna afferrò i tre nanerottoli e li trascinò dentro alla cucina. Quando la porta fu chiusa sentii nuovamente gli occhi di tutti addosso. “Mi spieghi che ti è passato per quella testa bacata? Non ricordo di averti mandato a scuola per rimorchiare.” Domandò il padre di Giulio con fare severo. “La mia media sfiora il nove.” Sì, Giulio era più bravo di me nello studio, che volete che vi dica era un po’ un secchione, ma non chiedetemi come facesse, in classe stava attento ma con i Rivoluzionari e il resto di tempo per lo studio non ce n’era molto.
“Non c’entra. Credi di essere uno di loro per caso?” Notai che questo ferì profondamente Giulio. “No. È solo che…” Cercò di spiegarsi. “Che cosa? Le umane sono più puttane?” “Roberto!” Lo riprese la vecchia Adelaide facendo accapponare la pelle a suo figlio, probabilmente lo aveva cresciuto alla vecchia maniera. “Mamma… non ti impicciare.” Disse seccato il padre di Giulio tornando ad essere il padrone di casa. “E tu ragazzo, hai anche solo pensato a cosa sarebbe successo se vi avessero beccati assieme? Sai quante guardie ti avrebbero pestato a morte e cosa avrebbero fatto alla tua amichetta lì?” Domandò Roberto e a quel punto Giulio abbassò lo sguardo un secondo. “Me ne rendo conto. Ma tu sei il primo a dire che la situazione attuale fa schifo, non dico che renderemo le coppie miste la norma, ma dimostreremo che l’amore tra due razze diversi è possibile.” Disse Giulio. “Oh, certo. Facendovi ammazzare.” “Non necessariamente.” Intervenni stufa di dover stare zitta, sapevo come ci si sentiva e non volevo lasciarlo solo in quel momento. “Ragazzina, stanne fuori, tu non sei della famiglia.”
A quel punto mi avvicinai a Giulio e gli strinsi la mano. “Sì, non sono parte del nucleo famigliare. Ma ho diritto di parola, e le coppie miste non sono una cosa rara come si crede, sono solo nascoste.” Affermai guardando negli occhi Roberto, mi sorpresi quando non c’era alcun senso di sfida in essi, era come se per lui fossimo dei moscerini con cui non vale la pena confrontarsi. “E che volete fare allora? Vivere come criminali?” Mi domandò fissandomi negli occhi con una flemma che non avevo mai visto in nessuno.
“Non è necessario. È possibile attuare la condivisione di un appartamento, non deve necessariamente essere una persona della stessa razza, e tutto ciò che serve per un matrimonio davanti al Sole e alla Luna sono due testimoni, gli sposi e un sacerdote che santifichi gli anelli, non è un matrimonio riconosciuto legalmente ma è già qualcosa.” Dissi tranquilla. “E per gli agenti stronzi… ce ne sono sempre, basta non provocarli e se alzano un dito contro è sempre possibile accusarli di abuso di potere, non sempre funziona ma è comunque una carta importante e si può procedere verso il penale volendo.” Continuai mentre sentivo Giulio sorridere. Avevo fatto delle ricerche in merito dal incidente nel vicolo.
“E dei figli che mi dici?” Mi domandò e mi bloccai. “Come?” “I figli come intendete crescerli, sempre che possiate mai averne.” Specificò Roberto e, mentre mi sentivo invadere dal insicurezza, sentii Giulio rispondere. “Lo hai detto tu che non ti interessa avere dei nipoti e anche se fosse lo zio non ha mai avuto figli suoi ma è felice con la zia.” Disse Giulio stringendomi la mano, a quel punto Roberto sospirò e ci guardò esasperato. “Ma io che blatero a fare, tanto fareste comunque come vi pare. I giovani di oggi.” Disse sconsolato. “Non che tu o i tuoi fratelli foste tanto meglio.” Lo riprese Adelaide e mi sfuggì un sorriso assieme a Giulio. “Mamma…” La riprese Roberto annoiato appoggiando il cappotto al ingresso mentre Marlena parlottava con lui cercando di convincere Roberto che era una pazzia. “In tanto conosciamola, se fa la stronzetta con nostro figlio la scaccio, tranquilla.”
Mentre avveniva questo il fratello maggiore di Giulio lo abbracciava. “Vuoi far prendere un infarto papà?” Domandò il ragazzo. “No. Io, vorrei solo che… la poteste accettare.” Il ragazzo gli scompose i capelli e mi fece l’occhiolino. “Quanto meno è carina. Non sei di qui giusto?” Mi domandò, accennai un no. “Vengo da Lovaris, una città nella regione dei Fiumi.” Spiegai, a quel punto il fratellone di Giulio guardò il ragazzo divertito. “Oh… capisco….” Disse divertito mentre Giulio sperava di evaporare e dal tono intuii che lui sapeva del fatto che noi due piccioncini eravamo andati assieme a Lovaris.
 
 
Il resto della serata venne trascorso in maniera straordinariamente piacevole. Dopo i primi momenti mi sembrò quasi che si fossero dimenticati del fatto che avessero un’umana a tavola. Oltretutto in quella piacevole serata riscoprii qualcosa che da quasi un anno era venuto a mancare nella mia vita quotidiana. Non avrei mai immaginato che mi sarebbe mancata la vita familiare, lo stare in mezzo a diverse persone che si conoscono da una vita e riescono a condividere un tavolo serenamente, discutere del più e del meno con il cinegiornale alla radio, condividere un pasto caldo, tutte cose con non facevo quasi mai con i miei genitori.
Tra il fatto che tornavano sempre a casa tardi o comunque ad orari improponibili ci ritrovavamo sempre a consumare un pasto precotto della mensa S.C.A., oppure qualche panino preso da qualche panineria, le occasioni in cui cucinavamo erano d’avvero poche e i risultati pessimi.
 
Verso fine serata io e Giulio ci ritirammo un secondo in camera sua, mi stiracchia sul suo letto e lo fissai divertita. “Cosa c’è?” Mi domandò curioso. “Hai una bella famiglia.” Sussurrai lasciandomi trasportare dalla stanchezza. “Sei stanca?” “Un po’.” Sussurrai. “Se vuoi ti puoi fermare qui, sai, per la notte.” Lo guardai con un mezzo sorrisetto. “Cos’hai in mente?” Lo provocai. “Dormiresti nel divano o io lo farei, i miei non hanno una mentalità così aperta.” “Pensano che tu sia vergine per caso?” Domandai divertita. “Mia mamma sicuramente fino ad un’ora fa.” Mi rispose pacato sedendosi accanto a me; stavamo per baciarci quando la porta venne spalancata ed entrambi ci rizzammo sul posto alla vista dell’uomo sulla porta: indossava la divisa nera della S.C.A., la sua pelle era di un intenso caffelatte, gli occhi scuri e perforanti i capelli mossi e lo sguardo seccato. “Papà!” Esclamai incredula. “Che ci fai qui? E come conoscevi la casa di Giulio?” “Ho i miei mezzi di ricerca. Predi le tue cose, ti riaccompagno a casa.” Decretò voltandosi verso l’uscita e dirigendosi verso l’esterno.
 
Guardai Giulio un istante e lo baciai a fior di labbra. “A domani.” Lo salutai con fare seducente, stavo per andarmene ma lui mi trattenne per un secondo bacio. “A domani.” Mi sussurrò ad un centimetro di distanza, sorrisi dolcemente e andai dietro a mio padre subito dopo aver salutato la famiglia Longo.
“È stata una piacevole serata, vi ringrazio.” Dissi cercando di essere il più educata possibile, per questo sentii lo sguardo irritato di mio padre su di me che stava premendo perché ce ne andassimo. “Figurati!” Esclamò Serena tenendosi il pancione, per qualche strano motivo i fratelli di Giulio, dopo i primi minuti, mi avevano preso il simpatia, già che i più piccoli mi si aggrapparono alle gambe e per salutarli li sollevai e baciai loro il capo. Serena aveva ancora qualche reticenza ma almeno non sembrava più intenta a disintegrarmi. “È stato un piacere conoscerti Diana, Clara ti aveva descritta magnificamente.” Disse nonna Adelaide stringendomi le mani in segno di saluto, mentre sentivo ogni muscolo di mio padre irrigidirsi. “È stato un piacere conoscere anche te Klaus, Clara mi aveva parlato così tanto di te.” Mio padre si girò e fece un rigido inchino appena accennato. “Scusate per il disturbo.” E se ne andò, irritata lo seguii dopo aver dato un ultimo saluto a tutti, compreso Giulio che mi stava guardando dal corridoio.
 
 
Scesi rapidamente le scale e trovai mio padre intento a camminare a passo cadenzato e chiaramente incazzato. “Non mi hai detto che il ragazzo era il nipote dell’amica della mamma.” Disse mio padre, per un istante rimasi confusa poi compresi che intendeva la nonna. “L’ho scoperto solo sta’ sera.” Mio padre mi fissò con fare nervoso. “Questa storia non deve mai e poi mai venire fuori.” Decretò mio padre. “Perché scusa? Se la nonna aveva un’amica licantropa non è mica un problema?” Domandai irritata. “E poi che ti è preso prima? Adelaide è stata gentile con me e con te.” “È stata gentile solo perché voleva bene a mia madre, quel che sei tu non c’entra.” Disse mio padre freddamente sgranai gli occhi. “Ripeti?!?!” Esclamai ma mio padre mi tappò la bocca e mi fece cenno di continuare in macchina, era chiaro che non voleva scenate che avrebbe potuto sentire il vicinato.
 
Una volta in macchina mio padre riprese a parlare. “Anche da morta l’ombra di mia madre mi perseguita.” Sussurrò mentre metteva in moto. “Si può sapere che hai contro la nonna?” Domandai incazzata. “Nulla che ti riguarda Diana, e poi cosa ne sai di quel che si prova a vivere con mia madre? Quando l’hai conosciuta era una vecchia decrepita e si era addolcita, ma con me era un’altra persona.” Si sfogò irritato. “Se avevi tanti problemi con la nonna per quale motivo hai lavorato a Lovaris per tutti quegli anni?” Domandai nervosa. “Ragazzina, non parlare di cose che non potrai mai capire.” “Allora dimmele porca puttana!” Esclamai esasperata. “Diana, la lingua!” Mi riprese mio padre. “Chi se ne fotte della lingua! Dimmi le cose! Sulla mia famiglia, della storia della mia famiglia non so quasi nulla! Non mi avete mai detto nulla! Nessuno di voi!” Urlai e con mia grande sorpresa mio padre non si scompose. “Perché sono cose del passato, che restino nel passato. Non è importante che tu le sappia.” Decretò mio padre. “Sì, invece! Cosa c’è che non va’ con la nonna, perché non mi dite mai niente sulla MIA famiglia! Cos’è sono stata un incidente!?! Alle volte ho dei seri dubbi che voi mi abbiate mai voluta!!!” Urlai frustrata, in quel momento mio padre frenò l’auto di colpo facendomi sbattere contro l’apertura del airbag con il naso, non c’erano ancora le cinture nella macchine.
Mi massaggiai la zona lesa e vidi mio padre fissarmi con odio profondo. “Non ti azzardare a dire mai più una cosa simile, soprattutto a Luisa.” Decretò mio padre facendomi venire i brividi, ripartì e un brivido freddo mi percosse e un’illuminazione mi investì ma riuscii a formularla solo mentre eravamo intasati nel traffico per via d’un incidente.
“Mi avete avuta dopo sei anni dal matrimonio, e vi siete trasferiti a Lovaris un anno prima di avermi, non avete avuto altri figli a parte me, non ho mai visto mamma comprare degli assorbenti prima dei miei tredici anni… Perché?” Domandai serissima guardando mio padre che distolse lo sguardo. “Non mi avete avuta in un modo convenzionale giusto?” Domandai.
Vidi mio padre chiudere la radio della S.C.A. e voltarsi verso di me per poi darmi una carezza. “Diana, tu non hai idea di quanto ti abbiamo desiderata.” Sussurrò mio padre con dolcezza, mi venne spontaneo ritrarmi: quello non era un comportamento che mio padre avrebbe normalmente avuto. “Tua madre ha avuto diversi aborti: quattro per l’esattezza e i medici le avevano detto che il successivo sarebbe dovuto essere l’ultimo tentativo o rischiava di rimetterci la vita.” Un brivido freddo mi scosse: non mi avevano mai raccontato questa storia. “Disperati andammo da tua nonna: oramai la medicina aveva provato tutto, non ci restava che provare a pregare o usare… l’altra via.” A quelle parole scattai. “Magia?” Domandai incredula, mio padre accennò un sì. “In parte.” Sussurrò mio padre. “Ma è… pericolosa e illegale.” “Lo so. Ma non avemmo voce in capitolo quella volta.” Iniziò. “Ci eravamo fatti trasferire a Lovaris sperando che avendo un carico di lavoro minore tua madre potesse attuare una gravidanza più tranquilla. E poi, per quanto non ci andassi d’accordo, mia madre era una levatrice, sapeva meglio di me e di tua madre messi assieme quel che faceva.”
Mi domandai cosa mio padre potesse mai sapere sulla gravidanza e sul parto ma rimasi zitta. “Comunque, arrivasti, tua madre dischiarò fin da subito la sua gravidanza come a rischio sotto ordine dei medici, così il tempo passò, otto mesi relativamente tranquilli assieme a mia madre e mio padre.” Mio padre si fermò per procedere di qualche centimetro. “Però una volta… sai com’è a Lovaris, certi giorni a febbraio arriva il vento da Sud e sembra già primavera… quel giorno portai tua madre e i miei genitori poco fuori città sotto insistenza della nonna, non ne ero sicuro ma mi convinsi solo perché anche il medico ci aveva consigliato di farle prendere un po’ d’aria, però lì… tua madre…” Mio padre si bloccò un secondo. “Stava per abortire… lo capii subito, oramai lo avevo visto succedere abbastanza volte da riconoscerlo. Non saremmo mai arrivati al ospedale in tempo, quel catorcio che avevo non poteva andare più di tanto veloce in aperta campagna e anche se fosse saremmo dovuti andare a Urdine, quindi ci avremmo messo troppo.” Mi spiegò con una voce così distante che sentii ogni parte del mio corpo vibrare. “Così tua nonna ci portò da una sua amica, una fata.” Iniziò, intuii dove andasse a parare la storia ma non volevo crederci. “Quella fata… non so cosa fece di preciso. So solo che era magia. Tu e tua madre sopravviveste ma dopo la tua nascita a tua madre… le dovettero togliere le ovaie.” Un brivido freddo mi invase e per riflesso mi strinsi il ventre. “La fata ci disse anche che poteva salvare te o tua madre e che per una vita serve una vita, quindi mio padre si è offerto per dare la sua vita in cambio della tua, prima ancora che io potessi fare nulla.” Fu la prima volta che vidi mio padre così impotente, non avrei mai immaginato che possedesse questo lato così fragile e debole. “Non perdonai mai mia madre per questo. E credo che neanche lei si perdonò mai.” Disse mio padre, capii che non avrebbe aggiunto altro.
“Quindi… il nonno….” Mio padre accennò affermativamente. Senza sapere perché mi strinsi nelle spalle, avevo un improvviso freddo. “E i nonni erano in contatto con… gli Antichi?” Domandai in una sussurro.
Gli Antichi da quel che sapevano erano un gruppo di persone che volevano vivere come nella seconda Era e data la percezione di assoluto pericolo, misteriosità e indomabilità che aveva la magia non era una sorpresa che fosse braccata dalla S.C.A. e anche io all’epoca non mi sarei mai affidata ad un Antico e alla magia, malgrado esercitasse un qual certo fascino proibito.
Mio padre fece un altro cenno. “E non mi stupirei se anche la famiglia Longo lo fosse.” Sentii un brivido invadermi, aveva senso infondo o perché sennò Giulio si sarebbe trasformato davanti a me e avesse ottenuto un controllo così grande della sua magia in così breve tempo. Mi sentii scossa da tremiti. “Perché non me l’avete mai detto?” Domandai confusa. “Perché non sapevo come avresti reagito Diana, tu sei una bomba ad orologeria di cui non si vede il tempo mancante, ti attizzi per poco e sei emotiva. Volevamo che tu sapessi il meno possibile su questa faccenda.” Disse mio padre riprendendo a muoversi.
“Era una questione di famiglia.” Dissi seccata, mio padre si voltò a guardarmi. “E io sono parte di questa famiglia e non sono più una bambina, anche se credo che a volte tu e la mamma ne siate convinti.” Borbottai. “È per proteggerti Diana.” Scostai lo sguardo infuriata. “Da cosa? Dal amore?” Domandai seccata facendo frenare di colpo mio padre. “Il nonno ha fatto la sua scelta per evitare che restassi orfana e di non perdere il suo unico figlio e la nonna vi ha portato lì sapendo quali rischi correva ma lo ha fatto perché altrimenti avrebbe perso sia la mamma che me in un sol momento e te poco dopo. Io sono nata perché i nonni avevano conoscenze con almeno un Antico, vero, ma sono nata perché loro amavano te, la mamma e me incondizionatamente. Mi dispiace per il nonno e non nascondo che mi sento in debito con lui però non avresti dovuto accusare la nonna per una sua scelta, e credo che tu sappia quanto la nonna ne abbia sofferto.” Sussurrai continuando a guardare al finestrino, mio padre si rimise in marcia al suono dei clacson.
 
Crollò il silenzio per diversi minuti, fu strano, inquietante e lo fu ulteriormente quando mi chiusi in camera senza che mio padre dicesse una parola sotto lo sguardo attonito di mia madre.
Quella notte la sentii piangere. Non mi ero mai sentita una figlia così pessima prima di allora.
 
 

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Capitolo 15
*** 14. Guardare al futuro ***


Note dell'autrice: lasciate un commento a fine capitolo per farmi sapere cosa ne pensate della storia fino ad ora!


14. Guardare al futuro
 
 
Il giorno seguente mi ritrovai a fare un giro con tutta la combriccola per le strade degli artisti: non c’ero mai stata prima ed ero curiosa di vedere il quartiere, in cui, alcuni di quelli che sembravano essere un branco di artisti squattrinati, diventarono gli artisti più famosi della nostra generazione; per giunta avevo un bisogno di allontanarmi da casa.
“Non vedevo tutti questi colori dall’ultima volta che ho festeggiato l’arrivo della primavera a Lovaris.” Ammisi stupita guardandomi in giro con occhio critico. “La primavera? Si vede che siete un branco di contadini del sud.” Lanciai un’occhiataccia a Nohat. “Ti faccio notare che la contadina del sud indossa solo un giacchetto con sotto un maglione e una sciarpa.” Dissi mettendo in evidenza la mia giacca in pelle. “Tu, invece, sembri dover andare in una qualche missione esplorativa al estremo Nord.” Dissi divertita dal suo giaccotto spesso, la pesante sciarpa, guanti imbottiti, pantaloni in lana grezza e altri tre strati di vestiti pesanti. “Ne riparliamo tra due settimane.” Si lamentò Nohat mettendosi a posto il suo berretto di lana.
Mi passai annoiata una mano trai capelli: l’arte moderna non era un mio grande interesse, però non potevo negare che molti quadri, foto, sculture, canzoni e scenette erano incredibilmente suggestivi.
Camminammo pacifici finché un’esposizione di foto una attirò l’attenzione di Felicitis. “Diana, Giulio.” Noi due ci voltammo confusi e un istante dopo sbiancammo. “Oh, porca puttana…” Sussurrai. “Cazzo.” Mi fece eco Giulio.
 
Avete presente quella gigantografia dei primi anni di Lorenzo Menagalli, che rappresenta due amanti che camminano abbracciati, con sguardo innamorato, in una grigia giornata di Meddelhok meglio conosciuta come Gli Amanti? Ecco la ragazza meticcia dai disordinati capelli biondi sono io e il ragazzo arrossato dal freddo è Giulio.
Sinceramente mi ero totalmente dimenticata della questione, ma nel istante in cui vidi la gigantografia di quel attimo rubato mi sentii invadere da un’ira incontenibile. Scannerizzai l’area con fare omicida fino a che non individuai un viso vagamente familiare. “TU!!!” Esclamai con fare iracondo avvicinandomi a passo cadenzato al fotografo che si stava placidamente facendo un viaggio con qualcosa di particolarmente efficace perché come mi vide mi sorrise. “Oh, salve. Serve qualcosa sorella?” Mi domandò quel mezzo scapigliato decadentista dalla faccia da schiaffi più grande del mondo. “Sorella?” Domandai tirandomi su le maniche mentre un leggero tic apparve al mio occhio sinistro. “Sì, sai, se ci pensi discendiamo tutti dalla stessa creatura monocellulare, quindi questo rende te e me fratello e sorella.”
“Risparmiami le tue cazzate da figlio dei fiori. Sono qui per quella gigantografia.” Dissi serissima incrociando le braccia. “Oh, Gli Amanti, ti piace? Non è esattamente il mio stile ma… la luce era stupenda e quei due ragazzi così persi dal giogo del amore, forse è un po’ troppo romantica, però il fatto che siano un umana e un licantropo rende tutto così piacevolmente proibito.” Spiegò con la calma tipica di chi è strafatto di erba. “Come fai a dirlo: umani e licantropi sono dannatamente simili.” Domandai irritata iniziando a schioccarmi le dita. “Sono un attento osservatore e i licantropi tendenzialmente hanno peli e capelli più fulvi e di una consistenza diversa da quella delle altre razze, per questo raramente diventano pelati, sai?” Mi raccontò per poi tirare un altro profondo respiro di quella roba dal odore acre e dolce allo stesso tempo, tossii leggermente infastidita. “La ragazza invece… i vestiti parlavano da sé: non era roba nuovissima quella che indossava, ma era di una qualità che un Altro comprerebbe solo per delle feste, ma un’umana con delle medie entrate si può permettere qualche vestito da tutti giorni di quella qualità.” Mi spiegò. “Non hai pensato che potrebbero non essere d’accordo?” Domandai seccata. “Non ho scritto un codice identificativo, le persone possono leggere in quella foto quel che preferiscono. L’arte non può essere spiegata.” Disse il giovane uomo che mi guardò seriamente per la prima volta e sbiancò. “Oh.” Sussurrò facendo inclinare la canna tra le sue labbra. “Esattamente. Oh.” Dissi fissandolo in cagnesco. L’artista rimase immobilizzato per qualche istante poi si mobilitò. “Tesoro!” Chiamò Lorenzo Megagalli ed uscì un giovane uomo dalla pelle molto scura, probabilmente la sua famiglia doveva avere origini nelle zone del Deserto come il mio nonno paterno. “Dimmi amore?”
Ebbi un secondo di smarrimento, non compresi se si erano fatti di qualcosa di particolarmente pesante o se fossero effettivamente ciò che credevo.
“Mi tieni d’occhio i miei figlioli. Devo parlare con questa gentile signorina.” Disse alzandosi e baciando, sulle labbra un altro uomo, nel ventitré, a soli tre mesi di distanza dall’ultima volta che avevano castrato un altro omosessuale, davanti a tutti.
Sapevo dell’esistenza degli omosessuali e transessuali, ma prima di allora non ne avevo mai visto nessuno dimostrarlo, tantomeno così apertamente.
Il fotografo prese un’altra boccata e mi fece cenno d’entrare. “Se vogliono possono venire anche i tuoi amici.” Mi informò facendomi spazio per entrare. Mi voltai un attimo per controllare se il resto della combriccola mi stesse seguendo e notai con piacere il modo in cui l’amante di Lorenzo Menagalli fece un occhiolino a Galahad che arrossì vistosamente dopo un’istante di confusione più totale, non resistetti a trattenere un sorrisetto sulle mie labbra.
 
Al interno del laboratorio-casa-museo c’erano almeno altre cinque persone e potei vedere diverse foto parecchio esplicite sull’omosessualità e anche diverse coppie miste. “Vuoi diventare una voce bianca per caso?” Domandai sconcertata, lui fece spallucce. “Tanto non mi sento un uomo quindi mi farebbe quasi piacere e per scopare non mi serve l’uccello.” Sbiancai, avevo sentito dire che la gente dichiaratamente appartenente a quel mondo non aveva peli sulla lingua, ma questo era troppo anche per una come me.
E prima che qualcuno mi dia della vecchia vi ricordo a tutti che era il ventitré, che l’omosessualità era un tabù enorme e che la transessualità non esisteva ufficialmente, e venivano entrambe considerate alla stregua di una malattia mentale fino al 2036 dall’organizzazione nazionale della sanità. Oramai non si usava più castrarli o sterilizzarli a priori come si faceva quando i miei genitori erano giovani però, se qualcuno veniva classificato come pericoloso per la buona norma, ed era, guarda caso, un omosessuale, veniva castrato senza tanti ritegni.
“Ti potrebbero mandare in prigione per quel che dici, lo sai?” Lui mi lanciò un’occhiata annoiata e fece spallucce. “Meglio me che i miei compagni.” Disse entrando in una stanzetta, nel frattempo sentivo Felicitis squittire per la vergogna e anche Vanilla era chiaramente a disagio, invece per me, paradossalmente, non fu così assurdo: essendo cresciuta praticamente circondata da maschi oramai ero abituata a vedere certe riviste, ed ero abituata alle lunghe estati passate mezzi nudi sulle rive del fiume, quindi non ero particolarmente scandalizzata dalla nudità, ciò che mi metteva realmente a disagio era il fatto che tutto, anche le pose più provocatorie, avevano un qualcosa di sacro e di elegante, non erano mai foto volgari, per di più vedevo spesso gli stessi modelli e modelle posare per foto sia dolci che provocatorie.
 
“Chiedo scusa per il disordine e per il disagio, ma per me la sessualità è qualcosa di cui bisognerebbe parlare a cielo aperto.” “Certo, e se la vedono dei bambini?” Domandai, fece spallucce, era chiaro che non gli interessava. Nel frattempo Giulio mi si avvicinò. “Quello che hai fatto è una violazione della legge sulla riservatezza.” Commentò il mio compagno seccato. “No. Eravate in uno spazio pubblico, non ho condiviso informazioni sensibili su di voi, è tutto legale. Vi avevo anche proposto di vedere il mio lavoro.” Intuii che l’effetto della droga stava diminuendo, per fortuna, ne dedussi, oltretutto, che ne dovesse consumare parecchia per riuscire a riprendersi così velocemente.
“E la mia offerta.” Disse Menagalli iniziando a cercare dentro ad un cassetto fino a quando non trovò una versione più piccola della gigantografia lì fuori. “Rimane sempre valida.” Concluse passando a Giulio la foto, lo vidi esitare per qualche secondo e lanciare un’occhiata interrogativa a Menagalli. “È un regalo di scuse, conservatela, siete venuti bene e tra qualche anno varrà una fortuna.” Non era decisamente un tipetto umile, all’epoca pensai che fosse solo un galletto troppo pieno di sé, ma dato il suo enorme successo si può dire che in realtà era molto confidente nelle sue capacità.
 
Mi avvicinai a Giulio e osservai meglio la foto: era stata plastificata, prima di allora non lo avevo mai visto fare. Giulio la osservò per diversi secondi, stava chiaramente rimuginando su qualcosa. “Non hai detto a nessuno che…” “Nessuno lo chiede di dorma, poiché alla gente interessano le apparenze, in quella foto non si capisce bene che cosa siete, solo un attento osservatore ci riuscirebbe. Fin tanto che è una giovane coppia etero inter-razza nessuno dice nulla. Ma appena scoprono che siede una coppia intra-razza quei vecchi bavosi iniziano a fare storie. Per questo mi è piaciuta così tanto da farne una gigantografia.” Ci spiegò Lorenzo Menagalli recuperando la una sua macchina fotografica, per un istante credetti che la volesse pulire o altro, poi vidi il flash che colpiva Vanilla intenta a guardare in imbarazzo un bacio tra due donne. La ragazza si voltò sorpresa.
“Ti dispiace?” Domandò Lorenzo Menagalli mostrando la sua macchina, Vanilla accennò negativamente. “Se mi paghi…” “Di solito chi pago mi fa vedere le bocce.” Sottolineò Menagalli e per riflesso gli afferrai il colletto della camicia. “Ma non mi sembra il caso di spingersi a questo.” Continuò terrorizzato. “Bravo.” Borbottai uscendo seccata e trascinando via Vanilla e Felicitis.
 
“Porco.” Sussurrai irritata una volta fuori. “Diana…” Mi riprese debolmente Felicitis. “Le ha chiesto di mostrargli le tette.” Controbattei prima che Felicitis potesse aggiungere altro. “Ma… tanto a lui non interessano le donne.” Disse Vanilla cercando di liberarsi dalla mia presa senza alcun successo. “Dubito. E anche se fosse queste richieste sono disgustose.” Continuai seccata. “Diana, stava solo scherzando…” Continuò Vanilla nervosamente. “Non si scherza sull’intimità altrui.” Continuai camminando a passo svelto. “Diana ti vuoi calmare! Non sono una bambina, so badare a me stessa!” Esclamò Vanilla dandomi uno strattone e a quel punto la lasciai andare, trassi un profondo respiro e risposi. “Senti Vanilla, non sono una santarellina, e se proprio ci tieni lo puoi fare, non sta a me giudicare. Però ti prego di ragionare: queste foto resteranno in circolo per chissà quanto tempo, potresti finire nel muro di qualche officina e non saperne nulla o in qualche rivista sconcia, cosa credi?” La ripresi con ira. “Credi che non lo sappia? Ma, Diana, a me i soldi servono. E quello che mi da… il capo non mi basta per badare alla mia famiglia. Non tutti sono fortunati come te Diana.”
Ci fu un istante di silenzio in cui mi morsi il labbro inferiore: aveva ragione, malgrado non ci andassi d’accordo, i miei non mi avevano mai fatto mancare nulla e dei soldi di Malandrino, di fatto, non me ne facevo nulla. “Scusa, è che… sei una ragazza sveglia oltre che carina, se ti servono soldi ci sono altre alternative e tu lo sai.” Risposi cercando di calmarmi. “Sì, ma a me i soldi servono ora. Non tra un anno.” Trassi un profondo respiro. “Te ne potrei anticipare una parte io, se ti servono.” Le proposi malgrado fossi conscia che non avrebbe accettato. “Non se ne parla.” Decretò Vanilla e a quel punto tornò dentro a parlare con Menagalli.
 
Quando restammo sole Felicitis si appoggiò a me. “Tranquilla, Vanilla non è stupida, sa quello che fa.” Cercò di rassicurarmi lei e a quel punto la abbracciai dolcemente. “Lo so, ma comunque mi preoccupa.” Continuai, a quel punto Felicitis si strinse a me. “Senti, Diana, tu hai mai conosciuto un… omosessuale.” Mi sussurrò Felicitis deviando il discorso. “No.” Ammisi. “Anche io non avevo mai conosciuto uno finora.” Mi confermò Felicitis. “Guarda che siamo ovunque tesoro.” Tutte e due ci voltammo verso il ragazzo, amante o in qualsiasi modo gli piacesse essere definito, di Lorenzo Menagalli. “Solo che molti non lo vogliono ammettere, e… un po’ li capisco, però non siamo diversi da te e dal tuo ragazzo, cara.” Stavo per spaccargli la faccia quando mi accorsi che quello non era un insulto bensì empatia.
Il ragazzo se ne doveva essere accorto perché mi sorrise. “Lo so che Lorenzo è un po’ stronzo e un amante infedele, ma è un brav’uomo, a modo suo combatte per i suoi diritti e anche per i tuoi dolcezza.” Distolsi lo sguardo più perché non avevo un vero modo per ribattere e perché sapevo che aveva ragione. “Non è la stessa cosa.” Borbottai con la coda tra le gambe, ma una parte di me si rendeva conto che mi stavo comportando così solo perché ero stata ferita nel orgoglio con quella battutaccia.
 
 
Quando ci fummo allontanati a sufficienza Giulio mi batté leggermente un dito sulla spalla, mi voltai e mi fece vedere la foto. “Sarà anche uno stronzetto, ma la foto è bella.” Mi disse Giulio gentilmente, gli sorrisi. “Sì.” Sussurrai osservandola da vicino: si vedeva veramente bene che eravamo noi due e la spontaneità della foto era incredibile. “Ah, prima che me ne dimentichi.” Disse Giulio tirando fuori dalla sua tasca il vecchio pendente a forma di quarto di luna. “La nonna mi ha ordinato di rendertelo.” Lo guardai stupefatta. “Ha insistito, gli ho detto che non serviva ma lei sosteneva che lo doveva a tua nonna e cose così.” Mi spiegò Giulio, a quel punto lo presi tra le mani e con solennità me lo misi al collo, doveva essere in argento poiché pesava parecchio. “E i miei vecchi hanno detto che se vuoi puoi venire a cena da noi, qualche volta.” Sussurrò Giulio in imbarazzo. A quel punto gli sorrisi e gli baciai dolcemente la guancia. “Sarebbe un piacere.” Risposi, poi il discorso di mio padre sulla sua famiglia mi tornò alla mente e probabilmente notò il cambiamento nella mia espressione poiché mi strinse a sé e mi baciò la fronte. “Qualcosa non va’? Non mi hai ancora detto com’è andata con tuo padre ieri sera.” Sussurrò Giulio preoccupato. Abbassai lo sguardo di riflesso. “Parliamone quando siamo soli, non voglio far preoccupare gli altri.” Decisi continuando a camminare.
 
Conclusasi l’uscita mi fermai al solito parco con Giulio e gli raccontai in maniera abbastanza sommaria e fredda quello che ieri mio padre mi aveva raccontato. Giulio mi lasciò parlare, limitandosi ad annuire e ad attendere che continuassi tra una pausa e l’altra. “Non sapevo nulla di questa questione di famiglia fino a ieri.” Gli confessai, sospettato da tempo che mia madre avesse fatto fatica ad avermi ma non avrei mai immaginato che fossero arrivati a questo. “Mi dispiace, non oso immaginare come ti sia sentita.” Si limitò a dire Giulio. “Non preoccuparti, starò bene, è solo… parecchio strano.” Ammisi per poi fissare il parco per qualche istante.
“Senti Giulio tu… prima del matrimonio di Lillà ti eri mai trasformato?” Gli chiesi preoccupata. “No, perché?” Mi chiese confuso. “Nulla, una pulce che mi ha lanciato addosso mio padre ieri e non riesco a liberarmene.” “Quale pulce?” Mi domandò il mio ragazzo fissandomi dritto in viso, sospirai e risposi. “Che tu abbia qualche contatto con gli Antichi.” Lo vidi fare una faccia strana e confusa. “Credi nell’esistenza di quella setta?” Mi domandò Giulio confuso. “Io non credo nella loro esistenza Giulio, io so della loro esistenza. Uno dei motivi per cui a Lovaris c’è una base S.C.A. è anche perché si crede che lì attorno ci sia una loro base o qualcosa di simile. Il fatto che questo tenga alla larga la mafia è solo un extra molto piacevole.” Spiegai per poi tronare a guardarlo. “Quindi tu non sai nulla su di loro?” Chiesi ulteriore conferma fissandolo dritto negli occhi. “No! Diana, te lo avrei detto se fosse.” “Ma allora come hai fatto ad imparare così in fretta a… sai… mutare.” Sussurrai malgrado non ci fosse nessuno nei dintorni. Giulio fece spallucce. “Non lo so. Più spesso lo faccio più mi risulta semplice. So che è strano ma mi sento bene quando muto, è quasi come se finora avessi sempre indossato un abito mio ma troppo stretto, ora invece… mi sento meglio… pienamente me.”
Probabilmente lesse la mia preoccupazione in viso e mi sorrise. “Questo non vuol dire che resterei eternamente un lupastro selvatico. Però… mi piace, non credo che sia così diverso da quello che provano Fate, Folletti e Gargoil quando volano, non trovi?” Trassi un profondo respiro. “Non lo so. La magia come sai non è esattamente uno dei talenti umani.” Ammisi con un sorriso amaro. “In compenso siete ottimi a fabbricare armi.” Continuò Giulio, gli sorrisi. “Sì, questo è vero.” L’abilità nel costruire armi da fuoco era stato quello che aveva permesso agli uomini di conquistare pima tutto l’ovest ed in seguito l’est, in fin dei conti l’umanità aveva vinto per l’avanzamento tecnologico.
“Diana so che sembra spaventoso e, fidati, anche a me spaventa, però quando lo faccio so di fare la cosa giusta, so di stare seguendo la mia vera natura, e dopo un po’ diventa quasi come respirare.” Gli sorrisi. “Va’ bene. Mi fido e non intendo fermarti, però… ti prego, stai attento: non c’è nessuno qui che potrebbe aiutarti a tornare umano nel caso restassi bloccato nella tua altra forma.” Giulio mi sorrise, mi strinse a sé e mi baciò il volto consolandomi, in risposta gli diedi un pizzicotto giocoso sulla guancia e gli donai un bacio vero a cui non esitò a rispondere un istante. Sentii le sue mani stringermi la vita e in risposta mi aggrappai al suo collo venendo inebriata dal suo profumo così dolce ed intenso di legna, di fuoco, di licheni, mi lasciai invadere dalle sensazioni e in men che non si dica venimmo interrotti da una famiglia con bambini che correvano nella nostra direzione, imbarazzati ci separammo totalmente evitando l’uno lo sguardo del altra. Poi, quando quel vociare squillante si allontanò allungai una mano e strinsi la sua, sentii il suo sguardo sul mio e mi baciò dolcemente dietro l’orecchio.
“Adesso è meglio che vada.” Mi sussurrò per poi darmi un ultimo e tenero bacio a fior di labbra. “Certo, ci vediamo domani a scuola?” Ricevetti un cenno affermativo.
 
 
I giorni si susseguirono in fretta e nel giro di breve le vacanze invernali finirono. Con l’avvicinarsi degli esami tutti i miei compagni sembravano essere impazziti ma a me e ai miei amici non poteva interessare di meno. In classe i professori mi torturavano per la questione della tesina, una qualche specie di piccola tesi in cui ad un argomento centrale si connettono materiale studiato da due o tre materie, tuttavia ci passavo su solo un milionesimo della mia giornata. Ovviamente la preside notando il mio poco interesse ritenne necessario farmi un discorsetto. Disse più o meno così o comunque il nocciolo della questione era questo, non mi fido troppo di quel che scrissi nel diario quella notte, ero parecchio irritata. “Signorina Dalla Fonte i suoi voti sono sotto le aspettative di tutti i professori. Ora io e lei sappiamo che ha libero accesso a tutte le università che vuole quindi se desidera entrare in una qualche università prestigiosa le consiglio di alzare i suoi voti.” Appena uscita da quella stanza emisi quello che doveva essere un urlo strozzato di liberazione. “Vorrei vedere quella pomposa rompi coglioni della preside alle prese con una rivolta nella rivolta e riuscire a mantenere una media del otto.” Era questo quello che bofonchiai o pensai appena uscita dal ufficio.
 
 
Pochi giorni dopo, io e Felicitis stavamo lavorando una ricerca per cercare di distrarci dall’assurda situazione che ci circondava, ma più proseguivamo con la ricerca più i miei occhi cadevano su qualcosa che li distraeva ed ogni volta che ciò avveniva un insolito dolore al petto non tardava ad apparire. “Tutto bene?” Mi voltai verso Felicitis in uno scatto, mi stava fissando in maniera confusa e preoccupata, senza accorgermene mi ero incantata sul nulla per un po’ troppo tempo. “Sì, ero solo sovra pensiero.”
Fissai ancora un istante gli oggetti che riempiva la mia mente: una pila di brochure dell’università che mia madre mi aveva lasciato sulla scrivania.
Felicitis spostò lo sguardo su quei libretti colorati e poi me con fare confuso. Le accennai di riprendere con la ricerca e di non badare a me, in risposta mi lanciò una lunga occhiata perplessa ed in fine riportò il suo sguardo sulla vecchia enciclopedia appartenente ad una collezione che mia madre aveva insistito a regalarmi per prepararmi all’entrata al liceo. Erano libroni inutilmente costosi data la loro genericità ed inaccuratezza, tuttavia erano un ancora di salvezza per molti studenti dato che avevano un po’ di tutto. Mia madre li esibiva in biblioteca come se fossero l’orgoglio della casa, io invece li avrei bruciati volentieri o anche semplicemente venduti, odiavo quella sottospecie di soprammobile a forma di libro.
 
Trascorsero diversi minuti con il capo chino su quel enciclopedia senza effettivamente leggere nulla, l’unica cosa che risuonava nella mia mente era l’ira pervadermi con pensieri sempre più devastanti e tuonanti. Mi domandai che senso aveva andare al università a questo punto. Ero una criminale, un’assassina, molto presto la mia vita sarebbe entrata in un vortice di violenza, in più io e Giulio non ci saremmo mai potuti sposare o vivere una vita assieme senza rischiare di ritrovarci la S.C.A. o qualche estremista in casa, in più a quale lavoro avrei mai potuto aspirare se fossi stata etichettata come una che va’ a letto con un Altro, un conto è quando si è ragazzi ma ero quasi un’adulta e sapevo che ai datori di lavoro piace usare la scusa della buona morale per non assumere qualcuno, uno studio legale poi era un ambiente terribilmente sessista, non sarebbe mai riuscita ad emergere in quello o in nessun altro campo se qualcuno avrebbe mai scoperto il mio passato.
“Diana?” Mi richiamò Felicitis quando mi vide alzarmi dal nulla, dirigermi alla scrivania e con uno scatto d’ira strappai quei librettini monocromatici con stampato delle foto in bianco e nero granate del edificio principale. Sfogai su quei libretti la mia frustrazione e rabbia fino a quando non ne rimasero che coriandoli e li buttai nel cestino della mia stanza con dei gesti scattosi e nervosi per poi tornare a sedermi sul mio letto e a concentrarmi con un volto corrucciato sul libro.
Felicitis rimase in silenzio per diversi minuti confusa da questo mio comportamento, poi trovò il coraggio di rivolgermi la parola. “Erano così terribili?” Mi chiese con una risatina nervosa, non riuscii a capire se era spaventata o preoccupata, probabilmente entrambe. Ciò però non avrebbe cambiato il fatto che non le risposi. “Diana, mi dici che succede? A te ha sempre entusiasmato l’idea del università.” Mi domandò cauta dopo diversi minuti in cui ero rimasta zitta a fissare fuori con fare nervoso. Mantenni quella posizione per ancora qualche istante, sentii il mio corpo contrarsi, i muscoli irrigidirsi e mi impiantai le unghie nella carne bramosa di un dolore fisico, poiché avrei fatto di tutto per non dover sentire il peso che da settimane mi premeva sul petto. “Che me ne frega dell’università?” Sbottai ad un certo punto. “Che me ne faccio di un pezzo di carta? Niente! E anche se fosse a me non servirebbe a niente studiare! Appena scoprirebbero la relazione che ho con Giulio o coi Rivoluzionari mi scaccerebbero!” Esclamai buttando fuori quello che mi tenevo dentro da settimane.
Felicitis mi si avvicinò con un balzo e mi donò un dolce sguardo di pura e semplice comprensione, questo mi aiutò a calmarmi, trassi un profondo respiro e buttai fuori l’aria cercando di calmarmi e dopo qualche secondo di silenzio ripresi a parlare. “In più dubito che riuscirei a scappare dalle grinfie dei Rivoluzionari una volta adulta. L’unica sarebbe scappare in un’altra città e sperare che io non sia così importante per loro da rischiare la vita. Però anche se lo facessi i miei genitori e voi restereste qui a Meddelhok e farei di tutto pur di non ferirvi.” Ammisi con uno sguardo duro. “Posso prendermi in giro quanto voglio ma scappare dalla città non mi donerebbe la libertà di scelta.” Spiegai rannicchiandomi sul letto per cercare un po’ di calma. “Stai dicendo che dopo la scuola entrerai a pieno in una vita criminale?” Mi domandò Felicitis preoccupata. “Rinunceresti alla possibilità di una belle casa per questo?” Mi domandò seriamente preoccupata. Sorrisi divertita. “Preferisco vivere da criminale ma sapendo voi ragazzi e i miei genitori al sicuro che passare la vita in una prigione di cristallo con il terrore che un giorno qualcuno scopra quella che è la mia vita adesso. Io oramai ho fatto una scelta, retrocedere non sarebbe da me. È solo che non è facile accettare questa situazione: è frustrante.” Le raccontai, ci fu qualche istante di silenzio.
 
Felicitis si guardò attorno con fare silenzioso fino a quando i suoi occhi non incrociarono i miei. “Hai una bella casa.” Commentò semplicemente lei fingendo di non essersi accorta del mio sfogo. “Dove vuoi arrivare?” Chiesi annoiata da tutti quelli che cercavano di addolcirmi prendendo un discorso per il giro largo, cosa che invece mi ha sempre fatto saltare i nervi invece. “Credi che valga la pena di rinunciare alla tua vita? Non avrai più nulla se ci beccano.” La guardai con fare irritato. Credeva veramente che non sapessi quali sarebbero state le conseguenze? Invece le conoscevo benissimo. “Se stai cercando di convincermi a rinunciare a…” Rimasi un attimo in silenzio per controllare il tono della mia voce. “liberare il drago…” Sussurrai sperando che nessuno mi sentisse. “sappi che sprechi il tuo tempo.” Mi voltai e feci per andarmene ma mi resi conto di non poter andare da nessuna parte: in casa c’erano i miei genitori. Mi sentii in trappola.
“Diana, non voglio impedirti di fare nulla. È la tua vita, non la mia. È solo che non capisco: sembri sempre così sicura di te, così determinata. Dal mio punto di vista tu puoi fare qualunque cosa, anche mettere sotto scacco Malandrino e i suoi compagni più fedeli.” Sorrisi all’affermazione di Felicitis. “Mi lusinghi, ma la verità è che non ho la più pallida idea di cosa sto facendo, e se non avessi voi che mi sostenete mi sentirei persa. So di sembrare forte e sicura, ma la verità è che riesco ad essere così solo quando ho un obbiettivo chiaro e persone che mi circondano: senza l’una o l’altra vacillo, ma senza entrambe sento che non riuscirei a fare nulla.” Ammisi pacata. “Non lo immaginavo.” Mi confessò Felicitis con la sua voce dolce e pacata. “Non fartene una colpa: sono io a volere che nessuno sappia, non accetterei mai di essere considerata debole.” A riguardare ciò che confidai all’epoca quasi mi viene da ridere: il destino è stato sicuramente beffardo con me.
“Diana, posso comprendere le tue ragioni, sotto certi punti di vista, ma se ti senti insicura dovresti parlarne con qualcuno. Quindi, se vuoi… io sono a tua disposizione.” A quelle parole un’immensa tentazione mi invase: condividere con qualcuno il peso che portavo nel petto, sembrava un dolce nettare proibito. Sapevo che Felicitis mi avrebbe ascoltata però, allo stesso tempo, non volevo che lei sapesse cosa provavo, non volevo che sapesse quanto mi sentissi impotente. Però in quel momento mi sentivo così fragile e non resistetti al desiderio di alleggerire anche di poco il peso nel mio petto, così mi avvicinai a lei e mi distesi sul letto.
“Secondo te potrò salvare la situazione?” Le domandai fissando il soffitto. “Che intendi dire?” Mi chiese confusa avvicinandosi un poco in più a me. “Spesso mi chiedo se sarò in grado di risolvere la situazione della missione se degenerasse. In fondo sono stata io a mettervi in questa posizione scomoda, se succedesse qualcosa ne sarei responsabile e il minimo che potrei fare è tirarvi fuori dai guai. Per questo mi domando se sarei abbastanza forte per aiutarvi se mai servisse.” Ci fu un minuto di riflessivo silenzio. “Non lo so.” Ammise Felicitis. “Non ci è concesso saperlo. Non sappiamo cosa ci aspetta ne cosa ci succederà. Ma so che tu farai qualunque cosa per aiutarci e questo basta.” Non ne ero convinta. “Ma se veniste feriti o peggio per colpa mia?” “Non avverrà.” Decretò con fermezza e con una flemma invidiabile. “Ma se avvenisse?” Insistetti. “Questo pensiero mi tormenta da settimane. Come potrei affrontare le vostre famiglie, i vostri amici, come potrei accettare che siete morti per colpa mia?”
Quella domanda mi deprivava del sonno da settimane, sapevo che se una qualunque cosa fosse andata storta avrei rischiato di distruggere la vita dei miei amici e l’idea di vederli soffrire per colpa mia mi distruggeva.
“Diana non devi sentirti così responsabile. Tutti noi sappiamo che sei disposta a tutto pur di aiutarci e se verremo feriti la colpa sarà di chi ci ha colpiti, non tua: siamo stati noi a decidere di seguirti, anche Giulio.” Chiusi gli occhi: aveva ragione, non li avevo obbligati ciò però non mi rendeva meno responsabile per loro. Mi assopii nei miei pensieri per qualche istante inspirando affondo. “Lo so, tuttavia c’è un altro problema.” “Quale?” Mi chiese Felicitis. “Mettiamo caso che tutto vada per il verso giusto, supponiamo pure che riusciamo a tornare a casa tutti interi, sani e salvi. Una volta tornati cosa faremo?” Le chiesi guardandola negli occhi, i suoi dolci e caldi occhi marroni mi incantarono per un istante. “In che senso?” Mi chiese chiaramente con le spalle al muro da questa mia domanda. “Come ci dovremmo comportare con chi ci darà dei traditori? Cosa dovremmo fare per impedire loro di vendere i nostri nomi o di vendicarsi sulle nostre famiglie? Potremmo convincerli di stare dalla nostra parte o dovremmo prenderci cura di loro e farli sparire nel canyon?” Domandai fissando il soffitto in finto bianco della mia camera. “Ed in più, ammettendo di riuscire a sopravvivere anche a questa, noi che cosa dovremmo fare se riuscissimo a liberarci dei Rivoluzionari? Continuare le nostre vite così come sono o tentare di trovare una via migliore per risolvere questa situazione?” Domandai, a quel punto Felicitis mi sfiorò il braccio e con imbarazzo mi parlò.
“Senti Diana, io non sono come te o Galahad, non ho la vostra capacità di pensiero, organizzazione o abilità, né sono così dedita allo studio da raggiungere il vostro livello come Giulio, non ho neppure la volontà di Nohat e Vanilla o il coraggio silenzioso di Garred. Però forse proprio per questo riesco a vedere con chiarezza una cosa.” Mi confessò Felicitis. “Che la risposta alle volte è la più semplice e che non devo per forza addossarmi tutte le responsabilità.” Mi sussurrò lei mentre sentivo un macigno opprimermi il petto. “Per quanto riguarda la nostra incolumità durante la missione non puoi farci nulla: per quante variabili e possibilità tu possa calcolare ci sarà sempre qualcosa che non potrai prevedere. E comunque ti garantisco che nessuno di noi vuole lasciarci le cuoia, quindi staremo sicuramente attenti. Mentre per quanto riguarda ai Rivoluzionari… stavo pensando di raccogliere materiale incriminate.” A quelle parole rizzai le orecchie e sgranai gli occhi, notai una leggera nota di confusione in Felicitis mentre mi vedeva alzarmi di scatto dal letto. “Continua.” La incoraggiai. “Sì, ehm… ti ricordi il fotografo?” “Mister faccio le foto a tradimento? Sì, me lo ricordo.” Ammisi. “Ecco, ho guardato in giro e sembra che si possano recuperare delle fotocamere a basso prezzo con dei rullini abbastanza economici. Potremmo usare questi per fotografare i vari membri dei Rivoluzionari stando attenti a non inserirci in queste foto e minacciarli di mandare i negativi alla S.C.A. se tentassero qualcosa contro noi o le nostre famiglie.”
Guardai Felicitis sorpresa mentre questa abbassava le orecchie imbarazzata. “Scusa, è una stupidaggine, fa come se non avessi detto nulla.” Sussurrò in imbarazzo. “No.” La bloccai. “La tua idea è semplice e geniale. A breve per di più compirò diciott’anni e i miei mi regalano sempre qualcosa per il mio genetliaco.” Raccontai e Felicitis sorrise. “Quindi credi che si potrà fare?” Mi domandò speranzosa. “Discuteremo dei dettagli con il resto dei ragazzi ma credo che si possa fare.” Spiegai con un leggero sorriso. A quel punto riuscimmo a parlare serenamente, come non facevo da un po’. Mi erano mancate le chiacchere inutili e vivaci di Felicitis.
 
Ad un certo punto, senza che ce ne accorgessimo, ci ritrovammo a discutere di sogni. “Sai di recente continuo a fare un incubo.” Iniziai a raccontare sdraiata sul mio letto. “Che genere di incubo?” Mi chiese incuriosita frullando le sue orecchie caprine, me ne accorsi perché aveva appoggiato la sua testa sulla mia pancia a modi cuscino. “È un sogno strano. Sono in una stanza piena di persone che conosco, o meglio io so di conoscere. Ma quando mi rivolgo a loro non mi riconoscono. Cerco di dire il mio nome ma non riesco a pronunciarlo. Tutti mi guardano senza realmente vedermi e ad un certo punto alcuni mi urlano contro. Allora inizio a correre e a correre ma la folla non fa che seguirmi. Poi… poi mi sveglio.” Venni percossa da un brivido al ricordo di quel incubo: il senso opprimente di isolamento malgrado fossi circondata da persone, l’estraneità e l’indifferenza rivolta nei miei confronti, il modo in cui il panico si impossessa di me velocemente, la voce che si blocca in gola ogni volta che tento di pronunciare il mio nome, la sensazione di trasparenza, d’inutilità e poi la fuga, disperata, a perdi fiato, il sudore, la fatica, la pesantezza delle membra ed in fine il risveglio nel panico più totale e la confusione assoluta; spesso e volentieri dopo quegli incubi sussurravo il mio nome, come per essere certa di essere ancora me stessa. “Ce ne sono altri di frequenti?” Mi chiese voltandosi leggermente verso il mio volto. “No.”
Mentivo ce ne era un altro che ancora oggi mi ricordo, del quale però non mi sentivo a mio agio nel parlarne con Felicitis, soprattutto perché mi pareva di avere di già approfittato abbastanza della sua pazienza.
Nel incubo mi trovavo in una stanza senza nessuno nei paraggi tenevo in mano una pistola da cui partiva un colpo che mi trapassava il cuore. Cadevo a terra morta. Assistevo al funerale in cui quelli che mi conoscono piangono la mia morte. Il giorno dopo però alcuni miei conoscenti mi vedono passeggiare per la città con in mano la bandana rossa. Mi segue una folla e dopo un po’ mi butto giù per un burrone. E vado avanti ad suicidarmi finché non mi sveglio.
Il mio corpo venne percosso da dei brividi e un sudore freddo iniziò a disegnare una sottile linea lungo il mio corpo al ricordo, ma lo scacciai dalla mente. A quel punto Felicitis mi raccontò un suo incubo e continuiamo a parlare fino all’ora in cui non era previsto che ci dirigessimo verso il luogo del incontro. Uscimmo da casa mia con una scusa più o meno accettabile e ci dirigemmo al punto prestabilito.
Avevamo un lavoro da svolgere.
 
 

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Capitolo 16
*** 15. Incrocio Ferri-Galvano ***


Note dell'autrice: Ehi, ragazzi, vi volevo solo avvisare che il prossimo capitolo potrebbe arrivare in leggero ritardo dato l'insieme di impegni e la compressità dello stesso. Intanto spero che questo capitolo vi piaccia, alla prossima!



15. Incrocio Ferri-Galvano
 
 
Come previsto ci incontrammo con il resto dei Rivoluzionari al incrocio tra via Ferri e via Galvano nei pressi di un edificio apparentemente abbandonato usato dalla polizia per preservare delle armi. Non potei fare a meno di chiedermi a cosa mai potesse servire un magazzino dove conservassero solo armi da fuoco, così distanti dalla base principale per giunta; solo in seguito avrei scoperto che tali magazzini erano stati creati in previsioni di occupazioni o assedi alla base principale. Serviva essenzialmente per evitare che situazioni come quelle del secolo scorso si ripresentassero e per fornire un maggior supporto alle forze del ordine regolari che sarebbero intervenute.
Mia nonna mi aveva raccontato che in gioventù aveva più di una volta assistito a casi in cui la base S.C.A. era stata isolata dal resto del mondo e che spesso la polizia, non essendo stata addestrata a gestire queste situazioni d’emergenza, peggiorava lo stato delle cose, per questo negli anni successivi si era incrementato il numero di armi a disposizione delle forze del ordine e magazzini simili servivano originariamente per un supporto ulteriore.
 
“Eccovi, iniziavo a temere che non sareste più arrivate.” Disse Orion a modi saluto. “Scusaci, i genitori di Diana ci hanno bloccate prima d’uscire.” Disse Felicitis avvicinandosi trotterellando. “Avete il materiale?” Si assicurò Orion penetrandoci con i suoi occhi gialli che brillavano attorno alla sua pelle nero-bluastra e al buio del vicolo. “Sì.” Affermai liberandomi del peso della borsa. Una volta arrivati i rimanenti ragazzi iniziammo a passarci i vari materiali che da soli non erano pericolosi, ma se combinati divenivano efficaci attrezzi da scassino e nelle giuste mani addirittura pericolosi. “Sei pronta?” Mi chiese Felicitis prima di iniziare; mi misi su il passa montagna e mi assicurai che la pistola fosse carica. “Ora sono pronta.”
 
Da lì tutti sapevano cosa fare. Per primo Gin, un folletto di quasi quarant’anni, che disattivò l’allarme tagliando di alcuni cavi esterni al edificio donandocene il pieno controllo. “Bene giovani potete entrare.” Disse Gin una volta assicuratosi che tutto fosse pronto mentre le sue ali di libellula frullavano per l’eccitazione. Orion scassinò la porta sul retro con estrema facilità, evidentemente questo magazzino non era più curato da anni, probabilmente era dagli anni settanta o ottanta del novecento, ma c’erano ancora diverse scatole con armi e pallottole di modelli relativamente recenti.
Sapevo che quel magazzino veniva adoperato dalla polizia per tenere le armi in eccesso che il governo gli forniva, per giunta veniva usato come deposito per le armi che sarebbero dovute andare in demolizione dato che, per un motivo o per un altro, la polizia non poteva più usare. E il giorno in cui compimmo la rapina precedeva il giorno in cui il magazzino sarebbe stato svuotato. Quindi il furto sarebbe passato temporaneamente inosservato dato che nessuno badava troppo al inventario del magazzino e il nostro intento non era quello di ripulirlo.
Una volta entrati ogni uno si sparse nelle varie zone per svolgere i suoi compiti. Non mi servivano gli occhi per sapere cosa stava accadendo. Nella zona nord dell’edificio Nohat stava scassinando la cassaforte nella remota speranza di trovare denaro o documenti interessanti, Felicitis stava portando sul furgone di Orion intere cassette di proiettili, Lucanor, un ragazzotto sulla ventina che a guardarlo pareva un gigante grigio, si stava procurando alcune armi molto più potenti di quelle che avevamo mai potuto trovare al mercato nero, mentre nella zona sud la sotto scritta stavo facendo la medesima operazione assieme ad altri due ragazzi, Gin era fuori nel furgone a fare da palo, e Salemar, un demone dalla pelle molto scura e gli occhi rossi, mio coetaneo, era sul posto del guidatore pronto a far partire il furgone in caso di fuga rapida.
Fu proprio perché sapevo cosa tutti avrebbero dovuto fare che notai con la coda dell’occhio che Orion non stava seguendo il programma, mi avvicinai insospettita e preoccupata. “Or…” Mi morsi la lingua: in missione non si chiamava mai per nome qualcuno. “Cosa stai facendo?” Gli chiesi a metà tra la furia e la preoccupazione. “Non sono cose che ti riguardano ragazzina. Torna a fare il tuo lavoro.” Mi rispose, eseguii l’ordine ma avevo una brutta sensazione. Continuai a compiere la missione e contemporaneamente tenevo d’occhio le mosse di Orion ma fu intellegibile.
Se avessi capito cosa stava facendo lo avrei fermato subito.
 
Una volta caricato sul camion quel che ci serviva, ci dividemmo per garantirci un alibi. Nel mio caso andai a bermi un sorso di birra ad un bar poco distante e molto frequentato con Felicitis. Il colpo era andato perfettamente e nessuno si era ancora accorto di nulla quindi mi concessi un’oretta di pausa dal resto del mondo prima di rincasare.
Una volta a casa trovai mia madre intenta ad aspettarmi. “Dov’è la tua amica?” Mi domandò irritata dal fatto che fossi tornata più tardi del previsto. “È tornata a casa.” Le risposi non curante, mia madre mi lanciò un’occhiata perforante, di quelle che probabilmente usava con i suoi sospettati, i suoi occhi scuri parevano bruciarmi l’anima e mi sentii piccola per un istante, poi però le lanciai uno sguardo confuso. “Mamma, non fare l’incattivita per una birra, dai.” Scherzai allontanandomi. “Ho bevuto ma era una sola! Giuro!” Continuai ignorando, per quanto fosse possibile, le braci ardenti di mia madre. Arrivata in camera mi buttai nel letto cercando di calmare il mio battito cardiaco, era così potente che temevo che mi avesse sentita.
 
 
Il risveglio che mi attese il giorno seguente, 13 gennaio del 2024 della terza Era, fu uno dei più amari.
Un rumore assordante invase le mie orecchie, pareva una bomba. Caddi giù dal letto dallo spavento e mi alzai di scatto per controllare se ci fosse qualcosa fuori: ovviamente vidi solamente la parete del edificio accanto.
Quando uscii di tutta fretta dalla mia camera vidi mio padre ancora mezzo svestito intento a mettersi su la sua divisa nera in tutta fretta correndo fuori. Mia madre invece era attaccata al telefono probabilmente ad aggiornarsi su ciò che era accaduto. Io accesi la radio che avevamo in cucina e mi sintonizzai sul cinegiornale e sentii subito la diretta. L’incrocio tra via Ferri e via Galvano e una parte degli edifici assestanti non esisteva più e tra le macerie c’erano morti e armi. Dopo dieci minuti in cui ascoltai il giornalista sul posto descrivere il disastro avvenuto, un’unica parola fuoriuscì dalle mie labbra. “Orion…”
Stavo per uscire, ero con già le chiavi in una mano e lo zaino nell’altra quando mia madre si mise tra me e l’uscita facendomi capire che non se ne parlava di lasciarmi uscire in questa situazione. Frustrata mi diressi a passi pesanti in camera mia per cercare di capirne qualcosa in più e avrei voluto fare qualche chiamata ma il telefono era occupata da mia madre o da chi la cercava.
A quel punto afferrai la radio e mi sintonizzai su una frequenza che non ascoltavo più spesso come un tempo ma restava un’ottima fonte di informazioni.  Mi misi su le cuffie e ascoltai le notizie annunciate da quella voce nasale e acuta che a tratti risultava fastidiosa ma che per qualche strana ragione era affascinante. “Gentili spettatori!” Ringraziai gli Astri di non essermi persa nulla. “Oggi la città di Meddelhok è stata risvegliata da una terribile sveglia: una bomba piazzata nel cuore di quella che sembra un’armeria della S.C.A., da quanto dichiarato finora sembra che ci tenessero un carro armato per l’esattezza.” Lo trovai strano poiché non ce n’erano lì, probabilmente era una falsa notizia. “Non si sa nulla di certo sulle dinamiche della disgrazia, anche se secondo me la polizia e la S.C.A. sanno già tutto… la versione ufficiale, data finora, è che una bomba è stata piazzata all’interno d’un parcheggio per carri armati ufficiale del esercito.… come facesse l’esercito a tenere un carro armato o più in un’area civile e poco sorvegliata non si sa, così come risulta un mistero il motivo per cui nessuno prima di questa mattina sapesse nulla del esistenza di tale armeria.” Malgrado la tragedia non potei che farmi sorgere un sorrisetto amaro, il presentatore era pungente come al solito. “Comunque, i miei informatori dicono che probabilmente questa è una grande bufala: se l’avessero messa dentro un carro armato, o al interno d’un parcheggio di questi, l’esplosione sarebbe dovuta essere ben più potente di questa per distruggerli. È invece più probabile, ed è quello che qui in studio e molti altri sostengono, che nel edificio vi fosse materiale instabile o una discrete quantità di esplosivo, quindi sarebbe bastata una piccola esplosione per generare un effetto a catena nell’armeria… in altre parole vi è stato un effetto domino che ha portato alla distruzione di mezzo isolato.” Ripensai un secondo alle scritte presenti in diverse scatole e mi resi conto che in molte, se non tutte, era segnalata la presenza di esplosivo e dove stava trafficando Orion avevo intravisto qualche segnale che indicava la presenza di materiale in stabile. “La gente si è chiusa nelle proprie case e si guarda le spalle.” Riprese il commentatore mentre mi rendevo conto che se l’esplosione fosse stata anche solo leggermente più forte probabilmente tutto il quartiere si sarebbe ridotto a delle macerie. “Ora vi chiederei di urlare con me le vittime di questa tragedia.” Non ripeterò i nomi dei morti perché so di non essere degna di pronunciarli, eppure ce li ho stampati molto bene nella mia mente, non è stato necessario che li trascrivessi nel mio diario mentre li elencavano solennemente. “Bene e ora prima dell’ora di musica commemorativa per questo evento, vi ricordo di seguire radio due due zero per la vostra…” mi tolsi le cuffie.
Misi le mani giunte e vi racchiusi il pendente donatomi da Adelaide, le labbra e la punta del naso, i miei occhi socchiusi fecero uscire le lacrime e iniziai a respirare lentamente per tentare di calmarmi.
Mi chiesi come avevo potuto essere così sciocca e come mai Malandrino non ci avesse informati di un fattore così importante e giurai a me stessa che avrei ammazzato Malandrino per questo.
 
Il giorno seguente uscii come un tornado dalla porta di casa e, mentre camminavo per le strade della città, pareva che la strada venisse sgomberata al mio passaggio, persino i semafori divenivano verdi all’istante.
Spalancai la porta in ferro fregandomene delle procedure ed entrai nella sala urlando. “Dov’è Malandrino!?!” I presenti vennero riscossi dalla mia presenza e una voce flebile sussurrò qualcosa di simile a suo e ufficio. In un lampo vi piombai e lo trovai intento a parlare con Orion quatto quatto. “Cosa cazzo significa tutto ciò!?!” Gli sbraitai buttandogli la prima pagina del giornale a un centimetro dalla faccia. Il titolo d’apertura era 26 MORTI, 24 FERITI, 2 DISPERSI!. Fu allora che con una sicurezza impressionante mi rispose. “Qualche rapina non avrebbe fatto notizia. Dobbiamo far vedere la nostra forza.” Disse con una tale calma che mi fece abbassare il giornale e a quel punto, con estrema calma, mi piegai sulla scrivania e vi appoggiai le mani. “Uccidere dei civili la chiami forza!?!?” Al inizio la mia voce era appena un sussurro poi sulla fine ero esplosa. Ero a un niente dal suo volto, i suoi occhi erano un pozzo di tranquillità quando lo disse. Mi ci volle un po’ per comprendere quell’unica parola, quella singola sillaba, quelle due lettere. “Sì.”
Mi allontanai disgustata e adirata. “Sono ventisei morti: sei uomini, tre centauri, quattro mannari, due vampiri, quattro demoni, due folletti, cinque orchi. Sono ventiquattro feriti…” “Non mi interessano questi stupidi numeri.” Mi bloccai a quelle parole chiedendomi quale creatura potesse pensare una cosa del genere, non provare un briciolo di rimorso, persino Orion si spaventò a quella affermazione. Sentii che avrei potuto distruggerlo adesso, in quel momento togliergli tutto in un istante ma mi imposi di controllarmi: se lo avessi fatto avrei condannato l’intera città alle fiamme del drago.
“Allora, qualche altra lamentela, ragazzina?” Mi domandò Malandrino alzandosi e fissandomi con ira. Mi morsi la lingua: se avessi parlato avrei fatto solamente danni. “ALLORA!?!” Mi urlò addosso, strinsi i pugni e mi imposi di mantenere la calma. “No…” Sussurrai aspramente a capo chino. A quel punto Malandrino mi sollevò il mento e mi obbligò a guardarlo negli occhi. “Ragazzina mettitelo bene in testa: tu non sei ancora morta perché mi servi, ma se anche solo sospettassi qualcosa neppure la tua famiglia ti potrebbe proteggere dalla mia ira, sono stato chiaro?” Mi domandò con uno di quei suoi falsi sorrisi. “Cristallino.” Sussurrai cercando di contenermi in qualche modo. “Bene, potete andare.” Decretò e uscii da lì senza dire una parola.
 
Stavo per andarmene dalla base ma una grossa, nera e callosa mano mi serrò il braccio. “Diana… non lo sapevo.” Stavo per digliene quattro soddisfando sedici delle mie fantasie di quel ultimo giorno e mezzo, però non feci nulla. Quando vidi quegli occhi sempre duri, sempre severi, sempre rimproveratori ora liquidi, stravolti e deboli compresi che non stava mentendo, ma non addolcii i miei a quella realizzazione. Orion continuò a parlare. “Credevo che avrebbe solo distrutto l’edificio ma non… questo.” Sentire quella voce roca e dura divenire debole e strozzata era spossante e mi sentii in colpa per ciò che avevo pensato.
Mi imposi di calmarmi, di trattenere quel fuoco distruttivo che bruciava in me, e, con voce rotta e severa, gli impartii un ordine. “Niente sorprese quel giorno. Anche a costo di disobbedire ad un ordine.” Lui capì e mollò il mio braccio.
 
Quando rientrai nella sala tutti mi stettero lontani ancora sconvolti per la mia sfuriata. Nessuno osò parlare finché non fui io a spezzare il silenzio. “Avete delle novità?” Domandai sperando che la smettessero di fissarmi come un fenomeno da baraccone. “Seconda è in prigione.” Abbassai leggermente la testa.
Seconda era una delle persone che ci passava informazioni dal governo attraverso un sistema postale e si era fatta beccare, la buona notizia era che non conosceva le nostre facce né nulla sul piano di cattura del drago, quella cattiva che avrebbero potuto torturarla fino a farla parlare, tuttavia una cosa era certa: non sarebbe sopravvissuta a lungo.
“Impiccagione o la…” Non riuscivo a dirlo. “Le faranno la Tortura…” Abbassai il capo, non osai immaginare come si dovesse sentire. Sapevo che questa pratica barbarica consisteva in una serie di scariche elettriche abbastanza potenti da farti soffrire come una bestia ma troppo deboli per uccidere qualcuno singolarmente ma se ripetute portano alla morte, avevo sentito storie di persone impazzite durante questa procedura. Non per niente era anche usata per la pena di morte. “La sua famiglia?” Chiesi. “In prigione per dieci anni, i figli in riformatorio per altrettanto.” La notizia non mi stupì, non avevo mai conosciuto Seconda, ne sapevo il suo vero nome, ma mi dispiacque per lei, nessuno si merita un destino simile.
 
 
Quando tornai a casa trovai Giulio ad aspettarmi alla porta d’ingresso pieno di polvere e con ferite alle mani. “Ho fatto del volontariato oggi. Non è che sia servito a molto….” Stava parlando ma sentivo che non si stava riferendo a me. Una morsa mi invase a vedere Giulio devastato, purtroppo avere un buon cuore alle volte è distruttivo. “Nohat e Vanilla mi hanno detto che hai conciato per le feste il Mandarino.” Continuò con un falso sorriso. Non ce la facevo a vederlo così: dovevo distrarlo in qualche modo così aprii la porta del complesso. “Quel pazzo si merita di peggio.” Iniziai facendogli spazio per farlo accomodare. “Entri? Ho della carne in frigo.” Ero riuscita a fregarla a mio padre il giorno precedente, nella fretta di andarsene se l’era dimenticata. Notai un leggero bagliore nei suoi occhi che si spense bloccato dalla vergogna probabilmente. “Non ti faccio schifo quando mangio carne umanoide?” Non mi stupì la domanda: ero conscia che ad alcuni questo aspetto delle nostre religioni lo trovavano efficiente ma disturbante. Tuttavia non rientro tra quelli.
“No. Sono già morti a cos’altro potrebbero servire?” Risposi con freddezza conducendolo verso l’ascensore e al appartamento. Camminammo fino alla dispensa e tirai fuori la carne per lui e uno yogurt per me. “La preferisci cotta o cruda?” Gli chiesi pacata. “Cruda? Scherzi?” Mi domandò divertito. Feci spallucce, tuttavia fui felice di vederlo scherzare. “Andrea la mangia sempre cruda, e Lukas preferisce bere il sangue quando è ancora caldo.” Gli raccontai divertita. “Per favore, capisco le tradizioni ma a me fa senso anche solo l’idea di mangiarla cruda, figurarsi farlo.” Con un mezzo sorriso aprii il sacchetto in plastica in cui era conservata e la passai a Giulio che la mise in forno. “Sei sicura che posso?” “Alla S.C.A. hanno riserve immense e continue da ogni tempio, l’ho fatto milioni di volte e nessuno si è mai lamentato.” Gli confessai placida.
Giulio divorò la Carne affamato, ogni tanto passava dalla forma umana a quello di lupo e viceversa e ciò mi causò un ricordo, non riuscii a trattenere una risatina. “Perché ridi?” Mi chiese alzando lo sguardo con mezzo boccone in bocca. “Fai la stessa cosa quando facciamo l’amore.” “Cosa?” Mi chiese ancora più confuso. “Muti forma quando facciamo l’amore, continuamente, alle volte parti come umano e diventi più lupo, ti spunta la coda, cose così.” Risposi divertita. “E cosa c’è da ridere?” Mi chiese scettico non capendo cosa ci trovassi di così esilarante. “Mi chiedevo se lo fai solo quando provi grossi piaceri, e il fatto che tu trovi mangiare carne umanoide piacevole come fare l’amore con la sottoscritta mi fa ridere.” In risposta lui mi lanciò addosso un tarallo e finì di mangiare con un mezzo sorriso in volto.
Restammo assieme per un po’ parlammo del più e del meno, scherzammo: la amabile noia. Dopo un tempo indeterminato se ne stava per andare e mi sussurrò all’orecchio. “Grazie, mi serviva.” Mi baciò l’orecchio con dolcezza e risposi al gesto strusciandomi a lui.
Un’ora dopo ci salutammo e, rimasta sola, mi trascinai in camera per ridefinii i dettagli del piano.
 
 
Nel corso delle due settimane che seguirono mandai delle lettere a Oreon per gestire al meglio il mio arrivo a Lovaris in groppa al drago, sempre se tutto sarebbe andato come previsto, lui mi aveva garantito che ci sarebbe stato un mezzo di trasporto per me grazie al quale sarei potuta scappare velocemente verso la stazione e da lì direttamente a Meddelhok.
Felicitis e Garred si occuparono di raccogliere quante più informazioni incriminanti possibili con l’aiuto di Galahad che spiegava loro cosa cercare, in oltre questi mi aiutava molto con l’organizzazione del piano per sabotare tutto, così come Nohat, Vanilla e Giulio.
Il grosso problema ora era cosa fare con Malandrino e i restanti Rivoluzionari che sarebbero venuti con noi: ucciderli sarebbe stata la cosa più semplice e veloce, avremmo potuto mentire e dire che erano morti durante la missione, questo ci avrebbe fatto guadagnare tempo, tuttavia avrebbe comunque insospettito il resto del gruppo, ucciderli sarebbe stata una soluzione a breve termine e non mi entusiasmava l’idea di un’esecuzione.
Mi passai una mano trai capelli in cerca d’una soluzione meno sanguinosa e cruenta almeno per il resto dei ragazzi, tuttavia dopo quel che era successo con l’armeria avevo deciso che, se si fosse presentata l’occasione avrei ucciso Malandrino solo non sapevo come e se la forza mi sarebbe venuta a mancare.
 
Il mio flusso di pensieri venne interrotto da un bussare secco, capii subito chi era. “Avanti papà.” Lo invitai annoiata confondendo i miei importantissimi e segretissimi piani con i compiti di letteratura, e se ve lo state chiedendo non era una scelta idiota: se mi fossi affannata per nasconderli meglio avrei insospettito mio padre, invece così sarebbero sembrati solamente note o la brutta copia dei miei compiti. “Diana questa sera abbiamo il mio capo a casa, vedi di sistemarti.” “Sì, sì, lo farò.” Dissi annoiata.
Le cene di lavoro con il capo sono sempre stata la peggiore forma di tortura, da piccola le odiavo dal profondo: niente era più detestabile per me di doversi mettere in ghingheri e stare seduta per tutta la cena accanto a bambini o ragazzi che non conoscevo con cui non avevo nulla da condividere o parlare, per di più crescendo si pretendeva sempre maggiormente la mia presenza come una bella statuina. Ma all’epoca erano altri i problemi che avevo in mente e quella cena mi pareva solo una seccatura di cui mi sarei liberata in fretta.
“L’età dei figli?” Domandai pregando il Sole e la Luna che fossero piccoli, avrei fatto qualsiasi cosa perché a metà serata potessi alzarmi e fare da balia a delle povere e piccole anime innocenti che avevano tutta la mia comprensione se in quel momento avrebbero voluto giocare; era la scusa migliore per andarsene ed evitare di finire a parlare di politica con gli adulti, il che per me equivaleva a dover stare zitta tutta la serata, cosa a dir poco insopportabile. “Il maggiore fa l’università, la minore è di un anno o due più piccola di te.” “Sole e Luna aiutatemi! Ti prego almeno dimmi che non lo conosco o che questo tuo capo si potrebbe ricordarsi di me in qualche modo.” Domandai esasperata. “No, io e Luisa lo abbiamo incontrato fuori dal ufficio una sola volta ad un gala e tu non c’eri, ovviamente.” Ringraziai gli Astri per avermi risparmiato dieci minuti d’imbarazzo in cui cercavano di farmi ricordare un evento avvenuto più di cinque o dieci anni fa che avevo volutamente cancellato dai miei ricordi, per me questa cosa era illegale: le persone non possono pretendere che un adolescente si ricordi d’un estraneo che ha visto da piccolo sì e no una o due volte nel giro di dieci anni. “Almeno questo.” Borbottai annoiata mentre mi annusavo: decisamente serviva una doccia. “Diana è una cena molto importante per me, discuteremo di una mia possibile promozione quindi, per favore, contieniti.” Alzai gli occhi al cielo. “Ce la faccio a recitare la parte della figlia perfetta per una serata, non ti preoccupare.” Dissi portandomi dietro l’abito per le cene d’ufficio che usavo ogni volta.
Quando uscii dalla doccia, già vestita di tutto punto, venni intercettata da mia madre. “Scherzi vero?” Mi domandò con addosso quella ridicola crema anti-età. “Perché? È carino, è formale, è sufficiente.” Risposi facendo per proseguire per la mia strada. “È da ragazzine. Diana sei quasi una donna oramai, dovresti saperti vestire.” Decretò mia madre trascinandomi in camera mia cercando qualcosa che non fosse sportivo o da maschiaccio. “Maledizione… nulla di decente.” Alzai gli occhi al cielo sapendo cosa mi sarebbe toccato a questo punto. “Mamma non ci pensare neppure.” Dissi iniziando a tirare fuori da uno scatolone sotto al letto la roba estiva. “Cosa?” Mi domandò lei. “I tuoi vestiti mi stanno piccoli e male: tu sei uno stecchino con sì e no una prima, ma io ho preso dalla nonna, il che vuol dire curve, ciccia e tette.” Le ricordando evidenziando il concetto stringendo lo strato di grasso sui miei fianchi, sulla braccia e al petto. “Diana tu non sei cicciona. Hai solo qualche chilo in più delle tue compagne oltre che un po’ di muscolo.” Alzai gli occhi al cielo: mia madre credeva che mi vestissi da maschio per dell’insicurezza inesistente verso il mio corpo; ero sempre stata un po’ più robusta della media ma nessuno dei miei ragazzi si era mai lamentato, neanche il peggiore. E a Lovaris nessuno era così temerario o stupido da prendermi in giro seriamente. “Lo so. Però i tuoi vestiti mi fanno sembrare una balena.” Dissi tirando fuori la camicia e i pantaloni che avevo usato al matrimonio di Lillà e mi cambiai davanti a lei. “Meglio?” Domandai seccata, mia madre sospirò. “È un po’ leggero ma andrà bene.” Mi disse rassegnata tornando alla sua maschera di bellezza.
Nel frattempo mi accorsi che avevano iniziato a cucinare, lanciai un’occhiata: i miei avevano pagato un paio di camerieri e un cuoco, che dalle immense ali di pipistrello sulla schiena, dalla pelle grigia e dalle corna che spuntavano dal capo intuii essere gargoil. Sospirai rassegnata. “Che gran bella pagliacciata.” Sussurrai aprendo un po’ la finestra per evitare che la mia stanza venisse impregnata dal odore del cibo.
 
Poche ore dopo mi ritrovai davanti la porta a fare le presentazioni con la famiglia del capo. “Mia moglie Luisa, e mia figlia Diana.” Ci presentò mio padre al suo capo e mi bastò un’occhiata per capire che questo stava ai piani alti: orologio da taschino nuovo di zecca e pesante, giacca nuova, scarpe in pelle nuove, la moglie aveva dei gioielli seri, non la solita collanina di perle che era stata comprata per il matrimonio o qualche vecchio gioiello di famiglia, anche i figli profumavano da ricchi, dalle scarpe di marca della ragazzina, all’orologio dal polso di ultima generazione del ragazzo. Iniziai a pensare che la paranoia di mia madre per questa volta era giustificata, noi a confronto parevamo la plebaglia e non eravamo messi male, però quando mi accorsi che la ragazzina aveva una borsetta firmata li trovai quasi ridicoli. Strinsi con vigore la mano al capofamiglia che rispose con un sorriso divertito. “Un maschio mancato questa qui Claus. Devi esserne orgoglioso.” Trattenni tra le mie labbra la battutina amara. “Sempre meglio di questa femminuccia qui.” Disse scherzosamente dando una pacca al figlio maggiore. Quando la strinsi al ragazzo questo tentò di stringere e in risposta gli stritolai la mano e questi aumentò la presa, in risposta la aumentai e lo vidi compiere una smorfia per poi allentare la presa, mi apparve un sorrisetto soddisfatto nel angolo destro. Le due donne avevano una presa così delicata da sembrare fasulla. Mio padre mi aveva insegnato fin da piccola che la stretta di mano dice molto sulla volontà d’una persona così come guardare o meno la gente negli occhi, quindi trovai strano quando la figlia minore non osò neppure guardarmi in faccia, quasi maleducato.
Mi sedetti nel lato dei figli, accanto a mio padre e alla ragazzina, Maria, ma non parlò per tutta la serata, riuscii a conversare un po’ con Giacomo, lo trovai anche simpatico, mi ricordava Oreon per certi versi, e anche un po’ Galahad. Ovviamente però dovevamo farlo ad un tono di voce tale per cui non avremmo disturbato i due capi famiglia che parlavano dai due lati opposti del tavolo, li maledissi per non essersi seduti accanto. “Diana fa il quinto anno di liceo, giusto?” Domandò Alessandro Magnami, il capo di mio padre. “Sì. Al istituto qui vicino.” Rispose mio padre. “Oh, sì, quella scuola pubblica, non è male.” Mi domandai se si rendesse conto d’essere offensivo o se per lui parlare così era educato, perché se era la seconda sospettai che avesse sbattuto la testa da piccolo o che non gli avessero insegnato le buone maniere. “Ma piuttosto, c’è qualcuno nella vita di sua figlia? Intende sposarsi.” Mio padre fece per rispondere ma intervenni. “Prima di sposarmi intendo fare l’università e trovarmi un lavoro.” “Oh, certo, ora va di moda così tra voi ragazze.” Non sono una Strega ma potei sentire mio padre e mia madre pensare: respira Diana, respira. “Oramai è giusto che sia così, signore. La qualità di vita e le opportunità di studio per i figli aumentano quando entrambi i genitori lavorato e se almeno uno dei due è laureato. L’ho letto su una ricerca Sociologica sui giornali un paio di settimane fa.” Risposi. “Baggianate. E i figli chi li cresce?” La sua era una domanda retorica ma risposi comunque. “Mia madre è una lavoratrice e una madre e svolge entrambi i ruoli egregiamente.” Non era totalmente vero ma qualsiasi cosa per non darla vinta a quello lì, per di più avevo visto fin troppe famiglie in cui era l’esatto contrario. “Certo, come se una donna possa fare gli stessi lavori di un uomo.” Se mio padre avesse potuto si sarebbe infilato le mai nei capelli e avrebbe detto addio alla sua promozione. “Fin tanto che non vengono concesse alle donne pari opportunità mi pare logico che non possiamo ottenere gli stessi lavori.” Risposi con una tale amarezza che sentii Maria tentare di sprofondare nella sedia. “Oh, mi stai dicendo che vorresti vedere le donne lavorare in miniera?” “Sì.” Decretai causando il silenzio tombale per tre secondi.
A quel punto Alessandro si voltò un secondo. “Tu. Gargoil.” “Sì, signore?” Rispose quello un po’ più vecchio dei due camerieri. “Hai mai lavorato nelle miniere?” Domandò Magnami. “Fortunatamente no signore.”
“Ecco, visto? Anche un imbecille come questo ci arriva che voi donne siete fortunate a non dover lavorare.” Desiderai mangiarmelo vivo, poco importava dei segnali sempre meno invisibili che i miei genitori stavano tentando di darmi. “Il punto non è questo.” Ripresi cercando di trattenere quella rabbia bruciante che stava premendo per uscire. “Concordo che lavorare in miniera è orrendo, tuttavia questo non significa che una donna non possa farlo.” Risposi astiosa. “Diana!” Tuonò mio padre. “Adesso basta, rispetta i superiori.” Mi riprese mio padre, alzai gli occhi al cielo. “Signorina le buone maniere.” Mi riprese mia madre.
Ora credo che capiate perché evito gli eventi sociali come la peste. “Chiedo scusa, avrei dovuto esporre le mie opinioni con maggior rispetto.” Dissi guardando seccata Alessandro Magnami che rispose con un gesto d’indifferenza.
 
Quando noi ragazzi potemmo isolarci fui costretta a portarli in camera mia e no, non ci fu il cliché del tentativo di nascondere documenti vitali lasciati in bella mostra, li avevo già chiusi a chiave nel cassetto della scrivania e la chiave la tenevo in tasca.
“Non vedevo qualcuno tenere testa così a mio padre da un po’.” Disse Giacomo sorpreso. “Ma temo che costerà la promozione a tuo padre.” Aggiunse, lo perforai con lo sguardo. “Allora tuo padre non è solo un sessista e razzista, ma è anche un coglione e un bambino nel corpo di un adulto.” Risposi tranquillamente fissandolo negli occhi. Giacomo pareva divertito. “Forse, ma tu usi suoi stessi mezzi.” Strinsi i denti e lui rispose con un sorriso divertito. “La realtà fa male?” Mi imposi di clamarmi: non avrei vinto prendendolo a cazzotti. “Non è il mio unico mezzo.” Risposi incrociando le braccia con fare molto più rilassato sebbene desiderassi spaccagli la faccia. “Oh, davvero? Qual è l’altro tuo mezzo?”
Gli recitai qualche comma legale sull’illegalità del favoritismo e un paio di concreti esempi di come il nepotismo portasse alla decadenza mentre la meritocrazia, sebbene imperfetta, permettesse un rinnovo e uno sviluppo. “Bene, sai usare le parole, mica male.” Commentò Giacomo annoiato. “Ma non basta. Le persone non prenderanno mai sul serio un cane rabbioso.” Ebbi un déjà-vu, e mi ricordai il discorso del Malandrino, iniziai a sospettare che ci fosse un fondo di verità sul fatto che dovessi imparare a reindirizzare la mia rabbia in maniera costruttiva. “Cane rabbioso?” Domandai divertita. “Ho sentito ragazzini cresciuti in conservatorio dire di peggio.” Lo stuzzicai. “Stai deviando il discorso.” Mi fece notare. “Lo sto facendo volutamente.” Dissi avvicinandomi a lui. “Perché non hai argomenti?” Mi sfidò Giacomo. “Perché ti straccerei.” Risposi incenerendolo con lo sguardo. “Ragazzi, per favore…” Tentò d’intervenire Maria timidamente ma Giacomo la zittì con un gesto e a quel punto partì il dibattito, Maria come unica testimone.
Me la cavai ma non ne uscii vincitrice: Giacomo era chiaramente più abituato e preparato di me, si vedeva che aveva fatto l’università. “Non male per una ragazzina. A quale università pensi di andare?” Mi domandò a fine dibattito incuriosito e con del rispetto nella voce. “Non lo so, spero di entrare in una facoltà di legge.” Questo era il piano che avevo se tutto fosse andato bene. “Per diventare?” “Avvocato difensore, ma non ne sono certa al cento per cento.” Dissi mentre le mie orecchie si rizzavano per un rumore nella scala antincendio, ma non vi badai troppo. “A me sembri piuttosto sicura. Forse dovresti prendere esempio da lei Maria.” Notai come quella ragazzina annuì poco convinta e improvvisamente compresi che stava urlando dentro: era come me ma in maniera profondamente diversa. Anche lei odiava queste cene poiché c’è sempre quel momento in cui i genitori lodato e mettono a confronto i loro figli e questo è orribile poiché si riesce a vedere nei loro volti quel proibito desiderio che il loro figlio sia come quello di un altro, e se non si risponde alle aspettative ci si sente come un giocattolo rotto ma anche stare sul piedistallo vuol dire essere nel occhio del ciclone e basta un passo falso per rientrare nei giocattoli rotti.
Non so cosa avrei potuto dire, poiché qualcuno bussò alla mia finestra. Alzai lo sguardo: era Giulio ma non era previsto nessun impegno per oggi. Scostai Giacomo e attraversai il letto a carponi per aprire la finestra. “Giulio, che ci fai qui?” Domandai confusa mentre il gelo di gennaio mi penetrava nelle ossa, a Meddelhok poi c’era un freddo quasi disumano. “Ecco io…” Ci fu qualche istante di silenzio in cui Giulio fissò la mia stanza. “Ti volevo chiamare per uscire con noi ragazzi ma noto che sei impegnata.” Disse guardando di sotto. “Ci vediamo domani.” Mi disse. “No!” Lo interruppi e guardai i ragazzi. “Avete un coprifuoco?” Domandai, Giacomo accennò negativamente mentre Maria sussurrò qualcosa di simile a mezzanotte. “Vi volete unire a noi?” Domandai, vidi Giulio strabuzzare gli occhi un secondo poi però sorrise. “Non vorremmo arrecare disturbo.” Sussurrò Maria. “Sciocchezze, è una semplice serata tra noi, birra e patatine.” Disse Giulio sorridendo. “Ma non so se nostro padre…” Iniziò Maria venendo brutalmente interrotto da Giacomo. “A papà penso io. Diana?” “Se avete il permesso di andare posso venire anch’io. Però...” Iniziai guardando Maria. “È meglio che ti cambi poiché vestita da bambolina non ti ci porto.” Questa accennò un sì imbarazzata. “Se non ti arreca disturbo.” Sussurrò imbarazzata. Le diedi una pacca sulla spalla. “Quale disturbo?” Domandai e Maria mi sorrise.
 
Poco dopo Giacomo convinse suo padre a lasciarli andare e mio padre mi ragguardò sullo stare attenta e di tenere d’occhio Maria. Interpretai questa cosa come un segno positivo, pensai probabilmente mio padre e mia madre avevano lisciato il pelo a quel vecchio bastardo abbastanza a lungo in previsione di una mia reazione esagerata. Noi ragazzi uscimmo dieci minuti dopo, io con un mio vecchio maglione rosso antico e dei pantaloni verde militare, Maria con dei jeans pesanti e scuri e un maglione blu scuro che le avevo prestato, gli stavano leggermente grandi ma le donavano, l’unico che era rimasto in ghingheri era Giacomo ma i maschi possono indossare un po’ quel che gli pare, tanto adoperano lo stesso abito per almeno dieci occasioni diverse. Notai fin da subito che Maria, poverina, era totalmente a disagio in mezzo ai maschi o a delle ragazze come Felicitis, Vanilla e la sottoscritta, per di più era chiaro che nessuno dei due ragazzi era abituato a frequentare persone al di fuori della propria razza. Vederli entrare nel bar a disagio fu soddisfacente.
Tuttavia, quando i due ospiti si ambientarono, mi ritrovai ad essere sola ed immersa nei miei pensieri. “Tutto bene?” Mi domandò Giulio che si era distratto dal dibattito che Galahad aveva instaurato con Giacomo. “Non lo so, sono preoccupata in questo periodo.” Ammisi, sentii la sua mano lungo la schiena, una dolce carezza confortevole. Lo guardai negli occhi e mi accoccolai su di lui. “Non temere, troveremo una soluzione, per tutto.” Lo sperai intensamente ma non ci credevo. Soprattutto perché a pochi isolati da lì c’era la prova che se avessimo fallito di Meddelhok sarebbero rimaste solo ceneri e macerie.
 
Dopo quella serata non rividi mai più quei ragazzi, non so dove le loro scelte li abbiano portati e sinceramente non mi interessa. Anzi prima di rileggere queste pagine mi ero totalmente dimenticata della loro esistenza poiché conclusasi quella serata il tempo mi sfuggì tra le mani. Però tra la scuola, le cene sempre più frequenti a casa Longo, le nostre attività illegali, la preparazione del piano e quel minimo di tempo che lo dedicavo a riposarmi o a distrarmi non c’è da sorprendersi se nel giro di pochissimo tempo mi ritrovai con l’acqua alla gola e a fare il conto alla rovescia per i giorni mancanti. Non c’era più tempo a nostra disposizione, quel che avevamo fatto ci sarebbe dovuto bastare.
 
 
In fine arrivò il giorno prestabilito. Era il 24 aprile del 2024 della terza Era e nel giro di poche ore a Meddelhok sarebbe scoppiata una rivolta che sarebbe rimasta nella storia come la Notte Rossa, tuttavia non vi presi parte, sarei stata lontana di molti chilometri quando la rivolta scoppiò.

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Capitolo 17
*** 16. Il giorno è arrivato ***


 

16. Il giorno è arrivato
 
 
Il fatidico giorno in fine arrivò: 24 aprile 2024 della terza Era.
La festa nazionale che ricorreva la presa di quella che sarebbe divenuta la capitale dello Stato, Mazelia, da parte dell’antica casata umana degli Olmi. Simbolo l’inizio della affermazione del potere degli uomini e la data che aveva segnato l’inizio della terza Era.
In quello specifico anno delle tremende sommosse e proteste avrebbero portato allo spargimento di sangue di centinaia di persone a Meddelhok, e ciò avvenne perché Malandrino voleva assicurarsi che gli occhi della S.C.A. fossero puntati su qualcos’altro quella notte, voleva che la sicurezza riservata al drago venisse ridotta e che la gente fosse troppo presa dalle sommosse da badare ad un camion anonimo che si muoveva per le strade di campagna.
 
 
Uscii la mattina presto del tutto inosservata poiché i miei sarebbero stati fuori tutto il giorno: durante le feste nazionali tutto il personale S.C.A. era costretto a fare turni molto più lunghi per assicurare la massima efficienza e sicurezza. Lo sapevo molto bene perché ero stata io a raccogliere informazioni su come si sarebbero mosse le forze del ordine.
Arrivata al rifugio iniziammo a sistemare accuratamente tutti gli attrezzi e le armi necessarie e, contemporaneamente, ripassammo il piano: ad alta voce quello ufficiale, nella mente mia e dei miei amici quello reale. Sapevamo che non sarebbe stato un viaggio facile e che sarebbe bastato il più piccolo errore per farci beccare, oltretutto se anche solo un’informazione si fosse rivelata errata avremmo dovuto improvvisare e con missioni di questo calibro spesso equivale ad una disfatta, quindi la tensione era, giustamente, elevata.
 
Incontrammo il primo ostacolo dopo aver percorso appena dieci minuti di viaggio: un blocco di controllo ad uno dei ponti che permettevano l’accesso alla città. E a sorvegliarlo c’erano due agenti di polizia chiaramente annoiati.
“Documenti, prego.” Ci chiese l’agente più giovane. Porsi i miei documenti falsi e nel frattempo mi ripetevo la mia falsa identità: sono Anita Zentin, 19 anni, umana, sono una camionista come mio padre e oggi devo fare una consegna di verdura alla fiera della città di Savor. L’agente guardò me e poi il mio compagno, purtroppo notò che Nohat era un vampiro quindi gli chiese i documenti, e questi glieli passò con tranquillità. L’agente lo guardò per un secondo e poi glieli porse senza porre domande.
“Devo controllare il vostro carico.” Al ordine scesi dal camion e aprii lo sportello. Al suo interno c’erano carni in scatola, verdure, festoni e altre cose da fiera. L’agente controllò la lista e ci fece cenno di procedere.
Ero appena salita quando una voce attirò la mia attenzione. “Signorina!” Mi bloccai terrorizzata. “Sì?” Domandai con un sorriso un po’ tirato mentre pensavo che ci avessero beccati.
“Le è caduto il berretto.” Mi toccai il capo, in effetti mi era caduto, sciolsi i nervi con una risata nervosa e imbarazzata. “Grazie!” Esclamai afferrando il berretto possessivamente e tornai sul camion.
Una volta lontani io e Nohat ci fissammo per mezzo secondo, la tensione si sciolse, compimmo un paio di respiri affannosi e scoppiammo in una fragorosa risata. “Cosa succede? Non starete ridendo di me!?!” Ci chiese Garred da dentro il container, nascosto da una parete di alimentari che arrivava fino al soffitto che era stata costruita affinché, fintanto che tutti fossero rimasti zitti, nessuno avrebbe notato la loro presenza. Tuttavia bastava un nulla e quella parete sarebbe caduta, mandato a monte mesi di preparazione.
“Le era caduto il berretto!” Esclamò Nohat asciugandosi le lacrime e cercando di calmare la sua risata. Probabilmente dietro si stavano chiedendo se eravamo impazziti poiché per una decina di minuti continuammo a scherzare su quel maledetto berretto. Solo un’ora dopo, quando ci fermammo per fare un cambio alla guida il sorriso sparì dal nostro sguardo.
 
Dal container non si vedeva nulla, tuttavia potevo intuire più o meno a che punto eravamo del percorso. Seguimmo l’autostrada per un po’, per poi passare alla statale, in seguito deviammo dal percorso principale grazie ad una stradina di campagna tutta bucata che costeggiava un bosco, lì ci fermammo per fare un pranzo frugale. Uscimmo dal camion a turni di tre o quattro per prendere una boccata d’aria e rinfrescarci, un’ora dopo ripartimmo.
Quando girammo verso nord per una via ancora più piccola in terra battuta, sconnessa e piena di buche trovammo il nostro mezzo di trasporto effettivo: Orion e un altro paio di persone ci stavano aspettando lì da qualche ora dato che noi avevamo fatto il giro lungo per depistare le tracce. Caricammo tutto il materiale che avevamo nascosto nel container e tutti noi salimmo nel camioncino di Orion che era stato tinteggiato di nero per l’occasione e togliemmo la targa falsa. Mentre caricavo le armi sentii la tensione crescere in tutti noi, eravamo terrorizzati però eravamo coscienti che da qui non si tornava più in dietro. Un paio di noi presero il camion e lo portarono in un vicino magazzino che non faceva troppe domande sul contenuto dei container. Teoricamente io avrei dovuto condurre il drago in quel container una volta conclusasi la missione ma, non era importante: poiché non lo avrei mai fatto comunque.
 
 
In quel furgoncino facevo quasi fatica a respirare per la tensione percepita e, come se non bastasse, la strada che percorrevamo era dannatamente accidentata e lunga dato che, per essere certi di non essere ripresi dal eventuali telecamere o rischiare di poter essere identificati in seguito da eventuali testimoni, stavamo seguendo un sentiero generalmente adoperato dai taglialegna. Durante il tragitto sedetti accanto a Giulio e ci usammo a vicenda come cuscino, sonnecchiando durante le ultime ore di viaggio per preservare le energie, anche se con scarso successo. Nessuno di noi aveva voglia di parlare, troppa tensione in un’unica area. Cercai di distrarmi osservando con maggiore attenzione il furgone ma non notai nulla a parte il rudimentale sistema di refrigerazione che Orion probabilmente usava per il suo effettivo lavoro: trasportare carne alle macellerie. Non osai chiedermi come riuscisse a conciliare questa vita con il suo lavoro, l’unica risposta che mi diedi era che dormiva nel pomeriggio.
 
Ad un certo punto, come previsto, ci fermammo, nascondemmo il mezzo tra la selva e iniziammo a prepararci per la missione. Mi assicurai che il piccolo mitragliatore che avevamo recuperato dal magazzino nell’incrocio tra via Ferri e via Galvano non avesse subito alcun tipo di danno durante il tragitto, che i caricatori fossero caricati a dovere e che le bombole con il gas stordente fossero integre.
“Diana, che te ne pare, c’è tutto?” Mi chiese Vanilla chiaramente nervosa, lanciai un’occhiata al suo zaino: kit medico, acqua, fiammiferi, corda per arrampicarsi, rampini, maschera anti-gas, attrezzi da scassino, coltellino multiuso, persino del esplosivo nell’eventualità in cui fosse necessario far saltare la sala comandi. “Sì, c’è tutto, non preoccuparti.” La rassicurai accarezzandole la schiena per cercare di confortarla. “Vieni, ti intreccio i capelli.” Le proposi trascinandola in un angolo dello spiazzo in cui ci eravamo accampati e iniziai a farle una treccia semplice ma resistente. “Non ti facevo tipa da trecce.” Mi disse Vanilla con un sorrisetto leggermente teso. “Infatti io meli raccolgo in una crocchia, è che la mia migliore amica d’infanzia, Zafalina, le ama quindi, per farla contenta, ho imparato a farle.” Le spiegai mentre facevo compiere un ulteriore giro al elastico per assicurarmi che non si sfilasse.
“Piuttosto, sicura di stare bene? Non ti ho mai vista così nervosa.” Le domandai sfregandomi le mani sulla sua schiena nel tentativo di riscaldarla e di farla rilassare almeno un po’. “Sì, tutto bene, a parte il fatto che me la sto facendo addosso. E non sono l’unica.” Disse indicandomi Garred che era letteralmente terrorizzato, ma accanto a lui c’era Galahad che stava riuscendo a mantenere il sangue freddo quindi confidai, giustamente, nelle sue doti.
“Tranquilla.” La rassicurai. “Galahad sa il fatto suo. Riuscirà a calmarlo entro il tramonto.” Dissi lanciando un’occhiata anche a Felicitis che si stava tentando di domare i suoi ricci. La chiamai e raccolsi anche i suoi capelli per poi abbracciare questa con il braccio destro e Vanilla con il sinistro. “Calme, d’accordo? Ci ritroveremo tutte e tre qui tra qualche ora.” Sussurrai strofinando loro le braccia nel tentativo di rincuorarle, malgrado fossi la prima ad essere terrorizzata. “Felicitis: hai fatta parecchia pratica per questo giorno, sono sicura che anche nel peggiore dei casi saprai gestire la situazione.” La rassicurai guardandola nei suoi caldi occhi da cerbiatta. “Vanilla: sei un’ottima tiratrice ed entrambe sappiamo che se vuoi hai un piccolo asso nella manica e se servisse, non esitare ad usarlo.” Vanilla mi guardò sorpresa. “Sei sicura che sia una buona idea? Quella volta…” “Ha fatto il suo dovere. Non esitare se servisse.” Decretai interrompendo qualunque suo dubbio. “Di che state parlando?” Ci domandò Felicitis, chiaramente confusa: lei non sapeva nulla dei piccolo segreto che univa me e Vanilla. Forse era ingiusto, ma Felicitis costudiva parecchie delle mie insicurezze, quindi non aveva minore fiducia ai miei occhi, anzi tutt’altro. Però questo era il segreto di Vanilla, non il mio, spettava a lei la scelta se rivelarlo o meno. “Dell’esplosivo.” Mi limitai a rispondere.
 
 
Giunta l’ora lasciammo Felicitis e un altro tizio di cui non ricordo il nome a vegliare sulla nostra unica via di fuga rapida e ci addentrammo nella foresta.
Dovemmo camminare per venti minuti abbondanti nel fitto del bosco e nel buio più totale, alcuni di noi iniziarono a temere che ci eravamo persi, tuttavia Malandrino era sicuro che fosse la strada giusta.
Tuttavia questa preoccupazione stava assillando anche me quindi iniziai ad osservare la zona e non notai, per quanto mi fosse possibile con la sola luce della luna, segni di basi militari nascoste: niente telecamere, niente sorveglianza, iniziai a temere che Malandrino ci stesse conducendo in una trappola o che avesse preso un granchio.
 
Stavamo perdendo le speranze, finché, ad un tratto, non intravidi la luce di un faro. Allora, come un solo uomo, ci abbassammo camminando ancora più accortamente di prima e togliemmo la sicura dai piccoli mitragliatori. Procedemmo quatti in quella boscaglia di frassini e noccioli e intuii che ci dovevamo trovare a sud-ovest della struttura ora che riuscivo ad intravederla.
Distinsi subito l’unico edificio circondato da una spessa recinzione elettrica che copriva anche il cielo: sembrava un’enorme gabbia per uccelli. Per nostra fortuna c’era solo una torretta: evidentemente queste persone prediligevano la segretezza come prima linea difensiva. Però, così facendo, avevano limitato la loro possibilità di notare intrusi a cui sparare a vista.
 
Mi avvicinai cautamente a Malandrino, dato che per il momento dovevamo mantenere il silenzio radio. “Com’è la situazione?” Domandai a lui in un sussurro, mentre Orion e il nostro cecchino controllavano la torretta. “Hanno ridotto il personale, come previsto, probabilmente aver fatto girare la falsa voce di un attacco all’armeria di Riva è stata una trovata utile.” Disse con sguardo orgoglioso e da predatore, in un certo senso ne fui anch’io contenta, in fondo era stata una mia idea quella di far girare questa falsa informazione legata alla vicina base S.C.A, tuttavia lo sguardo di Malandrino non era rassicurante neanche quando esprimeva orgoglio.
“Confermo: solo due uomini sulla torretta e sei a terra. Speriamo che i cavi siano dove ci hanno detto.” Ci comunicò Orion tranquillo. “Bene. Tuttavia non sappiamo quanta gente ci sarà là dentro, teniamoci pronti.” Decretò Malandrino. “Tu, resta qui intorno e appena sarà saltata la corrente spara ai due tizzi sulla torre, noi penseremo a quelli a terra.” Il nostro cecchino accennò di aver capito ma non si mosse dalla sua postazione. “Diana, tu, Nohat e Giulio pensate a quelli al entrata a Nord.” Accennai affermativamente e feci cenno a Giulio e a Nohat di seguirmi mentre Malandrino continuava a parlare.
 
Fummo costretti a compiere il giro della struttura velocemente e cercando di restare ben nascosti fino a quando non raggiungemmo la boscaglia prossima all’unica entrata ed uscita della base, eravamo così vicini che avrei potuto vedere il bianco negli occhi di quegli agenti ignari.
Stavo per iniziare a muovermi quando Giulio mi afferrò per il braccio e mi indicò quella che doveva essere un ufficio per la guardiola o qualcosa di simile. Aguzzai la vista, purtroppo gli umani non vedono quasi nulla al buio al contrario di molte altre razze. Fu in quel momento che mi accorsi d’un terzo uomo nascosto dentro a quella minuscola postazione di sorveglianza.
Respirai affondo per mantenere la lucidità e mi rivolsi a Nohat, gli feci cenno di fare il giro e di raggiungere la baracca dal altro lato della strada e di attendere la nostra mossa, lo scelsi perché, in quanto vampiro, vedeva molto meglio di me al buio e, per giunta, era più agile e silenzioso di Giulio. Lui accennò affermativamente e iniziò a camminare velocemente verso il punto prestabilito.
Quando si allontanò mi rivolsi a Giulio e gli feci capire di non usare i mitragliatori quando sarebbe giunto il momento o avremmo attratto l’attenzione della guardia, in risposta abbassò l’arma e mi sorrise da sotto il passa montagna mentre mutava la sua mano destra in qualcosa di più animalesco con una facilità impressionante: si era riempita di peli e dei possenti artigli si erano formati al posto delle unghie. Pensai che probabilmente la sua trasformazione era facilitata dalla presenza della Luna in cielo, ricordandomi della leggenda secondo la quale era stata lei ad aver donato questo potere ai licantropi. Ma gli sorrisi affermativamente: oramai mi ero in parte rassegnata a questo aspetto di Giulio e avevo deciso di fidarmi del suo istinto, però c’era sempre quella piccola vocina fastidiosa che mi lasciava l’amaro in bocca e che storpiava il mio sorriso.
 
Nello stesso istante in cui Orion fece saltare la corrente tranciando dei cavi posizionati dall’altro capo della struttura, io e Giulio attaccammo i due soldati prima ancora che riuscissero a mettere mano al grilletto. Giulio gli tagliò la gola con un’artigliata ad uno, mentre io squarciai il collo al altro sorprendendomi del fatto che fosse stato così facile e che eravamo stati così silenziosi.
A quel punto la guardia nella postazione cercò di guardare attraverso alla finestra tuttavia qualcuno bussò e questi, probabilmente agitato dalla situazione, andò ad aprire e Nohat gli si lanciò addosso disarmandolo e poi uccidendolo con il suo coltello.
Poco meno di un minuto dopo sentimmo degli spari nitidi provenire dalla foresta seguiti da dei lamenti, il cecchino aveva fatto il suo lavoro.
 
Nel giro di poco riuscimmo ad aprire il cancello ed entrammo nel complesso mentre il generatore di emergenza iniziava a funzionare. Ci addentrammo mantenendo le orecchie rizzate e gli occhi aperti correndo attraverso quel campo aperto, fortunatamente ad attenderci c’era già il resto dei ragazzi pronti ad entrare nel edificio in metallo in cui tenevano il drago.
Osservai con maggiore attenzione l’edificio: aveva una forma allungata con il tetto a cupola in vetro annerito e in ferro arrugginito, alle pareti c’erano crepe e strati di vernice mancanti o mezzi scrostati, un grosso portone di ferro battuto e arrugginito nel fronte e una porticina di servizio d’acciaio, l’unica cosa in quel edificio che pareva nuova. Come sempre la S.C.A. e l’esercito non si smentivano mani in quanto a bruttezza e trasandatezza.
 
“Quella è la finestra.” Mi sussurrò Orion indicandomi una finestrella leggermente a destra rispetto alla porta di servizio.
Grazie ad una soffiata sapevamo che era del tutto inutile entrare dalla porta principale che era a prova di bomba e che il vetro del tetto era una trappola mortale, l’unica via per accedervi era quella minuscola finestrina. “D’accordo.” Così dicendo presi il rampino dal borsone e lo lanciai sul tetto, strattonai un paio di volte la corda per assicurarla e iniziai ad arrampicarmi, raggiunsi la finestra, estrassi il taglia vetri e, con cautela, feci un buco abbastanza grande per far entrare la mia mano e aprii la finestra.
Silenziosamente ringraziai il Sole e la Luna che fosse abbastanza grande per far entrare anche Orion, che era il più grosso tra di noi.
Mi guardai attorno: non c’era nessuno, lo trovai strano, tuttavia per sicurezza lasciai cadere il gas, non si sapeva mai. Provai ad affinare l’udito mentre mi misi su la maschera-antigas, feci un cenno con la mano che la strada era libera e iniziarono ad arrampicarsi. Nel frattempo io tirai fuori un altro rotolo di corda con rampino e, assicurandola a un punto stabile della finestra, scesi dall’altra parte con cautela guardandomi sempre le spalle e con il mitragliatore a già pronto per l’uso. In quel momento fui quasi grata ad Orion per avermi sempre rifilato lavori in cui dovevo calarmi da qualche parte, soprattutto negli ultimi mesi. In fine appoggiai i piedi su di una piattaforma in ferro e nel giro di pochi minuti tutti furono dentro, eccetto un ragazzo che avrebbe fatto la guardia alla parte esterna dell’edificio.
 
Quel luogo era freddo e stagnante: le scale e le piattaforme erano tutte in ferro ed erano sospese a mezz’aria intersecandosi con corridoi in cemento e i muri di un bianco ospedaliero, la luce della luna calante filtrava opaca e fredda rendendo tutto spettrale e agghiacciante. Il silenzio era infernalmente chiassoso già ché quasi non respiravamo per paura d’essere uditi. “Non c’è nessuno qui.” Commentò d’un tratto Vanilla con un sussurro atterrito. “Ne dubito.” Rispose Malandrino. “Continuate ad usate il gas, se non li stenderà quanto meno renderà loro difficile vederci.” Velocemente ci sistemammo meglio le maschere-antigas e, una volta assicurate, iniziammo a rilasciare una bomboletta di gas ad ogni incrocio, non era mortale ma di certo in quantità come quella che avevamo rilasciato avrebbe steso chiunque sotto i cento chili per tre ore abbondanti.
 
A quel punto ci dovemmo separare: io, Malandrino, Giulio e Nohat saremmo andati nella parte bassa del edificio, dove ci sarebbe dovuto essere il drago, Garred e Orion sarebbero andati alla sala macchine e da lì avrebbero aperto il tetto per la via di fuga, Galahad e Vanilla sarebbero andati alla stazione di controllo per informarci d’un eventuale arrivo di agenti, l’ultimo membro rimanente avrebbe continuato a controllare la nostra via d’uscita e ci avrebbero avvisati in caso di pericolo, così come il ragazzo al esterno e il cecchino.
 
Mano a mano che scendevamo e ci avvicinavamo al drago incrociavamo sempre più lavoratori; per la maggior parte erano immobili, distesi a terra, privi di sensi, alcuni avevano riportato dei graffi nella caduta e, se non fosse stato per il leggero, quasi impercettibile, ampliarsi e ristringersi della cassa toracica, avrei potuto giurare che fossero tutti morti. I restanti perdevano i sensi pochi istanti dopo che li incrociavamo.
Evidentemente il gas aveva avuto l’effetto desiderato, aveva colto alla sprovvista anche diverse persone che facevano chiaramente parte della S.C.A. e del esercito. Sospettai che probabilmente stavano cercando di mettere al sicuro gli scienziati nel istante della perdita di corrente mentre attendevano conferme sul accaduto, però noi avevamo annientato i soldati al esterno così velocemente che non avevano fatto a tempo ad accorgersi del avvenuto, in più il gas aveva bloccato ogni loro possibilità d’agire dato che non erano muniti di maschere. Mai una volta che lo Stato usasse i suoi fondi in ciò che sarebbe servito realmente.
 
Quando mi resi conto che un sorriso soddisfatto era apparto tra le mie labbra a questo pensiero, un senso di nausea mi pervase. Non avrei dovuto pensare quelle cose: malgrado fossero nemici erano pur sempre persone, avevo appena strappato un’altra vita e anche se non le avevo viste o sentite, anche altre guardie che erano fuori erano morte, non avrei dovuto esserne fiera.
Il panico mi invase, ero sicura che se avessi continuato a questo modo sarei potuta diventare come Malandrino o qualche spietato assassino seriale che di quando in quando apparivano nei giornali. La singola idea mi faceva sentire subdola e sporca dentro.
Per mia fortuna Giulio si accorse che stavo avendo un crollo nervoso. “Tutto bene?” Mi chiese poggiandomi la mano destra alla mia spalla destra stringendomi leggermente, accennai un’affermazione frenetica con la testa, ma il malumore mi stava pervadendo e stavo perdendo sempre maggiormente il controllo delle emozioni, già ché dovetti lottare per non far cadere una lacrima. Giulio se ne accorse e mi strinse a sé passando un braccio sopra alle mie spalle. “Non arrovellarti. So che non ti piace la situazione ma questo è quello a cui stai lavorando da mesi, so che è difficile ma non puoi vacillare adesso, soprattutto perché so che sei in grado di affrontare qualsiasi emergenza da lucida.” Le sue parole, la sua voce, il suo contatto e il suo calore mi diedero nuova forza e sicurezza e mi riscossero: non potevo permettermi debolezze.
 
“Quando avete finito con le effusioni.” Iniziò Malandrino irritato. “La ragazzina avrebbe un lavoretto da svolgere.” A quelle parole ci separammo di malavoglia e mi sistemai davanti ad un’enorme porta in ferro da cui veniva uno strano rumore, pareva un respiro pesante. “Apri la porta.” Ordinò Malandrino.
Nohat stava per eseguire quando udimmo degli spari rimbombare nel edificio a cui seguirono lunghissimi istanti di silenzio assoluto in cui ci guardammo tra di noi spaesati. “Proseguite.” Decretò Malandrino, Nohat eseguì e aprì la porta ma un peso si era formato nel nostro cuore: eravamo consci che qualunque cosa i nostri amici stessero affrontando se la sarebbero dovuta cavare da soli.
La serratura scattò e, con una serie di rintocchi metallici, la porta si scostò appena facendo filtrare l’aria. Spingemmo il portone aprendolo quel poco che bastava a far passare una persona, sporsi la testa e lo vidi.
 
 
In quel momento qualcosa si scosse in me, era come se sapessi di essere nata per questo, era come se sentissi che quella lucertolona enorme che riempiva il centro della stanza rientrasse nel mio destino.
Rimasi affascinata dalle squame di un rosso così scuro da sembrare nere. Il mio cuore accelerò certo che non avevo mai visto creatura più straordinaria, eppure sentii che tutto ciò era maledettamente sbagliato. La museruola in ferro che gli sigillava le immense mascelle, le ali ripiegate e legate al corpo da possenti legacci in cuoio, le zampe ancorate al terreno da catene, al collo un pesante collare lo incatenava al pavimento con catene spesse sei centimetri, la coda era bloccata da tre anelli che ne impedivano i movimenti, le squame erano sparite in alcuni punti, lasciando spazio alla carne rosea e al sangue rappreso, vi erano cicatrici lungo il corpo dell’animale e in alcune di queste c’erano delle placche di metallo.
Nel vederlo in quello stato una morsa mi trafisse lo stomaco e si raddoppiò in me il desiderio di liberarlo.
La creatura dormiva nella grossa, un sonno pesante e privo di sogni. Il suo sguardo era triste e rassegnato privo d’ogni traccia d’orgoglio o fierezza, il suo aspetto era consumato e spezzato, e non potei che provare pietà. Mi domandai quanto dovesse aver sofferto quella creatura per la stupidità umana.
 
“Dorme.” Mi limitai a dire in totale estasi. “Possiamo entrare.” Sussurrai, e a quel punto entrai nella stanza. Malandrino una volta dentro rise di gioia e potemmo vedere l’occhio rosso e oro del drago spalancarsi annoiato. Tutti e quattro indietreggiammo spaventati all’idea di una fiammata infernale. Ma il drago non badò a noi e si limitò a voltare lo sguardo. “Sembra non interessato a quello che gli faremo.” Sussurrò Nohat spaventato ma affascinato. “Forse ne ha passate così tante che non gli interessa più.” Propose Giulio, e a quelle parole mi feci coraggio. “Allora non c’è pericolo.” Dissi avviandomi al suo muso, feci per iniziare a togliere le catene quando l’impensabile avvenne.
 
“Vattene.” Sobbalzai assieme a tutti i presenti nella stanza. “Il drago ha parlato…” Sussurrò Nohat incredulo. “Voglio restare solo.” Ero atterrita e affascinata da quella voce possente e roca quasi innaturale. “Tu parli?” Sussurrai tanto per sottolineare l’evidente. “Quando serve.” Rispose il lucertolone come se fosse la cosa più banale del mondo per poi voltare la testa dalla parte opposta.
“Non credevo che i draghi parlassero.” Borbottai più a me stessa che al drago, lui si mise a ridere, una risata spenta, sarcastica e tetra che scosse tutti i presenti. “Sei nuova, giusto? Cos’è fanno ancora questo stupido scherzo. Beh, sappi allora…” Il suo occhi di fuoco mi fisso stancamente. “Che ci sono ancora molte cose che non sai.” Mai nessuna frase fu più vera.
 
Dopo qualche istante ritentai ad avvicinarmi. “Non mi lasciate mai in pece, voi maledetti! Vattene!!!” Malgrado la museruola l’urlo echeggiò fra le pareti, mi spaventai compiendo un balzo all’indietro e sentii Giulio avanzare verso di me, ma mi voltai e gli feci cenno di restare dov’era. Malgrado sembrasse possedere una volontà propria non sapevamo come avrebbe reagito alla presenza di un non-umano, era questo il motivo per cui a Malandrino serviva un umano: per quanto ne sapevamo potrebbe essere stato addestrato a carbonizzare a vista gli Altri. Tuttavia questa piccola scoperta cambiava le carte in tavola.
Presi un bel respiro, continuai a liberarlo e incominciai a parlargli sotto il suo sguardo incredulo. “Senti lucertolone, io sono… non posso rivelarti il mio nome. Però ti giuro che non sono qui per farti del male.” La mia voce era controllata e serena ma dentro stavo sudando freddo e al contempo ero così emozionata che a stento riuscivo non tremare.
“Lo dicono tutti, e guarda le mie ferite umana.” Aggiunse sconsolato e rassegnato il drago. Feci scattare il chiavistello della catena e gli sfilai la pesante museruola. Potei leggere lo sconcerto in quegli occhi meravigliosi. “Ora va meglio?” Domandai placidamente.
Rivolse il suo occhio su di me: era arancione con strisce d’orate verso l’esterno ma all’interno era rosso sangue con piccole pagliuzze arancioni, a circondare la pupilla nera, dalla forma che ricordava vagamente una spada. “Bene Non-posso-dirti-il-mio-nome. Cosa vuoi dunque?” Mi domandò il drago mantenendo una certa compostezza.
Mi voltai, Malandrino era in trepidante attesa. Giulio mi fece un cenno d’assenso. “Liberarti.”
 
 
Tutto accadde in fretta.
Nohat afferrò Malandrino da dietro strozzandolo. Malandrino tentò istantaneamente di liberarsi e abbassò il mento per cercare di evitare lo strangolamento, nello stesso istante Giulio gli afferrò il mitragliatore e lo sganciò dalla fascia che lo assicurava a lui. Malandrino in risposta lo calciò sullo stomaco, Giulio indietreggiò un istante ma riuscì comunque a sottrargli il mitragliatore e lo fece scivolare lontano dal folletto.
Malandrino riuscì a liberarsi dalla presa di Nohat con un’ulteriore spinta che fece cadere atterra il ragazzo. Un istante dopo gli occhi neri del nostro nemico erano puntati su Giulio e si avventò su di lui. Tuttavia Giulio approfittò del leggero squilibrio di Malandrino per schiantarlo a terra, questi emise un lamento quando batté la testa e fece uscire tutta l’aria in corpo. Giulio gli fu addosso al istante e lo bloccò a terra usando il peso del suo corpo per impedirgli ogni movimento.
“Legalo!” Tuonò Giulio a Nohat che si era già gettato sulle gambe di Malandrino e le stava legando tra loro con una certa fretta. Quando fu certo di avergliele bloccate aiutò Giulio a girarlo pancia a terra e gli legarono le mani immobilizzandolo.
 
Mentre tutto questo avveniva il drago si ritrasse su se stesso, terrorizzato, e io, assicuratami che il lucertolone non stesse facendo mosse strane, mi avvicinai a loro lentamente pronta a sparare alla prima mossa falsa. Nohat e Giulio ora stavano privando Malandrino della pistola, del coltello, della radio, dei fumogeni e in fine della maschera-antigas. “Maledetti ragazzini!” Non finì il discorso: Giulio e Nohat lo imbavagliarono.
Era il momento perfetto per liberarci una volta per tutte di Malandrino. Una sete di sangue si era impossessata di me e io la stavo ascoltando.
“Bene!” Si intromise Giulio. “Ora non dovrebbe causarci problemi, sbrighiamoci a liberare il lucertolone e usciamo da qui.” Mi disse Giulio abbassandomi la mitragliatrice e guardandomi in volto: aveva capito che volevo ammazzarlo, ma non avevamo molto tempo a disposizione e uno sparo avrebbe potuto attirare diverse attenzioni. Lo pregai in silenzio di lasciarmelo fare ma Giulio fu irremovibile. “Non ne vale la pena. Muoviamoci.” Mi incoraggiò Giulio, eseguii l’ordine malgrado sentissi che mi sarei dovuta occupare di Malandrino prima: sarebbe bastata una coltellata alla carotide o al cuore e sarebbe morto.
Avrei dovuto ascoltare quel presentimento.
Tuttavia diedi retta a Giulio e lo aiutai a liberare il drago mentre Nohat teneva sotto controllo Malandrino con un mitragliatore puntato alla testa. Il drago, ovviamente, pretese delle spiegazioni e gliele demmo anche se molto stringate e semplificate poiché tutti noi eravamo occupati con la missione.
 
Le catene erano pesanti e non facili da scassinare ma con un po’ di pazienza le stavamo aprendo tutte.
Fu in quei momenti che sentimmo la ricetrasmittente aprirsi e chiudersi una prima volta e dieci secondi dopo una seconda: era il segnale accordato per indicare che Galahad e Vanilla avevano disattivato le telecamere e distrutto i nastri. Per giunta il soffitto sopra di noi iniziò ad aprirsi segno che Orion e Garred erano arrivati alla sala macchine.
Tutto stava procedendo per il meglio.
 
“Maledette catene.” Sussurrai mentre stavo forzando la serratura. “Calmati, più ti agiti più sarà difficile.” Mi riprese Giulio mentre pensava a quella accanto alla mia.
Mancavano davvero pochi catenacci quando sentimmo un urlo di dolore.
Mi voltai: Nohat era steso a terra, faticava a respirare e sputava sangue. Lì accanto c’era Malandrino e reggeva uno stiletto imbrattato di sangue.
Istantaneamente mollai la catena e puntai il mitragliatore contro Malandrino, ma nel tempo in cui tolsi la sicura questi stava già usando il corpo di Nohat come scudo puntandogli lo stiletto alla gola e lo aveva privato delle sue armi. Istantaneamente mi bloccai e così fece anche Giulio.
 
“Bel gioco ragazzini, ma adesso le detto io le regole, a meno che non vogliate vedere il vostro amico morirvi davanti agli occhi.” Potei senti il corpo di Giulio entrare in tensione e puntò l’arma verso Malandrino. “Oh… voi lupacchiotti siete così sensibili quando si tratta dei vostri amichetti. Avanti ragazzino, spara.” Giulio strinse l’arma e la puntò verso Malandrino che gli sorrise e avvicinò ulteriormente Nohat a sé. Dopo un istante di esitazione Giulio abbassò il mitragliatore: era un buon tiratore, ma non aveva la confidenza di sparare se aveva un margine d’errore così piccolo e così importante.
“Non lo fare! Non badare a me! Spara! Maledizione, spara!” Giulio non ascoltò Nohat. “Cosa vuoi che facciamo?” Sapevo quanto stesse costando a Giulio chiederglielo ma avevamo le mani legate, la nostra unica speranza era temporeggiare in attesa che arrivassero Galahad e Vanilla, ma se fossero arrivati prima Orion e Garred la questione sarebbe stata ancora sospesa.
“Giulio!” Urlò Nohat esasperato. “Mi ammazzerà comunque! Non ascoltarlo!” A quel punto Malandrino rese più pressante la presenza della lama sulla gola di Nohat e questo si zittì alla prima goccia di sangue. “Disarmatevi e allontanate le armi da voi.” Ordinò Malandrino.
Bloccai Giulio prima che lo facesse, se proprio dovevamo arrenderci tanto valeva trattare. “Prima allontana il coltello da Nohat.” Decretai avvicinandomi a Giulio che mi guardò sorpreso e preoccupato. Malandrino sorrise divertito. “Pazienza. Un cadavere può bloccare i proiettili.” Fu la sua risposta e a quel punto premette nuovamente sulla gola di Nohat. “ASPETTA!” Lo bloccò Giulio terrorizzato. “Va’ bene, va’ bene. Lo stiamo facendo.” Disse Giulio iniziando a disarmarsi e seguii il suo esempio, rassegnata: sapevo che ci stavamo condannando a morte così ma, per quanto non sopportassi Nohat, non avrei permesso che morisse così.
 
Facemmo scivolare i mitragliatori, i coltelli e le pistole, tutto il più lentamente possibile per tentare di guadagnare qualche minuto ma accelerammo il processo quando Malandrino infilzò Nohat alla spalla destra. In più volle che ci togliessimo le maschere-antigas così che non ci venisse la fantasia di usare una bombola nascosta.
 
Il drago osservò la scena immobile e rannicchiato su se stesso, pareva del tutto indifferente a quel che stava succedendo. Una parte di me lo odiò per questo ma l’altra capì che un suo intervento sarebbe stato disastroso, per giunta era ancora incatenato.
 
“Avresti dovuto ascoltarmi ragazzina…” Iniziò con uno sguardo freddo Malandrino gettando a terra Nohat come uno straccio e questi non riuscì a muovere un muscolo che il suo esecutore lo bloccò a terra schiacciandogli il capo con il piede. “Ma a quanto pare ho fatto male a credere che fossi così ingenua. Pazienza, ti avrei uccisa comunque dopo questa missione.” Disse Malandrino riposizionando lo stiletto nelle protezioni delle braccia ed alzò una pistola.
“Malandrino metti giù la pistola.” Iniziò Giulio tentando un approccio diplomatico. “Tutti noi vogliamo un mondo in cui saremo liberi. Ma distruggere una città non è la soluzione.” Continuò pacato. “Quello? Oh, quello è solo l’inizio: distruggere Meddelhok mi serve solo per avere il controllo di uno snodo. Ma da lì… una ad una farò cadere tutte le città.” Iniziò Malandrino continuando a puntare la pistola a Nohat ma tenendo un occhio su di noi. “Capisco. Ma se distruggi Meddelhok causerai l’ira di tutti, anche degli Altri. Avanti Malandrino. Se farai così non ci sarà nessuno dalla tua parte.” Sapevo che Giulio stava disperatamente tentando di guadagnare tempo e in qualche modo ci stava riuscendo, così continuai a guardarmi intorno per cercare qualcosa di utile.
“Parte?” Domandò Malandrino continuando a guardare verso di noi. “Parte? Parte? Parte?” Ripeté divertito tra sé giocando con la pistola. “Non mi parlare di parte!” Urlò mentre i sui occhi neri si iniettavano di sangue e puntando l’arma verso di noi. “Voi avete tradito le vostre razze!” Istintivamente strinsi la mano a Giulio e lui rispose. Non volevo andarmene da sola.
“Siete solo dei codardi che non hanno abbastanza palle per usare un’arma quando ne hanno una!” Allora puntò nuovamente la pistola verso Nohat. “Questa è la vera forza: uccidere chiunque si metta tra te ei tuoi diritti.” Mentre Malandrino parlava Nohat tentò ad alzarsi ma l’altro lo colpì allo stomaco rimettendolo a terra.
 
Probabilmente quella fu la goccia che fece traboccare il vaso perché Giulio perse il controllo e iniziò a trasformarsi in lupo. “Giulio no.” Sussurrai quando sentii il pelo crescere nelle sue mani, ma ormai non potevo fare nulla.
“Oh, interessante.” Esclamò Malandrino. “Non vedevo qualcuno usare la magia da… mai? Un vero peccato, eri in gamba Giulio, molto più sveglio della media dei ragazzi, ma se caduto nella mia tela per la lealtà che hai verso questo vampiro quindi… è quasi romantico che adesso sei nuovamente sotto il mio giogo per lo stesso motivo.” Sentii ogni suo muscolo incrinarsi, era evidente che stesse facendo di tutto per controllarsi ma non ci stava riuscendo. “Cosa pensi di fare? Uhm?” Domandò Malandrino con un sorriso sarcastico. Giulio non gli rispose.
 
“Tu sei pazzo folletto…” Iniziò il drago in un sussurro. Solo allora Malandrino gli rivolse attenzione. “Grato che tu l’abbia notato.” Rispose con un sorriso malato che fece arricciare il drago su se stesso ma continuò a parlare tirando fuori tutto il suo coraggio. “Ho sentito parlare del tuo popolo. Un popolo ingegnoso, acuto e attivo.” Continuò con voce tremante. “Ma tu… tu non vali la metà dei tuoi antenati!” Il drago probabilmente aveva tentato di intimidirlo ma non c’era riuscito neanche lontanamente.
Malandrino, dopo alcuni istanti di sconcerto, rise al commento del drago. “Tu non mi puoi giudicare, drago. Tu sei un niente rispetto a ciò che era la tua razza. Eravate i re e ora siete alla pari delle cavie da laboratorio.” A quella parola vidi il drago rimpicciolirsi su sé stesso e probabilmente Malandrino se ne accorse perché continuò. “Sei solo un piccolo rettile strappato dalla madre prima ancora di schiudersi. Nessuno, neanche il più miserevole degli insetti, interessa cosa dici o cosa credi di pensare.” A quelle parole il drago si arricciò contorcendosi su sé stesso spaventato, lo guardai con rabbia. “Che fai? È uno stecchino aiutaci.” Sussurrai furiosa sperando di infondergli un po’ di coraggio. “No, io sono solo una cavia, non ho mai sputato fuoco e colpirei il tuo amico. No, non posso.” Schioccai la lingua seccata e preoccupata, non avevo idea di cosa avrei potuto fare.
 
“Adesso basta con i giochetti. Mi libererò di tutti voi.” Malandrino puntò la pistola verso Nohat che stava perdendo sempre più sangue. Era la fine: prima sarebbe morto Nohat, poi io e Giulio e in fine avrebbe ucciso anche il resto dei ragazzi ed in fine Meddelhok sarebbe diventata un ricordo lontano.
Tuttavia notai che Giulio aveva il respiro sospeso e sembrava stesse attendendo qualcosa, non era in semplice tensione per la situazione: si stava preparando a scattare. In quella forma a metà tra il lupo e l’uomo avrebbe avuto una velocità maggiore, tra noi e Malandrino non c’erano neanche cinquanta metri se fosse scattato nell’istante in cui avesse chiesto a Nohat le ultime parole, cosa che sicuramente avrebbe fatto, dato che voleva farci soffrire prima di ucciderci, sarebbe riuscito ad raggiungerlo e a deviare il colpo.
Lasciai andare la mano di Giulio, non servivano sguardi, lui sapeva che avevo capito.
Mi guardai attorno: l’arma più vicina era un coltello, se fossi scattata subito dopo Giulio avrei potuto afferrarlo e usarlo per uccidere Malandrino nel remoto caso in cui Giulio avesse fallito.
Ci preparammo consci di avere una singola possibilità e che, se falliva, non solo avremmo perso Nohat ma anche noi avremmo rischiato la vita.
 
“Sai che c’è….” Disse Malandrino d’un tratto con tono infantile continuando a guardare Nohat oramai ridotto ad uno straccio ma anche in quegli istante fissò con sfida il suo esecutore: non voleva dargli nessuna soddisfazione.
“Mi voglio divertire.” Sussurrò Malandrino e, con un gesto fluido, puntò la pistola e i suoi occhi neri verso di me, premette il grilletto e il suono dello sparo riempì l’aria.
 

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Capitolo 18
*** 17. Fragile ***


Note dell'autrice: questo capitolo sarà abbastanza pesante. Si parlerà di dolore, lutto, pensieri suicidi e vendetta.



17. Fragile
 
 
Fu un secondo, qualcosa che mi spingeva contro le scaglie del drago, un lamento appena percettibile riempì l’aria, confusa riaprii gli occhi e in un istante sentii il mio piccolo mondo crollare il mille pezzi come fragile cristallo.
 
Giulio aveva preso la pallottola al posto mio.
 
Ancora oggi lo vedo lì mentre cede alla forza di gravità accasciandosi ai miei piedi, il proiettile che gli aveva trapassato il petto perforandogli un polmone, il sangue così scuro da sembrare nero che scorreva furori a fiotti macchiando il suo vello scuro come la notte, i respiri sempre più accelerati e i suoi occhi umidi e dorati che fissano i miei spaventati e sofferenti ma al contempo rasserenati dalla mia integrità.
Il tempo parve fermarsi, mi mancavano l’aria e le energie, crollai in ginocchio al suo fianco cercando di sorreggerlo, mentre tutti i suoni, i colori, le luci si attutivano e copiose lacrime sgorgavano dai miei occhi per gocciolare sul suo viso. L’unica cosa che sentivo con chiarezza erano i battiti del mio cuore e il suo respiro sempre più debole. Mi mancava del tutto il respiro ma mi feci forza controllai ciò che già sospettavo: lo aveva colpito ai polmoni, perforandoli, e forse aveva toccato il cuore. Il suoi occhi guardarono la ferita e mi lanciò un silenzioso messaggio rassegnato, mi rifiutai di crederci ma anche se per metà lupo mi guardò dicendomi chiaramente che non gli restava tempo. Con un nodo alla gola premetti la ferita con tutta la fermezza che potei, mentre un lamento riempiva l’aria, sapevo che gli stavo facendo male ma volevo che restasse con me, malgrado sapessi di averlo condannato a morte. Con un gesto scattoso mi filai la felpa e la premetti contro l’emorragia per tentare di bloccare il flusso di sangue, ma niente poteva salvarlo, lo sapevamo entrambi, ma avrei fatto di tutto per prolungare quegli attimi.
 
Non so con quale sforzo riuscì a mutare in umano per sussurrarmi le sue ultime parole prima di spiare, ma lo fece. E ancora oggi non so se sono felice di aver potuto vedere il suo viso quel ultima volta o se sia stata la cosa peggiore.
“Promettimi una cosa.” La sua voce era appena una sussurro, ma ero così vicina al suo volto che le sue parole tuonavano nella mia mente adesso svuotata da tutto il resto. “Promettimi che concluderai ciò che hai iniziato…” Venne interrotto da un colpo di tosse e sputò del sangue scuro, nel vederlo così non riuscii a trattenere un gemito e lo strinsi ulteriormente a me mentre le mie lacrime continuavano a cadere copiose. “Segui il tuo cuore, non la tua testa.” Mi sussurrò sfiorandomi con una dolce carezza. “È più forte e saggio di quel che credi. Lo prometti?” Con le lacrime agli occhi e le labbra tremanti appoggiai la mia fronte sulla sua continuando a guardare quegli occhi d’orati che mi avevano donato gli attimi più felici della mia vita. “Lo giuro.” Sussurrai con il cuore a pezzi. Giulio mi prese da dietro la nuca con mano tremante e ci salutammo con un ultimo bacio. Sentivo il sapore ferroso e caldo del suo sangue e la freddezza della morte nelle sue labbra. Quando ci separammo, malgrado le mie lacrime avessero già inumidito le guance di entrambi mi sforzai di sorridergli con quando più Amore potessi mentre lui mi annusava tra un respiro e l’altro per l’ultima volta.
Tutt’un tratto Giulio smise di respirare e la luce sparì dai suoi occhi.
 
 
Ci furono istanti di vuoto, in cui ogni singola parte di me era congelata, sentivo il mio cuore venire ferito, la carne essere strappata con violenza, il sangue che fuoriusciva da quella ferita, e poi il nulla, non ero arrabbiata, né disperata, o confusa, ero solo congelata nel oblio del nulla.
Quando ti parlano della morte si dimenticano sempre di dirtelo: è il nulla ciò che è più doloroso. Quei momenti in cui non sai come ti senti, in cui tutto ti sembra surreale, situato tra la devastante notizia e il lutto. È un momento in cui ci si perde. E io mi persi mentre le mie mani insanguinate reggevano il capo di Giulio, occhi e bocca ancora aperti, testimoni del suo ultimo storpiato sorriso.
 
 
Furono le risate folli di Malandrino che pervasero la stanza a risvegliarmi come una doccia fredda. “Che sciocco….” La sua voce era salita d’un ottava e scese di due incupendosi quando si ricompose. “Ora… è il tuo turno.” Decretò puntando la pistola verso la mia testa.
Ma a quel punto il vuoto, quel vortice di nulla che mi stava divorando, si riempì d’ira cieca e incontrollata, come le fiamme di un incendio. Mi alzai e scattai verso di lui usando tutta la rabbia che avevo in corpo per muovermi. Non sapevo cosa avrei fatto: ero accecata dall’odio.
Malandrino sorrise e nel istante in cui stava per premere il grilletto Nohat riuscì a sollevarsi abbastanza da dargli uno scossone alle gambe sufficiente da destabilizzarlo nell’istante in cui sparò.
 
Per primo sentii un acutissimo dolore alla guancia, il sangue caldo che scorreva fuori rosso e fumante percorrendo lo zigomo, la pallottola che mi superò assordandomi momentaneamente un orecchio. Tuttavia, sul momento, aldilà della momentanea perdita di equilibrio, fu come se non avessi sentito nulla. Ero così accecata d’ira che non realizzai di essere stata ferita.
In quel momento mi importava solo di correre e verso di lui, di vendicarmi di sentire le sue ossa spezzarsi sotto i miei colpi. Mi scaraventai contro Malandrino colpendolo con un devastante colpo alla mandibola spedendolo definitivamente a terra e mi avventai su di lui iniziando a soffocarlo, fu allora che vidi il mio sangue gocciolare sul suo viso. Ciononostante l’odio si era impossessato del mio corpo e iniziai a colpirlo con forza al volto mentre con una mano continuavo a strangolarlo: volevo vederlo sanguinare, spaccargli ogni osso del corpo, ammazzarlo, vederlo soffrire, trasferire il mio dolore su di lui.
Il suo volto divenne nero e schizzi di sangue partirono e anche le mie nocche insanguinate.
 
Nohat mi afferrò da dietro per trascinarmi via da lui sconvolto da quel che stavo facendo. “Diana ferma!” Cercò di riportarmi alla ragione il ragazzo malgrado fosse ferito alla gamba destra. “Lasciami! Lasciami! Deve morire! Deve morire il bastardo!” Urlavo e scalciavo totalmente impazzita, in balia del dolore che provavo. “Ci sono modi più dolorosi per ammazzarlo!” Urlò Nohat facendomi volgere il suo sguardo su di lui, aveva le sclere rosse per il pianto ma le sue iridi erano luminose e glaciali piene di ira ed odio: pure lui volva partecipare, ammazzarlo, fargliela pagare per ciò che ci aveva fatto.
 
Riacquistai lucidità e con una calma glaciale parlai. “Dammi il veleno.” Decretai recuperando un pugnale lì vicino e passandoglielo. Nohat attuò una piccola pressione sui canini e fuoriuscì quel liquido argenteo-bluastro che sapevo essere in grado di immobilizzare o uccidere tra atroci sofferenze chiunque, tutto dipendeva dalla volontà del vampiro. Con questo in mano arrivai difronte a Malandrino ancora agonizzante e a terra che tentava di riprendere fiato dopo quasi un minuto privo di aria. Sentii il disgusto invadermi la bocca e mi chiesi per quale motivo la gente credesse in tale essere ripugnante, mi faceva ribrezzo.
Guardai Nohat e alzai il pugnale come per chiederli dove lo dovevo colpire, lui si avvicinò a me e, insieme, infilzammo il pugnale nella spalla destra di Malandrino. Questi urlò di dolore e cercò di liberarsi ma mi bastò un pugno in viso per farlo tornare a strisciare a terra.
“Se vuoi completare l’opera hai questo.” Decretai lanciandogli il coltello addosso mentre mi alzavo. “Come sai tra breve arriveranno gli agenti S.C.A. e conosci le conseguenze di questo.” Dissi aprendo le braccia. Allora, con una clama glaciale, mi voltai e feci per tronare a liberare il drago ma mi bloccai a metà strada. “E perché tu lo sappia.” Gli dissi voltandomi. “Il tuo grande piano avrebbe portato solo morte e distruzione e probabilmente peggiorato la situazione.”
Malandrino rimase a terra dolorante con il coltello lì accanto. “Tu mi hai spinto a ucciderlo ragazzina.” Iniziò con una voce spezzata che non gli avevo mai sentito appartenere se non quando mi aveva raccontato il suo passato. “Tu non sei meglio di me. E tu lo sai.” Mi urlò Malandrino, l’impulso di voltarmi e tornare a spaccargli la faccia fu immenso.
 
“Non ascoltarlo è un pazzo.” Mi sussurrò Nohat al mio fianco mentre fissava quel maledetto con estremo odio.
“Io ho ucciso il tuo bello e non tornerà mai indietro, e tu sarai sola per sempre.” Con queste ultime parole velenose Malandrino fece per tagliarsi la gola ma qualcosa lo fermò, forse paura o forse uno dei suoi soliti sbalzi d’umore, ma non servì a nulla poiché era già troppo tardi. Il veleno era entrato a contatto col sangue e, a quel punto, avrebbe fatto meglio a tagliarsi la gola. Poiché un istante dopo Malandrino si accasciò a terra tra urla di dolore e spasmi, la saliva uscì come schiuma di mare dalla sua bocca e gli occhi iniziarono a perdere la loro luce, la zona tagliata si annerì leggermente e in fine cadde solo con la sua espressione spiritata in volto.
 
Lo guardai e non provai niente, neanche soddisfazione per aver vendicato Giulio, non il disprezzo che avevo sempre provato per quella persona maledetta, c’era solo l’indifferenza più totale. “Cosa diremo agli altri?” Mi chiese Nohat fissando il corpo. “La verità.” Decisi pacata: ero stanca dei sotterfugi, dei giochetti o di quant’altro, avrei affrontato le persone fedeli a Malandrino con un mitra in mano se fosse stato necessario. “Ci ammazzeranno.” Constatò Nohat. “Che ci provino.” Sussurrai stringendo con maggiore forza l’arma. “Allora sono con te Diana.” Sussurrò a sua volta sorprendendomi.
 
Sapevamo che il resto del gruppo sarebbe arrivato a momenti così ci sbrigammo a liberare anche dall’ultima catena al drago, mentre il tetto e la gabbia che circondava l’edificio si spalancavano totalmente rivelando il cielo stellato, Garred e Orion avevano concluso il loro compito.
“Puoi andare se vuoi.” Dissi al drago pacata. “Non ho mai volato al difuori di qui.” La sua voce era spaventata ma i suoi occhi di fuoco rimiravano il cielo notturno agognanti. “Sono certa che ce la farai.” Mi chinai per sollevare il corpo di Giulio inerme e ancora sanguinante. Nohat venne ad aiutarmi, per quanto gli fosse possibile, non appena finì di fasciarsi la gamba: fortunatamente i tagli non erano così profondi e una volta bloccate le ferite riuscì a zoppicare al mio fianco. La ferita alla spalla invece ce ne saremmo dovuti occupare una volta raggiunto il furgone dato che non era profonda o grave.
Eravamo praticamente sulla porta quando quella voce possente ci chiamò. “Quanti siete?”
“In otto.” Risposi apatica e il drago sembrò farsi un paio di calcoli. “Vi posso portare fuori tre alla volta… credo.” Alla notizia rizzai le orecchie e attivai la radio. “C’è un cambio di programma: chi è nei pressi della stanza ci raggiunga. Chi è alla volante si allontani e raggiunga il punto di raduno 12, gli altri avanzino come previsto, ci incontriamo lì.” Decretai sapendo che nessuno avrebbe osato contraddire un mio ordine, non in questa missione.
“Ricevuto.” Risposero tutti.
“Arriveranno a breve.” Comunicai poggiando il corpo di Giulio a terra e mi soffermai su di lui. Sembrava che dormisse, come quando gli avevo dato il nostro primo bacio. “Di lui che ne facciamo?” Mi domandò Nohat indicando il corpo di Malandrino con odio, vi riflettei un secondo. “È solo un peso. Lo dovremmo lasciamolo lì.” Constatai con sguardo crudele. “Ma lo identificherebbero in un lampo.” Riflettei iniziando a pensare ad un’alternativa. “Lo potrei incenerire.” Propose il drago, notai gli occhi di Nohat illuminarsi e sorrise maligno. “Mi sembra un’ottima idea, riducilo in cenere.”
Feci per oppormi ma mi bloccai e capii che non volevo dover rivedere Malandrino nella vita successiva. Il drago, dal canto suo, non se lo fece ripetere due volte, prese un profondo respiro e lo incenerì con un’unica fiammata e guardò soddisfatto il suo lavoro.
“Volete che incenerisca anche il vostro amico?” Domandò già pronto ad eseguire. “NO!!!” Lo bloccammo in contemporanea io e Nohat terrorizzati all’idea di perdere l’unica possibilità che avevamo di rivederlo nella seconda vita. Il drago ci guardò confusi ma non aggiunse nulla.
 
I primi a raggiungerci furono Orion, Vanilla, Garred e Galahad. E, come entrarono la sala, la scena che li attendeva non fu delle migliori: il fuoco che aveva incenerito Malandrino si era appena spendo lasciando solamente un mucchietto di cenere nera.
Ad Orion bastarono due secondi per capire cos’era successo e si preparò a sparare, ma Garred fu sufficientemente veloce e lo fermò abbassandogli il mitragliatore.
“Che cosa ti prende pesciolino? Lasciamelo uccidere!” Esclamò Orion prendendo la mira mentre il drago si ritirava in sé stesso spaventato. “No.” Lo bloccai abbassandogli l’arma con un gesto deciso e ponendomi tra lui e il drago. “Ha fatto bene a bruciarlo.” Sussurrai sicurissima delle mie parole: non avrei concesso a Malandrino il lusso di pagare i suoi peccati nel altro mondo, lui sarebbe finito nel Oblio, il luogo che spetta alle creature che non sono state mangiate durante la vita o dopo la morte, un luogo di buio e freddo eterno, un luogo lontano dal Sole e dalla Luna.
“Perché cos’ha fatto?” Domandò Orion sconvolto, ma come sporse lo sguardo oltre di me, vide il corpo di Giulio disteso a terra. E gli apparve uno sguardo incredulo, preoccupato e furioso. “Cosa diamine è successo?” Domandò con il suo vocione roco ora ridotto ad un sussurro. “Nohat ti spiegherà tutto durante il volo. Ora sali su quel drago se non vuoi che ci ritroviamo con la S.C.A. e l’esercito alle calcagna una volta fuori da qui. Ci restano pochi minuti. Vai!” Gli ordinai, però non fu d’accordo. “Io non mi muovo da qui fino a quando non mi spieghi cos’è successo!” Decretò Orion.
 
A quel punto feci cenno ai ragazzi di mettersi accanto a me e questi obbedirono malgrado fossero sconvolti: Vanilla aveva le lacrime agli occhi e stava tremando come una foglia, Garred era chiaramente scosso e i suoi occhi erano vuoti, privi della solita gioia, anche Galahad aveva lo sguardo vuoto ma ciò non lo bloccò e puntò il mitragliatore verso Orion. “Orion, fa come ti diciamo e non ti succederà nulla.” Iniziai cercando di farlo ragionare. “Sali sul drago e raggiungi il punto 12, fa come ti diciamo e tornerai a casa da tua moglie e i tuoi figli. Noi non ti faremo del male se ci ascolterai, lo giuro sulla Luna.” E per ravvivare il concetto estrassi il medaglione che mi era stato regalato e glielo feci vedere. Orion a quelle parole esitò un secondo a rispondere e capii che avrebbe fatto come gli avevamo detto.
In quel istante, tuttavia, entrarono il cecchino e uno dei nostri due pali con il suo collega in spalla, morto durante la sparatoria che avevamo sentito in lontananza, era grazie a lui se nessun agente ci aveva raggiunti in quei lunghi minuti.
“Cosa diamine è successo qui!” Esclamò il cecchino sconvolto quando vide la situazione e fece per puntare il fucile verso di noi ma Vanilla gli sparò ai piedi come avvertimento e questi si bloccò terrorizzato e alzò le mani, cosa che fece anche il suo collega.
 
Sospirai e capii che era meglio dire tutto adesso o gli agenti che stavano arrivando per il cambio della guardia ci avrebbero trovati qui o quelli sotto l’effetto dei fumogeni si sarebbero svegliati. “Molto bene: il mio piano e quello dei miei amici era quello di liberare il drago, non ho mai pensato di consegnarlo a Malandrino, solo un folle l’avrebbe fatto, soprattutto dopo quello che è successo a gennaio.” Sottolineai guardando Orion negli occhi e percepii il senso di colpa che lo attanagliava. “Adesso scegliete: una corsa sicura per i celi oppure il fuoco di drago. Decretai serissima.” Indicando il nostro amico squamato dietro di noi che ci stava fissando incuriosito e confuso.
 
Il cecchino tentò una mossa con la pistola ma venne freddato da Vanilla ad una velocità impressionante. Si accasciò a terra, e una pozza di sangue iniziò a formarsi sul pavimento.
Lanciai un’occhiata incredula a Vanilla: era in lacrime ma il suo sguardo era cruciato dall’ira, Giulio e lei non erano particolarmente legati però si volevano bene e adesso era sconvolta, non mi sarei sorpresa se avesse attivato la magia.
Il restante ragazzo guardò Orion in cerca di un consiglio ma questi li ignorò, aveva altro per la testa. Lo vidi dare un’occhiata al compagno lì steso a terra, respirava ancora, evidentemente Vanilla non aveva preso bene la mira, poi guardò Malandrino. “Ho promesso a mia moglie che sarei tornato a casa.” Iniziò pacifico. “Se non lo faccio chi la sente più quella lì?” Si disse avvicinandosi a mani alzate.
“Prendilo.” Ordinò Nohat indicandogli il cecchino. “Indipendentemente che viva o muoia non lo lasceremo qui.” Decretò e Orion eseguì e fece cenno al ragazzo di arrendersi e questi eseguì.
 
Neanche un minuto dopo stavamo caricando il cecchino ferito, sperando che Felicitis riuscisse ad offrirgli delle cure tempestive migliori, il corpo del ragazzo morto e Galahad, dato che era quello più lucido e confidavo che sarebbe riuscito a tenere a bada l’altro ragazzo alla guida.
Quando il drago tornò fu la volta di Vanilla, il ragazzo ancora in stato confusionario e Garred. Questi mi guardò un secondo con un sorrisino timido di incoraggiamento prima di salire. Prima di spiccare il volo Vanilla mi guardò dolcemente. “Te la senti? Se vuoi resto qui e ti accompagno.” Negai, non perché credevo di farcela ma perché avevo bisogno di essere sola quando avrei spiegato al drago dove andare.
Quel lucertolone tornò appena cinque minuti dopo e questa volta salirono Nohat, che aiutò Orion a salire sul drago, e poi caricarono il corpo di Giulio. Il drago questa volta ebbe alcuni momenti in cui non si comprendeva se riuscisse a spiccare il volo o meno. In fine si bloccò e mi guardò dispiaciuto. “Non ci riesco, troppo peso.” Nohat mi guardò ed indicò il corpo di Giulio, strinsi i pugni e lo recuperai con fatica, non avevo idea se sarei riuscita a fare quel che dovevo in quelle condizioni. A quel punto il drago si librò nel aree, compì un paio di giri attorno alla gabbia che circondava l’edificio per poi dirigersi verso Nord.
 
Mi sedetti sul pavimento e attesi, sapevo che il tempo a nostra disposizione stava per scadere, che ben presto il sonnifero nel gas avrebbe smesso di fare effetto e che la S.C.A. sarebbe stata avvisata ma continuai ad aspettare con il mitra alla mano. Sapevo che Giulio era lì, accanto a me, però non riuscii a volgere lo sguardo, mantenni i miei occhi fissi sul cielo stellato.
“A quanto pare tra poco volerò per la prima volta. Immagino che sarebbe stata la prima anche per te.” Dissi stringendo con forza le mie gambe e iniziando a tremare. “Sai? Gli scienziati sostengono che tecnicamente sarebbe possibile costruire delle macchine per volare, però ogni volta che ci hanno provano puntualmente hanno fallito. Molti sostengono sia perché i draghi hanno maledetto tutte le razze per avergli dato la caccia secoli fa e che, finché esisterà anche solo uno di loro, e anche millenni dopo la loro scomparsa, l’onere e l’onore di far conoscere l’esperienza del volo a chi è ancorato a terra spetterà ai draghi solamente.” Raccontai mentre tentavo di trattenere le lacrime: non dovevo crollare, non dovevo piangere, non ora, non con tutte le cose che dovevo fare.
 
Mi sforzai di restare composta ma senza troppo successo. E quando il drago tornò per me quasi non riuscii a caricare Giulio sul suo dorso squamoso. Ebbi una fitta al cuore quando i suoi occhi si aprirono leggermente e nel vederli freddi, vitrei e privi di quella luce che mi aveva fatto innamorare per poco non crollai a terra.
Distolsi lo sguardo cercando di concentrarmi su ciò che dovevo fare.
“Portami più avanti rispetto agli altri. Devo dirti una cosa e ho giurato che sarebbe rimasta segreta.” Come finii la frase il drago mi lanciò un occhiata d’assenso e con un battito d’ali si librò in aria. Il freddo vento notturno mi accarezzò il volto, ero sola senza nessuno che mi guardasse o giudicasse. Abbassai lo sguardo sul corpo del mio amato e un vuoto mi colpì come un coltello in pieno petto, non sentivo neanche più il dolore per la pallottola, sentivo solo un altro dolore ben peggiore di quello che qualsiasi arma possa provocare.
Del volo non ricordo nulla aldilà delle mie lacrime e gli urli disperati per la morte di Giulio. Mi appoggiai al suo capezzale e lo inumidii con le mie lacrime, gli diedi dei delicati baci in viso e lasciai che il suo odore si imprimesse nei miei ricordi prima che quello della morte arrivasse. Dentro di me continuavo a sussurrare che non volevo lasciarlo andare, non volevo separarmi, non così, non dal unico uomo che fosse riuscito a vedere oltre la mia corazza di rabbia, non dal unico che riusciva a vedermi come donna, non senza avere nulla di suo che mi avrebbe permesso di averlo sempre con me. Di tanto in tanto sussurravo qualche dolce parola ma non servì a nulla.
Il drago mi dava delle leggere occhiate di tanto in tanto ma non importava: probabilmente non lo avrei mai più rivisto e poi sentivo che infondo quel essere squamoso mi poteva capire, dopotutto per primo doveva aver perso qualcuno di importante nella sua vita.
 
Una volta a terra asciugai le lacrime con il dorso della maglia e cercai di bloccare i singhiozzi e gli spasmi con scarso successo. “Cosa mi dovevi dire?” Quella voce, pur causandomi un groppo allo stomaco, mi riportò alla lucidità. Alzai lo sguardo su quegli occhi oro e rossi e una parte di me riuscì a separarsi dal dolore. “Ti posso condurre in un luogo sicuro se vuoi.” Iniziai facendo risalire alla memoria ciò che dovevo dire. “Se segui la catena montuosa e vai verso Sud ben oltre la strada elfica raggiungerai una città con delle mura che ricordano un fiore.” Spiegai disegnando con il piede la rosa che rappresentava la mia città sintetizzata su un punto sterrato. “Lì vicino, alle radici della montagna, c’è una foresta, se ti addentrerai lì dentro ci saranno delle persone che ti sapranno condurre in un luogo sicuro.” Spiegai tirando su con il naso. Il drago mi guardò sorpreso. “E come dovrei arrivarci secondo te?” Mi chiese spaventato. “Volando?” Gli proposi non vedendo altre alternative. Questi mi guardò con una silenziosa preghiera. “Senti… ti accompagnerei anche, ma… non ce la faccio a...” Presi un profondo respiro, dovevo calmarmi. “Separarmi da lui adesso.” Spiegai cercando di restare placida.
“Sei sicura che sia sicuro?” Mi domandò terrorizzato. “O questo o torni nella tua beneamata prigione.” Dichiarai pacifica.
Il drago mi guardò incerto per qualche istante e poi sussurrò qualcosa in una lingua che non compresi. “In una lingua comprensibile, grazie.” Lo ripresi indispettita: non mi era mai capitato di sentire qualcuno parlare una lingua diversa dal Volgare, le altre lingue oramai erano state cancellate. “Dunque non sei una di loro.” Commentò più a sé stesso che a me e con fare deluso. “Cosa non sono?” Chiesi seccata ed incuriosita, probabilmente quel drago sapeva più cose di quante ne desse a vedere. “Nulla.” Si limitò a dire il drago. In un momento diverso avrei cercato di approfondire ma in quel momento non mi interessava nulla.
“Ora devo andare se voglio arrivare fin la giù prima del alba.” Mi sorpresi che fosse così sicuro del tempo che ci avrebbe impiegato. “Addio.” Mi salutò così e con un colpo d’ali possente s’innalzò tra le nuvole.
Io mi caricai Giulio in spalla e mi diressi nel vicino sentiero dove mi attendevano il resto delle persone.
 
Di lì a poco riuscii a raggiungere gli altri radunati attorno al camion. Gli occhi di tutti erano su di me e capii che erano stato spiegato loro le nostre vere intenzioni e le nostre motivazioni. Una volta che ebbi posato con cura Giulio sul furgone Orion mi si avvicinò. Mi sarei aspettata delle urla o dello scherno ma ciò che disse mi sorprese. “Avete fatto bene.” Sussurrò in fine, alla sua risposta rimasi sbalordita, soprattutto perché condivisa anche dal ragazzo che aveva fatto da palo, Marzio se non erro, che fece dei cenni affermativi.
“Come?” Domandai e Orion, notando la mia espressione stupita, fece un bel sospiro e aggiunse. “Conosco da molto tempo Malandrino e negli ultimi anni ha preso delle scelte che condividevo sempre meno. È dal episodio della bomba che alcuni di noi credono che siamo andati contro gli ideali iniziali, non dico che siamo dei santi ma un tempo non coinvolgevamo i civili. Io non voglio che il mondo cada nel terrore, voglio solo che le generazioni future non soffrano quello che stiamo soffrendo noi.”
La sua confessione mi stupì, ma questo perché io avevo visto solo quello spaccato dei Rivoluzionari. Solo in seguito scoprii che un tempo non erano dei criminali ma un branco di sgangherati che tentavano di fare del bene, anche se con vie discutibili a volte, poi Malandrino aveva cambiato le cose e si erano trasformati in un branco di criminali e terroristi.
“C’è una cosa però.” Aggiunse Orion cambiando argomento. “Solo Malandrino sapeva dove aveva nascosto le informazioni legate al secondo drago. E ora che è morto tali informazioni lo sono con lui.” Commentò in fine.
Non parlai, ne feci nulla, avrei voluto abbracciarlo e farmi perdonare da Orion per quello che avevo pensato nei suoi confronti e tutte le volte che lo avevo considerato uno stronzo e via dicendo, ma non lo feci, i miei pensieri erano tutti rivolti a Giulio.
 
Quando salii mi accorsi che il tizio che aveva fatto il palo con Felicitis era stato legato a dovere sul retro del camion, evidentemente non era d’accordo ma era stato abbastanza furbo da arrendersi. Il nostro cecchino era svenuto sui sedili ma stabile, e l’altro ragazzo era stato steso accanto a Giulio.
Lanciai una breve occhiata al resto dei presenti. Felicitis era disperata e Vanilla stava cercando in tutti i modi di consolarla senza troppo successo dato che era lei la prima in lacrime. Nohat prima di chiudere la porta diede un’ultima occhiata dolorosa a Giulio e andò davanti per guidare malgrado avesse perso molto sangue.
Non c’era più tempo per parlare, ci saremmo dovuti muovere in fretta. Infatti in meno di un’ora percorremmo la zona sterrata e da allora più di una volta Nohat preferì passare per la città e i loro confini che fare il giro lungo. Appena gli fu possibile entrò nell’autostrada e dovette rompere ogni singolo limite di velocità perché in meno di tre ore avevamo già percorso ben oltre di metà percorso, probabilmente lo stava facendo per arrivare a Meddelhok al più presto e liberarsi di quella agonia.
 
Per quanto riguarda me per tutto il viaggio non riuscii a distogliere lo sguardo lui. Tutto era ovattato e l’unica cosa chiara era lui. Cercai di distrarmi di non guardare i suoi occhi senza vita, di non far caso all’odore di morte sempre più forte, di non pensare che non avrei più sentito il suono della sua voce.
“Non ce la faccio.” Sussurrai d’un tratto del tragitto. “Nohat fermati!” Sbraitai battendo le mani sul furgone per farmi sentire. Quando questo si bloccò subito uscii da lì e salii sul sedile anteriore accanto a Nohat. Mi chiusi a riccio e non emisi un fiato, Nohat ripartì senza fare domande.
Il cuore mi faceva male: una morsa me lo stringeva e sentivo che avrebbe continuato fino a quando non si fosse infranto.
“Diana.” A sentire il mio nome alzai leggermente lo sguardo su Nohat, non eravamo mai stati molto amici, anzi a stento ci sopportavamo, tuttavia in quel momento il dolore ci aveva legati indissolubilmente, infondo io e lui lo conoscevamo meglio degli altri ed eravamo sentimentalmente più vicini a lui. Non contava più che Nohat lo conoscesse da una vita mentre io da pochi mesi.
“Serve qualcosa?” Mi chiese titubante, scostai lo sguardo: tutto ciò che volevo era che Giulio tornasse in vita, ma questo è un potere che neppure il Sole e la Luna possiedono. E mentre pensavo questo mi strinsi con maggior forza le gambe. “Vedrai che il dolore passerà, anche se ora ti sembra impossibile, vedrai che presto le cose torneranno normali, fidati, e poi non sei sola, tutti noi condividiamo il tuo dolore.” Non osai aprire bocca, sapevamo entrambi che era una dolce bugia di circostanza.
 
 
In quei momenti mi ritornò alle mente un evento del mio passato. “Nonna, perché piangi?” Le aveva chiesto una piccola Diana, un 5 marzo di molti anni prima. “Piango perché è l’anniversario della morte di tuo nonno.” Mi disse l’anziana. “Quanti anni sono passati?” Le chiesi ingenua non capendo ancora cosa significasse perdere. “Cinque, piccola mia, ma non conta il tempo.” Iniziò asciugandosi le lacrime. “Con tuo nonno avevo formato un legame unico e quando ami una persona così tanto se si allontana da te si soffre così tanto da non poter smettere.” Mi spiegò lei con triste dolcezza. “Non conta chi sia: la persona amata, un figlio, un nipote, un amico. Avviene una sola volta nella vita e ti porta una immensa gioia, ma quando lo perderai ti lascerà una voragine incolmabile nel petto.” Allora non capii, rimasi confusa a guardare mia nonna.
Ora invece capisco le sue parole e ancora oggi sento quella voragine che mi solca il petto. Però quel venticinque aprile di tanti anni fa non avevo ancora appreso come convivere con essa e non fu mai più dolorosa come quella notte.
 
 
Ci vollero ore per tornare a Meddelhok, malgrado Nohat avesse superato di gran lunga i limiti di velocità, infatti quando arrivammo era già l’aurora. Non avevamo incontrato nessun controllo al confine della città, evidentemente le numerose sommosse che pervadevano la città avevano impegnato ogni singolo agente. Il veicolo si fermò davanti ad un edificio in mattoni, costruito su tre piani e un piccolo cortile che lo circondava. Scesi dal camion stanca e con lo sguardo basso per poi suonare al campanello.
“Sicura di volerlo fare?” Mi chiese Galahad preoccupato bloccandomi per un braccio, incrociando i suoi occhi capii che non era stato un viaggio piacevole neanche per lui, erano arrossati, le occhiaie si erano formate e un pallore generale si era formato sul suo viso ma c’era ancora una certa lucidità che mi sorprese. “Sì.” Era la mia decisione definitiva.
In quel preciso momento una donna in vestaglia scese e come mi vide mi sorrise. “Diana, cara, cosa ci fai qui a quest’ora della notte?” Era la madre di Giulio, non potei fare a meno di pensare a quanto fosse magnifica, era una madre modello: forte, determinata, severa ma dolce e aveva un rapporto coi suoi figli che invidiavo profondamente. In quei pochi mesi in cui l’avevo conosciuta avevo memorizzato ogni suo aspetto, ogni suo gesto per imparare cosa significasse essere una buona madre.
Mi sentivo sporca dentro a dover essere io a doverle dare la notizia che Giulio era morto e mi sentivo ancora più lurida data la consapevolezza che si era sacrificato per me; se penso che sarebbe morta in un incidente tre mesi dopo mi sento ancora più colpevole delle disgrazie di quella famiglia.
“Per la potente Luna!” Esclamò avvicinandosi a me sfiorando la guancia in cui Felicitis aveva fatto una medicazione durante il viaggio, non l’avevo neanche ringraziata. “Cosa ti è successo piccola?” Non risposi avevo un groppo alla gola e non riuscivo a buttare fuori la notizia.
 
La donna si guardò attorno un secondo, non so quanto sapesse delle attività di Giulio ma credo che sapesse abbastanza da intuire. “Dov’è Giulio?” Domandò preoccupata. Mi domandai cosa ci facesse uno come Giulio con gente come i Rivoluzionari, lui era buono, non era violento, odiava i metodi di Malandrino, cosa l’aveva spinto ad entrare a contatto con gente simile? E credo che domande simili siano rimaste, per il resto dei suoi giorni, nella mente della donna che si ergeva su di me. “Signora…” Non cela facevo, avrei tanto voluto essere stata io a prendermi quella pallottola, non mi meritavo il dono che mi aveva fatto. “Cosa cara?” Mi chiese confusa dissimulando la preoccupazione ora evidente in ogni sua singola ruga. “Vo… vostro figlio è… è…” Non riuscivo a dirlo però era chiaro che la licantropa aveva già capito, comunque per disperazione lo buttai fuori in un urlo strozzato. “Morto.”
Mi accasciai tra le braccia della madre che subito dopo iniziò a piangere e a ululare assieme a me, ci accasciammo entrambe a terra mentre Galahad e Nohat porsero il corpo di Giulio alla donna che si getto su di lui disperata, non aveva ancora iniziato il processo di decomposizione solo perché tutti avevano accordato nel accendere il refrigeratore nel retro del camion, infatti erano tutti infreddoliti ma non avrebbero permesso che il corpo di Giulio e del altro ragazzo marcissero così, mai.
 
La donna pianse per lunghi attimi fino a quando non arrivò la maggiore delle sue figlie con il bambino appena nato in braccio che, come vide il fratello, corse verso di lui e si accasciò disperata mentre il pianto del piccolo riempiva l’aria della notte. Dopo un po’ di tempo la madre di Giulio riuscì a rialzarsi e mi guardò dritta negli occhi obbligandomi ad alzarmi. Sentivo nelle vene che mi avrebbe insultata, forse picchiata, mi andava bene tutto, meritavo qualunque punizione ed insulto poiché tutto ciò era colpa mia.
Eppure mi strinse a sé. “Vieni con noi alla veglia?” Mi offri lei dolcemente malgrado la sua voce fosse roca e strozzata ma indietreggiai scuotendo la testa. “Lei non capisce.” Sussurrai in lacrime mentre retrocedevo. “È stata colpa mia se Giulio… se lui….” Le parole mi morirono in gola e la donna mi abbracciò con forza. “Chi l’hai ucciso è morto?” Mi domandò in un sussurro con una voce che quasi non gli apparteneva, accennai affermativamente. “Sei stata tu?” Affermai nuovamente anche se non suonava come una domanda. “Mi basta.” Fu l’unico suo commento, mi invitò nuovamente ad entrare ma declinai l’ospitalità una seconda volta. Non avrei retto ancora un secondo di più la vista del suo corpo privo di vita.
 
Appena la porta venne chiusa scappai dall’abbraccio che Felicitis stava tentando di donarmi e corsi verso casa. Credo che i ragazzi mi chiamarono e forse per qualche istante mi seguirono ma stavo correndo troppo velocemente e li seminai una volta entrata nei quartieri più poveri ma non ne sono certa. Sentivo e vedevo tutto ovattato e sfocato a causa della velocità con cui stavo correndo e caos più totale che mi circondava: c’erano persone di ogni razza ed età che distruggevano macchine, vetrine e cassonetti per tutta la città. Raggiunsi una delle ultime manifestazioni che erano sfociate in uno scontro tra le forze del ordine e i civili e sbattei contro molte persone, rischiai d’essere investita almeno una volta, per poco non finii coinvolta in uno scontro armato. Ma non mi importava di essere colpita, quasi speravo che qualcuno mi afferrasse e mi ammazzasse sul posto, l’avrei preferito di gran lunga a dover sopportare quel dolore al petto.
Quasi non riconobbi l’edificio che era diventato la mia casa e dato che non avevo nessun altro posto in cui andare decisi di salire. Solo allora mi resi conto che nessuno aveva osato seguirmi e pensai che fosse meglio così: avrei solamente reso tutto più difficile.
 
Arrivai a casa senza fiato, senza forze, senza voce, senza volontà e senza amore.
Giulio era morto e nessuno l’avrebbe mai sostituito. Sentii nuovamente quel dolore incredibile al petto, era qualcosa di fisico e di spirituale che si nutriva del mio cuore: una voragine insaziabile e incolmabile che mi stava opprimendo. Non era la rabbia verso Malandrino, né la tristezza per la perdita dell’unica persona che abbia mai veramente amato come uomo, c’era solamente vuoto e disperazione. E questa mi stava corrodendo dentro ampliando quella voragine di nulla tagliandomi il respiro.
Volevo solo che questa agonia finisse volevo poter sentire qualcosa, qualsiasi cosa purché non fosse quella disperata sofferenza che non mi lasciava nulla.
Provai a distrarmi e a reagire: tentai ad urlare ma questo morì in gola soffocato dai singhiozzi, provai ad allenarmi, ma non vedevo neppure il sacco e i muscoli mi dolevano per il troppo sforzo e la notte in bianco. Frustrata gettai la mia fasciatura e i miei vestiti nel cestino senza badare al fatto che i miei avrebbero potuto fare domande. Per quel che mi importava potevano anche scoprire tutto.
Mi gettai sotto ad una lunga e bollente doccia, non usai né saponi né sciampi, solo acqua calda ei miei pensieri che scorrevano via sulla mia pelle assieme alle lacrime e al sangue della ferita che, anche se più lentamente, aveva ripreso a sanguinare. Tentai di riordinare le idee, di focalizzarmi sul momento presente, sull’acqua calda, sul fastidioso fischio che sentivo al orecchio destro da ore, ma neppure quel segnale che in una situazione normale mi avrebbe fatto correre al ospedale riuscì a distrarmi, non ci riuscivo; l’unica cosa chiara era la mia anima che si stava infrangendo sotto il peso del nulla.
Il resto era un agglomerato confuso di pensieri, idee, sentimenti ed emozioni che si stringevano le une alle altre contrastandosi ed annullandosi a vicenda. E più cercavo di concentrarmi su questo più mi rendevo conto che non volevo provare queste cose, non volevo soffrire, non volevo vivere in un mondo così.
 
Una volta stanca dell’acqua bollente, quando oramai il mio corpo era rosso, una decisione si era formata nella testa. Uscii dal bagno con niente addosso se non l’acqua che scorreva sul mio corpo. Andai dritta in camera dei miei mentre un’unica parola rimbombava nella mia mente: Fine.
Entrata nella stanza andai a frugare nel cassetto di mio padre, impiegai pochi secondi ad individuare quello chiuso a chiave, frugai un secondo sotto al materasso e trovai la chiave, aprii il cassetto ed estrassi due oggetti: un proiettile e una pistola.
Fino a quel momento i miei movimenti erano stati frettolosi, meccanici, scattosi, però quei movimenti li compii con estrema fluidità malgrado sentissi la stessa urgenza di prima: caricai la pistola, la portai al cuore, esattamente dove sentivo quella voragine, tolsi la sicura e chiusi gli occhi, un colpo netto e non avrei sentito niente.
 

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Capitolo 19
*** 18. Funerale ***


Note dell'autrice: avvertenza per pensieri suicidi e lutto.
Mi dispiace informarvi che i prossimi capitoli potrebbero subire dei ritardi dato il sopraggiungere di nouvi impegni e la complessità dei capitoli, farò del mio meglio per mantenere la scadenza, ma non posso garantire la puntualità, mi dispiace.



18. Funerale
 
 
Una voce pervase la mia mente. Era quella di Giulio.
“Va avanti.”
Pareva così vera che per lo spavento che per poco non feci cadere l’arma sul pavimento. Mi voltai con occhi sgranati, incredula per quello che avevo appena sentito.
Ovviamente non c’era nessuno, eppure giuro di averlo sentito, chiaro e cristallino come un tuono che annuncia la tempesta.
Incredula mi passai una mano tra capelli ancora bagnati con la convinzione di stare impazzendo.
 
A quel punto il mio sguardo cadde sulla pistola e osservai quella dannata arma col potere di porre fine ad ogni mia sofferenza, a ogni mio respiro, a ogni mio affanno e a ogni mia guerra.
Percepii un’immane debolezza sommergermi, penetrando nelle membra afflosciandole e ingobbendomi, io che stavo sempre a testa alta e con la schiena dritta. L’indecisione sulla via da prendere era soffocante, mi appesantiva il respiro, offuscava la vista e sfocava la ragione.
 
In men che non si dica mi ritrovai a giocare con la sicura in una giostra infinita, i miei pensieri navigavano da una sponda all’altra con la stessa rapidità in cui spostavo quella minuscola leva. Non so quanto tempo rimasi lì immobile a rimirare quel lavoro di ingegneria perfezionato nei secoli che avrebbe risolto tutte le mie sofferenze o mi avrebbe concesso di viverne ancora molte. In quel oscuro vortice turbinante di emozioni contrastanti non vedevo nulla aldilà del mio esecutore.
Tentai di distogliere lo sguardo ma ero una bussola e lei era il nord.
Chiusi arduamente gli occhi.
 
Io ero una persona che credeva e credo tutt’ora nel aldilà, sebbene non sia mai stata tra le più religiose, e speravo che malgrado le mie colpe da spiare mi sarebbe stato concesso di rivedere Giulio, per tutti quei momenti in cui ero stata una brava persona. Era un’idea allettante e piacevole quella di riabbracciarlo, baciarlo, urlargli tutta la mia felicità per averlo di nuovo accanto a me, anche dargli del idiota per essere morto al posto mio. Eppure sapevo che questo l’avrebbe fatto terribilmente arrabbiare.
“Promettimi che concluderai ciò che hai iniziato.” Aveva detto e avevo giurato che l’avrei fatto.
 
Strinsi la pistola con una tale forza che ero convinta che l’avrei spezzata e con la stessa forza strinsi le mie palpebre. Il dolore stava esplodendo in me ma sapevo cos’era quello che dovevo fare sebbene l’altra opzione fosse mille volte più dolce, per questo l’indecisione mi schiacciava ed uccideva.
Agguantai la pistola con falsa sicurezza con un gesto secco e definitivo la disarmai. La lasciai cadere a terra oramai innocua.
 
“Me l’hai fatto giurare apposta vero, Giulio?” Domandai in lacrime. “Sapevi che avrei fatto di tutto per mantenere la promessa soprattutto se fosse stata la tua ultima volontà.” In quel momento crollai e piansi come una bambina cercando di liberarmi da quel dolore.
Quando mi ripresi abbastanza da riuscire a reggermi in piedi mandai un simbolico bacio al suo spirito e uscii da quella stanza non ancora pienamente cosciente di come avrei fatto ad andare avanti però certa che dovevo farlo.
 
 
Lo ammetto: la tentazione di andarmene seduta stante era a dir poco allettante, però, c’erano ancora dei compiti da svolgere per Diana Dalla Fonte, e avrei dovuto attendere l’attimo giusto. Mi chiusi in camera, crollai a letto distrutta e mi addormentai con ancora il corpo scosso dai singhiozzi. Malgrado avessi evitato quella follia ero ancora a pezzi, guarire sarebbe stato lungo e faticoso, probabilmente non sono mai del tutto guarita, ma è vero che con il tempo si impara a convivere con quel dolore, si arriva ad accettarlo come una parte di sé fino ad arrivare ad un punto in cui è quasi piacevole, nostalgico, il ricordo di un’estate.
 
 
Fu l’arrivo dei miei genitori a svegliarmi dallo stato di sonno profondo in cui ero piombata. Erano tornati poche ore dopo l’alba, spossati per la lunga giornata di lavoro che sarebbe passata alla storia come la Notte Rossa.
A colazione li sentii discutere di una manifestazione attuata in pieno centro città, dove si sarebbe dovuta esibire una parata commemorativa ma tutto era stato annullato dato che i manifestanti non si erano smossi, anche nella capitale la situazione era stata caotica da quel che sentii alla radio. Sentii i miei genitori sussurrare della possibilità di un nuovo ’84, nuove rivolte, nuove guerriglie. Erano spaventati, in fondo loro le avevano vissute sulla pelle quelle esperienze: il coprifuoco, il non poter lasciare la casa o l’ufficio la sera senza il terrore di essere bloccato o coinvolto in una guerriglia.
La qui presente tuttavia sapeva che la manifestazione era solo un modo come un altro per manifestare il mal contento che da oramai cinque anni si stava facendo sempre più pressante, e che alla radio commentavano solo i disordini più eclatanti e non i motivi della rivolta per distrarre le persone dal vero problema.
 
Fu durante le loro discussioni che il telefono suonò, rispose mia madre. “Pronto?” Domandò e dopo un istante di confusione diresse il suo sguardo verso il tavolo, dove mio padre ed io stavamo facendo colazione. “Diana, una donna ti cerca.” Disse mentre fissava la mia fascia nuova di zecca con aria preoccupata. Era stata lei a farmela, mi aveva che chiesto cosa fosse successo così avevo detto loro che un idiota mi aveva colpita durante le manifestazioni e ci avevano creduto, la cosa che mi aveva sorpresa era che non mi avessero chiesto i dettagli.
“Grazie.” Borbottai prendendo la cornetta. “Pronto?”
“Buongiorno Diana.” Mi salutò una voce stanca e femminile. “Buongiorno signora Longo.” La salutai stringendo la cornetta. “Siamo già andati al tempio, hanno detto che è meglio fare il funerale oggi stesso, con tutti i disordini che ci sono stati il sacerdote ci ha consigliato di farlo oggi con calma piuttosto che nei prossimi giorni quando ci sarà il delirio.” Mi informò e a quel punto un groppo mi assalì alla gola, ma lo cacciai al indietro e mi feci coraggio. “A che ore si terrà?” Domandai con calma. “A mezzanotte, verrai vero?”
“Certo. Se vi serve potrei fare qualcosa per aiutarvi?” Domandai sperando che mi dessero qualcosa da fare o sarei impazzita a restare a casa con le mani in mano. “Non esattamente, ma ci serverebbe qualcuno che trovi dei fiori, se non ti è di troppo disturbo mi faresti una cortesia.” Mi informò dolcemente.
“Se vuole prendo i gigli di fuoco, sono adatti a Giulio.” Spiegai mentre scacciavo al indietro le lacrime. Non dovevo piangere, dovevo stare calma, e pensare a prendere i fiori era il modo migliore per non restare sola coi miei pensieri.
“Bene, prendine molti.” Mi chiese con dolcezza ma sentii che anche lei era nel mio stesso stato e il senso di colpa mi attanagliò.
“Certo, e per i soldi non si preoccupi, ci penso io.” La rassicurai. “Grazie cara. La nonna ti saluta.” “Certo, la saluti anche lei da parte mia. Ci vediamo questo pomeriggio?” Domandai. “Sì, al tempio Laghetto, ci troverai nelle salme.” Mi spiegò mentre registravo l’informazione. “Certo, per che ora?” Domandai recuperando un foglietto stenografando le informazioni rapidamente. “Verso le quattro andrà bene. Oh, se possibile prendi tre mazzi.” Mi chiese gentilmente. “Certo. Vuole che prenda anche un mazzetto? Sa… da dargli in mano.” Domandai a disagio. “Lo faresti?” Mi domandò sorpresa che conoscessi quei dettagli non scontati di un funerale. Per giunta era tradizione che fosse la persona amata a scegliere i fiori, quindi era la cosa migliore. “Certo, è tradizione.” Spiegai pacata. “Grazie, alle quattro allora, Tempio Laghetto. A dopo.” “A dopo.” Chiusi la chiamata e sospirai a pezzi.
 
 
Mio padre mi fissò confuso. “Che state complottando voi? Un matrimonio?” Mi domandò mio padre ridacchiando nervosamente. “Diana, capisco che è un brutto periodo tra noi ma non credi che dovresti pensarci prima di rovinarti la vita? Meddelhok è una città moderna ma non accetterebbero mai un unione tra te e quel licantropo.” Lanciai un’occhiata vuota a mio padre che si ammutolì, forse la visa dei miei occhi verdi privi del solito fuoco fu più destabilizzante della più ceca delle ire. Recuperai il biglietto e me ne andai in camera, dove mi cambiai velocemente e mi preparai ad uscire.
Tuttavia, poco prima che lo facessi, qualcun altro chiamò e vidi i miei genitori iniziare ad agitarsi. Si cambiarono nel giro di neanche un quarto d’ora e mentre uscivano li sentii discutere qualcosa a proposito di informazioni riservate e un corpo bruciato. “Speriamo in meglio, a quest’ora chissà dove sarà e dove saranno!” Commentò mio padre sbattendo la porta.
 
Per qualche istante rimasi in silenzio, sorpresa che loro sapessero della questione. Mi appoggiai al tavolo e alzai gli occhi sul soffitto. “Ci avete appena fatto colazione assieme.” Dichiarai a mezza voce come se fossero lì accanto a me. Sulle mie labbra apparve una forma di ghigno soddisfatto: se avevano iniziato a mobilitare agenti anche a Meddelhok voleva dire che, molto probabilmente, il drago aveva raggiunto, o stava per raggiungere, Lovaris totalmente inosservato.
Dopo qualche momento tornai a pensare al mio compito e salii al piano superiore dove sapevo che i miei genitori tenevano la cassaforte; conoscendo il codice a memoria la aprii e presi qualche centinaio e scrissi due righe per spiegare loro a cosa servissero quei soldi. Non so perché ma dovetti trattenermi per non scoppiare a piangere.
 
 
Trovare un fioraio fu relativamente facile, giusto cinque minuti in cui sfogliai le pagine bianche, più difficile fu spiegargli per chi erano i fiori, ma lo intuì in fretta e mi aiutò a scegliere i buche migliori. “Se vuole li consegniamo direttamente al tempio, con il freddo che fa alle salme si dovrebbero conservare meglio.” Mi spiegò. “Certo. Quanto viene la consegna?” Domandai mentre facevo il conto del denaro rimastomi. “Dipende dal quartiere, dove bisognerebbe attuare la consegna?” Mi domandò, fu al quel punto che mi resi conto che non conoscevo il nome del quartiere in cui era il tempio. “Merda… Mi può prestare il telefono?” Chiesi sperando che accettasse dato che non avevo molta moneta con me e non avevo idea di dove trovare un telefono pubblico. “È una chiamata interurbana?” Domandò il fioraio, accennai affermativamente, chiamai a casa Longo sperando che ci fosse qualcuno, avevano aggiunto il telefono quel inverno, fortunatamente nonna Adelaide era a casa e mi disse il nome della via e il numero civico che lo riferii. “Bene, verrà…” Fece un paio di conti con la calcolatrice. “Venticinque dani.” Pensai che fosse un furto. “Scherza vero?” Domandai. “Due e venticinque a quartiere signorina, mi dispiace.” Disse pacato. “Va’ bene, ho capito.” Aggiunsi i venticinque al prezzo già pattuito. “Spero che arriveranno in fretta e freschi.” Dissi severa. “Garantito signorina, e condoglianze.” “Grazie.” Mi limitai a dire prima di uscire.
 
Quando tornai a casa era passata l’ora di pranzo ma non avevo assolutamente fame così mi posizionai in camera e cercai degli abiti adatti ad un funerale, non ne trovai, da giovani si pensa a tutto tranne di ritrovarsi ad un funerale. Così rubai un elegante e sobrio vestito nero dal armadio di mia madre, ricordai che lo aveva indossato al funerale della nonna quindi decisi che doveva essere appropriato malgrado mi stesse un po’ stretto.
Un oretta prima di uscire controllai la guancia, fortunatamente avevo ripreso a sentire dal orecchio destro ma fischiava ancora un po’, la ferita aveva iniziato a formare la crosta ma decisi di disinfettarla ancora una volta prima di uscire e cambiai la garza. Non potei non pensare che mi era andata fin troppo bene, terribilmente bene.
L’angoscio di tutto quello che era successo e la consapevolezza che avevo rischiato seriamente mi morire mi schiacciò improvvisamente e scoppiai a piangere. Mi inginocchiai sul lavandino e lasciai che le lacrime solcassero il mio volto per lunghi minuti, i singhiozzi e i lamenti mi bruciavano la gola, gli occhi bruciavano e si erano arrossai, il mio corpo tremava mentre le mie mani stringevano la bianca ceramica del bagno con il desiderio di infrangerla. Solo dopo qualche lungo respiro tremante ed essermi sciacquata la faccia riuscii a ricompormi.
 
In quel istante il telefono suonò e lo raggiunsi.
“Pronto?” Domandai. “Diana i fiori sono arrivati un’ora fa ma tu dove sei finita?” Mi domandò Nohat. “A casa, arriverò tra una mezz’oretta, perché è successo qualcosa?” Domandai, non ero realmente preoccupata ma volevo sembrare un minimo rinsavita, credo. “No, solo non capivamo dove fossi.” A quel punto mi resi conto del errore. “Giusto, non vi ho detto che ho pagato un facchino per portarli al tempio. Mi sono dimenticata di avvisarvi.” Ammisi. “Oh, ecco. Sarai contenta di sapere che sono arrivati tutti interi e sono piaciuti.” Riuscii a sentirmi un po’ orgogliosa e un filino contenta. “Per fortuna, il fiorista avrà fatto un buon lavoro.” Dissi sollevata: temevo di aver combinato un disastro. “Bene. E… senti Diana la… madre e il padre di Giulio mi hanno chiesto di fare un breve discorso. A te va’ bene?” Mi domandò Nohat chiaramente a disagio, e intuii che probabilmente si trovava nella mia stessa situazione emotivamente.
“Sì, fallo tu, io non riuscirei a parlare.” Ammisi a mezza voce. “Sì, ma io sono un disastro nella stesura dei testi, non so cosa scrivere. Non so cosa sia adatto, sono già stato ad un funerale ma… non mi hanno mai chiesto questa cosa.” Mi spiegò chiaramente intimorito. “Uhm… ci penso mentre sono in autobus, ti do una mano se vuoi. In tanto prova a buttare giù qualcosa.” Gli promisi, anche se non sapevo cosa fosse adatto. “Va’ bene, a dopo.”
“A dopo.” Lo salutai, e a quel punto scesi in fretta le scale pregando il Sole e la Luna di trovare un autobus. Solo in seguito mi resi conto che io e Nohat avevamo appena avuto la nostra prima conversazione civile.
 
 
Fortunatamente arrivai in orario, il tempio Laghetto era un minuscolo tempio costruito qualche anno prima con lo spazio appena sufficiente per tre defunti alla volta, i medici avevano appena finito di accertare la causa della morte, nessuno ci pose domande, con i disordini che c’erano stati in città Giulio sarebbe stato classificato come una delle prime centoventicinque vittime delle manifestazioni.
Trovai Nohat intento a scribacchiare qualcosa. “Come procede?” Domandai sedendomi sul pavimento accanto a lui. “Male, non sono cosa scrivere.”
“Fammi dare un’occhiata.” Dissi e lessi il foglietto: era un testo breve, poche parole in croce, rispettose, un po’ fredde ma adatte al occasione. “Credo che vadano bene.” Commentai. “Non gli rendono giustizia.” Si lamentò Nohat. “Lo so, ma credo che sia più importante rincuorare le persone presenti.” Gli dissi stupendomi di me stessa. “Io, te e la sua famiglia conoscevamo Giulio in vita, non abbiamo bisogno di questo discorso per ricordare com’era veramente, abbiamo bisogno di questo discorso per pensare che tutto sommato… lo possiamo accettare.” Sussurrai stringendo con troppa forza il foglio e cercando di trattenere le lacrime. “In conclusione va’ bene così?” Mi domandò in un goffo tentativo di distrarmi. “Sì.” Sussurrai rilassando i muscoli.
 
Con l’avvicinarsi del momento della cerimonia ci raggiunsero molte altre persone, la maggior parte non le avevo mai viste, né credo che Giulio me ne avesse mai parlato, tutti passavano a salutare la sua famiglia con calore. I fratelli più piccoli si guardavano attorno con occhi spenti, mentre quelli un po’ più grandi si sforzavano per non scoppiare a piangere ogni secondo, Serena teneva in braccio suo figlio appena nato mentre suo marito le stringeva le spalle donandole dolci carezze di incoraggiamento, la madre e il padre di Giulio parevano delle statue salde, ma si riusciva a vedere chiaramente nei loro occhi che erano a pezzi, l’unica a cui non importava mantenere la calma era la nonna di Giulio e le sue guance vennero rigate da calde lacrime molto presto.
Dei suoi compagni di scuola c’eravamo solo noi, gli stessi che erano presenti quando era morto: Nohat si rigirava tra le mani il foglietto del discorso mentre ogni tanto suo zio lo incoraggiava con qualche pacca sulla spalla, Garred si era appoggiato a Felicitis che stava cercando di sostenerlo malgrado anche lei fosse sul punto di crollare, Galahad invece preferiva starsene in disparte, era relativamente calamo ma sembrava che non avesse chiuso occhio, Vanilla invece scoppiò a piangere quasi subito ma cercava in ogni modo di nasconderlo usando i suoi folti capelli viola come scudo. Tuttavia, quando mi offrii di stringerla a me, lei non esitò a fiondarsi tra le mie braccia e piangere tutte le sue lacrime, io mi limitai ad accarezzarla e a cercare di consolarla, stranamente in quel momento ero calma.
 
Quando fu tutto pronto il sacerdote ci fece accomodare nel giardino celato dalla facciata del tempio dove si tenevano i funerali, attraversammo la piccola navata e uscimmo attraverso una minuscola porta dietro al altare, in parte nascosta dal pozzo battesimale.
Era un bel posto, nascosto quasi del tutto dalle fronde degli alberi, un minuscolo prato in cui quasi un centinaio di persone si radunarono. Sotto insistenza del fratello maggior di Giulio, Antonio, mi posizionai accanto a loro e a quel punto fu la sorella minore di Giulio, Anna, ad aggrapparsi alla mia mano, io gliela strinsi per trasmetterle, in qualche modo, la forza per non scoppiare a piangere.
Sentivo gli occhi di alcuni membri del branco su di me, era chiaro che la voce della nostra relazione in quei mesi si era sparsa a macchia d’olio e non a tutti andava giù che io fossi umana ma li ignorai, per di più ci pensò il marito di Serena a tenerli buoni con un paio di occhiatacce, ma anche se fosse non me ne accorsi più di tanto, ero troppo presa a rimirare la salma di Giulio.
Era stato vestito elegantemente, una giacca e i pantaloni di un marrone scuro, lo stesso completo che aveva indossato al matrimonio di Lillà, la camicia era candida e bianca, gli avevano sistemato la barba e i capelli erano stati pettinati all’indietro, gli occhi erano stati chiusi e tra le mani reggeva tre gigli di fuoco. Era disteso su di un’enorme lastra di marmo che pareva risplendere a contatto con i raggi lunari, sembrava quasi che da un momento al altro si sarebbe potuto rialzare, a quel punto lo avrei preso a pugni per l’infarto che mi aveva fatto prendere e la sua famiglia lo avrebbe abbracciato e io lo avrei baciato, ma non sarebbe successo, i morti non tornano in vita.
 
Il sacerdote fu solenne ma cercò di non rendere la cerimonia lunga o i più piccoli avrebbero iniziato a lamentarsi, di già il più piccolo si era addormentato come era iniziata la cerimonia e anche gli altri due parevano sul punto di crollare, in fatti se ne stavano seduti sul prato strappando e intrecciando l’erba dando ogni tanto occhiate furtive ai loro genitori.
Quando fu il turno di Nohat per fare il discorso si sforzò per andare molto adagio ed essere estremamente delicato, non ricordo di preciso cosa disse, ma furono belle parole e un timido applauso seguì a discorso chiuso.
A quel punto la cerimonia era quasi del tutto conclusa, restava solo una cosa da fare: dirgli addio.
 
Il branco iniziò ad ululare alla luna, un ululato lento e penetrante, anche i bambini si risvegliarono del tutto e iniziarono ad ululare, persino il piccolo di Serena provò ad imitarli con discreto successo. Noi ragazzi non osammo provarci, sarebbe stata una mancanza di rispetto verso il branco e saremmo apparsi ridicoli, così decidemmo di intonare a mezza voce i canti che tradizionalmente si usavano in queste situazioni. Nohat assieme a suo zio intonò il canto del suo clan: un insieme di suoni gutturali incomprensibili e quasi impercepibili. Garred eseguì uno degli antichi canti del suo popolo così melodico, primordiale e incantevole. Vanilla cantò un Sabba d’addio di cui non si comprendevano le parole e, malgrado la voce della mia amica non fosse delle migliori, quel ritmo incalzante scosse le persone intorno a lei. Felicitis, con un flauto, suonò una dolce e triste melodia che si protrasse per qualche istante in più degli ululati. Galahad recitò un antico poema del suo popolo con estrema compostezza ma a quel punto anche lui non resse più e calde lacrime gli rigarono il viso finora marmoreo e Garred lo strinse a sé cercando di calmarlo. Io, invece, cantai L’addio e per qualche assurdo miracolo non scoppiai a piangere malgrado ad ogni sillaba sentissi il dolore che cercavo di ignorare da un’intera giornata contro il mio petto.
 
La cerimonia si concluse, il canto d’ogni uno si spense e lasciammo Giulio su quel altare dove, tra poco, come voleva la tradizione, avrebbero fatto a pezzi il suo corpo, estratto il suo sangue e la carne spedita per tutto lo stato, e su di essa demoni, vampiri e orchi avrebbero potuto banchettare.
Al singolo pensiero un brivido mi scosse lungo la colonna vertebrale. Sapevo che era la tradizione e che era l’unico modo perché un morto accedesse al cielo in cui avrebbe iniziato la sua seconda vita però mi resi conto di quanto soffrissi al idea di come tutti trattassero la carne dei morti e che pochi la consumassero col dovuto rispetto.
Cercai di scacciare il pensiero cercando di focalizzarmi sul fatto che ora non poteva soffrire, che sarebbe andato tutto per il meglio, che non mi dovevo preoccupare. Che i sacerdoti lo facevano tutti i giorni e che si assicuravano sempre che le carni e il sangue fossero trattati con rispetto e devozione, soprattutto il cuore e il cervello. Mi ripetei che non era solo un atto religioso ma l’ultimo ed estremo servizio che tutti noi dobbiamo compiere alla morte per permettere la coesistenza pacifica ed impedire che le creature che necessitavano di componenti umanoidi tornassero ad assalire la gente senza criterio.
 
Trassi un profondo respiro per cerca di calmarmi ma stavo tremando orribilmente. Anna se ne accorse e mi strinse la mano e mi guardò con quegli occhi che avevano le stesse sfumature dorate di Giulio e la stessa dolcezza. La loro vista mi clamò quel tanto che bastava per recuperare la lucidità. “Mi… accompagni a salutarlo?” Domandai, forse dal esterno sarà sembrata una cosa dolce: la giovane donna che accompagna la bambina a salutare il fratello, ma la verità è che ero terrorizzata e non sapevo se ce l’avrei fatta a salutarlo da sola.
Anna diede un’occhiata spaventata, improvvisamente non sembrava più un fiore prossimo a sbocciare ma un minuscolo germoglio terrorizzato. Mi diedi della stronza: non potevo seriamente fare affidamento su una bambina. Così le strinsi la mano a mia volta per rincuorarla e lei riportò lo sguardo su di me. “Tranquilla, è normale esserne spaventati.” La rassicurai iniziando a condurla verso l’altare.
Una volta raggiunto lasciai andare la mano di Anna e mi chinai su di lui. Mi feci coraggio e, chiudendo gli occhi, gli diedi un estremo saluto abbracciandolo e baciandolo, era così freddo ma non mi importava, così come non importava dei sussurri che questo causò.
Un nodo avvolse la mia gola mentre mi voltavo per andarmene e lasciare andare la sua anima e il suo corpo. Mi alzai e mi asciugai le lacrime, non avevo la forza di parlare ma lui sapeva che gli stavo dicendo addio, questo bastava.
A quel punto Anna mi lanciò un’occhiata: avevo un sorriso tirato e le lacrime stavano lottando per uscire ma le feci spazio e la incoraggiai a proseguire. Lei lo guardò per qualche minuto, lo guardò molto bene, e così feci anch’io, volevamo entrambe essere certe di imprimerci nella memoria il suo viso. Poi, con mano tremante la appoggiò su quella del fratello per pochi istanti prima di fiondarsi su di me e scoppiare a piangere. La potei solo consolare un pochino abbracciandola dolcemente.
 
Mentre pensavo ad Anna fu il turno di Nohat e della sua famiglia di salutarlo, sapevo che quello al suo fianco era suo zio, mentre l’uomo poco distante intuii che fosse il padre data la somiglianza ma non si avvicinò, non lo fece neanche quando Nohat si nascose tra le braccia di suo zio per cercare di placare il pianto nervoso che era iniziato nel istante in cui aveva salutato Giulio. Lo guardai esterrefatta: sapevo che stava soffrendo terribilmente ma non avrei mai pensato che avrebbe concesso a nessuno di farsi vedere così. Suo zio, per cercare di calmarlo, lo aiutò ad allontanarsi e si nascosero dietro ad un albero per parlare un secondo in privato. Non osai spiarli ulteriormente, non ne avevo il diritto.
 
 
Rimasi in quel campo più del resto degli ospiti, accanto alla famiglia di Giulio poiché molti amici e parenti meno stretti si fermavano a fare loro le condoglianze. Da me non si fermava quasi nessuno, ma non mi interessava, non avevo più energie per nulla. Quando tutti ebbero concluso i saluti feci per uscire insieme agli altri ma mi bloccai sul uscita. Volevo vederlo un’ultima volta, solo un’ultima volta.
Mi voltai e quasi sperai di poterlo vedere accanto a me, il suo sorriso, il suo viso ovale con la sua corta barba, i suoi capelli scuri e disordinati, i suoi occhi caldi e gentili, le sue braccia forti, il suo petto caldo, il battito del suo cure e per un istante lo vidi poi però la dura realtà mi colpì e distolsi lo sguardo capendo che mi stavo solo facendo del male.
Tuttavia fu grazie a quello se notai Nohat e suo zio mentre il sacerdote alzava una manica dal corpo di Giulio e ne fece uscire il suo sangue rosso. Nohat si accorse che lo stavo guardando e mi guardò con vergogna. Però la mia reazione sorprese lui e anche me: gli sorrisi amaramente come per ringraziarlo di aver concesso a Giulio l’accesso al cielo; ad essere sincera ero persino invidiosa, sapevo che per noi umani non è possibile nutrirsi di componenti umanoidi, ma in quel momento avrei tanto voluto poter anche solo preservare una goccia del suo sangue in me, continuare a farlo vivere dentro di me, ma tale pensiero rimase nella mia testa e cercai di convincermi che era una pessima idea, tuttavia la tentazione era alta.
 
 
Fu allora, a cerimonia conclusa, una volta uscita dal tempio, che una morsa mi attanagliò lo stomaco e qualche lacrima mi rigò il volto e il vuoto si rimpossessò di me: mi mancò l’aria e la forza nelle gambe, volevo scappare via, volevo urlare, liberarmi da quel bruciore devastante che cercavo in ogni momento di allontanare, di spezzare ma questo tornava prepotentemente sempre desideroso di farmi crollare.
Fu proprio mentre quando stavo per cedere nuovamente a quel vuoto che Anna mi strinse la mano: si doveva essere accorta che anche ero appezzi e si sforzò di sorridermi, le risposi a mia volta. “Come stai?” Mi domandò con la sua vocina incrinata. “Sono a pezzi. E tu?” Domandai ammettendo finalmente che non ne potevo più di questa situazione. “Sono un po’ stanca.” Mi spiegò Anna scura in volto, la abbracciai per cercare di consolarla. “Lo so piccola.” Sussurrai stringendola con forza.
“Diana.” Alzai lo sguardo, era il marito di Serena che adesso teneva in braccio suo figlio che da quando avevano ululato era sveglissimo e vivace, ignaro di cosa era appena successo. “Perché non ti fermi da noi a dormire, oramai è tardi e non ci sono più autobus in giro, per di più con i disordini di ieri è meglio non andare in giro a piedi la notte.” Mi spiegò con gentilezza. “Grazie.” Sussurrai con un mezzo sorriso rendendomi improvvisamente conto di quanto sonno avessi, non dormivo decentemente da trentasei ore oramai, era normale che fossi distrutta.
 
 
Feci per trascinare i miei piedi verso la loro casa quando notai un’auto spenta, parcheggiata in fondo alla via e due persone appoggiate sul cofano. Capii subito di chi si trattasse e mi diressi verso di loro.
Cercai di lasciare la mano di Anna ma questa non mi mollò così me la portai dietro ma quando capì chi erano le persone a cui mi ero avvicinata si nascose dietro di me, soprattutto perché mio padre aveva ancora addosso la divisa.
“Che ci fate voi due qui?” Domandai distrutta. “Volevamo solo vedere come stavi Diana, sei sparita lasciandoci due righe e poi questa mattina io… mi dispiace.” Si scusò mio padre preoccupato. Mi limitai a sospirare: non avevo voglia di discutere. “Non vi preoccupate per me, starò bene.” Non volevo preoccuparli dicendogli come stavo effettivamente, non se lo meritavano.
“Questa notte resto a casa Longo, tornerò per domani mattina.” Mi limitai a dire e feci per andarmene ma mia madre mi fermò. “Diana non è meglio che torni a casa con noi?” Mi domandò dolcemente cercando di darmi una carezza.
“Lasciatemi vivere il lutto.” Replicai serissima e lei si bloccò a mezz’aria, non sapeva bene come reagire. A quel punto mio padre mi mise una mano in spalla. “Diana capisco che sei a pezzi ma stare con questa gente non ti aiuterà, tu sei un’umana, non una licantropa.”  Disse mio padre stringendo la mia spalla con forza.
 
A quel punto non ricordo cosa accadde, nella mia mente c’è un lunghissimo attimo di buio e di vuoto totale e poi la prima cosa che ricordo sono io mentre sono trattenuta da Nohat e Galahad mentre mia madre e un altro licantropo che non riconobbi cercavano di sorreggere mio padre che era svenuto, con un occhio pesto e un dente spezzato.
L’aria mi penetrava i polmoni bruciandoli, qualcosa usciva dalla mia gola, urla probabilmente, ma non sentivo la mia voce o quel che stavo dicendo, a quel punto qualcosa di piccolo, affilato e vagamente familiare penetrò nella mia carne e persi i sensi.

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Capitolo 20
*** 19. Risveglio ***


Note dell'autrice: scusate per il ritardo ma questo capitolo è stato un parto, e il prossimo sarà anche peggio T_T
Quindi, per la mia sanità mentale, d'ora in avanti pubblicherò almeno il mese prossimo.
Il prossimo aggiornamento sarà probabilmente dopo il 15 giugno


19. Risveglio
 
 
Al mio risveglio ero in un letto che non era il mio. Cercai di mettere a fuoco dov’ero sbattendo più volte le palpebre fino a quando non compresi che davanti a me c’era mia madre e mi stava fissando serissima negli occhi mentre le sue mani stringevano con forza la sua camicia minacciando uno strappo. “Che cosa…?” Domandai confusa: la testa mi stava facendo un male tremendo, l’orecchio destro aveva ripreso a fischiare e avevo le mani doloranti. Tentai di mettere a fuoco i ricordi della sera prima ma erano confusi.
“Hai quasi mandato tuo padre in ospedale.” Le prime parole della giornata e già sentii il mondo crollarmi addosso. Per un lungo istante mi bloccai incredula di quello che avevo fatto. Tentai di mettermi seduta ma vidi tutto bianco e fui obbligata a sdraiarmi nuovamente, se non lo avessi fatto sarei svenuta. Quando riacquisii un minimo la coscienza mi tastai il collo per verificare se quel ultimo confuso ricordo fosse vero. Riconobbi subito i due piccoli buchi nella zona destra: il morso di un vampiro.
“Gli hai spezzato un dente e pestato un occhio, ha una costola incrinata, ci sono volute tre persone per bloccarti.” Mi comunicò mia madre con fare glaciale mentre iniziavo a respirare affannosamente incredula a quello che sentivo.
 
“Mi spieghi perché Diana?” La voce di mia madre si incrinò a quella domanda, quella maledettissima domanda che mi perseguitava da quando ero una bambina: io non pensavo, agivo e basta, ero sempre stata impulsiva e avevo sempre avuto qualche problema a gestire la rabbia ma non ero mai arrivata a questo livello prima di ieri sera.
“Io… non… non…” Sentivo le parole morirmi in gola mentre entravo in iperventilazione, un oceano di emozioni e domande mi investì mentre cercavo di recuperare i ricordi della notte precedente ma non c’erano, non importava quanto cercassi, non riuscivo a trovarli. Come se non bastasse, più cercavo meno lucidità acquisivo.
Compresi di essere sull’orlo del baratro così strinsi i denti e cercai di trattenere il respiro: un secondo, due secondi, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci e avanti così fino a quando non sentii che non riuscivo più a trattenere il respiro. Espirai lentamente, imponendomi di far uscire il fiato a piccolissime dosi. Solo quando non mi sentii più aria nei polmoni inspirai facendo entrare una piccolissima dose di aria. Ripetei l’operazione diverse volte sotto lo sguardo giudicante di mia madre ma non aprii bocca, semplicemente attese che riacquisissi lucidità.
 
“Vi ho detto mille volte che non sopporto quando dite che chiunque non sia umano non ci può capire e viceversa, vi ho spiegato più volte che per me Giulio è la persona con cui vorrei condividere la mia vita, ero appena uscita dal suo funerale, ero stanca, a pezzi, emotivamente instabile e voi sapete più di tutti che ho difficoltà a gestire le emozioni forti.” Scostai appena lo sguardo verso di lei, non mi ero neanche accorta di aver parlato al presente. “Credi veramente che io sarei stata buona buona a quel commento?” Domandai serissima fissando mia madre negli occhi. Ero stranamente calma adesso, la mia mente si era svuotata di tutto ed era rimasto l’essenziale. Fu in quei momenti che per una frazione di secondo la vidi: paura, semplice e puro terrore negli occhi di mai madre.
Esso però venne velocemente sostituito da un’amara consapevolezza. “No.” Sussurrò abbassando lo sguardo per poi riprendersi e tornare a guardarmi severa. “Ma hai…” La bloccai alzando la mano. “So perfettamente che ho sbagliato, non mi serve la predica. Ma non osare dirmi che non abbia avuto le mie ragioni per arrabbiarmi.” Risposi placida guardandola negli occhi e vidi i suoi occhi scuri tremare di incertezza.
 
Saremmo potute rimanere in quella situazione di stallo per delle ore ma, come la porta si spalancò ed entrò mio padre, la calma venne spezzata. “Diana esigo spiegazioni! Che cazzo ti è passato per la testa? Mi volevi ammazzare? Cosa devo fare con te? Eh!?! Avrei dovuto prenderti a cinghiate da piccola! Almeno adesso sapresti qual è il tuo posto!” Stava per aggiungere altro ma mi alzai con calma e lo fissai dritto negli occhi. “Se vuoi fare scenate vedi di farle una volta tornati a casa. La famiglia Longo è stata fin troppo gentile ad ospitarci malgrado tu li abbia insultati.” Risposi con una calma glaciale che spaventò anche me, eppure ero eccitata: non mi ero mai sentita così potente prima di allora, mi sentivo invincibile malgrado fossi chiaramente a pezzi.
“Tu… brutta piccola…” Mio padre fece un profondo respiro e si impose di calmarsi. “Che ti passa per la testa? Sei impazzita al improvviso?” Mi domandò mio padre contenendo il tono malgrado fosse ancora furibondo. “No. Non sono impazzita, adesso sono molto lucida.” Sussurrai guardandolo dritto negli occhi, improvvisamente non lo percepivo più come mio padre ma come un bambino capriccioso. “Allora vieni a casa, lì ne parleremo e a lungo anche.” Decretò stanco di questa situazione. “Molto bene.” Commentai per poi cambiarmi nel giro di pochi minuti.
 
Però prima che potessimo uscire, Roberto, il padre di Giulio, mi bloccò e mi prese da parte.
“Signor Longo, senta… mi dispiace infinitamente per ieri sera. Non volevo causarvi questi problemi.” Ammisi in un sussurro prima che potesse dirmi qualsiasi altra cosa: sapevo di non avere scusanti e provavo una profonda vergogna per l’accaduto. “Non te ne fare una colpa così grossa, tuo padre non ha fatto che insultare il mio clan dopo che gli hai detto di rimangiarsi il fatto che noi non condividessimo lo stesso dolore.” Mi informò e a quel punto sgranai gli occhi. Roberto mi fissò per qualche istante e comprese la mia confusione.
“Non te lo ricordi?” Mi domandò sorpreso. “No.” Ammisi con vergogna.
 
“È stata Anna a dirvelo?” Domandai incuriosita: dovevo andare affondo della faccenda. “Sì, ha detto che quando ti seri rifiutata di tornare a casa, tuo padre ha cercato di obbligarti ad entrare, a quel punto tu ti sei rifiutata e avete iniziato a discutere. Vi ho anche visti: eravate entrambi nervosi ma non stavate urlando. Anna aveva anche tentato di intervenire, ma tuo padre… l’ha insultata.” Compresi dal tono in cui lo disse che probabilmente era lui quello più ferito per l’accaduto che Anna stessa. “A quel punto ti sei messa in mezzo, lui ti ha colpita e ha cercato di trascinarti in auto è allora che avete iniziato a picchiarvi.” Mi spiegò, si concesse un profondo respiro e riprese a parlare.
“Comunque, non è per questo che ti ho chiamata.” Disse consegnandomi la foto di me e Giulio, non credevo che la tenesse ancora. “Era nel suo comodino, credo che sia giusto che l’abbia tu.” Mi disse pacato ma comunque provato, non osai pensare quanto gli costasse separarsi da una delle foto più recenti di suo figlio e sicuramente la più bella. “Grazie.” Sussurrai imbarazzata non sapendo in quale altro modo esprimere la mia immensa gratitudine. Poi presi coraggio e parlai. “Se mai vi servisse qualcosa, qualsiasi cosa, chiedete pure. Sarò sempre disponibile per voi.” Sussurrai vergognandomi profondamente: non avevo idea di come avrei mai potuto aiutare quella famiglia ma qualcosa me lo sarei inventata.
Ci salutammo cordialmente e a quel punto nascosi la foto nel reggiseno, dato che non avevo nient’altro in cui nasconderla: non volevo che i miei genitori la vedessero.
 
 
Il viaggio in auto fu tombale, non uscì un singolo fiato, mia madre era chiaramente nervosa e preoccupata, mio padre aveva i nervi a fior di pelle, invece io, per qualche strana ragione, non provavo nulla: stavo solo pensando alle informazioni fornitemi gentilmente dal signor Longo che davano una chiave di lettura diversa alla serata.
 
Arrivati a casa, nello stesso istante in cui la porta venne chiusa, si scatenò la tempesta. “Diana, cos’hai da dire a tua discolpa?” Mi chiese mio padre come se fossi uno dei suoi criminali appena ammanettati.
Lo guardai un secondo ed iniziai a parlare. “Che avete distorto la realtà: ho alzato le mani solo dopo che hai insultato Anna e tu mi hai colpita, o sbaglio, papà?” Domandai pacata, non sentivo neppure il bisogno di urlare. “Questo cosa cambia?” Mi chiese mio padre scocciato dalla situazione.
“Cos’hai detto a Anna?” Procedetti glaciale fissando mio padre negli occhi. “Chi?” Domandò lui confuso. “La ragazzina che era accanto a me.” Specificai con la stessa cadenza fredda e distaccata. “Come se le parole fossero importanti!” Esclamò mio padre seccato.
“Le parole sono importanti. È sulle parole che fondiamo le nostre azioni, ed è sulle parole che le storie assumono pieghe ed interpretazioni diverse. Quindi, cos’hai detto a Anna?” Domandai serissima mentre sentivo l’ira avvolgermi, era come se tutte le emozioni provate in quei pochi minuti di vuoto stessero ricomparendo in quel istante, ma non concessi loro alcun potere su di me: ero io che decidevo come usarle.
“Solo di non immischiare il naso negli affari che un Altro non può comprendere.” Si limitò a dire mio padre e lo fissai dritto negli occhi. “È la verità?” Domandai, mi pareva un po’ pochino considerando che, quando il sangue giungeva alla testa, la sua lingua diventava particolarmente velenosa.
“Il succo era quello.” Commentò e non so cosa vide nei miei occhi in quel momento ma distolse lo sguardo e procedette. “E l’ho spintonata via.” Borbottò con vergogna.
 
“Oh? Quindi il grande e potente Claus Dalla Fonte non solo non riesce a gestire la rabbia e la figlia adolescente, ma sfoga la sua frustrazione su una ragazzina di tredici anni?” Domandai seriamente mentre sentivo le mie unghie affondare nella carne dalla tensione che stavo accumulando ma dovevo restare lucida, dovevo lasciare che la mia rabbia fluisse solo dove volevo.
 
“Diana sciacquati quella bocca! Si può sapere chi ti ha insegnato a parlare così?”
“Tu.” Mi limitai a rispondere pacifica. “E così tu mi hai insegnato che se qualcuno va’ contro di te bisogna rispondere e difendersi con le unghie e con i denti. E sempre tu mi hai insegnato che esistono persone più forti di altre perché così queste possano difendere le più deboli e che in cambio queste fanno quei lavori che lui non può svolgere, ti ricordi vero papà? Quel bel discorsetto che ti piaceva tirare fuori ogni volta che vedevi delle ingiustizie? Se ci fossi stato io avrei fatto così, non me ne sarei stato con le mani in mano. Però, secondo quello che mi stai dicendo, io non posso agire come tu mi hai insegnato.” Esposi i fatti placidamente mentre mio padre diventava sempre più scuro in viso e mia madre sempre più pallida. “Diana so cosa stai cercando di fare ma tu sei solo una ragazzina e…”
“Solo una ragazzina? Bene, è vero, sono solo una ragazzina, allora perché te la prendi tanto?” Domandai mentre sentivo le mie unghie affondare ulteriormente ma se mi arrabbiavo, se perdevo il controllo di nuovo, avrei perso. “Perché hai superato il limite! Diana tu non hai il senso del limite! È sempre stato così! Credi che rischiare di mandarmi al ospedale fosse stata una reazione pensata? Misurata? Matura?” Domandò mio padre infuriato. “No, ma non lo è neanche stato prendersela con Anna.” Risposi placida. “Non cambiare argomento, quella lì non centra con noi.” Disse mio padre al limite di una crisi di nervi.
“Con te e la mamma, forse, ma Anna centra con me.” E lo sottolineai indicandomi il petto. “E poi qual era il problema se volevo spendere la notte a casa Longo?” Domandai mentre dentro di me stavo gioendo. “Saresti stata un fastidio.”
“Questo non lo puoi dire, tu non conosci i Longo, non li hai mai voluti conoscere.” Dissi rendendomi conto che papà sarebbe stato messo al angolo se continuavo così. “Diana te lo dico chiaro e tondo un’ultima volta: in questa storia tu sei nel torto.”
“No. Non sono nel torto quanto tu non sei nel giusto.” Risposi, non mi importava di quali sarebbero state le conseguenze, stavo vincendo e nessuna minaccia di punizione mi avrebbe fermata.
 
Vidi che mio padre stava per dire qualcosa ma intervenne mia madre. “Claus non serve a niente.” Come afferrò il braccio di mio padre, questi si voltò per guardarla. “Luisa lo sai che dobbiamo inculcarle un po’ di disciplina in quella testa bacata.” Rispose mio padre. “Lo so, ma ora non ne posso più. Diana ha scelto la sua strada.” Si limitò a dire mia madre rassegnata. “E non cambierà idea perché tu l’attacchi o perché io le faccio una lavata di capo.” Rispose mia madre sconfitta: era stanca di dover combattere per cercare di cambiarmi. “Se la metti così, cosa dovrei fare? Scacciarla di casa?” Domandò mio padre, l’idea era allettante ma me ne rimasi zitta. “Con un diploma potrà trovarsi un lavoro facilmente, conclusa la scuola potremmo chiudere i rubinetti per lei.” Disse mia madre. Probabilmente stava bleffando per spaventarmi ma, contrariamente a quel che credevano, la trovai una prospettiva interessante sul momento: un lavoro lo trovavo, dovevo solo prima chiudere i ponti con quel che restava dei Rivoluzionari.
 
Nel istante in cui lo pensai, la consapevolezza di come mi ero comportata mi investì come una doccia fredda. Mi resi conto di aver abbandonato i ragazzi come un’irresponsabile la scorsa sera: cosa ne avevano fatto del ragazzo morto, il cecchino era in ospedale o lo avevano portato alla base, avevano dovuto chiudere Orion e gli altri due ragazzi da qualche parte?
Tutto questo non lo sapevo perché non ero rimasta con loro come avrei dovuto: ero scappata come una bambina dalla realtà dei fatti. Appena finivo qui sapevo di dover raggiungere i ragazzi e aggiornarmi. Soprattutto dovevo capire dove si fosse rifugiata Felicitis: lei viveva dai Rivoluzionari, l’idea iniziale era quella che per una notte dormisse in un parco o roba simile, ma coi disordini che c’erano stati ieri di certo non poteva aver dormito sotto un ponte.
 
“Molto bene, Diana, questo è il nostro ultimatum.” Le parole di mio padre mi riportarono al presente. Mi riscossi dal torpore: prima sistemavo questa faccenda prima potevo cercare i ragazzi. “Bene.” Iniziai riprendendo coscienza di me e pensando alla cosa migliore da fare. “Allora finita la scuola non vi dovrete mai più preoccupare di me.” Decretai dirigendomi in camera mia e aprii la porta. “Le cose che sono qui dentro ve le rendo o ne posso fare ciò che voglio?” Domandai con calma: infondo erano tutte cose che loro avevano pagato coi loro soldi.
Mio padre e mia madre si fissarono confusi, fu mio padre a parlarne. “Non dirai sul serio?”
 
“Sono molto seria: visto che la convivenza in questa casa è diventata insostenibile mi sembra la soluzione migliore. Il mio piano era quello di trovare un lavoro dopo il diploma e mettere da parte i soldi fino a quando non sarei riuscita ad affittare una casa, ma a quanto pare è più ragionevole che me ne vada appena conclusa la scuola.” Dissi conscia che questo era il definitivo punto di non ritorno. Ma era meglio così: da questo momento in poi più sarebbero stari lontani dalla mia vita, maggiori sarebbero state le loro probabilità di una vita tranquilla.
 
“Bene! Allora fa quel che ti pare con quella robaccia, tanto vale una miseria!” Esclamò mio padre per poi andarsene al piano di sopra furibondo, ma capii con un solo sguardo che in realtà era disperato, stava solo facendo il duro per tentare di farmi cambiare idea.
Mia madre fece per dire qualcosa ma se ne andò anche lei quando mi spogliai del tubino nero e glielo lasciai sulla ringhiera. So che le costò molto vedermi così: noi due non avevamo quasi nulla in comune e quando ero nuda la cosa diventava il triplo più evidente, gli unici tratti che avevo identici ai sui erano quelle mani lunghe e sottili e la forma degli occhi. Però in quel momento vide solo un estraneo: non c’era più nulla della sua bambina.
 
Entrata in camera iniziai a fare l’inventario di ciò che avevo: i libri scolastici più vecchi li potevo già rivendere, così come i dischi, gli abiti da festa che non avrei mai indossato, qualche romanzo e il giradischi.
Sarebbe stato relativamente facile liberarmi di quella roba, sia in termini di tempo che in termini emotivi, era come se quegli oggetti avessero perso il valore che gli attribuivo. Ma delle pulizie primaverili me ne sarei occupata a partire dalla settimana successiva.
 
 
Quel pomeriggio non pranzai neanche e uscii di casa, mio padre provò ad opporsi ma lo ignorai, non avevo tempo per queste quisquilie: avevo ben altro a cui pensare.
Pensai saggiamente di andare da Galahad per prima cosa, era probabilmente quello che più di tutti sarebbe riuscito ad aggiornarmi sulla situazione. Presi il primo autobus che trovai e lascia passare quelle dieci fermate che mi dividevano dalla casa di Galahad, salii i sei piani del condominio, incrociando diverse famiglie di elfi che discutevano tra loro e molte mi lanciarono un’occhiata di disgusto ma li ignorai, avevo cose ben più importanti a cui pensare.
 
Raggiunto il sesto piano suonai al campanello e venne ad aprirmi una bambina di forse nove anni con gli stessi capelli castano-ramati di Galahad raccolti in due treccine ma dagli occhi di un marrone quasi nero. “Sì?” Domandò la piccola guardandomi da dietro la porta con sospetto. “Sto cercando Galahad, puoi digli che qui c’è Diana e che gli dovrei parlare?” Domandai cercando di tenere un tono dolce.
La bambina continuò a guardarmi malissimo per qualche istante, poi una giovane dai capelli neri da cui spuntavano le sue orecchie particolarmente lunghe, anche per un elfo, dato che superavano di qualche centimetro la parte superiore del cranio. La scrutai per qualche secondo e compresi che non doveva avere più di sedici anni.
 
“Che vuoi?” Domandò la ragazzina lanciandomi delle saette dai suoi occhi scuri. “Sto cercando Galahad, sono una sua amica, potresti chiamarmelo, per favore?” Domandai cercando di essere gentile con quella che probabilmente era la cugina del mio amico. “Galahad non è in casa. Aveva altro da fare.” Disse la ragazzina fin troppo nervosa: stava mentendo.
Mi passai una mano sugli occhi esausta: non avevo tempo per queste cose.
“Ragazzina io e Galahad siamo nella stessa barca in questo momento, non so quanto ti abbia detto tuo cugino ma in questo preciso istante, se non parlo con lui, saremo doppiamente in difficoltà.” Gli spiegai, non volevo perdere tempo ma se mi arrabbiavo avrei peggiorato la situazione e convinto la ragazzina a non farmi entrare. “Non mi chiamo ragazzina, mi chiamo Isotta. E Galahad non è in casa.” Insistette la ragazzina con maggiore fermezza.
 
“D’accordo.” Dissi alzando gli occhi al cielo: avrei giocato secondo le sue regole. “Allora quando torna digli che gli devo parlare su quello che è successo l’altra sera e se sa chi ospita Felicitis. Riferiscigli anche che mi dispiace per l’altra sera: non ero in me e ho agito d’istinto, sarei dovuta restare fino a lavoro terminato, non mi giustifica quel che è successo.” Spiegai cercando di restare calma: probabilmente se avevo un po’ di pazienza Galahad sarebbe uscito appena Isotta non avesse spiegato la situazione a suo cugino. “Gli riferirò. Il tuo nome?”
“Diana Dalla Fonte.” Risposi guardando meglio quella ragazzina: aveva un fascino non indifferente malgrado fosse così giovane e una compostezza che avevo sempre e solo visto in certe famiglie di elfi e vampiri, probabilmente dovuto al fatto che crescono i loro figli con un’educazione rigida e che porta ad un’estrema autoconsapevolezza.
 
Fu in quel momento che la porta si aprì un po’ di più e Galahad fece la sua apparizione. “Non ti devi scusare Diana: chiunque avrebbe reagito in quel modo. Ma accetto le tue scuse.” Sussurrò facendomi cenno di entrare. Le sue cugine lo fissarono confuse ma lui gli fece cenno di non preoccuparsi e si chiuse la porta dietro dopo aver controllato fuori e mi fece cenno di seguirlo. Entrammo in camera sua dove trovai Felicitis che, come mi vide, mi saltò addosso. “Diana! Come stai? Ieri sera eri…” “Sto bene, tranquilla. Solo qualche botta, nulla di grave.” Sussurrai abbracciandola a mia volta. Felicitis mi guardò come se volesse aggiungere del altro ma rimase zitta, mi fece cenno di accomodarsi accanto a lei ed eseguii, poi però rivolsi la mia attenzione a Galahad.
 
“I Rivoluzionari hanno scoperto qualcosa?” Domandai ma Galahad accennò negativamente. “Orion ci ha coperti e abbiamo nascosto i nostri due testimoni indesiderati sono nel seminterrato della famiglia di Vanilla, per un paio di giorni non dovrebbero porsi domande ma se non ci sbrighiamo lo scopriranno. Ho anche pensato a consegnare sai… l’altro ragazzo alla sua famiglia, ho detto che è stato vittima dei disordini, credo che loro sapessero qualcosa in più ma non hanno fatto domande. Il nostro cecchino invece è nelle mani di mio zio: non sarà un medico, ma qualcosa di medicina la sa. Attualmente se ne sta prendendo cura nella nostra soffitta e nessun’altro la usa quindi non sarà un problema.” Guardai Galahad per qualche istante e questi sospirò. “Ho dovuto spiegare tutto ai miei zii e alle mie cugine, non l’hanno presa molto bene ma mi stanno aiutando.” Continuò sedendosi sulla sua sedia e parve perdersi nei suoi pensieri per qualche minuto.
 
“Tu come stai?” Mi domandò in fine guardandomi con fare interrogativo. “Lucida.” Mi limitai a dire. “Diana se non te la senti…” Iniziò Felicitis dolcemente ma la interruppi. “No. Ho bisogno di restare con la mente occupata, se resto sola coi miei pensieri faccio peggio.” Galahad si accovacciò sulla sedia come se fosse la più comoda delle poltrone. “Sì, anche io mi sento così.” Rispose guardando fuori.
Rimasi in silenzio per qualche istante poi Galahad riprese a parlare. “Garred e Vanilla arriveranno tra poco. Nohat invece… non è lucido, preferisce stare da solo per un po’, e non lo posso biasimare. Quando ho sentito suo zio mi ha detto che è riuscito ad addormentarsi dopo una notte in bianco, gli ho detto di non preoccuparsi.” Spiegò Galahad, un dubbio mi sorse.
 
“Perché non mi avete chiamata?” Domandai guardando il mio compagno che dopo qualche istante di esitazione rispose. “Perché credevo che saresti stata addirittura peggio di Nohat.” Sospirai, non aveva tutti i torti e un po’ mi aspettavo questa risposta.
“Il peggio è passato.” Era una grossa bugia ma in quel momento ero relativamente calma quindi forse riuscii a convincere il mio amico ma Felicitis mi diede un’occhiata che mi fece capire che lei non ci cascava in questa storia. Le sorrisi forzatamente per cercare di farle capire di non preoccuparsi per me ma era chiaro che avrebbe fatto come lei voleva.
 
Mezz’ora dopo arrivarono Vanilla e Garred. La prima era parecchio provata, non si era nemmeno truccata, cosa a dir poco impensabile per lei, mentre l’altro aveva gli occhi rossi e come mi vide abbassò lo sguardo e si accoccolò a me dandomi un abbraccio. “Diana… senti… io… non so come dirlo ma…” Strinsi gli occhi: sapevo che quello che voleva fare Garred era un gesto dolce ma in quel momento non dovevo pensare a queste cose. Così lo allontanai dolcemente e gli diedi un buffetto. “Tranquillo. Lo so. Stiamo tutti male.” Nell’ultima parte della frase la mia gola si incrinò, trassi un profondo respiro e mi imposi di calmarmi. “Ma adesso dobbiamo pensare a risolvere questo macello.” Decretai con una certa autorità.
Garred accennò di aver capito, scosse un po’ la testa come per scacciare i pensieri negativi e mi fece un sorriso d’incoraggiamento, uno vero e sincero, non c’era amarezza nei suoi occhi. Era davvero una potenza già all’epoca e non se ne rendeva conto.
 
“Allora.” Iniziai. “Felicitis, le prove?” Domandai tornando seria e professionale. L’interpellata tirò fuori una borsa e me le mostrò. “Le lasciavo sempre da Galahad e così faceva Garred dato che è l’unico tra noi ad avere una cassaforte.” Lo guardai sorpreso. “Ci tengo alcuni documenti per la banca, il passaggio di proprietà e… dei documenti....” Tossì un paio di volte nel tentativo di dissimilare qualcosa.
Guardai i ragazzi confusa, anche a loro non fu chiaro cosa stesse nascondendo.
 
“Fa nulla. Allora, come volete usarli?” Domandò Galahad tornando autorevole.
Mi soffermai a rifletterci un secondo. “Orion è al cento per cento dalla nostra?” Domandai guardando Galahad con fare interrogativo, questi fece una smorfia. “Sotto un certo punto di vista: è sicuramente stanco di questa situazione, ma, a quanto pare, finora non ha mai trovato una scusa per andarsene, forse se ci parliamo riusciamo a portarlo dalla nostra. Per di più il suo figlio più grande ha quasi tredici anni, credo che se facciamo pressione sul futuro dei suoi ragazzi lo convinciamo.”
Mi passai una mano trai capelli per cercare di chiarirmi le idee. “Uhm… sì, la trovo una buona idea ma non credo che dovremmo andare tutti quanti assieme, ritengo che la cosa più saggia sia che ci vadano solo un paio di persone per cercare di convincerlo. Io personalmente non credo di essere indicata: sono un’umana e sono stata io ad uccidere Malandrino, non mi ascolterebbe.” Constatai non riuscendo a trattenere un sorriso amaro.
 
“Sì, ehm… a tal proposito Diana…” Scostai lo sguardo verso Garred. “So che eri sconvolta eccetera, ma non pensi di aver… esagerato?” Mi domandò imbarazzato. Lo linciai con lo sguardo ma mantenni un tono di voce pacato. “No, non mi pento di ciò che ho fatto, anzi, avrei dovuto impiantargli una pallottola in testa appena ne avrei avuto l’occasione.” Dissi acidamente stringendo i pugni mentre sentivo quell’ira cieca tornare dentro di me. Garred come se ne accorse si scostò un poco, spaventato, mentre Felicitis mi strinse la spalla, le lanciai un’occhiataccia ma questa non si scompose di un centimetro.
“Purtroppo ciò che dice Garred è vero: se avessimo restituito il corpo avremmo avuto più probabilità di poterne uscire diplomaticamente.” Commentò Galahad e a quel punto lo guardai. “Non ascolteranno un approccio diplomatico.” Iniziai interrompendo il discorso del mio amico.
 
“Non sentiranno ragioni quando capiranno cos’è effettivamente successo: l’unica nostra opzione con queste persone è fargli più paura di quanto possano desiderare vendetta.” Spiegai afferrando la borsa e tirando fuori le foto, di cui una in particolare mostrava Idroel che entrava nel suo condominio e poi una con la sua famiglia.
“Se minacciamo loro, mettiamo a rischio le loro famiglie, li avremmo in pugno.” Notai la paura negli occhi dei miei amici ma proseguii. “Sapete meglio di me che i giudici e la S.C.A. agiscono sempre con il presupposto che la famiglia del imputato sia coinvolta in qualche modo, e, anche se non lo è, l’incidenza di ripercussione sulle famiglie è elevata.”
Mentre dicevo queste cose Galahad divenne pallido ma lo ignorai. “Quindi, se minacciamo loro solo come organizzazione otterremo qualcosa nel breve termine, ma se ricordiamo loro che ci sono anche le loro famiglie in ballo, i loro cari, i loro amici, i loro figli, ci lasceranno in pace. Serve un contratto in cui noi non disturbiamo loro e loro non disturbano noi, almeno per un po’ di tempo, perché, seriamente, se vogliamo sopravvivere non se ne parla di restare in questa città.” Spiegai con estrema calma: ero conscia che quello che stavo facendo era sbagliato ma, per grande sventura di questo mondo, ogni tanto il male è necessario.
 
“Ha senso.” Iniziò Vanilla che fino ad ora era rimasta silenziosa in un angolo. “Ma come facciamo con le nostre famiglie? E con la famiglia Longo? Che cosa possiamo fare?” Domandò Vanilla malgrado le costasse molto dire quel cognome e a me costò molto sentirlo.
Trassi un profondo respiro. “La mia starà meglio senza di me e sono agenti S.C.A., sanno badare a loro stessi.” Iniziai pacata mentre sentivo degli sguardi strani addosso ma non posero domande. “Quella di Galahad mi sembra di capire che abbiano reagito decentemente, o mi sbaglio?” Domandai rivolgendomi a lui, Galahad rimase in silenzio per qualche istante poi iniziò a parlare. “Sì, i miei zii hanno iniziato a pensare ad un possibile trasferimento nel istante di cui ne ho parlato. Pensano di tornare a Juil, dove vivono il resto dei miei zii ma… i miei genitori….”
Lo guardai confusa: non aveva mai nominato i sui suoi genitori, non una parola su chi fossero o cosa gli fosse successo, neanche il resto dei ragazzi sapevano nulla a riguardo, tutti noi credevamo che fossero morti. Galahad non sembrò farci caso e sospirò. “Fa niente, finché sono in prigione sono ironicamente nel posto più sicuro. Tanto non potranno uscire se non nel giro di… una decina d’anni. Per allora non sarà un problema.” Tutti noi lo fissammo increduli.
 
Un profondo silenzio pervase la stanza per qualche istante di troppo. “Non mi guardate così….” Iniziò Galahad che a quel punto si rese conto che ci doveva qualche spiegazione. “Sentite: hanno solo dato rifugio a un non-registrato, un presunto Antico, senza saperlo. Venti anni di prigione. Ma non hanno fatto nulla di male.” Sgranai gli occhi: troppe informazioni in una sola volta.
 
Non avevo mai sentito parlare più di tanto dei non-registrati prima d’ora. Sapevo che c’era questo problema di mancanza di censimento o di inaffidabilità di quest’ultimo in alcune regioni disperse del deserto, della savana, montane e in alcune isole al estremo nord, ma nulla di assurdo, non lo avevo mai considerato un problema.
Guardai Vanilla confusa e mi fece spallucce, anche lei non sapeva cosa fossero questi non-registrati. Lanciai uno sguardo a Garred ma era palesemente confuso. Mentre lo sguardo di Felicitis era diventato improvvisamente serio.
“Galahad… mi dispiace, ma… cos’è un non-registrato?” Domandò Garred confuso e imbarazzato, perfettamente conscio che rischiava di essere indelicato. “Non mi sembra che non essere registrati all’anagrafe sia un crimine così grave.” Continuò questi in imbarazzo.
 
Galahad sospirò come se fosse una situazione in cui si fosse ritrovato fin troppe volte. “Infatti non lo sarebbe se i documenti di identità non fossero così importanti per accedere a qualsiasi servizio.” Spiegò Galahad seccato.
“Pensateci: cos’è quella cosa che portate sempre con voi indipendentemente da quel che fate? In cosa Malandrino spendeva una grossa fetta della nostra refurtiva?” Domandò Galahad.
 
“Documenti falsi.” Realizzai sul momento. “Appunto, senza documenti non hai accesso a nulla, sei un fantasma. Spesso questi non-registrati sono soltanto figli di puttane o barboni, nulla di rilevante, ma alcuni di questi sono persone pericolose: figli di criminali, presunti Antichi e così via.” Capii da come nominò quell’associazione che per lui era poco più di una favoletta. “Ospitarne uno è un crimine al pari di dare rifugio ad un nemico dello stato. E tutto perché la S.C.A. e il governo hanno paura di un branco di favolette come gli Antichi, la magia e cose del genere!” Esclamò Galahad infuriato, una parte di me voleva dirgli che gli Antichi sono un problema reale per la S.C.A. e che la magia, a quanto pareva, era tutto fuorché morta ma me ne rimasi zitta, non era il momento di instaurare discussioni.
 
“Scusami Galahad, non volevo turbarti.” Sussurrò Garred in imbarazzo, Galahad fece un cenno di indifferenza. “Tranquillo, presto o tardi lo avreste scoperto. Non mi piace parlarne, tutto qua.” Si limitò a dire. E a quel punto sbatté le mani e se le strofinò. “Va’ bene, basta parlare di me. Abbiamo ancora tanti punti da dover chiarire e tra qualche ora la S.C.A. e la polizia inizieranno a fare ronde per i quartieri per evitare altre manifestazioni. Sbrighiamoci.” Decretò e mi trovai d’accordo con lui.
 
 
Parlammo per le successive tre ore di tutte le questioni da affrontare senza concederci alcuna interruzioni, ad un certo punto si unirono a noi anche gli zii di Galahad, mentre le tre cugine di questo, Isotta, Morgana e Viviana, ci spiavano da dietro la porta, chiaramente confuse ed incuriosite.
Paradossalmente in quelle tre ore sfiancanti riuscii a stare relativamente bene e ad essere produttiva malgrado mi sentissi enormemente spossata, era come se stare in mezzo a tutta questa gente, parlare, pianificare e ragionare mi stesse prosciugando le energie.
Verso le cinque ero chiaramente a pezzi, non riuscivo a parlare decentemente e ci mancò poco che iniziassi a vedere doppio. La zia di Galahad, la signora Ginevra, fu abbastanza gentile da prepararmi un bibitone energetico che mi tirò un po’ su prima di prendere l’autobus per tornare a casa, ma servì a poco: camminavo inciampando sui miei stessi passi, avevo un mal di testa tremendo e l’orecchio aveva iniziato a fischiare nuovamente.
 
Mentre parlavamo, e sotto insistenza di Felicitis, lo zio di Galahad, Tristano, aveva dato un’occhiata al mio orecchio ma dato che rispondevo agli stimoli uditivi si era limitato a consigliarmi di evitare rumori forti nei prossimi giorni e di andare dal medico se persisteva.
 
Raggiunta la vettura mi afflosciai sul sedile e non pensai più a niente per diversi minuti ma sentivo che quel nulla, quel vuoto stava tornando. Tentai di mantenere la mente occupata guardando fuori dal finestrino ma ciò che vidi non fu un bello spettacolo. Alcuni negozi erano chiusi ma la maggior parte erano aperti mettendo in bella mostra i segni della notte precedente: vetrine spaccate, segni d’effrazione e, nei casi più estremi, c’erano segni d’un incendio, probabilmente causato da una molotov. Per i marciapiedi e per le strade c’era del sangue e addirittura blocchi della polizia. Mi bastò quel occhiata per distogliere lo sguardo e mi domandai come avevo fatto a non accorgermene prima: ce l’avevo sempre avuto davanti al naso. Mi bastò riflettere un po’ per capire che semplicemente avevo deciso di non guardare. Era molto più semplice fingere che nulla fosse accaduto che soffermarmi sulla tragedia che mi circondava. Come me ne accorsi mi sentii miserevole, potevo percepire quanto i miei problemi fossero miserevoli rispetto a quelli di molte altre persone, eppure mi sentivo schiacciare da questi. In preda alla frustrazione strinsi il mio biglietto con maggiore forza di quello che avevo creduto poiché lo ridussi ad una piccola, minuscola ed insignificante pallina di carta nel tempo che impiegai a raggiungere casa mia.
 
Una volta scesa dalla fermata una parte di me voleva tornare a casa, buttarsi nel letto, non pensare a nulla e sfogare quella sensazione opprimenti che mi stava attanagliando il petto. L’altra voleva rendersi utile, fare qualcosa: ma ero troppo stanca per fare qualsiasi cosa, figurarsi aiutare nel volontariato. Pensai che un’alternativa fosse fare qualcosa di rilassante, che mi distraesse, e magari tornare più tardi, ma scartai l’idea. Se fossi andata al parco avrei pensato a Giulio, non avevo alcun tipo di appetito, anzi, avevo una certa nausea, il cinema era chiuso e non ero neanche del umore adatto per un film, e bastò una breve occhiata al mio portafoglio per rendermi conto che d’ora in avanti avrei dovuto fare economia quindi non se ne parlava di spendere soldi inutilmente.
 
Mi trascinai verso casa ma mentre lo facevo pensieri oscuri mi annebbiarono la mente. Cercai di scacciarli ma essi si infiltravano inesorabili.
Il ricordo della mattina precedente, la pistola, la pallottola, il mio desiderio di morte, il dolore per la morte di Giulio, il senso di vuoto che mi aveva lasciato, il suo corpo insanguinato che avevo dovuto spostare da una parte all’altra, le sue ultime parole, il nostro freddo e ferroso ultimo bacio, poi il desiderio distruttivo, l’omicidio di Malandrino, la cieca di vendetta, la rabbia cocente che mi aveva investita, una rabbia così simile a quella che avevo provato verso i miei genitori, il desiderio di primeggiare su di loro, l’odio che sentivo nelle mie vene così lontano dall’amore che la famiglia Longo mi aveva donato, proprio io che ero la causa delle loro sofferenze, l’orrore nel rendermi conto delle condizioni di Meddelhok. E mille altri pensieri annebbiarono la mia mente come un uragano.
Senza rendermene conto mi accasciai a terra e iniziai a perdere lucidità. Mi mancava il respiro, non sentivo più nulla a parte il fischio che mi riempiva le orecchie e la nausea che era divenuta più prepotente: dovevo vomitare.
Non ressi un minuto, vomitai e piansi per lo sforzo mentre cercavo di respirare. Mi appoggiai al asfalto per cercare di non cadere a terra, sentivo già il secondo colato che fuoriusciva. Respirai affondo per un paio di volte e cercai di recuperare la lucidità ma non servì a nulla, vomitai di nuovo ma questa volta non uscì quasi nulla.
 
Ricordo una grossa mano gentile iniziò ad accarezzarmi la schiena, chiedeva se stessi bene, se mi servisse qualcosa, ma non la sentivo veramente, e poi altre voci altre parole, altra gente. In preda alla confusione mi alzai, qualcuno cercò di bloccarmi ma lo ignorai, mi strattonai via e scappai verso casa, corsi lungo le rampe di scale malgrado non riuscii più bene a capire dove fossi.
 
Raggiunsi casa sbattendo contro la porta e cercai di recuperare le chiavi ma non ci riuscivo, le mie mani tremavano così tanto da non permettermi di afferrare le chiavi, la mia vista era appannata dalle lacrime e il mio respiro si faceva sempre più accelerato malgrado stessi tentando di controllarlo.
Dovevo calmarmi, dovevo placare il mio respiro, dovevo trovare la lucidità. Disperata cercai dentro di me: un ricordo bello, qualcosa di felice, qualcosa che mi permettesse di andare avanti, una qualche speranza per questo schifoso mondo di merda.
 
Fu lì, nel apice della disperazione, che mi ricordai qualcosa di stupido a cui non pensavo da tanto tempo. Ripensai a mia nonna e al modo in cui lei mi accarezzava, alle merende che mi preparava quando tornavo da scuola, ai pomeriggi passati con lei fuori città, nei campi aperti assieme ai miei compagni, alle ore che dedicava a raccontarmi storie quando i miei genitori stavano via, alle innumerevoli volte che mi aveva curato per via della febbre o qualche altra malattia, all’ultima cena che avevo avuto con lei, al suo ultimo bacio, al suo ultimo abbraccio, così caldo, così avvolgente, così bello, così simile a quello di….
“Giulio…” Realizzai in un sussurro con un sorriso amaro. Fu allora, dopo qualche lungo momento in cui ripresi un respiro regolare, che riuscii a vedere quel che mi circondava, contemporaneamente le mie mani smisero di tremare quel tanto che bastava affinché potessi inserire le chiavi nella serratura.
 
Una volta entrata mi obbligai a prendermi cura di me stessa: dovevo lavarmi, dovevo cambiarmi, dovevo mangiare. Perché solo se mi prendevo cura di me stessa domani sarei riuscita a fare quel che dovevo. Quando conclusi tutti i rituali che mi ero imposta crollai a letto addormentata malgrado fossero solo le sette.
 

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Capitolo 21
*** 20. Trattazione e accettazione ***


Note dell'autrice: mi scuso in anticipo per i potenziali errori di battitura e/o grammaticale, ho avuto poco tempo per la revisione purtroppo.
Detto questo, mancano ufficialmente 2 capitoli alla fine della prima parte! Spero che la storia continui ad appassionarvi e che mi possiate perdonare per gli aggiornamenti così lontani l'uno dal altro.
A presto!





20. Trattazione e accettazione
 
 
 
Il giorno seguente, verso il tardo pomeriggio, raggiunsi la base dei Rivoluzionari conscia che se qualcosa andava storto era la fine.
Mi ero portata dietro un coltello e avevo preso la pistola dal cassetto di mio padre, non perché desiderassi usarle, ma per essere certa di non trovarmi impreparata d’innanzi allo scenario peggiore.
 
La prima che incrociai fu Felicitis che mi saltò addosso stringendomi con forza, cosa che fece anche Vanilla ma in maniera meno teatrale limitandosi ad un fuggevole abbraccio. Garred mi strinse dolcemente un braccio per farmi forza ma era chiaramente terrorizzato, si vedeva lontano un miglio che stava tremando. Galahad era estremamente rigido in ogni movimento ma lessi nei suoi occhi verdi che era pronto al peggio e, dal mondo in cui mi salutò, capii che vi era un’estrema determinazione in lui. Nohat invece mi preoccupò: aveva l’aria di uno che non aveva dormito tutta la notte e il suo sguardo da bestia incattivita mi preoccupava ma oramai non potevamo tornare in dietro.
Appena finirono di salutarmi mi ritrovai una dozzina di occhi addosso. “Sei sicura che funzionerà?” Mi domandò Galahad con un’autorità che mi trasmise la sicurezza che mi mancava. “No, ma non fare nulla significa condannare noi e mettere a repentaglio le nostre famiglie. Abbiamo fatto del nostro meglio, e questo mi rassicura, ma a questo punto non sono in grado di dire come andrà: o la va’ o la spacca.” Dissi entrando nel cunicolo che ci avrebbe portato al rifugio.
 
Quando arrivammo nella sala l’intero gruppo dei Rivoluzionari ci stava fissando e non nel migliore dei modi. “Ragazzi.” Ci salutò Orion avvicinandosi per sussurrarci qualcosa. “Dov’eravate finiti? Siete in ritardo e non so per quanto riuscirò a tenerli buoni: la mia autorità è in discussione in questo momento.” Ci informò Orion con fare preoccupato e seccato. “Scusate il ritardo ma dovevamo sistemare una faccenda prima di venire.” Dichiarai con calma per farmi sentire da tutti. “E cosa ci sarebbe di così importante, eh?” Mi incalzò Idoler furioso, mi limitai a lanciargli uno sguardo di sufficienza. “La qual cosa non ti riguarda, forse.” Mi limitai a dire sedendomi su uno dei divani ed invitando gli altri a seguire il mio esempi, mentre controllavo che la pistola fosse al suo posto.
“Come osi mancarmi di rispetto?” Esclamò Idroel mentre Galahad e Felicitis, anche se questa ebbe dei tentennamenti, seguivano il mio esempio. “Non sei un mio superiore Idoler. Quindi sta’ zitto.” Decretai serissima lasciando di stucco il giovane gargoil per qualche istante. Non gli lasciai il tempo di riprendersi e iniziai a parlare. “Immagino che molti qui desiderino la mia pelle.” Scherzai ostentando sicurezza anche se dentro di me stavo tremando da capo a piedi. “La mia e quella di chi mi ha aiutata.” Sottolineai lanciando uno sguardo ai ragazzi.
“Non faranno scemenze, adesso sono io il capo dei Rivoluzionari.” Disse Orion facendo da garante per noi. “Non è detto.” Disse qualcuno dei presenti ma bastò un’occhiata da parte di quella montagna di muscoli incazzata per farlo tacere. “Non ti preoccupare Orion, noi ce ne andiamo: lasciamo i Rivoluzionari.” Mi limitai a dire con calma.
Sentii Galahad lanciarmi un’occhiata preoccupata: si fidava di me e sapeva che ero quella che faceva più paura nel gruppo ma stavo giocando un gioco pericoloso.
 
“Come prego?” Disse Idorel irritato. “Ce ne andiamo, abbandoniamo questa merda, poiché tutto quello che abbiamo fatto finora non avrebbe cambiato di un decimo questo mondo, anzi avrebbe peggiorato la situazione.” Specificai con estrema tranquillità ma mantenendo sotto stretto controllo ogni più piccolo movimento dei presenti. Malgrado Orion avesse proibito di portare armi dubitavo che tutti avessero rispettato quel divieto.
 
“La gente comune ha paura di questi movimenti e li teme come teme la Mafia, la polizia, la S.C.A. o l’esercito. Se vogliamo che il popolo stia dalla nostra parte, che desideri il cambiamento, che ci appoggi, dobbiamo smette di fare rapine e sciocchi tentativi di intralciare la S.C.A., dobbiamo dare alla gente la possibilità di un mondo migliore.” Intervenne Galahad tirando fuori tutto il suo coraggio.
“Una scelta?” Chiese qualcuno scetticamente, confuso dal improvviso discorso. “Sì, una scelta: volete sottoporvi ad un regime ingiusto o creare un mondo nuovo, viverci e ricominciare da capo?” Chiese lui guardando i presenti con estrema attenzione.
 
“Non è quello che stiamo facendo?” Chiese Idoler seccato, gli lanciai un’occhiata di disgusto. “No.” Intervenni. “Non vi sono bastati i morti trai civili che Malandrino ha voluto? E volete che vi dica tutto? Malandrino avrebbe usato il drago per bruciare Meddelhok e basta, si sarebbe fatto ammazzare nel giro di un paio di giorni da qualcuno. Dal suo gesto non ne sarebbe venuto nulla. Avrebbe solo portato a macerie e migliaia di morti innocenti. Quello che abbiamo fatto finora non serve a niente, anzi peggiora solo la situazione.” Spiegai con estrema calma mentre passavo la parola a Galahad.
“Concordo. Se si vuole cambiare questo stato bisogna farlo con l’informazione e con l’istruzione, creare un’alternativa, diffondere nuove idee, non la paura e l’ignoranza, quella è l’arma preferita dalle forze del ordine e dal nostro stato. Se continuiamo così non saremmo meglio di tutte quelle persone che diffondono false notizie o attaccano i non-umani per piacere.” Quella parola non era un termine nuovo, ma quella fu la prima volta che lo sentii usare da qualcuno in un discorso e sentii che quel piccolo cambio d’espressione era importante, ancora discriminante certo, ma fondamentale. “Se invece dimostrassimo al mondo che noi tutti abbiamo pari diritti, pari possibilità e che tutti possono diventare ciò che vogliono, se facciamo aprire gli occhi al mondo, forse riusciremo a creare il mondo che desideriamo.”
 
Non so chi osò interrompere Galahad ma qualcuno borbottò qualcosa di simile a questo “Eccolo un altro che crede che basti scendere in piazza e protestare per cambiare il mondo, che disilluso. Tanto vale ammazzarsi.”
In quel istante Galahad fissò con fare omicida il ragazzo che aveva parlato e riprese a parlare con nuova determinazione. “Non sto parlando di una banale protesta, ma di una vera e propria rivoluzione, non solo per le strade, in combattimenti o manifestazioni, ma un movimento che coinvolgerà tutti, anche gli uomini che riusciranno a vedere aldilà del loro naso.” Gradii l’occhiata che mi rivolse come a sottolineare che umani così esistevano.
“Parlo di soverchiare il vecchio stato e di crearne uno nuovo, ma senza più infettare con il terrore tutto e tutti.” Lo ammetto non fu la sua migliore orazione ma forse è meglio così.
 
“Voi sete pazzi!- Nessuno ci ascolterà!- Belle parole ma a fatti non è possibile!” Urlò più di qualcuno nella folla.
“Parli facile, ragazzino.” Iniziò Idroel guardando con disprezzo Galahad che rispose stoicamente ma non mi sfuggì il fatto che le sue mani tremassero. “Ma forse ti sei dimenticato di un piccolo dettaglino: avete mandato a puttane mesi, che dico, anni di preparativi, ucciso il nostro capo e state tenendo in ostaggio alcuni dei nostri uomini. Con questa premessa avremmo dovuto ammazzarvi nello stesso istante in cui siete entrati. Ma non lo abbiamo fatto solo perché questo vecchio verme di palude si è rammollito.” A quelle parole sentii che Orion avrebbe potuto rompere questa situazione di stallo e ammazzare Idroel, ma non ne ebbe il tempo.
 
“Accuse pesanti per un coniglio che non ha mai partecipato ad una missione da quando è salito di grado.” Commentai portando l’attenzione su di me. “E, anche se fosse, Malandrino era un pazzo malato, e tu lo sai: sarebbe stato la rovina di tutti. Vi abbiamo fatto un favore ad ucciderlo.” Decretai serissima sfidando Idroel. “Io sono qui per informarvi che usciamo dai Rivoluzionari ma intendo continuare a combattere in ciò in cui crediamo, se qualcuno vuole seguirci è libero di farlo. Oppure….”
A quel punto presi la valigia e mostrai loro le foto, i documenti, tutto. Idroel fece per afferrarne una ma lo bloccai con un colpetto. “Credo che tu sappia cosa sono anche senza guardale meglio, vero Idroel? Dubito che tu non sappia riconoscere tua moglie e tuo figlio quando li vedi.” Sussurrai minacciosa, subito tutti i presenti si sporsero e rabbrividirono al unisono.
 
“Tu… schifosa puttana!” Con questo urlo furioso Idroel provò ad assalirmi. Senza esitazione lo bloccai e lo schiantai a terra per poi puntargli il coltello alla gola. “Non vi uccideremo e non diremo nulla a nessuno. Ma minacciate noi, le nostre famiglie, i nostri cari e pensate anche solo lontanamente di infastidire i Longo e un uccellino canterà. Ricordatevi che conosciamo tutte le vostre basi, i nascondigli, i crimini, le vostre facce e i vostri nomi. Con queste prove se siete fortunati vi uccideranno subito, ma le vostre famiglie non conosceranno mai la pace.” A quelle parole Idroel fissò Orion in cerca di aiuto ma questi lo ignorò e capì che, oramai, era dalla nostra parte.
“Se… se parlate anche voi sarete coinvolti.” Rispose Idroel tentando di spaventarmi ma in risposta sorrisi divertita. “Oh, davvero? Ci stenderanno un tappeto rosso e ci grazieranno quando sapranno che siamo stati noi ad impedire la cattura del drago e che glielo abbiamo reso.” Risposi, stavo mentendo, e chi stava con me lo sapeva.
“Che cosa!?!” Urlò Idroel terrorizzato, gli lanciai uno sguardo divertito. “Tu non hai idea di quanto una mente distrutta sia facile da manipolare. Ho mandato una soffiata giusto l’altro giorno alla S.C.A. rivelando il nascondiglio che avevamo trovato per il drago. Adesso è di nuovo nella sua gabbia.” Risposi tornando a concentrarmi su Idroel conscia che dovevo svolgere la parte della cattiva fino in fondo. “E poi, a chi credi che la gente crederà? A voi? Una manica di criminali, ladri, terroristi che ogni singola razza disprezza, oppure alla brava ragazza umana, figlia di agenti S.C.A., rimasta incastrata da questi per proteggere i suoi cari amici Altri?” Nella mia vita ne ho dovute dire di cazzate, ma credo che questa le batta tutte, mi facevo schifo da sola.
Tuttavia ottenni l’effetto desiderato: crollò il silenzio più totale e capii che tutti erano terrorizzati. “Vi ripeto l’accordo: voi lasciate stare noi e le nostre famiglie, in cambio noi vi lasceremo stare. Mi sembra equo.” Decretai sistemando il coltello nel fodero.
 
Idroel strisciò via terrorizzato e si massaggiò il punto in cui il metallo gli aveva sfiorato la pelle. “Non intendi fare nulla?” Domandò questi ad Orion più per avere conferma della sua posizione che per schernirlo.
“Sì, intendo seguire l’esempio di questa poppante che ha più cervello di tutti voi messi assieme. Avrei doluto mollare Malandrino anni fa, questa è la giusta occasione.” Decretò Orion lanciando un’occhiata al resto del gruppo. “Questa ce la paghi orco. Ti ricordo che so dove vivi.” Disse Idroel tentando di spaventarlo. “Anche io so dove vivi, mezza calzetta. Ma mi sa che questi signorini sanno qualcosa di più interessante, o sbaglio?” Specificò Orion per poi fissare i miei amici che erano ancora scioccati dalla scena, in particolare Felicitis era rimasta terrorizzata, mentre Garred stava sorridendo con ammirazione.
“Muovete le chiappe giovinotti o questi vi sgozzano adesso.” Disse Orion ridestando i miei amici che mi seguirono fino al uscita, raccattando i documenti nel processo.
 
“Allora che si fa capo?” Non mi voltai, sentivo che Garred si stava riferendo a Galahad ma mi sbagliavo. “Diana?” Solo quando sentii la voce di Galahad mi voltai: c’erano Felicitis, Nohat, Garred, Galahad, Vanilla e Orion che mi stavano fissando ed erano pronti per un nuovo inizio. Sapevamo che per quello che volevamo fare ci sarebbero voluti anni, solo non immaginavamo quanti, molte più persone, ma non avrei mai immaginato quante, e il prezzo da pagare sarebbe stato salato, estremamente. Eppure eravamo pronti. Trassi un profondo respiro. “Direi di iniziare con l’ampliare il gruppo.” Decretai con un mezzo sorriso.
 
 
Per i seguenti due giorni iniziammo a discutere su come agire a partire da ora ma, a parte l’accennare il fatto che dovevano informare le nostre famiglie e andarcene da Meddelhok il prima possibile, non accordammo su niente.
Il 30 aprile arrivò la lettera dei miei compagni di Lovaris che mi informava che il drago era arrivato e stava bene e che lo avrebbero tenuto nascosto nel bosco per le successive settimane dato che si stavano aggirando diversi agenti S.C.A. per tutta la catena montuosa della Luna. Gli scrissi pregandoli di stare attenti e di tenermi informata e accennai loro la possibilità che appena conclusi gli esami sarei tornata a Lovaris per un po’, ma che non sapevo ancora quando.
 
Ma questi eventi avvennero nel pomeriggio. Poiché mattina tornai a scuola.
La sicurezza era aumentata a dismisura e, avendo previsto questa cosa, ero stata bene attenta a non portarmi dietro niente di vagamente contundente. Vanilla era accanto a me mentre veniva perquisita e notai che gli agenti si stavano comportando come se fosse una criminale: non perché avessero prove, ma perché era una strega. Vanilla non disse nulla ma notavo nei suoi occhi quella sensazione bruciante e distruttiva che collideva con la sua rassegnazione dovuta alla consapevolezza che se reagiva, se protestava, avrebbe solo peggiorato la sua posizione.
Per assicurarmi che non facessero mosse strane con lei rimasi all’entrata scrutando la guardia che stava attuando la perquisizione. Potei notare come fu estremamente meticoloso: prese ogni singolo oggetto nello zaino di Vanilla e lo scrutò con attenzione, controllò anche la sua busta con gli assorbenti causando un piccolo scompiglio generale. Me ne rimasi zitta solo perché avevo la stessa consapevolezza della mia amica e poiché sapevo che non potevo più concedermi il lusso di combattere ogni singola battaglia.
 
“Bastardi.” Sussurrò Vanilla una volta conclusa l’ispezione, stava rimettendo tutte le sue matite e penne dentro al astuccio mentre io riponevo le schede dentro alle buste apposite. “Non serviva controllare così affondo.” Continuò a borbottare.
In muto accordo decidemmo di restare lì assieme ad aspettare il resto dei ragazzi, non si sapeva mai.
 
Il primo ad arrivare fu Nohat che era più pallido del solito, aveva chiari segni di occhiaie e l’aria di uno che non si faceva una dormita decente da almeno una settimana. Con mia grande sorpresa subì l’ispezione passivamente senza aggiungere una parola e, una volta conclusasi, afferrò maldestramente tutti i suoi libri e iniziò a sistemarle dentro allo zaino seduto sul pavimento. Non volle e non chiese il nostro aiuto, ma notai come Vanilla fosse preoccupata per lui e mi lanciò un’occhiata di preoccupata e incerta sul come comportarsi. Le feci un cenno per farle capire di concedergli un po’ di tempo e di lasciarlo stare, conscia che intervenendo avremmo solo ferito il suo orgoglio.
Felicitis arrivò poco dopo ed era terrorizzata dai modi degli agenti di polizia. Tuttavia rimase zitta a capo chino e subì tutto, quando finirono era quasi scoppiata a piangere. Lanciai un’occhiataccia al agente che aveva ispezionato Felicitis e mi segnai il numero di matricola, cucito in bella mostra accanto al distintivo, nel diario per non scordarlo.
Garred paradossalmente fu quello che con pochi sorrisi e qualche battuta riuscì a non farsi ispezionare più di tanto. Noi tutti gli lanciammo un’occhiata sorpresa e questi ci sorrise imbarazzato. “Andiamo ragazzi non fate quelle facce, non è niente di nuovo.” Non riuscii a trattenere un sorrisetto divertito: non si era reso neppure conto di quel che aveva fatto. “Allora ragazzi andiamo in aula? Faremo tardi se restiamo qui!” Esclamò Garred afferrando il suo zaino e iniziando a camminare verso la sua aula, stavo per imitarlo quando un bidello iniziò ad annunciare che le attività scolastiche della prima ora erano sospese e che dovevamo dirigerci verso l’aula magna.
 
Noi ragazzi seguimmo il flusso fino ad arrivare davanti ad un’aula enorme piena di sedie mezze rotte con un piccolo palco dove c’era lo stretto necessario per una lezione: una lavagna enorme, una cattedra e qualche sedia extra. Normalmente veniva usata per le conferenze o gli esami. Tuttavia, quel giorno, c’erano drappi neri al esterno e quattro foto lasciate in bella mostra sulla scrivania e non fu necessario vedere il viso sorridente di Giulio per capire cosa stesse succedendo.
 
La notizia della morte di Giulio era giunta a scuola prima di quel che credessi, e, a quanto pareva, non era stata l’unica vittima: altri quattro ragazzi erano morti durante quella notte, un'altra decina erano in ospedale e la professoressa di Storia era in una condizione simile.
A quanto pareva, per celebrare il ricordo dei ragazzi, avevano deciso di attuare una riunione con tutti gli studenti nell’aula magna.
 
Dopo una prima esitazione mi sedetti in prima fila assieme al mio gruppo d’amici e un paio di professori. Sentivo dietro di me il pianto di un ragazzo che intuii essere nella mia stessa situazione dato che c’era anche una ragazza lì in mezzo. Non osai voltarmi ma solo sentire il nome della ragazza venire pronunciato a mezza voce da uno degli amici del ragazzo mi fece stringere lo stomaco. L’idea che quello sarebbe potuto essere Giulio se fossi morta mi stava torturando e turbando più del dovuto.
 
La preside salì sul palco e iniziò a parlare. “Oggi, miei cari ragazzi, siamo qui per ricordare alcuni nostri cari studenti: Antonio Rovereto, Susanna Massani, Enrico Albiero e Giulio Longo. Morti tragicamente durante i disordini della scorsa settimana. Prego tutti i presenti di attuare un minuto di silenzio in memoria di questi ragazzi e, se poi ci sarà qualcuno che lo desidera, dire due parole in memoria di questi giovani.”
Con queste parole la preside suonò una campanella per segnare l’inizio del minuto e vi fu religioso silenzio nel aula magna. Evento più unico che raro a pensarci.
Teoricamente avrei dovuto pregare ma non riuscivo a farlo in quel momento, ero troppo presa dal guardare quelle quattro piccole foto che erano state disposte sulla cattedra che occupava il centro del palco sopraelevato. Il più giovane doveva avere un paio d’anni in meno di me e Giulio era probabilmente il più grande. Quasi inconsciamente portai una mano al ciondolo a forma di quarto di luna e lo strinsi con forza.
In quel istante la preside suonò nuovamente la campanella per segnare la fine del minuto e allentai la presa. Abbassando lo sguardo mi seri conto di aver lasciato il segno della luna sulla mia mano e mi resi conto di quanta forza avessi usato.
 
“Qualcuno vuole intervenire?” Domandò la preside timidamente. Trassi un profondo respiro e lanciai un’occhiata ai ragazzi che mi fecero un cenno d’incoraggiamento, a quel punto mi alzai conscia che probabilmente mi stavo per fare del male da sola, eppure sentivo che era la cosa giusta da fare.
“Sì? Signorina Dalla Fonte?” Per attirare l’attenzione della preside mi ero alzata e le feci un cenno per chiedere il permesso di prendere la parola. La preside per un istante parve confusa.
 
Sentii un brusio formarsi tra le prime file. La preside pareva leggermente interdetta al inizio, probabilmente non se lo aspettava da me, ma mi concesse il palco.
Lanciai un’occhiata all’aula, non era enorme e la mia voce sapevo essere abbastanza potente da farsi sentire anche tra le ultime file. Così presi un bel respiro e incominciai il discorso che mi sentivo ribollire dentro.
 
“Non avuto modo di conoscere Antonio, Susanna ed Enrico, però vorrei dire due parole sul ultimo ragazzo, l’unico che ho potuto conoscere.” Sentii qualcuno tossicchiare ma comunque andai avanti. “In quest’anno ho avuto modo di legarmi molto a Giulio. Ho imparato ad apprezzare quella splendida persona che era e a conoscere e accettare i suoi difetti. Ho imparato a comprendere i messaggi nei suoi sguardi e a cosa dovevano i suoi sbalzi d’umore impercettibili ai più. E ho scoperto parti di lui che ad un primo sguardo non mi sarei mai aspettata.”
Iniziai a vedere negli occhi di molti della sorpresa e a guardarsi intorno. “Era totalmente dedito alla sua famiglia e alle persone a lui più care, capace di leggere ciò che gli altri provavano e capirne i bisogni senza lasciarsi mettere i piedi in testa. Amava lo studio e dimostrare la sua bravura spesso anche solo per soddisfazione personale. Sapeva consolarti, sorreggerti, darti l’amore che serviva a farti vivere e sapeva vedere oltre.” Trassi un profondo respiro per calmarmi e ripresi il discorso. “Questo era Giulio e vorrei che fosse così che voi lo ricordaste. E non come uno dei tanti morti.” L’ultima frase mi morì in gola e delle lacrime scesero sulla recente cicatrice che scacciai con un gesto seccato della mano. “Vi ringrazio.”
 
Sentii un timido applauso partire dalle prime file e poi espandersi a macchia d’olio. Con lentezza mi risedetti al mio posto. “Sei stata molto brava.” Mi incoraggiò Felicitis con le lacrime agli occhi. “Hai fatto la cosa giusta.” Sussurrò con un mezzo sorriso a cui risposi.
Fu allora che la preside riprese a parlare. “Grazie, Diana, per l’intervento.” A quel punto seguì qualche minuto di silenzio in cui la preside chiese se c’era qualcun altro disposto a parlare ma nessuno se la sentì.
 
“Bene, allora ehm…” La preside guardò in direzione della porta leggermente nervosa e osservai a mia volta: c’era un ufficiale della S.C.A. al entrata e un pezzo grosso della polizia di Meddelhok, lo intuii dalla divisa borghese. “Ora un po’ d’attenzione prego.” Disse la preside ristabilendo il silenzio a seguito del brusio che il mio discorso aveva causato soprattutto tra gli studenti non-umani ma anche gli umani avevano dei commenti da fare, tuttavia nessuno osò proseguire. “Dato che abbiamo di già compianto i vostri compagni leggerò una comunicazione della S.C.A. e della polizia di Stato.”  Quell’informazione più che irritarmi mi incuriosì. Nohat pareva piuttosto infastidito dalla cosa e notai che stava per aprire bocca ma Garred lo bloccò prima che compisse qualche pazzia e intuii che anche lui era incuriosito.
“Se qualcuno fosse a conoscenza di attività illegale da parte di alcuni dei vostri compagni, familiari o conoscenti è pregato di fare rapporto alla stazione di polizia più vicina.” Iniziò la preside ma fu costretta a fermarsi l’agente S.C.A. era salito sul palco e, dopo un breve cenno della mano, iniziò a parlare.
In un’altra occasione mi sarei divertita a vedere l’autorità di quella donna venire calpestata in questo modo ma dallo sguardo che lei fece capii che probabilmente la situazione era più grave di quel che credevo e che probabilmente quel tizio era più influente di quel che credessi.
 
“Miei cari ragazzi, comprendo che per molti di voi la notizia della perdita dei vostri compagni sia un grosso motivo di shock ma adesso vi richiediamo la vostra collaborazione come cittadini.” Iniziò l’agente che compresi essere ad un rango superiore a quello di mio padre. “È giunta voce che il gruppo terroristico dei Rivoluzionari possa essere entrato in contatto con alcuni gruppi di studenti. E siamo tutti piuttosto positivi sul fatto che sia stato questo gruppo ad orchestrare le sommosse di cinque giorni fa.” Una parte di me si preoccupò: se avevano scoperto delle sommosse non escludeva che sapessero che eravamo stati noi a liberare il drago. “Ora se qualcuno è a conoscenza di qualcosa, anche minuscola. È tenuto a fare rapporto immediato, questi terroristi vanno stanati e impiccati.” Continuò l’agente con fermezza, notai il terrore di diversi miei compagni Altri, soprattutto quelli più giovani che erano stati presi di mira dagli occhi scuri del agente. Questi poi lanciò un’occhiata al mio gruppo.
“Anche se fosse qualcuno di caro.” Continuò con i suoi occhi agghiaccianti ma per un istante si soffermò su di me, sorpreso, probabilmente non vedeva molti umani in mezzo ad Altri, lo dovevo aver sorpreso.
Lasciai che un sorrisetto strafottente comparisse tra le mie labbra i Rivoluzionari erano un gruppo di Altri misto ma da quel che sapevano nessun umano faceva parte del gruppo, con questa mossa avevo allentato il sospetto dai miei compagni almeno un po’.
 
“Grazie per lo splendido intervento agente. È stato molto incisivo.” L’uomo soffermò il suo sguardo su di me un altro istante ma proseguì col discorso. “Dovere signora.” Disse dileguandosi all’entrata senza degnare d’uno sguardo la preside.
 
“Bene ragazzi, ora un’ultima notizia.” Disse la preside facendo tornare lo sguardo su di lei. “Dato che la professoressa Dentilli è ricoverata al ospedale. Abbiamo dovuto trovare un supplente per i prossimi mesi. Ragazzi, vi presento il professor Da Sair.” In quel momento un umano dalla pelle scurissima e i tratti tipici dei nomadi del deserto si fece avanti. Garred mi tirò la manica e mi avvicinai. “Che c’è?” Domandai innervosita. “È il tizio che stava col fotografo, quello fissato con gli scatti a tradimento.” Lanciai uno sguardo più accordo: era proprio lui e dallo sguardo che mi lanciò capii che anche lui aveva riconosciuto noi.
 
Ovviamente quella stessa mattina avevo Storia. Il professor Da Sair riuscì, con mia grossa sorpresa, ad imbrigliare la classe velocemente approfittando del fatto che stessimo finendo di studiate la seconda metà del millenovecento per farci un approfondimento sui moti del 1964 e fece un parallelo con i moti precedenti, non parlò di quello appena avvenuto dato che “a scuola non si parla di politica” ma da come parlava la sua posizione era intuibile ad un occhio accorto. Per giunta fu la prima volta che la Storia mi appassionò: fino ad ora avevo studiato solo date, fatti e avvenimenti senza mai approfondire sul senso o sulle motivazioni di questi, invece così riuscii non solo a seguire ma anche ad intervenire, cosa che generalmente in Storia non facevo se non ero interpellata. Mediamente ero conosciuta per alzare sempre la mano alle lezioni di Diritto ed Economia e un po’ a Matematica ma a Storia spesso non prendevo neppure appunti, invece mi ritrovai a stenografare tutta la lezione parola per parola sotto lo sguardo sconvolto di Felicitis.
 
Conclusasi la lezione il professor Da Sair mi bloccò alla cattedra. “L’ho vista particolarmente presa dalla lezione, signorina…?”  “Dalla Fonte.” Risposi prontamente con Felicitis che mi fissava dalla porta leggermente a disagio. “Ho notato che ha preso parecchi appunti. Potrei vederli.” Glieli porsi senza fare tante storie anche se già sentivo i rimproveri per aver stenografato, di solito i professori mi bacchettavano o riprendevano per questa mia abitudine, ma io continuavo a farlo. “Stenografia, non la vedevo da quando andavo alle medie, credevo che con l’avvento delle macchine da scrivere non si usasse più.” “Me l’ha insegnato mia nonna.” Mi limitai a dire nervosa, sapevo che la stava prendendo larga per restare solo con me e Felicitis. “Uhm, affascinante. Ma sarebbe meglio che prendesse appunti con la bella grafia.” “Così è più veloce.” Mi limitai a dire trafiggendolo con lo sguardo: come face ad essere così calmo.
In quel istante uscì l’ultimo ragazzo.
 
“Bene.” Sussurrò tranquillo il professore. “Le volevo fare le mie condoglianze per il ragazzo, era una brava persona.” Trassi un respiro pesante con fare irritato, sembravano condoglianze sentite ma data la situazione non ne ero così sicura. “La ringrazio ma so che non mi sta tenendo qui per la stenografia o perché mi è piaciuta la sua lezione. Siamo qui per parlare del suo amante o sbaglio?” Domandai incrociando le braccia. “Compagno. E sì.” Disse guardandomi con fare preoccupato. “Crede che lo direi in giro?” Domandai nervosa. “Ragazzina non mi hai fatto la migliore delle impressioni e Lorenzo sarà anche un po’…” “Stronzo?” Domandai l’uomo mi fece un cenno seccato ma non commentò. “Ma mi è sembrato di capire che non hai la migliore opinione su di noi.” Disse Da Sair nervosamente.
“Crede davvero che sono così stronza da spifferarlo a qualcuno?” Domandai imponendomi di rilassarmi abbassai le braccia e rilassai la schiena. L’uomo sorrise dolcemente. “Io non credo niente ma, cercate di capirmi, una voce del genere distruggerebbe tutto ciò a cui ho lavorato in questi anni. Insegnare è il mio sogno da sempre e ho fatto di tutto per realizzarlo. E credo che tu sappia che di già non è facile per qualcuno come me.” Lo disse con una tale naturalezza, quasi rassegnazione, ma sapevamo entrambi che non stava parlando del suo orientamento. “Sta parlando del colore della sua pelle vero?” Domandai strofinandomi la mano per il disagio. Io non avevo mai sofferto troppo per il colore della mia pelle, i miei capelli e i miei occhi mitigavano parecchio il mio retaggio, ma già mio padre aveva dovuto sputare sangue e ingoiare parecchia merda per via di questo piccolo dettaglio.
Il professore Da Sair mi sorrise dolcemente nuovamente. “Ho affrontato parecchio per arrivare fino a qui: già da bambino andare a scuola significava attuare immensi sacrifici per comprare un libro, per frequentare le medie dovevo partire prima del alba e raggiungere la città vicina, per frequentare le superiori ho dovuto abbandonare il mio villaggio e andare in un altro comune, mi sono trasferito in un’altra regione per frequentare l’università mentre lavoravo per pagarmi tutto ciò che la mia misera borsa di studio non poteva, e sono arrivato a Meddelhok nella speranza di trovare del lavoro. Sono cinque anni che ho l’abilitazione come insegnante ma nessuna scuola mi ha mai preso se non per delle miserevoli supplenze. Questa è l’incarico più lungo che abbia mai ricevuto e non intendo mandare a monte la possibilità di avere un lavoro perché la gente mi giudica per quello che faccio nel privato.”
 
Potevo vedere oltre la scorza di quel sorriso gentile la sofferenza che provava e in parte pensavo di capirlo. Dopo tanti sforzi e sacrifici si meritava una possibilità.
Presi un profondo respiro. “Se giudicassi una persona per ciò che è e non ciò che fa andrei contro i miei principi.” Lo vidi alzare gli occhi con uno sbrilluccichio sorpreso. “E questa è stata la migliore lezione di Storia a cui io abbia mai partecipato. Lei è sicuramente un ottimo insegnante, si merita questo ed altro.” Lui mi guardò sorpreso. “Pensavo che odiassi quelli come me.” Feci spallucce. “Non vi odio. Solo non so cosa pensare.” Ammisi mestamente.
Il professor Da Sair si alzò e mi sorrise. “Allora spero di indottrinarti nel modo giusto.” Scherzò alzando la mano per farmela stringere. “Vedremo.” Risposi stringendola a mia volta.
 
“Posso considerare quindi questa come una promessa di silenzio da parte tua e dei tuoi amici?” Mi domandò con un mesto sorriso. “Sì, mi prendo la responsabilità di far tenere loro la bocca chiusa. L’unica cosa che mi dispiace è che non potrò vedere la faccia sconvolta della preside all’idea di aver ingaggiato un…” Non completai la frase lasciandola in sospeso. “Non è una parolaccia, la può dire in mia presenza.” Con queste parole lasciai andare la presa. “Buona giornata, prof.”
“Buona continuazione, Dalla Fonte.”
 
Raggiunsi Felicitis che era rimasta tutto il tempo ad attendermi sulla porta e mi fissò preoccupata. “Sei sicura Diana?” Abbassai il capo. “Manterrò la promessa.” Mi limitai a dire anche se dentro di me erano iniziati a sorgere diversi dubbi e la mia mente aveva iniziato a macinare informazioni su questa novità. Ma per il momento sarebbero rimaste lì, pronte a germogliare appena sarebbe giunto il momento propizio.

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Capitolo 22
*** 21. Il filo spezzato ***


Note dell'autrice: Scusate, mi sono fatta attendere parecchio a questo giro ma ho riscontrato diversi problemi tecnici e ho avuto poco tempo da dedicare alla rilettura. Spero comunque che il capitolo vi sia gradito, anche perchè ho notato che c'è sempre qualcuno che un'oretta dopo che ho pubblicato legge sempre il nuovo capitolo e non so come esprimere la mia gratitudine per questo.
Detto ciò, buona lettura a tutti voi!




21. Il filo spezzato
 
 
 
 
I giorni si seguirono uno dietro l’altro inesorabili, oramai tutti noi avevamo deciso di andarcene e così avremmo fatto.
I ragazzi continuavano ad insistere sul fatto che avrei dovuto parlare della questione con la mia famiglia ma continuavo a rimandare: non volevo che loro sapessero e una parte di me temeva che se avessero scoperto tutto quello che gli avevo tenuto nascosto in quei mesi mi sarei ritrovata con un cappio alla gola. Ovviamente queste erano solo voli pindarici di una diciannovenne ma comunque mi risultò più semplice vendere ogni singolo oggetto di troppo nella mia stanza per ottenere del denaro che rivolgere lo sguardo ai miei.
Dalla nostra litigata non ci parlavamo più, non era la prima volta che succedeva quell’anno, oramai avremmo dovuto averci fatto il callo ma sentivo che questa volta non potevo riparare ciò che avevo fatto. Sapevo di essermi spinta troppo oltre e che adesso, anche se lo avessi desiderato con tutte le mie forze, non sarei riuscita a salvare il rapporto con i miei genitori.
 
Non so cosa avrei dato per avere avuto Giulio al mio fianco in quei momenti: lui avrebbe saputo come farmi ragionare e mi avrebbe sostenuta con tutte le sue forze.
E ogni volta che lo pensavo, una morsa di ghiaccio mi stringeva il petto, ricordandomi che lui non c’era più e che era tutta colpa mia. A quel punto il respiro si appesantiva, i sensi si offuscavano, i rimorsi mi divoravano famelici e tutti gli istanti che avevamo passato assieme diventavano stilettate nella mia carne.
 
In quei momenti perdevo il controllo di me, del mio corpo, delle mie reazioni, vomitavo e scoppiavo a piangere. Nel arco del primo mese subii questi attacchi per quattro volte e, stranamente, l’unico modo che avevo per placarli era proprio pensare a lui, al suo calore, al suo profumo, al suo sorriso.
Non avevo fatto parola ad anima viva di questi attacchi, continuavo a ripetermi che erano passeggeri e che sarebbero spariti appena avrei iniziato a stare meglio. Ed effettivamente ad un certo punto smisero di manifestarsi ma credo che ciò avvenne solo perché sapevo di essere in pericolo di vita.
 
 
Era il 30 maggio 2024 della terza Era e stavo tornando a casa dopo la scuola. Ero relativamente tranquilla, cosa rara in quel periodo, avevo appena avuto il risultato della mia ultima verifica di Storia, ricordo perfettamente di aver preso un 9 e mezzo, il voto più alto che avessi mai preso in quella materia, e non potevo fare a meno di sentirmi un pochetto orgogliosa. Soprattutto considerando che la prestazione nelle mie ultime verifiche era calata drasticamente, non avevo mai preso tanti 6 e 5 come in quel periodo.
 
Avevo cercato di non farmi pesare la cosa, giustificandomi un po’, ma più lo facevo più sentivo che questa era solamente l’ennesima dimostrazione di quanto incompetente io fossi. Stavo lasciando fin troppe questioni a Galahad e Orion che si stavano facendo in quattro per riuscire a sparire nel nulla senza destare sospetti.
Felicits oramai era diventata la balia mia e di Nohat, che stava male almeno quanto me, se non peggio. Vanilla stava impazzendo per riuscire a convincere la sua famiglia ad andarsene malgrado il sostegno di Garred che però era stato scacciato di casa e viveva accampato a casa di lei.
 
In contemporanea continuavo a ricevere lettere da Lovaris che mi aggiornavano su Cagnone, nome in codice che usavamo per il drago, e potevo sentire la preoccupazione dei miei compagni che trasudava dalla carta malgrado stessero cercando di mantenere toni rilassati. Tuttavia sapevo che erano terrorizzati da tutta questa situazione. Per giunta Zafalina chiamava un giorno sì e l’altro pure per parlare, probabilmente per assicurarsi che non stessi facendo cazzate e per accertarsi della mia salute mentale. Probabilmente in quel momento si stava dirigendo al Bar il Fauno per chiamarmi.
 
 
Bloccai il flusso di pensieri che mi stava travolgendo come un’onda anomala, conscia che se mi lasciavo soffocare da questi avrei avuto un altro attacco, mi imposi di calmarmi: non volevo arrivare a quota cinque in poco più di un mese. Mi accostai al muro d’un edificio, chiusi gli occhi e iniziai a concentrarmi sulla respirazione, rallentandola e obbligandomi a restare immobile fino a quando non riuscii a percepire solamente il sole caldo di fine primavera sulla mia pelle.
In qualche modo riuscii a riacquisire lucidità, più o meno, sapevo che più tardi avrei avuto un pianto isterico, ma dovevo accontentarmi di questo piccolo istante di pace, almeno fino a quando non sarei tornata a casa.
 
 
Mi scansai dal muro e qualcosa attirò la mia attenzione: un movimento furtivo tra la folla.
Fu allora che lo vidi: occhi gialli, corna piccole e arricciate su loro stesse, una lunga coda sottile, ali da pipistrello e un sorriso divertito stampato sul volto.
La vista di Idroel mi pietrificò per un istante, poi iniziai a far volteggiare il mio sguardo a destra e a sinistra, alla ricerca di altri Rivoluzionari, ma non ne vidi nessuno. Riportai il mio sguardo su di lui e non vi trovò più il timore o esitazione di pochi istanti fa, li avevo incatenate nel angolo più recondito della mia mente per lasciare spazio alla rabbia che stava bramando di uscire.
Tuttavia mi trattenni, se avessi fatto scenate la situazione sarebbe degenerata e non mi pareva il caso di scatenare una rissa in pieno giorno. La cosa più saggia sarebbe stata spostarci in un vicolo buoi e risolvere la questione tra noi due, tuttavia io non avevo la pistola con me e questo mi poneva in una seria condizione di svantaggio. Forse avrei dovuto lasciarlo stare e poi parlare coi ragazzi per capire di cosa avrebbe potuto significare.
 
In quel istante un uomo mi afferrò il braccio, istintivamente mi liberai della sua presa prima ancora di realizzare chi fosse, mi bloccai solo quando questi fece un passo in dietro in segno di resa, malgrado mantenesse una posizione di difesa. “Diana Dalla Fonte?” Domandò l’umano che capii esser un agente di polizia grazie alla divisa. “S-sì?” Domandai preoccupata dalla presenza del agente, per un istante pensai che Idroel avesse spifferato tutto alla polizia ma pensai che fosse strano dato che non aveva prove. “Mi segua.” Ordinò l’uomo categorico. Lo seguii spaventata: qualsiasi fosse la questione non era niente di buono.
 
Venni trascinata fino al ascensore e lì premettero il pulsante per raggiungere il mio piano. Tentennai un secondo incerta su cosa dire o fare ma decisi di mantenere il silenzio dato che non mi stava conducendo in centrale. Quando arrivammo venni spintonata fino a casa mia e lì trovai ad attendermi mia madre e mio padre ancora in divisa, il collega sottoposto di mio padre e un altro paio di poliziotti. “L’abbiamo trovata signora.”
A quelle parole mia madre si fiondò su di me e mi abbracciò con una forza travolgente.
“Diana, stai bene?” Erano le prime parole che mi rivolgeva da più di un mese e forse erano le uniche che avevo agognato che mi rivolgesse.
 
Non le risposi, me la scostai di dosso come mi resi conto di quel che era successo in salotto: c’erano numerosi scarti di animali morti su tutto il pavimento e le foto di famiglia erano state in parte imbrattate.
Senza chiedere ulteriori spiegazioni compii ampie falcate verso la mia camera ignorando bellamente le voci di tutti e raggiunsi la mia stanza. Andai dritta sotto al mio letto, spostai la valigia e le lenzuola invernali e trovai una cassa il legno sporca di qualche liquame schifoso ma ancora integra. Trassi un sospiro di sollievo: in quel affare tenevo i soldi che avevo ricavato in quei mesi, le lettere dei miei compagni di classe, il mio diario e la bandana rossa. Tutte cose a cui non potevo rinunciare e che non dovevo perdere.
 
Rabbrividii al pensiero che se avessero avuto il tempo di leggere il diario o le lettere avrebbero scoperto dov’era il drago, che i miei compagni erano coinvolti e che avrebbero avuto una potente arma per costringermi a fare quello che volevano. Mi accucciai a terra e controllai lo stato del lucchetto: nessun segno di tentati scassino.
Strinsi il mio pendente e ringraziai il Sole, la Luna e tutti gli Astri per aver impedito che il peggiore scenario si realizzasse. E mentre lo facevo iniziai a tremare compulsivamente. Per la mia stupidità avrei potuto buttare a monte mesi in cui non facevo altro se non vendere i miei effetti personali, nel migliore dei casi, nel peggiore avrei messo a rischio nuovamente la vita delle persone a me care perché non avevo avuto la presunzione che casa mia fosse un luogo abbastanza sicuro.
Con gesti scattosi tirai fuori dallo zaino le chiavi e aprii il lucchetto, almeno avevo sempre avuto l’accortezza di portarmi dietro la chiave. Al interno della cassa tutto era integro, ammaccato, ma nulla di grave.
 
Sentii il cuore farsi un po’ più leggero e solo allora lanciai un’occhiata alle condizioni della mia stanza: i vetri della finestra erano rotti, le foto miei e delle persone a me care erano state gettate a terra e in certi casi strappate. I miei libri di scuola erano immersi nel sangue e così i miei vestiti, il mio coltello era stato impiantato nel cuscino e potevo capire che non avevano ancora concluso l’opera dato che c’erano dei fiammiferi abbandonati alla bene in meglio per la stanza.
 
“Mi dispiace Diana.” Sussurrò mio padre appoggiandomi una mano sulla spalla. Trassi un profondo respiro e mi ritrovai a pensare che avrei così tanto voluto che me lo avesse detto quella notte, ma non lasciai che il ricordo mi travolgesse, afferrai il mio zaino e lo rivoltai sul pavimento. “Aspetti signorina! È una scena del crimine.” Disse il giovane poliziotto che mi aveva trascinata fino a qui. “Se non aveste già preso ciò che vi serviva, non mi avreste lasciata entrare e mi sembra di capire che non abbiate trovato impronte o il coltello non sarebbe lì.” Spiegai monotona infilando brutalmente il denaro nello zaino sotto lo sguardo perplesso dei presenti.
“Diana… quei soldi…?” Mi domandò mio padre mentre li coprivo con la bandana e recuperavo il mio portafoglio e la foto mia e di Giulio che tenevo nel diario scolastico per spostarlo in quello personale. “Come avrete potuto notare in questo mese ho venduto tutto il vendibile e sono brava a trattare.” Risposi asettica a mio padre senza aggiungere altro, sapevo che non mi credeva ma non avrebbe fatto ulteriori domande davanti al suo collega e alla polizia.
Infilai dentro il diario e le lettere per ultime per poi chiudere lo zaino con un gesto scattoso, me lo caricai in spalla.
 
Mi avvicinai al letto ed estrassi il coltello per poi lanciare uno sguardo al poliziotto. “Chi si è accorto dell’inflazione?” Domandai avvicinandomi a lui in un concentrato di furia e determinazione.
“I vicini. Hanno sentito rumori sospetti e hanno chiamato l’usciere che però è riuscito solo a intravederli.” Accennai di aver capito e lanciai uno sguardo al piano superiore.
“Com’è messo l’altare?” Domandai più per sapere quanto dovevo fargliela pagare a quei bastardi. “Non sono arrivati ai piani superiori, ma data la quantità di alcool che abbiamo trovato in giro credo che volessero dare fuoco a tutto.” Rispose il collega di mio padre leggermente scosso dalla mia calma.
“Bene.” Sussurrai per poi dirigermi verso l’esterno.
 
“Diana! Dove vai?!?” Esclamò mia madre spaventata. “A casa di amici, è chiaro che qualche bastardo mafioso vuole ferire me per colpire voi. Me ne tornerei a Lovaris ma ho la scuola e non intendo ripetere l’anno.” Risposi cercando di mantenere un tono pacato.
“E vuoi mettere a repentaglio l’incolumità dei tuoi amici in questo modo?” Mi domandò mio padre spaventato. “No. So benissimo che dobbiamo trasferirci in caserma, non sono scema. Vado a casa di amici per pianificare un modo per recuperare mesi di lavoro. Non ho più un libro o un quaderno che è apposto, e i soldi mi servono per comprare almeno un ricambio. Ci vediamo in caserma per le sei.” Risposi per poi cominciare a camminare verso l’esterno.
 
Dopo un paio di secondi vidi il collega di mio padre corrermi dietro. “Ti ha messo a farmi da balia?” Domandai, mi accennò affermativamente. Sospirai seccata ma una parte di me ringraziò mio padre. “Mi ha anche detto di consegnarti questa.” Disse passandomi la pistola.
Come appoggiai lo sguardo sull’arma ogni singolo muscolo mi si irrigidì e per un istante fu come tornare quella notte. Ma mi concessi di essere debole per solo un istante, poiché strinsi i pugni per far scivolare via quella sensazione e agguantai la pistola che nascosi dietro alla maglia una volta che la tirai fuori dai pantaloni.
“Sapete già chi lo ha fatto?” Il collega di mio padre fece spallucce. “Non hanno lasciato una firma e dubito che anche se fosse la avrebbero voluta lasciare.” Accennai di aver capito. “Grazie…. Attilus Terenzi.” Sussurrai dopo aver letto il nome cucito in piccolo sulla divisa accanto al numero di matricola e solo allora mi resi conto di quanto fosse giovane: non doveva avere più di tre o quattro anni in più di me. Lui mi sorrise. “Piacere mio, tuo padre mi ha insegnato talmente tante cose, mi sento in debito verso di lui. E tua madre è la donna più tosta che abbia mai avuto l’onore di conoscere. Quei due sono un’ottima squadra.” Sospirai, lo sapevo fin troppo bene che quei due erano il miglior duo del mondo, il problema ero io che spezzava quel armonia perfetta che loro avevano e adesso rischiavo persino di danneggiarlo. Per questo non potei che concordare con lui con un sorriso amaro. “Sì, lo sono.”
 
Non parlammo più di tanto per il resto del tempo, Attilus mi seguiva assecondandomi come una perfetta guardia del corpo, cercò di dire qualcosa quando gli sbattei la porta in faccia a casa di Orion ma rimase fuori ad attendermi.
Almeno così potei parlare liberamente con Orion.
 
“Sei sicura che fosse lui?” “Al mille per cento.” Orion si passò una mano nella sua capa striata di grigio. “Cazzo!”
“Orion dobbiamo andarcene da Meddelhok, il tempo dei preparativi è ufficialmente scaduto. Io sono protetta, ma tu e il resto dei ragazzi ve ne dovete andare.” Orion guardò la sua casa: aveva già raccolto tutta la sua vita in degli scatoloni, come tutti del resto, ero io l’unica che aveva deciso di vendere tutto e non dire nulla ai genitori.
“Abbiamo tempo massimo due settimane. Appena si renderanno conto che tu non puoi essere un loro bersaglio punteranno a qualcun altro.” Mi spiegò Orion. “Va’ bene. Inizieremo a trasferire più gente possibile a Lovaris come d’accordo. Manderemo avanti i più piccoli e i genitori, i ragazzi resteranno da te fino a quando tutto non sarà concluso.” Dissi facendo per alzarmi, ma a quel punto Orion mi bloccò con la sua grossa mano callosa. “E i tuoi genitori Diana?” Mi domandò severo coi suoi occhi dorati.
 
Rimasi in silenzio un secondo. “Non sapranno nulla e sparirò dalle loro vite.” Risposi ma Orion fece un sorriso rassegnato. “Diana, sono i tuoi genitori, e, come padre, so perfettamente che il tuo scappare da loro li allontanerà solo temporaneamente. Presto o tardi lo verranno a scoprire. E non credo che ti lasceranno andare facilmente dopo questo… incidente.” Abbassai lo sguardo, sapevo che aveva ragione ma volevo sperare che i ponti tra me ei miei si potessero disintegrare. “Ho ancora un’ultima carta da giocare.”
“Non basterà e quando succederà…”
“Mi inventerò qualcosa.” Risposi sulla difensiva, Orion mi guardò con dolcezza e amarezza e mi accarezzò il viso.
“So che per quanto li odi li vuoi proteggere.” Mi sciugai una lacrima con fare scattoso non sapendo se odiavo di più il fatto che avesse ragione o che provassi ancora qualcosa per loro. “Ma so anche che solo la morte li separerà da te.” Strinsi le labbra con tale forza che quasi sentii il sangue uscire. “Quindi, Diana, provaci pure, ma io so già che non funzionerà.”
 
Me ne andai via con più grattacapi di prima.
 
 
I giorni che seguirono fui irreperibile per chiunque: avevo bisogno di riflettere su una cosa e di calmarmi. Malgrado mi sforzassi di essere operativa e di concentrarmi sugli imminenti esami la mia mente era altrove, intenta a programmare un piano perfetto per sparire dalla vita di tutti senza lasciare tracce. Per giunta le energie che disponevo nell’arco di una giornata erano incredibilmente poche: tra le notti insonni passate a piangere, la costante sensazione di pericolo che mi perseguitava e la pesantezza che sentivo nel cuore era un miracolo che non crollassi a terra disperata ad ogni piccolo intoppo.
 
Dopo cinque giorni a questo modo mia madre bussò alla mia porta.
“Diana?” Iniziò lei placida. “Diana sei lì?”
“Certo.” Risposi mentre contavo i soldi che mi erano rimasti dopo essere stata costretta ad usarne una parte per comprarmi lo stretto necessario per vivere dato che lo scherzetto di Idroel aveva reso inutilizzabili quasi tutti i pochi vestiti che mi erano rimasti e, per quanto avessi deciso di optare per uno stile laconico, non potevo avere solo una maglietta.
“Intendi restare chiusa in camera per tutto il tempo?” Mi domandò dato che era la quarta cena che saltavo. So che avrei dovuto mangiare ma alla sera avevo sempre lo stomaco chiuso e una galletta mi era più che sufficiente per placare la fame.
 
“Se voglio uscire di casa devo pianificare tutto nei minimi particolari.” Risposi disinteressata cercando di non perdere il conto e dando un’occhiata alla lista degli oggetti che dovevo rimediare prima di partire. “Diana, lo sai che tuo padre dice tante cosa in preda all’ira. Parlaci, potrebbe cambiare idea.”
“Sono io che non cambierò idea.” Mi limitai a comunicare. “Diana, esci, ti prego. Fatti vedere.” Supplicò mia madre.
 
Sospirai esasperata: a quanto pareva non c’era verso di farla andare via. Così mi alzai e aprii la porta.
La prima cosa che vidi negli occhi allungati di mia madre fu sorpresa. “Vesti il lutto.” Disse notando che indossavo solo abiti scuri e avevo messo in bella vista la mia catenina con la luna crescente in argento. Anche se a dirla tutta vestivo a tale maniera perché non avevo altro nel armadio ma ciò non eliminava un fattore importante.
 
“Io sono in lutto.” Dissi con serietà, e non solo i miei abiti testimoniavano il mio dolore, ma anche il mio corpo parlava da sé: ero emaciata, pallida, con profonde occhiaie per le notti passate a piangere, le unghie mordicchiate, non mi nutrivo a dovere da giorni e attraverso i miei occhi era possibile vedere una profonda ombra di dolore consumarmi l’anima.
“Ancora? È passato più di un mese. Hai pianto abbastanza per quel licantropo. Capisco che fosse tuo amico ma ora basta Diana.” Mi disse mia madre cercando di avvicinarsi.
Fu allora che una profonda ira controllata invase il mio petto. “Lui ha un nome.” Dissi con una voce talmente dura, fredda e tremante che mia madre compì un passo in dietro, ma si riscosse subito e riprese a parlarmi. “Lo devi lasciare al passato. Era un amico. Gli amici vanno e vengono, ci sono migliaia di Uomini e Altri che potrebbero diventare tuoi amici. Devi andare avanti.”
 
I nostri occhi si incrociarono e sentii la mia presenza annullare la sua, aveva paura di me, lo si leggeva chiaramente. Temeva questo mio freddo controllo, il fuoco nei miei occhi e la triste consapevolezza del mio essere diventata un’adulta. “Lui non era un semplice amico. E tu lo sia.” Dissi con estrema durezza ma senza scompormi di un millimetro. “Diana, per favore, tutta questa sceneggiata…. Non ne vale la pena!” Esclamò mia madre.
 
Quella fu la goccia che fece traboccare il vaso. Mi avvicinai a lei, lasciando la sicurezza della mia stanza, e la guardai dritta negli occhi. “Quanto piangeresti se papà morisse?” Domandai mentre sentivo mia madre rimpicciolirsi.
“Non paragonare la relazione che c’è tra me e tuo padre con un amore adolescenziale!” Esclamò mia madre arrabbiata.
“L’amore, quello vero, nasce spesso così.” Iniziai ergendomi su di lei. “E io ho pieno diritto di soffrire per tutti quegli anni che non potrò vivere accanto a lui.” Sussurrai a pochi centimetri da mia madre. “E se insulterai un’altra volta la memoria di Giulio non sarai più mia madre.” Decretai per poi voltarmi e chiudere la porta.
 
Pochi istanti dopo sentii mia madre cadere a terra e scoppiare a piangere. Mi sorprese: l’avevo sentita piangere così solo quando mio padre le aveva detto che sapevo com’ero nata.
Ma non ebbi il tempo di sorprendermi: i passi pesanti degli scarponi di mio padre arrivarono davanti alla porta.
 
“Luisa cos’è successo?” Domandò mio padre, li sentii confabulare e pochi istanti dopo mio padre bussò pesantemente alla mia porta. “Diana! Adesso basta con questa storia!” Mi urlò da dietro la porta. “Claus, non serve a nulla.” Tentò di bloccarlo mia madre, prima che si facesse del male da solo. “No Luisa, voglio capire che succede!” Disse mio padre con uno strano tono nella voce, un tono che non sentivo da tanto tempo: preoccupazione.
 
Mi incuriosì e tesi l’orecchio per sentire meglio. “Diana ti prego! So che mi consideri tutto fuorché un buon padre.” Mi appoggiai alla porta, indecisa sul da farsi. “Ma ti prego, non voglio perderti! Lo so, ho minacciato di scacciarti di casa, e sì: sono solo bravo ad alzare le mani e la voce. Ma ti prego, io non voglio perdere mia figlia!” Appoggia la testa alla porta: c’erano mille parole che avrei voluto dire, erano lì, incise sul mio cuore, ma non riuscivano ad uscire, bloccate dalle mille catastrofi che esse avrebbero causato.
“Quindi apri questa maledetta porta e ricominciamo!” Mi sorpresi nel comprendere che mio padre stava piangendo.
 
“Sai perché eravamo venuti a prenderti quella sera?” Mi domandò mio padre. “Perché avevamo paura che avresti fatto qualche pazzia o che finissi in qualche brutto affare: è da quando siamo arrivati a Meddelhock che sembri un’altra persona!”
A quel punto mio padre si interruppe per lasciar parlare mia madre. “Diana, quello che cerchiamo di dirti è che, anche se non condividiamo le stesse idee, anche se ci fai soffrire, anche se sei tutto fuorché la figlia perfetta che volevamo, non ci importa.” Una parte di me voleva urlare che invece a loro importava anche troppo ma rimasi zitta. “Passeremo per degli zimbelli ma non ci importa, noi vogliamo continuare a fare parte della tua vita.”
 
Lasciai che la gravità mi trascinasse al suolo. A quanto pareva Orion aveva ragione: solo la morte ci avrebbe spezzato quel filo sottile che legava me ei miei genitori. Delle calde lacrime scesero sul mio volto: sapevo che cosa dovevo fare e che adesso era l’ultima mia occasione per chiudere definitivamente con i miei genitori ma non avevo la forza di farlo. Avrei dovuto interpretare un ruolo che non mi apparteneva, dire cose che avrei rimpianto per il resto della mia vita. Non potevo farlo da sola, avevo bisogno di qualcuno accanto a me.
Fu in quel istante che lo percepii: una mano calda, dolce e gentile che mi accarezzava la schiena. La mano di Giulio. Sapevo che era solo la mia testa che giocava brutti scherzi ma quel vacuo contatto fu sufficiente a darmi la forza per rialzarmi e asciugarmi le lacrime.
 
“Quindi ti prego Diana parlaci. Siamo stanchi di sentirti piangere tutta la notte e non poter fare altro se non ascoltarti.” Guardai la maniglia senza vederla, avevo ancora voglia di piangere e forse lo avrei fatto ma bastò quel che seguì per farmi capire che non sarebbe cambiato mai nulla con loro.
“Diana! Ti prego! Non vorrai mollare noi, i tuoi genitori, per un licantropo?” Domandò mio padre e sentii il petto bruciare d’ira: insistevano imperterriti nell’insultare la memoria dell’unico uomo che mi avesse dato tutto ciò di cui avevo bisogno e a cui io mi ero offerta anche se ammetto che quello che gli avevo dato era un millesimo rispetto a quello che avevo ricevuto.
 
Con rinnovata ira abbassai la maniglia e aprii la porta rassegnata all’idea che non sarebbero mai cambiati e che quindi, se non potevano adattarsi a me, non aveva senso tentare.
Gli suoi occhi scuri di mio padre e quelli marroni di mia madre incontrarono i miei che bruciavano in un fuoco verde di ira, disperazione, rassegnazione e determinazione.
Potei leggere nei loro occhi che solo in quel istante capirono il loro sbaglio: io avevo trovato in Giulio l’affetto che loro non mi avevano mai dato.
 
“Sareste stati in grado di accettare un matrimonio tra me e Giulio?” Domandai con una freddezza velenosa.
“Diana che domanda è mai questa?” Domandò mio padre. “Tesoro, aspetta…” “No, Lisa, non ce la faccio più! Perché continua a soffrire come una scema per quello!?!”
“Claus.” Il suo sguardo cadde su di me incredulo: per quanto litigassimo lui era sempre stato il mio papà e adesso era come se gli avessi sbattuto in faccio che non lo riconoscevo più come tale.
 
“Dici di non volermi perdere, ma non credi che se non mi avessi persa tempo fa sapresti la risposta?” Domandai pacata. “Che vuoi dire?” Guardai mia madre ma compresi che non lo avrebbe mai detto ad alta voce, poiché neanche lei poteva accettarlo.
“Che lo amavo.” Iniziai con le lacrime agli occhi. “E che sto soffrendo come non ho mai sofferto in vita mia. La notte non dormo, il cibo non mi attrae, anzi mi da al nausea, ogni singolo istante mi manca, e quando mi distraggo dal mio dolore mi sento in colpa. Cerco di tenermi impegnata ma come mi distraggo il dolore mi salta addosso. So di essere ancora giovane, e so che conoscevo Giulio da appena un anno, ma fa male, maledettamente male.” Dissi bloccandomi un istante per cercare di riprendere fiato e decoro.
“E se voi non riuscite ad accettare anche questo di me. Se credete che sia solo un capriccio dell’età, allora non abbiamo più nulla da condividere.” Dissi con le lacrime agli occhi e con queste parole chiusi la porta ai miei genitori.
 
Non nego che ogni tanto mi è mancato avere qualcuno da poter chiamare famiglia ma era tardi: troppo diversi e divisi da anni in cui non ci eravamo mai ascoltati. Loro allora avevano provato a salvare quel piccolo e fragile legame ma era tardi, troppo tardi, io ero praticamente un’estranea per loro.
 
Ciò non toglie che rimasero davanti a quella porta per ore, ma io non li ascoltai conscia che era meglio che mi odiassero prima che sparissi definitivamente dalle loro vite. Quando in fine smisero di bussare e se ne andarono a dormire io sgusciai fuori e chiamai Filip, tanto oramai era mattina e dovevo procedere con il piano.
“Pronto qui è il Fauno come posso aiutarla?” La voce conosciuta dall’altra parte della cornetta mi rassicurò. “Filip sono io, Diana.” Iniziai. “Diana? La mia cliente preferita! Come stai? È da un po’ che non ci si sente.” Sorrisi, non era cambiato di una virgola, mi sorpresi ad essere invidiosa di lui. “Filip mi faresti un favore?” Gli chiesi con la voce più dolce che riuscivo a fare. “Sì, qualunque cosa per la mia Diana. Cosa ti serve?” Chiese con la sua solita energia. “So che ti sembrerà strano. Ma potresti riferire ai miei compagni di vederci il primo luglio di quest’anno al solito posto? Loro capiranno a dove mi riferisco.”
“Sì certo!” Rispose. “Grazie.” Sussurrai, stavo per mettere giù quando questi mi interruppe.
 
“Diana cos’hai? Hai una voce strana.”
“Sono solo stanca non devi preoccuparti. E Filip…” “Sì?”
“Sei un grande amico.” Una lacrima scese lenta, solitaria e silenziosa. “Gr…grazie.” Pareva sorpreso: non gli avevo mai detto che lo consideravo un amico così chiaramente, era sempre stato lasciato ondeggiare nell’aria, nel nostro approccio confidenziale e nelle piccole attenzioni. Ma non avrei avuto altre occasioni per dirglielo e sentivo di doverglielo.
“Allora ci sentiamo!” Disse ritrovando l’allegria. “Certo.”
Filip chiuse la chiamata ma io rimasi un istante in più per dire quello che non avevo avuto il coraggio di dirgli. “Addio Filip.” Sussurrai prima di mettere giù la cornetta.
 

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Capitolo 23
*** 22. Scegliere un cammino ***


Note dell'autrice: rimangio ciò che ho detto, credevo che sarei riuscita a concludere la storia con un solo capitolo ma mi sono resa conto troppo tardi che erano praticamente 20 pagine, così ho preferito spezzarlo in due capitoli, non sò se lo farò ulteriormente ma credo che sia una possibilità visto che 14 pagine sono un po' tantine  ^ _^'
In oltre mi scuso infinitamente per l'estenuante attesa ma questo mese è stato... intenso: avevo un esame piuttosto grosso e dovevo anche fare i tirocinio, non ho avuto tanto tempo da dedicare a questo progetto e son o la prima a dispiacersene.
Spero che la storia continui a piacervi malgrado i miei ritardi.
Con affeto, Bibliotecaria






22. Scegliere un cammino
 
 
 
 
I giornali in seguito scrissero che si trattava di suicidio ed è rimasto tale per la maggior parte della popolazione per troppo tempo.
 
 
La mattina del 28 maggio del 2024 della Terza Era uscii dalla mia stanza appena i miei andarono al lavoro, passando per il mercato comprai inosservata un paio di pantaloni, una felpa con un ampio cappuccio malgrado il caldo umido della città, delle scarpe da ginnastica e una maglia consumata, il tutto rigorosamente usato e al prezzo minimo. Meli infilai a forza nel bagno della stazione degli autobus, relegando quei vestiti che avevo indossato fino a quel momento nello zaino.
 
Presi la corriera che portava al lago Turbine e rimasi in disparte per tutto il tragitto, cercando di attrarre il minor numero di sguardi possibili.
Durante il percorso non potei non pensare che Turbine fosse il nome più descrittivo che potessero affibbiare a quel maledetto mistero della natura che noi chiamavamo lago. Poiché questo era in fondo: un lago in un perpetuo movimento di spruzzo e risucchio. Sapevo che la causa era fiume sotterraneo che portava l’acqua pulita in quella prateria che altrimenti sarebbe secca e desertica, ma non avrei saputo spiegare come quel fenomeno fosse possibile.
 
In seconda superiore il mio professore di scienze aveva tentato di spiegarci come tale fenomeno fosse possibile, ma anche oggi mi risulterebbe complesso spiegarlo.
 
In sostanza era questo quello che mi ricordavo. L’acqua esce in superficie grazie ad un effetto simile a quello dei gayser, ma la conformazione rocciosa del terreno aveva permesso nei millenni di creare un bacino non indifferente pieno d’acqua piuttosto profonda. E questo spiega il motivo dell’acqua bollente e dei frequenti spruzzi presenti nel lago. Il risucchio invece si suppone che sia dovuto o al gayser che si prepara allo spruzzo o a delle grotte sotterranee ma data l’impossibilità di studiare la conformazione rocciosa non si è certi del perché questo accada.
 
Tuttavia una sola cosa contava in quel momento ed era anche l’unico aspetto che mi ricordavo molto bene di quella lezione: una volta che qualcosa o qualcuno viene inghiottito, non torna più in superficie.
Dove sfoci tutta quell’acqua è un bel mistero, probabilmente in un fiume o molto più probabilmente direttamente nel oceano, non ho idea quale delle due sia più probabile, so solo che i corpi di chi si suicida o di chi cade in quel lago della morte sono irrecuperabili.
 
 
Durante il tragitto continuavo a fissare il mio riflesso nel vetro, era incredibile come la cicatrice sulla guancia destra si fosse già formata, all’epoca non riuscivo ancora a visualizzarmi bene con quello sfregio bianco sul viso.
Una parte di me la odiava dato che era legato a quella notte e mi ricordava perennemente il mio fallimento, l’altra invece aveva iniziato ad apprezzarla, come se quella crepa sul mio viso fosse la testimonianza della mia sofferenza.
Ma volente o dolente la accettai come parte di me perché quella cicatrice non sparì mai. Diventando adulta, smisi di domandarmi perché fosse avvenuto e accetti i segni sulla mia pelle come parte di me come avevo accettato il colore insolito dei miei occhi e dei miei capelli, così chiari rispetto a quello che ci sarebbe aspettato.
Tuttavia, in quei momenti, quel nuovo segno sulla pelle era diventato un marchio di cui sapevo che difficilmente me ne sarei liberata.
 
 
Una volta che mi fui annoiata del mio brutto muso depresso e corrucciato mi ritrovai, di quando in quando, a voltarmi per osservare il resto dei passeggieri. Per la maggior parte si trattava di famiglie con bambini che volevano fare qualcosa di diverso e sfruttare il particolare microclima del lago per sfuggire all’afa della città.
Sorrisi tristemente alla vista di quei bambini e giovani entusiasti del viaggio. Un tempo anch’io sarei stata entusiasta di un viaggio simile e avrei atteso con trepidanza che mamma e papà tornassero dal lavoro presto, niente divise, niente dovere, solo noi tre, ma quella è sempre stata un’utopia, un sogno rimasto tale per tutta la mia infanzia.
 
Un bambino, credo umano, mi guardò: si era alzato per recuperare una pallina, credo, ma come incrociai i suoi occhi chiari mi sentii denudata, come se potesse vedermi l’anima e potesse sapere cosa stavo per fare. In preda all’angoscia sbarrai gli occhi e mi nascosi con la mia felpa consunta e strinsi con forza il ciondolo a forma di luna crescente che avevo preso l’abitudine di indossare sempre.
Quando voltai lo sguardo il bambino era sparito e al suo posto c’era il vuoto. Inspirai affondo ma sentii il tremore nel mio corpo: ero così nervosa eppure avevo deciso da tempo che questo era l’unico modo.
 
 
Quando arrivai a destinazione scesi dal autobus con uno zainetto in spalla e camminai lentamente lungo il bordo del lago imitando decine di turisti.
Il rumore dell’acqua era così forte che a stento sentivo il mio respiro, era un continuo scorrere impetuoso, gorgoglio incessante, una inspirazione affannosa. Un vortice, eterno, tremendo e angosciante.
 
Non so quante volte fui tentata di fermarmi e tornare indietro, di lanciare tutto alle ortiche e di dimenticare questo capitolo della mia vita, di iniziare a comportarmi come una persona normale e diventare un avvocato di difesa come avevo sempre desiderato.
Ma ogni volta che mi ripetevo questo compivo altri dieci passi verso l’inesorabile.
 
Arrivata in un punto isolato, lontano da occhi indiscreti e dal marasma di turisti, non mi presi a rimirare l’oramai imminente esplosione del gayser, mi spogliai dietro ad un cespuglio e mi cambiai con gli abiti nello zaino e legai gli abiti che avevo comprato quella mattina ad un tronco.
Fu allora che recuperai il coltello. Non persi tempo a rimirare la lama o qualche altra moina, mi limitai a raccogliere con la mano libera i capelli in un'unica ciocca, come se stessi facendo una coda bassa, presi un bel respiro e, con un colpo secco, li tagliai.
 
 
Non era una cosa necessaria per il mio piano ma volevo farlo: ero stanca di preoccuparmi dei miei lunghi capelli, ero stanca di vedere il mio viso maturo in contrasto con quei capelli lunghi e biondi da bambina, volevo staccarmi da ciò che ero e lo avevo fatto molto bene, ora erano così corti da coprire appena l’ultima vertebra della colonna vertebrale.
Mi sentii stranamente più leggera mentre riponevo il coltello nella fibbia apposita.
A quel punto recuperai dallo zaino una lettera sigillata che appoggiai sopra ad una panchina lì vicino assieme ai miei capelli.
 
Alzai il volto al cielo e pregai silenziosamente il Sole di aiutarmi nel portare a termine in questa follia e la Luna di indicarmi la via per riuscire a muovermi nell’oscurità che mi avrebbe circondata.
 
Mi avvicinai alla sbarra di sicurezza sporgendomi: l’acqua era a due metri sotto di me. Secondo gli studiosi basta il contatto con questa per morire, mi sporsi ulteriormente e lasciai cadere i vestiti e il bastone che subito vennero assorbiti da quella perenne corrente bianca.
 
Allora mi voltai e corsi via, lontano da lì prima che i turisti smettessero di essere affascinati e distratti dallo spruzzo d’acqua bollente che stava avvenendo poco più in là rispetto a dov’ero. E anche per essere certa che il mio piano non andasse in fumo per un qualche idiota solitario che, come me, stava cercando di cancellare la sua esistenza, solo che la sua risoluzione sarebbe stata sicuramente più definitiva della mia.
 
Evitai il marasma di gente che di lì a un’ora sarebbe arrivata tagliando per la foresta, correndo su sentieri poco battuti sperando che nessuno mi vedesse. Corsi allontanandomi più di quanto fosse realmente necessario senza mai voltarmi, almeno fino a quando non inciampai su di una radice e caddi a terra di pancia: le mani affondarono nelle foglie di salice e pioppo, foglie morte e umide cadute lo scorso autunno.
Strinsi i denti, non mi ero fatta nulla, solo qualche graffio, ma per qualche assurdo motivo non riuscii a muovermi e delle lacrime rigavano il mio viso.
Rimasi stesa a terra per un tempo indefinito in quella giornata luminosa.
 
Quando mi calmai, mi misi a sedere, aprii lo zaino e guardai il contenuto: viveri e acqua per tre giorni, un coltello, circa quattrocento dani, una piccola fortuna per una scappata di casa, il mio diario con dentro la foto di me e Giulio, e il velo rosso regalato dai miei ex-compagni di scuola. Questo e il ciondolo, che era appartenuto a mia nonna e a nonna Adelaide, era tutto ciò che avevo portato con me, tutto ciò che mi legava al passato, non mi serviva altro per sopravvivere.
Estrassi il velo rosso e lo legai in torno al collo coprendomi le labbra e la punta del naso così da assorbire quel odore di fresco e nuovo, unito al odore di chiuso e lo assorbii fino a ricordarmene ancora oggi.
 
 
 
Quando mi rimisi in marcia non dovetti fare molta strada, oltre la foresta, ad aspettarmi, c’era il resto dei fuggitivi.
Orion, con la sua famiglia, tre ragazzini di cui il più grande aveva tredici anni e sua moglie, la donna più dolce che io abbia mai conosciuto, nessuno ha idea di cosa ci avesse trovato in Orion. Poi anche Nohat era lì malgrado non fosse riuscito a far smuovere da quella città nessuno della sua famiglia però aveva convinto quella di Giulio ad andarsene; non sarebbero venuti con noi ma l’importante era che non fossero più a portata delle grinfie di Idroel ei suoi. Nascosta in un angolo c’era Felicitis che, ovviamente, era sola così come Garred che si era accucciato accanto a lei. Poi c’erano Galahad e Vanilla che malgrado fossero soli in quel momento sapevo che le loro famiglie li stavano attendendo a Defeli.
 
“Eccoti, finalmente! Sei in ritardo!” Esclamò Orion ma come mi osservò meglio strizzò gli occhi assieme al resto dei ragazzi, quella ad avere la reazione più teatrale fu Felicitis. “Diana! I tuoi capelli!”
“Lo so.” Dissi annoiata. “Ma perché! Erano così belli e sani!” Esclamò la ragazza. “Erano una seccatura a cui pensare.” Spiegai pacata. “Ma…” “Felicitis sono solo capelli, non è che sia cascato il mondo.” Dissi salendo sul retro del furgone di Orion. “Sì, e comunque come mai ci dovevamo trovare qui?” Domandò Orion. “Dovevo fare una cosa.” Mi limitai a spiegare.
 
“Cosa? A parte andare dal parrucchiere?” Mi domandò Garred buttandola sul ridere. “E per di più facendo un lavoro di merda, aggiungerei.”
“Sì, alla prima fermata te li sistemo.” Decretò Vanilla arruffandomeli un po’. “Però ti donano corti, ti incorniciano meglio il viso.” Disse per poi essere ripresa da Felicitis che iniziò una filippica su come i capelli lunghi fossero dieci volte meglio dei capelli corti.
Non potei fare a meno di ridacchiare assieme a Galahad e Nohat che si dissociarono dal discorso e iniziammo a parlare tra noi.
 
“Del resto della banda abbiamo notizia?” Domandai ignorando gli squittii di sottofondo. “Si sono già diretti verso Defeli e la famiglia di Giulio è già arrivata a Jiui, tu invece dove ci porterai?” Domandò Galahad. “Alla mia città natia, credo che potremmo trovare del sostegno laggiù, o comunque lo spero.” Spiegai placida. “E anche se fosse dobbiamo risolvere la questione del cucciolotto. Fina non può continuare a rubare la carne dalla macelleria dei suoi.” Decretai tranquilla mentre Orion metteva in moto quel vecchio furgoncino da macellaio.
 
 
Il viaggio fu lungo, e vivere in undici in neanche tre metri quadri non aiutava.
Le cose peggiorarono quando scoprirono cosa avevo fatto.
 
“Ma sei completamente impazzita!?!” Mi urlò addosso Nohat.
“Era il modo più semplice. E mi serviva un movente convincente.” Mi limitai a spiegare stranamente tranquilla. “Ma Diana, i tuoi genitori, il tuo futuro!” Esclamò Felicitis. “Mi pare un po’ tardi per questi ripensamenti. Ho inscenato il mio suicidio, ricordi?” Sottolineai sforzandomi di mantenere un atteggiamento tranquillo, malgrado il mio stato d’animo dicesse tutt’altro.
“Lo so ma… continuo ad essere contraria alla tua scelta!” Esclamò Felicitis con rinnovato vigore, era stata quella che più di tutti si era opposta alla mia idea. “Diana, sei uscita con cento agli esami!”
“Credi che non lo sappia!!!” Urlai esplodendo infuriata mentre sentivo l’ira avvolgermi devastante e facendomi perdere il raziocinio. Ma solo per un istante
 
Felicitis e gli altri si allontanarono da me di un passo, spaventati.
In quel momento mi resi conto di essere andata oltre e cercai di calmarmi.
“Scusate, non avrei dovuto urlare.” Iniziai, recuperando la lucidità mentre cercavo di incanalare tutta la mia ira dove desideravo. “È solo che… questo è il modo migliore per evitare che i miei genitori vivessero nella vergogna o che succedesse loro qualcosa di male, ed è anche l’unico modo che ho per smettere di essere umana.” Spiegai cercando di trattenere quel miscuglio di emozioni che mi premevano il petto. “Se voglio fare questa cosa non posso più dichiararmi come parte della specie umana. Per giunta voi insistete che dovrei essere io a capo di questa cosa: ma è sbagliato, io non posso svolgere questo compito.”
 
“Perché sei umana?” Domandò Garred e io mi limitai ad affermare silenziosamente. “In effetti è vero: un umana a capo di questa rivoluzione è un’idea assurda.” Ammise Orion.
“È vero. Ma non abbiamo seguito Diana perché è umana, l’abbiamo seguita perché è stata lei a darci una speranza di una via migliore di quella che avevamo intrapreso.” Disse Vanilla cercando di far valere la sua idea.
 
“Sì, ma c’è un problema ben più grande in ballo. Che finora abbiamo ignorato.” Intervenne Galahad attirando l’attenzione di tutti. “Vedete se riuscissimo a stravolgere l’attuale struttura sociale il mondo penserebbe che ci siamo riusciti solo grazie a Diana, che è un’umana, il che sarebbe solo una conferma di tutto ciò che gli umani hanno sostenuto per secoli: ovvero che gli Altri non sono buoni a nulla e che non si sono potuti liberare da questa situazione senza l’uso degli stessi umani.” Disse Galahad per poi avvicinarsi a me.
“Pertanto la cosa migliore sarebbe ucciderti e continuare la nostra strada senza di te.” Disse Galahad pietrificando tutti.
“Oppure.” Continuò. “Nello stesso istante in cui ci uniremo ai tuoi compagni smetterai di essere Diana Dalla Fonte e un’umana e diventerai solamente uno dei membri del movimento.”
 
Le parole di Galahad mi sorpresero e pensai un secondo a questa cosa. “Stai dicendo che vuoi essere tu a capo di questa cosa?” Domandai confusa. “No, solo che lo dividerai assieme altre persone.” Disse Galahad, ci pensai per un istante.
 
“Mi sembra la migliore soluzione, anche perché per quello che vogliamo fare non basta una persona sola al comando e non riuscirei mai a gestire l’intera situazione da sola anche volendo.” Ammisi per poi guardare Galahad negli occhi e mi decisi ad esprimere un pensiero che a lungo avevo covato.
“E se tu diventassi uno dei capi.”
A quel punto Galahad arrossì e mi guardò sconcertato. “Cosa? Io?” Disse il ragazzo confuso. “Sì, tu. Sei calmo, riflessivo e realista, mentre io sono impaziente, impulsiva e utopistica e non ho idea di come potrei gestire un ampio gruppo di persone senza impazzire. Per di più io ho in mente dove voglio arrivare ma ad essere sincera non ho idea da dove cominciare, sei stato tu a proporre l’idea di spostarci a Defeli.” Continuai sempre più convinta delle mie parole.
“Sì, ma io non sono carismatico, e un capo deve esserlo.” Insistette lui. “Andiamo Diana, nessuno mi seguirebbe.” Cercò di giustificarsi Galahad anche se sentivo che una parte di lui desiderava profondamente diventare qualcosa in più di una pedina.
 
“Io lo farei.” Disse Garred attirando l’attenzione di Galahad.
“Senza offesa Diana ma tu sei troppo impulsiva e guerrafondaia, invece Galahad esprime molta fiducia e quando parla, quelle poche volte che lo fa, dice sempre cose intelligenti.”
A quel punto Orion intervenne dando una pacca sulla spalla a Galahad. “È vero: sei l’unico che ha un po’ di sale in zucca, e hai iniziato a studiare legge per conto tuo o sbaglio?” Domandò Orion abbracciando il mio amico.
“Sì, ma…”
“Galahad.” Lo bloccai prima che cercasse un’altra via di fuga. “Se vuoi io sarò a capo delle operazioni più… pratiche diciamo, tu potresti occuparti della gestione del nostro movimento.” Proposi, Galahad fissò il terreno terrorizzato e pensieroso. “Non credo di essere adatto a questa cosa.” Ammise e mi sorpresi di sentire queste parole: aveva il talento per il comando e aveva gestito tutta la faccenda della nostra fuga da Meddelhock oltre ogni aspettativa. Ma non lo dissi, non mi avrebbe creduto e forse era meglio che si rendesse conto da sé di quanto grandi fossero le sue capacità.
 
“Proprio per questo dovresti farlo.” Disse Vanilla incoraggiandolo, probabilmente eravamo sulla stessa linea di pensiero su questo argomento.
“Io… ci penserò.” Si limitò a dire Galahad, se avesse saputo quale ruolo di rilievo si sarebbe ritrovato a svolgere probabilmente non ci avrebbe creduto, e quasi certamente neanche i presenti, dato che non avevamo idea di in quale situazione ci stavamo imbarcando.
 

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Capitolo 24
*** 23. Ciò che cambiò la mia vita ***


Note dell'autrice: questo è l'ultimo capitolo della prima parte, quindi adesso mi prenderò una piccola pausa fino a gennaio e poi avanti tutta con la seconda parte!
So che è tanto tempo ma allo stato attuale sono riuscita a scrivere solo  1/3 dei capitoli che ci saranno, forse, quindi preferisco prendermi un poì di tempo così da potervi offrire un prodotto soddisfaciente.
Tuttavia non vi lascerò a bocca asciutta, alla fine del prossimo mese rilascerò un'anteprima del primo capitolo della seconda parte e forse qualche altra cosina....
Intanto grazie mille a tutti quelli che hanno letto e seguito questa storia fino a qui.
Ci risentiamo presto,
Bibliotecaria







23. Ciò che cambiò la mia vita
 
 
 
Il 1° luglio 2024 della terza Era tornai nella mia città natia.
 
Stavo aspettando sotto al vecchio prugno i miei ex-compagni di classe, lo stesso luogo in cui li avevo informati del mio intento di liberare il drago.
Sperai che arrivassero in fretta ma i minuti passavano eterni e nessuno si avvicinava; alzavo di continuo lo sguardo pregando di vederli in lontananza ma non li intravidi neppure una volta.
Dopo quasi un’ora che aspettavamo Orion mi si avvicinò. “Sicura che arriveranno?” Chiese il vecchio incerto sul da farsi. “Sì.” Affermai convinta. “Non mancherebbero mai all’appuntamento.” Ma in fondo lo dicevo più per convincere me stessa.
 
Il pomeriggio passò lento, caldo, straziante e di loro neanche l’ombra.
 
 
Mentre il tempo trascorreva non potei non pensare che la penultima volta in cui ero tornata a Lovaris c’era Giulio qui con me e che in quei campi avevamo fatto l’amore per la prima volta. Come quel pensiero si insinuò in me, la morsa che mi opprimeva ogni volta che ripensavo a Giulio mi investì e, per cercare di consolarmi, mi strinsi le gambe al petto.
 
“Tutto bene?” Mi chiese Vanilla quanto notò che mi ero chiusa in me stessa. “Sì, tutto bene.” Mi limitai a rispondere malgrado la mia faccia dicesse il contrario.
“Brutti ricordi?” Mi domandò sedendosi accanto a me. “No, sono bei ricordi.” Ammisi appoggiando il capo sulle ginocchia. “Si tratta di Giulio non è così?” Mi domandò tristemente. “Sì. Vedi qui…” Ebbi un attimo di esitazione ma iniziai a parlare prima che me ne rendessi conto. “Abbiamo… l’abbiamo fatto per la prima volta.” Sussurrai mentre stringevo con maggior violenza i miei pantaloni. “Sotto quest’albero?” Domandò Vanilla sconvolta guardandosi attorno imbarazzata.
 
Mi sfuggì un sorrisino.
“No, qui vicino.” Sussurrai indicando una boscaglia a poco più d’un chilometro da noi. “Ma il solo pensiero che fino a pochi mesi ci siamo donati i nostri corpi a vicenda mi fa sentire peggio.” Sussurrai mentre tentavo strappare i pantaloni per conficcare le unghie nella carne e tentare di esprimere fisicamente il mio dolore.
Vanilla intuì cosa stavo facendo e bloccò il mio gesto sul nascere appoggiando delicatamente una mano sulle mie, vi era dolcezza ma fermezza, e, stranamente, riuscì a bloccare il mio intento e a calmarmi, almeno un po’.
 
“Sai… alle volte mi ritrovo a desiderare che quella pallottola avesse colpito me, non lui.” Le confessai guardando il cielo luminoso del tardo pomeriggio.
“Capisco quel che provi: Giulio ed io non avevamo il legame che c’era tra voi, ma era pur sempre un mio caro amico, quando ho saputo com’è andata anche io ho desiderato per un istante che la pallottola avesse colpito te e non lui.” Mi confessò a capo chino.
Stranamente questa confessione non mi ferì, e molto probabilmente non lo fece perché era quello che desideravo.
“Però, un istante dopo che l’ho pensato mi sono sentita un mostro perché non avrei mai sopportato di perderti Diana, poiché tu sei speciale per me, lo sei almeno quanto Giulio, anche se in un modo diverso.” Me lo confessò con le lacrime agli occhi e non potei fare a meno che commuovermi: le sorrisi dolcemente, le passai una mano in viso per asciugarle le lacrime e la strinsi a me per lasciarla sfogare senza che nessuno vedesse le sue lacrime.
 
 
 
Passarono altre ore e i miei compagni si stavano stancando ma non si sarebbero mossi senza il mio consenso, perché sapevano quanto queste persone fossero importanti per me, ma iniziavo a credere che non sarebbero venuti.
“Diana…” Richiamò la mia attenzione Felicitis. “Oramai non verranno più.” Disse cercando di smuovermi e indicando il sole calante.
“No!” La contraddissi malgrado una parte di me fosse convinta che avesse ragione. “Arriveranno, ne sono sicura!” Esclamai. “Diana, è inutile aspettare ancora.” Insistette lei.
Mi passai una mano trai corti capelli nervosa e scesi con la mano fino alle punte, quasi sorprendendomi quando quel contatto dorò pochi istanti, all’epoca ci devo ancora fare l’abitudine ma oramai mi parrebbe assurdo non portarli corti.
Presa dal nervosismo iniziai a camminare avanti e indietro sotto l’occhio attento dei miei amici sempre più preoccupati per me.
 
 
Stavo per perdere la speranza e andarmene, quando li vidi arrivare dai campi in lontananza. E la prima cosa che pensai fu che gliene avrei dette quattro.
 
Ma avvenne qualcosa di strano: si bloccarono un secondo, erano lì a meno di cento metri di distanza e mi fissavano come se fossi un fantasma. Ricambiai lo sguardo confusa e mi avvia verso di loro con fare seccato.
“Siete in un orrendo ritardo. Mi dite cosa vi passa per la testa, siamo rimasti qui a cuocere sotto il sole dà ‘sta mattina.” Li ripresi bonariamente.
 
Fu allora che mi sentii travolgere e gettare a terra da quarantatré chili di folletta sconvolta alla velocità di trenta chilometri orari. “Fina?” La mia amica cercò di formulare qualcosa ma uscirono solo versi disperati. La abbracciai preoccupata ma contemporaneamente mi chiesi cosa stesse succedendo.
Fu allora che il resto dei ragazzi mi travolsero in un immenso abbraccio.
“Okay… perché tutto questo affetto?” Domandai confusa non sapendo bene come reagire a tutta questa situazione.
 
“Diana!” Urlò Nami assordandomi l’orecchio destro che iniziò a fischiare dopo più di un mese che aveva smesso. “Brutta stupida! Ti credevamo morta!” Esclamò Nami mentre mi stritolava in preda alle lacrime.
“Aspetta... Nami, ragazzi, calmatevi. In che senso mi credevate morta?” Domandai confusa: la notizia del mio suicidio non poteva essere arrivata fino a Lovaris così velocemente: erano passati appena tre giorni.
“Abbiamo letto i giornali. Sei in prima pagina!” Esclamò Nami facendosi passare da Gahan il giornale che convenientemente aveva portato con sé.
 
Gli diedi una rapida occhiata e mi sentii incazzata e allo stesso tempo lusingata: avevano trascritto la mia lettera per il suicidio.
Non la riporterò perché non sono più riuscita a trovarla da nessuna parte, ma essenzialmente avevo parlato di Giulio, della nostra relazione, del fatto che era morto per difendermi durante la Notte Rossa e che non riuscivo più a convivere con il dolore di quello che era successo e per questo mi ero suicidata. Era una specie di riassunto tutta la nostra storia censurando tutto quello che riguardava i Rivoluzionari e mentendo dove era necessario.
“Merda…” Questo non era nei piani. Quella lettera la dovevano leggere solo i miei genitori, non tutto il mondo vivibile.
 
“Diana, che significa tutto ciò?” Trassi un profondo respiro alla domanda di Oreon con un tono che era tra il sollievo e la disperazione.
“Beh… tecnicamente…. Sì, sono morta.” Iniziai accarezzando la testa di Fina e Nami che erano ancora parecchio sconvolte ma che come parlai si alzarono e mi fissarono al unisono come se fossi impazzita di colpo. “Diana dalla Fonte è morta ufficialmente. Io ho solo… inscenato il mio suicidio. Nessuno sa che sono ancora viva tranne i qui presenti, a questo punto.” Spiegai nel tentativo di liberarmi da quel abbraccio che stava diventando più un modo per tenermi bloccata.
 
“Diana ma cosa cazzo stai dicendo?” Mi domandò Zafalina fissandomi duramente con quei suoi occhi di ghiaccio. “I tuoi genitori ci hanno chiamati due giorni fa per chiederci se eri da noi. Poi oggi è arrivato questo giornale che ci informa della tua morte e che non è possibile recuperare il tuo corpo! Mi dici cosa cazzo succede!?!” Domandò Zafalina imbestialita.
Respirai affondo e raccontai loro i più recenti sviluppi.
 
Nei primi momenti erano tutti piuttosto furibondi, sollevati o confusi, ma a mano a mano che spiegavo loro tutti i dettagli che avevo censurato per missiva o telefonata i loro sguardi si fecero più attenti e concentrati.
Poi spiegai loro il nostro intento: creare un movimento per fare sì che questo mondo cambi. Volevamo puntare in primis al diritto di voto, poi al riequilibrio delle ingiustizie nel mondo e al creare un mondo migliore. Senza più usare la violenza come unica arma ma solo come ultima risorsa.
Con quello che è successo in seguito verrebbe da dire che siamo stati degli ipocriti, ma per me il termine più adeguato è ingenui, maledettamente ingenui.
 
 
“Tu sei pazza, completamente e inesorabilmente pazza.” Decretò Zafalina che mi stava ancora ammazzando con lo sguardo ma percepii nel tono della sua voce un piccolo mutamento dal quale intuii che non era più così furiosa.
“Concordo.” Risposi. “Ma ora devo sapere.” Presi un profondo respiro conscia di starli ponendo una scelta difficile. 
“Siete con noi, o no?” Domandai loro.
 
Seguirono pochi eterni istanti di silenzio, istanti in cui loro soppesarono le loro possibilità presenti e future e ciò che avrebbe implicato questa loro scelta.
In quel momento ero divisa in due: da una parte speravo che mi augurassero di morire soffocata nelle terre velenose e se ne andassero urlandomi di non tornare mai più, dall’altra non volevo perdere anche le persone con cui ero cresciuta e per cui avrei fatto qualunque cosa.
 
“Ce lo stai chiedendo veramente Diana?” Mi domandò Salomon con un’estrema serietà rizzando la testa per rendere evidenti le sue corna che in quei mesi erano indiscutibilmente cresciute. “Diana ci conosciamo da una vita, avevamo capito che tu avresti seguito questa via da quando ci hai parlato di quel drago.” Affermò lui serio. “Io non sono un combattente, lo sai.”
Gli feci un mezzo sorriso per incoraggiarlo a proseguire e per fargli capire che avrei accettato qualsiasi risposta.
“Ma è anche vero che, per quanto poco, farei tutto ciò che è in mio potere per rendere questo mondo un luogo migliore e che sono stanco di ripetermi che è inutile provare.” Con quella affermazione mi donò un timido sorriso ma riprese istantaneamente a parlare.
“Per di più sei tu che me lo chiedi. Ti conosco bene, tu sei la persona più combattiva che conosca e quando decidi qualcosa lo porti sempre a termine. Quindi ti aiuterò, nei limiti in cui mi sarà possibile.”
Chinai il capo per ringraziarlo ma dentro di me si stavano muovendo un tale miscuglio di emozioni che sentivo che sarei scoppiata a piangere se non mi fossi data un contegno.
 
Pochi istanti dopo Andrea e Oreon si guardarono un secondo e poi mi si avvicinarono. Notai che Oreon era parecchio severo nel suo sguardo e mi preparai alla stigliata.
“Non approvo la tua scelta Diana, non approvo che tu abbia abbandonato i tuoi genitori in questo modo, non approvo che tu ci abbia tenuto al oscuro di così tante cose malgrado fossimo già dentro a questa storia e non approvo che ci hai usati come ultima spiaggia.” Il suo tono era severo e le sue parole dirette e schiette, ma non mi sarei aspettata altro da lui.
“Lo so, e in parte me ne pento.” Risposi. “Non mi bastano le tue scuse Diana. Non bastano a nessuno di noi. Io e te ci siamo sempre detti tutto, e non mi piace che tu non ci abbia coinvolti questa scelta prima.” A quel punto si concesse un breve respiro per calmarsi.
“Senti, io e te siamo sempre stati una squadra, non pretendo che tutto ritorni come un tempo, ma vorrei poterti seguire. Ma ciò non può avvenire se mi escludi dalle tue scelte per proteggermi o qualsiasi altra scusa del cavolo ti passi per la testa. Ci siamo capiti?” Mi domandò serissimo Oreon perscrutandomi l’anima con quei suoi caldi occhi marroni.
“Sì. Ci siamo capiti.” Risposi per poi porgergli la mano e stringerla in un accordo silenzioso tra noi due.
 
“Andrea vuoi aggiungere qualcosa?” Gli domandai. “Non molto. Solo che è da quando ci hai parlato di tutta la questa faccenda che io e Oreon discutevamo sul raggiungerti per aiutarti al meglio. Anche perché sospettavamo che dopo tutta questa faccenda la storia non poteva concludersi così facilmente, no?” Andrea mi diede una pacca sulla spalla.
“In parole povere: sì, anche io sono con te. Giulio aveva visto bene: sei una guida nata.” Affermò con convinzione.
Non so perché, ma sorrisi, le parole di Andrea avevano di nuovo aperto quella voragine, eppure c’era qualcosa di piacevole in questo dolore. “Sì.” Sussurrai.
 
“Sì, tutto molto gentile e commovente ma detto ciò: veniamo anche noi.” Decretò Tehor avvicinandosi a me assieme a Gahan. “Ti servirà pur qualcuno che ti copra le spalle.” Affermò il ragazzo facendomi un occhiolino d’intesa.
“E ti servirà anche qualcuno che sappia usare un minimo gli esplosivi: vacanze intere passate nelle miniere serviranno a qualcosa.” Affermò Gahan sicuro.
“Veramente noi vorremmo evitare la violenza…” Borbottò Galahad che però venne ignorato dai miei due chiassosi amici ma non da quelli più accorti.
 
“Se la situazione è così vengo anch’io.” Decise Lukas. “Per di più… ecco… credo che…”
Scostai Gahan e Tehor per poter parlare direttamente con Lukas. “Cosa Lukas?” Domandai incuriosita. L’interessato si mordicchiò il labbro nervosamente per qualche istante poi si decise a parlare. “La mia famiglia ha delle conoscenze… persone molto scontente della situazione che potrebbero aiutarci.” Mi sussurrò al orecchio una volta avvicinatosi.
“Non lo sapevo.” Confessai incredula e dal modo in cui me lo stava comunicando intuii di non essere l’unica ad esserne sorpresa. “Beh… ci sono molte cose che non sai sulla mia famiglia Diana. E… mi dispiace se le ho tenute nascoste a tutti voi fino ad ora, ma sai com’è… figlia di agenti S.C.A.” Accennai di aver capito e gli diedi una pacca sulla spalla.
 
Quando mi allontanai notai lo sguardo sospettoso di Galahad su Lukas, ma come gli feci un cenno che ne avremmo parlato dopo smise di fissarlo come un abominio.
 
Pochi istanti dopo percepii lo sguardo cocente di Zafalina su di me, mentre Fina e Nami continuavano a guardarsi chiaramente preoccupate.
“Io vengo con te.” Decise Zafalina avvicinandosi sicura e orgogliosa come sempre e mi sentii sollevata: la sua forza d’animo era un’arma potente e un rifugio sicuro. Come mi raggiunse mi diede una pacca sulla spalla e mi lanciò una saettata per poi sussurrarmi, con fare minaccioso, che dopo avremmo parlato di tutto quello che era successo.
Sentii un brivido percorrermi lungo la schiena ma Zafalina distolse subito lo sguardo e si concentrò su Nami e Fina.  
“Voi due fate come preferite.” Continuò voltandosi per guardare negli occhi le due interessate.
 
Nami guardò Fina per un istante, le fece un sorriso e iniziò a parlare. “Neanche io non sono una combattente. Ma posso aiutarti: ho un lavoro come donna delle pulizie in comune. Potrei aiutarti sotto un aspetto secondario. E la mia famiglia è grande e numerosa, penso di poterti recuperare informazioni e appoggio con relativa facilità.” Disse Nami e non potei fare a meno di raggiungerla e abbracciarla.
“Io invece...” Riconobbi subito la timida vocina alla mia destra. “Temo di non avere niente da offrire. Ma con tutti questi grandi progetti vi servirà qualcuno che si assicuri che mangiate.” Scherzò Fina sorridendomi dolcemente e abbracciai anche lei.
 
“Anche io vengo con te.” Decretò Lillà appoggiandomi una mano sulla spalla appena le altre due ragazze si separarono. “Come…?” Sussurrai incredula guardandola negli occhi. “Ma Lillà e… tuo marito?” Domandai incredula. “Verrà con me. Da un po’ di tempo stiamo pensando di trasferirci, oramai questo non è più un posto per le fate.”
La guardai un istante senza capire. Ma se fossi stata un po’ più attenta ai giornali in quel periodo avrei saputo che nella regione dei Fiumi c’erano state delle persecuzioni sempre più severe nei confronti delle fate.
“Non sono una guerriera, ma posso curare i feriti e cucinare.” La ringrazia ma non l’abbracciai, sapevo che le avrebbe dato fastidio.
 
 
A quel punto rimanevano solo Kallis e Denin che avevano iniziato a confabulare tra di loro già da un po’, ignorando quel che succedeva loro intorno. Tuttavia non mi ero resa particolarmente conto della stranezza del loro comportamento, ad essere sincera a loro non avevo per nulla badato fino a quel momento. Fu allora che mi accorsi di cosa c’era di anomalo nel loro comportamento: stavano parlando una lingua a me estranea.
Non mi era mai successo prima.
 
Era da almeno duecento anni che era stato dichiarato il Volgare come lingua nazionale e unica; ed erano passati almeno cento anni da quando avevano iniziato a estirpare tutte le lingue, una ad una.
Oramai solo gli anziani parlavano delle forme storpie di quelle lingue perdute.
Eppure dopo lunghissimi attimi in cui non capivo cosa stesse succedendo riconobbi la cadenza: era Goorad, un vecchio dialetto della Regione dei Fiumi. Incredibile dire che lo riconobbi solo perché le vecchiette di Lovaris erano solite a cantare intere poesie in quella antica lingua oramai dimenticata.
 
 
Stavo per dire qualcosa, per tentare di fare luce su tutta la questione, ma, in quel momento, i ragazzi si interruppero e intuii che qualsiasi cosa avessero da dirmi non sarebbe stato un discorso breve.
“Diana, hai mai sentito parlare degli Antichi?” Mi domandò Denin, un brivido freddo percorse la schiena di tutti noi. Personalmente la domanda mi lasciò disorientata perché Denin sapeva fin troppo bene che io dovevo sapere del esistenza degli Antichi.
Tuttavia su essi conoscevo solo alcune voci: avevo sentito che avevano preservato i misteri della magia che erano stati perduti durante la Terza Era, e che conoscessero la vera storia di periodi storici del quale a noi restavo solo vaghi echi di ciò che erano state la Prima e la Seconda Era.
 
All’epoca a scuola non si soffermavano sui periodi precedenti alla Terza Era. Ci avevano dato delle vaghe nozioni su la schiavitù umana, le antiche leggende, la fondazione di Libris, l’antico Impero di Solunis con la sua gloriosa ascesa e brutale e rapida caduta, le guerre per il territorio e la fine della schiavitù, l’inizio della Seconda Era e la formazione dei regni che la contraddistinsero, il massimo splendore delle città commercianti di Defeli, Jiui, Meriadera e Mazelia, la caduta di quest’ultima e l’inizio del regno umano e della Terza Era.
Erano fatti storici importanti, certo, ma tutto il resto era stato dimenticato: lingue, culture, letteratura, musica e magia era andato perduto più o meno per volere dei nostri antenati.
 
Si diceva però che gli Antichi preservassero tutte quelle storie dimenticate.
 
Personalmente non avevo una buona immagine di loro, né ne avevo mai sentito parlare bene da nessuna razza: tutti dicevano che erano un popolo senza patria e senza onore, che praticassero la magia malgrado gli immensi rischi che essa presentava, e che fossero solo dei codardi che si nascondevano al mondo senza fare nulla per esso.
 
“Qualche volta.” Mi limitai a dire mantenendo un atteggiamento neutro. Probabilmente il mio cervello aveva già intuito la bomba che stavano per sganciare da quei due, mai il mio cuore si rifiutava di credere i due soggetti più calmi, diligenti, pacifici e onesti della classe ci avessero nascosto qualcosa di simile.
Denin fece un sorrisetto dolce ma in qualche modo compiaciuto.
“Ebbene, io e Kallis siamo membri del popolo degli Antichi e ti vorremmo fare una proposta.”
Ci misi un po’ a processare la confessione di Denin, lo fissai incredula per diversi istanti senza dire niente così come il resto dei presenti.
 
“CHE COSA?!?” Esclamò Gahan infuriato con il suo vocione da nano che tirava fuori quando era veramente incazzato o sconvolto, ma in questo caso credo che fosse entrambe le cose.
“E non ce l’avete mai detto, stronzi!?!” Continuò Tehor per poi essere seguiti dagli altri miei compagni.
Fina volò spedita addosso a Kallis e iniziò a scuoterla pretendendo spiegazioni, mentre Salomon sbraitava contro Denin venendo subito dopo accompagnato del resto dei miei compagni.
 
Solo io, Oreon e Zafalina restammo immobili incapaci di deciderci sul da farsi. Fu allora che avvenne, a sorpresa: una fievole voce tentò di zittirli.
La prima volta era un sussurro imbarazzato, poi un borbottio seccato e in fine esplose in un tuono. “Volete stare zitti!!!” Tonò Galahad attirando l’attenzione di tutti su di sé e stupendo Orion che mostrò le sue zanne in un sorriso compiaciuto.
Galahad tossicchiò leggermente per dissimulare l’imbarazzo e ritrovò la sua compostezza.
“Di che offerta si tratta?” Domandò Galahad avvicinandosi a me in cerca di sostegno.
 
“Diana possiamo trattare… in privato? Non sappiamo neanche chi è ‘sto tizio.” Domandò Kallis diffidente e bloccando Denin dal dire qualunque cosa volesse. “Galahad Roveto.” Si presentò l’interessato. “E se volete trattare con Diana dovete trattare anche con me.” Decretò sforzandosi per non mostrare l’irritazione e mantenere un’aria imperturbabile, gli stava costando energie ma era convincente.
“Oh, quindi rappresenti i tuoi amici lì dietro?” Domandò Kallis mentre i suoi occhi di un verde che ricordavano le foglie degli olivi trafiggeva i presenti. “Mi pare logico” Rispose Galahad con lo stesso sguardo freddo.
 
“Io garantisco per loro.” Intervenni prima che tentassero di accoltellarsi. “E Galahad ha ragione: se trattate con uno di noi, trattate con tutto il gruppo.” Mi limitai a dire riprendendomi dalle varie sorprese della giornata e avvicinandomi a Denin e Kallis che parevano sconvolti dalla mia presa di posizione.
Un po’ mi dispiacque trattarli come estranei ma gli Antichi erano una fazione e noi eravamo un’altra: loro due non si potevano aspettare che in nome della nostra amicizia mi sarei comportata come sempre. Tuttavia non si meritavano il mio astio.
 
“Avanti, ditemi, cosa possono offrirmi gli Antichi di così prezioso?” Domandai cercando di mantenere la calma ma in realtà avrei voluto prenderli a schiaffi. “Conoscenza.” Si limitò a dire Denin. “Conoscenza?” Domandò confuso e scettico Galahad che, giustamente, non si voleva fidare del gruppo che era in parte causa del arresto dei suoi genitori.
“Conoscenza riguardo a che cosa?” Insistetti cercando di mostrarmi aperta al dialogo ma restando sul chi vive: mi fidavo dei miei amici ma se erano stati in grado di mantenere quel segreto per chissà quanti anni, sarebbero stati in grado di nascondermi molto altro.
“Conoscenze legate al segreto dietro Libris, le vie dei Nani, la città degli elfi, la battaglia delle grandi pianure, le antiche religioni, tutto. Gli Antichi preservano segreti che ti farebbero accapponare la pelle. E per darvi l’idea dei livelli ve ne diremo uno.” Spiegò Denin.
 
Come sentì le sue intenzioni Kallis cercò di persuaderlo a fermarsi ma Denin continuò imperterrito.
 
 
“Di che si tratta?” Domandai. “Tu sai che i trattati di Miren furono firmati per giustificare le disuguaglianze che ci sarebbero state tra le varie razze, vero?” Mi domandò Dennis.
 
Lo sapevo fin troppo bene, quei trattati erano alla base di ogni discriminazione, ogni legge che bloccava gli Altri dal essere trattati con equità.
Tutto era partito con una semplice clausola presente nel trattato firmato dalle fate e dai folletti del epoca per mantenere il permesso di vivere ancora nella regione di Alate, lo stato che gli umani avevano soverchiato rendendolo il loro.
 
Essenzialmente diceva che se volevano continuare a vivere lì dovevano ottenere un permesso per poter praticare la magia, dato che essa era la causa della disuguaglianza tra gli umani e le altre razze.
All’epoca poteva sembrare qualcosa di positivo, soprattutto perché la magia nel vecchio regno di Alate era insegnata solo ai nobili e quindi andava ad incidere solo su quella categoria. Poi però divenne sempre più difficile ottenere quei permessi, si restrinsero sempre di più il numero di magie concesse, piano piano vennero chiuse tutte le scuole di magia e, prima che potessero accorgersene, la magia divenne illegale e dimenticata.  
 
“Purtroppo sì.” Risosi con amarezza.
Quei trattati erano il peccato umano più grande della storia: era un segreto conosciuto da tutti, una rete malefica di un ragno calcolatore e fin troppo pochi se ne rendevano conto. La presentavano come un’azione necessaria per ottenere l’uguaglianza o un modo per rifarsi dei secoli di schiavitù ma la verità restava: quel trattato era una macchia rossa nella storia degli uomini, una colpa inestinguibile.
 
“Come tu ben saprai c’era una clausola che determinava delle limitazioni sull’uso della magia per le altre specie dato che gli umani non potevano usarla.” Mi spiegò Denin, solo in quel momento Kallis smise di tentare di fermarlo, probabilmente temeva che rivelasse qualcosa di ben più segreto.
“Sì, sì, risparmiami la lezione di Storia.” Dissi sentendo un veleno fastidioso assalirmi ma rimasi calma.
“Ebbene, ciò che non sai è che gli umani possiedono un particolare tipo di magia.”
 
 
Guardai Denin divertita a quella rivelazione.
“Denin… non ho mai sentito parlare di umani che fanno anche solo un vago uso della magia, e siamo il venticinque percento della popolazione mondiale, se fosse vero oramai lo si saprebbe.” Dissi sotto lo sguardo confuso del resto dei ragazzi: il non avere magia era LA caratteristica degli umani, questo non poteva essere vero.
 
“Ciò che dice è vero.” Intervenne Kallis. La guardai come se avesse sbattuto la testa da qualche parte e anche il resto dei presenti pareva altrettanto confuso. “È un potere sottile, invisibile rispetto al volare, creare campi di energia o manipolare le piante. Ma fondamentale.” Spiegò lei serafica, fu lì che capii che non stava mentendo: non dire qualcosa e mentire sono sue cose diverse e Kallis sarà anche stata un asso nella prima ma pessima nella seconda.
A diciannove anni suonati non era ancora in grado di mentire sul fatto di avere o meno svolto i compiti o nel dire a suo padre che non era uscita con un ragazzo.
“E credo che una parte di te sappia che è la verità.” Disse fissandomi negli occhi.
 
“Non dire scemenze, cosa potremmo mai avere noi umani di così speciale? Siamo umani proprio perché non usiamo la magia. Altrimenti saremmo maghi!” Esclamai incredula.
“Diana, gli dei hanno creato ogni essere così che abbia la possibilità di sopravvivenza, anche se preda di molte. Pensaci un secondo: qual è quella cosa che ha permesso agli umani di sopravvivere a secoli di imperi e di regni ben più potenti?” Guardai Denin senza capire: cosa centrava l’avere o no la magia con il potere politico?
“Il dare il culo alle persone giuste, abbassare la testa quando serve, lottando per i propri diritti quando è il momento, acquisire denaro e potere sfruttando la competizione tra Mazelia e Defeli, approfittare del declino della prima e diventando i possessori della tecnologia da guerra più moderna in circolazione?” Domandai riassumendo in poche parole come Alate era caduta. Il mio professore di Storia era stato molto chiaro su come Mazelia era caduta, ci avevamo speso tutto il primo anno su questo argomento.
 
Denin mi fissò un secondo incerto. “Beh… sì… ma non è questo il punto!”
“Allora dimmelo tu, ho avuto fin troppe sorprese oggi.” Decretai leggermente annoiata da questo teatrino.
“Davvero non lo sai?” Mi domandò lui sorpreso. Corrucciai lo sguardo e gli feci capire che o sputava il rospo o lo avrei strozzato.
 
Denin si fece piccolo un istante poi si decise a rispondere.
“La resilienza alla magia, è questo ciò che ha permesso a voi umani di sopravvivere a creature altrimenti ben più potenti di voi. Da sempre siete in grado di resistere alla magia e più venite esposti ad essa, meno questa ha effetto su di voi. E questa vostra abilità aumenta ogni volta che subite gli effetti della magia.” Guardai Denin confusa.
“Denin... questa è una stronzata.” Sussurrai: non era vero, non poteva essere vero.
“Forse non te ne sei accorta perché nessuno l’ha mai rivolta apertamente contro di te ma in tutti questi anni sei stata esposta ad essa anche se in forme molto blande quindi dovresti aver risvegliato la tua magia.” Disse Denin evocando una piccola sfera di fuoco azzurra dal nulla, non ebbi il tempo di stupirmi che me la scagliò contro.
 
Urlai in preda al panico e caddi a terra per lo spavento ma come mi sfiorò la pelle e la colpii con una manata e questa si affievolì fino a scomparire nel nulla nel giro di pochi istanti.
 
“Ma dico sei impazzito nanerottolo!?!?!” Urlò Orion raggiungendomi e facendo per prendere a bastonate il mio vecchio amico ma come vide che del fuoco non c’era nessuno traccia si trattenne. “Per il Sole e per la Luna! Come diamine è possibile?” Domandò l’orco incredulo.
“Gli umani non hanno solo vinto la guerra per quel trucco, certo. Ma il vero motivo per cui hanno soggiogato tutti i regni a Nord nel giro di appena un secolo è che gli umani sono resistenti alla magia delle altre specie. E questo, unito all’invenzione delle armi da fuoco, ha reso la vittoria schiacciante.” Spiegò Denin mentre mi rialzavo sconvolta, ero convinta di morire.
 
A quel punto gli occhi marroni di Denin incrociarono i miei esprimendo chiara preoccupazione. Sentii Oreon e Felicitis che mi aiutavano ad alzarmi ma come fui in piedi mi liberai del loro sostegno.
 
“Tutto bene Diana?” Mi domandò Denin e a quel punto persi le staffe. “Tutto bene? Tutto bene mi chiede lui!?! Hai cercato di uccidermi! E che era quella roba!?!” Urlai furibonda.
“Magia, i maghi possono controllare il fuoco, generare illusioni e… un altro paio di cosette.” Disse facendosi sempre più piccolo mentre mi avvicinavo.
“Io ti torco quel collo rinsecchito!” Urlai furibonda. “Diana… ti prego…” Tentò di darsi alla fuga ma lo afferrai e lo bloccai sul posto. “Lanciami addosso un altro incantesimo e io ti strozzo.” Decretai mentre Denin si faceva ancora più piccolo e Kallis indietreggiava d’un passo.
“Diana! Adesso basta!” Mi riprese Oreon e fu allora che mi resi conto di cosa stessi facendo: inspirai affondo e mi calmai, in qualche modo. Stranamente l’aver subito quel incantesimo mi aveva riempito di energia.
 
“Ora sono calma.” Dichiarai a tutti facendo riprendere il respiro a Denin che era ancora bloccato dalla mia presa. “Ma ora dimmi, come mai nessuno lo sa?” Continuai pacata.
“Era il segreto della vostra razza, lo avete nascosto gelosamente per millenni durante la prima e la seconda Era. Durante l’inizio della terza Era molti iniziarono a sospettare questa vostra abilità però non vi è mai stata conferma.” Mi spiegò Denin mantenendo la calma.
“Quando in fine gli uomini hanno conquistato tutto l’ovest nel 1300, i draghi, da alleati degli umani, iniziarono ad andarvi contro perché non gli piaceva come trattavate chi non era umano. Poi uno di questi tentò di svelare il vostro segreto ad un regno vicino e per questo i draghi sono stati trucidati quasi tutti nel timore che svelassero il segreto a qualcun altro.” Mi spiegò Denin e a quel punto capii il nocciolo della questione.
 
“Così avrebbero sempre avuto un’arma di riserva contro le altre razze.” Dissi comprendendo finalmente. “Ma allora gli Antichi come fanno a saperlo?” Domandai confusa. “Come ti ho detto uccisero quasi tutti i draghi, e quei pochi rimasti rivelarono il segreto ai primi Antichi. Ma non fu possibile diffondere la questione: in primo luogo perché la magia era oramai un’arte clandestina, pericolosa e poco controllata e quei pochi che riuscivano a padroneggiarla morivano per mano dell’Inquisizione prima, e per la S.C.A. dopo, e questi sono l’unico gruppo di umani a conoscenza di questa cosa.” A quel punto un pensiero sorse nella mia mente.
“Ma allora…” Sussurrai lanciando uno sguardo a Vanilla: com’era possibile che lei fosse riuscita a stendere due agenti di polizia ma io, a caso, fossi riuscita a resistere agli effetti di quel incantesimo?
Questa domanda mi fece rimuginare per qualche secondo di troppo.
 
“Cosa Diana?” Domandò Kallis. “Com’è possibile che sia riuscita a bloccare così quella sfera infuocata?” Domandai preoccupata: non volevo svelare il segreto di Vanilla senza il suo consenso.
“Beh, tanto per cominciare quello che Denin ti ha lanciato contro era un incantesimo molto debole, buono solo a fare scena.” Denin le lanciò un’occhiataccia come per dire che non era così ma venne ignorato.
“Per di più, la tua, è una magia basata sul istinto a questi livelli, se fosse stato un incantesimo più complesso, o che non metteva a rischio la tua incolumità, avresti dovuto concentrarti. Forse ha aiutato il fatto che i tuoi genitori siano agenti S.C.A. e quindi siano stati addestrati a resistere alla magia e che tu abbia sempre vissuto in mezzo a noi e che, quindi, in un modo o nel altro, sei sempre stata esposta alla magia anche se nelle sue forme più deboli e involontarie.” Spiegò Kallis.
 
“Beh, in effetti ha senso.” Disse Vanilla che probabilmente era ancora sconvolta da quella notte più di me. “Sì, ma questo non può essere sufficiente.” Insistetti: c’era un pezzo che mancava al puzzle, mi sedetti un secondo per riflettere. “Lo so che è sconvolgente ma è la verità Diana.” Mi spiegò Kallis interrompendo il mio flusso di pensieri. “Vi credo. Però… tutto ciò è sconvolgente. E… non avete ancora risposto alla mia domanda.” Spiegai sovrappensiero, a quel punto la giovane ninfa lanciò un’occhiata d’intesa a Denin e trasse un profondo respiro.
 
“Io e Denin non saremo mai utili in battaglia, ma possiamo darti le conoscenze per distruggere le leggi di restrizione.” Mi spiegò Kallis. Alzai lo sguardo. “Quanto tempo ci vorrebbe?” Domandai. “Ci vorrebbe tutta la vita per avere tutte le conoscenze. Ma potremmo intermediare tra voi e gli Antichi. Ci stai?” Mi domandò Dennis.
 
Mi voltai e mi rivolsi al resto del gruppo. “Siete d’accordo?” Domandai a tutti loro, nessuno osò rispondere. “Credo sia un aspetto interessante di cui però dovremmo discutere in un secondo momento a mente lucida.” Decretò Galahad e mi trovai d’accordo con lui e dopo un primo tentennio tutti si trovarono più o meno d’accordo. “E così sia. Tuttavia se accetterete o meno, io e Denin faremo del nostro meglio per sostenervi.” Disse Kaillis e le strinsi la mano e poco dopo a Denin.
 
“Quando potremmo discuterne con qualcosa in più di una vostra promessa?” Domandò Galahad avvicinandosi a me, cercando di far valere il ruolo di capo e ci stava riuscendo piuttosto bene. “Ci vorrà una settimana per informarli e non siamo sicuri di quanto tempo per convincerli.” Mi spiegò Kallis e a quel punto si avvicinò Nohat. “Non possiamo perdere tutto questo tempo qui.” Sottolineò in un sussurro alle orecchie di Galahad.
“Concordo, tuttavia credo che questo non sia tempo sprecato.” Disse Galahad conscio che c’erano molte altre cose da sistemare e pianificare prima di arrivare a Defeli.
“Concordo.” Lo appoggiai, a quel punto Nohat fece un mezzo sbuffo e tornò in dietro. “Per il momento restiamo qui, forse non ci vorrà così tanto tempo.” Concluse Galahad mentre Denin e Kallis mi lanciavano una strana occhiata ma non indagai oltre, ero stata una giornata spossante.
 
“Eventualmente potremmo mandare Orion e la sua famiglia in avanscoperta.” Concluse Galahad facendo spallucce e iniziando a dirigerci verso il camion, lì dove avremmo dormito per un bel po’ di tempo.
 
Tuttavia prima di proseguire mi resi conto di non avergli chiesto la cosa più importate.
“PORCAPUTTANA IL DRAGO!” Esclamai di colpo preoccupata.
“Come sta’?” Domandai. “Bene.” Mi rassicurò Kallis. “Da quando è arrivato ha messo su peso e le sue ferite sono messe meglio.” Spiegò con un sorriso orgoglioso. “E la scorsa settimana abbiamo spedito una richiesta per mandarlo alla base principale degli Antichi dove potrà vivere protetto e amato senza doversi preoccupare di essere visto da altre persone.” Mi raccontò Kallis e non potei che trarre un sospiro di sollievo: se non fosse giunto al sicuro tutto quello che avevamo fatto per salvarlo non avrebbe avuto un senso.
 
“Oh, finalmente! Stavo esaurendo le idee per evitare che i membri del mio branco andassero in quella zona! E Fina sta facendo i salti mortali per nutrirlo.” Commentò Andrea traendo un sospiro di sollievo. “Anche io sono impazzito, per di più mio nonno ha una vista acutissima di notte, fortuna che è mezzo rimbambito e nessuno gli ha creduto.” Disse Lukas sollevato riprendendo a camminare.
 
Mentre camminavamo verso il nostro accampamento improvvisato guardai il cielo tramontare: era di un rosso intenso, omogeneo, sovrannaturale, l’unica macchia nera era un falco solitario che volava assieme ad un forte vento che preannunciando tempesta, in lontananza potevo vedere le nubi temporalesche avvicinarsi veloci.
 
“Ragazzi stavo pensando che nome vi siete dati?” Domandò Tehor ad un certo punto.
Già, non ci avevamo ancora pensato, il nome è una cosa importante, avrebbe detto chi eravamo e chi volevamo diventare. “Che ne dite di Fuggiaschi?” Propose uno. “Io pensavo ad Anarchici?” Disse un altro. “Non suona un po’ estremista?” Domandò qualcuno. “A me piace.” Commentò qualcun altro. “Nessuno prende in considerazione la mia proposta?”
“La tua proposta fa schifo.” Disse Orion seccato. “Ehi!” Urlò quello. “Perché non lo chiediamo a Diana, è lei il capo.” Propose Oreon.
“Sarei anche io il capo.” Sottolineò Galahad a mezza voce mentre mi risvegliavo dai miei pensieri e guardai tutti, guardai un’altra volta quello splendido tramonto.
 
“Per il nome non ho idee sinceramente. Però ho una mezza idea per un eventuale simbolo o bandiera.” Ammisi. “Spara.” Commentò Oreon usando la mia spalla come appoggio per le sue braccia, come quando eravamo solo dei bambini e la differenza di altezza non era così drastica. “Pensavo che un falco nero su cielo rosso potrebbe essere una buona idea. Sapete… rosso come questo tramonto, rosso come la rivoluzione, come il sangue e la passione.” Pensai ad alta voce. “Il falco poi è il simbolo del cambiamento, quindi mi pare appropriato.” Pensai ancora ammirando quel colore così stupendo.
“E per il nome… pensavo a… Ribelli…?” Proposi ma tutti storsero il naso.
“Avete ragione, in effetti è troppo banale.” Ammisi mentre iniziavo il lunghissimo percorso che mi avrebbe condotta ad affrontare ogni sorta di avversità per realizzare un sogno fragile come una fiammella al vento.
 
 
 
 
 
 
 
Fine prima parte
 

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