𝙉𝙊𝙉 𝙀𝙁𝙁𝙐𝙂𝙄𝙀𝙎 𝙋𝙍𝘼𝙀𝙏𝙀𝙍𝙄𝙏𝘼

di SJValse
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Trama & Copyright ***
Capitolo 2: *** Capitolo I: Ab initio ***
Capitolo 3: *** Capitolo II: Initium aliquid ***
Capitolo 4: *** Capitolo III: Initium aliquid, pars II ***
Capitolo 5: *** Capitolo IV: Triclinium, cibi et convivialis ***
Capitolo 6: *** Capitolo V: Age quod agis ***
Capitolo 7: *** Capitolo VI: Asyssus abyssum invocat ***
Capitolo 8: *** Capitolo VII: Nigro notanda lapillo ***
Capitolo 9: *** Capitolo VIII: De cuius hereditate agitur ***
Capitolo 10: *** Capitolo IX: Condicio sine qua non ***
Capitolo 11: *** Capitolo X: Solem et lunam ***



Capitolo 1
*** Trama & Copyright ***


Trama&Copyright

© Copyright

Attenzione, tutti i diritti riservati.

 

Il plagio è un REATO. La storia è protetta dal diritto di autore. Qualunque tentativo di appropriazione indebita, o riproduzione totale o parziale della storia è PUNIBILE secondo la legge penale. NON provateci.

Per favore, NON COPIATE LA STORIA⚠️.

❄️ Il racconto è presente che sulla piattaforma Wattpad, mi trovate sotto il nome utente @SJValse.

Accetto di buon grado ogni vostro consiglio ed anche le critiche, purché costruttive ( hey devo migliorare nella scrittura, non posso farlo se non motivate i miei errori😅 ).

Ok ora la smetto di dilungarmi, vi lascio la trama qui sotto!

Fatemi sapere se vi piace!

 

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Jane è una ragazzina che ne ha viste tante per la sua età.

Per troppo tempo ha nascosto il suo vissuto, frutto di un dolore interiore in costante crescita.

«Se mi avessero detto che quel lontano 23 febbraio 2015 sarebbe stato l'ultimo giorno di vita di due componenti fondamentali della mia famiglia, probabilmente ci sarebbero state tante cose che avrei fatto o detto loro.

Nonostante siano passati anni da quel giorno io ci penso ancora.

Ogni notte è come se vivessi lo stesso giorno.

Non importa quello che faccia o dica.

Il giorno finisce sempre allo stesso modo»

Dietro di lei un passato che avrebbe tanto voluto dimenticare, ma si sa che, prima o poi, il passato ritorna e, allora, bisogna saperci fare i conti.

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Capitolo 2
*** Capitolo I: Ab initio ***


Capitolo I: Ab initio

Ab
initio è una locuzione latina che significa letteralmente

"Dal principio"

 

🔻🔻🔻

 

La vita può riservarci qualunque cosa, bella o brutta che sia, 

può toglierci la vita in un attimo senza nemmeno che tu te ne accorga, 

e può portarti via le persone che ami così all'improvviso come uno schiocco di dita.

 

Faccio sempre lo stesso sogno.
Ogni notte rivedo quella scena impressa nella mia mente da anni. 

 

Ero in macchina con mamma e Gabriele, il mio fratellino, le strade erano buie, non si vedeva nulla.

Stavamo dialogando tranquillamente, come farebbe ogni persona.

 

Di certo non avrei mai immaginato che quella sarebbe stata l'ultima volta che avrei visto il viso paffutello di Gabriele e sentito la risata di mamma.

 

Stava guidando un po' più veloce del solito perché era tardi.

C'era un incrocio davanti a noi, mamma lo prese senza guardare bene la strada.

 

Accadde tutto in un attimo.

 

D'improvviso vidi delle luci che mi abbagliarono gli occhi, poco dopo una botta fortissima.

 

Mi ritrovai sbalzata fuori dalla macchina.

La testa pulsava, faceva molto male. 
 

Mi passai una mano dove sentivo dolore, vidi del sangue sulla punta delle dita.

 

Non ebbi il tempo di riflettere molto perché sentii un grido.

 

Era mamma che stava stringendo fra le braccia il corpicino di Gabriele.

Lei lo chiamava, gridava il suo nome, ma lui stava lì, inerte tra le sue braccia. 

 

Non ricordo molto di quella notte, ma sinceramente è meglio non ricordare.

 

Se mi avessero detto che quel lontano 23 febbraio sarebbe stato l'ultimo giorno di vita di due componenti fondamentali della mia famiglia, probabilmente ci sarebbero state tante cose che avrei fatto o detto loro.

 

Nonostante siano passati anni da quel giorno io ci penso ancora.

 

Ogni notte è come se vivessi lo stesso giorno.

 

Non importa quello che faccia o dica.

Il giorno finisce sempre allo stesso modo.

 

 

La ragazza si svegliò di soprassalto col fiatone, qualche lacrima a rigarle il volto.

Fece un respiro profondo, strofinandosi il sottile pigiama azzurro sugli occhi castani.

 

Guardò fuori dalla finestra della piccola camera dalle pareti color panna. Dietro alla tenda si scorgeva nel cielo un colore rossiccio. Era l'alba. 

 

La luce filtrava nell'ambiente illuminandolo. La sua camera era di proporzioni ridotte ma adatta a lei: era di forma rettangolare, davanti alla porta, attaccato alla parete, stava un letto singolo al cui fianco c'era un piccolo mobiletto di legno a cassetti, sopra non c'era nient'altro che una foto raffigurante due bambini che si stringevano sorridenti in un abbraccio. Sull'altra parete c'era un grosso armadio bianco che rifletteva la luce della finestra vicina e, proprio sotto di essa, c'era una scrivania piena di libri e fogli sparsi. Davanti una sedia con sopra un mucchio di vestiti stropicciati.

 

Si alzò lentamente dal letto annaspando alla ricerca dell'interruttore.

 

Urtò con i piedi scalzi qualche paia di scarpe sparse nella stanza.

«Ahi, cazzo!» 

Imprecò, quando con il mignolo andò a colpire proprio il comodino. 

 

- Almeno l'interruttore l'aveva trovato. -

 

L'intensità della luce era troppo accecante per i suoi occhi ancora addormentati. Si portò una mano davanti al volto, a coprire le sue iridi caramellate.

 

Strusciò i piedi fino alla porta che aprì con forza, diretta al bagno.

Una volta dentro si guardò allo specchio.

 

- Aveva un aspetto orribile. -

 

Gli occhi erano arrossati e gonfi, probabilmente a causa delle lacrime che qualche minuto prima si era asciugata dal volto. 

L'aria stanca.

 

Aprì il rubinetto e si lavó la faccia con l'acqua gelida. Sfregò con forza il sapone sul viso, tentando di lavare via anche gli incubi di quella notte.

 

Si sistemò alla svelta i capelli castani, che di stare composti proprio non ne volevano sapere.

 

Gettò un'altra occhiata fugace allo specchio. 

 

- Decisamente meglio di prima.

Suo padre non si sarebbe accorto di nulla. -

 

Avrebbe simulato una notte tranquilla, priva di incubi o di veglia forzata.

Avrebbe finto che andava tutto bene, come sempre.

 

Non poteva fare impensierire suo padre, lui di cose a cui pensare ne aveva fin troppe. 

 

Figuriamoci se ci si fosse messa pure lei con i suoi problemi.

 

«Buongiorno, papà» Salutó l'uomo, una volta scesa al piano di sotto.

Lui stava seduto, una gamba accavallata sull'altra, il giornale in mano.

 

Lui era colui che aveva sofferto più di tutti.

Forse perché aveva perso il suo universo.

 

Sua moglie era come il sole per lui e Jane e Gabriele erano i pianeti che ruotano attorno al sole. Gli altri membri della loro famiglia e amici erano asteroidi e comete che fluttuano intorno ai pianeti che ruotano intorno al sole. 

 

Per John doveva essere stata dura accettare di aver perso la donna che amava e uno dei suoi due figli. 

 

Tutte le notti piangeva, e lei lo sapeva bene.

 

Lo sentiva sempre. 

 

Lui credeva che lei dormisse, ma non era così.

 

Nemmeno lei riusciva a prendere sonno la notte.

A volte avrebbe voluto andare in camera sua e abbracciarlo.

 

Dirgli che gli voleva bene.

 

E che lei ci sarebbe stata.

 

Ma attraversando il corridoio si soffermava troppo con la mano sollevata sopra la maniglia della porta della sua camera, poi esitava: non riusciva ad andare avanti, non riusciva ad aprire quella porta.

 

Si sentiva male per questo, ma il fatto era che era dura anche per lei.

 

Non aveva ancora accettato il tutto, nonostante fossero passati anni.

 

E come avrebbe potuto in fondo? 

 

Anche lei aveva perso tanto quella notte.

 

A volte si chiedeva come mai lei fosse sopravvissuta e loro no.

Si chiedeva se fosse la punizione di una qualche entità divina che, seduta comoda da qualche parte lassù, si divertiva a vederla tormentarsi di colpe che non aveva.

 

Incapace di confortare il padre, se ne tornava nella sua stanza, rinchiudendosi nel solito incubo.

 

Troppe volte aveva sperato fosse solo un incubo.

 

Angosciante, oppressivo, doloroso.

 

Ma un qualcosa da cui avrebbe potuto risvegliarsi.

 

Qualcosa a cui avrebbe potuto mettere fine.

 

Aprire gli occhi, scendere le scale e trovare la sua mamma lì, sul divano.

 

Una tazza di tè in una mano, un libro aperto nell'altra.

 

Ma non sarebbe mai potuto succedere.

 

Secondo gli psicologi esistono cinque fasi del lutto:

 

Fase 1: fase del rifiuto e negazione.

Quando affrontiamo la perdita di una persona cara l'organismo cerca di difenderci da tale sofferenza, negandola.

 

Le prime settimane non era mai riuscita ad ammettere a se stessa che non li avrebbe mai più rivisti. 

 

Non era mai riuscita ad ammettere che fossero andati via per sempre.

 

Che fossero morti.

 

Fase 2: fase della rabbia.

Quando cominci a renderti conto di ciò che è accaduto, inizi a provare rabbia, a chiederti cosa hai fatto per meritare tanta sofferenza, a sentirti arrabbiato con chi ti ha ferito e con la vita stessa.

 

Lei, in primis, aveva odiato sua madre.

 

Diamine se l'aveva odiata.

 

Doveva prestare più attenzione alla strada. 

 

Doveva guidare più piano.

 

Doveva... Ma in fondo sarebbe potuto succedere a chiunque.

 

Poi aveva odiato se stessa, per aver anche solo pensato di odiare sua madre.

 

E, infine, aveva odiato quell'alcolizzato del cazzo che, non solo si era messo alla guida in stato di ebrezza, ma non aveva neanche rispettato lo stop, conducendo, inevitabilmente, la sua auto contro la loro, svoltato l'incrocio.

 

Fase 3: stadio di patteggiamento o contrattazione.

La nostra mente per tornare a sopravvivere, in questo momento di grande dolore, inizia a patteggiare. 

 

Cerchiamo di riprendere il controllo della nostra vita buttandoci su altro, su nuovi progetti e nuove amicizie.

 

Ma la perdita non è ancora stata rielaborata e il dolore può tornare da un momento all'altro. 

 

Se lo ricordava bene quel periodo lei. Passava le giornate fra i libri o usciva con i suoi amici. Cercava di occupare il tempo, da non avere nemmeno un secondo libero per pensare. E quando, inesorabilmente, si ritrovava a ricordare ciò che la affliggeva tanto, correva.

 

Correva veloce. Lontano. Lontano da lì, dov'era cominciato tutto. 

 

Si fermava solo al sentire del cuore martellarle nel petto. Pulsava talmente tanto forte, che, a volte, si chiedeva se sarebbe mai potuto esplodere.

 

Fase 4: fase della depressione.

L'alternarsi di momenti di dolore e tentativi di reagire ci porta a cadere in un continuo stato di tristezza. 

 

In questa fase iniziamo a prendere atto di ciò che abbiamo perso. Il dolore fa ancora tanto male, è vivo, forte e presente. 

 

Lei neanche sapeva che cosa fosse la depressione. 

 

Dio, suonava così brutto alle sue orecchie.

 

Non si considerava certo depressa, no, era solo...

 

Triste.

 

A volte entrava nella camera del fratello, sperando di vederlo sul letto a giocare a Pokémon, oppure a costruire castelli di Lego.

 

Ma la camera era vuota, come sempre.

 

Fase 5: fase dell'accettazione.

Il tempo cambia le cose, ci permette di completare il processo di elaborazione. L'ultima fase consiste nell'accettare la perdita. 

 

Vuol dire andare avanti nonostante la sofferenza, dando un senso a quella perdita, continuando ad alternare momenti di felicità o momenti di tristezza, ma in modo sempre più tenue ogni giorno che passa. 

 

Lei quella fase non l'aveva ancora superata. Non aveva accettato proprio un bel niente.

 

Non accettava quel vuoto insopportabile. Non accettava la loro assenza. 

 

Non accettava l'ingiustizia della vita. Non accettava il fatto che qualcuno avesse potuto toglierle qualcosa di così importante. 

 

E la rabbia tornava, prepotente.

 

Gabriele era decisamente troppo giovane per morire. Avrebbe avuto ancora tutta la vita davanti.

 

Era solo un bambino.

 

Avrebbe dovuto crescere, essere felice. 

 

Avrebbe dovuto diventare il dottore degli animali, nemmeno sapeva che quella professione aveva un nome specifico: veterinario.

 

Era il suo sogno. E gli era stato portato via.

 

Nemmeno sua madre sarebbe dovuta morire. Certo che no.

 

Sarebbe dovuta rimanere lì con lei, al suo fianco.

 

Avrebbe dovuto insegnarle a fare tutte quelle cose che odiava, tipo cucire qualche vestito strappato.

 

Avrebbe dovuto portarla a vedere il tramonto al mare. 

Glielo aveva promesso.

 

Ma non l'avrebbe mai fatto.

 

La sera, quando si infilava sotto alle coperte, lo aspettava ancora, il bacio della buonanotte.

 

Guardava la porta con insistenza, aspettando l'abbassarsi della maniglia, il fascio di luce del corridoio irrompere prepotentemente nella sua stanza. La testa chiara della mamma fare capolino dalla porta.

 

Ma quando, passati minuti interminabili, di lei non c'era ancora traccia, si voltava dall'altra parte, delusa.

 

Se di giorno riusciva a non pensare alla sua mamma, alla sera non riusciva a sfuggire a quel dolore.

 

È la notte che ti frega. 

Troppo silenzio, e i pensieri si sentono di più. 

Non sei sola, ti fanno compagnia i ricordi.

Silenzio, pensieri e ricordi. 

E non dormi più. 

(Federica Maneli)

 

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Capitolo 3
*** Capitolo II: Initium aliquid ***


Capitolo II: Initium aliquid

Initium aliquid
è una locuzione latina che significa letteralmente 

"L'inizio di qualcosa"

 

🔻🔻🔻

 

È la notte che ti frega. 

Troppo silenzio, e i pensieri si sentono di più. 

Non sei sola, ti fanno compagnia i ricordi.

Silenzio, pensieri e ricordi. 

E non dormi più. 

(Federica Maneli)

 

«Buongiorno, Jane. - La guardò di sfuggita, girando una pagina del giornale - Dormito bene?»

Chiese l'uomo adulto, concentrato nella lettura dell'articolo.

 

«Magnificamente» 

Mentì spudoratamente, lei.

 

Alzò finalmente lo sguardo rivolto nella sua direzione. 

La fissava senza dire nulla, le pupille si muovevano rapide sul suo volto.

 

Aprì leggermente la bocca, e poi la richiuse, indeciso.

Continuava ad osservarla, come se volesse dire qualcosa ma non sapeva da dove cominciare. 

Lei lo osservò di rimando, incuriosita, cercando di intercettare i suoi pensieri.

 

Non c'era ombra di dubbio che John Walker fosse un uomo affascinante. Era solito scrutare silenziosamente ciò che gli stava intorno con i suoi grandi occhi scuri, del medesimo colore dei suoi capelli. Le lunghe sopracciglia sempre un po' incurvate a conferirgli un'aria tesa. Quel cipiglio che ostentava severità in chi, quell'uomo, non lo conosceva affatto. Ma lei lo sapeva che quella non era nient'altro che la sua solita espressione.

 

«Grande giorno oggi eh?» 

Proferì poi, osservandola versarsi del latte nella tazza. 

 

«Mh» 

Mugugnò la giovane, trangugiando il liquido bollente.

 

«Non mi sembra vero che oggi cominci il liceo» 

Continuò l'adulto, le labbra distese in un sorriso nostalgico.

 

John non poté fare a meno di domandarsi come avesse fatto la sua bambina a crescere così in fretta. Gli sembrava giusto ieri che andava alle elementari, quando aspettavano insieme l'arrivo del pulmino. La guardava salire con quel suo zainetto troppo grande per le sue piccole spalle. Si sedeva sempre vicino al finestrino, e poi sventolava la manina nella sua direzione. Solo quando lo scuolabus spariva completamente dalla sua visuale ritornava in casa. 

 

Era sempre stato un gran lavoratore lui. Il suo lavoro gli portava via tanto tempo, partiva al mattino e rincasava la sera. Ma alla sua famiglia andava bene. 

 

John Walker andava fiero del suo lavoro. L'oncologia era la sua passione. Certo, tante volte tornava a casa dilaniato dopo le visite ai suoi pazienti. 

 

Avere a che fare con persone con il cancro non era facile, se poi questi erano bambini era ancora peggio.

 

A lui piaceva però, la sua professione. 

 

Cercava in tutti i modi di fare sorridere i suoi piccoli pazienti, anche quando, ormai, non c'era più nulla da fare.

 

Tornare a casa la sera era sempre una gioia immensa, c'era sempre sua moglie ad aspettarlo.

 

L'amava così tanto. 

 

E che regalo gli aveva fatto. 

Gli aveva dato due bellissimi bambini, il dono più prezioso del mondo.

 

Gabriele, il suo secondogenito, era tutto il papà. 

 

Aveva gli stessi capelli scuri, un po' arruffati, gli occhi marroni grandi e luminosi, ma il sorriso, quello era certo della sua mamma. Dolce e genuino.

 

Jane, invece, di suo padre non aveva proprio nulla, anzi, se non ne avesse avuta la certezza, avrebbe potuto tranquillamente affermare di non essere la figlia del medico.

 

Al contrario, era la copia di sua madre.

 

Era una ragazza estremamente bella dalla fisionomia del volto.

Aveva lo stesso sorriso dolce e gentile di Ginevra.

I capelli lunghi di un biondo cenere che le ricadevano, ondulati, sulle esili spalle. Gli occhi molto espressivi e del colore del caramello, il naso minuto, molto grazioso, leggermente all'insù. Le labbra delicate e dal colore rosso vivo, in contrasto con le gote chiare.

 

Il tempo che dedicava loro era poco, essendo che lavorava tanto, ma mai insufficiente. 

 

A volte, però, un po' se ne ramarricava di esserci così sporadicamente.

Accadeva soprattutto quelle volte che, a tavola, i suoi bimbi gli raccontavano la loro giornata: cosa avevano fatto a scuola e con chi erano andati al parco. 

 

Quanto avrebbe voluto essere lì con loro.

 

Lavorando così tanto si perdeva quelle piccole novità che li riguardavano: un nuovo pupazzetto, i motivi per cui un'amicizia era finita, le prime cottarelle.

 

Qualche anno dopo, invece, avrebbe fatto di tutto pur di non stare a casa. 

 

Dalla morte della moglie aveva cominciato a lavorare come un matto.

 

Non poteva soffrire se non aveva tempo per pensarci.

 

Ma non si era accorto che facendo così, quella notte, non aveva perso solo Ginevra e Gabriele, ma anche sua figlia Jane, che, nel momento in cui aveva più bisogno di lui, non aveva fatto altro che trascurarla completamente.

 

Lo sapeva bene che lei necessitava la sua presenza, e che lui avrebbe dovuto fare l'adulto, avrebbe dovuto fare il padre.

Eppure era così difficile.

 

La vedeva diventare sempre più grande, sempre più bella. Era sbocciata come un fiore in primavera, e faceva male guardarla.

 

Assomigliava sempre di più a lei.

 

E adesso avrebbe cominciato il liceo.

 

Jane, dal canto suo, non vedeva l'ora.

D'altronde ogni ragazzo sogna di andare al liceo: quelli sono gli anni più belli nella vita di un adolescente. 

 

Sei abbastanza grande per uscire con gli amici, andare alle feste, rincasare tardi la notte, fare tutte quelle cose che prima non potevi fare perché eri troppo piccolo. 

 

Ma allo stesso tempo non sei ancora abbastanza adulto per avere delle responsabilità serie. Semplicemente vivi la tua vita spensieratamente. 

 

Sono gli anni in cui tutto ciò che può preoccuparti sono gli amori non ricambiati, le liti con la tua migliore amica, un brutto voto a scuola... insomma cose di questo genere.

 

«Come ti senti?» 

Chiese John guardando la figlia. 

 

«Emozionata, credo. - Sospirò. - Vado a lavarmi i denti» 

Disse, infine.

 

Quando tornò al piano di sotto, Jane trovò il padre seduto accanto al tavolo, fra le mani un diario.

Il suo diario. 

 

Dalla morte della madre aveva cominciato ad appuntare i suoi pensieri lì sopra, gli serviva per andare avanti. 

Era una sorta di valvola di sfogo, oltre al lavoro.

 

Non lo aveva mai fatto leggere a nessuno, nemmeno a lei. 

Lo sfogliava spesso e, una volta finito di leggere, lo portava via nascondendolo da qualche parte. 

 

A volte avrebbe tanto voluto poterlo sfogliare. 

 

Era certa che in quelle pagine ci fossero lati di suo padre che nessuno conosceva. 

 

Nemmeno lei. 

 

«Papà. - Lo chiamò. Alzò il viso con lentezza, come se non volesse perdersi nulla di quanto ci fosse tra quei fogli ingialliti e consunti dal tempo. - Io vado» 

 

La fissò un lungo istante, squadrandola, come per imprimere nella mente quel ricordo. Parve destarsi poco dopo, accortosi di essersi perso, ancora una volta, nella miriade dei suoi pensieri. 

«Buona giornata, tesoro»

 

Era una fresca mattina di settembre, le foglie sugli alberi erano ancora verdi, anche se cominciavano ad ingiallire. 

 

Le era sempre piaciuto l'autunno, per molti era una stagione triste e malinconica, ma non per lei.

 

Le piaceva l'aria frizzantina di prima mattina e la nebbiolina leggera che si disperdeva fra i sentieri. 

Le foglie fra gli alberi assumevano graduazioni di colori diverse, prima di cadere: dorate, rossicce, marroncine e talvolta giallastre.

E quando ondeggiavano dolcemente fino a raggiungere il suolo, formavano un tappeto che scricchiolava al suo passaggio.

 

Non la faceva impazzire la rugiada che inumidiva il prato, ma le piaceva scorgere i funghetti fra i fili d'erba.

E quando vedeva il cielo annuvolarsi, si perdeva a guardare quegli stracci di nubi scure. 

Il mattino dopo una notte di pioggia si sentiva sempre il cinguettio degli uccellini in cerca di cibo e lei li osservava volare via in stormi.

 

Uscendo dal vialetto di casa si beò di quella leggera brezza, che, colpendole il collo scoperto, la fece rabbrividire leggermente. Si strinse nelle spalle, continuando, a passo sostenuto, la strada verso l'abitazione dell'amica d'infanzia.

 

«Ciao, Emma» 

La salutò, appena fu uscita dalla porta.

 

«Hey Jane, pronta per questo fantastico giorno?» 

Si vedeva che era proprio contenta, ma del resto lei lo era sempre. Era stata proprio questa sua caratteristica ad incuriosirla tanto. 

 

Emma riusciva sempre a vedere il bicchiere mezzo pieno, cercava sempre di essere positiva e riusciva ad infondere questo suo buon umore. Forse proprio per questo era diventata la sua migliore amica già all'asilo. 

 

«Ovviamente» 

Le rispose sorridendo. 

 

Il tragitto verso scuola lo passarono parlando del più e del meno. Chiedendosi quante nuove amicizie sarebbero nate e come sarebbero stati i nuovi professori. 

 

Si fermarono di fronte a un vecchio edificio, circondato da enormi cancellate in ferro battuto che si aprivano su un grosso piazzale piastrellato, ai lati delle aiuole ben curate e qualche panchina. L'istituto si ergeva in tutta la sua imponenza davanti ai loro occhi, nonostante gli anni era ben tenuto.

Sul portone principale era affissa una scritta 'Non scholae, sed vitae discimus'. 

 

Nell'enorme piazza c'era un afflusso di studenti. Molti stavano in gruppetti, probabilmente quelli più grandi, i veterani, che osservavano i primini con sguardo divertito. 

 

Era facile riconoscere un primino. 

 

Non solo per l'aspetto fisico che non era ancora del tutto quello di un adolescente, ma un po' più infantile, ma anche per quello sguardo perso e disorientato che si leggeva in ognuno di loro.

 

D'altronde il liceo poteva essere il posto più bello del mondo, oppure il più brutto. 

I primi giorni di liceo erano quelli che contavano davvero. 

In base a quelli tutti si sarebbero fatti un'idea di te. 

 

Ti smistavano. 

 

C'erano quelli che venivano considerati ''sfigati'' che erano i soliti ragazzini bruttini e mingherlitici, con gli occhiali e sempre con la mente in qualche videogioco. Poi c'erano i ''secchioni'', loro solitamente venivano lasciati stare, era come se non esistessero. Ed infine i ''vip'', ovvero tutti quelli che facevano parte di qualche club sportivo, solitamente erano anche i più stronzi. Si credevano i re della scuola, i più fighi. Pensavano di poter fare tutto ciò che pareva loro e di avere tutti ai loro piedi. 

 

O almeno questa era l'idea che si era fatta del liceo.

 

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Capitolo 4
*** Capitolo III: Initium aliquid, pars II ***


Capitolo III: Initium aliquid, pars II

Initium aliquid, pars II
è una locuzione latina che significa letteralmente 

"L'inizio di qualcosa, parte seconda"

 

🔻🔻🔻

 

Anche un viaggio di mille miglia 

inizia con un singolo passo.

(Lao Tzu)

 

«Hey belle fanciulle» 

Si voltò e lo vide, il suo migliore amico, venirle incontro. 

 

Non lo vedeva dalla fine delle medie perché era stato tutta l'estate impegnato. Lui aveva i genitori separati e, solitamente, in estate, andava a Londra dal padre. Durante l'anno lo vedeva poco a causa della scuola, così i mesi estivi li passava lì.

 

Jane non poté fare a meno di pensare a quanto fosse cambiato in così pochi mesi.

Era diventato molto più alto, ora la superava di ben due spanne, i suoi lineamenti del viso si erano induriti, ma rimanevano comunque dolci. 

 

Notò che il suo fisico si era irrobustito un po' di più, sicuramente frutto del duro allenamento che era solito fare in piscina.

 

Sorrise nel notare il suo immancabile ciuffo moro ribelle, che gli ricadeva sugli occhi blu. 

 

Era sempre rimasta affascinata dall'intensità dei suoi occhi, espressivi e di un colore così intenso da ricordarle le sfumature del mare. 

 

A guardarli bene poteva leggere il riflesso degli stati d'animo che assumeva in quel momento. Erano proprio belli, uguali a quelli di sua madre. 

 

«Thomas» 

Sorrise, abbracciandolo. 

 

«Mi sei mancata Jaimy» 

Sussurrò, ricambiando l'abbraccio e stringendola un po' più forte. 

 

«Anche tu» 

 

«Hehem. - Emma richiamò la loro attenzione, il sorriso ironico a quelle effusioni amorose. - Esisto anche io» 

 

«Hey Emma» 

La salutò Thomas, sciogliendo l'abbraccio e facendole un cenno col capo. In quel momento suonò la campanella e una torma di studenti si diresse verso il portone principale della struttura. 

 

«Beh è giunto il momento. - Disse Emma, estasiata. - Dai entriamo»

 

Jane si fece avanti, seguendo a ruota i suoi amici, un po' spaesata. 

 

- Cavolo, è davvero il liceo. - Pensò, vedendo tutti quei ragazzi visibilmente più grandi di lei, muoversi in direzione delle varie aule, noncuranti della loro presenza.

 

Le bastò un attimo di distrazione, e qualche spallata, per rimanere indietro e perdere di vista Thomas ed Emma. 

 

Si voltò, confusa, alla ricerca della figura slanciata del moro, almeno lui, lui essendo più alto di Emma, avrebbe dovuto vederlo. 

 

«Hey! Sta' più attento razza di screanzato!» 

Berciò innervosita, quando venne letteralmente travolta da una figura possente, che la fece cadere malamente a terra.

 

Il ragazzo pareva neanche essersi accorto di lei, nonostante la colluttazione. 

 

La guardò un secondo, frastornato dalle sue parole, prima di tenderle la mano, resosi conto dell'accaduto.

 

«Scusa, dev'essere stato il destino» 

 

Le sorrise, sornione.

 

Jane, sbigottita, gli lanciò un'occhiata truce, non considerò nemmeno di afferrare la mano di quello zotico, e si alzò da terra pulendosi i pantaloni. 

 

«Il destino... certo» 

Bofonchiò a denti stretti, ancora irritata per il male alla spalla.

 

Lui, vedendola rialzarsi da sola, ritirò la mano, ergendosi dritto. 

 

«Sei del primo anno? Come ti chiami?» 

Continuò il ragazzo, senza sosta.

 

«Sì, sì» 

Gli rispose lei, senza prestare attenzione alla sua parlantina, troppo intenta a cercare due volti conosciuti.

 

- Fantastico. - Pensò. - La scuola era appena cominciata, aveva perso i suoi amici, era in ritardo e, come se non bastasse, non sapeva nemmeno dove sarebbe dovuta andare -

 

«Mh non sei molto loquace eh? Cerchi qualcuno? Ti sei persa?»

 

- Dio, questo non sta proprio zitto! - 

 

Roteó gli occhi in direzione della figura davanti a sé e lo squadrò.

Era un ragazzo dal fisico invidiabile: alto, ben messo e dalle spalle larghe.

Non se ne stupì poi tanto del fatto che non si fosse fatto male poco prima.

 

I ciuffi di capelli castani leggermente mossi portati indietro, lasciando la fronte scoperta. Le sopracciglia lunghe e scure che risaltavano le iridi verdi. Il naso dritto, la bocca carnosa ed un piccolo neo vicino al mento.

 

- Almeno non è solo logorroico, è anche carino. -

 

Sospirò.

 

- Forse avrebbe dovuto chiedergli una mano. -

 

«Ehm sì... Sto cercando i miei amici ma non li vedo più...» 

Ammise, un po' più disposta nei suoi confronti.

 

«Beh se sei del primo anno dovresti recarti in aula magna, di sicuro li troverai là» 

 

«Certo, certo, l'aula magna. - Borbottò. - Grazie mille» 

Concluse alzando un po' il tono, pronta a dileguarsi. 

 

«Non hai idea di dove sia, vero?» 

Sorrise lui, beffardo.

 

Si propose di accompagnarla e, nonostante la sua riluttanza, la ragazza decise di accettare, solo perché, altrimenti, avrebbe dovuto importunare qualcun altro.

Quando arrivarono davanti all'aula lei lo ringraziò di fretta, salendo i primi gradini.

 

«Aspetta! - La richiamò lui. - Non ci siamo ancora presentati» 

 

Jane si voltò, guardandolo dall'alto. 

 

«Tanto ci ha già pensato il destino, no?» 

Lo schernì, sorridendo audace, per poi dargli le spalle ed entrare nella grande stanza.

 

Si guardò intorno e, finalmente, vide i suoi amici seduti, accanto a loro un posto vuoto. 

 

«Si può sapere dove diamine ti eri cacciata?» 

Domandò il moro, alzando un sopracciglio. 

 

«Mi ero persa» 

Ammise Jane, arrossendo lievemente per l'imbarazzo. 

 

Lui alzò gli occhi al cielo emettendo un sonoro sbuffo, accanto alla ragazza, Emma si burlò di lei.

 

«Non ridere delle mie disgrazie tu!» 

La canzonò Jane, l'aria divertita.

 

«Buongiorno ragazzi!» 

Un uomo grassottello e di piccola statura entrò nell'aula, tutto ben vestito, si posizionò vicino alla cattedra munita di microfono, che afferrò, portandoselo alla bocca.

 

Il brusio sommesso, che fino a poco prima aleggiava nella stanza, si placò. Tutti i ragazzi del primo anno, ora, guardavano, incuriositi, la figura dell'uomo davanti a loro.

 

«Buongiorno ragazzi. - Ripeté l'adulto. - Sono il professore De Gaetani, nonché vostro preside, prima di mandarvi nelle rispettive aule, vorrei fare qualche annuncio importante. 

 

Innanzitutto vi do il benvenuto all'istituto Alighieri, come sapete, in questa scuola avete la possibilità di frequentare corsi artistici e sportivi a vostra discrezione, ad una condizione però: chiunque vorrà frequentare tali corsi non deve assolutamente tralasciare gli studi, ve lo dico chiaramente: se scenderete sotto la sufficienza, non potrete più frequentare tali attività.

 

Comunque nella ricreazione potrete dirigervi in segreteria e segnare il vostro nome e l'attività che avete intenzione di frequentare, se avete già un'idea, altrimenti potete farlo con calma nel corso della settimana, anche dilettandovi nella prova di tali svaghi.

 

In secondo luogo vi invito caldamente nel rispetto delle regole della scuola, ormai non siete più tanto piccoli, perciò mi aspetto da voi un minimo di creanza. Chi si comporterà in modo inadeguato verrà severamente punito. 

 

Detto questo la professoressa Chiappella è la responsabile di tutte le classi prime, perciò qualunque domanda avete da porre, rivolgetevi a lei che si premurerà di chiarire ogni vostro dubbio. - Fece una pausa dal suo discorso, osservandoci tutti. - Bene, cari ragazzi, ora potete seguire la professoressa che vi condurrà nelle rispettive aule, buono studio e buona vita!»

 

La castana si girò verso i suoi amici e notò Thomas trattenere le risate.

«Smettila, stupido!» 

Gli tirò una gomitata Emma. 

 

«Cos'è tutta questa ilarità?» 

Chiese Jane, sorridendo nella direzione del ragazzo. 

 

«Ma dai, avete sentito come si chiama la responsabile? - Chiese con un sorriso derisorio. - Chiappella! Che razza di nome!!» 

Gli occhi luccicavano, inumiditi dalle lacrime di felicità che tratteneva a stento. 

 

«Che idiota» 

Lo riprese Emma, con sguardo truce.

 

«Beh ragazze ci vediamo in classe, vado a cercare i miei amici» 

Thomas, ormai ricomposto, diede loro le spalle e sparì dai loro occhi, prima che potessero replicare.

 

 

«Teniamo il posto a Thomas?» 

Chiese Jane, dopo essersi seduta in uno degli ultimi banchi in fondo alla classe, guardando la sua amica. 

 

«Se proprio dobbiamo» 

Rispose l'altra, scocciata, alzando gli occhi al cielo. 

 

«Chissà se conosceremo qualche ragazzo carino» 

Sussurrò poco dopo, con il timbro della voce benevolo, osservando quelli presenti in classe. 

 

Emma era fatta così, era sempre stata fidanzata. Appena si lasciava con uno, si metteva subito con un altro. 

 

Era una bella ragazza, aveva dei lunghi e lisci capelli biondi che le circondavano il viso e le mettevano in risalto gli occhi verdi, delle piccole lentiggini, quasi invisibili, sulle gote rosse, il naso minuto e all'insù e le labbra carnose. 

 

Sembrava una bambola. 

 

Sua mamma, quando erano piccole, si divertiva a chiamarla Barbie e, beh, in effetti ci assomigliava. 

Emma non era solita truccarsi, era come lei, acqua e sapone. 

Era bella così, non le serviva nessun trucco. 

 

Lei sapeva di essere una bella ragazza ma non se ne vantava, era piuttosto umile, ma si affezionava facilmente. 

 

A volte Jane si chiedeva come potesse innamorarsi di un ragazzo nuovo così velocemente. 

 

Al suono della campanella vide Thomas entrare in classe, seguito a ruota da due ragazzi. Josh e Cameron, i suoi migliori amici. 

 

Il giovane spostò lo sguardo perlustrando l'aula alla ricerca di qualcosa e, infine, lo puntò su di loro. Si voltò verso i due e disse loro qualcosa, poi si diressero verso la fine dell'aula.

 

«Ragazze» 

Le salutò prendendo posto con i suoi amici nel banco vicino al loro. 

«Ciao ragazze» 

Le salutarono gli altri. 

 

«Hey» 

Ricambiarono il saluto le due. 

 

Jane non aveva mai scambiato più di tante parole con loro due, però le stavano simpatici, erano ragazzi gentili. 

 

Josh aveva il viso dai lineamenti delicati, la pelle diafana, un ciuffo ribelle gli ricopriva la fronte larga e bassa, gli occhi vivi e luminosi, del colore della sabbia. 

 

Cameron, invece, aveva ricciolini nerissimi, folti e scomposti, che contornavano il volto magro che appariva ancora più terso, in contrasto con gli occhi neri e lustri come il carbone. 

 

Il viso di Emma assunse un colore vermiglio quando Cameron incrociò il suo sguardo. 

 

C'era stato un periodo alle medie in cui era stata follemente attratta da lui, ma non si era mai dichiarata, il che era strano perché non si era mai fatta problemi prima a dire a un ragazzo che provava interesse nei suoi confronti. 

 

- Forse, sotto sotto, le piaceva ancora. -

 

A risvegliarla dai suoi pensieri fu il passo rapido della donna che varcò la porta d'ingresso.

 

La osservò posare con cura la borsa sulla cattedra e, in seguito, volgere tutte le sue attenzioni agli adolescenti seduti fra i banchi.

 

Era una signora giovane, sulla trentina circa. Il viso sereno, gli occhi limpidi, cristallini, il labbro sorridente, ed i bei capelli curati che le facevano una frangia di riccioli d'oro.

 

«Buongiorno ragazzi. - La voce calma, pacata, arrivò alle orecchie della ragazzina come una carezza in pieno volto. Afferrò un gessetto abbandonato sulla scrivania. - Io sono la professoressa Anna Anderson e sarò la vostra professoressa di scienze umane» 

Concluse, scrivendo il suo nome sulla grossa lavagna nera.

 

Tornò a dar loro lo sguardo, le labbra distese.

 

- La mattinata sembrava aver preso una svolta positiva, finalmente. -

 

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Capitolo 5
*** Capitolo IV: Triclinium, cibi et convivialis ***


Capitolo IV: Triclinium, cibi et convivialis

Triclinium, cibi et convivialis
é una locuzione latina che significa letteralmente

"Triclinio, cibo e convivialità"

 

🔻🔻🔻

 

Nota.

Con il termine "triclinio" era indicato sia il locale in cui veniva servito il pranzo nelle case degli antichi romani, sia il letto di forma cosiddetta "triclinare" disposto da solo o in più elementi nella sala conviviale dove il padrone di casa era posizionato subito a sinistra dell'ospite d'onore, detto "consolare".

 

La mattinata passò in fretta e l'orario di pranzo arrivò prima del previsto.

 

Quando le due ragazze si recarono alla mensa, essa già pullulava di ragazzi e ragazze. Era sempre un gran caos. 

 

Jane prese un vassoio e venne spinta varie volte da alcuni ragazzi, che cercavano di farsi avanti a forza di gomitate, mentre tentava di mettersi in fila per ottenere la sua razione di cibo. 

 

La ragazza si sporse leggermente, facendo capolino tra le spalle del giovane che la precedeva, per guardare, incuriosita, che cosa offrisse il menù del giorno. 

Le avevano detto che il mangiare della mensa non era male per essere una mensa, non che la cuoca si degnasse di fare chissà cosa. Si limitava a comprare alimenti già pronti che banalmente riscaldava. 

 

«Questa purea puzza!» 

Si lamentò il ragazzo davanti a lei, quando Nadia, la cuoca, gli riversò una sostanza collosa e giallognola nel piatto. 

 

Jane non poté fare a meno di guardare quella cosa che, probabilmente, avrebbe dovuto essere della purea di patate, pensando che quel bislacco che le aveva detto che il cibo non era poi così male, non solo doveva essere cieco e totalmente privo di olfatto, ma doveva essere sicuramente impazzito.

 

«Fai meno lo spiritoso Alexander!» 

Grugnì la donna, con tono burbero. 

 

Nadia era una donna, beh, particolare. 

 

Non era certo una signora aggraziata dal sorriso rassicurante, assolutamente no. 

 

Era una donnona atticciata, dalla statura di un uomo, alta, dalle spalle larghe. I capelli bruni le ricadevano in una treccia scomposta, il suo viso era paffuto e la prima cosa che notavi era il suo naso aguzzo, affilato come la lama di un coltello, gli occhi erano nerissimi, circondati da folte sopracciglia, infossati, piccoli e ravvicinati, talmente piccoli che quando li socchiudeva parevano sparire. 

 

Aveva le mani enormi e callose, talmente grandi che parevano le zampe di un orso e la ragazza era certa che, se avesse tirato un ceffone a qualcuno, come minimo, gli avrebbe staccato la testa. 

 

Quando provava a fare un sorriso, il che era molto raro, il viso le si deformava in una strana smorfia e pareva quasi un personaggio uscito da qualche film dell'orrore. 

 

Quando invece era arrabbiata il suo sguardo diventava fuoco, non riuscivi a guardarla negli occhi che sembrava incenerirti. 

Ti sbatteva il cibo nel piatto con una tale violenza da farti piegare il polso. 

 

Decisamente era meglio la sua espressione neutrale che, dopo averti fornito i viveri, sembrava intimarti di sparire.

 

- Forse in una vita passata era stata una guerriera norrena. -

 

Osservó quella strana melma colarle sul piatto, era talmente densa da rimanere incollata al mestolo: ci vollero due ponderose scrollate dalle zampe pelose della donna prima che si spappolasse su quel disco di plastica. 

 

- Infido impostore. - Maledì mentalmente quel disgraziato che l'aveva illusa di trovare un qualcosa di perlomeno digeribile.

 

Guardò contrariata la donna vichinga rifilarle anche dei fagiolini immersi in un mare di olio che, più che cotti in padella, erano fritti. 

 

Jane fece una smorfia disgustata, che non passò inosservata al gigante dietro il bancone. 

 

«Non è forse di tuo gradimento?» 

Domandò con voce profonda e mascolina, l'aria minacciosa e intimidatoria. 

 

«No, cioè sì. Insomma buono, sì sì» 

Bofonchiò la ragazza, prima di allontanarsi con passo felpato. 

 

C'erano due cuoche a scuola che si alternavano le giornate lavorative della settimana, quando c'era May il cibo era decisamente più buono. 

 

May era l'esatto opposto di Nadia. 

 

Di costituzione era gracile, talmente piccola e magra che dietro quel grembiule bianco pareva sparire. 

 

Aveva le mani minuscole con dita sottili e, quando vi teneva il mestolo stracolmo di cibo, le sue ossa sembravano cedere sotto quel peso metallico. 

 

Era una giovane donna gentile, dal sorriso ampio. Si notava quanto amasse il suo lavoro e, ancora più di quello, gli adolescenti e i loro drammi. 

 

Ogni volta, prima che servisse qualcuno, passavano almeno cinque minuti in quanto si metteva a parlare e, quando May apriva bocca, era davvero difficile farla stare zitta. 

 

- Almeno era simpatica, le avevano detto. - Ma ormai non sapeva più se fidarsi di tali affermazioni partorite da soggetti poco raccomandabili.

 

«Ma questo schifo cosa dovrebbe essere?» 

Domandò Thomas, disgustato, non appena le amiche presero posto al tavolo, tastando col la forchetta la purea.

 

«Non lo so e, di sicuro, io non lo mangio! - Esclamò Emma, convinta, con l'aria di una che avrebbe vomitato da un momento all'altro. - Se lo volete ve lo cedo pure» 

Concluse esaminandone il contenuto con lo sguardo, come fosse un raro animale in via di estinzione. 

 

«Guardate! Sta putrefacendo nel piatto!» 

Esclamò Thomas, toccando la purea con la sua posata. 

 

«Dio che schifo!» 

Esplose lei, portandosi una mano alla bocca. 

 

«Osserva! È vivo!» 

Thomas, con uno scatto talmente veloce, da fare invidia ad una lepre, spostò il suo piatto davanti alla faccia di Emma che emanò un gridolino terrorizzato. 

 

«Sei uno stupido! Idiota!» 

Gli gridò di rimando la ragazza, poco dopo. 

Thomas rise accompagnato da Cameron. Jane e Josh osservarono la scena con aria divertita. 

 

«Certo che Nadia si è proprio sprecata oggi» 

Esclamò Josh. 

 

«Figurati, mica è lei a cucinare! Compra tutto fatto, ovviamente per non usare tutto il budget della scuola acquista roba scadente, la somma restante se la intasca. Mica scema eh!» 

Parlò il ragazzo dagli occhi blu. 

 

«Mi ha detto uno dell'ultimo anno che una volta la ha vista scaccolarsi, fare delle palline con il suo muco e lanciarlo nel cibo!» 

Sussurrò Cameron, come se stesse raccontando un segreto di Stato, e, facendo perno sul suo braccio, curvò il busto in avanti.

 

«Come minimo nella purea di oggi ci ha vomitato dentro» 

Affermò di rimando l'altro. 

 

«Bleah, che schifo! smettetela!» 

Emma fece una faccia più disgustata di quella precedente. 

 

Thomas la guardò un secondo, un sorrisetto divertito nacque sul suo viso. 

 

«Se è per questo, quella che bevi mica è solo acqua! Ci fa colare sopra il sudore delle sue ascelle pelose! Malcom, quello del terzo anno, ha giurato persino di averla vista pulirsi le orecchie con quei salsicciotti grassottelli e poi salare l'acqua delle patate! Così, senza lavarsi le mani!»

 

Non staccò nemmeno per un secondo lo sguardo da Emma e si beò della sua espressione inorridita. 

Il viso, solitamente chiaro, aveva assunto delle leggere sfumature verdognole.

 

«Basta Thomas, se continui così la farai sicuramente sboccare» 

Parlò Jane con tono perentorio e grossolano, ponendo fine a quel teatrino.

 

«Vi siete già iscritti a qualche attività?» 

Domandò Cameron, rigirandosi il bicchiere fra le mani con fare annoiato.

 

«Mh no. - Proferì parola per primo Josh. - Non ancora, penso comunque di riprendere con il calcio»

 

«Giocavi a calcio?» 

Chiese Jane con lo sguardo attento al ragazzo seduto al suo fianco.

 

«Sì, anni fa» 

Rivelò il diretto interessato.

 

«Io naturalmente mi iscriverò a nuoto. - Si intromise nel discorso Thomas. - Darò filo da torcere a quelli più grandi!» 

Esclamò il corvino, Sbattendo un pugno sul tavolo. 

Lo sguardo imperioso ed il petto all'infuori a conferirgli un'aria spavalda. 

 

«Vedi di darti meno arie tu!» 

Lo canzonò Emma, osservandolo senza accondiscendenza. 

 

«Io ho sentito in giro che ci sono dei ragazzi che giocano a scacchi, penso di unirmi a loro» Cameron, con voce pacata, proferì parola.

 

«Scacchi?» 

Domandò la bionda, volgendo le sue iridi caramellate nella direzione del ricciolino.

 

«Mh» 

Mormorò tenue lui, facendo un leggero cenno con il capo.

 

Pensava che Cameron fosse un tipo sportivo, magari amante di un qualche sport di squadra, però, per quel poco che aveva potuto conoscerlo in quella giornata, aveva notato la sua personalità rilassata.

Sembrava essere piuttosto silenzioso e riservato e poco incline a dire le sue opinioni. 

Pareva aver difficoltà a fare amicizia, per questo, forse, era poco aperto con gli altri. Il suo mutismo veniva bilanciato dalla minuziosa attenzione che prestava a ciò che gli stava intorno. 

 

Infondo, forse, ce lo vedeva a giocare a scacchi. Notare i piccoli dettagli dei suoi avversarsi, studiarne le mosse, capirne le intenzioni, calcolarne le abilità, cosa che gli avrebbe sicuramente permesso di decidere quali mosse usare per batterli. 

Inoltre il suo animo quieto poteva, senza ombra di dubbio, permettergli di ragionare lucidamente, cosa non da poco negli scacchi.

 

«E voi?» 

Ad interrompere i suoi pensieri fu Josh, che guardava le due ragazze, con occhi pieni di attesa.

 

«Io andrò a vedere il corso di arte, mi è sempre piaciuto disegnare» 

Ammise Emma con gli occhi luccicanti.

 

«Arte contemporanea la tua» 

Thomas ruppe in un ghigno beffardo che non accennò a sparire nemmeno dopo l'occhiata truce dell'amica.

 

«Io... non lo so. - Affermò l'altra, ignorando completamente i due giovani. - Forse farò un salto nell'aula di musica» 

 

«Tu suoni?» 

Chiese il ragazzo castano, un sorriso gentile sul volto pulito.

 

«Suonavo. - Lo corresse lei. - Il pianoforte» 

Concluse, le labbra curvate in un sorriso malinconico.

 

Si era innamorata di quello strumento fin dalla prima volta che lo aveva visto. Si era aggrappata con le sue mani di bambina alla vecchia sedia, ed aveva fissato la tastiera incuriosita. 

 

Aveva visto le lunghe dita della madre schiacciare quei tasti con grazia più e più volte: la melodia che ne usciva era così rilassante e delicata da calmare il suo animo inquieto.

 

Aveva voluto imparare subito a produrre quei suoni magici, ma al suo tocco sgraziato, le sue orecchie udivano solo suoni sgradevoli.

 

Al suo quinto compleanno le era stata regalata la possibilità di prendere lezioni private da una vecchia signora che abitava vicino a casa loro. E così era nata la sua passione per quello strumento incantevole, capace di cullarla con i suoi suoni leggiadri.

 

A volte si esibiva in dei concertini tutti per la sua mamma, per dimostrarle quanto fosse brava, e lei la guardava col quel suo sorriso amorevole. 

 

Aveva continuato a suonare anche dopo la morte della vecchia vicina, un po' in suo onore, un po' perché non poteva farne a meno.

Ma dopo la morte della madre aveva iniziato a suonare sempre meno, quei suoni che prima la calmavano, avevano iniziato a portarle in mente una miriade di ricordi piacevoli, ma dal retrogusto amaro. 

 

E così aveva smesso del tutto. 

 

Aveva lasciato scendere la polvere su quella tastiera, il vecchio pianoforte abbandonato in una stanza vuota della sua casa.

 

Più volte aveva pensato di riprendere a suonare negli anni, ma alla fine non l'aveva mai fatto.

 

- Forse era l'ora di ricominciare. -

 

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Capitolo 6
*** Capitolo V: Age quod agis ***


Capitolo V: Age quod agis

Age quod agis
è una locuzione latina che significa letteralmente 

"Quello che fai, fallo bene"

 

🔻🔻🔻

 

Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, 

ma planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore.

(Italo Calvino)

 

Ogni anno gli studenti dell'Alighieri erano soliti scegliere delle attività a loro discrezione per svagarsi nel pomeriggio, e scaricare lo stress accumulato dopo una lunga e intensa mattinata di studio.

Jane osservò i suoi amici scrivere i loro nomi, sotto l'attività scelta tra quelle proposte, sui fogli affissi nella bacheca della segreteria.

«Non ti iscrivi?» 

Le chiese il suo migliore amico, spostandosi il ciuffo corvino di lato.

«Non adesso, magari domani, prima farò un salto nell'aula, poi decido» 

Rispose la sua amica, grattandosi distrattamente la nuca.

 

Si affrettò per i corridoi alla ricerca dell'aula di musica, gettando un'occhiata fugace ad ogni porta di ogni singola stanza che superava, con la speranza di trovare quella giusta. 

 

- Poteva essere in ritardo già il primo giorno? C'era scritto a caratteri cubitali in bacheca: "TUTTE LE ATTIVITÀ LUDICHE COMINCERANNO ALLE 14.30", eppure lei era assolutamente certa che sarebbero iniziate dopo. 

Che stupida. -

 

Senza accorgersene andò a sbattere contro qualcuno, cadendo a terra con un tonfo. 

 

«Dannazione!» 

Imprecò a denti stretti, maledicendo la sua disattenzione.

- Non è possibile, è già la seconda volta in un giorno che mi ritrovo col culo sul pavimento! - Pensò la ragazza, seccata.

 

«Accidenti! Guarda dove vai!» 

Disse una voce maschile, adirata, forse più di lei. 

 

Alzò lo sguardo fissando le sue iridi caramellate in quelle del ragazzo a terra, che la guardava con sguardo di fuoco. 

 

Le sue iridi erano...

 

Erano...

 

Le ricordavano l'oceano. 

Quel mare che da piccola le era sempre piaciuto.

 

Da bambina amava nuotare e andare a largo, sentire la voce lontana di sua mamma che la intimava di tornare a riva, ma lei non la ascoltava. 

 

Stava lì, tra le onde. 

 

Il mare la cullava con i suoi movimenti leggiadri, la spostava debolmente eppure il suo tocco era così forte sul corpo gracile della fanciullina. 

 

Le mostrava i suoi segreti, le bellezze che gli appartenevano. Gli esseri viventi che lo popolavano. 

 

E quando, abbassando lo sguardo, tentava di scorgere oltre la punta delle dita dei suoi piedi, era tutto troppo scuro perché potesse vederlo. 

 

L'abisso. 

 

Ecco cosa vide in quelle iridi. 

 

E se il mare aveva sempre avuto un effetto incantatore su di lei, rimase ammaliata da quell'oscurità. 

 

Era un blu così intenso, così profondo, da non sembrare reale. 

 

Sbatté le ciglia incapace di proferire parola, frastornata dal suo sguardo sprezzante. 

 

Lui la guardò un ultimo istante prima di sollevarsi dal pavimento duro ed andarsene. 

E quando lei si voltò a cercare la sua sagoma allontanarsi, era troppo tardi. 

 

Lui se ne era già andato. 

 

Inghiottito nel nulla. 

 

Il vuoto più profondo della sua essenza. 

 

Si sollevò scombussolata, ripensando a quello sguardo che, ancora, sentiva ardere nel suo. 

 

Trovò l'aula di musica proprio davanti ai suoi occhi e, lentamente, vi scivolò dentro.

 

Una voce limpida, melodiosa le riempì le orecchie. Scansionò rapidamente la stanza senza dare troppe attenzioni alle sedie disposte a semi cerchio, oppure ai muri color panna con sopra affisse le note musicali, o alla quantità infinita di strumenti presenti, soffermandosi, poi, su colui che produceva quel canto soave.

 

Apparteneva ad un ragazzo che stava, seduto sopra un banco vuoto, l'unico banco presente posizionato davanti alla miriade di sedie, di spalle, leggermente chino in avanti con una chitarra fra le candide mani. 

 

Un uomo adulto, dall'aria senile, dinnanzi a lui che lo ascoltava ad occhi chiusi, beandosi del soffio di quel suono che gli accarezzava le orecchie, il sorriso benevolo ad illuminargli il volto, muoveva, lentamente, la mano sinistra, allungandola verso l'alto.

 

Tese i suoi padiglioni auricolari per sentire meglio la voce eterea del ragazzo.

- Le ricordava qualcosa. - Pensò, accigliandosi in volto e facendosi più attenta.

 

Si avvicinò con prudenza, intenta a non disturbare il cantante, ma, prima ancora di poter imprimere per sempre quel suono dolce nella sua memoria, esso cessò. 

 

Si paralizzò all'istante, un piede ancora sollevato, a due passi da loro, ignari della sua presenza. 

 

L'adulto sbatté le palpebre, il sorriso ampio rivolto al giovane seduto davanti a lui. Qualcosa però rientrava nel suo campo visivo, qualcosa che prima non c'era, ottenne la sua attenzione. 

 

In un attimo fu su di lei, il suo sguardo confuso e, al tempo stesso, incuriosito. 

«Buongiorno! - Esclamò poi. - Sei qui per il club di musica? Oh benvenuta! - Sorrise gioioso. - Come ti chiami cara?» 

Domandò, guardandola con occhi olivastri, da sotto le sue folte sopracciglia bianche. 

 

«Jane» 

Disse in un sussurro la ragazza, cercando di apparire più rilassata di quanto non fosse. 

 

«Come?» 

Il vecchio protese il collo in avanti, fece una strana smorfia con le labbra, fissandola attonito.

 

«Jane!» 

Ripeté più forte, lei, per farsi sentire.

 

- Vecchio bacucco. -

 

«Jane. - Bofonchiò l'uomo, guardandola con cipiglio pensieroso. - Jane. - Ripeté nuovamente, con aria più serena. - Oh che nome meraviglioso! benvenuta nel club Jane. Io sono il professore Frank Scarella, solo Frank per i miei alunni» 

Concluse, il sorriso risorto sul suo volto rugoso. 

 

Era un uomo buffo, un po' ingobbito, con un'aureola di capelli radi e bianchissimi in testa. I segni di una barba mal tagliata sul viso. Il naso tondeggiante, largo e corto, schiacciato da spessi occhiali tondi, che gli contornavano il verde dei suoi occhi sorridenti. Le labbra asciutte, distese in un sorriso che non accennava a sparire.

 

- Forse aveva una paresi facciale. -

 

Lo sguardo longevo tornò sul ragazzo, che stava, ancora, seduto di spalle. 

«Ottimo lavoro Sebastian! voce meravigliosa, come sempre del resto»

 

Il giovane con un balzo atletico scese dal banco, la mano stretta attorno al manico dello strumento musicale.

 

Afferrò la custodia, posizionò con cura l'oggetto, che fino a poco prima aveva suonato con tanta passione, al suo interno, per poi afferrare la cerniera e celare allo sguardo il contenuto dell'enorme astuccio.

 

Si portò il tutto sulle spalle, e poi si voltò.

 

Fu un breve incontro di sguardi, foglie d'autunno in contrasto con quelle primaverili.

 

Una scintilla si accese in quelle iridi color menta, a ricordarle l'erba bagnata dalla rugiada mattutina.

Un sorriso malcelato a curvare le labbra rosee.

 

Alto, ben messo e dalle spalle larghe.

I ciuffi di capelli castani leggermente mossi portati indietro, lasciando la fronte scoperta. 

Le sopracciglia lunghe e scure che risaltavano le iridi verdi. 

Il naso dritto, la bocca carnosa ed un piccolo neo vicino al mento.

 

Non ci volle molto per riconoscerlo.

 

- Se lo ricordava bene quel burbero benefico. -

 

Lui si avvicinò cauto, spostando lo sguardo, ora fisso alla porta dietro di lei.

 

Si soffermò un secondo, quando fu al suo fianco, chinando leggermente la schiena. 

«Che casualità eh, Jane?» 

Sussurrò al suo orecchio, calcando il nome che lei, quella mattina, non aveva voluto rivelargli. 

Le sue labbra si curvarono in un sorriso audace.

 

Si risollevò dritto, sovrastandola completamente con il suo fisico slanciato, e proseguì il suo passo diretto alla porta, non prima di gettarle un ultimo sguardo.

 

«Quindi suoni?»

A destarla da quello stato ipnotico fu il professore, Frank, che la guardava aspettando una risposta, come un bimbo che attende il piatto pronto servito al tavolo.

 

«Sì» 

Rispose, riprendendosi. 

«Cosa suoni cara?» 

Continuò il professore Scarella. L'occhio ligio ad ogni sua mossa.

 

La ragazza si sedette sulla vecchia sedia dal cuscinetto scuro, osservando il pianoforte a coda davanti a lei, era di un nero così lucido da potercisi quasi specchiare. 

 

- Non lo suonava da così tanto. 

Sapeva ancora farlo? -

 

Sfiorò con i polpastrelli i piccoli tasti bianchi, un leggero strato di polvere trascinato via dalle lunghe dita sottili.

 

Inspirò, persa in chissà quale pensiero. 

 

Si posizionò composta, la schiena dritta, il collo rilassato, i gomiti all'altezza della tastiera, le mani sollevate sopra i tasti, le dita incurvate.

 

Intonò, senza pensare, un componimento che le piaceva tanto.

 

 

 

Lento, dolce, sereno.

Un componimento in grado di infonderle uno stato di completo benessere. 

 

Il pianoforte era questo per lei: la tranquillità dopo un temporale violento.

I raggi timidi del sole ad illuminare il paesaggio bagnato dopo una notte di pioggia.

La rugiada sulle foglie umide, mosse da un leggero soffio di vento.

Il cinghuettio degli uccellini che svolazzano, in cerca di cibo, in un cielo privo di nubi. 

 

Non c'era imbarazzo nei suoi movimenti e nemmeno la paura di stonare qualche nota. 

Le dita si muovevano leggere, sicure, sui tasti.

 

Si sentiva sospesa, libera.

 

Si sentiva...

 

Leggera.

 

- Da quanto tempo non si sentiva così libera? Da quanto tempo non lasciava quietare la sua anima? -

 

Le sembrava di volare in un cielo di stelle.

Dirigersi verso quell'unica fonte di luce senza preoccuparsi di nulla. 

La mente vuota da ogni pensiero, nulla l'avrebbe potuta turbare.

 

Suonava ascoltando il suono che le sue dita affusolate producevano schiacciando i tasti.

Era una melodia gentile come la carezza di una mamma sulla guancia del proprio bambino.

Bella come un sorriso sincero.

Confortevole come il calore di un abbraccio spontaneo, capace di penetrare prepotentemente nei meandri più oscuri del suo cuore, che poteva sentirlo, quasi fisicamente, quell'abbraccio.

 

I bei lineamenti del viso della ragazza erano completamente distesi, a conferirle un'aria tranquilla. Quella spensieratezza, quasi, le rendeva il volto più fanciullesco. 

 

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Capitolo 7
*** Capitolo VI: Asyssus abyssum invocat ***


Capitolo VI: Abyssus abyssum invocat

Abyssus abyssum invocat
è una locuzione latina che significa letteralmente 

"L'abisso chiama l'abisso"

 

🔻🔻🔻

 

Ognuno ha il proprio passato chiuso dentro di sé come le pagine di un libro imparato a memoria e di cui gli amici possono solo leggerne il titolo.

(Virginia Woolf)

 

Ero in macchina con la testa che poggiava al finestrino, la fronte leggermente inumidita dal vetro freddo.

Alzai gli occhi, guardando attraverso il mio riflesso sbiadito, puntando lo sguardo sul cielo stellato. 

 

Era così bello. 

 

Mi avevano sempre incuriosito le stelle, mi piaceva pensare che dietro a quel fascio di lumi si celasse qualcosa di meraviglioso. 

 

Riportai lo sguardo davanti a me. La nostra macchina sfrecciava veloce tra le strade deserte. 

Non mi faceva paura la velocità, mi fidavo di lei

Non c'erano illuminazioni in quelle strade di paese, tutto ciò che schiariva la vista erano i fari della nostra macchina e gli astri sopra le nostre teste. 

 

Le loro risate riecheggiavano allegre e spensierate nel veicolo. 

Dallo specchietto frontale vidi il riflesso di Gabriele, rideva talmente tanto che le sue guanciotte erano diventate tutte rosse.

 

Poi il mio occhio fu attratto da una luce abbagliante davanti a noi.

 

Avevamo appena superato un incrocio, quando comparve quel bagliore accecante. Una macchina sfrecciava a tutta velocità per la strada, veniva nella nostra direzione come se davanti ad essa non ci fosse nulla.

 

Sentii una morsa al petto, spalancai la bocca ma nessun suono uscì dalle mie labbra. 

 

Accadde tutto così velocemente che non feci nemmeno in tempo a sbattere le ciglia.

 

Lo sentii fin dentro le ossa lo schianto tra le due auto.

 

Sbattei la testa contro la portiera dell'auto, un rumore acuto si insediò nei miei timpani, e poi non vidi più nulla.

 

Il vuoto totale.

 

 

Si svegliò di soprassalto, la fronte imperlata dal sudore, gli occhi sbarrati. Il respiro era affannoso, pesante, irregolare. 

I pugni stretti attorno alla coperta spessa, una lacrima solitaria a rigarle il volto.

 

Era successo ancora. 

 

Avrebbe tanto desiderato passare delle notti tranquille, avrebbe voluto fare sogni normali, di quei sogni che quando ti svegli la mattina nemmeno ricordi. 

Invece lei ricordava bene il suo sogno, o meglio, il suo incubo. 

 

Sarebbe stato bello poter dimenticare, non dover più rivivere quella tortura. 

Eppure, nonostante fosse doloroso quel ricordo, anche se brutto, era tutto ciò che le rimaneva di loro. 

Il volto di sua mamma le pareva sempre più sfocato nella mente, eppure appariva così vivido in quel momento.

 

La sveglia cominciò a suonare incessantemente, si strofinò velocemente il dorso della mano sugli occhi, tirando su con il naso. 

Spense quell'arnese infernale che reclamava attenzioni, per poi alzarsi dal letto un po' controvoglia, lasciando il dolce torpore delle coperte. 

 

Guardò dalla finestra, ammirando il paesaggio velato da una fitta nebbia che oscurava l'ampia visuale.

Settembre era finito, lasciando spazio al mese di ottobre che aveva portato con sé un gran freddo.

Pioveva fuori, il cielo era ricoperto di nubi grigie, minacciose, gli alberi erano scossi da un vento furioso.

 

Una pioggia ostinata e torrenziale cadeva sulle strade, sui prati verdi e sui coppi dei tetti delle case.

Le goccioline della pioggia si posavano numerose sul vetro, scendendo lente, alcune tracciando una riga netta, altre percorrendo strade tortuose. 

Seguì con il dito indice quei percorsi strani, per poi destarsi dai suoi pensieri.

 

Si fiondò in bagno per rendersi presentabile. 

 

- Non poteva certo andare in giro come uno zombie. -

 

Si fece una doccia veloce per togliere l'odore di sudore e la sensazione dei vestiti umidi sulla pelle; uscì dal bagno con i capelli ancora umettati, tornando nella sua stanza a prendere i primi abiti che le capitavano sotto mano. 

 

Scese al piano di sotto cercando con lo sguardo suo padre che, come immaginava, se ne stava seduto al tavolo a sorseggiare la sua tazzina di caffè fumante, con un giornale in mano e l'orecchio teso alla televisione che trasmetteva il telegiornale.

 

«Qualche notizia interessante?» 

Chiese guardandolo alzare lo sguardo nella sua direzione. 

Lui piegò le labbra verso l'alto, portandosi la tazzina alla bocca e bevendo un sorso generoso di quel liquido scuro. 

Ingoiò rumorosamente la bevanda, per poi riportare il contenitore sul tavolo di legno.

 

Stava per parlare quando una notizia del telegiornale colse la loro attenzione.

«Un'auto con a bordo un uomo è finita nel fiume provinciale, pare che il conducente sia rimasto intrappolato nel mezzo trascinato via dalla piena, l'uomo tutt'ora risulta disperso. Sul posto stanno intervenendo le forze dell'ordine ed i mezzi di soccorso. Non è ancora chiara, al momento, la dinamica dell'incidente»

 

L'uomo guardava esterrefatto le immagini trasmesse alla televisione che mostravano campi inondati dalle acque, solo qualche cima degli alberi più alti si poteva scorgere dalle riprese dell'elicottero.

«È tremendo. - John spostò lo sguardo sulla figlia, accigliato. - Non è il paese qua vicino?»

Domandò l'uomo riferendosi alle immagini trasmesse poco prima, dove il fiume in piena aveva inondato le strade rendendole inagibili.

«Sì. - Annuì la ragazza. - Ma le scuole qui non sono chiuse, no?» 

«No, no, non l'hanno detto, e poi qui la situazione è decisamente più sotto controllo» 

 

Quando quella fredda mattina Jane mise il naso fuori dalla porta d'ingresso rabbrividì, non solo per il freddo pungente, ma anche perché non aveva voglia di bagnarsi tutta e, di certo, non sarebbe andata a scuola in macchina.

 

«Sicura che non vuoi che ti porto io?» 

Le chiese John, aprendo lo sportello della sua amata Audi A4 blu elettrico.

«No, no. Non ce n'è bisogno» 

Rispose lei, guardando il veicolo intimorita.

 

Non saliva su una macchina da anni. Non ce la faceva proprio. Le veniva ansia al solo pensiero.

 

L'uomo sospirò silenziosamente. 

«Dovresti superarla prima o poi la tua paura» 

 

Lo sussurrò appena, non voleva essere indelicato, nemmeno sapeva cosa provasse la figlia ma poteva immaginarlo: non era certo facile salire su una macchina dopo quanto era successo, però erano passati anni e lei non poteva continuare a rifiutarsi di affrontare le sue paure.

 

Quelle parole quasi impercettibili giunsero alle orecchie attente della ragazza, che lo guardò torvamente salire sull'auto e partire con un rombo di motore. Sapeva che avrebbe dovuto superarla e che non poteva continuare così, ma era dannatamente difficile.

 

Aprì l'ombrello e silenziosamente si avviò verso scuola, quella mattina Emma non avrebbe fatto la strada con lei: avrebbe preso un mezzo, come ogni persona normale.

 

Sentì un respiro pesante dietro di lei ed il rumore concitato dei passi di qualcuno e, subito, si voltò spaventata.

Thomas correva con l'ombrello ribaltato dal vento, i capelli umidi premuti sulla fronte ed il viso arrossato dalla corsa frenetica.

 

«Ma cosa... - Iniziò la ragazza, vedendolo affrettarsi nella sua direzione corrugò le sopracciglia, stupita della sua presenza. - ci fai tu qui?» 

Finì la frase, quando lui dopo averla raggiunta piegò la schiena in avanti, appoggiando la mano libera sul ginocchio e l'altra ancora a tenere l'ombrello. Prese delle boccate d'aria prima di guardarla e sistemare, con calma, il suo paracqua.

 

«Sapevo che Emma... - Respirò pesantemente. - si sarebbe fatta portare dai suoi genitori - Sospirò, ora più regolarmente. - e che tu non saresti salita manco morta su un'auto... perciò ho deciso di fare la strada con te» 

Concluse, tirando un ultimo sospiro.

 

«Uhm grazie, Tommy» 

Gli sorrise dolcemente.

 

- Quel ragazzo c'era sempre per lei. -

 

«Hai sentito dell'uomo scomparso?» 

Domandò il moro, riprendendo a camminare guardandola.

 

«Sì, poverino. - Rispose la ragazza evitando una pozzanghera di fango, che il suo amico non si preoccupó di aggirare, colpendo sonoramente l'acqua col piede. - Che sfiga»

 

Arrivarono a scuola umidi ed infreddoliti, non aspettando un secondo ad entrare.

«Fermi! - Una voce irata giunse alle loro orecchie, inaspettata, facendogli fremere la schiena di brividi. - Asciugatevi quei piedacci, non posso mica pulire pavimenti tutto il giorno, io!» 

Berciò la bidella con in mano un mocio. 

 

Li guardava furiosa con la fronte talmente corrugata, che le sopracciglia erano quasi unite in un monociglio. I corti capelli scuri coperti da una bandana spiegazzata a metterle in mostra il viso rugoso. Gli occhi chiari erano stretti in due piccole fessure, il naso adunco che sembrava più pendente verso il basso rispetto al solito.

 

«Quindi non hai voglia di fare il tuo lavoro» 

Azzardò il moro, in un borbottio che giunse, però, alle orecchie della donna.

 

«Che hai detto?» 

Proferì lei inviperita, facendo uno scatto in avanti impugnando meglio il mocio.

 

Il ragazzo balzò indietro e, non aspettandosi che lei udisse le sue parole, portò le mani aperte in avanti in riparo da un possibile attacco. 

«Nulla! Assolutamente nulla!» 

Azzardó un sorriso tirato, nel tentativo di pacare l'animo furioso della donna.

 

Jane lo prese per lo zaino, tirandolo nella sua direzione. «Vieni o faremo tardi a lezione» Cercò di sbrogliarlo da quella situazione difficile, usando la prima scusa che le era balenata in testa, che poi era la sacrosanta verità.

 

«Insolenti ragazzini. - Sbottò la più grande, riprendendo a lavare i pavimenti sporchi. - Ai miei tempi si bacchettavano le mani a quelli così. Ci vorrebbero le punizioni fisiche di una volta!»

 

Thomas, udite quelle parole, strusciò le scarpe ancora sporche di terra sul pavimento, senza farsi notare.

«Ben le sta!» 

Disse poi ghignando, quando ormai erano lontani dai suoi sguardi di fuoco.

La sua amica rise divertita per l'infantilità motivata dell'amico, per poi entrare insieme in classe.

 

Quel giorno a mensa l'incidente stradale era sulla bocca di tutti. 

«Credo che fosse il padre di Dylan» 

Disse Josh, afferrando una coscia di pollo con le mani. 

«E chi sarebbe?» 

Domandò Cameron, guardandolo schifato portarsi il cosciotto alle labbra, strappandone un pezzo come un vero cavernicolo.

«Un ragazzo della nostra età. - Parlò a bocca aperta masticando la carne. - Frequenta il corso di musica» 

Concluse guardando Jane, aspettando che lei annuisse.

«Non saprei. - Rispose lei gettandogli un'occhiataccia come se fosse un alieno. - Frank fa più lezioni individuali che di gruppo»

 

«Hey uomo di Neanderthal l'età della pietra è finita da un pezzo, esistono le posate ora! - Sbottò Thomas, guardando il castano. - E poi sai, ci sono delle ragazze qui, nel caso non te ne fossi accorto!» 

Disse avvicinandosi all'amico ed assestandogli una gomitata nel fianco, sorridendo alle lamentele sofferenti del vicino di posto.

 

«Grazie Thomas, finalmente hai detto una cosa intelligente!» 

Si complimentó Emma sorridendo, non perdendo l'occasione di schernire il suo amico.

 

Dopo pranzo si recò, come suo solito, nell'aula di musica.

 

- Chissà se ci sarebbe stato quel Dylan. -

 

Rimuginò lei che non aveva per nulla idea di chi fosse quel ragazzo. A dirla tutta non aveva conosciuto nessuno che facesse musica, perché era solita suonare con solo Frank nei paraggi. 

 

- Beh nessuno a parte Sebastian. -

 

Ripensò a quel tipo che aveva conosciuto il primo giorno di scuola che, nonostante i modi di fare da corteggiatore lezioso, si era rivelato simpatico.

 

Quando giunse in prossimità della stanza udì qualcosa di insolito. Solitamente dopo pranzo lei si recava sempre nell'aula, che con piacere notava essere vuota. Nell'attesa del professore, che era solito arrivare sempre mezz'ora dopo l'appuntamento, cominciava a suonare qualcosa. Eppure quel giorno udì note ovattate, che i suoi timpani faticavano a cogliere lì alla fine del lungo corridoio, provenire proprio dall'aula di musica. 

 

Strabuzzò gli occhi fissando la porta socchiusa ed accostò il volto alla fessura. Sbirciando all'interno la visuale le era ancora coperta, ma ormai ne era certa: qualcuno stava suonando il suo strumento.

 

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Capitolo 8
*** Capitolo VII: Nigro notanda lapillo ***


Capitolo VII: Nigro notanda lapillo

Nigro notanda lapillo
é una locuzione latina che significa letteralmente 

"[Giorno] da segnare con una pietruzza nera"

 

🔻🔻🔻

 

Nella teoria della relatività non esiste un unico tempo assoluto, 

ma ogni singolo individuo ha una propria personale misura del tempo, 

che dipende da dove si trova e da come si sta muovendo.

(Stephen Hawking)

 

Spinta dalla curiosità, Jane fece pressione sull'uscio col palmo disteso, aprendo la porta quel tanto che bastava per farci passare la testa.

 

Seduto davanti a un pianoforte a coda lucido e nero c'era un ragazzo biondo che, tenendo gli occhi socchiusi, schiacciava i tasti riempiendo la stanza di un suono forte ed angosciante.

Suonava lo strumento con gran destrezza, mantenendo una certa eleganza nei suoi movimenti decisi.

 

La ragazza scivolò nella stanza, chiudendo piano la porta alle sue spalle e rimase lì, a distanza di sicurezza, timorosa di fare un passo falso e di essere sentita.

Osservava il ragazzo incuriosita ed ammaliata dalla musicalità che le giovani dita erano in grado di produrre.

 

Il ragazzo era troppo concentrato sulla melodia per accorgersi di una presenza che prima non c'era e, nemmeno si rese conto dello sguardo che bruciava sulle sue spalle.

Si percepivano gli anni di impegno e dedizione in quell'esecuzione ineccepibile. E passione per quello strumento che suonava con tanto sentimento. Ma si respirava anche qualcos'altro nell'atmosfera, qualcosa che incuteva nella ragazza una nota di turbamento che sentiva crescere sempre più nel suo petto.

 

Chiuse gli occhi anche lei, lasciandosi trasportare dalle emozioni che quei suoni le suscitavano. Il cuore fece un guizzo quando le giovani dita incalzarono una nota che si insediò prepotentemente nei timpani di lei.

 

Poi, tutt'a un tratto, quella musica terminò con una nota brusca, stonata.

Aprì gli occhi di colpo infastidita e si trovò a fissare due pozze tinte di un blu di Prussia, quelle iridi che non avrebbe potuto dimenticare.

 

Quello sguardo l'aveva colpita il mese precedente proprio fuori dall'aula in cui si trovava ora, ci si era scontrata e ne era rimasta affascinata: ci aveva rivisto le profondità del mare, tutto ciò che agli occhi non è concesso vedere. Quell'abisso che sapeva di ignoto, così oscuro da incutere timore. 

Poi lui se n'era andato e lei non lo aveva più visto, più volte aveva cercato incuriosita il suo sguardo tra quello degli alunni dell'Alighiero, ma non lo aveva mai ritrovato. Era lo sguardo di chi cela alla perfezione tutto il suo dolore ma non può ingannare chi, quel sentimento, lo conosce bene.

 

Guardò attentamente il suo volto giovanile, gli occhi di quel colorito così bello e misterioso, i lineamenti delicati, così fini che parevano il frutto di una scia di pennello nelle mani del più bravo degli artisti. I muscoli del viso s'erano induriti, erano così rigidi da celare perfettamente la sofferenza che la musica, suo malgrado, mostrava. 

Le pupille erano immobili, fisse sulla figura esile della ragazza, l'occhio leggermente dilatato, come un bambino scoperto in flagrante nell'atto di una marachella, lo sguardo pieno di terrore.

 

«Che diavolo ci fai tu qui?» 

La apostrofò lui, in un cipiglio scontroso, le labbra tese come una corda di violino.

 

«Io... - Incominciò lei incerta, presa alla sprovvista dalla rabbia con cui aveva caricato quelle parole. - Sì, beh, sai io ci suono qui!» 

Concluse poi, ritrovando la sicurezza nelle sue parole, spostando il peso del suo corpo sulla gamba destra che portò in avanti. La mano stretta in un pugno all'altezza dello stomaco.

 

«Te l'hanno mai detto che i ficcanaso non piacciono a nessuno?» 

Sbottò il biondo, dopo un attimo di silenzio, infastidito dalla sua presenza.

 

«Beh tecnicamente questo è un luogo pubblico, e poi tra poco ho lezione con Frank, quindi non sono certo io a dovere delle spiegazioni a qualcuno!» 

La giovane Walker, offesa, piegò le braccia incrociandole in una stretta sopra il petto e lo fissò con sguardo decisamente poco amichevole.

 

- Non era una ficcanaso, lei. E di sicuro, se c'era qualcuno fuori luogo, quello era senz'altro lui! -

 

Il ragazzo parve pensarci un secondo. 

 

«Non hai tutti i torti» 

Ammise poi.

 

«E tu?» 

Chiese lei, subito dopo, scrutandolo un po' più serena in volto.

 

«Io cosa?» 

La guardò accigliato, non capendo a cosa lei si riferisse.

 

«Che ci fai tu qui?» 

Si spiegò meglio, lo sguardo curioso.

 

«Suonavo» 

Rispose pacato, con fare ovvio.

 

Lei sbuffò. 

«Questo lo avevo capito. Perché sei qui a quest'ora quando, tecnicamente, questa è l'ora in cui tocca a me suonare?»

 

«Mi andava. - Dichiarò il ragazzo. - Ne avevo bisogno» 

Ammise, sincero.

 

«Brutti pensieri?»

 

Il giovane esitò a rispondere, nemmeno la conosceva e gli stava ponendo tutte quelle domande, prendendosi troppa confidenza. Poi tirò un leggero sospiro ed annuì.

 

«Anche io suono per liberare la mente. - Ammise lei, guardando lo strumento dietro la schiena del biondo. - Chopin?» 

Chiese poi, ruotando gli occhi su di lui. Il ragazzo assentì ancora una volta.

 

«Piace anche a me, Thomas dice che è troppo triste. - Osservò il biondino, non preoccupandosi del fatto che lui, probabilmente, il suo amico nemmeno lo conosceva. - Non ha tutti i torti... questa poi era davvero triste ed asfissiante. Boh sembrava di essere ad una marcia funebre»

 

«Lo è, infatti. Lo stesso Chopin ha chiesto che venisse suonata al suo funerale»

 

«Suoni sempre cose così allegre?» 

Domandò poi, con un sorrisetto di scherno sul bel volto.

 

«Suono quello che più mi piace» 

Rispose lui, il tono leggermente seccato a quella che aveva tutta l'aria di essere una critica velata.

 

«Come ti chiami, comunque?» 

Domandò la ragazza, non facendo caso alla risposa infastidita del suo interlocutore.

 

Lui si alzò dalla vecchia sedia e si diresse con passo deciso verso di lei. 

«Piacere, Dylan» 

Disse, porgendole la candida mano destra. 

 

Lei impallidì a sentire quel nome. 

 

- Era Dylan, il Dylan di cui aveva parlato Josh! - Sgranò gli occhi incredula. - No, dai, chissà quanti altri Dylan c'erano in quella scuola... e quanti di loro suonavano come il misterioso ragazzo di cui le avevano parlato! -

 

Boccheggiò un secondo tentando di ridarsi un contegno. 

«Ehm, piacere Dylan» 

Parlò poi, stringendogliela. Lui le rivolse uno sguardo confuso. 

 

«Nome bizzarro per una ragazza» 

Ammise subito dopo con le labbra leggermente distese.

 

La giovane si accigliò cercando di capire il motivo di tali parole, poi i suoi occhi si illuminarono e il suo volto si tinse di imbarazzo. 

«Oddio, no! - Esclamò con il tono della voce leggermente alto. - Mi sono espressa male. - Parlò ora con una graduazione più bassa. - Mi chiamo Jane» 

Concluse con ancora la mano stretta nella sua e, finalmente, sentì ricambiato il saluto. Tentò un incerto sorriso amichevole, le guance ancora rossastre.

 

- Che cosa avrebbe dovuto dirgli? Avrebbe forse dovuto uscirsene con un "vedrai che lo troveranno tuo padre" sorridendogli rassicurante, oppure dichiarare un sincero "mi dispiace"? Non ne aveva la benché minima idea. - 

 

A salvarla dai suoi pensieri confusi fu l'arrivo in classe del professore. Frank entrò con il suo solito sorriso da bonaccione e il suo nasone tondeggiante tutto rosso. Era imbacuccato nei suoi vestiti pesanti, coperto dal grosso cappotto verde acqua fin sopra al mento.

 

«Perbacco, questa pioggia proprio non ci voleva! - Si lamentò senza essersi accorto della presenza dei suoi alunni nella stanza. - Oh. Buongiorno ragazzi!» 

Esclamò non appena li vide sfoggiando un sorriso sgargiante, i suoi occhi verdi si illuminarono di gioia da sotto gli occhiali tondi e tutti appannati.

 

«C'è la fine del mondo là fuori, ve lo dico io! - Parlò ancora il più anziano sfilandosi il cappotto per poi abbandonarlo su una delle tante sedie. - Giovanotto che ci fai tu qui?» 

Domandò infine rivolto al biondino. 

 

«Stavo per andarmene, professore»

 

«Non devi andartene per forza. - Ammise Frank sfilandosi gli occhiali e iniziando a pulire le lenti con un lembo del suo maglione. - Potresti rimanere ad ascoltare la nostra Jane, oh è così brava!» 

La ragazza si sentì avvampare a quel complimento e sorrise in segno di gratitudine.

 

«Magari un'altra volta. Devo proprio andare. - Il giovane si avvicinò alla porta, poi si voltò. - Arrivederci» 

Salutò il professore cordialmente e le sue pupille si spostarono veloci sull'unica figura femminile presente nell'aula, salutandola con un cenno del capo, poi abbassò la maniglia aprendo la porta e sparì richiudendosela alle spalle.

 

Quando quel pomeriggio uscì da scuola la pioggia precipitava ancora incessantemente. Lampi di nubi scure sovrastavano la sua testa; un bubbolio improvviso la fece sussultare dalla paura. Si strinse nelle spalle aprendo il suo piccolo ombrello che a malapena la riparava da quel tempo nefasto e si diresse alla svelta verso la sua dimora.

 

Una volta arrivata a destinazione il silenzio regnava sovrano nella grande casa. Le trasmetteva un po' di malinconia quell'assenza di suoni. 

 

Lasciò l'ombrello incustodito sul davanzale della finestra del soggiorno e si tolse il cappotto ormai zuppo, adagiandolo su una sedia dell'ampia stanza. Gettò un'occhiata al grosso orologio appeso al muro, le lancette puntavano i numeri romani incisi in basso, nella metà esatta dell'oggetto. Erano le 18 e suo padre non era ancora tornato da lavoro, nulla di strano.

 

Subito le balenò in mente la notizia di quella mattina riguardante l'uomo scomparso, il padre di Dylan. Afferrò il telecomando della televisione, accendendola sul telegiornale della regione, sperando in qualche comunicazione interessante magari inerente al suo ritrovamento.

 

Storse il naso quando la notizia del momento parlava ancora del tempo nefasto. 

«È ancora allerta maltempo sul territorio regionale, raccomandiamo la massima cautela anche nella giornata di domani» 

Dichiarò la meteorologa passando poi a parlare delle previsioni meteo dei giorni successivi. 

 

Jane si gettò sul divano posando un braccio dietro alla testa, l'altro penzolava dal sofà con ancora in mano il telecomando. Sospirò annoiata guardando i disegni sullo schermo che mostravano nuvole nere con lampi e pioggia. 

 

«Continuano le ricerche dell'uomo travolto dalla piena del fiume questa mattina, le autorità stanno effettuando controlli nonostante il maltempo. - Subito si fece più attenta, socchiudendo leggermente gli occhi per mettere meglio a fuoco le immagini. - È sempre più chiara la dinamica dell'incidente: durante la notte è iniziata una pioggia insistente sulla regione, un vero e proprio nubifragio. Le fitte precipitazioni hanno presto innalzato i livelli dell'acqua della diga presente sul territorio; durante le prime ore della mattina gli scarichi della diga erano rimasti chiusi, quando il guardiano si è accorto dell'innalzarsi vertiginoso delle acque subito sono stati attivati i sifoni che hanno iniziato il deflusso dell'acqua. Questo ha causato non pochi problemi a valle. Alle 6:30 l'acqua ha iniziato a fuoriuscire dalla diga e la forza delle acque ha determinato delle fratture non irrilevanti sulla vecchia struttura che alle ore 7:10 ha ceduto. Fortunatamente non c'erano paesi limitrofi ma le acque hanno seguito prepotentemente il corso del fiume, ed inondato le strade. 

Il crollo della diga sarebbe dovuto a un'assenza di manutenzione, già da tempo infatti la regione avrebbe dovuto effettuare interventi di controllo alla struttura costruita più di 100 anni prima» 

 

La ragazza strabuzzò gli occhi incredula, sollevando il busto dalla comoda posizione, non capacitandosi di tale mancanza. 

Puntò lo sguardo attonito sulla parete senza vederla davvero. 

- La tragedia avrebbe potuto essere evitata. -

 

Quando John varcò l'uscio la trovò così: a fissare il muro bianco, allibita.

«Tutto bene, Jane?» 

Corrugò le sopracciglia l'uomo, un'espressione confusa dipinta sul volto glabro.

 

Lei si destò dai suoi pensieri guardandolo ancora frastornata.

«Guarda lì» 

Mormorò tornando a guardare lo schermo, lui seguì il suo sguardo, le immagini ancora a raffigurare gli effetti catastrofici sull'ambiente.

 

«È stato individuato l'uomo scomparso questa mattina, si chiamava Ryan Morris, è stato travolto dalla piena mentre guidava. Pare che le ruote dell'auto non hanno aderito all'asfalto bagnato e la macchina sia scivolata quando il fiume in piena, causa anche della rottura della diga, lo ha trascinato via seguendo il corso della corrente. Proprio adesso le autorità lo hanno ritrovato privo di vita ancora a bordo del suo veicolo, la cintura era ancora allacciata forse ha tentato di togliersela ma l'acqua è entrata nell'autovettura prima che lui ci riuscisse ed è morto annegato»

 

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Capitolo 9
*** Capitolo VIII: De cuius hereditate agitur ***


Capitolo VIII: De cuius hereditate agitur

De
cuius hereditate agitur è una locuzione latina che significa letteralmente

"Della cui eredità si tratta"

 

🔻🔻🔻

 

La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente tra il dolore e la noia, passando per l'intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia.

(Arthur Schopenhauer)

 

Quella mattina John era arrivato in ospedale in anticipo come suo solito, gli piaceva farlo: amava passare del tempo in più con i suoi piccoli pazienti.

Parcheggiò la sua costosissima auto, comprata grazie ai sacrifici ed al duro lavoro che, soprattutto in quegli ultimi anni, aveva svolto con dedizione. Scese dalla vettura chiudendo la portiera con estrema cura e si avviò verso il grosso edificio bianco.

 

Il San Clair era un complesso di edifici destinato all'assistenza sanitaria pubblica completamente ristrutturato, era stato ricostruito da cima a fondo l'anno prima grazie a una generosa donazione da parte di una caritatevole donna anziana ricoverata lì. Il nome dell'ospedale venne cambiato e rinominato in suo onore e come segno di ringraziamento, anche perché dopo i lavori che avevano dato un aspetto totalmente nuovo alla struttura, il nome aveva bisogno di essere rinnovato.

 

L'edificio non aveva un aspetto triste per essere un ospedale, anzi i loro pazienti potevano affermare con sincerità che quello era un luogo caldo: l'interno infatti era cosparso di tanti disegni realizzati dai pazienti più piccoli e il personale era sempre gentile e sorridente.

"Qui si salvano vite!" Ripeteva sempre con enfasi ed orgoglio il vecchio direttore al suo personale e quella frase era diventata il motto di tutti.

 

L'uomo camminava assorto nei suoi pensieri, osservando di tanto in tanto il maltempo dalle grosse finestre. Proprio in quel momento ci fu un rumore di tuoni e un lampo violento gli fece guizzare il cuore ma gli rapì anche lo sguardo: quel paesaggio tenebroso aveva un fascino arcano che gli fece brillare gli occhi, una luce che rifletteva timore misto all'incanto.

 

Si fermò davanti ad una delle tante porte dell'edificio e guardò nel piccolo foro circolare in vetro affisso sull'ingresso. Oltre il suo riflesso vide un grosso letto bianco posizionato nel fondo della stanza, e sorrise nel vedere sopra di esso una piccola figura. Abbassò la maniglia aprendo l'uscio ed entrò nell'ambiente colore panna. 

 

«Oggi sei mattiniero eh, Billy?» 

Rise a fior di labbra al piccolo bimbo rannicchiato sotto alle coperte che leggeva un libro e, a giudicare dall'espressione concentrata, doveva essere proprio interessante. 

 

«Ciao John!» 

Sorrise il bimbetto, distogliendo i suoi occhi scuri dalle pagine chiare per guardare il volto radioso del suo dottore preferito. 

 

«Cosa leggi oggi?» 

Domandò l'uomo incuriosito, sbirciando da sopra la piccola testa corvina. 

 

«Harry Potter! - Esclamò gaio. - Me l'ha regalato la mia mamma ieri!» 

Un'espressione orgogliosa si dipinse sul suo volto chiaro. 

 

«Ottima scelta, un gran bel libro» 

Distese le labbra l'adulto nel ricordare che anche ai suoi figli piacevano tanto le avventure del maghetto. 

 

Il piccolo parve compiaciuto dalla sua affermazione e sorrise scoprendo i dentini bianchi, due piccole fossette gli si formarono sulle guance paffute a conferirgli un'aria dolcissima. 

 

«Come ti senti oggi?» 

Domandò poi, guardandolo richiudere il libro.

 

«Come ieri, direi. Quando posso tornare a casa?» 

Pispiglió incurvando le labbra sottili e guardandolo speranzoso.

 

«Dobbiamo fare solo qualche altro esame Billy» 

Sospirò l'adulto, il tono della voce leggermente afflitto e l'aria improvvisamente stanca.

 

«Tanto lo so che è tornato, dottore. - Cominciò cupo il più giovane. - Vorrei solo tornare a casa» 

Concluse stremato da quella continua lotta contro il suo acerrimo nemico.

Quell'enorme fardello lasciatogli in eredità da suo padre qualche anno prima, quel male orribile che se l'era portato via ed aveva trascinato il bambino in un vuoto di tenebre.

 

Non sapeva che rispondere John, quando a distrarlo dalla sua esitazione avvertì dei passi femminili lungo il corridoio, poi dopo una giovane donna si affacciò alla stanza.

«Oh dottor Walker, buongiorno! - Sorrise sincera, poi volse lo sguardo all'esserino ancora avvolto tra le coperte. - Ciao amore» 

Sorrise al piccolo sistemandosi una ciocca ribelle dei suoi corti capelli scuri.

 

«Ciao Mamma!» 

Gli occhi del bambino parvero illuminarsi nuovamente di quella vivacità che poco prima si era spenta, sfoggiando uno dei sorrisi più belli che era in grado di fare in direzione della donna.

 

«Buongiorno signora Ranieri, stavo giusto per portare Billy a fare qualche esame» 

Distese le labbra in un lieve sorriso gentile. 

 

«Oh sì, d'accordo. William che ci fai ancora sotto alle coperte? Il dottore avrà sicuramente tante cose da fare, non portagli via più tempo del previsto!» 

Parlò seria lei, non riuscendo però a nascondere una nota scherzosa e ricca di affetto verso quel bambino così piccolo per la sua età. 

 

 

«Mi dica la verità dottore, è tornato non è così?» 

Parlò piano la donna, appoggiandosi all'uscio con lo sguardo fisso sul suo bambino intento a vestirsi. John si girò nella sua direzione guardandole il volto. 

 

Erika Ranieri era una donna giovane, sulla trentina circa ed era sempre stata una bella donna. Ma negli ultimi anni il tempo sembrava aver iniziato a scorrere più veloce su di lei: aveva una pelle pallida, un bianco quasi marmoreo solcato da due profonde occhiaie a conferirle un'aria stanca, distrutta. 

Era da tanto tempo che non dormiva bene, troppo presa dalle mille preoccupazioni tutte per lui: quel pargoletto che ormai era divenuto la sua unica ragione di vita.

 

La conosceva da anni ormai quella giovane, l'aveva vista soffrire in silenzio e piangere di nascosto in quell'ospedale che a lei trasmetteva solo rabbia e tormento, prima le sue lacrime e preoccupazioni erano per l'amato marito ed ora per il suo bambino, il suo unico figlio. 

 

John non poté fare a meno di pensare a quanto la vita a volte fosse ingiusta e inspiegabilmente dolorosa: aveva visto quella donna passare momenti critici che non avrebbe mai augurato a nessuno, nemmeno al suo peggior nemico. 

L'aveva osservata in silenzio stringersi con disperazione i capelli fra le esili dita, aveva guardato il suo sguardo spegnersi piano piano come un fuoco privato di ossigeno. 

 

L'aveva vista soffrire ma non si era mai arresa. 

 

Nemmeno una volta. 

 

Aveva continuato a sperare, aveva continuato a credere nella scienza e nella sua progressione, aveva auspicato in un miracolo e si era rivola persino a Dio. 

Lei era sempre stata scettica sull'esistenza di un Dio, ma se davvero esisteva un essere supremo dotato di poteri straordinari, forse lui avrebbe potuto portare un po' di gioia nel suo cuore logorato.

 

Esitò nel rispondere John, preferendo rimandare nel darle la conferma del peggiore dei suoi presentimenti. 

Si sentì pervaso da un dolore angoscioso e tornò a volgere lo sguardo al piccolo, che si apprestava a trotterellare nella loro direzione.

 

Fu solo dopo la diagnosi e ricevuta la conferma che l'uomo si preparò a dare la spiacevole notizia. Billy ormai era nella sua stanza sdraiato su quel letto troppo grande per il suo corpicino così piccolo, si era rimesso a leggere quel libro che gli piaceva tanto, assorto in quelle pagine che gli davano conforto. 

 

«È predisposto geneticamente allo sviluppo della malattia. - Sospirò John guardando il piccolo. - Mi spiace Erika» 

Spostò lo sguardo afflitto in direzione della donna al suo fianco.

 

Non disse nulla lei, si portò una mano alla bocca impedendosi di gridare al mondo tutta la sua rabbia, tutta la sua sofferenza che però i suoi occhi scuri trasmettevano in un dolore muto.

 

«C'erano delle possibilità che sarebbe tornato, seppure poche. - Cominciò cauto l'uomo, tentando con le sue parole di non recarle più dolore di quello che già stava provando. - Il tumore al rene è raro ma è più facile che si manifesti nella prima infanzia e...» 

 

«Rispiegami il perché, John» 

Lo interruppe lei, guardandolo con quei pozzi neri così profondi che John si sentì vacillare. 

 

«Erika...»

Biascicò affranto. 

 

«Ti prego» 

Lo implorò, stringendo forte fra i denti il labbro cercando di cacciare indietro le lacrime.

 

«Il cancro è una malattia genetica. - Sospirò. - Nel corso della vita, le nostre cellule accumulano spontaneamente mutazioni sporadiche nei geni. La maggior parte non causa problemi, ma alcune possono dare origine a un tumore. Le mutazioni sono dovute a errori casuali durante la replicazione del DNA, all'esposizione a fattori di rischio modificabili o non.

A volte le mutazioni all'origine di un tumore possono essere già presenti al momento della nascita, ereditate da uno o da entrambi i genitori con le cellule uovo o gli spermatozoi. In questo caso tutte le cellule dell'organismo hanno le stesse anomalie» 

 

La osservò tirare fuori dalla tasca dei jeans un fazzoletto ed asciugarsi il naso, aveva ancora il labbro fra i denti e strinse più forte sentendo il sapore metallico del sangue bagnarle la lingua. 

 

«Continua» 

Lo pregò nuovamente con lo sguardo, incurante della ferita che si era procurata. Quel dolore era solo superficiale, era nulla rispetto a quello che sentiva nel profondo.

 

L'uomo sentì un sentimento d'angoscia crescergli incessantemente nel petto, uno stato di profondo sconforto che gli contorceva le budella. Si sentiva partecipe al dolore della donna dinnanzi a lui come se il bambino nella stanza fosse suo figlio. 

 

«Nonostante ciò, la presenza di queste mutazioni non comporta inevitabilmente la comparsa del tumore, ma ne aumenta, in misura individuale, il rischio relativo rispetto al rischio di base di chi non le ha. Per questo, più che di ereditarietà del cancro, è corretto parlare di predisposizione genetica allo sviluppo della malattia.

 

I geni responsabili delle forme familiari di cancro sono in genere varianti difettose di geni chiamati "oncosoppressori" o di geni coinvolti nei processi di riparazione dei danni al DNA.

Talvolta, una mutazione è strettamente associata a un singolo tumore, come l'anomalia del gene WT1, responsabile del 5 per cento circa dei casi di nefroblastoma, detto anche tumore di Wilms, raro tumore del rene che si manifesta nella prima infanzia.»

Le labbra gli tremarono a pronunciare quelle ultime parole e lo sguardo angosciato di lei non era certo di aiuto.

 

Lei emise un gemito flebile e sofferente, si arrese alle lacrime che scesero copiose a rigarle il viso.

 

Disperazione, rabbia, prostrazione. 

 

Ecco cosa John Walker vide in quello sguardo di pece. Gli sembrò di cadere in un pozzo profondo, precipitato in un vuoto senza fine ed in quell'oscurità opprimente non c'era speranza alcuna di una fonte di luce. 

 

L'abbracció perché era l'unica cosa che poteva fare, perché era l'unico modo per non farla sentire sola. Forse non lo fece solo per lei ma anche per sé stesso: le ferite del suo cuore erano aperte e sanguinavano copiose.

 

 

Quella sera John tornò a casa con ancora la pioggia che si abbatteva prepotente sul suo parabrezza. Spense il motore della vettura, ormai giunto nel vialetto di casa. Rimase in macchina per minuti interminabili ad osservare con sguardo assente le goccioline colare sul vetro e sparire, subito sostituite da altre numerose.

 

Sospirò pesantemente e scese dall'auto correndo verso l'entrata di casa, varcato il salotto trovò sua figlia con lo sguardo perso nel vuoto, in sottofondo la televisione accesa.

 

«È stato individuato l'uomo scomparso questa mattina, si chiamava Ryan Morris. È stato travolto dalla piena mentre guidava: pare che le ruote dell'auto non abbiano aderito all'asfalto bagnato e la macchina sia scivolata quando il fiume in piena, causa anche la rottura della diga, lo ha trascinato via seguendo il corso della corrente. Proprio adesso le autorità lo hanno ritrovato privo di vita ancora a bordo del suo veicolo, la cintura era ancora allacciata, forse ha tentato di togliersela ma l'acqua è entrata nell'autovettura prima che lui ci riuscisse, ed è morto annegato. 

Aveva 52 anni, sposato e con un figlio di soli 15 anni. La moglie, dopo aver cercato inutilmente di rintracciarlo numerose volte, ha chiamato la polizia spaventata. "Ho temuto fosse lui l'uomo scomparso, perché tutte le mattine percorre quella strada per andare a lavoro. Solitamente mi chiama all'ora di pranzo, ma ieri non l'ha fatto. Ho tentato di telefonargli più volte, ma il suo telefono risultava come spento." Spiega la donna afflitta dalla perdita. È l'unica dichiarazione che ci ha lasciato fino ad ora».

 

John sospirò leggermente, togliendosi la giacca pesante ed adagiandola sulla sedia accanto al cappotto della figlia.

Era stanco. Quella giornata lo aveva sfinito completamente, di notizie brutte era completamente stufo.

 

Jane si mise a fissarlo; aveva l'aria sconvolta. Pensó che fosse per quanto visto in TV, ma non era solo turbato, sembrava anche terribilmente triste e pensieroso.

 

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Capitolo 10
*** Capitolo IX: Condicio sine qua non ***


Capitolo IX: Condicio sine qua non

Condicio sine qua non
è una locuzione latina che significa letteralmente

"Condizione senza la quale non si può verificare un evento"

 

🔻🔻🔻

 

L'uomo è nato per creare. La vocazione umana è di immaginare, inventare, osare nuove imprese.

(Michael Novak)

 

Sudore.

 

Minuscole goccioline lucide imperlavano la fronte dell'uomo. Scendevano piano lungo il volto, seguendo i lineamenti del viso contratti. I corti capelli scuri appiccicati alla pelle rosea, le labbra strette, i pugni chiusi in una presa ferrea, fra le dita le candide lenzuola.

 

Un movimento brusco. 

Uno scatto della testa, come il tentativo di fuggire da un qualcosa.

 

Si svegliò di soprassalto, ansante.

La schiena eretta e rigida, il respiro pesante.

Aprì e chiuse le palpebre più volte, lasciando le ciglia sbattere tra di loro, idratando gli occhi.

 

Era solo un sogno.

 

Respirava ancora affannosamente ma piano piano il fiato s'apprestava a tornare regolare.

 

Solo un sogno.

 

Volse il capo alla finestra cercando uno scorcio di luce, ma fuori era tutto buio.

Dalle strade non proveniva alcun rumore. Nessun sfrecciare di ruote sull'asfalto, nessun abbaio di cane, nessun cinguettio, nessuna voce.

 

Silenzio, solo silenzio. 

Nemmeno il suo respiro, ormai calmo, infrangeva più quella quiete.

La città dormiva ancora, e la notte regnava sovrana.

 

Guardò la sveglia sul suo comodino di mogano scuro: segnava le 4:15.

 

Lasciò che la forza di gravità spingesse il suo busto arrendevole sulla superficie morbida del materasso sotto di lui. Sospirò e chiuse gli occhi, posando il braccio destro sul capo umido. Ingoiò quel groppo in gola che sentì scendere piano, faticosamente. 

Faringe. Esofago. Stomaco.

Era sceso.

 

Sbuffò: non sarebbe riuscito a riaddormentarsi.

 

Decise di alzarsi, abbandonando, un po' contrariato, quel dolce tepore delle soffici lenzuola.

 

Andò in bagno, si sciacquò il viso, lavò il corpo e lo coprì con abiti puliti.

Scese le scale e girovagò per la sala senza una meta né uno scopo. Raggiunse la cucina, preparò il caffè che ingoiò ancora bollente, rischiando di ustionarsi il palato. Afferrò una manciata di biscotti e lì masticò distrattamente, senza nemmeno sentirne il gusto né la fragranza.

 

Sospirò nuovamente e si passò la mano, con fare nervoso, fra i capelli sottili.

Si guardò intorno e tornò al piano di sopra, si diresse nella sua stanza alla ricerca di qualcosa.

Aprì un cassetto nel comodino e spostò gli oggetti al suo interno: un paio di occhiali da lettura, un vecchio caricabatterie, una custodia del telefono.

 

Nulla di ciò che stava cercando.

 

Aprì l'altro cassetto bruscamente, scostando le cianfrusaglie che nascondeva: una penna, una vecchia agenda, qualche foglio accartocciato.

 

Nulla.

 

Aprì l'ultimo, quasi con l'ansia di non trovare l'oggetto dei suoi desideri.

Un mazzo di chiavi, un porta foto, una torcia. 

 

E poi lì, infondo al cassetto, trovabile solo da chi ne conosceva l'esistenza...

 

Eccolo.

 

L'aveva trovato.

 

Un diario. Il suo.

 

Lo afferrò e si sedette sul bordo del letto sfatto.

Accarezzò lentamente la superficie rigida con l'indice, percorrendone tutta la lunghezza.

Era un diario semplice: nessuna scritta esterna, nessun nome, nessun ghirigoro. Nessun colore oltre al nero.

 

Lo aprì sfogliandone le pagine giallastre, consunte dal tempo. Le voltava velocemente, senza leggerle. Non buttava nemmeno l'occhio sul suo contenuto. Lui sapeva già cosa c'era scritto dentro. Giunto quasi alla fine si fermò, sulla destra un foglio vuoto.

 

Fissò quella pagina priva di nulla, come se in quel vuoto lui vedesse qualcosa. 

 

Aprì il secondo cassetto del comodino vicino al letto. 

Infilò la mano al suo interno, estrasse la penna. Nera. 

 

Sfilò il tappo e la impugnò fra le dita, l'avvicinò alla pagina. 

 

A dieci centimetri dal foglio di carta la mano di John Walker era ferma, immobile.

Rimase così, sospesa finché non sentì i muscoli della spalla affaticati, farsi duri e pesanti.

 

Sospirò e macchiò la carta con l'inchiostro nero come la pece.

 

Scrisse solo una parola. 9 lettere, una dopo l'altra.

 

Poi tastò con i polpastrelli la sua scrittura, il solco creato dalla pressione della sua mano esercitata sulla punta della penna. L'inchiostro nero risaltava sulla pagina più chiara.

 

Perdonami.

 

 

L'uomo camminava per quei corridoi d'ospedale a passo sostenuto. Aveva un sacco di visite da fare, come sempre del resto, e non c'era tempo da perdere. E sebbene il suo corpo si muoveva in quegli spazi tra una stanza e l'altra, la sua mente era in un luogo solo. Il suo pensiero era rimasto intrappolato sull'uscio di quella cameretta, dove solo il giorno prima aveva dovuto dare una notizia terribile alla mamma di uno dei suoi piccoli pazienti prediletti.

 

John l'aveva abbracciata per non farla sentire sola, per supportarla in quel suo dolore. Ma anche per se stesso perché anche lui sapeva che cosa significasse aver paura di perdere qualcuno, perché quel bambino gli ricordava terribilmente suo figlio. Perché era troppo piccolo per quella sofferenza così grande, troppo giovane per lasciare un mondo che ancora non aveva avuto l'opportunità di conoscere. 

 

Lei si era aggrappata a lui come se stesse precipitando in un baratro oscuro e profondo, e lui era tutto ciò a cui avrebbe potuto aggrapparsi per non cadere. Si era sentita le gambe tremare, vacillare sotto il peso del suo corpo come se tutto d'un tratto ossa e muscoli fossero diventati un macigno insostenibile. Aveva stretto le braccia sulla sua schiena affondandovi le unghie in un disperato bisogno di sorreggersi, di non cedere.

Lui si era sentito morire dentro in quel dolore condiviso.

 

Che cosa strana l'empatia. Quella capacità umana di sentire le emozioni degli altri come se fossero proprie.

Una tendenza innata di prendersi cura degli altri nel momento del bisogno.

 

«C'era una possibilità che la malattia si sarebbe ripresentata, che fosse recidiva. Quando siamo intervenuti la prima volta il tumore era allo Stadio I, quindi era confinato al rene, ma a quanto pare non siamo riusciti ad asportarlo completamente. Dobbiamo intervenire asportando tutto il rene adesso, prima che il tumore cresca ancora e si estenda agli altri organi. Il trattamento chirurgico consiste nell'asportazione della massa, del rene interessato, il destro nel suo caso, del tessuto adiposo che lo circonda e dei linfonodi adiacenti.

Dovremo cominciare con dei cicli di chemioterapia e di radioterapia, per rendere l'intervento chirurgico più agevole e sicuro: riducono la percentuale di recidiva e bloccano l'ulteriore diffusione della malattia. Gli somministreremo, inoltre, alcuni farmaci, l'actinomicina-D, la vincristina e adriamicina.»

Le aveva detto dopo, leggendo i referti che teneva in mano, ancora sconfortato dalla sfortuna che sembrava perseguitare quella povera famiglia.

 

«E per quanto riguarda la qualità della sua vita? Come vivrà dopo?»

«Il tumore di Wilms è una delle neoplasie pediatriche con prognosi migliore. I bambini affetti da tale patologia hanno una percentuale di sopravvivenza, a lungo termine, piuttosto alta. Se riusciamo ad intervenire prima che il tumore si estenda ancora, la percentuale di sopravvivenza raggiunge quasi il 100%. Inoltre, superata la fase della terapia combinata, i pazienti hanno una qualità della vita del tutto paragonabile a quella della popolazione sana. Potrà benissimo condurre una vita normale anche con un rene solo»

 

Erika sospirò un po' confortata dalle parole dell'uomo che le stava di fronte. 

Annuì silenziosamente col capo, e distese lievemente le labbra. 

«Grazie»

 

«Faccio solo il mio lavoro»

 

Rimasero ammutoliti a guardare il pargoletto assopito tra le lenzuola e John si lasciò sfuggire un sorriso affettuoso che non passò inosservato allo sguardo vigile della donna.

 

«Riporta tutto a galla, non è vero?»

 

«Forse»

 

 

La signora Ranieri stava seduta in silenzio sul bordo del grande letto nella stanza. Allungò la mano sfiorando i dolci lineamenti fanciulleschi del volto del figlio.

 

Billy dormiva profondamente, aveva il viso rilassato, un'espressione serena.

Si perse a guardarlo intensamente, come a voler imprimere nella memoria tutto di lui.

 

I lisci capelli scuri che gli ricadevano morbidamente sulla fronte bassa, il piccolo naso dritto ma con la punta verso l'alto, le lunghe sopracciglia ancora chiare. Gli occhi leggermente allungati, le labbra rosee e carnose e quelle gote paffute sempre arrossate con qualche spruzzata di lentiggini poco visibili.

 

Solo in quel momento, fissandolo così intensamente, notò un piccolo neo che mai aveva visto prima; si era formato vicino all'occhio destro.

 

Erika sorrise intenerita nel guardarlo.

 

È proprio bello.

 

Ogni volta che guardava suo figlio ci aveva sempre visto suo marito, Luigi.

E non solo nell'aspetto ma anche nel carattere. 

Dolce, gentile, altruista, determinato.

Proprio come era suo padre.

 

Persino i modi di fare gli ricordavano il suo amato Luigi. Dal modo in cui parlava a quando si mangiucchiava le unghie con fare nervoso, da come incurvava le sopracciglia quando era perplesso a quando si perdeva a guardare un paesaggio.

 

Aveva anche le sue stesse passioni: amava leggere, gli piaceva dipingere e disegnare ciò che più lo colpiva.

 

Un giorno sarebbe diventato un artista.

Ne era certa.

 

Sapeva che suo figlio aveva un dono. 

 

Lo aveva visto dal modo in cui impugnava il pennello, lo teneva in modo diverso rispetto agli altri bambini. 

Lui lo afferrava con naturalezza come se quel sottile bastoncino di legno fosse stato realizzato per essere tenuto fra le sue dita.

Persino i suoi disegni erano diversi. Quelli degli altri bambini erano sgraziati, pieni di sbavature e imperfezioni. 

Belli sicuramente agli occhi di un genitore, ma privi di armonia.

 

I disegni di Billy invece erano sempre puliti: non c'era una sbavatura né un segno di troppo. 

Lui riempiva il foglio di colori, senza lasciar intravedere il bianco della carta sottostante. Ritraeva perlopiù paesaggi: montagne innevate, fiumi in piena, tramonti sul lungomare.

 

Ma il suo soggetto preferito erano le stelle.

Un cielo scuro illuminato da innumerevoli puntini luminosi. 

 

Talvolta, quando si sentiva particolarmente ispirato, disegnava lo spazio e i corpi celesti: pianeti, satelliti, comete, stelle cadenti, nebulose, asteroidi e meteoriti.

 

E lei, osservando il suo operato, non poteva far a meno di chiedersi quanto in là potesse spingersi la fantasia di un bambino.

 

Lui a volte diceva di voler diventare un astronomo o un cosmologo.

Lei si chiedeva come fosse possibile che un bambino così piccolo sapesse cosa distingueva quei lavori, dato che nemmeno lei se lo ricordava.

 

«Mamma l'astronomia è lo studio di ogni cosa nell'universo, la cosmologia è una sottosezione dell'astronomia e si occupa della natura dell'universo stesso: dal suo inizio nel Big Bang ad... adesso.» 

 

Le aveva ripetuto spazientito, l'ennesima volta in cui lei gli aveva chiesto che cosa significasse. E lui ogni volta le rispondeva con naturalezza come se fosse la cosa più semplice del mondo, come se dovesse elencare le differenze tra un cane e un lupo.

 

«Oppure potrei diventare un astronauta» 

Aveva detto una volta, dopo l'ennesimo disegno sullo spazio.

 

Erika era certa di una cosa sola: qualunque cosa suo figlio avesse voluto fare o sarebbe voluto diventare, le bastava che fosse felice.

 

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Capitolo 11
*** Capitolo X: Solem et lunam ***


Capitolo X: Solem et lunam

Solem et lunam
è una locuzione latina che significa letteralmente 

"Il sole e la luna"

 

🔻🔻🔻

 

Il sole è una creatura arrogante, pronta a lasciarsi la Terra alle spalle ogni volta che si stanca di noi. La luna è una compagna fedele. Non va mai via. È sempre di guardia, risoluta, ci conosce con il buio e con la luce, e come noi è in continua trasformazione. Ogni giorno è una versione diversa di se stessa. A volte tenue e pallida, altre intensa e luminosa. La luna sa cosa significa essere umani. Insicuri. Soli. Butterati dalle imperfezioni.

(Tahereh Mafi)

 

Narra un'antica leggenda cinese che quando il sole e la luna si incontrarono per la prima volta si innamorarono perdutamente e da lì cominciarono a vivere un grande amore.

 

A quei tempi il mondo non esisteva ancora, e quando l'Universo decretò di crearlo volle abbellirlo con la sua luce.

 

Decise quindi che il sole così brillante avrebbe illuminato il giorno, e che la luna misteriosa avrebbe illuminato la notte, obbligandoli involontariamente a vivere per sempre divisi. Entrambi furono invasi da una grande tristezza e capirono che non si sarebbero mai più trovati.

 

La luna era sempre più triste e amareggiata. Nonostante il bagliore dato dall'Universo, si sentiva sola.

Il sole a sua volta aveva vinto un titolo di nobiltà "Re degli Astri" ma neanche questo lo rendeva felice.

 

L'Universo allora li chiamò e spiegò loro:

"Non avete nessun motivo per essere tristi dopotutto avete una bellezza che vi distingue l'uno dall'altra. 

Tu luna, illuminerai le notti fredde e calde, incanterai gli innamorati e sarai fonte di ispirazione per gli artisti che ti dedicheranno poesie.

Quanto a te sole, manterrai quel titolo perché sarai il più importante degli astri, illuminerai la Terra durante il giorno, darai calore all'essere umano e con i tuoi raggi darai la vita e renderai le persone più felici."

 

La luna diventò ancora più triste con quel crudele destino e pianse amaramente divenendo spenta e cerulea. 

E il sole, nel vederla così triste, decise che non poteva essere debole, perché doveva darle forza e aiutarla ad accettare ciò che il destino aveva deciso per loro.

 

Eppure era così preoccupato che decise di chiedere qualcosa all'Universo:

"Grande Universo, aiuta la luna, per favore, è più fragile di me, non sopporterà la solitudine..."

 

E l'Universo, nella sua grande compassione e bontà, creò le stelle per fare compagnia alla bella luna.

 

Così la luna ogni volta che è molto triste ricorre alle stelle che fanno di tutto per consolarla, ma quasi mai riescono nel loro intento.

 

Oggi entrambi vivono così, separati.

 

Il sole finge di essere felice, e la luna non può nascondere la sua tristezza.

 

Il sole arde di passione per lei e lei vive nelle tenebre del suo dolore.

 

Dicono che la volontà dell'Universo fosse che la luna dovesse essere sempre piena e luminosa, ma non ce l'ha fatta ad esaudirlo perché è donna e una donna ha delle fasi: quando è felice, riesce ad essere piena e luminosa, ma quando è infelice è calante e non è nemmeno possibile apprezzare la sua luminosità.

 

Luna e sole seguono la loro strada, il destino che qualcun altro ha scelto per loro.

 

Lui solitario ma forte e lei, accompagnata dalle stelle, ma debole.

 

Gli uomini cercano sempre di conquistarla, come se fosse possibile. Alcuni sono andati persino da lei, ma sono tornati sempre da soli. Nessuno è mai riuscito a portarla sulla Terra, nessuno è mai riuscito ad impadronirsene, eppure molti ci hanno provato.

 

L'Universo così decise che nessun amore in questo mondo fosse del tutto impossibile, nemmeno quello della luna e del sole...

 

E così lui creò l'eclissi.

 

Oggi sole e luna vivono in attesa di quell'istante, quell'unico momento a loro concesso per amarsi e però tanto raro.

 

Quando guarderemo il cielo e vedremo il sole nascondere la luna è perché sdraiandosi su di lei, incominceranno ad amarsi.

 

La brillantezza della loro estasi è così grande che gli occhi umani non possono guardare l'eclissi, gli occhi potrebbero rimanere accecati nel vedere tanto amore e tanta oscurità, perché è nell'oscurità che si crea l'amore e la vita, e nella brillantezza della passione che si consuma l'estasi.

 

 

Così come il sole aveva la sua luna, Erika aveva il suo Luigi...

 

Si erano conosciuti venti anni prima e si erano amati: un amore costante e profondo, che l'aveva travolta come una tempesta. 

Si ricordava le passeggiate sul lungomare e le corse sulla spiaggia, tutti i tramonti e le albe passate insieme, i baci ardenti di una violenta passione e le carezze melanconiche... 

 

Si vedevano pochi giorni all'anno perché lui era capitano di una nave e doveva sempre salpare verso qualche porto lontano, ma loro riuscivano a rendere quel breve lasso di tempo concessogli, interminabile. 

 

Quando si incontravano, poco importava se l'indomani lui sarebbe dovuto partire nuovamente, contava solo il qui ed ora. Hic et nunc, come dicevano i latini.

 

Ed il tempo diventava irrilevante, pareva fermarsi: non c'erano più le ore, i minuti ed i secondi.

 

La distanza aveva reso il loro amore proibito, ma talmente forte da resistere a tutto, come quello di Paolo e Francesca.

 

In quei brevi incontri l'estasi era tanta, un'eclissi che li sovrastava, accecante proprio come l'incontro del sole e della luna. 

 

Si amavano al buio, in segreto, come Amore e Psiche.

 

Ed infondo chi meglio di Amore e Psiche avrebbe potuto comprendere un amore tanto travagliato e fatto di ostacoli?

 

Poi gli orologi prendevano a funzionare e la lancetta tornava a muoversi con il suo ticchettio a scandire i secondi della loro distanza.

 

Ma lei lo aspettava sempre, come Penelope ha sempre aspettato il ritorno di Ulisse. 

 

E lui tornava perché lei era il suo porto sicuro. 

 

Irresistibile, come lo era Cleopatra per Antonio.

 

Alla fine si erano sposati di nascosto, con solo l'oceano a fare da testimone. 

 

Luigi aveva trovato una sua misura del tempo: con lei o senza di lei. 

 

Ed i pensieri di Erika erano rivolti sempre a Luigi, il suo Re Sole, perché tutto ruota intorno al sole: la Terra, i pianeti e persino la luna.

 

La distanza ormai era diventata solo un fattore fisico, non poteva nulla contro la mente. Perché le loro teste ed i loro cuori, quelli, non si erano mai separati.

 

Ed erano felici...

 

Qualche anno dopo era nato lui: William, il loro piccolo Billy. 

 

Nell'abbraccio che si erano dati quel giorno c'era tutta la felicità e la gioia che due cuori potessero contenere, e gli anni passavano, in quella continuità di baci rubati e di tempo che scorre. 

 

Poi la malattia di lui, che aveva reso il loro amore grandioso e tragico come quello di Romeo e Giulietta.

 

Perché "Le gioie violente hanno violenta fine, e muoiono nel loro trionfo, come il fuoco e la polvere da sparo, che si consumano al primo bacio".

 

Quel male orribile che l'aveva consumato fino a renderlo un mucchietto di ossa inerme. 

 

E lei gli era stata accanto fino alla fine, vedendolo spegnersi giorno dopo giorno in quel letto d'ospedale. 

 

Ma il tumore non aveva logorato solo lui, aveva finito per corrodere anche lei in modo lento, doloroso, costante. 

 

Paradossalmente la malattia aveva permesso loro di stare vicini ma alla fine li aveva separati, e questa volta per un tempo senza fine.

 

Quando lui chiuse gli occhi per sempre lei smise di vivere: abbandonò tutti i suoi hobby, dedicandosi solo al lavoro e si chiuse in se stessa. 

 

Si sentiva mezza vuota, un po' come la luna, che aveva vegliato su di lei tante volte, quando lo aspettava guardando l'oceano.

 

Persino con Billy fu diversa. 

 

Cercava di dargli tutto l'amore che aveva in cuore, ma il suo cuore ormai era pieno di crepe, era finito in frantumi, un mucchietto di sabbia.

 

Il periodo più difficile per lei fu l'inizio, quando lo affidò alla nonna dicendo che non riusciva nemmeno più a guardarlo in faccia.

Diceva di non poter alzarsi ogni mattina e vedere nei suoi lineamenti costantemente l'uomo che aveva amato, e che ora non c'era più. 

 

Diceva che più cresceva, più gli assomigliava.

 

E mentre lui stava dalla nonna, lei si lasciò andare.

 

Cominciò a bere, sempre di più.

 

Voleva dimenticare, voleva non provare più quel dolore logorante.

 

Ma una volta passata quella strana sensazione data dalla sbronza, si sentiva ancora peggio.

 

Si sentiva sola, nel suo sconforto.

 

Divenne l'ombra della donna che era stata un tempo. 

 

Triste, spenta e cerulea. 

Proprio come la luna.

 

Poi un giorno decise di farsi forza.

 

Decise di cambiare.

 

Per Billy.

 

Quando riprese in mano le redini della sua vita, la nonna lasciò che William tornasse a vivere da lei, e lui divenne la sua unica ragione di vita.

 

Si rese conto che di Luigi non le era rimasto nulla, se non il dono più prezioso che lui le aveva fatto: suo figlio.

 

Non c'erano foto o dipinti, solo tanti ricordi e quel dolcissimo pargoletto.

 

Ed improvvisamente divenne grata della somiglianza strabiliante che accomunava il bambino a suo padre.

 

Lui divenne la luce che illuminava le sue tenebre. La stella più luminosa che era in grado di brillare anche nella notte più buia.

 

Per Billy non fu difficile tanto la morte di suo padre, alla sua assenza ci era abituato, quanto al comportamento di sua madre. 

 

Lei era così... diversa.

 

Così... triste.

 

Fu quando tornò a vivere con lei che realizzò che il padre non lo avrebbe rivisto, mai più. 

 

Prima pensava che, forse, era stato tutto un incubo, che il mattino seguente si sarebbe risvegliato e avrebbe trovato nella buca delle lettere una cartolina, mandata da lui. 

 

Ma non fu così.

 

«Lui non c'è più amore mio. - Gli aveva sussurrato all'orecchio sua mamma una di quelle sere, quando erano abbracciati nel letto a guardare, attraverso il lucernario sul soffito, la notte stellata. Lo aveva stretto forte facendogli appoggiare il capo sul suo cuore, accarezzandogli la testa corvina. - È andato via.»

 

«E dov'è andato?»

 

«È volato lassù, nel cielo... sai, sta con gli angeli adesso...»

 

«Perché?»

 

Già. Perché? 

 

Che risposta avrebbe potuto dare ad un bambino? Come avrebbe fatto a spiegargli i fatti senza farlo soffrire? Come avrebbe potuto dirgli che il mondo è imperfetto e non è rosa e fiori come nelle favole che gli leggeva? Come avrebbe potuto ferirlo, lei che, in quanto sua madre, avrebbe solo dovuto proteggerlo?

 

E allora scelse il silenzio, perché certe domande, semplicemente, non hanno risposte.

 

Lui si era addormentato sentendo il battito del cuore della sua mamma, e chissà cosa aveva sognato quella mente fanciullina. 

 

«Perché?»

 

Lo aveva chiesto altre volte.

 

«Perché, mamma?»

 

Ma lei non aveva mai risposto e lui, con il passare del tempo, aveva smesso di chiedere, ma non aveva smesso di pensargli.

 

Aveva letto una storia a scuola, parlava di un bambino che si faceva chiamare Piccolo Principe. Lui diceva di abitare su una stella.

 

E allora fissava le stelle e si domandava se lassù, tra quegli astri ci fosse anche il suo papà a vegliare su di lui.

 

Apriva la finestra della sua cameretta e fissava, con i palmi delle mani a sorreggere la piccola testa corvina, la notte scura e le sue bellissime stelle.

 

Lo disegnava anche, lo spazio. 

 

Era il suo soggetto preferito. 

Voleva andarci, era il suo sogno. 

 

Ma non tanto per il fascino che esercitava, quanto per la speranza di trovare suo padre in quell'Universo immenso.

 

A volte gli occhi gli si facevano umidi, e quelle stelle non diventavano altro che scie luminose un po' indistinte.

 

«Dove sei?»

 

Due parole, un sussurro, rivolto più a se stesso che a qualcuno. 

Lo cercava con lo sguardo, ma la notte era così buia. 

Non lo vedeva. Non lo vedeva mai.

 

«Mi manchi»

 

Ed ormai la Via Lattea non era altro che un ammasso di flebili luci tremolanti.

 

Non era solo. 

C'era la luna a fargli compagnia. 

 

Lei, spettatrice silenziosa, c'era sempre.

 

Col sole o con la pioggia, col caldo o col gelo. Notte o giorno. La luna c'era. 

 

Lei c'era sempre. 

Lei era affidabile, non come il sole.

 

Perché lei sapeva cosa significasse essere soli ed insicuri, sapeva cosa significasse sentirsi mezzi vuoti e mezzi pieni.

 

Anche lei quella sera pareva triste, stava lì tutta pallida, una luna a metà, spezzata.

 

E poco importava l'infinità di stelle sullo sfondo. 

 

Lei era sola. 

 

Perché anche gli esseri umani, seppur fossero più di sette miliardi, a volte si sentivano soli sulla Terra.

 

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