A place in the world

di MedOrMad
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Looking for that something ***
Capitolo 2: *** Mr & Miss Curiosity ***
Capitolo 3: *** I'm better breathing on my own-1 ***
Capitolo 4: *** I'm better breathing on my own-2 ***



Capitolo 1
*** Looking for that something ***



Looking for that something

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Sapeva che era un errore. Era assolutamente consapevole del fatto che sollevare lo sguardo e seguire il proprio istinto avrebbe cambiato la sua vita. E non nel migliore dei modi.
 
Percepiva nelle viscere che cedere e cercare un volto per quella voce sarebbe diventato presto uno degli errori più stupidi della sua vita. Perché aveva sentito tante storie su quella voce melliflua.
Non le era mai importato più di tanto di colui a cui apparteneva: certo, sapeva chi era ma, onestamente, non si erano mai ufficialmente incontrati, né tanto meno degnati di un secondo sguardo.
Ma oggi, per qualche bizzarra ragione, era intrigata dal suono che nasceva dalle sue labbra, dalle leggende metropolitane che circolavano su di lui, dall’intensità del suo tono, dal suo odore che si insinuava tra le narici di lei e le si diffondeva dentro, spargendosi nel suo sangue come veleno.
 
Non che ne fosse attratta: non riusciva neppure ad immagine e mettere a fuoco il suo viso e, in ogni caso, non aveva tempo per questo ora.
 
Aveva un piano per se stessa e nessuno poteva mettersi in mezzo. Aveva venticinque anni e aveva già sprecato abbastanza tempo a godersi la vita e a comportarsi da giovane irresponsabile.
 
“E’ ora di crescere, futura cognatina.”
 
Erano state quelle le poche ma cruciali parole che le aveva sussurrato la sua migliore amica Becky sei mesi prima. Il giorno in cui si trovò ad un bivio e fu costretta a decidere che fare della sua esistenza. Il giorno in cui realizzò che era arrivato il momento di mettersi al passo con i suoi amici e darsi una raddrizzata. Era ora di comportarsi da adulta e smettere di illudersi di essere una ragazzina, libera da obblighi e responsabilità.
 
Aveva trascorso gli ultimi due anni viaggiando e divertendosi. Lo chiamava un esperimento di vita, ma quelle erano sono belle parole usate per nascondere il fatto che voleva divertirsi e non comportarsi da persona matura. Non trovava nulla di affascinante nello scegliere un percorso, costruendo qualcosa di stabile. Tutto ciò avrebbe comportato l’ideazione di un progetto di vita al quale restare fedele, senza dubbi e cambi di rotta. E in questo lei non era affatto brava.
 
Tanto per cominciare era affetta da insicurezza cronica: ogni volta in cui pensava di aver fatto la scelta giusta, una moltitudine di innumerevoli dubbi le sfioravano l’anima e le facevano rimettere tutto in discussione.
 
La maggior parte del tempo pregava perché qualcuno le si materializzasse di fronte, regalandole un esplicativo libretto delle istruzioni della vita. Giusto per sicurezza, ecco.
 
Ma questa idilliaca prospettiva non si realizzava mai, sfortunatamente. Quindi aveva optato per un confortante, e decisamente più pratico, ripiego: sfruttava suo fratello Ben e la sua futura moglie, Becky –che coincidenza vuole essere anche la sua migliore amica- come guide personali.
Le loro serate di cineforum erano semplicemente un alibi per mascherare delle deliziose sessioni casalinghe di terapia, durante le quali li bombardava di domande su se stessa, sulla propria condotta e sulle proprie decisioni, piene di E se e Forse è stato un errore.
 
Generalmente Ben finiva col darle uno schiaffo in testa, aggiungendo che era fastidiosa, irritante e frustrante, prima di lasciare la stanza, come pure il piacere delle moleste insicurezze di sua sorella, alla sua tollerante fidanzata.
 
Sapeva di essere una spina nel fianco quando entrava in modalità Non sono certa di niente, ma non riusciva a controllarsi. Ogni qualvolta si trovasse costretta a prendere una decisione che non coinvolgesse sesso senza impegni, si trasformava in questa versione infantile di se stessa e si sentiva come un cucciolo sperduto.
 
Gli errori la terrorizzavano: non per quello che la gente avrebbe potuto pensare, non le era mai importato più di tanto del giudizio altrui, ma perché non puoi disfare qualcosa una volta fatta, non puoi tornare indietro e cancellare il disastro, e lei aveva questa assurda convinzione secondo la quale, una volta che hai fallito, non puoi tornare indietro e sistemare tutto.
 
Era così terribilmente cocciuta: nella sua visione, qualsiasi cosa fai resta scritta sulla tua pelle per sempre, a prescindere dalle circostanze e da cosa fai in seguito e, nella sua piccola mente malata, il rimediare ad un errore era solo un espediente, una scusa inventata da chi fallisce per trovare una scappatoia e sentirsi meglio con se stessi. Insomma, per alleviare il proprio senso di colpa e di inadeguatezza verso le proprie errate azioni.
 
Questo fu il motivo per cui, quando suo padre le chiese quali fossero i suoi programmi per il futuro, recitò la parte della brava e saggia ragazza e si inventò questa splendida bugia secondo la quale viaggiare per il mondo sarebbe stata un’ottima occasione di crescita personale e culturale, un eccellente banco di prova: gli raccontò di quanto questa esperienza l’avrebbe aiutata a diventare più sicura e indipendente e di quanto sarebbe stato utile nella riscoperta di se stessa. Senza contare l’utilità professionale che avrebbe avuto per la sua carriera futura lo studio delle diverse lingue che avrebbe potuto imparare.
 
Lui non le chiese di che carriera stesse parlando di preciso. E lei si guardò bene dal dirglielo.
 
Ma una cosa la sapeva. Era la cocca di papà, la sua perla. Lui si fidava di lei, credeva in lei e l’amava a prescindere da tutto. E se lei pensava che esplorare il mondo fosse la cosa giusta, ciò di cui aveva bisogno, lui non aveva nulla da ridire. Avrebbe fatto qualunque cosa in suo potere per rendere felici i propri figli: tutti lo sapevano, ma lei era l’unica a sfruttare la cosa a suo vantaggio.
 
Era una stronza, ne era cosciente. Ma se approfittare della bontà di suo padre le concedeva tempo e le permetteva di posticipare il proprio ingresso nel mondo reale, le stava più che bene passare da stronza. In fondo era per una giusta causa, o almeno questo era quello che le piaceva pensare.
 
E allora si limitò ad ignorare la voce dentro di sé che le diceva che si stava comportando da stupida e da figlia ingiusta, bloccò le suppliche di Becky che le chiedeva di smettere di fuggire dalle responsabilità e gli insulti di suo fratello che l’accusava –a ragione- di essere una ingrata e viziata mocciosa, fece i bagagli, comprò il suo primo biglietto aereo e volò oltreoceano: lontana dalla sua famiglia, dalla sua città e dalla versione cresciuta di se stessa.
 
Prima fermata: Madrid. Che c’è di meglio della Movida madrileña per continuare a comportarsi da liceale? Tequila, chupiti, magari qualche spinello e tanto sesso senza impegni. Niente lavoro, niente scuola e, soprattutto, nessuna decisione vitale da prendere.
 
E per due anni se la spassò da matti. Era libera e aveva persino la benedizione dei suoi genitori e il permesso di essere una spensierata venticinquenne.
 
Fino al giorno in cui le due persone che amava di più al mondo, decisero di rovinarle tutto.
 
-x-
 
Era in preda ai postumi della sbornia, nuda e avvolta nelle proprie lenzuola quando, alle undici di mattina, il suo cellulare cominciò a squillare, facendole pulsare la testa come se qualcuno le stesse percuotendo il cranio con un bastone.
 
Sbuffò con irritazione e si nascose sotto il suo caldo e soffice cuscino, convinta che fosse il modo perfetto per bloccare il rumore e proteggere i propri fragili e stanchi timpani.
 
Sfortunatamente il corpo steso accanto a lei non sembrava pensare che lei avesse il diritto di nascondersi.
 
Una mano forte si scontrò con la sua schiena nuda, spingendole l’aria fuori dai polmoni e facendole risalire la rabbia in gola.
 
“ Rispondi al tuo stupido telefono.” Fu quello che si limitò a dire una voce maschile con un forte accento italiano, prima di voltarsi sul lato e  spostare il proprio peso sul materasso.
 
Lei aggrottò la fronte confusa e si sollevò velocemente, mettendosi seduta al centro del letto mentre le lenzuola, scivolandole in vita, la lasciarono esposta dai fianchi in su. La musica della suoneria del suo cellulare che rimbomba nel silenzio della stanza, i suoi occhi fissi sulla schiena dello sconosciuto nel suo letto, i suoi tonici dorsali immobili di fronte a lei e il suo torace che si muove al ritmo dei suoi respiri regolari.
 
“ Scena già vista.” Pensò lei.
 
Afferrò il telefono e lesse il numero di casa dei suoi sul display, prima di premere il tasto apposito per far tacere la suoneria. Avrebbe risposto tra un minuto, prima c’era una cosa che doveva fare.
 
“ Chi sei tu e perché sei ancora qui?” domandò in tono scostante, spingendo ripetutamente contro la schiena del ragazzo per assicurarsi che fosse sveglio e la stesse ascoltando.
 
“ Diego” risposte semplicemente lui senza voltarsi e aggiunse: “ Sono ancora qui perché mi andava di restare.”
 
Una risata irritata le schioccò in gola e, infastidita, afferrò un angolo del cuscino dell’intruso e lo tirò a sé, facendolo scivolare via da sotto la testa di lui.
 
“ Buono a sapersi. Ma non ricordo di averti invitato a restare.”.
 
Finalmente Diego si voltò nella sua direzione e, impugnando il cuscino di lei per rimpiazzare quello appena rubatogli, richiuse gli occhi e borbottò:
 
“ Beh, l’hai fatto.”
 
“ Errore mio. Ritiro l’offerta. Alzati e vestiti, io ho da fare. Ora rispondo al telefono e gradirei non trovarti qui quando ho fatto.” rispose lei saltando giù dal letto, non preoccupandosi di indossare qualche indumento per coprire le sue nudità.
 
“Oh e... grazie per stanotte… Almeno credo… anche se probabilmente non è stato un gran che, considerando che non me lo ricordo neppure.” e con quella semplice frecciatina si rinchiuse nel bagno.
 
“ Pronto?” domandò rispondendo finalmente alla chiamata, facendo del suo meglio per non lasciar trapelare il fatto che si era appena svegliata con decisamente troppo alcol in corpo.
 
“ Ciao a te, straniera!” canticchiò la voce gioiosa di Becky dall’altro capo della linea.
 
Quanto le mancava quella voce: se c’era una cosa che aveva sempre avuto il potere di fare era, senza dubbio, quella di provocare in lei un senso di pace. Peccato che lei non sapesse che, nel giro di due minuti, la sua cara amica Becky avrebbe ribaltato il piccolo utopico e perfetto mondo che lei si era creata.
 
“ A cosa devo l’onore?” ridacchiò in risposta passandosi una mano tra i lunghi, riccioli e morbidi capelli scuri. Accidenti, aveva davvero bisogno di un parrucchiere: non si era neppure accorta che la sua chioma fosse cresciuta tanto.
 
“ Stavi ancora dormendo?” la interrogò la voce confusa e curiosa di Becky.
 
“ Ehm… no?” ribatté lei, cercando di ingannare l’amica, ben consapevole però di quanto la sua voce roca svelasse la realtà delle cose.
 
“ Sì, certo. Bel tentativo. Scommetto che tutto quello che fai è dormire tutto il giorno e ubriacarti ogni notte. Ricordami in che parte del mondo ti trovi oggi.”
 
“ Firenze, tesoro!” squittì lei con un sorriso eccitato.

Amava la sua vita.
 
“ Allora, che succede?” domandò aprendo il rubinetto della doccia e infilando una mano sotto il getto per controllare la temperatura dell’acqua.
 
“ Ho una notizia strepitosa!”. La voce di Becky si fece così acuta che fu costretta ad allontanare la cornetta, al fine di salvaguardare l’incolumità del proprio appartato uditivo.
 
“ Sì, è evidente… Ti spiace abbassare i decibel? Mi hai quasi fatto sanguinare un orecchio.”. Le sue parole erano attutite e soffocate dallo spazzolino da denti che si infilò in bocca, iniziando a massaggiare con forza le gengive.
 
“ Scusami! È che sono così eccitata!” le sussurrò l’amica, lasciando trapelare un po’ di imbarazzo.
 
Nel frattempo la temperatura dell’acqua della doccia stava lentamente raggiungendo il punto di ebollizione, il vapore ora avvolgeva la stanza, facendo scorrere le sue lunghe ed umide dita sullo specchio e appannando il suo riflesso.
 
“ Tesoro, ho bisogno che ti dia una mossa… Sono un po’ di fretta.” Tentò di incitare Becky a sputare il rospo ed aprì la tenda della doccia, pronta a infilarsi sotto il getto d’acqua calda.
 
“ Ok, sei pronta?Ecco la news…”. Lunga pausa. Becky stava forse cercando di ucciderla?!
 
“ Allora?!” mugolò lei frustrata. Non era una persona particolarmente amante della mattina e questa giornata cominciava già a darle sui nervi.
 
Uno sconosciuto nel letto e una rumorosa migliore amica al telefono non era esattamente il suo ideale di inizio di giornata. Senza contare il fatto che le persone felici la mattina  la urtavano: è mattina, non c’è nulla di cui essere felici.
 
“ Ben mi ha fatto La Proposta. Ci sposiamo!”
 
Lo squittio gioioso ed euforico di Becky giunse forte e acuto e lei strillò insieme alla sua amica, schoccata e estasiata allo stesso tempo. Ma, nello stesso istante in cui l’eccitazione si palesò, venne rimpiazzata da qualcosa di diverso, un sentimento sicuramente meno nobile: poteva trattarsi di invidia? O forse, solo ipoteticamente, era stata improvvisamente colpita da un attacco di tristezza e nostalgia di casa? Di qualsiasi cosa si trattasse, quell’emozione, quella sensazione così potente, fu quello che la portò a convenire con ciò che Becky suggerì pochi secondi più tardi.
 
La frase che la sua amica pronunciò cambiò nuovamente la sua vita e la ricondusse al posto dal quale era fuggita per tutto questo tempo.
 
“ Abbiamo bisogno di te. È ora di crescere, futura cognatina. Penso sia il momento di tornare a casa.”
 
Casa.
 
Era davvero pronta?
 
-x-
 
Ed ora eccola qui: di nuovo nella sua città, cercando di rispettare un progetto fatto sei mesi fa, e ad un passo dal concedersi una motivazione per uscire dai binari che lei stessa si era costruita.
 
Lui aveva detto una sola frase. Era servito solo quello per farla fermare immobile sul marciapiede e farla esitare. E in questo momento si domandava se l’unica ragione per cui fosse così combattuta potesse essere la sua bramosia di qualcosa, una scusa, un espediente per non essere più così dannatamente responsabile. Forse in lei albergava un masochistico e infantile desiderio di riconvertirsi alla ragazza che girava il mondo, fregandosene di tutto.
 
Non si era voltata verso di lui. Stava lottando con se stessa per non trovare un viso a quella voce. Ma tutto questo non le impedì di rispondere:
 
“ Non fumo più, mi dispiace. E il mio nome è Kathy, non Dolcezza.”
 
Mentre parlava riusciva a percepire i passi di lui avvicinarsi nella sua direzione e, per quanto sapesse che la cosa giusta da fare fosse continuare a camminare, desiderava sentirlo vicino a lei. Voleva solo catturare il suo odore, così intenso e indescrivibile, ancora un po’ più a lungo.
 
“ Che peccato.” Fu l’unica cosa che le sussurrò nell’orecchio una volta giunto alle sue spalle. Ora Kathy poteva respirarlo, riusciva ad inalare e intrappolare dentro di sé quel profumo ed era in grado di percepire il calore del suo corpo dietro di lei.
 
Strinse i pugni, sperando di trovare la forza di resistere all’impulso di incontrare i suoi occhi. Riusciva ad avvertire la sua mano quasi sfiorarle una spalla e anelò alla fine di quella tortura: non riusciva a decidere se voleva che lui la toccasse o semplicemente scomparisse.
 
La sua presenza dietro di lei le stava facendo girare la testa e la vicinanza rendeva difficile non voltarsi e cedere alla tentazione di guardarlo in faccia. Il suo respiro caldo graffiava il retro del suo collo e, con ogni soffice esalazione, il suo stomaco si contorceva per la curiosità e il piacere.
 
Poi uno strano suono. Una risata soffocata. Stava silenziosamente ridendo, probabilmente di lei, divertito dal suo mutismo e dalla sua posa rigida, e Kathy avrebbe potuto giurare di aver sentito le sue dita accarezzarle impercettibilmente il fianco destro, con la stessa pressione di un flebile alito di vento e poi, all’improvviso, con la medesima velocità con cui era comparso, sparì.
 
Non le aveva detto il suo nome. E lei non aveva visto il suo viso.
 


 
 



A/N: allora, questa è una storia che ho scritto in inglese e stasera ha trodotto perchè volevo postarla qui. Spero che non sia troppo confusa e che sia piacevole da leggere per voi quanto lo è stato da scirvere per me. Se avete tempo e voglia fatemi spare che ne pensate. Critiche costruttive, suggerimenti e recensioni sono sempre ben accolti. Come ho già detto per "My Way", per me è davvero importante poter scambiare opinioni con chi mi legge: ritengo che il parere degli altri possa essere d'aiuto per un'evoluzione in meglio del mio stile, dei miei racconti e di me stessa.

un bacio

Stefy

PS: La parte in Italicas è chiaramente un flashback

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Capitolo 2
*** Mr & Miss Curiosity ***



A/N: qualcuno mi ha fatto notare che, forse, scrivo capitoli un pò troppo lunghi, motivo per cui ho provato a spezzare in due, dove possibile, il primo capitolo. Non so se funzioni davvero meglio così ma tentar non nuoce. Se volete fatemi sapere se secondo voi era meglio lasciare i due capitoli uniti o se effettivamente spearandoli la cosa migliora.

Baci e se avete voglia, fatemi spare che ne pensate di questa storia.




Due settimane più tardi Kathy si chiedeva ancora perché alla fine non si era voltata. E non riusciva a capire se il non riuscire a dare uno sguardo al suo volto fosse stato di fatto una scelta che aveva fatto lei o se era stata una decisione di lui.
Tutto quello che sapeva era che, al momento, la curiosità la stava divorando.
 
Kathy era pressoché certa che al liceo avessero avuto qualche materia insieme, o comunque che i loro sguardi si fossero incrociati durante qualche riunione studentesca o qualcosa del genere ma, per quanto si sforzasse di ricordare i suo tratti o il suo nome, l’unica cosa che riusciva a ottenere nella sua mente era un’immagine sfocata e impercettibile di un liceale ribelle e outsider.
 
E tutto questo la stava facendo impazzire. Non tanto perché lo volesse davvero ricordare, ma per quella fastidiosa sensazione del non riuscire a ricordare.
 
Come quando cerchi invano di farti venire in mente una canzone. Riesci quasi a mettere insieme le parole e la musica nella tua testa ma, quando provi a cantare, non esce nulla e nel giro di poco quella stupida canzone è l’unica cosa a cui riesci a pensare. E continui a scervellarti, a strizzare ogni centimetro della tua memoria, dimenticando tutto il resto e concentrandoti su quella melodia fino a quando non riesci a cantarla e a gridare “ Ce l’ho! So come fa!”.
 
“ Un penny per i tuoi inutili pensieri.” Chiese Ben, saltando sopra il suo letto e sdraiandosi accanto a lei, masticando un pezzo di torta di mele.
 
“ E’ la mia torta quella?” ignorò la domanda lei mettendosi a sedere e studiando con attenzione il volto di suo fratello, il quale non fece altro che scuotere le spalle in risposta, annuendo.
 
“ Come sei entrato in questa casa e, ancora più importante, come l’hai trovata la torta? Sono abbastanza sicura di averla nascosta in un posto molto sicuro!”.
 
“ Il forno non è un posto sicuro, sorellina. E in ogni caso io posseggo un olfatto molto sviluppato.” Rispose lui con non-chalance, afferrando il diario di Kathy dal comodino al lato del letto e strizzando gli occhi per cercare di leggere i segreti nascosti nelle pagine.
 
“ Scrivi ancora il diario segreto? Che tenera. E soprattutto è un gesto così maturo!” la prese in giro, evitando con agilità la mano di Kathy che si dirigeva minacciosa contro la sua nuca e sghignazzando vedendola quasi cascare dal letto.
 
“ Chiudi il becco, stronzo! Io.. io..lì dentro ci.. ci..” balbettò lei cercando di trovare una risposta azzeccata.
 
“ Ci riversi tutti i segreti più profondi del tuo cuore?” concluse lui per lei, divertito, lasciando cadere l’oggetto della discussione vicino alle mani della sorella, saltando giù dal materasso e dirigendosi verso la finestra mentre Kathy borbottava qualcosa alle sue spalle e raccoglieva il diario, nascondendolo poi velocemente sotto il suo cuscino.
 
Fissando la schiena del fratello per un minuto Kathy ponderò se fosse il caso di chiedergli del ragazzo che infestava i suoi pensieri di recente o se fosse meglio lasciar perdere tutto e andare oltre. Il problema però era che Kathy era troppo testarda. Aveva bisogno di ricordare per poter andare avanti e concentrarsi finalmente su altre cose.
 
Le serviva solo un nome: era certa che sentirlo pronunciare le avrebbe fornito all’istante un viso da associarvi e quello era tutto ciò che chiedeva.
 
Ora però l’unico problema era trovare il modo giusto di chiederlo a Ben senza stimolare la sua logorante curiosità. Ben era il peggior ficcanaso del mondo: ogni volta che fiutava un po’ di sano gossip o qualche eccitante notizia, diventava euforico e affamato di scoop e informazioni.
 
Ma la verità è che non c’era modo di ottenere l’informazione senza destare i suoi sospetti, quindi Kathy decise di non tergiversare e di chiedere con disinvoltura, cercando di sembrare naturale e disinteressata.
 
“ Ben, ti ricordi quel ragazzo del liceo che stava sempre per i fatti suoi?” domandò allora sfogliando le pagine di un Cosmopolitan fino a pochi attimi prima abbandonato per terra accanto al suo letto e comportandosi come se non fosse realmente interessata a ciò che domandava.
 
Suo fratello si voltò lentamente, inarcando le sopracciglia confuso e incrociando le braccia sul petto, i suoi occhi blu notte scintillanti per la curiosità.
 
“ Chi?”
 
Ora Kathy aveva la sua attenzione ed era certa che lui avrebbe saputo darle l’informazione che tanto bramava.
 
Incrociò lo sguardo di lui e sorridendo, rispose:
 
“ Sai quel ragazzo solitario con l’atteggiamento da bad boy  e l’aria ribelle che si metteva sempre nei guai? Dai, era l’argomento preferito di pettegolezzi da corridoi tra le ragazze. Se non ricordo male era nella tua classe di biologia o qualcosa di simile…” spiegò lei, sperando che le sue parole stessero guidando il fratello nella giusta direzione. Ma lui la fissava con sguardo vuoto e una strana smagliante espressione dipinta in viso.
 
La cosa si stava dimostrando più difficile del previsto.
 
“ Oh avanti, Ben!” sospirò lei lasciando cadere le mani sul materasso in segno di frustrazione. “Sono abbastanza certa che viva ancora qui. E siamo onesti, non abbiamo chissà quanti tipi strambi da queste parti.”.
 
Ben finalmente mostrò qualche segno di vita, portando le braccia lungo i fianchi e raggiungendo la sorella sul letto. La fissò dritta negli occhi e un sorriso ornò improvvisamente il suo volto. Sapeva di chi stava parlando Kathy, ne era certa. E ora, finalmente, avrebbe saputo che diamine era quel ragazzo.
 
Ben inspirò profondamente e strizzò gli occhi, inquisitorio.
 
“ Perché?” fu tutto quello che disse con aria di sfida.
 
Che cosa? Questo non era ciò che avrebbe dovuto dire! Avrebbe dovuto darle un nome, non indagare le sue ragioni. Lei voleva una risposta, non altre domande!
 
“ Che significa perché?” chiese lei confusa mentre gli occhi di Ben studiavano attentamente i suoi.
 
Kathy conosceva abbastanza bene il suo gemello da sapere che l’espressione che adornava i suoi tratti stava a significare che era pronto a renderle le cose difficili.
 
“ Perché lo vuoi sapere?” elaborò il concetto lui, accentuando quel ghigno divertito, non appena notò istantaneamente il suo disagio.
 
“ Curiosità.” Sussurrò lei sforzando un sorriso teso, ma lui la scrutò sempre più divertito e disse:
 
“ Bugiarda.”
 
Ora cominciava a urtarla. Perché non poteva semplicemente rispondere alla maledetta domanda e darle un fottuto nome?
 
“ Dimmi il suo nome e io ti dirò il perché l’ho chiesto.” Gli propose Kathy, sapendo che avrebbe ceduto al ricatto e le avrebbe detto ciò che lei voleva sapere.
 
Lui sorrise euforico e trionfante e, dandole dei colpetti sul ginocchio, disse:
 
“ Nick Willard.”
 
Nel preciso istante in cui il nome lasciò le labbra di Ben lei sentì lo stomaco contrarsi, mentre l’immagine sfocata nei suoi ricordi di faceva sempre più nitida e i lineamenti del ragazzino del suo passato mostravano finalmente la loro forma reale. Ora si ricordava chi era e poteva finalmente smettere di farsi divorare dalla curiosità.
 
“ Kay?” la voce di Ben la trascinò fuori dai suoi pensieri mentre lui le scuoteva delicatamente il braccio e cercava i suoi occhi.
 
“ Che sta succedendo? Perché diavolo vuoi sapere il nome del nostro criminale locale?”
 
“ Non è un criminale...” affermò in modo asciutto lei, difendendolo, e neppure lei sapeva spiegarsi il perché.
 
“ Hai ragione, non è un criminale, ma è comunque cretino ed è ancora più strano di quanto non fosse al liceo.” Ribatté Ben e la sua voce passò rapida da un tono curioso ad uno serio. Ora era preoccupato per quella pazza di sorella che si ritrovava e doveva essere certo che non si stesse cacciando in qualche casino.
 
“ E tu come lo sai?” domandò lei rendendosi conto di essere affamata di informazioni su questo sconosciuto.
 
“ Lo sanno tutti, Kathy. È solo… è strano, ok? Mantiene sempre le distanze da tutti e non lo vedi mai in giro con nessuno. Ha sempre quell’espressione un po’ minacciosa e non capirò mai perché tutte le ragazze gli sbavino dietro.”
 
Kathy voleva sorridere al fastidio che il fratello stava dimostrando. Era evidente che non sopportava questo Nick e probabilmente era anche un po’ geloso del suo successo con il gentil sesso.
 
“ Proprio per i motivi da te appena elencati. Ah, quindi è un donnaiolo?” insistette lei accoccolandosi vicino al fratello e appoggiando la testa sul suo grembo, i suoi grossi occhi blu notte fissi in quelli identici di Ben.
 
“ Non lo so. So solo che le ragazze ridacchiano sempre eccitate quando c’è lui nei paraggi. Scommetto che se ne scopa la metà e poi le sbatte fuori di casa non appena ha fatto.” La sua voce ora era aspra e irritata e ciò divertiva Kathy ancora di più.
 
“Pare piuttosto simile a me, allora” rise lei dandogli qualche pacca veloce e leggera sul petto ma lui le spinse via la mano e emise un suono di dissenso, rispondendo:
 
“ Non è divertente. Dico sul serio, Kay. Quello è sempre stato un solitario. Non gli piacciono le persone. Non so perché tu sia improvvisamente così interessata a questo tizio, ma di qualsiasi cosa si tratti, lascia perdere, ok?” Per quello che ne sai potrebbe essere pericoloso.”
 
Ok, ora suo fratello stava esagerando: era solo curiosa, tutto qui. Non è che d’ora in poi sarebbe andata in giro per la città cercando questo Nick Willard. Lei si doveva concentrare sulla sua vita e non aveva certo tempo di giocare a nascondino con questo tipo, giusto?
 
“ Ben, ti stai comportando da femminuccia. Sono sicura che questo ragazzo si fa semplicemente gli affari suoi e che non è così malvagio come lo descrivi tu. Magari è solo timido..” provò a convincerlo lei.
 
“ Timido ‘sto cazzo…” borbottò lui mentre lei si alzava dal letto e si levava il pigiama.
 
Mezzogiorno e ancora si doveva vestire. Si era fatta solo la doccia e poi si era infilata in un bel pigiamone oversize fresco di lavatrice. Non un grande passo avanti dai suoi tempi festaioli di giramondo.
 
“ Ew… ma ti devi proprio cambiare qui?” protestò Ben coprendosi gli occhi e mettendo il broncio.
 
“ Beh, è casa mia e questa è la mia stanza. Sei tu quello che si introdotto qui senza permesso e si è mangiato la mia torta.” Ridacchiò Kathy frugando nell’armadio e recuperando il suo paio di jeans preferiti.
 
“ In ogni caso è comunque perverso che io debba vedere la mia gemella in biancheria intima…” bofonchiò a mezza voce, per poi chiedere:
 
“ Allora, hai finito?”
 
“ Sì, adesso puoi aprire gli occhi, sfigato.” Rispose lei ridacchiando e raccogliendosi i capelli in una spettinata coda di cavallo. Ben si alzò dal letto e afferrò le chiavi della sua macchina, raggiungendo poi la sorella di fronte allo specchio e studiando la loro immagine riflessi.
 
“ Stai uno schifo, lo sai?” affermò lui con tono piatto e voltando la testa verso la sua gemella aggiunse: “ Hai bisogno di un restauro sorellina.”
 
Ridendo Kathy gli diede uno spintone, girando sui tacchi e dirigendosi verso la porta di casa, gridando:
 
“ Fottiti, cretino! Muovi le tue chiappette d’oro, siamo in ritardo per il pranzo da mamma e papà."
 
 

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Capitolo 3
*** I'm better breathing on my own-1 ***



A/N: Buonasera a tutti! Ecco il capitolo 3... o meglio, la prima parte. So che è piuttosto corto ma sto provando a restare fedele al suggerimento che mi è stato dato di scrivere capitoli più corti. Come ho già detto in precedenza questa è una storia che avevo iniziato a scrivere in inglese, quindi la sto traducendo... Volevo offrirvi uno sguardo sul protagonista maschile di questo racconto, magari per aiutarvi a prendere confidenza con lui, prima di riprendere a raccontare i fatti veri e propri... tra poco posterò anche il seguito ma mi aiuterebbe davvero tanto sapere se pensate sia meglio dividere i capitoli in parti più brevi come sto facendo, o lasciarli integri nella loro interezza come sono abituata a fare. Se avete voglia di darmi un brevissimo consiglio, mi aiutereste molto.


I'm bettere breathing on my own
 



Nick Willard era tutto fuorché una persona gentile. Tutti in città lo sapevano e lui era ben determinato a fare in modo che le cose restassero esattamente così.
 
Non gli era mai piaciuta la gente e il sentimento era reciproco: le persone pensavano che fosse strano, scortese e, insomma, differente.
 
E lui aveva la ferma convinzione che gli altri fossero concretamente poco interessanti e non necessari per la sua sopravvivenza.
 
Sin da piccolo si era sempre dimostrato un ragazzino solitario che manteneva le distanze da qualunque tipo di relazione, inclusa quella con la sua famiglia.
 
Era il più giovane di tre fratelli e l’esatto opposto degli altri figli dei coniugi Willard. I suoi genitori si erano trasferiti a South WIllamsport , Pennsylvania, quando era ancora un bambino ma, sin da piccolo, era evidente a tutti che Nick non amava le attenzioni.
 
Crescendo divenne sempre meno timido e molto più chiuso: sua madre era probabilmente l’unica persona, ai tempi, in grado di rompere quel muro di solitudine che lui aveva con pazienza costruito e riuscire a vedere qualche scorcio del vero Nick.
 
Ma questo suo privilegio, questa capacità di penetrare un po’ la sua marmorea protezione, non fu mai sufficiente per aiutarlo a fidarsi del mondo esterno tanto da concedergli una chance.
 
Passò infinte notti tenendolo stretto a sé quando era ancora un bambino, parlandogli con quella dolcezza che solo le madri possiedono, cercando di capire cosa lo spaventasse tanto da spingerlo a tenere l’intero mondo a distanza, chiedendogli perchè non volesse proprio fare amicizia con I suoi compagni di scuola. Ma ogni singola volta tutto ciò che otteneva in risposta era un profondo sospiro e un lungo e torturato silenzio. Niente di più.
 
Le spezzava il cuore sapere che un giorno il suo atteggiamento e il suo comportamento freddo gli si sarebbero rivoltati contro ma, per quanto cercasse di aiutarlo ad aprirsi al mondo, non sembrava esserci nulla da fare: Nick era così e non lo si poteva cambiare.
 
Dei suoi tre figli aveva sempre dimostrato di essere il più difficile. Ed Anna ad un certo punto si rese conto che il suo bambino non era intimorito, non aveva paura delle persone; né tanto meno era un probabile futuro criminale, come invece sembravano credere tutti I suoi insegnanti.
 
Nick voleva solo essere lasciato in pace. Voleva semplicemente starsene da solo. Per I fatti suoi. Tutto qui.
 
Ma crescendo fu evidente a tutti come il suo atteggiamento mutò dall’essere semplicemente distante al divenire scostante, freddo e duro. E, suo malgrado, tutto ciò che Anna Willard poté fare, fu restarsene seduta a osservare come il suo bambino piano piano si trasformava in un giovane uomo chiuso e distaccato e, come madre, non fu mai in grado di impedire a suo figlio di tracciare quella linea invisibile che una giorno, inevitabilmente, li allontanò rompendo il loro flebile ma, al tempo speciale, legame.
 
 
Camminando verso il suo appartamento Nick affondò le mani nelle tasche dei suoi jeans ormai consumati, cercando di evitare il vento pungente che soffiava in modo persistente sul suo viso.
 
Era più che conscio delle occhiate veloci che atterrava sulla sua schiena nel suo passaggio lungo la strada verso casa, ma non lo disturbavano più di tanto. Era abituato alla gente che lo fissava da lontano e sussurrava alle sue spalle, inventandosi probabilmente qualche storia su qualche crimine che, secondo loro, aveva o stava per commettere.
 
Ma la cosa non lo sfiorava più di tanto: finché non cercavano di avvicinarsi a lui o di intavolare qualche profonda conversazione, potevano speculare quanto volevano. Lui voleva solo essere lasciato in pace.
 
“Quel ragazzo farà venire un infarto a sua madre uno di questi giorni. Non è mai stata in grado di controllarlo.”
 
Nick era giusto in procinto di aprire la porta di casa sua quando sentì Mrs. Ross, la sua anziana vicina di casa e regina del pettegolezzo, condividere I suoi pensieri con il marito e, grazie al volume della sua voce, con il resto degli abitanti di South Willamsport.
 
Sentì un irrefrenabile desiderio di voltarsi e stringerle le dita attorno a quel collo rugoso e di urlarle in faccia che la sua vita e, soprattutto, la sua famiglia non erano affair suoi. Il sangue gli ribolliva con rabbia nelle vene e pulsava con insistenza contro le sue tempie, mentre l’irritazione gli annebbiava la mente.
 
Strinse i suoi occhi, di un verde chiaro intenso e brillante, proprio come quelli di suo padre, e li strizzò con forza, concentrandosi nel tentativo di placare l’ira che spingeva minacciosa dentro il suo petto. Afferrò la maniglia della porta e l’aprì veloce, prima che il suo istinto avesse la meglio.
 
Questa città poteva parlare male di lui quanto voleva, ma non era certo colpa di sua madre se col tempo lui era diventato il ragazzo più strambo della città. Quello era tutto merito suo. Lei aveva fatto del suo meglio per penetrare la sua corazza e insegnargli ad aprirsi agli altri; lui invece era quello che, puntualmente, trovava il modo di bloccare lei, e tutto il mondo, al di fuori del suo cuore.
 
Chiudendo la porta alle sue spalle Nick fece un respiro profondo e tutta la tensione che si era impossessata del suo corpo nell’ultimo minuto si esaurì piano piano, scivolando fuori dal suo corpo attraverso le sue labbra, mischiata all’aria che usciva dai suoi polmoni.  Stava ancora stringendo la metallica maniglia della porta, avvolgendovi attorno le dita della mano destra, tremanti per l’ira; appoggiò la fronte e il palmo sinistro contro il legno levigato della porta, costringendo il suo corpo a tornare a respirare a ritmi regolari.
 
Restò immobile finché non fu certo di essersi completamente calmato.
 
Poi, passandosi una mano tra i riccioli scuri e spettinati, si voltò e si diresse silenziosamente verso la sua stanza: il buio avvolgeva ogni cosa.
 
Si sfilò le scarpe e, improvvisamente stanco e affaticato, si lasciò cadere sul letto, senza scomodarsi neppure di prepararsi qualcosa per cena. Gli occhi fissi sul soffitto in attesa che si abituassero all’oscurità che li accecava e il corpo immobile.
 
Lasciò cadere le palpebre mentre la sua mente ripercorreva gli avvenimenti della sua giornata: per quanto si sforzasse non riusciva a trovare nulla a cui aggrapparsi, nulla da conservare come degno di nota, niente che fosse degno di essere rivissuto nella memoria per aiutarlo ad abbandonarsi al sonno.
 
Questo probabilmente non era stato un buon giorno. Di nuovo. Ultimamente la maggior parte delle sue giornate si rivelavano deludenti o non degne di nota.
 
Riflettendo se fosse il caso o meno di cambiarsi prima di addormentarsi con ancora I vestiti addosso, Nick giunse alla conclusione che, in fin dei conti, non ne valeva pena. Era stanco e assonnato e si sentiva finalmente calmo e rilassato: a che pro costringere il proprio corpo allo sforzo di alzarsi e rimettersi in moto per un semplice cambio di outfit?
 
Rotolò su un fianco e nascose entrambe le mani sotto il cuscino e lasciò che l’oscurità facesse la sua magia.
 
Perchè nel buio tutto assumeva un aspetto e una forma diversa: il buio rendeva ogni cosa più bella e ,in qualche modo, migliore. Più facile da sopportare.

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Capitolo 4
*** I'm better breathing on my own-2 ***


A/N: seconda parte del capitolo su Nick... Ringrazio di nuovo Cla per la splendida e utilissima recensione che mi ha lasciato. Sono ogni volta lusingata dalle tue parole e dal tempo che dedichi alle mie storie. Rendi la scrittura un vero piacere e mi viene voglia di aggiornare ogni volta che ti leggo.

Come sempre, due righe su quello che pensate sono sempre ben accolte.


I'm better breathing on my own-2



 
“Mi chiedevo se potessi venire a darci una mano per un po’ al ristorante.”
 
Fu questa la non troppo gradita sveglia che costrinse Nick ad aprire gli occhi la mattina seguente quando Aiden, suo fratello maggiore e decisamente quello con la lingua più lunga in famiglia, marciò dritto dentro la sua camera da letto, accendendo le luci e sollevando la calda e soffice coperta che, fino a pochi istanti prima, proteggeva il suo corpo ancora intorpidito dal sonno.
 
Doveva ricordarsi di farsi restituire le chiavi di scorta che suo fratello gli aveva fregato il mese prima.
 
Nick si sollevò sul letto, mettendosi a sedere, con un’espressione stizzita a rabbuiargli il volto, e si strofinò gli occhi nel tentativo di liberarsi della sonnolenza che gli rallentava i sensi.
 
Aiden se ne stava in piedi in fondo al letto con le braccia incrociate sul petto e un ghigno spocchioso a decorare le sue labbra sottili.
 
“Ce l’ho già un lavoro.” Fu tutto ciò che si limitò a borbottare in risposta Nick, prima di scendere dal materasso e dirigersi verso la cucina.
 
Sfortunatamente per lui, suo fratello lo seguì senza esitazione.
 
“ Oh avanti, amico! Tu fai fotografie che tieni nascoste a tutti e fai video montaggi di matrimoni! Non partecipi neanche a quei matrimoni… Non è che corri il rischio che qualcuno ti licenzi se molli per un po’. Tu sei il capo di te stesso!” protestò Aiden sedendosi al tavolo della cucina e allungando la mano verso Nick, in una silenziosa richiesta di una buona dose di caffè.
 
“Io non ho bisogno di mostrare tutte le mie fotografie agli altri. Solamente quelle che so mi faranno guadagnare qualcosa. E non partecipo a quei matrimoni perché, come hai giustamente sottolineato tu, io faccio montaggi video. Non sono un cameraman. È per questo che mi sono trovato un partner che fa il lavoro sporco.” Rispose Nick con voce piatta, ignorando la mano di Aiden ancora tesa in attesa di una tazza di caffè e riempiendosi un bicchiere di latte freddo.
 
“Ma ti pagano anche per quella roba?”
 
“Veramente mi pagano profumatamente.” Rispose Nick con voce stanca, senza nascondere il fatto che ne aveva già abbastanza delle domande di suo fratello, oltre che della sua presenza fisica.
 
“Sul serio? Ma non è neppure un vero lavoro!”.
 
Le proteste di Aiden gli stavano lentamente facendo venire il mal di testa e l’unica cosa a cui Nick riusciva a pensare era di sbattere il suo curioso fratello fuori dal suo appartamento e ritornarsene alla magica quiete della propria camera da letto.
 
Non aveva bisogno di questi momenti di creazione di legami fraterni.
 
Aveva passato gli ultimi venticinque anni della sua vita ad evitarli ed era lapalissiano che aveva fatto un ottimo lavoro.
 
Aiden era sempre alla ricerca di un modo per trascinarlo nella gestione del ristorante che i suoi due fratelli avevano aperto tre anni prima con l’aiuto del padre.
 
Certo, unirsi a loro gli avrebbe risparmiato la fatica di cercarsi dei clienti, ma avrebbe implicato tanto, troppo contatto umano. Avrebbe significato dover sorridere alla gente. Parlare con loro. E tutto ciò non rientrava tra i più grandi desideri di Nick.
 
Per non parlare del fatto che i suoi fratelli avevano la tendenza a trovare frustranti i suoi silenzi e il suo atteggiamento. Ma non li si poteva certo biasimare per questo. In genere i fratelli si parlano. Era lui quello non ordinario nel trio.
 
“Hai finito? Perché non sono proprio dell’umore per discutere con te della mia vita professionale.” Ribattè lui secco, allontanandosi da Aiden e alla disperata ricerca di una via di fuga da questa conversazione.
 
“No. Quello che intendo è che tu non hai un superiore e non farebbe alcun danno alla tua carriera prenderti una pausa dai matrimoni degli altri. Nessuno se ne accorgerebbe.”  Insistette lui, alzandosi dalla sua sedia e camminando verso Nick.
 
“Io non voglio prendermi una pausa, Aiden! Non.. non puoi… assumere qualcuno?!” tentennò Nick, cercando una scusa per uscire dall’angolo in cui cominciava a sentirsi schiacciato: era in trappola e la cosa non gli piaceva affatto.
 
“Ho bisogno che tu lavori per me, Nick.”
 
La supplica nella voce di Aiden era evidente, ma il disagio che avvinghiava le viscere di Nick era senza dubbio più forte e più convincente.
 
“Vuoi davvero me per un lavoro che richiede gentilezza e capacità di relazione con i clienti?” Rilanciò Nick, inarcando un sopracciglio e lanciando a suo fratello uno sguardo incredulo e dubbioso.
 
“Non hai tutti i torti.”
 
“Lo so. C’è una ragione per cui ho scelto un lavoro che mi risparmiasse la parte del faccia a faccia con gli esseri umani.” Sospirò Nick, certo che questa ultima affermazione fosse ciò che serviva per scoraggiare Aiden.
 
Ci fu un lungo silenzio tra i due, entrambi i fratelli persi nei loro pensieri e nelle loro considerazioni.
 
Poi, senza proferire parola, Nick iniziò a camminare lungo il corridoio di casa sua, togliendosi la maglietta, conscio dei passi di suo fratello che lo seguivano rapidi. Proprio mentre stava per entrare nel bagno, un lungo e profondo sospiro lo costrinse a bloccarsi e, pochi attimi dopo, Aiden riprese a parlare.
 
“Solo per poco. Non sarà per molto, te lo assicuro.”
 
“No.” Rispose Nick senza voltarsi.
 
“Ti pagherò tantissimo.” Propose suo fratello e il suo tono era così disperato che Nick avrebbe voluto scoppiare a ridergli in faccia.
 
“No!”
 
“Avanti, amico! Sono il tuo fottuto fratello!”
 
Quello era un colpo molto basso, e lo sapevano entrambi. E per quanto Nick volesse sbarazzarsi di Aiden, la carta della “famiglia” funzionò.
 
Era un fratello terribile per la maggior parte del tempo. Il minimo che potesse fare era cedere alle preghiere di suo fratello e accettare.
 
“Un mese. Part time. È tutto quello che ti concedo. E sarà meglio che tu mi paghi quanto mi avrebbero pagato i miei clienti.”
 
“Ma…”
 
“E continuerò a fare il mio lavoro. E non chiamarmi amico!”
 
Le sue parole suonarono pericolosamente simili ad una minaccia mentre Nick lanciò un ultimo tagliante sguardo al fratello maggiore prima di chiudergli la porta in faccia, segnalando la fine della conversazione e di qualunque altro tipo di interazione e di rinchiudersi nella pace della sua solitudine.
 
-x-
 
Era un martedì sera quando, guidando per le strade di South Williamsport, Nick si imbattè in due ragazze piuttosto fastidiose.
 
Stava andando verso uno dei suoi bar preferiti, alla ricerca di un buon drink e nessuna compagnia. Oddio, non era esattamente corretto: non gli sarebbe dispiaciuta la compagnia, ma solo nel caso in cui si fosse trattato di una bellissima, e soprattutto, muta donzella.
 
Se la sarebbe spassata un po’ e poi avrebbe felicemente ignorato la suddetta, per tornare a dedicarsi al suo drink.
 
Ma qualcosa gli mise i bastoni tra le ruote. E quel qualcosa fu il viso iracondo di una ragazza che Nick ricordava aver frequentato il suo liceo. Non che si fosse mai preso la briga ed il tempo di studiare i lineamenti dei suoi compagni abbastanza a lungo da memorizzarli, ma era abbastanza sicuro di averla vista prima di quel momento.
 
E così, quello che cominciò come un giorno piuttosto ordinario, si trasformò in uno molto strano.
 
Non aveva in programma molte interazioni con esseri umani: tutto quello che avrebbe detto ad alta voce sarebbe stato “Rum” e forse, se fosse stato dell’umore giusto, “Ce ne andiamo da qualche parte?”.
 
Ma nell’istante in cui entrò nel parcheggio del Black Sheep, capì che le cose erano in procinto di assumere una piega ben diversa da quella da lui pianificata.
 
Non notò neppure la macchina che sfrecciava in direzione dello stesso posto libero verso il quale stava conducendo la sua macchina.
 
E quello fu probabilmente il primo errore della serata.
 
Come spense il motore, un clacson impazzito dietro di lui cominciò a suonare, facendolo sussultare e molestando le sue orecchie, tanto abituate al silenzio e alla quiete.
 
“Quello è il mio posto, brutto stronzo!” gridò a pieni polmoni una ragazza, chiaramente malata di mente secondo Nick, seduta al posto di guida, prima di spalancare lo sportello della sua auto e dirigersi con passo nervoso verso di lui, fino a giungere accanto al suo finestrino.
 
“Incantevole.” Borbottò lui sarcasticamente, raccogliendo le sue cose dal sedile del passeggero e uscendo dal suo SUV e, nel processo, quasi scaraventò la ragazza per terra.
 
Circumnavigò la sua macchina nel tentativo di evitare quella persona fastidiosamente rumorosa e, senza neppure guardarla, richiuse lo sportello e si allontanò con nonchalance.
 
“Hey! Hai sentito quello che ti ho detto?” protestò lei, apparendo ora estremamente irritata dal fatto che lui si stesse comportando come se lei non ci fosse.
 
“Sì.” Urlò distrattamente lui in risposta alle sue spalle, senza smettere di camminare; la sua voce priva di qualsiasi emozione.
 
Nick si voleva solamente allontanare da quella ragazza e dalla sua silenziosa –stupenda qualità, secondo la sua opinione- amica. Voleva solo una piacevole e tranquilla serata. Niente drammi.
 
Aveva lavorato tutto il giorno su uno stupido e disgustosamente smielato video di un matrimonio e ora era davvero stanco. Tutto quello che chiedeva era qualcosa da bere e un po’ di tempo per e con se stesso.
 
“E…?” insistette la morettina che lo stava ora caparbiamente seguendo mentre lui si avvicinava all’entrata del pub.
 
Si fermò e si voltò lentamente verso la furia dietro di lui e, sollevando una mano in direzione dell’auto di lei, affermò distrattamente:
 
“E immagino che dovrai cercarti un altro posto ora.”
 
Nick le lanciò uno sguardo prima di allontanarsi nuovamente da lei.
 
La sentì soffocare un respiro di sdegno, ma non gliene poteva fregare di meno. Quindi proseguì sui suoi passi verso la sua meta, ignorando tutto quello che stava succedendo alla sue spalle.
 
“Kathy, lascia stare. Andiamo, dai.” Sussurrò la binda e silenziosa ragazza che accompagnava la giovane che inveiva contro di lui, nel disperato tentativo di calmare la sua amica e evitare problemi.
 
Ragazza molto saggia, se qualcuno volesse il suo parere.
 
“Col cazzo che ce ne andiamo, Becky. Quel cretino l’ha fatto apposta. Ha rubato il mio posto di proposito.” La morettina, che a quanto pare rispondeva al nome di Kathy, protestò e, subito dopo, Nick sentì i suoi passi avvicinarlo velocemente.
 
“E adesso mi ignora!” aggiunse lei: la rabbia evidente nella sua voce.
 
“Key, ti prego. Possiamo parcheggiare da un’altra parte.” Supplicò Becky per l’ultima volta, ma ogni suo sforzo si rivelò inutile. La riccia psicopatica che lo stava infastidendo non avrebbe accettato un no come risposta.
 
“No invece, non possiamo.”
 
In un lampo si catapultò accanto a lui, bloccando l’entrata del Black Sheep con il suo corpo.
 
“Ti spiace? Avevo in programma di entrare.”  Chiese Nick indicando la porta con un semplice movimento del mento e fissandola con occhi intensi e sicuri.
 
“Sposta la tua macchina.” Ordinò la ragazza furibonda, piazzando entrambi i palmi delle mani sul suo petto e spingendo con tutte le forze, cercando –invano- di muoverlo dalla sua attuale posizione.
 
I suoi occhi blu scuro scintillavano per l’ira, le guance arrossate per il nervoso. Era bassina (per lo meno rispetto a lui), eppure il suo sguardo determinato non vacillò mai e non si spostò neppure per un secondo dal suo, più duro e buio, ma altrettanto sicuro e certo di non voler cedere.
 
Nick era quasi divertito dall’energia rabbiosa che sembrava animarla.
 
Ma il contatto fisico? Beh, quella era tutta un’altra storia. E al momento non era di suo gradimento.
 
Il corpo a corpo era apprezzabile solo se rientrava nelle sue richieste e, soprattutto, se lui era preparato. E questo non era il caso.
 
Le avvolse le dita attorno ai polsi e, con delicatezza, allontanò le mani di lei dal suo petto.
 
“Giù le mani, dolcezza.” Nick ammiccò e, nel momento in cui la sua voce si abbassò di un’ottava, trasformandosi in quella voce per cui lui famoso, la sentì rabbrividire sotto il suo tocco.
 
Sollevò lo sguardo, incontrando i suoi occhi, e una profonda confusione gli si dipinse sul viso mentre cercava di comprendere da cosa fosse derivata quella reazione.
 
Ma con la stessa rapidità con cui la sua perplessità affiorò, si dissolse con la realizzazione che, probabilmente, questa ragazza sapeva con chi stava cercando di discutere e, senza dubbio, tutta questa scena dipendeva proprio dalla sua reputazione.
 
“Kathy…” sussurrò Becky e Nick era quasi certo di poter percepire una nota di paura nella sua voce.
 
La brunetta di fronte a lui non fiatò, non abbassò lo sguardo, ma Nick ebbe quasi l’impressione che il suo respiro si fosse fatto più faticoso, probabilmente a causa dell’irritazione che elettrizzava ogni sua cellula.
 
Stanco della discussione si limitò ad indietreggiare di un passo e affermare con voce calma e sicura:
 
“Senti, non sono in vena di litigare, okay? Non ho intenzione di spostare l’auto, ma sposterò senza problemi te dalla porta se non mi lasci in pace e non mi fai entrare, d’accordo?”
 
“Ah, davvero? E come pensi di farlo, esattamente?” lo sfidò la ragazza caparbia, ma Nick scosse solamente il capo e incrociò il suo sguardo un’ultima volta, prima di spingerla delicatamente di lato e scomparire dietro l’entrata del bar.
 
Quando stava per chiudere la porta, sentì la ragazza di nome Becky mormorare con voce nervosa e un po’ spaventata:
 
“Che cavolo ti è saltato in testa? Ma sai chi è quello?”
 
Nick non riuscì a impedire a se stesso di bloccare la porta con il piede per sentire cosa aveva da dire in risposta la pazza dai capelli mossi che aveva ritardato il suo ingresso nel bar:
 
“Si, lo so. Nick qualcosa. E allora?”
 
Le labbra di Nick vibrarono nel tentativo di sopprimere un sorriso. Quindi questa ragazza sapeva chi era e, nonostante ciò, sembrava voler litigare con lui. Come se l’idea di finire in una discussione con Nick Willard fosse quasi affascinante.
 
“Allora?! Allora non si provoca lo psicolabile della città, Kay!”
 
La risposta di Becky fu quasi offensiva. Quasi. Certo, Nick sapeva quello che la gente diceva di lui, ma sentirle pronunciare ad alta voce la paura che lui sapeva provocare, lo fece sentire a disagio.
 
Perché tutti pensavano che fosse pericoloso? Non lo era, giusto?
 
“Perché no? Ha comunque rubato il mio parcheggio.”
 
Di nuovo, Nick non potè combattere il sorriso spocchioso che prese vita sulle sue labbra. Questa Kathy era testarda. Perché diavolo quello stupido posto auto era così importante?
 
“Tesoro, non era tuo… Eri semplicemente in cerca di una lite perché ti annoiavi.”
 
All’affermazione di Becky, Nick scosse la testa. Sentì i loro passi sull’asfalto allontanarsi, probabilmente le due stavano tornando verso la loro macchina e, proprio mentre chiudeva finalmente la porta del bar, sentì in lontananza Kathy rispondere alla sua amica:
 
“Si, come vuoi. Ora entriamo. Ben penserà che ti ho rapita solo per terrorizzarlo.”
 
 
-x-
 
Seduto al grosso bancone del bar Nick stava pigramente sorseggiando il suo terzo bicchiere di rum, lasciando volteggiare lo sguardo in giro per il locale senza troppo interesse.
 
Ogni sera lo stesso scenario: dozzine di idioti che molestavano ridacchianti ragazze ugualmente intossicate.
 
La piccola area del bar adibita a pista da ballo era affollata e buia, illuminata solo dalla flebile luce di vecchie lampade poste ai quattro angoli del pub.
 
La foschia provocata da sigarette fumate solo a metà avvolgeva l’intero bar.
 
Alla sua sinistra una coppia stava vivendo senza troppe inibizioni un attimo di passione, persi nel loro bacio e per nulla disturbati dal caos attorno a loro. Il ragazzo mordicchiava con insistenza e lussuria il labbro inferiore della ragazza, mentre lei gli accarezzava la schiena.
 
Nick sospirò quando, perduti nel loro momento di intimità, i due gli si sedettero quasi in braccio e trangugiò in un solo sorso il suo drink, prima di appoggiare il bicchiere e spostarsi un paio di sgabelli più in là.
 
Guardandosi attorno, sentì l’impulso di alzarsi e andarsene da quel posto, lasciandosi alle spalle la mandria insulsa che popolava il locale.
 
Ma ,prima che avesse la possibilità di muoversi, incrociò gli occhi scuri e provocanti di una bionda che, con passo sicuro, si dirigeva verso di lui.
 
La fissò, cercando di intuirne la personalità e le intenzioni, mentre lo avvicinava, ancheggiando con grazia nel tentativo di sedurlo. Un sorriso pericoloso sul suo viso e un’espressione vuota nel suo sguardo vitreo.
 
Quando finalmente la bionda giunse a destinazione, Nick aveva già preso una decisione.
 
Questa ragazza era la prova vivente della sua teoria: questa città era il centro della superficialità. Ma Nick non aveva bisogno di profondità morale per fare una sveltina. E questa tizia gli si stava gettando tra le braccia, forse ignara di chi lui fosse. O forse no.
 
Non avrebbe comunque fatto differenza.
 
“Ciao.” Gli sorrise lei, leccandosi le labbra e accarezzandogli una coscia.
 
Lui seguì la sua mano con lo sguardo e non emise neppure un suono. Le dita di lei sfioravano seducenti i suoi jeans e l’unica cosa che gli venne in mente fu quanto odiasse le unghie tinte di rosso.
 
“Sono Melanie.” Gli sussurrò lei in un orecchio, non notando apparentemente il fatto che lui fosse completamente immobile e che non rispondesse a nessuno dei suoi segnali.
 
“Allora, ce l’hai un nome?” proseguì la ragazza nel suo piano di conquista, regalandogli il suo miglior sorriso e muovendo la mano un po’ più in alto sulla sua coscia. Nick si mosse sullo sgabello, ponderando se questa ragazza valesse anche solo lo spreco di benzina per andare a casa di lei.
 
Dalle sue labbra non uscì nulla. Di nuovo. Nessuna risposta.
 
“Ti ho guardato per tutta la sera. Sembravi piuttosto solo. Ho pensato avessi bisogno di un po’ di compagnia….” Mormorò Melanie a pochi millimetri dal suo viso e ammiccò prima di aggiungere:
 
“…la mia.”
 
Faceva sul serio? Guardato tutta la notte? Inquietante!
 
Nick scosse le spalle e chiuse gli occhi per un secondo, prima di tornare a fissarla. Il suo viso immobile come una maschera di pietra.
 
“Zucchero, ma parli?”
 
Nell’istante in cui udì il nomignolo, Nick capì che ne aveva abbastanza e, togliendo gentilmente la mano di lei dal suo corpo, si alzò dalla sua posizione e fece un passo indietro.
 
La sua bionda ammiratrice aggrottò la fronte confusa e separò le labbra, pronta a protestare per l’improvviso allontanamento, ma Nick la battè sul tempo, rispondendo:
 
“Solo quando sono interessato.”
 
E con questa semplice frase, si voltò e si allontanò il più in fretta possibile.
 
Nick non sapeva però che, da lì ad un paio di minuti, quello si sarebbe dimostrato essere il secondo errore della serata.
 
Perché, mentre si dirigeva verso i bagni del pub, un lampo scuro catturò la sua attenzione, e quel preciso movimento cambiò ogni cosa.

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