Secrets of the Heart Split in Two - Reloaded

di Walpurgisnacht
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Lista capitoli:
Capitolo 1: *** Ehi Mousse, lo sai che in realtà non c'è luce in fondo al tunnel? ***
Capitolo 2: *** Ehi Ranma, cos'è quella roba che ti batte nel petto? Un cuore? ***
Capitolo 3: *** Ehi Akane, da quand'è che ti piace sfidare la sorte? ***
Capitolo 4: *** Ehi Cologne, hai finito o no di ravanare fra le scartoffie? ***
Capitolo 5: *** Ehi Shan-Pu, perché quella tipa si lecca le labbra guardandoti? ***
Capitolo 6: *** Ehi Ukyo, quando la apri la tua agenzia matrimoniale? ***
Capitolo 7: *** Ehi voi due, la smettete di slinguazzarvi? ***
Capitolo 8: *** Ehi Hinako, non ridi se ci finisci tu col culo per terra? ***
Capitolo 9: *** Ehi Joketsuzoku, lo vedi questo dito medio alzato? ***
Capitolo 10: *** Ehi matrimonio, ma che fai? Dove scappi? ***
Capitolo 11: *** Ehi Xi-Lin, ma quel cappio? È solo decorativo, vero? ***
Capitolo 12: *** Ehi tu che leggi, il morto lo vuoi o no? ***
Capitolo 13: *** Ehi Wei-Zan, e tu chi sei? Che vuoi? Cerchi rogna? ***
Capitolo 14: *** Ehi amore sepolto, lo sai che a stare sei piedi sotto terra dopo un po' si soffoca? ***
Capitolo 15: *** Ehi rissa reale, li vuoi mettere via quei pon-pon? ***
Capitolo 16: *** Ehi lieto fine, perché non ti decidi a venir fuori? ***



Capitolo 1
*** Ehi Mousse, lo sai che in realtà non c'è luce in fondo al tunnel? ***


Quella che vi apprestate a leggere è la versione riveduta e corretta di Secrets of the Heart Split in Two, round robin scritta da me e Kaos. Chi l'ha già letta lo sa, per i nuovi lettori spiego brevemente il perchè di una nuova versione: Secrets nasce come EIP, una round robin scritta via messenger; uno dei due partecipanti dà il via e l'altro lo segue, senza decidere nulla preventivamente, tutto deciso sul momento, e il tutto va poi postato per com'è, compresi errori di battitura e altri strafalcioni. Ma essendo particolarmente affezionati a questa storia - nonché avendo avuto diverse richieste da quei due-tre lettori affezionati, abbiamo deciso di rivederla e correggerla. Quella che avete sotto gli occhi è quindi una nuova Secrets, senza i nostri esilaranti errori di battitura e le incongruenze temporali. Se volete ridere, la vecchia versione è ancora presente su questo account.
Speriamo di aver fatto cosa gradita, e che la storia vi piaccia - ancora una volta.





Shan-Pu non conosceva mezze misure. Nelle azioni, nelle arti marziali, nella vita in genere. Nel parlare persino, se solo la lingua per lei non fosse ancora un ostacolo insormontabile. Shan-Pu non conosceva il grigio, solo il bianco e il nero. Nessuna sfumatura. È così che le amazzoni allevano le proprie guerriere - la vittoria e l'orgoglio sono tutto, la sconfitta è per i deboli.
E allora perché diavolo stava sputando terra dalla bocca?
Perché Mousse le aveva appena stampato la sagoma di un bidet a forma di papera sulla faccia?
Perché non riusciva a rialzarsi?
Perché aveva perso?
E soprattutto, perché Ranma e la bisnonna erano presenti? Perché era sicura che dal primo le sarebbe arrivata una dichiarazione di disprezzo e dalla seconda una sonora, sana e meritata scarica di sberle?
Le doleva dappertutto. Ma soprattutto la testa. E gli occhi.
Era furiosa. Con Mousse in primis - come aveva osato umiliarla? Ma soprattutto con se stessa - perché l'umiliazione, in fondo, se l'era cercata. Il suo stupido orgoglio l'aveva portata ad accettare quella stupida sfida. "Uno sparring d'allenamento" aveva detto Mousse. Cosa c'era di male? Non faceva altro che stare dietro alle ordinazioni del ristorante e aveva messo da parte gli allenamenti per troppo tempo. E poi Mousse non era certo un avversario di cui preoccuparsi - non era certo alla sua altezza. Stupida Shan-Pu, avresti dovuto prestare più attenzione all'espressione della nonna, quando Mousse aveva proposto l'incontro. Quando l'hai vista scuotere la testa non ti sei preoccupata neanche un po’.
E lo sai bene, cretina che non sei altro, che la bisnonna non spreca un solo movimento. Se scuote la testa non lo fa per sgranchirsi le vertebre, lo fa perché ha dei buoni motivi per farlo.
Mentre si rialzava, incriccata e piena di escoriazioni, non poté fare a meno di ricordarsi di come fosse tutto il giorno che Mousse non le ronzava attorno tipo falena attirata dalla luce. O meglio, si era avvicinato un po' troppo un paio di volte prendendosi il suo giusto calcio in faccia, ma non aveva mai provato a supplicarla di uscire con lui o di mollare l'adorato Ranma.
Era strano a ripensarci in quel momento. Anzi, ora che focalizzava meglio l'andamento della giornata si era resa conto di come il suo debole connazionale avesse uno stranissimo sguardo negli occhi ogni volta che volgeva lo sguardo verso di lei.
Se non lo avesse ritenuto possibile avrebbe giurato che quello nelle iridi di Mousse fosse un atteggiamento di sfida.
Ridicolo. Come lo era lei, in quel doloroso e umiliante momento di sconfitta.
"Shan-Pu" disse la vecchia, con la voce più glaciale con cui l'avesse mai sentita esprimersi "dopo tu ed io faremo un discorso". E se ne andò, altera e sprezzante come sempre, zompettando sul suo bastone.
Ebbe una ricaduta e si macchiò di nuovo il viso a contatto col terriccio. Si sentiva davvero un verme.
"Ni-hao, Shan-Pu". Tono sarcastico.
Ranma.
Sollevò lo sguardo verso il ragazzo. Il suo viso lasciava trasparire... divertimento? Incredibile. Persino il suo amato Ranma la stava deridendo, seppur velatamente. Se lo meritava, lo sapeva bene, però le bruciava. "Fa male essere sconfitti da qualcuno che si è sempre ritenuto più debole di noi, vero?" le disse Ranma, tendendole una mano per rialzarsi. Al contrario delle sue aspettative la cinese rifiutò il suo aiuto e si rimise in piedi da sola, a fatica - ma da sola, senza aiuto. Aveva subito abbastanza umiliazioni per quel giorno. "Non hai mai degnato Mousse di uno sguardo, e lo hai sempre ritenuto inferiore a te persino nelle arti marziali. Ma sarebbe arrivato il giorno in cui avresti capito che stavi sbagliando, dovevi aspettartelo." disse il ragazzo, con un tono più pacato e non più strafottente. Shan-Pu abbassò lo sguardo e fissò le sue scarpette rovinate. Aveva davvero sopravvalutato Mousse così tanto?
"Ranma" disse l'amazzone, greve "quel successo questo pomeriggio non cambia nulla. Devi ancora sposarmi, io non smetterò certo di amarti per... per... una... scon... sconfitta". Avrebbe preferito una spada piantata nella gola al pronunciare quell'orrenda parola.
Ranma fece una mezza piroetta, quasi a farle vedere che lui era in perfetta forma e lei no. Lei soppresse un vaghissimo moto di rabbia nei suoi confronti.
"Senti, non so il cinese ma se lo sapessi sono sicuro che troverei le parole adatte per ficcarti nella zucca a chiare lettere che delle tue maledette leggi non m'interessa niente di niente. Io non ti sposerò. È definitivo".
Quanta strafottenza colse Shan-Pu nell'ennesima volta in cui il suo futuro marito la respingeva sdegnosamente.
Ecco. Sentì lo scompartimento dei momenti da dimenticare aprirsi di nuovo, in fondo al suo cuore, e accogliere un nuovo cimelio. Vicino alla statuetta della sua faccia piegata dai colpi di Mousse andò a finire l'ultimo dei mille rifiuti che Ranma non aveva esitato a spiaccicarle sulla faccia, senza nessun rispetto delle sue tradizioni e dei suoi sentimenti.
"Kerumph" arrivò da dietro i due. Ranma si voltò con casualità.
Mousse stava avanzando. Con una certa sicumera.
Eccola, la causa dei suoi mali. Mousse si fermò poco distante dai due - a debita distanza da Shan-Pu. Al contrario di quanto la cinesina pensasse, Mousse non era tanto stupido da avvicinarsi a lei dopo averla mazzuolata per bene. "Gran bel combattimento." disse Ranma, con un tono di seria ammirazione nella voce. In effetti nessuno credeva che Mousse potesse essere capace di sconfiggere Shan-Pu - di farle davvero del male. "Xie xie." rispose l'altro, sistemandosi gli occhiali sul naso. Parlava giapponese fluentemente, persino meglio di Shan-Pu che abitava a Nerima da più tempo di lui, ma ogni tanto continuava a sbagliare qualche parola. Come quel "grazie" in cinese. Si voltò verso Shan-Pu e la osservò per qualche secondo, senza parlare. La ragazza notò lo sguardo incredibilmente serio dietro alle lenti spesse dell'amico - amico? - e un brivido la percorse. Non l'aveva mai guardata in quel modo. "Shan-Pu, spero ti renda conto che picchiarti in quel modo non è qualcosa di cui vado fiero. Ma sei stata tu a portarmi a tanto..." concluse quasi sottovoce.
"Maledetto Mousse! Chi credi di essere! Se davvero non volevi perché l'hai fatto, allora! Ti odio, bastardo! Ti odio!" urlò lei in cinese, un po' per assicurarsi che solo lui potesse capirla e un po' perché, quando perdeva le staffe, ritornava involontariamente a usare la sua lingua madre.
Stava per girare i tacchi e andarsene quando, ormai quasi del tutto voltata, colse qualcosa di... tremendo negli occhi di Mousse.
Odio.
Si arrestò e tornò a fissarlo.
"Shan-Pu. Sai cosa c'è? In questo momento mi chiedo come abbia potuto innamorarmi di una persona così insensibile, cieca e piena di schifo come te. E sai anche cosa? Che sono stufo e arcistufo delle nostre maledettissime leggi del cavolo che non si sa nemmeno chi le ha emanate tanto sono preistoriche. E sono stufo e arcistufo di gettare via le mie giornate dietro a una simile arpia. Immagino che, con l'anima nera che ti ritrovi, la cosa non t’interesserà minimamente e forse è meglio così, ma ci tengo a dirti che non dovrai più preoccuparti dello sciocco Mousse innamorato che si frappone fra te e il tuo adorato Ranma. Me ne vado. Nerima non è mai stata una casa per me, e solo ora realizzo che mai potrà esserlo. Mi disgusti".
Lui sì che aveva un buon motivo per non farsi capire dal ragazzo col codino, che lo guardò per tutto il discorso con la faccia di uno catapultato su Marte per una missione diplomatica con i locali senza sapere nulla di loro.
Shan-Pu sentì qualcosa venir meno dentro di lei.
"C-cosa...?" disse con voce incerta. Si sentì sorreggere da qualcuno - intravide Ranma spostarsi a tenerla da un lato, Akane Tendo dall'altro. Non si era nemmeno resa conto che le gambe avevano ceduto tale era lo shock. Mousse la detestava. E stava andando via. Avrebbe dovuto essere felice di questo. Niente più scocciature, niente più paperi a darle fastidio e intralciarla - nel lavoro, nella vita, nei suoi assurdi piani per conquistare Ranma. Avrebbe dovuto essere al settimo cielo. E invece sentì quella strana sensazione, quella di aver appena perso qualcosa di molto, molto importante. Ma... è Mousse! Come poteva essere... importante? E più lo osservava allontanarsi, più quella sensazione cresceva e si spandeva dentro di lei come un cancro, devastante e implacabile. Shan-Pu non conosceva le mezze misure in nulla, nemmeno nei sentimenti, persino quelli negativi. Non sapeva gestirli e ora la stavano soggiogando, senza che lei avesse la benché minima idea di come fermarli.
Il suo corpo, che al contrario della sua anima non era comandato in modo ossessivo dall'orgoglio, trovò che la soluzione migliore fosse farci una dormitina sopra. D'altronde, fra botte e shock emotivi ce n'era abbastanza da stendere un mammuth, figurati una ragazzina di sedici anni che, per quanto credesse altrimenti, non era l'adulta che pensava. Svenne senza un lamento fra le braccia dei suoi soccorritori.
I due, capitati lì più per caso che per altro, si scambiarono un paio di battute sul fatto che riuscivano sempre a infilarsi, di riffa o di raffa, in affari che non li riguardavano.
"La riportiamo dentro?" chiese, un po' incerta, Akane.
"Direi di sì" rispose Ranma. Ci pensasse la vecchia mummia, loro che c'entravano?
La quale vecchia mummia, pur maneggiando la cassa del Nekohanten, aveva ancora l'udito più fine di tutto Joketsuzoku.
Aveva sentito tutta la tirata di Mousse, dalla prima all'ultima parola.
E sebbene fosse, dopotutto, soddisfatta alla prospettiva di non avere più quel moccioso pestifero fra le scatole una cosa la colpì più di quanto fosse disposta ad ammettere: la glacialità delle parole del ragazzo cieco.
Non aveva mai sentito Mousse... no, perché prendersi in giro? Non aveva mai sentito nessuno, in tutta la sua vita, ripudiare la propria ossessione in una maniera tanto crudele e sagace. E lei ne aveva viste di cose, cose che voi umani non potete nemmeno immaginare.
Una singola, imprevista, freddissima goccia di sudore scese sul lato della faccia di Cologne.
Quel ragazzo aveva decisamente tirato fuori gli attributi pensò, in maniera un po’ volgarotta per la sua età. Fino a quel momento Mousse non aveva mai smesso di guardare la sua nipotina con occhi adoranti e speranzosi che un giorno, forse, lei avrebbe dimenticato il ragazzo col codino. E magari, chissà, si sarebbe decisa a ricambiare il miope cinese. La dedizione che aveva mostrato in quegli anni era sempre stata oggetto di derisione al villaggio, eppure era stato quell'amore spropositato per Shan-Pu a spingere il ragazzo a fare allenamenti estenuanti pur di sconfiggere l'amata. Ma nessuno avrebbe mai pensato che quel giorno sarebbe arrivato.
Mousse il miope che picchia una donna? Che picchia l'amata Shan-Pu? Una barzelletta. Almeno fino a qualche ora prima, quando il ragazzo aveva proposto alla sua nipotina di allenarsi. Aveva subito intuito che qualcosa non quadrava. In realtà, ammise, era da qualche tempo che Mousse si comportava in modo strano. Aveva smesso di ronzare attorno a Shan-Pu come suo solito, e sempre più spesso rispondeva spazientito agli insulti di quest'ultima. Shan-Pu purtroppo non era acuta come credeva, e non aveva notato tutti quei cambiamenti. Certo, sentirlo rispondere a tono ai suoi tentativi di punzecchiarlo l'aveva stupita ma non l'aveva allarmata - cosa che invece Cologne aveva nasato fin da subito.
E poi... e poi...
La mente della vecchia tornò a ritroso indietro di circa dieci anni. A casa, a Joketsuzoku.
Al primo duello fra Shan-Pu e Mousse.
E a come qualcosa, almeno al momento, le fosse puzzato terribilmente di bruciato.
Un involontario vortice di pensiero la ricondusse a quella mattina che aveva segnato un importante punto di svolta, almeno per il miope maschio amazzone.
Perché Cologne era troppo scafata per non avere almeno il sospetto che la sua nipotina, forse, non aveva davvero ottenuto ciò che sembrava.
Quando era andata a chiamarla per gli allenamenti, dopo aver ingoiato un bel po' di nervoso per aver scoperto il suo letto vuoto, aveva trovato lei per terra e lui schiantato contro un albero.
Sembrava evidente come fossero andate le cose.
Ma, appunto, Ku-Lun era troppo furba per bersi l'impossibilità di una sceneggiata da parte di un bambino che si credeva una faina e di sicuro non ne avrebbe riconosciuta una qualora le fosse capitata davanti. E d'altronde Mousse non ha mai mostrato il dovuto rispetto alla matrona.
Non era mai stata in grado di focalizzare cosa potesse esserci fuori posto nella scena, ma un fastidioso vociare nel retro della sua testa le diceva "vecchia, non ti accorgi che ti sta prendendo per il naso? Shan-Pu ha perso" prima di tornare alla sua bottiglia immaginaria.
Forse è per questo che non le ha mai dato particolarmente retta. Ma, dopo ciò che era successo prima delle ultime parole dell'anatroccolo, la cosa assumeva di certo una luce diversa.
Si convinse a pensarci in un secondo momento quando vide il futuro marito e la sua... pfff... fidanzata trascinare con cautela il corpo privo di sensi di sua nipote.
"Vecchia" disse lui con il solito tatto "non deludere le aspettative di un ragazzo e dimmi che hai sentito cosa Mousse ha detto a Shan-Pu e, possibilmente, lo puoi tradurre a uso e consumo degli indigeni".
"Hmph. I tuoi modi da screanzato lasciano sempre a desiderare, futuro marito" rispose al ragazzo, che sapeva il cielo quanto avesse bisogno di un corso avanzato di buone maniere. Non era cattivo ma aveva le maniere eleganti di un caterpillar. Per fortuna non era qualcosa di cui preoccuparsi, anche se non poteva fare a meno di chiedersi cosa la sua amata nipotina ci trovasse, in lui. Era indubbiamente un bel ragazzo ma... ma in effetti, cos'altro sapeva Shan-Pu di lui? La vecchia ormai aveva capito che tipo era Ranma - e la signorina Tendo, e chiunque altro vorticasse attorno al loro piccolo universo. Era un'osservatrice nata ma Shan-Pu... era superficiale. Le doleva ammetterlo, ma aveva speso così tante energie nell'addestrare la nipote da dimenticare di spendere una o due spiegazioni su come osservare e conoscere gli avversari - e le persone in genere. Una lezione di vita importante che sicuramente avrebbe imparato, ma senza la quale non aveva realmente capito le intenzioni di Mousse. Scacciò quei pensieri dalla testa e tornò a concentrarsi sui due giovani, che nel frattempo avevano portato Shan-Pu sul retro, adagiandola su quella che doveva essere stata la branda di Mousse - quanta ironia. "Volendo riassumere" gracchiò dietro di loro "Mousse ha detto a Shan-Pu che la odia, e che sta per lasciare Nerima".
L'espressione dei due ragazzi era di puro sgomento.
"Immagino che... la cosa... dovrebbe farmi piacere..." balbettò Ranma, stranamente in imbarazzo.
Cologne non ricordava una sola occasione in cui aveva visto il futuro marito di sua nipote comportarsi in simile maniera. Usualmente era il ritratto della boria più pura.
Akane, al contrario, soppresse un mezzo risolino. Lei conosceva molto meglio della centenaria megera quel lato di Ranma e, anche se a volte la irritava, il più delle volte la divertiva. Era buffo vedere il suo promesso, macho come un'intera compilation di body builder, fare fatica a trovare le parole. Non mancava mai di migliorarle umore, a parte quando cercava di cavarsi fuori dagli impicci nei confronti della sua giusta ira.
"Non so cosa dirti, futuro marito. Se devo essere sincera la cosa ha spiazzato anche me. Conosco Mousse da più tempo di quanto vorrei e non avevo mai sospettato che fosse capace di una simile reazione. Mi duole ammettere che sono ancora in grado di farmi stupire, pensavo di aver superato quella fase duecento anni fa". Rise come una cornacchia moribonda e il suono fece rabbrividire i due giovani giapponesi.
"Onorevole Obaba" s’intromise la giovane Tendo "volevo chiederle cosa questo può voler dire nel rapporto fra Ranma e Shan-Pu e, più in generale, sull'opportunità della vostra permanenza qui a Nerima. Come immaginerà noi non capiamo un'acca delle vostre... leggi".
La vecchia capì subito che la pausa finale nel discorso della ragazza era dovuta a una sua irritazione verso le sacre tradizioni amazzoni. Fece spallucce nella sua mente, la cosa era totalmente ininfluente.
"Akane Tendo, la risposta potrebbe non piacerti" fece solenne.
"Ora che Mousse è andato via, non c'è più alcun ostacolo *reale* al matrimonio tra mia nipote e futuro marito. Esclusa te ovviamente, ma è qualcosa di facilmente risolvibile...". Fece per aggiungere qualcos'altro, quando Ranma si intromise: "Ma da quando Mousse è - anzi era - un ostacolo alla relazione inesistente tra me e Shan-Pu?" chiese il ragazzo. "Voglio dire, non che me ne importi, perché non ho intenzione di dare retta alle vostre leggi, ma è la prima volta che ti sento parlare di Mousse in questi termini." concluse. Akane sgranò gli occhi.
Hmpf, in fondo Saotome non era così tonto come credeva. Lo osservò, incerta se rivelare o meno quel pezzo del loro passato ai due giovani giapponesi, ma decise infine di tenerlo per sé. Non era il caso di rivelarlo, non ancora. C'erano ancora delle cose che doveva appurare al riguardo.
Saltellando sul suo bastone si avvicinò alla nipotina ancora incosciente. "Non è nulla che vi riguardi. Ora, se volete scusarmi, devo prendermi cura di Shan-Pu." concluse. Dopodiché tutte le sue attenzioni furono per la nipotina.
Ranma era sul punto di risponderle a tono ma venne fermato in tempo da Akane, che lo trascinò fuori dal ristorante. "La vecchia cariatide nasconde qualcosa!" disse Ranma una volta fuori. Akane lo osservò pensierosa."Non la racconta giusta... da quando Mousse era un ostacolo ai suoi piani per Shan-Pu?" disse.
"Ti ringrazio per l'alta considerazione che hai di me, Akane Tendo." disse qualcuno alle loro spalle. Appollaiato su un muretto poco distante, Mousse li osservava.
"Toh, il cieco. Che c'è, non hai visto il treno che partiva? Se vuoi ti accompagniamo alla stazione e ti aiutiamo a salirci sopra" lo sfotté Ranma. Akane gli diede una leggera gomitata nel fianco. Non c'era alcun bisogno di essere così maledettamente scortesi. Per quanto Mousse non le stesse poi così tanto simpatico Akane aveva sufficiente empatia da capire che per lui quelli dovevano essere i momenti più dolorosi e difficili della sua vita. Perché sconfiggere in combattimento colei che ami, la quale ti considera meno di uno straccio strappato, e arrivare al punto di dirle che la odi dopo anni di abusi verbali e non... no, non doveva essere per niente piacevole.
"Saotome, per favore. Tu non c'entri nulla. Non fare in modo che debba picchiare anche te" rispose il cinese, sempre con quel tono agghiacciante. "Per quanto riguarda la faccenda della vecchia e del fatto che fossi un ostacolo ai suoi piani... beh, niente di più semplice: dovrei essere io il promesso di Shan-Pu. Me ne sono guadagnato il diritto quando avevamo sei anni".
"P-Prego?" dissero i due, all'unisono.
Mousse scese con grazia dal muretto e toccò terra come una piuma.
"Il mio giapponese non è pessimo come quello della donna che odio. Avete capito perfettamente".
I due ragazzi osservarono Mousse sconvolti. "Ma... ma Shan-Pu ha sempre detto che..." balbettò Akane.
"Shan-Pu può dire quello che vuole, ma è questa la realtà dei fatti. In quel famoso combattimento di cui si vanta tanto, in cui mi avrebbe sconfitto, ho vinto io. Semplicemente, per non metterla nei guai con le nostre leggi vista la giovane età, ho preferito fingere la sconfitta di fronte alla vecchia." disse, mentre puliva le lenti con una manica della sua larga veste.
"E poi non volevi legarla a te con la forza, non è vero?" aggiunse per lui la giovane Tendo "Volevi che lei ti amasse...". Mousse fece una smorfia, imbarazzato. Akane aveva ragione - e a lui dava fastidio. Perché per quanto pensasse ogni parola di quelle che solo poco prima aveva vomitato addosso a Shan-Pu - nonostante tutto, una piccola, piccolissima parte di lui ancora la amava. Ma tutti quegli anni in cui aveva sopportato ogni battuta e ogni derisione da parte di lei avevano poco a poco soppresso i suoi sentimenti. Era stanco di dover rammendare l'orgoglio ferito ogni santo giorno.
"Feh. Ti stai inventando tutto per farti bello, Mousse. Quello di oggi è stato un miracolo. Tu non sei in grado di sconfiggere Shan-Pu in combattimento e lei l'ha dimostrato più di una volta, anche qui in Giappone" proruppe Ranma con un'incredibile dose di aggressività. In qualche modo la cosa lo infastidiva, ma ben lungi da lui capirne il perché.
"Saotome, quel che pensi tu è ininfluente. Io e Shan-Pu sappiamo com'è andata davvero, quella mattina a Joketsuzoku. E sotto sotto sospetto lo sappia anche la vecchia. I fatti sono questi: Shan-Pu ha perso contro di me e, stando alle nostri leggi, avrebbe dovuto sposarmi. Presumibilmente entro il calare della sera, di solito funziona così. Ma ho preferito soprassedere. E questo mio errore di gioventù sta costando caro a tutti. A me, a te e a lei". Concluse con un tono sempre più amaro e stracolmo di rimpianto.
Akane sentì come un formicolio al petto. Era... dispiaciuta. Sul serio. Mousse le stava facendo una pena infinita.
Quel ragazzo non si meritava tutto questo. Non se lo meritava nessuno, ma in particolar modo non se lo meritava qualcuno che è stato capace di un gesto tanto nobile a sei anni, sapendo che poteva far danzare la bimba dei suoi sogni sul palmo della sua mano come Son Goku sulla statua del Buddha e che invece ha anteposto qualcos'altro alla propria occasione d'oro.
"Mousse, se c'è qualcosa che posso fare per aiutarti non hai che da chiedere. Io... io... questa cosa mi sta facendo male, davvero. Non intendo lasciare che si sviluppi in questa maniera. È troppo ingiusto per te" disse all'improvviso, con un tono emozionale e concitato.
Ranma la guardò come se avesse appena ingoiato un bue vivo. Non era il gesto altruista a stupirlo - la conosceva abbastanza da aspettarselo, soprattutto si aspettava di venire coinvolto in qualche assurda trovata delle sue - quanto la convinzione che Mousse stesse dicendo la verità. Che fosse l'odio per Shan-Pu a farla parlare? Ci pensò su e si disse che era impossibile. Ammetterlo lo infastidiva da morire ma... l'aveva visto anche lui. Era presente, aveva assistito allo scontro. E lui stesso aveva affrontato Mousse, tempo prima. Ed era un avversario degno di questo nome, di quelli che vanno temuti sul serio, e non solo per la miriade di trucchetti che nascondeva in quelle maniche gigantesche. Lo scontro di poco prima, però, andava davvero oltre. Si chiese se davvero Mousse non stesse raccontando la verità. D'altronde Shan-Pu era sì una combattente di ottimo livello, ma non così tanto da averlo mai preoccupato. Era subdola e pericolosa, ma questo valeva più per le sue trovate messe in atto con la vecchia che per le sue reali doti di combattente. Che Mousse avesse davvero finto per tutto quel tempo?
Possibile, si rispose quasi istantaneamente. Per amore si fanno simili cretinate.
Tornò a posare il suo sguardo sul ragazzo cinese e... meraviglia delle meraviglie, lo vide piangere. Ma non il consueto pianto isterico da amante respinto, cornuto e mazziato. Era una cosa fin quasi... poetica, in un modo perverso. Perché Ranma, anche se non lo avrebbe ammesso con nessuno neanche se gli avessero attaccato Happosai alle tette con del mastice mentre era in forma femminile, percepiva in maniera limpida come Mousse fosse una persona molto più corretta, forte e seria di quanto avesse mai potuto immaginare. Il racconto di come si era sacrificato per Shan-Pu, in quel momento, gli suonò come la più elementare delle verità.
Il ragazzo-anatra non si prese neanche la briga di asciugarsi gli occhi. Voleva che le lacrime uscissero libere, prima bella cosa di una giornata che fino a quel momento non gli aveva riservato altro che mazzate sui denti. Con uno schiacciasassi.
"Akane Tendo, ti sei appena guadagnata la mia stima e la mia amicizia. Quanto hai detto sono le parole più belle, sincere e dolci che abbia mai sentito rivolgermi in vita mia. Dopo che ho cercato di maledirti con l'acqua di Jusenkyo e mille altri brutti tiri tu sei ancora in grado di capire il mio dolore? Ranma, sei un ragazzo fortunato. Lo dico sul serio. Purtroppo però temo che non ci sia nulla che tu possa fare per me, cara Akane. Questo non toglie che ti sarò in debito per quanto mi resta da vivere".
Calò un silenzio carico di tristezza sul trio. Mousse stava, almeno momentaneamente, venendo meno al suo proposito di andarsene perché sentiva che un'anima pia gli era vicina e quindi, inopinatamente, aveva trovato un possibile motivo per cambiare idea. Akane faceva frullare vorticosamente i propri neuroni alla ricerca di due cose: di un ringraziamento adeguato per le splendide parole che il cinese le aveva rivolto e di un modo per potergli essere utile. Ranma si sentiva fuori luogo.
"Spero di non dovermene pentire ma... se non hai dove andare, potresti venire al dojo dei Tendo. Se per Akane non è un problema, ovvio." disse Ranma stupendo persino se stesso. Akane lo guardò altrettanto stupita e sorridente.
"Ma certo che no! Vieni, sono sicura che riusciremo a trovare una soluzione!" cinguettò, battendo le mani in preda a una felicità incontenibile. Ranma la osservò e non poté fare a meno di sorridere. In fondo capiva Mousse e il suo tormento. Fare del male alla persona che ami, anche se sei costretto, è qualcosa che ti logora e che ti porterai a vita come un macigno sul cuore. Lui di sicuro non avrebbe mai potuto alzare un dito su Akane - e il suo lasciarsi picchiare da lei, ogni volta, era la prova di quanto lui tenesse alla piccola Tendo anche se mai lo avrebbe ammesso, nemmeno sotto tortura. Dal canto suo Mousse li guardava con occhi sgranati e ancora lucidi. Probabilmente non si aspettava che qualcuno prendesse a cuore la sua situazione, abituato com'era a essere ignorato da chiunque. Era un cambiamento non indifferente ai suoi piani - raccattare le sue cose e tornare in Cina, lontano dalla vecchia e da quella strega di Shan-Pu. Ma c'era quella vocina che gli sussurrava di rimanere e accettare il loro aiuto. Si maledisse per avere così poca spina dorsale.

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Capitolo 2
*** Ehi Ranma, cos'è quella roba che ti batte nel petto? Un cuore? ***


Quello strano terzetto camminava placido per le vie di Nerima. Non c'era alcuna fretta, d'altronde. E comunque il dojo della famiglia Tendo non era tanto lontano. Ranma fischiettava tenendo la testa leggermente reclinata all'indietro e le mani intrecciate sulla nuca. Cercava di mascherare il nervosismo e la tensione. La situazione, per come si stava evolvendo, lo metteva un poco a disagio. Non che avesse nulla di particolare contro l'idea di ospitare Mousse a casa. Anzi, dopo gli ultimi avvenimenti era più tranquillo di quanto lo sarebbe mai potuto essere in passato. È che... non sapeva spiegarsi bene, ma qualcosa lo preoccupava.
Akane procedeva piuttosto spedita, lo sguardo determinato di chi si è messo in testa una cosa e non ha alcuna intenzione di lasciarsi convincere altrimenti. Nonostante la baldanza con cui era uscita la proposta, difatti, non era poi così tanto sicura che portarsi a casa il ragazzo cinese sarebbe stata una notizia accolta con gioia strabordante da tutti gli abitanti. Però non era disposta a retrocedere di un solo passo.
Mousse era quieto e silenzioso. Rifletteva.
Non poteva fare a meno di chiedersi se accettare la proposta di Ranma fosse stata una buona idea. Sarebbe dovuto partire subito, appena finito lo scontro, senza voltarsi indietro. Ma il solo dover recuperare le sue cose al ristorante si era rivelato impossibile perché la vecchia Obaba era rientrata prima degli altri. Dannata mummia! Era rimasto per un po’ nei pressi del ristorante, sperando che la vecchia si allontanasse, e invece finì per sentire ogni parola della loro conversazione. Come aveva sempre pensato la vecchia sospettava qualcosa riguardo la sua vittoria su Shan-Pu, dieci anni prima - e sembrava intenzionata a chiedergli spiegazioni. Questo era un altro buon motivo per sparire dalla circolazione. Non aveva voglia di doverne parlare con lei: in teoria l'unica conseguenza sarebbe stata solo un matrimonio con Shan-Pu, secondo le loro leggi; in pratica, voleva dire una marea di possibilità, non tutte piacevoli... la vecchia poteva mettere in atto una trovata delle sue, senza contare che Shan-Pu, a quel punto, avrebbe preferito uccidersi - anzi, uccidere lui. In tutto questo non era neanche più sicuro di cosa provava esattamente: odio, risentimento, rabbia... eppure c'era quella nota stonata, quel "ma", che lo infastidiva e lo faceva ritornare ancora e ancora sulle sue decisioni.
"Ehi sveglia brutto anatroccolo! Siamo arrivati!" La voce strafottente di Saotome lo destò dai suoi pensieri. Aggiustò le lenti sul naso, e l'insegna del dojo dei Tendo apparve nitidamente.
Akane prese in mano la situazione. Intimò ai due maschi di fermarsi e si voltò verso di loro, lo sguardo deciso di un toro che vuole sfondare una porta a cornate.
"Aspettatemi qui. Vado a parlare con mio padre della situazione".
Ranma alzò un dito, come si può fare in classe quando devi fare una domanda al professore, e azzardò un timido rimarco: "Sicura serva tutto questo? Non basta portarlo dentro e spiegare via via che ci viene chiesto?".
Lo fulminò con uno sguardo truce: "Preferisco non prendermi rischi inutili. Conoscendo mio padre lui ha memorizzato Mousse come il punk che ha cercato di trasformare sua figlia in un'anatra. Il buon senso suggerisce la massima prudenza. E no, non hai bisogno di guardarmi con quella faccia, Mousse: è acqua passata, davvero. Se ce l'avessi con tutti coloro che hanno cercato di farmi del male non rivolgerei la parola a mezza Nerima. Torno subito".
Detto questo si voltò, facendo schioccare più rumorosamente che poteva le sue scarpe, e si incamminò dentro il dojo. Lasciando Ranma e Mousse a guardarsi come due baccalà appena abbrustoliti.
Attraversò rapida il giardino ed entrò in cucina, dove chiaramente vi trovò Kasumi indaffarata a preparare la cena come ogni santissimo giorno.
"Akane! Bentornata. Ranma dov'è?".
"È fuori. Sta aspettando con Mousse. Piuttosto, papà?".
"Papà? E che ci fa Mousse qui fuori? Non sarà mica successo qualcosa, spero".
"Più o meno. Ho bisogno di parlargli in fretta, mi puoi dire per piacere dov'è?".
"Oh santo cielo. Papà starà giocando a shogi col signor Saotome, come sempre. A dire il vero oggi non l'ho visto".
"Perfetto. Grazie, Kasumi".
E prese il volo verso il piano superiore.
Quando aprì la porta della veranda... dire che quel che vide non le piaceva sarebbe stato riduttivo.
Tutto si sarebbe aspettata tranne che trovare la vecchia Obaba seduta al tavolo con suo padre e il signor Saotome. Inutile chiedersi come avesse fatto ad arrivare prima di loro, ne sapeva una più del diavolo. "Akane, tesorino!" si rivolse suo padre con un sorriso che definire finto era riduttivo. Era ovviamente a disagio nel ritrovarsi in casa la vecchia. Non che significasse necessariamente che avrebbero dovuto rattoppare buchi nei muri per una settimana- quello succedeva più di frequente quando passava di lì Ryoga. Ma non prometteva comunque nulla di buono. Il signor Tendo si alzò e le posò le mani sulle spalle, stringendo fin quasi a farle male. "Tesorino, sai dirmi come mai l'onorevole Cologne ha gentilmente deciso di farci visita?" chiese, continuando a sorridere - di quel passo gli sarebbe venuta una paresi. Akane spostò lo sguardo oltre le spalle del padre, fino a incrociare lo sguardo dell'anziana. "È qui per Mousse, non è vero?"
"Certo che sì, giovanotta" rispose quella con la voce di una carogna ben cotta sotto il sole. "Per quale altro motivo avrei lasciato chiuso il ristorante e Shan-Pu senza alcun controllo?".
Akane si irrigidì per la tensione. La vecchia suonava ostile.
Doveva aspettarsi che l'altra se ne sarebbe accorta, difatti fra i miliardi di rughe del suo viso si formò una sottospecie di sorriso: "Oh su, sono solo un'anziana amazzone, non devi aver timore di me. E poi, sarcasmo a parte, so bene che quel che è successo oggi pomeriggio vi ha visti testimoni involontari e poco più. Sempre che non sia successo qualcosa che io non so, visto che basta affacciarsi dalla finestra per vedere Mousse e Ranma nella strada qui sotto".
"Qualcuno può gentilmente degnarsi di spiegare a me e a Soun cosa sta succedendo? Senza offesa, onorevole Cologne, ma vorremmo capirci qualcosa anche noi" disse Genma, in verità in modo sin troppo distratto.
"Preferirei che fosse Akane a portare luce sulle novità, signor Saotome. Anche perché c'è una parte che non sarei in grado di esplicare, pur con tutta la mia buona volontà".
Akane scacciò la fastidiosa presenza del padre dal suo corpo. Non le piaceva avere una cornacchia sulle spalle. Fece due passi in avanti e si sistemò, fiera e ritta, di fronte a Cologne.
"Non è niente di difficile. Io e Ranma stavamo passeggiando quando, per puro caso, siamo finiti davanti al Nekohanten e abbiamo sentito rumori di lotta. Pur sapendo che non erano affari nostri ci siamo preoccupati e siamo entrati a vedere. Nel giardino dietro il ristorante c'erano Mousse e Shan-Pu che combattevano, non sappiamo il perché. Spero che la nostra gentile ospite possa metterci al corrente del motivo. Fatto sta che Mousse, con meraviglia oserei dire di tutti i presenti, ha finito col battere Shan-Pu. Si sono scambiati delle frasi in cinese che, ovviamente, non abbiamo capito e poi la signora Obaba è rientrata dentro, assai accigliata per evidenti motivi. A quel punto, dopo altre cose di poca importanza, abbiamo scoperto una verità... come dire... scomoda? Imprevista? Non saprei definirla".
"Diciamo pure incredibile" disse Mousse, apparendo alle sue spalle insieme a Ranma. "Mi si perdoni l'intrusione nel discorso e in casa vostra, signor Tendo, ma sua figlia maggiore ha fatto cenno a me e Ranma di entrare in casa anziché aspettare fuori." disse, facendo un breve inchino al signor Tendo. Questi lo guardò con occhi sgranati, evidentemente colpito da tanta educazione da parte del ragazzo cinese, e rispose all'inchino facendo cenno a entrambi di sedersi.
Dopo essersi accomodati al tavolo, Mousse riprese il discorso. "La verità a cui Akane faceva riferimento è che io sarei il legittimo promesso sposo di Shan-Pu, e non Saotome qui presente" fece cenno con una mano verso Ranma.
"Come come come?" chiese uno sbalordito Genma. "Vorresti dire che... tu hai BATTUTO Shan-Pu in combattimento? Quando eravate piccoli??".
Mousse sospirò, limitandosi ad annuire. Era abituato a essere sottovalutato dalla gente. Si era ormai abituato - anche se continuava far male.
"Ora dimmi vecchia Obaba" chiese, volgendo lo sguardo all'anziana cinese "come mai ti sei degnata di venirmi a cercare? Da quando tanto interesse per me?" concluse stizzito. Non poté farne a meno... il rancore che provava non era solo per Shan-Pu, d'altronde. La vecchia lo osservò silenziosa, poi sorrise. "Non te lo immagini, miope anatroccolo?".
Mousse abbassò la testa, sconsolato, e rispose: "Sì che me lo immagino, ma non mi piace per nulla".
"Come ben sai, Mu-Si, questo è indifferente. Signor Saotome" disse la vecchia, rivolgendosi verso Genma "il motivo della mia venuta è molto semplice: sono qui per annunciare ufficialmente che non ci sarà alcun matrimonio fra Shan-Pu e suo figlio Ranma. La mia cara nipote, al contrario, andrà in sposa al qui presente Mousse, proprio come vogliono le tradizioni di Joketsuzoku".
Ci fu un momento di silenzio. Obaba dovette ammettere con se stessa che si sarebbe aspettata sakè stappato e fiumi di alcool per festeggiare la notizia, almeno da parte dei due adulti. Invece tutti si limitavano a guardare un po' lei e un po' il nuovo futuro marito.
Poi, in effetti, realizzò che anche quel branco di giapponesi non proprio sveglissimi ci sarebbe arrivato, data la loro superficiale conoscenza delle leggi delle amazzoni.
"Questo non succederà, nobile Ku-Lun" esplose a un tratto Mousse.
Lì sì che ci furono sguardi interrogativi e una reazione un po' più vitale. Quattro delle sei persone presenti non avevano capito una sola parola.
"Cosa credi di fare, giovane sciocco? Conosci la prassi".
"Vuoi saperne una? Me ne frego della prassi. Se questo fosse successo ieri sarei l'uomo più felice sulla faccia della terra. Ma oggi è lutto per me. Ho seppellito da pochissimo tempo l'amore per sua nipote, e niente mi costringerà a riesumarlo. I bei ricordi è meglio se restino tali".
"Sei proprio senza speranza, Mu-Si. Sai che non è questione di amore o meno. Tu sposerai Shan-Pu".
"No. E, esattamente come quando le ho detto che la odio, è definitivo".
A "detto" fece un movimento fulmineo ed estrasse una sciabola dalla sua manica, premendola contro la propria gola.
La vecchia era stata colta di sorpresa, come chiunque altro.
Obaba lo osservò sconvolta il ragazzo. Per la seconda volta in un giorno, Mousse l'aveva colta di sorpresa. Mousse il miope, Mousse il devoto pretendente senza speranze di Shan-Pu... e ora, Mousse il risoluto. Forse fin troppo. Si diede dell'idiota da sola. Osservò il ragazzo, rigida, per una volta incerta su come agire.
"Non oseresti, moccioso..." sussurrò in cinese, mentre un coro di voci continuava a urlare di tradurre e intimare a Mousse di buttar via quella lama.
"E tu cosa ne sai di cosa posso fare o no, vecchia Ku-Lun? Credi di conoscermi così bene?" rispose il ragazzo in cinese, lasciando percepire un cumulo di rabbia sopita che poco a poco stava riaffiorando. "In fondo cosa ti importa se sposo la tua adorata nipote? Sarebbe solo una liberazione per te! Oh... scusa, dimenticavo! Se Shan-Pu non si sposa ne va del vostro onore - e della vostra vita, non è così?" ringhiò, premendo ancora di più la lama contro la propria gola, involontariamente. Uno strillo alle loro spalle fece voltare tutti quanti.
Ecco, era il diversivo che Cologne attendeva: Mousse si sarebbe girato, spaventato, e lei avrebbe approfittato per strappargli l'arma di mano lasciandolo con uno sguardo da fesso a stringere l'aria.
Mosse il braccio in avanti. E lo bloccò subito.
Il ragazzo non aveva mai staccato gli occhi da lei.
"Sul serio? Sul serio? SUL SERIO? Credevi che questo sarebbe bastato a togliermi l'unico vantaggio che ho su di te? Perdi colpi, vecchia signora".
Quanto astio nella voce del ragazzo.
Buttò un occhio sui due Tendo che si alzavano dai loro posti e si precipitavano sulla nuova arrivata. Si chiamava... Kasumi? Boh, non era importante.
"Ero... ero... ero venuta... a vedere... se volevate... volevate... volevate... del tè..." disse quella, terrorizzata. Nonostante Mousse le fosse di spalle aveva visto distintamente la lama impugnata nella destra del suo ospite e questo era bastato a spaventarla a morte.
Suo padre la portò fuori dalla stanza. Troppo impressionabile, decise Obaba. Era meglio non farle vedere eventuali spargimenti di sangue.
Akane rimase immobile vicino alla porta, gli occhi fissi sulla nuca del ragazzo cinese.
"Che giorno strano, oggi. È la terza volta che mi prendi in contropiede. C'è gente che non è riuscita a farlo in trecento e rotti anni, neanche una volta. E tu... tre volte in un solo giorno. Notevole" disse, ammirandolo sinceramente.
"Wow. Non vedevo l'ora. Ora ascoltami bene, gargoyle malriuscito: se non vuoi che mi pianti la spada nella giugulare devi annullare il matrimonio. Adesso. O tua nipote sposerà un cadavere".
"Non posso. E lo sai".
"Non mentire. Certo che puoi. Non vuoi, ma puoi di certo. Ti basta dirlo ad alta voce qui, adesso, in giapponese. In modo che anche i Tendo e i Saotome capiscano e possano testimoniare a mio favore. Fallo. Ora".

Obaba lo fissò per un lasso di tempo che le parve interminabile. Attorno a lei nessuno osava fiatare o muovere un muscolo. Persino Ranma, la cui velocità era inferiore solo alla sua, non aveva accennato il più piccolo movimento. Non voleva rischiare di doversi portare Mousse sulla coscienza, ovviamente. Il silenzio era irreale.
"Ora Obaba. DILLO." ringhiò Mousse, gli occhi sgranati e pieni di odio - tutto per lei. Incredibile quanto livore covasse quel ragazzo. Non che la stupisse, ma mai aveva creduto potesse arrivare a tanto. Le doleva ammetterlo, ma l'avevano davvero sottovalutato, come combattente e come persona. E ora rischiava di dover vivere col fantasma di quell'anatroccolo sulla coscienza per un suo stupido errore di giudizio. Inspirò e fece per aprir bocca. Un altro urlo li interruppe, ma stavolta non era la maggiore delle sorelle Tendo a strillare.
"Fermatevi! Tutti e due!" disse la voce in un giapponese incerto. Obaba si voltò, e vide Shan-Pu appollaiata sulla ringhiera del balcone, un'espressione dolorante sul volto per via dei lividi lasciati dal combattimento.
Cologne si voltò verso la nipote, chiedendosi mentalmente che diavolo aveva per la testa quella sconsiderata. Non era di certo ferita gravemente, ma ne aveva prese abbastanza da dover rimanere sdraiata, ferma a riposarsi, per un giorno intero. Come minimo.
"Che succedere?" chiese la nuova arrivata. "Mousse, togli stupida spada da tua stupida gola".
Ranma, con il suo solito tempismo da elefante in un negozio di cristalleria, non riuscì a trattenere un risolino alla tremenda pronuncia giapponese di Shan-Pu. Il premio che ne ottenne fu una gomitata sul naso da parte di suo padre, incredibilmente serioso.
"Evapora, Shan-Pu. Non sei stata convocata e la cosa ti riguarda in minima parte".
Mousse provò un sottile piacere nel vederla. Era evidente, dalla sua espressione e dal fatto che si mordeva il labbro inferiore, che il suo nuovo atteggiamento la feriva.
"Non dire stupidaggini, Mu-Si. Questo riguarda Shan-Pu tanto quanto te" intervenne la mummia.
Dovette concederglielo: era vero. Non si sarebbe dovuto sposare con un muro, in effetti.
"Questo è vero, vecchia. E dunque, se lei è parte in causa tanto quanto te, sentiamo cos'ha da dire in merito. Shan-Pu, tu vuoi sposarmi?"
Inconcepibile, pensò Cologne.
"Tu ultimo dei cretini, Mousse. Io non volere sposarti".
Al ragazzo scappò un sorriso a sessantaquattro denti: "Come vedi io e quell'arpia di tua nipote siamo d'accordo almeno su questo. Non ci sarà nessun matrimonio. E prima che tu possa ribattere per l'ennesima volta con quelle scempiaggini sull'onore e sul dovere, sappi questo: se per puro caso non ottenessi quel che voglio e non morissi qui, ti assicuro che andrei a cercarla. E non mi limiterei a buttarla per terra. Sarebbe la sua fine. Non è una minaccia, è una promessa".
Obaba sbiancò nel sentire quelle parole. Stava osando minacciare la sua bambina? Shan-Pu scese con cautela dal balcone, prima di cadere in ginocchio. Improvvisamente, la stessa sensazione di vuoto che aveva provato quel pomeriggio - quando Mousse le aveva detto di odiarla - era tornata a farsi sentire.
"Mu-si... cosa... " disse con un filo di voce. Aveva appena giurato a sua nonna che se fosse stato costretto a sposarla l'avrebbe uccisa. E non era la minaccia in sé a spaventarla, ma il distacco e l'odio che leggeva negli occhi di Mousse. Lui che l'aveva sempre adorata e avrebbe smosso le montagne pur di vederla felice, ora desiderava la sua morte.
Era doloroso, terribilmente doloroso e insopportabile. Persino venir rifiutata da Ranma non l'aveva mai ferita così tanto, e non ne capiva il motivo. Lei non voleva sposare Mousse - ma non voleva nemmeno che lui morisse.
"Mu-si... ti prego fermati... " disse con voce tremula. Il ragazzo si limitava a fissarla con uno sguardo che avrebbe gelato il sangue a chiunque.
"Mousse, adesso smettila dannazione!" disse Ranma, che era ormai esasperato da quella situazione.
"Saotome, non sono cose che ti-" non riuscì a finire la frase, se non con qualche "quack" piuttosto concitato.
"Per fortuna eri così concentrato ad abbaiare in cinese contro la vecchia che non hai notato la mia piccola fuga verso il bagno!" lo cantilenò Ranma, mostrandogli un bicchiere ormai vuoto. Si voltò poi verso Obaba, che lo fissava con occhi sgranati. "Ora, vecchia mummia, che ne dici di parlare una lingua comprensibile a tutti e riassumere gli ultimi avvenimenti? Ce lo devi, direi."
"Sono d'accordo, fut... ehm, Ranma. Vi chiedo di sedervi tutti. E che qualcuno tenga quell'anatroccolo idrofobo, per favore" disse acida indicando la palla bianca che correva e si agitava per la stanza.
Ci pensò Akane, ridestatasi dalla catalessi in cui aveva passato tutto il momento cruciale, ad acchiapparlo e a tenerlo ben fermo.
Tutti fecero come era stato suggerito dalla matrona amazzone.
Prima di cominciare a parlare Cologne studiò i presenti: tolto di mezzo Mousse, principale portatore di conflitto, nelle altre persone vedeva solo sguardi interrogativi e spaventati. E in Shan-Pu vedeva uno strano... vuoto frammisto a un dolore profondo.
"Vi posso assicurare che i vostri visi hanno ragione: quel che Mousse ha detto è davvero tremendo. Ha giurato di non sposarsi e, visto che le azioni parlano più forte di mille frasi, credo vi siate accorti da voi a che distanze è disposto ad arrivare pur di evitarlo. Onestamente la cosa mi ha solo preso in contropiede, non mi ha preoccupata particolarmente. Sapete che sono una vecchia insensibile. Il problema è un altro: come avrete capito dalle risposte di Shan-Pu lui le ha chiesto cosa volesse fare. Quando si dice sprecare fiato. Bene, ottenuta l'ovvia risposta negativa ha minacciato di... ucciderla se io non dovessi sciogliere il nodo nuziale che, al momento, li lega indissolubilmente di fronte all'onore delle amazzoni e alle sacre leggi di Joketsuzoku".
L'atmosfera sarebbe stata meno funesta se qualcuno avesse risucchiato via ogni traccia di vita dai presenti.
"Nobile Cologne" fece Soun, immaginandosi di parlare a nome di tutti i presenti non direttamente coinvolti "voglio essere sicuro di aver capito bene: Shan-Pu e Mousse sono obbligati a sposarsi perché nel vostro villaggio ha sempre funzionato così, ma nessuno dei due ha intenzione di adempiere al dovere".
Annuì.
"Allora volevo chiederle: esiste un modo, a parte l'arrivo di un nuovo pretendente, di sciogliere il vincolo che esiste fra i due ragazzi senza per questo rovinare il vostro status di fronte alla comunità?".
In effetti... ma era una cosa quasi impossibile... e nessuno c'era mai riuscito...
Osservò i presenti, i loro volti seri in attesa di una risposta. Era qualcosa di rischioso... e c'erano troppe variabili in gioco, in quel momento. Mousse era totalmente instabile e fuori di sé. Dovevano prima di tutto riuscire a farlo rinsavire. E poi... e poi c'era Shan-Pu. Si voltò a guardare la nipotina, rannicchiata in un angolo della stanza, lontana da tutti. Non l'aveva mai vista così. E in quelle condizioni anche lei non avrebbe potuto fare nulla, si disse. "Ci sarebbe una soluzione" disse, ottenendo subito l'attenzione dei presenti, Mousse compreso. "Tuttavia..."
"Tuttavia COSA, vecchia?" disse Ranma, ormai al limite della sopportazione. Sbuffò spazientita da tanta impertinenza.
"Tuttavia al momento non è praticabile, non so nemmeno se lo sarà in futuro. E' rischiosa, e ora come ora né mia nipote, né il suo... futuro consorte sono nelle condizioni adatte ad alzare un dito" disse, mentre con un ampio gesto del braccio indicava sia la nipotina sconvolta, sia l'anatra iraconda. "Prima di poter fare qualunque cosa, ho bisogno di assicurarmi di alcune cose." disse, zompando in cima al suo bastone. "Vi prego di prendervi cura di Mousse finché non avrò nuove informazioni. Andiamo Shan-Pu".
"Ma nonna..." disse la ragazza, debolmente.
"Andiamo." concluse la vecchia, in un tono che non ammetteva repliche. Si allontanò saltellando sul suo bastone, lasciando i Tendo e i Saotome in una situazione assurda, senza niente in mano se non informazioni frammentarie e una papera cinese con istinti omicidi. Shan-Pu la seguì poco dopo, voltandosi a guardare i presenti, e soffermandosi più volte su Mousse. Quando sentì gli occhi bruciarle per via delle lacrime che minacciavano di rigarle il volto, si voltò e raggiunse la nonna più velocemente che poté.
Ranma osservò la scena in silenzio, poi si rivolse a Mousse, che stava ancora stretto tra le braccia di Akane. "E ora sentiamo Mousse, che hai intenzione di fare?".
"Ranma" disse suo padre, con un tono... noioso. "Non so dove hai appreso la nozione che le anatre sappiano parlare".
Il ragazzo si piantò una mano sulla faccia e la fece scivolare con lentezza. Evidentemente era più sconvolto dall'assurdità, e dalla pericolosità, della situazione di quanto immaginasse.
"Vado a prendere dell'acqua calda".
Tornò velocemente col bicchiere riempito sin quasi all'orlo. Si avvicinò ad Akane, che stava avendo non poche difficoltà a trattenere Mousse. La poveretta si prese anche un paio di vigorose beccate sul braccio.
"Ahia! Ehi, non avevi detto che mi stimavi? Erano bugie, per caso?" fece lei, vagamente ironica. Ma, a quanto pare, centrò un qualche bersaglio perché immediatamente l'animale smise di agitarsi e si fece appoggiare con delicatezza a terra. Akane sorrise, anche se erano state buttate lì per fare una battuta atta a stemperare la tensione le fece molto piacere che le sue parole avessero sortito un tale effetto.
"Ora ti verso l'acqua, Mousse. Al primo accenno psicotico ti scaravento contro il muro assicurandomi che non ne possa uscire. Mi sono spiegato?" ringhiò Ranma, più per precauzione che per vera ostilità.
L'altro acconsentì con la testa.
Mentre stava compiendo il gesto Ranma si fermò.
Stupido idiota! I maledetti come lui e Ryoga tornano in forma umana nudi. E lui non voleva che Akane vedesse un altro uomo nudo, men che meno un uomo che non odiava.
"Ranma?" chiesero i due padri.
"Papà, Tendo. C'è un piccolo problema logistico. Vi scoccia, e mi rivolgo anche a te Akane, se io e Mousse conduciamo il discorso in privato?".
Ci mise un po' ma alla fine li convinse.
Raccattò velocemente la tunica bianca del cinese, prese la papera per il collo e saltò giù dal balcone. Si portò dentro il dojo e lì, finalmente, lo fece tornare umano.
"Mousse, c'è un motivo se ti ho portato via da lì. Volevo chiederti una cosa a quattrocchi, prima di sentire ciò che hai intenzione di fare".
Finì di rivestirsi, poi tutte le sue attenzioni furono per Ranma. "Sono tutto orecchie Saotome. Anche se posso immaginare cosa stai per chiedermi...". Ranma lo osservò per qualche istante.
"Vuoi davvero uccidere Shan-Pu?" chiese. Diretto, senza mezzi termini, come suo solito. Non che fosse qualcosa su cui poter girare attorno. Non aggiunse altro, e si limitò ad attendere la risposta del cinese. Mousse distolse lo sguardo.
"Se vuoi la verità... l'ho pensato. Ho pensato davvero di ucciderla." disse. Ranma sgranò gli occhi, senza parlare. La serietà di Mousse in tutta quella faccenda era stata chiara fin dal principio e nessuno la metteva in discussione ma... uccidere Shan-Pu! Non si trattava più di stupide leggi cinesi, si trattava di loro due adesso. "Ero così accecato dalla rabbia che ho pensato davvero che uccidere lei o me potesse essere la soluzione" continuò il ragazzo, fissando il pavimento lucido della palestra dei Tendo. "Sono stati anni davvero difficili ed esasperanti, e vivere con quelle due è qualcosa di insopportabile!" disse, pestando un piede per terra.
"Sai, credevo che per Shan-Pu avrei potuto sopportare tutto, anche le loro angherie e tutte le prese in giro di Shan-Pu ma... mi sbagliavo. E alla fine ho... ho ceduto. E sono esploso. " disse con un sorriso amaro.
"Abbiamo visto..." aggiunse cautamente Ranma, ma l'altro si limitò a guardarlo, un sorriso mesto sul volto.
"Non so cosa ho intenzione di fare, e nemmeno so che intenzioni ha la vecchia, questo posso giurartelo. Io vorrei solo... essere libero." concluse, guardando Ranma con un'espressione che quest'ultimo non gli aveva mai visto, da quando lo conosceva. Cribbio, quelle due dovevano averlo umiliato in quei mesi...
"Mousse" cominciò Ranma "perché hai sopportato tutta quella violenza? Perché non hai mai alzato la testa? Perché hai sempre ingoiato? Non saresti arrivato al punto di rottura se avessi reagito prima". Si sentiva davvero scosso di fronte alla magnitudine e alla profondità della disperazione toccata dal ragazzo cinese che, in quel momento, poteva quasi sentire vicino come un vero amico. Un amico bisognoso di aiuto e comprensione.
"Ah. La domanda regina. Perché. Ti dirò, Ranma, la risposta è banale e priva del benché minimo pathos. L'ho fatto perché amavo Shan-Pu al punto di non portare più rispetto per me stesso. Ero il suo bambolotto usa e getta. Lei e quell'altro avvoltoio di sua nonna non mi hanno mai guardato come un essere umano. Sai, a Joketsuzoku i maschi sono poco più che bestiame da tollerare con fatica. E, almeno fino a quando siamo arrivati qui a Nerima, lo credevo anch'io. Poi ho visto come, al di fuori di quel buco del nostro villaggio, le cose andassero diversamente. Ho visto quel pazzo scatenato di Kuno con le sue poesie, le sue fissazioni da samurai e l'amore malato per Akane e la te femminile. Ho visto Ryoga, l'eterno disperso, che lottava stoicamente contro il suo pessimo senso dell'orientamento e contro un rivale che non poteva, e non può, sperare di battere. E soprattutto ho visto te. Ogni tanto ho provato un pizzico di invidia nei tuoi confronti, sai? Sempre così libero, sempre così naturale, sempre così... te stesso. Un lusso che a me non è mai stato concesso. Mai. Neanche una sola volta. E nell'unica occasione in cui avrei potuto decidere per me ho preferito lasciar perdere. Bel cretino, vero?".
Appena finita la tirata non seppe trattenersi e abbracciò Ranma. Il quale, considerato il fatto che erano da soli, decise che era giusto ricambiare.

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Capitolo 3
*** Ehi Akane, da quand'è che ti piace sfidare la sorte? ***


La serata continuò in maniera più o meno tranquilla. Kasumi ovviamente insistette affinché Mousse rimanesse con loro, e sistemò per lui un futon nella stanza di Ranma e del signor Saotome. La cena si consumò normalmente come ogni cena in casa Tendo - ovvero con battibecchi tra Ranma e Akane e furti dalle proprie ciotole tra Ranma e Genma con conseguente bagno nello stagno per entrambi. Mousse osservò il tutto con un misto di curiosità e divertimento. Al Nekohanten in genere cenava da solo e a orari impensabili, dopo aver chiuso il locale; oppure cercava di ritagliarsi qualche momento tra una consegna e l'altra. Più rifletteva sulla vita che aveva condotto in quell'ultimo anno in Giappone, più si rendeva conto di quanto si fosse perso tantissime cose. E di quanto avesse permesso a quelle arpie di sfruttarlo a piacimento.
Ranma-chan, rientrando fradicia dal solito bagno di metà pasto, non poté proprio fare a meno di notare lo sguardo abbacchiato di Mousse.
Capirai, ci fosse voluta una laurea in Acume Applicato. Emanava tanta di quella voglia di vivere che manco Ryoga quando caricava lo Shishi Hoko Dan.
Stava per chiedergli qualcosa, una qualunque cosa. Poi si fermò, soverchiato dall'imbarazzo e dall'orgoglio di non mostrarsi vulnerabile di fronte agli altri. Specialmente di fronte ad Akane. Lui era l'uomo, dopotutto. Che figura barbina ci avrebbe fatto a mostrarsi compassionevole verso lo sfigato ragazzo-anatra? Eppure... gli faceva veramente pena.
Ranma non credeva neanche di poter essere capace di capire fino in fondo gli infimi livelli a cui erano arrivate l'autostima e la considerazione di sé del loro ospite.
Oh, al diavolo. Farò una figuraccia, ma chissenefrega.
Aprì la bocca per dire qualcosa.
"Mousse, come va? Sei preoccupato?".
Ranma si bloccò. Non era la sua voce.
Girandosi a destra vide Akane, gli occhi un poco lucidi, che aveva appena fatto quella domanda dopo averlo ignorato per praticamente tutta la cena.
Ebbe un moto di gelosia.
Prova a fregarmi la... ragazza e ti distruggo, stupido cinese.
"Eeeeeeeeeh. Sì, sono preoccupato. Come potete immaginarvi è un pessimo momento per me. E mi spiace di procurarvi fastidi e grane, non è neanche giusto nei vostri confronti" mormorò.
"Nessun disturbo, ragazzo" disse Soun, con un tono serio come nessuno dei presenti lo aveva mai sentito. "Capiamo la tua situazione. Sappi che la famiglia Tendo è sempre disponibile ad aiutare chi è in difficoltà".
Ranma era sconvolto. Quando succedeva qualcosa a lui nessuno si prendeva la briga di compatirlo un minimo, anzi! In genere le accuse arrivavano a pioggia, perché di qualunque cosa si trattasse la colpa era sempre sua. Sempre. Mai una volta che si chiedessero se, per caso, le cause potessero essere altre. Ok, era vero, spesso era lui a cacciarsi nei guai, non lo negava. Ma era pur vero che era circondato da squilibrati mentali! A partire dalla sua fidanzata isterica che scattava per un niente, continuando con le fidanzate autoproclamate e non tutte sane di mente, come Kodachi Kuno - e come dimenticare il fratello di quest'ultima? Che lo odiava mortalmente ma aveva anche un'insana ossessione per la sua controparte femminile. E avrebbe potuto continuare la lista in eterno. Con gente del genere i guai, se non te li cerchi, ti inseguono comunque. Ma figurarsi, mai nessuno che compatisse il povero Saotome jr...
Stizzito, se ne andò in camera sua senza dire una parola.
"Ranma sto per portare il dolce!" gli disse Kasumi, incrociandolo in corridoio.
"Non ho fame!" disse piuttosto scorbutico, chiudendosi la porta alle spalle. Kasumi rimase ovviamente stupita. Ranma che non ha appetito? Quando entrò in sala da pranzo la prima cosa che chiese, mentre sistemava i dolci sul tavolo, fu: "Che cosa avete detto a Ranma per infastidirlo? Signor Genma?" chiese. Genma era una delle principali cause di malumore di Ranma.
Quest'ultimo, intanto, mugugnava tra le coperte, cercando di ricordarsi che, in tutto questo, Mousse era solo una vittima, e che prendersela così era infantile. Più facile a dirsi che a farsi. Il panda obeso tirò fuori un cartello con su scritto "Io? E che c'entro io? Fatto niente".
Kasumi sospirò, non del tutto convinta della proclamazione d'innocenza del vecchio Saotome. Ma tant'è, non aveva niente per smentirlo o confermarlo.
Servì velocemente il dolce, un poco preoccupata per il fidanzato della sorella.
La quale sorella, nel frattempo, aveva cominciato a chiacchierare fitto fitto con Mousse sulla sua attuale situazione e su possibili soluzioni alla stessa.
"No Akane, che io non sappia non esiste modo di sciogliere il legame che vincola me e Shan-Pu" disse lui sconsolato per la quarta volta. Apprezzava la premura della sua nuova amica nel ravanare idee per cavarlo dagli impicci, ma data la sua situazione psicologica non esattamente stabile temeva di poter scoppiare e rivolgerle delle brutte parole. Cercò di riguadagnare un minimo di calma, sarebbe stato tremendamente ingiusto e maleducato rivolgersi in quel modo alla prima persona che aveva mostrato comprensione e... si azzardò a pensare pure affetto, nei suoi confronti.
Perché le amazzoni sono matriarcali e non vengono insegnati simili valori, si chiese acido come una freccetta intinta nel curaro. Ci vuol davvero così poco a non far sentire un maschio come l'ultima ruota rotta dell'ultimo carro, cavolo.
"Ne sei davvero sicuro? Obaba, prima, ha accennato a qualcosa..." fece lei, speranzosa. "Magari ti è stato detto una volta e l'hai rimosso perché al momento non ti sembrava un'informazione utile".
Si stava scaldando, Mousse. Decise che era meglio troncare la conversazione prima di spingersi troppo oltre.
Alzò una mano di fronte a sé, come a imporre uno stop: "Akane, credimi quando ti dico che apprezzo moltissimo quanto stai cercando di fare per me. Ma ti assicuro che, almeno per ora, non mi viene in mente nulla di utile. Ti chiedo di darmi tempo per riflettere e ragionare, magari è davvero come dici tu". Cercò di suonare il più conciliante possibile, nonostante una venatura di rabbia che gli stava salendo dallo stomaco.
Lei, per fortuna, la prese bene. Gli sorrise e disse che capiva e che non l'avrebbe più tempestato di domande.
"Grazie. Quante volte ti ho ringraziato, oggi? Sei? Sette? Otto?".
"Le giuste volte, Mousse. Le giuste volte".

Nel frattempo, Kasumi portò in cucina le stoviglie e dopo aver finito di pulire il tutto si disse che era proprio il caso di far visita a Ranma. Ficcanasare era un po' l'hobby delle sorelle Tendo, ma Kasumi era probabilmente la sola che lo faceva senza malizia e con il solo intento di aiutare. Portò con sé un piatto con il dolce rimasto, sicura che a Ranma avrebbe fatto piacere. Quando bussò alla porta sentì solo mugugnare.
"Ranma, posso entrare?" si azzardò a chiedere aprendo un po’ la porta. Quando Ranma si accorse che si trattava di Kasumi sembrò calmarsi un po’, e le fece cenno con la testa di entrare. La ragazza si accomodò accanto al suo futon, porgendogli il dolce. "Ho pensato che lo volessi, e ho preferito non lasciarlo incustodito in cucina, almeno finché tuo padre è in giro!" sorrise.
"Grazie, non dovevi..." rispose Ranma senza però mostrare interesse nel dolce, che di solito avrebbe divorato in pochi secondi. Kasumi si avvicinò a lui e, seriamente preoccupata chiese "Qualcosa non va Ranma?".
Che dolce che era Kasumi. Altro che quel maschiaccio con le tette della sua fidanzata.
Perché tutta la gentilezza della famiglia Tendo era finita nella primogenita mancando completamente la secondo e la terzogenita?
"No, tranquilla. È solo un po' di malumore passeggero. Se ne andrà com'è venuto" mentì spudoratamente, sapendo anche che a nessuna delle tre sorelle si poteva dire le bugie.
E difatti, come volevasi dimostrare, Kasumi scosse la testa e gli disse: "Ranma Ranma Ranma, tuo padre non ti ha insegnato che a raccontare frottole ti cresce il naso? Poi come fai a combattere con un righello sulla faccia?". Rise subito dopo per smorzare e provare a dargli la voglia di spiegarsi.
"Non vi si può nascondere nulla. Ahn. Sì, non ho avuto una gran giornata. E mi sento in colpa".
La risposta spiazzò Kasumi. In colpa? Per cosa? Espresse a voce alta i propri dubbi.
"Mi sento in colpa verso Mousse. Prima, a tavola, ci sono rimasto male quando Akane gli ha rivolto la parola con tutta quella... dolcezza. Che non ha mai avuto per me. Giurami che non glielo dirai mai, Kasumi".
"Cosa, che ti senti in colpa verso Mousse?".
"No. Che sono... geloso".
Si aspettava una reazione più vitale e imbarazzata da parte di lei. Invece ricevette, in cambio della propria ammissione, solo un bel sorriso caldo.
"Ranma, direi che è normale essere gelosi in simili situazioni. La tua fidanzata si mostra tenera e comprensiva verso uno dei tuoi acerrimi nemici che d'accordo, ha avuto una giornata a dir poco tremenda ma rimane sempre uno dei matti che ha cercato anche di farti seriamente del male. Lo capisco, davvero".
"Ka-Kasumi...".
"Oh Ranma, non credere che solo perché sto tutto il tempo in cucina o a pulire la casa io non mi accorga di quel che mi succede attorno. È che, sai, mi sono presa un certo impegno e sono l'unica che può portarlo avanti in maniera soddisfacente. Ma ricorda sempre questo: una Tendo non è stupida. Mai. Può apparirlo, forse. Ma il succo è diverso. E credo che noi tre sorelle, ognuna nella nostra maniera, lo si dimostri perfettamente. Ora vai pure avanti, che il discorso non è finito".
Ranma si trovò spiazzato. Non credeva che avrebbe mai sentito parlare così Kasumi. Non che gli dispiacesse, comunque.
"Beh in fondo non c'è molto altro da aggiungere..." disse, incerto su cosa dire. Kasumi lo guardò paziente, in attesa di quella spiegazione che, sapeva, non avrebbe tardato ad arrivare. E infatti poco dopo il ragazzo riprese il suo sfogo. "È solo... è solo che con me Akane è sempre così acida, e intrattabile! Anche quando cerco di essere gentile... so di non essere il fidanzato perfetto - e nemmeno vorrei esserlo, il suo fidanzato eh! Però è difficile riuscire a comportarmi in maniera più gentile, quando lei per prima la parola più dolce che riesce a rivolgermi è pervertito!" sbuffò.
Kasumi sorrise, annuendo. La sua sorellina in effetti non era proprio un soggetto facile: Akane era cresciuta con la convinzione di dover essere meglio di un ragazzo in tutto e per tutto, e non si lasciava mettere i piedi in testa da nessuno. Ritrovarsi da un giorno all'altro promessa sposa di un ragazzo mai visto prima, che era migliore di lei come combattente - e, a suo dire, più femminile di lei quando trasformato - non era qualcosa che faceva bene alla sua autostima.
"Non ti dirò come Akane è dovuta crescere e cosa comporta il doversi confrontare con te ogni giorno" disse Kasumi, soppesando attentamente le parole. "Però, posso suggerirti questo." disse, ottenendo subito l'attenzione di Ranma.
"Ranma, non sei stupido. Mi è stato detto che, quando combatti, pensi quattro o cinque passi davanti al tuo avversario. Allora cerca di applicare questa tua intelligenza anche nel rapporto con Akane. Cerca di pensare prima di agire e di parlare. Cerca di intuire quale reazione può avere la frase che stai per dire. Basta un po' di autocontrollo. Sono sicura che se ti impegnerai in questo anche mia sorella coglierà il cambiamento e le cose fra di voi non potranno che migliorare. Lei ti vuole bene, e lo sai. Solo che a volte fa fatica a dimostrarlo o lo dimostra in modo sbagliato, esattamente come capita a te. Venitevi incontro invece di mettere bastoni nelle ruote dell'altro. Non fa bene a te, non fa bene a lei e non fa bene alla vostra relazione. E non mi dire che non ci dovrebbe essere una relazione fra voi, perché c'è e sai meglio di me che non è solo dovuta all'ossessione di quei due pazzoidi dei nostri padri. C'è qualcosa fra di voi, Ranma. Non lasciartelo sfuggire perché non riesci a controllare quella tua bocca birbante. Sei un bravo ragazzo e Akane è una brava ragazza. Quando non litigate siete una bella coppietta". E detto questo si alzò, sempre sorridendo a sufficienza da accecare chiunque.
Ranma cominciò a respirare con sempre maggiore affanno e la faccia gli divenne rossa come un pomodoro maturo.
"K-K-Kasumi... che-che... che dici?".
"Solo la verità, caro Ranma. Solo la verità. E adesso non credi che dovresti trasformarti? Sei ancora in forma di ragazza".
Orpo. Era vero! Era stato talmente affranto da quanto successo durante la cena che non si era neppure curato di tornare maschio.
"Ti lascio solo, Ranma. Rifletti sulle mie parole. So che farai la cosa giusta, non sei il tipo di persona che non pensa a queste cose".
Lasciò il ragazzo solo, perso nei suoi pensieri.

Nel frattempo, al Nekohanten, l'atmosfera era tutt'altro che serena. Obaba era sparita nelle sue stanze, alla ricerca di manoscritti o chissà quali altre amenità.
Shan-Pu si trascinò a fatica in camera sua, e accasciò sfinita sul futon. Avrebbe voluto tornare indietro e cancellare quella giornata.
"Stupido Mu-si!" bofonchiò contro il cuscino. Solo nominarlo le fece bruciare gli occhi, che a stento trattenevano le lacrime che aveva frenato per tutta la giornata. Era ancora incredula.
Mousse aveva minacciato di ucciderla. La odiava sul serio, gliel'aveva letto negli occhi. Non capiva. O forse non voleva capire. Perché sapeva benissimo quanto di suo ci fosse nell'odio che il ragazzo provava per lei. Non si era mai curata di trattarlo con riguardo, o con un minimo di gentilezza. Non gli aveva mai sorriso, né gli aveva mai rivolto parole che non fossero insulti o prese in giro. Eppure, per lei era la norma.
Era così che era stata addestrata: gli uomini non valgono nulla, a Joketsuzoku. Le amazzoni comandano, gli uomini obbediscono. Per lei, era normale. E anche per Mousse, in teoria. Eppure... eppure da quando viveva a Nerima, aveva notato come tutto fosse diverso. Solo che faticava ad accettarlo, e aveva preferito non vedere ciò che le era scomodo. Mousse, invece doveva aver visto una sorta di salvezza in quella società così diversa dalla loro.
Mentre rifletteva, sentì l'inconfondibile picchiettio del bastone della nonna avvicinarsi a lei. Si mise seduta, e se la trovò a pochi passi dalla porta. "Shan-Pu, mia cara, io e te dobbiamo parlare."
Un pensiero alieno fulminò nella mente di Shan-Pu.
"Nonna... no".
Calò qualcosa di mai visto prima sul ristorante: l'ira della vecchia.
"No? NO? NO? Tu osi dire quella parola a me? Nipote, alzati. Ho deciso che dovremo parlare e parleremo!" tuonò la matrona tascabile.
"No". La risposta della ragazza era stanca ma anche piena di energia, di voglia di ribellarsi a quel che le veniva ordinato.
"Shan-Pu. Mi stai facendo uscire dai gangheri. Sai quanto posso diventare violenta quando succede. Alzati. Ora. Immediatamente". Lei si girò verso l'anziana. Fino a quel momento le aveva persino dato le spalle: "Nonna, basta. Qualunque cosa tu possa minacciare non sarà peggio che obbligarmi a sposare Mu-Si. Non potrei concepire un fato peggiore. Quindi sfogati pure. Fai quel che ritieni giusto e puniscimi come pensi che meriti. Poi, però, lasciami in pace. Te lo chiedo per favore". La voce di Shan-Pu era davvero un sussurro e pure Obaba, notoriamente provvista dell'udito di un'aquila, fece una gran fatica a cogliere le parole della nipote.
E quando il suo cervello registrò e comprese appieno... beh, diciamo che una tempesta tropicale avrebbe avuto paura di lei.
Senza dir nulla, emanando un'aura combattiva sufficiente a tramortire un tirannosauro, si avvicinò al letto della nipote. Diede un colpo rabbioso col bastone e lo capovolse, incurante delle ferite e delle lesioni della ragazza.
"A-l-z-a-t-i". Ogni singola lettera era abbastanza affilata da uccidere un uomo adulto.
Da per terra Shan-Pu si concesse una risata amara: "Forse non hai capito bene. Vuoi picchiarmi? Fai pure. Vuoi tagliarmi le mani e farmele ingoiare? Fai pure. Vuoi riportarmi a casa e farmi giudicare dal Gran Consiglio? Fai pure. Non m'interessa. Sono tutti destini preferibili rispetto all'idea di sposarmi con Mousse. Se vuoi uccidermi accomodati, non proverò nemmeno a difendermi. Tanto da lui o da te cambia poco, no?". Lasciò che tutto il dolore e la rabbia provata quel giorno fluissero fuori libere, in quel momento dirette sul grugno aggrinzito di Obaba. Che stava decidendo se avere compassione della nipote o ammazzarla seduta stante.
Qualunque punizione avesse in serbo per lei, a Shan-Pu non importava assolutamente. Sarebbe morta in ogni caso, che fosse per mano della nonna o di Mousse. O per mano sua, pensò per un attimo. Si fissarono per un tempo che parve infinito, poi l'energia di Obaba cominciò lentamente a defluire dalla stanza, tornando nel corpo della vecchia. Shan-Pu si permise di sgranare gli occhi, incredula. "Va a dormire Shan-Pu. Faremo i conti domani. Non credere che mi dimentichi del nostro discorso in sospeso." disse, e si chiuse la porta alle spalle. La ragazza si mise silenziosamente in piedi e sistemò alla buona il suo futon, per poi rannicchiarsi sotto le coperte. E piangere in silenzio.
Obaba intanto era tornata ai suoi manoscritti, alla ricerca di qualcosa che potesse venire in suo soccorso: una vecchia legge, una postilla, una scappatoia qualunque che evitasse loro il peggio. Ma nulla sembrava essere dalla sua. Stavolta neppure Cologne la vecchia volpe avrebbe potuto evitare di trovarsi faccia a faccia col destino. L'unica cosa che poteva davvero escogitare era fare in modo che il Gran Consiglio non venisse a conoscenza degli ultimi avvenimenti. Almeno per ora.
Stava quasi per rassegnarsi e decidersi ad andare a dormire, troppo stanca per proseguire. Avere trecentocinquantasei anni pesava, nonostante tutto.
Ripose l'ultima pergamena al suo posto e soppresse uno sbadiglio. Sì, era decisamente invecchiata.
Non così tanto quanto le piaceva pensare, però, perché sentì dei rumori all'esterno del ristorante. Fruscii nei cespugli, probabilmente.
Uscì veloce, il sonno momentaneamente passatole.
"Vieni fuori, chiunque tu sia" ringhiò. Nonostante gliel'avesse fatta passare liscia, almeno per il momento, non aveva ancora scaricato la rabbia che si era accumulata durante il non-discorso con Shan-Pu. Oh, come l'avrebbe suonata il giorno successivo. Non vedeva l'ora.
Ma prima l'intruso. Un ladro suicida, forse.
"Onorevole Obaba, la prego di scusarmi se l’ho spaventata. È che è... buio..." fece una voce conosciuta.
Era la voce di...
"Akane Tendo? Che ci fai qui?".
La ragazza giapponese venne fuori, in maniera un po' maldestra, dalle macchie verdi. Si era graffiata sulle braccia e sulle gambe. I rovi erano sempre piaciuti, alla vecchia, e ne aveva fatti piantare un po' nel loro giardino.
"Le chiedo di nuovo scusa per la sorpresa. Il fatto è che ero inquieta e volevo vedere... ecco, volevo sapere se potevo dare una mano in qualche modo".
La guardò con la testa leggermente reclinata, non spiegandosi appieno il perché del suo comportamento. Non avrebbe dovuto essere contenta dalla piega che stavano prendendo le cose? Finalmente Shan-Pu era depennata dalla lista delle fidanzate di Ranma e questo non poteva che essere un bene per lei, no?
"Non ti capisco, ragazza. Cosa vuoi esattamente?".
Akane si morse il labbro inferiore, incerta su cosa dire - e non del tutto sicura che la vecchia Obaba avrebbe capito. "Il fatto è che... sono in pensiero per Mousse..."
"In pensiero per lui? E perché mai, giovane Tendo? Sposerà Shan-Pu e ti toglierà di mezzo un peso, non capisco perché non gioisci invece di arrovellarti tanto il cervello." disse la vecchia, con noncuranza.
Akane a stento si trattenne dal ringhiare. Ovviamente Obaba non aveva assolutamente capito da cosa dipendeva la preoccupazione per Mousse; per quanto fosse una liberazione, l'avere una spasimante di Ranma in meno in circolazione era l'ultimo dei suoi pensieri.
"Come immaginavo non ha capito un accidente!" sbuffò, lasciando di sasso la vecchia Cologne.
"Come osi rivolgerti a me in questo modo, ragazzina impertinente?"
"Oso eccome, visto che sembrate non capire la gravità della situazione!" rispose Akane, per nulla intimorita dalla vecchia. Quest'ultima stava quasi per sfogare la sua rabbia su Akane, quando la ragazza riprese a inveire contro di lei. "Mousse in questo momento è a pezzi! E siete state lei e sua nipote a ridurlo così, con le vostre angherie e quelle stupide leggi da amazzoni! Forse da voi è normale trattare così gli uomini, ma non siete più in Cina, ed è ora che il vostro modo di fare si adatti a quello di una società diversa dalla vostra! Mousse non è uno schiavo - soprattutto non è il vostro schiavo, ma una persona e come tale va trattata!" disse tutto d'un fiato.
Lasciando Obaba sconvolta. Per l'ennesima volta in un giorno qualcuno l'aveva presa in contropiede. Stava decisamente perdendo colpi.
Oh. Questi giovinastri la devono smettere di pensare che io sia solo una cumulo di rughe semoventi. Sono Ku-Lun, maledizione! Rispetto!
"Ascoltami bene, giovane Tendo. Gli usi e i costumi delle amazzoni non sono fatti che ti riguardano, proprio per niente. Sono secoli che a Joketsuzoku le cose funzionano in questo modo e nessuno ha mai avuto niente da ridire. Chi sei tu per venire a criticarci in questo modo? Una stupida sedicenne giapponese che non sa nemmeno allacciarsi le scarpe, ecco chi sei. Quindi sei pregata di alzare i tacchi e di togliere il disturbo, ho avuto una pessima giornata e potrei non rispondere di me stessa".
Obaba trattenne un lamento quando Akane, per nulla turbata dal cazziatone, si avvicinò a lunghi passi a lei e le diede uno schiaffetto. Ovviamente l'intenzione non era quella di farle male, anche perché sarebbero dovuti passare mille anni prima che ci potesse riuscire. Era un gesto simbolico, di rifiuto delle sue parole.
"Ora mi ascolti bene lei, onorevole Obaba. Le vostre leggi, qui, valgono quanto carta igienica. Mousse ha trovato la forza di ribellarsi alle ingiustizie che lei e sua nipote gli avete scaricato addosso come si scarica un camion di letame. Io sono insindacabilmente dalla sua parte, che per lei abbia importanza o no non m'interessa. Si metta in testa che ormai lui si è divincolato dai vostri assurdi codici d'onore e che preferirebbe morire piuttosto che sposare sua nipote. E, a giudicare dallo sguardo che lei ha avuto oggi, mi sento di dire che la cosa è reciproca. Perché non può, per una volta, fare un'eccezione e andare incontro a entrambi? Sarebbe davvero così tragico?". Il discorso di Akane voleva essere guerrigliero e l'inizio con gesto plateale ispirava in tal senso. Ma, via via che parlava, l'emozione per la cattiveria di tutto quello che stava succedendo, a Shan-Pu e specialmente a Mousse, presero il posto del giustissimo sdegno e le ultime parole furono pronunciate con le labbra tremanti.
Tutte a me le adolescenti con poca voglia di vivere, si chiese sarcastica Cologne.
"Lascia che ti porga io una domanda, giovane Akane. Perché prodigarsi tanto per qualcuno che in fondo conosci appena, e che ha più volte attentato alla tua vita col solo intento di togliere di mezzo il tuo... fidanzato, col solo scopo di sposare Shan-Pu?" disse, guardando Akane dritta negli occhi. "Che le nostre leggi siano tenute in considerazione o meno in questo paese per me è irrilevante. Noi seguiamo le nostre tradizioni, quindi quei due si sposeranno, che lo vogliano o meno. E non dirmi che non ti solleva il pensiero di non dover più preoccuparti degli scherzetti messi in atto da mia nipote ai tuoi danni! Perché il loro stato d'animo dovrebbe preoccuparti tanto?"
"Perché so come ci si sente. So cosa vuol dire ritrovarti legata a qualcuno che non conosci senza che nessuno abbia chiesto il tuo parere." rispose Akane con freddezza. Oh. Obaba non avrebbe mai pensato di sentirla parlare del giovane Saotome in quei termini. "Forse la mia situazione è diversa, e le cose tra me e Ranma sono andate diversamente... ma resta il fatto che capisco perfettamente lo stato in cui si trovano adesso Shan-Pu e Mousse, e per questo sono venuta a chiederle di lasciarli in pace." concluse.
Quanta forza d'animo in quella ragazzina, pensò Cologne. Sospirò, ormai stanca e priva di qualsivoglia istinto combattivo, per quella sera. "Comprendo cosa vuoi dire, giovane Tendo. Ma la mia risposta non cambia." disse voltandole le spalle, e avviandosi di nuovo verso il ristorante. "Tutto ciò che posso fare" aggiunse "è assicurarti che, in qualunque modo si risolva la cosa, cercherò di non coinvolgere il Gran Consiglio. Abbiamo già abbastanza problemi." disse. Detto questo, si chiuse la porta alle spalle, lasciando Akane nell'oscurità del vicolo.
Akane non si aspettava una conclusione tanto diversa, in effetti. Sapeva quanto testona e incapace di scendere a compromessi potesse essere quella vecchia.
Con uno sforzo che non sapeva spiegarsi era riuscita, durante l'accesa discussione, a non mostrarsi spaventata dalla chiara ostilità che le era arrivata addosso in certi momenti. Non faticava a crederle quando diceva che doveva aver avuto una gran brutta giornata. Come tutti loro, d'altro canto.
C'erano stati dei momenti, per fortuna pochi a onor del vero, in cui era stata sfiorata dal dubbio che Obaba potesse perdere le staffe. E lo sa solo un oni cosa avrebbe potuto farle senza alcun freno razionale. Al contrario di Happosai, unico altro dei maestri di arti marziali che conoscevano che poteva essere accostato al livello di lei, la nonna di Shan-Pu non era tipo da perdersi dietro baggianate quando iniziava a combattere. E molto probabilmente era quel tipo di guerriero che combatte per uccidere.
Il pensiero la fece sudare freddo per qualche istante. Aveva rischiato grosso. Dovette ringraziare la sorte e la stanchezza, chiaramente presente sul volto dell'anziana amazzone, se non era successo qualcosa di brutto.
"Almeno qualcosina l'ho ottenuto" disse a bassa voce, dimenticandosi per un istante di essere da sola.
Si incamminò verso casa, la consapevolezza di aver potuto rimanerci secca che le faceva battere il cuore più del dovuto. Farei bene a darmi una regolata. La volta che succede qualcosa di brutto prima o poi arriva.
E non l'ho neanche convinta. Lo immaginavo, eh. Ma mettere la propria vita a rischio in questo modo senza la possibilità di ottenere qualcosa di tangibile in cambio era stupido forte, specialmente considerato il fatto che, per quanto fosse davvero simpatetica con la brutta situazione dei due ragazzi cinesi, alla fine non era davvero cosa che la riguardasse.
Facciamo che da domani mi limiterò al supporto morale, ecco.

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Capitolo 4
*** Ehi Cologne, hai finito o no di ravanare fra le scartoffie? ***


Quando rientrò, quasi tutti erano ormai a letto. Kasumi e Nabiki erano nelle loro camere, mentre suo padre e il signor Genma, ancora in forma di panda, si erano addormentati giocando a shogi, probabilmente ubriachi. Passando davanti la porta socchiusa della camera di Ranma, notò che Mousse dormiva già profondamente, probabilmente sfinito dalla giornata non esattamente piacevole. Non riuscì a non provare compassione per il ragazzo cinese; ovunque guardasse non vedeva vie d'uscita per lui. Obaba sembrava non volerne sapere di sciogliere la promessa nuziale tra lui e Shan-Pu, e quest'ultima non voleva saperne di sposarlo. Mousse aveva chiaramente espresso la sua opinione in merito, facendo prendere un bello spavento a tutti quanti; eppure Akane era intimamente convinta che, sotto tutto quel rancore -giustificatissimo, beninteso- il ragazzo provasse ancora qualcosa per Shan-Pu che non fosse odio. Si chiese per l'ennesima volta cosa poteva fare per aiutarlo, ma ancora una volta non le venne in mente nemmeno un'idea. Mentre rifletteva, notò che il futon di Ranma era ancora ripiegato. Dove diamine era?
Ranma era sdraiato sul tetto. Guardava il cielo stellato fischiettando un motivetto che aveva sentito in giro, anche se non ricordava assolutamente dove.
Incredibilmente non aveva sonno. Di solito dormiva come un sasso narcolettico e niente poteva impedirgli di abbioccarsi. In quel momento, invece, pur essendo psicologicamente provato dalla lunga sequela di eventi di quel periglioso giorno non riusciva proprio a stare un po' quieto nel futon.
Un vortice di dubbi gli roteava in testa: forse per la prima volta in vita sua aveva provato compassione per qualcuno che non fosse un familiare stretto. A sua memoria solo una volta suo padre, in un'occasione davvero disgraziata, aveva potuto scatenargli tali sentimenti. Roba vecchia e di cui, peraltro, si era subito pentito dopo aver scoperto per bene cos'era successo.
Che doveva fare? Poteva fare qualcosa? Era suo compito fare qualcosa? Perché le amazzoni sono così legate a quelle maledettissime leggi scolpite nella pietra?
Si rispose con una lunga sequela di "boh, sì, forse, non lo so". Non era mai stato bravo in quel tipo di problema. Lui sapeva combattere bene e, una volta identificato il nemico, il suo corpo reagiva prima del suo cervello. Lì tutto questo non serviva, c'era da riflettere e a lui non era mai riuscito particolarmente bene.
Si risolse ad andare a dormire. Rimanere a prendere freddo all'esterno senza concludere nulla era deleterio. Alzandosi vide un'ombra muoversi lesta nella notte.
Per quanto assonnato era abbastanza acuto e focalizzato da riconoscere subito Mousse come la persona che era appena passata sotto di lui.
Dove stava andando, a quell'ora? Senza farsi scoprire, lo seguì. Pensò inizialmente volesse recarsi al dojo, magari per allenarsi e sfogare la rabbia. Invece corse verso il cancello d'entrata. Continuò a seguirlo finché non gli fu chiara la meta che il cinese si era prefissato: il Nekohanten.
"Per quanto pensi di seguirmi, Saotome?" Ops. Mousse si era accorto della sua presenza. Scese dal muretto da cui lo aveva seguito a debita di stanza e lo raggiunse.
"Cosa credi di fare andando al Nekohanten? Vuoi forse uccidere Shan-Pu nel sonno? Pregare la vecchia mummia che ti risparmi la tortura di sposare sua nipote?" chiese, in tono sarcastico, ma in fondo sinceramente preoccupato.
"Niente di tutto questo, ma per chi mi hai preso?" rispose Mousse, stizzito. "No, io volevo solo..." rispose, lasciando in sospeso la frase. Ci fu un momento di silenzio, poi riprese. "Non lo so nemmeno io cosa volevo fare. Ma tanto non riuscivo a dormire e...".
"... e hai pensato bene di venire al ristorante, senza farti scoprire, e magari sbirciare dalla finestra di Shan-Pu. Solo per assicurarti che stia bene. Ho indovinato?". Mousse lo guardò, seriamente colpito da tanto acume - che non si sarebbe davvero aspettato da Ranma.
"Come hai indovinato?" Ranma non rispose, ma si limitò a sorridere, alzando gli occhi al cielo. Lo sapeva perché lui per primo l'aveva fatto innumerevoli volte; ogni volta che si erano trovati in qualche casino o in una situazione di pericolo imminente, la prima cosa che aveva fatto era assicurarsi che Akane fosse al sicuro. Ovviamente, non l'avrebbe ammesso nemmeno sotto tortura. "Diciamo che capisco bene come ti senti." tagliò corto.
"Ah. Con... Akane" fece il cinese con tono giocosamente provocatorio.
Cavolo. Non sono l'unico a poter prendere in contropiede l'altro, allora.
"Non sono cose che ti riguardano" rispose lui con uno sguardo un poco minaccioso. Non troppo, l'atmosfera fra di loro era stranamente rilassata e priva di quella tensione elettrica che spesso aveva accompagnato i loro scambi verbali.
"Comunque Mousse, scusa se mi permetto. Ma perché andare a spiare Shan-Pu? E per vedere cosa poi, vederla dormire e magari lamentarsi un po' delle botte che tu stesso le hai dato oggi pomeriggio? Col rischio di farti scoprire dalla vecchia e causare chissà quale immane casino? Perdonami amico, ma non mi sembra una gran idea".
Mousse ne dovette convenire. Era una cosa stupidotta, per niente proficua e portatrice di possibili conseguenze non piacevoli. Specialmente l'eventualità in cui Obaba lo avesse scoperto, cosa per niente impossibile. E a quel punto, al contrario di Ranma, quella non si sarebbe limitata a chiedergli cosa ci facesse lì. L'avrebbe attaccato. E molto probabilmente l'avrebbe gonfiato come una zampogna, nel migliore delle ipotesi.
Questo è ciò che gli diceva la mente razionale. Quello che sentiva, invece, gli diceva di fregarsene e di fare lo stesso ciò che si era prefissato. Guardare Shan-Pu mentre dormiva, darle definitivamente addio e...
"Ranma. Io ho intenzione di sfidare la mia promessa a duello. Mortale".
Al ragazzo col codino esplosero le orecchie. Non credeva a ciò che aveva sentito.
"S-S-Scusa?".
"Voglio sfidare Shan-Pu a duello. E ne resterà soltanto uno. Non è la soluzione migliore, ma l'unica fattibile per poter liberare almeno uno dei due da questa impasse orribile".
Ranma non poteva credere a ciò che aveva appena sentito. Mousse era deciso a dare il via a un duello mortale. A quanto pare quella che si era consumata a cena non era stata solo un'uscita un po’ troppo teatrale dettata dalla frustrazione. Mousse voleva davvero concludere la questione in modo drastico. Era assurdo... eppure doveva ammettere che, per quanto il tutto fosse assurdo, ammirava la sua determinazione. Anche se sperava non dovesse davvero concludersi con la morte di qualcuno.
"Mousse, sei impazzito? Come puoi volere uno scontro mortale?" chiese Ranma, visibilmente scosso.
"Perché è l'unica soluzione possibile. Obaba può temporeggiare quanto vuole, ma non c'è modo di eludere le leggi delle amazzoni e-".
"Leggi delle amazzoni un corno!" sbottò Ranma "Senti, non so nemmeno io perché mi preoccupo tanto ma di sicuro non ti lascerò andare ad immolarti per colpa di leggi antiche come il mondo e di una vecchia cinese pazza!" disse quasi senza fiato.
Mousse si limitò a fissarlo per qualche secondo, poi rispose "Apprezzo la tua preoccupazione, ma ormai ho deciso. Sfiderò a duello Shan-Pu, e in un modo o nell'altro questa storia si concluderà."
"Davvero? Allora rispondi a questa domanda: riusciresti a vivere con addosso il peso della sua morte?". Mousse sgranò gli occhi. Centrato in pieno. "O che Shan-Pu possa vivere col rimorso di averti ucciso?" continuò Ranma "Per quanto dica di non sopportarti, per quanto possa essere stata forgiata dalle amazzoni, a te in qualche modo ci tiene, e dubito che una cosa del genere non possa nemmeno scalfirla." concluse.
La sicurezza che Mousse ostentava solo qualche istante prima adesso sembrava vacillare; a quello non aveva neanche pensato, talmente era deciso a chiudere quella faida il prima possibile. Vivere con la morte di Shan-Pu sulla coscienza... no, non ci sarebbe riuscito. Anzi, probabilmente l'avrebbe seguita poco dopo. E in caso contrario, cosa avrebbe fatto la cinesina? Non lo sapeva. "Io non... non lo so..." disse, con voce tremante.
Ranma cercò di rassicurarlo, addolcendo i toni. "Senti, io probabilmente non riuscirò a farti cambiare idea... ma almeno aspetta fino a domani. Vediamo se Obaba ha qualche novità. E se non ce ne saranno..." lasciò volutamente la frase in sospeso.
Mousse cadde su un ginocchio, sentendo la non troppo retorica massa di tutto quel che gli era successo quel giorno pesargli sulla testa. Con, in cima al masso di rimpianti e dolore, la consapevolezza che quel che aveva deciso di fare avrebbe solo portato ulteriore disperazione. In lui o in Shan-Pu poco importava. Senza contare Obaba se fosse stata lei ad avere la peggio, e i Tendo e i Saotome se fosse stato lui a non sopravvivere.
Pessima idea. Davvero pessima. Ma d'altronde, si ripeté, non è che l'alternativa fosse migliore. Sposare Shan-Pu, allo stato attuale, era l'equivalente legalizzato di doversi lavare la faccia tutti i giorni con della lava invece che con dell'acqua. Senza niente che potesse alleviare la tortura.
E il suo... quella che era stata il suo grande, inestinguibile amore la pensava sicuramente nella stessa maniera. Quel che aveva detto Ranma era vero, credeva al fatto che Shan-Pu non lo disprezzasse fino in fondo e che, in caso di sua morte per propria mano, la cosa non l'avrebbe lasciata impassibile. Ma era altrettanto vero che avrebbe preferito finire a lavorare incatenata nelle miniere di sale a vita piuttosto che dover vivere con lui in qualità di moglie.
Concesse a Ranma il beneficio del dubbio su quanto aveva detto: "Sì Saotome, hai ragione. Aspetterò fino a domani. Ma se non ci fossero novità io intendo portare avanti il mio piano. Sfiderò Shan-Pu e uno dei due dovrà vivere per il resto della propria vita con la morte dell'altro sulla coscienza. Meglio una vita rovinata che due".
Il ragazzo giapponese fece un cenno con la testa, come a dirgli "vieni, andiamo a casa". Lui rispose affermativamente ma gli disse di precederlo, voleva ancora qualche minuto da solo. Gli spergiurò che non avrebbe fatto quel che voleva fare con tutte le sue forze, si sarebbe limitato a un giretto per prendere un po' di aria fresca e cercare di tranquillizzarsi. Ranma glielo concesse, con la non troppo velata minaccia che gli avrebbe fatto ingoiare eventuali bugie. Era appena zompato sul tetto quando, alle sue spalle, si levò un urlo bestiale. Voltandosi sapeva cosa stava succedendo: Mousse stava buttando fuori tutto.
Sospirò.

Il mattino arrivò troppo presto, per tutti quanti. Ranma aveva dormito solo poche ore dopo la passeggiata imprevista della sera prima. Dopo essere rientrati aveva passato almeno mezz'ora a fissare Mousse, col terrore che, in un momento di distrazione, l'altro sgattaiolasse di nuovo fuori per mettere in atto il suo folle piano. Per fortuna il cinese, dopo essersi sfogato, era pesantemente crollato in un sonno ristoratore, così anche Ranma poté concedersi qualche ora di sonno.
La colazione passò abbastanza tranquillamente, tra i soliti battibecchi familiari; Mousse era rimasto nel più assoluto silenzio per tutta la durata del pasto, e a poco erano serviti i tentativi di Akane di distrarlo chiacchierando. Quest'ultima, dopo che Kasumi portò i piatti in cucina, prese Ranma in disparte per chiedergli cosa fosse successo la sera prima.
"Guarda che me ne sono accorta che siete usciti in piena notte!" disse.
"Che è poi quello che hai fatto anche tu..." rispose Ranma, pacato. Un punto per lui, pensò un po’ stizzita per essere stata scoperta. "Comunque..." riprese Ranma "Mousse è più che deciso a sfidare Shan-Pu a duello. E stavolta sarà all'ultimo sangue."
"Cosa?" incalzò Akane, visibilmente preoccupata "Ma non possiamo lasciarlo fare!".
"Ovviamente no, ma sembra deciso a proseguire per la sua strada. In ogni caso sono riuscito a contrattare una tregua, e metterà in atto il suo piano solo se Obaba non ci porterà qualche alternativa." concluse.
Il cuore di Akane iniziò a battere più velocemente ripensando alla discussione avuta la notte precedente con la vecchia amazzone. Si augurò mentalmente che l'anziana avesse trovato una soluzione alternativa...
No, non bastava augurarselo. Doveva mettersi in prima linea per fare qualcosa. Si parlava di vite buttate fuori dalla trincea, sotto al fuoco nemico.
Non poteva stare seduta a scuola mentre il destino di due suoi coetanei, uno dei quali stava diventando un suo amico, rimaneva nelle mani rugose di una vecchia che, forse, non era poi così motivata a trovare una soluzione.
"Ranma" disse d'impulso "io non vengo a scuola oggi. Tu vai pure". Suonava assolutamente decisa, di quel tono che Ranma aveva imparato a temere.
"Come scusa? E perché non verresti a scuola?".
"Semplice. Vado al Nekohanten a dare una mano a Obaba. Non voglio lasciare nulla di intentato. Non posso far passare questa giornata nell'impassività. Non quando ci sono vite in bilico. E anche se Shan-Pu non mi piace per nulla non desidero vederla morta, e men che meno uccisa da Mousse. Oh kami...". La parte finale del suo discorso era diventata troppo concitata e fece una fatica tremenda a trattenere le lacrime. E al diavolo il proposito di tenersi in disparte. Poteva andar bene fintanto che l'opzione peggiore consisteva in un matrimonio. Ma lei non credeva nel detto "ci sono fati peggiori della morte".
"Akane. La vecchia non sarà contenta del fatto che continui a impicciarti. Già ieri sera sei andata da lei, vero? Sembrava che quel ristorante fosse ricoperto di panna e miele, tutti volevano essere lì" disse lui con voce un poco ironica e un poco spaventata.
"Non m'interessa! Per quanto la conosco Shan-Pu accetterà il duello. A quel punto sì che sarà troppo tardi. Vuoi essere tu a seppellire il morto? Perché io non lo voglio fare, per nulla al mondo!".
Non diede al suo fidanzato tempo di ribattere in nessun modo. Si precipitò fuori e corse a perdifiato verso il Nekohanten. C'era poco tempo. Troppo poco tempo. Ranma rimase di sasso mentre la vedeva schizzar fuori come un lampo. Che doveva fare? Inseguirla? E per cosa, per fermarla o per andare con lei?
Maledizione. Datemi qualcosa da picchiare, per favore. Tutto questo pensare mi fa fumare il cervello.
"Ranma! Perché Akane sta andando nella direzione opposta rispetto al Furinkan?" chiese Nabiki alle sue spalle.
Ranma si lanciò all'inseguimento di Akane; se proprio doveva fare di testa sua, preferiva non lasciarla sola con Obaba e con Shan-Pu più instabile del solito. Paranoia? Forse.
"Akane sta andando al Nekohanten e preferisco non lasciarla sola!" urlò a Nabiki, senza preoccuparsi se la ragazza avesse sentito o meno. Mousse intanto, aveva sentito tutta la conversazione, rimanendo in disparte. Aspettò che Nabiki si allontanasse, poi seguì Ranma e Akane.

Nel frattempo, al ristorante, l'atmosfera era ancora tesa.
Obaba non aveva chiuso occhio, alla ricerca di risposte nei suoi vecchi manoscritti; Shan-Pu non aveva ancora osato uscire dalla sua stanza, e aveva deciso di lasciarla cuocere nel suo brodo; che rimuginasse quanto le pareva, tanto le cose non sarebbero cambiate. Lanciò via un altro paio di rotoli, irritata; per la sua età aveva un'ottima memoria, ma non così tanto da ricordare un cavillo tanto antico ma che avrebbe potuto ribaltare la situazione senza spargimenti di sangue - non troppo, almeno. Stava per svuotare altri bauli stracolmi di documenti, quando sentì la porta d'ingresso del ristorante venire aperta con violenza.
"Vecchia Obaba!".
Inarcò un sopracciglio, riconoscendo la voce di Akane Tendo. Cosa ci faceva lì?
"Giovane Tendo, qual buon vento ti porta al mio ristorante? E vedo che il futu- Ranma è con te..." disse, andandole incontro.
"Siamo qui per dare una mano!" disse Akane concitata "Non voglio lasciare nulla di intentato!". Dal modo in cui Akane si agitava era chiaro che doveva essere successo qualcos'altro, dopo il loro incontro notturno; probabilmente Mousse aveva tirato fuori qualche nuovo ultimatum, pensò, sbuffando alla sola idea. Ci mancava un altro lampo di genio di quella papera starnazzante...
Fece cenno ai due ragazzi di seguirla nel suo studio.
"Mi spiace dirvi che finora le mie ricerche non hanno portato alcun esito, e in nessuno dei miei documenti ho trovato le informazioni che mi servono..." disse, mentre tornava a rovistare tra rotoli e pergamene.
"Scusa se te lo chiedo" chiese Ranma, sbirciando tra alcuni fogli "ma esattamente, quale sarebbe questa idea? Non potresti spiegarcela a grandi linee?". Obaba sospirò, non sapendo da dove cominciare la sua spiegazione.
"Tieni giù le zampe, Ranma!" sibilò la matrona. Non era nella sua migliore condizione, fra tensione residua e nuova che soverchiava la sua piccola figura. E aveva pure dormito male.
"Sono pergamene che voi non avete diritto di leggere" proseguì, accigliata. "E comunque non sareste in grado di capirle, sono scritte in cinese. Arcaico. Molto probabilmente sono l'unica persona in questa nazione a poterle decifrare".
Il ragazzo indietreggiò, guardingo. Non voleva far arrabbiare la loro ospite, non era andato lì per quello. Era lì per rendersi utile, esattamente come voleva fare Akane. Mentre la inseguiva, per strada, si era reso conto di come si trovasse sulla sua stessa lunghezza d'onda: l'idea di Mousse era folle, suicida e omicida in un sol colpo. E non voleva, non poteva permettergli di portarla avanti. Non se era in suo potere fare qualcosa per fermarlo.
"Ti chiedo scusa, ve... Obaba". Ci fu uno sguardo interrogativo da parte della matriarca amazzone. Non c'era stata una singola volta in cui Ranma non l'avesse apostrofata con quell'antipatico "vecchia". E invece si era trattenuto. Doveva essere veramente poco in possesso delle proprie facoltà mentali. O solo terribilmente preoccupato da qualcosa che lei ancora non sapeva.
Altro sospiro. In realtà non aveva in mano niente. Proprio niente. C'era una mezza possibilità di interrompere il fidanzamento fra sua nipote e Mu-Si, ma era una cosa accaduta talmente poche volte e in tempi sufficientemente remoti da diventare poco più di una leggenda a Joketsuzoku. D'altronde, se una simile nozione fosse stata di dominio pubblico, chiunque avrebbe potuto impugnarla per scampare a un'unione che non voleva contrarre. E così non si sarebbe fatto altro che indebolire la tribù. Pertanto non dubitava che il Gran Consiglio potesse aver cancellato ogni minima prova della sua esistenza. Lei stessa aveva sentito parlare di qualcosa del genere, in gioventù. E fu, per l'ennesima volta nelle ultime ventiquattr'ore, che maledisse la sua età. A trecento e passa anni era normale non ricordarsi bene le cose, ma bruciava comunque se da una sua dimenticanza poteva dipendere la felicità o, peggio, la vita di sua nipote.
"Non ho nulla, ragazzi. Non ancora almeno. Sto cercando da ieri qualcosa che possa venire in soccorso di Shan-Pu ma tutta la mia mercanzia non sta collaborando. Ho spulciato fogli e norme che non leggevo da decenni, alcune anche da un secolo abbondante. Ma sinora è stata una sequela impietosa di buchi nell'acqua".
Akane si fece avanti, dopo essere rimasta in disparte per tutto il tempo: "Onorevole Obaba, credo sia meglio che tiri fuori l'asso dal cilindro. Mousse si è messo in testa di sfidare Shan-Pu a duello. E vuole portare la cosa sino in fondo, da una parte o dall'altra. Intende fare in modo che dal campo di battaglia solo uno di loro due possa uscirne vivo". Forte era l'emozione e la paura che traspariva da quelle parole.
Obaba si accigliò ulteriormente. Da quello sciocco di Mousse doveva aspettarsi di tutto, oramai. Anche una cretinata del genere.
"Andatevene. Non mi siete d'aiuto e, anzi, mi fate solo perdere tempo. Devo trovare quella pergamena" ordinò brusca.
I due ragazzi si scambiarono un'occhiata, prima di andare via. Se la vecchia non li voleva tra i piedi, rimanere era inutile, sarebbe servito solo a innervosirla ulteriormente. Mentre tornavano verso l'uscita, Ranma notò con la coda dell'occhio che la porta della camera di Shan-Pu si era chiusa di scatto. Probabilmente la ragazza aveva origliato tutta la loro conversazione, ma non voleva farsi scoprire.
Sospirò, aggiungendo alla sua lista mentale di cose da fare anche il dover accertarsi che quella pazza non uscisse di soppiatto dal ristorante per andare a cercare Mousse. Gli bastava già doversi accertare che quell'altro stesse lontano dal ristorante ancora qualche ora. E non finì il pensiero che lo trovarono di nuovo appollaiato sul muretto, dove l'avevano visto il giorno prima.
"Mousse! Che diamine ci fai qui? Non ti avevo detto di..."
"...di aspettare fino ad oggi. E così ho fatto." concluse Mousse.
"Beh, Obaba non ha ancora trovato nulla" disse Akane "ma sta continuando a cercare!" si affrettò a concludere.
Il ragazzo cinese si sistemò le lenti sul naso "E credi davvero che non sia solo un trucchetto dei suoi per rimandare l'inevitabile?"
"Non credo Mousse, non stavolta. In un'altra situazione avrei detto la stessa cosa, ma adesso sembra davvero avere una qualche idea." disse Ranma.
Mousse dovette riconoscere che, da quando la conosceva, non aveva mai visto Obaba tanto impegnata a trovare un trucchetto che andasse contro le regole del suo villaggio. "E quindi cosa proponete di fare" chiese "aspettare finché non le arrivi l'illuminazione?"
"Non ci sarà bisogno di aspettare tanto a lungo, miope anatroccolo" gracchiò una voce alle sue spalle. Si voltarono e videro Obaba con un'espressione vittoriosa in faccia e una pergamena in mano. "Gli dei devono avere a cuore la tua sorte, ragazzo." disse, mostrando l'antico testo ai presenti.
La vecchia si schiarì la voce. Non sarebbe comunque stato piacevole.
Assunse la sua migliore posa ieratica, il momento aveva una sua solennità. Anche se immaginava che la sacralità del tutto sarebbe presto andata a farsi friggere.
"C'è uno e un solo modo per rompere una promessa di matrimonio amazzone. E ragazzi miei, è un motivo veramente grave. La mancanza di procreazione".
Fece silenzio sperando che l'acume dei presenti si attivasse e le permettesse di non dover dire ad alta voce quanto doveva dire.
Fu disillusa.
Con una faccia da riluttante boia proseguì con la lettura: "E ci sono solo due casi in cui la procreazione non può avvenire: sterilità da parte di uno dei due futuri coniugi oppure... oppure...". Era faticoso dire quella cosa. Davvero faticoso.
"Parla, vecchia!" la incalzò Mousse. Oh ragazzo, quanto non ti piacerà quello che sto per dire.
"... oppure se la sposa presentasse... delle... inclinazioni particolari..." si sforzò di chiudere.
I tre ragazzi si sentirono come chiusi in una bara completamente sigillata. E fu lo stesso per Shan-Pu, che a loro insaputa stava ascoltando dalla sala grande del ristorante.
"Se... se... non può essere" balbettò Mousse.
"... la sposa... oh... oh no..." proseguì Akane.
"Ci dev'essere un'altra possibilità..." concluse Ranma.
Col suo migliore sguardo da "abbiamo una messinscena da mettere in piede" Obaba guardò i tre ragazzi, ammutoliti e con la faccia di tre pesci buttati fuori dall'acqua che annaspavano per dell'aria che non erano in grado di assimilare.
"Signori, mia nipote ha appena saltato la sponda della propria sessualità. Aiutatemi a trovarle una fidanzata".
"No!" urlò inviperita la ragazza-gatto uscendo dal ristorante dopo aver scardinato la porta con un calcio. "Preferisco il duello all'ultimo sangue!".

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Capitolo 5
*** Ehi Shan-Pu, perché quella tipa si lecca le labbra guardandoti? ***


"Shan-Pu, cosa vai blaterando?".
Fu Akane ad apostrofare la cinesina, che a quanto pareva aveva ascoltato per intero la loro conversazione. Obaba non si mostrò sorpresa: evidentemente si aspettava una mossa del genere dalla nipote. Buon sangue non mente.
"Shan-Pu preferisce morire piuttosto che sposare stupido Mousse o... o stupida ragazza!" concluse nel suo solito giapponese incerto. La vecchia sbuffò spazientita, quella storia andava avanti da ormai troppo per i suoi gusti. Maledetto il giorno in cui quell'idiota di Mousse aveva deciso di cedere all'orgoglio e sfidare Shan-Pu! Quella stupida messinscena stava causando più danni che altro; inoltre, non sapeva ancora per quanto il Gran Consiglio sarebbe rimasto all'oscuro di tutto. In ogni caso, prima di allora bisognava avere una soluzione pronta, qualunque essa fosse.
"Shan-Pu, adesso smettila!" la apostrofò. "Sono stanca dei tuoi capricci, e io non voglio espormi più del dovuto per salvarti la pelle."
Quell'ultima frase fece gelare un po’ il sangue a tutti: davvero Obaba non era più disposta a difendere la nipotina che amava tanto?
"Non so per quanto ancora riuscirò a tenere il Consiglio all'oscuro di quanto è accaduto, quindi adesso tu la smetterai di lamentarti e farai ciò che dico io. E intendo dire qualunque cosa, che si tratti di sposare Mousse o fingere di avere una donna come fidanzata!"
Shan-Pu sgranò gli occhi, evidentemente colpita dalla freddezza della nonna. Era sempre stata una donna di polso, ma non l'aveva mai vista così autoritaria come in quei giorni. E la cosa la... spaventava.
Al diavolo! Ne ho le tasche piene di leggi, tradizioni, lacci e laccetti. So che l'onore e l'orgoglio della tribù sono importanti, ma la mia felicità non conta davvero nulla? Perché devono volerla schiacciare in questo modo a favore di concetti così vaporosi e poco concreti?
"Nonna, chiedi scusa ai nostri dirimpettai giapponesi se li taglio fuori dalla conversazione ma ho bisogno di potermi esprimere chiaramente".
Ci pensò Mousse a mettere Ranma e Akane al corrente di quello che si stava dicendo. "Grazie. Se potessi tradurre in contemporanea mi faresti un piacere".
Lui annuì.
"Molto bene. Nonna, quel che sto per dire mi fa sanguinare il cuore. E, conoscendoti, non sarà l'unica cosa a sanguinare. Ma intendo dirti questo, e intendo poterlo fare senza nessuna restrizione: io non farò nulla di tutto questo. Non sposerò Mousse, né tanto meno farò finta di essere lesbica. Sono stufa stufa stufa stufa di sottostare a stupidaggini di tali dimensioni. Non accetto più che il mio futuro venga deciso dalla parola di gente morta centomila anni fa. Basta, mi hai capito? Basta. E adesso puoi fare quello che vuoi, so di non averti commossa o convinta con questo discorso ma era mia ferma intenzione essere chiara su come la penso in merito a tutta questa schifosa situazione".
Se la meraviglia fosse stata una persona avrebbe preso Ranma, Akane e in parte anche Mousse e se li sarebbe spupazzati forti forti.
La vecchia, come Shan-Pu aveva puntualmente predetto, reagì in malo modo: si avvicinò alla ragazza e le percosse il viso col bastone.
"Degenerata. Come ti permetti questa mancanza di rispetto verso Joketsuzoku e la tua stessa tribù?".
Shan-Pu si portò una mano al viso dolorante, mentre attorno a lei Ranma e gli altri inveivano contro la nonna cercando invano di farla ragionare.
La mascella le faceva male, e un rivolo di sangue le macchiò le dita. Ouch. Sperò di non avere nulla di rotto. "Puoi continuare a picchiarmi quanto vuoi" continuò, sempre in cinese "ma la sostanza rimane la stessa: io non ho più intenzione di seguire delle leggi vecchie di secoli, non voglio che la mia vita debba essere influenzata da loro! Che il Consiglio faccia quello che vuole, io me ne lavo le mani!" disse, mentre Mousse continuava a tradurre per Ranma e Akane.
I ragazzi erano piuttosto agitati, non avevano mai visto Obaba reagire in quel modo. Non era mai stata violenta, non con la nipote almeno. E dubitavano che portare all'estremo la pazienza di una maestra di arti marziali del suo livello fosse un'idea intelligente. Mousse dal canto suo continuava ad osservare la scena, al contempo compiaciuto e preoccupato per come si erano messe le cose. Iniziò seriamente a chiedersi se quella del giorno prima non fosse stata la più grande idiozia mai commessa nella sua vita; forse sfidare Shan-Pu era stato davvero qualcosa di stupido e irrazionale, e non aveva pensato bene a tutte le conseguenze possibili.
Intanto tra nonna e nipote continuavano a volare improperi nella loro lingua natia, che Mousse non sempre traduceva, troppo pesanti persino per lui.
"Shan-Pu non provocarmi ulteriormente o potresti pentirtene! Se non vuoi fingerti lesbica allora sposa Mousse senza fiatare!".
Shan-Pu continuò a strillare con voce acuta. "No e ancora no! Non voglio sposare Mousse solo per obbedire a quelle stupide regole!".
E fu lì che Mousse esplose di nuovo. Aveva sentito quella frase fin troppe volte nel giro di pochi minuti, ma solo ora sembrava aver realizzato davvero cosa volesse dire.
"Ovviamente non vuoi che delle regole antiche come l'universo comandino a bacchetta la tua vita, e su questo concordo... però non ti davano così fastidio quando si trattava di sposare Saotome, non è vero?" disse volutamente in giapponese, per farsi capire da tutti.
I presenti ovviamente rimasero ancora una volta a bocca aperta. Obaba si voltò a guardarlo. A quanto pare l'anatroccolo non si era ancora stancato di creare altri problemi da risolvere.
"Mousse! Con Ranma diverso. Shan-Pu ama Ranma! Non c'entrare regole. Era vantaggio, vero, ma questione primaria è altra" stentò la giovane amazzone col suo giapponese zoppicante. Voleva che tutti i presenti capissero subito il succo del discorso, senza perdere tempo in lavori da sala diplomazia dell'ONU.
"Nonna" riprese in lingua madre, per non doversi sforzare più del dovuto nell'esprimersi "mi sembra che ti sfugga un particolare importante: io non posso far nulla per peggiorare la mia situazione attuale. Se facessi come vuoi tu avrei due opzioni: sposare Mousse o far finta che mi piacciano le donne. Entrambe le prospettive mi disgustano nel profondo. E non scherzavo quando ho detto che la possibilità del duello mortale con il qui presente anatroccolo era di lunga preferibile a una qualsiasi di queste due eventualità. Come ti ho già detto: al punto in cui sono arrivata neanche la morte mi spaventa così tanto. Anzi, sai cosa? Ho deciso di accettare la scriteriata proposta di 'sto pazzo e porre fine una volta per tutte al tuo imbarazzo di fronte al Consiglio".
Gli occhi di Mousse si riempirono di un miscuglio davvero difficile da sbrogliare: era inorridito, terrorizzato e compiaciuto tutto in una volta.
La vecchia sembrò, per un attimo, lasciare che la stanchezza per tutta quella ridicola, assurda, impossibile situazione avesse la meglio sulle sue piccole spalle.
Una piccola luce speranzosa nacque negli occhi di Shan-Pu: che, incredibilmente, potesse cedere?
"Onorevole Cologne" disse poi in un tono inusualmente ufficiale "quel che sto per fare va contro tutto ciò in cui crediamo e che reputiamo degno di considerazione, quindi è mia intenzione chiederti scusa dal profondo del mio cuore per il dolore che so di starti dando. Ma ho diritto di vita e di morte su una e una sola persona: me stessa. E ho appena deciso cosa voler fare della mia vita. Ogni tua azione, parola o minaccia sarà vana da adesso. Vogliamo andare, Mousse? Abbiamo un duello, io e te".
Mousse era stanco. Non era nemmeno stupito. Sapeva che in fondo Shan-Pu per lui non provava nulla, nemmeno un briciolo di pietà o empatia per i suoi sentimenti. Niente, nulla. Per anni aveva amato una ragazza dannatamente superficiale e dotata della sensibilità di un elefante, che calpestava gli altri senza preoccuparsi troppo delle conseguenze. Forse morire in duello - o ucciderla - non sarebbe stata poi una pessima idea.
"Quel che giusto è giusto. Andiamo" disse, e fece per avviarsi verso il retro del ristorante, dove solo il giorno prima l'aveva battuta.
"No aspetta, dov'è che andate, di grazia?" chiese Ranma, evidentemente spaesato. "Sai com'è, ti sei dimenticato di tradurre le ultime frasi per noi comuni mortali!"
"Ah, giusto. Ebbene, Shan-Pu ha ufficialmente accettato la sfida che le ho lanciato."
I volti di Ranma e Akane lasciarono trasparire tutto il loro stupore. Ranma acchiappò Mousse per il colletto della veste, inchiodandolo al muro. "Ma allora sei un idiota?! Avevi detto che avresti aspettato almeno-"
"Almeno finché Cologne non avesse trovato una soluzione, oggi." concluse per lui Mousse "E così è stato, mi sembra. Ma visto che a Shan-Pu non va bene nessuna tra quelle proposte, allora non rimane che sfidarsi a duello!"
"E se... e se inscenassimo un finto matrimonio?"
Fu Akane a parlare. Tutti si voltarono a guardarla, piuttosto sorpresi.
La ragazza rimase un attimo in silenzio, incerta sulle loro reazioni, poi proseguì.
"Non so se sia un'idea attuabile, ma possiamo tentare! Ed è sempre meglio di un duello all'ultimo sangue - che è l'ultima cosa a cui voglio assistere! Obaba, sa quanto ci vorrà prima che il Consiglio mandi qualcuno a Nerima?"
La vecchia si voltò verso Akane. L'idea non era poi così perfida, specialmente considerato da chi proveniva. Ma...
"Cara signorina Tendo, presupponiamo che la cosa possa funzionare. Insceniamo un finto matrimonio fra Shan-Pu e Mousse. Innanzitutto si svolgerebbe in Cina, a Joketsuzoku, e ti lascio immaginare quanto facile possa essere fare in modo che l'unione celebrata di fronte ad almeno un membro del Gran Consiglio... non per vantarmi ma ho una certa importanza, al nostro villaggio... sia considerabile nulla o fasulla. In secondo luogo: una volta fatta la finta cerimonia i due pseudo-sposi non potranno di certo tornare qui, visto che verrebbe a cadere il motivo della nostra trasferta in terra giapponese. Quindi, anche ammettendo che sia possibile, questi due finirebbero col dover vivere assieme come marito e moglie per mantenere la scenata. Da noi il divorzio non è concepito. A quel punto tanto vale che il matrimonio sia vero, meno problemi per tutti. No, mi spiace ma non è una soluzione fattibile. Anche se apprezzo il tentativo".
Akane colse le obiezioni di Obaba e dovette convenire che, effettivamente, c'erano troppe falle in quel piano di azione. Da scartare, purtroppo.
"Mousse!" sibilò Shan-Pu. Voleva farla finita in fretta. Uccidere o morire, per lei era ormai lo stesso. Una vita fra la sua e quella di Mousse si sarebbe conclusa a breve e non le importava quale, l'importante era uscire dall'orripilante impasse in cui erano caduti a causa di stupide, stupidissime leggi vecchie sa solo il diavolo quanto.
A Ranma facevano male i pugni da quanto li stringeva. Mai si era sentito così impotente. Non davanti a Herb. Non davanti a Orochi. Non davanti a Saffron. Mai. E si accorse con sempre crescente astio che odiava sentirsi impotente. Abituato com'era a sfasciare i suoi problemi a colpi di arti marziali non riusciva quasi a credere all'esistenza di qualche ostacolo non sfondabile a sganassoni.
Stava per dire qualcosa. Una qualunque cosa pur di fermare quei due suicidi dei cinesi. Schiuse la bocca per parlare ma si fermò quando sentì una mano sulla sua spalla.
Voltandosi vide Ukyo che, vestita con la sua usuale uniforme maschile del Furinkan, lo guardava stranita.
"Ranchan? Che sta succedendo qui? Stai bene?".
La ragazza si trovò tutti gli sguardi puntati addosso, e quasi si pentì di essersi fermata a salutare Ranma. Avevano tutti delle espressioni sconvolte, neanche le fosse spuntata una seconda testa!
"Q-qualcosa non va...?" azzardò a chiedere, ma non ebbe risposta. Vide invece la vecchia Obaba avvicinarsi a lei saltellando sul suo bastone, scrutandola come se la stesse guardando per la prima volta.
"Tu potresti andar bene, giovane Ukyo" le disse, mentre la studiava da vicino - troppo vicino.
"Bene per COSA?" insistette la ragazza, chiaramente spazientita. Odiava sentirsi al centro dell'attenzione in quel modo, soprattutto senza che nessuno si degnasse di darle delle spiegazioni.
Obaba la guardò e, per la prima volta in quei due giorni, finalmente sorrise. Uno dei suoi sorrisi incredibilmente falsi, che volevano dire solo una cosa: guai. "Ma per diventare la fidanzata della mia Shan-Pu, è ovvio!".
Ukyo non sapeva se scoppiare a ridere o urlare dall'orrore. "Io COSA dovrei fare CON CHI?" Stava quasi per assalire la vecchia quando si sentì afferrare per le spalle. "Ucchan, ti prego! Lascia prima che ti spieghi!" La voce di Ranma, com'era prevedibile, la calmò immediatamente. "Sarà meglio metterci comodi, è una storia lunga...".

Circa mezz'ora dopo, all'interno del Nekohanten, regnava il silenzio più totale. L'unica a parlare era Ukyo, le cui domande ricevevano risposte monosillabiche o cenni d'assenso o dissenso.
"Quindi io dovrei recitare il ruolo della... fidanzata di Shan-Pu?" chiese per l'ennesima volta. "E solo perché non vuole sposare Mousse?" Quest'ultimo, insieme ai restanti presenti, le fecero cenno di si con la testa per l'ennesima volta.
"Io non ti capisco Shan-Pu! Che c'è di male nello sposare Mousse? Ok, non è Ranchan - nessuno è come lui!" si premurò di specificare, provocando un ringhio gutturale da parte di Akane, che poco aveva di umano e molto di bestiale "Ma Mousse è comunque un buon partito secondo me! A trovarne di bei ragazzi così!" disse gesticolando verso Mousse, il quale si mostrò piacevolmente sorpreso dai complimenti, arrossendo come un peperone. Non era abituato a riceverne, in effetti.
"Se stupido Mousse ti piace tanto, perché non sposi tu?" rispose Shan-Pu, dimostrando di avere il colpo in canna pronta per ogni evenienza.
"Perché io amo solo Ranchan!" fu l'ovvia risposta di Ukyo, che non era da meno della cinesina. Akane ringhiò a entrambe mentre Ranma sbuffò, alzando gli occhi al cielo. Non sarebbero giunti da nessuna parte continuando di questo passo.
"Dei tuoi pareri riguardo l'aspetto di Mousse e della situazione ci importa poco, signorina Ukyo" disse infine Obaba, ponendo fine alla diatriba. "Quello che mi importa sapere è se sei disposta ad aiutarci."
"Non vedo perché dovrei aiutare una rivale" rispose Ukyo.
"Nemmeno se servisse per salvare due vite?" le chiese Ranma, contando sulla bontà d'animo dell'amica.
Ukyo distolse lo sguardo, incerta su cosa fare. Se Shan-Pu avesse sposato o sfidato Mousse in un modo o nell'altro si sarebbe liberata di una rivale, mentre aiutandola in quella messinscena di sicuro non ci avrebbe guadagnato nulla... ma era davvero disposta ad arrivare a tanto pur di avere campo libero con Ranma?
Mentre era assorta nei suoi pensieri, si sentì la porta principale del locale aprirsi. "Mi spiace, siamo chiusi..." disse Obaba voltandosi verso l'ingresso, ma le parole le morirono in gola.
"Potresti fare un'eccezione per me." disse una voce di donna. La proprietaria di quella voce era una giovane donna cinese, dai capelli bianchi e gli occhi e le labbra truccate di rosso. Il fisico longilineo era fasciato in un qi-pao bianco con ricami dorati. La vecchia Obaba rimase a fissarla per un pezzo. A quanto pare, il Consiglio era già stato informato.
No, maledizione. Non lei. Obaba imprecò nella propria mente. Al Consiglio dovevano essersi scocciati della situazione, evidentemente.
"Xi-Lin! Mia cara, che piacere vederti!" cinguettò la vecchia mentre si avviava verso la nuova arrivata. Le fece strada e la invitò ad avvicinarsi al tavolo attorno al quale erano tutti riuniti, senza però invitarla a sedersi e senza fare nessun gesto in merito. Doveva guadagnare tempo.
"Ku-Lun, sei furba abbastanza per sapere perché sono qui. O la vecchiaia ti ha privata della tua leggendaria arguzia, per caso?" fece Xi-Lin con voce maliziosa ma senza cenni di scherno o disprezzo. Era un tono gioviale, di quello che si usa fra amiche.
Il cervello della cariatide lavorava furiosamente: non poteva permetterle di stare lì, almeno non finché la ragazza degli okonomiyaki non avesse deciso qualcosa a riguardo del loro piano. Trova un buon motivo Cologne, trova un buon motivo per portarla via di qui. E alla svelta.
"Oh, cara la mia giovincella. Non sottovalutare le vecchie carampane come me che prima di arrugginire ne devono superare di secoli" rispose ridendo. Poi aggiunse, più seria: "E sì, certo che so cosa ti porta da queste parti. A tal proposito vorrei gentilmente chiederti di seguirmi di là, devo spiegarti una o due cosucce".
Per fortuna di tutti non vi fu una sola obiezione a questo invito, quindi le due amazzoni lasciarono gli altri nella sala grande del ristorante. Non prima che Obaba buttasse una feroce occhiata a Ukyo.
Non appena la porta della cucina si chiuse tutti gli occhi piombarono sulla ragazza: le vite di Shan-Pu e Mousse dipendevano da lei. Poteva salvarli o condannarli a morte semplicemente con una parola o un gesto.
"E-Ehi! Non guardatemi tutti così! Mi mettete in soggezione" azzardò piuttosto timidamente.
"Ucchan" disse Ranma, austero come non era mai riuscito ad esserlo prima "ti prego, fai come ti ha chiesto la vecchia. O vuoi davvero che Shan-Pu e Mousse facciano una brutta fine? Io non potrei mai più rivolgerti la parola se non dovessi almeno prendere in considerazione l'idea".
Ukyo si morse il labbro inferiore, incerta su cosa fare. Ranma l'aveva appena messa abilmente alle strette - il maledetto, la conosceva fin troppo bene!
In effetti, per quanto tra lei e la cinese non corresse buon sangue, non aveva intenzione di vivere con la sua morte e quella di Mousse sulla coscienza, soprattutto se aveva la possibilità di impedirlo. In fondo, cosa le costava fingere per qualche giorno...?
Sentiva gli occhi di tutti puntati addosso, in particolare quelli di Mousse e Shan-Pu; quei due inoltre si erano scambiati parecchi sguardi eloquenti in quei minuti. Che lo volessero o no ormai i loro destini erano intrecciati più di prima, e la loro sopravvivenza non era più questione di uno stupido duello. Forse trovarsi faccia a faccia con qualcosa di più grande di loro e che aveva un tale potere sulle loro giovani vite stava iniziando a farli ragionare...
"Allora, immagino abbiate qualcosa da riferirmi." disse una voce dietro di loro. La donna che Obaba aveva chiamato Xi-Lin era tornata al loro tavolo, pretendendo una risposta che neanche loro avevano. Obaba arrivò poco dopo, con la stessa espressione di prima sul volto. Continuò a fissare Ukyo, augurandosi che la ragazza facesse la scelta giusta.
La donna dai capelli bianchi si avvicinò a Mousse, ancheggiando con fare sensuale. Quando si piegò ad osservarlo più da vicino, il ragazzo era di nuovo rosso dall'imbarazzo. "E così sei tu che hai battuto la nipotina di Ku-Lun... sai che sei proprio carino, Mu-Si?" disse.
Shan-Pu si irrigidì nell'osservare la scena. Era... gelosia, quella che provava? Impossibile!
Xi-Lin studiò il volto di Mousse, divertita dalla reazione del giovane, poi sorrise. "Sono più che sicura che il vostro sarà un bel matrimonio!"
"Mi dispiace doverla deludere" la interruppe Ukyo "ma non ci sarà alcun matrimonio tra Mousse e Shan-Pu." disse, avvicinandosi a quest'ultima e cingendole le spalle. "Non vedo perché Mousse dovrebbe sposare la mia donna!"
Mentre guardava i volti sorridenti dei presenti - e quello sconvolto di Xi-Lin, Ukyo si augurò di non essersi cacciata nel casino più grosso della sua vita.

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Capitolo 6
*** Ehi Ukyo, quando la apri la tua agenzia matrimoniale? ***


"KU-LUN! Questo cosa vuol dire?" urlò Xi-Lin, fuori di sé. Cos'era quella stupidaggine? Cos'era? COS'ERA?
"Dimmi, cara. C'è qualche problema?" rispose la vecchia con un tono che definire "strafottente" sarebbe stato un complimento. Il metaforico pugno in faccia fece male all'amazzone più giovane.
"Cosa vuol dire che questa giapponese sarebbe... sarebbe... la... donna di Shan-Pu? È inconcepibile".
La vecchia, dalla cima del suo bastone, regalò ai presenti il suo sorriso più inquietante mentre si accingeva a spiegare: "Cosa vuol dire? Non c'è mica niente da spiegare. Shan-Pu ha scoperto, mentre eravamo qui a Nerima, che in realtà ha una... preferenza, anche nel letto, per le esponenti del suo stesso sesso. So che è una situazione non comune, data anche la struttura e il modo di vivere della nostra tribù. Ma è così. Pertanto...". Lasciò volutamente il discorso in sospeso.
"Pertanto?" sibilò l'altra.
"Pertanto, secondo questa antica legge che ho casualmente recuperato proprio poco prima che tu arrivassi, il matrimonio fra Shan-Pu e Mu-Si non si celebrerà. E sai bene che non esiste nulla al di sopra delle leggi".
Xi-Lin si sentì ribollire. Una... sconcezza del genere non si era mai vista da almeno cinquecento anni, da quel che ne sapeva. E non ne sapeva molto, quindi il tempo poteva pure essere di più. E in effetti esisteva una normativa del genere e lei, in quanto membro del Gran Consiglio, era tenuta a conoscerle tutte a menadito.
Però... però...
"Il tempismo è sospetto, cara Ku-Lun. Mi vorresti far credere che tutto questo salta fuori proprio poco prima della mia venuta? E com'è che la giovane Shan-Pu non ha mai, ma proprio mai manifestato simili tendenze prima?".
'Sta giovinastra è proprio furba e si merita il suo posto, pensò Obaba mentre la suddetta giovinastra guardava di sbieco Ukyo che cercava maldestramente di essere affettuosa nei confronti di Shan-Pu.
"No, mi spiace. Io non credo a questa fandonia" sentenziò.
La vecchia Obaba mantenne tutto il suo autocontrollo. "Sei liberissima di non crederci, Xi-Lin, eppure le cose stanno così. Shan-Pu è giovane, ed è normale che non avesse ancora manifestato alcuna preferenza specifica per l'uno o l'altro sesso."
"Eppure il nostro villaggio è formato in buona parte da donne, com'è possibile che non abbia mai dimostrato un po' di interesse verso una coetanea?" fece notare la giovane amazzone dai capelli bianchi. Obaba ammise che era un dubbio legittimo, ma riuscì a mantenere ancora una volta tutta la sua compostezza, e a formulare in pochi secondi una risposta plausibile.
"La tua osservazione è corretta mia cara, ma devi tener conto della giovane età di mia nipote: siamo andate via da Joketsuzoku che aveva compiuto sedici anni da poco tempo, e a parte i suoi allenamenti non aveva mai avuto modo di sperimentare relazioni amorose con suoi coetanei, ragazzi o ragazze che fossero. E' qualcosa che ha scoperto solo a Nerima... e quanto pare preferisce le donne agli uomini." disse, sorridendo melliflua. "Capisco il tuo sgomento, è qualcosa che ha sconvolto anche me all'inizio, non sono abituata alla gioventù moderna... ma cosa vuoi che ti dica, è pur sempre mia nipote, e voglio solo che sia felice." mentì.
Shan-Pu notò la bugia insita nell'ultima frase. Se avesse davvero tenuto a lei ora non si sarebbero trovate in quel guaio. Guardandosi attorno notò come la tensione stava logorando un po' tutti, inquieti circa le intenzioni della nuova arrivata. Quando si girò verso Mousse, quest'ultimo le restituì uno sguardo che era un misto di odio e comprensione. Sentì un improvviso nodo allo stomaco; poco prima le attenzioni di Xi-Lin verso il ragazzo l'avevano infastidita, e adesso si sentiva stranamente... vicina a lui. Forse era solo dovuto al trovarsi sulla stessa barca, o forse no... non riusciva a capirlo. Una cosa vera sua nonna l'aveva detta: non aveva alcuna esperienza sentimentale, esclusa la sua ormai storica cotta per Ranma. Non era capace di distinguere i sentimenti che provava, né tanto meno gestirli.
Il silenzio venne infine interrotto da Xi-Lin.
"Bene, se le cose stanno così non ho da obiettare." disse, e i presenti stavano quasi per tirare un sospiro di sollievo, quando aggiunse "Ma ovviamente devo essere certa che il vostro non sia un trucco. Sai come sono le regole del Consiglio... quindi rimarrò con voi qualche giorno, per osservare da vicino la vita della tua nipotina e della sua... fidanzata" disse, voltandosi a osservare Shan-Pu e Ukyo, che a stento riuscivano a mantenere i nervi saldi "Sempre se la cosa non vi crea problemi, ovvio." concluse, sorridendo.
"Immagino che la sua sia una domanda retorica, onorevole Xi-Lin" disse Shan-Pu cercando di trattenere il maremoto di sentimenti che ardevano in lei: disgusto per il tocco di Ukyo... d'accordo che si sentiva confusa nei confronti di Mousse, ma almeno sapeva bene che non le faceva piacere avere una ragazza avvinghiata a lei in quel modo... risentimento verso la nonna che non esitava a mentire in modo tanto spudorato pur di non consentirle di fare come volesse, la già citata indecisione verso Mousse e adesso anche la rabbia verso 'sta rompi che era spuntata fuori da un cilindro cinese e aveva appena deciso di marcarla come un rottweiler anti-droga che ti sniffa da vicino cercando dove hai nascosto l'ovulo con dentro la cocaina.
Quando sarebbe finita quella tortura? Quando sarebbe stata libera di poter fare come le pareva? Quando avrebbe potuto innamorarsi di qualcuno e, si voleva sperare, poterci stare assieme senza avere fra le scatole centenarie arcigne, tipe dai capelli bianchi a ringhiarle dietro e stupidi anatroccoli antropomorfi a sbavare dove passava?
"Chiaramente. Ma mi piace essere gentile" rispose quella, sogghignando.
"Che ha detto?" mormorò Ranma dalle retrovie verso Mousse. "Niente di importante in realtà" rispose quello.
Avvicinandosi all'orecchio del ragazzo aggiunse, piano: "Ti consiglio di fare attenzione, Xi-Lin è uno dei membri più importanti e infidi del Consiglio. E hai visto quant'è fluente nel giapponese. Cerca di non farti sentire a dire cose compromettenti, mh?".
Il codinato annuì, sebbene un po' incerto.
Akane era sollevata dalla piega presa dagli eventi ma non poté trattenere un moto di inquietudine. L'amazzone appena arrivata sembrava una tipa tosta e non sarebbe di certo stato facile metterla nel sacco. Ma lei era determinata a far sì che la loro scenata andasse a buon fine.
L'alternativa la terrorizzava. Ebbe un flash di Shan-Pu a terra, col petto squarciato, e Mousse accasciato su di lei in lacrime. Rabbrividì.
"Ovviamente non c'è alcun problema mia cara" aggiunse Cologne in giapponese "Anzi, se vuoi seguirmi, vedremo di sistemarti in una delle stanze al piano di sopra..." disse, e fece cenno a Xi-Lin di seguirla. Quest'ultima fece un inchino ai presenti e si allontanò con la vecchia, ma continuando a lanciare uno sguardo attento a Shan-Pu e Ukyo. Quando le due donne sparirono al piano di sopra, i ragazzi tirarono un sospiro di sollievo, quasi avessero trattenuto il respiro per tutta la durata della conversazione.
"E questa è andata" disse Ranma, che non sopportava i lunghi silenzi "Il problema è come far credere a quella tipa che Shan-Pu e Ukyo stanno davvero insieme..."
"... per qualche giorno almeno." concluse per lui Akane.
"Questa è davvero un'ottima domanda!" disse Ukyo, alterata per la situazione, ma cercando di mantenere un tono di voce basso, nel caso la cinese fosse ancora nei paraggi. "Spero abbiate qualcosa in mente, perché quella tipa mi sembra abbastanza pericolosa e io non voglio dover finire con la gola squarciata solo per aver voluto aiutare la donna-gatto!" disse indicando Shan-Pu, che non apprezzò particolarmente il nomignolo, seppur veritiero.
Ranma e Akane si guardarono per qualche istante, incerti su cosa rispondere; in effetti nessuno dei due aveva idee in merito, non c'era stato tempo materiale per pianificare qualcosa.
"La prima cosa da fare è che passiate molto, MOLTO tempo insieme" disse Mousse, attirando improvvisamente la loro attenzione. "Dovrete comportarvi nel modo più naturale possibile, come una vera coppia. So che l'idea fa ribrezzo a entrambe, ma suppongo che il venire uccise nel caso saltasse fuori la verità possa essere un buon incentivo a far sfoggio delle vostre migliori doti di attrici."
I ragazzi guardarono allibiti Mousse, che parlava con una serietà e una "professionalità" che non gli avevano mai visto. Il giovane notò gli sguardi, ed ebbe il buongusto di mostrarsi imbarazzato. "Beh, che c'è? Mentre Xi-Lin e la vecchia mummia parlavano ho avuto modo di riflettere sul da farsi!"
"Complimenti Mousse, bella mossa!" disse Ranma, seguito da cenni d'approvazione degli altri... persino di Shan-Pu.
"Allora tu non sei così stupido come vuole fare credere, stupido Mousse..." disse la cinesina. Non era proprio un complimento, ma da Shan-Pu era già più di quanto avesse mai osato sperare.
"Almeno qualcuno qui dovrà farli funzionare quei due neuroni..." rispose un po' caustico. Non aveva ancora messo da parte il suo risentimento, e non aveva intenzione di farlo. Non tanto presto.
In quel momento Obaba scese di nuovo al piano di sotto. "Bene signori, è ora di mettere in scena un fidanzamento tra donne."
"Orpo!" esclamò improvvisamente Ukyo strillando come una bertuccia "ma è tardissimo! Devo andare a scuola! Ranchan, Akane, dovreste sbrigarvi anche voi!". E senza aggiungere altro schizzò fuori dal ristorante, dribblando con maestria la porta sfondata.
Ranma non mancò di notare, mentre si girava, qualcosa di strano nei suoi occhi. C'era... cos'era? Schifo? Disprezzo? Cosa?
Scattò come una saetta e la inseguì, portandosi involontariamente dietro tutta la cricca. Ma, mentre correva, trovò da qualche parte il coraggio di urlare "Non seguitemi! Voglio parlarle da solo!".
Tutti si bloccarono, sbigottiti da una così insolita dimostrazione di forza da parte del giovane Saotome. Tutti tranne Akane.
Sceneggiata o non sceneggiata non aveva intenzione di lasciare Ranma solo con Ukyo. Ma proprio no. Chissà quella cosa poteva mettersi in testa, se si fosse accorta che lui la stava inseguendo.
"Akane, per favore! Ho chiesto di poter rimanere con lei" disse esasperato.
"Sogna, caro mio. Non ti lascio solo con quella iena".
"Iena? Iena? Ucchan non è una iena!".
"Lascialo dire a me, questo".
"Va bene, cocciuta che non sei altro. Ma per favore, fai parlare me".
"Te lo posso concedere".
La raggiunsero dopo poco. Ranma le prese un braccio per fermarla. Quando la fece girare qualcosa si spezzò dentro di lui: era un fiume di lacrime.
"U-Ucchan? C-Che... che ti succede?" chiese, spaventato come lo era stato poche volte in vita sua.
"Ranchan... io... io... perché mi sono fatta coinvolgere in... in questa pazzia? Non sono... non sono in grado... di...".
Ranma sapeva che il gesto che si apprestava a fare lo avrebbe messo in casini ciclopici con Akane, ma decise di non preoccuparsene. Prese la sua amica di infanzia fra le proprie braccia e la strinse a sé.
Ci vollero pochi secondi per fare in modo che sentisse la demoniaca aura della sua fidanzata rozza esplodergli dietro.
"Ranma!!! Come ti permetti di toccarla in quel modo, depravato!" urlò Akane, pronta ad avventarsi sul povero Ranma, ma si fermò coi pugni a mezz'aria quando sentì le parole di Ukyo, che non si era neanche accorta della diatriba tra i due.
"Ranchan, io... io non posso, capisci? Non posso..." singhiozzò.
"Ma Ukyo, si tratta solo di fingere qualche giorno... insomma, l'hai fatto per tanti anni, qual è la differenza?" chiese ingenuamente.
Ukyo alzò lo sguardo di scatto. "E' proprio questo il punto! Io ho finto per anni di essere un ragazzo, mi sono comportata come un maschio perché volevo vendicarmi di uno stupido torto subito da tuo padre, ho persino frequentato una scuola maschile! Io non... non ho mai capito cosa volesse dire fino ad ora essere una ragazza, e anche adesso non sono del tutto sicura di averlo capito... forse sto ancora imparando ad abituarmi di nuovo alla mia natura, ma... questo" disse, allargando le braccia, riferendosi ovviamente a quella grossa messinscena in cui era stata coinvolta "non so nemmeno come affrontarlo. Mi capisci?" disse guardando Ranma con le lacrime agli occhi.
Akane si sentì in qualche modo vicina ad Ukyo. Era cresciuta come erede di una scuola di arti marziali, e con la convinzione di dover essere quindi meglio di un ragazzo. Questo aveva inciso molto sul suo lato femminile: non che non riuscisse ad esserlo... ma si sforzava talmente tanto di voler sembrare a tutti i costi una ragazza femminile, da risultare goffa e grottesca. I suoi disastri culinari ne erano l'esempio perfetto. Capì come dovesse sentirsi Ukyo... essere costretta ad interpretare di nuovo un ruolo mascolino, per di più quello di una donna "mascolina" innamorata di un'altra donna, doveva averla scombussolata parecchio. Si sentì incredibilmente in colpa per aver contribuito a coinvolgerla senza neanche chiederle un parere.
Akane aveva un miliardo di difetti, ma una cosa che non le mancava era l'empatia. Guardando la forma strepitante di Ukyo che non accennava a smettere di singhiozzare lasciò che la propria ira si sciogliesse e fluisse via dal suo corpo. E non poté fare a meno di sentirsi in colpa per aver anteposto il suo umore, notoriamente capace di ondeggiare veloce come un'altalena, alla situazione più grande che in quel momento gravava sulle loro teste.
Fece un passo, il braccio timidamente teso in avanti. Voleva dire qualcosa ma sentiva che qualunque cosa fosse uscita dalla sua bocca sarebbe suonata inadeguata e priva di tatto. Fossero anche state le scuse più sincere di cui era capace.
Non capitava spesso, ma quando succedevano cose simili Akane si sentiva il peggiore dei vermi. Si diede anche uno schiaffo.
Il rumore non mancò di preoccupare Ranma che, pur non lasciando Ukyo, si voltò leggermente verso di lei. E quando vide la guancia arrossata gli nacque una smorfia sul viso. "Stupida! Perché l'hai fatto?".
Poggiandosi una mano sulla fronte, che aveva preso a dolerle, lei rispose "No, tranquillo. Non è niente. Mi sono lasciata andare un attimo. Tu pensa a lei, io vi precedo a scuola". E scappò via.
Ranma roteò gli occhi a cielo e silenziosamente maledisse la propria sfortuna con le ragazze. Tornò a dedicarsi alla sua amica di infanzia, ancora disperata e capace solo di emettere suoni gutturali e incomprensibili.
"Ucchan, per favore. Cerca di calmarti" la spronò lui con dolcezza.
La ragazza continuò a piangere per qualche minuto, per poi calmarsi pian piano.
"Mi dispiace Ranchan..." sussurrò "non volevo... è solo che è una situazione così, così... assurda!"
Ranma non poté fare a meno di ridere. "Oh Ucchan, non te lo immagini nemmeno, e te lo dico io che ci sono finito in mezzo praticamente dall'inizio, e senza neanche averlo chiesto!" le disse, aiutandola ad alzarsi. "Se quel testone di Mousse non avesse sfidato Shan-Pu a quest'ora non saremmo qui ad augurarci che un'amazzone cinese creda alla messinscena più assurda della storia!"
"Non lo pensi nemmeno tu" disse Ukyo accennando un sorriso, e asciugandosi le lacrime "Voglio dire, nemmeno tu credi che Mousse avrebbe dovuto continuare a subire le angherie di quelle due, o non lo avresti aiutato."
Ranma guardò l'amica e arrossì, un po’ infastidito dal suo essere così prevedibile nelle questioni personali. Però aveva ragione, e come Akane aveva provato empatia per Ukyo, anche lui l'aveva provata per Mousse quando la sera prima si era sfogato con lui, nella palestra dei Tendo.
"No, non credo che avrebbe mai dovuto star zitto e sopportare quelle due in silenzio. Ma poteva almeno trovare uno stratagemma migliore del duello all'ultimo sangue..." disse, senza concludere la frase. Non ce n'era bisogno.
Dopo qualche momento di silenzio Ukyo, visibilmente più calma, sorrise a Ranma. "Ti ringrazio".
"Per cosa?"
"Per aver ascoltato il mio piagnisteo" ridacchiò la ragazza.
Ranma le sorrise "Non è quello che fanno gli amici?".
Ukyo sorrise, un sorriso con un velo più malinconico, perché sapeva che l'amicizia era tutto ciò che avrebbe mai avuto da Ranma, ma non lo diede a vedere. "Si, hai ragione" disse, poi iniziò ad incamminarsi verso la scuola. "Adesso è il caso di andare, o faremo tardi... e poi tu devi andare a parlare con Akane!" concluse.
Ranma la guardò interrogativo, come se avesse perso di colpo tutta la sua intelligenza. "E perché?"
Ukyo alzò gli occhi al cielo. Forse quello davvero senza speranza, in quella gabbia di matti, era proprio lui. Stava per abbandonare il discorso quando venne sfiorata dall'idea di seguire l'esempio di Mousse e mettere le cose in chiaro una volta per tutte.
"Ranma... perché sei così tardo in questioni di cuore?" soffiò tutto d'un fiato, come se avesse avuto le mani sul fuoco e volesse toglierle il più velocemente possibile.
Lui era già partito, incamminandosi verso il Furinkan. Non si fermò mentre le chiedeva "Scusa? Cosa intendi?".
Un altro sospiro. Ma veramente, cosa aveva quel ragazzo in testa? Calcinacci?
"Non capisco perché mi sento obbligata a farmi del male in questo modo. Se non ci arrivi da solo te lo spiego io perché devi parlare con Akane". E dicendo questa frase si avviò anche lei.
"Ecco, mi faresti un piacere perché non ho capito nulla di quel che intendevi".
I casi erano due: o Ranma in realtà era un sadico bastardo e godeva nel piantarle stiletti nel cuore e girare lentamente la lama per farla soffrire di più, o era davvero così lento di comprendonio da non capire sul serio.
"Perché l'hai offesa quando mi hai abbracciata, scemo che non sei altro!" scoppiò, disarmata di fronte all'ovvietà di quanto stava spiegando.
"Ucchan, sei sconvolta più del previsto. Non vedo perché Akane avrebbe dovuto sentirsi infastidita quando ti ho abbracciata. E poi, onestamente, al momento non ci ho proprio pensato. Eri di fronte a me, piangevi come una bimba e ho fatto solo ciò che mi è venuto naturale. Avevi bisogno di me. Te l'ho detto, a cosa servono gli amici sennò?".
Kami. Come faceva a essere così cieco? Non poteva essere vero, non ci credeva.
"Tonto di un Ranma! Lei ti vuole bene! È normale che sia gelosa!".
Lei finì con lo sbattergli contro, visto che lui si era piantato paralizzato in mezzo alla via.
"Tu... che scherzi sono questi?".
Ukyo si massaggiò il naso dopo aver cozzato contro di lui. Lo guardò con aria interrogativa, senza più fastidio o gelosia. Era semplicemente sconvolta da tanta... ingenuità? Idiozia? Faticava persino a trovare una definizione.
"Ranma, dico sul serio... credi davvero che Akane reagisca come una furia ogni volta che ti vede con un'altra ragazza solo perché è il suo carattere?"
Il ragazzo le regalò lo sguardo più sereno del mondo e la risposta più stupida dell'universo. "Certo che si Ucchan! Si comporta così da quando la conosco, per lei sono sempre stato un pervertito che meritava di essere pestato a sangue! Cosa dovrebbe esserci di diverso adesso?"
La povera Ukyo era seriamente allibita. Voleva un bene dell'anima a Ranma - e anche di più, si sapeva, ma quando si trattava di relazioni personali quel ragazzo si trasformava nell'essere più ritardato della terra. Non che fosse totalmente colpa sua... aveva passato più di dieci anni in giro per il mondo ad allenarsi col padre, senza mai avere modo di instaurare legami d'amicizia. Era normale e comprensibile che avesse difficoltà con l'altro sesso. Ma alle volte superava i limiti dell'umanamente concepibile!
"Ranchan, ascoltami attentamente perché non so se avrò mai più la pazienza di spiegartelo" disse, facendo ricorso a tutta la propria calma "Potrà sembrarti qualcosa di assurdo e impossibile, ma Akane ti vuole bene, MOLTO bene... quelli che erano iniziati come modi di fare dati dal suo carattere, si sono trasformati col tempo in manifestazioni di gelosia. Perché è NORMALE che una ragazza innamorata sia gelosa del proprio uomo, se viene perennemente inseguito da altre ragazze! E non negare che sia così" disse, prevenendo un tentativo di replica da parte dell'amico "perché sai meglio di me cosa voglia dire essere gelosi. Anche tu hai i tuoi scatti d'ira quando Akane viene avvicinata da altri ragazzi. Ed è inutile che lo neghi, perché li ho notati. Tutti li abbiamo notati."
Ranma rimase in silenzio, e incassò il colpo con stile. Decisamente colpito e affondato. Ukyo aveva fatto la più perfetta delle analisi del suo rapporto con Akane, e persino di loro due come persone. E qualunque cavolata avesse tirato fuori per negare si sarebbe conclusa in una stupida scalata agli specchi.
"Akane è corsa via perché era gelosa, di sicuro vederti così comprensivo e affettuoso con me le ha fatto male. Tu non ti sei mai comportato così con lei." disse Ukyo, volutamente caustica.
Ouch, stilettata dolorosa.
"Io non... non so cosa fare" disse Ranma infine. Ukyo sorrise e scosse la testa. Era senza speranza. "Di sicuro parlarle potrebbe essere un buon inizio, non credi?"
Ranma prese a sudare. Non gli piaceva sentirsi in imbarazzo e al momento non riusciva a fare altro.
Sudava come neanche durante i peggiori sforzi fisici. Herb gli sembrò uno scherzo; Orochi una passeggiata; Saffron una camminata nel parco.
Si girò verso di lei e la vide giganteggiare su di lui. Una simile capacità analitica da una persona da cui non se la aspettava e che, oltretutto, era innamorata di lui ma trovava la forza e la lucidità di essere così onesta e brutale, considerato anche l'enorme casino in cui era stata scagliata dai quei folli dei cinesi... sì, si sentiva intimorito e imbarazzato e piccolo piccolo di fronte a lei.
"Ranchan" riprese lei, dolce come un cioccolatino "hai qualcosa di prezioso con Akane. Non fartelo sfuggire per stupide incomprensioni o insensato orgoglio. Morirei di crepacuore se non ti vedessi felice, e voglio dirti che credo tu possa esserlo solo con lei. L'esempio di Mousse mi ha scossa nel profondo. Ha trovato dentro di sé l'impeto per mettere le cose in chiaro e ho deciso di farlo anch'io. Ti amo, lo sai. Ma sai anche cosa provi per lei e, seppur tu non lo creda, sai anche quello che lei prova per te. Non gettarlo via".
Ranma credette di vedere nei lineamenti della sua più cara amica quelli, altrettanto gentili e comprensivi, di Kasumi che gli rivolgeva parole simili la sera prima, in camera sua.
Possibile che fosse così chiaro a tutti tranne che a lui? Era davvero tanto stupido?
Non voleva più affrontare l'argomento. Troppo e tutto in una volta, non era in grado di digerirlo.
"Ucchan, grazie per la sincerità. Ma dì la verità, tutto questo spettacolino l'hai messo su solo per distrarti dai tuoi compiti di focosa amante di un'amazzone cinese" ridacchiò con un pizzico di volgarità nella voce.
Lei avvampò al rimarco, anche se un grammo di rabbia si fece strada nella sua espressione. Aveva ragione, ma questo non significava per niente che quanto lei avesse detto non fosse comunque vero.
"Andiamo. Siamo in ritardo mostruoso. E parla con Akane, Ranchan. Glielo devi".
Akane intanto era già arrivata a scuola, e aveva preso il suo posto in aula. Poggiò la testa sul banco, esausta. Era stata una mattinata assurda... e quella scena di prima, poi, l'aveva davvero scombussolata.
E non era stata la solita gelosia... o meglio, non solo. Si era davvero sentita vicina ad Ukyo in quel momento, aveva compreso perfettamente come la ragazza si sentiva: un pesce fuor d'acqua nei panni che le sarebbero dovuti essere congeniali. Essere donna e non riuscire a sentirsi a proprio agio.
Poteva sembrare un controsenso detto da una ragazza della sua età, eppure era così che spesso si sentiva. Mai abbastanza femminile, mai abbastanza elegante, mai abbastanza... e basta. E quando aveva visto Ukyo lasciar cadere la sua corazza e mostrare la sua fragilità davanti a una situazione che l'aveva vista costretta a rimettere in discussione la sua natura di donna, seppur per finzione, l'aveva toccata nel profondo.
Sospirò. Quel grosso casino stava facendo venire a galla i conflitti interiori di tutti quanti loro. Non si sarebbe stupita se, una volta risolto quel macello, fossero finiti tutti quanti in analisi.
"Akane... va tutto bene?"
La voce di Ranma la destò dai suoi pensieri. Sollevò il viso a guardare quello del ragazzo, e incontrò il suo sguardo sinceramente preoccupato.
La cosa non poté non colpirla.
Quello sguardo era lo stesso che aveva visto rivolgere a Ukyo poco prima... e mai a lei.
Le dava fastidio ammetterlo, perché quasi sembrava sminuire tutti i suoi pensieri di prima, ma se stava così era anche per gelosia. Ma non la sua solita gelosia aggressiva... un tipo di gelosia mista a sofferenza. Perché si, vedere Ranma così affettuoso con Ukyo l'aveva fatta stare male. Perché Ranma non era mai stato affettuoso e dolce con lei.
Sorrise, falsa. "Certo che è tutto ok. Sono solo un po’ esausta, queste giornate assurde mi stanno sfiancando."
Ranma, inusualmente acuto, si accorse che stava mentendo. La limpidezza del discorso di Ukyo l'aveva davvero colpito. Sul serio.
"Akane, non dirmi bugie. Un uccellino mi ha detto che te la sei presa per quel che ho fatto prima per Ukyo e me ne scuso. Non era mia intenzione ingelosirti, quel che volevo in quel momento era solo consolare Ucchan. Se vorrai dopo avrei intenzione di parlare per bene di questa cosa, ok?".
Lei alzò una mano tremolante verso il suo viso. Era scioccata da quelle parole che mai si sarebbe aspettata sentir uscire da quelle labbra.
"Tu... tu chi sei? E cosa ne hai fatto del mio fidanzato pervertito?" chiese, scherzando fino a un certo punto.
"Sciocca. Non voglio più che succedano cose simili fra di noi. Un paio di persone più intelligenti di me mi hanno spiegato, con parole abbastanza semplici anche per un cretino del mio livello, dove sbaglio con te. E io ho intenzione di non venir meno ai loro sforzi. Certo che è strano...".
"Cosa? Che tu sia posseduto da uno spirito?".
"Per favore, sto cercando di essere serio. Intendevo dire: certo che è strano vedere cosa sta succedendo dopo che Mousse ha tirato fuori tutto quello che provava. Ha creato una reazione a catena che sta colpendo un po' tutti. Prima Ukyo... forse sto affrettando le conclusioni, ma ho avuto motivo di pensare che abbia... rinunciato a me...".
"C-C-C-Cosa?".
"Non scherzo. Ripeto, è possibile che stia assumendo cose che magari non sono vere. Ma ho avuto la netta sensazione che, quando mi ha parlato prima, oltre a tutto il resto di quel che mi ha detto, ci fosse un'implicita dichiarazione di arrendevolezza. Come se mi lasciasse andare lontano da sé".
Akane, in modo del tutto irrazionale, realizzò la verità. Era Ukyo l'uccellino a cui si era riferito Ranma prima. Era stata lei a spiegargli.
Non ci voleva credere. Ukyo, la stessa che aveva cercato di farli separare nel Tunnel dell'Amore Perduto. La stessa che, anche se con meno malizia delle altre pseudo-fidanzate di Ranma, non perdeva occasione per escogitare qualche malsano piano di distruzione. E adesso... adesso se ne usciva con un discorso simile?
Sentì irrefrenabile l'impulso di ringraziarla.

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Capitolo 7
*** Ehi voi due, la smettete di slinguazzarvi? ***


Il ristorante, di nuovo vuoto dopo che Ranma e le due ragazze si erano incamminati verso scuola, era impregnato di un'atmosfera pesante e quasi surreale.
Mousse, che evidentemente non aveva molta voglia di rimanere solo con Shan-Pu - chi l'avrebbe mai detto, eh? - si era dedicato alle commissioni; era ancora presto per i clienti e le ordinazioni del take-away, e al povero ragazzo toccava occuparsi persino del rifornimento della cucina. Ma quel giorno avrebbe fatto qualunque cosa pur di stare lontano da lì. Così Shan-Pu si era ritrovata sola, in cucina, intenta a preparare qualche impasto da tener pronto per le necessità, mentre la sua mente vagava, pensando a quanto successo solo un'ora prima.
Sospirò, chiedendosi in quale diamine di guaio si fosse cacciata.
"Fingermi lesbica? Io?" pensò. Decisamente Shan-Pu aveva ben chiare le sue preferenze, e le donne di certo non rientravano tra quelle. La situazione di Ranma ovviamente era un caso a parte.
L'arrivo di quella dannata amazzone non ci voleva assolutamente. Come aveva fatto il Consiglio a scoprire del suo duello con Mousse così presto? E come avrebbero fatto lei e Ukyo a fingersi una coppia? Come avrebbero dovuto comportarsi?
Troppe domande, e nemmeno una risposta.
Sfiorò ancora l'idea dell'alternativa: il duello all'ultimo sangue col suo promesso. Ma, a conti fatti, se la prospettiva di fingersi... intima con quella odiosa cuoca di ciarpame giapponese le faceva ribrezzo non è che quella di finire a piantarsi pugnali e quant'altro con Mousse la facesse esplodere di gioia. Dovette riconoscere però, almeno nella propria mente, che la morbosità dell'ipotesi un poco la stuzzicava. E riconobbe al suo conterraneo miope un coraggio... anzi, una folle determinazione fuori dal comune. Lui, che fino a quarantotto ore prima avrebbe leccato dove lei camminava, capace di uscirsene con una proposta tanto definitiva, violenta e priva di pietà, per lei o per se stesso... aveva un che di affascinante.
Solo per un breve istante accarezzò la possibilità di ritrovarsi, col naso rotto e una mano inutilizzabile, a sputare sul cadavere di Mousse e a ribadire la propria superiorità nei suoi confronti.
Anche se, e le costava ammetterlo, pure questa non era altro che una scappatoia dal nodo scorsoio che le leggi di Joketsuzoku applicavano spietatamente al collo dei suoi abitanti. In qualche modo sarebbe stata una dichiarazione di debolezza nei loro confronti, qualcosa come "sì beh, per sfuggire al matrimonio combinato si può fare così e cosà". E non che lei volesse liberarsi da quel scomodo vincolo, è che avrebbe ancor di più preferito non averci niente a che fare sin dall'inizio.
Esattamente come colui che avrebbe dovuto sposare stava sviluppando un odio viscerale per le regole amazzoni. Maledette parole che detenevano potere di vita o di morte su tutte loro.
Era ancora immersa nei suoi pensieri, quando si girò di scatto verso l'entrata della cucina. Puro istinto.
“Complimenti, hai sensi molto sviluppati” disse Xi-Lin, ferma all'entrata intenta a squadrare Shan-Pu dalla testa ai piedi “Non sono molti quelli che riescono a percepire la mia presenza quando non voglio farmi sentire, ne deduco che Ku-Lun ti abbia addestrata a dovere...”
Shan-Pu annuì. “E' un'ottima maestra, non potrei chiedere di meglio.” Le fece strano parlare in quei termini di sua nonna dopo quanto si erano dette in quei giorni. Non aveva smesso di volerle bene di colpo, era pur sempre la donna che l'aveva cresciuta e l'aveva addestrata nelle arti marziali... ma di sicuro quella situazione le aveva molto allontanate.
Xi-Lin si avvicinò a lei di qualche passo, guardandosi attorno e fingendo curiosità verso gli utensili da cucina, quando in realtà era ovvio che voleva solo osservare Shan-Pu il più possibile da vicino. Quest'ultima, leggermente infastidita, le rivolse un sorriso di circostanza: “E' affamata? Il viaggio sarà stato lungo, posso prepararle qualcosa...”
“Ti ringrazio ma non occorre. In realtà ero più interessata a scambiare qualche parola con te”
disse, sorridendole di rimando “Visto che sono qui per appurare la storia tra te e la tua... fidanzata, ero curiosa di sapere qualcosa di più su di voi... come è iniziata la vostra storia, ad esempio.”
Shan-Pu si irrigidì appena, trovandosi totalmente impreparata. Sperava di avere almeno il tempo di concordare una storia plausibile insieme ad Ukyo, e non di doverne improvvisare una in pochi secondi!
O la va o la spacca, pensò. Avrebbe parlato con Ukyo non appena avesse potuto per metterla al corrente delle novità. “Onorevole Xi-Lin, la storia fra me e Ukyo è cominciata in maniera assolutamente banale. Io ero giunta, insieme a mia nonna, da poco tempo qui a Nerima inseguendo quello che all'epoca pensavo fosse l'uomo che avrei dovuto sposare e portare a casa come mio marito, secondo gli antichi insegnamenti di Joketsuzoku”. Si chiese per un attimo se non avesse fatto percepire l'astio che provava verso quei precetti in maniera troppo trasparente. Lo sguardo di Xi-Lin, almeno all'apparenza, non tradiva nessun rimprovero o irritazione, sembrandole anzi uno di quegli sguardi che ti spingono a continuare un racconto interessante.
“La conobbi in un'occasione che onestamente ho rimosso tanto era, almeno in quel momento, priva di importanza. Credo sia stato davanti al liceo che lei e Ranma frequentano. Dovrebbe chiamarsi Furinkan o qualcosa del genere, ha visto che il giapponese non è il mio forte. Comunque, ero andata lì per corteggiare Ranma quando l'ho vista per la prima volta. E, come spesso le capita, l'ho scambiata per un maschio. La cara Ukyo ha una storia molto particolare e predilige fingersi un uomo per motivi che, se non le dispiace, preferirei fosse lei stessa a spiegarle”.
“Ma certo, comprendo bene la tua esigenza”
concesse l'altra, anche se il tono un pochino stridente della sua voce diede un rapido brivido a Shan-Pu. La quale, ovviamente, prese la privacy di Ukyo come scusa per non ammettere che non aveva la minima idea del perché quella svergognata si comportasse in tale, indecorosa maniera.
“Scoprii qualche tempo dopo che, in realtà, era una ragazza. E come se non bastasse era pure fidanzata con Ranma. Se devo essere onesta ignoro il motivo per cui lei fosse nella condizione di accampare simili pretese, ma di sicuro non mi feci intimorire e mi feci anzi ancora più insistente nei confronti di lui. Questo ci mise sin da subito in conflitto. La mia dolce metà” e qui ebbe un moto di vomito, che per fortuna si manifestò solo nella sua mente “è una tipetta combattiva e non si sarebbe mai fatta indietro con le buone. Poi ci fu quella volta in cui ci pestammo quasi a sangue e finii a farmi ospitare da lei per la notte...”.
E lì Shan-Pu diede sfoggio delle sue migliori doti di attrice. In questo Mousse aveva ragione, doveva ammetterlo.
Lasciò vagare lo sguardo oltre Xi-Lin, guardandosi attorno come se stesse ricordando un momento piacevole - ma che in realtà stava inventato in quell'esatto momento, e necessitava di ogni secondo possibile per farlo. Le riuscì perfino di sorridere.
“Beh, è un po’ imbarazzante da raccontare, sa...” cercò di temporeggiare, ma evidentemente Xi-Lin non era così stupida come sperava.
“Oh ti prego, continua! Adoro i racconti romantici!” chiosò.
Shan-Pu sorrise, quando in realtà avrebbe voluto torcerle il collo. Falsa. Come i suoi capelli bianchi, sicuro. Tuttavia riuscì a mantenere la sua compostezza, e riprese il racconto di quel ricordo che non esisteva. “Era iniziata come una delle nostre solite litigate per chi avesse la precedenza su Ranma, e caso volle che ci trovassimo proprio nel suo ristorante...”
Xi-Lin la guardò incuriosita “Anche la tua fidanzata ha un ristorante?”
“Oh si”
rispose svelta Shan-Pu “un ristorante di okonomiyaki, un piatto tipico giapponese. Dovrebbe assolutamente andare a trovarla e farsene preparare una!” disse, sperando di aver sbolognato una patata bollente alla giapponese. Non prima di averla aggiornata sulla loro finta relazione, ovviamente.
Xi-Lin ci pensò su un attimo, poi annuì. “Si, potrebbe essere una buona occasione per parlare anche con lei. Ma ti prego, continua il tuo racconto...” disse, e con un gesto la invitò a continuare.
Proprio non demorde, pensò Shan-Pu.
“Oh si. Dicevo, eravamo nel suo ristorante... sa, Ranma pranza spesso lì, e io l'avevo seguito. E sa com'è, tra un insulto e l'altro sono partiti i primi schiaffi e... siamo andate avanti per non so quanto tempo! Eravamo così coinvolte che non ci eravamo nemmeno accorte che Ranma era andato via! Alla fine, eravamo così stremate e malridotte che dovetti per forza di cose rimanere da lei, non ero proprio in grado di muovermi...” raccontò, mentre faceva lavorare le rotelline del suo cervello cercando nuovi spunti per il suo resoconto.
“Ne deduco che anche lei conosca le arti marziali...” la interruppe Xi-Lin.
“Oh, si! E' un'ottima combattente!” rispose Shan-Pu, sperando di nuovo di distrarla. Ma l'altra manteneva vivo il suo sguardo di chi attende con ansia la conclusione di una storia.
Sospirò. “Comunque... mi fermai da lei per quella notte e... non so come successe...” disse, fingendo imbarazzo. Ma neanche tanto in realtà, quello che stava per dire la imbarazzava sul serio, ma non nel modo che voleva far credere all'amazzone. “Parlammo per tutta la notte, probabilmente avevamo entrambe bisogno di sfogarci riguardo Ranma. Ma pian piano i nostri discorsi finirono su tutt'altro, e scoprimmo di come Ranma in fondo fosse solo una facciata ai nostri problemi, di quanto in realtà ci sentimmo entrambe sole e spaesate qui a Nerima, e di come in qualche modo ci sentissimo anche... sbagliate, ma non sapevamo ancora in che senso. Finché...” disse, trattenendo il fiato. “Finché...?” la incalzò Xi-Lin, ora seriamente interessata al racconto.
“Finché non ci baciammo” disse Shan-Pu, seriamente imbarazzata. Fu in quel momento che si accorse della presenza di Mousse, che doveva essere appena tornato dalle commissioni. La faccia sconvolta del ragazzo, rossa come un peperone per via del finto racconto, la ripagò di tutto quel casino. Una piccola rivincita ci stava sempre.
“Oh, Mu-Si” disse civettuola Xi-Lin avvicinandosi a lui con plateali ancheggiamenti da fotomodella fisicamente splendida, che sa di esserlo e non perde occasione di vantarsene in ogni modo possibile.
”Ho interrotto qualcosa?” chiese lui con quel filo di fiato che raccattò da in fondo alla gola.
“Oh no, Mousse. Tranquillo. Stavo solo raccontando alla nobile Xi-Lin come è scoccata la magia fra me e Ukyo” si affrettò a rispondere Shan-Pu, maledicendosi per la spropositata, almeno rispetto alle sue intenzioni, quantità di miele che aveva finito col riversare sul nome "Ukyo". Ci volle un attimo perché lui la guardasse come si potrebbe guardare un alieno fuggito dall'Area 51 e lei convenne silenziosamente che sì, era davvero assurdo sentirla parlare in quel modo ma diamine! Avevano una commedia teatrale da portare avanti. Sperando non diventasse una tragedia.
“Molto bene, Shan-Pu. Mi ritengo soddisfatta” disse poi l'amazzone più vecchia voltandosi verso di lei. “E ora, cara la mia ragazza, perché non mi mostri dov'è il ristorante della tua amata? Sarei desiderosa di avere una chiacchierata a tu per tu con lei”.
Se non fosse significato morte immediata Shan-Pu avrebbe permesso al proprio volto di contorcersi in un ghigno terrorizzato. Subito? Ma così non avrebbe potuto darle la versione che aveva appena esposto a costo della propria decenza e della propria sanità mentale!
Incredibilmente fu l'unico uomo presente a salvare la situazione in calcio d'angolo: “Nobile Xi-Lin, mi spiace ricordarle che in questo momento Ukyo, assieme agli altri due ragazzi giapponesi che erano presenti qui al Nekohanten poco fa, si trova a scuola. E per quanto capisca che la questione è importante è mio dovere farle presente che non le è possibile irrompere in un'aula per interrogare un alunno. O ha intenzione di farlo, col dovuto rispetto?”.
“Hai ragione anche tu, piccolo Mu-Si. Non posso. Vorrà dire che attenderò la sua uscita da lì per avere la mia discussione con lei”.

Tempo. Avevano tempo. Shan-Pu trattenne solo con un enorme sforzo di volontà un salutare sospiro di sollievo. Ma, si disse, se Xi-Lin non poteva io potevo eccome. Anzi, dovevo. Dov'è già quella malnata scuola?
“Credo che ora andrò a riposare. Sono un po’ stanca per il viaggio, sapete...” disse Xi-Lin “E ho da discutere alcune faccende con tua nonna. Parlerò con la tua fidanzata quando le lezioni saranno finite. Ma tu, piccolo Mu-Si” si rivolse al ragazzo, guardandolo con lo sguardo di una gatta intenta a giocare con una preda “vieni a trovarmi in camera, se ti va”.
Detto ciò, si avviò verso le scale, ancheggiando e facendo in modo di darlo a vedere. I due ragazzi erano sconvolti.
Shan-Pu sentì l'irrefrenabile e inspiegabile impulso di inveire contro Mousse - lui non aveva fatto nulla tecnicamente, ma le dava fastidio comunque che quella megera lo provocasse! Che cosa diamine le stava succedendo?
Comunque non era quello il momento più adatto per pensarci. Decise di approfittare di quel momento di ritirata per correre a scuola da Ukyo - ironico, fino al giorno prima sarebbe corsa da Ranma. Come cambiano le cose.
Lanciò il suo grembiule in un angolo e si avviò verso la porta sul retro.
“Dove stai andando?” chiese Mousse, ancora scombussolato dalla tempesta di feromoni dell'amazzone dai capelli bianchi. Shan-Pu si voltò a guardarlo piuttosto stizzita. Aveva anche il coraggio di rivolgerle la parola, dopo lo spettacolino di prima con Xi-Lin!
“Corro ad avvisare Ukyo delle intenzioni di Xi-Lin, e a riferirle la storiella che le ho appena raccontato. Ho dovuto inventarla di sana pianta senza concordarla con lei, quella tizia mi ha presa in contropiede!” disse, mentre saliva in sella alla sua bicicletta. “Faccio prima che posso, ma tu prova a renderti utile intanto e tienila a bada finché non torno!”
“Io? E come dovrei fare?”
chiese il ragazzo, visibilmente spaesato.
“Oh non ne ho idea, ma sono certa che un modo lo troverai” rispose lei con un tono infastidito “visto che sembri piacerle così tanto!”
Detto questo, schizzò via verso il liceo Furinkan.

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Capitolo 8
*** Ehi Hinako, non ridi se ci finisci tu col culo per terra? ***


Ukyo entrò in aula disfatta dalla fatica. Era sveglia da meno di un'ora e quella era già un'eccellente candidata a Giornata più Stancante e Brutta della Mia Vita.
Si sedette al proprio banco e non riuscì a non far cadere la testa, a mò di peso morto, sul banco.
Ricapitolando aveva scoperto da poco che in realtà era lesbica e stava con Shan-Pu, oltre ad aver implicitamente spinto Ranma fra le braccia di Akane. Ma mentre la prima metà le faceva senso oltre ogni dire, per quanto riguarda la seconda... ecco, faceva male, un male del diavolo, ma sentiva che era giusto così. Il colpo di testa di Mousse aveva risvegliato qualcosa in lei, qualcosa che l'aveva spinta a non ingannarsi più nella falsa speranza che il suo più caro amico potesse mutare ciò che provava per lei.
Ukyo sapeva, sotto sotto, che non aveva nessuna speranza con lui. Anche un cieco con tre chili di salame sugli occhi avrebbe notato come Ranma si prendesse spessissimo la briga di andare oltre ogni limite pur di aiutare e proteggere Akane. Lei e solo lei era quella che poteva sognare di ricevere simile trattamento.
Non Kodachi. Non la sua finta fidanzata. Non di certo la piccola Ucchan.
Sospirò e sentì un dolore fitto al petto. Tutta la buona volontà di questo mondo nel voler cambiare lo status quo di menzogna e auto-convincimento non rendeva l'accettazione di quella verità meno difficile da digerire. Anzi, la esasperava ulteriormente.
Stava per lasciarsi andare, spossata, fra le spire del mondo dei sogni quando un rumore la ridestò. Ma... una finestra che si spacca?
Si voltò alla propria sinistra e sbarrò gli occhi quando vide Shan-Pu irrompere in classe in sella alla propria bicicletta. Ukyo sospirò, mentre alle sue spalle si scatenava un coro di risate e fischi. I suoi compagni di classe si erano ormai abituati a simili scene. Quello a cui invece non erano preparati era sicuramente vedere Shan-Pu dirigersi non verso Ranma, com'era ormai consuetudine, bensì verso la stessa Ukyo.
"Ehi Ukyo, cos'è questa novità?".
"Tu e Shan-Pu avete deciso di consolarvi a vicenda visto che Ranma ama solo Akane?".
"Posso guardare?!".
Bastò una delle sue occhiatacce a zittirli tutti. Sapeva che erano battute - pesanti, ma pur sempre battute, ma non immaginavano nemmeno quanto fossero dolorose per lei. Quello non era proprio il giorno migliore per quel tipo di umorismo, il suo cuore e il suo ego stavano già soffrendo abbastanza.
"Gli stupidi ragazzi hanno finito di dire cose stupide, si?" disse Shan-Pu rivolgendosi alla classe, con grande stupore di Ukyo. La cinesina si volse verso di lei.
"Ho cosa importante da dirti!" disse.
Ukyo sospirò; altri guai in arrivo, probabilmente. "Ok, andiamo in corridoio" disse alzandosi e lasciando che Shan-Pu la seguisse.
"Allora, cosa c'è?".
"Xi-Lin vuole parlare con te! Vuole sapere di nostra storia, io ho inventato storia ma anche tu devi sapere e non c'è molto tempo!" blaterò Shan-Pu nel suo giapponese sgrammaticato, nel disperato tentativo di farsi capire.
Ukyo tentò di calmarla. "Ok ok Shan-Pu, calmati! Allora, fammi capire: l'amazzone vuole parlare con me e chiedermi di come è nata la nostra... storia?" disse, calcando sulla parola "storia", e ricevendo un cenno d'assenso con la testa da Shan-Pu.
"Ok, e tu le hai già raccontato qualcosa, mi sembra di aver capito...".
"Si e io sono qui per avvisare te e raccontare mia grossa balla!" concluse Shan-Pu.
Ukyo non riuscì a trattenere una risatina ascoltando il giapponese quasi comico della cinesina. "Ok ok, sentiamo cosa le hai raccontato, così posso preparare qualche risposta".
"Detto a Xi-Lin che io conosciuto te qui, in tua scuola. E detto lei che mi stavi antipatica perché volevi stare con Ranma. Cosa vera. Poi detto lei che noi ci siamo picchiate in tuo ristorante e finito col parlare di noi e... e... baciate". L'ultima parola arrivò dopo una lunga, lunga, lunga, pausa.
Ukyo non reagì troppo male. Si era immaginata qualcosa di simile, dopotutto, quando Shan-Pu aveva accennato alla balla raccontata a Xi-Lin.
"Ok, ho capito. Ci siamo conosciute per la prima volta qui al Furinkan e mi hai, ovviamente, guardata male per via di Ranchan. Un giorno sei venuta all'Okonomiyaki Ucchan per tubare con Ranma e io, altrettanto ovviamente, ti ho aggredita perché non lo sopportavo. Poi... aspetta, siamo rimaste sole dopo?".
L'altra annuì con la testa.
"Ok. Quindi siamo rimaste sole e siamo finite col parlare e... fare quella cosa lì. Ho capito bene?".
"Capito bene, sì".
"Perfetto. C'è altro che devo sapere?".
"Credo no. Ah, non ho detto Xi-Lin perché vesti da maschio e perché tu... fidanzata con Ranma. Io non saperlo".
"Hai fatto bene. Meglio che sia io a spiegarglielo".
Stava per rientrare in classe quando sentì la propria energia fluire via dal suo corpo.
"Happo Goen Satsu!" disse la vocina stridula della professoressa Ninomiya. Stava lì in corridoio, di fronte a lei e alla ragazza cinese, stringendo fra le dita una moneta da cinque yen. "Maledette teppiste, cosa credete di fare durante la mia lezione?".
Ma si può? Può andare peggio di così, oggi?
Già provata, psicologicamente e fisicamente, svenne.

Intanto, al Nekohanten, Mousse si lasciava prendere dall'ansia, anche se cercava di non darlo a vedere. Come se la situazione non fosse già abbastanza assurda, l'atteggiamento di Xi-Lin contribuiva ad inquietarlo ancora di più. Perché quella donna sembrava interessarsi a lui? Non capiva. Nella sua ingenuità non credeva di poter attirare l'interesse di una donna adulta, ma il suo sesto senso gli suggeriva che probabilmente la donna aveva in mente qualcosa, anche se non aveva ancora capito cosa. Ma di sicuro lui era una pedina di cui lei aveva bisogno.
Un colpo in testa lo destò violentemente dai suoi pensieri.
"Hai finito di oziare, Mousse? Le ordinazioni non si consegneranno da sole!" gracchiò la vecchia Obaba alle sue spalle. Mousse si voltò a guardarla di malavoglia.
"E' mattina, non c'è ancora nessuna consegna da fare. E prima che me lo chieda, ho già fatto la spesa." disse, massaggiandosi la nuca dolorante. La vecchia lo osservò, poi se ne andò in cucina, saltellando sul suo bastone.
Mousse non aveva molta voglia di avere a che fare con lei ma... necessitava di sapere. Si avvicinò al bancone della cucina che affacciava sulla sala, dove Obaba stava iniziando a sistemare le ciotole per l'ora di pranzo, e si sedette su uno degli sgabelli.
"Vecchia Obaba... ho il sentore che Xi-Lin abbia in mente qualcosa."
Obaba non lo degnò di uno sguardo. "Te ne sei accorto quindi. Sei più sveglio di quanto sembri."
"Beh, le sue strane avances passano difficilmente inosservate..."
disse, mentre un brivido gli percorreva la schiena.
"Come se ci volesse l'acume di uno stratega per accorgersene. Quella donna non ha il minimo senso del pudore" sentenziò la centenaria con serietà e una punta di malcelato disprezzo. E Mousse avrebbe potuto giurare di coglierci anche una vena di invidia.
Poi un fulmine figurato lo colpì in pieno cranio. Si portò una mano alla bocca, sconvolto all'idea. "Non è che voglia sedurmi per farmi cantare come un usignolo?" ipotizzò, scandalizzato.
Senza guardarlo in volto... anzi, senza guardarlo e basta, la vecchia gli rispose che sì, molto probabilmente era proprio quella la sua intenzione. Farlo cedere ai piaceri della carne, e comunque anche lei dovette ammettere che sarebbero stati gran bei piaceri, e poi farsi dire per bene come stavano davvero le cose con Shan-Pu.
"Terribile" disse lui.
"Ma no, suvvia. Ti basta non dargliela vinta e il problema non si pone nemmeno".
Lui scosse la testa con fare terribilmente nervoso: "Non hai capito. La cosa terribile è che... non sono sicuro di riuscirci".
"C-Cosa?" chiese lei, voltandosi di scatto verso il ragazzo-anatra. Il quale alzò istintivamente le mani in segno di difesa.
"Non fraintendermi, non ho intenzione di svelarle il piano. Il fatto è che... potrei anche finire col fare qualcosa che non vorrei. La sua sola presenza mi stordisce e quando si avvicina a me con quel suo modo da gatta morta... ecco, una parte del mio corpo ha molta voglia di approfondire, diciamo così".
Nacquero braci ardenti negli occhi di Obaba: "Mu-Si, ora fissami bene e ascolta quanto ti sto per dire. Tu non devi neanche provare a farti scappare una sola parola con Xi-Lin. Se lo facessi la vita di mia nipote, la tua e pure la mia sarebbero equiparate a cartacce da buttare via. Non azzardartici neppure. O...".
"O?".
"O sarò costretta a prendere provvedimenti, in un senso o nell'altro. Con te. O con lei".

Mousse sbiancò. Non aveva mai visto la vecchia così mortalmente seria.
Lo intendeva davvero. Era disposta a ucciderlo. O a uccidere Xi-Lin.
Mousse rabbrividì di nuovo, stavolta per la paura.
Sapeva che la vecchia Obaba era disposta ad arrivare a tanto, e si augurò mentalmente di non essere lui la vittima, in quel caso.
Decisamente, era il caso di stare a debita distanza da quella donna, ma allo stesso tempo non doveva darlo troppo a vedere. Se se ne fosse accorta probabilmente l'avrebbe messo sotto torchio, ma in modi meno piacevoli di quelli con cui lo tentava al momento.
Sospirò. Ammettere che quella donna lo tentava fu la cosa più imbarazzante dell'universo per lui, e dire che per Shan-Pu si era messo in ridicolo in modi ben peggiori. Quella donna decisamente sapeva come manipolare un uomo, e lui, dal basso dei suoi diciassette anni scombussolati dagli ormoni, non era che una marionetta in attesa di venir usata. Una parte di lui avrebbe gradito lasciarsi "usare", e non solo per la voglia adolescenziale di fare esperienza; uno smacco del genere Shan-Pu se lo sarebbe meritato eccome. Ma se questo doveva significare rimetterci la vita... beh, avrebbe aspettato volentieri ancora un po’.
"Ti giuro che farò tutto quello che è in mio potere per impedirle di ottenere ciò che cerca" proclamò con finta sicurezza. Non che non intendesse farlo, è che non era per nulla sicuro di riuscirci.
"Sarà meglio, paperotto. Potrei diventare... manesca se qualcosa di pericoloso uscisse da quella tua boccaccia" rispose sibilando Obaba. "Ma dov'è Shan-Pu? Dovrebbe aiutarmi a spignattare qui, invece di essere in giro a bighellonare".
"Oh, ma non sta bighellonando. Sta cercando di salvarsi la cotenna"
disse Mousse, lasciando trapelare una punta di sarcasmo. E spiegò quello che era successo in precedenza con Xi-Lin.
"Ho capito. Quindi è al liceo di Ranma?".
"Direi proprio di sì. Se n'è andata dicendo che si sarebbe diretta là".

La vecchia guardò l'orologio nella sala del ristorante. Segnava le nove e mezza.
Com'è possibile, si chiese, che fosse ancora fuori? Se davvero doveva solo riferire la sua storiellina alla giapponese sarebbero bastati cinque, forse dieci minuti. E invece era fuori da più di un'ora.
Ebbe un brutto presentimento e senza dire una sola parola schizzò fuori per raggiungerla.
Mai sottovalutare o sminuire l'istinto di un'amazzone di trecento e rotti anni. Anche in quel caso ci aveva visto giusto. Difatti Shan-Pu giaceva a terra svenuta, insieme a Ukyo, nel corridoio che portava alla classe di quest'ultima, prosciugata di ogni sua forza fisica da quella squilibrata della professoressa Hinako Ninomiya. La quale, diventata adulta per effetto dell'Happo Goen Satsu, stava rimproverando le due ragazze prive di sensi di fronte a lei: "Tsk. Voi mocciose non imparerete proprio mai, a quanto pare". Sentendo del frastuono alle proprie spalle si voltò e vide Ranma Saotome e Akane Tendo che capeggiavano un gruppetto di suoi studenti curiosi.
"Prof! Che diavolo combina?" chiese la figlia del suo adorato Soun.
"Nulla di che. Stavo solo insegnando a queste due delinquenti come ci si comporta a scuola".
"Ma Shan-Pu non è nemmeno sua allieva!" disse Ranma cercando di sopprimere l'irrefrenabile istinto di prenderla a pugni. Sapeva che con lei era l'approccio sbagliato.
Akane non lo ricordava, invece. Si scagliò come una furia su Hinako.
"Cosa credi di fare, signorina Tendo? Sai che potresti passare dei guai per aver anche solo provato ad aggredire una tua insegnante?" chiosò la Ninomiya. Akane sorrise beffarda, e questo la fece infuriare. Si preparò ad assorbire l'energia della ragazzina, quando la vide sparire! Dove diamine era andata?
Una voce dal basso la chiamò.
"Sono qui marmocchietta, non mi vedi?"
Hinako ringhiò. Non l'aveva nemmeno vista saltare! Da quando era così agile?
Sentendosi insultata, si preparò a rilasciare il suo Happo Tsurisen Gaeshi. "Ti restituirò la tua insolenza con tutti gli interessi!"
Akane si preparò a cercare un riparo da quel colpo, quando una voce familiare le arrivò alle spalle. Insieme a due mani sul seno.
"Akane Tendo, mia amata!"
Kuno addosso con le sue mani da polipo era una delle cose che più la infastidivano in tutto l'universo, ma in quel momento non poteva chiedere di meglio.
"Senpai Kuno, giusto in tempo!" disse, e con un'abile mossa riuscì a piazzarlo davanti a sé per usarlo come scudo.
"Scusami senpai!".
Pochi istanti dopo, tutto ciò che videro i passanti in corridoio furono il senpai Tatewaki steso a terra privo di sensi, e la professoressa Hinako, tornata bambina, che sbraitava e frignava per non essere riuscita a colpire Akane Tendo.
Quest'ultima intanto, insieme a Ranma, si era caricata Shan-Pu e Ukyo in spalla, per portarle in infermeria.
I due ragazzi procedevano lentamente per i corridoi cercando di non scuotere troppo le poverette. Akane trasportava Ukyo e camminava davanti a Ranma che trasportava Shan-Pu.
La minore delle Tendo aveva afferrato la cuoca senza neanche pensarci. Si sentiva ancora in debito con lei da prima e forse, una volta che si fosse svegliata, avrebbe potuto ringraziarla come si meritava. Era stata davvero toccata da un gesto così bello da parte di una sua rivale.
Erano quasi arrivati in infermeria quando fece capolino da dietro un angolo la testa rugosa di Obaba, che non appena vide la nipote svenuta sulle spalle di Ranma gli intimò di riportarla al Nekohanten.
"Ma vecchia, ha bisogno di cure! E poi porta ancora i segni del duello con Mousse!" protestò lui energicamente.
"Hai ragione, ragazzo. Ma non voglio che venga accudita da un'estranea. Ci sono qui io per questo". Ranma si intenerì di fronte a queste parole, pur pronunciate senza particolare dolcezza. Dimostravano che, nonostante tutto, teneva alla salute di Shan-Pu. E, visti gli eventi degli ultimi giorni, qualcuno avrebbe avuto il diritto di pensare il contrario. Alla fine si lasciò convincere, dicendo ad Akane di coprirlo con la professoressa.
"Sarà fatto" confermò lei.
Rimasta sola con Ukyo Akane giunse poco dopo a destinazione. Stava per aprire la porta quando la sentì mormorare qualcosa: "Ranchan... parlale... lei ti ama...".
...
...
...
Non ebbe il tempo di formulare un pensiero cosciente che si piantò, di fronte all'ingresso dell'infermeria, e si mise a piangere.
Adesso sì che voleva davvero aiutarla con tutte le proprie forze. Un simile altruismo, ben oltre la soglia dell'autolesionismo, meritava ampiamente il suo supporto incondizionato.
"Grazie, Ukyo. Non hai idea di quanto tu sia riuscita a rendermi felice, oggi" sussurrò fra i singulti.
Poi entrò, non preoccupandosi di recuperare una compostezza che era andata beatamente a farsi friggere.

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Capitolo 9
*** Ehi Joketsuzoku, lo vedi questo dito medio alzato? ***


Ukyo si svegliò lentamente da quel sonno profondo che le sembrava fosse durato secoli. Si sentiva incredibilmente pesante e intorpidita, come se qualcuno le avesse risucchiato tutte le energie... cosa che in effetti era successa. Maledetta Hinako! Quella ragazzina era uno degli esseri più odiosi dell'universo, e lei ne aveva conosciuti parecchi eh!
"Bentornata tra noi Kuonji." le disse l'infermiera della scuola, notando la ragazza ormai sveglia. "Ti suggerisco di non alzarti subito, la professoressa Ninomiya ci è andata davvero pesante con voi due. Quella donna è impossibile..." commentò, scuotendo il capo; probabilmente di studenti ridotti in quel modo ne vedeva parecchi ogni giorno. "Comunque, ho lasciato lì sul comodino dei ricostituenti, ti consiglio di prenderne qualcuno e di mangiare qualcosa di sostanzioso, per rimetterti in forze. Lo stesso vale per la tua amica" concluse, facendo cenno col capo verso l'altro letto. La mia amica, si chiese Ukyo. Poi ricordò l'irruzione in classe di Shan-Pu. Era stata sfortunata a finire sulla traiettoria della Ninomiya, si disse. Comunque in quel momento la cinesina sembrava ancora immersa nel mondo dei sogni.
Si accomodò nuovamente sul letto, cercando una posizione che le permettesse di tenere il busto sollevato e bere le bevande ricostituenti, quando riconobbe una voce familiare parlare con l'infermiera.
"Si sono già svegliate?".
Era indubbiamente la voce di Akane. La tentazione di fingersi addormentata fu fortissima, ma riuscì a resisterle: prima o poi avrebbe dovuto affrontarla comunque, tanto valeva farlo subito e togliersi il peso... di nuovo.
Il peso non tardò a farsi vivo.
"Vedo che stai meglio..." disse Akane, in piedi vicino alla porta. Ukyo annuì, un po’ imbarazzata, e le fece cenno di sedersi accanto al suo letto, e sussurrandole di far piano visto che Shan-Pu dormiva ancora. Akane si accomodò su uno sgabello, e per un po’ nessuna delle due parlò. Fu Ukyo a cercare di interrompere il silenzio.
"Senti Akane, io-"
"Ti ringrazio."
Eh? Akane che la ringraziava? E di cosa, esattamente? Cosa si era persa in quell'ora di sonno?
"Perdonami Akane, ma credo di non capire...".
Akane sorrise "Sai a cosa mi riferisco. Ranma mi ha raccontato della vostra discussione di stamattina..." disse, imbarazzata.
Ukyo annuì, capendo finalmente a cosa era dovuto quel grazie. Non riuscì a trattenere un sorriso. Dannato Ranma, l'avrebbe sentita dopo!
"Akane non hai nulla di cui ringraziarmi. È qualcosa che avrei dovuto affrontare e accettare prima o poi, così come dovranno farlo tante altre persone" rise "soprattutto voi due. So che non fate che pizzicarvi e fingere di non sopportarvi, ma che vi amiate è dannatamente palese. E continuare questo tira e molla infarcito di stupide gelosie e litigi rischia solo di allontanarvi. So che può suonare strano che sia io a dirtelo, e ammetto che mi è ancora difficile accettarlo totalmente, ma non lasciare che quello che tu e Ranma condividete vi sfugga dalle mani!".
Akane la guardò con occhi lucidi di lacrime.
Mentre le due ragazze si ritrovavano a condividere un momento di comprensione e commozione, nel letto accanto Shan-Pu continuava a fingersi addormentata. E piangeva in silenzio.
Akane era imbarazzata, confusa e ammutolita. Pur avendolo già sperimentato con le proprie orecchie faticava ancora a credere che Ukyo fosse capace di rivolgerle simili, calde parole.
Piantata sullo sgabello non sapeva cosa fare. Si stropicciava le dita, innervosita dal silenzio calato di nuovo fra di loro. Era talmente poco lucida che per un attimo si chiese cosa ci facesse Shan-Pu lì, visto che ricordava come Ranma l'avesse portata via dietro la gentile pressione di Obaba. Poi le sovvenne che, qualche minuto dopo, l'aveva visto tornare indietro, sempre con la ragazza cinese sulle spalle. Le aveva spiegato che era riuscito a convincere la vecchia a farla visitare da un'infermiera. Il bozzo sul suo viso era la testimonianza che quell'operazione non era stata priva di problemi ma, alla fine, lei se ne compiacque. Shan-Pu era ancora debole dopo la batosta rifilatale da Mousse e un simile prosciugamento non poteva che aver peggiorato le sue condizioni fisiche, quindi pensò che fosse solo un bene farla accudire da uno specialista per almeno qualche ora. Si fidava poco dei rimedi caserecci delle amazzoni, tutte omeopatia e niente medicina.
Tornò a volgere la propria attenzione su Ukyo, come lei un concentrato di imbarazzo e mutismo.
Decise che ne aveva abbastanza: "Sai, mentre ti portavo qui hai borbottato qualcosa...".
"Ah sì?" fece l'altra, incuriosita. "E cosa posso aver detto?".
Akane assunse una posa fintamente disinteressata e fece pure finta di guardare il soffitto. "Oh no, niente di che. Vediamo se mi ricordo le parole testuali. Era qualcosa tipo Ranchan... parlale... lei ti ama...".
La faccia della cuoca divenne viola.
"Io... io ho davvero detto questo? In tua presenza?".
"Sì, cara mia. L'hai proprio detto. Ti assicuro che un'uscita così non me la scordo tanto facilmente".
"Non fatico a crederci".
Ancora una pausa.
Poi fu di nuovo Akane a ricominciare a parlare: "Dimmi una cosa, Ukyo. Come riesci a fare tutto questo? Se io fossi al posto tuo non ammetterei mai quello che tu mi hai appena rivelato. Mai. Preferirei che mi staccassero le dita e me le facessero mangiare una ad una piuttosto di dire che sì, lascio andare l'amore della mia vita fra le braccia di un'altra. E non sto parlando di filo rosso del destino o di anime gemelle. Intendo che non ne sarei capace. Non m'importerebbe un fico secco di quel che è giusto, agirei in maniera egoistica fino alla fine".
Ukyo dovette riflettere qualche secondo per trovare le parole adatte a risponderle.
"Sai, anche io la pensavo esattamente come te. E non è un caso che mi sia battuta con le unghie e con i denti per Ranma" rise "ma... non so dirti come e quando sia scattato esattamente, forse era qualcosa che covavo da un pezzo ma mi rifiutavo di affrontare. Tutto quello che posso dirti è che, di fronte all'evidenza dei fatti, l'unica cosa che potevo fare era arrendermi, gettare le armi. Accettarlo ovviamente è stato qualcosa di molto più difficile e doloroso, e non ti nascondo che fa ancora molto male. Probabilmente è qualcosa con cui dovrò convivere ancora un po’ e aspettare che passi... In ogni caso, le opzioni che avevo davanti erano due: continuare a inseguire la persona che amo, pur sapendo che non mi ricambia e mi considera solo un'amica, o accettare la sua scelta e buttarmi quella storia alle spalle. E ho preferito quest'ultima." disse, annuendo come se dovesse ancora ricordarlo a se stessa, certe volte.
Akane la guardò con occhi colmi di ammirazione. "Ti invidio, hai una forza d'animo incredibile. E so che detto da me può sembrare quasi che ti stia dia dando un contentino, o che sia una stupida frase di circostanza... ma ti auguro davvero di trovare qualcuno che sappia amarti incondizionatamente, perché te lo meriti! Meriti di essere felice Ukyo!" disse stringendole le mani con le proprie, lasciandosi prendere dalla foga del discorso.
Ukyo la guardò sconvolta, e anche un po’ imbarazzata. Di sicuro Akane Tendo credeva davvero in quello che diceva, e non le riusciva di sentirsi presa in giro nemmeno sforzandosi, nemmeno se avesse voluto costringersi a trovare quella nota stonata a cui aggrapparsi per continuare ad odiarla.
Vennero interrotte dai singulti provenienti dal letto accanto.
"Shan-Pu?" dissero le due all'unisono. Erano talmente prese dai loro discorsi da essersi dimenticate della sua presenza.
"Lasciate Shan-Pu sola! Non volere vostra pietà!" reclamò quella dal suo letto. Si rese conto subito, però, che quanto voleva apparire come un urlo rabbioso le uscì come se fosse stato il pigolio di un pulcino bagnato.
Akane lasciò le mani di Ukyo, sentendo subito venir meno il grande calore che le trasmettevano, e alzandosi si girò verso il giaciglio della cinese.
"Shan-Pu, nessuno ti compatisce. Perché dovremmo?".
Non giunse risposta coerente. Solo un susseguirsi di rumori inconsulti.
"Akane ha ragione" le diede manforte Ukyo "e comunque io personalmente, al momento, non sono in grado di provare altro che una lieve irritazione nei tuoi confronti". Alla faccia dell'ironia, pensò Akane.
L'amazzone, che sino a quel momento aveva dato loro le spalle, si voltò lenta e le affrontò a viso aperto.
"Perché tu così onesta e io schifosa bastarda che cerca di avvelenare Ranma per sposare lui? Perché io non poter essere come te?".
Ukyo scoppiò a ridere di gusto. Non una risata di scherno, solo genuino divertimento di fronte all'insulsaggine appena pronunciata. Reclinò la testa all'indietro tanto fu il ghignare.
"Oh per favore Shan-Pu, fammi scendere dal piedistallo che mi hai appena ficcato sotto ai piedi. Sai bene che non sono la santa che mi stai dipingendo. Ho cercato anch'io di portare a segno qualche colpo basso per separare la qui presente Akane e Ranchan. Forse meno volte di te e con metodi un poco più ortodossi, d'accordo, ma la sostanza rimane la stessa. Non crederti così tanto peggiore di me".
Akane strabuzzò gli occhi per l'ennesima volta. Da quando l'Happo Goen Satsu implicava anche una totale sincerità?
"Ukyo" azzardò "non... starai esagerando? Capisco cosa stai cercando di fare ma... non dovresti... hai detto tu stessa che è una ferita ancora aperta...".
Fu il turno di Ukyo di meravigliarsi. Akane... si stava preoccupando per lei? Sul serio? Era veramente la giornata delle cose che mai ti aspetteresti, quella.
Sospirò. "Akane, davvero... non hai di che preoccuparti. Starò bene. Non subito forse, ma passerà. Nemmeno io ho intenzione di passare il resto della mia vita nel ricordo di un amore finito! E non dovresti volerlo nemmeno tu" si rivolse a Shan-Pu, che guardava le due ragazze con uno sguardo tra il guardingo e il confuso. Conoscendola era ovvio che stava sulla difensiva; la cinesina non era abituata a fidarsi di qualcuno che non fosse sua nonna, e l'ascia di guerra che le avevano offerto le due ragazze poteva essere quella che l'avrebbe colpita alla schiena non appena si fosse distratta.
"Shan-Pu non vi crede! Sa che voi mentite!" ringhiò, sempre più sulla difensiva. Era come un animale in gabbia, pronto a difendersi pur sapendo di essere in trappola.
Ukyo e Akane si scambiarono uno sguardo e sospirarono. Di sicuro questa non ci voleva... Shan-Pu aveva abbastanza casini in quel momento - che diamine, erano tutti nello sterco fino al collo insieme a lei! Ascoltare il loro discorso era la ciliegina sulla torta della sua stabilità mentale già vacillante.
"Ascoltami Shan-Pu" disse Akane cercando di rattoppare quel casino "so che non mi credi ma mi dispiace sul serio che tu abbia dovuto sentire questa discussione per caso..."
"Perché scusarti? Io in fondo sapere che Ranma non ama che te! Non credere che Shan-Pu sia stupida!" rispose rabbiosamente, mentre le lacrime scendevano copiose sulle sue gote paffute "Io essere stata addestrata a combattere e a non arrendermi mai all'avversario! Arrendersi è disonore! Io non volevo perdere ciò che era mio - perché Ranma era mio! Lui mi aveva battuta in Cina, era mio!" continuò, gesticolando "Ma ora... ora a Shan-Pu non rimane più niente. Se tu ha Ranma... e io non posso avere... che cosa mi rimane?" disse.
"Te lo dico io cosa ti rimane" disse Ukyo, rabbiosa. "Ti rimane la tua vita, ecco cosa. Non puoi continuare andando avanti così, specialmente ora che hai ammesso che ti stavi mentendo. Credimi, so come ci si sente. E da quando ho deciso di rinunciarci e di lasciarlo andare mi sono tolta un peso dal cuore. Dopo che mi sono aperta con lui, confidandogli ciò che ritenevo fosse la via giusta da seguire per tutti, ho preso a respirare con molta più facilità. Dovresti fare altrettanto, lo dico nel tuo interesse".
Ukyo, che in quelle ore stava inopinatamente affinando le proprie doti di psicologa, pensò che l'approccio più diretto potesse ottenere risultati migliori.
Ma venne smentita, almeno per il momento.
"No! Io non volere questo! Io dovere sposare Ranma! Io amare Ranma!" rispose Shan-Pu, ormai sull'orlo di una crisi nevrotica fra urla e pianti.
Fu il turno di Akane di rigirare il coltello nella piaga sanguinolenta dell'orgoglio amazzone: "E adesso basta però! Ti senti parlare? Quando ti deciderai a crescere una buona volta? Prendi esempio da lei! Finalmente ha abbandonato la causa della propria sofferenza. Come puoi non renderti conto che sbattere la testa sempre nello stesso punto del muro non lo renderà più morbido e di certo non lo abbatterà mai? Vuoi davvero spaccarti la fronte per tutto il resto della tua vita? È stupido. E poi, che diavolo significa devo sposare Ranma? Lo vuoi perché lo ami o perché sei obbligata dalle vostre ridicole, insensate leggi? Perché nel secondo caso, cara mia, ti ricordo che quelle stesse leggi ora vogliono che tu diventi la moglie di Mousse. Ma quello mica ti va bene, e quindi eccoti qui a far finta di stare con Ukyo. Ma dico, ti rendi conto del casino in cui l'hai buttata? Non hai un minimo di rispetto per lei? Mi disgusti, è questa la verità". Si trovò svuotata alla fine del lungo rimprovero.
Ukyo non voleva crederci. Non poteva crederci. Akane la stava difendendo a spada tratta.
Shan-Pu rivolse loro la sua espressione più sconvolta e rabbiosa. E ovviamente, per non smentirsi, reagì nell'unico modo che conosceva: sfondando la finestra e scappando via. Ukyo e Akane rimasero a guardare la cinesina che correva via a fatica, mentre l'infermiera urlava loro di fermarla, che non poteva andarsene in giro nelle sue condizioni, e cose del genere.
Non che avesse torto, ma fermare Shan-Pu sarebbe stato impossibile e controproducente. Se si era messa in testa di scappare, l'avrebbe fatto. Punto e basta.
"Forse non dovevo essere così diretta..." borbottò Akane, più a se stessa che ad Ukyo "ma davvero mi ha fatta sbottare! Continua a nascondersi dietro quelle stupide leggi come se fossero la verità assoluta!".
Ukyo annuì, concordando soprattutto sull'uso fantasioso di quelle leggi da parte di Shan-Pu. "Tanto prima o poi questo discorso lo affronteremo di nuovo" sospirò, dopo qualche attimo di silenzio "Ho ancora diversi giorni da passare a stretto contatto con lei..." disse, riferendosi ovviamente alla loro recita.
Akane la guardò e annuì. Un altro problema che si aggiungeva alla già lunga lista di casini settimanali.

Nel frattempo Shan-Pu stava vagando per i viottoli di Nerima, incerta su cosa fare. Non voleva tornare indietro, ma non voleva neanche tornare al Nekohanten. Affrontare la nonna, Mu-si e Xi-Lin insieme non poteva che peggiorare la sua mattinata già orrenda.
Ironico come quell'incertezza su dove recarsi in quel momento fosse la perfetta metafora della sua vita, che Ukyo e Akane si erano premurate di riassumerle. Bloccata a un bivio, non voleva affrontare il suo destino - che fosse un duello o un matrimonio con Mousse, ma non voleva nemmeno lasciar andare Ranma e quei sentimenti a cui si era aggrappata per tanto tempo. La sola idea di dover scegliere, di lasciare andare qualcosa - anzi, qualcuno - bastava ad atterrirla. Aveva sempre desiderato poter prendere il controllo della sua vita, fare ciò che voleva e frequentare chi voleva, senza dover sottostare a stupide leggi vecchie come il mondo. Ma quello che le due giapponesi le avevano rinfacciato era vero: odiava quelle leggi, ma non si faceva problemi a usarle come scudo quando le faceva comodo, quando aveva troppa paura di affrontare quelle scelte che la vita le metteva davanti. Fissò i palmi vuoti delle sue mani, chiedendosi ancora una volta cosa le rimanesse in mano. Non aveva più niente. A parte la sua vita, le ricordò la voce di Ukyo nella sua testa.
"Shan-Pu, tutto bene?" la chiamò una voce alle sue spalle. Una voce che conosceva, che aveva detestato e disprezzato - ma che ora le sembrava l'unico conforto che quella vita potesse offrirle.
Si voltò alle sue spalle, dove dal sellino della sua bici per le consegne, Mousse la guardava incuriosito.
Non deve vedermi così. Non deve.
"Certo che va tutto bene, stupido Mousse" rispose stizzita. Ottimo modo per mascherare il senso di nulla che la stava stritolando in quel preciso momento.
Aveva la tremenda sensazione che se si fosse fermata a parlare con Mousse avrebbe sentito altre parole scomode, altre verità dolorose, altri giusti rinfacciamenti verso le sue meschinità e le sue mancanze. Specialmente considerate le ultime cose successe fra di loro e il nuovo atteggiamento di lui nei suoi confronti.
"Al solito. Che diavolo mi preoccupo a fare? Immagino che le vecchie abitudini non muoiano mai, no?" chiese lui, sarcasmo bollente come olio che colava dagli angoli della sua bocca.
Lei distolse lo sguardo, non volendo incrociare i suoi occhi. Tornò a dargli le spalle. Ma, così come lei stessa si accorse quasi subito, tremava come una foglia in preda a un tornado. L'accumulo di frecciate e notizie shock, assommato al trattamento subito dalla professoressa di Akane e Ranma, stava davvero gravando pesantemente sulla sua salute, sia fisica sia psicologica.
Il limite stava per essere travolto, esattamente come si può travolgere un posto di blocco guidando una fuoriserie lanciata a tutta velocità mentre si è sotto l'effetto di una dose di crack da elefanti.
Sentì i passi di lui ma non era in grado di dire se si stesse allontanando o avvicinando. Poi colse, con chiarezza, il rumore del suo respiro sulla propria nuca.
"Shan-Pu, non posso più negarlo. Io non ti odio. Ho realmente provato a disprezzarti, con tutto me stesso. Ma sedici anni di dedizione non si cancellano con un colpo di spugna. Al momento non sei la persona con cui mi sento più in sintonia ma sul serio, non ti odio. Non posso odiarti. Io ti amo. Ho avuto modo di riflettere e calmarmi un po' e, andata via l'ira, mi è rimasto in mano ciò che c'era prima. Voglio poterti aiutare. Voglio vederti felice. Se anche fosse con Ranma non m'importa più. Non più di tre ore fa ero disposto a ucciderti o rimanere ucciso, ho superato la fase in cui mi importava di qualcosa. Tranne questo niente conta più. Abbassa i tuoi scudi e permettimi di avvicinarmi quel tanto che basta perché la mia mano possa raggiungerti. Non essere testarda, ti fai solo del male in questo modo".
No. Non doveva vederla piangere. Non avrebbe retto all'idea di farsi vedere in lacrime da Mousse.
Il tremore si fece più intenso, mentre cercava a stento di ricacciare indietro quelle lacrime che già prima si erano manifestate inaspettatamente davanti ad Akane e Ukyo; non voleva piangere ANCHE davanti a Mousse.
Ma quando sentì la mano del ragazzo sfiorarle gentilmente una spalla fu come se qualcosa dentro di lei avesse finalmente ceduto. Lasciò cadere tutte le sue difese, tutti quei muri che aveva innalzato per difendersi dal mondo - perché un'amazzone non può permettersi di sembrare debole agli occhi del nemico. Un'amazzone non manifesta mai i suoi sentimenti.
In quel momento però, Shan-Pu di Joketsuzoku non esisteva: c'era solo una ragazza di sedici anni che aveva appena scoperto di essere fragile come un fuscello, che aveva perso di vista tutto ciò in cui credeva e che doveva raccogliere i cocci del suo cuore in frantumi, per imparare a vivere come una ragazza normale. E c'era quel diciassettenne miope e un po' goffo che per anni non aveva fatto altro che urlare al mondo intero quanto la amasse, anche a costo di perdere la propria dignità, e che con la stessa forza e tenacia aveva cercato di dimenticarsi di lei per riappropriarsi anche lui della sua vita. Ma che non aveva esitato a tenderle di nuovo la mano e a farla sentire ancora una volta speciale - anche se iniziava a capire di non meritarselo, assolutamente.
Si gettò tra le braccia di Mousse, lasciandosi andare a un pianto disperato e liberatorio. Aveva tanto da buttare fuori; e Mousse era l'unico che poteva davvero capire come si sentisse. La circondò con le braccia, lasciando che si sfogasse. Per una volta non sentì l'impulso di respingerlo, al contrario fu lei a stringersi ancora di più al ragazzo. Quel gesto confortante la faceva stare bene, e non voleva che smettesse.
Nascosta nell'ombra una figura li osservava.

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Capitolo 10
*** Ehi matrimonio, ma che fai? Dove scappi? ***


"Bene bene bene, interessante questo spettacolino" mormorò fra sé e sé la figura ammantata dal buio del vicolo.
Quelle informazioni sarebbero state utili. Molto utili.
Ignari di tutto questo Mousse e Shan-Pu erano ancora abbracciati uno all'altra, il primo che cercava di consolare il fiume di lacrime esploso dagli occhi della seconda.
"Shan-Pu, su. Ci sono qua io con te. Sfogati pure ma promettimi una cosa".
Lei alzò il viso nella sua direzione. Dovette ammettere con se stessa che era un bel ragazzo. Non forte e sicuro come Ranma, certamente, ma aveva un non so che di affascinante. E gli occhiali lo rovinavano davvero molto. Decise di guardarlo meglio senza quei ridicoli fondi di bottiglia a ostruirle la visione.
Con delicatezza glieli tolse. Un singulto particolarmente forte la squassò, rischiando di farglieli scappare di mano, ma per fortuna non successe nulla.
"Cosa vuoi chiedermi?" disse, una volta recuperata la situazione con gli occhiali.
"Beh, innanzitutto perché mi hai privato della vista? Sai che non vedo nulla di nulla senza quei cosi!" pigolò lui, imbarazzato.
"Volevo solo guardarti meglio. Tranquillo, poi te li ridò".
"Ah, capisco. Per quanto riguarda quel che ti ho detto prima..."
cominciò, tentennando.
Shan-Pu decise di concedergli il tempo di trovare le parole giuste e approfittò della pausa per cercare di ricomporsi al meglio delle sue possibilità. Senza muoversi dalla... comoda posizione provò a chiudere le cataratte, riuscendoci solo parzialmente. Almeno non singhiozzava ogni quattro secondi, una volta che ebbe finito.
"Allora? Che cos'è questa promessa che dovrei farti?" fece, recuperando una frazione del suo antico atteggiamento verso di lui. Anche se era solo fintamente scocciata e non voleva che lui pensasse si fosse ammorbidita troppo e tutto di un colpo.
Mousse rimase in silenzio qualche secondo, prendendosi il tempo di osservare Shan-Pu. Non erano mai stati così vicini - e kami, anche se cercava di mantenere la calma era in procinto di tremare quasi più di lei! Anche con gli occhi gonfi di pianto, le ferite del loro combattimento e la stanchezza sul volto, rimaneva sempre e comunque la ragazza più bella che avesse mai visto.
Raccolse tutto il suo coraggio e parlò.
"Shan-Pu... so che non mi ami, e non so se ci riuscirai mai. E' una cosa che ormai ho finito per accettare, più o meno" ridacchio, non suonando convincente nemmeno a se stesso "però...”.
"Però...?"
incalzò la ragazza, incoraggiandolo a parlare.
"Senti, nessuno di noi due vuole un matrimonio forzato, è chiaro... e so che dimenticare Ranma sarà qualcosa di estremamente difficile." continuò, e alzò una mano come segno di continuare ad ascoltarlo quando Shan-Pu cercò di prendere parola; evidentemente voleva chiedergli come lo sapesse, ma Mousse si era accorto di quel dettaglio molto prima di lei. "Ma vorrei... vorrei che mi dessi una possibilità. Lascia che ti ronzi attorno come ho sempre fatto, in quel modo goffo e un po’ ridicolo... ma magari stavolta non-“.
"Non devo trattarti male? Offenderti, umiliarti e-“.
“Si ok, hai riassunto bene il concetto.”
la fermò. Non c'era bisogno che rigirasse il coltello nella piaga, davvero.
"Comunque si... vorrei che me lo concedessi. Lascia che provi a... conquistarti ecco. Come un ragazzo normale farebbe con una ragazza normale. Non ti chiedo altro, davvero. Ma lasciami provare. E se davvero non funzionasse... ti lascerò in pace. Non insisterò mai più, lo prometto. Ma concedimi almeno questo, ti prego" concluse, guardandola dritta negli occhi.
Shan-Pu non credeva alle proprie orecchie. Non si sarebbe aspettata una tale richiesta da Mousse; anzi, si era già aspettata una qualche promessa di matrimonio. Invece se ne era uscito con una richiesta così... normale? E anche giusta, da un certo punto di vista... non gli aveva mai concesso nulla che non fosse un pugno o un insulto, e in quel momento era davvero propensa a dirgli di si... non c'era nulla di male, e ne sarebbe stata anche... felice. Felice, si.
"Allora, cosa mi rispondi?".
Eppure... eppure qualcosa stonava.
Mousse era stato di una dolcezza sconfinata. In quanto fondatore e primo promotore del movimento Da Oggi Viva la Sincerità aveva scardinato il proprio cuore, lasciando uscire tutto quello che vi era risieduto, nascosto e ben protetto, per tutto il tempo in cui erano rimasti lì in Giappone. Aveva detto basta agli atteggiamenti da spasimante matto, sostituendoli con la semplicità dei propri reali sentimenti e di quello che veramente pensava.
Eppure...
E dietro a lui erano arrivate Ukyo prima e Akane poi. La prima che, in una manifestazione di quella che Shan-Pu riusciva a catalogare solo come "follia suicida", aveva sconfessato il proprio amore per Ranma, a quanto le era riuscito di capire di fronte a lui stesso. La seconda che... odiosa, odiosa che non era altro. Si era permessa di farle il terzo grado, di ammonirla e di rimproverarla come neanche sua nonna si era mai messa in testa di fare. Ma ammise, con estrema riluttanza, che non una sola parola di quelle da lei pronunciate era falsa.
Eppure...
Non capiva cosa fosse ma non riusciva a lasciarsi andare all'onda di consapevolezza che pareva aver travolto Nerima nelle ultime ore.
A livello conscio niente le diceva che non avrebbe dovuto: aveva intravisto, forse anche sfiorato, come il loro nuovo corso pareva aver fatto solo del bene a Ukyo e soprattutto a Mousse. Riconobbe il loro spirito come rigenerato dopo anni di sevizie.
Era una questione più profonda e meno identificabile.
"Ecco... io... non lo so..." si trovò a balbettare. Non voleva dirgli di no ma non si sentiva neanche di acconsentire.
Lo sguardo di Mousse si frantumò.
Shan-Pu si sentì subito in colpa. Per una volta nella sua vita non voleva assolutamente ferirlo, ma ci era riuscita lo stesso - brava Shan-Pu, brava!
"M-Mu-Si, no, io... non intendevo dire no, è che... sono solo confusa..." balbettò, cercando di risollevare la questione, quando una voce gracchiante alle loro spalle li interruppe.
"Bene bene bene, ma cosa vedono i miei occhi stanchi... eppure ero certa di avervi lasciati in una fase di stallo in cui nessuno dei due sopportava la presenza dell'altro" disse Obaba, avanzando verso di loro sul suo bastone. "Anzi, ricordo persino chiare minacce di morte." insinuò guardando Mousse. Quest'ultimo ebbe il buongusto di mostrarsi imbarazzato.
Dopo qualche istante di silenzio la vecchia sorrise. Difficile dire se fosse realmente contenta o stava macchinando qualcosa in virtù dei nuovi sviluppi tra i due ragazzi; probabilmente, entrambe le cose.
"Non so cosa vi abbia spinto a cambiare idea in maniera così repentina, avremo modo di parlarne poi; quel che è certo è che ora sarà più facile per voi accettare il vostro destino e sposarvi" disse, mentre i ragazzi tentavano di dissimulare il panico. Obaba aveva notato quel lieve cambiamento nelle loro espressioni, ma evitò di sottolinearlo. Improvvisamente la sua espressione e il tono della sua voce si fecero più seri: "Ma vorrei ricordarvi che c'è ancora una spia del Gran Consiglio tra di noi. Per quanto rivelarle la verità potrebbe semplificarci la vita, dall'altro potrebbe essere molto rischioso. Le abbiamo comunque raccontato un mare di balle e..." fece una pausa, poi riprese "... diciamo che Xi-Lin potrebbe non prenderla bene. Quindi per ora cercate di farvi vedere insieme il meno possibile, continuate a recitare i vostri ruoli. Non perdete assolutamente la calma, deve continuare a credere che Shan-Pu abbia una relazione con la giapponese. Sono stata chiara?" domandò in un tono che non ammetteva alcun tipo di replica.
Shan-Pu frugò dentro di sé alla ricerca di qualche riserva nascosta di forza che fosse sufficiente ad alzare la voce e a rispondere che no, aveva chiuso con le bugie. Le risuonarono in testa le parole di Akane che la accusava di essere infantile e di piegare le leggi della tribù a proprio vantaggio per ritagliarsi una comoda nicchia in cui sprofondare. E parte della sua reazione rabbiosa era dovuta al fatto che l'odiosa ci aveva azzeccato in pieno.
Frugò. E frugò. E frugò. E frugò.
Ritrovandosi a mani mestamente vuote.
Fra botte di Mousse, carezze manesche della nonna, tecniche succhia-energia di quella ridicola professoressa, sommovimenti psicologici vari... era stanca. Troppo stanca per ribellarsi anche in quel frangente.
Chinò la testa, ammettendo implicitamente l'assenso agli ordini di Cologne.
Stava per tirare la manica di Mousse, esortandolo a fare altrettanto, se non altro per evitare ulteriori problemi, quando lo senti urlare, stranamente in giapponese.
"No! Basta così! Io ho veramente chiuso con queste scenate del cavolo! Io amo Shan-Pu e non intendo evitarla per compiacere quella là. Capisco la necessità di proseguire con la recita a favore di Xi-Lin, ma mi rifiuto di sottostare al resto. Basta. Basta". Agitava le mani furiosamente, sudava, sbraitava con tutto il corpo.
Obaba arricciò un sopracciglio, perplessa. Quand'è che quello scemo l'avrebbe finalmente capita? Stava per dirne quattro a Mousse per l'ennesima volta, quando anche Shan-Pu decise di dire la sua.
"Ha ragione lui."
La vecchia inarcò un sopracciglio. La sua nipotina aveva preso ogni genere di batosta in quei giorni, eppure continuava a fronteggiarla a testa alta. Era un atteggiamento irrispettoso per un'amazzone, ma doveva ammettere che ammirava tanto coraggio e sfrontatezza. In fondo le somigliava molto. "Se dobbiamo continuare a fingere per evitare guai con Xi-Lin e il Consiglio mi sta bene, farò quello che mi dirai" continuò la ragazza "ma non voglio sapere niente del matrimonio. Niente! Non voglio essere costretta a sposarmi solo perché lo dice una stupida legge! Voglio godermi i miei sedici anni come ho mai fatto finora!" disse, nel suo cinese musicale e quasi commovente, in un tono di voce che lasciava trasparire determinazione ma anche tanta stanchezza. Mousse la guardò, totalmente stupito; se si aveva la pazienza di sopportarne le angherie e si riusciva a guardare oltre la corazza, anche in Shan-Pu c'era qualcosa di buono. Poco e ben nascosto, ma c'era.
"E poi... se davvero dobbiamo sposarci... cosa cambia se lo facciamo adesso o tra qualche anno?" chiese, lasciando a bocca aperta sia la nonna che Mousse. Quest'ultimo sentiva già il coro angelico risuonargli nelle orecchie, ma si sforzò di mantenere i piedi per terra. Non era una promessa di nessun tipo, e di matrimonio non voleva saperne nemmeno lui; ma di sicuro, aveva tutta l'aria di una risposta alla sua precedente richiesta, prima che la cariatide li interrompesse. E del tutto positiva.
La vecchia si trovò presa in contropiede. Sua nipote stava... contrattando un po' di tempo per frequentare il paperotto miope? Questa era davvero bella. Il giorno dopo sarebbero di sicuro piovute rane. Stava per rispondere, quando il suo istinto la frenò. Qualcosa non quadrava.
"Torniamo al ristorante" disse "C'è qualcosa che non va."

E mentre il terzetto cinese si avviava verso il Nekohanten in un altro posto, da un'altra parte di Nerima, due ragazze stavano ancora confrontandosi con loro stesse.
Ukyo era ancora sotto le coperte del lettino dell'infermeria, sentendosi addosso gli ultimi effetti dell'Happo Goen Satsu. E una notevole dose di nervosismo, tanto per gradire. Akane era tornata a sedersi di fronte a lei dopo che aveva cercato invano, affacciandosi alla finestra, di capire dove potesse essere finita Shan-Pu.
"Quella è proprio dura come il granito" si trovò a dire sovrappensiero, ma di sicuro non era niente che non avrebbe potuto dire con la volontà di farlo.
"Già. Non riuscirò mai a capire cosa le passa per quella testaccia" confermò l'altra, che poi aggiunse "Akane...".
Voltandosi verso di lei le sorrise.
"Dimmi, Ukyo".
"Io... volevo chiederti... di me e di te...".
La più piccola delle Tendo si portò una mano alla bocca, fintamente scandalizzata: "Oddio Ukyo, ma allora sei davvero dell'altra sponda?". Aveva capito benissimo cosa intendesse ma si sentì, stranamente, in vena di scherzi idioti.
"Ma no!" avvampò la cuoca, paonazza. "Cosa vai a pensare!".
"Lo so, lo so, tranquilla. Ti prendevo solo in giro". Poi, in tono più serio: "Cosa volevi chiedermi?".
Ukyo si grattò il naso, palesemente a corto di parole. Non era facile superare la diffidenza e tutti i loro trascorsi. Ma, si era detta, se oggi ho preso una decisione di dimensioni epocali come quella di lasciar andare Ranchan non vedo perché non potrei fare altre pazzie.
Poi, di fronte all'ostacolo in tutta la sua carica di minaccia, si era resa conto che se l'abbandonare l'amore della sua vita era stata una pugnalata, questo non si sarebbe rivelato poi tanto più semplice.
"Sai cosa intendo, dai... volevo sapere... ecco... è difficile da dire per me, ora... penserai che sono una stupida...".
Akane sfoderò un sorriso a sessantaquattro denti e cercò di trasmetterle tutta la propria calma: "No Ukyo, non lo penso. E per quanto riguarda me e te: il passato è passato. Tu ti sei guadagnata il diritto di potermi chiamare amica, da ora in avanti. Il tuo sacrificio nei confronti di Ranma è stato qualcosa di così bello, nobile e splendente che non posso fare la carogna e ignorarlo. Ukyo Kuonji, Akane Tendo sarà per sempre al tuo fianco come alleata e persona di cui puoi fidarti. Ti do la mia parola d'onore. Se dovessi venir meno a quanto ho appena detto sentiti pure libera di ricondurmi alla ragione a suon di spatolate".
E il fragile equilibrio psicologico della giovane Ukyo si ruppe per l'ennesima volta, quel giorno.

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Capitolo 11
*** Ehi Xi-Lin, ma quel cappio? È solo decorativo, vero? ***


Ranma aspettò la pausa pranzo per andare in infermeria a trovare Ukyo e Shan-Pu. Era in ansia per entrambe, quella psicolabile di Hinako le aveva attaccate senza pensarci due volte e soprattutto senza alcun motivo... beh, non che a Hinako servissero motivi per attaccare qualcuno. Lo faceva e basta. C'era pur sempre una pestifera ragazzina nascosta in quel corpo di donna.
Giunto in infermeria venne accolto da Akane e Ukyo, intente a conversare amabilmente come fosse la cosa più normale del mondo. Doveva ammettere che era una scena inquietante, per certi versi... vedere quelle due insieme a complottare era una prospettiva più preoccupante di qualunque nemico si fosse mai trovato davanti.
"Ucchan, vedo che ti sei ripresa! Stai meglio? Ho portato qualcosa da mangiare, ho pensato che nessuna di voi due avesse ancora avuto modo di pranzare!" disse, sventolando un sacchetto pieno di anpan. Le due ragazze, evidentemente in vena di sarcasmo, gli rivolsero sguardi sconvolti. "Chi sei tu, dov'è il vero Ranma Saotome?!" disse Ukyo, scoppiando a ridere all'unisono con Akane.
"Se avete tanta voglia di sfottere me ne vado... con gli anpan!" rispose borbottando, poi notò un particolare. "Ragazze ma... dov'è Shan-Pu? Non dovrebbe essere nell'altro letto?".
Le due si scambiarono un'occhiata, poi Akane rispose. "E' scappata giù dalla finestra. Ha... sentito alcuni nostri discorsi."
"Hm? Che discorsi?" chiese Ranma. Le due ragazze evitarono di rimarcare sulla sua solita mancanza di intuito quando si trattava di affari di cuore, fornendo invece un breve riassunto. A racconto concluso Ranma sospirò, grattandosi la nuca.
"Dovevo immaginare che avrebbe reagito così... l'avrebbe fatto anche in una situazione normale, ma con tutto il trambusto di questi giorni dev'essere stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso." disse, mentre Ukyo e Akane si limitarono ad annuire. Rimasero a chiacchierare qualche altro minuto, prima delle lezioni pomeridiane.
Al termine delle lezioni Ranma chiese ad Akane di accompagnare Ukyo a casa, per sicurezza. Lui aveva una cosa da fare, e a poco servirono le proteste della fidanzata per sapere di cosa si trattasse. Per fare prima saltò sui tetti e corse lungo le ringhiere, come era sua abitudine, e in pochi minuti si trovò nei pressi del Nekohanten. Voleva solo assicurarsi che Shan-Pu non fosse troppo distrutta... o che commettesse stupidaggini.
Era già in prossimità dell'ingresso, ancora sventrato dal poderoso calcio di Shan-Pu di quella stessa mattina. Chissà se la vecchia aveva già chiamato qualcuno per farlo aggiustare. Ripensò ai continui danni che il dojo dei Tendo subiva e, per una volta, fu contento che non fosse successo lì e non per colpa sua.
Ma che vado a pensare? Non è il momento per le porte sfondate.
"Ragazzo, che ci fai qui?". Riconobbe immediatamente la sgradevole voce alle sue spalle. Obaba.
Si voltò, aspettandosi per qualche motivo una bastonata sulla testa che però non arrivò. E quel che vide... gli scaldò il cuore?
Davanti c'era la mummia, al solito zompettante sul suo pezzo di legno. Appena dietro di lei avanzavano lenti Shan-Pu e Mousse. Lui era senza occhiali ma, nonostante il grave handicap, pareva essere sicuro nella camminata. Questo perché, non mancò di notare, era Shan-Pu a fargli da bussola. Tenendo un braccio attorno alla sua vita.
Che stava succedendo? Perché quei due erano così vicini? Non più di mezza giornata prima si erano praticamente giurati odio eterno ed erano arrivati a tanto così da sfidarsi a duello mortale. E ora sembravano due piccioncini a spasso per la città.
Altra cosa che non mancò di attirare la sua attenzione era la faccia della cinese più giovane: un disastro. Arrossata, con gli occhi gonfi e giusto il minimo indispensabile di presentabilità. Aveva proprio fatto bene ad andare a dare un'occhiata, lei sembrava averne un gran bisogno.
"Ebbene, Ranma? Ti ho fatto una domanda e gradirei una risposta" gracchiò ancora la vecchia, ridestandolo dalle sue considerazioni.
"Volevo... volevo solo sapere come stava Shan-Pu. Dopo l'attacco di Hinako era piuttosto malmessa..." rispose, non riuscendo a staccare gli occhi da quei due. Che diamine era successo in quel breve lasso di tempo?
"Si, in effetti quella pazza ci è andata giù pesante. Devo ricordarmi di farle avere i miei personali... ringraziamenti" disse Obaba, quasi sussurrandolo, ma tutti avevano sentito. E sapevano bene che non sarebbero state belle sorpresine, per la professoressa Ninomiya. D'altronde non poteva attaccare la nipotina di Obaba e sperare di passarla liscia...
"Io sta bene Ranchan, tu non preoccuparti! Shan-Pu si rimette presto!" disse la ragazza, con un tono di voce più allegro rispetto a quello spento e triste che aveva avuto negli ultimi due giorni. Mousse, accanto a lei, sorrideva. Ranma non sapeva ancora cosa fosse successo tra quei due, ma qualunque cosa fosse sembrava avere effetti miracolosi sulla cinesina... anzi, su entrambi. Avrebbe chiesto spiegazioni al primo momento utile, ma in ogni caso era davvero felice che la ragazza si stesse riprendendo.
Il silenzio venne interrotto da Obaba, che dopo quell'uscita sarcastica - ma non troppo - su Hinako, era tornata improvvisamente seria.
"Fate silenzio ora, e se dovete parlare cercate di non farlo qui attorno." disse "Qualcosa non quadra, e il mio sesto senso non è ancora così arrugginito come le mie vecchie ossa."
Si diresse verso il retro del ristorante, aggiungendo "Shan-Pu, Mousse, cercate di non farvi vedere insieme qui attorno, come stabilito. Non siamo ancora in grado di agire liberamente, quindi non abbassate la guardia!". Detto questo, entrò.
Dopo qualche minuto Ranma si rivolse ai due ragazzi cinesi. "Allora... uno di voi due sarebbe così cortese da spiegarmi cosa sta succedendo?" chiese, con un mezzo sorriso stampato sul volto.
Per un attimo tutto quello che ottenne dai due fu un imbarazzato silenzio. Persino lui, notoriamente un tontolone in quel campo, notò che gli sguardi rivoltigli dai due erano impacciati e poco propensi alla spiegazione.
Mousse decise di uscire dall'impasse e, scostandosi gentilmente dal braccio di Shan-Pu, si portò di fronte a Ranma. Fece una lunga pausa, cercando le parole adatte. E finalmente rispose: "Saotome, va tutto... meglio. Io e Shan-Pu abbiamo parlato. E siamo giunti a un accordo, più o meno". Fu un miracolo che gli permise di parlare pressappoco nella direzione dell'altro e non verso un palo della luce.
Non che il giapponese non fosse attento a quel che l'anatroccolo gli stava dicendo, ma più di una volta cercò lo sguardo di lei per una conferma su quelle parole. Lui era rimasto a minacce di morte e a "ti odio, maledetta arpia". Era un cambiamento troppo radicale per essere avvenuto in così poco tempo e solo con una chiacchierata.
Lei notò la sua silenziosa richiesta e gli rispose con un cenno affermativo del capo. Non aveva senso nascondergli quegli sviluppi, prima o poi se ne sarebbe accorto da sé. Più dopo che prima probabilmente, considerato l'elemento, ma sarebbe successo.
La bocca di Ranma si piegò in un sorrisetto smargiasso mentre avvolgeva un braccio attorno alle spalle di Mousse. Si avvicinò al suo orecchio e gli sussurrò: "Dì un po'. Hai fatto o detto qualcosa di particolarmente carino alla tua promessa sposa? Non l'ho mai vista così propensa a starti vicino senza un martello in mano". Il tono era scherzoso. Quella voleva essere una semplice uscita amichevole fra persone che se le possono permettere fra di loro. Ranma credeva, a ragione, di essere ormai prossimo a quel punto nel suo rapporto con Mousse, sempre ammesso che non ci fossero già arrivati.
Mousse si tirò indietro, visibilmente rosso in viso. "S-Saotome! Cos-co-cosa...! Ma che vai dicendo?!" fu la risposta del cinese, imbarazzato. Aveva evidentemente frainteso le parole di Ranma, che intanto ridacchiava di gusto.
"Amico rilassati, hai decisamente travisato le mie parole!" cercò di calmarlo, tra una risata e l'altra "Non intendevo nulla di... audace, diciamo così. Frena ora, su!”
L'altro inforcò un paio di occhiali spuntati magicamente da chissà dove e lo guardò attraverso le spesse lenti, imbarazzatissimo. E non per le parole travisate. Non aveva ancora avuto il tempo di abituarsi alla nuova situazione, e sembrava che bastasse una battuta di troppo per agitarlo. Doveva decisamente calmarsi.
Shan-Pu intanto li osservava poco più indietro, con un'espressione interrogativa dipinta sul volto. Non capiva esattamente cosa stesse succedendo per via del suo giapponese altalenante, ma soprattutto non capiva cosa ci fosse da ridere ed agitarsi allo stesso tempo. Erano impazziti, forse?
Maschi. Probabilmente non li avrebbe mai compresi.
"Io non vuole troncare vostri strani discorsi da maschi" li interruppe "ma forse meglio fare come dice nonna e spostarci da qui prima che Xi-Lin vede noi insieme."
I ragazzi si scambiarono un'occhiata, poi annuirono verso Shan-Pu e insieme si allontanarono dal ristorante.

Lasciati i ragazzi fuori a parlare, Obaba era impegnata a capire cosa il suo sesto senso stesse cercando di farle capire. Quella nuova situazione tra Shan-Pu e Mousse, doveva ammetterlo, l'aveva tranquillizzata parecchio. Non era un matrimonio ma era comunque un passo avanti, qualcosa su cui lavorare.
Purtroppo c'era altro di cui preoccuparsi.
Perlustrò il ristorante da cima a fondo, ma di Xi-Lin neanche l'ombra.
Allora cos'era che non andava?
Che l'amazzone avesse deciso di tornare in Cina senza nemmeno avvisarli? Aveva scoperto Mousse e Shan-Pu e progettava vendetta? Aveva sistemato qualche trappola lì dentro?
Eppure, dopo aver controllato minuziosamente ogni angolo, non trovò nessun trucchetto o trappola, e i pochi bagagli di Xi-Lin erano ancora lì.
Eppure qualcosa continuava a non quadrare.
"Oh beh, mi sarò sbagliata. L'età comincia davvero a farsi sentire per questa povera vecchia" si trovò a lamentarsi con l'aria.
Non c'era nulla fuori posto. Proprio nulla. La ricerca era stata a vuoto e Xi-Lin era ancora nei paraggi, quindi non stava tornando imbufalita a Joketsuzoku denunciandoli come dei perversi corrotti dai costumi occidentali o qualche scemata del genere. Pur non manifestandolo mai apertamente, difatti, era sempre stata urtata dall'estrema ottusità mostrata dal Gran Consiglio della tribù, così inflessibile e mai disposto a un'eccezione.
Questo ristorante fa pena, pensò. C'era la porta da sostituire e un sacco di ciarpame ancora in giro.
Per prima cosa telefonò a una ditta specializzata per farsi portare il prima possibile un ingresso sostitutivo, pattuendo una cospicua mancia se il lavoro fosse stato rapido e ben fatto. Poi, sempre in tema porta, fece che sradicare del tutto quella buttata giù da Shan-Pu. Spaventò molto alcuni passanti ma non se ne curò. La portò sul retro e la abbandono lì. Ci avrebbe pensato Mu-Si, sorrise soddisfatta fra sé e sé.
Successivamente si dedicò a mettere un po' in ordine tutta la carta sparsa per la sala grande. Aveva rovesciato bauli su bauli alla ricerca di una soluzione e, per fortuna, tutta quella fatica non era stata inutile.
Quando riprese in mano la pergamena su cui era vergata la legge che, almeno per il momento, stava salvando tutti i loro sederi... il suo senso d'allarme prese a suonare all'impazzata. Molto più forte di prima.
Si mise a rileggerla.
Quando arrivò in fondo era un tremito unico.
"No. No. Come ho potuto...".
Non bastavano i suoi tre secoli di vita per giustificare un simile, grossolano errore.
Doveva trovare quei due ragazzi e metterli al corrente delle funeree novità.
Schizzò come un fulmine all'esterno del Nekohanten con la stupida speranza di trovarli ancora lì, dimenticandosi persino che era uscita qualche minuto prima e loro erano già spariti.
Si fiondò in strada e corse veloce tra i vicoli e i tetti di Nerima, dando fondo a tutte le sue energie, augurandosi che non fosse troppo tardi.

"Che cosa diamine sta succedendo?".
Era l'ennesima volta che Ukyo rivolgeva questa domanda a Ranma, sottovoce.
Indecisi su dove andare a parlare tranquillamente, Ranma propose di andare al ristorante di Ukyo. Voleva assicurarsi che stesse bene, e inoltre, anche se rischiavano che Xi-Lin decidesse di andarle a far visita, sarebbe stato sicuramente più semplice dover sostenere quella pantomima tutti insieme, piuttosto che dover lasciare tutto sulle sue spalle, come già era successo a Shan-Pu. Ovviamente la nuova situazione tra i due ragazzi cinesi non aveva mancato di lasciare di stucco anche Akane e Ukyo. Erano così... carini. Mousse così protettivo, Shan-Pu persino... felice?
"Il mondo sta proprio girando al contrario..." disse Ukyo, fissando i due ragazzi seduti a un tavolo, mentre preparava okonomiyaki per tutti.
"Domani pioveranno rane" aggiunse Akane, sempre sottovoce.
"Ragazze, da voi non mi aspettavo tanto acido! Dovreste essere contente per loro!" le ammonì Ranma.
Le due lo guardarono e scoppiarono a ridere. "Ranma, guarda che lo siamo, sul serio! Ma ammetterai che nessuno si aspettava una conclusione simile dopo che Mousse l'aveva minacciata di morte, no?" disse Ukyo, intenta a decorare le sue famose e deliziose okonomiyaki.
"Sei proprio tardo, non c'è speranza per te" aggiunse provocatoria Akane.
Capendo - tardi - di essere stato preso in giro da quelle due, il ragazzo rivolse loro la peggiore delle occhiatacce, arrossendo d'un colpo. "Taci, maschiaccio senza sex-appeal!”
"A chi hai dato del maschiaccio, pervertito?!" lo minacciò Akane acchiappando una delle spatole di Ukyo e usandola come arma non convenzionale - come se avessero mai usato qualcosa di convenzionale per picchiarsi, poi.
"Ragazzi per favore, non c'è bisogno di picchiarsi! Non ne avete abbastanza? Io direi di rilassarci, visto che prima o poi ci ritroveremo davanti quell'amazzone..." intervenne Mousse, con l'intenzione di placare gli animi. Intenzione lodevole, peccato che stesse rivolgendo le sue attenzioni alle stampe appese alle pareti del locale perché Shan-Pu si era di nuovo fregata i suoi occhiali.
"Shan-Pu, ti prego, rendigli le sue lenti o continuerà a parlare con gli oggetti, spaventandomi i clienti!" disse Ukyo tra una risata e l'altra, rivolgendosi alla cinesina; quest'ultima intanto sghignazzava alle spalle di Mousse, godendo un po' della situazione di disagio del ragazzo. Era bello vedere che qualcosa non era cambiato. Anche se, nel modo in cui lo osservava, qualcosa di diverso c'era. Sorrise, per poi rimettere gli occhiali di Mousse al proprio posto, sul naso del ragazzo, che subito si allontanò dalle stampe.
"Non potevate dirmelo prima?!" sbuffò, prima di sedersi con gli altri attorno al piatti preparati da Ukyo. Quest'ultima si allontanò un attimo dal bancone per recarsi sul retro, per rifornirsi della salsa che usava solitamente per condire abbondantemente le okonomiyaki preferite di Ranma.
Nonostante la mattinata atroce, si sentiva molto meglio. Più serena, più leggera. E quella strana rimpatriata - che era probabilmente la cosa più vicina a un pranzo tra amici che avesse mai condiviso con loro - le piaceva davvero.
Stava per tornare in sala quando un rumore la colse alla sprovvista. Ma ancora più stupefacente fu scoprire la fonte del rumore.
"Vecchia Obaba! Mi ha fatto prendere un colpo! Come sapeva che eravamo tutti qui?".
La vecchia zompò verso di lei sul suo bastone, visibilmente agitata.
"Non importa come lo sapessi, importa solo che siete in pericolo. Ci serve un posto sicuro, e né qui né al Nekohanten lo siamo più."
Ukyo si agitò nel sentire le parole della vecchia amazzone. "Obaba... cosa sta succedendo? Perché siamo in pericolo?"
"Ho commesso un imperdonabile errore" disse "Xi-Lin non è venuta in Giappone solo per controllare Shan-Pu... ho travisato quanto dicevano i documenti, e ora tu e mia nipote siete in pericolo. Temo di avervi condannate a morte."
"La prego, respiri. In queste condizioni le verrà un infarto" disse Ukyo, seriamente preoccupata per la vecchia. Paonazza e col fiato che più corto non si poteva.
Quella scosse la testa: "Non importa, non importa. Fammi strada per il ristorante, devo avvisare tutti" ansimò.
Quando i capelli bianchi della vecchia si impressero sulle retine dei presenti c'era ancora un clima gioviale e allegro. Qualcosa che, si trovò a pensare in un momento di distrazione, non si sarebbe mai aspettata di vedere fra loro. Specialmente la sua cara nipote che rideva a più non posso insieme a Mousse.
Poveri ragazzi. Ora che forse stavano raggiungendo un equilibrio fra di loro...
"Vecchia! Vieni a farti due ghignate insieme a noi!" proruppe Ranma con voce acuta, neanche fosse stato pieno di sakè fino all'orlo delle orecchie. Suonava davvero come un ubriaco allo stadio terminale.
"Ranma! Ti pare il modo di rivolgerti alla signora Cologne?" lo apostrofò Akane con un sorriso a novemila denti.
L'amazzone anziana si trovò seriamente a pensare che quei maledetti giovinastri si fossero dedicati all'alcool. Non li riconosceva. Erano tutti ebbri di ilarità.
Ci sarebbe mancato pure quello. Convincere della gente brilla che la loro vita era in pericolo.
"Fate un po' di silenzio!" urlò con tutto il fiato che riuscì a raccattare. Bastò quella dimostrazione di autorità per quietarli. Le serviva che capissero bene quanto stava per dir loro.
"Scusate se ho interrotto il vostro bel convivio, ma porto pessime novità".
E, così come fino a pochi minuti prima l'Okonomiyaki Ucchan era stato il ritrovo di cinque adolescenti in vena di spensieratezza, così fu sufficiente quella singola frase a gettarli in un cupo timore.
"Non c'è tempo da perdere. Vi spiegherò strada facendo. Akane Tendo, andiamo a casa tua. È probabilmente il posto più sicuro in cui Shan-Pu e Ukyo possano rifugiarsi".
Nessuno ebbe da ridire. Si alzarono tutti, silenziosi e preoccupati.
Mentre procedevano Obaba disse cosa fosse successo di tanto catastrofico: "Ho letto male la pergamena con la legge sulle amazzoni diverse. È vero che possono non sposarsi, ma quel che succede dopo è... diciamo che è poco piacevole".
"E cosa sarà mai? Le uccidono?" fece Ranma, col chiaro intento di smorzare.
Il silenzio di lei, accoppiato con lo sguardo di chi vorrebbe scherzare ma non può, fu sufficiente a gelargli il sangue.
Arrivati al dojo dei Tendo si radunarono in palestra. La vecchia si premurò di esplicitare al meglio delle proprie possibilità le reali conseguenze del vicolo cieco in cui si erano ficcati. Ukyo e Shan-Pu furono, ovviamente, quelle che la presero peggio. D'altronde per gli altri la questione si sarebbe risolta in un nulla di fatto, tanto la pelle scuoiata non sarebbe stata la loro.
Suonò il campanello.
Quando Ranma aprì la porta si sentì come se gli fosse caduta una trave di titanio direttamente sulla testa.
"Salve, bel ragazzo giapponese. Sono qui Ku-Lun e Shan-Pu, per caso?" chiese Xi-Lin con aria innocente.

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Capitolo 12
*** Ehi tu che leggi, il morto lo vuoi o no? ***


Ranma impallidì.
Sapeva che Xi-Lin non avrebbe tardato a farsi viva, ma ovviamente non pensava che sarebbe arrivata COSI' presto. No no no no - non ancora, non adesso! Avevano avuto giusto il tempo di rifugiarsi in casa Tendo e ascoltare le spiegazioni di Obaba su quella pergamena da lei male interpretata. Maledetta cariatide, ma come aveva fatto a sbagliarsi?! Su un insignificante dettaglio come l'uccisione delle amazzoni accusate di omosessualità poi, una sciocchezza proprio...
Ok. Inspirò. Se il suo cervello riusciva a trovare il tempo di fare del sarcasmo involontario, poteva calmarsi e ragionare. E magari riuscire a tenerla occupata, anche se non aveva idea di come fare.
L'amazzone dal canto suo non sembrava infastidita dal silenzio di Ranma, o che avesse fretta di far fuori Shan-Pu e Ukyo. Al contrario, aveva l'aria rilassata di chi ha tutto il tempo del mondo a disposizione.
Maledetta.
Sorrise, un sorriso fintissimo - era un pessimo attore, e le sue partite a poker erano sempre state oggetto di derisione in famiglia.
"Xi-Lin, che piacere!" disse, con un tono di voce particolarmente alto "Come mai cerca Shan-Pu e la vecchia?"
Quella rise. Una risata gradassa, antipatica e che a Ranma fece accapponare i peli delle ascelle.
"Non mi devo giustificare con te. Sono faccende private fra noi amazzoni. Noi tre e la... ragazza di Shan-Pu. Bleah, mi viene la nausea solo a pensarci. Allora, ci sono o no?".
Ranma non sapeva che fare. Poteva buttarla sul fisico ma, conoscendo come funzionavano le cose a Joketsuzoku, un membro del Gran Consiglio lo avrebbe usato come scopettone per pulire per terra. Poteva provare a stallare per guadagnare qualche minuto ma sarebbe stato inutile, perché avrebbe solo rimandato l'inevitabile, e imbarazzante.
Poteva... poteva...
Al diavolo. Non poteva fare nulla di nulla.
"Te lo chiedo per l'ultima volta, ragazzo: sono qui Shan-Pu e Ku-Lun?". La voce suonava minacciosa e lo sguardo, non più allegro come lo era pochi secondi prima, non faceva altro che confermare l'avvenuto cambio di umore. Xi-Lin non era più in vena di salamelecchi e saluti.
Ranma decise che non serviva caricare a testa a bassa i mulini a vento: "Sì, sono qui. Entrambe". E le fece strada verso il dojo, mordendosi figurativamente le mani per non aver saputo ottenere nulla di meglio.
Quando aprì la porta della palestra, però, notò che qualcosa non quadrava.
"Mi prendi in giro ragazzino?" ringhiò l'amazzone, infastidita. Ma Ranma non sapeva davvero cosa dire. Dove diamine erano le ragazze?
Al loro posto c'era solo Obaba. Perfino Mousse si era dileguato.
"Sapevo che non ti saresti fatta attendere, Xi-Lin".
"Non ti si può nascondere nulla, vecchia volpe" rispose l'altra, sarcastica. "Sai, sono curiosa... come hai fatto a interpretare in maniera tanto errata quella pergamena? E' un errore grave persino per te!"
Obaba rispose pacata, senza lasciar trasparire la tensione che le aveva fatto rischiare un infarto solo un'ora prima. "Che vuoi che ti dica... le pergamene di Joketsuzoku sono antiche quanto la Cina stessa, e per quanto io le conosca ampiamente ho comunque una certa età. Tuttavia" sospirò "non giustifica il mio errore e il rischio a cui ho esposto la mia nipotina..."
Ranma per un attimo si sentì davvero impotente e dispiaciuto per la vecchia. Era una situazione senza via d'uscita.
"Oh ti prego, smettila con questo finto buonismo, è così irritante!" si spazientì Xi-Lin. Era ora della resa dei conti, per lei.
"Molto bene, vecchia Ku-Lun. Saresti così gentile da dirmi che fine hanno fatto Xian-Pu e la giapponese?" chiese in tono marziale Xi-Lin, palesemente alterata dall'evolversi degli eventi.
La mummia pareva non aver nessuna intenzione di rispondere: sguardo di ghiaccio capace di tenere testa a quello altrettanto mortale dell'amazzone più giovane, se ne stava appollaiata sulla cima del suo bastone senza dare altro segno di vita. Il povero Ranma si sentiva tremendamente fuori luogo e, a conti fatti, non c'entrava quasi nulla con quella scomoda, pesante e per nulla piacevole situazione.
"Mi sembra di averti fatto una domanda" ribadì Xi-Lin, sempre meno in controllo della propria ira.
"Lo vuoi proprio sapere?" rispose l'anziana senza stillare una sola goccia di sudore.
"Non prendermi in giro e dimmelo!".
"Come vuoi. La risposta che cerchi è semplice: appena è squillato il campanello le ho fatte scappare. Al momento non so dirti dove possano essere andate".
Un rumore come un rombo di tuono squassò il dojo. Era il piede di Xi-Lin che sbatteva rabbiosamente per terra.
"Tu hai fatto cosa?" sibilò.
"Le ho fatte scappare. Ne vuoi sapere una, Xi-Lin? Ho rispettato per decenni e decenni e decenni le leggi del Gran Consiglio ma, in realtà, non le ho mai trovate giuste. Era solo il mio onore di amazzone a spingermi ad abbassare il capo e a non ridire nulla. Ma oggi ho visto due ragazzi ribellarsi con tutto ciò che avevano in corpo a queste regole incise nella roccia e la cosa mi ha colpita, più di quanto sia disposta ad ammettere. E ho deciso di prendermi la mia porzione di merito per il colpo di testa di quei giovinastri".
Ranma riconobbe chiara, nella voce di Obaba, frustrazione a lungo repressa. Xi-Lin ci vide invece solo pazzia e sconclusionatezza.
"Sai che la pagherai cara, vero?" le disse, metà furibonda e metà preoccupata.
"Non mi devi insegnare nulla. Ero viva e scalpitante quando la tua trisnonna non era neanche un pensiero nella mente di sua madre".
Ranma sentì chiaramente la giovane amazzone digrignare i denti. Era furibonda, e la vecchia Obaba aveva già accennato al fatto che Xi-Lin sapeva come farla pagare a chi le aveva fatto un torto...
Ranma si augurò mentalmente di non arrivare a scoprirlo. Non prima di aver trovato un modo per tirare tutti fuori da quel casino.
Si chiese dove si fossero nascosti Shan-Pu e gli altri, e si augurò che fossero davvero al sicuro.

"Di tutte le idee che potevi avere, questa è sicuramente una delle più assurde Nabiki."
Nabiki si voltò a guardare la sorella minore, sollevando un sopracciglio.
"Con così poco preavviso non ho avuto modo di pensare a una soluzione migliore. E poi scusa, conosci per caso un nascondiglio migliore di questo?" disse, allargando le braccia a mostrare l'ampia ed elegante stanza in cui si trovavano.
"Si ma... casa Kuno?" chiese ancora Akane.
"Sarò ben lieto di ospitarvi nella mia umile dimora finché tu e i tuoi amici ne avrete necessità, mia cara Akane, e lascerò correre il fatto che Nabiki mi abbia praticamente costretto con la forza senza nemmeno darmi una spiegazione. Per te questo ed altro, mia amata!" ululò Kuno ad un'invisibile luna, sotto gli sguardi attoniti e un po’ preoccupati dei presenti.
“Diciamo piuttosto che mi dovevi un favore e sono venuta a riscuoterlo" lo informò Nabiki "Ti sto facendo risparmiare una bella sommetta. Le foto della ragazza con il codino sono merce rara che vale parecchio..." sorrise melliflua, mentre Kuno avvampava di imbarazzo e rabbia.
Akane li guardò punzecchiarsi e sospirò. Al di là di tutto, la dimora dei Kuno era in effetti un buon nascondiglio, almeno per un po'. Xi-Lin non sapeva nemmeno dell'esistenza di Kuno o Kodachi, e avevano quindi del vantaggio per pensare a un piano... già, ma quale?
Espresse ad alta voce i propri timori. Necessitavano di un piano d'azione. Si lamentò anche del fatto che avevano lasciato indietro la vecchia che, in un caso del genere, sarebbe di sicuro tornata utile con la sua diabolica mente da centenaria vissuta. Ma le venne fatto presente che era stata inamovibile nella sua volontà di rimanere indietro per coprirli con Xi-Lin.
"Sì, ok. Ma questo non risolve il nostro problema. Anzi, lo peggiora solamente" disse in tono tragico. Kuno la osservava col suo solito sguardo da cretino appena caduto dal pero, anche se effettivamente la situazione era davvero ingarbugliata e lui ne era del tutto all'oscuro.
"Facciamo passeggiata per bel parco, qualche idea verrà" propose Shan-Pu col suo zoppicante giapponese. Disse ad alta voce, in cinese, che da quel momento avrebbe parlato solo in lingua madre, chiedendo gentilmente a Mousse di fungere da interprete. Era stufa di far fatica per farsi capire. Lui annuì sorridendo.
Camminavano in silenzio e ognuno di loro, Tatewaki escluso, faceva muovere velocemente le proprie rotelle per venire fuori con la genialata che avrebbe salvato i loro sederi. Ma, nonostante gli sforzi a profusione, nessuno riuscì a cavare un ragno dal buco. Persino Nabiki, che era stata messa sommariamente al corrente mentre fuggivano, non era in grado di escogitare nulla di rilevante. E la cosa la infastidiva parecchio perché credeva, molto probabilmente a ragione, che mancando la vecchia le speranze dei presenti erano per la maggior parte riposte su di lei.
Mousse avanzava lento, qualche passo indietro al gruppetto. Sin da quando erano fuggiti precipitosamente da casa Tendo gli frullava qualcosa per la testa.
Da Oggi Viva la Sincerità, eh? Ebbene, quello era il momento di mettere in pratica il proposito.
"Ragazze, credo che non ci resti altro da fare che dire la verità a Xi-Lin. Non voglio che Ukyo debba pagare al posto mio".
Le ragazze lo guardarono sconvolte. Era proprio intenzionato a cercarseli, i guai?
"Mousse, ti sono infinitamente grata per il tuo altruismo ma nemmeno io voglio vivere con le tue penne d'oca sulla coscienza! Ti rendi conto che confessando tutto rischiamo comunque la pelle?" gli fece notare Ukyo.
"Tu pazzo, Mousse? Tu appena dichiarato a me e già vuoi dare prova di tua stupidità e farti ammazzare da amazzone di mezza età?!" strillò Shan-Pu, talmente sconvolta da dimenticare la promessa fatta poco prima di parlare solo in cinese. Mousse si morse il labbro, in preda a mille dubbi e paure.
"E se avesse ragione lui?" si intromise Nabiki, attirando a sé gli sguardi interrogativi dei suoi compagni di sventura. "Voglio dire, è chiaro che qualunque cosa facciate, che sia dirle la verità o continuare la recita, siete - anzi, siamo ormai - nei guai comunque. Tanto vale dire la verità, e forse sarà più indulgente..." lasciò in sospeso la frase, che non suonava convincente nemmeno a lei.
"In effetti, se sapesse che Shan-Pu non è lesbica, e che... beh..." balbettò Ukyo "si insomma, sembra esserci del tenero tra lei e Mousse, potrebbe anche risparmiarci la sua ira. In fondo un matrimonio tra loro due era proprio quello che voleva il Consiglio, mi pare."
I due ragazzi cinesi avvamparono d'imbarazzo alle parole di Ukyo. Poi però Shan-Pu si allarmò di nuovo, e riprese a balbettare nel suo goffo giapponese.
"Ma se scoprisse di noi ci riporterebbe in Cina per matrimonio! Subito!"
Ukyo e le due sorelle Tendo si scambiarono uno sguardo. Di sicuro era meglio un matrimonio con tutti gli arti intatti che una morte atroce pur di continuare una stupida recita... ma quei due avevano faticato così tanto per ammettere finalmente i loro reali sentimenti e trovare persino un accordo su uno stupido matrimonio imposto, chi erano loro per costringerli a rimangiarsi tutto?
Ancora una volta, sembravano fermi davanti a un vicolo cieco, quando un'ombra che ben conoscevano zompò sul prato proprio vicino a loro.
"Vi ho cercati ovunque!" annunciò Ranma, ignorando le proteste di Kuno sulla sua irruzione in casa sua. "Non c'è tempo da perdere, dobbiamo tornare al dojo! Xi-Lin ormai sa tutto!"
Il terrore comparve sul volto dei ragazzi, ma Ranma continuò.
"Ma forse Obaba ha trovato una soluzione."
A quanto pare, qualcuno lassù voleva loro molto bene.
Stavano per andarsene da casa Kuno, con grande gioia del padrone, quando Shan-Pu urlò con tutto il proprio fiato. I presenti si voltarono nella sua direzione, presi in contropiede.
"Che succede, Shan-Pu?" chiese Akane.
La ragazza cinese non rispose. Tremava. Il suo volto tradiva terrore, di quelli che ti schiacciano all'angolo della stanza e ti permettono solo di battere i denti e piangere.
"Nonna... perché l'hai fatto?". Ovviamente nessuno capì un'acca, Mousse escluso. E, come già successo altre volte negli ultimi, isterici giorni si prese la briga di tradurre in diretta per i giapponesi.
"Shan-Pu, cosa intendi? Cos'ha fatto la vecchia?". Lei gli si avventò addosso abbracciandolo. Le reazioni variarono dallo scandalizzato di Kuno, ancora disgraziatamente presente, all'imbarazzato totale del diretto interessato.
"Mousse... non ricordi... cosa succede se un anziano si accolla la responsabilità di un errore o di un crimine commesso da un minorenne?". No, lui non lo ricordava. E quando lo ricordò sbiancò come un cencio.
"Non... non è possibile... stai dicendo che...".
"Sì... la nonna si è presa la colpa per me, per te e per Ukyo. Se la riconducono in Cina la giudicheranno e la impiccheranno".

Quando arrivò una versione comprensibile per tutti un velo funereo si stese sul capannello dei presenti. Tranne quel mentecatto di Kuno che, chiaramente, non capiva un accidente di quanto stesse accadendo.
"Ma è pura follia!" esplose Ranma, indignato "E a me ha detto di venire a recuperarvi in fretta col sorriso sulle labbra! Stupida vecchia suicida!".
"Andiamo! Non c'è un solo secondo da perdere!" sentenziò Akane e nessuno ebbe da ridire. Il loro sprint lasciò un kendoista confuso oltre ogni dire sull'uscio di casa propria a ripetersi "E poi dicono che sono io quello matto".
Corsero a perdifiato fino al dojo, senza proferire parola, tutti troppo impegnati a trovare una soluzione e a darsi la colpa di qualcosa più grande di loro.
Mousse si sentiva un verme. Tutto era partito da lui, per colpa di un suo stupido colpo di testa.
Stupido, stupido! Per quanto la odiasse non poteva vivere col rimorso della morte di Obaba. Soprattutto non avrebbe mai più potuto guardare Shan-Pu negli occhi, perché non gliel'avrebbe mai perdonato. O forse non l'avrebbe incolpato, ma quel dolore l'avrebbe accompagnata per il resto della sua vita. E lui non poteva accettarlo.
Ranma, in testa al gruppo, continua a borbottare cose come "maledetta vecchiaccia" o "stupida mummia". Quando l'aveva mandato a cercare Shan-Pu e gli altri era tranquilla, e non aveva ovviamente fatto il minimo cenno a cosa le sarebbe accaduto. Ovviamente, pensò Ranma. Non si sarebbe mosso di lì altrimenti, e lei aveva bisogno di avere campo libero per... per qualunque cosa avesse in mente.
Arrivarono al dojo temendo di trovarsi davanti ogni genere di atrocità, ma furono accolti invece da una terrorizzata Kasumi.
"Finalmente siete tornati!" disse andando loro incontro. "Sta succedendo qualcosa di strano nel dojo, papà e il signor Genma mi hanno persino vietato di avvicinarmi in palestra..."
"Come?" chiese Akane, stupefatta. Scambiò un'occhiata con Ranma, perplesso quanto lei. Se c'era qualcosa di strano in palestra significa che la vecchia era ancora viva? Stava forse combattendo con Xi-Lin? Non perse altro tempo, e si fiondò in direzione del cortile per scoprirlo.
Giunti nei pressi della palestra, però, i ragazzi non avvertirono nulla. Non un'aura combattiva, un formicolio dovuto a qualche ki particolarmente potente... nulla.
Regnava il silenzio.
Shan-Pu mise da parte la prudenza e spalancò le porte del dojo.
La scena che si trovò davanti non le piacque per nulla.
Xi-Lin era stesa a terra, la schiena rivolta al soffitto, inerme. Non sembrava stesse respirando, o forse era un respiro così debole che non si notava neanche.
Qualche metro più in là, c'era la nonna.
Sembrava frastornata ma, complessivamente, in buona forma. Aveva il respiro un po' tirato ma non presentava ferite, perlomeno a un'analisi superficiale.
"Ranma! Che diavolo combini? Ti avevo detto di andar via!" ringhiò verso il ragazzo col codino. Il quale, punto sul vivo, rispose "Sì, mi avevi detto di andare a prenderli! E si può sapere cos'hai combinato qui, mentre noi non c'eravamo? Non l'avrai mica...".
Obaba lasciò in sospeso la domanda. Si girò e recuperò il bastone che era rotolato lontano.
"Nonna! Non le hai fatto del male, vero?" chiese Shan-Pu, sull'orlo delle lacrime.
Ancora nessuna risposta.
Akane si era avvicinata al corpo dell'amazzone, fremiti di terrore che la percuotevano. Le tastò il polso.
Non c'era battito.
"Vecchia Obaba, lei l'ha... uccisa...".
Alzò la testa verso di lei e ripeté quanto aveva appena detto. L'anziana distolse lo sguardo. Tutti i presenti presero questo gesto come una tacita ammissione di colpevolezza.
"Io... non posso crederci... perché? Perché l'hai fatto?" furono le prime parole di Mousse da che erano tornati al dojo dei Tendo.
Scocciata dagli sguardi accusatori, spaventati e senza controllo dei ragazzi finalmente Obaba parlò. Lo sguardo accigliato e un po' ringhiante non lasciavano presagire nulla di buono.
"Voi mi sottovalutate. Non è morta. Non ancora. Ho usato una tecnica segreta, abbastanza antica da non essere nel suo pur vasto bagaglio di conoscenze. Al momento è lì, in bilico. Per uscirne deve semplicemente essere abbastanza forte. E un membro del Gran Consiglio è adatto al compito, ve lo assicuro. Per quanto riguarda il perché...".
Rimase in silenzio qualche secondo, poi concluse "...perché io non mi faccio mettere i piedi in testa da una mocciosa che non ha nemmeno un secolo d'età, per chi mi avete presa? Per me è ancora un mistero come una ragazzina del genere possa essere diventata membro del Consiglio, benché fosse solo una loro emissaria e non un membro di rango più alto." borbottò, infastidita.
I ragazzi la guardarono stupefatti; Mousse tirò perfino un sospiro di sollievo. Come avevano potuto dubitare di quella vecchia mummia inossidabile?
"Lei non morta allora?" incalzò Shan-Pu, con voce tremante, evidentemente preoccupata per le sorti di Xi-Lin. Non perché la sua vita le stesse particolarmente a cuore, ma per le conseguenze che avrebbe avuto su di loro la sua morte. La polizia forse non l'avrebbe scoperto, Xi-Lin era arrivata qui come un fantasma... ma il resto del Consiglio sicuramente si. E non sarebbero stati clementi, di sicuro.
Obaba si avvicinò alla nipotina, saltellando sul suo bastone fino a sfiorare il corpo dell'amazzone dai capelli bianchi. "Sta' tranquilla mia cara, si riprenderà. E in ogni caso, posso sempre invertire io stessa il procedimento. Anzi, chissà che un tale spavento non serva a farla tornare a Joketsuzoku con la coda tra le gambe... tsé, sperare di far fuori ME."
"Perché l'hai fatto?" stavolta fu Mousse a rompere il silenzio.
"Non ti è bastata la mia risposta, paperotto?" rispose Obaba, senza nemmeno girarsi a guardarlo.
"No, non mi è bastata" insistette lui. "Non credo proprio che dimostrare la tua superiorità a un membro del Consiglio sia la sola ragione che ti ha spinta ad ucciderne un emissario"
"Che non ho ucciso..." specificò Obaba "...non ancora."
Detto questo si allontanò dai ragazzi e andò in cortile, lasciando un Mousse pieno di dubbi intento a consolare la sua nipotina, insieme agli altri malcapitati.
Quando fu abbastanza lontana dal gruppo, una voce la colse di sorpresa.
"L'ha fatto per loro, non è vero? Voleva che potessero avere una vita normale, per una volta."
Dannata Akane Tendo, era peggio di un segugio!
"E chi ti ha detto che l'ho fatto per questo? Proprio non vi piacciono le risposte semplici, a voi giovani."
"Non se sono bugie" rispose Akane, sorridente. Obaba le lanciò un'occhiata infastidita, chiedendosi da dove arrivasse tanto acume improvviso.
"Non che sia una bugia in fondo... non mi sarei mai lasciata sconfiggere da una novellina come Xi-Lin" disse, per poi rimanere in silenzio per qualche minuto.
"Ma non volevo nemmeno che mia nipote fosse costretta a sposarsi a sedici anni per delle stupide leggi vecchie come il mondo... a cui nemmeno io credo più" ammise. "Non potevo farlo... non ora che sembra abbia iniziato a capire come funziona il mondo, e che sia finalmente venuta a patti con se stessa e i suoi sentimenti. Semplicemente non potevo."
Akane sorrise, compiaciuta del fatto che anche la vecchia Obaba fosse capace di pensare con la propria testa.
Sembrava un'altra persona rispetto a quella con cui aveva discusso, in maniera anche piuttosto accesa, solo la sera prima.
"Sa, devo dire che sono felice di sentirla parlare così. Onestamente mi sorprende ma questo non toglie che mi faccia piacere. Forse c'è speranza anche per lei, alla fine".
Sapeva di essere suonata un poco irrispettosa nei confronti della tricentenaria ma non le importava, pensava davvero quel che aveva appena detto.
Come si aspettava lei non la prese granché bene, anche se si limitò a sbuffare di fronte alla sua impertinenza. Poi aggiunse, piccata: "Non è gentile da parte tua essere scortese con un'anziana. Devo per caso farti cambiare atteggiamento a nerbate?".
Akane alzò le mani in segno di arrendevolezza: "No, nobile Cologne. Non sarà necessario giungere a tali estremi. Le chiedo scusa per la maleducazione. Piuttosto, cosa ne facciamo di Xi-Lin? E, soprattutto, è davvero sicura che si riprenderà? E se ci mettesse troppo tempo e al Consiglio si insospettissero per la prolungata assenza?".
La ragazza ha sollevato un punto interessante, pensò la vecchia. Poteva sorgere un ennesimo problema se i tempi dell'amazzone dai capelli bianchi si fossero dilatati troppo. Ma non era in grado, almeno al momento, di darle una risposta efficace. Così si limitò a dirle di rientrare, glissando con eleganza.
Rimasta sola nel giardino dei Tendo tirò un sospiro.
Nonostante si fosse vantata della sua rapida vittoria non era poi stato così semplice come aveva voluto far credere. Niente di troppo complicato, sia chiaro, ma neanche la passeggiata di salute che aveva presentato agli altri.
Avevano ancora un sacco di grane per le mani. Oltre all'eventualità presentata da Akane c'erano altre questioni da risolvere, una più pressante dell'altra.
La posizione di Ukyo, per esempio. Ormai era implicata allo stesso modo di loro tre, che le facesse piacere o no. Ma, alla fine della fiera, era estranea tanto quanto Ranma e Akane. Come avrebbero potuto farla uscire con meno danni possibili da quell'ingarbugliatissimo pasticcio?
Si sedette per terra e cominciò a riflettere.

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Capitolo 13
*** Ehi Wei-Zan, e tu chi sei? Che vuoi? Cerchi rogna? ***


La giornata si trascinò stancamente alla sua conclusione. I protagonisti di questa storiaccia, quando si accorsero che stava facendo notte, decisero di aggiornarsi al giorno successivo. L'appuntamento era per la mattina, a casa Tendo. E al diavolo la scuola, chi ci pensava a libri e professori fuori di testa con simili problemi?
La tensione la faceva da padrona. L'ansia per la salute di Xi-Lin e la paura che qualche altro emissario del Gran Consiglio arrivasse a Nerima li stava tenendo in un continuo stato di allerta, che li portava ad agitarsi per ogni singolo rumore. Erano tutti riuniti nel salotto di casa Tendo e nessuno parlava. Kasumi aveva preparato tè e spuntini in abbondanza per tutti, più per tenersi occupata che altro.
Avevano sistemato Xi-Lin nella camera degli ospiti al piano terra, così da poterla tenere d'occhio facilmente. Non si era ancora svegliata, ma le sue condizioni sembravano stabili. Obaba aveva assicurato loro che ce l'avrebbe fatta, che non c'era da preoccuparsi per lei... e allora perché non si svegliava?
E soprattutto, dove diamine era Obaba in quel momento?
I ragazzi erano divorati dalla tensione. Avevano scelto di passare gli ultimi momenti nel silenzio perché credevano di aver già esplorato a parole ogni possibile soluzione, escamotage, trucco potessero mettere in pratica.
La verità, però, era che c'erano davvero troppe variabili dentro al calderone: una Xi-Lin moribonda, Ukyo che rischiava la pelle per una faccenda in cui era stata gettata quasi senza avere voce in capitolo, una scenata fra finte lesbiche che al momento sembrava solo un ostacolo al quieto vivere, i sentimenti ancora abbastanza sospesi fra Shan-Pu e Mousse... e poi c'era anche il fatto che Ranma e Akane si evitavano, troppo imbarazzati per approfondire quanto Ukyo aveva smosso fra di loro. Anche se, ovviamente, quest'ultima cosa era marginale, almeno in quel momento.
Mousse, nel vuoto del suo cervello, continuava a pensare che lo svelare a Xi-Lin il loro piccolo teatrino non avrebbe di sicuro risolto le loro grane, e anzi ne avrebbe create di nuove, ma perlomeno sarebbe servito a togliere una possibile forca dal collo della cuoca di okonomiyaki. Quella scenata gli stava un po' dando sui nervi per vari motivi, primo dei quali l'essere obbligato a vedere Shan-Pu essere... intima, in qualche modo, con la giapponese. Per carità, non serviva che nessuno gli ricordasse che era per finta ma era irritato comunque dal brutto spettacolo. E poi, sul serio, perché immischiare qualcuno che non c'entrava nulla con Joketsuzoku e le sue leggi cretine, mettendola nella condizione di essere suscettibile di punizioni tanto quanto loro tre?
Nessuno si era eccessivamente preoccupato dell'assenza della vecchia, almeno esteriormente. Altri pensieri giravano per le loro teste. E poi non c'era motivo di temere, Obaba aveva già dimostrato ampiamente di potersela cavare da sola in qualunque situazione. Mettendo anche che qualche membro più elevato del Consiglio si fosse fatto vivo era fuori discussione che fosse lei la più adatta ad affrontarlo.
I loro turbamenti vennero interrotti da rumori e urla provenienti dai piani inferiori.
Ranma si alzò in piedi come una saetta, intimando agli altri di non seguirlo. Ci avrebbe pensato lui a controllare.
Scese le scale di fretta, immaginando la fonte di tutto quel casino.
E non venne smentito quando, aperta la porta della stanza degli ospiti, vide un'amazzone dai capelli bianchi che sbraitava e prendeva a pugni il muro.
La scena fece rizzare i capelli sulla nuca al povero Ranma, assolutamente incerto su cosa fare. Non aveva davvero mai visto nulla del genere... e si che in soli sedici anni di vita di cose bizzarre ne aveva viste e vissute. La sua esistenza era già un ottimo esempio di stranezza.
Xi-Lin urlava frasi sconnesse come avesse il diavolo in corpo, sbraitando e picchiando il muro. Ranma notò le dita sporche di sangue e alcune ditate sulla parete. Rabbrividì solo ad immaginarla graffiare quella parete fino a farsi sanguinare le dita, pensiero che scacciò quando dovette precipitarsi verso di lei ed impedirle che prendesse il muro a testate. E non fu affatto facile. Xi-Lin aveva una corporatura piuttosto esile, eppure in quel momento sembrava possedere la forza di una decina di uomini messi assieme. Ok, la cosa cominciava a farsi preoccupante. E snervante.
"Ranma si può sapere cosa succede? Cosa sono queste ur...". Ecco, ora le cose stavano davvero precipitando.
Akane lo guardava col più inquietante dei suoi sguardi accusatori dalla porta, con alle spalle Mousse, Ukyo e Shan-Pu, evidentemente perplessi.
"Ok, prima che possiate anche solo pensare qualcosa, NON E' COME SEMBRA!" fu la prima, istintiva, reazione di Ranma.
"Ah no? E com'è?" ironizzò il cinese, sistemandosi gli occhiali sul naso. Senza non avrebbe nemmeno visto cosa stava accadendo.
"A me sembra piuttosto chiaro invece" ringhiò Akane, che aveva ovviamente travisato lasciandosi trascinare dalla gelosia "si vede che le donne di mezza età ti attraggono!".
"Indubbiamente, soprattutto se urlano come fossero possedute dal demonio. Sono le più affascinanti, direi!" rispose sarcastico Ranma, riuscendo persino a zittire la fidanzata. Evidentemente si era resa conto di aver agito troppo... impulsivamente, se così si può dire.
"Invece di stare li a fissarmi come pesci lessi perché non mi date una mano a tenerla ferma, prima che ricominci a dare testate al muro?" chiese, non proprio gentilmente, ma faceva ormai fatica a tenerla e non c'era tempo per le buone maniere. Gli altri quattro comunque non replicarono ma si diedero da fare per aiutarlo, incontrando anche loro grosse difficoltà.
"Ma si può sapere cosa le prende?!" chiese Ukyo, cercando di evitare i calci dell'amazzone.
"Non ne ho idea, l'ho trovata che batteva i pugni contro il muro! Quando ho visto che stava per prendere a craniate la parete ho cercato di fermarla, e in quel momento siete entrati voi...”
"Io l'avrei lasciata fare..." borbottò Shan-Pu, guadagnandosi un'occhiataccia da parte dei compagni.
"Forse è il caso di chiamare Obaba" disse Akane, mentre a fatica teneva ferme le braccia dell'amazzone "Aveva detto che sarebbe rimasta incosciente per un po', ma non aveva fatto riferimento a... questo!"
"Shan-Pu! Fila a cercare tua nonna!" ringhiò Ranma mentre schivava l'ennesimo pugno di Xi-Lin che non era espressamente rivolto verso il suo naso ma che aveva comunque rischiato di lasciargli un bel bozzo sul suddetto. La cinese stava per ridire qualcosa, poi capì che non era proprio il momento adatto per polemizzare gratuitamente. Fece un cenno di approvazione con la testa e schizzò fuori. "Torno presto" urlò.
Dove può essere andata? Dove?
Naturalmente il primo posto che provò fu il ristorante. In lontananza, mentre ci si avvicinava correndo a perdifiato, vide del movimento di fronte all'ingresso. Forse era stata fortunata. Poi Madama Fortuna le diede le spalle spernacchiandola. Erano solo gli operai venuti ad aggiustare la porta.
Si fermò proprio di fronte all'entrata e si prese qualche secondo per rifiatare. Quando ebbe recuperato abbastanza energia da parlare in maniera almeno vagamente comprensibile fece la propria mossa.
"Scusate. Voi visto anziana signora su bastone, qui?".
Gli uomini, evidentemente non abituati a sentire qualcuno esprimersi in maniera così penosa in lingua giapponese, dovettero farsi ripetere la domanda un paio di volte.
"Sì, fino a pochi minuti fa era qui. L'hai mancata di poco" rispose uno di loro in tono indifferente.
"E dove è andata lei?" chiese, sempre più concitata.
Altri replay inutili, buoni solo a farle perdere tempo.
"Ah boh, non ne abbiamo idea. È stata raggiunta da qualcuno di molto vecchio, una donna credo. Si sono messe a parlare in modo assurdo, non si capiva un accidente di nulla. Poi si sono allontanate, ma non mi ricordo dove. Tu te lo ricordi, Toshiro?".
"No Kentaro, non me lo ricordo. Kyosuke? Akira? Tetsuo?".
Passarono il successivo minuto a chiamarsi fra di loro, rimbalzandosi la responsabilità di non saper rispondere in maniera soddisfacente.
La pazienza di Shan-Pu andava erodendosi sempre più velocemente sino a quando, inevitabilmente, sbottò.
"Insomma! Uno di voi visto lei?".
Ci fu un secondo di silenzio. Poi uno dei tizi, fino a quel momento in disparte, prese la parola.
"Sì, io l'ho visto. Sono andate di là. Sembravano molto arrabbiate e si guardavano male. La signora col bastone sembrava intenzionata quasi a metterle le mani addosso".
Oh no. No. Non aveva fatto una simile pazzia, non l'aveva fatta. Vero nonna, che non l'hai fatta?
Si precipitò nella direzione che le aveva indicato l'operaio, nei pressi di un parco poco popolato.
Arrivata lì non le fu difficile individuare la nonna. Le aure combattive che la investirono furono le più potenti che avesse mai sentito. Persino quella della nonna, che aveva sentito spesso, sembrava più imponente del solito.
Corse a perdifiato tra gli alberi, giungendo finalmente alla zona giochi, per fortuna vuota a quell'ora.
E lì vide finalmente la nonna, carica della sua aura combattiva, pronta a farla pagare alla nuova arrivata.
Avvicinandosi vide anche la vecchietta citata dagli operai. Era minuta come la nonna e apparentemente innocua come lei, con una crocchia di capelli bianchi in cima alla testa. Ma la sua aura non mentiva, era tutt'altro che innocua.
Shan-Pu si morse il labbro inferiore. Non ne era sicurissima, eppure aveva già visto quella donna a Joketsuzoku, da bambina...
Crack.
I suoi pensieri vennero interrotti da un rumore. Aveva inavvertitamente calpestato una lattina vuota lasciata per terra da qualche cafone, e il rumore era bastato a farla sobbalzare dallo spavento, e a far notare la sua presenza dalle anziane donne.
Maledizione.
"Ma bene... non ho nemmeno dovuto sporcarmi le mani per arrivare alla tua nipotina, Ku-Lun" cantilenò l'anziana amazzone, guardandola con un inquietante scintillio negli occhi. Obaba, dal canto suo, era visibilmente un fascio di nervi, che divennero ancora più tesi quando vide la ragazza.
"Shan-Pu, cosa ci fai qui?!”.
Non aggiunse altro, ma era chiaro che "Sei in un mare di guai" e "Stai rischiando la vita" erano sottintesi.
"I-io... nonna... " balbettò, incerta su cosa dire. Quantomeno la sua goffa entrata in scena aveva fermato le due anziane da uno scontro letale, per una delle due. E non voleva sapere per chi.
"N-nonna, Xi-Lin è...".
“Cosa è successo a Xi-Lin? E' forse... ?"
chiese Obaba, evidentemente in apprensione. Dalla sopravvivenza di Xi-Lin dipendeva anche la loro, almeno per ora.
"Si comporta in modo... strano" aggiunse Shan-Pu, in difficoltà "sembra... sembra posseduta!". L'altra vecchia rise, una risata gracchiante e fastidiosa, e si avvicinò a Shan-Pu e Obaba.
"A quanto pare sei seriamente riuscita a mettere in difficoltà il migliore dei miei sicari... non che potessi aspettarmi qualcosa di meno da te, Ku-Lun" disse. Poi si rivolse a Shan-Pu: "Perché non mi porti dalla mia sottoposta, bella signorina? Vediamo come sta, poi deciderò cosa farne di voi."
Shan-Pu esitò un attimo. Quando vide che la nonna annuiva verso di lei, si riprese e iniziò a camminare per l'ennesima volta verso casa Tendo.
Il viaggio fu funereo. Ogni tanto Shan-Pu colse dei piccoli picchi nelle aure delle due anziane. Era come se si punzecchiassero a vicenda, in uno stupido gioco di Chi ce l'ha Più Grosso e Potente.
Nessuna delle tre spiccicò mezza parola. La nuova venuta stava dietro, tutti i muscoli in tensione e pronti a rispondere ad eventuali scherzi da parte della pazza e della sua cara nipote.
Arrivarono abbastanza in fretta. Tutta la combriccola era all'uscio del dojo. A quanto pareva avevano trovato qualche modo per quietare Xi-Lin e farla uscire dalla sua animalesca furia.
Ranma, con il suo solito tatto da elefante scemo, puntò un dito verso la sconosciuta cinese tascabile e disse, inacidito come una zitella di settant'anni: "E quest'ennesimo ghoul? Chi è?". Obaba lo bruciò con lo sguardo.
"Vedo che i giapponesi sono maleducati come ho sempre pensato. Buono a sapersi. Comunque, ragazzo privo di creanza, il mio nome è Wei-Zan, Decano Millenario del Gran Consiglio delle Amazzoni di Joketsuzoku. Ti consiglio di non mancarmi più di rispetto in questo modo se non vuoi che ti sculacci come meriti, mi sono spiegata?".
Senza il minimo sarcasmo o accenno di ribellione lui rispose affermativamente. Il solo lungo, altisonante titolo che gli era stato sparato sul grugno era bastato a fargli abbassare la cresta.
"Molto bene, così ci capiamo. E adesso, vorreste essere così gentili da condurmi da Xi-Lin? Voglio proprio darle un'occhiata, anche se ho il vago sospetto di sapere cosa le è stato combinato da questa dispettosa di Ku-Lun".
Entrarono tutti, gli occhi di ognuno di loro poggiati insistentemente sull'ennesima vecchia piombata nelle loro già disastrate vite.
Ranma, accompagnato da Ukyo, Mousse e Akane, condusse le tre donne nella stanza degli ospiti dove Xi-Lin sembrava finalmente essersi calmata.
La vecchia Wei-Zan si avvicinò al corpo dell'amazzone e la esaminò attentamente.
"Incredibile davvero" sentenziò una volta concluso il controllo "l'hai proprio messa k.o. Ku-Lun.”
"Non mi faccio mettere i piedi in testa da una ragazzina, io" rispose Obaba "Xi-Lin è indubbiamente dotata o non avrebbe avuto l'onore di diventare un tuo sicario, ma è troppo giovane e troppo spavalda."
L'altra vecchia annuì, con ammirazione quasi. Osservò di nuovo Xi-Lin, per poi soffermarsi sulle tracce di sangue sulle pareti. A quanto pare aveva proprio perso il controllo.
"Hai fatto davvero un lavoro egregio su Xi-Lin. Era almeno un secolo o poco più che non vedevo usare questa tecnica con tale efficacia..." disse, ammirando realmente l'operato di Obaba.
Gli altri se ne stavano in disparte ad assistere all'inquietante scambio di battute tra le vecchie; sembrava quasi una riunione anonima tra serial killer che si scambiano consigli e opinioni sul proprio modus operandi. Era grottesco e spaventoso.
"Scusate se interrompo il delizioso quadretto" intervenne infine Ranma, stufo di quella situazione "ma per quanto i vostri discorsi da serial killer siano incredibilmente interessanti, non sarebbe il caso di fare qualcosa per Xi-Lin, prima che ricominci ad agitarsi come un'indemoniata?" Obaba lanciò uno sguardo al ragazzo che era uno strano mix di fastidio e... compiacimento? Evidentemente non sopportava l'altra vecchia e il sarcasmo di Ranma, dato dalla stanchezza e dal nervosismo, sembravano addirittura divertirla.
"Come sempre non manchi mai di ricordarci le tue lacune in fatto di buone maniere, giovane Saotome" lo stuzzicò, provocando in lui una smorfia che non si trasformò in qualche battuta acida solo grazie all'intervento di Akane, che gli strinse la mano così forte da fargli male.
Obaba lasciò cadere la questione e si avvicinò al corpo inerme di Xi-Lin, seguita da Wei-Zan. Si limitò a premere alcuni punti sul collo, e improvvisamente la giovane amazzone riprese faticosamente a respirare, come fosse appena riemersa dall'apnea. Prese a tossire violentemente, poi si accasciò nuovamente sul futon, esausta. "Rimarrà incosciente per qualche altra ora, ma non nello stato in cui era prima. Dormirà un po' e basta, d'altronde uno scontro mentale di quel genere è estenuante e da quel che mi avete raccontato il suo deve essere stato particolarmente violento" concluse Obaba.
"Scontro... mentale? Che intende?" chiese Akane, incuriosita. Ma si pentì di averlo chiesto quando a risponderle fu Wei-Zan.
"E' una delle più antiche tecniche di Joketsuzoku, che ormai in pochi conoscono e ancora meno sanno padroneggiare. E' una tecnica altamente distruttiva per chi non ha uno spirito combattivo forte e temprato dall'esperienza, perché ti porta a combattere contro te stesso e i tuoi peggiori incubi. Solo chi è realmente degno riesce a riemergerne, pur con fatica e con i segni di quella lotta che segneranno la sua psiche per sempre" disse "Nulla che ti piacerebbe provare bambina, te lo assicuro."
Akane rabbrividì, stringendosi istintivamente a Ranma, a sua volta abbastanza spaventato. Quella descrizione aveva inquietato un po' tutti i presenti, che ora più che mai si chiedevano se e come sarebbero usciti da quella situazione.
"Bene, ora che la mia sottoposta si è ripresa... o quasi" intervenne la vecchia amazzone "abbiamo qualcosa di cui discutere... vero Obaba?"
"Sì Wei-Zan, dobbiamo discutere. Ma non lo faremo da sole. Chiedo ufficialmente che mia nipote, Mousse e la ragazza con la spatola possano unirsi a noi". Il tono era duro, non disposto a retrocedere.
La matrona amazzone guardò Ku-Lun in maniera altrettanto forte. Trasse un profondo respiro colmo di frustrazione, poi disse: "Sai che non sarebbe permesso dalle regole, mia cara. Ma ti dirò, la lontananza da casa e l'assenza degli altri membri del Consiglio mi permette un po' più di elasticità. Quindi, per stavolta, ti accontenterò". Stava per avviarsi verso l'esterno quando un colpo di tosse posticcio la fece voltare.
"Chiedo anche un'altra cosa: che loro tre abbiano diritto di parola".
Akane, tenutasi prudentemente in disparte, sentì ardere lo sdegno di fronte a questa richiesta. Perché era ovvio come, in condizioni normali, i suoi coetanei sarebbero stati costretti al silenzio. E la cosa la mandava letteralmente in bestia. Strinse forte le mani a pugno, trattenendo la voglia di spaccare la faccia alla vecchia col nome impronunciabile. Una piccola parte del suo istinto combattivo le suggeriva di picchiare anche Obaba, ma il suo cervello le fece presente che negli ultimi giorni stava sviluppando una sorta di rispetto per la nonna di Shan-Pu, ancora molto immaturo e acerbo ma di sicuro meglio dell'opinione che aveva di lei prima di quel grosso pasticcio.
Wei-Zan non reagì bene. Tutti i presenti colsero chiaramente come ci fu un aumento della sua aura, non troppo preoccupante da richiedere misure difensive ma comunque segno della sua irritazione di fronte a quanto le era stato proposto.
"Questo non lo posso permettere. Sarebbe meglio se la smettessi di avere astruse pretese".
"Parleranno quanto vorranno, invece. Altrimenti temo che dovrai tornare in Cina a mani vuote. O trascinando un carretto coi nostri cadaveri, visto che faremo resistenza".
Il terrore si impadronì della stanza degli ospiti di casa Tendo.
"Ti conviene non insistere Ku-Lun, è già tanto che io abbia concesso loro il permesso di assistere alla nostra conversazione, non permetterò che si intromettano!" ringhiò Wei-Zan.
"Invece lo faremo eccome!" si intromise Mousse, ormai stanco di dover stare zitto in un angolo. Tutti i presenti lo guardarono scioccati: Wei-Zan lo guardò inorridita per aver osato prendere parola; Obaba lo guardò sconvolta ed esasperata da tanta stupidità, dato che si trovavano in quella situazione grazie alla sua voglia di ribellione; gli altri lo guardarono semplicemente rassegnati all'idea di finire con un cappio al collo a causa sua.
"Bravo Mousse, bel colpo. Aizzala un altro po' contro di noi..." bisbigliò Ukyo, facendo sprofondare il ragazzo nel più totale imbarazzo. Shan-Pu si coprì il volto con le mani in preda alla disperazione, certa che la pena che sarebbe stata loro inflitta sarebbe stata peggiore di una morte in duello.
"Hai fegato, ragazzino, e una bella faccia tosta" sorrise la vecchia amazzone, osservando il giovane cinese "Sono al corrente della vostra piccola messa in scena. La povera Xi-Lin non aveva fatto in tempo a scoprire questo piccolo dettaglio prima di incappare in quel piccolo... contrattempo. Ma la poveretta non sapeva che a quel punto ero già in Giappone e mi ero già messa sulle vostre tracce."
I ragazzi si sentirono sprofondare. Tanta fatica, tanto casino... inutile, tutto inutile. Obaba invece sembrava non tradire alcuna emozione; probabilmente aveva messo in conto anche questo.
Wei-Zan ridacchiò, osservando compiaciuta i volti velati di terrore dei presenti.
"Cosa dovrei fare con voi, adesso?" chiese, più per aumentare la tensione che per formulare una reale richiesta. "Tecnicamente, non essendoci alcuna relazione tra le due signorine, potrei lasciar cadere ogni accusa e far finta che nulla sia accaduto. Ma avete mentito a un emissario del Gran Consiglio, che equivale a mentire al Consiglio stesso, e su questo non posso assolutamente soprassedere" concluse, lasciando che lo sconforto li assalisse. A quanto pare amava giocare con la mente dei suoi avversari e plagiarli fino a renderli inoffensivi. Era una mummia più astuta delle altre.
Ma parlando di mummie astute aveva un degnissimo avversario in Ku-Lun. Era proprio una lotta fra titani incartapecoriti.
"Wei-Zan, odio doverla buttare sul fisico ma ti dico chiaro e tondo che non cadremo senza lottare. Qua sei senza alcuna autorità effettiva, il Consiglio è abbarbicato sulla sua schiera di troni a Joketsuzoku che è ben lontano da Nerima, noi siamo disperati e sai come si suol dire, gente disperata è pronta a gesti disperati. Quindi i casi sono due: o, da brave persone civili, ci sediamo tutti attorno a un tavolo a sorseggiare tè e a parlare per sistemare al meglio questo gigantesco pasticcio o ci picchiamo finché una di noi due non stramazza a terra, probabilmente morta. Ti faccio però presente che il tuo avversario non sarei solo io, ma tutti loro. Questi ragazzi, oltre che ottimi praticanti di arti marziali, specialmente il ragazzo che manca di rispetto a noi ultracentenarie, sono tutti completamente contrari agli usi delle amazzoni e non si farebbero pregare per partecipare a una bella baruffa. La scelta è tua. Vuoi una cosa insensata come una rissa, dalle conseguenze potenzialmente disastrose per tutti, o una cosa sensata come una normale, tranquilla discussione?".
Nessuno mancò di guardare Obaba come se avesse appena squartato qualcuno usando delle pinzette per i peli. Era un'uscita così gradassa, così baldanzosa, così poco aspettata che tutti vennero totalmente travolti e furono scossi. Poi, una volta ripresi, mostrarono il loro supporto al piano della vecchia. Chi con parole e chi con gesti inequivocabili, tipo scrocchiarsi le mani e mettersi in posizione di lotta.
Wei-Zan si sentì circondata da un branco di lupi sanguinanti che montavano l'ultima resistenza di fronte al cacciatore che li braccava. E capì come mai accadeva spesso che l'uomo armato di fucile, nonostante la sua forza indubbiamente superiore, non tornava a casa intero. O non ci tornava proprio.
Concluse che era meglio, almeno per il momento, dar loro corda. Non aveva nessun interesse a portare davvero un carretto gonfio di cadaveri a Joketsuzoku. Sarebbe stato uno spreco immenso.
"E sia. Per ora l'hai vinta tu, Ku-Lun. Ma non credere che la passerai liscia" sibilò, terribilmente scocciata.
Il sorriso della nonna di Shan-Pu, se fosse stato affilato, avrebbe squarciato i petti di tutti i presenti. Con un tono trionfale, come se fosse stata uno shogun che aveva appena conquistato il potere nel Giappone feudale, disse ad alta voce: "Benissimo. Vogliamo dirigerci al mio ristorante, allora? C'è spazio per tutti. Inoltre abbiamo disturbato la famiglia Tendo sin troppo".
"Oh, per quello non deve preoccuparsi, nobile Obaba. Anzi, credo che mio padre sia persino contento che nessuno abbia sfondato il tetto entrando" fece Akane per stemperare un po' l'atmosfera, impossibilmente carica di tensione e voglia di ammazzarsi.

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Capitolo 14
*** Ehi amore sepolto, lo sai che a stare sei piedi sotto terra dopo un po' si soffoca? ***


Lasciarono casa dei Tendo in silenzio, tesi come corde di violino.
Obaba e Wei-Zan, in testa al gruppo, marciavano come generali con alle spalle dei condannati a morte; l'aria era elettrica per via delle loro aure combattive perennemente in stato di guardia. Per tutto il tragitto non avevano fatto che punzecchiarsi a colpi di ki, trovandolo perfino divertente. I ragazzi, al contrario, non sembravano particolarmente divertiti, anzi. Era ormai l'ora della resa dei conti finale, e non sarebbe stata una passeggiata. Inoltre avevano dovuto lasciare Xi-Lin al dojo. Era incosciente e inoffensiva al momento, ma non potevano sapere quanto sarebbe durata.
Mousse, immerso nei suoi pensieri, non poteva fare a meno di chiedersi quale sarebbe stata la loro fine. Wei-Zan li avrebbe uccisi tutti? Avrebbe costretto lui e Shan-Pu a sposarsi? Sarebbe scoppiata una guerra all'ultimo sangue tra loro ed altri emissari del Consiglio?
Ok, magari quest'ultimo pensiero era azzardato, ma non abbastanza conoscendo quelle mummie. Si voltò a guardare Ukyo, che camminava dietro a lui e Shan-Pu, in silenzio. I sensi di colpa lo tormentavano. Per colpa sua si trovavano in quel casino e Ukyo rischiava la vita solo perché ci era finita tirata in mezzo. Non riusciva a perdonarselo.
Perso nella sua autocommiserazione non si accorse che Shan-Pu aveva intercettato il suo sguardo malinconico verso la bella cuoca giapponese. La cinese si morse le labbra, indecisa su come interpretarlo. Dopo la dichiarazione di Mousse e il loro patto, in realtà, non avrebbe avuto proprio motivo di dubitare di lui. Ma l'insicurezza ormai l'accompagnava e se aveva bisogno di almeno una certezza nella sua vita quella certezza era, ora più che mai, proprio Mousse. La sua mano si mosse da sola e andò ad aggrapparsi a quella del ragazzo, lasciandolo piacevolmente sconvolto.
Poco più avanti, un'altra coppia faceva i conti coi suoi problemi.
Ranma e Akane, dopo aver parlato brevemente in aula il giorno precedente, non si erano più rivolti la parola. Vuoi per mancanza di tempo e di imprevisti che si andavano sommando, vuoi perché non erano ancora in grado di accettare i loro sentimenti, alla fine si erano di nuovo ritrovati in una situazione di stallo fastidiosa.
I pensieri di tutti furono interrotti dalla voce gracchiante di Obaba, che annunciava l'arrivo al Nekohanten.
"Bene signori, siamo a destinazione. Abbiamo molto da dirci, quindi accomodatevi mentre io e Shan-Pu prepariamo qualcosa da mettere sotto i denti. Sarà una lunga chiacchierata." disse, e sparì in cucina seguita dalla nipote.
"Alt" intimò Wei-Zan alzando il suo minuscolo braccio sinistro. Lo sguardo interrogativo di Cologne non la fece muovere di un millimetro.
"Qualche problema?".
"Non esattamente un problema. Diciamo più un... chiarimento". Indicò Ranma e Akane col raggrinzito mignolo e disse "Voi due. Non seguiteci".
Gli interessanti si bloccarono a metà passo, stupiti dall'ordine.
"P-Prego?" fece Akane.
"Mi avete sentita bene. Non siete parte in causa in questa faccenda in nessuna misura, quindi siete gentilmente pregati di non immischiarvi più del dovuto. Saremo io, Ku-Lun, Xian-Pu, Mu-Si e l'altra giapponese a parlare di quanto è accaduto qui fra duelli, finte fidanzate e quant'altro".
Ad Akane non parve vero di sentirla parlare in questo modo. Fra sé e sé non poté negare che, in effetti, le parole della vecchia amazzone corrispondevano a verità, ma questo non toglieva che ormai si sentivano parte attiva del meccanismo che stava portando quel bizzarro e variegato gruppo di persone a sedersi attorno a un tavolo del ristorante cinese per parlare.
Raccattò tutto il proprio coraggio mentre rispondeva: "Nobile Wei-Zan, non intendo mancarle di rispetto ma io e Ranma siamo stati coinvolti in tutto questo per il solo fatto che passavamo per caso, proprio per questa via, quando l'altra mattina c'è stato l'evento scatenante. Non è disposta a fare un'eccezione?". Cercò di suonare diplomatica quanto poteva. Da una parte teneva, per qualche motivo che non era bene in grado di spiegarsi, ad essere presente al tavolo delle trattative; dall'altra non era poi così sicura che quella di dileguarsi, almeno per un po', fosse poi una cattiva idea.
"Akane, facciamo come ci è stato detto".
Lei si voltò, decisamente presa in contropiede dalla voce che aveva pronunciato quelle parole.
Ranma.
"Tra l'altro vorrei parlarti, quindi perché non approfittarne?". Lo sguardo di lui era... non era il solito Ranma. Si mordeva nervosamente il labbro inferiore e nei suoi occhi si leggeva chiaramente la voglia di sciogliere degli annosi nodi.
Lei non trovò la forza di opporsi. Accettò le condizioni di Wei-Zan, ottenendo in cambio la promessa di farsi ragguagliare il prima possibile su quello che sarebbe uscito dal conciliabolo, e seguì Ranma mentre si allontanava, apparentemente senza meta, dal Nekohanten.
Camminarono in silenzio per un pezzo finché non giunsero al parco nei dintorni. In un modo o nell'altro finiamo sempre qui, pensò svogliata Akane.
Si sedette sull'altalena, mentre Ranma continuava a camminare in tondo e saltellare sulle ringhiere adiacenti. Era evidentemente nervoso, e probabilmente stava cercando le parole più adatte per iniziare quel discorso. Akane sorrise e decise di aspettare che fosse pronto, evitando per una volta battute caustiche. Anche lei era parecchio nervosa, anche se cercava di apparire calma; tutti i nodi stavano per giungere al pettine. Avevano girato attorno all'argomento per così tanto tempo che ritrovarsi faccia a faccia senza distrazioni, solo loro due e i loro sentimenti, era qualcosa che la destabilizzava. Non sapeva come comportarsi, come affrontarli. Sapeva come comportarsi con un avversario reale: come evitare i suoi colpi, neutralizzarli e sconfiggerlo. Ma con qualcosa di impalpabile, senza materia, come fai? Come si affrontano i propri sentimenti? Come devono affrontarli due persone che non l'avevano mai fatto in vita loro, e che anzi avevano fatto in modo di sfuggirgli il più possibile?
"Sei nervosa?".
La voce di Ranma la riportò alla realtà. Lo trovò accoccolato davanti a lei, quasi seduto sui talloni e in equilibrio sulle punte, una posizione che adoperava spesso e volentieri per stare in equilibrio sui muretti.
La ragazza lo guardò, notando come anche lui cercasse invano di nascondere la tensione, senza riuscirci. Lo conosceva bene, e inoltre lui era l'attore più scarso del mondo.
Sorrise al fidanzato, per la prima volta pensando davvero a lui come tale.
"Un po'. Non so nemmeno da dove iniziare...".
"Nemmeno io, se può consolarti" sorrise di rimando il ragazzo. Ridacchiò, lasciando ciondolare la testa in avanti, poi si alzò in piedi e riprese a camminare, stavolta davanti l'altalena. Akane lo guardò perplessa.
"Che hai da ridere? Non dovevamo fare un discorso serio?”
"Oh si" smise gradualmente di ridere Ranma "E' solo che... è assurdo pensare come tutta questa situazione sia nata da un colpo di testa di quell'orbo di Mousse! E' bastato vedere come ha deciso di affrontare i suoi problemi una volta per tutte per causare un effetto domino e fare in modo che tutti noi facessimo finalmente i conti con i nostri sentimenti..." disse, girandosi a guardarla "Perché noi non ci abbiamo pensato prima, Akane? Perché non l'abbiamo mai fatto?"
Il suo istinto sulle prime fu di rispondere con una battuta sarcastica, rimarcando quanto lui fosse tonto. Ma bastò il suo sguardo così serio e un po' malinconico a farla desistere. Si morse un labbro, alla ricerca di una risposta soddisfacente.
"Non saprei... orgoglio, credo. Nessuno di noi due era disposto a scendere a compromessi fin dall'inizio, volevamo prevaricare sull'altro... e abbiamo continuato per così tanto tempo che, quando... qualcosa è cominciato a cambiare, non ce ne siamo nemmeno accorti...".
“... o non volevamo vederlo." concluse Ranma. Akane annuì.
"Io però non voglio più nascondermi dietro il mio orgoglio" disse il ragazzo, serio "non voglio dovermi più ritrovare in situazioni estreme per dover affrontare i miei sentimenti e accettare il fatto che... che..." si interruppe, balbettando e totalmente rosso in volto.
"Che...?" arrossì a sua volta Akane, tutta orecchie, il cuore a mille.
"... che io ti amo, Akane".
Tutto qui. Ci vollero qualcosa come due secondi per dire la frase che lui, lei e chiunque nel raggio di chilometri avrebbe voluto, o non voluto, sentire. Una di quelle frasi che ti cambiano la vita era uscita in un soffio dalla sua bocca e aveva definitivamente distrutto i fragili equilibri su cui si reggevano le vite degli abitanti di Nerima.
A dire il vero c'erano altri avvenimenti che, di riffa o di raffa, avrebbero finito con lo sconvolgere esistenze e rapporti costruiti da anni. Ma a loro, ovviamente, non passò neanche per l'anticamera del cervello di pensare a qualcosa che non fosse quanto era appena stato detto in quel parco.
Akane se lo aspettava. Sapeva che lui avrebbe finito col dirlo. Se lo sentiva. Eppure tutta la preparazione psicologica del mondo non le avrebbe potuto evitare di cadere per terra.
Quelle quattro semplici, normali, persin banali parole l'avevano... l'avevano... non sapeva neanche lei cosa le avevano fatto. Ma avevano avuto un grosso effetto. E se le aspettava. Non prese neanche in considerazione l'ipotesi che le potessero venire dette in un momento in cui la sua guardia era abbassata.
"R-R-R-Ran-Ranma...". Balbettava in maniera sconnessa e finì col ripetere il suo nome quattro o cinquecento volte, a raffica.
Dal canto suo lui prese a bruciare quasi fisicamente dall'imbarazzo. E nonostante quello il suo viso, pur attraversato dal rossore più rosso che si possa immaginare, sosteneva quello totalmente sconvolto di lei, attendendo avido una risposta. E Akane vide nei suoi occhi scuri una vorace necessità di sapere che la cosa era reciproca. Che lei lo corrispondeva.
E lei lo corrispondeva. Eccome se lo corrispondeva. Ma la sua bocca, in quegli istanti, non ne voleva sapere di collaborare e di articolare le semplici parole che lui avrebbe assolutamente voluto sentirle dire. Il deserto del Sahara sembrava il box di un parco giochi, al confronto dell'aridità che vi albergava.
Ranma continuava a fissarla. E, col passare dei secondi e col perdurare del silenzio, vedeva chiaramente come all'imbarazzo andasse sostituendosi qualcosa che assomigliava sempre di più a... delusione.
Sbrigati, cretina! Diglielo! Non vedi che lo stai ferendo? Cretina! Cretina!
Fu solo un soffio quello che riuscì ad esprimere.
E poi vide qualcosa che non avrebbe mai pensato di poter scorgere sul volto di Ranma: l'accenno di una lacrima.
Akane si sentì morire.
Non ricordava di aver mai visto piangere Ranma...
No invece. Era successo. Durante lo scontro con Saffron, in cui lei aveva seriamente rischiato la vita. E Ranma l'aveva rischiata per lei, credendola morta fino all'ultimo. E si era risvegliata tra le sue braccia, sentendo le lacrime del ragazzo bagnarle il viso.
Non si era mai fermata a pensarci, fino ad ora, ma Ranma aveva pianto per lei quella volta.
D'istinto si gettò verso di lui e lo abbracciò, stringendolo più forte che poté. Perché ogni lacrima era una coltellata, e lei non voleva più vederlo soffrire così.
Ranma rimase immobile tra le braccia della ragazza, che non riusciva ad interpretare l'assoluta mancanza di reazione come sorpresa, difensiva o altro.
"Non piangere più" sussurrò, sperando che riuscisse a sentirla. "Non piangere, non c'è bisogno. Sono io la stupida, adesso."
Ranma, ancora in silenzio, lasciava scorrere le lacrime, mordendosi il labbro inferiore quasi a farlo sanguinare. Non sapeva come reagire: un tempo avrebbe semplicemente preso ad urlare e sarebbe scappato via, rifugiandosi sul tetto di casa Tendo a rimuginare. Ma ora era diverso. Ora erano soltanto lui, Akane e i suoi sentimenti da affrontare. E ci provava, ci provavano entrambi, ma non aveva previsto quel silenzio. O forse avrebbe dovuto aspettarselo, non lo sapeva. I sentimenti non sono avversari di cui puoi prevedere le mosse e ora si trovava bloccato in un angolo senza una contromossa a liberarlo.
Stava quasi per arrendersi e andare via, scusandosi con Akane per aver stupidamente pensato che affrontare quel discorso potesse essere una buona idea, quando quest'ultima lo strinse ancora di più, per impedirgli di muoversi.
"Non te ne andare. Non lasciarmi più..." disse, un sussurrò che lo fece rabbrividire - un brivido piacevole contro il suo orecchio, che preannunciava solo una cosa...
"... perché anche io ti amo".
Un sussurro appena udibile, ma a Ranma sembrò quasi un urlo che chiunque a Nerima potesse udire. Si voltò a guardarla con occhi sgranati e un'espressione incredula da bambino che fece ridere di cuore Akane, stemperando l'imbarazzo tra i due.
E finalmente Ranma rise. Scoppiò a ridere di gioia, come avrebbe voluto fare tanto tempo prima. Abbracciò Akane e quasi si ritrovarono per terra, con quest'ultima che borbottava poco convinta frasi tipo "Qualcuno potrebbe vederci!" e cose simili, mentre lui ancora rideva. Che li vedessero pure e pensassero quello che volevano - lui era finalmente felice, e nient'altro importava.

Al ristorante, nel frattempo, l'atmosfera era tesa fino all'inverosimile.
"Queste sono le mie condizioni, Ku-Lun" gracchiò Wei-Zan.
"Condizioni? Sembrano più le imposizioni gettate addosso alla Germania dopo la fine della prima guerra mondiale" commentò acida Obaba. Per chi fosse a digiuno di storia: voleva semplicemente dire che avrebbero potuto staccar loro braccia e gambe, sarebbe stato più misericordioso.
"Sai che, in quanto Decano Millenario del Gran Consiglio, ho un certo tipo di responsabilità verso la tribù e, soprattutto, verso le leggi" la rimbeccò Wei-Zan, visibilmente scocciata.
"Lo so e lo capisco, ma questo è veramente troppo".
"Non lo è e lo sai. Potrei fare di peggio, ne ho l'autorità e la forza".
"Per favore, non costringermi a mostrarti che ti sbagli".
Quest'ultima frase venne decifrata da Shan-Pu e Mousse come un segnale a tenersi pronti se la situazione fosse degenerata.
"Come puoi" riprese Cologne "chiederci di rientrare in Cina, senza la minima protesta, e sottoporci al giudizio del Consiglio? Sai bene che equivarrebbe a morte certa per tutti e tre. Anzi, tutti e quattro visto che vuoi che pure la giapponese venga con noi. E se posso capire, pur non approvandolo, il tuo punto di vista nei nostri confronti non trovo per nulla giusto che anche lei venga tirata in ballo e condannata. Devo forse ricordarti che questa poveretta è stata coinvolta suo malgrado e praticamente obbligata dagli eventi, e dal nostro insistere, a sottoporsi a tutto questo? Non solo ha dovuto umiliarsi e comportarsi in una maniera innaturale, ma per il solo fatto di aver agito secondo il proprio codice morale deve anche pagare con la propria vita? Mi sembra francamente esagerato".
"Più ti avvicini ai quattrocento e più ti piace esagerare, noto. Innanzitutto non ho mai parlato di morte certa. La mia condizione è che vi facciate giudicare dal Gran Consiglio di fronte all'accusa di aver voluto sovvertire la legge sul matrimonio amazzone. E per quanto non ti possa nascondere che non partiate da una posizione esattamente comoda sai bene che, in passato, ci sono stati casi di assoluzione. Pochi e molto particolari, sicuramente, ma ci sono stati. Per quanto riguarda la signorina... Kuonji, giusto?".
L'interpellata confermò con un debole cenno della testa.
"Ecco. Per quanto riguarda lei mi duole vedere che non ricordi bene come funzionano le cose a Joketsuzoku: chiunque si trovi invischiato in una questione amazzone, che lo voglia o no, che ne sia cosciente o no, è sottoposto alle sue regole. E alle conseguenti punizioni in caso di colpevolezza".
Mousse venne colpito in pieno volto da un figurato Shinkansen sulla cui motrice era scritto, a caratteri cubitali, Senso di Colpa. Aveva cercato di starsene buono per tutto il tempo, per evitare di peggiorare la situazione - ma dubitava fosse possibile finire più nello sterco di così.
Era rimasto in silenzio, insieme alle ragazze, ad ascoltare le due cariatidi discutere animatamente in cinese lanciandosi improperi e provocazioni, evitando perfino di provvedere alla traduzione per la povera Ukyo che non sapeva nemmeno in quale lato del mare del Giappone sarebbe stata ghigliottinata.
E quando le due vecchie si calmarono, iniziando a parlare in giapponese per volere di Obaba, era diventato chiaro a tutti che non ne sarebbero usciti vivi. O forse si, ma con parecchi arti in meno.
Ora come ora, sia a Mousse che a Shan-Pu la prospettiva del matrimonio cominciava a sembrare allettante se poteva salvare i fondoschiena di tutti. Ma sarebbe stata una scappatoia troppo facile che Wei-Zan non avrebbe mai concesso, non ora che poteva torturarli a piacimento fingendosi costretta dal suo ruolo e dagli eventi. Stupida mummia.
Ad ogni parola di quel ghoul in miniatura, Mousse si sentiva sottrarre un anno di vita. Sudava freddo, il cuore andava a mille, e stringeva invano il bordo della sedia come se potesse dargli conforto.
Quando le parole "giudizio" e "Gran Consiglio" arrivarono alle sue orecchie, la speranza venne meno. Non svenne solo perché sentì la mano di Shan-Pu stringere la sua con forza, la stessa identica espressione allibita sul volto.
"Mi dispiace, ma nessuno di noi la seguirà in Cina."
Tutti si voltarono a guardarlo. Obaba era ormai rassegnata alle sue uscite fuori luogo; andavano avanti da quasi tre giorni e avevano dato il via a tutto, una in più cosa poteva cambiare ormai?
Wei-Zan fissò il ragazzo, quasi divertita da tanta impertinenza. "Questi giovani, così impetuosi" disse "Credi forse che basti il solo volerlo a far si che accada, giovanotto?"
"Farò in modo che accada, dovesse costarmi la vita" replicò Mousse, unendo le braccia fino a farle scomparire dentro le sue maniche. E chi lo conosceva sapeva bene che quando lo faceva c'era poco da scherzare.
"Fermo Mousse. Voglio risolvere la questione senza spargimenti di sangue... finché possibile" intervenne Obaba. "Mi spiace Wei-Zan, ma come vedi nessuno di noi è disposto a seguirti in Cina. E detto francamente, dovresti un po' aggiornarti sul mondo al di fuori di Joketsuzoku. Come si usa dire adesso siamo fuori dalla tua giurisdizione e le tue leggi valgono meno di zero a Nerima" disse, rilasciando un'aura potentissima che riempì la stanza.
Wei-Zan ringhiò, per nulla contenta di come si erano messe le cose. Non aveva previsto l'opposizione di Obaba, di solito così attaccata alle tradizioni del villaggio. Sarebbe stata un osso molto, molto duro.
"Credo non vi sia chiaro" disse, rilasciando la sua aura contro quella di Cologne "che non vi è stata data una scelta, ma un ordine".
In tutto questo nessuno dei cinesi pensò a guardare la cuoca degli okonomiyaki, ormai distesa all'indietro perché si sentiva schiacciata dalla prospettiva di una morte prematura che premeva sul suo fragile corpo di sedicenne impreparata.
E fu così che la povera Ukyo Kuonji si ruppe.
Fra le nonne di Tutankamon che facevano a gara a chi aveva il ki più elefantiaco, Mousse che faceva sparate da esaltato suicida, Shan-Pu che si era trasformata in una specie di Cenerentola innamorata... nessuno notò l'assenza di una ragazza vestita da maschio.
Si trovò a vagare per Nerima, in lacrime. Il suo stato psicologico invidiava terribilmente la Pequod del capitano Ahab che, in mezzo all'oceano in tempesta, dava la caccia a Moby Dick. Al confronto quella era una passeggiata di salute.
"Kami... perché io? Cos'ho fatto di male per meritarmi tutto questo?" si trovò a lamentarsi all'aria che, insensibile, non si degnò di fornirle una spiegazione plausibile.
Non faceva neanche lo sforzo di asciugarsi gli occhi.
La sua mente divenne completamente slegata da qualunque ancora e cominciò ad andarsene per i fatti suoi, quasi a voler sfuggire in tutti i modi che conosceva da una mannaia intarsiata in dialetto di Joketsuzoku.
Inciampò e cadde per terra quattro o cinque volte, sporcandosi il volto e i vestiti. E ogni volta che si rialzava faceva un po' più di fatica. Come se stesse cupamente accettando, seppur in modo del tutto inconsapevole, quello che la aspettava quando una delle due arpie in miniatura sarebbe venuta a prenderla per trascinarla di fronte a un plotone di esecuzione.
Come in ogni film drammatico che si rispetti finì, puntualmente, nel parco dove Ranma e Akane erano intenti a dichiararsi amore reciproco, eterno e immortale.
E quando li vide uno sopra l'altra, in una posizione facilmente equivocabile, fu la miccia che fece esplodere quel poco di lucidità che ancora le restava.
Cominciò a prendere a testate il più vicino albero, il sangue che si mischiava col pianto sulla corteccia.
Dopo il settimo colpo, quando ormai la sua fronte non ricordava altro che un grumo di pelle accartocciata, una mano si posò sulla sua spalla.
E si fermò, terrorizzata all'idea di voltarsi per vedere chi fosse stato a venire al suo capezzale.
Si voltò lentamente.
"Capo, tutto bene?".
Il volto preoccupato di Konatsu fece capolino alle sue spalle.
Ukyo lo fissò stupita, era di certo l'ultima persona che si sarebbe immaginata di incontrare.
"Konatsu, cosa... cosa ci fai qui?"chiese, ancora incredula e intorpidita da quell'accumulo di pensieri e stanchezza. Il ragazzo l'aiutò a rimettersi in piedi, tenendola per un braccio.
"Ero in giro per comprare alcuni ingredienti che mancavano al ristorante, e..." si fermò, notando l'espressione di Ukyo, quasi divertita. Perlomeno vederla sorridere era un sollievo.
"Sei un pessimo bugiardo" disse Ukyo, guardando il ragazzo shinobi dritto negli occhi.
Konatsu sospirò. "Ok è vero, ti ho seguita. E' un po' che vi pedino, in effetti..." ammise il ragazzo, arrossendo "Ti ho vista così sconvolta quando al ristorante guardavi i due ragazzi cinesi insieme... e come guardavi il giovane Saotome e la signorina Tendo... volevo solo capire cosa stava succedendo!”
"E quindi mi hai seguita..." continuò Ukyo per lui. Doveva ammettere che era un ottimo ninja - pardon, shinobi. Non era al meglio della sua forma e distratta da altre cose, ma in quei giorni non si era minimamente accorta della presenza di Konatsu. Quest'ultimo si mostrò giustamente imbarazzato, e anche dispiaciuto.
"Io non... non volevo fare nulla di male" si giustificò, torturandosi le mani e stringendo le dita nervosamente "Ero solo preoccupato per te!".
Ukyo sgranò gli occhi.
E d'improvviso tutta quella stanchezza, apatia, disperazione - quell'ingarbugliato mix di sensazioni cominciò a sciogliersi, lasciandola libera di respirare.
Era questo che volevi Ukyo? si disse. Volevi solo avere qualcuno che si preoccupasse per te?
Non lo sapeva, non ne era del tutto sicura. Ma di certo sentirselo dire nel momento di peggiore sconforto, mentre il mondo attorno a te crolla e tu non puoi fare niente per fermarlo, non poteva che fare del bene al suo animo logorato. Erano parole semplici, eppure così sentite - perché Konatsu teneva a lei, e parecchio, e non era un segreto per nessuno - che bastarono a farla sentire meglio, a farle credere che forse c'era ancora qualche speranza e che tutto si sarebbe risolto bene.
Il volto le si bagnò di lacrime mentre Konatsu, allarmato, temeva di aver detto qualcosa di troppo.
"Mi dispiace! Mi dispiace, non-"
"Grazie."
Lo shinobi guardò Ukyo, perplesso. "Uh. Prego, ma... per cosa?"
Ukyo non rispose, limitandosi a ridacchiare e ad asciugare le lacrime che continuavano a scendere da sole.
Inspirò e si calmò, scusandosi mentalmente con Ranma e Akane perché li avrebbe interrotti di lì a poco.
Forse c'era ancora qualcosa che potevano fare - non sapeva cosa, ma non voleva lasciare nulla di intentato.
Mousse aveva combinato un casino che stava per costarle la vita, ma aveva fatto in modo che tutti loro, a Nerima, aprissero finalmente gli occhi e facessero i conti coi loro scheletri nell'armadio.
E Ukyo non voleva lasciarlo solo proprio ora - aveva un favore da restituirgli.

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Capitolo 15
*** Ehi rissa reale, li vuoi mettere via quei pon-pon? ***


Ukyo cercò di strofinarsi via il sangue che le entrava nell'occhio sinistro cadendo dalla ferita sulla fronte. Si sarebbe dovuta far rattoppare, in seguito. Non era di certo piacevole avere un buco in faccia, peraltro procurato dalla propria furia autodistruttiva.
"Capo, perché non torni a casa? Così posso metterti un cerotto" disse Konatsu, preoccupato.
"Non ora" rispose lei brusca "Adesso ho una cosa da fare, e poi un'altra ancora. Al mio bozzo in testa ci penserò più tardi. Anche se fa male, cavolo". Non rispose ulteriormente ai continui rimarchi del kunoichi che insisteva per curarla. Era decisa a svegliare Ranma e Akane dalla loro fiaba dorata e a ritrascinarli nel mondo reale. E poi le procurava dolore fisico vederli avvinghiati una all'altro sull'erba del parchetto.
Si avvicinò a loro con grandi falcate, determinazione ben dipinta sulla sua faccia. Quando fu a meno di un metro dal suo bersaglio si fermò, mise le mani sui fianchi e fece un forte colpo di tosse posticcio per attirare l'attenzione dei due piccioncini. I quali, però, parevano troppo indaffarati a far fare alle proprie lingue la rispettiva conoscenza.
Che strazio per lei era vederli così.
Poi la sua pazienza, punzecchiata dal plasma che continuava a bagnarle la faccia, si esaurì improvvisamente.
"A-EHM, SCUSATE!" esordì con un tono di voce più alto possibile.
Ranma e Akane si volsero finalmente verso la presenza disturbante... separandosi alla velocità della luce quando ne scoprirono finalmente l'identità.
"U-U-U-Ukyo d-d-da q-q-quanto sei qui?! E cosa ti sei fatta in fronte?" balbettò Ranma guardando l'amica con occhi sgranati, che dal canto suo cercava di trattenere a stento una risata. Doveva ammettere che piombare all'improvviso durante i loro amoreggiamenti e far venir loro un colpo aveva un che di divertente. In fondo, il fatto che si fosse fatta da parte non implicava che lo accettasse serenamente fin da subito.
Akane si rimise in piedi senza proferire parola, mentre il suo viso cambiava varie tonalità di rosso.
"Mi spiace interrompere la vostra... discussione" disse, calcando quell'ultima parola "ma credo sia il caso di raggiungere Mousse e Shan-Pu al ristorante!".
"E' successo qualcosa?" chiese Akane allarmata.
Ukyo scosse la testa. "No, ma... credo semplicemente che non sia il caso di lasciarli soli con quella vecchia. Ho la sensazione che abbia ben altre intenzioni che parlare e..." fece una pausa, poi continuò "... non voglio lasciarli soli. Mousse ha combinato un casino immenso, però ha permesso a tutti noi di fare i conti con i nostri scheletri nell'armadio! Se lui non avesse innescato questo domino voi non sareste qui a..." gesticolò, non sapendo bene come definire ciò che aveva appena interrotto. I due si scambiarono un'occhiata complice, sorridendo. "E lui e Shan-Pu non avrebbero mai raggiunto un compromesso," continuò la cuoca "Obaba non avrebbe mai accettato che esiste qualcos'altro che vada oltre leggi vecchie di secoli! E io... io forse non avrei mai fatto i conti con me stessa. Glielo devo." concluse, con uno sguardo sereno ma determinato a non lasciare solo un amico.
Ad Akane nacque un sorriso a sentir parlare Ukyo in questo modo. La gigantesca onda di consapevolezza che si era abbattuta su Nerima negli ultimi giorni aveva squassato la vita di tutti loro. Per lei e per Ranma indubbiamente in meglio, ma per tutti gli altri forse no. In particolar modo per i cinesi. E, nonostante tutti i loro trascorsi, non voleva proprio che una simile situazione si risolvesse male. Anche perché, per come era rimasta, la cuoca era invischiata fino alle orecchie in quel casino e, conoscendo le teste quadre provenienti da Joketsuzoku, questo poteva anche tradursi in qualcosa di molto spiacevole. Tipo il suo cranio che rotolava in un cestello.
E ciò era da evitare a tutti i costi. Non poteva permettere alla sua... sì, Ukyo era sua amica. E, appunto, lei non lasciava le amiche nello sterco senza muovere un dito per aiutarle.
"Molto bene, cara la mia Kuonji. Andiamo al Nekohanten e mettiamo in riga quella dittatrice mignon. Mh?" disse con un sorriso furbo e la testa leggermente inclinata in direzione di Ranma. Il quale, sfoderando la sua tipica gradasseria Saotome, non mancò di confermare le intenzioni della fidanzata.
Ukyo sorrise, sollevata dalla risposta positiva dei suoi amici. Prima di marciare spediti verso il ristorante, però, c'era ancora una cosa da risolvere. "Non possiamo semplicemente piombare lì sfondando la porta a calci," disse la ragazza, grattandosi il mento "nulla ci assicura che Wei-Zan sia il solo membro del Consiglio nei paraggi!"
Ranma sorrise, lasciando intendere che aveva già elaborato una trovata delle sue.

Mezz'ora dopo Akane e Ukyo erano appostate nei dintorni del Nekohanten, nascoste tra vecchi rottami e cianfrusaglie abbandonate nel cortile sul retro. Ranma saltellava tra gli alberi, zompando da un ramo all'altro alla ricerca di una postazione abbastanza vicina alle finestre del ristorante che gli permettesse di sbirciare la situazione all'interno. Le due ragazze erano rimaste in disparte senza fare obiezioni: sapevano bene che se c'era qualcuno tra loro abbastanza agile e silenzioso per farlo, quello era proprio il giovane Saotome.
"Siamo sicuri che non ci sia nessuno qua attorno? Chi ci assicura che non sono già pronti a colpirci alle spalle?" sussurrò Akane, attenta a non farsi sentire da possibili spie cinesi.
"Non ce lo assicura nessuno" replicò Ukyo "ma non abbiamo scelta. Se vogliamo aiutarli dobbiamo prima sapere cosa sta succedendo all'interno..." disse, volgendo lo sguardo verso l'alto, sul tetto. Le due ragazze si allarmarono non vedendo più Ranma, per poi tranquillizzarsi poco dopo quando il ragazzo fece capolino da una finestra al primo piano. Fece loro cenno di aspettare ancora qualche minuto, poi rientrò.
La finestra dava sulla scala interna al ristorante, che portava ai piani superiori. Si mosse nella maniera più silenziosa possibile e si avvicinò alla porzione di scala che offriva uno scorcio della sala del ristorante, quanto bastava per vedere i presenti seduti attorno a un tavolo.
Sembrava tutto tranquillo al momento... eppure qualcosa stonava. Non sapeva dire esattamente cosa, eppure Ranma non era del tutto tranquillo nell'osservare quella scena apparentemente così pacifica.
Nessuno dei presenti si era mosso, sin dal momento in cui Ukyo era sgattaiolata fuori nell'ignoranza generale. C'era ancora qualche residuo della terrificante tensione che fino a cinque minuti prima riempiva ogni singolo atomo del Nekohanten.
Ku-Lun e Wei-Zan continuavano a fissarsi, lo sguardo concentrato e pronto a reagire al primo accenno di azione ostile. Invece Mousse e Shan-Pu erano rimasti come pietrificati, schiacciati dal peso dell'elettricità.
Ranma non colse subito lo stallo mortale in cui si trovavano gli altri. Gli ci volle qualche secondo per rendersi conto del sudore sulla fronte del paperotto, del leggero tremolio delle mani della gattina e delle due vecchie che si stavano facendo una guerra silenziosa ma micidiale.
Poi Wei-Zan ruppe l'equilibrio: distolse il viso dalla coetanea e lo rivolse, fulminea, proprio verso il punto in cui Ranma si era acquattato. Lui cercò di scostarsi il più velocemente possibile per impedire di essere visto ma capì immediatamente che non sarebbe servito. E difatti gli arrivò chiaro alle orecchie un "Chi c'è lassù? Sei uno dei ragazzi giapponesi, vero?".
Porc. Quella mummia è peggio di un robot con dei sensori ultimo modello.
Far finta di nulla avrebbe solo aggravato la propria posizione, quindi decise di essere onesto: si fece avanti con passo cauto, le braccia alzate come a dire "sono venuto in pace, non fatemi del male per favore che tengo famiglia". Si beccò un rimprovero mediamente pesante da Obaba ma lo ignorò, sapeva che quello era l'unico modo per non scatenare reazioni omicide. E aveva bellamente fallito.
"La tua intrusione a cos'è dovuta, giovanotto? Non hai visto che io e Ku-Lun ci stavamo scambiando una serie di carinerie?" disse la rapace con quell'odioso tono di voce da maestrina che sta cazziando un alunno poco disciplinato.
Ranma sfoderò uno dei suoi sorrisi più sbruffoni, cercando di nascondere la tensione e la crescente sensazione di aver commesso un errore madornale entrando da quella finestra.
"Mi sentivo escluso, non vedo perché lasciare tutte queste carinerie solo alla vecchia cariatide." rispose, mentre Mousse lo guardava con occhi sgranati e con lo sguardo di chi prometteva una morte lenta e dolorosa, sempre se fossero sopravvissuti a Wei-Zan. Quest'ultima inarcò un sopracciglio, incerta su come interpretare le parole del ragazzo. Evidentemente a Joketsuzoku il sarcasmo non era parte della dottrina delle amazzoni.
Obaba non poté fare a meno di sospirare, preparandosi mentalmente a ogni evenienza. Se prima poteva avere tutto sotto controllo, o quasi, l'interruzione di quella fase di stallo apriva le porte a una miriade di prospettive, non tutte piacevoli o a loro favore. Ma preferì concentrarsi sulle poche favorevoli, sperando in un colpo di fortuna.
"Te l'avevo detto Wei-Zan, questi giovani d'oggi non si lasciano mettere i piedi in testa tanto facilmente."

"Ma cosa diamine sta combinando? E' dentro da almeno dieci minuti ormai!" sbuffò Akane, cercando di nascondere l'evidente preoccupazione. Ranma aveva chiesto loro di aspettare qualche altro minuto per controllare la situazione all'interno, ma non si era più fatto vivo.
Ukyo si morse il labbro, in preda all'ansia, e premette con più forza sul momentaneo tampone applicato alla sua ferita. Li aveva trascinati in quel casino, e ora Ranma sembrava sparito nel nulla! Stanca di aspettare, si alzò di scatto e si diresse verso la porta sul retro del ristorante, cercando di non farsi sentire.
"Ukyo! Ukyo, che diamine fai?!" sussurrò Akane, osservando l'amica che, come una kamikaze, si apprestava a varcare la soglia del locale. Ukyo sembrava non accorgersi dei suoi richiami e si decise a malincuore di seguirla, augurandosi mentalmente di non finire in qualche trappola.
"Ti ho sentita, Akane. E' solo che non credo noi si debba rimanere qui fuori mentre dentro succede chissà cosa" rispose Ukyo, prendendola decisamente in contropiede.
"Il fatto è" proseguì fermandosi, proprio mentre stava per aprire la porta senza preoccuparsi di fare o meno rumore "che mi sto stancando di essere guardinga, di mordermi la lingua prima di parlare, di soppesare ogni singolo respiro che prendo. Quando mi sono sfogata con Ranma a proposito di voi due... è stato liberatorio. Mi ha fatto e mi fa ancora male, ma dopo mi sono sentita meglio. E sapevo di star facendo la cosa giusta, quindi tutto ciò che ne è conseguito è la naturale evoluzione di qualcosa che sta andando come sarebbe sempre dovuto andare. Qui è lo stesso: due miei amici, uno dei quali è la persona più importante per me, sono là dentro e potrebbero essere stati condannati a un destino tremendo. La cosa giusta da fare, per noi, è andare e affrontare a testa alta e petto in fuori l'ira cinese. O meglio, lo è per me. So che non lo farai mai, ti conosco a sufficienza, ma ricordati che hai sempre l'opzione di tirartene fuori in qualunque momento tu lo possa volere. Ricordati le parole di quella vecchia. Anche se, nel caso tu lo facessi, potrei cercare di convincere Ranma del fatto che sei una codarda e che non lo meriti". L'ultima frase era, nonostante il contenuto, una palese battuta innocua e Akane, non essendo ottusa come il suo ragazzo, reagì bene allo sberleffo limitandosi a farle una linguaccia di scherno.
"Sogna pure, illusa. Solo gli oni infernali potranno separarmi da Ranma, e non prima di essersi presi la loro sacrosanta dose di botte. Però apprezzo il fatto che tu abbia a cuore la mia salute. Grazie".
"Ci mancherebbe. Non voglio che a Ranchan si spezzi il cuore se dovesse succederti qualcosa. E non solo per quello, tengo alla pelle delle amiche".
"Lo so, lo so. Ora vogliamo entrare? Fare salotto qui fuori è molto bello ma non risolve nulla".
Accogliendo il piccolo rimprovero coi fatti finì di spalancare l'ingresso ed entrò, seguita a ruota dalla minore delle Tendo. Cercarono di avvicinarsi il più possibile alla sala senza farsi notare, sperando al contempo di vedere qualcosa, coi sensi all'erta. Ma non abbastanza.
"A quanto pare abbiamo altre visite... sarà una serata memorabile!"

"Sentiamo giovanotto, dammi una sola buona ragione per cui non dovrei farti fuori all'istante" disse Wei-Zan osservando Ranma, ancora fermo davanti alla dittatrice in miniatura.
"Perché sono carino, simpatico e sarebbe un vero peccato uccidere un ragazzo adorabile come me?" rispose Ranma, sfoderando quel genere di risposte che di solito irritavano a morte chiunque - tranne le sue spasimanti, ovviamente. Ma non era quello il caso.
Shan-Pu si sentì morire, mentre Mousse si chiedeva mentalmente se farsi giudicare dal Consiglio non fosse poi un'idea così malvagia.
Wei-Zan osservò il ragazzo, per nulla impressionata. "Direi che non sono argomentazioni valide, giovanotto. Ritenta, sarai più fortunato." rispose, sfoderando qualcosa di vagamente simile al sarcasmo.
Ranma si morse il labbro, incerto su cosa fare. Non aveva idea di come si sarebbero potuti tirare fuori da quell'impiccio - soprattutto, come avrebbero potuto uscirne vivi. Wei-Zan non aveva ancora mosso un dito, e di quel passo la situazione sarebbe rimasta in stallo in eterno.
Stava quasi per decidere di mandare tutto al diavolo e attaccare, quando sentì dei passi alle sue spalle.
"Perdoni l'interruzione, nobile Wei-Zan, ma ho pensato che volesse essere messa a conoscenza di queste due piccole spie che ho appena trovato!".
Ranma si irrigidì appena sentendo la voce di Xi-Lin. A quanto pare alla fine si era ripresa giusto in tempo per fare la leccapiedi con la cariatide.
Quando però vide che era in compagnia di Ukyo e Akane ebbe un principio di infarto.
Ora erano seriamente fregati.
"Oh. Ma cosa vedo? Altri ficcanaso che allungano le antenne dove non devono. Se non fosse che sono qui rivestendo un ruolo potrei persino dire che è divertente." disse Wei-Zan con un tono agghiacciante, tipico dei serial killer che stanno per smembrare l'ultima vittima.
"Dunque vediamo, cosa prevedono le leggi in presenza di una così lunga serie di trasgressori? Allora, allora...".
Il sudore freddo che colò dalle tempie di tutti i presenti, Wei-Zan e Xi-Lin escluse, si ammassò ai piedi dei rispettivi proprietari in piccole pozze bianchiccie.
"Ecco, mi è venuto in mente. Quando ci sono troppi colpevoli, la situazione è complicata e un giudizio sarebbe troppo lungo da emettere si ritorna alle radici: alle arti marziali. Voi sei ora andrete sul retro di questo ristorante, vi metterete in cerchio e comincerete a darvele di santa ragione. Il più forte del vostro gruppo di delinquenti sarà l'unico, o l'unica, a essere considerato innocente e liberato di ogni accusa a suo carico. Gli altri verranno puniti per il loro crimine e per la loro debolezza in combattimento. Ku-Lun, non azzardarti a contraddirmi". Un movimento che poteva essere il gemello malvagio di un fulmine "O la tua cara nipotina, contro il cui collo sto in questo momento schiacciando il mio bastone, verrà presa come capro espiatorio della vostra congrega e giustiziata seduta stante".
Il ruggito che il ki della vecchia emise squassò le orecchie di tutti i presenti.
Ukyo venne trafitta da diecimila spilli.
Aveva appena condannato a morte i presenti, e, cosa peggiore, si sarebbero uccisi tra di loro. Come bestie, a mani nude, picchiandosi finché uno solo non fosse rimasto in piedi. E la colpa era solo sua. Sua l'idea, sua la colpa di tutte quelle vite mandate all'inferno - sempre se fosse stata così fortunata da sopravvivere per portarne il peso sulle spalle per il resto della sua esistenza.
Lanciò uno sguardo a Ranma, che a giudicare dall'espressione si sentiva colpevole tanto quanto lei.
L'unica cosa che poterono fare fu dirigersi verso il cortile, in silenzio, come condannati a morte lungo il miglio verde.
Obaba seguiva in silenzio Shan-Pu, che avanzava con la vecchia Wei-Zan appollaiata su una spalla come un condor, il bastone puntato verso la giugulare della ragazza. Mousse camminava di fianco a lei, senza accennare a spostarsi di un millimetro. Non poteva fare materialmente nulla per toglierle di dosso quella gigantesca zecca cinese, ma voleva comunque rimanerle vicino, per ogni evenienza. Perché, se fossero dovuti morire, almeno sarebbero morti insieme.
Ranma e Akane avanzavano mano nella mano mentre i sensi di colpa li schiacciavano. Ukyo era in testa a tutti, e si torturava per non lasciarsi andare in preda a un pianto isterico, mentre l'abrasione in testa si dava da fare per riempirle il volto. La camminata ancheggiante di Xi-Lin, qualche passo avanti a Ukyo, chiudeva il gruppo.
La giovane amazzone si diresse a passo sicuro verso lo spazio più ampio del cortile, con in testa solo uno scopo: farsi perdonare per i madornali errori che aveva commesso in quella missione. Si era comportata come una novellina ma stavolta non avrebbe commesso passi falsi.
A parte abbassare la guardia, lasciando le spalle scoperte. Di certo non immaginava che qualcuno ne avrebbe approfittato per attaccare - ma come aveva detto Obaba precedentemente, pur di sopravvivere erano disposti a tutto.
Il pugno di Ranma, diretto come un MAGLEV verso la nuca di Xi-Lin, avrebbe potuto tranquillamente spezzarle il collo tanto ero carico di forza, rabbia e intento omicida. Ma si fermò a quattro centimetri dal bersaglio quando all'orecchio del ragazzo giunse un lamento, come di... una gola schiacciata da un masso.
"Questo è l'ultimo avvertimento. Al prossimo passo falso la giugulare di Xian-Pu farà una pessima fine" fu l'ultimatum che Wei-Zan, la cui pazienza si era estinta all'epoca dei dinosauri, pronunciò con freddezza.
Al codinato non restò altro che abbassare il braccio, sconfitto.
Il corteo funebre giunse, dopo una rapidissima e per il resto tranquilla marcia, sul campo di battaglia prescelto dalla matrona cinese.
I sei si disposero come fu loro detto.
"Molto bene. Ribadisco le regole: adesso voi combatterete fino all'ultimo sangue. Se mi dovessi accorgere che tramate qualcosa o non date sufficiente forza ai vostri colpi non esiterò a gettarmi nella mischia per terminare io stessa chi si macchia di tale misfatto. Ora prego, datevi da fare. E ricordatevene, ne resterà solo uno".
Un breve fischio decretò l'inizio della mattanza.
Per qualche minuto nessuno ebbe il coraggio di fare un solo movimento, finché Mousse non si avvicinò a Ranma di qualche passo, le mani nascoste come suo solito nelle maniche ampie, segno che si apprestava a iniziare la battaglia. Ranma non si tirò indietro, conscio che né lui né l'altro avevano scelta. Si studiarono per qualche secondo, girandosi attorno come animali; poi, finalmente, Ranma si lanciò contro il cinese, e lo scontro iniziò.
Fu violento e nessuno dei due si trattenne dall'usare i suoi colpi migliori mentre Wei-Zan osservava la scena soddisfatta, con il sorriso sornione di chi pregusta la vittoria. E probabilmente avrebbe continuato a sorridere se un grido strozzato non avesse distolto la sua attenzione dalla lotta.
Si voltò e rimase assolutamente incredula.
Xi-Lin era avvolta da grosse catene, che stringevano fino a soffocarla. Da dove diamine arrivavano?!
Non fece in tempo a domandarselo che Shan-Pu, la cui spalla le era servita da trespolo per tenerla a bada, fino a quel momento, sparì di colpo lasciandola col sedere per terra. Si voltò giusto in tempo per vedere altre catene che la sollevavano in aria allontanandola da lei - e soprattutto per vedere che le catene avevano tutte un unica fonte: le mani del quattrocchi cinese.
In un impeto di coraggio e disperazione Mousse aveva deciso di usare lo scontro con Ranma a suo favore. Non avevano avuto che pochi secondi per deciderlo, senza pensare alle conseguenze - non c'era più tempo per le cautele.
Iniziò a tirar fuori ogni sorta di trucco mentre Ranma saltava da una parte all'altra dell'improvvisata arena nel tentativo di non tenere mai fisso lo sguardo di Wei-Zan su un unico punto. Così, mentre Akane e Ukyo si erano buttate nella mischia, aggiungendo ulteriore caos, Mousse aveva potuto lanciare le sue catene in direzione di Ranma, che si era strategicamente posizionato vicino Xi-Lin... per poi saltare via all'ultimo secondo, prima che le catene lo avviluppassero. E la breve distrazione di Wei-Zan per il grido della sua sottoposta era bastato affinché Mousse potesse lanciare altre catene per allontanare Shan-Pu dalla vecchia.
Ora che erano riusciti a riunire il loro gruppo forse potevano ancora risollevare le loro sorti.

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Capitolo 16
*** Ehi lieto fine, perché non ti decidi a venir fuori? ***


Uno zompo e Shan-Pu si portò al di fuori della portata del bastone di Wei-Zan che, fino a pochi secondi prima, premeva contro la sua gola come se fosse stato una scimitarra. Le scappò una bestemmia sottovoce e un epiteto poco rispettoso nei confronti del Decano.
Quando atterrò con grazia vicino a Mousse non poté evitarsi di rivolgergli uno sguardo colmo di gratitudine per averla tirata fuori dagli impicci. Lui sostenne il viso di lei e, in modo molto poco caratteristico per lui, non si imbarazzò oltre ogni dire. Anzi, le restituì il sorriso, felice di esserle stato utile e che per una volta il suo apporto fosse apprezzato come meritava.
Wei-Zan, un poco intontita dal rapido succedersi degli ultimissimi eventi, indietreggiò di qualche passo. Poi scosse la testa, come a scrollarsi di dosso qualcosa di fastidioso, e rivolse ai ragazzi un'occhiata che, fosse stata armata, li avrebbe sterminati seduta stante.
"E questo cosa vuol dire, lestofanti che non siete altro? Un altro colpo di testa? Un'ennesima, stupida ribellione? Non fate altre scemenze e ubbiditemi o ve la farò pagare in maniera molto, molto dolorosa".
Nessuno di loro era disposto a farsi spaventare dalla minaccia, fino a poco tempo prima erano rassegnati ad ammazzarsi fra di loro come gladiatori dell'antica Roma e ora, inaspettatamente, la prontezza di spirito di Mousse e Ranma aveva riacceso la speranza. Non avevano nessunissima intenzione di farsi sfuggire la possibilità di uscirne interi.
"Fai silenzio, vecchia. Noi non ci sottoporremo più alle tue idiozie. E, se proprio dobbiamo picchiare qualcuno, preferiamo sia tu" disse Ranma, facendosi portavoce dell'intenzione comune.
Non ricevette risposta, non a parole almeno. In compenso vide una saetta alta trenta centimetri schizzare improvvisamente verso il suo naso.
Si spostò lateralmente con un balzo, giusto in tempo per vedere Wei-Zan atterrare nel punto in cui Ranma si trovava poco prima... e sotto il suo minuscolo corpicino, un enorme cratere. Non aveva mai visto nessuno causare simili danni -e non aveva nemmeno capito come avesse fatto! Forse solo lo Shishi Hoko Dan poteva creare simili effetti, ma quel movimento era stato qualcosa di diverso. Quella dannata mummia gli si era lanciata contro come un proiettile umano!
"Cominciate seriamente a stufarmi" gracchiò Wei-Zan mentre la nube di terriccio che si era sollevata dopo il suo atterraggio si diradava "e vi assicuro che non vorreste vedermi arrabbiata, se solo aveste un minimo di buonsenso."
I ragazzi indietreggiarono di qualche passo, ma di arrendersi non volevano proprio saperne. "Siamo giovani e testardi" disse Ukyo, in un impeto di coraggio "e stupidamente attaccati alle nostre vite."
Wei-Zan ringhiò, in oltre trecento e passa anni di vita nessuno aveva mai osato mancarle di rispetto e ora si trovava davanti cinque ragazzetti che si prendevano gioco di lei come nulla fosse. Per non parlare del fatto che quella che doveva essere la migliore dei suoi sottoposti era attualmente impegnata a dimenarsi come una trota nel vano tentativo di liberarsi da quelle stupide catene.
Era davvero troppo.
"Non mi lasciate altra scelta" disse, avanzando verso di loro e lasciando che il suo mostruoso ki si spandesse attorno a lei "non tollero che dei mocciosi mi manchino di rispetto in questo modo!".
Fu l'ultima frase che udirono dalla sua bocca prima di vederla sparire e riapparire poco dopo in mezzo a loro.
"Via! VIA!" urlò Ranma, intimando a tutti di allontanarsi il più possibile. Fecero appena in tempo a spostarsi che vennero sbalzati via dalla detonazione di quella specie di proiettile umano. Ma come diamine faceva?!
Passarono qualche altro minuto così: Wei-Zan che schizzava come un missile a destra e a sinistra cercando di perforare i petti dei ragazzi che, poveretti, stentavano in maniera paurosa nell'evitarla. In tutto questo Obaba si era tenuta in disparte studiando l'avversaria. Quando si trovava contro qualcuno che non conosceva, e che reputava una minaccia, preferiva adottare una tattica attendista. E Wei-Zan, ovviamente, rientrava in quest'ottica.
Dopo qualche minuto notò che la velocità del Decano, pur rimanendo su livelli super-umani, era leggermente calata. Però non si fece prendere dall'entusiasmo e teorizzò che lei stesse tendendo una trappola, rallentando appositamente per metterli in una situazione psicologica che credevano di vantaggio ma che, in realtà, non lo era. Wei-Zan non si stanca così velocemente, pensò con acume. E nella mente dell'altra mummia si creò una lunga serie di parolacce mentre, con la coda dell'occhio, vedeva la coetanea ferma e pensierosa. Aveva a sua volta intuito che l'altra non era caduta nel suo piccolo tranello.
Si fermò, ansimando in modo posticcio. I ragazzi si avvicinarono uno all'altro per potersi difendere meglio e non abbassare la guardia collettiva.
"Shan-Pu!" abbaiò "Ho un'idea".
Ranma e gli altri saltarono all'indietro senza mai staccare gli occhi da Wei-Zan che continuava a far finta di aver bisogno di rifiatare.
"Ci dica, Obaba" ansimò Akane, di sicuro la più provata dei combattenti. Sudava copiosamente e le gambe le facevano un male del diavolo. Per qualche istante aveva anche temuto che la vecchia stesse solo scherzando con loro e che lei sarebbe stata la prima a sperimentare l'effetto di un proiettile gnomesco che si schianta contro il tuo torace per sfondartelo.
"Mi sembra evidente che voi non siate all'altezza. Non che intenda sminuirvi come artisti marziali ma qua si parla del Decano Millenario di Joketsuzoku. E, senza falsa modestia, io sono l'unica che può avere la possibilità di farcela. Ma non da sola. Ho bisogno del vostro ki. Vi devo chiedere di trasferirmelo. Ma dovete fare attenzione a non esagerare o potrei prosciugarvi. In maniera irreversibile".
"Stai dicendo... che..." balbettò Mousse, tremando all'idea che si stava affacciando nel suo cervello.
"Sì. Potrei uccidervi. Presto, non c'è un minuto da perdere. Almeno finché Wei-Zan è impegnata con la sua scenetta".
E il sorriso che la sopracitata Wei-Zan sfoderò fece raggelare il loro sangue.
"Sapevo che te n'eri accorta, Ku-Lun. Sin da quando eravamo bambine mi hai sempre beccata quando facevo le finte. Molto bene, basta così". E fece ripartire i retrorazzi sui suoi piedi, buttandosi a velocità folle verso il gruppetto.
Fecero appena in tempo.
Ci fu un nuovo boato e un nuovo cratere.
Quando però la nube che si era sollevata si diradò, Wei-Zan scoprì con orrore che il suo colpo era andato a vuoto. Di Ku-Lun e dei ragazzi nessuna traccia.
Ringhiò colpendo il terreno con il suo bastone. Si guardò attorno, alla ricerca del gruppetto, quando qualcosa atterrò alle sue spalle. Qualcosa con un enorme ki.
"Tu...".
"Eggià" rispose Obaba alle sue spalle, lasciando spandere quel ki immenso e che non le apparteneva del tutto "Sai com'è, non arrivi a trecentocinquant'anni senza aver imparato un trucchetto o due. Qualche asso nella manica ce l'ho, anche se non sono un Decano." concluse, lasciando trapelare il fastidio per quella carica.
Lo sguardo di Wei-Zan attraversò il cortile, alla ricerca dei mocciosetti, che però sembravano essere totalmente spariti. "Ne deduco che tu abbia avuto un'improvvisa illuminazione, non è così Ku-Lun?" chiese, senza voltarsi.
"Forse..." rispose Obaba, lasciando la frase in sospeso. Conoscendo la sua avversaria, preferì non metterla al corrente del suo trucchetto riguardante l'assorbimento del ki dei ragazzi, né dell'utilizzo che voleva farne. Probabilmente ci sarebbe arrivata lo stesso, ma non vedeva perché sprecare quel minimo vantaggio che attualmente aveva su di lei. Si augurò che i ragazzi fossero riusciti a ripararsi, e che si riprendessero il più in fretta possibile.
"E quindi, vecchia mia, che cosa intendi fare ora?" incalzò l'altra.
Obaba sorrise, e se l'avesse vista probabilmente persino Wei-Zan si sarebbe preoccupata.
"Questo."
E poi ci fu di nuovo un boato e una spaventosa esplosione di energia.
A qualche metro da dove si era scatenata quell'esplosione giacevano cinque corpi svenuti, provvidenzialmente riparati da un cespuglio. Mousse, Shan-Pu, Ukyo, Akane e Ranma erano stati sbalzati via dall'ultimo botto, subito dopo aver lasciato che Obaba assorbisse la loro energia per permetterle di raggiungere il livello di Wei-Zan. Nonostante tutto, difatti, nessuno aveva avuto da ridire a quel piano. Anche Ranma, notoriamente orgoglioso e non disposto a farsi mettere da parte, aveva avuto il buon senso di piegarsi alla proposta. Buon senso e mancanza di alternative e di tempo.
E fu lo stesso Ranma il primo a svegliarsi, tenendosi la testa che gli rimbombava come un concerto di ottoni mal registrati. Appena si mise in piedi piantò lo sguardo verso le due vecchie e vide l'enorme scoppio causato dalla nonna di Shan-Pu. Poi un fruscio alle sue spalle lo fece voltare: era Mousse che, a sua volta, si riprendeva.
"Ehi! Come va, paperotto?".
"Mi fa male la testa ma per il resto bene, direi. Tu?".
"Lo stesso. E la vecchia sta facendo buon uso del nostro ki. Vorrei anche vedere, saremmo spacciati se questo fallisse".
"Eh sì, devo darti ragione".
Si guardarono un attimo, ancora istupiditi dal salasso. Poi a Mousse venne un dubbio: perché lui e Ranma erano svegli e le ragazze no? Si avvicinò a Shan-Pu, ancora priva di sensi, e la scosse gentilmente per farle riprendere conoscenza. Senza successo.
"Ranma... qui c'è qualcosa che non va...".
L'altro non disse nulla. Silenziosamente si accovacciò accanto ad Akane e lo imitò, tentando di svegliarla.
Nessuna di loro dava segno di vita.
I due si tranquillizzarono un po' quando appurarono che i battiti dei loro polsi erano forti e ben percepibili. Ma non troppo, non dopo l'avvertimento che Obaba aveva dato loro prima di operare.
"Mousse... che facciamo?".
E mentre il cinese stava per rispondergli ci fu un altro *boom*.
Per loro fortuna quell'esplosione avvenne lontana da loro e l'onda d'urto si limitò a spostarli di qualche metro piuttosto che sbalzarli all'altro capo del cortile.
I due riuscirono in qualche modo a proteggere le ragazze e con un po' di fatica si spostarono alla ricerca di un punto più riparato dove nascondersi.
Quando furono abbastanza lontani dal campo di battaglia tornarono ad occuparsi dell'inquietante stato catatonico che aveva colpito le ragazze.
"E ora che si fa?" disse Mousse mentre scuoteva gentilmente Shan-Pu, la quale non accennava a svegliarsi.
Ranma si accucciò accanto a lui, osservando le tre ragazze. "La vecchia aveva detto che se avesse esagerato nell'assorbimento del nostro ki avremmo rischiato la vita" ragionò, mentre tastava i polsi delle ragazze una seconda volta, per sincerarsi del loro battito "ma non aveva parlato di... questo. Sono vive, ma... perché non si svegliano ancora?".
"Forse dipende dal loro stato fisico? Shan-Pu è ancora provata dal nostro combattimento..." rispose il cinese, riflettendo su altre possibili cause.
"Questo può valere per Shan-Pu, ok, ma Akane e Ukyo?" disse Ranma "Loro non hanno combattuto di recente...".
I due rimasero in silenzio, senza sapere cosa fare.
Chiaramente entrambi smaniavano per poter parlare con Obaba, cosa al momento impossibile. L'unica a poter conoscere la soluzione a quell'enigma era ancora impegnata in una lotta all'ultima esplosione con l'altro ghoul cinese, e sapeva il cielo se e quando si sarebbe concluso. E non erano neanche sicuri che si sarebbe concluso positivamente per loro.
Stufo di rimanere lì con le mani in mano, Ranma si avvicinò con cautela al punto in cui si trovavano poco prima, per osservare il combattimento. Contrariamente alle sue aspettative, tutto ciò che riuscì a vedere furono due saette che si scontravano in aria, sparivano alla sua vista, e ricomparivano poco dopo. Nient'altro.
"Che dovremmo fare, Ranma? Intervenire?" chiese Mousse alle spalle del ragazzo col codino. Il quale ammirava estasiato circa seicento anni di età che erano intenti a cercare di ammazzarsi. Era talmente catturato dallo spettacolo che registrò la domanda con qualche secondo di ritardo.
"No Mousse, non dovremmo. Mi conosci abbastanza da sapere quanto quel che sto per dire ferisca il mio ego, ma io e te saremmo solo d'ostacolo alla vecchia. Per una volta, solo per stavolta, devo mettere il mio destino nelle mani di qualcun altro. L'unica persona che ha una minima speranza di potercela fare. Una persona per cui non provo grande simpatia, ma che oggi si è guadagnata una buona fetta di stima da parte mia. E su cui, almeno in questo particolare frangente, so di poter fare affidamento. Sai invece cosa potremmo fare, noi due?".
"Dimmi. Sono tutto orecchie".
"Approfittiamo della distrazione di Wei-Zan in modo diverso. Portiamo le ragazze dal dottor Tofu. Se c'è qualcuno che può dirci cosa fare con loro è lui. Quando ci fu il casino dello tsubo della lingua di gatto fu lui a consigliarmi e a darmi una cura, sebbene solo momentanea. Saprà come tirarle fuori da questo sonno innaturale".
Prima di aggiungere altro Mousse si prese qualche secondo per guardare Ranma negli occhi. Ci vide preoccupazione e tanta, tanta umiltà. Ma mentre la prima cosa non lo meravigliava per nulla, anche perché era sicuro che per lui valesse la stessa identica cosa, la seconda... insomma, non è che le parole "Ranma Saotome" e "umiltà" stessero poi così bene insieme nella stessa frase. Ma quello c'era. Per la prima volta da che lo conosceva Mu-Si poteva dire che Ranma era anche capace di abbassare la cresta da pavone, ogni tanto.

Mentre i due raccoglievano i corpi delle ragazze per portarli a fare visitare, le carampane erano ancora intente a giocare a nascondino con il loro ki turbo. E nel frattempo trovavano persino la forza e la concentrazione per parlarsi.
"Insomma Wei-Zan, perché non ti arrendi? Non vedi che ti sono superiore, in questo momento?".
"La vecchiaia ti sta facendo delirare, Ku-Lun. Sei inferiore a me, lo sei sempre stata, e non hai bisogno che sia io a ribadirlo".
"Ah sì? E allora com'è che tu non sei ancora riuscita a colpirmi una sola volta, mentre io qualche affondo l'ho portato a segno?".
"Bella forza. A farsi imprestare l'energia da dei giovinastri sono buoni tutti. Se stessi combattendo con le tue sole forze saresti già sdraiata per terra da qualche minuto".
"In amore e in guerra tutto è permesso, cara mia. E comunque non ci vedo nulla di male ad approfittare di ogni aiuto possibile. Questa è la via di Joketsuzoku. Mi deludi, caro Decano. Dimenticarsi così i principi basilari".
"Taci, traditrice!".
E lei tacque. Ma solo per poterla colpire meglio. E l'ultimo pugno, direttamente alla bocca dello stomaco, interruppe bruscamente il loro balletto.
Ci fu l'ennesimo boato. Poi il silenzio.
Mentre correvano verso la strada principale con in spalla le ragazze, Mousse si voltò di scatto. Fissò un punto indefinito nel cielo, ma non vide nulla. E non per l'assenza delle sue lenti. Ranma gli si accostò, osservando esattamente lo stesso punto. Un ki era sparito, ma non sapevano quale né perché. L'ansia li colse improvvisamente, ma non avevano tempo. Si costrinsero a proseguire.

"Una cosa così non mi era mai capitato di vederla".
Il dottor Tofu si grattò il mento, pensieroso, mentre osservava le tre ragazze stese sui lettini del suo studio.
Aveva ascoltato con attenzione il racconto di Mousse e Ranma fin dal principio, dal colpo di testa del cinese fino al combattimento tra le due vecchie.
Passeggiò avanti e indietro attorno ai lettini, immerso nei suoi pensieri.
"Allora dottore, non c'è nulla che può fare?" sbotto infine Ranma, che stava pian piano riprendendosi dalla perdita di ki, e con lui tornava la voglia di potersi rendere utile e non rimanere con le mani in mano.
Mousse si limitò ad osservarli, volgendo di quando in quando lo sguardo verso Shan-Pu, che continuava a dormire. Nemmeno lui sopportava più quella sensazione d'impotenza.
"Non è così semplice Ranma" rispose il dottor Tofu, sorseggiando la sua consueta tazza di tè "la tecnica che la vecchia Obaba ha usato è qualcosa di cui ho solo sentito parlare in via teorica, e nulla ci assicura che i miei metodi possano funzionare senza danneggiarle...”.
"Ma allora qualcosa può fare?" intervenne Mousse, al limite della sopportazione. L'attesa lo logorava.
Il dottore lo osservò, poi annuì.
"Si, qualcosa posso fare. Sapete cosa sono i tanden?" chiese ai due ragazzi, mentre si avvicinava alle tre pazienti sui lettini.
"I tanden? Intende le tre sedi naturali del ki secondo la dottrina dell'aikido?" chiese Ranma, riconoscendo per una volta un argomento in cui era particolarmente ferrato. Mousse si limitò ad ascoltare in silenzio.
Il giovane medico annuì.
"Esatto. Nelle arti marziali questi tre punti contengono la presenza mentale del praticante: il ki attraversa questi punti e li rende funzionanti e capaci di continuare a svolgere il loro compito e tenere in vita l'essere umano. Ma, come ben sapete" disse, avvicinandosi al corpo inerme di Ukyo rimboccandosi le maniche "nelle arti marziali esistono dei precisi colpi mortali che portano al collasso di questi centri vitali."
I due ragazzi annuirono, ben conoscendo la dottrina base.
Il dottor Tofu si prese qualche secondo per tastare alcuni punti sul corpo della giovane cuoca, alla ricerca di qualcosa. Si fermò all'altezza delle sopracciglia, nel punto esatto tra gli occhi.
"Da quanto mi avete raccontato dello scontro, è probabile che l'esplosione di ki che vi ha investiti mentre cedevate il vostro alla vecchia Obaba abbia colpito uno dei centri vitali delle ragazze" disse, mentre premeva sul viso di Ukyo con entrambi i pollici "e li abbia... come dire, bloccati... in un certo senso."
"Quindi non è stato il passaggio di ki a causare tutto questo?" chiese Mousse.
"Certo che no paperotto. Sarò vecchia ma non stolta, e conosco il fatto mio" gracchiò una voce conosciuta, e per una volta tutti furono sollevati nel sentirla "E poi credi davvero che avrei messo a repentaglio la vita della mia nipotina? Inoltre, da quando in qua il ki è sessista?".
Senza neanche dare ai ragazzi il tempo di rispondere, Obaba saltellò sul suo bastone fino ai lettini, dove Ukyo si stava già svegliando, e Akane lo sarebbe stata di lì a poco.
"E... Wei-Zan?" chiese Ranma, cauto. Lo sguardo che ricevette fu una risposta più che eloquente. Era tutto finito, stavolta per davvero. Ed era meglio che non si conoscessero i dettagli sul come.
"Hm. Qualcosa non va...".
Tutti si voltarono verso il dottore.
"Su Shan-Pu non funziona... non si sveglia."
"Cosa vuol dire che non funziona? Si faccia da parte, dottore, e lasci fare a me" disse Obaba, la voce un po' rauca e visibilmente provata dallo sforzo appena sostenuto.
E fu solo in quel momento, mentre le scheletriche dita della vecchia si stavano per appoggiare sulla fronte di sua nipote, che Ranma e gli altri si accorsero delle orrende bruciature sulla sua schiena. Come avessero potuto non averci fatto caso in precedenza, visto e considerato che fumavano come una ciminiera in piena funzione, è un mistero.
"Vecchia! La tua schiena...".
"Zut. La mia vetusta corteccia ora non è importante. Devo svegliare Shan-Pu".
Tofu, spinto dal proprio ruolo professionale, cercò di essere inflessibile quanto poteva nel convincerla a farsi medicare e a riposare. Ma trecentocinquantasei anni di testardaggine non sono per nulla facili da sconfiggere e dovette arrendersi, anche se riuscì a strapparle una promessa per una successiva visita approfondita.
Calò un silenzio tombale sull'ambulatorio mentre Obaba tentava di risvegliare la nipote.
Akane e Ukyo, appena riprese, non stavano capendo nulla di quel che succedeva ma intuivano che non era il momento adatto per chiedere alcunché. Ancora stese sui rispettivi lettini si limitavano a guardarsi negli occhi, condividendo la paura provata per quello che avrebbe potuto essere un sonno infinito.
Poi successe.
E andò bene.
Un colpo di tosse e Shan-Pu aprì gli occhi, alzandosi di scatto e pentendosene subito perché un giramento di testa la costrinse a rimettersi in posizione supina.
Mousse non trattenne lacrime di gioia purissima nel vederla di nuovo nel mondo dei vivi. Con molta calma si avvicinò a lei e la guardò con dolcezza, cercando di farle capire senza parole che tutto, da quel momento, sarebbe andato per il meglio.
Si consumò grande giubilo in quella piccola stanza. Tutti i presenti, Tofu escluso, avevano vissuto alcuni dei più pericolosi, movimentati e angosciosi giorni della propria vita. E, conoscendo i loro record, era qualcosa di notevole.
Volarono abbracci più o meno imbarazzati, parole di rassicurazione e ogni possibile manifestazione di uno stato d'animo finalmente sereno.
Ukyo, che come spesso capitava in questo tipo di occasione era tagliata fuori, decise di portare all'attenzione del gruppo una questione che riteneva molto importante. Quasi più di tutti i casini appena successi.
"Mi spiace interrompere i vostri festeggiamenti, ma... Ranma, Akane. Vorrei chiedervi se avete intenzione di... ufficializzare".
I due ragazzi la guardarono con occhi sgranati, passando ogni tonalità di rosso possibile, mentre la cuoca li osservava divertita.
I presenti si scambiarono qualche occhiata perplessa. "Ufficializzare... cosa?" chiese Mousse, la cui felicità per il risveglio di Shan-Pu gli aveva obnubilato la mente.
"Come cosa? Il loro fidanzamento!" rispose Ukyo, come fosse la cosa più ovvia del mondo.
Il ragazzo insistette nella sua ingenuità. "Ma... loro sono già fidanzati!".
"Intende dire che stavolta sono consenzienti" si intromise la vecchia Obaba, che aveva ceduto all'insistenza del dottor Tofu, ora intento a medicarle le ferite. Sorrise sorniona, il sorriso tipico di chi la sa molto, molto lunga. "Non mi aspettavo una presa di posizione tanto decisa proprio da voi due, soprattutto da te Ranma... è quasi divertente. Da ora in poi le cose saranno interessanti!".
I due ragazzi non riuscirono nemmeno a trovare le parole per argomentare una qualsivoglia risposta. Si limitarono a scambiarsi occhiate imbarazzate mentre la vecchia e Ukyo ridacchiavano sotto i baffi e il dottor Tofu si congratulava con la neo coppia, dispensando saggi consigli e precauzioni di ogni tipo.
Shan-Pu osservò in silenzio la scena, accoccolata sul lettino. Per anni aveva temuto di vedere quelle immagini, di sentir pronunciare quelle parole.
Aveva creduto che, se fosse successo, le avrebbe fatto un male terribile e avrebbe sofferto immensamente. E che probabilmente la sua reazione sarebbe stata spropositata.
Quasi nessuna delle sue previsioni si avverò.
Certo, non poteva dire che fosse totalmente indolore. Un grande amore è comunque difficile da cancellare così su due piedi e Ranma, in un modo o nell'altro, lo era stato. Provava un leggero dolore, qualcosa di piccolo e quasi indefinibile - ma presente e costante, che la avvolgeva come una coperta. Era quella sofferenza subdola che ti acchiappa nei momenti di nostalgia, quando ricordi momenti passati e sai non torneranno più. Era ciò che le stava succedendo, con in più la consapevolezza che tutti quei ricordi felici esistevano solo nella sua testa: erano tutti ricordi di sotterfugi in cui aveva cercato di avvicinare Ranma, che non era mai stato suo e mai lo sarebbe stato.
Sapeva però che prima o poi si sarebbe lasciata scivolare di dosso quella coperta intrisa di nostalgia, dando invece il benvenuto a quei nuovi sentimenti che in quei giorni erano affiorati. Si voltò a guardare Mousse, totalmente distratto dalla news su Ranma e Akane, ma con la mano ben salda alla propria. Shan-Pu osservò le loro dita incrociate e sorrise, segno che forse anche per lei poteva esserci un futuro.
La stessa domanda se la stava ponendo Ukyo, meno positiva della cinesina, mentre si massaggiava con la mano l’escoriazione sulla fronte.
Anche se aveva lasciato andare Ranma provava la stessa identica sensazione che stava provando Shan-Pu, amplificata. Perché per lei si trattava di lasciar andare l'amore di una vita.
Ma aveva deciso che era il momento e l'avrebbe fatto. Sapeva anche che prima o poi anche lei avrebbe vissuto quell'imbarazzo, quella gioia di confessare a qualcuno che davvero lo meritava i suoi sentimenti.
Solo si chiedeva quando sarebbe accaduto.
Ma non in quel momento, non in quel giorno.
C'era altro da festeggiare. Erano vivi, erano liberi e avevano sconfitto temibili avversari - alcuni sotto forma di ghoul cinesi, altri più subdoli e radicati nel loro animo.
Uscendone vittoriosi.
Quello era un giorno di festa, e null'altro importava.

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