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Autore: Florence    03/07/2007    2 recensioni
-Vedrai un giorno riuscirai a trovare la persona giusta per te- -Ho creduto che quella persona fosse Lana, ma non potevo essere sincero con lei, e poi ho creduto che fosse Alicia, perché era come me- -Ma tesoro, non c’è… non c’è nessuno come te- -Vuol dire che sarò sempre solo- (Obsession, Smallville #314) ... ti stavo aspettando...
Genere: Romantico, Avventura | Stato: in corso
Tipo di coppia: non specificato | Personaggi: Altro Personaggio, Clark Kent
Note: What if? (E se ...) | Avvertimenti: nessuno
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Capitolo 6: L’intervista

Capitolo 6: L’intervista

Son of the Illusion Blog

Domenica 28/12/2004

1 comments:

“C’è qualcosa dentro di me, qualcosa che, se la rivelassi al mondo,

mi costerebbe l’emarginazione.

Rimarrei sola, forse oggetto di curiosità morbose, ma sola.

I miei amici mi guarderebbero con disprezzo, mi eviterebbero come se fossi

un’Intoccabile della casta più infima.

C’è un’energia che mi brucia dentro e che cerca di liberarsi,

per vivere la mia natura diversa.

Chi ha conosciuto il mio segreto, in un modo o nell’altro,

ha pagato per colpe non sue e ora

non c’è più.

Vorrei urlarlo al mondo,

alle volte,

a chi mi chiede perché non riesco ad essere me stessa e a dare la mia fiducia agli altri,

ma ho paura che dopo essi siano risucchiati nel vortice

della mia menzogna e non mi accettino,

non perdonino il mio silenzio.

Non so cosa sono,

ma quello che sono,

nessuno lo saprà mai.

-----------

1 COMMENTS:

The Daffodil says:

… è terribile… è andata così a me e ora sono rimasta sola e emarginata, come una cosa disgustosa, una creatura mostruosa. Chissà se lui, ogni tanto, pensa ancora a me…

In fondo lo so: l’ho perso per sempre…

Posted at 2:26PM 14/02/2004

Clark arrivò a scuola in ritardo, la mattina successiva. Era riuscito a prendere sonno solo alle prime luci dell’alba e non aveva con sé la sveglia, che era rimasta sul suo comodino, vicino a Lois, né aveva sentito i primi richiami di sua madre, dall’aia davanti casa.

Quando era sceso, sua madre non gli aveva rivolto la parola. Suo padre, quando lui era rientrato in cucina con la faccia sconvolta e i capelli spettinati, aveva la faccia nera.

Clark aveva intuito che il temporale si sarebbe sfogato su di lui, così, rassegnato, si era seduto al tavolo incrociando le mani davanti a sé.

-Avanti, non tiratela per le lunghe. Ditemi quello che mi volete dire e facciamola finita-

-Facciamola finita, Clark? E’ quasi una settimana che hai preso questa casa per un albergo! Torni solo per dormire, la sera sei sempre fuori casa e non ci dici dove vai, ti sei dimenticato delle tue faccende, e stamattina non sapevamo dove fossi finito, perché in salotto c’erano solo la coperta che ti avevamo lasciato e il tuo pigiama ancora piegato. E ieri sera tua madre ti ha visto portare una ragazza nei campi, al buio! Spero che tu non abbia passato il limite un’altra volta Clark perché sarebbe davvero…-

-Jonathan, calmati adesso!-, Martha si era avvicinata a Clark e aveva posato una mano sulle sue, -Se c’è qualcosa che ti turba, Clark, se qualcosa non va bene, devi parlarcene, perché solo rimanendo uniti possiamo affrontare i problemi. Tuo padre ed io vorremmo che…-

-Vorreste controllare ogni mia mossa, lo so bene! Ho diciotto anni, mamma! Sono grande a sufficienza per poter vivere da solo la mia vita. Non ho più bisogno di voi che mi dite cosa fare o cosa non fare!-, Clark era balzato in piedi, staccandosi dal contatto con sua madre.

-Attento a come parli, ragazzo!-, Jonathan era furente.

-Perché sennò che fai? Mi minacci con la kryptonite?-

Entrambi erano rimasti in silenzio alle parole del figlio. Johnatan era uscito di casa, sbattendo la porta alle sue spalle, Clark, aveva sospirato profondamente, serrando le mascelle e deglutendo.

-Tuo padre ti ama profondamente, Clark, e se entrambi parliamo così è perché siamo preoccupati per te. Ieri sera ha chiamato Chloe, preoccupata perché non ti aveva visto alla lezione di Matematica del pomeriggio. Sei tornato a casa e ti sei subito chiuso nel fienile e poi… chi era quella ragazza, Clark? Tu sei un ragazzo così bello e onesto e noi siamo preoccupati per quello che le altre persone potrebbero indurti a fare. E’ già successo che tu scappassi con una ragazza e quello che ti è successo non è stato bello, Clark-

Alicia

Sua madre stava dicendo che Alicia lo aveva raggirato per farne il suo giocattolo.

-Vedi mamma… è vero, Alicia mi aveva drogato con la kryptonite rossa, ma aveva ragione: quello che è successo è solo quello che io volevo che succedesse. Ma l’ho capito troppo tardi, quando ormai lei non c’era più…-, fece una pausa, tenendo la testa bassa. Poi la fissò negli occhi.

- Ti prego, mamma, ho bisogno di poter essere padrone delle mie scelte, ho bisogno di sbagliare da solo…-

-Ben detto, Smallville. A proposito, ne sai nulla di questa? Era sul mio letto, stamattina. Ah, pardon, sul “tuo” letto!-, aveva detto Lois scendendo dalle scale ancora in pigiama, con la giacca bruciacchiata di Clark in mano.

Martha aveva abbassato lo sguardo, colpita dalle parole del figlio.

Quando Lois era sparita dietro la porta del frigo, Clark aveva rivolto alla madre un’occhiata più forte di cento parole e sfiorandole la mano con la sua, era uscito.

La nottata passata in bianco non aveva portato le risposte che Clark sperava di trovare, semmai aveva ancora di più confuso quello che si agitava dentro di lui.

Il breve sonno che aveva fatto era stato scosso da un sogno che ricordava appena, al suo risveglio.

C’erano Lana e Alicia, opposte tra loro come bellissime guerriere, lui era nel mezzo e più avanzava verso una, più l’altra lo tirava a sé e viceversa, come Gano legato ai cavalli che correvano in direzioni opposte.

Intorno a loro divampava un incendio che bruciava le case e le urla d’aiuto delle persone care laceravano la sua volontà. Ma arrivava una terza guerriera, portando sull’armatura un simbolo kryptoniano marcato a fuoco, che riusciva a liberarlo da Alicia, facendola sprofondare negli abissi, mentre chiamava ancora il suo nome e da Lana, che si allontanava con occhi fiammeggianti, sparendo tra le fiamme. Non aveva visto in volto la terza donna, ma, quando si era voltata per spegnere l’incendio intorno a sé, aveva notato sulla sua schiena nuda, in alto, un altro simbolo simile ad un rombo con un cerchio in basso.

Prima che potesse avvicinarsi a lei per farla voltare, si era svegliato, madido di sudore, per la voce della madre che lo chiamava da dietro la porta.

Quando arrivò a scuola, incontrò Chloe che usciva dal Torch chiudendo a chiave. La salutò, ma lei rispose freddamente.

-Sono di fretta. Magari ci vediamo dopo-, fece qualche passo, poi si voltò con espressione tesa.

-Clark, per favore… stai attento. Lo so che tu sei sempre pronto a dare la tua fiducia totale alle persone, ma… ecco, stavolta stai attento…-

Clark la guardò aggrottando le sopracciglia, non capendo quello che volesse intendere. Chloe si voltò per andarsene, ma lui la fermò mettendole una mano sulla spalla.

-Che vuoi dire?-

Chloe prese aria: era preoccupata e al contempo nel suo sguardo si poteva leggere un velo di rabbia. Lo guardò sperando che non ci fosse bisogno di spiegare quello che intendeva, ma Clark scosse la testa.

-Clark, quella ragazza, Lilyanne… non sono sicura che sia a posto. Ho paura che sia d’accordo con Lionel Lu-

-Basta così, Chloe! Finora ho sempre cercato di difenderti e di capire quanto il tuo comportamento fosse legato all’interesse che hai per il Torch, ma ora basta! Non puoi inventarti illazioni contro di lei solo perché il preside ha pensato che, giustamente, servirà un sostituto alla guida del giornale per l’anno prossimo. Basta!-, disse e, senza salutarla, le voltò le spalle e cercò di entrare al Torch, ma la porta era chiusa.

-Aprimi, Chloe-

-E’ questo che pensi, Clark? Che io sono solo gelosa di lei?-

Clark cercò di contenere l’arrabbiatura.

-Per favore, apri la porta, ho bisogno di guardare una cosa sul computer…-

-Mi dispiace, Clark, ma non puoi entrare ora, io devo andare-, disse e, tremando, si allontanò. Poi tornò sui suoi passi, scura in volto.

-Quando vedi la tua nuova amichetta, ricordale che alle tre abbiamo fissato l’intervista per il Torch-

Clark non le rispose.

-Ah… E dille anche che ieri ha perso i suoi “bellissimi occhiali” nel giardino dietro la scuola…-, se ne andò senza aggiungere altro, indossando al volo la sua felpa arancione.

Chloe li aveva visti! Clark pregò che non avesse assistito anche a quello che aveva fatto Lily, ma, pensò, in fondo si era trattato solo di pochi ciuffi d’erba bruciati; forse da lontano non se ne sarebbe potuto accorgere nessuno.

Era per questo, allora, che era così astiosa nei suoi confronti. Eppure non era da lei inventare balle per soddisfare il suo spirito di protezione nei suoi confronti. Aveva passato il segno, ma allo stesso tempo era dispiaciuto per una tale reazione: chissà che idea si era fatta di lui, che solo poche settimane prima stava seduto davanti alla tomba di Alicia in uno stato dal quale, se non fosse stato per i suoi amici, non sarebbe uscito tanto velocemente.

Ripensò al suo gesto del giorno prima: era stato troppo avventato. Aveva dato ascolto solo a quello che gli diceva il suo corpo, senza pensare, prima di agire. Era stato scorretto e troppo impulsivo. Lily non se lo meritava.

Chloe uscì come un treno dall’edificio, evitando lo sguardo delle persone che incontrava.

-Lasciami stare, Pete-, disse al suo amico che, vistola così strana, aveva provato a parlarle.

Si fermò dietro la scuola, sedendosi ad un tavolo isolato: poco importava saltare la lezione di inglese, doveva accertarsi di alcune cose molto più urgenti.

Dalla borsa che portava stretta al fianco estrasse un fascicolo di fogli e stampe di fotografie, prese fiato e, cercando di mantenersi il più possibile imparziale, iniziò a ricostruire il puzzle che era la vita di Lilyanne Leibniz.

Aveva passato la notte e metà della mattinata a cercare ovunque tra gli schedari della scuola e su internet qualsiasi informazione su di lei, aveva contattato alcune conoscenze agli uffici dell’anagrafe di Metropolis e aveva raccolto una sfilza di fatti strani degni della parete delle stramberie. Ora si trattava di dare a tutto una consecutio logica e soprattutto un senso.

Si fermo un attimo a pensare: non avrebbe agito a quella maniera, si disse più che altro per convincersene, se la sera prima, seguendo la Leibniz, non avesse visto che, al suo ritorno a casa, a notte inoltrata, c’era ad attenderla davanti alla sua porta la limousine di Lionel Luthor.

Cosa avesse fatto fuori, con Clark, fino a quell’ora, non voleva neanche pensarlo, visto quello a cui aveva assistito dietro la scuola e che ora giaceva immortalato in una foto tra i vari fogli sparsi sul tavolo.

Quando era arrivata davanti alla sua casa, per prima cosa, la Leibniz portava i capelli sciolti e aveva legato in vita il cardigan, rivelando, dai vestiti resi più stretti, che non si trattava affatto di una “racchia”, come aveva già sentito definirla in giro.

Seconda cosa, e di importanza molto maggiore ad ogni altra, Lionel Luthor era sceso dalla limousine – era la prima volta che Chloe lo vedeva da quando era uscito misteriosamente di prigione – e aveva fermato la ragazza sulla porta, invitandola ad entrare nella sua auto, per parlarle.

Erano rimasti fermi davanti alla casa per quasi un quarto d’ora, dopodiché Lilyanne era uscita aprendo lo sportello e entrando dritta in casa sua. Chloe non era riuscita a capire assolutamente nulla di quell’incontro, ma le era parso così strano che proprio quella ragazza, entrata in maniera quasi miracolosa nella vita di Clark, fosse legata in qualche modo ai Luthor, che le era subito balzata alla testa la somiglianza del suo caso con quello di Adam, inviato perché spiasse Lana, solo pochi mesi prima.

Doveva assolutamente aiutare Clark ad uscire da quella storia in cui si stava invischiando mettendo a rischio il suo segreto.

Da quando Alicia le aveva mostrato di cosa fosse capace il ragazzo che aveva accanto a sé da così tanto tempo, senza che lei si fosse mai accorta di niente, le tessere del mosaico Clark-Luthor prendevano il giusto posto nella sua mente, presentandole un quadro poco rassicurante per lui. Forse la Leibniz era una delle tante pedine nelle mani di Lionel e cercava solo di smascherare Clark, per darlo in pasto a quell’essere immorale.

Doveva proteggerlo, anche a costo di rendersi odiosa.

Rilesse per l’ennesima volta le informazioni su di lei, una più nebulosa dell’altra: si sarebbe potuto fare un film, della sua vita, pensò scartabellando i fogli, finché non si fermò ad osservare le foto che aveva scattato di nascosto il giorno prima, dietro la scuola.

Sentì lo stomaco stringersi nel vedere di nuovo con quanta passione il suo Clark la stava baciando: ma come aveva fatto, quella lì, a sedurlo così rapidamente e senza un minimo di sex appeal! Le faceva male guardare le mani grandi di Clark strette sulla sua schiena e, dopo, tenerla abbracciata, accoccolati per terra, come fossero due fidanzatini.

-Santo cielo che orrore! Allora avevo ragione io, che qualcosa aveva pur dovuto fare, il vecchio marpione!-, la voce di Lois, alle sue spalle, la fece sobbalzare: non l’aveva sentita arrivare.

Subito Chloe si affrettò a riunire fogli e foto, imbarazzatissima, salutandola.

-Ehi ehi ehi, ferma lì! Voglio anch’io il mio gossip quotidiano!-, disse la cugina sfilandole di mano il gruppo di foto, senza che lei riuscisse a fermarla, - Da quando ti sei messa a fare il Paparazzi della situazione?-

Osservo una ad una le stampe, mutando espressione di volta in volta, interessata.

-E chi sarebbe, questa moretta?-, chiese alla fine, sedendosi a cavalcioni della panca, accanto a Chloe, complice e curiosa.

-Lasciamo perdere…-, le rispose la cugina scrollando le spalle. Riprese le foto e fece cenno a Lois di seguirla nella scuola.

Ne avrebbero parlato più tardi.

Clark non vide Lily, quella mattina, né a pranzo, a mensa. La cercò al campo, come il giorno prima, ma non era neanche lì, allora decise di aspettarla fuori dal Torch se si fosse fatta viva con Chloe. Voleva avvertirla prima di mandarla in pasto alla cinica giornalista che, a volte, Chloe sapeva essere. E quella volta, Chloe, sarebbe stata spietata, visti i presupposti.

Lily arrivò puntuale, svoltando da dietro l’angolo trafelata. Aveva il volto preoccupato, di nuovo era vestita con una larga felpa e aveva i capelli acconciati male. Non aveva gli occhiali, però.

-Clark, grazie al cielo, Clark… devo parlarti-

-Anche io, Lily…-

Lo guardò sconsolata, scuotendo appena la testa, -Senti… per quello che è successo ieri: mi dispiace, è stato un errore…-, Clark rimase interdetto, deluso dalle sue parole.

-Clark, ascoltami… è successa una cosa ieri, quando sono arrivata a casa… tu conosci un uomo che si chiama…-

-Ciao a tutti! Wow, Clark, non sai che ti sei perso ieri! Ti ricordi di Samantha, vero? E’ fantastica! Ha un’auto eccezionale, dovresti vederla!-

Pete arrivò a troncare il discorso tra loro, stordendoli con il racconto di una spettacolare corsa fatta sull’auto della sua nuova amichetta, la sera prima, fuori della città e li trascinò dentro la stanza

Quando li videro, Chloe e Lois si affrettarono a mettere via le cose che stavano guardando insieme.

Chloe lanciò a Clark un’occhiata seria e pensierosa, lui ricambiò con preoccupazione, pregando che non volesse davvero accusare Lily di chissà cosa.

-Bentornata al Torch, Lilyanne, accomodati pure-, disse Chloe dopo un attimo di pausa, melliflua.

Pete disse che doveva andare e Clark fece per seguirlo. Lois si sedette in disparte, in un angolo.

-Resta qui, Kent. Avrò bisogno che tu mi aiuti a prendere appunti durante l’intervista-, disse asciutta Chloe.

Kent??” si domandò sconvolto Clark, e lo stesso fecero Lois e Pete, che, uscendo, sentì come Chloe si era rivolta a Clark.

Lilyanne era evidentemente in tensione per l’atmosfera tesa che si era creata tra Clark e Chloe.

-Bene, Lilyanne Leibniz, ora ti mostro come lavora un giornalista. Ho qui la tua scheda. Vedo che sei nata a Metropolis dove sei rimasta fino a tre anni. Poi, fino ai dodici sei vissuta a New York e da allora sei stata a Gotham, per cinque anni. Una vita movimentata, a quanto pare-

Lilyanne provò ad interromperla, ma Chloe procedeva come un treno, stringendo un pugno, sotto al tavolo, sapendo che stava sparando troppo in alto. Ma doveva rischiare di rimetterci la faccia. Per Clark.

-Cosa ti abbia portata proprio a Smallville, adesso, lo vedremo in seguito. Ora vorrei farti alcune domande sul tuo passato. Mi risulta che la tua vita sia costellata di fatti alquanto bizzarri, chiamiamoli pure incidenti, se preferisci, dai quali sei sempre uscita, miracolosamente, salva-, prese un altro foglio stampato, mentre Lily sgranava gli occhi per quello che stava dicendole la giornalista d’assalto.

Lois si sistemò sulla sedia, nell’angolo, evidentemente a disagio. Clark, ammutolito, ascoltava la condanna emessa da Chloe.

-1992: l’auto su cui viaggi con i tuoi veri genitori durante una vacanza a New York, si disintegra contro una grossa Jaguar sulla statale 87. I tuoi muoiono sul colpo, l’uomo alla guida della Jaguar riporta ferite gravissime, tu ne esci illesa. 1994: vieni portata in fin di vita all’ospedale di Metropolis. Vieni salvata da tuo nuovo padre adottivo che, apparentemente senza uso di farmaci, ti riporta in vita. Long Island, 1998: l’auto di amici, su cui viaggi, si schianta contro un TIR lungo la statale per New York. Tre morti, tra cui la donna che guidava e sua figlia: tu ne esci illesa. 1999: al centralino dell’911 arriva la chiamata di un ragazzino che dice che una sua amica sta morendo. Quella chiamata parte dalla tua casa, ma il giorno seguente sei presente a scuola e vinci pure le gare sportive: specialità 100 metri e salto in alto. Gotham City, due anni fa viene trovato morto un ragazzo nella tua casa, i vicini riferiscono di avere sentito una donna urlare e rumori di colluttazione nella casa. Sei mesi dopo: un misterioso incendio scoppia nella tua casa, provocando una terribile esplosione: tua madre e tuo padre muoiono per la deflagrazione, tu rimani venti ore sotto le macerie e ti trovano il giorno dopo, in condizioni fisiche perfette, a parte lo shock psicologico. E ancora: cosa si nasconde sotto il tuo aspetto da Ugly Betty? Sappiamo che sei molto più bella di quello che vuoi apparire: dagli archivi del liceo di Gotham, classe prima, infatti sei descritta come una ragazza brillante, estroversa e molto attraente. Poi arrivi qua con un look decisamente fuori moda e ancora una volta la tua natura misteriosa viene fuori riuscendo in meno di una settimana a sedurre nientepopodimeno che il qui presente Clark Kent, ex quarterback[1] della squadra di football della scuola, mai capitolato così in fretta senza uso di droghe. Sai, ho alcune foto vietate ai minori scattate ieri pomeriggio qua dietro alla scuo-

-Chloe, smettila!-, la voce di Clark era dura come mai l’aveva sentita prima.

Nella penombra, Lois, fece cadere il lapis con cui stava nervosamente giocherellando, imbarazzata per il comportamento della cugina.

Chloe non si arrese e continuò il suo affondo: -E come mai ieri sera sei stata a colloquio con Lionel Luthor nella sua limousine, davanti a casa tua? Saprai bene che Luthor è da poco uscito misteriosamente dal carcere, che è stato più volte implicato in scandali politici, che lavora in segreto su cavie umane e che guarda caso spesso si è servito di gente anonima, come te, per pedinare le persone usandole come spie per…-

-Basta!-, urlò Lily alzandosi in piedi e puntando le mani sul tavolo. Era furibonda. Anche Clark non poteva credere alle sue orecchie. Avevano entrambi ascoltato troppo. Chloe non si era mai spinta così in basso.

-Vuoi sapere perché mi sono sempre salvata, Chloe Sullivan? Perché io sono diversa da tutti voi e posso distruggerti quando voglio! Posso arrostire un pollo solo guardandolo, corro più veloce di un treno e sono a prova di proiettile; riesco a vedere attraverso gli oggetti e posso sentire quello che dici da decine di metri di distanza, anche sei al sicuro, in casa tua. E so anche volare! E ora scrivilo su quel tuo stupido muro delle stramberie che hai fatto sparire, scrivi che è stata Lilyanne Leibniz, il “mostro”, a dire a tutto il mondo quanto patetica tu sia quando la sera te ne stai sotto le coperte con la foto di Clark Kent tra le mani sperando che arrivi il giorno che ci sia lui, nel tuo letto, a scoparti! Ma io non sono la spia di nessuno! Capito? Lasciami in pace, Sullivan, per il tuo bene!-

Chloe divenne paonazza mentre sentiva le vene del collo gonfiarsi per l’ira che stava per esplodere. Dovette prendere fiato stringendo la bocca e riducendo a fessure i suoi occhi.

-Mi ero fidata di te-, disse Lilyanne guardando Clark tristemente. Prese la sua borsa da terra e si avvicinò alla porta, per andarsene.

Chloe si mosse per continuare la loro discussione fuori dalla stanza, ma la mano di Lois la fermò; il suo sguardo la inchiodò sulla sedia davanti alla sua scrivania. Scosse la testa, sconsolata, guardò la cugina sperando nella sua comprensione, che non arrivò. Chloe era come animata da una motivazione più forte della volontà di mantenere un certo contegno.

Clark corse dietro a Lily urtando la sedia sulla quale era seduta fino ad un attimo prima e facendola cadere.

Quella volta non era scomparsa, ma camminava a testa bassa, lenta, lungo il corridoio, sfiorando con la mano la parete ruvida.

-Lily…-, Clark posò la mano sulla sua spalla e sentì che tremava.

Le si mise davanti e delicatamente le fece sollevare il mento: piangeva.

-Lasciami sola, Clark. Hai già fatto abbastanza-, disse sarcastica distogliendo lo sguardo dal suo.

-Non ho detto nulla su di te a Chloe, né sapevo che ci stava guardando, ieri pomeriggio-, prese il suo volto tra le mani e abbassò lo sguardo alla sua altezza.

-Devi credermi-

Una lacrima scivolò sulla sua mano, bruciante come metallo fuso. Gli credette.

-Lily… tu non mi avevi detto che i tuoi genitori… che sei stata adottata…-

“Come me…”

-Clark, io… perdonami. Mi ero illusa che il passato fosse ben nascosto dietro le porte che mi sono chiusa alle spalle… invece è sempre lì, a ricordarmi chi sono… Dio, Clark… io ho seppellito per due volte i miei genitori io sono… sono…-

La abbracciò tenendola stretta al suo petto, solo per un attimo.

-Perdonami… sono stata una sciocca. Io avevo parlato con Chloe, ieri mattina, e avevo capito quanto lei tenesse a te, eppure… ho detto quelle porcherie solo per farle male. Sono… sono una persona cattiva… però, devi credermi, io non sono una spia, Clark!-, fece per scartarlo sfuggendo al suo sguardo, ma Clark la prese per i polsi guardandola negli occhi.

Sentiva il suo cuore battere veloce.

-Lily… è vero che sai volare?-, vide per un istante il suo viso sorpreso, poi si riabbuiò di botto, lo strattonò perché mollasse le sue mani, lo allontanò da sé e se ne andò, svoltando oltre l’angolo del corridoio.

Quando Clark la raggiunse, non c’era già più.

-E’ vero che sai volare?!-, la voce di Chloe tuonò alle sue spalle, furiosa, dalla porta del Torch. Passi veloci annunciarono che la sua minaccia si stava avvicinando. Clark non poté fare altro che attendere la sua ira.

-E’ vero che sai volare?! Clark! La tua migliore amica viene volgarmente vilipesa con stupide illazioni da una ragazzina saccente e questo è tutto quello che sai dire? E’ vero che sai volare?! Sei… sei…-

-Te la sei cercata, Chloe! Perché l’hai aggredita così? Che ti aveva fatto per meritarsi un’indagine sul suo passato come quella che hai messo su in una sola notte? Devi smetterla di aggredire così tutte le persone che ti capitano a tiro! L’hai fatta star male e lei si è difesa usando la tua stessa arma. Chi ti dà il permesso di indagare sulla vita di chiunque ti stia vicino? Eh, Chloe? Chi sei tu, per fare questo genere di interrogatori?-

-E tu chi sei, Clark, per pretendere che gli altri facciano come te e mentano sempre sulla loro vita? Io ho detto solo la verità e ho portato le prove di quello che dicevo. Lei ha detto solo un mucchio di stupidaggini su se stessa, ha inventato storie ridicole e fuori dalla ragione! Lei che può correre come un treno, sparare fiamme dagli occhi e… e…-, si azzittì tutto d’un tratto, rimanendo a bocca aperta, mentre il suo cervello lavorava frenetico cercando di dare un senso a quello che stava dicendo, alle parole che aveva appena sentito. Abbassò lo sguardo sui suoi piedi. Non erano del tutto invenzioni, quelle di Lily, erano cose che potevano davvero esistere! E la prova era davanti a lei.

Sentì il vento muoverle i capelli e alzò gli occhi su Clark. Non c’era più.

Rientrò lentamente verso il giornale, chiuse la porta e si sedette affondando la testa tra le mani. Lois le avvicinò una tazza di caffè e si sedette vicino a lei, aspettando che dicesse qualcosa.

Clark aveva ragione: quella volta aveva davvero esagerato…

Lilyanne era sparita: Clark la cercò a casa sua e in ogni posto che le aveva visto frequentare da quando era arrivata a Smallville.

Poi gli tornò in mente quello che lei stava cercando di dirgli quel pomeriggio, prima che Pete li interrompesse e dopo Chloe procedesse con la sua “intervista”: voleva parlargli, gli stava chiedendo se conoscesse qualcuno.

Si soffermò a riflettere: forse quello che aveva detto Chloe non era una pura e semplice illazione, forse davvero la sera prima Lily aveva incontrato Lionel Luthor, ma doveva esserne stata spaventata, visto come appariva accorata la sua richiesta di parlargliene, solo poche ore prima. Si maledisse per non aver capito subito come stavano le cose e corse subito alla residenza dei Luthor.

Si fece annunciare dal maggiordomo vestito di nero e attese impaziente di vedere Lionel.

Al posto suo, però, fu Lex a riceverlo, accogliendolo con un sorriso e una stretta di mano.

-Lex, sto cercando tuo padre-

-Allora hai sbagliato luogo, Clark: mio padre è a Metropolis-, Clark strinse le mandibole, contrariato.

-Come mai il mio vecchio ti interessa così tanto? Cos’ha combinato stavolta?-

Clark si avvicinò a lui, - E’ quello che vorrei appunto chiedergli, visto che sembra abbia importunato una mia amica, ieri sera-

-Cosa odono le mie orecchie? Il mio vecchio che se la fa con le ragazzine?-, poi vide Clark aggrottare le sopracciglia, offeso dalle sue parole.

-Non ho idea di cosa abbia fatto mio padre, né con chi. Non si tratta di Lana, vero?-, chiese, non riuscendo a celare più che un amichevole interessamento.

-No, non si tratta di lei-, Clark era sempre più infastidito da quello che stava dicendo Lex e da come lo diceva. Era tardi, si voltò per uscire.

-Se vedi tuo padre, per favore, digli che ho urgenza di parlargli-, chiese secco, poi salutò Lex con un sorriso a labbra strette e uscì.

Doveva trovare Lilyanne, per parlarle, per sapere cosa le fosse successo la sera prima e per chiedere scusa per il comportamento di Chloe e la sua domanda cretina, di poco prima, nel corridoio del liceo.

Chiese di lei, al Talon, ma Lana le disse che non si era più vista da quando si erano incontrati là, lei e Clark. Aveva il volto contratto e sembrava stanca.

-Cos’hai Lana? Va tutto bene?-, chiese preoccupato, pur sapendo che doveva sbrigarsi per cercare Lily.

Lana scosse il capo voltandosi verso la macchina per i cappuccini, ma non rispose.

Clark aspettò che si voltasse di nuovo: non era da lei sfuggire alle domande.

Evitava di guardarlo negli occhi, non voleva parlare con lui.

-Cosa c’è, Lana?-, insistette, sporgendosi oltre il bancone per prenderle una mano affinché si decidesse a parlare.

Lana deglutì e alzò il volto su di lui.

-Oggi, a scuola, Chloe mi ha detto di averti visto ieri, dopo la scuola, con la ragazza che ora stai cercando. Mi ha detto le cose che sa di lei…-

La guardò aspettando che continuasse, mentre il suo cuore mancò un colpo.

-Cosa sai, tu, di lei, Clark? Come… come puoi fidarti ancora di una persona così oscura… tu devi… stare attento… pensavo che tu avessi imparato dagli errori del passato, Clark-

Sembrava ferita, eppure le sue parole erano affilate come fogli di carta strisciati sulla pelle delle mani.

Non aveva alcun diritto di trattarlo a quella maniera, ma la delusione che leggeva nei suoi occhi rendeva le sue parole dolci, cariche solo della preoccupazione e dell’affetto che da sempre, lei sola sapeva trasmettergli.

-Sono preoccupata per te…-, lo sfiorò sulla guancia con una fragile carezza.

-Vedi Lana, io…-, strinse le mascelle, prendendo molta aria.

“No! Non devo giustificarmi con lei. Non devo giustificarmi con nessuno!”

Un ruggito. Un attimo soltanto. Sentì ribollire dentro di sé. I suoi occhi cambiarono repentinamente espressione.

-Mi dispiace che la cosa ti abbia turbato così tanto. Pensavo che avessimo deciso di lasciarci alle spalle quello che c’era stato tra noi-, lasciò la sua mano.

Sentì freddo sulla pelle appena sudata.

-…tu almeno lo hai fatto. Con Jason-, andò via come un animale ferito, senza aggiungere altro. Non vide la piccola lacrima che scivolò lungo la guancia di Lana.

E lei non vide le sue.

Corse più veloce che potè passando per i campi, i giardini, con lo sguardo appannato dalle lacrime che non riusciva a trattenere. Era da tanto, tanto tempo che non riusciva a piangere, da quando si era rassegnato ad una vita senza un vero amore.

Per proteggere lei.

Quello che aveva fatto pochi minuti prima era dire addio a Lana, ancora una volta. Per l’ultima volta.

Addio ai dolci ricordi che avevano condiviso insieme, addio alle risate, addio alla speranza di stare con lei.

Addio al suo abbraccio dolce e ai suoi baci fruttati. Non sarebbero tornati mai più.

Era stato lui a volerlo, e non per seguire la sua decisione di proteggerla, ma perché voleva che fosse proprio così, senza alcun altro motivo.

Sentiva che doveva essere così.

Era sull’orlo di un precipizio, dopo aver fatto l’ultimo passo e senza più possibilità di tornare indietro.

Aveva osato mettere in pratica quell’esorcismo atroce che aveva temuto nei suoi incubi da sempre.

Aveva volontariamente deciso di voltare le spalle al suo amore per Lana.

Aveva consapevolmente perso il porto sicuro entro cui rifugiarsi la notte, quando il sonno non arrivava e i pensieri trovavano riposo nel suo volto, nella sua voce.

Aveva voluto abbandonare la riva, ma non sapeva in quale mare oscuro stava iniziando a navigare, si era lasciato cadere in un baratro scuro in cui non poteva vedere la fine.

Ma in fondo al suo cuore sapeva che una fine doveva esserci e tutta la sofferenza provata nel cercare di rinunciare a Lana sarebbe stata presto ripagata.

Si concesse una sosta, in un angolo isolato di un parco e pianse; e l’amarezza della sua decisione scivolò via, lasciandolo attonito, con il cuore ristorato.

Doveva trovare Lily…

Chiamò Pete con il cellulare, spiegandogli cos’era successo e chiedendogli di avvertirlo subito, nel caso avesse visto Lilyanne da qualche parte in giro per Smallville.

Quandò fu quasi ora di cena ripassò dalla scuola, pensando che potesse essere tornata lì.

C’era ancora qualcuno dentro, sicuramente Chloe, pensò.

Bussò alla porta del Torch.

Seduta alla sua scrivania Chloe era intenta a scrivere qualcosa al pc, mentre Lois, passata a trovare la cugina, insisteva nell’ammazzare alieni digitali con un joypad verde fosforescente, intonato all’Apple.

Clark chiese subito scusa per il disturbo e uscì. Non aveva voglia di parlare con Chloe dopo il loro litigio di sole poche ore prima.

Sentì la porta aprirsi e richiudersi dietro di lui. Era Lois, che, con un sorriso complice, lo fissava.

-Che vuoi, Lois?-, chiese spiccio.

-Sai, Smallville, lo so anch’io che mia cugina ha davvero passato il limite, prima, ma non ti avevo mai visto così motivato in qualcosa come ti ho visto prima, neanche quando si trattava di Lana… A quanto pare ci hai preso gusto ad importunare le povere studentesse sprovvedute…-

La guardò nero in volto, -Non è il caso, Lois-

-D’accordo. Ma almeno spiegami come mai stamattina ho trovato le tue cose sul mio letto…-

-Chiedi a tua cugina che sa tutto, magari saprà darti una risposta migliore della mia-

Lois lo guardò accigliata e lo trattenne per una manica.

-Che hai, Smallville? Dormito male o sei davvero così furibondo per prima?-

Clark non rispose, inspirando a labbra strette.

-Vuoi farmi un favore, Lois? Impedisci a tua cugina di pubblicare quelle stronzate che ha detto alla mia amica, per piacere!-

Lois alzò le sopracciglia e rientrò al Torch, meravigliata di come, quella volta, Chloe fosse riuscita a fare arrabbiare così tanto quell’agnello di Clark.

Lui, senza salutarla, voltò l’angolo e uscì dalla scuola.

In quel momento si sentiva come nel sogno della notte precedente, solo che le donne che ruotavano attorno a lui, e non tutte propriamente per averlo, erano diventate troppe: Lily, Chloe, Lana, Lois… e il ricordo di Alicia non era ancora affatto sbiadito.

Tornò verso casa, sperando, almeno quella sera, di riuscire a cenare con i suoi, evitando ulteriori polemiche in famiglia.

Passò dal suo rifugio, nel fienile, per ultimo veloce pensiero a quello che aveva coscientemente fatto, l’ultimo sguardo all’immagine di Lana ancora incorniciata sulla sua scrivania. Prese la cornice in mano, sospirò, la chiuse dentro al cassetto, capovolta, seppellendola con mille cianfrusaglie.

Poi scese.

Entrando in casa portò una mano alla bocca, toccò la piccola ferita sul labbro.

Un brivido.

Era ancora vivo.

Quando i suoi genitori andarono a letto e la casa fu silenziosa, Clark si spogliò e si distese sul divano in salotto. Per lo meno quella sera si era ricordato che doveva dormire là.

Spense le luci e cercò di dormire, ma il suo pensiero correva ai fatti eccezionali che aveva vissuto negli ultimi giorni e all’idea sempre meno assurda di capire chi fosse realmente quella ragazza dagli occhi viola.

Non riusciva a credere di essere stato lui per primo ad avvicinarsi a lei, a sentire l’impulso profondo di baciarla. Non era mai stato così passionale, prima. Aveva aspettato per anni prima di riuscire a dire quello che provava a Lana, era stata Alicia, a sedurlo, ogni volta, aveva ceduto alla magica atmosfera delle grotte, con Kyla, ma mai aveva sentito così forte quella spinta che coinvolgeva ogni muscolo del suo corpo, ogni nervo, ogni goccia di sangue nelle sue vene aliene. Mai aveva agito spinto dalla sua propria volontà, dalle proprie pulsioni, da quel fuoco che si era acceso nelle sue mani, sulle sue labbra, nei suoi occhi. Mai era stato così sicuro di quello che stava facendo.

Non aveva mai pensato che avrebbe potuto realmente desiderare di sciogliere il suo cuore dall’amore per Lana. Eppure era successo.

Si rigirò sui cuscini troppo morbidi per un tempo che a lui parve lunghissimo, senza poter prendere sonno, quando udì il rumore della chiave inserita nella toppa della porta delicatamente.

Sentì Lois che sfilava i suoi stivali texani prima di entrare, per non fare rumore con il ticchettio dei tacchi sul pavimento di legno, apriva e richiudeva la porta dietro a sé, camminando in punta di piedi verso le scale.

-Lois, sono sveglio-, disse e la sentì trasalire per lo spavento, lasciando cadere gli stivali e le chiavi per terra.

-Mi hai fatto prendere un colpo, Clark! Accendi!-

Clark accese la piccola lampada sopra il mobile, in salotto, e la vide che cercava, nel buio, la credenza dei bicchieri.

Si avvicinò e prese anche lui un bicchier d’acqua. Lois lo squadrò da capo a piedi.

-Bel pigiamino, Smallville-, disse, alludendo ai pantaloni della tuta celesti e alla fruit bianca e stropicciata che indossava.

-Bello il tuo…-, rispose lui, alludendo alla tutona rosa con gli orsetti e alle pantofole a coniglietti.

Lois le fece una smorfia, poi lo guardò più attentamente e vide che qualcosa non andava.

-Mi cambio e torno giù. Aspettami con la luce accesa, che altrimenti cado dalle scale. Noi due dobbiamo parlare-

La vide salire scalza al piano di sopra, mentre con una mano scioglieva i capelli dalla coda in cui erano legati.

Tornò dopo pochi minuti, con le sue pantofoline bianche e il pigiama rosa. Aveva portato una coperta da sopra.

-Hai cattive intenzioni...-, notò Clark alzando le sopracciglia.

Lois si sedette sul divano, noncurante del fatto che fosse il letto di Clark, quella notte, e per di più per causa sua. Incrociò le gambe sui cuscini e, arricciando il mento, disse: -Eccomi qua, Smallville. Raccontami tutto quello che pesa sul tuo cuoricino di rompiscatole!-

Rimasero a parlare tutta la notte, prima del più e del meno, poi delle foto che Lois aveva visto di Clark e Lilyanne, poi di Chloe e di quello che Clark provava per la nuova arrivata. Clark non disse nulla dei poteri di Lily, né, ovviamente, dei suoi, ma le parlò della sensazione che aveva provato quando l’aveva incontrata e che Lois aveva definito “il classico colpo di fulmine”.

Verso le tre di notte Clark preparò una tisana che bevvero in veranda, imbacuccati nelle coperte di lana scozzese, seduti sul dondolo.

Lois gli confidò di aver litigato con Chloe, quella sera, per come si era comportata nei confronti di Clark e di Lily, e ammise di aver trovato imbarazzanti le foto scattate da Chloe, senza pietà. Non era riuscita a farla ragionare, pensava, perché quando c’era di mezzo lui, era noto, sua cugina smetteva di ragionare e iniziava ad agire in maniera agitata.

-Eppure, Smallville, tu sei così… così…-, le sue risate soffocate terminarono la frase, mentre gesticolava cercando con le mani le parole che non riusciva ad esprimere, prima che Clark le sfilasse una pantofola e la facesse volare nel prato davanti alla casa, in segno di protesta.

Quando iniziò ad albeggiare Lois annunciò che sarebbe tornata in camera, prima che uno dei genitori di Clark scoprisse che il loro pargoletto era stato importunato, nottetempo, da una nota sciupa uomini di città e “li mettesse entrambi in castigo”.

-Mi ha fatto piacere parlare con te. Grazie-, le disse sorridendole.

-Non c’è di ché, ma non prenderci gusto, eh! Io e te, di giorno, siamo come cane e gatto, ricordi? Ne va del mio buon nome!-, ricambiò il suo sorriso, recuperò la pantofola e salì di sopra, facendo più piano che poté.

Clark rientro e si distese sul divano, in attesa di un riposo che, quella notte, non arrivò.



[1] La storia si immagina essere inserita dopo l’episodio “Pariah”, mentre Clark rinuncia alla sua carriera di quarterback solo nell’episodio successivo. Ho deciso di prendermi questa licenza e di anticipare l’abbandono del football a prima che Alicia morisse.

   
 
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