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Autore: Akilendra    02/01/2013    3 recensioni
Gli Hunger Games sono giochi senza un vincitore, ventitrè ragazzi perdono la vita, l'ultimo che rimane perde sè stesso in quell'arena, non c'è nulla da vincere, solo da perdere. Nell'arena si è soli, soli col proprio destino, Jenna però non è sola...
Cosa sei disposto a fare per non perdere te stesso? E se fossi costretto a rinunciare alla tua vita prima ancora di entrare nell'arena?
Gli Hunger Games saranno solo l'inizio...
(dal Capitolo 1):
"Un solo rumore e so che lei è qui...l'altra faccia della medaglia, il mio pezzo mancante, la mia immagine riflessa allo specchio, una copia così perfetta che forse potrebbe ingannare anche me, se non fosse che io sono la copia originale dalla quale è stata creata. Dopotutto sono uscita per prima dalla pancia di nostra madre, quindi io sono l'originale e lei la copia."
(dal Capitolo 29):
"'Che fai Jenna?'
Mi libero della menzogna.
'Che fai Jenna?'
Abbraccio la verità.
'Che fai Jenna?'
Mostro l'altra faccia della medaglia."
Genere: Avventura, Introspettivo, Sentimentale | Stato: completa
Tipo di coppia: Het | Personaggi: Nuovo personaggio, Sorpresa
Note: nessuna | Avvertimenti: Spoiler!
Capitoli:
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Angoletto dell'autrice che non si fila nessuno :  Prima di tutto vorrei ringraziare nica89 per aver letto questa storia, averla messa tra le seguite, preferite e averla recensita, GRAZIE DAVVERO, poi un grazie va anche a Moonymu, che l'ha messa tra le seguite. Grazie infinite soprattutto per aver evitato che l'autrice cadesse in depressione...è che è la  mia prima ff a capitoli e non è facile per me scrivere così! Sarei davvero molto molto molto contenta se voleste dirmi la vostra dopo aver letto la storia, è molto importante davvero, essendo la prima sono sicura che ci sarebbero un milione di cose da migliorare, ma se nessuno me lo dice...come posso farlo?
Comunque, dato che scrivere fa bene prima di tutto a me stessa, io continuo imperterrita a sfornare capitoli anche se non se li fila nessuno, però c'è da dire che una recensione, seppur piccicina piccina, contribuirebbe a migliorare di molto il mio umore e quindi gioverebbe a quello che scrivo... fate un po' voi, fate una buona azione, salvate la sottoscritta "autrice" dal suicidio!
Grazie mille, un bacio, Akilendra





Capitolo 3



Sono seduta sulla bianchissima sedia del palazzo di giustizia, la porta si apre rumorosa, e ancora più rumorosa entra Anna accompagnata da mio padre.
Qualche bacio, molti abbracci, troppe lacrime, parole inutili che scivolano sul pavimento della stanza, poi Anna chiede di stare un attimo sola con me.
Appena la porta si chiude, piange ancora più forte e tira deboli pugni sulle mie ginocchia; le blocco i polsi e costringo il suo occhi a fissarsi nei miei, sembra riacquistare un po' di contegno, ma non la smette di piangere.
- Perchè? - riesce solo a sussurrare con la voce rotta dal pianto
– Perché? -   ripete, con voce stavolta udibile
– Perché? -  insiste, ora urla, liberandosi dalla mia presa e alzandosi in piedi, mi alzo anch'io e le metto le mani sulle spalle, costringendola a rimettersi seduta.
Non aspetta la mia risposta, non c'è una risposta, non l'avrei mai lasciata andare nell'arena; le alzo il viso con le mani – Chi sei? - le domando con voce ferma – Anna Wellington – risponde sicura  - NO! - urlo stringendole le spalle – SI! - risponde urlando anche lei – No, tu sei Jenna Wellington – la mia voce non è alta ma è irremovibile – E non piangere! Ricordati che da oggi tu sei me ed io te – dico asciugandole le lacrime con le dita, le mie parole non accettano proteste – Ci proverò – mi dice rassegnata – NO! Tu ci riuscirai! - dico cancellando ogni altro dubbio nella sua testa.
- Chi sei? - chiedo ancora – Jenna Wellington! - risponde con la voce più sicura che riesce a tirare fuori.
Annuisco, come a convincere me stessa, poi un pacificatore irrompe nella stanza, di scatto l'abbraccio, non voglio lasciarla – Non permettergli di toccarti, vai... esci da sola da questa stanza! Ricordati: tu devi essere forte, tu sei Jenna Wellington – le sussurro all'orecchio – Vai! - la incito ancora, lei si stacca lentamente da me, e prima che il pacificatore possa portarla via, Anna lo stupisce, e stupisce anche me uscendo con le sue gambe.

Mi accascio sulla sedia, priva di ogni forza, come un burattino a cui hanno tagliato i fili, sto per crollare, per buttare fuori tutto quello che ho dentro, quando due occhi inconfondibili entrano nella stanza.
Sam si avvicina e si siede sulla sedia di fronte alla mia.
Lo guardo per un lunghissimo istante: posso convincere tutta Panem di essere un altra persona, posso convincere mio padre, posso perfino convincere me stessa, ma non lui, lui no, perchè gli basterà guardare ancora una volta nei miei occhi color della notte per sapere chi sono, gli basterà chiudere gli occhi e riconoscerà il profumo della mia pelle, gli basterà sfiorare il mio viso e saprà che non c'è altra persona al mondo che trema così sotto il suo caldo tocco.

Per una volta nella mia vita mi concedo il lusso di guardarlo e riconoscerlo.

Per la prima volta mi concedo il lusso di riconoscere nelle sue braccia, quelle braccia che mi hanno stretta forte nei momenti difficili, mi concedo di riconoscere nelle sue labbra, quelle labbra che mi hanno baciata fino a far asciugare le lacrime sulle mie guance, e mi concedo di riconoscere nei suoi occhi, quegli occhi che tante volte mi hanno riportata indietro dall'abbisso di dolore in cui ero sprofondata, quegli occhi che mai al mondo dimenticherei.

Per una volta mi concedo il lusso di guardarlo e  riconoscerlo.

Ha gli occhi arrosssati, non dice niente, sa che sarebbe inutile, così mi stringe a sè e mi bacia con tutto il sentimento che ha in corpo, io ricambio; questo bacio è umido come le sue lacrime che bagnano le mie labbra, questo bacio è arrabbiato come lui che non avrebbe mai voluto dire l'addio che questo bacio dice, questo bacio è innamorato come le  due persone che se lo stanno scambiando, questo bacio è forte, dolce,disperato, speranzoso, è tutto, in questo bacio ci sono io, in questo bacio c'è lui.

- Tu devi farmi una promessa – dico staccandomi dalle sue labbra – Tutto – risponde, la voce che ancora gli trema – Tu devi proteggere mia sorella, devi starle vicino, sempre...qualsiasi cosa accada! -  l'ultima frase non la dico con la voce ferma che vorrei, e maledico questa mia debolezza – Io la proteggerò...- dice con il cuore in mano, negli occhi turchesi però vedo una luce che non vorrei vedere, è la luce di quando sta per fare qualcosa di stupido e insensato.
- Promettimelo! - dico afferrandogli le mani – Te lo prometto – dice, ma quella luce non ha abbandonato i suoi occhi.
Lo stesso pacificatore entra e Sam mi da un ultimo bacio prima di scomparire dietro la porta – Addio – sussurro più a me stessa che a lui.

Mi concedo un attimo per rievocare in me l'odore di resina dei miei boschi, che mi da la forza necessaria per salire su quel bestione di metallo che chiamano treno.
Faccio conoscenza anche con l'altro tributo del mio distretto, si chiama Jake, lo conosco solo di vista, non ci eravamo nemmeno mai parlati prima d'ora, sono felice che non sia una persona a cui voglio bene, ma in cuor mio so che non fa nessuna differenza, non riuscirei mai ad ucciderlo una volta nell'arena.
Ci vuole qualche giorno per arrivare nella Capitale, io passo il mio tempo chiusa nella mia cabina, rifiutandomi di vedere anche i miei mentori, una volta arrivati al palazzo però sono costretta ad incontrarli ," loro sono davvero molto, molto importanti se volete sopravvivere" la mia mente imita le parole di Zelda, la nostra accompagnatrice.
Vedo due occhi indimenticabili fissarmi, il bicchiere di cristallo che fino ad un attimo prima tenevo in mano si frantuma a terra, nonostante le gambe mi tremino trovo la forza di alzarmi e raggiungere il ragazzo a cui appartengono, comincio ad urlargli parole orribili e a picchiare pugni sul suo petto, lui con facilità mi alza da terra e mi trascina nella mia stanza sbattendomi letteralmente sul letto e immobilizzandomi col peso del suo corpo così da tenermi ferma.
– Mi avevi promesso che l'avresti protetta! - urlo in preda al panico – Chi le starà vicino? Chi  la consolerà? Chi le impedirà di fare qualcosa di stupido quando mi vedrà morire su un maxischermo? - gli urlo con tutta la voce che ho in corpo – Io lo sto facendo...io la sto proteggendo, perchè le riportrò sua sorella a casa! - accompagna le sue parole con una carezza sul mio viso, che scanzo subito alzandomi per dargli le spalle – Tu mi avevi fatto una promessa, non l'hai mantenuta – la mia voce è fredda e distante.
In quel momento Sam mette in atto la più grande forma di rispetto nei miei confronti, si alza dal letto, riesco a vedere il dolore nei suoi occhi e con passi muti esce dalla stanza.

Mi lascio cadere sul letto, ho voglia di piangere ma non ci riesco, mi stropiccio gli occhi fino a farli arrossare, ci butto sopra un po' d'acqua gelida, ma le uniche gocce che rigano le mie guance sono quelle dell'acqua del rubinetto che mi sono appena spruzzata in faccia.
Dato che non riesco a piangere, allora urlo, chiudo gli occhi e urlo, butto via e distruggo tutto quello che mi capita a tiro, fin quando tre figure ridicole aprono la porta; sono così brutti, esagerti e squallidi che sono certa siano di Capitol City – Ci è stato chiesto di fare il trattamento qui – esordisce quello che presumo essere un uomo, difficile dirlo con tutto quel trucco sul viso.
Nonostante urli più forte di prima e cerchi di colpirli con qualunque cosa sia scampata alla mia precedente furia loro non demordono. 
– Ce lo aveva detto che non sarebbe stato facile – dice una, mi fermo un attimo – Chi vi ha chiesto di venire qui? - chiedo impaurita dalla possibile risposta – Il tuo mentore...credo si chiami Sam – al solo sentire quel nome scatto come una molla, mi butto a terra esasperata, non voglio più sentirlo nominare, eppure vorrei le sue braccia e le sue labbra qui a consolarmi, ma lui non verrà, non dopo il litigio di oggi, se c'è una cosa che odio di lui è il suo orgoglio, così come odio il mio.

Per un attimo lotto contro le mie emozioni contrastanti, e devo ripetermi più volte che lo odio per aver abbandonato mia sorella, ma allora perchè già mi manca?
Maledico me stessa, maledico la mia debolezza, maledico il fatto che non so stare senza di lui.
Prosciugata da ogni forza alzo lo sguardo su un viso truccato e noto un graffio rosso sulla guancia incipriata – Che hai fatto? - chiedo cauta – Bhè...fino ad un secondo fa eri molto arrabbiata – mi risponde con un sorriso isterico, mi scuso goffamente, anche se mi domando come abbia fatto ad oltrepassare con le mie unghie quegli spessi strati di trucco. Rassegnata mi stendo sul letto e mi abandono a qualsiasi trattamento di "bellezza" vogliano farmi, per quanto si può dire che capiscano di bellezza quelli di Capitol City, alla fine mi addormento, e quando mi sveglio sono sola con un biglietto sul comodino con su scritto :
" Non muoverti, non toccarti, non fare niente" , " respira solo se necessario" aggiungo mentalmente, non faccio in tempo a ridire dell'esagerazione del messaggio, quando l'esagerazione incarata nei miei tre preparatori irrompe nella mia camera, accompagnata da Arthur, il mio stilista a quanto dicono.
- Non ho fatto niente – dico alzando le mani, i loro occhi mi scrutano per verificare le mie parole, poi Arthur mi accompagna in una grande sala con dodici carri.
Appena vedo gli occhi azzurri di Sam mi dimentico subito del nostro litigio e lo abbraccio forte, perchè nonostante tutto ho bisogno di lui!

Quando ci stacchiamo noto il suo sorriso malizioso mentre scosta il mantello che ho addosso, così decido che è ora di vedere il lavoro che hanno fatto su di me, abbasso lo sguardo: sono completamente nuda, un groviglio di foglie verdi copre il mio seno ed un altro i miei fianchi, per il resto non ho niente addosso.
Quando poi alzo gli occhi e vedo un ragazzo biondo fissarmi, un senso di pudore mi invade, anche Sam se ne accorge – Che vuole il biondino? - ringhia coprendomi col mantello, ma devo levarlo subito perchè mi fanno salire sul settimo carro, e vicino a me noto con un po' di amarezza che Jake è decisamente più coperto di me.
Grandi luci mi accecano appena le porte pesanti si aprono e i primi carri iniziano a muoversi, quando anche il mio inizia a camminare resisto all'impulso di scappare, riesco solo a sentire le urla incontenibili del pubblico, mi guardo intorno un po' spaesata, poi capisco che stanno acclamando me, e su molte labbra colorate leggo il mio nome.
  
  
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