In principio, vi era la più nera oscurità, come se fossi sprofondato nel baratro più tetro del cosmo. Poi un tenue chiarore cominciò a diffondersi pian piano, qua e là, e l'ambiente attorno a me si mostrò in tutta la sua estraneità: era come se stessi fluttuando, ma sotto di me potevo percepire chiaramente un suolo all'apparenza morbido come una soffice coperta di lana.
Dopo qualche secondo, mi resi conto di non essere solo: altri cinque uomini mi seguivano, tutti abbigliati nella stessa identica maniera.
Una veste da stregone e bastoni d'ogni fattura stretti nel pugno.
Tuttavia, vi era ancora qualcosa di strano...poi capii.
Le loro forme...erano trasparenti, come eteree: ebbi l'impressione di scorgere in loro l'ombra di ciò che è erano realmente altrove, nella loro fisicità incontestabile. Non erano spiriti: il mio istinto mi urlava a gran voce che quelli davanti a me erano persone non ancora trapassate.
E dunque, dove mi trovavo?
- Mio Signore – disse il più vicino a me, chinando il capo in segno di riverenza – ci siamo. L'incantesimo è compiuto. -
Lo scrutai attentamente e in quel preciso momento mi resi conto di non poter muovere gli occhi né a destra e né a sinistra. Provai a voltarli verso l'alto, ma anche questo mi risultò impossibile.
Fino al momento in cui compresi di essere imprigionato all'interno del mio stesso corpo, etereo e diafano come un vetro scintillante. Provai subito una fortissima sensazione di panico e cercai di gridare, ma le labbra erano come saracinesche abbassate e sigillate tra loro.
Cosa diavolo stava succedendo?
- Siate forti, compagni miei – pronunciai a mia assoluta sorpresa, senza potermi opporre alle mie labbra all'improvviso redivive – il cammino è aspro, ma il successo ci arriderà. E poi l'unico limite sarà il cielo. -
Espressioni arroganti e fiere sbocciarono sul volto dei presenti, mentre io,beh...stavo morendo di paura. Poi il mio corpo si mosse, quasi all'improvviso possedesse vita propria, e le gambe cominciarono a susseguirsi l'un l'altra con passo affrettato ma deciso. Ero spettatore di quella strana visione e la stavo vivendo dal punto di vista di uno degli stregoni. A giudicare dal cenno di deferenza che l'individuo ammantato alla mia destra mi aveva rivolto, dovevo ricoprire una carica particolarmente importante, forse persino il leader di quella stravagante combriccola.
Avanzammo così in avanscoperta lungo quella che pareva essere una strada fatta di rocce e sterpi, ma qualcosa non tornava...quella sensazione di fluttuare nel nulla ancora permaneva e sebbene non riuscissi a muovere alcun arto, né ad avere alcun controllo sul corpo nel quale mi ritrovavo prigioniero, potevo percepire il mondo attorno a me attraverso i suoi sensi. Il sentiero sotto i miei piedi era leggiadro, come precario sul suo asse improvvisato: l'intero mondo attorno a me parve privo di senso e se ne avesse posseduto alcuno, questi era a me del tutto alieno. Dove stavo andando?
Pensai a mia moglie, lontana chissà quante leghe e interi mondi: quello attorno a me non sembrava trovarsi nemmeno sulla Terra. Windhelm pareva ormai un ricordo lontano e la mia bella Lydia, con quei capelli così biondi e gli occhi così castani, mi sembrava solo un sogno. Come quello che stavo vivendo in questo momento. Ogni cosa, dalla Ribellione all'Impero, sembrò svanire di alcuna reale importanza: la mia conoscenza logistica di ogni risorsa, sia armata che non, dei Manto della Tempesta mi parve assolutamente inutile.
O almeno cominciò a sembrarlo al percepire una sensazione incomprensibile, alla quale sarei riuscito ad associare solamente una parola.
Timore.
- Eccola, è là. - disse un altro stregone, dalla pelle scura come l'ebano delle foreste di Rorikstead – la Città Dorata. -
I miei occhi si mossero da soli, al fine di focalizzare un punto in lontananza. Dapprima non vidi niente, ma poi...
Guglie altissime si stagliavano verso il cielo, quasi con l'intenzione di volerlo perforare. Quella che pareva essere la più grande opera dell'architetto più geniale mai esistito sembrò attendere, prima di mostrare la sua reale magnificenza: un palazzo quasi privo di confini fisici dominò improvvisamente l'orizzonte, sbucando dal nulla. Colonne, archi e pinnacoli danzarono davanti ai miei occhi, dai contorni sfuggenti come fumo: tuttavia, c'era qualcosa nella stessa definizione di Città Dorata che non riuscii a comprendere.
La costruzione soprannaturale e misteriosa era nera di una tonalità che non riuscii ad associare alla normale definizione di “nero” a tutti comune: come si può descrivere un colore? Quello che stavo vedendo non era più la risultante di tutte le gamme cromatiche, bensì la totale assenza di qualsiasi umana emozione: non v'era speranza, gioia, dolore o rassegnazione in quell'oceano oscuro, solo un inerte senso di potere silenzioso ed immobile, come un gigante che respira nel sonno e fa tremare la terra sotto di lui.
- E' completamente nera... - sussurrò uno stregone alle mie spalle, forse lo stesso che mi aveva interpellato qualche minuto prima – non riesco quasi a distogliere lo sguardo da... -
Non ebbe modo di terminare la frase. La massa che componeva quell'immenso costrutto parve sciogliersi come cera fusa e ricomporsi attorno a noi, fino a creare angoli impossibili e geometrie sconosciute: la marea nera ci avvolse ed ebbi la consapevolezza di essere totalmente impotente. A nulla servì tentare di sollevare il bastone magico nella mia mano destra, poiché nemmeno in un momento di tale pericolo il mio corpo mi obbedì. Vidi però lampeggiare tutto intorno a me bagliori di luce, globi incandescenti e fiamme di un blu elettrico insopportabile agli occhi.
- Arconte! - urlò uno dei miei compagni, guardando verso di me: dunque, era questo il mio titolo? Mentre cercai di interrogarmi, la terra svanì sotto ai nostri piedi e tutti e sei cominciammo a cadere, diretti verso il vuoto più assoluto. Zampilli di materia nera trafissero i miei compagni nel centro del petto e li vidi mutare orribilmente davanti ai miei occhi, mentre i loro tratti andavano sempre di più deformandosi...
...e vidi in quel momento una landa infuocata davanti ai miei occhi, alberi spezzati e sterpi in fiamme all'avanzare di un'orda di mostri, famelici e spietati.
La Prole Oscura era nata quel giorno, ed era tutta colpa nostra...
Un bagliore di luce mi avvolse. Cercai di oppormi, ma scivolarci dentro era inevitabile, come lo è respirare...
E la rividi un'ultima volta.
Quella spaventosa città, profanata dai nostri indegni occhi.
Quel luogo alieno, di timore e alterigia, nel quale nessun uomo avrebbe mai dovuto mettere piede.
Ripresi coscienza urlando, pronto ad avvertire nuovamente quella sensazione di precipitare in mezzo al nulla che ancora non avevo scordato. Tuttavia mi accorsi subito di essere sdraiato sul pavimento, rivoltato da un lato: Tevinias lo stregone era sopra di me, con un'espressione mesta e indecifrabile.
Faticai ad alzarmi e anche se trovai il braccio del mio compagno a sorreggermi, ancora dovevo...
...riabituarmi?
...a come si usavano le gambe.
- E' tutto a posto - disse lo stregone ad alta voce, rivolto agli altri presenti nella locanda – ha avuto un attacco, ma ora sta bene. -
Riuscii a intravedere un Khajiti e un Nord intenti a scrutarci con finto interesse, prima di essere voltato dall'altra parte. L'oste, un Bretone dal profilo particolarmente affilato, ci raggiunse e ci chiese se ci serviva una mano, ma Tevinias lo ringraziò mandandolo via con un cenno della mano. Intanto la visione di poco prima ancora occupava ogni mio pensiero e quasi non mi resi conto di quegli occhi castani così profondi intenti a fissarmi, come in attesa di qualcosa.
- L'hai vista? -
- Che cosa? - gli domandai, anche se in cuor mio già sapevo la risposta. Ancora stavo cercando di dare una spiegazione a quello che avevo visto.
- La Città Nera, amico mio. Le hai viste anche tu, quelle guglie così imponenti: non riesci a immaginare quale magnificente entità possa averle create? -
- Io...io...non ne ho idea. -
Tevinias sorrise e per l'ennesima volta scorsi quella strana luce nel fondo dei suoi occhi, quell'ombra di...
bramosia? Cupidigia?
...senza farci però troppo caso. Ero ancora terribilmente scosso nel profondo e una marea di interrogativi mi assalì, quasi levandomi il fiato. Lo stregone sorrise fino a mostrare i denti e stavolta mi chiesi davvero se fosse in realtà completamente pazzo.
- Il Creatore, figliolo. Lui stesso risiede in quella città. -
Era abbastanza vicino da fiutarne l'invisibile traccia.
L'ombra mosse come un marionetta il collo dell'Argoniano, irto di punte sul retro, facendolo voltare verso est. Poi ne fece scattare le gambe in un'orrenda avanzata, al contempo disarticolata e spedita, mentre la postura andava sempre di plasmandosi con l'ausilio degli arti superiori: mentre prima pareva essere un soldato imperiale quello a camminare sul sentiero di rocce e neve, ora lanciata all'inseguimento vi era una belva dall'aspetto rettilesco, le zanne dischiuse e la lingua serpeggiante nell'aria.
Sì, era vicino.
Lo avrebbe preso di sorpresa, prima che potesse fuggire come le altre volte.
La notte calò su Skyrim e raggi di una luna ancora non piena illuminarono la foresta, proiettando ombre sinistre sul terreno.
Era la notte giusta, pensò la creatura all'interno del cadavere rianimato. Se lo sentiva nell'anima.


