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Autore: Florence    31/07/2007    1 recensioni
-Vedrai un giorno riuscirai a trovare la persona giusta per te- -Ho creduto che quella persona fosse Lana, ma non potevo essere sincero con lei, e poi ho creduto che fosse Alicia, perché era come me- -Ma tesoro, non c’è… non c’è nessuno come te- -Vuol dire che sarò sempre solo- (Obsession, Smallville #314) ... ti stavo aspettando...
Genere: Romantico, Avventura | Stato: in corso
Tipo di coppia: non specificato | Personaggi: Altro Personaggio, Clark Kent
Note: What if? (E se ...) | Avvertimenti: nessuno
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Capitolo 11 - Identità

Son of the Illusion Blog

Martedì 28 Dicembre 2004

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“E’ da tre mesi che sono rimasta sola,

sola come un animale abbandonato al proprio destino.

E’ da tre mesi che sono rinchiusa in questo istituto,

dove mi aiutano,

dicono,

a recuperare un po’ di serenità.

Dove mi studiano,

penso,

per capire cosa sono.

Io sono la figlia di una modesta coppia di provincia,

famiglia spezzata quando ero troppo piccola per soffrire.

Sono la figlia di un padre adottivo che mi ha amata,

ma che a volte ha amato di più la sua ricerca

e mi ha fatto sentire diversa.

Sono figlia di una madre adottiva,

che ho sempre considerato come la mia vera mamma,

una madre che soffriva,

a causa mia,

per le mie sofferenze e le paure.

Non è stata una bella vita,

la mia.

Ora sono la cavia,

dico io,

“no, la nostra ospite più carina”,

dicono loro,

ma da tre mesi cercano di capire cosa io sia.

E allora mi chiedo che cosa io sia veramente,

da dove venga questa energia nera che scorre nelle mie vene.

Cos’è che mi strazia la carne come è accaduto da bambina,

cosa nutre il fuoco nella mia testa e produce il mostro che sono,

cosa sono quei sogni,

che alle volte la notte mi prendono e mi lasciano confusa, al mattino?

Di cos’è fatta la mia pelle, i miei capelli sempre troppo lunghi,

cos’ho al posto del sangue?

E soprattutto:

i miei genitori, quelli veri,

quelli che non hanno potuto amarmi,

cosa erano?

Perché loro se ne sono andati mentre io,

ogni notte,

cerco di raggiungerli

e non ne sono capace?

E la mattina,

in silenzio,

mi sveglio con un nuovo sole,

e l’incubo ricomincia.

Ma forse non sono sicura di voler sapere cosa io sia: ho paura che la realtà,

ancora una volta,

sia più spaventosa della mia immaginazione.

Ho paura che gli altri possano finalmente trovare le prove inconfutabili del mio essere

un mostro.

E allora,

per me,

sarebbe la fine.”

-Fermati un attimo, Lily!-, Clark era sconvolto e spaventato quanto lei, dopo quello che avevano visto nelle grotte, ma voleva assolutamente cercare di calmarla, di spiegarle che doveva stare tranquilla, perché non sarebbe cambiato nulla.

Lily camminava alla cieca accanto a lui, cercando di ripercorrere attraverso ai campi la stessa strada della mattina. Da quando avevano raccolto in fretta le loro cose, non gli aveva più rivolto la parola, era scossa da quello che aveva visto e dalle parole di Lex.

E poi lui aveva fatto quella splendida puntualizzazione per definire al suo amico il loro rapporto, che l’aveva confusa ancora di più: cretino!

-Lily, aspetta!-, la prese per un polso.

-Che vuoi Clark? Lasciami stare, voglio andare a casa!-, disse quasi urlando, e lui la lasciò.

-Se se arrabbiata con me, hai ragione, scusa! Sono stato un cretino…-

Non rispose e lo fissò negli occhi con uno sguardo che faceva male.

-Sei… arrabbiata con me?-

Lily sospirò chiudendo per un attimo gli occhi.

-Sì… No… cioè… basta Clark, voglio andare via da questo posto e dimenticare tutto!-

Riprese a camminare veloce.

-E dai, scusami! Ho sbagliato a dire a quel modo, prima…-

Lei si voltò di nuovo, aggressiva.

-Non è per quello!-, poi si calmò un poco, -… lo so bene che io non sono la tua ragazza e che ci siamo solo “divertiti un po’”-, la sua voce risuonava vagamente acida.

Fece due passi, con il cestino in mano, da sola.

Poi si voltò, non arrabbiata, ma perplessa.

-Perché io… non sono la tua ragazza, giusto?-

Clark la guardò sorpreso, con la bocca semi aperta e le spalle basse, attendendo un attimo di troppo.

-Infatti, lo pensavo anch’io…-, disse lei e sparì velocissima tra le pannocchie di mais.

Clark sospirò, scosse la testa e, a passo lento, ritornò verso casa.

L’avrebbe chiamata quella sera e avrebbero fatto pace. Lei, ora ne era più che mai certo, era sulla terra per stare con lui e non sarebbe andata diversamente, anche se ora era spaventata e arrabbiata.

Lo avrebbero scoperto insieme cosa fosse quel segno che lei aveva sulla schiena, cosa significasse davvero la storia impressa sulla roccia delle grotte. Insieme…

Arrivato a casa sprofondò nel divano in alto, nel granaio, e fissò la prima stella della sera che sorgeva lenta accanto alla luna: non avrebbe mai pensato di avere una reazione del genere ad una rivelazione così enormemente importante. Avrebbe immaginato di sentire dentro di sé una tempesta di emozioni che lo avrebbero fatto vacillare, di provare un qualcosa di memorabile: invece sentiva solo una stranissima, ma piacevole, rassicurante, pace. Quante volte aveva osservato quel segno sulla parete della grotta, ne conosceva anche il significato: Fuoco… come quello che scorreva nelle sue vene quando stava con Lily…

Il cerchio si è chiuso…, pensò dentro di sé, prese aria e si sollevò con un balzo dal divano.

Le avrebbe telefonato invitandola a bere qualcosa insieme, le avrebbe portato una rosa e le avrebbe detto che, sì, era lei la sua ragazza.

Era così che voleva che andasse la sua vita, ne era più che mai certo.

Sorrise componendo il numero, con la testa bassa e un braccio tirato su, poggiato alla colonnina in salotto. Il telefono era libero, ma Lily non rispondeva. Spostò la cornetta trattenendola tra la spalla e l’orecchio e prese un soprammobile, giocherellandoci, nell’attesa.

Dal piano di sopra apparve sua madre, portando alcune tovaglie stirate di fresco; Clark la salutò con un cenno della testa, riprendendo in mano il telefono.

Qualcuno bussò alla porta: era strano, vista l’ora che si avvicinava alla sera.

-Mamma, puoi andare tu, per favore?-, chiese Clark, mise giù la cornetta e riprovò a telefonare, stando molto attento al numero composto.

Ancora niente. Si rassegnò e, rimesso a posto il telefono, si avviò verso la sua stanza, sperando che non ci fosse Lois a rompere.

La voce di sua madre che lo chiamava lo raggiunse al secondo gradino, Clark sbuffò, si voltò lentamente e andò verso la veranda.

-Ciao…-

Clark sorrise vedendo gli occhi viola di Lily che, in piedi accanto a sua mamma, lo stava aspettando.

-Ecco come mai non rispondevi al telefono…!-, si avvicinò a lei.

Martha li osservò per un istante, poi si scusò e si avviò verso la cucina. Poco prima di entrare, si voltò per invitare la ragazza a cena con loro, ma vide che suo figlio si era già avvicinato a lei e le aveva preso una mano. Rimase in silenzio, si voltò di nuovo e, con le sopracciglia alzate e un sorriso compiaciuto e allo stesso tempo sorpreso sulle labbra rientrò in casa: ci avrebbe pensato Clark, a dirle di fermarsi per cena.

-Clark… perdonami. Sono stata una sciocca…-, lo guardava dal basso verso l’alto con il visino contrito, un barlume di paura, nel fondo dei suoi occhi lucidi.

-Ma no, Lily… sono io che sono uno sciocco…-, la guardò come si guarda una cosa preziosa, -In fondo siamo proprio una bella coppia di sciocchi…-, le sorrise e vide che anche lei si scioglieva un po’.

-Vieni-, le disse guidandola per una mano verso il fienile.

-Mi porti a vedere il tramonto?-, chiese lei, con fare vagamente infantile, salendo le scale in legno, riportando alla mente di Clark ricordi sopiti da anni di sofferenze e dubbi sentimentali.

-Sì, e voglio che sia solo il primo di tanti tramonti che vedremo insieme…-, la tirò verso di sé e, prima che lei potesse opporsi, o dire nulla, la baciò sulla bocca, mentre tutto attorno a loro si tingeva dei colori infuocati della sera.

***

-Dunque, ripeti, Robert, cosa hai visto di preciso in quel vicolo?-

-Ve l’ho già detto, lo giuro! Quella ragazza ha fatto uscire il fuoco dagli occhi e mi ha bruciato e poi… tutta quella forza: non sembrava umana… non poteva essere umana!-

-Fuoco dagli occhi, Robert? Nei sei davvero sicuro? Pensaci bene ancora un po’: forse ti sei bruciato cadendo sulla marmitta del furgone parcheggiato lì accanto…-

-No, lo giuro, dovete credermi! E’ andata come vi ho detto! E poi lei è corsa via veloce come un fulmine! Davvero, non sto mentendo!-

-Vedo che anche oggi non hai voluto sforzarti di pensare più intensamente e cercare di capire dove finisce la realtà e dove inizia quello che la paura ha evocato alla tua memoria, Robert. Dobbiamo lavorare ancora e capire come mai c’è in te questo blocco che ti impedisce di accettare la realtà. Ora il nostro tempo è scaduto, Robert, cerca di lavorare da solo e di appuntare su un foglio le cose che credi siano reali e quelle sulle quali ti poni dubbi o non riesci a spiegare. Ora Jim ti riporterà nella tua stanza, Robert. Mi raccomando, prendi tutte le medicine che troverai vicino al tuo letto. Ecco Jim che sta arri…-

-Se non le dispiace, Dottor Smith, preferirei trattenermi ancora con il paziente per alcune domande…-

-Ma Dottor Jamison, lo sa che il regolamento prevede di fissare per tempo le visite esterne ai pazienti e…-

-Sono qua perché mi ha mandato il Signor Luthor e sono sicuro che avrà provveduto lui ad ogni formalità, per me. Quindi, la prego, ora mi lasci solo con il paziente-

-Chi è lei, e cosa vuole da me?-

-Sono il dottor Jamison e lavoro per Lex Luthor. Vedrai, Robert, se collaborerai con noi potrai uscire dal Belle Reve entro pochi giorni e noi diventeremo ottimi amici… Ora, Robert, ripeti ancora quello che è successo nel vicolo e soprattutto dimmi: che ne è stato del tuo potere di paralizzare le persone? E la tua forza sopra la media? Non aver paura a dire quello che sai, Robert… Abbiamo tutto il tempo che vogliamo…-

***

Clark fece strada a Lily, entrando in casa, dopo averla convinta a rimanere a cena da loro.

Erano rimasti da soli per poco e non avevano toccato l’argomento delle grotte. Ci sarebbe stato tempo più tardi, o quando l’avrebbe riaccompagnata a casa.

Lily si sentiva in profondo imbarazzo a rimanere a cena con i Kent: non li conosceva e non era sicura neanche di quale fosse il suo ruolo nella vita di Clark. Si sentiva di troppo, nel loro quadretto familiare così perfetto.

In cucina, Martha stava lavando nell’acquaio dell’insalata, la tavola era già apparecchiata per quattro. Da sopra si sentiva lo scrosciare della doccia, in bagno, segno che anche Jonathan sarebbe stato presto pronto.

Clark guardò torvo la tavola: -Mamma, non dirmi che c’è Lois anche stasera!?-

Martha si voltò sorridendo, -Lois è da sua cugina… il posto in più è per la tua amica… o sbaglio?-

Lily sentì che stava arrossendo e si strinse nelle spalle, cercando di sorridere gentilmente alla signora Kent.

-Infatti, non sbagli! Grazie mamma. Lei è Lilyanne Leibniz, una nuova studentessa della scuola e… una mia carissima amica…-, disse Clark, dissimulando anche lui l’imbarazzo mentre iniziava ad affettare il pane per la sera.

Lily e Martha si salutarono di nuovo: Martha osservò Lily dalla testa ai piedi, cercando di non farsi accorgere dalla ragazza e Lily cercò di apparire il più calma possibile.

Quando Jonathan scese, Clark gli presentò Lily.

-Stai tranquilla, non hanno mai morso nessuno!-, sussurrò Clark in un orecchio di Lily, mentre si sedevano a tavola.

La serata passò piacevolmente: piano piano anche Lily si lasciò un po’ andare e parlò un po’ ai Kent della sua storia, senza scendere in particolari che aveva avuto il coraggio di rivelare solo a Clark, prima di allora. Apprezzò molto le squisitezze preparate da Martha e confessò che anche lei era brava a cucinare.

-Certamente non ai suoi livelli, signora Kent! Diciamo che cerco di rendere la mia sopravvivenza il più saporita possibile!-

Martha e Jonathan risero, e Clark ne fu felice. Si soffermò a sparecchiare assieme a Lily, dopo aver fatto uscire i suoi a prendere un po’ di fresco in veranda.

La guardò e le sorrise, passandole alcune scodelle da mettere nell’acquaio.

Tutto era perfetto, come avrebbe dovuto essere. Si sentiva felice.

Si avvicinò a lei e l’abbracciò da dietro, posando la testa sulla sua spalla.

-Clark, ci vedranno…-

-Non importa…-, disse e la tenne stretta, mentre lei si perdeva nel suo abbraccio che sapeva di casa.

-Perché, più cerco di allontanarmi da te, più mi ritrovo così, tra le tue braccia…?-, Lily sorrise, mentre il suo cuore accelerava.

-Perché non voglio perderti…-, Clark la fece voltare e la osservò per un attimo, smarrendosi nei suoi occhi luminosi. Poi la abbracciò di nuovo e le posò un tenero bacio sulla bocca.

Fuori Jonathan e Martha fecero rumore, alzandosi dalle poltroncine di vimini e Lily si allontanò da Clark, con un sorriso.

-E’ ancora presto per loro-, disse e si sistemò i capelli, che le ricadevano sul viso.

Clark prese il furgone per riaccompagnarla a casa e durante il tragitto rimasero i silenzio, ascoltando la musica trasmessa dalla radio.

Arrivati in Kerry Lane, Clark fermò l’auto e si voltò verso Lilyanne: voleva che fosse lei a chiedergli di rimanere un po’ insieme.

Lily guardò Clark e sperò che fosse lui a parlare per primo, non voleva scendere e lasciarlo andar via, rientrando ancora una volta a casa da sola.

Le domande rimasero come sospese tra loro, galleggianti all’interno dell’auto, senza che né l’uno, né l’altra osassero parlare. Quel pomeriggio avevano scherzato facendo i fidanzatini: quello che era accaduto nella grotta aveva spezzato la loro allegria tesa e rimaneva solo lo spazio per i chiarimenti e le cose serie.

La radio suonava un vecchio pezzo di musica country; le stridenti note del banjo sfumarono in quelle della chitarra elettrica che apriva “Iris”, dei Goo Goo Dolls e che bussavano dritte al cuore.

And I'd give up forever to touch you
'Cause I know that you feel me somehow
You're the closest to heaven that I'll ever be
And I don't want to go home right now

And all I can taste is this moment
And all I can breathe is your life
'Cause sooner or later it's over
I just don't want to miss you tonight…[i](1)

-Aiutami a capire chi sono, Clark…-

Una lacrima scivolò lungo la sua guancia morbida.

Clark allungò la mano e le asciugò il viso, poi si avvicinò e la baciò sulla fronte.

…And I don't want the world to see me
'Cause I don't think that they'd understand
When everything's made to be broken
I just want you to know who I am… (2)[ii]

-Le grotte dove siamo stati oggi pomeriggio sono state scoperte poco più di due anni fa. Sono state dipinte dagli indiani della tribù Kiwachee tantissimo tempo fa e sono rimaste nascoste finché… io non ho sfondato il tetto cadendoci dentro. La storia che portano impressa è stata tramandata da generazioni di nativi ma non esistevano prove concrete del suo fondamento storico, oltre quei dipinti sulla roccia. Oggi mi hai domandato chi fosse Naman…-, Clark si interruppe e alzò gli occhi su Lily, che lo osservava interessata e attonita, stringendo un cuscino tra le braccia, seduta vicino a lui sul divano, in casa sua. Annuì in silenzio facendo brillare gli occhi attenti.

Clark riprese sospirando: non aveva mai voluto accettare quello che Willowbrook e Kyla gli avevano detto, ma non erano affermazioni assurde, e lui lo sapeva bene.

-Naman è “colui che i Kiwachee aspettano”, da sempre. Non è nato qui, sulla Terra, ma si narra che arriverà dal cielo, su qualcosa che potrebbe assomigliare ad una navicella… Naman può fare fuoco dagli occhi, ha la forza di dieci uomini e arriverà per proteggere tutto il mondo, per riportare l’equilibrio tra il Bene e il Male…-

-Clark, sembra che si parli di te… Santo Cielo: tu hai la forza di ben più di dieci uomini e puoi fare fuoco dagli occhi e… che sciocca che sono… tu non sei mica arrivato “su una navicella dal cielo”!-, Lily lo guardò ridacchiando tesa, e vide che era serio, troppo serio.

Clark la guardava rassegnato. O parlava, o avrebbe dovuto inventare un’altra delle sue bugie per continuare a vivere tranquillo tra la gente. Ma a Lily non voleva mentire.

-Ma no, certo che no! Che domanda stupida che ti ho fatto!-, sorrise cercando di allentare la tensione, scuotendo la testa e cambiando posizione sul divano.

Clark rise con lei, in cuor suo un po’ deluso per aver perso l’occasione di essere sincero, poi vide che Lily si rabbuiava un poco, abbassando gli occhi sulle mani giunte in grembo.

-Clark… com’è possibile che io abbia sulla schiena lo stesso segno che c’era sul muro della grotta? Io non… capisco…-

Clark si avvicinò a lei e, facendole appena abbassare la testa, le sollevò i capelli. C’era caldo, là sotto, avrebbe voluto soffermarsi con le mani affondate tra le onde di seta nera. Chinò il volto sulla sua pelle, si allontanò senza sfiorarla, inspirando il suo odore dolce di fiori. Lily sentì il suo respiro sulla pelle e provò un brivido, scuotendosi appena. Lui le scostò un poco la camicia, per guardare di nuovo quello strano segno che macchiava la sua pelle chiara.

-E’ uguale, vero?-, chiese lei, con una punta di terrore mal celato.

-Già…-, Clark sfiorò con le dita la sua pelle: non era una cicatrice, non sembrava un tatuaggio. D’un tratto gli balzò alla mente un’idea assurda: e se anche lui avesse un segno del genere sulla pelle, magari in un posto che non era in grado di vedere?

-Tu sai cosa significa quel simbolo?-

“Fuoco.”

-Io… non lo so…-, mentì, -Le grotte sono state scoperte di recente e gli studi non sono andati tanto avanti…-

-Forse è un simbolo del linguaggio dei… come li hai chiamati?-

-Kiwachee…-

-Sì, un simbolo Kiwachee… Ma come ci è finito sul mio collo?-, si spostò, lasciando ricadere i capelli sulla schiena. Con una mano portò i lunghi ciuffi della frangia dietro le orecchie.

Clark non rispose, scosse la testa e rimase zitto.

-Chissà… forse… forse ho origini Kiwachee. E’ possibile, Clark?-

“No, tu vieni da Krypton, come me… ne sono certo”

-Forse… chissà…-, si allontanò prendendo una penna dal tavolino davanti a loro e iniziando a giocherellarci, agitato.

“Maledizione! Non voglio mentirle! Ma non è pronta a scoprire la verità… E io? Io sono davvero pronto?”

-Chissà, forse i miei veri genitori… forse la mia mamma… sì, magari era di origine Kiwachee… in fondo io sono nata da queste parti…

-Da queste parti??-, Clark lasciò cadere la penna e fece un balzo sul divano.

Lily lo guardò confusa, si mise dritta seduta, tenendo una gamba piegata sotto di sé.

-Ma Clark… lo sa pure Chloe che sono nata a Metropolis…-

-E’ vero… è vero, scusami, ora… mi era sfuggito di mente questo fatto…-, si passò una mano tra i capelli, -Beh, sì, comunque può essere come dici tu… già…-

Sentiva il cuore che gli batteva così forte, quasi a voler sfondare il suo petto, le sue frasi frammentate rispecchiavano l’incertezza e l’agitazione che si muovevano dentro di lui.

-Lily… quand’è che sei stata trovata?-

-Cosa? Che stai dicendo?-

-No! No… scusa… volevo dire… quand’è che sei nata, ovviamente!-

Lo guardò torva e confusa, -Il 16 ottobre… perché?-

Clark deglutì e sentì un’ondata di adrenalina fluire al suo cervello.

-Beh… per sapere quando farti gli auguri, no?-, di nuovo passò la mano tra i capelli, fingendo una risata il più sincera possibile. Poi portò gli occhi all’orologio.

-E’ tardi, Lily… è meglio che vada e ti lasci dormire…-, le posò una mano sulla spalla. Lily si accorse che tramava appena.

Annuì con il volto serio e a Clark parve una bambina che vuole fare la grande e accetta senza capire quello che le viene detto.

-Ci vediamo, domani?-, gli domandò con un filo di preoccupazione e lo vide rilassarsi, il suo viso si illuminò di un sorriso dolcissimo.

-Ma certo… come potrei stare senza vederti, domani!-, le fece una carezza e uscì.

E.T. scese dalla poltrona dove stava dormendo e con un balzo saltò tra le braccia di Lily, ancora in piedi davanti alla porta, più confusa che mai.

And you can't fight the tears that ain't coming
Or the moment of truth in your lies
When everything feels like the movies
Yeah you bleed just to know you're alive…[iii](3)

Lily strinse il gatto baciandolo sulla testa, tornò al divano e raccolse da terra la penna che Clark aveva fatto cadere poco prima.

Rigirandosela tra le mani le parve di sentire la sua energia rimasta imprigionata. Scosse la testa, cercando invano di capire perché si fosse comportato in quel modo così strano con lei, ripensò alla sua domanda… “quand’è che sei stata trovata”… che intendeva?

Camminò fino al bagno, al piano di sopra, accese la luce e si mise davanti allo specchio, guardando la sua immagine riflessa.

Lei e Clark erano così simili… avevano gli stessi poteri, lo stesso peso sul cuore, dato da anni di segreti custoditi nella paura di venire scoperti, avevano persino la stessa espressione spaurita negli occhi, gli stessi capelli ribelli. Eppure in alcuni momenti lo sentiva distante da sé come se l’unica cosa che li accomunasse fosse appartenere al genere umano…

Era stata una giornata strana, quella, fatta di momenti di pura gioia alternati ad antichi spettri e paure, attimi di terrore e ricordi dolcissimi. Era stanca. Non sarebbe riuscita a dormire, lo sapeva, ma era ora di andare a letto.

Si sentiva come un personaggio di un film, sospeso a metà del primo tempo: non aveva senso piangere, né essere felice. Poteva solo aspettare che le risposte che cercava da una vita, con calma si fossero svelate nel secondo tempo.

E le risposte, lo sentiva nel suo cuore, gliele poteva dare solo Clark Kent.

***

-Ritengo che il soggetto in studio sia un ottimo candidato per ritentare gli esperimenti, signor Luthor-

-Eccellente… provvederò subito ad avviare il suo trasferimento ai nostri laboratori, come abbiamo fatto con i gemelli, dottor Jamison. Intanto lei prepari le carte e predisponga tutto il necessario per l’inizio dei test-

-Certamente-

-Ah, Jamison? Cosa ha scoperto circa quell’altra storia… sulla ragazza?-

-Solo un racconto sconclusionato, per ora, il soggetto è ancora sotto shock. Ma conto entro breve di avere un quadro più preciso…-

-Il tempo scorre, se lo ricordi…-

-Sì, signore-

-La richiamerò io, dottor Jamison. A presto…-

***



[i] (1) Traduzione del testo “Iris”, Goo Goo Dolls:

E ho rinunciato per sempre a toccarti
perchè so che tu mi senti in qualche modo
tu sei più vicina al paradiso di quel che io sia mai stato
e non voglio andare a casa ora
e tutto quello che posso assaporare è questo momento
e tutto ciò che posso respirare è la tua vita
perchè presto o tardi è finita
e io non voglio perderti questa notte…

[ii] (2) Traduzione:

…E io non voglio che il mondo mi veda
perchè non penso che la gente capirebbe
quando tutto è stato fatto per essere distrutto
io voglio solo che tu sappia chi sono…

[iii] (3) Traduzione:

E tu non puoi combattere le lacrime che non stanno per arrivare
o il momento della verità nelle tue bugie
quando tutto sembra come nei film
si tu sanguini solo per capire che ancora sei vivo…

Non è un caso che abbia scelto proprio questa canzone: come sapete Lily, in inglese, vuol dire “giglio”. Il Giglio di Firenze, la mia città, è in realtà un giaggiolo, che sarebbe un tipo di iris. Il testo della canzone, secondo me tra le più coinvolgenti degli ultimi dieci anni, sebbene poco sentita, era perfetto per descrivere, in musica, quello che c’è tra Clark e Lily… voi che ne dite?

   
 
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