- SEBASTIAN! -
Feci per voltarmi, ma i muscoli del collo avevano cessato di rispondere ai miei comandi. Riuscivo solo a mantenere lo sguardo fisso su quella cosa dalle sembianze rettilesche, sebbene in qualche recondito anfratto della mia coscienza sapevo benissimo di trovarmi davanti a una mera illusione, una maschera portata in bella vista. E i suoi occhi, così neri e senza vita, parevano essere senza fondo: sclera, iride e pupilla erano ora riunite in un unico abisso senza luce, privo di qualsiasi emozione.
Mi sentivo prosciugato. Dove prima avrei normalmente provato paura, timore o anche solo il ben più primordiale istinto di sopravvivenza, adesso non vi era altro che vuoto, la più barbara apatia: avrebbe potuto farmi a pezzi e non me ne sarebbe importato niente.
Improvvisamente un boato riecheggiò in tutta la foresta, permeando alberi, foglie e radici: la creatura di fronte a me venne scagliata all'indietro, contro il tronco di un pino. Stramazzò a terra come una marionetta cui vengono tagliati i fili.
Mi voltai, mentre gradualmente il mio corpo tornava ad essere sotto controllo. Tevinias, il mio ben due volte salvatore, si ergeva al mio fianco: lessi nei suoi occhi la paura di chi rivede i fantasmi del passato. Il legno nero del suo bastone scintillava di magia e i serpenti sulla sua sommità, finemente intrecciati, sembravano quasi...
no, dovevo aver visto male
...possedere vita propria.
- È me che vuoi, non lui! - ruggì lo stregone, riponendo il magico bastone sulla propria schiena. Poi mi afferrò rudemente per una spalla, scuotendomi dalla mia momentanea paralisi.
- Dobbiamo fuggire, maledizione! Dobbiamo... -
Si interruppe e non dovetti nemmeno sprecare del tempo nel domandarmene il perché.
Entrambi udimmo il sinistro scricchiolio alle nostre spalle. Poi un altro, ed un altro ancora.
Come una cerniera che viene aperta a scatti.
- ...dobbiamo andarcene, subito... -
Ma non riuscivo a muovermi. Vedevo qualcosa in mezzo agli alberi erigersi a dismisura, fino a raggiungere un'altezza di diversi metri. Vidi quella cosa lambire gli alberi circostanti, come se volesse fagocitarli: nere propaggini percorrevano le cortecce legnose con avidità, fin quasi ad avvolgerle del tutto.
Mai in vita mia avevo visto qualcosa del genere.
L'ombra avanzò verso di noi, una marea nera priva di contorni e di alcuna forma: ne avvertivo la bramosia, l'urgenza di...
di che cosa? Di divorarci? Di inghiottirci per poi farci sprofondare nel Vuoto primordiale?
...prenderci.
Scappammo a gambe levate, come se non ci fosse un domani.
Cosa diavolo era quell'essere?
I nostri passi echeggiavano nell'aria, eppure continuavo a percepire quell'orrenda presenza dietro di noi. Più di una volta provai l'impulso di voltarmi, eppure il mio buonsenso – minato oramai alla base da tutti gli ultimi avvenimenti – mi gridò ogni volta di continuare a correre, fosse anche per tutta l'eternità.
Corremmo per interi minuti nel bel mezzo della foresta, fino a uscirne del tutto. Un inospitale ghiacciaio si stagliava davanti a noi.
Senza esitazione lo attraversammo: ero giovane, eppure Tevinias era molto più agile e scattante di me sebbene sembrasse aver superato da tempo ormai la quarantina.
Quell'uomo nascondeva ben più di un segreto.
- SEBASTIAN! - mi gridò con tutto il fiato che aveva nei polmoni, buttandolo fuori con foga: questo si condensò a contatto con l'aria, formando minuscoli cristalli.
Mi fermai e caddi in ginocchio, sentendo la milza scoppiare: ero certo che solo un'immensa scarica di adrenalina fosse in grado di tenermi ancora in piedi.
- Fermati...non ce la faccio...più... -
- Che diavolo fai?! - ruggì, raggiungendomi e scrollandomi per le spalle – dobbiamo continuare a correre! -
- Non ho più fiato... -
Lo stregone imprecò, voltando la testa in direzione della foresta. Poi una luce comparve nei suoi occhi e guardò istantaneamente il cielo invernale sopra di noi.
- Quanto può mancare ancora all'alba? -
- Io...non lo so... -
- Maledizione, rispondi! - urlò, scrollandomi ancora una volta con forza – quanto, più o meno? -
Alzai lo sguardo verso il cielo, soffermandolo sull'orizzonte.
Era forse un accenno di luce, quello laggiù in fondo, oltre l'oceano stesso?
- Non lo so...forse un'ora o due? -
Tevinias annuì, l'aria concentrata come su qualcosa di terribilmente importante. Poi mi aiutò a rialzarmi, i suoi occhi fissi sui miei.
- Ti chiedo di resistere fino ad allora. -
- E di fidarti di me, ancora una volta. -
Esitai, la testa piena di dubbi. Poi udii uno schianto in direzione degli alberi e istintivamente voltai la testa.
Qualcosa si stava facendo largo in mezzo alla vegetazione senza riguardo alcuno: corvi, civette e cornacchie volavano in ogni direzione mentre gli alberi sotto di loro sembravano piegarsi come fuscelli.
Guardai il mio compagno e il suo sguardo si era fatto ora quasi implorante.
Ancora una volta mi affidai completamente a lui.
Ma ad una condizione.
- Voglio che tu mi dica ogni cosa, quando l'avremo scampata. Oppure puoi tornartene a vagabondare come prima che m'incontrassi. -
La sua espressione si fece prima esitante, poi accondiscendente.
Riprendemmo a scappare nell'esatto momento momento in cui un'ombra sinistra lambiva l'iniziare del lago ghiacciato.
Ed una forma apparve per la prima volta in quella tenebra senza fine.
Un uomo smilzo e senza volto, dalle braccia lunghe fin quasi alle caviglie. L'essere scrutò in lontananza le sagome dei due fuggitivi e seppur non avesse una bocca, chiunque si fosse trovato nelle sue vicinanze avrebbe giurato di sentirlo gridare di rabbia.
Poi la marea nera riprese la sua avanzata, stavolta più veloce e decisa.
Mancava poco, e poi avrebbe dovuto attendere ancora.
No, doveva ghermire l'eretico prima del sorgere del sole.
Quando raggiungemmo l'estremità opposta del lago, una tenue luce già cominciava a farsi largo nel cielo sopra le nostre teste. Scorsi i confini di una città, in lontananza.
Ne riconobbi le forme e tremai. Stavamo per finire nelle zanne del lupo.
- Quella è Solitude... - dissi, con un filo di voce. Improvvisamente senza più desiderio di correre ancora.
Tevinias mi guardò, impassibile.
- Dobbiamo farlo, Sebastian. Oppure la sorte che ci aspetta è talmente orribile che nemmeno riusciresti ad averne idea. -
- Ma io non...l'Impero... -
Lo stregone fece per ribattere, ma fu troppo tardi. Ci voltammo e vedemmo quell'oceano nero avanzare sul ghiaccio con innaturale silenzio. L'ombra si ricompose e una forma umanoide ci osservò con i suoi occhi invisibili.
- TROPPO TARDI! - ruggì Tevinias trionfante, sollevando il bastone sopra la sua testa – CHE L'ALBA TI PRENDA, E SIA DI FUOCO PER TE! -
Alle parole dell'uomo un timido raggio di sole proiettò la sua luce sul ghiaccio sotto i nostri piedi, come incerto sul da farsi. Poi ne seguì un altro, e poi un altro ancora: un sole mattutino fendette le nuvole lontano ad Est, segnando l'inizio di un nuovo giorno. Una sottile striscia di luce ci divideva ora dalla creatura, che sollevò la testa priva di lineamenti e forme alcune ruggendo di rabbia: quel grido mi scosse da cima a fondo, incutendomi un timore reverenziale senza precedenti.
L'ombra tuttavia non parve volersi arrendere: un tentacolo nero come la notte saettò verso di noi, dall'estremità affilata come la lama di una spada. Non appena attraversò il fascio di luce solare, tuttavia, si liquefece come burro disfacendosi davanti ai nostri occhi: la creatura strillò, agitando un'infinita di filamenti, protuberanze e arti diabolici dal dolore. Poi si voltò verso di me e mi fissò negli occhi.
Il suo volto non possedeva né bocca, né naso, né orbite e nemmeno zigomi: era come una faccia ancora da impastare, un foglio bianco ancora da scrivere. Ed era nero, di quel nero che avevo visto nella Città della mia allucinante visione.
La creatura mi promise silenziosamente vendetta, dopodiché si scompose nuovamente in una massa liquida ed informe: con un urto incredibilmente violento infranse la superficie del ghiaccio e scomparve nelle profondità del lago, trascinando con sé pigri rivoli di materia oscura.
Mi voltai verso il mio compagno, dall'aria ora terribilmente stanca e affaticata.
- Come facevi a saperlo? -
In una locanda come tante, senza nome e perduta in mezzo alle foreste.
Alfingham il Bretone era oste di quella locanda da anni, oramai. L'aveva sempre tenuta con cura, ostello di riposo per gli stanchi viaggiatori nelle pericolose e selvagge terre di Skyrim: con fatica l'aveva tenuta splendente e sempre fornita di ogni bene, di anno in anno.
La gente riconosceva i suoi sforzi e gli era sempre riconoscente, aggiungendo quella moneta d'oro tintinnante che distingueva una generosa mancia. Sarebbe potuto andare avanti per anni così, e quando un giorno sarebbe stato vecchio avrebbe lasciato la sua locanda ai figli con la richiesta di portarla avanti ancora in futuro: oramai le si era affezionato. Era come un caldo rifugio nelle gelide notti, un'amante sempre fedele.
In quel momento una donna varcò la soglia, dai capelli biondi come il grano che cresce fuori Whiterun in piena estate, quello che reca con sé mille promesse riguardi l'avvenire, quello che precede il profumo del pane appena sfornato. Alfingham, impegnato com'era nel pulire un maestoso boccale, non fece caso alla nuova arrivata: se il suo sguardo si fosse soffermato sugli occhi della donna, ne sarebbe stato indubbiamente rapito.
- Salve - disse con fare amichevole il Bretone, senza distogliere gli occhi dal suo lavoro – cosa desidera? -
- Un arrosto di cervo, se possibile, e una forma di formaggio Eidar. E se ce l'avete, dell'idromele. -
- Arriva in un attimo. Si sieda pure dove trova posto. - rispose il Bretone, sollevando lo sguardo: ma oramai la nuova arrivata le dava le spalle e l'uomo ne scorse il cappuccio nero tirato all'indietro. Portava inoltre una lunga tunica nera e un arco finemente decorato catturò il suo sguardo.
Una cacciatrice da quelle parti?
Mise da parte il boccale ancora macchiato di birra qua e là e prese un grosso pezzo di carne dal banco per infilzarlo sullo spiedo: il fuoco vivo cominciò a cuocerlo lentamente e l'oste lo girò con cura per un minuto buono. Mentre preparava la carne, impugnò un coltello e tagliò il formaggio. Poi prese con pochi gesti, raffinati e perfezionati nel corso degli anni, un piatto pulito dallo scaffale e ci dispose sopra le cibarie, aggiungendoci sopra un pizzico di lavanda.
Dava quel sapore unico, tipico delle contrade di Skyrim.
Prima di raggiungere la donna, afferrò al volo l'idromele e si incamminò verso il tavolo in fondo alla locanda.
- Ecco a lei. - disse alla donna, con voce gentile – buon appetito. -
- Grazie. - rispose una voce suadente da sotto quella massa bionda riccioluta.
Alfingham sorrise e ritornò al banco, stavolta osservando di sottecchi ogni tanto la nuova arrivata portarsi alla bocca un pezzo di carne e sorseggiare l'idromele.
Chissà cosa la portava, da quelle parti.
Dieci minuti più tardi la donna si alzò dal tavolo e raggiunse il bancone in pochi secondi. Si muoveva in maniera incredibilmente silenziosa, pensò Alfingham, tanto che quando finalmente ebbe pulito il boccale non si accorse della sua presenza.
- Oh, perdonami. Non ti ho vista arrivare. -
- Non ti preoccupare, sono in molti a dirmelo. - rispose lei e per la prima volta l'uomo ne scorse gli occhi, rimanendone folgorato.
Le iridi della ragazza erano più blu dell'oceano oltre le terre di Skyrim, più del cielo sereno in una perfetta giornata d'estate. Due zaffiri splendenti alla luce delle torce lo fissavano, impassibili.
- Ha degli occhi bellissimi...gliel'hanno mai detto? - farfugliò Alfingham, pietrificato da quella vista.
- A dire il vero, la ringrazio. – sussurrò la ragazza, poi si avvicinò di poco al volto dell'oste.
- Avrei un favore da chiederle. Una richiesta particolare, se non le dispiace. -
- Mi...mi dica tutto. -
Ashlotte sorrise e guardò l'uomo con fare complice.
- Per caso ha visto due uomini in viaggio da soli? Uno dei due è un Nord, intorno ai venticinque anni. L'altro è... -
- Sì che li ho visti. - rispose il Bretone con un filo di voce. Normalmente avrebbe ricordato con difficoltà il volto di un singolo cliente della sua locanda, ma lo sguardo di quella donna lo teneva inchiodato lì dov'era costringendolo a riflettere con grande attenzione.
Mai avrebbe voluto deluderla, tanto era stata carina.
E una vocina nella sua coscienza gli suggerì che sarebbero potute accadere cose, brutte cose se questo fosse successo.
- Davvero? -
- Uno dei due è svenuto sul pavimento. Ho chiesto se avevano bisogno di una mano ma l'altro ha gentilmente risposto che poteva farcela benissimo da solo: aveva folte basette castane, occhi nocciola e un bastone dalla strana fattura sulle spalle. -
La donna ascoltò tutto impassibilmente, assorbendo ogni informazione utile al suo compito.
Uno stregone, dunque. Non aveva previsto di dover fronteggiare un avversario con capacità magiche. Le dita della mano destra scivolarono al suo collo, tastando la liscia superficie dell'amuleto donatole da Festus.
Per fortuna che lo portava sempre con sé.
- E sai anche dove sono andati? - chiese. Ad Alfingham il passaggio dal lei al tu passò inosservato, rapito com'era dallo sguardo della donna.
- Non...non lo so con certezza. Li ho visti dalla finestra incamminarsi in direzione di Solitude. -
Ashlotte annuì, socchiudendo per un attimo gli occhi. Come per magia la mente di Alfingham fu sgombra e libera di poter pensare con facilità.
Che diavolo era successo?
- Ti ringrazio. - disse la donna, lasciando cadere sul bancone un pesante sacchetto di cuoio legato con dello spago. Doveva essere colmo di monete d'oro.
Poi fece per andarsene, ma si fermò. Mise una mano nella tasca della sua tunica e ne estrasse un pugno di pietre preziose, luccicanti e dai colori vivaci, per infine poggiarle sul tavolo accanto a lei.
- Gran bella locanda. Potresti farne delle altre, così. -
Senza attendere risposta alcuna, uscì dalla locanda e ad Alfingham parve di non avere mai visto in vita sua una donna dagli occhi così belli.


