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Autore: Dave1994    30/01/2013    5 recensioni
Skyrim, poco prima della resurrezione dei draghi e del ritorno di Alduin.
Una terra immersa nel mistero e nella magia...talvolta così antichi da trascendere persino il tempo stesso.
Due universi che si incontrano,per ridipingere un passato sconosciuto e incredibile.
Genere: Avventura, Fantasy, Mistero | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna | Personaggi: Altri, Nuovo personaggio, Sorpresa
Note: Cross-over | Avvertimenti: nessuno
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Ogni passo era sempre più faticoso, ogni metro percorso sempre più aspro: stanchezza, sonno e fame si facevano ora sentire implacabili, sempre più forti con il passare dei secondi, terribili al passare dei minuti. Non prestai praticamente nessuna attenzione alle mura oramai vicine della città dai vasti e svolazzanti drappeggi rossi: colsi solo all'ultimo una torre di guardia puntata verso il cielo, quasi con l'intenzione di volerlo sfidare.

- Tevinias... - sussurrai, esanime. In più di un'occasione rischiai di crollare sulle mie gambe: le sentivo cedere pian piano, come colonne erose dal tempo e dalle intemperie. Il mio compagno di viaggio intervenne per sorreggermi sulle sue spalle ad ogni mio cedimento, ma riusciva a scorgere chiaramente quanto fossi ormai debilitato nel fisico, ma soprattutto nello spirito.

- Sebastian... -

- Non ho il diritto di chiederti altro. Dormi, se vuoi: penserò io ad ogni cosa. -

Presi quelle parole alla lettera e pian piano avvertii le mie palpebre socchiudersi, pesanti come macigni.

L'ultima impressione che ebbi fu quella di essere sorretto da due possenti braccia. L'oblio del sonno mi accolse prima di varcare i cancelli dell'altera Solitude.

L'ultimo posto a Skyrim dove sarei voluto finire.

Eravamo scappati dalla tana del lupo e ora stavamo finendo dritti nelle sue fauci.

 

 

- Salute, forestiero. Non credo di averti mai visto prima. - disse la guardia, scrutando il nuovo arrivato dall'interno dell'elmo metallico. Dita agili corsero all'impugnatura della spada al suo fianco, lisciandone l'argenteo pomello.

- Cerco un luogo dove rifocillarmi, vengo da molto lontano. -

- Vedo, vedo. - borbottò il primo, facendo scorrere lo sguardo lungo la veste sudicia e lacera in alcuni punti dell'uomo davanti a lui. Un mago, forse? I ricami lungo la sua tunica lasciavano presupporre la sua provenienza dalla rinomata Accademia.

- Winterhold, eh? Non devo aspettarmi problemi, vero? -

- Non sono qui per combinare guai. -

- Lo spero. -

La guardia si fece da parte per permettere allo stregone di entrare in città, poi esitò un istante e indicò quello che sarebbe sembrato un sacco di stracci, se non fosse per stato per le due gambe pendenti lungo il fianco del viaggiatore.

- Che gli è successo? - chiese, con fare sospetto.

- Idromele. Così impara a scolarsene due di fila. -

La guardia fischiò, stupita. Quell'uomo aveva un bel fegato...in tutti i sensi.

- Potete entrare. Portalo alla Locanda dello Skeever Ammiccante: Corpulus ha un resuscitamorti con i fiocchi. -

- Ti ringrazio. - disse il forestiero: poi, con passi tardi e lenti, avanzò fino alla pesante porta in legno battuta e la spalancò, entrando nel cuore stesso dell'Impero.

 

 

L'alce sollevò la testa rivolgendola dapprima verso gli alberi verdi e frondosi, poi verso il timido sole mattutino che ora andava stagliandosi all'orizzonte: si tuffò in quella fresca luce, beandosi del suo tepore, per poi tornare a brucare muschi e licheni sulle cortecce degli alberi. Se solo avesse potuto scorgere il luccichio traditore di quello stesso sole, nel quale poco prima si era specchiato vanitoso, sulla sommità in metallo della freccia puntata contro di lui, sarebbe corso via a zampe levate.

Tuttavia, così non fu. E ancora una volta l'inevitabile legge della sopravvivenza ebbe la meglio nel mondo.

Ashlotte tese l'arco al massimo, socchiudendo quasi del tutto l'occhio sinistro: la sua vista era a dir poco perfetta e la sua precisione letale, in questa materia. Rilasciò la freccia con grazia, senza il solito strattone che spesso i tiratori danno nel momento decisivo del gesto, subito dopo la flessione della corda: vi fu un sibilo e l'animale voltò lo sguardo verso la fonte di quello strano rumore. Se solo avesse saputo!

La freccia lo colpì al collo, trapassando carotide e giugulare: lacerò le carni e arrivò fino all'osso, uccidendo la bestia prima ancora che il suo primordiale intelletto potesse domandarsi sul cosa fosse appena successo. Dopodiché, l'alce stramazzò a terra, senza vita.

Passarono alcuni secondi. L'assassina volle essere sicuro di aver ucciso l'animale al primo colpo, sperando di non dover infliggere ulteriori sofferenze alla creatura: se ne sarebbe dovuta cibare per il viaggio, questo era inevitabile.

Tuttavia, a dispetto di quel che si sarebbe detto, non amava infliggere dolore: se era suo dovere togliere la vita, era altresì suo desiderio farlo nel modo più veloce possibile.

 

“Così come si nasce nel mezzo di un istante, così dev'essere anche nel momento in cui si intraprende l'ultimo viaggio della nostra vita.”

 

Ashlotte ritrasse l'arco ricamato, posando la faretra per terra: raggiunse l'animale ed estraendo un pugnale si preparò per scuoiarlo. Un compito ingrato, rivoltante ed orribile, ma necessario.

Dieci minuti dopo ne preparò le carni sul fuoco e in breve tempo cenò. Fu un pasto consumato in fretta e il silenzio attorno a lei le sembrava ogni tanto assordante.

Per rimediare a ciò, frugò nel suo zaino e ne estrasse un'ocarina, non più grande di sette centimetri di diametro e dal color grigio perla spiccato: la superficie era liscia, levigata dal tempo e dalle mani della ragazza. Con, con un profondo respiro, Ashlotte se la portò alle morbide labbra e cominciò a suonare.

Dolci note percorsero la foresta, avvolgendo gli alberi e tutti gli animali, dai picchi dormienti agli skeever rintanati nei loro buchi sotterranei. Era una musica celestiale, degna di un re: la donna teneva gli occhi chiusi, mentre le sue dita scivolavano con incredibile grazia lungo lo strumento musicale.

Il silenzio non faceva per lei, pensò nell'intimità dei suoi pensieri. Sebbene molti dei suoi confratelli preferissero la cieca e smorta voce del Vuoto a quella di un essere umano, lei non avrebbe mai potuto fare a meno della musica: era l'unica cosa che le restava del suo passato, un ultimo ricordo della sua infanzia.

Nell'apice della sua melodia, ricordò le parole di Astrid, prive di alcuna emozione.

 

“I tuoi genitori ti abbandonarono a Falkreath, davanti ai cancelli della città.”

 

Chissà chi era stato a posare per terra quel fagotto così minuscolo e innocente, se suo padre o sua madre. Li aveva mai avuti?

No.

Oramai i suoi unici familiari erano i suoi fratelli: sua madre era ora Astrid, una donna che provava per lei qualcosa più vicino alla diffidenza che alla reale ammirazione. Nazir non era mai stato ciò di più somigliante alla figura di un padre: ma se questo significa mettere la propria figlia in guardia contro i pericoli del mondo ed istruirla a dovere, allora aveva svolto il suo compito egregiamente. Doveva molto a lui, come a tutti gli altri: e quanti notti aveva pianto, accettando con rassegnazione il destino profilatosi davanti ai suoi occhi!

 

“Eri sola, ma adesso hai noi.”

 

E a quella frase apparentemente amorevole e protettiva, seguirono gli addestramenti, il sangue, il sudore, la fatica. Gli omicidi vennero dopo, quando sembrò finalmente matura agli occhi di Astrid: immagini fugaci le apparvero davanti agli occhi, un pugnale luccicante alle fiamme di una torcia solitaria, una baracca in riva all'oceano, un vecchio dagli occhi avari e sospettosi.

 

“Chi sei, ragazza?”

 

Non una risposta, solo una gelida pugnalata nel cuore. Non un grido, né urla di dolore: solo un tonfo confuso, come di sacchi pesanti lasciati cadere per terra.

E quel vecchio era morto, ucciso non tanto dalla sua lama

quanto da un foglio di pergamena intriso d'inchiostro e sigillato con la cera.

Un contratto era un contratto e Ashlotte l'aveva rispettato in ogni suo punto: la notte dopo era sicura di averla passata tra gli incubi, ma oramai non se lo ricordava più.

E di fatto, di notti insonni non ne aveva mai avute da quella del suo primo omicidio.

 

“Chi sono?”

 

L'interrogativo non aveva mai smesso di torturarla fino nei più reconditi anfratti della sua coscienza. Aveva cercato di creare un legame fin dall'inizio con il suo passato per potersi riconoscere in qualcosa: per essere sicura di avere un'identità.

Ma questo sembrava volerla respingere ogni volta.

Quella sera Ashlotte suonò una melodia particolarmente triste, udita oltre che da lei solamente dagli animali selvaggi e dagli alberi ancora intirizziti dal freddo. Nemmeno un goccio di idromele riuscì a scacciare quella sensazione di diffuso malessere interiore, quella melanconia dello spirito che talvolta era per lei più velenosa dell'aconito stesso.

Ashlotte socchiuse gli occhi e si addormentò, mentre una goccia di rugiada cadeva sui suoi capelli: un meraviglioso acero protendeva i suoi rami sopra di lei, come per proteggerla.

 

 

- Del vino rosso, mio signore. - disse l'uomo dalla lunga livrea nera, fissando impassibile l'individuo seduto sulla poltrona davanti a lui. Gregorius gli porse un elegante bicchiere e il servitore lo riempì fin quasi all'orlo. L'uomo lo congedò e sorseggiò pigramente quel nettare divino, continuando a fissare le fiamme guizzanti nel caminetto. Sembrava assortò in chissà quali pensieri, intanto che un folto gruppetto di persone discuteva concitatamente alle sue spalle.

- Siamo già impegnati in molteplici fronti diversi, aprirne un altro significherebbe lo scavarci la fossa da soli - disse un uomo vecchio e barbuto, vestito del rosso imperiale – e non sappiamo nemmeno dove si trovi Wulfric. -

- Questo perché non intensifichiamo le ricerche! - strillò una donna e Gregorius prestò pochissima attenzione alle sue parole. Mille dubbi annebbiavano i suoi pensieri: la finestra a fianco del camino catturò per un breve attimo la sua immagine, riflettendola negli occhi dell'uomo.

Era giovane, bello e potente: la sua ascesa al potere sarebbe stata inevitabile, come lo è il sorgere stesso del sole dopo la notte. Eppure per la prima volta provava una strana inquietudine.

Stava per accadere qualcosa, ne era certo.

- ...Gregorius? -

- Gregorius? -

L'attenzione del giovane fu finalmente catturata e questi si voltò, passandosi una mano tra i capelli neri come l'ebano: un gesto apparentemente banale, che però ultimamente era diventato sempre più ricorrente.

- Sì? -

- Beh, ti ho chiesto cosa ne pensi. Per ben due volte. -

Gregorius fece una smorfia. Erano vecchi e tanto inaciditi dall'invidia da emanare quasi un puzzo insopportabile: poteva leggere negli occhi il loro desiderio di sopraffarlo nel tentativo di arraffarsi sempre più onore e vanto. Per cosa? Per compiacere forse l'Imperatore?

Parassiti.

- Stavamo riflettendo su... - iniziò la donna, ma Gregorius la interruppe con un gesto eloquente: una vampata d'indignazione arse nei suoi occhi, ma non proseguì il suo discorso.

- State perdendo tempo, ecco. – sentenziò con voce grave il giovane, sollevandosi dalla poltrona e avanzando verso i suoi interlocutori: un tavolo stava tra loro, con sopra un'enorme mappa raffigurante l'intera Skyrim.

- Ah, sì? - disse una voce tra loro, diffidente e sarcastica. Gregorius non vi fece caso.

- Doveva essermi portato ieri un prigioniero della massima importanza. Non è tipico di Gamlen tardare così tanto, così ho mandato due soldati in perlustrazione. Non sono mai tornati. -

- E con questo, Gregorius? Cosa vuoi dirci? - domandò con voce roca il vecchio barbuto, fissando negli occhi il giovane di fronte a lui: Gregorius mal sopportò l'interruzione e solo l'appellarsi alla sua già minata pazienza lo salvò dal perderla definitivamente del tutto.

- Qualcuno aiuta i Manto della Tempesta, qualcuno di esterno alla ribellione: mai oserebbero avvicinarsi così tanto ai cancelli di Solitude, quei vermi striscianti. -

- Il fuggitivo, leggo dal rapporto davanti a me – continuò Gregorius, srotolando una pergamena consunta – è Sebastian Orius. E' in ottimi rapporti con Wulfric e conosce la posizione di tutte le basi strategiche e dei rifornimenti nemici. La sua cattura è fondamentale, se volete sconfiggere i Manto della Tempesta. -

- “Volete?” - chiese la donna, prendendo parola. Le sue trecce bionde ondeggiarono lievemente e da esse emanava un profumo dolciastro, che a Gregorius cominciava a dare la nausea – non è forse anche la tua causa, questa? -

- Certo che sì. - disse il giovane con un sorriso, fingendo interesse. Poi si separò del gruppo, diretto verso la porta. Prima di spalancarla, si voltò verso gli uomini alle sue spalle e li guardò con un'espressione di aperta sfida.

- Fareste bene ad essere preparati ad ogni evenienza – disse, sogghignando – non si sa mai cosa potrebbe succedere. -

E detto questo, uscì dalla stanza. 

  
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