- Io...non capisco. -
- E per questo non ti biasimo, amico mio – sussurrò Tevinias, socchiudendo per un attimo gli occhi – se fossi io quello che ascolta ed un altro a raccontarmi questa storia assurda, lo accuserei di essere pazzo. Quello che ho visto io, Sebastian, va ben oltre la comprensione umana: laddove la ragione non può seguirci, dove ogni cosa è sfumata e appare velata ai nostri occhi, solo la fede può farci da porto sicuro. Ti chiedo di credere, di avere fiducia. E' molto da chiedere, lo so. -
Sospirai, confuso. Avevo un fastidioso prurito al naso che non riuscivo assolutamente a placare: per fortuna l'uomo di fronte a me non fece caso ai miei buffi tentativi di placare lo sfogo.
Poi una domanda mi ronzò in testa. Non mi resi nemmeno conto di averle dato voce, quando le mie labbra parlarono da sole e posero quel lapidario interrogativo allo stregone.
- E l'avete incontrato? Il Creatore? -
Tevinias non rispose subito. Si alzò e camminò intorno alla stanza, con uno sguardo perso: quando finalmente si voltò verso di me, i suoi occhi tradivano un'emozione da tempo repressa.
- Hai visto quello che ho visto io. Quello che abbiamo visto noi. Era il Creatore, quella...quella cosa? -
- Cos'era in realtà la Città Nera? -
L'interrogativo mi lasciò senza parole, memore delle sensazioni provate attraverso il corpo e lo spirito di Tevinias.
Davvero in presenza di un dio si era assaliti da una tale assenza di speranza? Un dio creatore del mondo, amorevole e padre di ogni cosa?
Tevinias allargò le braccia, come per difendersi davanti ad un giudice in una sentenza nella quale è in gioco la vita.
- Volevamo imparare, Sebastian. Volevamo conoscere la fonte di quel potere così incommensurabile non per fini malvagi, no: la luce del Creatore avrebbe potuto cambiare il mondo in meglio. -
- E invece no. Siamo stati condannati e perseguitati dalle sue tenebre: i maghi che erano con me sono tornati nel mio mondo, trasformati tuttavia in abomini di inconcepibile orrore. Né morti e né vivi, condannati a vagare sulla terra senza uno scopo infestandola con la loro abietta presenza. E invece, io? Braccato da una creatura tanto oscura e maligna da corrompere il suolo stesso dove posa piede? -
- Sono stato forse più fortunato? -
Era una domanda retorica. Nemmeno per un secondo mi passò per la testa di dare una risposta a quell'uomo tormentato, dall'aria così stanca e sofferente. E tuttavia, sebbene le sue parole criptiche e assurde scatenassero in me un fiume di altri interrogativi, qualcosa nel tono della sua voce scricchiolò alle mie orecchie.
Perché se le sue labbra, i tratti del suo viso, sembravano essere convinti di quello che diceva, i suoi occhi invece erano di tutt'altro parere. Quelle iridi arrossate e consunte dall'angoscia, dalla paura...
...dalla follia?
Non era la prima volta che mi ponevo questo dubbio. Tevinias doveva aver vagato per anni solo e in un luogo sconosciuto, lontano da casa: chiunque sarebbe finito per impazzire, prima o poi. Eppure, sebbene lampi di lucida nevrosi avessero attraversato quello sguardo così perso in più di un'occasione, l'uomo davanti a me aveva sconfitto un manipolo di soldati imperiali pronti a torturarmi per ore e giorni interi, senza interruzione: Tevinias mi aveva salvato, così come lo aveva fatto davanti a quella creatura d'ombra sul lago ghiacciato vicino Solitude al levarsi dell'alba. Come avrei fatto senza di lui?
Probabilmente non sarei sopravvissuto abbastanza per chiedermelo.
- Da quanti anni, Tevinias? -
- Per quanto tempo hai vagato in questo mondo? -
Le mie parole furono lapidarie. Le mie parole tagliarono il silenzio come una lama e colpirono Tevinias laddove il suo spirito si batteva ancora, dove ancora si rifiutava di arrendersi. Al cuore.
- Troppo tempo perché io ne abbia memoria. - rispose l'uomo, distogliendo lo sguardo. Il suo fare evasivo mi indusse nella tentazione di insistere e domandargli per quanti anni fosse rimasto intrappolato a Skyrim, ma un sentimento di pietà me ne dissuase.
Con un tono serio, dispiaciuto e privo di inflessioni di sarcasmo scelsi di rivolgergli la domanda più importante di tutte.
- Perché io, Tevinias? Cosa c'entro in tutta questa storia? -
- Perché mentre cadevo, sprofondando negli abissi più remoti dell'Oblio, ti ho visto. Ho visto te, i soldati che ti avevano catturato e quella vallata senza tuttavia riuscire a comprenderne il significato: sapevo solo che da te dipendeva la mia stessa esistenza. Per quanti giorni ho visitato quel luogo, attendendoti! Per quanti anni! A volte dubitavo che le mie stesse azioni avessero un senso e mi chiedevo se il mio non era stato altro che un sogno: ma come poteva esserlo? Io non ti conoscevo, né ti avevo mai visto. -
- Io non so chi tu sia, Sebastian. Non so come tu possa aiutarmi e non so perché sei comparso nella mia mente quell'infausto giorno, ma ho fede nell'ineffabilità del Creatore. Può forse avermi condannato all'esilio, braccato al pari di una bestia, ma il Canto della Luce mi insegna che a tutti è concessa una seconda possibilità. -
- Sebastian...io credo che sia tu la mia seconda possibilità. - concluse lo stregone, trafiggendomi con il suo sguardo. Percepivo nella sua voce una nota di esasperato imploramento, più che una profetica certezza.
Quell'uomo voleva credere di avere fede. Ma come avrei potuto deluderlo? Aveva sofferto così tanto e così a lungo per incontrarmi: non potevo dirgli che si era sbagliato per tutto quel tempo. Forse potevo non credere nel Creatore e nella sconfinata fede del mio compagno di viaggio, ma ero grato a Tevinias per tutto quello che aveva fatto e provavo compassione nei suoi confronti.
Io stesso non avrei retto tutta quella sofferenza, il peso stesso dell'esilio.
E se invece avesse avuto ragione?
Se esisteva davvero un disegno divino, nel quale ricoprivo un ruolo primario?
Non ci insegna forse Akatosh che la fede che non dubita di sé stessa non è fede?
L'interrogativo mi lasciò interdetto.
Ma come potevo io, Sebastian Orius, nulla di più che un uomo invischiato in faccende politiche più grandi di lui, cambiare la vita di quest'uomo?
- Non ha alcun senso. - sussurrai con voce distante, rapito dai miei stessi pensieri. Tevinias sorrise, incrociando le dita delle mani.
- Dove finisce la ragione, incomincia la fede. - rispose, con un'espressione malinconica.
- Non posso aiutarti, Tevinias.... - incominciai.
- Non... -
- ...ma puoi seguirmi, se vuoi. Chissà che in fondo tu non abbia ragione. - conclusi, alzandomi dal letto. Mai vidi in vita mia qualcosa di più sorprendente della sua espressione, un misto di stupore e felicità, traboccanti come oro fuso dalla forgia dei migliori fabbri di Whiterun.
- Seguirti, Sebastian? E dove? -
- Non te ne sei reso conto, amico mio? - gli domandai, alzandomi dal letto e porgendogli la mano – Skyrim è sull'orlo di una guerra civile e io non sono che un pedone sull'immensa scacchiera sotto i nostri piedi. Genti libere si battono per il loro diritto alla tradizione, per la difesa della loro terra: l'Impero è alle porte e minaccia di mettere a ferro e a fuoco la nazione. Vuole fare credere di portare innovazione e unità, ma io ho visto gli occhi dell'imperatore e credimi quanto ti dico che i suoi fini sono ben altri. -
Profondo disprezzo.
Gregorius ne era pervaso: avrebbe voluto sprofondare nell'ipocrisia e nella mediocrità dei membri appartenenti al Consiglio, ottusi e ciechi come talpe. E il modo con cui si rivolgevano a lui gli dava la nausea. Avrebbe voluto scrollarli fin quasi a far perdere loro i sensi, ricordando loro come fosse stato solamente merito suo la conquista di gran parte di High Rock: avrebbe voluto ricordare loro chi era uno dei pochi a poter sedere allo stesso tavolo dell'Imperatore, a Cyrodiil. Sebbene fossero in pochi quelli davvero disposti ad ammetterlo, fosse per invidia o per diffidenza, gran parte del potere dell'Impero era stato costruito sul suo genio militare: era uno stratega nato e quello che a lui pareva un'intuizione come un'altra agli altri, volenti o nolenti, si mostrava come la scelta perfetta. La conquista di High Rock era durata anni, prima del suo arrivo: in poche e semplici mosse lui aveva sbrogliato la situazione e vinto la campagna militare in appena tre mesi. Era animato da un fervido entusiasmo per la causa imperiale, ma ora gli appariva tutto talmente banale e vuoto che aveva difficoltà ad ascoltare i lunghi discorsi del Generale Tullius. E se un tempo poteva vantare del grado di Alto Generale ai tempi di High Rock, ora il suo disinteresse non era passato inosservato e gli era costato il declassamento a Comandante dell'Ottava Legione.
Gregorius non aveva ancora mandato giù l'umiliazione e, per un qualche strano motivo, i suoi uomini lo capivano e gli davano ragione. Ancora non si era reso conto del tuo incontrastabile carisma, che pian piano aveva prima conquistato e poi rapito l'animo dei suoi soldati.
Se solo avesse avuto il comando, quello vero, era certo di poter porre fine alla guerra in poco tempo. Sbaragliare i Manto della Tempesta, in realtà, poteva essere un gioco da ragazzi: sarebbe bastato scoprire la locazione delle loro risorse, che fossero economiche o politiche, e spazzarli via come il vento di una bufera.
Ma quella guerra ora lo interessava talmente poco...! Gregorius avrebbe voluto mirare a qualcosa di più. A lungo aveva considerato il ruolo di imperatore, ma l'idea di gestire l'insieme caotico e multiforme dal nome di Legione Imperiale gli era in antipatia.
La sua brama di potere, frustrata e inespressa, andava ben oltre.
Senza che potesse accorgersene, il fiume in piena delle sue emozioni si canalizzò incarnandosi al suo fianco in un crepitio di scintille azzurrine. Laddove vi era fino a poco prima una nebbia magica, un lupo dai contorni sempre più netti e meno evanescenti apparve all'improvviso: aveva il pelo argenteo come la superficie di una lama e gli occhi di un giallo malato, stranamente profondi.
- Angust. E immagino anche Jasper. -
Non si sorprese nell'avvertire un leggero peso sulla sua spalla destra. Inclinò la testa e scorse un corvo nero appollaiato su di lui, il becco nero tozzo e ricurvo. La sensazione di un corpo che si strusciava sulla sua gamba lo invase e l'uomo trasse conforto da quel contatto, mentre lisciava il soffice piumaggio di un Jasper ora impegnato a gracchiare animatamente.
- Oh, solo voi riuscite a capirmi. -
Continuò a camminare, diretto apparentemente in nessun luogo in particolare: sarebbe sopraggiunta la notte entro qualche ora al massimo e lui amava girovagare senza una meta, in compagnia dei suoi due famigli.
Due.
Fin da piccolo gli era stata indicata come un'eccezionalità verificatasi solamente in qualche raro caso, nel passato: era comune che in ogni essere umano, sepolto nel subconscio, risiedesse una creatura detta tramite, un collegamento tra la natura umana e quella spirituale. Un famiglio, come chiamato dagli stregoni di Tamriel, che rifletteva la personalità e l'anima della persona.
Era raro, molto raro, che qualcuno ne possedesse due.
Le ombre stavano per calare su Solitude e un altro anonimo giorno stava per giungere al termine. L'esistenza di Gregorius si trascinava in un'infinita, ciclica sequenza di noia, assenza di passione: voleva una ragione dal mondo.
Un senso alla sua esistenza.
Quando passò davanti alla Locanda dello Skeever ammiccante, scorse una donna in lontananza, seduta su una fredda panchina in pietra. Aveva i capelli più biondi del grano e un arco dietro la schiena, la faretra elegantemente riposta accanto a lei. Sembrava addormentata, le braccia incrociate in grembo.
Il sesto senso di Gregorius pizzicò, inducendolo ad un analisi più approfondita dell'avventuriera. Non era addormentata.
A tradire la sua veglia fu la postura del corpo, non rilassato ma bensì vigile e sull'attenti, come in attesa di un qualche segno. Il geniale intuito di Gregorius concluse che la donna era in osservazione e l'uomo notò che da quella piazza si poteva godere di una vista quasi assoluta sulle strade principali di Solitude.
Le si avvicinò, incurante del rumore prodotto dai suoi passi sopra la selce che costituiva il lastricato della strada. Un impercettibile vibrazione del sopracciglio sinistro sul volto della donna fu il segnale che aveva percepito Gregorius.
- Qui, a Solitude? Davvero? Mi sembra quasi impossibile. - sussurrò nell'orecchio della donna, ben notando la mano destra pericolosamente vicina all'impugnatura del coltello da caccia appeso alla cintola dell'assassina.
Ashlotte rimase interdetta per diversi secondi. Le si gelò il sangue.
Come era possibile?
- Hanno affidato a te il contratto? -
- Chi sei? - chiese la donna, con un filo di voce. La lama del pugnale nella sua mano scintillò alla luce del sole, sebbene oscurato per metà dall'ombra di Gregorius.
Jasper gracchiò, sollevandosi in volo. L'assassina non ebbe alcuna reazione, restando impassibile.
- Il committente. - rispose Grgeorius, con un mezzo sorriso. Era tuttavia sorpreso dal fatto che il suo prigioniero si trovasse nella sua stessa città: a quel punto avrebbe potuto catturarlo lui stesso.
- Come hai fatto a riconoscermi? -
- Non farci caso, e pensa piuttosto a trovare il mio uomo. E ricordati, mi serve vivo per interrogarlo. Non voglio assolutamente che venga ucciso, mi sono spiegato? -
Ashlotte aprì gli occhi, sinceramente presa di sorpresa forse per la prima volta in vita sua. L'assassina guardò Gregorius e disse, stupita:
- Veramente nel contratto si era parlato di omicidio. -
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NOTE DEL LETTORE:
E' un capitolo leggermente più lento degli altri a causa della sua natura esplicativa. Non è stato facile profilare il complesso rapporto tra Tevinias e Sebastian e chiedo venia se sono risultato prolisso e difficile nell'insieme. Vi prometto che i prossimi sviluppi saranno molto più movimentati.
Un fedele grazie a tutti i lettori di questa modesta long,
Dave.


