- Che cosa? -
L'assassina strabuzzò gli occhi sbattendo le palpebre, una volta sola. L'ombra della sua abituale impassibilità stava già per riaffacciarsi nei tratti del suo volto, pietrificandoli in una maschera di insondabile bellezza.
- Nella mia lettera ho richiesto specificatamente la cattura dell'uomo. Dell'altro puoi farne ciò che vuoi. - sentenziò a bassa voce Gregorius, improvvisamente furente. Angust e Jasper erano svaniti, probabilmente non appena intravista l'assassina seduta in solitudine. Pensò a come diavolo potesse essere successo: un simile frainteso era impossibile. Era stato molto preciso nella stesura del contratto.
Ashlotte estrasse dalla tasca della veste, di un cuoio più leggero di una piuma e dal profumo di legno affumicato, una pergamena gialla e arrotolata, legata in una semplice corda di spago. La srotolò e la consegnò all'uomo davanti a lei, i cui tratti del viso si erano oramai deformati tradendo un profondo stato di alterazione emotiva.
L'assassina lo scrutò attentamente.
Ad una prima sua analisi la postura, la gestualità e il tono di voce dell'uomo confermarono l'estrema sicurezza di sé che aveva già percepito nella scrittura e nei tratti osservati nella missiva. Tuttavia, qualcosa non tornava.
Egocentrismo? Arroganza? Forse quel Gregorius davanti a lei, tanto famoso nella cerchia delle altre sfere imperiali, non era certo l'individuo più umile dell'universo, ma sconfinatamente presuntuoso ed egocentrico..?
Senza pensarci due volte estrasse una piuma d'oca dalla tasca, spiegazzata e di un bianco cangiante. Non aveva però l'inchiostro.
Il suo sguardo corse al pugnale alla sua cintola, mentre Gregorius analizzava la lettera. Forse avrebbe potuto usare una goccia del suo sangue per...
- Questa non è la mia scrittura. -
La voce dell'uomo interruppe il corso dei suoi pensieri, confermando i suoi sospetti.
- Significa che... -
- Significa che qualcuno ha sostituito un'altro contratto con il mio. Eppure non riesco a capire, ho controllato che nessuno mi avesse seguito! -
Ashlotte si alzò dalla panchina, avvertendo all'improvviso i sintomi di una non indifferente stanchezza. Aveva attraversato metà dell'Hjaalmarch per uccidere un uomo che adesso aveva scoperto essere solamente un prigioniero in fuga prezioso per l'Impero. Da vivo.
- Non è un problema mio. - disse, con tono freddo e distaccato – i patti erano chiari. Se non sei stato tu a richiedere l'omicidio, allora è stato qualcun'altro. Il contratto ha comunque valore. -
- NO! - ruggì Gregorius, portando la mano all'elsa della spada rinfoderata lungo il suo fianco sinistro. Un gesto troppo veloce, troppo evidente: il sistema nervoso di Ashlotte rispose all'istante e con un guizzo nervoso estrasse il pugnale d'ebano appeso alla sua cintola, portandolo alla gola dell'uomo.
Una goccia di sangue color cinabro stillò lungo la punta della lama, ma Gregorius non tradì alcuna emozione.
“Quest'uomo ha sangue freddo”.
- Voglio sottoscrivere un altro contratto. - disse, gli occhi fissi in quelli color ghiaccio di Ashlotte, la mano destra elegantemente appoggiata sulla spalla di Gregorius. A chiunque fosse passato di là sarebbero sembrati una normale coppietta intenta a baciarsi nel tardo pomeriggio, oramai prossimo quasi al crepuscolo.
Se solo non si fossero accorti della lama puntata alla gola dell'uomo.
- Leva la mano dall'impugnatura della spada. - sussurrò l'assassina, aumentando di poco la pressione sul coltello. Gregorius non rispose e lasciò cadere il braccio lungo il fianco.
Ashlotte lasciò andare la presa e ripose l'arma nella cintola, senza distogliere lo sguardo dall'uomo. Una parte di lei osservò che quell'uomo era terribilmente imprudente a minacciare un membro della Confraternita.
Un'altra parte, invece, notò che Gregorius era molto bello. Aveva i capelli neri come l'ebano, rigogliosi e con una ciocca sbarazzina quasi davanti agli occhi: per un momento ebbe la tentazione di scostargliela, ma si trattenne.
L'uomo si passò una mano tra i capelli, ordinandoseli all'indietro.
Poi Ashlotte fece più attenzione ai suoi occhi. Un frammento di ricordo emerse all'improvviso nella sua mente.
“Gli occhi sono lo specchio dell'anima.”
Come doveva interpretare quelli di Gregorius? Vi si leggeva una certa sete di potere, sì, ma non quella terribile che aveva scorto nel testo del contratto. Era un uomo nato e cresciuto nei vizi e negli agi, riverito e coccolato: non certo come lei, che aveva dovuto sopravvivere per anni nel freddo e nel pericolo delle terre di Skyrim.
Mostravano anche una maledetta intelligenza, quelle piccole finestre che davano sull'oceano della sua anima, di quella fine e calcolatrice che se usata male può causare un disastro dopo l'altro.
- Voglio contrattare. - disse all'improvviso, serio.
- Non si può annullare un contratto, nemmeno se è lo stesso mandante a richiederlo. Una volta in azione, la Confraternita non si ferma davanti a niente. -
- Risparmiami la prosopopea da assassina, per favore – rispose Gregorius, interrompendo la donna con un gesto della mano – non sei certo la prima che incontro, né a cui commissiono un omicidio. Dalle parti di Cyrodiil sono mille volti più discreti, efficienti e implacabili di voi. -
Ashlotte si morse un labbro, punta nel vivo dell'orgoglio. Aveva dato tutta sé stessa per rendere la Confraternita più forte e temuta che mai e un uomo ora si permetteva di sminuire il suo operato?
- Scegli con cura ogni parola con me, politico imperiale che altro non sei – sputò l'assassina, sprezzante – potrebbe essere l'ultima. -
- Calmati. Voglio solo parlare. -
Gregorius si sedette sulla panchina e fece cenno alla sua interlocutrice di fare lo stesso. Ashlotte non lo fece e l'uomo parve non farci nemmeno caso.
- Posso pagare di più, molto di più. -
- La Confraternita non cattura fuggitivi. Semmai, li uccide. - fece notare freddamente l'assassina, notevolmente irritata da quell'uomo e dalla piega che avevano preso gli eventi negli ultimi minuti.
- E tu, invece? Tu ami uccidere? -
La domanda spiazzò totalmente Ashlotte, lasciandola senza parole.
Se amava uccidere?
Ricordava ancora quando, sola al mondo, era costretta a vagare per le contrade mendicando il pane e vivendo alla giornata di qualunque lavoro riuscisse a trovare. Non si era mai prostituita, questo no: aveva un sacro rispetto del proprio corpo e mai lo avrebbe venduto in quel modo.
C'era stato un momento, però, in cui il mondo pareva seriamente intenzionato a rifiutarla ovunque lei andasse. Era sola e senza un posto dove andare, costretta a cibarsi dei resti dei cani e delle tigri.
La Confraternita l'aveva salvata, accogliendola tra le sue braccia. Erano stati premurosi con lei e le avevano donato un letto, un cibo, ma soprattutto un posto da chiamare casa.
Tutto questo pretendendo in cambio da lei solamente una cosa: fedeltà. L'unica che Ashlotte avrebbe potuto dispensare loro per sempre, oltre che ad una cieca gratitudine.
Uccidere le era parso un giusto prezzo per la sua salvezza.
Ma aveva mai amato davvero quello che faceva?
Non rispose a quell'ultima domanda né a sé stessa, né all'uomo dinnanzi a lei.
- Cosa vuoi? - disse invece, con un filo di voce.
- Voglio che catturi quell'uomo. Mi basta solo questo: trovalo, rendilo inoffensivo e comunicami la sua posizione. Manderò qualcuno a prenderlo. -
- E l'altro contratto? - osservò la donna, diffidente.
- Te lo ripagherò molto di più, almeno dieci volte tanto. Basta che fai finta di non averlo mai ricevuto. -
- La Confraternita... -
- Racconta una bugia. - la interruppe Gregorius – dì che l'hai ucciso e che hai trovato questi sul suo corpo. Potreste comprarci nuove armi, armature e magari abbellire il luogo dove vivete. -
Detto questo una mano dell'uomo scivolò all'interno della tunica rossa che indossava e ne estrasse un pugno di pietre preziose, luccicanti alla morente luce del sole. L'occhio attento ed esperto di Ashlotte riconobbe due zaffiri, tre smeraldi, un diamante ed una manciata di sancofiti, genchi, furleroni e murchine di svariata grandezza. Poi, come se non bastasse, si sfilò una collana di oro lavorato finemente con incastonato in un medaglione un rubino color del sangue, mettendolo affianco agli altri piccoli tesori.
- So che per alcuni di voi è una questione di religione – aggiunse Gregorius, fissandola dritto negli occhi – e se fosse così anche per te, nemmeno tenterei di convincerti. Magari non avete nemmeno bisogno di fondi... -
- ...in quel caso potresti donarli a chi ne ha più bisogno di voi, magari... -
- ...ad un bambino o ad una bambina soli al mondo e senza niente. -
Fu come una pugnalata al cuore. Quell'uomo le aveva lacerato il cuore e l'anima con poche, precise parole.
Lo sapeva? No, ma era facilmente intuibile. Gli assassini della Confraternita difficilmente provenivano dai ceti alti della società.
Ashlotte sospirò, guardando assorta quel cumulo di meraviglie davanti a lei. Anche solamente un solo smeraldo avrebbe potuto dare speranza ad una decina di bambini per molto tempo.
Chissà, magari uno di loro poteva essere una bambina come lei. Sola e rassegnata ad una vita di prostituzione e furto.
Non disse nulla. Prese ogni singola pietra, fino anche alla più piccola, e si mise al collo quella splendida collana d'oro. Magari quella l'avrebbe tenuta per sé: era davvero maledettamente bella.
- E va bene. - sussurrò. Emozioni contrastanti si alternavano nel suo cuore, che quel giorno appariva più caldo e pulsante del solito.
Ne possedeva davvero uno o si era oramai spento da tempo, soffocato dalla nera nebbia dell'omicidio?
- Sono felice che ci siamo intesi. - rispose Gregorius e per la prima volta sorrise. Era bello quando sorrideva.
L'uomo si alzò e fece per allontanarsi, quando ebbe un ripensamento e si fermò.
- Quando avrai fatto, sali su un tetto e guarda il cielo. Avrai presto mie notizie. -
Ashlotte rimase impassibile alle parole dell'uomo, senza tuttavia realmente comprenderle. Si sedette sulla panchina e tornò in attesa, gli occhi come quelli di un falco intenti a osservare la piazza di Solitude.
Poco dopo un corvo nero e dal becco tozzo e ricurvo si sollevò in volo, gracchiando. Un uomo vestito di rosso e dai capelli neri come l'ebano lo osservava allontanarsi.
- Confido in te,Jasper. -
Ero steso sul letto, lo sguardo assorto nelle vistose crepe del soffitto. Dio, quanto diavolo era vecchia questa locanda? Secoli?
Non riuscivo proprio a levarmi dalla testa le parole di Tevinias. Tutta questa storia mi sembrava ancora assurda e senza senso.
Eppure, era riuscita ad estraniarmi totalmente dalla mia vita di ogni giorno. Non avevo più cercato mia moglie, Alexandra, a Windhelm. Non avevo più contattato Ulfric o uno dei suoi generali.
Era come se la guerra tra l'Impero e i Manto della Tempesta mi stesse scivolando addosso, tenuta viva solamente dalla paura che provavo nei confronti dei piani dell'Imperatore. Sentivo di essere stato chiamato a qualcosa di più alto, una lotta più antica del tempo stesso.
Chi era il Creatore?
Ero sempre cresciuto nella religione dei Nove Divini: Akatosh rappresentava per me il creatore di questo mondo, il fautore dell'uomo e di ogni altra creatura.
E adesso questo Creatore senza nome mi veniva presentato senza alcun preavviso. Avrei voluto non crederci, ma come ignorare un incantesimo di tale portata? Nemmeno per un attimo avevo dubitato delle parole di Tevinias. Avevo scrutato nella sua mente, vissuto i suoi ricordi.
Lo stregone diceva il vero.
E allora qual'era la verità? Esistevano più dei?
Infinite divinità, che silenziosamente governavano infiniti mondi?
Mi apparve alla mente l'immagine di una bolla di sapone, che in sé ne accoglieva altre centinaia di migliaia. Un brodo primordiale cosmico in continua mutazione, mai saturo di sé stesso.
Il divenire che compone la realtà, statica solamente in questo principio.
Il divenire stesso.
Tutto questo pensare mi aveva fatto venire malditesta. Mi alzai dal letto, guardandomi attorno: Tevinias era andato a comprare qualcosa da mettere sotto i denti al piano di sotto. La fame mi stava lentamente divorando.
Un timore mi nacque nel cuore all'improvviso, quando i miei occhi caddero sulla finestra.
La notte stava per giungere, di nuovo. Il ricordo di quell'oscurità viva e concreta ancora mi tormentava, nei miei sogni.
Avrei voluto che le tenebre non giungessero mai più, che a Skyrim e nel mondo intero regnasse un giorno eterno, bagnato dal sole e sgombro dalle nuvole.
Avevo paura di quelle ombre, paura che potessero ghermirmi nel sonno.
Senza che me ne potessi rendere conto mi addormentai, mentre un rumore di passi riecheggiava lungo i gradini della scala appena fuori dalla porta.
Ero già quasi sopito quando Tevinias entrò con tre forme di formaggio e un poco di manzo freddo. Mi resi conto appena di come mi sprimacciò il cuscino e mi rimboccò le coperte con mani calde e premurose.
Lo stregone guardò quell'uomo quasi addormentato, invidiandolo senza volerlo davvero. A lui era da tempo immemore negato il privilegio del sonno.
Avrebbe voluto versare una lacrima, ma le aveva finite da tempo. Non restava che andare avanti, impassibile: la sua rassegnazione era ormai vecchia di centocinquanta anni. Un'eternità per lui, ma nulla se paragonato all'incessante scorrere del tempo stesso.
Cercò di non lasciar cadere lo sguardo sullo specchio alle sue spalle. Non voleva concedere ai suoi demoni personali quello spiraglio in più, lo avrebbero distrutto. Da tempo ormai le sue difese giacevano erose dalla follia e dalla maledizione, erette ora solamente a monumenti della sua imprudenza, della sua blasfemia.
Avrebbe dovuto resistuire quel tempo rubato contro la sua volontà, prima o poi. Di questo ne era certo. L'arrivo di Sebastian, l'avverarsi della sua visione, gli aveva donato speranza: una sensazione di calore si fece largo nel suo petto.
E se avesse davvero avuto quella seconda possibilità che tanto aveva sperato?
Tevinias si alzò, avanzando lentamente verso il centro della stanza. Si inginocchiò in silenzio, avvertendo solamente un vago senso di indolenzimento alle gambe, segno di una stanchezza che ancora lo attanagliava nel profondo.
E fece quello che continuava a fare da ormai più di un secolo e mezzo.
Tevinias pregò il Creatore socchiudendo le palpebre e con voce bassa, dolce e infinitamente morbida.
“Padre mio, perdonami
perché ho peccato.
Ho peccato così tanto
al punto da perderne la memoria.
Perdona il mio peccato
e tribolami finché devi,
affinché possa la salvezza infine
arridere al mio destino.
Ti prego, o padre mio...”


