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Autore: Dave1994    06/03/2013    3 recensioni
Skyrim, poco prima della resurrezione dei draghi e del ritorno di Alduin.
Una terra immersa nel mistero e nella magia...talvolta così antichi da trascendere persino il tempo stesso.
Due universi che si incontrano,per ridipingere un passato sconosciuto e incredibile.
Genere: Avventura, Fantasy, Mistero | Stato: completa
Tipo di coppia: Nessuna | Personaggi: Altri, Nuovo personaggio, Sorpresa
Note: Cross-over | Avvertimenti: nessuno
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Vi è un qualcosa di infinitamente morbido e dolce, precisamente al calar del crepuscolo, come un profumo più inebriante del caprifoglio nell'aria della sera.

Me ne resi conto scrutando l'orizzonte, dalla finestra di quell'appartamento fatiscente e trascurato sopra la Locanda dello Skeever Addormentato. Solitude alle mie spalle era sì fonte di rumore, ma la vista del sole morente oltre il risplendente lembo del Mare dei Fantasmi riusciva a infondermi un certo senso di pace e di meraviglia, come il suono prodotto da un'orchestra di superbi violini.

La luce del tramonto mi carezzò il volto e socchiusi gli occhi, godendo di quell'ameno spettacolo più che potevo. Erano così radi oramai i momenti di vera tranquillità, oramai!

Ero solo.

Un pigolio della mia remota coscienza mi suggerì il contrario. Avevo Tevinias al mio fianco, seppur stolidamente devoto ad una qualche sua fede pagana.

Tuttavia, era già qualcosa. Per tutta la vita mi ero accontentato di andare avanti, senza alcuna ambizione. E adesso che avevo trovato quanto di più simile ad un amico, un'anima affine alla mia, ancora esitavo.

D'un tratto, ripensai alla mia fanciullezza. Del resto, chi poteva mai essere Sebastian Orion?

Era solo un nome, nulla di fronte al prorompente scorrere della Storia. Un fiume eterno, travolgente, che muta ogni cosa.

Ripensandoci, non possedevo molti ricordi di me da bambino. Frammenti di immagini vorticarono convulsamente nella mia mente, una spensieratezza persa in fretta: sebbene fosse tutto sepolto oramai da tempo, ciò che più riuscì a colpirmi fu il profondo silenzio che aveva invaso la mia vita da un giorno all'altro.

Quelli dei miei genitori erano volti oramai sbiaditi, impossibili da rievocare con precisione. Eppure da loro avevo ereditato una caratteristica, una vocazione che presto o tardi mi sarebbe pesata sulle spalle più del greve acciaio di una mazza.

Erano dissidenti dell'Impero. Il loro odio per il dispotismo dell'Imperatore li aveva fatti incontrare, amare e subito dopo morire. Tuttavia, non prima che potessero mettere al mondo il frutto della loro unione. Me.

Un figlio unico, al quale venne presto strappato l'amore dei genitori. Scomparvero dalla mia vita con la stessa velocità con cui si erano incontrati, impiccati sotto il sole pallido di un qualunque giorno di una normale estate.

Da quel giorno la mia vita, quella di un innocente bambino di cinque anni, fu una lunga e ininterrotta sequenza di confusione, disorientamento, vuoto e domande alle quali mai qualcuno si degnava di dare una risposta: amici di famiglia si preoccuparono di me, sebbene sia impossibile definire un loro un autentico amore. Provavano per me un discreto affetto, che tuttavia mai mi colmò quanto il sentimento che ogni bambino dovrebbe provare lungo la sua crescita.

Un gatto passò in mezzo alla strada sotto ai miei occhi, mentre ero intento nel tentativo di ricordare quanto più potevo dei primi anni della mia vita. Lo vidi attraversare con pigra lentezza il marciapiede, fino a raggiungere il confine della boscaglia che costeggiava Solitude ad ovest. Sembrava vagare senza meta, poco risoluto nel trovarne una.

Un po' come me.

Tornai ad osservare il mare in lontananza, notando come la mia vita si fosse rivelata in realtà una mediocre sequenza di eventi collegati tra loro da una crudele logicità. L'odio per l'Impero mi era stato tramandato dai miei stessi genitori e da chi viveva con loro, militando alle spalle di quella belva immensa e soffocante al pari di un lembo di stoffa premuto sul volto.

Ero automaticamente entrato a far parte dei Manto della Tempesta, lasciando che fosse qualcun'altro a colmare i vuoti causati dal dubbio e dall'incertezza nella mia mente. In particolare era stato il carisma di Ulfric ad affascinarmi: la prima volta che lo ascoltai non potei fare a meno di esclamare tra me e me “diamine, non può essere che così!”, e da lì il passo nel diventare uno di loro a tutti gli effetti fu breve

Sì, l'Impero era pericoloso e l'uomo alla sua testa era un folle assetato di potere. Ma era lui, la vera minaccia?

D'un tratto mi venne in mente come ad infiammare il mio animo per la prima volta fu il concetto di libertà evocato da Ulfric durante il suo discorso. Lo fece con leggerezza, ignaro dell'effetto che le sue parole stavano facendo su di me. Disse qualcosa sul diritto alla libertà di religione, di pensiero e di parola, ma lo diceva senza realmente essere conscio della profondità di ogni parola pronunciata.

Mi interrogai sul vero significato di libertà qualche giorno dopo, mentre ero in viaggio verso un avamposto Manto della Tempesta al fine di segnarne gli effettivi armamenti e uomini. Essere liberi non significava impedire che qualcun'altro potesse usurpare i nostri costumi e le nostre tradizioni.

Quel giorno mi dissi che essere liberi voleva dire convivere in pace con le proprie scelte.

E secondo questo ragionamento, potevo forse definirmi libero? Un uomo che di scelte, alla fine, non ne ha mai davvero fatta alcuna?

Il mio compagno di viaggio, il buon Tevinias, era forse più libero di me sotto questo punto di vista. Braccato come una bestia, nel suo rimorso verso il passato aveva raggiunto un lucido stato di sovrannaturale percezione. Aveva delegato ad un altro ente naturale, un non meglio precisato fato comune, la possibilità di compiere delle scelte. Nella sua elegante follia, probabilmente era più in pace con sé stesso di quanto lo ero io.

E se noi eravamo il riflesso delle nostre scelte, allora io che cos'ero? L'immagine di altre persone?

Il pensiero stesso di una risposta mi dava i brividi.

 

 

Tevinias seppe di essere seguito nel momento stesso in cui richiuse alle proprie spalle la porta d'ingresso alla Locanda.

Era una sensazione pungente e ben precisa, di quelle che non si possono spiegare. Lo sapeva e basta, e la cosa lo infastidiva non poco.

Chi mai poteva darsi la briga di tendergli un agguato? Forse un ladro attratto soltanto dal suo sfoggio di potere e sicurezza?

Salì le scale della locanda con pacata quietezza, senza agitazione. Quando aprì la porta dell'appartamento affittato il giorno prima, vide Sebastian affacciato alla finestra aperta, lo sguardo perso all'orizzonte.

L'uomo si voltò verso di lui, sorridendo.

- Oh, finalmente. Credevo ti fossi perso. -

- Vedo che ti sei ripreso dal viaggio – osservò lo stregone, dando una benevola pacca sulla spalla dell'amico – bene, perché credo che a breve dovremo ripartire. La nostra sosta qua a Solitude è durata anche troppo, e non è passata nemmeno inosservata. -

- Che intendi dire? - domandò Sebastian, all'improvviso con un'espressione di profondo sconcerto. Nella sua mente si affacciò l'antica ombra della paura di essere catturato nuovamente e condotto al Palazzo Blu in catene.

- Qualcuno mi ha seguito fino a poco fa. Spero che si trattasse di banale furfante. -

Nonostante le calme parole del mago, quel funereo presentimento non cessò di abbandonare Sebastian.

 

 

Era stato facile per Ashlotte identificare Tevinias come il compagno di viaggio della sua preda. La veste da stregone sudicia e lacera sugli orli poteva essere caratteristica solamente di chi ha fatto un lungo e faticoso viaggio: inoltre, sapeva che a Solitude non vi erano stregoni ufficiali e l'uomo di qualche ora prima, quel Gregorius, l'aveva avvertita di un mago in viaggio con il fuggitivo.

L'Impero non si fidava particolarmente dell'arte magica, vista come sovversiva e irta di pericoli.

Silenziosamente l'aveva pedinato, scivolando di vicolo in vicolo come un'ombra furtiva. Era sicura di non essersi mai tradita e del resto era un'esperta in quell'arte.

E ora, eccola là. Davanti alla Locanda dello Skeever Addormentato.

Un attimo prima era una persona come tante, nella mischia generale del viavai cittadino. Poco dopo non c'era più, come un fantasma dai movimenti silenziosi e invisibili.

Prima o poi sarebbero dovuti uscire. Lo sapeva.

La sua mano scivolò nella tasca del suo abito in pelle leggera, l'ideale per muoversi inosservati e senza troppo baccano, e strinse i freddi gioielli che Gregorius le aveva dato poco prima per corromperla. Letteralmente.

Si fece coraggio, pensando che era per una giusta causa, e aspettò.

 

 

- E quindi, quando partiamo? - chiesi, con un pizzico di impazienza nella voce. Non vedevo l'ora di andarmene da quella città maledetta: ogni secondo passato in più era una mia probabile condanna a morte.

- Tra qualche ora. - rispose lo stregone, rovistando tra un mucchio di oggetti dei più disparati. Fecero capolino nell'inventario un paio di tende da viaggio, provviste, bussole e mappe di gran parte di Skyrim.

- La vera domanda è: dove andiamo, amico mio? -

La domanda mi lasciò spiazzato. Effettivamente ancora non avevo pensato a quale potesse essere la nostra metà. Certo era che più vicino a Windhelm e all'esercito di Ulfric, meno era probabile che un manipolo di scagnozzi dell'Impero ci sorprendesse nel cuore della notte.

- Windhelm, Tevinias – esclamai distrattamente, ripensando agli eventi delle notti precedenti – là saremo al sicuro per qualche tempo e potrò confrontarmi con Ulfric riguardo alla situazione attuale. Prima gli porto il resoconto delle sue truppe e meglio è. -

- Sta bene. -

Da quel momento in poi la conversazione si spense quasi del tutto, sebbene nella mia testa ancora continuassero a ronzare una miriade di dubbi.

Cosa ne sarebbe stato di noi?

 

 

Quando Ashlotte vide i due uomini uscire dalla locanda, ebbe un leggerissimo sussulto di trionfo. Era da un'eternità che aspettava e in tutta sincerità cominciava a sentire un terribile torpore alle natiche: era seduta su quella panchina da ore e il solo pensiero di un po' di movimento la elettrizzava. Non perse però la concentrazione e si mosse all'istante, celando la propria sagoma dietro un muro vicino: un distinto puzzo di fognature giunse alle sue narici, facendole storcere il naso.

Si sporse di un poco, senza dare nell'occhio. I due si stavano allontanando dalla piazza, diretti verso la porta ovest di Solitude.

Con uno scatto colmò la distanza che li separava da lei e se qualcuno fosse riuscito a udire i suoi passi, si sarebbe sorpreso di quanto risultassero leggeri sul lastricato della strada asserendo invece che sembrava scivolasse lungo il suolo.

Il sole era oramai tramontato e l'aria della sera già era calata su Skyrim. Ashlotte inspirò a piene narici ed estrasse l'arco, incoccando sul posto una freccia. Badò accuratamente di non ferirsi con la punta in metallo di questa: l'aveva intinta poco prima in una speciale sostanza, una firma della Confraternita Oscura.

Era sicura che avrebbe dato filo da torcere allo stregone.

L'assassina tese la corda, sollevando l'arco fino a stabilizzarlo orientato lungo una perfetta linea orizzontale le cui estremità andavano da lei all'uomo più alto dei due, un bastone di duro legno nero portato con fare sicuro dietro le spalle.

Con un breve sorriso lanciò la freccia, lasciando andare la corda con un leggero strattone. Un errore causato dalla stanchezza, ma per fortuna non grave: con un sibilo fendette l'aria...

...fino a colpire nel mezzo della schiena lo stregone, attraversandolo da parte a parte come se niente fosse.

Ashlotte sollevò un sopracciglio.

Come diavolo...?

 

 

Due uomini fuggivano furtivamente lungo il pendio del promontorio a fianco della città imperiale, diretti verso il porto.

- Secondo te c'era davvero qualcuno ad aspettarci fuori dalla locanda? - chiese il primo, guardandosi attorno con fare sospetto. Il più alto sorrise, dandogli una sonora pacca sulla spalla.

- Se sono furbo almeno la metà di quello che penso, mio caro Sebastian, credo che la mia illusione non ingannerà i nostri inseguitori a lungo. Dobbiamo sbrigarci. -

- Hai intenzione di rubare una nave? -

- Nessuno si accorgerà che abbiamo fatto sparire un brigantino. -

- Se lo dici tu... - disse Sebastian, poco prima di lasciarsi cadere lungo un dislivello erboso e irto di ciottoli. Avrebbe lamentato dolori per settimane.

- Ci aspetta un lungo viaggio, amico mio. - sussurrò Tevinias, indicando l'orizzonte lontano – attraverseremo il Mare dei Fantasmi e costeggeremo Winterhold. Spero che tu non soffra il mal di mare. -

- Ci conosciamo da poco, ma già ti detesto. -

 

 

Ashlotte era furiosa. Mai prima d'ora era stata ingannata a tal punto, e da un paio di ridicole illusioni! Nemmeno un leggerissimo sfarfallio, o un tremolare delle due immagini davanti a lei!

Corse a perdifiato in direzione della locanda, seguendo semplicemente l'istinto. Parecchio sopra la sua testa un corvo seguiva il suo inseguimento, gracchiando pigramente di quando in quando.

Avrebbe ucciso lo stregone per questo. Quella che a lei pareva in tutto e per tutto una vera offesa al suo onore le bruciava terribilmente all'interno del petto: gliel'avrebbe fatta pagare dieci volte tanto!

L'unico modo per lasciare Solitude senza passare dalle quattro porte poste agli angoli della città era il porto e una vocina nella testa di Ashlotte le urlava a gran voce che le sue prede erano andate da quella parte.

Quando arrivò là regnava il silenzio più assoluto lungo le varie navi ormeggiate sul molo. Anzi, adesso era sceso persino un discreto velo di nebbia e le prime morse del freddo attraversarono gli indumenti in pelle leggera di Ashlotte come se fossero cartapesta.

Poi, gli occhi dell'assassina si soffermarono su un brigantino solitario impegnavo ad abbandonare Solitude senza fare nemmeno un rumore. Scivolava sull'acqua velocemente e se non fosse stato per la sua sagoma, in controluce rispetto alle torce piazzate qua e là lungo il porto, Ashlotte nemmeno l'avrebbe visto.

Senza esitazioni raggiunse l'estremità del rilievo roccioso sopra il quale si trovava e spiccò un balzo aggraziato. Durante la sua discesa l'aria le scompigliò tutti i capelli, facendoli danzare attorno al suo volto: quando raggiunse il livello dell'acqua il suono del suo impatto contro la superficie liquida fu presto inghiottito dallo scrosciare delle onde contro gli scogli.

In pochi attimi Ashlotte incrociò la traiettoria del brigantino diretto ad est. Estrasse un primo pugnale dalla cintola e lo conficcò profondamente nel legno, ancorandosi saldamente alla chiglia della nave. Con una seconda lama cominciò una selvaggia arrampicata lungo il fianco dell'imbarcazione, che ora le parve quello di un'enorme balena.

Il momento era finalmente giunto.

  
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