Fisso stupita il ragazzo steso sul tappeto blu della palestra. Ha il fiato corto, la fronte imperlata di sudore e un rossore diffuso su tutta la faccia. È appena stato battuto… da me.
Quand’è che sono diventata così forte? No, perché io non me ne sono accorta. Io non sono forte, sì insomma, me la cavo, sono sopravvissuta ad un’edizione degli Hunger Games infondo, ma sono sopravvissuta, non ho vinto, è una cosa diversa.
Eppure vedendo questo ragazzo a terra, si direbbe che ho sempre fatto questo, che mi piace combattere. Qualcuno nella sala mi fa un cenno d’approvazione con la testa, qualcun altro è rimasto fermo a guardarmi. Diana è appoggiata ad una parete, ha sul viso un sorrisetto compiaciuto e quella faccia tosta che solo una favorita può avere.
‘Smettila di dire queste parole Jenna, quali favoriti? Non siamo più nell’arena, non siamo più in distretti diversi’
Già, certe volte mi dimentico cosa sta succedendo. Siamo nel distretto 13, siamo ribelli, ci opponiamo a Capitol City, portiamo rivolte negli altri distretti, stiamo costruendo una rivoluzione…che bella parola!
Diana si stacca dalla parete e con passi fluidi mi raggiunge, la guardo avvicinarsi. I boccoli ramati le ricadono morbidi sulle spalle e incorniciano un viso che sarebbe bello visto da qualunque prospettiva. Qualche piccola efelide le colora le guance, lunghe ciglia contornano i suoi occhi color ghiaccio. Sono identici a quelli di lui, identici. Scaccio il pensiero in fretta, non devo pensare ai suoi occhi. Invece mi concentro sul piccolo taglio che ha sul labbro, l’unico segno visibile sul suo corpo del combattimento che abbiamo avuto, il mio invece di corpo è tappezzato come una cartina geografica dei lividi che mi ha lasciato; nonostante il taglio però è bella comunque, forse anche di più. Chiunque la guardi penserebbe la stessa cosa: è bella e non fa nulla per esserlo, è bella e non potrebbe fare nulla per non esserlo.
Mi aspetto che si fermi davanti a me, ma non lo fa, invece mentre mi passa a fianco mi sussurra qualcosa nell’orecchio – I miei complimenti – dice con un tono in cui non riesco a capire se prevale l’ironia o il divertimento. In realtà le sue parole mi irritano un po’, non c’è niente di cui complimentarsi. Mi volto verso una parete della palestra su cui è appeso un grande specchio, guardo il mio riflesso e ci vedo dentro qualcosa di nuovo, o forse è solo qualcosa di vecchio, che era molto tempo che non vedevo più. Quel fuoco che ho negli occhi è qualcosa che non dovrei vedere, eppure è qua. È qua, penso toccandomi il petto.
Due giorni più tardi mentre partecipo ad una riunione al controllo, la Coin sta discutendo con alcuni uomini riguardo delle faccende militari. Dice che servono più uomini, più soldati, i soldati possono essere anche donne. La mia mano si alza. E senza neanche averci pensato prima mi rendo conto che voglio diventare un soldato. Voglio combattere affinchè tutto quello che abbiamo passato non si debba ripetere, affinchè nessun altro debba vivere quello che abbiamo vissuto. Voglio combattere per liberare mia sorella, Johanna, Peeta e ogni singola persona che Snow tiene in ostaggio per i suoi tornaconti. Voglio combattere per poter dire a me stessa che ho fatto tutto quello che potevo fare, per non avere rimpianti. Combatterò, perché è quello che voglio.
-Tu cosa? – Sam urla mentre mi chiede di ripetere parole che ha sentito benissimo – Ma sei pazza? È la guerra, Jenna, la guerra. Perché non me ne hai parlato? – chiede, sembra sorpreso e preoccupato, ma non direi arrabbiato, non veramente, ha solo paura per me, posso capirlo, anch’io ho paura per me. – Non lo sapevo neanch’io prima di oggi… - rispondo piano, lui strabuzza gli occhi –Lo hai deciso oggi?- sta urlando, poggio le mani sulle sue braccia per cercare di calmarlo – Voglio farlo, voglio combattere per quello in cui credo – dico convinta, lui scuote la testa – Tu non sai di cosa parli – afferma piano. Vorrei dirgli che si sbaglia, che so esattemente di cosa si sta parlando, che so esattamente che peso ha la decisione che ho preso. In realtà, io la guerra non so neanche cosa sia, ho vissuto tutta la mia vita in un paese in cui non era un’opzione, perché avrebbe voluto dire ribellarsi e noi non potevamo ribellarci. Ma ora è tutto diverso, Panem ha capito che può ribellarsi, Panem si è ribellata.
Lo so che non sarà una passeggiata, lo so che è la guerra, non sono gli Hunger Games, lo so che potrei non vedere mai la Panem libera per cui ho lottato, lo so che potrei morire. Ma so anche che non voglio starmene con le mani in mano, so che se c’è anche solo una piccola cosa che posso fare, voglio farla, voglio fare la mia parte, voglio prendermi una libertà che so di essermi guadagnata.
Ormai i corridoi del distretto 13 sono diventati i miei pensatoi, non faccio altro che rimuginare mentre cammino tra queste pareti bianche e di questi tempi non so quanto mi faccia bene pensare, perciò cerco di tenermi occupata ma soprattutto il più lontana possibile dai corridoi.
Eppure proprio adesso sono in un corridoio, voglio andare a trovare Finnick, ieri gli hanno detto di Annie. Non l’ha presa molto bene, lei è tutto quello che gli rimane, la persona più cara che ha, quella per cui darebbe la vita, saperla prigioniera a Capitol City gli ha spezzato il cuore. Lo capisco e per questo devo aiutarlo, per quello che posso, a superare il dolore, o quanto meno a trasformarlo in qualcosa che lo spinga a reagire.
Entro nella sua camera, ma Finnick non c’è, così chiamo un’infermiera e le mostro la stanza vuota chiedendole spiegazioni, questa diventa paonazza e scappa a chiamare qualcuno. Sento montare dentro di me la rabbia, non posso crederci, si sono lasciati scappare un paziente sotto gli occhi e non uno qualunque, un paziente che in questo momento è confuso e molto probabilmente sull’orlo di un crollo emozionale. L’avevo detto io che bisognava integrare i controlli. Proprio quando sto per andarmene una mano mi afferra la caviglia. Da sotto il letto spunta la testa di Finnick che si porta un dito sulle labbra facendomi segno di stare zitta, alzo gli occhi al cielo e fingo un’espressione di disapprovazione ma poi mi accovaccio e mi sistemo sotto al letto accanto a lui.
-Hai intenzione di far scoppiare il panico qui dentro? – gli chiedo a voce bassa trattenendo un sorriso e cercando di assumere, senza successo, un’espressione severa– Tu hai intenzione di far scoppiare il panico! Se non avessi avvisato l’infermiera non se ne sarebbero accorti - ridacchia senza nemmeno preoccuparsi di abbassare il tono di voce. Mi aspettavo di vederlo diverso, invece sembra che stia abbastanza bene.
– Sai, qua pensano che dato che siamo malati, allora siamo rimbambiti e si sentono in dovere di esserlo anche loro… ma è qui che si sbagliano perché io non sono rimbambito, né malato. Non capisco perché continuano a tenermi qui! – dice semplicemente, il tono di un bambino capriccioso che non vuole andare a scuola – Leggi il braccialetto che hai al polso – lo provoco sbirciando con la coda dell’occhio la sua reazione. Lui si porta il braccio davanti agli occhi, ma so che già l’ha già letto mille volte – Io non sono “mentalmente confuso” – protesta –Dimostraglielo – lo incoraggio.
Lui sembra pensarci un attimo sù – Io non sono affatto confuso, so benissimo cosa voglio, ma se non mi fanno uscire di qui non posso farlo! – mentre lo dice serra la mascella e stringe i pugni, mi accorgo solo ora che ha tra le dita il suo pezzo di corda e che ha le mani fasciate. – Che hai fatto? – chiedo prendendole tra le mie –Troppi nodi – mi risponde e solo ora realizzo quello che può aver passato in questi giorni, quanto possa essere stato male e quanto sia forte in questo momento a non farmi vedere nulla. Ma con me non deve essere forte, come me non ce n’è bisogno, con me può essere Finnick e basta.
-Avanti, sfogati! – lo incito alla fine, lui mi guarda di traverso – Non c’è niente di cui mi debba sfogare – bisbiglia guardando con sguardo vuoto la rete del materasso sopra di lui. Poi una alla volta le lacrime si fanno strada sul suo viso. Silenziose, all’inizio timide, poi sempre più numerose e sfrontate, fino a riempirgli gli occhi e bagnarmi la maglietta. Lo stringo al petto come fosse un bambino da proteggere dalle ingiustizie del mondo, solo che Finnick non è più un bambino e non c’è persona a questo mondo che abbia subito più ingiustizie di lui. – Annie – sussurra piano tra una lacrima e l’altra – La riporteremo indietro, te lo prometto – gli dico piano e la mia è davvero una promessa, che ho intenzione di mantenere.
Più tardi vengo convocata al consiglio, raggiungo la stanza delle diavolerie tecnologiche con riluttanza. Ultimamente stanno diventando parecchio asfisianti queste convocazioni, arriveremo al punto che mi chiameranno anche per rendermi partecipe alla scelta di quale fazzoletto sia più opportuno per soffiarsi il naso!
‘Forse per loro la tua opinione è importante’
Non diciamo sciocchezze, perché dovrebbe esserlo?
Quando entro nella sala noto con piacere che c’è poca gente, solo Haymitch, Plutarch con vicino una donna che gli parlotta all’orecchio e un altro paio di personaggi che credo siano di un certo rilievo, ovviamente seduta al centro del tavolo su una sedia di pelle nera c’è Alma Coin. L’unica che stona in questo quadretto sono io. Rompo il silenzio che regna nella stanza e parlo per prima – Perché sono qui? – chiedo senza troppi giri di parole, nessuno risponde – Siediti – dice la Coin, la capigliatura grigia è più perfetta che mai. Non mi siedo. –Perché sono qui? – chiedo ancora, di nuovo nessuna risposta. Decido di sedermi, quanto meno starò comoda ad ascoltare questo silenzio, penso, ma appena mi siedo la Coin schiude le labbra – Ho una proposta da farti, Anna – annuncia subito in tono amichevole. Mi chiedo quand’è che siamo entrate così in confidenza. – Come tu ben sai il nostro piano è stato fin dall’inizio quello di portare avanti una rivolta sfruttando il simbolo su cui la gente aveva fondato le sue speranze, la Ghiandaia Imitatrice. – fa una breve pausa e si inumidisce le labbra – Per ovvie ragioni abbiamo ritenuto che la cosa migliore fosse che Katniss Everdeen impersonificasse questo simbolo. Ma ahimè ora le nostre convinzioni vacillano…- sposta il suo sguardo su tutte le persone nella sala e poi riporta i suoi occhi su di me, si prende del tempo prima di parlare – Non siamo più così sicuri che Katniss Everdeen possa ricoprire questo ruolo. Ha dimostrato di essere ancora emotivamente instabile, le servirebbe più tempo per stabilizzarsi, ma noi non abbiamo tempo. – si ferma ancora una volta, gli occhi fissi nei miei – Ecco perché avevamo pensato che tu potessi essere una valida opzione. – dice alla fine palesando le sue intenzioni. Questa non me l’aspettavo.
Pian piano tanti piccoli eventi cominciano ad acquistare un significato e come pezzi di un puzzle vanno ad incastrarsi formando una figura che ora mi appare chiara. Il primo giorno che sono arrivata Haymitch ha detto qualcosa alla Coin e lei si è subito interessata a me quando prima non mi aveva degnato di uno sguardo, i continui inviti alle riunioni, la frase inaspettata dell’ex mentore: “Katniss Everdeen si è svegliata, ma noi continuiamo ad aver bisogno del tuo aiuto”… ora torna tutto. Da quant’è che avevano questo piano in mente? Perché me l’hanno detto solo ora? Ma soprattutto, come hanno potuto pensare che io sia meno mentalmente instabile di Katniss?
Mentre mi tormento di domande, mi accorgo che tutti i presenti sono in religioso silenzio aspettando di sentirmi parlare. Ma io non parlo.
– Diavolo dolcezza, dì qualcosa, qualsiasi cosa! – Sbotta alla fine Haymitch, mi volto a guardarlo ma non rispondo. Lentamente sposto lo sguardo su ognuno di quelli che sono nella stanza, poi mi alzo e con una calma che stento a riconoscere come mia, abbandono la sala. Per la seconda volta scappo da questa stanza, solo che a differenza della prima, stavolta non corro, ma anzi cammino più lenta di quanto credevo di poter essere, questa volta nessuno mi impedisce di andarmene, nessuno cerca di fermarmi.
Non so esattamente come mi sento e non voglio sprecare troppo tempo a pensarci, so solo che questa mossa non me la sarei mai aspettata, mi ha colto alla sprovvista e non mi piacciono le cose che mi fanno sentire impreparata. Quindi questa cosa non mi piace. È un concetto semplice, lineare, quello che mi ci vuole per affrontare la questione. Meno penso e meglio è, meno penso e meglio è, meno penso e meglio è…devo smetterla di pensare, come faccio a smettere di pensare?
Ci sono solo due persone che riescono a farmi spegnere il cervello, una è identica a me ed è prigioniera di Capitol City, perciò rimane solo l’altra. Così mi metto a cercare Sam, ma inaspettatamente è lui che trova me. – Ehi, ti stavo cercando – dice accarezzandomi un braccio – Anch’io – confesso abbandonandomi ai brividi che mi provocano le sue dita. Mi abituerò mai al suo tocco? Ogni volta sembra la prima. – Cos’hai? – mi chiede prendendomi il viso tra le mani – Niente, ho solo bisogno di distrarmi, ti prego Sam, non fammi pensare a niente – lo imploro e lui sembra capire al volo – Vieni – dice intrecciando le sue dita con le mie. Mi lascio trascinare ovunque abbia intenzione di portarmi senza pensare a nulla, infondo è proprio questo quello di cui ho bisogno.
È solo quando mi fa salire nell’ascensore che comincio a connettere, mi sta portando fuori. Mi sta portando fuori. Dopo tutto questo tempo sottoterra, che mi pare un’eternità, mi sta portando fuori.
Chiudo gli occhi cercando di godermi ogni singola sensazione. L’aria fresca che il vento muove mi arriva in faccia e mi informa che non siamo più nel sottosuolo del distretto 13, l’odore di terra mi riempie le narici e il cinguettio di qualche uccello in lontananza mi solletica le orecchie. Mi sento bene, mi sento viva. Apro gli occhi e a completare quel meraviglioso quadro disegnato dai miei sensi, la vista mi fa l’ultimo regalo. Pochi centimetri mi separano dal viso di Sam, dai suoi occhi dello stesso colore del cielo che ho sopra la testa, dalle sue labbra che ora più che mai mi sembrano la cosa più allettante che ci sia a questo mondo. Ed è a quelle labbra che mi aggrappo, è su quelle labbra che cerco la conferma di una certezza che già ho, lui c’è sempre stato, lui ci sarà sempre. Da sempre, per sempre.
Ed in un attimo di acuta debolezza, lascio che siano quelle stesse labbra a trasportarmi in un altro mondo. Un mondo in cui non ho bisogno di pensare, in cui ho bisogno solo di lui, delle sue labbra sulle mie, delle sue dita sulla mia pelle.
Sento quasi dolore fisico quando si stacca dalla mia bocca, ripiombo nel mondo reale, il cervello si riconnette. Mugugno un verso simile al lamento di un gatto e lo cerco di nuovo, lui senza farsi pregare mi regala un altro bacio, poi si allontana quel centimetro che gli basta per parlare – Dobbiamo ritornare sotto – bisbiglia con un tono che dovrebbe essere convinto, ma non lo è – Ma siamo stati due minuti – protesto e lo bacio di nuovo, risponde al bacio, rimandando temporaneamente i suoi tentativi di essere convinto. Quando si stacca ancora, cerca di avere un’aria seria, ma si lascia sfuggire un sospiro di troppo, così sto per ritornare all’attacco per cercare di rimanere ancora un po’ qui, ma Sam mi mette le mani sulle spalle per riuscire a tenermi lontana per dì più di due secondi dalla sua bocca. – è circa un ora che siamo qui fuori – mi corregge sforzandosi di mantenere le distanze, perché sa già che con un altro bacio ogni sua convinzione crollerebbe. Non posso negare che mi piaccia questo piccolo potere che ho su di lui, che è lo stesso che lui ha su di me. – Solo un altro po’ – piagnucolo tirandolo per la maglia verso di me – Jenna – mi chiama quando siamo ad un soffio di distanza – Dobbiamo. Tornare. Ora. – dice separando con un piccolo bacio sulle labbra ogni parola dall’altra. Metto sù una finta espressione imbronciata, perché alla fine ha vinto lui, stiamo risalendo, ma la verità è che gli sono infinitamente grata per avermi regalato queste ore di respiro in mezzo a queste settimane di apnea.
Tornata nel sottosuolo, con la vivacità di una talpa cerco un posto per nascondermi fin quando non avrò le idee un po’ più chiare, così mi avvio verso l’armadio del materiale scolastico, ormai passo più tempo lì che in qualunque altra parte del distretto. Apro distrattamente un’anta, ma invece delle scatole di colori mi trovo davanti un viso. Perché Katniss è qui dentro?
Mi guarda attraverso le dita, ha le mani sul viso e le ginocchia al petto. Per un attimo sono tentata di cacciarla via, questo è il mio armadio ed ero venuta qua per starmene da sola. Ma suppongo che non posso farlo, ha un’aria così sconsolata…anche lei per un secondo sembra valutare le mie intenzioni, poi si sposta un po’ più in là lasciando libero un po’ più di spazio. È un invito a sedermi?
Così mi accovaccio accanto a lei, mentre ritorna a coprirsi il viso con le mani. Dev’essere successo qualcosa se sta così, qualcuno al comando liquiderebbe la faccenda dicendo che è “mentalmente confusa”, ma io no, dato che alla fine, non mi sento meno confusa di quanto lo sia lei.
-Sei vivo – sussurra premendosi i palmi delle mani sulle guance, ha sulla faccia un sorriso così largo che sembra quasi una smorfia. Il suo improvviso cambiamento d’umore mi destabilizza, la guardo di sottecchi, il suo viso è un puzzle di emozioni, poi senza che le abbia chiesto nulla, inizia a parlare. E non la smette più,il che mi preoccupa perché stiamo parlando di Katniss, per quel poco che la conosco, posso dire che non è un tipo di molte parole.
Così scopro che poco fa sugli schermi di tutta Panem è apparso Peeta. Ha chiesto un cessate il fuoco, che qui nessuno considererà, ma in quei distretti in cui la ribellione non ha ancora fatto brecccia completamente che peso avranno le sue parole?
Katniss nonostante tutto è felice, glielo si legge in faccia, Peeta è vivo e questa nuova notizia per un attimo sembra occupare tutto lo spazio di cui dispone la sua mente. Poi arrivano le preoccupazioni: il pericolo che possano fargli del male, che lo usino per contrastare i ribelli, che gli mettano in bocca parole non sue.
Più parla e più mi rendo conto che si vede lontano un miglio che è innamorata di quel ragazzo, ora deve solo trovare il coraggio di ammetterlo a sé stessa.
Dopo un tempo che mi pare infinito chiude la bocca e si gira verso la parete dell’armadio dandomi le spalle, come se non mi avesse mai parlato.
-Come l’hai trovato questo posto? – chiedo non sapendo bene cosa dire – Me lo ha mostrato Finnick- dice mentre accarezza i disegni sulla parete che qualche settimana fa ci divertimmo a fare proprio io e lui – Ma non so come abbia fatto a trovarlo lui – aggiunge poco dopo – Ce l’ho portato io – dico e le mie labbra si piegano in un piccolo sorriso: doveva essere un posto segreto, per stare da sola ed è diventato più affollato dei corridoi di questo distretto.
- E tu come l’hai trovato? – chiede voltandosi, sul viso un’espressione interessata. Alzo le spalle – Ero arrabbiata col mondo, volevo un posto in cui nascondermi e l’ho trovato. Suppongo che questi posti abbiano una specie di calamita che ti attira, più sei depressa e più trovi posti come questo – rispondo, la guardo mentre accenna un sorriso – Deve aver attirato anche me. È stato il primo posto a cui ho pensato quando sono scappata dalla sala del controllo – dice cingendosi le gambe con le braccia. - E così non sono l’unica che se la da a gambe...- perché l’ho detto? Doveva rimanere un pensiero invece sono uscite le parole.
Dalla bocca di Katniss invece esce una risatina isterica – Devono essere tutti quegli aggeggi tecnologici, fanno un po’ paura non trovi? Non ti fanno paura? – sorrido anch’io – Io ho paura dei capelli della Coin – rispondo, stavolta non si sforza di trattenere la risata – Già, sono così…grigi – dice facendo una smorfia – E compatti – aggiungo , lei annuisce – Sembrano di pietra – commenta – Cos’è che non è di pietra in quella donna? – dico creandomi un’immagine mentale della rigidissima presidente.
All’improvviso mentre l’atmosfera si è alleggerita un po’ e noi cominciamo a scioglierci, mi rendo conto che abbiamo più di una cosa in comune. Tanto per cominciare abbiamo paura dei capelli della Coin, non male per due vincitrici!
In effetti condividiamo molto di più di questo: l’essere condannate a recitare una parte che non ci appartiene, la preoccupazione per le persone che amiamo, il peso delle nostre scelte… già, forse dovrei chiedergli cosa ha intenzione di fare, qui tutti non fanno che aspettare la sua risposta, o la mia…ma dato che la mia non arriverà, devo sapere se ha intenzione di diventare il modello che tutti già vedono in lei.
- Katniss… - la chiamo, lei si gira e mi fissa aspettando che continui a parlare. Come faccio a dirlo? È un argomento delicato…
- Ecco… io mi chiedevo… sì, insomma… -
‘Oh al diavolo Jenna, sputa il rospo!
-Che hai intenzione di fare? – domando alla fine vuotando il sacco, lei fa finta di non capire – Lo sai quello che tutti si aspettano da te… - comincio sbirciando la sua reazione – Ma nessuno sa quale sarà la tua decisione – concludo guardandola. Lei si prende il suo tempo per pensare – La verità se proprio vuoi saperla, è che non penso di essere adatta per questo ruolo. Io… - scuote la, un verso le sfugge dalla bocca.
- Ma hanno bisogno di te… abbiamo bisogno di te – sussurro cercando di accendere in lei qualcosa. E qualcosa si accende, ma non esattamente nella direzione che volevo – Non è vero! – dice scuotendo forte la testa - Loro… io… tu! – urla esasperata.
Oh già, ora sì che è tutto più chiaro!
– Temo che dovrai essere un po’ più chiara di così – dico cercando il suo sguardo, il grigio dei suoi occhi incontra il nero dei miei – Ci saresti sempre tu… - dice, stavolta con voce molto più bassa.
-Ma che dici? – come ha fatto il discorso a prendere questa piega?
- Oh andiamo… non fare finta di niente, non mi offendo mica! Lo so che pensano che sia una ragazzina confusa che non sa prendere decisioni… è per questo che l’hanno chiesto anche a te, ci hanno ripensato – dice appoggiandosi con le spalle alla parete dell’armadio.
Ora sono io a scuotere la testa – Acoltami Katniss, io non ho nessuna intenzione di accettare la loro proposta, non ho mai neanche preso in considerazione la cosa. Non sono l’eroina che loro si aspettano e non ho intenzione di diventarlo – dico, dura come il marmo, fredda come il ghiaccio.
Non risponde e io non aggiungo una sola parola.
Per un po’ rimaniamo così a fissare pareti diverse dello stesso armadio pur di non doverci guardare, poi quando il silenzio è diventato abbastanza pesante da sbiadire le parole che ci siamo dette prima, parla all’improvviso - Perché credi che l’abbia detto? – domanda, non c’è bisogno che specifichi di chi sta parlando, scommetto che anche mentre faceva finta di parlare d’altro la sua mente è rimasta sempre a Peeta.
- Non lo so… - ammetto non sapendo cosa risponderle. O forse lo so e lo sa anche lei, ma anche solo pensarle certe cose fa male, figuriamoci dirle. Ma lei non so dove, trova la forza di farlo – Pensi che l’abbiano torturato? – chiede, ma è ovvio che non accetterebbe una risposta che non sia negativa. Ma Peeta è prigioniero di Capitol City, non so fino a quanto ci vadano leggero con lui. Dovrei metterla di fronte al fatto che le cose potrebbero andare anche in una maniera diversa da quella che spera, potrebbero essere già andate in una maniera diversa da quella che spera.
Ma non lo faccio. Penso a mia sorella, anche lei prigioniera di Snow, e mi dico che un po’ di speranza in più non fa mai male, per entrambe.
- Potrebbero averlo convinto – dico infatti proponendole un’ottima alternativa a cui aggrapparsi– Potrebbe aver stretto un accordo con Snow e ha dovuto chiedere un cessate il fuoco per rispettarlo – continuo – Accordo per cosa? – chiede con aria perplessa. La facevo un po’ più perspicace.
- Per te. Così da poterti dipingere come una ragazza incinta e confusa che si lascia influenzare dai ribelli senza avere idea di cosa sta succedendo. In questo modo, se i distretti dovessero perdere, recitando la parte che ti è stata affibiata, avresti ancora qualche possibilità di clemenza – continua ad avere quell’aria perplessa che mi convince del fatto che sia meno sveglia di quanto sembri.
- Katniss… lui sta ancora cercando di tenerti in vita – dico lentamente, come se così potesse capire meglio il concetto.
E sembra funzionare, qualcosa dentro di lei comincia a muoversi. Poi anche fuori, le blocco il braccio che agita convulsamente nella mia direzione – Non può esserci un cessate il fuoco – dice con gli occhi spiritati – Non possiamo tornare indietro. Qualunque ragione avesse per dire quelle cose, Peeta si sbaglia – le blocco anche l’altro braccio – So che farà qualsiasi cosa per convincermi del contrario, ma non può esserci un cessate il fuoco – continua.
La guardo negli occhi – La domanda è: cosa farai tu? – si libera dalla mia presa e solleva leggermente le braccia come ricordando le ali di un uccello. Quell’uccello. Poi ritornano lungo i fianchi – Sarò la Ghiandaia Imitatrice – dice guardando avanti a sé, poi gira la testa verso di me – E tu che farai? – mi chiede e la sua domanda è come un lampo che mi illumina dentro. La mia bocca si piega in un sorriso storto – Sarò le tue ali - .
Angoletto dell'autrice depressa: Bene, eccomi, non sono sicura che interessi a qualcuno, ma ho aggiornato...
Non è particolarmente brillante nè niente, ma mi servono questi capitoli per andare avanti, comunque sia, non penso nemmeno sia completamente da buttare, non so, ho scritto di meglio, ma anche di peggio perciò...
Comunque, non so da dove mi sia venuta l'idea, ma ho pensato che fosse carina la storia della Coin che chiede a Jenna se vuole essere lei la Ghiandaia Imitatrice, ovvio che non poteva essere lei, infatti ho avuto la decenza di non storpiare così tanto quello che ha scritto la Collins. Però quest'idea mi piaceva, anche perchè all'inizio quando Katniss era ancora confusa e instabile la Coin durante una riunione aveva detto espressamente che avrebbero dovuto salvare Peeta al suo posto, quindi il fatto che abbia chiesto a Jenna di rimpiazzarla, mi sembrava potesse essere abbastanza credibile. Fatto sta che la nostra Jenna ha deciso come al solito di rimanere nell'ombra e di essere le "ali" della Ghiandaia Imitatrice.
Spero che ci sia qualcuno che voglia lasciarmi la sua opinione, è davvero molto importante!
Ringrazio tantissimo Hoshi98 per averlo fatto lo scorso capitolo!
A presto, Akilendra


