A
New Brother.
Deb’s Corner:
Saaaaalve! Eccomi
qua con la mia raccolta di shottine sui Jonas
Brothers da piccoli. Idea che mi è
venuta una sera e che ho subito comunicato alla mia adorata sìster. Lei infatti
mi ha suggerito il titolo della raccolta. Le shottine
verranno postate senza un ordine preciso, quando mi va e se mi va xD Intanto
continuerò la mia long “With Me”. Vi amo, girrrrlz
;D
Quindici
agosto 1989. Casa Grande, Arizona.
Il
piccolo Kevin Jonas stava correndo per i bianchi corridoi dell’ospedale, senza
sapere dove andava. Aveva tre anni appena, ed era eccitatissimo perché presto
avrebbe avuto un nuovo fratellino con cui giocare.
‹‹Ehi,
Kevin, fermati, la stanza della mamma non è da quella parte!›› gridò suo padre
Paul.
Strano,
eppure quei corridoi per il bambino erano tutti uguali, chissà come faceva a
distinguerli.
‹‹E
dov’è? Io voglio giocare con il mio fratellino nuovo!››.
Paul
sorrise; il suo figlioletto era felicissimo, l’enorme sorriso che si era
stampato sul suo volto alla notizia che era ufficialmente un fratello maggiore
non lo aveva ancora abbandonato.
‹‹Vieni,
è da questa parte›› lo prese per mano e lo guidò in una stanza, bianca, come
tutto lì dentro.
‹‹Mamma!››
esclamò Kevin. ‹‹Mamma, mamma! Fammi vedere, fammi vedere il mio fratellino!››.
Poi la sua eccitazione svanì quando la vide a mani vuote. ‹‹Dov’è Joseph?››
chiese allarmato, guardando a destra e poi a sinistra.
‹‹Sta
dormendo qui, in questa culla›› disse dolcemente la madre, appoggiando la mano
sul bordo della culla posizionata accanto al suo letto.
Il
bambino si avvicinò e si mise sulle punte dei piedi per sbirciare il fratellino
che ancora non conosceva, senza riuscirci.
Denise
lo fece avvicinare e lo prese in braccio; si mise in ginocchio sul letto e
guardò nella culla. Il piccolo Joseph stava dormendo tranquillamente, a pancia
in su, seminascosto dalla copertina azzurra, leggera visto il caldo asfissiante
che in quegli ultimi giorni aveva colpito la città.
‹‹Com’è
piccolo, mamma!›› esclamò meravigliato. ‹‹Anche io ero così piccolo quando sono
nato?››.
Denise
e Paul sorrisero al ricordo della nascita del primogenito.
‹‹Sì,
Kevin. Anzi, eri ancora più piccino›› rispose la donna, scompigliando i suoi
ricci castani.
‹‹Wow.
E quando posso giocare con lui? Quando si sveglia?›› domandò impaziente.
‹‹No,
Kevin, qui in ospedale non si può giocare, e..››
‹‹Quando
torniamo a casa posso? Eh? Eh?›› la interrupe lui.
‹‹No, ometto,
è ancora troppo piccolo per giocare›› spiegò il padre. ‹‹Tra un po’, quando
sarà abbastanza grande, potrai insegnargli a giocare, e passerete tanto tempo
insieme››.
Kevin
abbassò lo sguardo sconsolato verso il neonato che ronfava spensierato.
Avevano ragione, era troppo piccolo per giocare. Ma lui era un bambino paziente, avrebbe aspettato, gli avrebbe insegnato a camminare, a parlare e anche a giocare. Doveva solo aspettare qualche giorno. O almeno così credeva lui. Nessuno gli aveva ancora spiegato che i neonati avevano bisogno di più di un paio di settimane per essere in grado di fare certe cose.


