Presentazione
Ciao a tutti, non so perché ma ho avuto il desiderio di scrivere questa storia ispirata liberamente a “Evelina” di Fanny Burney.
Ogni persona o fatto raccontato è frutto della mia fantasia e non è ispirato a niente di reale.
Non so se questa storia possa valere qualcosa, però, se vi va, fatemi sapere che cosa ne pensate...
Grazie a chiunque leggerà questa storia.
Shaara
Capitolo 1
Tutto iniziò quando zio Antonio ricevette quella telefonata.
"Greta, che succede? Come mai hai chiamato a quest’ora?"
Era insolito: Greta, una cara amica di zio, non chiamava mai dopo le dieci di sera, tanto meno di domenica. Doveva essere accaduto qualcosa di grave, così mi avvicinai per ascoltare.
"Oh, no! Mi dispiace tanto!" disse zio, facendomi cenno di avvicinarmi. "Sì, mi ricordo… mi avevi parlato della malattia di Ugo, ma non avrei pensato che sarebbe stato così presto."
Quando gli fui accanto, mi posò una mano sulla spalla.
"È Greta, te la ricordi?"
"La tua amica d’infanzia? Quella signora simpatica che porta sempre un cappello?"
Zio annuì, coprendo la cornetta con la mano libera.
"È morto il marito. Tieni, dille qualcosa."
Quando presi il telefono mi sentivo stordita. Del marito della signora Greta ricordavo poco: sapevo solo che era molto anziano, ricco, reduce di guerra, e che viveva con lei in una villa sul lago di Bracciano. Ci ero stata da bambina, in una casa enorme con una torretta merlata, un parco immenso e giardini fioriti. Fu lì che conobbi sua nipote Alina, più o meno della mia età: capelli scuri, apparecchio ai denti e un’aria timida che la rendeva sempre seria. Eravamo diventate subito amiche: lei diceva che ero buffa e la facevo ridere, anche se non ho mai capito se lo pensasse davvero o solo per compiacermi.
Poi eravamo tornate in Sardegna. Per un po’ ci eravamo sentite al telefono, qualche volta era persino venuta a trovarmi. Con il tempo, però, l’amicizia si era allentata e ormai eravamo quasi estranee: se mi fosse passata accanto, probabilmente non l’avrei nemmeno riconosciuta.
"Forza Clem, dì qualcosa a Greta."
"Mi dispiace tanto, signora Ruda. Ma adesso cosa farà? Continuerà a vivere nella villa sul lago di Bracciano?"
"Clementina, che domande!" disse zio, riprendendosi il telefono. La sua voce si fece più grave. "Comunque Clem ha ragione, non vorrai mica restare sola in quella casa. Perché non vieni a Muravera per qualche giorno? È quasi primavera, potresti stare un po’ con noi. La mia bambina ha finito gli studi."
Alzai gli occhi al cielo: dubitavo che alla signora Ruda importasse qualcosa.
"Sì, sì, ha fatto il liceo Giordano Bruno."
"Zio…" sussurrai. "Ho finito l’università, non il liceo."
Lui fece finta di non sentirmi.
"Sì, certo che sta cercando lavoro! Magari come segretaria?"
Il cuore mi si fermò. "Zio, sono ingegnere!" balbettai, ma lui non mi ascoltava.
"Sì, è una ragazza intelligente. Come sua madre… se solo non fosse stato per quel brutto ceffo…"
Sbuffai infastidita. Quel brutto ceffo era mio padre, Mauro Sanjust: un nobile decaduto, noto per il suo cinismo. Tra i suoi molti peccati, il meno grave era stato sedurre mia madre e abbandonarla incinta a diciannove anni.
Zio sosteneva che mamma non fosse fragile, che tutte le colpe spettassero a lui. Persino la malattia che la portò via poco dopo la mia nascita gli veniva attribuita, anche se in paese si mormorava che la vera responsabile fosse mia nonna, Dolores Fumagalli, un’attrice milanese tanto bella e ricca quanto priva di scrupoli.
Dolores, a detta di zio, aveva costretto mio nonno a sposarla quando lui era poco più che un ragazzo. Dopo appena un anno di matrimonio lo abbandonò con una figlia in fasce, mia madre Carolina, e fuggì con un regista spagnolo. Mio nonno non si riprese più: in pochi mesi morì di un male misterioso. Fu così che zio Antonio, parente alla lontana, si prese cura di mia madre come fosse sua figlia.
Carolina, dicevano tutti, mi somigliava moltissimo: carnagione chiara, capelli rossi, occhi azzurri. Tranne per il taglio un po’ all’insù, ereditato da Dolores. Era una ragazza bellissima, modesta e amata da tutti, finché, a diciassette anni, mia nonna non tornò a reclamarla con lacrime e promesse. Zio si lasciò intenerire e la lasciò andare. Fu un errore: Dolores non era cambiata.
Convinta da lei, a diciotto anni mia madre sposò Mauro Sanjust. Lui, altezzoso e arrogante, non si fece scrupolo ad abbandonarla quando si stancò. Dolores, invece di sostenerla, la accusò di non sapersi tenere il marito. Dopo furiose liti la riportò da Antonio, incinta, e sparì di nuovo. Poco dopo la mia nascita, mia madre si ammalò e morì, lasciandomi solo con zio.
Di mio padre nessuna notizia: non mi riconobbe mai, e questo fece infuriare Antonio e alimentò i pettegolezzi del paese. Crescere in un luogo così piccolo, dove nulla restava segreto, non fu facile. Con il tempo si diffuse la convinzione che sulla mia famiglia gravasse una maledizione: la maledizione dell’amore.
Don Filippo, il decano, consigliò ad Antonio di farmi crescere in convento e tirarmi fuori solo per il matrimonio. Ma i tempi erano cambiati e nessuno voleva combinare nozze con una ragazza senza padre né cognome. Così zio prese un’altra decisione: mi avrebbe cresciuta come si faceva un tempo, sorvegliata a vista, obbediente e timorosa di Dio. E soprattutto degli uomini. Tutti gli uomini.
Forse era per questo che, a ventidue anni, dopo una vita allevata come la più pudica delle vergini, non avevo mai neanche sfiorato un maschio.
"Certo! Certo che sta cercando un lavoro" disse Antonio, ridestandomi dai miei pensieri.
"Lo sta cercando qui vicino, ma a Muravera non cercano molte ingegneresse... Comunque non c’è fretta, può restare qui con me finché non si sistema..."
Alzai gli occhi al cielo: odiavo quando zio cominciava a parlare del mio futuro. Ma, a giudicare dal colorito pallido del suo viso, Greta doveva avergli detto qualcosa che l’aveva lasciato interdetto.
"Cosa? Venire da te? Io non credo che sia una buona idea. Non credo proprio che Clem possa allontanarsi da Muravera..."
Antonio cominciò a guardarmi con aria tesa, poi abbassò lo sguardo su una mattonella, strisciando la scarpa su una macchia immaginaria.
"Di che cosa state parlando?" domandai, allungando l’orecchio verso la cornetta.
Antonio mise di nuovo una mano sulla mia spalla.
"Greta vorrebbe che andassi da lei per farle compagnia."
"Sul lago di Bracciano?"
"Sì, ma tu vorresti andare? Tutta sola, in quella grande casa..."
"Certo!" gli dissi, traboccando di gioia. Finalmente sarei uscita dalla Sardegna, mi sarei allontanata da Muravera, un paese bellissimo per carità, ma piccolo. Piccolissimo.
"Sì!" esultai. "Dille di sì, potrei esserle d’aiuto."
Antonio tolse le dita dalla mia spalla.
"Senti, Greta, ci dobbiamo pensare. Tu sai della maledizione... Sai che vivere lontano da qui potrebbe esporre la bambina al pericolo."
Alzai gli occhi al cielo, pregando tutte le Madonne di cui ricordavo il nome. Greta disse qualcosa e zio cominciò a camminare avanti e indietro con fare ansioso.
"Lo so, lo so che la terresti sotto controllo, però cerca di capirmi, non è pronta."
"Ancora con questa storia della maledizione?" sospirai, poi mi feci coraggio. "Zio, ho promesso che manterrò la mia parola. Non mi toccherà nessun uomo, tranne mio marito. Un marito che prima dovrà avere il tuo consenso. Zio, non ti deluderò. Devi credermi."
Antonio sospirò profondamente, poi abbassò gli occhi e chiuse il telefono.
"Mi dispiace, Clem, ma è troppo presto. Non sei pronta per affrontare il mondo. Non ancora."
Nota dell’autrice:
Ciao a tutti, non scrivo più dal 2022, quando mio padre si è ammalato. Nel febbraio 2023 è morto e da allora ho attraversato un lungo periodo oscuro, sia familiare che lavorativo, in cui non sono più riuscita a scrivere. Ho ripreso da qualche mese e oggi sono tornata qui. Ho nostalgia di molte persone che ho conosciuto su questa piattaforma: se ci siete ancora, passate a trovarmi.
Un abbraccio ♥
