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Autore: rosy03    05/05/2024    0 recensioni
Tōdō Akira è al secondo anno di liceo e sa da cosa deve tenersi assolutissimamente alla larga: il club di pallavolo maschile, la culla del caos.
Sarà anche una delle migliore squadre della prefettura ma per lei resta comunque una combriccola di esaltati che ha come unico obiettivo quello di prendere a schiaffi un pallone...!
• • •
«Ricordi quando mi hai giurato che avresti fatto di tutto per ripagarmi il favore di quella volta?»
«...»
«Unisciti al nostro club.»
«Stai scherzando, vero?»
«Ti sembra la faccia di uno che scherza?»
Genere: Commedia, Drammatico, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Yaoi, Yuri | Personaggi: Aoba Johsai, Hajime Iwaizumi, Kyoutani Kentarou, Nuovo personaggio, Tooru Oikawa
Note: Lime | Avvertimenti: nessuno
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• A •



Il trillo della sveglia mi ridesta dal sonno. Non ci metto tanto a rendermi conto di essermi addormentata con la testa sui libri, piegata sulla scrivania. Sbuffo, cercando di raddrizzare la schiena – che scricchiola pericolosamente all'altezza delle scapole – massaggiandomi nel contempo le spalle.
Non è la prima volta che finisco con l'addormentarmi seduta, purtroppo.
Succede questo quando mi metto in testa di aiutare mio padre alla tavola calda invece di studiare...
Mi alzo sbadigliando e prima che me ne renda conto il mio corpo si getta da solo sulle lenzuola intatte. Sorrido istintivamente, stiracchiandomi da una parte e poi dall'altra – approfittando di quel piccolo momento di pace.
E mi sarei felicemente riaddormentata se non fosse per mio padre che, con la solita grazia di un ippopotamo in un negozio di cristalli, spalanca la porta.
«Ohi, è ora di alzarsi.» Io non rispondo e lui resta sull'uscio, probabilmente a studiare la stanza. «Hai dormito sulla sedia?»
Mi lascio sfuggire un verso, annuendo disperata. Ci metto un po' a mettermi seduta, più o meno lo stesso che mio padre impiega nell'andare in bagno e tornare completamente vestito.
«Muoviti che è tardi.»
No che non è tardi, stronzo. Sono le cinque e mezza...
Mi metto in piedi con non poche difficoltà e trascino i piedi fino al bagno. Lo specchio restituisce l'immagine di una cadavere con tanto di cerchi agli occhi e capelli sparati in tutte le direzioni. Sbadiglio in faccia al mio riflesso e mi sciacquo la faccia con l'acqua fredda nella speranza di darmi una svegliata.
Incredibilmente sembra funzionare.
Prendo il pettine e lo lascio scorrere tra i nodi, imprecando a mezza bocca ogni volta che sono costretta a farmi male per poterli districare. Lego i capelli in una coda e dopo una doverosa fermata alla toilette, corro a indossare una maglietta e un paio di comodi pantaloncini.
Tiro fuori dal frigo del tè freddo e ne bevo un lungo sorso, prima di andare a infilarmi le scarpe. Scendo le scale e raggiungo mio padre al piano di sotto, alla tavola calda.
Sono cresciuta qui, tra le spezie. Tra gli sbuffi delle pentole, attorniata dal calore dei fuochi e con il placido vociare dei clienti sullo sfondo.
È casa mia; l'appartamento in cui abitiamo è semplicemente un'estensione, con appena un salottino con cucina, due camere da letto e un bagno angusto, nemico numero uno di qualsiasi claustrofobico.
Ma a me piace, tutto sommato.
«Quanto tempo hai prima della scuola?»
Lancio una breve occhiata all'orologio mentre rapidamente indosso la bandana sui capelli. «Due ore.»
«Mh. Il bentō di oggi te lo preparo io.»
Mi acciglio. «E perché?»
«Un esperimento.»
Detto ciò, nessuno dei due proferisce più parola. Lo aiuto a lavare le verdure, a stendere la pasta che servirà per gli spaghetti e a dare una sistemata ai tavoli. La mattina presto è l'unico momento in cui posso sbizzarrirmi ed esercitarmi in cucina – non ci sono clienti, non ci sono distrazioni.
Maneggio gli avanzi di ieri come sono abituata a fare e un po' alla volta la nostra colazione prende forma tra le mie mani. Mi piace cucinare, è la mia passione. Probabilmente è quello che farò anche dopo il liceo perché vedere la faccia soddisfatta di chi assaggia i miei piatti è una vera goduria – non c'è niente di più appagante! E sono sicura che anche per mio padre sia lo stesso, sebbene non gliel'abbia mai sentito dire.
«Quindi, hai davvero intenzione di unirti a un club?»
Nemmeno alzo gli occhi dall'olio che sfrigola mentre rispondo. «Fujimoto-sensei mi sta col fiato sul collo da giorni. Al primo anno me la sono cavata ma adesso-»
«Guarda che non devi mica rinunciare per stare qui, sai? A dirla tutta, mi sei d'intralcio.» È sempre il solito brontolone, mio padre. Assomiglia a quei vecchi che hanno sempre da ridire su qualsiasi cosa – qualsiasi.
Mi astengo dal roteare gli occhi al cielo solo perché sono occupata a evitare che mi ustioni mentre immergo la fetta di maiale impanata nell'olio. «Non lo faccio mica per aiutarti. Lavoro qui perché mi piace, lo sai.»
«Sei proprio una testa dura.»
«Da che pulpito!» Prendo una generosa cucchiaiata di riso e ci riempio un paio di ciotole. «Quante volte ti ho consigliato di aggiornare il menù?»
«Fin troppe per i miei gusti.»
«Ecco, appunto. E hai mai preso in considerazione anche solo una volta la possibilità di pensarci su?»
«No.»
Ecco, appunto. È un testone, un burbero – perennemente imbronciato, al punto che da bambina mi chiedevo spesso come facesse a non spaventare i clienti.
Ha gli occhi piccoli e grigi, affilati come rasoi. I capelli scuri sono solitamente nascosti dietro un ritaglio di stoffa, il che rende il suo viso ancora più spigoloso. E anche se non gli assomiglio per niente fisicamente, il fatto di essere stata cresciuta da lui mi ha permesso di ereditare la sua faccia arrabbiata – è così che la chiama, Itō Kyōsuke, un amico di papà.
«Sta bruciando.»
Rinsavisco e gettò un'occhiata alla padella. «Non sta bruciando. Pensa alla zuppa, piuttosto.» Tiro fuori le cotolette – perfette –, le metto sul tagliere e mi affretto a sistemare le ultime cose: le verdure, il tè, il riso.
Forse potrei non dare quest'impressione a primo impatto – e in effetti è capitato che alcuni miei amici si siano straniti a riguardo – ma io adoro la colazione tradizionale. Mangerei riso a qualsiasi ora del giorno e in qualsiasi modo.
Cominciamo a fare colazione e mancano soltanto venticinque minuti all'inizio delle lezioni. Per fortuna abito abbastanza vicino e in cinque minuti dovrei riuscire a indossare la divisa, rendermi presentabile e uscire di casa.
Non sono affatto un tipo che rimane in bagno per ore. Anche perché dubito che a mio padre farebbe piacere farsela addosso mentre aspetta che sua figlia finisca di mettersi il lucidalabbra. Il solo immaginarmi la scena mi fa ridere!
«Domattina vado al mercato.» Tradotto: mi sveglierò alle quattro, tu dormi pure.
Annuisco, catturando altresì le note pungenti delle alghe usate per la zuppa di miso. «Penso mi sveglierò comunque prima, come oggi.»
«Mh. Il tuo primo pensiero dovrebbe essere lo studio.»
«Non hai di che preoccuparti. I miei voti sono ottimi.»
Faccio finta di niente ma mi sta fissando con irritazione. «Ultimamente non sono poi tanto ottimi, Akira.»
«È solo una fase, sta' tranquillo.»
Segue altro silenzio. Mio padre è fatto così. Per quanto possa sembrare incattivito dalla vita, è insolito che si mostri davvero arrabbiato. Ma forse, questa volta ho abbassato la guardia. Colpa mia. «Fase o no, la tavola calda ti distrae. Forse è meglio se per un po' ti limiti alle esercitazioni mattutine.»
Per poco non mi scivolano le bacchette di mano.
Lo guardo, sconvolta. «Cosa? No!»
«Almeno finché i tuoi voti non miglioreranno. E poi, Fujimoto-sensei vuole che ti unisca a un club. Non puoi fare tutto senza ridurti a uno straccio.»
«Certo che posso!»
Lui non dice niente ma attraverso i suoi piccoli occhi grigi mi lancia un avvertimento: o così o non ti faccio entrare in cucina per mesi.
Trattengo un insulto e mi impongo di finire la colazione normalmente – non voglio sembrare una bambina che fa i capricci, non davanti a lui. Mangio tutto e faccio per mettermi a lavare le stoviglie ma la voce grossa di papà mi ferma dall'avvicinarmi al lavello. «Qui ci penso io, tu va' a prepararti. E passa a prendere il bentō prima di andare.»
Mi mordo una guancia e torno di sopra.
Per quanto mi costi ammetterlo, ha ragione. Ha ragione lui però-
«Che palle.» Le parole mi scivolano via dalle labbra quasi involontariamente. E mentre sospiro, rassegnata, entro in camera. Ficcò i libri di testo nella cartella e indosso la divisa dell'Aoba Johsai specchiandomi quel poco affinché esca di casa con i vestiti nel verso giusto.
Sono in netto anticipo, oggi.
Passo una mano tra i lunghi capelli marroni e dopo aver districato qualche piccolo nodo decido di avviarmi.



 
• A •



«Perché non entri nel mio stesso club?» Higurashi Naho è seduta dietro di me e mangia il suo panino farcito con davvero poca convinzione. «Ti farebbe bene un po' di moto.»
«Smettila di ripeterlo. E poi so bene che ne approfitteresti ogni giorno per chiedere a me di prepararti il pranzo. Sei un'opportunista, Naho.» Porto l'ultima polpetta alle labbra e faccio un sospiro. Davvero delizioso. Non importa cosa dica ma è sempre un passo avanti a me, maledizione. «Tra l'altro, non credo di essere portata per l'atletica leggera.»
Naho alza le spalle e beve un lungo sorso di succo di frutta. «Allora segui il consiglio di Fujimoto-sensei e iscriviti a quello di volontariato.»
«Sei matta? Sono degli scansafatiche e pure molesti.»
«Di questo passo non ne sceglierai mai uno... a meno che tu non voglia-»
La blocco con un moto di stizza ancor prima che possa concludere la frase. «Non se ne parla. Non mi iscriverò al club di pallavolo, è troppo impegnativo.»
Ma conosco Naho e sarebbe capace di tutto. Infatti, non si lascia affatto intimidire e continua per la sua strada, imperterrita. «Però ti piace.» Dà un altro morso al suo panino. «Giocare a pallavolo, intendo. Alle medie tu e Moe-chan vi incontravate spesso in una piccola palestra vicino casa sua, no?»
Faccio una smorfia. «Sì, ma da quando si sono messi in testa di ristrutturarla è inagibile. E poi adesso Moe va in un'altra scuola ed è impegnatissima.»
Naho annuisce, terminando il suo pasto. Con la coda dell'occhio la osservo: da poco più di una settimana sfoggia un taglio mascolino che non le sta affatto male – dice di preferirli corti, specie quando è costretta a farsi la doccia dopo gli allenamenti di atletica.
In questo modo ci impiega molto meno tempo ad asciugarli. Io, purtroppo, non posso dire di avere lo stesso coraggio – i capelli lunghi sono l'unica cosa che ho di femminile, oltre la terza di reggiseno.
«Ok. Capito. Quindi?»
Trattengo a stento un lamento mentre abbandono la testa sul vetro della finestra alle mie spalle. Sento Naho ridere e subito dopo un tornado si lancia con un gridolino sul banco avanti al mio, quello di Shiozaki.
Ma non è lui – per quanto possa essere eccessivamente felice, Shiozaki Sōma non è il tipo da fare certe cose. È Amano Rui, la cheerleader della classe.
I suoi lunghi capelli biondi sono sempre impeccabili e splendenti; è tutta perfetta. Si sporge verso di me e appoggia le guance sui palmi delle mani, fresche di manicure. «Novità? Hai scelto in quale club iscriverti?»
«Dov'eri finita? La pausa pranzo sta per finire!»
Naho la rimbecca e Rui le fa la linguaccia. Tutto nella norma. «Ero con Mamo. Dopo scuola ha gli allenamenti in piscina e non possiamo vederci, quindi, mi ha telefonato!»
Già. Mamoru. Il fidanzato che si porta dietro dalle elementari – o, per lo meno, così dice. A differenza di Naho, Rui la conosco solo dal primo anno di liceo. «Hai mangiato, almeno?»
«Certo! Ma non sono corsa qui per questo. Allora, Akira?»
«No, non ho ancora scelto...»
«Mh. Se vuoi posso parlare con il responsabile del club di fotografia.»
Scuoto la testa, annoiata. «Non sopporterei di stare chiusa in quella stanza buia per più di cinque minuti.»
Nessuna delle tre dice più niente, a questo punto. Vedo Rui immersa nei suoi pensieri – probabilmente sta ancora cercando di trovare una soluzione che fa al caso mio –, mentre Naho pulisce il banco dalle briciole.
In verità, non ho grandi pretese. Se proprio devo entrare a far parte di un club vorrei poter fare qualcosa che mi piace, altrimenti non ha senso smettere di aiutare alla tavola calda e di lavorare sui miei punti deboli in cucina.
Vorrei qualcosa che non mi impigrisca.
«Il club non è solo uno sfogo.» Io e Naho alziamo la testa all'unisono; intanto, Rui sorride guardandomi. «Può farti sentire bene, non lo metto in dubbio. Ma per te rappresenta una grande opportunità, Akira! Da quando ti conosco ho sempre pensato che tu fossi un po' come il mio ragazzo, sai?»
«E adesso che centra Mamoru?»
«Centra eccome! Sai, lui ha scoperto di essere portato per il nuoto solo di recente. Fino a due anni fa non sapeva nemmeno esistesse una piscina vicino casa sua! È stato al club di fotografia, più precisamente per via di un concorso, che ha finito per avvicinarsi al nuoto e adesso il suo sogno è quello di arrivare alle olimpiadi!»
Alla mia destra, sento Naho ridacchiare. «Hai scelto un modo un po' contorto ma hai ragione, Rui. Akira, devi aprire la mente ad altre possibilità. Tu ami cucinare, è evidente, ma non impedirti di dare un'occhiata anche altrove
«Magari scopri di avere un'altra passione oltre alla cucina!»
«O più semplicemente potrai incontrare delle persone che ti cambieranno la vita. Non puoi saperlo se non ci provi.»
Mi prendo alcuni secondi per metabolizzare le loro parole. È vero, nella mia vita non c'è altro a parte la cucina. Non faccio altro che esercitarmi – esercitarmi, esercitarmi – dietro il bancone della tavola calda, al fianco di mio padre che non fa che lanciarmi sguardi carichi di apprensione.
Che abbia paura che a lungo andare, finisca per odiare questo lavoro?
Però-
«E soprattutto.» Il sorriso di Naho si fa più largo. «Non lasciare che il tuo senso di responsabilità tramuti questa passione in un dovere, capito?»
Il cuore sussulta e non faccio in tempo a trattenermi che scoppio a ridere. Rui mi segue e Naho si limita a sghignazzare. «Per quanto odi ammetterlo, mi conoscete davvero bene, ragazze!»
«Ovviamente! Siamo amiche fantastiche, vero, Naho?»
«Le migliori!»



 
• § •



«Ricordatemi perché non abbiamo una manager.» Matsukawa Issei, con la sua solita aria melodrammatica, sospira di frustrazione mentre addenta la sua mela.
«Il motivo è davvero molto semplice.» Il corridoio è semivuoto e anche il cortile. Dal terzo piano è difficile distinguerli ma a Iwaizumi spaventa la facilità con cui riconosce la testa bacata del suo capitano. «Eccolo lì, è lui
Gli altri due non osano fiatare – Issei è semplicemente troppo angustiato, Takahiro è sull'orlo di una crisi isterica ma non lo da a vedere.
Se ne stanno lì, muti, a guardare storto Oikawa Tōru mentre si pavoneggia con le ragazze che lo circondano come fosse un suo sacrosanto dovere.
«Cosa abbiamo fatto di male per meritarci questo?»
«Tutte le squadre più forti della prefettura hanno una manager. Siamo noi gli unici sfigati.»
«Lo Shiratorizawa non ha una manager.»
Matsukawa fa per dire qualcosa ma ha la decenza di chiedere la bocca prima di sparare qualche sciocchezza. O forse no. «Beh, con un allenatore scorbutico come Washijō e un capitano asettico come Ushijima, sfido qualsiasi ragazza ad avere a che fare con loro.»
Iwaizumi sposta gli occhi sul cielo limpido, annuendo.
«Questa cosa mi fa incazzare.» Hanamaki dà le spalle alla finestra. «Per colpa del suo bel faccino non avremo mai una manager e siamo già al terzo anno.»
«Già. Ne avevamo una al primo anno, ricordate?»
Entrambi vengono attraversati dallo stesso, spaventoso, brivido, ma è Takahiro quello che riesce a dire qualcosa di sensato – Issei è troppo schifato per farlo. «Sto ancora cercando di dimenticare, ti prego. Quella lì non faceva altro che fissare Tōru e strillare come un'oca durante le partite!»
Matsukawa, l'unico che ancora ha gli occhi puntato sul capitano, decide che è meglio buttare il torso della mela nel pattume prima che gli cada dalle mani. E prima che finisca sulla testa di qualcuno. «Che nervi.»
«Non troveremo mai una fidanzata, di questo passo.»
Iwaizumi si limita a un'alzata di spalle. «Non che a me interessi, mi fa incazzare e basta.»
«A volte mi chiedo se la tua sia gelosia o se semplicemente tu stia mentendo.»
Hanamaki non ha mai avuto una faccia tanto seria e l'asso della squadra si ritrova a fargli una domanda muta, non volendo attirare attenzioni indesiderate.
«Non è che-»
«Ehilà, ragazzi!» La loro personalissima piaga sorridente irrompe sulla scena proprio in questo momento. «Siete spariti senza dirmi niente, perfidi!»
Iwaizumi incrocia le braccia al petto – gesto che per un millesimo di secondo fa temere Oikawa di essere terribilmente vicino dal prenderle. «L'alternativa era trascinarti via da quel branco di assatanate.»
«E sinceramente non ne abbiamo la forza dopo l'allenamento di questa mattina.» Conclude per lui Takahiro, arricciando il naso.
«Ma dai!» Ridacchia, il cretino. «Non sarete mica invidiosi?»
Issei e Takahiro sobbalzano e per un attimo sembrano non notare l'aura di profonda irritazione che aleggia attorno all'asso della squadra. È la pazienza di Iwaizumi quella messa più a dura prova, dal momento che quei due hanno la fortuna di conoscersi dalle scuole elementari.
Oikawa cerca di metterla sul ridere ma in risposta ottiene la testa compressa nella mano del suo migliore amico. «Ahi- Ahi! Iwa-chan, ahi! Morirò!»
Nel tentativo di sottrarsi a quella presa mortale – accidenti a Iwa-chan e ai suoi muscoli d'acciaio! – il capitano del Seijoh comincia a divincolarsi sul posto, finendo per agitare gambe e braccia come una piovra impazzita.
«Sei davvero troppo manesco, Iwa-chan!»
«E tu un imbecille.»
«Makki, aiutami! Non mi sento più il cervello!»
Ma Takahiro non fa alcun cenno di voler intervenire, purtroppo per lui, mentre Issei trattiene a stento le risate. Che siano in campo o in qualsiasi altro posto, quei due riescono sempre a farlo divertire. «Da quando ne hai uno, capitano?»
«Siete davvero degli antipatici!»
È Iwaizumi a combinare il disastro: molla la presa senza alcun preavviso e Oikawa finisce col culo per terra – investendo una ragazza nel mentre.
Matsukawa è il primo a proferire parola. «Cazzo, Iwa...»
Anche l'asso capisce cos'ha combinato e lo capisce prima di Oikawa che intanto si lamenta per la botta al didietro. «Prima o poi finirai per uccidermi davvero.»
«Scusami!» Iwaizumi si affretta a tendere una mano ma Tōru non sembra comprendere il perché di tutta quella preoccupazione e perciò tenta di arretrare, spaventato dal suo repentino cambio atteggiamento. Solo che, quando posa la mano a terra, tutto si aspetta di sentire tranne che quello che sente.
Abbassa gli occhi e scopre di aver appena schiacciato... una fetta di torta.
È allora che si accorge di qualcuno dietro di lui, una ragazza, seduta a terra nelle sue stesse condizioni e con gli occhi fissi sulla – ormai ex – torta. L'input sembra partire con qualche attimo di ritardo e solo dopo averla fissata per qualche secondo, Oikawa si decide a parlare. «Ti chiedo scusa! Anzi, ti chiediamo scusa. Iwa-chan! Guarda cos'hai combinato!»
«Io?! È colpa tua!»
«Mattsun, hai un fazzoletto?»
Issei sembra scuotersi e tira fuori un pacchetto di tovagliolini per poi porgerne un paio al suo compagno. Oikawa si pulisce la mano sporca di cioccolata non mancando di scusarsi ogni due per tre con la sconosciuta, ancora bloccata a terra e con la bocca spalancata.
«Mi spiace tanto per la torta. Appena fuori da scuola io e i miei compagni te ne compriamo un'altra, d'accordo?»
La ragazza solo allora alza lo sguardo e, inevitabilmente, il capitano del club di pallavolo rimane affascinato da quegli occhi felini e color ambra. Salvo poi ricevere una pedata in faccia.
Sconvolti, gli studenti del terzo anno che sono stati attirati in corridoio dalla confusione lanciano un grido all'unisono. Iwaizumi, più di tutti, non riesce a spiccicare parola – cosa diamine sta succedendo?
«Ma- Ma- Ahia!»
Con una velocità assurda, lei si rimette in piedi, afferra con malagrazia il pacchetto di fazzoletti dalle mani tremanti di Matsukawa e comincia a pulire il disastro sul pavimento, come se un mucchio di persone non siano lì a fissarla.
Un po' dolorante e con il naso indolenzito, Oikawa tenta un altro approccio: si offre gentilmente di aiutarla ma lei gli schiaffeggia il dorso della mano e gli lancia un'occhiataccia terribile.
La ragazza guarda male tutti e quattro e poi va verso le scale, in silenzio.
Issei fa per parlare ma Hanamaki lo interrompe: «Capitano, sembra tu sia sul punto di piangere. Datti un contegno, ok?»


















 
• § •



Sono tornata a scrivere dopo una specie di blocco e adesso non so cosa dire se non che ci ho messo un po' a prendere coraggio e pubblicare ^^. Mi dileguo, ma prima...

Tōdō Akira. Prestavolto: Haruhi Suzumiya (La malinconia di Haruhi Suzumiya)
Higurashi Naho. Prestavolto: Miwa Yamamura (Bakaramon)
Amano Rui. Prestavolto: Marin Kitagawa (My Dress-Up Darling)

Per il momento è tutto. Bye!
 
  
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