• A •
Credo di non avere mai imprecato tanto in vita mia.
Dopo aver speso un’ora a barcamenarmi tra il piano di lavoro e i forni che si trovano in fondo all’aula di economia domestica, pensavo di poter tirare un sospiro di sollievo, che il peggio fosse ormai passato – leggesi: lottare affinché nessuno dei miei compagni di classe osasse metter becco o naso alla mia ricetta, dosare bene il cioccolato, mescolare, creare da zero una sac a poche in tempi record...
Haruki-sensei ci ha dato istruzioni per una torta e io, nonostante di solito mi astenga dal cimentarmi nella pasticceria perché non sono un’amante dei dolci, ho voluto strafare ed è venuto fuori un piccolo miracolo: una mini-sacher.
Rui, al contrario di me, si nutre solo di roba dolce, ragion per cui avrei voluto condividerla con lei e Naho – che, invece, è una cioccolato-dipendente. Avrei voluto mangiarla dopo scuola, prima di scappare via e sperare di non incrociare per sbaglio Fujimoto-sensei.
Beh, è andato tutto a rotoli perché non solo la torta è finita sul pavimento, non solo un idiota ci ha addirittura messo la mano sopra... ma Fujimoto-sensei è in piedi davanti all’armadietto delle scarpe e mi sta aspettando con le braccia incrociate e un’espressione severa dipinta sul viso.
Mi lascio sfuggire un lamento di frustrazione.
«Allora, Tōdō, hai fatto una scelta?»
Di certo non si può dire che perda tempo, il prof. Faccio una smorfia. «Non aveva detto che mi avrebbe dato una settimana per decidere?»
Fujimoto-sensei è un uomo alto, biondo e sicuramente da giovane deve aver avuto una pletora di ragazze ai suoi piedi. Ora, però, ha sempre la faccia corrucciata e l’espressione di chi non va al bagno da una settimana – costipata, sì. È l’aggettivo giusto. «Mi assicuro soltanto che tu non faccia finta di dimenticartelo, Tōdō. L’Aoba Johsai prevede l’iscrizione a un club. L’anno scorso sei riuscita a fregarci ma quest’anno non succederà di nuovo, te lo posso assicurare.»
Mi trattengo dal roteare gli occhi al cielo. Non gli è andata per niente giù che al primo anno abbia fatto finta di essere iscritta al club di giardinaggio... club che ha smesso di esistere da circa due anni e mezzo.
«Quindi, occhio, ti rimangono tre giorni. L’alternativa è che io scelga al posto tuo e non so se ti convenga. Tutto chiaro?»
«Cristallino.»
Fujimoto-sensei non si perde in altre chiacchiere, fortunatamente, e mi lascia libera di andarmene. Una volta fuori, noto che il cielo è ancora terso e ci vorrà un po’ prima che faccia buio – Naho è alle prese con gli allenamenti di atletica; Rui è in giro per la città con i ragazzi del club di fotografia.
So già che mio padre non mi farà neanche avvicinare alla cucina – ormai ha deciso che devo concentrarmi sullo studio e nulla riuscirà a fargli cambiare idea, tantomeno le mie suppliche –, per cui, opto per la biblioteca.
Studiare a casa è fuori discussione – so già che mi farò distrarre dai profumi, dal vociare, dal rumore della ceramica che poggia sul legno. No. Se i miei voti si alzano anche solo di poco, papà non romperà più le scatole e mi lascerà tornare in cucina. Certo, potrei tornarci lo stesso e al diavolo le sue minacce!
Ma poi mi sentirei sotto torchio per tutto il tempo. È già successo in passato. Se mi azzardo a disobbedirgli, il lavoro in cucina diventa un vero inferno.
«Mi sei d’intralcio, Akira.»
«La carne non è ancora pronta?! Cosa sei, una lumaca?!»
«Akira! Le ciotole! Le maledettissime ciotole, screanzata!»
Lo fa apposta per indurmi a lasciar perdere. Lo fa apposta e spera che sia io la prima a cedere, a fuggire via e a mandarlo a ‘fanculo. Con il tempo, però, ho capito che non vale la pena sfidarlo a quel modo se per farlo contento devo fare dei piccoli, piccolissimi, sacrifici.
Studiare non è un grosso problema, per me.
Mi piace leggere e imparare – vorrei solo che il mio minimo bastasse a zittire quel vecchio brontolone di mio padre. I miei voti non sono così pessimi. Ho giusto la sufficienza. E allora? Quale diamine è il problema?
Con una certa stizza, varco la soglia della biblioteca, saluto Makimura-san che da dietro al bancone mi sorride candidamente e prendo posto al primo tavolo libero. C’è silenzio, c’è pace. È il luogo ideale per dedicarsi allo studio.
Tiro fuori i libri e dico a me stessa di dimenticare l’incidente della torta – che i Kami fulminino quell’idiota all’istante! – e di concentrarmi su ciò che ho davanti. Niente club, niente padri intolleranti, niente cucina, niente professori assillanti.
Inspiro ed espiro, lentamente. Prima inizio e prima finisco.
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Il giorno dopo, Rui mi corre incontro come se a inseguirla ci sia un branco di lupi affamati. Si nasconde dietro di me, aggrappandosi alla giacca con un certa disperazione, mentre tenta di sbirciare oltre la mia spalla – peccato che la mia altezza non aiuti, per cui si limita a far capolino di lato.
«Che ti prende?» Dev’esserci lo zampino di Naho, altrimenti non si spiega.
«Naho è arrabbiata perché ho inavvertitamente mandato un messaggio a Sayu con il suo telefono.»
Oh. Un attimo. «Sayu? Quella Sayu? Sayuri?»
Rui annuisce a scatti e si rannicchia dietro di me. «Ti prego, aiutami. Vuole uccidermi! Ha detto che più tempo impiegherà a prendermi e più dolorosa sarà la sua vendetta!»
«Allora, fatti prendere subito, no?»
«Non sei divertente!»
Certo che sono divertente, vorrei dirle, ma mi astengo dal fare altri commenti e riprendo a camminare come se nulla fosse. Rui tenta di farmi rallentare ma insieme oltrepassiamo l’ingresso, attraversiamo il corridoio – è rimasta aggrappata a me persino mentre infilavo le scarpe – e raggiungiamo l’aula.
Naho ci sta aspettando con le braccia incrociate e l’espressione di chi è pronta a commettere il suo primo omicidio. Guarda Rui come se bastasse questo a farla saltare in aria, poi si rivolge a me: «Sei diventata il suo scudo umano?»
«Buongiorno anche a te. Io sto bene. E tu? Come stai?»
«Incazzata.»
Almeno non ha imprecato o detto parolacce. Lo considero un grande successo.
«Eddai, scusami.» Rui decide di giocare la sua ultima carta, quella della sincera disperazione. Piagnucola e si agita dietro di me, non azzardandosi a lasciare la presa sulla mia giacca che a quest’ora sarà tutta spiegazzata e da lavare.
Ma Naho non è particolarmente incline al perdono, specie se la questione riguarda Sayuri – la sua quasi ragazza. So già cosa sta pensando: perché le hai mandato un messaggio usando il mio telefono ben sapendo che non ci parliamo da due cazzo settimane?!
Entrambe hanno le loro ragioni, ovviamente. Rui l’avrà fatto soltanto per cercare di smorzare la situazione e spingere Sayuri a fare la prima mossa, dal momento che Naho si è categoricamente rifiutata di rendersi ridicola ancora una volta.
«Perché diavolo l’hai fatto?»
Avverto senza problemi che Rui ha indubbiamente cominciato a tremare. Brutto segno. «Volevo aiutarti. L’ho contattata con la scusa di avere il cellulare scarico e per chiederle una cosa del club. Ti prego, non uccidermi.»
Faccio per avvicinarmi a Naho ma l’altra me lo impedisce, terrorizzata. Sta per mettersi a piangere e i nostri compagni di classe stanno cominciando a notare la situazione. Faccio una smorfia infastidita – non mi piace dare spettacolo.
«Ragazze, perché non ne parlate dopo?»
Naho fa per dire qualcosa ma Shiozaki Sōma, apparso dal nulla alle sue spalle, la ferma appena in tempo poggiandole le mani sulle spalle. «Akira ha ragione. Il professore sta per arrivare e sapete benissimo che detesta trovarci in piedi.»
In qualche modo la situazione sembra calmarsi.
Fujimoto-sensei entra in classe esattamente trenta secondi dopo, trovandoci tutti seduti ai posti. Davanti a me, Sōma mi lancia un’occhiata e io gli mimo un rapido «grazie», attenta a non farmi beccare.
Naho non è una persona che si lascia trascinare dalle emozioni – in primis, dalla rabbia – ma quando c’è di mezzo Sayuri non capisce più niente. Non so di preciso cosa sia successo dopo che Rui ha inviato quel messaggio ma qualcosa mi dice che Naho abbia ricevuto l’ennesima batosta da parte di Sayu.
Cosa le impedisce di stare insieme, proprio non lo capisco. Sayuri non ha mai nascosto il suo interesse per Naho – perché adesso fa la stronza e la evita?!
La voce di Fujimoto-sensei non mi permette di concentrarmi adeguatamente sul problema: questo è uno di quei momenti in cui tocca vestire i panni dell’amica matura... non so bene cosa succederà ma scommetto che la cosa andrà avanti per le lunghe.
• A •
«Non ha risposto.»
«Mh?»
«Al messaggio. Non ha risposto.»
La sta davvero ignorando. Che stronza...
«E tu non hai intenzione di chiederle niente?»
Naho mi lancia un’occhiataccia degna del peggiore degli orchi. «Hai idea di cosa significherebbe per me un suo rifiuto? Di sicuro non vorrà parlarmi... è da giorni che mi evita.»
«Ma continuando in questo modo non risolverai niente.»
Quest’oggi abbiamo deciso di mangiare in cortile. Rui non c’è – è andata a prendere qualcosa da bere alle macchinette ma a breve dovrebbe raggiungerci. Ora che Naho ha sbollito un po’ la rabbia, è molto più semplice parlarle.
Lego i capelli in uno chignon per evitare che la brezza li faccia finire sul nostro cibo e sistemo il mio pranzo sulla tovaglietta.
La mia amica getta un’occhiata sul bentō e sgrana gli occhi. «È anguilla fritta? Me ne faresti assaggiare un pezzetto?» Annuisco, porgendole il boccone che Naho addenta e inghiottisce in mezzo secondo. «Cavoli, è davvero buono.»
«Non sperare di poter cambiare argomento. Questa storia deve finire.»
Abbassa gli occhi e annuisce, mogia.
Rui arriva proprio in quel momento. I suoi capelli sembrano brillare sotto al sole ma, contrariamente al solito, la sua espressione è più spenta che mai. Si affretta a poggiare il succo di frutta e il tè al maracuja sulla panchina per poi prostrarsi in un inchino. «Scusa, Naho. Non volevo peggiorare le cose, te lo giuro! Anzi, speravo di migliorarle e dare una svegliata a quell’insensibile di Sayu!»
Vedo Naho alzare gli occhi al cielo. «Non ti preoccupare. Ormai è andata, non si può mica tornare indietro. E poi è inutile arrabbiarsi. So bene che l’hai fatto per cercare di farmi un favore... scusami tu se ti ho spaventata.»
«Assolutamente! Ho sbagliato io. Non avrei dovuto-»
«Ok, direi che adesso possiamo mangiare, no? Vi siete scusate entrambe, ora basta. Approfittiamo di questa bella giornata di sole e di questo bel venticello.»
Rui sorride, gettandosi letteralmente alla mia sinistra, abbracciandomi con tutta la forza di cui dispone – a causa sua, per poco non mi cade il bentō dalle mani.
«Quindi, vuoi continuare a far finta che la cosa non ti disturbi o vuoi risolvere la situazione?»
Alla mia domanda, Naho rischia sul serio di strozzarsi con il suo panino. Quando riesce a smettere di tossire – dopo un lungo sorso di succo di arancia –, tira un sospiro di sollievo per essere ancora viva. «Non lo so. Ho paura... credo.»
«Qual è lo scenario peggiore?»
«Non lo so.»
«Hai paura che si rimangi tutto?» Qualcosa mi dice che Rui abbia centrato il punto.
Naho non osa dire niente e morde un altro pezzo di panino. Non so come faccia a mangiare quella robaccia ogni singolo giorno... le mie papille gustative impazzirebbero. E non di gioia.
«C’è solo un modo per scoprirlo. Se aspetti che sia lei a parlarti, perdi tempo. Ormai è chiaro che c’è qualcosa che non va.»
Non sono per niente brava in queste cose. Non sono brava a gestire le mie, di relazioni, figurarsi quelle degli altri! È per questo che l’unico fidanzato che io abbia mai avuto ha finito col rendersi conto di non esserne in grado.
Ricordo ancora tutto perfettamente. «Non credo di farcela», così ha detto.
Ma non gliene faccio una colpa, so di avere un carattere particolare. Tutto merito – o colpa, dipende dai punti di vista – di mio padre. Già. Non è mai stato un genitore normale che io ricordi.
«Odio come mi fa sentire. Quando c’è di mezzo lei divento una pappamolle!»
Ecco, questo mi fa ridere – Naho si affretta a tirarmi un calcio.
«Tutti hanno almeno qualcosa che ci fa paura, sta’ tranquilla.» È senz’altro Rui quella che ne capisce di più, di relazioni. «Va’ a parlare con Sayu. Puoi farcela. E se proprio dovesse andare male, ci penseremo noi a rimetterti in piedi.»
«Ma sono sicura che non ne avrai bisogno. Sei la più tosta, qui.»
«Non è vero. Sei tu quella che non si lascia abbattere da niente e da nessuno, Akira. Un monolito di figaggine! Sei assurda.»
Naho scoppia a ridere e Rui la segue a ruota. Almeno hanno fatto pace.
Ora c’è solo il problema Sayuri. Spero soltanto che quella lì abbia un motivo valido per fare quello che sta facendo… o Naho non la prenderà affatto bene.
• A •
Ho accettato di pulire l’aula al posto di Naho solo per permetterle di precipitarsi a parlare con Sayu della loro relazione. Non mi scoccia farlo e, soprattutto, non voglio che con la scusa di avere da fare, quella scema si ostini a rimandare il problema senza mai risolverlo.
Mentre Sōma è impegnato a spazzare il pavimento, io pulisco la lavagna. I nostri compagni stanno dando una lucidata ai vetri delle finestre e, per farlo, alcune ragazze sono costrette a salire sui banchi a causa della loro scarsa altezza.
Al contrario di loro, non ho nemmeno bisogno di alzarmi sulle punte per raggiungere la parte più alta della lavagna – il mio metro e settantatré basta e avanza allo scopo.
«Tutto apposto tra Higurashi e Amano?»
Shiozaki Sōma. Uno dei ragazzi più belli della scuola, secondo soltanto al capitano della squadra di pallavolo maschile, Oikawa Tōru.
Non ho idea di che faccia abbia quel tipo – più che altro non ho mai avuto il bisogno di saperlo. Da che lo conosco è sempre stato un ragazzo ok, Sōma.
«Sì, è tutto ok. Grazie ancora per aver sedato gli animi.»
«Figurati. Ti ho vista un po’ in difficoltà e non è da te. Stai bene?»
Mi affretto ad annuire e a cambiare argomento. «Tu in che club sei iscritto?»
«Club di baseball, perché?»
«Mh, niente.» Non so nulla di baseball, nemmeno le basi. «Devo iscrivermi a un club o Fujimoto-sensei mi appenderà al cancello della scuola come un salame.»
«Brutta storia.»
Sospiro pesantemente, annuendo. «Quell’uomo mi perseguita. Me lo ritrovo davanti a ogni angolo. È pazzesco come ci riesca.»
«Già, fa un po’ paura.»
Finiamo di pulire e tutti si dileguano, ognuno verso i propri impegni. Io rimango un attimo a sistemare i miei libri nella cartella mentre Shiozaki si affretta a tirar fuori dal borsone le sue scarpe da ginnastica.
Mi fa un cenno. «Devo scappare. Se non raggiungo gli altri al campetto quelli del terzo mi scuoiano vivo. A domani!»
Ricambio il saluto, poi lo vedo sparire oltre la porta. Con tutta calma mi avvio anch’io e imbocco le scale. Sono quasi arrivata al piano terra quando sento una voce maschile dietro di me che mi prega di fermarmi.
Quando mi volto, noto un ragazzo dai capelli scuri scendere le scale a due a due senza alcun timore. Ha il fiatone – deve aver corso prima di raggiungermi.
Non l’ho mai visto. «Dici a me?»
Lui mi raggiunge ma resta a debita distanza. «Tu sei... la ragazza della tavola calda? Tōdō...»
«Tōdō Akira, sì. Ci conosciamo?»
Non l’ho mai visto, giuro. Eppure... mi pare abbia un volto familiare. Lo osservo meglio: è alto, ha sopracciglia spesse e un’espressione accigliata. Sì, ha un’aria conosciuta ma non riesco a mettere a fuoco quand’è che l’ho incontrato.
«Sono Iwaizumi Hajime del terzo anno. Forse non ti ricordi di me ma qualche settimana fa, di sera, sono passato al tuo locale e tu mi hai chiesto un favore.»
Oddio. No, non ricordo niente del genere. Cerco di tornare a qualche giorno prima, di immaginarmi un tipo del genere mangiare al bancone della tavola calda... e quale favore gli avrei chiesto?
Poi, l’illuminazione.
Oh.
Oddio, no. Non può essere.
È uno smacco bello e buono.
«Sinceramente? Non mi importa. A mai più rivederci.» Giro i tacchi e continuo a camminare fino a raggiungere gli armadietti delle scarpe.
Il tipo però, insiste. Mi raggiunge in un batter d’occhio e praticamente mi toglie di mano le mie scarpette.
Al che io sbuffo infastidita. «Si può sapere che vuoi?»
«Ricordi quando hai giurato che avresti fatto di tutto per ripagarmi il favore di quella volta?»
Preferisco non rispondere.
Mi ricordo eccome – che sia dannata la mia boccaccia – cosa gli ho chiesto e a distanza di tempo devo ammettere di aver fatto un gran bel lavoro nel dimenticarmene. Complimenti a me. E poi arriva il qui presente Iwaizumi, secondo per stronzaggine soltanto al tipo che mi ha fatto cadere la torta e che poi ci ha buttato una mano sopra!
Sono solita misurare sempre le parole – sempre –, ma quella sera qualcuno deve aver scambiato la mia acqua con del sakè e il sospetto principale è chiaramente lui, Kyōsuke.
«Unisciti al nostro club.»
Ma che...? «Stai scherzando, vero?»
Club? Che club? Non ci sarà mica lo zampino di Fujimoto-sensei?! Se mio padre non mi avesse insegnato a comportarmi bene con chi è più anziano di me l’avrei già spedito nella ionosfera!
Iwaizumi si indica il viso, una maschera di emozioni contrastanti: leggo forza, tenzione, sbigottimento, imbarazzo e determinazione.
«Ti sembra la faccia di uno che scherza?»
Sinceramente, no. Tutto sembra fuorché l’espressione di uno in vena di scherzi. È serio in modo grottesco. È inquietante.
«Che diavolo vuoi da me? E poi di che club stai parlando?»
«Senti, lo so che può sembrare... bizzarro. Ma l’altro giorno ti ho vista nei corridoi e mi sono subito ricordato di quella volta alla tavola calda. Noi abbiamo bisogno di una manager seria, qualcuno che rimetta in riga quello scemo di Oikawa e -»
«Frena un attimo.»
Lui si blocca, impallidendo. Deve aver colto l’astio nella mia voce.
«Oikawa? Mi stai proponendo di entrare nel club di pallavolo maschile?»
Annuisce appena, Iwaizumi. Forse ha paura che conoscendo questo particolare io mi rifiuti categoricamente di accettare la sua proposta.
Io sono senza parole. Conosco la squadra solo per sentito dire e grazie a Rui che sa sempre tutto di tutti – più volte ha provato a mostrarmi gli scatti che ritraggono ogni singolo componente, invano. Ho sempre saputo che non è mai cosa buona avere a che fare con Oikawa Tōru – ovunque c’è lui, regna il caos.
Preferisco circondarmi di oche vere, grazie.
«Non se ne parla assolutamente.»
«Hai detto che avresti ripagato il tuo debito.»
Kami, sto per implodere... «Non si può neanche chiamare debito!»
Iwaizumi mi guarda dall’alto della sua stazza cercando quasi di intimidirmi. Non sa che io sono abituata a personaggi ben peggiori di lui – mio padre, ad esempio.
Non vuole mollare, lo so. Farà di tutto per convincermi.
«So che Fujimoto-sensei ti sta addosso perché non sei iscritta a nessuno club.» E questa cosa chi gliel’ha detta? Mi appunto mentalmente di stanare il ficcanaso in questione e fargli fare una bruttissima fine. «Ti prometto che, se accetterai, non avrai problemi con nessuno della squadra.»
«È così necessario per voi avere una manager? Non sareste i primi a non averne una.»
«Ma ci farebbe comodo qualcuno che svolga quel tipo di mansioni. Ora come ora ce ne stiamo occupando noi del terzo anno ma tra l’allenamento e tutto il resto, non ti nascondo che è sfiancante.» Sospira, riprendendo fiato. «Ti prego, tu sei l’unica che può farci da manager!»
Io sarei l’unica? Questa è bella... «E perché?»
Iwaizumi per un attimo sembra perplesso. Forse si aspettava che conoscessi già la risposta a questa domanda. «Perché sei l’unica ragazza che ha avuto le palle di tirare un calcio in faccia a Oikawa...»
Lo dice come fosse la cosa più ovvia di questo mondo. E, di grazia, quando avrei fatto una cosa del genere, esattamente?
•§•
Nuovo capitolo - ma dai? - e nuove interazioni. Iwa-chan riuscirà a convincere Akira? Di che favore stanno parlando?
Shiozaki Sōma. Prestavolto: Haru Yoshida (My Little Monster)
Al prossimo aggiornamento! Bye ^^


