Prefazione
Salve a tutti! Prima di iniziare, volevo avvisare che all’interno della storia sono presenti dialoghi piuttosto coloriti e scurrili, nonché alcune scene sanguinose. Consiglio di proseguire a leggere solo nel caso non abbiate problemi con questi contenuti.
Buona lettura!
Buona lettura!
Patto col diavolo
Sul retro di una vecchia acciaieria in disuso, Clarke Button parcheggiò in corsa la sua Ferrari rosso fiammante e scese con spavalderia per poi dirigersi all’interno dell’edificio. L’uomo si tolse di fretta gli occhiali da sole e controllò il suo rolex per accertarsi dell’orario.
«Sei en ritardo.»
Un individuo con l’accento ispanico e dal piglio minaccioso lo attendeva a braccia conserte coi nervi a fior di pelle. Il suo look richiamava molto lo stile anni ’50, coi capelli gellati all’indietro e una giaccia beige con le spalline. Dietro di lui, una decina di uomini restavano immobili ad aspettare istruzioni.
«Ho avuto da fare.» ribatté Clarke, biascicando con enfasi una gomma da masticare.
Non era vero, ovviamente. Aveva ricevuto degli ordini precisi dal suo capo: doveva arrivare in ritardo. Questo avrebbe fatto capire chi comandava al tipo che aveva davanti, tale Paulo Ortiz, detto “el lama”, un noto trafficante colombiano.
«Muy mal.» commentò Ortiz, scocciato. «No me gusta aspettare.»
Poi, sputò per terra.
Clarke annuì tra sé, ridacchiando. Ecco spiegato il motivo per cui lo chiamavano con quel soprannome.
«Che cazzo te ridi?!»
«Niente, bello! Stai calmo!» replicò Clarke, sulla difensiva. «Ora, vogliamo passare agli affari? Ce li hai i soldi?»
Ortiz si ricompose e si risistemò la giacchetta.
«Claro.» disse, facendo cenno a uno dei suoi uomini. Questo si avvicinò a Clarke e gli porse una valigetta.
«Mmmh.» mormorò lui, aprendola e controllandone il contenuto. «Questi non sono neanche la metà, mi pare.»
«Es un terzo. El resto alla consegna.»
«Eh, no, bello!» esclamò Clarke, poggiando la valigetta. «Gli accordi erano che l’intero pagamento sarebbe avvenuto in anticipo. Se volevo due spicci, derubavo una bancarella.»
Ortiz scrollò le spalle con indifferenza, poi sputò ancora per terra.
«No me importa. Io lavorò asì.»
«Fa’ come vuoi. Ma io ti avverto: a Kingpin questo non piacerà.»
Istintivamente, gli uomini di Ortiz impugnarono le loro pistole e le puntarono contro Clarke.
«Dile a tu boss che es asì o nada. Comprendido?»
Per un lungo istante, Clarke sudò freddo. Non aveva previsto quella situazione. Credeva che fare la voce grossa avrebbe messo Ortiz con le spalle al muro. Kingpin glielo aveva assicurato. Ma, allora, perché stava rischiando di essere ucciso?
«Ahhh!»
«Ohh!»
All’improvviso, due degli sgherri di Ortiz urlarono a squarciagola. Entrambi si ritrovarono stesi sul pavimento, con una piccola lama conficcata nello stomaco. Sulle loro camicie si allargò a vista d’occhio una grossa macchia di sangue.
«Che cazzo està succedendo?!» sbottò Ortiz, estraendo anche lui la pistola. «Fermali subito o te sparo alla cabeza!»
«Io non…» iniziò a dire Clarke, impaurito, mentre scuoteva convulsamente la testa da una parte all’altra.
Non erano i suoi uomini. Lui non c’entrava niente con quello che stava accadendo.
“Maledizione!” pensò. “Io dovevo solo ritirare i soldi e basta! Perché è scoppiato ‘sto casino?!”
Nel frattempo, gli altri tirapiedi del colombiano continuavano a cadere come mosche, colpiti da attacchi a distanza rapidi e precisi. Ortiz, invece, compresa la situazione di pericolo, spiccò una corsa verso l’uscita. Prima di arrivarci, però, venne colpito anche lui da qualcosa e cadde a terra.
A seguito di un balzo prodigioso, fece la sua entrata in scena un tipo vestito in maniera singolare, con una tuta rossa e un copricapo aderente, provvisto di minuscole sporgenze simili a corna, che gli lasciava scoperta solo la parte inferiore del viso. Con fare deciso, si avvicinò a Ortiz e lo afferrò per il bavero della giacca.
«Chi mierda sei?!»
«Non ha importanza.» rispose con risolutezza il tipo mascherato. «Adesso tu vieni con me. Sono sicuro che la polizia sarà contenta di vederti.»
Nell’osservare quella scena, a Clarke mancò il respiro. Davanti a lui c’era Daredevil! Il vigilante che sempre più spesso stava mettendo i bastoni tra le ruote agli affari del suo capo, Kingpin.
Neanche il tempo di metabolizzare la cosa che di colpo nell’edificio si sentì un rumore di pneumatici che grattavano sull’asfalto. Poi, un furgone blindato sfondò un lato già semi-distrutto dello stabile e sgommò fino a fermarsi vicino al punto dello scontro. Una dozzina di uomini armati uscì di gran fretta dagli sportelli laterali con dei mitra spianati, pronti a tutto.
«Non ci voleva!» urlò Daredevil lasciando la presa su Ortiz.
Con un salto poderoso, schivò una miriade di pallottole e si rifugiò dietro a un vecchio macchinario. Poi, si inginocchiò per evitare altri spari e si mise in ascolto. Una volta finita la raffica, scese un breve silenzio.
Tap-tap.
Tap-tap.
Degli stivali militari picchiettarono sulla resina del pavimento con ritmo costante.
Clunk!
Uno degli sportelli venne chiuso velocemente.
Anf… anf… (tap-tap), puh!
Il respiro affannato di Ortiz coprì, anche se di poco, i suoi passi mentre si lamentava per la botta ricevuta e sputava per terra.
Da tutti questi suoni, Matt riuscì a percepire tredici persone…
Etciù!
…anzi no, quattordici. Qualcuno era rimasto dentro al furgone, ma uno starnuto lo aveva tradito.
“Forza, Matt, pensa!” si disse il Diavolo di Hell’s Kitchen.
Per uscirne vivo, doveva elaborare alla svelta un piano.
«Esci ahora, hijo de puta!» gli intimò Ortiz con spavalderia.
Tuttavia, Matt non gli prestò attenzione. Al contrario, ne approfittò per afferrare dalla cintura una piccola sfera di metallo e per lanciarla con un gesto secco verso i suoi nemici.
«Qué es eso?»
Prima che il trafficante o uno dei suoi tirapiedi potessero far altro, la sfera iniziò a disperdere nell’aria una gran quantità di fumo.
«Mierda!!!»
Mentre Ortiz si copriva la bocca con preoccupazione, Matt uscì repentinamente allo scoperto. Ora che nell’area si era creata una coltre nebbiosa, nessuno era in grado di vederlo. Ma lui aveva un vantaggio: con i suoi sensi incredibilmente sviluppati, poteva sentirli. Così, colpì senza esitare uno dopo l’altro gli uomini del colombiano.
«Ahh!» urlò il primo, incassando un pugno in faccia e un calcio sulla mano che stringeva la pistola.
«Cazzo!» imprecò il secondo, finendo schiena a terra senza capire neanche cosa fosse accaduto.
Nel giro di pochi istanti, Daredevil li stese uno ad uno con le sue abili mosse. Quando il fumo arrivò a diradarsi, lui e Ortiz erano gli unici rimasti ancora in piedi.
«Aspetta, por favor!» lo supplicò il trafficante, mettendosi in ginocchio.
«Seguimi senza fare storie e non ci saranno conseguenze.» gli spiegò Matt con voce calma. «Adesso…»
Tap-tap-tap!
In quell’istante, però, avvertì qualcosa che non andava. Alle sue spalle udì un lieve rumore di passi, così si voltò. Lì, due uomini lo tenevano sotto tiro.
«Ehhehhh!» rise Ortiz, alzandosi. «Sei fottuto, diablo de mierda!»
Non era del tutto vero. La tuta di Daredevil era resistente ai proiettili, ma quel tipo non poteva saperlo. Però, questo non toglieva il fatto che era in una posizione di svantaggio. Inoltre, era anche un po’ risentito da se stesso: aveva contato scrupolosamente i suoi nemici ed erano quattordici, come quelli che aveva messo K.O. Ma allora perché ce n’erano altri due? L’unica spiegazione plausibile era che nel furgone ne fossero rimasti tre anziché uno.
«Mátalo!» ordinò il colombiano.
I due sgherri spararono contro Daredevil, ma la tuta lo difese, bloccando i proiettili, con grande sorpresa dei presenti.
«Ma qué…?»
Era quello il momento giusto! Erano disorientati, quindi più vulnerabili. Matt doveva agire immediatamente.
Però, non ne ebbe il tempo…
Sbang!
Sbang!
Due spari colpirono in pieno petto gli uomini di Ortiz, facendoli cadere a terra come sacchi di patate. Voltandosi verso l’entrata dell’acciaieria, Matt notò qualcuno avvicinarsi.
L’uomo aveva i capelli corti e una maglia con un teschio dipinto sul davanti. I suoi occhi, rabbiosi e penetranti, scrutarono in un istante l’area circostante fino a fermarsi sul suo prossimo bersaglio.
«Frank?!» esclamò Matt attonito.
The Punisher lo ignorò e alzò la sua Glock 19 verso Ortiz.
«No! Te prego! No sparare!»
«Col cazzo!» inveì Frank, arrabbiato. Molto arrabbiato, a dire il vero. «Sono settimane che ti sto addosso! Ti sei rintanato bene, proprio come uno schifoso ratto di fogna! Ma, ora, finalmente, sei uscito allo scoperto, figlio di puttana.»
«Un attimo, Frank.» lo interruppe Matt. «Spiegam…»
«Stanne fuori, Rosso! Questo è un mio problema!»
«No!» urlò il colombiano, quasi al limite della disperazione. «Podemos llegar a un accordo, no?! Soy extremadamente ricco! Tengo mucho dinero! Tanti, tanti soldi!»
Frank scosse il capo con vigore.
«Ti ci puoi pulire il culo!» disse, quasi ringhiando.
Poi, sparò un colpo. Il proiettile trapassò la testa del trafficante, facendo schizzare fiotti di sangue in ogni dove mentre il corpo senza vita si accasciava a terra.
Matt rimase a seguire la scena completamente immobile. Ricordava bene come fossero crudi i modi di fare di Frank Castle, ma ne restò ugualmente sbigottito. Del resto, non ci era più abituato. Erano passati anni dall’ultima volta che i loro cammini si erano incrociati.
«Non dovevi ucciderlo.»
«Sì, invece!» ribatté Frank, guardandolo storto. «Un coglione come quello meritava anche di peggio.»
Matt stava per controbattere, quando udì una sgommata fuori dall’edificio.
«Oh, no!» esclamò agitato, correndo verso l’uscita.
Con la concitazione del momento, non si era accorto che il contatto di Fisk se l’era svignata indisturbato. Era addirittura arrivato fino al parcheggio e stava per scappare a tutta velocità a bordo della sua decappottabile. Quando Matt raggiunse lo spazio esterno, la Ferrari si stava già allontanando. Così, d’istinto, agguantò la sua Billy Club1 e la lanciò in direzione del veicolo. Questa roteò in aria quasi come un boomerang e impattò sulla nuca di Clarke Button, stordendolo e facendogli perdere il controllo del volante. L’auto finì fuori strada e si schiantò contro un cassonetto dei rifiuti.
«Ahi!» sbottò l’uomo, rigirandosi sul sedile e toccandosi il volto e i capelli insanguinati.
Per sua fortuna, l’incidente non gli aveva causato nessun danno grave, tranne una dolorosa botta alla testa. Ciononostante, gli ci volle più di un attimo per accorgersi di quello che era effettivamente accaduto, tanto era frastornato.
«Oh merda!» urlò di colpo, sconvolto nel vedere le condizioni in cui era la macchina. «Chi ti ha ridotto così, piccola?!»
«È stata la tua testa di cazzo.» intervenne Frank mentre affiancava Matt, già sul posto, in attesa a braccia conserte.
«Esci.» disse quest’ultimo con fare deciso. Se si trovava lì, era proprio per lui. La possibilità di catturare Ortiz era solo un bonus.
Clarke fissò a turno i due vigilanti, poi annuì dolorante.
«Vi prego, risparmiatemi.»
«Questo dipende da te.» replicò Matt. «Poco fa stavi contrattando per conto del tuo capo un carico di armi da vendere ai colombiani. Dicci dove le nascondete e la finiamo qui.»
Clarke si ammutolì e distolse lo sguardo a disagio.
«Non… non posso. Se ve lo dico, lui mi ammazza.»
Frank lo afferrò per i capelli e gli diede un pugno nello stomaco. Poi, gli puntò la Glock alla tempia.
«E cosa pensi che ti faccio io, invece, se non parli?! Credi che stiamo giocando?! Eh?!»
«No! Aspetta!» piagnucolò Clarke, con lacrime di dolore e paura che gli solcavano sgraziatamente il viso, già tinto di sangue. «Vorrei dirvelo… è che… non lo so…»
Frank spostò la mira della Glock e gli sparò a una gamba.
«AHHHH!!»
«Risposta sbagliata! Il prossimo ti finisce in fronte, così scopriamo se ce l’hai un cervello.»
Matt, intanto, restò in silenzio, senza reagire. I metodi di Frank erano eccessivi, ma anche molto persuasivi, così lo lasciò fare.
«Ti ripeto la domanda: dove nascondete le armi?»
Clarke continuò a piangere, mentre si toccava con afflizione la gamba ferita. Si vedeva che non sapeva cosa fare. Da un lato avrebbe dovuto tradire Fisk, con tutti i rischi del caso; dall’altro, sapeva cosa gli avrebbe fatto The Punisher se non avesse collaborato.
«Si… trovano in un magazzino, al molo.»
«Quale magazzino?» chiese Matt.
«Non ricordo con precisione…»
«Ci risiamo?! Vuoi proprio morire, allora!» lo minacciò Frank.
«No! È la verità! Non lo ricordo. Ma ho un biglietto nei pantaloni in cui…»
Prima che terminasse la frase, Frank lo precedette e gli infilò una mano nelle tasche. Dopo un rapido controllo, trovò un pezzo di carta stropicciato. Così, lo spiegò e lesse il contenuto.
«Mmmh… bene.» disse in un sussurro.
Matt stava per chiedergli cosa c’era scritto, quando Clarke lo interruppe ancor prima di cominciare.
«Quindi… va bene così?» chiese, azzardando un mezzo sorriso isterico. «Adesso siamo a posto, no?»
«Assolutamente.» confermò Frank tranquillo. «Direi che qui abbiamo finito.»
Fece per allontanarsi di qualche passo, poi si voltò di colpo e gli sparò in testa a bruciapelo.
«Cavolo, Frank!» protestò Matt, indignato. «Gli avevo detto che non gli avremmo fatto niente se avesse parlato!»
The Punisher scrollò le spalle.
«Errore tuo, non mio, Rosso. La prossima volta attento a quello che prometti. E comunque gli ho fatto un favore. Fisk gli avrebbe fatto sicuramente di peggio.»
A quel punto, fece per andarsene, ma Daredevil gli sbarrò la strada.
«Dammi il biglietto.»
«No.» rispose secco Frank.
Matt sospirò, scoraggiato. Non sarebbe voluto arrivare a tanto, ma era disposto a tutto pur di avere quell’informazione.
«Non voglio scontrarmi con te, ma è quello che succederà se non me lo dai.»
Frank sogghignò tra sé.
«Cos’è, una minaccia?»
Stavolta, fu Matt a rispondere perentoriamente.
«Sì.»
«E perché dovrei dartelo? Cosa vuoi farci?»
«Passerò l’informazione alla polizia, così potrà fare il suo lavoro.»
«È incredibile!» sbottò Frank, sbattendo le braccia ai fianchi. «Continui imperterrito a credere a quella merda di favola che chiami giustizia. Beh, è ora che ti svegli! Perché non esiste!»
«Invece, sì.» ribatté Matt sicuro. «Finché ci saranno brave persone, la giustizia merita di essere onorata.»
«Puttanate!» gridò Frank, scuotendo la testa. «Le “brave persone” che dici tu hanno eletto Wilson Fisk sindaco di New York! Lo stesso Wilson Fisk che fino a poco tempo fa marciva in una fetida cella! Capisci cosa voglio dire?!»
Matt non rispose. Sì, lo capiva, ma questo non voleva dire che aveva perso la speranza di far andare le cose per il meglio. Non ancora, almeno.
«Lo sai cosa stava succedendo qui?!» continuò Frank, indicando l’acciaieria.
«Certo che lo so. Sono qui per questo.»
«No che non lo sai! Io seguivo i movimenti di Ortiz da settimane! Sentivo che qualcosa non andava. Le gang qui in giro erano più agitate del solito. E sai perché?»
«Perché?»
«Perché quel figlio di puttana del sindaco sta contrattando con tutte le bande criminali allo stesso tempo, ecco perché! Cerca di creare faide e screzi tra i malavitosi. Ecco perché ha mandato questo coglione che scrive bigliettini, neanche fosse all’asilo, a mediare un incontro così importante. E tutto questo per un unico e semplice motivo: vuole creare il caos. Vuole che tutti si facciano la guerra. E, secondo te, chi ci guadagnerà da questa situazione?»
Matt annuì, mesto. Aveva già intuito qualcosa, ma quella era la prova definitiva dei piani di Kingpin.
«Se scoppia una guerra tra gang, ci guadagna chi vende armi, ovviamente. Inoltre, se Fisk riesce a sedare queste rivolte, aumenta anche la sua popolarità come figura di potere.»
«Bingo!» esclamò Frank. «E, se tu vai a raccontare agli sbirri del deposito, uno di loro farà la spia a lui, a Fisk. Puoi scommetterci il culo!»
«Io conosco qualcuno all’interno della polizia di cui ci si può fidare.» replicò Matt. «Qualcuno che è dedito al suo lavoro e che farà certamente la scelta giusta.»
Frank gli si avvicinò e lo fissò intensamente.
«Ne sei sicuro, Rosso? Ti fidi talmente tanto di questa persona da affidargli la tua stessa vita?»
«Sì.» rispose Matt, senza timore.
Frank lo scrutò per qualche altro secondo, poi fece una smorfia.
«Tieni.» disse, porgendogli il foglio di carta. «Ma se qualcosa va storto, ricordati che sarà solo colpa tua.»
Matt prese il foglio e annuì.
«Grazie.»
Frank sbuffò, rimangiandosi probabilmente qualche battuta, e si allontanò.
«Aspetta un attimo.»
«Che c’è?»
«Hai detto bene prima: Fisk è molto pericoloso. Il gioco che sta facendo manderà in rovina l’intera città. Sarà un vero inferno.»
«E quindi?»
«E quindi, se vogliamo fermarlo, forse dovremmo collaborare. Oggi abbiamo dimostrato che è possibile, tutto sommato.»
Frank aggrottò la fronte, stupito da quella richiesta.
«Io non faccio squadra con nessuno.»
«Infatti non dico di fare squadra.» insistette Matt. «Ma di condividere le informazioni e di affrontare Fisk insieme, quando sarà il momento.»
«Cioè, in pratica stai suggerendo di pararci il culo a vicenda?»
Matt annuì. Lui lo avrebbe detto in altri termini, ma il concetto era quello.
«Da soli siamo in svantaggio, ma insieme lo possiamo contrastare.»
Daredevil gli tese la mano, in attesa di una risposta. The Punisher, però, si voltò di spalle e iniziò ad allontanarsi.
«Va bene, Rosso, giochiamo come vuoi tu. In questo inferno l’aiuto di un diavolo può farmi comodo.» disse continuando a camminare. «Ma abbassa quella mano perché sembri un idiota.»
Matt sorrise tra sé, soddisfatto. Nonostante fossero molto diversi, quasi l’uno l’opposto dell’altro, sapeva che entrambi volevano la stessa cosa: pace e giustizia, sebbene la cercassero in modi completamente differenti. Ma la loro neonata alleanza lo faceva ben sperare per l’imminente battaglia che avrebbero dovuto affrontare contro Wilson Fisk.
Note


