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Autore: Ederaria    25/05/2024    3 recensioni
Questa è una raccolta di one shot (a carattere leggero/comico) spin-off della mia long precedente “Quattro stagioni”. Dunque sono immesse in quell’universo narrativo e sono rivolte solamente a chi quella storia l’ha seguita e apprezzata (e, banalmente: la conosce).
Genere: Comico, Fluff, Slice of life | Stato: completa
Tipo di coppia: Slash | Personaggi: Aziraphale/Azraphel, Crowley
Note: AU | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Isabel

ovvero

Di mosche e serpenti

 

 

Una serata oziosa, come mille ce n’erano state e mille ancora ne sarebbero arrivate.

Aziraphale, disteso sul letto nell’appartamento di Mayfair, stava leggendo (meglio: rileggendo) Belli e dannati. Non gli era ben chiaro perché, di tanto in tanto, andasse a intestardirsi con lo studio degli americani: li trovava assolutamente privi della grazia anglosassone o del romanticismo che aveva permeato la prosa europea per quasi un secolo di letteratura; li percepiva, invece, brutali e secchi, quasi algidi nel loro modo di narrare (per non parlare poi dei soggetti che si ostinavano a scegliere: in ogni riga sentiva la mancanza dell’eleganza della Austen, o dei paesaggi delle Brontë, o dell’ironia di Wilde; come anche della filosofia dei tedeschi o dei sentimentalismi degli italiani). Tuttavia, le due pagine del dialogo tra La voce e la Bellezza, l’intermezzo tra il primo e il secondo capitolo del romanzo di Fitzgerald, era costretto ad ammettere fossero di una delicatezza disarmante. Soprattutto l’incipit, nel quale sostò, declamandolo nella sua mente, per lungo tempo.

 

Ritornando per un attimo in paradiso

La bellezza, che nasceva ogni cento anni, stava seduta in una specie di sala d’aspetto all’aperto, attraversata da raffiche di vento bianco e a tratti da frettolose stelle ansanti. Le stelle ammiccavano confidenzialmente mentre passavano e i venti le smuovevano teneri e incessanti i capelli. Ella era incomprensibile, perché in lei l’anima e lo spirito erano una cosa sola: la bellezza del corpo era l’essenza dell’anima. Era l’unità cercata dai filosofi per secoli e secoli. In questa sala d’aspetto di venti e di stelle, ella stava seduta da cento anni, tranquilla nella contemplazione di se stessa.*

 

Aziraphale chiuse gli occhi.

Al di là delle sue palpebre serrate cominciò a emergere una vallata verde, aperta e infinita, placida nella notte del mondo.

Incorrotta, incontaminata; intoccata e intoccabile.

Un Eden.

Il ritorno in paradiso.

Astri, costellazioni e nebulose illuminavano un cielo altrimenti nero.

Sprazzi di colori, violacei e bluastri, in un concertato di ombre e bagliori.

Folate di vento scendevano sulla terra a carezzare i fili d’erba; in picchiata, ululando, si tuffavano dall’alto senza temere la gravità, piroettavano al suolo, sul prato – tra minuscole foglie e timidi fiori di campo appena sbocciati –, eleganti, per poi risalire, indomite e incontrastate.

A un tratto, un fulgore rosso intenso.

Lunghi capelli rubino smossi dall’alito divino.

La Bellezza che andava progressivamente delineandosi in una figura androgina, né uomo, né donna.

Un corpo nudo, flessuoso quanto l’aria che lo sferzava, leggero, come sospeso nel paesaggio, incastrato in qualche anfratto tra realtà e immaginazione.

La pelle bianca, morbida, invitante.

La chioma infuocata che, col suo danzare in balia del vento, tesseva incanti e desideri.

Il viso rivolto al cielo, a specchiare la sua magnificenza direttamente nelle stelle.

E quegli occhi scuri e dorati, depositari di misteri, poesie e struggenti dolori.

Lacrime inconfessabili scendevano come perle, ornamento di una perfezione sacrale.

La Bellezza e la sua condanna alla solitudine.

Crowley.

 

Aziraphale riaprì gli occhi e si ritrovò ansante, rigettato dalla sua stessa fantasticheria tra le quattro mura della sua camera da letto.

Della loro camera da letto.

Richiuse il libro e lo posò sul comodino.

Si alzò e si recò in salone.

Crowley se ne stava seduto sul divano a contemplare il vuoto; immobile, con un foglio pentagrammato tra le mani sul quale aveva segnato note e armature di chiave, accordi e indicazioni espressive senza una logica apparente.

Era così da una settimana o giù di lì.

Parlava poco, era assente, qualche pensiero lo stava torturando, Aziraphale lo sapeva. Una preoccupazione, forse; o un problema che pareva fosse intenzionato a tenere per sé.

Aziraphale avrebbe voluto domandargli cosa avesse, perché nemmeno la musica riuscisse a distrarlo. Avrebbe voluto parlare, rivelare i suoi timori; chiedere se antichi demoni andavano riaffacciandosi in quella vita tranquilla che erano al fine riusciti a costruirsi.

Ma non quella sera.

“Oh, angelo…”, disse Crowley vedendolo comparire, come riemergendo dalle sue riflessioni private, “Tra poco vengo a letto. Sto cercando di finire qui” e accennò alle carte che stringeva tra le dita.

Mentiva.

Aziraphale, senza rispondere, lo raggiunse.

Afferrò le pagine di musica e le posò sul tavolo. Per quanto confuso fosse, Crowley gliele lasciò prendere senza protestare.

Aziraphale tornò da lui, gli si mise di fronte, lo guardò carico d’amore, desiderio e velata tristezza. Gli accarezzò una guancia. Crowley portò una mano sul viso per tenere a sé quella del marito. Ruotò il volto e gli baciò il palmo.

“Va bene”, disse con le labbra premute sulla fede nuziale, “Andiamo di là”.

Fece per alzarsi ma Aziraphale lo trattenne verso il basso, arrestando il movimento.

Gli salì sopra a cavalcioni, lentamente, continuando a fissarlo senza emettere un suono altro dal suo stesso respiro.

Crowley lo accolse, cingendogli i fianchi con entrambe le braccia.

Aziraphale chinò il volto e posò le labbra su quelle del violinista. Senza schiuderle. Piano.

Un bacio.

E un altro.

E un altro ancora.

 

Tienimi con te.

Nella notte del mondo che non ha mattino.

A combattere la solitudine ultima.

Sentimi.

Toccami.

Prendimi.

Con te.

Per te.

Noi.

Torniamo in paradiso.

 

***

 

Nudo e sfatto, con le coperte attorcigliate attorno alle gambe, Aziraphale dormiva profondamente.

Crowley si era svegliato prima che lo stesso sole sorgesse, ed era rimasto a osservarlo per lunghi minuti, nella penombra, con la voglia frenata di allungare una mano per accarezzarlo, destarlo e riprenderselo. Tuttavia, non aveva osato turbare quel sonno tranquillo: credeva che Aziraphale avesse bisogno di tergiversare quanto più possibile nella serenità onirica che gli vedeva dipinta sul volto disteso. Un’espressione tanto diversa da quella degli ultimi giorni, financo dalla sera precedente: c’era qualcosa che lo intristiva, ne era sicuro.

Crowley si alzò, si stiracchiò e recuperò i pantaloni del pigiama in raso nero dal pavimento. Li infilò senza badare all’intimo e si diresse in cucina.

Mise a fare il caffè.

Nell’attesa si domandò se chiedere ad Aziraphale cosa non andasse o se attendere fosse lui a parlargliene spontaneamente, senza forzarlo.

Tirò fuori dal pensile due tazze e, quando il caffè fu pronto, lo versò in entrambe. In quella destinata al compagno aggiunse dello zucchero e un poco di latte.

Tornò in camera da letto portandosele dietro con la consapevolezza che la pazienza non era stata mai una delle sue doti.

“Svegliati, Aziraphale” sussurrò Crowley sedendosi sul materasso.

Aziraphale aprì gli occhi e, lentamente, mise a fuoco la figura dell’uomo che gli stava passando la tazza.

“Buongiorno”, rispose il libraio stropicciandosi gli occhi con le dita; poi, sbadigliando, si tirò su a sedere, poggiò la schiena sulla testiera e afferrò il caffè, “Ti ringrazio” aggiunse donandogli il primo sorriso della giornata.

“Senti, dobbiamo parlare…”

Aziraphale si portò la tazza alle labbra, bevve un sorso e la riallontanò, sospirando.

“Temo di sì” convenne.

Stettero a fissarsi senza dire nulla per qualche secondo, come a domandarsi chi dei due avrebbe cominciato, in un timore condiviso e taciuto.

Fu Crowley.

“Sei strano”, disse, “Ieri sera eri… cioè, è stato bello – anzi, bellissimo, cazzo! Ma eri strano. Mi vuoi dire che hai?”

Aziraphale spalancò gli occhi, confuso.

“Io? Ma sei tu quello strano!”, esclamò spiazzato, “È una settimana che sei taciturno! Tu, poi! Che non smetti mai di lamentarti per qualsiasi cosa! Non so che pensare… Sono preoccupatissimo, Crowley” ammise affranto, abbassando lo sguardo.

Crowley dapprima aggrottò le sopracciglia, perplesso, poi si rese conto che, in effetti, non gli aveva detto ancora nulla.

“Ah. Te ne sei accorto…”

“Vorrei ben vedere che me ne sono accorto!”, disse Aziraphale contrariato; stringendo la presa sul coccio tra le dita, si sforzò di ammorbidire il tono di voce, “Se non stai bene puoi dirmelo, sono sicuro che insieme-”

“Frena-frena-frena!”, lo interruppe Crowley alzando una mano per arrestare qualsiasi cosa l’altro avesse intenzione di dirgli, “Io sto bene, eh! Non c’è niente che non va”.

Aziraphale rialzò il capo e lo guardò interdetto.

“E allora cos’è che ti impensierisce tanto?”

Crowley sbuffò. Bevve un po’ del suo caffè.

“C’è una tizia che mi segue” lo informò.

“Perdonami?”

“Non so che dirti, Aziraphale. Ovunque io vada, da qualche giorno, me la ritrovo dietro. Fuori dagli studi, all’angolo di Whickber Street, persino al market quando vado a fare spesa. Pensavo fossero delle coincidenze all’inizio, ma, porca puttana, cominciano a diventare un po’ troppe…”

“Perché non me lo hai detto prima?”

“Avresti detto che ho le manie di persecuzione e che sono esagerato”.

Aziraphale posò la mano su quella di Crowley.

“Non essere ingiusto, hai così poca fiducia in me? Ma chi è questa persona? Cosa cerca da te?”

E io che cazzo ne so?!” pur non volendo, Crowley alzò il tono di voce.

“Ma, mio caro, se è veramente come dici tu, qualcosa da te vorrà pure! Magari è un’ammiratrice che ha scoperto chi sei, oppure…”, si fermò per riflettere e, quando gli balenò nella mente un’altra idea, Crowley si sentì stringere le dita con troppa veemenza, “Oppure è una donna con cui sei stato e nemmeno te lo ricordi”.

“Angelo, mi fai male!”, esclamò il musicista liberandosi dalla presa.

Ruotò il torso per poggiare la tazza sul comodino, nascondendo il sorriso divertito di cui non riuscì a contrastare la comparsa.

“Questa tua gelosia è ridicola”, disse fingendosi infastidito, “Fino a prova contraria, da quando ci conosciamo, sei tu che ti sei scopato un altro”.

“Oh, che mi tocca sentire! Vorrei ricordarti che mi avevi lasciato senza addurre motivazioni soddisfacenti!” sbiascicò il libraio.

“Non essere idiota”, lo rassicurò Crowley sfilandogli dalle mani il caffè per andare a posarlo accanto al suo, “Lo sai che mi piace tu lo sia, pure se non ne hai motivo”. Si chinò e poggiò la testa sul ventre del libraio, mentre le sue mani si facevano largo tra le lenzuola per stringerlo a sé. Aziraphale, trovandoselo spalmato addosso, cominciò a carezzargli la schiena.

“Comunque non credo proprio”, disse Crowley con le labbra premute sul torace di lui, “Tanto per cominciare: sono solo un violinista, non ci caga mai nessuno”, un bacio, “Inoltre sono stato troppo attento a non far trapelare la mia identità”, un altro bacio, “E per quanto riguarda la seconda ipotesi: no di nuovo, non è il genere di donna che mi sarei scopato”, tirò fuori la lingua e leccò la pelle di Aziraphale, “Un tempo. Anni e anni fa. Ora mi scoperei solo te. Lo sai” aggiunse alzando il volto per guardarlo negli occhi, ammiccando.

“Beh, se dovesse riaccadere, invece di scappare come sono certo tu abbia fatto sino a ora, vai a parlarle e chiedile cosa vuole da te” suggerì Aziraphale, con la voce che tremava appena dal desiderio.

Crowley mugugnò continuando a baciarlo, scendendo sempre più in basso. Quando si insinuò tra le sue gambe, lo guardò un’ultima volta: Aziraphale ansimava appena e lo fissava di rimando, ipnotizzato e sospeso nella promessa delle sue movenze.

“Vedremo…”, sibilò, “Ma prima devo fare colazione” e si immerse nelle sue cosce generose.

 

***

 

La sessione di registrazione durò più del previsto: si prese tutta la mattina e una parte del primo pomeriggio.

Quando uscì dagli studi, con un poco di angoscia che gli si arrampicava nello stomaco, Crowley prese a scrutare i dintorni; eppure, della strana donna che si ritrovava sempre attorno non v’era traccia.

Entrando nella Bentley tirò un sospiro di sollievo: forse davvero erano state solo coincidenze e lui, come al solito, aveva ingigantito tutto vedendo minacce dove non esistevano. Mettendo in moto si schernì tra sé e sé e, senza pensarci, imboccò la via per Whickber Street.

 

Parcheggiò dinanzi la libreria senza la solita inchiodata, fischiettando.

“Angelo!?” esclamò entrando.

“Siamo qui, Crowley” rispose Aziraphale da lontano.

Crowley allungò il collo e lo notò sbracciarsi seduto alla sua bergère, con una tazza in mano e un’espressione strana impressa sul volto.

Siamo? Non avrai ripreso a umanizzare i tuoi libri, spero!”, disse incamminandosi verso di lui, ridacchiando. Ma, non appena giunse abbastanza vicino da poter avere a portata d’occhio anche il divano, il suo sorriso scomparve e trasalì.

È lei!” quasi gridò alzando un indice in direzione della donna che scoprì seduta sul sofà.

Proprio lei: la tizia che lo stava ossessionando da giorni. Abiti scuri, capelli lisci, neri e corti sparati al di sotto di una bombetta scamosciata. Come neri e intensi erano i suoi occhi che sembravano entrargli dentro per studiare la sua anima, spudorati.

“Sì, lo so che è lei…”, rispose Aziraphale un po’ impacciato, “Lascia che ti presenti Isabel”.

“Gli amici mi chiamano Belz” precisò la donna girandosi tra le mani un bicchiere con del liquido ambrato dentro.

“Io non sono amico tuo” ringhiò Crowley.

“No, infatti. Sei mio cugino” disse noncurante.

Crowley aprì la bocca per rispondere ma non gli uscì nessuna parola, solo un suono strozzato in glissando discendente; il dito che teneva ancora alto a mezz’aria prima di quella sconcertante rivelazione perse ogni vigore e, come se la forza necessaria per sorreggere il braccio fosse venuta meno, lo lasciò cadere lungo un fianco.

Aziraphale posò la tazza sulla scrivania e si alzò dalla poltrona.

“Siediti, caro”, gli disse mettendogli una mano sulla spalla e guidandolo verso le bergère.

Crowley, talmente scioccato, si lasciò condurre dal marito senza fare storie e, crollando, si ritrovò come liquefatto tra i cuscini della poltroncina.

“Suppongo abbiate molto di cui discutere”, fu nuovamente Aziraphale a parlare, “Vado di là a riordinare, così vi lascio un po’ da soli”.

Prima che potesse fare un passo, Crowley gli afferrò il lembo del panciotto per tenerselo vicino.

“Tu non vai da nessuna parte”, sibilò il violinista, poi prese a fissare il bicchiere di Isabel, “È il mio whiskey quello, Aziraphale?”

Non ora, Crowley, ti sembra il caso?”, sussurrò a denti stretti il libraio; poi, stiracchiando un sorriso imbarazzato in direzione della nuova arrivata, aggiunse: “Abbiamo ospiti…”.

Dal canto suo, la donna continuava a studiarli, guardinga, come se fossero stati loro a comparire di punto in bianco nella sua vita e non il contrario.

Ci fu qualche istante di silenzio, poi Crowley riacquisì la sua lucidità. Tuttavia, invece di chiederle se era proprio sicura fossero parenti, se non si stesse – o li stesse – ingannando per qualche oscura ragione, ringhiò torvo: “Perché adesso? Che vuoi da me?”.

“Beh”, Isabel accavallò le gambe, “Adesso perché prima di un paio di mesi fa non sapevo nemmeno della tua esistenza, come immagino tu non sapessi della mia”, Crowley annuì continuando a squadrarla sospettoso, “E ti rassicuro subito: non voglio niente da te. Ero solo curiosa. Domani me ne torno a Belfast”.

“Ah, non vivi qui a Londra?” domandò Aziraphale.

“No. Ho lasciato Londra vent’anni fa. Sono venuta per lui” rispose la donna guardando Crowley.

“Bella storia!”, proruppe il violinista, “Ti vedo girovagare da una settimana e ti presenti solo ora?”

Isabel si alzò dal divano, vuotò il bicchiere in un sorso e lo passò ad Aziraphale per riconsegnarglielo.

“Volevo essere sicura ne valesse la pena”, disse Isabel con reiterata indifferenza, “Ora ho delle commissioni da sbrigare, vi lascio”, si infilò una mano nella tasca della giacca ed estrasse un fogliettino di carta, “Qui c’è il mio numero. Stasera sono libera. Se ti va, chiamami e ci vediamo”.

Fece per passare il biglietto da visita a Crowley ma lui intrecciò le braccia sul petto e girò la testa da un lato, ignorandola. Fu Aziraphale a prenderlo.

“Ti telefonerà senz’altro e vi accorderete” disse il libraio affabile.

Isabel assentì con un gesto del capo, si girò e si diresse verso l’uscita.

Prima che potesse però congedarsi, Crowley si alzò con uno scatto e la raggiunse correndo.

“Non mi hai detto che tipo di legame… Cioè: cugina da che parte?”

La donna, una mano già sulla maniglia, accennò un sorrisetto malizioso.

“Mio padre era il fratello gemello di tua madre”.

Crowley trattenne il fiato. Gemelli? Sua madre aveva un gemello? Perché non ne sapeva nulla? Perché non gliene aveva mai parlato?

Indovinando le domande che si affollavano nella mente dell’uomo e la curiosità espressa da quel suo mordersi le labbra, prima di uscire, con nuova sicurezza, Isabel disse: “Vienimi a prendere alle 20.00 al 14 di Staplehurst Road e ti racconterò tutto”.

 

Andò via.

 

***

 

“Ecco, tenga” disse Aziraphale consegnando con una certa urgenza alla cliente la prima edizione di Frankenstein.

La donna, una signora di mezza età, elegante e dalle forme morbide, guardò la copertina perplessa.

“Mi scusi”, replicò con un filo di voce, quasi imbarazzata, “Ma le ho chiesto L’ultimo uomo, non Frankenstein…”

“Cielo! Deve perdonarmi”, si scusò, “Quando mi ha detto che cercava Mary Shelley il mio cervello deve aver fatto un collegamento automatico” Aziraphale si riprese il volume, lo rimise sullo scaffale e, scorrendo con le dita una manciata di tomi, arrivò a quello corretto; lo sfilò, e glielo porse.

In verità non era colpa del fatto che solitamente se cercavano la Shelley stavano chiedendo, implicitamente o meno, Frankenstein. Il libraio aveva la testa altrove e continuava a guardare la scala a chiocciola in ferro battuto.

Dopo che Isabel era uscita, Crowley era rimasto in silenzio per una mezz’ora buona. A nulla era valso l’interrogatorio che Aziraphale gli aveva scagliato contro: il compagno non aveva proferito parola sino a quando lo aveva informato sarebbe salito al piano superiore per stendersi un poco sul letto della sua vecchia camera.

Aziraphale smaniava per raggiungerlo, ma una mezza dozzina di clienti aveva deciso proprio quel pomeriggio di comparire in libreria richiedendo la sua attenzione.

La cliente si diresse verso la cassa e tirò fuori dalla borsetta il portafogli senza dire nulla.

“Ha deciso dunque di prenderlo?” per quanto quella domanda fosse assolutamente superflua, Aziraphale la pose comunque.

La donna annuì, senza guardarlo.

Prese i soldi che lei gli passò e li scambiò con lo scontrino.

“La ringrazio. Passi una buona serata” le disse sbrigativamente.

La donna alzò il volto su quello del libraio, sembrò voler parlare ma si trattenne. Poi annuì ancora, riabbassò il capo e andò via.

Aziraphale la guardò uscire con aria interrogativa. Alla fine sollevò le spalle e fece per mettere i soldi in cassa quando si rese conto che la cifra che gli aveva dato era eccessiva: probabilmente era il resto che avrebbe voluto chiedergli.

“Buon Dio, signora!” urlò correndo verso l’uscita nel tentativo di raggiungerla.

Quando aprì la porta del negozio si affacciò su Whickber Street ma della donna non v’era già traccia.

Sbuffando e maledicendosi per la sua disattenzione, Aziraphale ruotò il cartello all’entrata esponendo la scritta very closed.

A passo svelto tornò verso la cassa, vi ripose il denaro e si fiondò per le scale.

 

Quando varcò la soglia della stanza, trovò Crowley disteso supino sul letto, gli occhiali da sole abbandonati sul comodino, intento a scrutare il soffitto con fare meditabondo. Dopo qualche secondo notò che stringeva sul petto la copia usurata di Notti bianche: doveva averla presa dal cassetto nel quale per anni era stata quasi dimenticata.

“Crowley…”, disse Aziraphale avvicinandosi, “Stai bene?”

“Sto bene. Sì”.

“Posso…?” chiese indicando il lato del matrimoniale libero.

“Certo, vieni” rispose l’altro.

Aziraphale lo raggiunse sul letto con tutte le scarpe e si distese accanto a lui su un fianco, per poterlo osservare.

“Non sei convinto di andare all’appuntamento?”

“No. Per niente”, Crowley sospirò stringendo ulteriormente il libro adagiato sul torace, “Non so se le voglio le risposte alle mie domande”.

“Non sei mica obbligato a farle”.

“Questo è vero”, si morse le labbra, “Ma credo sarebbe un incredibile spreco se me ne rimanessi rintanato qui”.

“Sì, concordo”.

Crowley sbuffò. Alzò il braccio sinistro sul viso e guardò l’orologio al polso.

“Dai, basta frignare”, si tirò su a sedere, ripose il romanzo nel cassetto del comodino e si voltò verso Aziraphale, “Mi aspetterai sveglio?”

Anche Aziraphale si sollevò su un gomito.

“Certamente” gli disse sorridendo.

Crowley si chinò e gli diede un bacio.

“Grazie”.

 

***

 

La struttura che ospitava l’hotel in cui risiedeva Isabel era l’ennesimo esempio di architettura vittoriana, un edificio non dissimile dall’infinità di palazzi che si potevano trovare in tutta Londra, per i quali ogni natio che si rispettasse non provava stupore alcuno ma che, al contempo, pretendeva fossero oggetto di venerazione da parte dei turisti.

Crowley arrivò come aveva previsto con un poco di anticipo e parcheggiò dinanzi all’entrata del The Station: quei minuti di margine che si era riservato era convinto li avrebbe investiti nella formulazione di un piano, sentiva che stava per scendere in un campo di battaglia e l’ideazione di una strategia – se d’attacco o difesa non lo sapeva ancora – gli sembrava un’opzione quasi necessaria per sopravvivere a quell’inattesa serata. Tuttavia, i suoi propositi vennero spazzati via quasi subito poiché vide la cugina che, poggiata al muro dell’ingresso, fumava una sigaretta nell’attesa di lui.

Quando anche lei lo scorse all’interno della Bentley gli si avvicinò. Aprì la portiera e fece per entrare.

“Non si fuma qui dentro” l’ammonì Crowley prima che potesse accomodarsi sul sedile anteriore del passeggero.

Isabel sbuffò, aspirò un ultimo tiro e lasciò cadere in terra il resto della cicca.

Si sedette e richiuse la portiera.

“Dove andiamo?” domandò la donna.

“Che ne so. Credevo avessi qualche idea dato che mi hai chiesto tu di vederci” brontolò Crowley.

“Scegli un pub a caso e portamici. Ho fame” rispose Isabel.

Avrebbe voluto obiettare dicendole che era troppo tempo che non frequentava pub e locali, che non aveva la più pallida idea di dove recarsi; ma, invece di replicare, accese il motore e lasciò che la stessa Bentley lo conducesse da qualche parte.

Durante il tragitto non parlarono. Isabel guardava fuori dal finestrino persa nei suoi pensieri; Crowley, stando ben attento a non farsi notare, ogni manciata di metri si voltava appena nella sua direzione interrogandosi su cosa le passasse per la mente.

Dopo una mezz’ora si ritrovarono nuovamente a Soho.

Crowley accostò di fronte alla libreria.

“Perché qui?”, chiese Isabel, “Tuo marito di giorno vende libri e di notte apre un locale clandestino?”

“Senti, non mi hai dato un grande margine di progettazione. Volevi un pub? Qui c’è un pub. Fattelo andare bene”.

Scesero dall’automobile e si recarono al The Dirty Donkey.

 

Il pub era strapieno. Molti clienti bevevano e rumoreggiavano al bancone; molti altri occupavano di già i pochi tavolini presenti.

“Forse è stata un’idea del cazzo…”, disse Crowley a mezza bocca guardandosi attorno, “Mi sa che dobbiamo andare a cercare un altro posto”.

“Na, ci penso io”, rispose Isabel; gettò lo sguardo oltre la folla e, pochi secondi dopo, sembrò trovare quello che stava cercando, “Tu vienimi dietro”.

La donna afferrò la mano dell’uomo e se lo trascinò dietro.

Raggiunsero il fondo del locale, e si posizionarono in un’area tra il bancone e un tavolo occupato da due ragazze che chiacchieravano tranquillamente degli affari loro.

“Anthony, quante volte ti ho detto che qui non ci voglio più venire?”, domandò d’un tratto Isabel alzando il tono di voce, “Non è un caso se periodicamente il dipartimento d’igiene lo fa chiudere! Non ti ricordi di quando quel poveraccio s’è trovato con uno scarafaggio nel panino? Cazzo, prima di accorgersene lo aveva bello che masticato! E vogliamo parlare dei topi? Derattizzazione un cazzo!”

Crowley si sentì avvampare d’imbarazzo. Provò il forte impulso di saltarle addosso e chiuderle quella boccaccia con le mani; ma i suoi istinti erano completamente annichiliti dalla confusione. Tuttavia, essa si diradò non appena vide le due ragazze alzarsi dalle rispettive sedie e andar via di corsa con un’espressione nauseata dipinta sul volto. Ecco a chi era rivolto quello show.

Isabel andò immediatamente ad occupare il tavolo mentre Crowley la guardava interdetto. Seduta al posto delle sue ignare vittime, ottenuto con un inganno improvvisato di cui era ovvio andasse molto orgogliosa, trionfante, accavallò le gambe e diede una schicchera sull’ala della bombetta.

“Invece di startene lì impalato come un imbecille”, gli disse, “vammi a ordinare un hamburger. Voglio anche le patatine. E una birra rossa, qualsiasi essa sia va bene”.

Crowley aprì la bocca per rispondere ma non gli uscì nemmeno un suono. Sconfitto, si limitò ad annuire e fece come la cugina aveva ordinato.

 

“Tu non hai fame?” chiese Isabel prima di addentare senza la seppur minima eleganza l’enorme panino che le avevano appena servito.

“No” disse Crowley con le dita strette sul suo bicchiere di whiskey.

“Pwggio pev te”, commentò con la bocca piena; ingoiò il boccone, “Guarda che non ci stanno davvero gli scarafaggi, se è quello che ti preoccupa. Che io sappia almeno” concluse con una strizzatina d’occhio.

Crowley fece una smorfia sprezzante.

“È così che ottieni quello che vuoi?”, le domandò, “Raggirando le persone?”

“Se serve”, rispose alzando le spalle, indifferente, “Me lo ha insegnato mio padre. Ovvero: tuo zio” ammiccò.

Crowley deglutì; mascherò la sua agitazione portando il whiskey alle labbra: la resa dei conti era arrivata.

“Diciamo che per noi legalità e moralità sono sempre state… Beh, sicuramente non prescrittive”, cominciò lei allargando un sorriso irriverente, “La prima è facilmente raggirabile se hai un minimo di sale in zucca; la seconda è troppo soggetta all’interpretazione. Ciò che è bene per te, non necessariamente è bene per me”.

“Un bel discorsetto da egoisti del cazzo” commentò Crowley.

“Come ti pare, Crawley. Certo non ti facevo tanto virtuoso”.

“Scusa?”, le sopracciglia dell’uomo si alzarono di svariati millimetri oltre le lenti scure dei suoi occhiali, “Come è che mi hai chiamato?”

“Ah, sì. Ho deciso di chiamarti Crawley”, disse lei; bevve un poco di birra, “Per via di quello” e indicò il tatuaggio sul volto del cugino.

“Questa cosa dei soprannomi è una specie di ossessione?”

Isabel si infilò tre patatine in bocca.

“Ossessione…”, ripeté masticando, “Mah, non la definirei ossessione. È solo divertente”.

“Mi sa che abbiamo un’idea diversa su cosa sia divertente, allora”.

“Siamo tutti egoisti, Crawley. Chi non lo riconosce è in malafede”, continuò lei a esporre la sua filosofia di vita ignorando l’ultima frase dell’interlocutore, “Anche quelli che credono nell’altruismo non hanno l’intelligenza o l’onestà di riconoscerlo come un particolare tipo di egoismo: quello sublimato. Chi fa del bene prova godimento nel farlo e, dunque, si muove comunque per un tornaconto personale. Mai è esistito un uomo che abbia fatto una buona azione in modo totalmente disinteressato. E mai esisterà”.

In modo del tutto spontaneo, nella mente di Crowley fece capolino l’immagine di Aziraphale. Lui solo gli sarebbe bastato come esempio per sbugiardarla. Ma si trattenne: non era un dibattito sull’etica il motivo per cui se ne stava in quello schifo di locale a bere del whiskey dozzinale.

“Ascoltami, Isabel: sinceramente delle tue teorie me ne frega meno di niente. Se sono qui-”

“È per tua madre, lo so”, lo interruppe lei, “Ha fatto proprio una finaccia, sì. Piccolo come eri immagino tu non sappia granché del suo passato. E considerato anche quanto era verboso tuo padre, suppongo non ti abbia mai detto più di un ‘ciao’”.

Crowley rabbrividì.

“Perché sai tutte queste cose…?” le chiese con la voce che tremava appena.

“Mio padre, ovviamente. Prima di morire. Le persone malate, forse per paura, sentono sempre di doversi lavare la coscienza in qualche modo prima di crepare. Perciò, nei mesi della sua malattia, mi ha raccontato tutto ciò che non mi ha detto in quarant’anni. Tuo zio si chiamava Anthony”, sorrise divertita, “Ti è familiare?”

Il tempo della sua storia durò hamburger, patatine e due birre. Per Crowley: tre whiskey.

Gli raccontò che, come qualsiasi coppia di gemelli, il padre di lei e la madre di lui avevano sempre avuto un legame particolare, viscerale. Erano stati cresciuti a pane e musica: lei cantava, lui l’accompagnava al piano; i Lieder tedeschi erano la loro ossessione. Crowley, nell’accogliere ciò, era rimasto colpito e strabiliato: non aveva mai sentito la madre cantare; a malapena l’aveva udita mugugnare a labbra strette le melodie dei concerti che voleva lui imparasse al violino.

Ma in quell’idillio fatto di sangue e arte, era poi comparsa una crepa: il padre di Crowley.

“Non so bene cosa sia successo”, aveva detto Isabel, “Su questo mio padre non si è sbottonato. So solo che lo odiava a morte e che ha segnato la loro rottura”.

Una rottura, aveva continuato, talmente violenta che, quando era arrivato il giorno, non era andato al matrimonio della sorella. E non si erano più parlati.

“Quando è morta, tuo padre gli ha fatto la gentilezza di avvertirlo. È andato al suo funerale; magari lo hai pure visto ma non te lo ricordi. Io ero appena nata perciò non ti so confermare quanto mia madre sosteneva: ma ha sempre detto che da quel giorno è cambiato, come se una parte di lui fosse morta con lei”, aveva pronunciato quelle parole con tono sospeso, tra il meditabondo e il sospettoso; un secondo dopo aveva scosso la testa, come a scacciare i dubbi, “Comunque sia, a parte questa cosa, è al funerale che ha scoperto che tu esistevi. E non solo: che portavi il suo nome”.

E, da quel momento, il racconto di Isabel si era fatto più contorto. Gli aveva rivelato che suo padre aveva provato a creare un ponte comunicativo col cognato per arrivare a lui, a Crowley, per conoscerlo; ma ogni sforzo era stato vano: i due uomini si incolpavano a vicenda della depressione della sorella e moglie e, a ogni telefonata, finivano con l’urlarsi contro parole impronunciabili. Anthony senior, dal canto suo, Isabel era convinta provasse sentimenti contraddittori: da un lato vedeva nel nipote il sangue del suo sangue, il figlio della gemella un tempo tanto amata; dall’altro, il frutto di un’unione che mai aveva approvato, quasi l’incarnazione del motivo per cui si erano separati.

“Ma ti ha sempre tenuto d’occhio a distanza, pure se tu non lo sai. C’era quel tizio, il tuo professore di musica… come cazzo si chiamava?” aveva domandato Isabel a un tratto tentando di fare mente locale.

“Il signor Patel…” aveva risposto Crowley sempre più avvinto da quella storia.

“Bravo! Lui. Mio padre gli mandava dei soldi da investire nella tua istruzione. Si tenevano in contatto. Sapeva che eri molto bravo col violino. Infatti in casa abbiamo trecento incisioni di roba strana. Non avevo mai capito perché cavolo mio padre tornasse ogni tanto con un CD di musica che mi aveva sempre detto detestava. Me lo ha rivelato alla fine, quando mi ha parlato di te: sono tutti dischi in cui hai lavorato tu. Mi ha detto che il tuo violino canta con la voce di tua madre”.

Crowley avrebbe voluto domandare perché non si era fatto vivo, perché gli era bastato aiutarlo da lontano; vegliare su di lui, in qualche modo, ma senza palesarsi. Tuttavia non aveva chiesto nulla perché in cuor suo sapeva che forse, a entrambi, avrebbe fatto più male che bene dato anche il fatto che, all’epoca, Crowley non ne avrebbe voluto sapere tanto era invischiato nel risentimento verso sua madre. Era servito Aziraphale per farglielo superare, e nessun altro mai avrebbe potuto sperare di smuoverlo dalla sua testardaggine. Un folle odio si annienta solo con un altrettanto folle amore.

“E questo è quanto”, concluse Isabel tracannando l’ultimo sorso di birra dal suo boccale, “Non è stato difficile trovarti perché mio padre sapeva esattamente dove fossi. Sapeva pure che ti sei sposato col libraio. Ma non chiedermi come, aveva un giro di informatori decisamente discutibile” sogghignò.

Crowley, che se ne era rimasto in silenzio quasi tutto il tempo per non interromperla, avido di informazioni come non credeva sarebbe stato, gomito poggiato al tavolo, si portò la mano sotto al mento, con l’intenzione di metabolizzare quel racconto il prima possibile. I pezzi si incastravano talmente bene, Isabel conosceva degli aspetti del suo vissuto talmente precisi, che non aveva motivo di dubitare della sua buona fede.

Nel frattempo, il locale era andato progressivamente svuotandosi. C’erano ancora parecchie persone al banco – sempre troppe nella concezione di Crowley – ma i tavolini erano quasi tutti liberi.

“Vuoi bere qualcos’altro?” chiese d’un tratto il musicista alla cugina.

“No. Adesso voglio fumare. Vado un attimo in bagno e poi mi accompagni fuori. Ok?”

“Va bene”.

Isabel si alzò e lo lasciò solo.

Crowley si perse in mille pensieri vuoti. Nuove domande si affollavano nella sua mente. Eppure sapeva che, essendo morti tutti i diretti interessati – che gli apparivano ora come gli attori principali di quella strana pièce teatrale che era diventata la sua vita –, mai avrebbero avuto delle risposte. Doveva farsi bastare i dati che aveva e imparare a conviverci. In quel groviglio di considerazioni nuove e antiche, però, emerse sfolgorante l’immagine del marito: non vedeva l’ora di tornarsene a casa e raccontare tutto ad Aziraphale, conscio del fatto che sicuramente lui, come mille altre volte aveva fatto in passato, sarebbe stato in grado di diradare la nebbia che offuscava la sua lucidità restituendogli una parvenza di sanità mentale.  

Isabel tornò dopo un tempo indefinito. Gli batté una mano sulla spalla facendo un cenno del capo in direzione dell’uscita. Convinto che quella pausa sarebbe durata il tempo di una sigaretta – o di un paio – e che poi sarebbero rientrati per bere altro alcol (e gli sembrava di desiderarlo come mai prima), Crowley si alzò e la scortò fuori dal locale.

 

Whickber Street era desolata.

Isabel, invece di mettersi le mani in tasca ed estrarre il suo pacchetto di Winston Silver, guardò Crowley e gli sorrise divertita. Sul volto aveva dipinta un’espressione di sfida.

“Mi sembri in forma, nonostante la tua età”, gli disse, “Sei pronto a correre?”

Crowley aggrottò le sopracciglia.

“Che?”

Isabel si voltò e prese a correre verso sud.

In quel frangente, nella completa confusione, dopo un secondo appena di esitazione, come se fosse costretto a rispondere a un atavico istinto predatorio, Crowley si riscoprì a correrle dietro.

Isabel, che cazzo! Dobbiamo pagare!” le urlò tentando di raggiungerla.

Ma lei era velocissima. Quando gli sembrò che fosse a portata di mano allungò un braccio per afferrarla ma, tra le dita, si ritrovò solo l’aria nella quale riecheggiava la risata adamantina di lei. Irriverente, spensierata. Libera.

 

Dopo circa dieci minuti di corsa folle, Isabel si fermò, ansante, dinanzi l’entrata di Saint James Park. Si chinò un poco e, tra il fiatone e lo strascico delle risate che mai l’avevano abbandonata in quella fuga, poggiò le mani sulle ginocchia per provare a tornare a respirare normalmente.

Crowley arrivò dopo pochi secondi, sfinito. Si poggiò una mano sui reni e, anche lui, tentò di riprendere fiato.

“Sei pazza, porca puttana!”, disse, “Mi toccherà tornarci domani per pagare il nostro debito!”

Da un lato provava rabbia, dall’altro mai le avrebbe confessato che si sentiva ebbro di vitalità.

“Ma fai un po’ come ti pare”, rispose lei tirandosi su, “Non andranno falliti per un paio di consumazioni regalate. Andiamo, vieni”.

Entrarono nel parco.

“Sicuramente non andranno falliti, ma vorrei ricordarti che il gestore sa chi sono e lavora a uno sputo dall’esercizio di Aziraphale. Credi non verrà a riscuotere? E giustamente incazzato, aggiungerei”.

“Mah…”

Crowley, seguendola, interrogò l’orologio al polso.

“Possiamo stare mezz’ora appena. A mezzanotte chiudono”, poi ci pensò e aggiunse, “ma suppongo a te non freghi un cazzo, giusto?” 

“Sono commossa, Crawley: cominci già a conoscermi!”, rispose Isabel ridacchiando, “Se ci chiudono dentro, scavalchiamo. Che problema c’è?”

Rassegnato al fatto che per lei, a quanto pareva, problemi non ce ne fossero, mise da parte il suo buon senso e continuò ad andarle dietro. Per una sera, si disse, poteva concedersi qualche strappo alle regole.

Dopo una camminata di una decina di minuti, raggiunsero una panchina eletta dalla cugina come degna dei loro culi, così aveva sentenziato.

Si sedettero e, solo in quel momento, la donna si accese una sigaretta.

“Mi chiedo dove lo hai trovato il fiato per correre a quel modo con tutta la merda che avrai nei polmoni a quest’ora” gli disse Crowley.

“Nella volontà, Crawley. L’ho trovato nella volontà”.

“Nella volontà di rubare?”

“Nella volontà di osare e vivere appieno. Ammettilo: da quanto non sgranchivi quelle gambe da gazzella che ti ritrovi?”, inspirò una buona dose di fumo, “Quanto tempo è passato da quando correvi come se avessi il diavolo alle calcagna?” espirò una nuvola grigiastra di Winston che si levò nell’aria leggiadra e andò scomparendo nella notte di Londra.

“Parecchio, te lo concedo” ammise Crowley accennando un sorriso sghembo.

Stettero qualche minuto a godersi il silenzio del parco: nessuna voce giungeva loro, né uno starnazzare o rumore di automobile. Solo quiete.

“È bella Londra, cazzo”, disse a un certo punto Isabel, “A volte mi manca. A volte nemmeno un po’. Mi sentirei ingabbiata in una grande città, tra palazzi altissimi e gente in giacca e cravatta”.

“Belfast non è esattamente un paesino rurale, però” commentò Crowley.

“No, è vero. Ma con pochi chilometri raggiungi le scogliere a picco dell’Irlanda. A volte ci passo pomeriggi interi, con quel cazzo di vento perenne che pare ti voglia spingere giù, che ti invita a sperimentare la caduta. L’ultimo grande salto, la cosa più vicina al volo che ci è concessa. A noi, dannati senza ali…”

Crowley prese ad osservarla. Era persa e sognante, sicuramente una creatura forastica e affascinante, che imponeva le sue leggi sul mondo infischiandosene delle griglie sociali che pretendevano di incasellare il giusto e lo sbagliato; il bene qui, il male là. No: lei camminava in equilibrio sulle linee di demarcazione ed eleggeva a sommo vanto quella sua indiscutibile dote funambolica.

“Cazzo, sei completamente pazza” ripeté, ma non riuscì a mascherare né la familiarità con quel modo di vivere, né una nuova ammirazione sporcata di interesse per la cugina appena conosciuta.

Isabel aspirò l’ultimo tirò e lanciò la sigaretta per terra, sulla ghiaia.

“In noi, Crawley, scorre il sangue della pazzia”, disse solennemente, “Da mio padre e tua madre è passata a me e, sono sicura, a te. Un giorno mi dirai quali fantasmi ti abitano”, si voltò per lanciargli un’occhiata complice, “Ma non devi mica dispiacertene, non osare mai: siamo noi che diamo colore al mondo”, in preda alla foga delle sue convinzioni, si alzò per continuare il suo discorso in piedi dinanzi a lui, “Siamo le muse degli artisti, l’incarnazione dell’estro di Lucifero, le ancelle di Dioniso! I sani ci guardano con timore e disprezzo, ma”, si fermò per schiarirsi la voce, “i poveretti non sospettano certo quanto cadaverica e spettrale apparirebbe appunto questa loro sanità, quando passasse loro accanto fremendo la vita ardente degli invasati da Dioniso!”** declamò entusiasta.

“E questa cos’è? Una citazione di una qualche band che ti piaceva ascoltare rinchiusa nella tua cameretta?” tentò di schernirla.

“È Nietzsche, bifolco che non sei altro!” replicò la donna rimandando al mittente la presa in giro. Allargò le braccia e alzò il viso verso il cielo coperto della città: “Mangiatela questa esistenza, Crawley! Godi dei suoi frutti! Cibo, vino, musica, sesso!”, prese a girare sul posto, con gi occhi chiusi, “È più nostra che degli altri! Divora la bellezza che tu stesso crei! Ne hai il diritto!”

Sì, invasata lo era di certo. Crowley stette a guardarla vorticare su se stessa: sembrava una bambina. Poi lei si fermò e barcollò un poco in balia delle vertigini che la colsero. Il musicista fece un piccolo movimento con l’intenzione di andare a sorreggerla in caso fosse caduta, ma lo arrestò sul nascere: vederla rovinare in terra sarebbe stato divertente. E, infatti, complici le birre, la corsa, il fumo e le giravolte, Isabel finì col culo per terra. Scoppiò a ridere e Crowley, contagiato, assieme a lei.

 

***

 

Erano ormai le due di notte quando Crowley rincasò. Nonostante Aziraphale gli avesse promesso che lo avrebbe aspettato sveglio, non gliene avrebbe fatto di certo una colpa se lo avesse trovato addormentato. Ma così non fu: quando entrò in camera da letto lo riscoprì intento in una delle sue letture. Occhiali sul volto e sorriso raggiante come ben tornato.

“Allora? Com’è andata?” chiese impaziente chiudendo il libro e sfilando le lenti. Posò gli oggetti sul comodino e allargò le braccia invitandolo ad andare da lui.

Crowley sorrise. Mentre sbottonava i pantaloni, si tolse le scarpe facendo perno con la punta di un piede sul tallone dell’altro. Tirò giù le braghe e rimase in boxer.

“È andata bene”, rispose mentre liberava ogni bottone del gilet dalla sua asola, “Lei è… pazza, Aziraphale. Non so quante volte già lo ho ripetuto ma è così: completamente pazza”.

“Perciò ti piace, immagino” disse Aziraphale divertito.

“Sì, suppongo di sì” Crowley lasciò cadere sul pavimento sia il gilet, sia la camicia e lo raggiunse sul letto. Si sdraiò su di lui, utilizzando le sue cosce come cuscino.

“A parte questo, ti ha detto qualcosa in più in merito alla tua famiglia? A tua madre?” domandò Aziraphale cominciando ad accarezzargli i capelli.

“Un sacco di cose. Pare fosse un soprano, sai? Cantava accompagnata al piano dal fratello i Lieder tedeschi”, Crowley si interruppe per sbadigliare, non si preoccupò nemmeno di coprire la bocca con una mano, “È insomma venuto fuori che il mio talento musicale è eredita-a-awww-rio” un nuovo sbadiglio mozzò l’ultima parola.

“Mi racconterai il resto domani, Crowley”, Aziraphale batté la mano sulla testa di Crowley, “Ora è meglio se riposi, sarai stanchissimo”.

Crowley si sollevò quel tanto che bastava per scivolare sotto le lenzuola e occupare il suo lato del letto.

Aziraphale si sporse verso l’abatjour sul comodino, la spense e il buio li avvolse.

Non appena lo sentì coricarsi, Crowley allungò una mano e cinse la vita del compagno, rannicchiandoglisi vicino.

“Me lo fai un favore, Aziraphale?”

“Certo”.

“Domani, appena apre, passa al Dirty Donkey e digli che devi saldare la consumazione del tavolo otto. Scusati col tizio da parte mia”.

“Ma…”, Aziraphale si interruppe e sospirò, “Va bene, sarà fatto” confermò decidendo di rimandare le domande che sicuramente aveva al giorno dopo.

Completamente rilassato, Crowley chiuse gli occhi pronto a lasciarsi andare al sonno che gli era calato addosso non appena aveva varcato la soglia di casa.

“Angelo…” mugugnò ancora nel buio della camera.

“Dimmi, caro”.

“Comunque sei tu la mia famiglia”.

Quando sentì le labbra di Aziraphale imprimere un bacio sulla sua fronte seppe che sì, adesso poteva finalmente addormentarsi.

 

***

 

Quella che arrivò fu una giornata piena di impegni.

La mattina, durante la solita colazione, Crowley raccontò ad Aziraphale per filo e per segno della serata precedente in compagnia di Isabel. Poi si separarono per andare a lavorare.

Raggiunti gli Abbey Road Studios, prima di entrare nell’edificio, Crowley si guardò attorno come se si aspettasse di veder sbucare la cugina da un momento all’altro. Ma era solo una sensazione, poiché sapeva che, con ogni probabilità, era già in aeroporto ad attendere il suo volo. L’avrebbe anche accompagnata e a proporglielo ci aveva pure pensato; ma alla fine non lo aveva fatto perché aveva creduto che nemmeno lei smaniasse per un addio strappalacrime in prossimità del terminal – quelle puttanate da film le avrebbero lasciate agli inguaribili romantici che popolavano il mondo.

Registrò ciò che aveva da registrare, senza fretta di concludere, prendendosi il suo tempo.

Quando finì, tornò a casa per riposarsi un poco e scambiare il Guarneri con lo Stradivari – aveva lezione coi ragazzini quel pomeriggio, e soleva impartirgliele accompagnandoli col violino che gli aveva regalato sua madre. Non sapeva perché, ma aveva stabilito sin da subito che se non poteva sostituire lo strumento per le incisioni (e, d’altro canto, i committenti era proprio il Guarneri che volevano e riconoscevano), allo Stradivari sarebbe toccato seguirlo nella pedagogia musicale – anzi, a ben pensarci il motivo lo sapeva bene: troppo tempo quel povero violino era rimasto intoccato, ora esigeva nuova vita.

Le due ore di lezione andarono bene e, quando riconsegnò Alexis al padre, salutò Maggie per andare a prendere Aziraphale e tornarsene finalmente nell’appartamento di Mayfair assieme.

“Angelo, sei pronto?” domandò Crowley entrando in libreria.

Lo trovò intento a ridisporre diversi volumi sulla loro mensola.

“Dammi un paio di minuti ancora, Crowley. Finisco qui e andiamo”.

“Posso darti una mano?” chiese conscio dell’inutilità di quella domanda: Aziraphale non gli permetteva mai di aiutarlo, diceva che avrebbe fatto più disordine che altro. Ingiusto da parte sua, dato che solitamente era piuttosto ordinato: ma, del resto, guai a chi vuole frapporsi tra un libraio zelante e la sua studiata catalogazione.

“Non ti preoccupare, ho praticamente finito”, rispose Aziraphale perseverando nella sua sistemazione, “Ah, Crowley, senti: ho fatto come hai chiesto. Sono passato da Richard”.

“E chi cazzo è Richard?”

“Il proprietario del pub, via! Possibile che non te lo ricordi mai?”

“Ah, giusto. Beh: lo hai pagato?”

“A dire il vero no: ha detto che ci aveva pensato, testuale, la tizia con la bombetta. Suppongo Isabel ti abbia preso in giro”, disse ridacchiando mentre infilava l’ultimo tomo nello scaffale, “Bene, ecco fatto”.

Crowley aggrottò le sopracciglia: quando? Un secondo dopo si rispose sospirando: ovvio, quando è andata in bagno.

“Che stronza…” si lasciò scappare sorridendo. Allora non era così sconsiderata come amava dimostrarsi. Infilò la mano in tasca ed estrasse il cellulare intanto che Aziraphale prendeva le ultime cose e abbassava le saracinesche.

Stavolta me l’hai fatta. La prossima, pago io, le scrisse. Non aggiunse nessuna domanda in merito al fatto se avesse fatto buon viaggio o se fosse rincasata sana e salva.

“Andiamo?” domandò Aziraphale andandogli vicino.

Crowley assentì e uscirono dalla libreria.

Mentre Aziraphale chiudeva la porta, lo smartphone di Crowley vibrò: Isabel aveva già risposto.

Aprì il messaggio e vi trovò solo due emoticon, nessuna parola: una mosca e un dito medio alzato.

 

________________________________________________

 

N.d.A.

 

Caro lettore,

arriviamo così alla conclusione della raccolta. Ammetto che questa one shot mi ha causato non pochi problemi – dato anche l’evidente cambio di registro – e il dubbio se sia valida o meno mi resta. Ma la pubblico ugualmente, così come è venuta fuori ieri notte, perché sono testarda il doppio della mia versione di Crowley: avevo stabilito che l’arco narrativo di Quattro stagioni si sarebbe concluso con la versione umana di Belzebù, e… basta. Tant’è.

Due note, ridondanti ma per me doverose:

* Passo tratto da Belli e dannati di Fitzgerald;

** Passo tratto da La nascita della tragedia di Nietzsche.

Lettore, ti ringrazio sentitamente per esserti sorbito anche questi spin-off di cui sono consapevole il mondo non aveva assolutamente bisogno.

Col cuore leggero metto la parola fine al microcosmo della mia AU: penso di averla “munta” abbastanza e di aver sfruttato tutto il suo potenziale.

Chissà cosa ci riserva il futuro. Ti rivelo che ho in mente un paio di progetti ma poi, al solito, chissà se vedranno mai la luce. Così fosse, mi auguro di ritrovarti e rubarti altro tempo da passare assieme.

Un saluto affettuoso e ancora grazie.

Ederaria

 

   
 
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