Inferno rosso
«Che sta succedendo?»
Matt sussultò incredulo. In quel preciso istante stava accadendo qualcosa di sconvolgente. Qualcosa di impensabile. Qualcosa che non credeva possibile. Non più, ormai.
Riusciva a vedere.
Ma come? Da quel grave incidente che lo aveva segnato da bambino, i suoi occhi non avevano più scorto nulla… fino a quel momento, almeno.
Doveva esserci una spiegazione.
S’interrogò per diversi minuti, mentre osservava ciò che aveva intorno. Si trovava in un luogo piuttosto stretto, un corridoio presumibilmente. Ma questo era completamente spoglio e deserto, tranne per una strana nebbia che aleggiava nell’aria. Più fissava quell’infinito corridoio dal pavimento e dalle pareti rossastre, più sentiva crescere nella testa caos e confusione.
«Matt!»
Improvvisamente, apparve Foggy a pochi passi da lui. Matt riconobbe la sua voce e osservò con grande stupore il suo viso. Era la prima volta che lo vedeva davvero. Una gioia indescrivibile gli attraversò il petto, tanto era emozionato
«Foggy?» biascicò Matt, stordito da quell’assurda situazione.
«Ehi!» lo salutò l’amico. «Perché hai quella faccia? Sembra che tu non mi veda da una vita.»
«Io… non capisco. Puoi dirmi cosa sta succedendo?»
«Niente di che. Sei in ritardo, come al solito.» rispose Foggy, mentre gli caricava un grosso fascicolo sulle braccia. «Studia in fretta i nuovi documenti che ci sono arrivati. Non c’è un minuto da perdere!»
Matt barcollò di lato e rischiò anche di cadere per quanto era pesante quel fascicolo. Una volta ripreso l’equilibrio, però, lo osservò per bene, indugiando prima sulla copertina, poi su alcuni fogli. Erano tutti rossi. Alzando lo sguardo verso Foggy, notò che anche il suo volto era dello stesso colore, così come i suoi capelli e i suoi vestiti. Non ci aveva fatto caso all’inizio perché non era abituato a usare gli occhi, però non credeva che quel dettaglio fosse normale.
«Ma…»
«Oh! Siete qui!»
Dalla nebbia spuntò fuori Karen, che di corsa raggiunse i due avvocati. Anche lei era tinta di rosso da capo a piedi.
«Ragazzi, avete dimenticato questo.» disse, porgendo a Matt un’altra cartella che allungò la pila sulle sue braccia.
«Sì, ma…»
«Niente “ma”, Matt!» lo rimproverò Foggy, afferrandolo per le spalle e trascinandolo in avanti. «Dobbiamo andare o arriverai tardi. L’udienza inizia tra poco.»
«Quale udienza?»
Foggy scosse il capo, come a volersi lamentare della smemorataggine del suo amico.
«Senti, lo so che sei nervoso, ma non possiamo commettere errori. Questa causa è molto importante per il futuro dello studio. Quindi, riprenditi e dai il meglio di te.»
Matt annuì, più per farlo contento che per altro. Del resto, non ci stava capendo poi molto. Rimase in silenzio per tutto il breve tragitto che percorsero fino a ritrovarsi dinanzi a un immenso portone ligneo a due ante. Sulla parte superiore spiccava prepotentemente l’intaglio di una bocca con dei denti aguzzi e nel mezzo un’incisione che recitava una frase in latino.
“Qui huc intrasti omissa spe”
Poi, di colpo, videro il portone spalancarsi. Una donna non molto alta, dal fisico asciutto e con dei capelli disordinati che gli ricadevano sulle spalle uscì con fare concitato. Il rosso del suo abito e della sua pelle s’intonava alla perfezione con l’ambiente circostante.
«Jen?!» sbottò Matt, stupito.
«Oh, ciao.» replicò lei, sbrigativa. «Cosa ci fai qui?»
“È quello che mi sto chiedendo anch’io!” pensò Matt con sarcasmo.
«Abbiamo un’udienza della massima importanza.» rispose per lui Foggy. «Dovresti saperlo. Negli ultimi mesi la stampa non fa che parlarne.»
«Ah, già. Hai ragione. Mi era passato di mente.» convenne l’avvocato Walters distrattamente. «Beh, buona fortuna, allora. Il giudice è un osso duro. Ci vediamo.»
Prima ancora che Matt potesse salutarla, la donna si allontanò frettolosamente e sparì nella nebbia. Karen, invece, lo spinse dentro l’aula.
«Coraggio. Fatti valere!»
Matt si ritrovò oltre il portone, quando questo si chiuse bruscamente. I fascicoli che trasportava sparirono in un lampo e sopra i suoi vestiti apparve come per magia una toga da avvocato. La guardò spaesato, incapace di spiegarsi da dove fosse saltata fuori.
“Cosa mi sta succedendo?!” si chiese per l’ennesima volta, senza avere una valida risposta da darsi. L’unica spiegazione logica era che stava impazzendo. Cosa altamente possibile, dato lo scenario che si palesò davanti ai suoi occhi e che lo fece rabbrividire. L’intera stanza del tribunale, dai toni rossastri ovviamente, era occupata da persone coperte da soli stracci, lerci di sangue secco e maleodorante. L’aria era talmente stantia che riusciva a respirare a fatica. Ognuno dei presenti attendeva seduto su delle panche, in rigido silenzio. Tutti tranne un uomo dai capelli corti con indosso un’uniforme militare, che lo affiancò con solerzia.
«Avvocato, prenda posto. L’udienza sta per iniziare.»
Matt riconobbe con sorpresa la sua voce. Era Benjamin Poindexter, un veterano dell’esercito americano ed ex agente dell’FBI con cui aveva avuto diversi scontri in passato.
«Avvocato? Ha capito?»
«…Sì… sì, certo.» disse Matt, raggiungendo velocemente il banco indicato, quello predisposto per la difesa. Il suo assistito, però, non c’era. Il banco dell’accusa, invece, era già occupato da qualcuno. Un uomo calvo, dalla stazza enorme e dallo sguardo implacabile. Quei lineamenti non potevano che appartenere ad uno ed uno soltanto.
«Fisk?!»
«Avvocato Mudrock.» lo salutò l’altro con un cenno del capo.
I mille pensieri di Matt sfociarono in un vortice di pura follia, prima di essere interrotti da Poindexter.
«In piedi, entra il giudice.»
Tutti nell’aula si alzarono come degli automi, mentre il giudice fece il suo ingresso e prese posto di fronte alle due controparti. Anche in questo caso, Matt sussultò: il volto dell’uomo era identico a quello dell’avvocato dell’accusa… In quell’istante c’erano due Wilson Fisk nella stessa stanza!
«Sedetevi, prego.» ordinò il giudice, accomodandosi. «Avvocato Fisk, a lei la parola.»
«La ringrazio, giudice Kingpin.» disse l’avvocato in tono estremamente garbato. «Le accuse a carico dell’imputato sono le seguenti: omicidio aggravato e danneggiamento al patrimonio nazionale.»
«Molto bene.» commentò il giudice Kingpin, volgendo lo sguardo verso Matt. «Come si dichiara, avvocato?»
«Il mio assistito…»
«Non c’è nessun “assistito”, avvocato Murdock.» lo interruppe il giudice. «È lei l’imputato.»
«Io?!»
«Precisamente. Quindi, glielo ripeto: come si dichiara?»
Matt si guardò intorno, confuso.
«Ma… non è possibile…»
«Lo è, invece.» sentenziò l’avvocato dell’accusa. «Non è forse sua la colpa per le innumerevoli vite perse in nome della sua personale vendetta contro la città di New York?»
«Cosa?!»
L’avvocato Fisk lo fissò in cagnesco e continuò a parlare.
«Quante vite ha mietuto nei panni di Daredevil, il giustiziere fuorilegge? Quante famiglie oneste ha distrutto mentre giocava a fare l’eroe?»
«Nessuna!» urlò Matt, incapace di fare altro. «Io non ho mai ucciso nessuno! Non sono un criminale!»
«Ah, no?! E che mi dice di Elektra Natchios? Non è forse sua la colpa per la sua morte?»
Sentendo quel nome, Matt tentennò.
«Come pensavo.» commentò Fisk, risistemandosi la toga. «L’accusa chiede il massimo della pena, Vostro Onore.»
«Noo!» esclamò Matt, agitato. «Sei un bugiardo!»
Non capiva il perché, ma gli stava crescendo dentro una rabbia indomita. Prima di riuscire a calmarsi, Poindexter lo afferrò con violenza e lo bloccò sulla sedia.
«Ordine! Ordine!» protestò il giudice Kingpin, battendo il martelletto. «Avvocato Murdock, le sue azioni parlano da sole. A questo punto, non ho più alcun dubbio. La dichiaro colpevole di tutte le accuse.»
Un ultimo, decisivo colpo di martello fece calare il silenzio nell’aula. A Matt iniziò a girare la testa e d’improvviso la scena cambiò drasticamente.
«Cosa…»
L’aula del tribunale si era trasformata in una strada di New York. Ma la città era ben diversa da quella che Matt conosceva.
«Ahhh!»
«Aiuto!»
«Vi prego, aiutateci!»
Delle grandi e imponenti fiamme inghiottivano voracemente ogni edificio nei paraggi, mentre uomini, donne e bambini correvano a più non posso, urlando a squarciagola. Nei loro volti era impressa inesorabilmente un’ombra di paura e disperazione. Di tanto in tanto, alcune esplosioni scuotevano l’aria e intensificavano il tremendo orrore di quel paesaggio.
Matt si trovava al centro della strada, circondato da una prigione di metallo. Attraverso i fori delle sbarre, fissava a bocca aperta quella scena apocalittica.
«Kingpin vuole che osservi il suo operato. È questa la tua condanna.» disse una voce alle sue spalle.
Quando si voltò, Matt si ritrovò a guardare in faccia se stesso. Un altro Matt Murdock con indosso la tuta di Daredevil.
«Ti ha ridato la vista per farti vedere con i tuoi stessi occhi cosa farà.»
«Perché?» chiese, nonostante non fosse quella la prima domanda che aveva in testa.
«Perché vuole punirti. Ti vuole inerte, mentre distrugge ogni cosa.»
«Io non glielo permetterò!» replicò Matt sicuro. «Io… anzi, noi siamo Daredevil! E dobbiamo combattere! Dobbiamo salvare questa città!»
Daredevil sospirò senza dire nulla.
«Che c’è?»
«Non so, Matt, se siamo in grado di farlo.»
«Beh, ma dobbiamo almeno tentare!»
«Ne sei certo?»
Matt annuì con vigore. A quel punto, Daredevil si avvicinò alle sbarre di ferro e ne sfiorò una. Il suo tocco accese una fiamma che divampò in cerchio e incenerì in pochi istanti la gabbia che li imprigionava, formando, al posto della prigione, un enorme muro di fuoco.
«Bene. Adesso tocca a te.»
«Che vuoi dire?»
Daredevil indicò il muro di fuoco scoppiettante.
«Se vuoi uscire, devi oltrepassarlo. Non c’è altro modo.»
Matt si accigliò, preoccupato. Come poteva passare attraverso quelle fiamme roventi?
«Se vuoi sconfiggere Fisk, devi prepararti al peggio. Dovrai sacrificare molto nel cammino che ti aspetta; dovrai dire addio a coloro che ami; dovrai superare te stesso e dovrai fare i conti con ciò in cui credi. Questo fuoco non è niente paragonato agli ostacoli che ti attendono.»
Sentendo quelle parole, Matt rimase attonito e si mise a riflettere sul loro significato.
“Dovrai dire addio a coloro che ami.” Questo significava che avrebbe perso qualcuno. Ma chi? Foggy? Karen? Jen?
“No! No! No!” pensò, scuotendo la testa. “Non ha importanza! Se non agisco, qualcuno potrebbe morire comunque.”
Quindi, respirò intensamente, riprendendo piena coscienza di sé, e annuì convinto. Poi, si avviò con decisione verso il fuoco. Daredevil lo affiancò silenziosamente e percorse di pari passo il suo cammino. Una volta arrivati al limitare della parete fiammeggiante, il calore iniziò a farsi quasi insopportabile. Ma entrambi non rallentarono.
A un certo punto, il fuoco li avvolse in una vampa scarlatta, assorbendoli nel suo nucleo. Quando non rimase più nulla di loro, l’incendio esplose verso l’alto, creando una colonna scintillante. Un rombo riecheggiò nell’area, come a voler anticipare l’inizio di una tempesta, finché un’ombra non riaffiorò dalle fiamme. Da lì, un uomo si fece strada verso l’esterno.
Il suo aspetto era identico a quello di Matt Murdock, ma al suo interno scorreva il sangue di un vero diavolo. Indosso aveva una tuta simile a quella di Daredevil, ma dai colori più vividi e infuocati. Con uno sguardo rapido, osservò l’area circostante. In lontananza si intravedeva un’altra figura oltre alla sua. Non gli ci volle molto per riconoscerla. Era gigantesca e oscurava ogni cosa intorno a sé. Wilson Fisk, alias Kingpin, lo attendeva con un ghigno beffardo stampato sul volto. Al suo fianco comparvero pian piano altre sagome, nascoste dal buio. Altri nemici che Daredevil non aveva ancora affrontato.
Con una rinnovata determinazione, Matt iniziò a correre verso di loro. Si sentiva più forte che mai, e pronto a superare ogni ostacolo. Avrebbe combattuto fino allo stremo delle forze. Fino a…
«Ohhh!»
Matt si svegliò di soprassalto. Girò la testa a destra e a sinistra, con fare forsennato. Accarezzò prima qualcosa di morbido sotto la nuca, poi un tessuto liscio e profumato che aveva intorno al suo corpo. Solo allora capì di trovarsi nella sua camera da letto.
La prima cosa che notò con suo immenso dispiacere era che non vedeva più. Non con gli occhi, almeno.
Gli ci volle un altro momento per arrivare all’ovvia verità: l’udienza, i due Fisk, la città che bruciava… Era stato tutto un sogno. O un incubo, per meglio dire.
Con grande forza di volontà, si riprese dal torpore e scese dal letto. Poi, spalancò le ante dell’armadio e, dopo aver spostato diversi indumenti, tirò fuori un piccolo baule, che aprì. Dentro vi era ripiegata la sua tuta da vigilante, la stessa confezionata dallo stilista Luke Jacobson. La accarezzò con paura, temendo che non fosse più lì.
«Che sciocco!» borbottò tra sé, rimettendo tutto a posto.
La sua mente gli aveva giocato un brutto scherzo. Ma non aveva tempo per rimuginarci su. Il sole del mattino gli stava scaldando il viso, e questo significava che era ora di alzarsi. Doveva sistemarsi per andare al lavoro. Così, andò di fretta in cucina a preparare la colazione.
Matt non poteva saperlo, ma quell’incubo aveva risvegliato qualcosa in lui. Qualcosa di nuovo, che ben presto sarebbe venuto alla luce. Inoltre, la sua ritrovata cecità non gli aveva permesso di accorgersi di un dettaglio: il suo costume da “diavolo” non era più giallo, ma aveva assunto una tonalità rosso fuoco.
Ormai mancava poco. La rinascita di Daredevil stava per iniziare.
Questa storia partecipa all'iniziativa di scrittura Le 12 fatiche dello scrittore di fanfiction indetta da LadyPalma e Mati sul forum Ferisce la Penna.
Fatica #12 - Scrivi una fanfiction angst.


