► Runa
Prima di uscire di casa do un ultimo sguardo al mio riflesso.
Non ho dormito molto ieri notte – causa agitazione – e si vede. Il biancore della faccia è messo ancor più in evidenza dai folti capelli neri che la circondano e dalle più che palesi borse sotto gli occhi scuri.
Sembro uno zombie...
Almeno ho la fortuna di avere capelli lisci come spaghetti, per cui basta una veloce spazzolata et voilà – almeno quelli sembrano rispettare le regole del decoro.
Indosso le scarpe e dopo essermi chiusa la porta alle spalle, scendo i gradini e raggiungo la strada. Durante il tragitto mi guardo attorno cercando di pensare a tutto tranne che all’ansia che mi mangia lo stomaco. Oggi è mio primo giorno di liceo. Il primo giorno alla Yuei.
Il cellulare vibra nella tasca della giacca e il mio cuore sussulta.
Mi è arrivato un messaggio e io so già di chi si tratta.
Ryuu: Ehi, scusa per ieri.
Esattamente come mi ero ripromessa, non gli rispondo affatto. Non è un problema mio se lui non è riuscito a passare il test d’ammissione. Per mesi ha fatto finta di averla superata, di essere felice per me, ma quando gli avevo dato buca per recuperare una sessione di allenamento con il mio insegnante di Aikido, ha cominciato a ignorarmi. E per ben diciassette giorni.
Scema io che ieri l’ho chiamato. Scema io che ho provato a far pace con lui. Scema io che pur di parlare con qualcuno, mi sono fatta andare bene chiunque.
Ryuu: Ho davvero esagerato, lo so. Non dovevo dirti quelle cose. Io so che ce la farai, ok?
Questo è giocare sporco, cazzo.
Gli occhi mi diventano lucidi e sento un groppo in gola. Non volevo più pensarci e ora mi ci sta facendo tornare, a quell’orrendo pomeriggio trascorso a darmi la colpa di tutto.
Ryuu: Mi spiace, credimi.
Ryuu: Sarai un’Eroina fantastica.
Gonfio le guance e trattengo un grido di frustrazione. Quando fa così è difficile resistere alla tentazione di rispondergli: insomma, sta chiedendo scusa. No?
È normale litigare. È normale che lui se la sia presa, dopotutto. Ha un Quirk fantastico, ha tutte le carte in regola per diventare un Eroe. Eppure, la Yuei l’ha scartato e, invece, ha preso me. Me.
Proprio quando penso che abbia smesso di scrivermi mi arriva un altro messaggio da parte sua.
Ryuu: Ti voglio bene.
Quello che succede dopo non so come spiegarlo. Ho le lacrime agli occhi, il viso in fiamme e lo stomaco sottosopra. Ignoro il nodo che mi si forma nel petto mentre digito di fretta la mia risposta. Ma proprio come tutte le altre volte, sono troppo codarda per dirgli cosa penso davvero.
Cancello il messaggio prima di poterlo inviare, convincendomi che è meglio così. È meglio lasciarmelo alle spalle.
Ho sempre ammirato gli Eroi e sin da piccola ho sempre maturato il sogno di esserlo anch’io, un giorno. Ma adesso che sono qui, al cancello d’ingresso della Yuei, sto tremando di paura. Negli anni non sono mai stata brava abbastanza da farmi notare; in niente.
Riuscirò a rendermi utile? Riuscirò a tenere il passo con gli altri? Sarò abbastanza?
Investita dai pensieri, le mie gambe si bloccano poco prima di varcare l’ingresso della scuola e qualcuno mi viene addosso facendomi quasi cadere.
Non so se imprecare mentalmente o ignorare quanto successo facendo finta che non sia mai accaduto ma poi sento una voce squillante alle mie spalle che attira tutta la mia attenzione. «Oddio, scusa! Giuro che non volevo!»
«No. Tranquilla. È colpa mia.» La mia voce è poco più che un sussurro.
La ragazza che mi è venuta addosso è poco più alta di me e sembra uscita da una rivista di moda.
Ha gli occhi grandi, viola e contornati da lunghe e folte ciglia. I capelli sono vaporosi – di un grazioso rosa confetto –, niente a che vedere con i miei spaghetti color pece. Il suo viso è ben proporzionato e l’uniforme aderisce perfettamente alle curve del corpo – io, invece, credo di aver sbagliato la taglia della giacca, un po’ troppo grande per me.
Mi fa difetto sui fianchi e sembro più grossa di quello che sono.
Il brutto anatroccolo alto nella media, bianco come un lenzuolo e senza alcuna qualità degna di nota... è al cospetto di un bellissimo cigno.
Mh. Sono indignata. Dov’ero quando stavano distribuendo fascino e femminilità?
Intanto, la sconosciuta non fa cenno di lasciarmi perdere e mi sento inchiodata dal suo sguardo. Studia il mio viso per alcuni secondi, poi esplode in un boato di gioia. «Sei al primo anno anche tu?»
Rimango confusa, altamente confusa. E un po’ allibita. «Come hai fatto a capirlo?»
«Dalla faccia. Sembri un micio spaventato.»
Oh, bene. Ottimo. Fingo un’espressione vaga per non trasmettere ancora più insicurezza. «Sì, sono al primo anno. Classe 1A.»
«Anch’io! Possiamo andarci insieme!»
E senza neanche darmi il tempo di ribattere – o annuire – vengo presa e trascinata per i corridoi. La ragazza si presenta come Kōgami Kei e per tutto il tempo non smette un attimo di parlare. È così su di giri che persino gli altri studenti – persino i più grandi – non possono fare a meno di sorriderle quando lei li saluta con allegra sicurezza.
La conosco da neanche cinque minuti e nel mio petto si accende una scintilla d’invidia.
Le porte delle aule sono inutilmente gigantesche. Non mi pare di aver visto studenti alti più di tre metri in giro per i corridoi.
A me mettono ansia, invece. Ma mi rendo conto che è una cosa stupida da pensare.
Cosa potrà mai farmi una porta? Esplodermi in faccia?
È Kei a spalancarla e a precipitarsi dentro. Con titubanza la seguo, guardandomi attorno mentre giocherello con le bretelle dello zaino. Il mio unico pensiero – e desiderio – è quello di trovare il mio posto, sedermi e fingere di non esistere.
Non mi piace non conoscere nessuno. Preferirei che fosse qualcun altro a rivolgermi la parola perché non ne sono capace. Finirei per fare una figura di merda.
Per questo, sorpasso Kei che poggia la cartella sul suo banco mentre saluta con entusiasmo un ragazzo dai capelli rossi che già conosce, e mi dirigo alla ricerca del mio.
Seguo l’ordine alfabetico, supero un certo Midoriya e occupo il posto subito dietro. Mi rannicchio quasi a riccio, ignorando la sensazione di malessere che nasce dallo stomaco e risale lungo l’esofago, ma quando sento qualcuno scostare la sedia dietro di me, sobbalzo.
Mi giro a dare un’occhiata e noto una ragazza dai capelli neri legati in una coda sorridermi. Mi si presenta come Yaoyorozu Momo e io annuisco, schiarendomi la voce. «Minato Runa.» Esordisco, accennando un sorriso.
La vedo sciogliersi in un’espressione intenerita ma non fa in tempo a dire altro che una voce attira la nostra attenzione. A due posti da me un ragazzo biondo ha incrociato le caviglie sul banco e ignora gli strepiti di un altro che gli intima di sedersi composto.
Sento Yaoyorozu sospirare con rassegnazione mentre i miei occhi vengono attirati dalla figura longilinea di Kōgami che mi si avvicina praticamente saltellando. «Ehi, tutto ok? Sei ancora più pallida di prima.»
Non ha il minimo tatto, questa qui.
«Sì, tutto bene.» Ho soltanto un po’ di nausea da primo giorno, vorrei dirle, ma evito. «È che-»
«Non preoccuparti. Hai già un’amica qui. Ci sosterremo a vicenda! E ci divertiremo un mondo!»
Non so se è per via di ciò che ha appena detto, di come l’ha detto – con un luminoso sorriso stampato sulla faccia – o di chissà cos’altro... ma riesce nel suo intento. La morsa allo stomaco si allenta pian piano e io finalmente torno a respirare.
Sono consapevole di non essere brava a gestire lo stress, specie quando Ryuu è parte del problema. E so che devo superare questo ostacolo prima di poter essere in grado di aiutare gli altri. Grazie a una perfetta sconosciuta un po’ troppo esuberante sono riuscita a tranquillizzarmi ma prima o poi arriverà il momento in cui dovrò farlo da sola.
Incapace. Non riesci nemmeno a respirare da sola, come puoi anche solo pensare di diventare un’Eroina degna di fiducia?
Stringo le labbra mentre metto a tacere quell’orribile vocina che aleggia nella mia testa e annuisco, forzando un sorriso in direzione di Kōgami. Non so se è normale che riesca a farmi un effetto del genere ma per il momento va bene così.
Kōgami Kei è davvero troppo prorompente e si attacca troppo facilmente alle persone. È strano che abbia già deciso di essere mia amica. Così, dal nulla.
Ma chi sono io per giudicare?
«Grazie.» E sorrido di nuovo, questa volta senza costrizioni.
Ma qualcuno fa schioccare sonoramente la lingua, evidentemente in disaccordo con quanto appena detto, bofonchiando qualcosa come «che stronzata...».
E mentre io rabbrividisco facendo finta di non aver sentito, Kōgami no. Inclina la testa facendo ondeggiare la mezza coda tenuta su da un voluminoso fiocco e permettendo al ciuffetto lasciato sciolto di carezzarle la guancia e sfiorarle la punta del naso. «Eeh~?»
Non è arrabbiata, né contrariata.
Sembra quasi non abbia capito la sua uscita; al che il biondo si gira di un quarto per poter lanciare un’occhiataccia a entrambe. «Questa è una scuola per Eroi, non un lunapark. Se il vostro scopo è divertirvi, che siete venute a fare, stupide comparse?»
Lei sbatte le ciglia, scioccata. «Comparse?» Poi, contrariamente a quello che mi sarei aspettata, le scappa un risolino. «Cosa sei, il protagonista di un manga sui supereroi?»
Il ragazzo sembra stia per saltarle alla gola ma l’altro – Iida Tenya, mi pare si sia presentato così – lo blocca ancor prima che possa scatenarsi. «Ma insomma, un po’ di contegno! Tra poco suonerà la campanella!»
La porta si apre all’improvviso e lo sguardo di tutti è calamitato sul nuovo arrivato: un ragazzetto dai capelli ricci e un mucchio di lentiggini in viso. Impallidisce non appena nota i due che stanno litigando e credo di capire come si stia sentendo.
In che gabbia di matti sono finita, esattamente?
E proprio quando penso che peggio di così non può proprio andare, intravedo la faccia stralunata di un uomo emergere da un sacco a pelo giallo.
Ripeto: in che gabbia di matti sono finita, esattamente?
Il nostro responsabile, Aizawa Shōta, l’uomo nel sacco a pelo, l’Eroe Professionista Eraser Head, ha deciso di farci saltare la cerimonia di inizio anno per fare un test di dimostrazione dei Quirk.
La verità? Me la sto facendo sotto.
Quando poi ha aggiunto che chi otterrà il punteggio più basso verrà espulso senza possibilità di appello, le mie gambe hanno cominciato a tremare inverosimilmente. Nel migliore dei casi mi farò male, nel peggiore dei casi verrò espulsa!
«Su, non preoccuparti.» Kōgami mi dà una leggera gomitata, affiancandomi. «Dopotutto, hai superato il test d’ammissione, no?»
Mi mordo la guancia per non urlare. «Raccomandazione.»
Nonostante quest’ultima informazione, non si perde d’animo. «E allora? Mica sei inferiore agli altri per questo. Vedi quei due?» Sta indicando Yaoyorozu e un ragazzo dallo strano, stranissimo colore di capelli – bianco da un lato e rosso dall’altro. «Anche loro sono entrati tramite raccomandazione.»
Come faccia a saperlo mi stupisce, dal momento che in spogliatoio mi ha confidato di non conoscere nessuno a parte Kirishima e pochi altri ragazzi, incontrati proprio il giorno del test di ammissione!
«Sei parecchio ottimista, Kōgami. Mi presteresti un po’ della tua fiducia in te stessa?»
Lei ridacchia. «Se sei nervosa prova a scrivere il kanji di persona sul palmo della mano e butta giù!»
«Non penso serva a qualcosa...»
A dar il via alle prove è Bakugō Katsuki, il biondo che siede a due posti da me. Quello che sembra un demone. Lancia la palla da baseball – per un attimo ho avuto il timore l’abbia fatta esplodere – gridando qualcosa che non fa che confermare la mia prima impressione: è pazzo.
Ma è un pazzo con un Quirk e un’abilità di lancio impressionanti perché la palla riesce a raggiungere i 705.2 metri. Non penso che qualcuno possa riuscire anche solo a eguagliare un punteggio del genere... almeno, io non penso affatto di riuscirci.
«Che figata!» Al contrario di me, Kōgami è parecchio su di giri.
Il professor Aizawa ci intima di prepararci – ha una faccia spaventosa – e immediatamente dà il via al test di dimostrazione dei Quirk.
Sulla via del ritorno, tiro un sospiro di sollievo.
Non so come ma sono sopravvissuta al primo giorno di scuola. Beh, non proprio come avrei voluto ma è già qualcosa. Molti compagni di classe mi si sono presentati e per tutto il tempo ho cercato di concentrarmi sull’associare i nomi al viso corretto, tanto che a un certo punto ho perso il filo del discorso.
Asui mi ha persino sventolato una mano davanti alla faccia.
Il test del professor Aizawa non è andato benissimo, invece. Certo, sono felice che la storia dell’espulsione non fosse altro che una bufala... ma credo di non aver dato il massimo, di essermi risparmiata.
Come faccio sempre.
Mi sono classificata diciannovesima, vale a dire al penultimo posto. L’unico che è riuscito a fare peggio di me è stato Midoriya Izuku che si è pure rotto un dito.
A quando pare lui e il demone si conoscono. Non oso immaginare come possa aver vissuto con un tipaccio del genere al proprio fianco; ho i brividi al solo pensarci! Che poi, cos’avrà voluto dire quando gli si è avventato contro?
Mi sfugge un lieve sbuffo. Beh, d’altra parte non è affar mio...
Tornata a casa, vengo accolta da un silenzio di tomba. Mia madre starà riposando in camera sua e per non disturbarla decido di cominciare a preparare la cena.
Da quando mio fratello Arai è andato a vivere da solo lontano da casa sono io che mi occupo di tutto – mia madre è troppo stanca per star dietro alla casa o a me. È peggiorata da quando ha trovato lavoro in quel night club.
Non la vedo quasi mai. Dorme sempre. O esce.
E quando esce, poi devo andare a riprenderla.
Lo schermo del cellulare si illumina mentre ho le mani sotto l’acqua del rubinetto. Scolo il riso e prendo una tovaglietta per asciugarmi.
Non c’è mai limite al peggio.
Ryuu: Ehi, com’è andata?
Fa finta di niente. Come se ieri non me ne avesse urlate di tutti i colori.
Decido ugualmente di rispondergli: se metto il muso finisce solo che comincerà a trattarmi come una bambina e io non lo sopporto.
Runa: Bene.
Nello stesso istante, ricevo un messaggio proprio da mio fratello.
Il mio viso si distende.
Arai: Ho la serata libera. Ti va una videochiamata?
Runa: Ok!
Mi sbrigo a inoltrargli la richiesta e dopo nemmeno cinque secondi, la sua faccia sorridente mi compare davanti. In un attimo tutta l’ansia sparisce come per magia.
«E quindi... adesso sei una studentessa della Yuei!»
Mi scappa una risatina. «A quanto pare.»
Arai è sempre stato un tesoro con me. Mi ha sempre sostenuta, mi ha aiutata. Quando non sapeva se accettare o meno di trasferirsi a Kyōto per lavoro, sono stata io a convincerlo.
Gli ho lasciato credere che andasse tutto bene, che la mamma stesse meglio.
Mio fratello si è sempre sacrificato per noi, per nostra madre – e lei neanche lo considera. In realtà, a stento considera me, ma ormai ci sono abituata. Arai ha scelto di salvare le persone ed è diventato un Eroe degno di questo nome.
Se fosse rimasto qui, l’autodistruzione di mamma l’avrebbe contagiato di sicuro.
No. Non potrei mai permetterglielo.
«Racconta, dai. Com’è andata? Come ti è sembrata la cerimonia?»
«L’abbiamo saltata. Aizawa-sensei ha preferito metterci sotto torchio sin dall’inizio.»
Gli racconto tutto, per filo e per segno. È divertente vedere le sue reazioni e mi dà pace parlare con lui.
«Non per niente è la Yuei. Caspita!»
«Già. Tu, invece, sei voluto andare allo Shiketsu.»
Arai fa un’alzatina di spalle. «Mi andava così, all’epoca.»
«Da come parli sembra siano passati vent’anni!»
Cavoli, fa quasi male sorridere tanto dopo aver passato le ultime settimane a rimuginare sui propri sbagli...
«Lo sai che sono un po’ vecchio dentro, Ru.»
Resterei così per sempre.
«Hai conosciuto qualcuno di interessante?»
«Diciamo di sì.» Gli parlo dell’eccentricità di Kōgami, della paura che ho avuto quando il demone si è scagliato contro Midoriya e di Asui, Kirishima, Uraraka, Iida e Ashido che si sono presentati per primi.
Gli parlo dei loro fantastici quirk e di come abbiamo saputo sfruttarli nel modo giusto durante i testi del professor Aizawa. «Ancora non riesco a crederci.»
«A che cosa?»
«Di stare davvero frequentando la Yuei! Insomma, la Yuei!» È un sentimento strano, il mio. Sono felice, elettrizzata, ma al tempo stesso sento le viscere che mi si contorcono e un sempre più crescente senso di nausea. «Ho paura di combinare un pasticcio.»
«Non combinerai un pasticcio, Ru. La tua è soggezione. Datti un paio di giorni e vedrai che starai meglio. Sii te stessa e andrà tutto bene!»
Grazie, Arai.
Un tonfo al piano di sopra mi fa sobbalzare. Lancio un’occhiata all’orologio e noto che si sono fatte le sette di sera – dovrei sbrigarmi a preparare la cena.
«Mamma non c’è?»
La domanda diretta di mio fratello mi fa raggelare il sangue nelle vene. Cerco di dissimulare il mio disagio con un sorriso, sperando che funzioni. «È in camera sua, si sta preparando per il lavoro.»
Lo vedo annuire, pensieroso.
So che non è tranquillo. So che probabilmente vorrebbe essere qui con me.
«Per qualsiasi cosa chiamami, ok?» Mi affretto ad annuire, ammutolita. «Davvero, Ru. Mi fa male pensarti da sola con lei ma fintanto che è capace di provvedere a se stessa, è l’unica soluzione.»
«Non ti preoccupare, io sto bene.»
È così facile mentire.
«Sei sicura? Guarda che a me puoi dire la verità, sono tuo fratello maggiore.»
Ormai ci sono abituata.
«Dico davvero, sto bene. Anche mamma è ok. Sta mangiando, va al lavoro. Stamattina mi ha augurato buona fortuna per la scuola!»
Non era nemmeno in casa, stamattina.
Arai vorrebbe dire qualcos’altro, vorrebbe ma non lo fa. E una piccola parte di me ci rimane male. Perché non insiste? Magari crollo e finisco per spifferare tutto...
«Va bene. Allora... ci sentiamo domani? Va’ a dormire presto, ok?»
«Certo, fratellone. Non dei preoccuparti. Sono responsabile, io.»
Gli sfugge una risata che gli fa vibrare le spalle. Mi saluta un’ultima volta e poi chiude la videochiamata.
Rimango in silenzio a contemplare il mio cellulare – come fossi in attesa di qualcos’altro. Quando sento un altro rumore provenire dal piano di sopra, mi decido a rimboccarmi le maniche.
Ho appena finito di sistemare le due ciotole di katsudon sul tavolo, quando mia madre arriva in cucina. Si porta una mano alle labbra e sbadiglia mentre ondeggia verso di me, ancora assonnata.
Si siede e fissa la sua porzione con perplessità. Poi, mi guarda. «Oh, sei tornata.»
Annuisco appena, accomodandomi davanti a lei.
«Stasera lavoro.»
«Ok.»
Comincia a mangiare, in silenzio. La cena è l’unico pasto che consumiamo insieme ed è tremendo. A stento mi rivolge la parola – è come se non esistessi, per lei.
I suoi occhi castani sono vuoti, da brividi.
A un certo punto smette di mangiare e si alza – la ciotola è ancora piena per metà. Si stropiccia gli occhi, dalla sua bocca fuoriesce un lamento mentre cerca di trovare sollievo dal mal di testa premendosi i polpastrelli sulle tempie.
Poi, mi guarda.
Che si sia ricordata della mia esistenza?
«Stasera lavoro.»
«Ok.»
Riuscirò a rendermi utile? Riuscirò a tenere il passo con gli altri? Sarò abbastanza?
Investita dai pensieri, le mie gambe si bloccano poco prima di varcare l’ingresso della scuola e qualcuno mi viene addosso facendomi quasi cadere.
Non so se imprecare mentalmente o ignorare quanto successo facendo finta che non sia mai accaduto ma poi sento una voce squillante alle mie spalle che attira tutta la mia attenzione. «Oddio, scusa! Giuro che non volevo!»
«No. Tranquilla. È colpa mia.» La mia voce è poco più che un sussurro.
La ragazza che mi è venuta addosso è poco più alta di me e sembra uscita da una rivista di moda.
Ha gli occhi grandi, viola e contornati da lunghe e folte ciglia. I capelli sono vaporosi – di un grazioso rosa confetto –, niente a che vedere con i miei spaghetti color pece. Il suo viso è ben proporzionato e l’uniforme aderisce perfettamente alle curve del corpo – io, invece, credo di aver sbagliato la taglia della giacca, un po’ troppo grande per me.
Mi fa difetto sui fianchi e sembro più grossa di quello che sono.
Il brutto anatroccolo alto nella media, bianco come un lenzuolo e senza alcuna qualità degna di nota... è al cospetto di un bellissimo cigno.
Mh. Sono indignata. Dov’ero quando stavano distribuendo fascino e femminilità?
Intanto, la sconosciuta non fa cenno di lasciarmi perdere e mi sento inchiodata dal suo sguardo. Studia il mio viso per alcuni secondi, poi esplode in un boato di gioia. «Sei al primo anno anche tu?»
Rimango confusa, altamente confusa. E un po’ allibita. «Come hai fatto a capirlo?»
«Dalla faccia. Sembri un micio spaventato.»
Oh, bene. Ottimo. Fingo un’espressione vaga per non trasmettere ancora più insicurezza. «Sì, sono al primo anno. Classe 1A.»
«Anch’io! Possiamo andarci insieme!»
E senza neanche darmi il tempo di ribattere – o annuire – vengo presa e trascinata per i corridoi. La ragazza si presenta come Kōgami Kei e per tutto il tempo non smette un attimo di parlare. È così su di giri che persino gli altri studenti – persino i più grandi – non possono fare a meno di sorriderle quando lei li saluta con allegra sicurezza.
La conosco da neanche cinque minuti e nel mio petto si accende una scintilla d’invidia.
Le porte delle aule sono inutilmente gigantesche. Non mi pare di aver visto studenti alti più di tre metri in giro per i corridoi.
A me mettono ansia, invece. Ma mi rendo conto che è una cosa stupida da pensare.
Cosa potrà mai farmi una porta? Esplodermi in faccia?
È Kei a spalancarla e a precipitarsi dentro. Con titubanza la seguo, guardandomi attorno mentre giocherello con le bretelle dello zaino. Il mio unico pensiero – e desiderio – è quello di trovare il mio posto, sedermi e fingere di non esistere.
Non mi piace non conoscere nessuno. Preferirei che fosse qualcun altro a rivolgermi la parola perché non ne sono capace. Finirei per fare una figura di merda.
Per questo, sorpasso Kei che poggia la cartella sul suo banco mentre saluta con entusiasmo un ragazzo dai capelli rossi che già conosce, e mi dirigo alla ricerca del mio.
Seguo l’ordine alfabetico, supero un certo Midoriya e occupo il posto subito dietro. Mi rannicchio quasi a riccio, ignorando la sensazione di malessere che nasce dallo stomaco e risale lungo l’esofago, ma quando sento qualcuno scostare la sedia dietro di me, sobbalzo.
Mi giro a dare un’occhiata e noto una ragazza dai capelli neri legati in una coda sorridermi. Mi si presenta come Yaoyorozu Momo e io annuisco, schiarendomi la voce. «Minato Runa.» Esordisco, accennando un sorriso.
La vedo sciogliersi in un’espressione intenerita ma non fa in tempo a dire altro che una voce attira la nostra attenzione. A due posti da me un ragazzo biondo ha incrociato le caviglie sul banco e ignora gli strepiti di un altro che gli intima di sedersi composto.
Sento Yaoyorozu sospirare con rassegnazione mentre i miei occhi vengono attirati dalla figura longilinea di Kōgami che mi si avvicina praticamente saltellando. «Ehi, tutto ok? Sei ancora più pallida di prima.»
Non ha il minimo tatto, questa qui.
«Sì, tutto bene.» Ho soltanto un po’ di nausea da primo giorno, vorrei dirle, ma evito. «È che-»
«Non preoccuparti. Hai già un’amica qui. Ci sosterremo a vicenda! E ci divertiremo un mondo!»
Non so se è per via di ciò che ha appena detto, di come l’ha detto – con un luminoso sorriso stampato sulla faccia – o di chissà cos’altro... ma riesce nel suo intento. La morsa allo stomaco si allenta pian piano e io finalmente torno a respirare.
Sono consapevole di non essere brava a gestire lo stress, specie quando Ryuu è parte del problema. E so che devo superare questo ostacolo prima di poter essere in grado di aiutare gli altri. Grazie a una perfetta sconosciuta un po’ troppo esuberante sono riuscita a tranquillizzarmi ma prima o poi arriverà il momento in cui dovrò farlo da sola.
Incapace. Non riesci nemmeno a respirare da sola, come puoi anche solo pensare di diventare un’Eroina degna di fiducia?
Stringo le labbra mentre metto a tacere quell’orribile vocina che aleggia nella mia testa e annuisco, forzando un sorriso in direzione di Kōgami. Non so se è normale che riesca a farmi un effetto del genere ma per il momento va bene così.
Kōgami Kei è davvero troppo prorompente e si attacca troppo facilmente alle persone. È strano che abbia già deciso di essere mia amica. Così, dal nulla.
Ma chi sono io per giudicare?
«Grazie.» E sorrido di nuovo, questa volta senza costrizioni.
Ma qualcuno fa schioccare sonoramente la lingua, evidentemente in disaccordo con quanto appena detto, bofonchiando qualcosa come «che stronzata...».
E mentre io rabbrividisco facendo finta di non aver sentito, Kōgami no. Inclina la testa facendo ondeggiare la mezza coda tenuta su da un voluminoso fiocco e permettendo al ciuffetto lasciato sciolto di carezzarle la guancia e sfiorarle la punta del naso. «Eeh~?»
Non è arrabbiata, né contrariata.
Sembra quasi non abbia capito la sua uscita; al che il biondo si gira di un quarto per poter lanciare un’occhiataccia a entrambe. «Questa è una scuola per Eroi, non un lunapark. Se il vostro scopo è divertirvi, che siete venute a fare, stupide comparse?»
Lei sbatte le ciglia, scioccata. «Comparse?» Poi, contrariamente a quello che mi sarei aspettata, le scappa un risolino. «Cosa sei, il protagonista di un manga sui supereroi?»
Il ragazzo sembra stia per saltarle alla gola ma l’altro – Iida Tenya, mi pare si sia presentato così – lo blocca ancor prima che possa scatenarsi. «Ma insomma, un po’ di contegno! Tra poco suonerà la campanella!»
La porta si apre all’improvviso e lo sguardo di tutti è calamitato sul nuovo arrivato: un ragazzetto dai capelli ricci e un mucchio di lentiggini in viso. Impallidisce non appena nota i due che stanno litigando e credo di capire come si stia sentendo.
In che gabbia di matti sono finita, esattamente?
E proprio quando penso che peggio di così non può proprio andare, intravedo la faccia stralunata di un uomo emergere da un sacco a pelo giallo.
Ripeto: in che gabbia di matti sono finita, esattamente?
Il nostro responsabile, Aizawa Shōta, l’uomo nel sacco a pelo, l’Eroe Professionista Eraser Head, ha deciso di farci saltare la cerimonia di inizio anno per fare un test di dimostrazione dei Quirk.
La verità? Me la sto facendo sotto.
Quando poi ha aggiunto che chi otterrà il punteggio più basso verrà espulso senza possibilità di appello, le mie gambe hanno cominciato a tremare inverosimilmente. Nel migliore dei casi mi farò male, nel peggiore dei casi verrò espulsa!
«Su, non preoccuparti.» Kōgami mi dà una leggera gomitata, affiancandomi. «Dopotutto, hai superato il test d’ammissione, no?»
Mi mordo la guancia per non urlare. «Raccomandazione.»
Nonostante quest’ultima informazione, non si perde d’animo. «E allora? Mica sei inferiore agli altri per questo. Vedi quei due?» Sta indicando Yaoyorozu e un ragazzo dallo strano, stranissimo colore di capelli – bianco da un lato e rosso dall’altro. «Anche loro sono entrati tramite raccomandazione.»
Come faccia a saperlo mi stupisce, dal momento che in spogliatoio mi ha confidato di non conoscere nessuno a parte Kirishima e pochi altri ragazzi, incontrati proprio il giorno del test di ammissione!
«Sei parecchio ottimista, Kōgami. Mi presteresti un po’ della tua fiducia in te stessa?»
Lei ridacchia. «Se sei nervosa prova a scrivere il kanji di persona sul palmo della mano e butta giù!»
«Non penso serva a qualcosa...»
A dar il via alle prove è Bakugō Katsuki, il biondo che siede a due posti da me. Quello che sembra un demone. Lancia la palla da baseball – per un attimo ho avuto il timore l’abbia fatta esplodere – gridando qualcosa che non fa che confermare la mia prima impressione: è pazzo.
Ma è un pazzo con un Quirk e un’abilità di lancio impressionanti perché la palla riesce a raggiungere i 705.2 metri. Non penso che qualcuno possa riuscire anche solo a eguagliare un punteggio del genere... almeno, io non penso affatto di riuscirci.
«Che figata!» Al contrario di me, Kōgami è parecchio su di giri.
Il professor Aizawa ci intima di prepararci – ha una faccia spaventosa – e immediatamente dà il via al test di dimostrazione dei Quirk.
Sulla via del ritorno, tiro un sospiro di sollievo.
Non so come ma sono sopravvissuta al primo giorno di scuola. Beh, non proprio come avrei voluto ma è già qualcosa. Molti compagni di classe mi si sono presentati e per tutto il tempo ho cercato di concentrarmi sull’associare i nomi al viso corretto, tanto che a un certo punto ho perso il filo del discorso.
Asui mi ha persino sventolato una mano davanti alla faccia.
Il test del professor Aizawa non è andato benissimo, invece. Certo, sono felice che la storia dell’espulsione non fosse altro che una bufala... ma credo di non aver dato il massimo, di essermi risparmiata.
Come faccio sempre.
Mi sono classificata diciannovesima, vale a dire al penultimo posto. L’unico che è riuscito a fare peggio di me è stato Midoriya Izuku che si è pure rotto un dito.
A quando pare lui e il demone si conoscono. Non oso immaginare come possa aver vissuto con un tipaccio del genere al proprio fianco; ho i brividi al solo pensarci! Che poi, cos’avrà voluto dire quando gli si è avventato contro?
Mi sfugge un lieve sbuffo. Beh, d’altra parte non è affar mio...
Tornata a casa, vengo accolta da un silenzio di tomba. Mia madre starà riposando in camera sua e per non disturbarla decido di cominciare a preparare la cena.
Da quando mio fratello Arai è andato a vivere da solo lontano da casa sono io che mi occupo di tutto – mia madre è troppo stanca per star dietro alla casa o a me. È peggiorata da quando ha trovato lavoro in quel night club.
Non la vedo quasi mai. Dorme sempre. O esce.
E quando esce, poi devo andare a riprenderla.
Lo schermo del cellulare si illumina mentre ho le mani sotto l’acqua del rubinetto. Scolo il riso e prendo una tovaglietta per asciugarmi.
Non c’è mai limite al peggio.
Ryuu: Ehi, com’è andata?
Fa finta di niente. Come se ieri non me ne avesse urlate di tutti i colori.
Decido ugualmente di rispondergli: se metto il muso finisce solo che comincerà a trattarmi come una bambina e io non lo sopporto.
Runa: Bene.
Nello stesso istante, ricevo un messaggio proprio da mio fratello.
Il mio viso si distende.
Arai: Ho la serata libera. Ti va una videochiamata?
Runa: Ok!
Mi sbrigo a inoltrargli la richiesta e dopo nemmeno cinque secondi, la sua faccia sorridente mi compare davanti. In un attimo tutta l’ansia sparisce come per magia.
«E quindi... adesso sei una studentessa della Yuei!»
Mi scappa una risatina. «A quanto pare.»
Arai è sempre stato un tesoro con me. Mi ha sempre sostenuta, mi ha aiutata. Quando non sapeva se accettare o meno di trasferirsi a Kyōto per lavoro, sono stata io a convincerlo.
Gli ho lasciato credere che andasse tutto bene, che la mamma stesse meglio.
Mio fratello si è sempre sacrificato per noi, per nostra madre – e lei neanche lo considera. In realtà, a stento considera me, ma ormai ci sono abituata. Arai ha scelto di salvare le persone ed è diventato un Eroe degno di questo nome.
Se fosse rimasto qui, l’autodistruzione di mamma l’avrebbe contagiato di sicuro.
No. Non potrei mai permetterglielo.
«Racconta, dai. Com’è andata? Come ti è sembrata la cerimonia?»
«L’abbiamo saltata. Aizawa-sensei ha preferito metterci sotto torchio sin dall’inizio.»
Gli racconto tutto, per filo e per segno. È divertente vedere le sue reazioni e mi dà pace parlare con lui.
«Non per niente è la Yuei. Caspita!»
«Già. Tu, invece, sei voluto andare allo Shiketsu.»
Arai fa un’alzatina di spalle. «Mi andava così, all’epoca.»
«Da come parli sembra siano passati vent’anni!»
Cavoli, fa quasi male sorridere tanto dopo aver passato le ultime settimane a rimuginare sui propri sbagli...
«Lo sai che sono un po’ vecchio dentro, Ru.»
Resterei così per sempre.
«Hai conosciuto qualcuno di interessante?»
«Diciamo di sì.» Gli parlo dell’eccentricità di Kōgami, della paura che ho avuto quando il demone si è scagliato contro Midoriya e di Asui, Kirishima, Uraraka, Iida e Ashido che si sono presentati per primi.
Gli parlo dei loro fantastici quirk e di come abbiamo saputo sfruttarli nel modo giusto durante i testi del professor Aizawa. «Ancora non riesco a crederci.»
«A che cosa?»
«Di stare davvero frequentando la Yuei! Insomma, la Yuei!» È un sentimento strano, il mio. Sono felice, elettrizzata, ma al tempo stesso sento le viscere che mi si contorcono e un sempre più crescente senso di nausea. «Ho paura di combinare un pasticcio.»
«Non combinerai un pasticcio, Ru. La tua è soggezione. Datti un paio di giorni e vedrai che starai meglio. Sii te stessa e andrà tutto bene!»
Grazie, Arai.
Un tonfo al piano di sopra mi fa sobbalzare. Lancio un’occhiata all’orologio e noto che si sono fatte le sette di sera – dovrei sbrigarmi a preparare la cena.
«Mamma non c’è?»
La domanda diretta di mio fratello mi fa raggelare il sangue nelle vene. Cerco di dissimulare il mio disagio con un sorriso, sperando che funzioni. «È in camera sua, si sta preparando per il lavoro.»
Lo vedo annuire, pensieroso.
So che non è tranquillo. So che probabilmente vorrebbe essere qui con me.
«Per qualsiasi cosa chiamami, ok?» Mi affretto ad annuire, ammutolita. «Davvero, Ru. Mi fa male pensarti da sola con lei ma fintanto che è capace di provvedere a se stessa, è l’unica soluzione.»
«Non ti preoccupare, io sto bene.»
È così facile mentire.
«Sei sicura? Guarda che a me puoi dire la verità, sono tuo fratello maggiore.»
Ormai ci sono abituata.
«Dico davvero, sto bene. Anche mamma è ok. Sta mangiando, va al lavoro. Stamattina mi ha augurato buona fortuna per la scuola!»
Non era nemmeno in casa, stamattina.
Arai vorrebbe dire qualcos’altro, vorrebbe ma non lo fa. E una piccola parte di me ci rimane male. Perché non insiste? Magari crollo e finisco per spifferare tutto...
«Va bene. Allora... ci sentiamo domani? Va’ a dormire presto, ok?»
«Certo, fratellone. Non dei preoccuparti. Sono responsabile, io.»
Gli sfugge una risata che gli fa vibrare le spalle. Mi saluta un’ultima volta e poi chiude la videochiamata.
Rimango in silenzio a contemplare il mio cellulare – come fossi in attesa di qualcos’altro. Quando sento un altro rumore provenire dal piano di sopra, mi decido a rimboccarmi le maniche.
Ho appena finito di sistemare le due ciotole di katsudon sul tavolo, quando mia madre arriva in cucina. Si porta una mano alle labbra e sbadiglia mentre ondeggia verso di me, ancora assonnata.
Si siede e fissa la sua porzione con perplessità. Poi, mi guarda. «Oh, sei tornata.»
Annuisco appena, accomodandomi davanti a lei.
«Stasera lavoro.»
«Ok.»
Comincia a mangiare, in silenzio. La cena è l’unico pasto che consumiamo insieme ed è tremendo. A stento mi rivolge la parola – è come se non esistessi, per lei.
I suoi occhi castani sono vuoti, da brividi.
A un certo punto smette di mangiare e si alza – la ciotola è ancora piena per metà. Si stropiccia gli occhi, dalla sua bocca fuoriesce un lamento mentre cerca di trovare sollievo dal mal di testa premendosi i polpastrelli sulle tempie.
Poi, mi guarda.
Che si sia ricordata della mia esistenza?
«Stasera lavoro.»
«Ok.»


