Serie TV > Smallville
Ricorda la storia  |      
Autore: Afaneia    19/06/2024    2 recensioni
Lionel fa una curiosa insinuazione.
Clark conosce troppo poco della storia dei re di Macedonia per capirla.
Si dà il caso che Lex, invece, sia particolarmente esperto.
La spiegazione è più imbarazzante di quanto Clark si aspettasse.
Più o meno è tutto qui.
«Sembri saperne molto» osserva Clark quasi casualmente.
Lex scrolla le spalle. «È difficile leggere qualcosa che riguarda Alessandro senza leggere anche di Efestione. Sapevi che Diogene accusava Alessandro di essere sottomesso dalle sue cosce?»
Clark potrebbe quasi giurare d'aver
sentito il suo cuore saltare un battito.
Genere: Generale, Sentimentale | Stato: completa
Tipo di coppia: Slash | Personaggi: Clark Kent, Lex Luthor, Lionel Luthor
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
- Questa storia fa parte della serie 'Di edizioni critiche dell'Iliade e altre storie'
Per recensire esegui il login o registrati.
Dimensione del testo A A A
Come l'amore di Alessandro

Ἀλλ̉ οὐ μὴ δυνηθῇς κρατῇ γὰρ ὑπὸ τῶν Ἡφαιστίωνος μηρῶν.
(Ma non puoi: sei infatti avvinto dalle cosce di Efestione.)
Pseudo Diogene, Epistole Ciniche, 24.

«Ah» ha esclamato Lionel Luthor quando Clark è entrato nello studio di Lex oggi pomeriggio, e Clark ha imprecato silenziosamente dentro di sé in un modo che ad alta voce non oserebbe ripetere mai e si è fermato in silenzio sulla soglia senza saper che dire. «Il nostro giovane Efestione, se non sbaglio. Ho indovinato?»
Lionel Luthor era accomodato alla scrivania di Lex, a suo agio e arrogante come sempre dall'incidente, cogli occhi fissi nel vuoto della stanza, eppure perfettamente consapevole del suo ingresso. Clark si è trovato un po' in imbarazzo nel doverlo contraddire.
«Veramente no, signor Luthor» ha risposto esitante nel modo più cortese di cui era capace, perché è vero che il padre di Lex non gli piace particolarmente, ma è altrettanto vero che sua madre gli ha insegnato che non si possono trattare con educazione solo coloro che ci piacciono. «Sono Clark Kent. Sa, il figlio di...»
La risata di Lionel, per una volta, è stata quasi priva di perfidia: la cosa lo ha messo ancora più a disagio del solito.
«Perdonami, Clark. Dimentico sempre i limiti dell'istruzione pubblica di questo Paese» ha risposto levando verso un bicchiere verso di lui in quello che probabilmente doveva essere un accenno di scusa alla sua volta o piuttosto un gesto di illuminata benevolenza, come l'annuire di un dio saggio e misericordioso. Ogni volta che incontra quest'uomo, Clark si chiede come abbia fatto Lex a sopravvivere alla propria infanzia. «Presumo che i personaggi della storia macedone non occupino grande posto nei programmi di studio del liceo. Lex ti ha mai detto che il suo nome completo è Alexander?»
«Certo» ha mentito Clark spudoratamente, perché a dire il vero era la prima volta che sfiorava la sua mente il pensiero che Lex non si chiami effettivamente solo Lex. «Come Alessandro il Grande» ha aggiunto, forse appena un po' indispettito per la punzecchiatura sulle scuole pubbliche, per dimostrare che in fin dei conti non è poi così crassamente ignorante come a Lionel piace credere.
Lionel ha assunto un'espressione sorpresa e compiaciuta che non gli è piaciuta affatto.
«Come Alessandro il Grande, esatto» ha risposto a bassa voce. «Quindi devo presumere che tu sappia perché ti ho chiamato così, prima.»
A questo punto Clark ha deciso unilateralmente che la loro conversazione era finita.
«Mi spiace, signor Luthor» ha risposto cambiando decisamente argomento. «I miei mi aspettano a casa. Cercavo Lex, ma non importa. Gli telefonerò stasera.»
Lionel ha annuito sorridendo tra sé come se conoscesse un qualche segreto che a lui non era dato conoscere; ma di storia greca e personaggi della Macedonia del quarto secolo avanti Cristo, per fortuna, non ha detto altro.
«Gli dirò che sei passato» ha detto solamente, e Clark se n'è andato sentendosi molto confuso.

È successo oggi pomeriggio, e la strana sensazione che hanno destato in lui quelle parole Clark non è riuscito ancora a scrollarsela di dosso: non saprebbe dire perché. Forse è stato il fastidio d'essere colto impreparato, alla sprovvista, quasi interrogato su una materia che non conosceva, e l'umiliazione frustrante di sentir Lionel Luthor farsi beffe della sua ignoranza; o forse è soltanto che non gli piace sentir parlare di cose che non conosce. A distanza di ore, ancora non ha capito che cosa Lionel volesse dirgli. Non sa se fosse una battuta o un complimento o che altro, e la cosa lo mette a disagio; perciò ha fatto un paio di ricerche e s'è fatto prestare un libro.
Quando passa a trovarlo nel fienile, dopo cena, col cappotto scuro negligentemente aperto sul petto e le mani nelle tasche, Lex lo trova intento a leggere.
«Mio padre mi ha detto che mi cercavi» dice a mo' di saluto, e solo quando sente la sua voce Clark s'accorge della sua presenza e si raddrizza sul divano.
«Ehi» dice, un po' imbarazzato come se Lex l'avesse colto con le mani in chissà quale sacco. Non che ce ne sia motivo, visto che sta solo leggendo un libro; eppure si sente quasi colto in flagrante. Forse è perché ha la sensazione d'esser caduto in qualche trappola tesa da suo padre, solo che ancora non è riuscito a individuare quale. «Non c'era bisogno che passassi. Volevo solo fare quattro chiacchiere.»
«Figurati. Mi dispiace per oggi, ma ero a Metropolis. Devo ringraziarti, però: la tua visita mi ha fornito un'ottima scusa per evitare la compagnia di mio padre dopo cena» risponde Lex sedendosi al suo fianco sul divano. «Gli ho detto che sei riuscito a telefonarmi al cellulare oggi pomeriggio e che avevi un disperato bisogno di vedermi, perciò eccomi qui. Plutarco?»
La mano di Lex sfiora la sua mentre gli sfila con delicatezza il libro di mano e ne scorre le pagine con la punta delle dita. C'è un tono lieve di sorpresa nella voce di Lex che in qualche modo lo spinge a giustificarsi, forse perché c'è una parte di lui, non saprebbe dire quanto importante, che ancora si vergogna d'aver dato tanta importanza a una battuta di suo padre. Potrebbe dirgli che è un compito per la scuola; ma non vuole mentire, questa volta. Alla fine opta per una mezza verità.
«Sto facendo una ricerca» dice stringendosi nelle spalle. Tecnicamente, non sta mentendo: sta effettivamente ricercando qualcosa e non ha detto che è per la scuola.
Lex aggrotta la fronte contemplando il libro. «Capisco. Plutarco è una buona fonte, anche se secondaria. La ricerca è su Alessandro, presumo?»
«Su Efestione» risponde Clark osservandolo per studiare le sue reazioni.
«Una figura interessante. La vita personale o le capacità militari?»
Clark non ha la minima idea di cosa stia parlando, perciò rimane sul vago. «Un po' tutt'e due, in realtà.»
«Mi sembra saggio. Se passi in ufficio da me domani ti farò trovare dei libri che possono aiutarti.» Lex sorride pensierosamente posando il libro sul tavolino. «I biografi di Alessandro sono stati le mie prime letture da bambino. Lo sapevi che il mio nome completo è Alexander?» Il fatto che sia una domanda retorica gli evita l'imbarazzo di rispondere. «Se posso darti un consiglio, però, mi concentrerei sull'aspetto militare. Le fonti antiche sono più ambigue al riguardo, perciò puoi trovare più cose da dire; e poi, è un aspetto meno studiato e più originale per una ricerca.»
«Sembri saperne molto» osserva Clark quasi casualmente.
Lex scrolla le spalle. «È difficile leggere qualcosa che riguarda Alessandro senza leggere anche di Efestione. Sapevi che Diogene accusava Alessandro di essere sottomesso dalle sue cosce?»
Clark potrebbe quasi giurare d'aver sentito il suo cuore saltare un battito. «In... in che senso?»
«Beh, Clark...» Lex sorride di quei sorrisi che gli riserva ogni volta che Clark dice qualcosa di particolarmente ingenuo, ma da cui Clark non riesce neppure volendo a sentirsi offeso. Forse perché sa Lex vede in lui un'ingenuità che a lui non è mai appartenuta, ma che gli sarebbe piaciuto poter conoscere. «Francamente io riesco a immaginare un solo modo in cui si possa essere sottomessi dalle cosce di qualcuno. Tu?»
Clark annaspa per un po' in cerca d'aria.
«Lex... credo che tu debba parlare con tuo padre» dice.

Lex lo ascolta in silenzio senza fare commenti né mutare espressone, in piedi di fronte a lui, colle mani ancora nelle tasche del cappotto. Non dice nulla riguardo alla sua mezza bugia di prima, e Clark gli è grato d'aver capito la sua vergogna e la sua esitazione: se c'è qualcuno in grado di comprendere quanto mortificanti e sibillini siano i modi di Lionel Luthor, di certo, quello è lui.
«Mi dispiace, Clark» dice infine al termine del suo racconto. La sua voce è mortalmente seria. «Sono mortificato. Mio padre non avrebbe mai dovuto dirti una cosa del genere. Deve averti messo in imbarazzo.»
Clark si stringe nelle spalle senza saper bene che dire. «Fino a cinque minuti fa, a dire il vero, non avevo idea di chi fosse questo Efestione.»
«Mi dispiace che tu abbia dovuto scoprirlo così. Tutto sommato sarebbe stato meglio se fosse stata davvero una ricerca per la scuola.» Le sue parole vibrano della consueta ironia amara, un po' strafottente, di quando Lex parla di suo padre. Si china sul telescopio, ma Clark ha la sensazione che attraverso le lenti non veda davvero alcunché; che stia solo cercando di mascherare il proprio nervosismo. «Parlerò con mio padre come prima cosa domattina quando si sveglierà. Non riesco a credere che abbia potuto anche solo pensare... voglio dire, tu sei minorenne.»
C'è qualcosa di strano in quello che ha detto Lex che Clark non riesce a individuare immediatamente. Ci ripenserà dopo, forse. Per ora ci sono altre questioni, più pressanti, che ha bisogno di chiedere. «Perché pensi che tuo padre pensasse che io... cioè, che noi...?»
Non riesce a finire la frase: non ha neppure il coraggio di guardarlo. Per fortuna, Lex non ha bisogno di sentire l'intera domanda per poter formulare una risposta.
«Immagino che abbia tratto questa conclusione vedendo quanto tempo passiamo insieme» ipotizza stringendosi nelle spalle. «Non saprei, Clark. Sai che non ho mai fatto mistero di quanto la nostra amicizia conti per me, ma, a parte questo...»
«No, intendevo...»
Le parole gli muoiono in gola prima d'essere pronunciate quando Lex si volta verso di lui e Clark si rende conto, un istante prima di parlare, che è stato sul punto di chiedergli del suo orientamento sessuale, ed è assolutamente certo che a nessuno si debba chiedere una cosa del genere. Rimane in silenzio un istante più del necessario: non sa che cosa dire. Sa soltanto d'avere addosso l'espressione più stupida che riesca a immaginare.
Per sua fortuna, sta parlando con Lex.
«So che cosa intendevi, Clark.» La sua voce è bassa, calma, e del tutto priva di rabbia o di imbarazzo. A differenza sua, Lex lo guarda negli occhi senza vergogna. «E non hai tutti i torti nel chiedermelo. Diciamo che c'è stato un periodo della mia vita, quando ero un po' più grande di te, in cui mi sono divertito a far impazzire la stampa facendomi fotografare ogni sera con un ragazzo o una ragazza diversi in giro per locali a Metropolis. È una risposta sufficiente per te?»
A dire il vero no, non lo è, ma forse non per il motivo che pensa Lex: non lo è perché desta in lui più domande e più dubbi di quanti ne abbia sopiti, come un punto dal quale si diramano infinite linee. Clark non fa la minima fatica a immaginarsi i titoli dei giornali scandalistici di Metropolis in quel periodo cui Lex ha fatto riferimento; immagina foto di club e discoteche e al suo fianco ragazze discinte e ragazzi belli come dèi pagani; ma quello che Lex non gli ha detto, volutamente o meno, è se quei ragazzi gli piacessero oppure no. Questo non sa come chiederlo, però; e Lex è stato già sufficientemente tollerante verso la sua curiosità inopportuna e invadente. Non può chiedergli anche questo, quantomeno non ora; perciò Clark si limita ad annuire per dar segno d'aver capito.
«Tuo padre ha dato soprannomi anche a loro?» chiede invece con una mezza risata, nel tentativo di spezzare la tensione; non gli riesce, però. Lex sorride appena alle sue parole, ma il suo volto si contrae pensierosamente. Sta riflettendo.
«Qualche volta» risponde infine. «C'è stato un ragazzo, per qualche settimana, che aveva soprannominato Bagoa, come uno dei favoriti di Alessandro in Persia, e quando ho sposato Desirée, ha inviato un biglietto di auguri riferendosi a lei come Roxane. La prima moglie di Alessandro» specifica di fronte alla sua espressione vacua, e Clark gli è grato del chiarimento, perché evidentemente non è ancora arrivato a quel punto del libro. «Anche se, devo dire...»
Il silenzio nella sua voce si prolunga tanto a lungo che Clark, a un certo punto, si sente autorizzato a chiedere. «Devi dire...?»
«Non è niente» si affretta a minimizzare Lex, col tono di star pensando a qualcosa che assolutamente non è niente. «Ma... mettiamola così. Diciamo che, se la cosa ti può tranquillizzare, mio padre è convinto che io starei facendo sul serio con te. Non si è mai spinto fino a soprannominare qualcuno Efestione. La storia lo ricorda come il suo compagno più fidato e fedele, dopo la cui morte Alessandro si lasciò morire.»
Clark non è sicuro di come la cosa debba tranquillizzarlo. «Hai detto che Alessandro ha avuto delle mogli.»
«Certo. Ben tre» replica Lex. «Ma si è trattato perlopiù di matrimoni politici finalizzati a rafforzare i suoi rapporti coi Persiani e a fargli avere degli eredi. Efestione è stato il grande amore della sua vita.»
«Davvero?» chiede Clark, ancora un po' imbarazzato, perché a quanto pare Lionel non scherza quando deve fare insinuazioni; ma quell'argomento lo appassiona più del previsto. Se Lex non fosse Lex Luthor, se non fosse il rampollo di un milionario, votato a un destino di affari e di borsa, se questa fosse un'altra vita, chissà, forse avrebbe potuto insegnare storia; a Clark sarebbe piaciuto averlo come insegnante. Lo avrebbe ascoltato volentieri, e magari lui non sarebbe stato un alieno e tra loro non ci sarebbero stati segreti. Sarebbe stata una bella vita, pensa d'improvviso.
«Certo.» Lex pare provare uno strano piacere a parlare con lui di questo argomento, forse perché non ha mai avuto l'occasione di parlarne con nessuno che non fosse suo padre. «Alla sua morte, Alessandro fece crocifiggere il medico che lo aveva curato e chiese agli oracoli il permesso di tributargli onori come a un dio.»
Messa così, l'informazione suona stranamente mutila. «Glielo diedero?»
«Solo di onorarlo come se fosse un eroe.» Lex si stringe nel cappotto. «La battuta di mio padre è stata di pessimo gusto, Clark. Ti chiedo ancora scusa e ti prometto che una cosa del genere non si ripeterà più. Puoi perdonarmi?»
«Non sono offeso» risponde Clark domandandosi vagamente per quale motivo non lo sia. «Davvero.»
«Questo perché Clark Kent è troppo superiore a noi comuni mortali per provare rancore» commenta Lex col suo sorriso un po' asimmetrico, e Clark sorride chiedendosi se sia davvero questo il motivo.

Il giorno seguente Clark ci pensa per tutta la mattina. Non sa perché la cosa l'abbia colpito tanto: gli è rimasta addosso una sensazione strana. Non sa neppure a cosa attribuirla, se alle parole di Lionel o piuttosto a qualcosa che ha detto Lex. Pete gli dice qualcosa ogni tanto, durante la mattinata, e Clark ride senza neppure esser certo d'aver ben capito.
Dopo le lezioni si ferma al Torch a dare una mano con l'impaginazione: è un lavoro noioso, monotono e ripetitivo, precisamente il contrario di quello che gli occorrerebbe per pensare ad altro. Non appena Chloe lascia la stanza, quasi senza riflettere, Clark si mette al computer e digita il nome di Lex. Deve cercare per un po'. Non ci sono articoli recenti sui principali siti di tabloid: ma scorrendo all'indietro, cliccando sui siti più scandalistici che gli vengano in mente, alla fine trova quello che cerca. È come ha detto Lex: ci sono foto con ragazze, foto con ragazzi. Si sofferma su queste ultime perché in fondo è quello che lo incuriosisce di più: non aveva mai saputo che Lex fosse attratto anche dai ragazzi. Non è sorpreso quanto dovrebbe. Sono belli in modo straordinario, come fotomodelli, ma quasi nessuno compare in foto di più di una serata. Su una vecchia pagina dell'Inquisitor c'è un articolo di gossip, risalente a tre anni fa, con una foto in cui un modello alto e moro gli sta letteralmente mangiando la faccia.
D'improvviso, come rendendosi conto d'un tratto della morbosità del suo interesse, Clark cancella la cronologia e chiude la finestra di ricerca. Si sforza di non pensarci più.
Quando torna a casa, più tardi, trova i suoi genitori in cucina: suo padre è corrucciato, quasi indispettito. Sua madre, invece, ride coprendosi la bocca con la mano.
«Mi sono perso qualcosa?» chiede fermandosi sulla soglia, un tantino perplesso, e suo padre scuote la testa e si versa una tazza di caffè con aria scettica.
«Niente, Clark» risponde con disappunto. «Ma magari potresti dire al tuo amico Lex che non c'è bisogno di far scortare i suoi libri in limousine. È piuttosto vistoso.»
Probabilmente questa spiegazione per lui ha un senso, ma per Clark no. Guarda verso sua madre in cerca d'aiuto.
«Lex ha mandato il suo autista qui. Ha portato dei libri per te» gli spiega lei. «Ha detto che ti servivano per una ricerca di scuola. Su Alessandro Magno, ho capito bene?»
«Ah, giusto. La ricerca» risponde Clark, sperando che i suoi non riescano a sentire così, solo dalla sua voce, che in realtà non esiste alcuna ricerca e che quella è soltanto una scusa; ma, dopotutto, si tratta soltanto di qualche libro. «Lex ha una collezione di libri su Alessandro Magno, perciò ho chiesto una mano a lui. Dove li avete messi?»
«Abbiamo detto all'autista di lasciarli nell'ingresso» risponde suo padre, con lo stesso tono con cui parlerebbe di un carico di concime particolarmente maleodorante. «Era troppo pesante per portarlo nel fienile. Ti dispiacerebbe darmi una mano con la staccionata oggi pomeriggio, Clark?»
«Via, Jonathan» lo ammonisce sua madre. «Clark deve studiare.»
«Va bene così, mamma» la interrompe Clark, che si sente già sufficientemente in colpa per aver detto una bugia senza bisogno di sottrarsi ai suoi doveri. «Non è urgente. Ho tutta la settimana.»
Aiuta suo padre nei lavori alla fattoria per tutto il pomeriggio: il lavoro fisico gli fa bene. Per qualche ora riesce a non pensare alle parole di Lionel, a quelle di Lex, alla strana sensazione che hanno destato in lui, alla foto sull'Inquisitor; solo a sera, dopo cena, finalmente Clark prende la scatola che gli ha mandato Lex e la porta nel fienile.
A giudicare dal peso e dal numero di libri all'intero della scatola, Lex deve avergli mandato tutti i libri sull'argomento in suo possesso: a dire il vero, Clark neppure s'immaginava che ne esistessero tanti. Non che se lo fosse mai chiesto. Sul libro più in alto è posato un biglietto scritto a mano, rapidamente, nella stretta grafia nervosa di Lex. Dice: Sarei venuto a portarteli di persona, ma oggi sono atteso a Metropolis. Mi spiace che tu ne sia venuto a conoscenza così, ma ho pensato che l'argomento valesse comunque la pena di essere approfondito.
Clark li tira fuori lentamente dalla scatola, uno per uno. Per ciascun autore ci sono spesso più edizioni diverse, ciascuna riporta il testo originale in greco o in latino: riconosce il nome di Plutarco, ma la maggior parte non li ha mai sentiti nominare, come Arriano, Curzio Rufo, Diodoro Siculo; ci sono anche biografie moderne, interamente in inglese, per fortuna. Stando alle date di stampa riportate all'interno dei frontespizi, sembrano tutti libri risalenti ai primi anni Ottanta. A quanto pare Lex non stava esagerando quando ha detto che si è trattato delle sue prime letture. Ce n'è uno particolarmente vecchio, dalle pagine ingiallite, scritto solo in tedesco e in quello che sembra greco antico: sulla copertina c'è scritto Die Fragmente der griechischen Historiker. Clark lo mette da parte sorridendo appena, perché lo diverte l'idea che Lex lo creda capace di leggere il greco o il tedesco. Forse non ci ha pensato neppure: lo ha messo nella scatola così, senza pensare, tra gli altri libri tra i quali s'è formato crescendo. Quando guarda quel libro, Clark non ha neppure bisogno di sforzarsi per immaginare quanto la sua infanzia debba esser stata infelice.
Clark legge fino a sera tarda, passando da da un libro all'altro senza continuità; ha la sensazione di star cercando in quei libri qualcosa che non riesce a trovare. Sfoglia le pagine di Arriano e quelle di Paolo Orosio con una sorta di inquietudine, fino a sentirsene scoppiar la testa, senza comprendere cos'è che sta cercando con precisione. È strano leggere gli stessi libri di Lex: a margine delle pagine, talora, ci sono alcune annotazioni scritte di suo pugno negli stretti spazi rimasti bianchi; riflessioni estemporanee, perlopiù, a malapena abbozzate, sulla grandezza di Alessandro, sulla meschinità di Filippo.
È quasi mezzanotte quando finalmente smette di leggere e si lascia andare contro lo schienale della sedia, pensierosamente. Nella sua mente baluginano idee confuse di grandezza e pomposi nomi greci e quel modello moro e muscoloso con gli occhi blu che baciava Lex nella foto e –
Inizia a pensare che forse non è su Efestione che ha bisogno di schiarirsi le idee.

Passa da Lex il giorno dopo, all'uscita da scuola. Lo trova di fronte al computer, un po' accigliato, intento a scrutare paginate e paginate di cifre con aria estenuata. Clark si sofferma sulla soglia dell'ufficio.
«È un brutto momento?»
Quando alza gli occhi su di lui, il volto di Lex s'illumina di sollievo.
«No, se non hai paura di altre illazioni da parte di mio padre» risponde alzandosi dalla scrivania. Sembra molto sollevato all'idea di fare una pausa, perciò Clark si sente autorizzato a entrare nell'ufficio.
«Gli hai parlato?»
Lex si avvicina al mobile bar per versarsi due dita di qualcosa che ha l'aria di essere dannatamente costoso. «Certo. Ho trascorso l'intera mattinata a cercare di convincerlo che tra me e te non c'è niente di quello che pensa e che in ogni caso è assolutamente inopportuno fare questo genere di osservazioni a un ragazzo della tua età.»
Clark lo osserva per un po' in attesa che dica qualcos'altro; ma poiché qualcos'altro non viene detto, è costretto a chiedere. «E ti ha creduto?»
C'è un ghigno ironico sul volto di Lex. «Oh, sì. Sul secondo punto, in effetti, ha dovuto riconoscere che avevo perfettamente ragione. Dice che gli rincresce, ma che per quanto si sforzi non riesce mai a ricordare quanti anni hai.»
«E sul primo punto, invece?» chiede Clark con una certa esitazione.
Lex si lascia cadere sul divano con aria spossata. «Andiamo, Clark... è mio padre. Non ho mai neppure pensato di riuscire a fargli cambiare idea su questo aspetto: il mio obiettivo era evitare che ti dicesse mai più qualcosa del genere. Quanto a questo, credo di potertelo garantire. Parliamo d'altro, Clark. Ti sono stati utili i libri che ti ho mandato ieri?»
Clark non ha mai commesso l'errore di illudersi che Lionel Luthor fosse un uomo col quale basta parlare ragionevolmente per convincerlo di qualcosa, ma in qualche modo la vittoria riportata da Lex gli appare paurosamente parziale. Poiché dubita che Lex abbia ancora voglia di parlarne, per tutta risposta Clark gli mostra il libro in tedesco che ieri ha avuto il coraggio a malapena di guardare: Lex scoppia a ridere al vederlo.
«Perdonami. Non ricordavo di averti mandato anche quello» dice in tono apologetico. Glielo sfila dalle mani per sfogliarlo piano, con la punta delle dita, e lo guarda quasi con nostalgia. «È una raccolta di frammenti di autori greci che non sono giunti fino a noi. Un testo piuttosto specialistico. A dire il vero, forse non ricordavo neppure di averlo. Uno dei tanti crudeli regali di mio padre, per il Natale dei miei dieci anni, quando sapeva benissimo che all'epoca non potevo conoscere né il tedesco né il greco antico.»
Chissà perché la cosa non lo sorprende affatto. Clark si lascia sprofondare nel divano accanto a lui. «E ora li conosci?»
«Un poco di entrambi» risponde Lex. Chissà che cosa vuol dire, per gli standard di un Luthor, parlare un poco di una lingua. «Quanto basta per leggere questo, se mai ne sentissi il bisogno, a ogni modo. Vuoi che ti legga qualcosa?»
Clark non ha idea di cosa possa esser scritto dentro quel libro – perché l'idea di frammenti di autori greci non giunti fino a noi rimane per lui alquanto nebulosa e poco chiara – e forse non ha più neppure bisogno di informarsi su Efestione, su Alessandro il Grande, sugli eteri e sui diadochi e su tutti gli altri strambi nomi che ha letto fino a tarda sera; eppure, inspiegabilmente, quando Lex gli fa quella domanda, risponde: «Perché no?»
«Vediamo un po'» mormora Lex al suo fianco, sfogliando il libro, e Clark si appoggia allo schienale, chiude gli occhi e ascolta. «Sono sicuro che ci sia almeno un frammento in cui si parla di Efestione. Il mio tedesco e il mio greco sono un po' arrugginiti, comunque...»
«Sai che non sono in grado di accorgermene, vero?» chiede Clark, ancora a occhi chiusi, e Lex ride da qualche parte alla sua sinistra.
«Giusto. Ecco qui. Carete di Mitilene, frammento numero quattordici...»
Lex legge in tedesco, ad alta voce, poi in greco, e poi traduce, un poco per volta, all'impronta; l'inflessione della sua voce è diversa quando parla in tedesco; il suo greco è composto da strane vocali e ancor più strane consonanti aspirate, che Clark non ricorda d'aver mai sentito; è una lingua stranamente bella.
Il frammento da cui è partito Lex parlava di Efestione, ma era seguito da altri, piuttosto confusi, che non lo menzionavano affatto; comunque Clark non lo interrompe, e Lex, dopo averlo osservato per un istante di sottecchi, gira pagina e continua: leggere non sembra pesargli, e Clark, semplicemente, rimane in silenzio e ascolta. Forse per Lex quella è la prima volta in cui ha qualcuno, diverso da suo padre e dalla sua propria frustrazione, con cui condividere le sue letture.
Lex continua a leggere per un po' e Clark continua ad ascoltare. Solo ogni tanto, quando passa da un autore a quello successivo, getta uno sguardo su di lui e lo osserva per un attimo: Clark non si muove, allora, dopo un momento, Lex prosegue. Con gli occhi chiusi, concentrato soltanto sulle sue parole, Clark potrebbe quasi illudersi che questa sia quell'altra vita cui pensava ieri: quella in cui Lex non è condannato alla stessa vita di suo padre, a cercare in eterno di percorrere la sua stessa strada senza però porre i piedi sulle sue impronte, ma è un insegnante di storia in un liceo della provincia e a lui è dato soltanto ascoltare le sue spiegazioni senza domandarsi se li aspetti un qualche destino più grande di loro, molto più potente delle loro volontà.
«Clark» dice Lex infine. Posa il libro sul tavolino di fronte a sé, e Clark alza gli occhi su di lui. «A meno che tu non abbia scoperto un improvviso interesse anche per Nearco di Creta, nel qual caso, credimi, in cui sono più che disposto a continuare a leggere... c'è qualcosa di cui vuoi parlarmi?»
Non è quella vita. Non è neppure una vita ancora diversa, una che Lionel Luthor ha sempre adombrato per Lex e forse anche per lui: non sono Alessandro né Efestione, per quanto Lex sia convinto, e Clark cominci a nutrirne il fondato sospetto, che siano entrambi destinati a cose grandi.
«Lex» inizia, e si schiarisce la voce, solo per prendere tempo, per cercare dentro di sé una vergogna o un imbarazzo che si aspettava di provare ma che in questo momento, nella calma irreale della loro solitudine, non riesce a sentire né a trovare. «Perché tuo padre mi ha chiamato così?»
«Te l'ho detto» risponde Lex, ma neppure per un momento Clark commette l'errore di credere che Lex non abbia capito il senso della sua domanda. «Perché sa che mi interessano i ragazzi e perché vede che trascorriamo molto tempo insieme. Tutto qui.»
«No. Intendevo... hai detto che non ha mai soprannominato nessun altro Efestione. Perché me?»
Lex si alza e si dirige alla sua scrivania, alle sue spalle; ma Clark non gli sente prendere né toccare alcunché. Sta solo evitando di guardarlo.
«Curzio Rufo racconta che Alessandro considerava Efestione al pari di se stesso, quasi come un altro Alessandro» risponde. «Forse mio padre ritiene che per me sia lo stesso.»
«Ed è così?»
«Certo» risponde Lex. Non c'è alcuna esitazione nella sua voce. «Non te l'ho mai nascosto.»
«Ieri hai detto che tuo padre non avrebbe dovuto dire quello che ha detto perché sono minorenne» dice Clark d'improvviso. Poter finalmente esprimere questo dubbio ad alta voce è liberatorio in un modo che non avrebbe mai creduto possibile; e ora che l'ha detto non può più tirarsi indietro. Deve andare avanti, ancora, e avere il coraggio di chiedere fino in fondo: è come aver fatto scattare un meccanismo. Che ora si vergogni oppure no, non gli rimane che cedere alla spinta. «Se non lo fossi stato, ti avrebbe ugualmente dato fastidio?»
Quando Clark si alza dal divano e si volta verso di lui, Lex è immobile di fronte alla sua scrivania, con le mani nelle tasche dei pantaloni scuri, come in quelle sue foto che Clark ha visto decine di volte sul Planet e su Forbes sopra titoli che spaziano da L'ultimo affare di Lex Luthor a I cento under 25 più influenti del mondo. Ma ora non ci sono titoli né fotografi e Lex, in questo momento, sta guardando solamente lui.
«Non lo so, Clark» risponde finalmente, e Clark sa, dall'inflessione della sua voce, dal modo in cui i suoi occhi si distolgono per un momento dai suoi, dall'increspatura delle sue labbra, che sta mentendo. «A te darebbe fastidio?»
Non mi ha dato fastidio neanche stavolta, vorrebbe rispondere Clark quando si avvicina a lui; ma non è questo che bisogna dire. Non può permettere a Lex di rigirare contro di lui le sue stesse domande.
«Lo sto chiedendo a te.»
«Clark...» mormora Lex, e Clark sarebbe disposto a giurare in tribunale, se glielo chiedessero, che c'è un momento in cui i suoi occhi, quando cercano ovunque nella stanza qualcosa che gli fornisca una scusa per non guardare direttamente nei suoi, si soffermano sulle sue labbra. «Non farmi domande delle quali non vuoi conoscere la risposta.»
«Chi ti dice che io non voglia conoscerla?»
Lex sorride in quel modo tutto suo particolare che è assieme pericoloso e indicibilmente affascinante come osservare le spire di un serpente.
«Clark...» Questa volta la sua voce, l'esitazione alla fine del suo nome, suona come un avvertimento, e Clark s'accorge d'essersi avvicinato forse un po' troppo, ma neppure per un momento fa niente per allontanarsi da lui. Sono stati già vicini così, tante volte, come quando parlavano l'uno di fianco all'altro ed era come osservare la piana di Troia dall'alto delle sue mura; eppure questa vicinanza non gli è parsa mai così indecente. Non se ne discosta. «Ho sempre pensato che avrei finito per pagare il college ai figli dei miei avvocati... ma ho sempre pensato che sarebbe stato per qualche cosa di diverso dall'aver baciato il figlio di un fattore. Non farmi domande alle quali io potrei voler rispondere.»
Clark sente qualcosa scavare dentro di lui che non ha sentito mai.
«Quindi?» chiede, e non è sicuro di cosa stia vibrando la sua voce, se di dubbio o di delusione o di eccitazione, e Lex sorride come se avesse riportato una vittoria.
«Quindi ti propongo un patto, Clark» mormora. «Se ti interesserà ancora la risposta, torna a pormi la stessa domanda quando avrai compiuto sedici anni. Se tornerai, io ti risponderò. Se non ti interesserà più, se cambierai idea... ti prometto che io non solleverò mai più la questione. Abbiamo un accordo?»
In questa schermaglia Clark non sa neppure se abbia vinto o perso. Vorrebbe indagare ancora, insistere, domandare finché Lex non sia proprio costretto a rispondere; vorrebbe tornare a casa con una risposta, dopo giorni di apnea, e scoprire se quello che ha provato un momento fa fosse delusione o eccitazione o dubbio, e forse persino scoprire, o piuttosto riscoprire, dopo averlo immaginato e averlo negato persino a se stesso, la consistenza delle labbra di Lex: ma le parole di Lex sono granitiche come un pareggio. Non otterrà altro, per oggi, perché il volere di Lex è inamovibile e potente.
«Abbiamo un accordo» risponde senza convinzione, e Lex sorride.
«Fila, o tuo padre mi accuserà di averti trattenuto fino a tardi» lo ammonisce tornando a sedersi di fronte al computer. «E dubito che si accontenterà di sentirsi dire che ti ho intrattenuto leggendoti il libro di un filologo tedesco degli anni Venti. Ah, Clark...»
Quando Lex lo richiama, Clark è già quasi sulla soglia. «Che c'è?»
Lex accenna appena col capo al tavolino. «Dimentichi il libro.»
Clark scrolla il capo senza capire. «Te l'ho riportato. Devo riportarti anche gli altri.»
«Oh, no. Ti prego, prendilo. Mi dispiace di non essere stato chiaro, ma quei libri erano un regalo» risponde Lex distrattamente tornando a scorrere sullo schermo decine di cifre.
Clark solleva il libro senza comprendere. «Ma non so neppure leggerlo. E poi, credevo che fossero regali di tuo padre. Le tue prime letture. L'hai detto tu.»
«Appunto» dice Lex senza guardarlo. «Finalmente ho trovato il modo di trasformarli in lieti ricordi. Tienili, Clark. Almeno penserai a me la prossima volta che dovrai fare una noiosa ricerca di storia.»
Clark esce dall'ufficio senza trovare altro da dire.
Si ferma nel cortile a osservare il libro che ha tra le mani, nella speranza, di certo vaga, che lo aiuti a far chiarezza dentro di sé: ma è solo un libro scritto in lingue che non conosce né parla. Forse tenerlo tra le mani, come un oggetto solido, concreto, lo aiuta a concentrarsi e a calmarsi e a non pensare unicamente al fatto che per un momento ha sperato che Lex lo baciasse. Però mentirebbe se dicesse che non sta pensando precisamente a questo – e al fatto che Lex non gli ha detto di no.
Ripone il libro nella tasca del giubbotto e si avvia verso casa pensando che in fin dei conti al suo compleanno mancano soltanto due settimane.

   
 
Leggi le 2 recensioni
Ricorda la storia  |       |  Torna su
Cosa pensi della storia?
Per recensire esegui il login oppure registrati.
Torna indietro / Vai alla categoria: Serie TV > Smallville / Vai alla pagina dell'autore: Afaneia