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Autore: rosy03    02/07/2024    1 recensioni
Tōdō Akira è al secondo anno di liceo e sa da cosa deve tenersi assolutissimamente alla larga: il club di pallavolo maschile, la culla del caos.
Sarà anche una delle migliore squadre della prefettura ma per lei resta comunque una combriccola di esaltati che ha come unico obiettivo quello di prendere a schiaffi un pallone...!
• • •
«Ricordi quando mi hai giurato che avresti fatto di tutto per ripagarmi il favore di quella volta?»
«...»
«Unisciti al nostro club.»
«Stai scherzando, vero?»
«Ti sembra la faccia di uno che scherza?»
Genere: Commedia, Drammatico, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Yaoi, Yuri | Personaggi: Aoba Johsai, Hajime Iwaizumi, Kyoutani Kentarou, Nuovo personaggio, Tooru Oikawa
Note: Lime | Avvertimenti: nessuno
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• A •

 
Non appena il cervello di mio padre recepisce l’informazione – e cioè che sarò la manager del club di pallavolo maschile della mia scuola – scelgo di ignorare il ghigno soddisfatto che gli si dipinge in volto per amore del mio equilibrio interiore.
«E io che pensavo fossi totalmente scema.»
«Hai finito?»
Al mio fianco, lo sento ridacchiare.
È indaffarato a scolare gli spaghetti e, nel frattempo, dà un’occhiata alla folla di clienti che riempie il locale. Io faccio lo stesso e per un attimo quasi mi dimentico di starmi sorbendo quell’inutile presa in giro. A quest’ora è sempre pieno – l’aria è ricca di odori, sapori, chiacchiere e serenità.
Noto alcune ragazze fare una faccia deliziata e quando mi accorgo che il mio donburi ne è la causa, il mio sorriso si allarga d’istinto.
«Quindi, come facciamo con i turni?» Ed eccolo: Inari Gon, l’inopportuno. «Akira non potrà esserci sempre, no? Sia chiaro, sono strafelice di lavorare qui e lo farei tutti i giorni, davvero, ma penso di meritare un aumento. No?»
«La sola cosa ad aumentare sarà la lunghezza dei miei coglioni se non la pianti con questo piagnisteo.» Al momento, solo Gon è in grado di far uscire il lato più scontroso e volgare di mio padre.
Il fatto è che il nostro caro aiutante è un cagasotto con la C maiuscola: ragion per cui, l’unico modo che ha per poter chiedere qualcosa al gestore della locanda – alias, mio padre – è utilizzando un’espressione giocosa. Fa lo scemo, approfitta dei momenti buoni e prega affinché le sue richieste vengano quantomeno ascoltate. «Hai finito di servire ai tavoli? Qui c’è da lavare un sacco di roba.» Gon – alto un metro e ottantanove e magro come un acciuga – annuisce, sconfortato.
Poi, guardo mio padre che si sta asciugando il sudore dalla fronte corrucciata. «Ne ha ancora di strada da fare, vero?»
«Se non vuole finire a fare lo zerbino, deve tirare fuori le palle.»
«Il giorno in cui irromperà qui sbattendo la porta e pretendendo un aumento sarà un bel giorno, per noi e per lui.»
Annuisce, per poi voltarsi a controllare il pentolone di zuppa di miso. Sono felice mi abbia riammessa in cucina anche se per poco tempo. Lavorare alla tavola calda mi piace, mi dà pace e cucinare per gli altri mi riempie il cuore di gioia.
È come un mondo a parte. Il mio mondo. Ne conosco ogni centimetro, ogni atomo a memoria e non serve che alzi lo sguardo per capire dove è cosa. Sento Gon, alla casa, salutare i clienti che hanno appena terminato. Il fresco vento della sera fa vibrare i campanelli accanto alla finestra e da fuori percepisco l’ombra delle persone che vanno e vengono.
Al tavolo cinque c’è una coppia di anziani; abitano a pochi isolati da qui e da quando ero piccola hanno sempre accettato con gioia di fare da cavie ai miei esperimenti culinari. È bello vederli tornare di tanto in tanto – ordinano sempre lo stesso piatto, il preferito del loro unico figlio che ora è in America, lo zaru soba che poi condividono.
Di clienti affezionati ne abbiamo tanti. Ma è soprattutto con quelli nuovi che mi diverto di più. Ad esempio, c’è un signore in giacca e cravatta seduto al tavolo tredici; probabilmente è appena uscito dall’ufficio.
Ha ordinato una porzione doppia di riso al curry ed è in videochiamata con sua sorella che vive a Sapporo con i genitori. Non è che mi piace farmi i fatti degli altri ma è così bello vederli mangiare i nostri piatti con un tale entusiasmo!
All’improvviso, però, una voce conosciuta giunge al mio orecchio.
«Akira! Ciao!» Rui saltella nella mia direzione, leggiadra nel suo vestitino azzurrino e i capelli, freschi di piastra, accuratamente ordinati su una spalla. Incrocia le braccia sul banco, evitando uno sgabello e, al contempo, salutando mio padre con un gesto della mano. «Naho mi ha detto che alla fine hai deciso!»
«Già. Spero solo di non dovermene pentire.»
«Vedrai che andrà bene!»
È sempre così ottimista e rumorosa – potrei finire con l’invidiarla, prima o poi.
«Hai un appuntamento?»
Il suo viso si illumina e le guance le si colorano di rosso. «Eh, già. Mamo mi ha chiesto di scegliere un posto e visto che aveva gli allenamenti fino a tardi abbiamo optato per una cenetta.»
Papà mi mette davanti una dozzina di uova senza dire niente e io, dando semplicemente un’occhiata alle ordinazioni, mi affretto a romperle e sbatterle in una ciotola sotto gli occhi di Rui. «E lui dov’è?»
«Ci siamo dati appuntamento direttamente qui.» Intanto, non mi scolla gli occhi di dosso. «Wow, beato chi ti sposa.»
Questo suo commento mi destabilizza abbastanza. «E perché?» Alzo lo sguardo su di lei per un millesimo di secondo e la vedo nascondere un sorriso triste. Ok, qui c’è qualcosa che mi puzza. «Che ti prende?»
«Tu sai cucinare.»
«Lavoro in una tavola calda, ho sempre vissuto da questa parte del bancone ed è la mia passione praticamente da sempre, Rui. Per forza so cucinare.»
Lei ridacchia, divertita. «È che sei davvero brava. Io, invece, sono un’incapace.»
Non appena finisco di sbattere le uova consegno la ciotola a mio padre mentre mi fermo davanti alla piastra. Prendo un paio di bacchette e comincio a cuocere i gyoza, attenta che Rui segua il mio spostamento. «Secondo me ci rimugini troppo. Si può sempre imparare. E poi, anche se non dovessi diventare una cuoca provetta, cosa importa?»
«Beh, niente. Ma mi piacerebbe provare a preparare qualcosa per Mamo che sia commestibile. Anche solo del cioccolato per San Valentino.»
Mh, non riesco proprio a vedercela nei panni della casalinga.
«Posso insegnarti io.»
I suoi occhi si sgranano e si illuminano in un singolo istante, tanto da diventare abbaglianti. «Davvero lo faresti?!»
«Sì, non è difficile.» I gyoza sono pronti così procedo all’impiattamento, come al solito. «A essere difficile sarà trovare qualcuno che voglia sposarmi!»
La mia è una battuta, una semplice e innocente battuta di spirito. Non penso di essere da buttare, né di essere l’unica persona del mondo a non meritare di trovare qualcuno che la ami. Per la verità, nemmeno non mi interessa.
Quello che voglio adesso è migliorare, ereditare la tavola calda e permettere a mio padre di riposare. Non chiedo altro.
Non ho bisogno di un fidanzato che mi stia tra i piedi. Non ho bisogno di una zavorra – ci ho provato, davvero, ma la me attuale non ha tempo da perdere.
Rui, invece, ha interpretato male, malissimo, la mia battuta. «Non dire così, Akira! Sei brava in tante cose, sei fighissima, non hai paura di niente e affronti sempre tutto e tutti a testa alta e- e sei sexy da paura!»
Per poco non mi cade il mestolo nel brodo e faccio un pasticcio. I clienti seduti ai tavoli ridacchiano e fanno finta di non aver sentito tutta l’argomentazione ma ormai il danno è fatto – hanno già capito che si sta parlando di me.
«Merda, Rui-!»
«Glielo dica anche lei, Shintarō-san!» Sarà stato l’entusiasmo o chissà quale assurdo allineamento interplanetare ma Rui non ha mai chiamato mio padre per nome – mai. Nemmeno una volta. «Ecco, magari non che è sexy da morire, quello sarebbe strano detto da lei.»
Guardo papà e lo vedo afferrare un tagliere. Come se nessuno abbia parlato si affianca a me e comincia a tritare la cipolla in assoluto silenzio.
Non che io mi aspetti una sua reazione – non ha mai fatto intendere di voler parlare di relazioni amorose e scommetto che mai dirà niente perché non è proprio da lui fare il padre apprensivo.
Solo dopo mi accorgo del mio errore: è vero che non gli importa parlare di ragazzi, di sesso o di altro, ma è altrettanto vero che adora prendermi in giro. «Qualcuno che vuole sposarla, c’è.»
Biascico un «Oddio...» davvero poco elegante, accompagnato da un’imprecazione. «Ancora con questa storia?»
Rui quasi scavalca il bancone al suono di questa notizia. «Veramente?! Chi?!»
«Non starlo a sentire, Haruto abita qui accanto e va alle elementari.»
«Oh, ma che tenero! Gli piaci?»
Io non so davvero come si sia finiti a parlare di questo. Papà sghignazza e Rui cerca di farsi dire chi è e come abbia fatto innamorare un bambino di me.
E io che ne so!
La porta del locale si apre nuovamente e io posso finalmente tirare un sospiro di sollievo. Mamoru è arrivato – con il suo giubbotto di jeans e i capelli ramati ordinati in testa –, quindi, Rui la smetterà di parlare. Glielo indico e non appena lo vede, la mia amica corre ad abbracciarlo. «Mamo!»
Hoshino Mamoru frequenta il liceo Wakutani Minami e, di conseguenza, i due riescono a vedersi solo nei fine settimana.
Dico alla mia amica di scegliere un tavolo tra quelli disponibili e lei mi sorride, felice come una Pasqua. Intanto, comincio a preparare gli ingredienti per l’okonomiyaki – sono sicura che Rui ordinerà quello.
Lo fa sempre.
 
 
 
• A •
 
 
 
Il giorno dopo, le lezioni procedono troppo velocemente.
Prima che me ne renda conto sono già fuori all’aula professori a chiedere di Fujimoto-sensei. Non appena mi vede la sua faccia diventa indescrivibile: sembra abbia appena messo gli occhi su un cane che si è divertito a fargli la pipì nelle scarpe. «Se sei qui, vuol dire che-»
«Sì.» Lo interrompo. Non voglio perdere altro tempo, per cui gli consegno il modulo di iscrizione già compilato. «Ecco a lei.»
«Non devi darlo a me ma al responsabile del club.»
Non ci posso credere.
Ho fatto un giro a vuoto.
«D’accordo. Allora... dov’è Mizoguchi-sensei?»
«E dove dovrebbe essere se non in palestra?»
Prima o poi qualcuno gli righerà la macchina, lo so.
Con malcelata stanchezza, faccio dietrofront e mi rimetto in cammino, diretta nel luogo in cui dovrò trascorrere i miei pomeriggi scolastici, circondata da un branco di ragazzi esagitati che prendono a schiaffi i palloni. Certo, detta così sembra quasi che a me la pallavolo non piaccia.
Niente di più falso.
Mi piace giocare. Mi piace la pallavolo. È solo che non mi piace essere circondata da idioti.
E Tōru Oikawa è il Re degli Idioti. Già, Oikawa.
Senza pensarci troppo, faccio capolino dalla porta e subito i miei occhi vengono rapiti da una presenza in mezzo al campo. Non c’è che dire: è proprio nato per attirare l’attenzione.
Persino io, che tento di evitarlo in tutti i modi possibili, riconosco che è davvero un ragazzo bello, bellissimo. Persino con i capelli appiccicati sulla fronte, persino con la maglietta sudaticcia riesce ad attrarre lo sguardo degli altri.
È ingiusto che esistano persone come lui. Dov’è la parità? Eh?
«Non si può assistere agli allenamenti.» Quasi sobbalzo per la sorpresa; non mi aspettavo che qualcuno facesse caso a me. Alzo lo sguardo e noto con piacere che si tratta proprio di Mizoguchi-sensei. «I ragazzi potrebbero distrarsi. Mi spiace, ma devo chiederti di-»
«Oh, non voglio assistere. Sono qui per il posto da manager.»
Lui rimane a fissarmi, inebetito. Fa per dire qualcosa ma si ferma – sembra quasi che voglia dirmi di sloggiare ma di non sapere come.
Allora gli allungo il modulo, incisiva.
«Mi è stato chiesto di entrare come manager e io ho accettato.»
«Chi- Chi te l’ha chiesto?»
«Sono stato io.» Ecco la causa di tutte le mie sventure, presenti e future. Iwaizumi si avvicina e mi rivolge un debole cenno di saluto mentre tutti i rumori e le voci nella palestra di acquietano. «Penso che valga la pena provare, sensei.»
Succede qualcosa di strano, poi. Il professore e Iwaizumi si lanciano un’occhiata che io non comprendo appieno mentre tutti gli altri ci guardano incuriositi. Oltre le spalle di Mizoguchi-sensei scorgo Oikawa ma non faccio in tempo a soffermarmi sulla sua espressione che un'altra persona si affianca a noi.
«E quindi, vorresti essere la manager della squadra?» Annuisco, convinta. «Il mio nome è Irihata Nobuteru, piacere di conoscerti.»
«Tōdō Akira del secondo anno.»
Lui mi osserva con curiosità, al che rispondo con un’occhiata stizzita.
Quando comincia a ridacchiare, penso di avere appena superato il suo strano test d’ingresso. «Ok. Va’ a cambiarti e raggiungici in palestra. Niente divisa qui dentro.»
Oh, bene.
Non ho capito perché tutto questo tormento da parte di Mizoguchi-sensei, ma almeno ce l’ho fatta. Sono dentro.

 
 
• A •
 

 
Mi sfilo le scarpe per indossare quelle da ginnastica nel momento esatto in cui il coach Irihata intima a tutti di fare un pausa.
«Oh, sei già qui.» Mizoguchi-sensei si avvicina. «Mi spiace per prima, mi hai colto di sorpresa. Non mi aspettavo che quelli del terzo anno accettassero una manager in squadra.»
«Perché?»
Forse non dovevo chiederglielo. Ora ha l’espressione di chi si sente in colpa.
«Va bene, non importa. Che devo fare?»
«Innanzitutto, benvenuta!» Il coach Irihata sorride, raggiante.
E subito dopo, come chiamati in causa, i ragazzi si raddrizzano rigidamente, impallidendo quasi, salvo poi inchinarsi e darmi anche loro il benvenuto nella squadra. Questo sì che è imbarazzante...
«Abbiamo fatto richiesta per la divisa, sarà pronta in un paio giorni.» Annuisco e non faccio mistero ai due professori su quanto poco ne sappia del lavoro di manager. Il coach ridacchia allegramente. «Oh, non preoccuparti. I ragazzi del terzo e del secondo anno ti spiegheranno tutto.»
Mizoguchi-sensei fa un cenno di assenso. «Puoi contare anche su di me.»
La nostra piacevole chiacchiera non dura molto; Irihata lancia un’occhiata ai ragazzi e dice loro di prepararsi. Sia lui che il professore escono dalla palestra, così io mi ritrovo da sola in mezzo a questo branco di scimmie.
Mi volto appena e li scopro a fissarmi, inebetiti e curiosi. Faccio un respiro profondo prima di portarmi le mani ai fianchi e fare una smorfia. «Allora? Ho qualcosa di strano in faccia?»
Alcuni si affrettano a scuotere la testa, distogliendo lo sguardo.
Ma che diavolo hanno? Nemmeno ai bambini faccio questa brutta impressione!
Non so con quale forza ma mi impongo di mantenere la calma. Di certo non è mai stata mia intenzione spaventarli... che cavolo. «Per quelli che non mi hanno sentita, sono Tōdō Akira, classe 2-4.»
«È un piacere averti qui con noi, Tō-chan!» Esattamente come mi aspettavo, Oikawa è il primo a farsi avanti, affiancandomi con naturalezza, e a rompere il proverbiale ghiaccio. Il sorriso che ha stampato in faccia pare abbia steso miriadi di ragazze dentro e fuori dalla scuola – così mi ha sempre detto Rui.
Ed è con un certo orgoglio che per un solo istante, un millesimo di secondo, vedo quello stesso sorriso vacillare. «Posso chiamarti, Tō-chan, vero
«No.»
Mentre odo chiaramente il cuore di Oikawa fare crack, alle sue spalle un ragazzo sta strattonando quello accanto a lui con un’espressione gioiosa. Lo sento bisbigliare qualcosa come «È fantastico. Hai visto?»
Poi arriva il momento tanto temuto, quello delle presentazioni. Vengo investita da una sequela di nomi e cognomi che dopo cinque secondi ho già dimenticato e che non ricorderò mai – a eccezione di Kunimi Akira, il mio omonimo.
Due studenti del terzo anno cominciano a pormi domande molto generiche – forse per evitare di assillarmi, il che apprezzo – ma non passa molto tempo prima di accorgermi del ritorno degli adulti.
Così, do un taglio alla conversazione. «Non vi sembra di star battendo un po’ troppo la fiacca? Da quand’è che siete in pausa? Filate in campo!»
I primini scattano sull’attenti; tutti gli altri annuiscono e subito dopo li vedo abbandonare asciugamani e borracce per riprendere l’allenamento sotto le direttive di Mizoguchi-sensei mentre il coach mi affianca. Ha il viso rilassato, la tipica espressione di una persona che ha vissuto tantissime esperienze ma che è ben contento di assistere ad altri piccoli miracoli.
«Quindi? Come mai hai scelto proprio questo club?»
Non sembra preoccupato; è semplicemente curioso.
Decido di optare per la verità. «Sono stata costretta da Fujimoto-sensei e dal vostro Asso.»
«Se Iwaizumi te l’ha chiesto vuol dire che sei un tipo affidabile.» Mh. Non l’avevo pensata così... dovrei ringraziarlo per avere una buona considerazione di me sebbene non mi conosca affatto? Bah. «Ti avrà detto che con l’ultima manager ci sono stati problemi.»
Annuisco, non smettendo di osservare i ragazzi mentre si allenano a fare muro. C’è un via vai di palloni, incitazioni e giocatori. Un po’ mi è mancato questo sport, lo ammetto.
Irihata sospira, incrociando le mani dietro la schiena. È pensieroso e, come me, non toglie occhi dal campo.
«Per alcuni di loro questo è l’ultimo anno.» Dice, all’improvviso. «L’ultima possibilità di battere Ushijima dello Shiratorizawa.»
«Non è tipo il giocatore più forte di Miyagi?»
«Già. E anche quest’anno, Oikawa si è messo in testa di volerlo superare. Non ti dico come si sono infervorati i primini!»
Non ho seguito molto le competizioni sportive della mia scuola e non sono molto ferrata sulle relazioni che il club intrattiene con le altre squadre ma so chi è Ushijima Wakatoshi – sempre e solo visto sulle copertine delle riviste sportive che Rui e Naho si portano dietro.
So che l’accademia vanta giocatori di prim’ordine ma Ushijima è di gran lunga il più forte. Chissà se ci sarà occasione di incontrarlo.
Visti i presupposti, direi proprio di sì...
In tutte le foto ha sempre l’espressione accigliata. Sembra mio padre.
«Farò del mio meglio per supportare la squadra.»
Irihata sorride, grato. «Ne sono contento!»








 
 § 

Con un po' di ritardo, sono tornata con il quarto capitolo! ^^
Nel prossimo, esploreremo meglio le dinamiche tra Akira e il resto della squadra... ma prima di lasciarvi, eccovi il ragazzo di Rui:

Chiba Mamoru.
Prestavolto: Akabane Karma (Assassination Classroom)

Sì, potrebbe essere importante.
Alla prossima ^^ Bye!



 
  
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