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Autore: AndyWin24    12/08/2024    4 recensioni
Un incontro inatteso tra due fanciulli dà il via a una serie di eventi che porterà entrambi a fare i conti con la sfida più grande della loro vita. E, mentre Merlino e Artù compiono il loro destino, lo stesso accade anche per i giovani Doryan e Lucan, intrecciando la loro storia con quella del re di Camelot e del suo fedele servitore.
Genere: Avventura, Fantasy | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna | Personaggi: Galvano, Gwen, Merlino, Nuovo personaggio, Principe Artù
Note: Missing Moments | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Più stagioni
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Prima parte
Il nobile e il servo
 
 
   Il popolo di Camelot fremeva da giorni con impazienza. Nel regno stava per avere luogo un evento straordinariamente atteso, tanto da radunare insieme un incredibile moltitudine di combattenti, tutti pronti a darsi battaglia per un unico e semplice obiettivo: diventare campione.
   La Giostra attirava a sé ogni cavaliere di Camelot e dintorni che intendesse mettersi alla prova e dimostrare al mondo intero il proprio coraggio e la propria forza.
   L’attesa era quasi giunta al termine. Mancava solo un giorno alla gara e molti partecipanti si erano già riuniti nei dintorni del castello per prepararsi a dovere. Non di meno, un buon numero di spettatori aveva sostenuto un lungo viaggio per assistervi, carichi di emozione all’idea di vedere scontrarsi i migliori guerrieri che il regno potesse vantare.
   Anche il re, per buona cortesia, si era assicurato di accogliere come si conveniva gli ospiti d’onore che facevano visita alla sua fortezza.
 
   «Lord Griflet!»
   Di fronte all’entrata principale del castello, Uther andò incontro, con passo piuttosto sostenuto, a un uomo di mezza età che stava smontando da cavallo. Al suo seguito, diversi servitori fecero lo stesso e si affrettarono a prestare servizio al nuovo arrivato.
   «Uther! Quanto tempo!»
   I due uomini si strinsero la mano con compiacimento. La loro era un’amicizia di lunga data che risaliva a ben prima che i Pendragon conquistassero Camelot.
   «Mi fa piacere averti qui per la Giostra. Sono certo che sarà un intrattenimento degno del tuo interesse.»
   «Non ne dubito.»
   «Hai fatto buon viaggio?» chiese il re con una certa premura.
   Lord Griflet sbuffò indignato e si guardò indietro.
   «Non proprio…» disse, lisciandosi i folti baffi con fare altezzoso. «Disgraziatamente, ho subito alcuni contrattempi.»
   «Davvero? E quali?»
   «Pfff… il mio servitore è morto poco prima della partenza e mi ha lasciato diverse incombenze da sbrigare! Roba da non credere!»
   «Comprendo il tuo malumore.» convenne Uther, accondiscendente. «Ma perché non ne hai preso un altro, allora?»
   «Mmmh… sì, è vero, avrei potuto… ma odio dover spiegare le mie abitudini a tutti gli inetti che mi ritrovo davanti. Per adesso, mi sono affidato al figlio del mio precedente servitore, in modo da evitare queste perdite di tempo.»
   Proprio in quel momento, dalla via per il castello si avvicinò a cavallo un giovane ragazzino con un’espressione a dir poco impaurita. Il suo corpo era piuttosto mingherlino a causa di un’evidente malnutrizione e i suoi vestiti erano logori e fuori misura per un bambino di quell’età. Sui fianchi dell’animale erano caricati diversi fagotti, a prima vista molto ingombranti.
   «Perché ci hai messo tanto?! Si può sapere?!» gli urlò contro Lord Griflet.
   «Mi… mi dispiace, mio signore…» si scusò il bambino con aria mortificata mentre smontava dalla cavalcatura. «Ma il cavallo non ce la faceva ad andare più veloce di così. Sembra stremato, infatti.»
   L’uomo gli si avvicinò e, senza aggiungere altro, gli assestò deciso un ceffone in faccia.
   «Ahhh!» gridò il bambino, cadendo a terra.
   «Scuse! Tutte scuse! Sei solo un perdigiorno, proprio come tuo padre! Ah, quanta pazienza devo avere in questa vita…»
   Uther sogghignò tra sé, annuendo.
   «Ti capisco! La buona servitù è difficile da trovare. Ma non lasciamoci rovinare questa bella giornata da questioni così futili. Vieni…» disse il re, indicando l’entrata del castello. «… Ti farò subito preparare una stanza. Sono certo che sarai stanco dopo un viaggio così movimentato.»
   «Non sai quanto!» replicò Lord Griflet, rivolgendo uno sguardo iracondo al suo servo. «Tu! Datti da fare e porta dentro tutte le mie cose! E sbrigati, altrimenti non continuerò ad essere così buono con te come lo sono adesso! Ci siamo capiti?!»
   «Sì…» ribatté il piccolo, mentre nascondeva il rossore della guancia con i riccioli castani.
   «Sì, cosa?»
   «Sì… signore…»
   «Bene.» commentò il Lord, avviandosi insieme al re verso la fortezza.
   Prima che il bambino iniziasse a raccogliere i bagagli, una ragazza lo affiancò silenziosamente.
   «Tieni.» disse, stendendogli un panno umido. «È un rimedio contro le infiammazioni. Dovrebbe placare un po’ il tuo dolore.»
   «Ehm… grazie…»
   «Il mio nome è Ginevra, anche se gli amici mi chiamano Gwen.» aggiunse lei con un sorriso di incoraggiamento. «Posso sapere qual è il tuo?»
   Il piccolo sembrò in evidente imbarazzo nel rispondere a quella domanda.
   «… Lucan…» bisbigliò, prima di afferrare due grosse borse e correre a perdifiato verso il portone principale.
 
 
***
 
 
   Nel frattempo, nel campo di esercitazione…
 
   «Wow! Che bello!»
   Un bambino di appena dieci anni aveva gli occhi spalancati dallo stupore. Giunto insieme alla sua famiglia nei pressi del castello di Camelot, aveva scorto con trepidazione alcuni cavalieri allenarsi con la spada. I clang metallici risuonavano nell’area come tintinnii fastidiosi per chiunque tranne per lui, che li ascoltava al pari di una vera sinfonia.
   «Come sono bravi! Ma…? Quello non è il principe Artù?»
   A pochi passi da dove si trovava, due giovani uomini con l’armatura si stavano dando battaglia. Uno parava e schivava gli affondi dell’avversario con agilità e grazia, mentre l’altro attaccava con grande aggressività ma scarsa precisione.
 
   «Non sei più così veloce come un tempo.» disse il primo, sorridendo tra sé.
   «Lo sono abbastanza per colpirti!» ribatté il secondo, partendo di nuovo all’assalto con una serie di attacchi alla cieca.
   Lo scontro continuò sulla falsariga di come era cominciato, con un contendente di gran lunga superiore all’altro. Tra una provocazione e un insulto, i due scommisero anche cento monete d’oro su chi riuscisse ad effettuare la prima stoccata. E, dopo un breve scambio, fu inevitabilmente il più abile a trionfare.
   «Tieniti le monete.» disse con spavalderia il vincitore, allontanandosi tra gli applausi calorosi dei pochi spettatori.
 
   «Ha vinto! Ha vinto!» urlò il bambino. «Il principe Artù ha vinto!»
   «Su, su, calmati.» lo richiamò all’ordine un uomo dai capelli brizzolati. Anche se il suo tono poteva sembrare severo, il suo mezzo sorriso lasciava trasparire una giocondità non indifferente. «Doryan, non ci si comporta così in pubblico.»
   «Ma se hai applaudito anche tu quando il principe ha effettuato la stoccata…» replicò prontamente una donna dal lungo vestito color ocra. I gioielli che indossava risplendevano come perle alla luce del sole.
   «Beh…» balbettò l’uomo in difficoltà. «A mia discolpa, è stata una sfida molto avvincente.»
   La discussione sembrava sul punto di continuare, quando il giovane principe li notò da lontano e si avvicinò a loro.
   «Duca Corneus?!»
   «Principe Artù, è un piacere rivedervi!»
   I due si strinsero la mano con fare amichevole.
   «Non credevo che sareste venuto.» asserì Artù con sorpresa. «Devo presumere, quindi, che parteciperete anche voi al torneo.»
   «No, assolutamente.» replicò il duca, scuotendo la testa con vigore. «Sono qui solo in veste di umile spettatore. L’età avanza e i miei giorni di gloria come guerriero sono tristemente finiti, purtroppo.»
   «Peccato, però, che non siano mai iniziati.» intervenne con tono pungente la donna al suo fianco.
   Corneus sogghignò divertito, evidentemente abituato a quel genere di battute.
   «Principe Artù, ricorderete senz’altro mia moglie Flora.»
   «Ma certo.» disse Artù, baciandole la mano. «È un piacere rivedervi, mia signora.»
   «Il piacere è mio.» replicò di buon grado la dama. «L’ultima volta che ci siamo incontrati non eravate che un giovincello coi capelli scarmigliati.»
   «Sì, beh, è passato diverso tempo…» si giustificò Artù, in imbarazzo. Per cambiare in fretta argomento, posò il suo sguardo sul bambino, rimasto immobile e ammutolito. «E questo giovanotto, chi è?»
   «Mio figlio Doryan.»
   «Ah, sì… rammento del ricevimento che deste anni fa per la sua nascita.»
   «Dovete sapere, Artù, che è un vostro grande ammiratore.» disse il duca Corneus, con un sorrisetto. «Non passa giorno che non mi parli delle avventure che ha udito sul vostro conto o di quanto siate impavido di fronte al pericolo.»
   «Oh...» mugugnò Artù, in soggezione. «Non ne avevo idea. Sono lusingato.»
   «A tal proposito, vorrei chiedervi un favore.»
   «Ma certo. Tutto quello che volete.»
   Il duca Corneus accarezzò con fare paterno i capelli chiari di suo figlio.
   «Mi domandavo se fosse possibile far ammirare a Doryan le bellezze che Camelot e questo castello hanno da offrire. Temo di non conoscere abbastanza bene questi luoghi per soddisfare io stesso la sua infinita curiosità.»
   «Ovviamente, Corneus. Non serve che aggiungiate altro.» lo interruppe Artù, facendo cenno al suo servo di avvicinarsi. «Sfortunatamente, in questo momento sono impegnato con i preparativi del torneo, ma Merlino sarà più che lieto di far fare a vostro figlio un giro per il castello. Non è vero, Merlino?»
   «Certamente.» rispose il ragazzo con un cenno del capo.
   «Davvero?!» chiese d’un tratto Doryan, incredulo. «Posso visitare il castello?»
   «Assolutamente sì.» confermò il principe. «Segui Merlino e chiedigli tutto ciò che vuoi. Sarà a tua completa disposizione.»
   Doryan sbarrò gli occhi dall’emozione, poi, dopo aver ringraziato un buon numero di volte il principe per la sua cortesia, si affrettò a seguire il servitore verso l’entrata della fortezza.
 
 
***
 
 
   Merlino si apprestò a mostrare al piccolo nobile ogni maestosità del castello di Camelot, dai luoghi più comuni, come i corridoi e le cucine, a quelli più illustri, quali l’armeria e la sala dei banchetti. Doryan osservò tutto ciò che gli veniva mostrato con occhi trasognanti e ricolmi di gioia. La sua voglia di apprendere quanto più possibile su quel luogo era quasi palpabile.
   «… e da qui si va all’ala del castello in cui vi sono gli alloggi.» spiegò Merlino, additando una scalinata. «Invece, andando per di qua…»
   «Ehi, tu!»
   Il servitore si zittì di colpo e si voltò in direzione della voce. Con suo rammarico, apprese che apparteneva a un uomo dai capelli corti e dalla barba ispida.
   «Ditemi, Sir Oswald.»
   L’uomo lo squadrò con repulsione da capo a piedi, poi gli lanciò un’occhiataccia di rimprovero.
   «Hai lasciato la mia armatura al campo di allenamento. Valla subito a prendere.»
   «Certo, provvederò al più presto. Tuttavia, devo prima svolgere un compito assegnatomi dal principe.»
   Oswald gli si avvicinò e lo afferrò per un braccio.
   «Artù mi ha concesso di poter usufruire dei tuoi servigi, quindi servire me, da adesso, rientra nelle tue priorità. Ti è chiaro? O devo ripetertelo ancora?»
   «Lascialo stare!» esclamò Doryan con impeto, picchiettando debolmente il fianco del cavaliere.
   «Levati dai piedi, nanerottolo!» ribatté Oswald, scansandoselo di dosso con uno spintone.
   «Guarda che ti ho riconosciuto!» insistette Doryan. «Tu sei quello che ha fatto quella brutta figura combattendo contro il principe Artù!»
   Il cavaliere spalancò gli occhi come se gli avessero dato un pugno nello stomaco. Lasciò in fretta il braccio di Merlino per pararsi di fronte al ragazzino.
   «Come osi parlarmi in questo modo?!» urlò, furente. «Io sono un cavaliere! Mi devi rispetto, maledetto moccioso!»
   «Ma se non sapete neanche usare per bene la vostra spada!» replicò Doryan, indispettito. «Avete perso contro il principe e ora ve la prendete col suo servo! Mio padre dice che prendersela con i più deboli è il primo segno di mediocrità!»
   «Cosa hai appena detto?!» disse Oswald, cieco di rabbia. «COSA HAI… APPENA… DETTO?!»
   «Ehm, signore…» intervenne Merlino, fermando la discussione prima che potesse degenerare ulteriormente. «Penserò subito alla vostra armatura. Non temete.»
   «Qui non si tratta più della mia armatura! Adesso è una questione di rispetto! E non posso tollerarne una simile mancanza in mia presenza!»
   «La prego, signore…» insistette Merlino. «È solo un bambino…»
   «Oswald…»
   Alle loro spalle comparve un altro uomo dai capelli chiari, con le braccia conserte e un’espressione di dissenso dipinta sul volto.
   «Che c’è, Ethan?»
   «Calmati. Non siamo qui per litigare con dei bambini.» disse con decisione. «Abbiamo un torneo da vincere… o te lo sei scordato?»
   Oswald respirò a fondo e riprese pian piano la ragione. Nelle parole dell’amico capì qualcosa che sia Merlino che Doryan non potevano minimamente comprendere in quel momento. Qualcosa di oscuro e segreto, che sarebbe venuto alla luce solo dopo la fine della Giostra.
   «Sì, è vero. Siamo qui per un motivo più importante.» disse, spostando il suo sguardo sul servitore. «Tu, però, vai subito a prendere la mia armatura. Se non la trovo ben pulita e lucidata, farò ad Artù il piacere di trovargli un altro servo. Ci siamo capiti?»
   «Sissignore.» rispose Merlino, impassibile. Avrebbe voluto reagire, ma aveva troppa esperienza con la nobiltà per sapere che avrebbe solo peggiorato le cose.
   Così, mentre i due cavalieri si allontanavano parlottando tra loro, lui si rivolse a Doryan.
   «Ora devo andare. Dovrò assentarmi soltanto per poco, ma non posso lasciarvi qui da solo. Quindi, ho bisogno che andiate dritto nelle cucine che vi ho mostrato prima e che restiate lì finché non avrò finito. Va bene?»
   «Io… io…» provò a dire il piccolo, con gli occhi arrossati dalle lacrime.
   Merlino lo abbracciò e lo strinse con delicatezza.
   «Lo so. Quell’uomo si è comportato male. Mi dispiace che vi abbia parlato in quel modo, ma dovete fare attenzione quando vi rivolgete a un cavaliere. Non potete mancargli di rispetto…»
   «Ma se l’è meritato! È stato lui a comportarsi male per primo!» protestò Doryan.
   «Sentite… ora non ho molto tempo per continuare a parlare. Promettetemi che farete come vi ho detto, per favore.»
   «Sì… sniff… sì, va bene…»
   «Allora, io vado. Mi raccomando, aspettatemi nelle cucine.» ripeté Merlino, preoccupato. Dopo un gesto di assenso di Doryan, si allontanò da lui per svolgere le sue mansioni.
   Quando il piccolo si ritrovò da solo, rimase un istante a pensare a quello che era appena successo. Nonostante le parole di Merlino, ancora non riusciva a capire il perché Sir Oswald si fosse permesso quell’impudenza. I genitori di Doryan avevano istruito il figlio insegnandogli i valori principali che un nobile del suo rango doveva possedere, quali educazione e rispetto verso il prossimo, a prescindere dal suo ceto sociale. Ma allora perché Sir Oswald, un cavaliere, non possedeva tali qualità? Più ci pensava e più quel quesito sembrava non avere risposta.
   «Ahhh!»
   Doryan stava per dirigersi verso le cucine, quando un grido squarciò il silenzio che aleggiava nel corridoio, rimbombando come un tuono dalla scalinata di pietra. Nonostante gli avvertimenti di Merlino, il piccolo non riuscì a resistere al suo istinto e si avviò a salire di corsa il primo gradino…
 
 
***
 
 
   «Sei un miserabile!» inveì Lord Griflet furioso.
   «Mi… dispiace…» si giustificò Lucan, accarezzandosi il fondoschiena dolorante. Il suo padrone lo aveva sorpreso a prendere una mela senza permesso dal cesto che re Uther aveva donato ai suoi ospiti.
   «Come hai osato rubare il mio cibo?! Tu, misero servo ingrato!»
   «Sniff… Avevo fame, signore…» replicò il piccolo, trattenendo a stento il pianto. «Non mangio da due giorni…»
   «Non m’importa! Non meriti di mangiare! Non meriti niente finché non ripagherai il debito di tuo padre! Ti è chiaro?!»
   «…Mio padre… non aveva debiti… con nessuno…»
   Lord Griflet sbatté con foga la porta della sua stanza e scaraventò fuori con una manata il servo.
   «E come le chiami le spese che ho avuto per la sua inadempienza degli ultimi giorni?! Eh?!»
   «…Lui… è… è… morto… sniff…» disse Lucan con un nodo alla gola. «Non è… scappato…»
   «È la stessa cosa per quello che mi riguarda! Voi straccioni avete una scusa per tutto! Per tutto!»
   «Lascialo stare!»
   Dal corridoio arrivò un urlo acuto. Era di Doryan, appena sopraggiunto con molto affanno.
   «E tu cosa vuoi?» chiese Lord Griflet col suo tono sprezzante. «Vattene subito!»
   «No! Dovete smetterla! Gli state facendo del male!»
   «Questo buono a nulla è il mio servo e ci faccio quello che mi pare e piace!» ribatté l’uomo, guardando Doryan con gli occhi fuori dalle orbite.
   «Ma non potete trattarlo così!»
   Lord Griflet emise un lungo respiro e si stagliò in tutta la sua stazza davanti al piccolo.
   «Sembri provenire da una buona famiglia, ma se non te ne vai… adesso… ti insegnerò a dovere quello che invece avrebbe dovuto insegnarti tuo padre. E sta’ pur certo che non ti piaceranno i miei… metodi…»
   Doryan indietreggiò di qualche passo, d’un tratto impaurito. Avrebbe voluto rispondergli a tono, ma la sua voce sembrava non collaborare. Lord Griflet, intanto, allungò una mano verso di lui…
   «Non lo toccate!»
   Un giovane dai lunghi capelli e dalla barba incolta gli urlò contro e si frappose con celerità tra i due. Lord Griflet lo guardò dall’alto in basso con sufficienza. Non mancò di notare i suoi abiti di bassa manifattura e gli stivali usurati.
   «Non osare darmi ordini, servo!» sbottò il nobiluomo, sempre più infervorato. «Sparisci e torna alle tue mansioni, altrimenti te la farò pagare!»
   «Io non sono un servo.» ribatté il ragazzo con decisione. «E non ho paura di voi. Non vi vergognate a vessare due poveri bambini?!»
   «Adesso basta!» gridò l’uomo a squarciagola. «Sono stufo di ricevere ordini da dei pezzenti! Io sono Lord Griflet!»
   «E io sono Galvano.» replicò l’altro, facendo un passo verso di lui. «Non sono un servo e non sono un nobile, ma… se sarà necessario, sarò colui che vi darà una bella lezione. Non dubitatene.»
   Così dicendo, il ragazzo poggiò una mano sulla spada che aveva sul fianco. Lord Griflet sbarrò gli occhi e indietreggiò. La rabbia che lo aveva pervaso fino a pochi istanti prima sembrava aver lasciato il posto a qualcos’altro, qualcosa che lo rese incredibilmente più insicuro. Tuttavia, non demorse dalla sua posizione.
   «Non permetto a nessuno di minacciarmi! Ora chiamerò le guardie del castello e ci penseranno loro a sistemarti…»
   «Fatelo! Chiamatele!» lo sfidò Galvano con nonchalance. «Mi domando, però, se arriveranno in tempo prima che io vi abbia… fatto passare la voglia di fare il prepotente…»
   Lord Griflet iniziò a sudare freddo e ad ansimare per la paura.
   «Io… ehm…»
   «Allora…» insistette Galvano. «Cosa dite? Vogliamo vedere chi sarà più veloce?»
   Il nobiluomo spostò lo sguardo da una parte all’altra, in cerca di aiuti che evidentemente non c’erano. Quando non seppe cos’altro fare, si allontanò di scatto, indicando Lucan.
   «Vieni! Ce ne andiamo!»
   «Lui resta qui.» lo corresse Galvano, afferrando delicatamente la spalla del bambino.
   «Non se ne parla! Prima mi minacci, brutto miserabile, e poi mi privi anche del mio servo! È inaudito!»
   Galvano si assicurò con una rapida occhiata che sia Lucan che Doryan stessero bene, poi si frappose tra loro e l’uomo.
   «Vi avverto! Avvicinatevi ancora a questi due bambini, o a qualche altro, e vi farò pentire amaramente di averlo fatto.»
   Lord Griflet deglutì, mesto.
   «E va bene! Tieniti il mio servo! Per me è più un guadagno che una perdita! Ma bada bene alle mie parole. La questione non finisce qui!» esclamò, infervorato. «Io e il re di Camelot siamo amici di vecchia data e ho una grande influenza su di lui. Al primo passo falso che farai, userò ogni risorsa a mia disposizione per fartela pagare molto cara. La mia vendetta sarà implacabile!»
   A quel punto, il nobiluomo voltò le spalle ai presenti e si allontanò a grandi falcate, sparendo dalla loro vista. Doryan, invece, attirò l’attenzione di Galvano, tirandogli una manica, e gli fece un inchino cerimoniale.
   «Vi ringrazio, signore, per averci protetto.»
   Lucan si guardò intorno, spaesato. Poi, imitò l’altro.
   «Io… ehm… vi… ringrazio anch’io…»
   In un primo momento, Galvano rimase attonito da quel gesto inaspettato.
   «No, no! Non ce n’è bisogno!» si affrettò a dire. «E poi non sono un “signore”, quindi chiamatemi Galvano e basta.»
   «Ma siete stato molto coraggioso!» ribatté Doryan, convinto. «Avete dimostrato l’audacia di un vero cavaliere!»
   «Oh, cielo, no!» sbottò Galvano nel sentire la parola “cavaliere”. «Io non sono nessuno! Tantomeno un cavaliere!»
   «Ma…»
   «Ascoltate…» li interruppe il ragazzo, mettendosi in ginocchio di fianco ai due bambini. «Non è il lignaggio di una persona a stabilire il suo valore.»
   «E cosa, allora?» chiese Doryan, confuso.
   Galvano toccò prima il suo petto e poi quello di Lucan.
   «È il nostro cuore, quello che abbiamo dentro, a fare la differenza. Il resto, semplicemente, non ha importanza.»
   Sia Lucan che Doryan rimasero un istante a riflettere su quanto avevano appena sentito.
   «Ehi!»
   Dalle scale spuntò fuori Merlino di corsa.
   «Oh, per fortuna che vi ho trovato! Vi ho cercato in un tutto il castello!» esclamò, fermandosi a prendere fiato. «Ma… Galvano? Che ci fai qui?»
   «Beh, sai… stavo facendo un giro e ho incontrato questi due bambini che si erano persi…» rispose il ragazzo, facendo l’occhiolino a Lucan e Doryan. Entrambi gli sorrisero, divertiti.
   Merlino sembrò non capirci molto della situazione, ma comunque non se ne preoccupò.
   «Va bene. Doryan, venite con me. Vi riporto dai vostri genitori, non vorrei farli preoccupare per la vostra assenza.»
   «Solo un momento…» replicò il piccolo, voltandosi verso Lucan e tendendogli la mano. «Mio padre dice sempre che le presentazioni sono d’obbligo se si vuole iniziare una conversazione con onestà. Quindi, io sono Doryan.»
   «Ehm…» tentennò l’altro bambino, incerto sul da farsi. «Io… sono… Lucan…» disse infine, stringendogli la mano con imbarazzo.
   «Bene, Lucan, piacere di conoscerti. Se non ti dispiace, avrei una proposta da farti.»
 
 
***
 
 
   L’indomani, la Giostra ebbe inizio. Una folla incredibile prese posto sugli spalti per vedere con i propri occhi le prodezze che i cavalieri avevano in serbo per la manifestazione.
   Il duca Corneus, ovviamente, si premurò di non mancare, tanto era emozionato.
   «Hai visto che abilità con la spada, tesoro?!» disse, indicando alcuni guerrieri che si davano battaglia. «Ci sarà da divertirsi!»
   «Se lo dici tu…» commentò la duchessa Flora, incerta.
   «Cosa ti prende, cara? Non ti senti bene? Ti avevo avvisata che il pollo alle erbe che fanno qui è alquanto difficile da digerire…»
   «Ma che vai dicendo?! Non è questo il motivo del mio malumore…»
   «Ah, no? E allora cosa c’è che non va? Hai delle preoccupazioni?»
   «Beh… sai… non so se abbiamo fatto la scelta giusta…» disse la donna, additando i due bambini che assistevano estasiati allo spettacolo.
   «Sciocchezze!» la liquidò il duca. «Certo che abbiamo fatto la scelta giusta. Non potevamo lasciare il piccolo Lucan in mezzo a una strada. C’è più che posto nella nostra magione per una bocca in più da sfamare! E poi, guardali! Lui e Doryan sono già diventati amici! Non ti fanno tenerezza?»
   «Sì… forse hai ragione.» convenne la duchessa, un po’ più distesa. «In effetti, non ci vedo nulla di male.»
 
   A pochi passi da loro, Doryan urlava a ripetizione il nome di Artù.
   «Forza, principe Artù! Siete il migliore!» «Coraggio, Lucan! Aiutami a fare il tifo.»
   Lucan annuì, titubante. In poco meno di mezza giornata si era ritrovato da servo maltrattato di Lord Griflet a pupillo del duca Corneus. Fosse stato per lui, si sarebbe accontentato di essere libero dal giogo del suo precedente padrone, ma Doryan aveva insistito per far sì che entrasse ufficialmente a far parte della sua famiglia. Forse per via del suo nobile cuore o forse per le parole che Galvano aveva detto loro prima di salutarli, non aveva voluto saperne di cambiare idea. Il duca e la duchessa, dal canto loro, avevano espresso ben poche perplessità a riguardo. La felicità del figlio era la sola cosa che importasse loro.
   «A te piacciono i duelli con la spada?» gli chiese Doryan con curiosità. «A me tantissimo! Un giorno mi piacerebbe diventare un prode cavaliere come quelli delle storie che mi racconta mia madre prima di andare a dormire!»
   «Anche mia madre me le raccontava…»
   «E non ti piacerebbe essere un cavaliere?»
   «Sì, ma… dato che non provengo da una famiglia nobile, non potrò mai essere un cavaliere…»
   «Invece, sì! È come ha detto quel Galvano: è il nostro cuore a fare la differenza. Il resto non ha importanza.» disse, imitando con scarsa precisione la voce del ragazzo.
   «Allora, dici che potrò diventare anch’io cavaliere, un giorno?» domandò Lucan, con un luccichio di speranza negli occhi.
   «Certo che sì! Lo diventeremo entrambi, con duri allenamenti e tanta fatica. Dalle mie parti, due guerrieri con lo stesso scopo vengono chiamati fratelli di spada
   «Fratelli di spada?»
   «Sì, due combattenti con un obiettivo comune, e niente che li possa fermare lungo il cammino. Noi due, insieme, diventeremo i protagonisti delle storie che abbiamo ascoltato sinora. Ma non ci limiteremo a questo! Ci distingueremo dagli altri, portando avanti sia lo stesso obiettivo che gli stessi ideali di uguaglianza! Ecco perché non saremo solo fratelli, ma gemelli.» «Gemelli di spada
   Lucan deglutì ammaliato dal discorso, appiattendosi al contempo le pieghe dei vestiti nuovi, ancora un po’ scomodi. Infine, sorrise per la prima vera volta al suo nuovo amico.
   «Mi piace il nome!»
   «Anche a me!» concordò Doryan.
   Fu con quella promessa che i due bambini diedero inizio al loro nuovo viaggio verso il grande sogno che li univa: diventare cavalieri di Camelot.
   
 
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