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Autore: rosy03    21/08/2024    1 recensioni
Tōdō Akira è al secondo anno di liceo e sa da cosa deve tenersi assolutissimamente alla larga: il club di pallavolo maschile, la culla del caos.
Sarà anche una delle migliore squadre della prefettura ma per lei resta comunque una combriccola di esaltati che ha come unico obiettivo quello di prendere a schiaffi un pallone...!
• • •
«Ricordi quando mi hai giurato che avresti fatto di tutto per ripagarmi il favore di quella volta?»
«...»
«Unisciti al nostro club.»
«Stai scherzando, vero?»
«Ti sembra la faccia di uno che scherza?»
Genere: Commedia, Drammatico, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het, Yaoi, Yuri | Personaggi: Aoba Johsai, Hajime Iwaizumi, Kyoutani Kentarou, Nuovo personaggio, Tooru Oikawa
Note: Lime | Avvertimenti: nessuno
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• A •
 
 

«E così, dopo quasi due anni, la squadra di pallavolo maschile ha di nuovo una manager... e quella manager sei tu. Non sei un po’ emozionata?»
Naho decide di aprire il discorso così, senza anestesia.
La pausa pranzo è iniziata da appena cinque minuti e già mi assilla con questa cosa. E io che pensavo di non pensarci fino alla fine delle lezioni.
«Mh...»
Avrà colto il mio desiderio di non parlarne?
«Almeno ti stai sforzando di imparare i loro nomi?»
Evidentemente no.
Rui che, come al solito, ha rubato il posto di Shiozaki davanti a me, mi guarda con aria beffarda. «Secondo me è troppo impegnata a contemplarli. Chi se ne frega dei nomi!»
Dalle mie labbra sfugge un «O mio Dio» sussurrato e spero davvero che non apra l’argomento perché no, non ho nessuna intenzione di mettermi a spettegolare e/o a fantasticare su chi ce l’ha più grosso. Già aver solo ponderato la possibilità che Rui potesse parlarne mi fa venire la nausea.
«Ma scusa, li hai visti bene?»
«Gli occhi ancora funzionano, quindi...
Rui ridacchia, piano apposta per non farsi sentire da chi, come noi, è rimasto in classe. «Sono uno più figo dell’altro!»
Alzo gli occhi al cielo. Abbiamo cominciato. «Non ho mai espresso il contrario, infatti. Sono carini. Tutti. Ora, se non ti spiace, vorrei mangiare il mio pranzo.»
«Non sono solo carini! Oikawa non è carino!» Intanto, Naho a stento riesce a trattenere le risate. «Oikawa è sexy
«Sono sicura che sia così. Ora, parliamo d’altro?»
E mentre l’altra scoppia inevitabilmente a ridere, Rui non la prende con la sua stessa filosofia. Oh, no. «Non ci posso credere! Penso davvero che tu sia l'unica persona sulla terra a rimanere indifferente davanti a una tale... perfezione!»
Corruccio la fronte, quasi offesa. «Neanche a Naho piace.»
«Naho è lesbica!» Esclama, con una certa veemenza.
Ma che c’entra?
«È vero che preferisco le ragazze ma Oikawa è talmente bello che persino io ci ho fatto un pensierino, una volta.»
Sconvolta. Sono sconvolta. Questo è un tradimento bello e buono.
Rui mi guarda come per dire «visto?!»; al che, una leggera irritazione mi spinge a parlare: «Tu neanche dovresti guardarli gli altri ragazzi visto che sei fidanzata! La prossima volta dirò a Mamoru che lo tradisci con un tizio che prendere a schiaffi i palloni!»
Ma lei non sembra affatto colpita dalla minaccia, anzi. «Sarò anche fidanzata ma gli occhi li ho ancora!»
La conversazione continua per qualche altro minuto e si conclude – grazie ai Kami o chi per loro – con la resa di Rui. Davvero non capisco perché dobbiamo parlarne. È un dato di fatto che i membri del club di pallavolo abbiano il loro fascino; negarlo sarebbe da idioti.
E io non sono un’idiota, scusatemi tanto.
«Salve, ragazze.» Alzo lo sguardo dal contenitore che fino a pochi istanti prima conteneva il mio bentō e incrocio quello di Shiozaki: sorride amichevolmente a tutte e tre ma non osa disturbare Rui – ancora seduta al suo posto. Poi, guarda me. «C’è un tipo che ti cerca.»
Naho tira fuori un fazzoletto e ci si pulisce le mani dalle briciole. «Uh, di già?»
Le tiro un calcio e mentre lei sobbalza mi sporgo di lato per dare un’occhiata a chi mi sta cercando.
Oh. Dei.
Trattengo il fiato. Perché cazzo è qui?!
Con la coda dell’occhio vedo Rui tapparsi la bocca prima di cacciare un urletto. Oikawa Tōru è in corridoio e mi sta salutando con un sorriso angelico stampato sul viso. Come fosse la cosa più naturale di questo mondo.
Mantieni la calma, Akira.
Respira.
Non puoi tirargli il bentō sulla faccia.
E non puoi ucciderlo.
Respira.
Prima che sia troppo tardi – e cioè che i miei compagni di classe, o compagne di classe, si accorgano della sua presenza – salto in piedi e lo raggiungo in poche falcate. Non gli do il tempo di fiatare che lo prendo per i vestiti e me lo trascino dietro, raggiungendo le rampe delle scale.
Solo allora lo lascio andare. Ma ci metto troppa foga: infatti, finisce per sbattere il gomito contro il corrimano nel tentativo di aggrapparsi a quest’ultimo.
Gli sfugge un urlo ed è più forte di me. Lo trafiggo con lo sguardo.
Respira, Akira.
È stupido. Tutto qui.
Non puoi fargliene una colpa.
«Cosa c’è?» La voce mi esce graffiata, cruda.
Oikawa si massaggia ancora un po’ la parte lesa con un’espressione da cucciolo bastonato – che con me non attacca, comunque – per poi sistemarsi i vestiti che io gli ho spiegazzato.
«Ho capito. Sei un tipo aggressivo. Un po’ mi hai spaventato, lo ammetto.» I suoi occhi si fermano su di me. «Ma, sai, potresti-»
«Seriamente sei così scemo?»
Lui non capisce. Tipico. «Prego?»
«Ovunque vai, attiri l’attenzione. E io non voglio attirare l’attenzione a causa tua, chiaro?»
Mi guarda, confuso. Perché è confuso? Non mi pare di aver parlato in cinese! «Mh... ok?»
«Bene.» Sospiro. «Cosa devi dirmi?»
«Ehm... oggi ci sono le misurazioni.»
«Perfetto. Dove e quando?»
«In palestra, dopo le lezioni.»
«Fantastico.»
Un po’ mi spiace lasciarlo lì come uno stoccafisso. Ma è un pensiero che non fa in tempo a nascere perché giro i tacchi e torno in classe senza degnarlo di un saluto. Mi sento un po’ una merda.
Poi, però, mi ricordo che si tratta pur sempre di Oikawa.
Se la caverà.
 
 
 
• § •
 
 
 
«MI DETESTA!!»
Non ha mai rimpianto tanto il turno delle pulizie come oggi, Hajime.
Molto meglio affannarsi a pulire i banchi e correre in palestra per gli allenamenti senza riuscire a godersi dieci minuti di pausa, piuttosto che avere a che fare con... quello.
«Perché?! Cosa le avrò mai fatto?!»
«A parte calpestarle la torta?» Issei non ha alcuna pietà e rigira il coltello nella piaga come solo lui sa fare – gli altri membri del club ridacchiano o alzano gli occhi al cielo.
«Su, capitano. Non ti odia. È solo...»
Oikawa tira su col naso. «Un mostro crudele?»
Iwaizumi Hajime ne ha viste tante. Può essere considerato un vero e proprio veterano di guerra se per guerra si intende il teatrino melodrammatico che ogni tanto il suo migliore amico d’infanzia decide di mettere in scena. Lui ne ha visti tanti, di spettacoli così.
Da quando sono entrati prepotentemente nella fase adolescenziale sono diventati ancor più deliranti. Per mesi, Tōru si è convinto di avere un indice leggermente più inclinato dell’altro. Per mesi ha detto che era stata tutta colpa sua – di Hajime – perché in allenamento gli aveva tirato una sberla e lui – Tōru – nel tentativo di pararla, si era fatto male.
Per mesi.
E nonostante ne abbia viste – e sentite – tante, Iwaizumi riesce ancora a sorprendersi di quanto possano essere elaborate le reazioni dell’amico. Quando aveva ricevuto la famosa pedata sulla faccia, Oikawa quasi aveva avuto un malore. Ha cominciato a recitare una specie di mantra mentre tornava a casa sperando che la sua faccia non si fosse deformata nel frattempo.
Hajime, che a un certo punto aveva smesso di sopportarlo, l’aveva minacciato di prenderlo a schiaffi e ridisporre tutto – naso, bocca, occhi, orecchie – un centimetro più a destra. Inutile dire che al palleggiatore era venuto un ictus.
Ora, davanti al fatto compiuto – ossia davanti all’evidenza a cui aveva, senza troppe cerimonie, sperato – un po’ gli fa pena. Gli fa pena, Oikawa Tōru, mentre si dispera come una bambino delle elementari perché non piace a una sua kohai che, anzi, sembra detestarlo a morte.
E Tōru piace a tutti. A tutti. E a tutte, certo.
Dev’essere uno smacco grave, per lui.
«Sono certo che sia una cosa passeggera.» Tenta di dire Shinji, allacciandosi le scarpe.
Oikawa, però, sospira pesantemente. «Tu non l’hai vista, Watacchi. Era spaventosa...»
«Secondo me ci rimugini troppo.»
«Iwa-chan, tu non capisci mai niente.»
«Vuoi un pugno?»
Tōru arriccia le labbra e gonfia le guance. È proprio un bambino. Poi, si alza dalla panca e si avvia fuori dallo spogliatoio con flemma.
Vedendolo così giù di corda, Takahiro tenta un diverso approccio. «Suvvia, sono sicuro che non ti odi affatto. È solo che siete incompatibili.»
Nessuno dei presenti osa dire altro. Nessuno espone ad alta voce il proprio pensiero in merito che, senza alcun dubbio, è lo stesso per tutti.
Ma allora esiste qualcuno che è immune al suo fascino da dongiovanni!
 
 
 
• A •
 
 
 
Le misurazioni sono una bazzecola.
Dall’infermeria abbiamo preso in prestito un metro e io, assieme ad altri ragazzi del secondo anno, stiamo annotando altezza, lunghezza di gambe, braccia, ecc., di ciascuno di loro. È nata una sorta di competizione interna, dopo.
C’è chi spera di essere cresciuto quel poco per superare un altro e chi, come Watari, spera semplicemente di essere cresciuto.
Li chiamo uno alla volta e li faccio avvicinare alla panchina sotto lo sguardo vigile e, a tratti, compiaciuto del coach. Chissà cos’avrà tanto da sorridere...!
Comunque, è anche questo un modo per imparare ad associare meglio i nomi al carattere e i ruoli alle facce. Ad esempio, Shigeru Yahaba, il pinch server della squadra nonché palleggiatore di riserva: con il suo metro e ottantuno centimetri, è uno di quelli con più sale in zucca.
Il che è tutto dire, dal momento che mai dimenticherò – finché vivo, parola mia – l'occhio che dalla mia, di faccia, scende lentamente sul mio seno.
Povero idiota.
E sbianca di colpo appena si accorge di essere stato beccato.
Povero scemo.
Non sono così infantile da prendermela per così poco – sono maschi, dopotutto; e i maschi sono stupidi. Ma è sempre bello constatare quanto siano efficaci le mie occhiatacce, specie se accompagnate da minacce che non metterò mai in pratica – questo, un dettaglio che non scopriranno mai. «Se ti becco un’altra volta, te li cavo.»
Lui annuisce, irrigidendosi. Al che, trattengo una risata mentre finisco di annotare gli ultimi numeri.
«In che classe sei?» Anche se in modo un po’ approssimativo, sto seguendo il consiglio di Naho e cerco di interessarmi ai membri della squadra. Ci vedremo tutti i giorni per un anno, dovrei almeno sapere di che anno sono, no?
L’espressione di Yahaba è a metà tra il confuso e il rassegnato. «2-5»
Oh.
È nella classe accanto alla mia ma non sono sorpresa di non ricordarlo affatto. Non faccio caso alle persone a meno che non siano dall’altra parte di un bancone da cucina.
«Davvero? Beh, siamo vicini di aula.»
Non so cos’altro dire. Davvero. Con Naho e Rui sono sempre loro a iniziare una conversazione... e quando sono io a farlo non è altro che una continuazione di quelle precedenti.
Che strazio.
Con la coda dell’occhio lo guardo. Ha i capelli chiari e un viso pulito, quello tipico di un ragazzo che piacerebbe a molte ragazze.
E a parte il suo discutibilissimo esordio nei miei confronti, non sembra affatto male parlarci. Sembra un ragazzo intelligente, calmo e anche un po’ orgoglioso. Capiterà sicuramente di notarlo in corridoio adesso che so che la sua classe è accanto alla mia – come dovrei approcciarmi a lui fuori dalla palestra?
Come dovrei approcciarmi a tutti fuori dalla palestra?
Un bel dilemma.
«Va bene. Abbiamo finito. Watari!»
Il libero alza di scatto la testa – come preso in contropiede – e annuisce ritmicamente mentre mi si avvicina. «Eccomi, Tōdō-san!»
Quasi ho una fitta al petto. «Ti prego, no. Perché mi chiami in questo modo?»
Lui mi guarda ed è esattamente in quel momento che capisco una cosa.
È più basso di me. Non di tantissimo ma è comunque più basso di me. Pensa che possa calpestarlo? Faccio davvero così paura? Eppure, i bambini del mio quartiere non fanno tutte queste scene...
«Va bene, lasciamo stare. Sta’ dritto e allarga le braccia.»
Watari esegue l’ordine ma non dice una parola. Credo stia a me tentare di tranquillizzarlo – come diamine sono finita a fare da manager a questo branco di scimuniti? «Ti piace fare il libero?»
Lo vedo muovere la testa di lato ma io gliela rimetto dritta perché altrimenti non riesco a lavorare concentrata. Probabilmente non si aspettava una domanda del genere; non si aspettava una domanda del genere da parte mia.
«Beh...» Fa una piccola pausa per trovare le parole. «. Sì, mi piace. E non è perché sono basso che mi piace. Mi piaceva anche prima. Cioè, sono sempre stato basso, ma- ecco- mh, mi sono incartato...»
Mentre annoto la lunghezza di braccia e gambe, mi sfugge un risolino. «Ho capito, non ti preoccupare. Non serve tutta questa formalità con me, siamo coetanei.»
Lui annuisce.
«Niente Tōdō-san. Tōdō è più che sufficiente.»
Shinji Watari è così piccolo e tranquillo che sembra un peluche. Pare proprio qualcuno che generalmente non da alcun tipo di problema, al contrario di altri.
Una volta finito con lui, lo mando via e chiamo il successivo. A pochi metri, vedo un altro ragazzo del secondo alle prese con i primini. Kunimi Akira è l’unico di cui ricordo il nome per ovvi motivi – e il fatto che non abbia tentato di approcciarsi a me lo rende estremamente simpatico ai miei occhi.
Non ha voglia di impelagarsi in presentazioni stupide e non è il tipo da perdersi in chiacchiere inutili. Ottimo. Lui e Kindaichi sono anche gli unici a non sentirsi in soggezione quando devono chiedermi qualcosa – stranamente.
Do una rapida occhiata all’elenco che ho in mano e chiamo il prossimo nome.
Iwaizumi Hajime.
Eccolo.
La causa delle mie disgrazie.
Non parliamo molto, ci limitiamo allo stretto necessario. È già imbarazzante il fatto che mi abbia beccata semi-ubriaca a causa di quell’imbecille di Kyōsuke, l’amico di papà. Sì, papà ha un amico... strano, vero?
Ed è ancor più imbarazzante che gli abbia scoccato un bacio e che poi gli abbia chiesto scusa.
Basta, Akira, non pensarci.
Altrimenti ti viene voglia di spaccare tutto e scavarti una fossa.
E oltre al danno, pure la beffa. Perché penso abbia imparato a leggermi nel pensiero quando apre bocca: «Non lo dirò a nessuno, comunque.»
Dissimula, Akira. Dissimula.
«Puoi fare quello che vuoi. Non m’importa.»
Ottimo. Continua così.
«Mi spiace di averti costretta. Potevi rifiutare. Non sarei andato in giro a dirlo ai quattro-»
«Iwaizumi.» Lo interrompo bruscamente facendogli segno di allargare le braccia. Lui esegue ma rimane in silenzio, in attesa che parli. «Non m’importa, davvero. E poi dovevo comunque unirmi a un club. L’alternativa era quello di volontariato.»
Non so se è per via dell’espressione che assumo quando nomino il club di volontariato o per chissà cosa, ma ad Hajime sfugge un sorriso. E mi rendo conto che anche lui è davvero molto carino – una bellezza diversa da quella di Oikawa, più eterea e quasi femminile.
Iwaizumi è grezzo, massiccio e i lineamenti più spigolosi. Ha le spalle più larghe. Ha le sopracciglia più spesse.
Devo smetterla di cercare un paragone tra lui e Oikawa, penso, nuocerà alla mia saluta mentale.
«Fatto, puoi andare.»
Lui mi fa un cenno e torna dagli altri. Con la coda dell’occhio vedo che il coach si sta preparando per la misurazione dei salti. Devo darmi una mossa.
Ed eccoci all’ultimo della mia lista, nientedimeno che il re degli Idioti.
Dovrei scusarmi? Dovrei? È Oikawa Tōru, diamine!
Non esiste che possa essersela presa, giusto?
Lo chiamo e aspetto che mi si avvicini. Quando lo fa, ho quasi una morsa al petto. È giù di corda, è ovvio che sia giù di corda.
Fino a quel momento non me n’ero resa conto perché sono stata troppo occupata a evitarlo e a dedicarmi a tutti gli altri ma adesso... adesso è impossibile non notare l’occhio languido, il labbro piegato verso il basso e la testa dondolante in avanti.
Kami, perché a me?
«Tutto ok?» È in questi momenti che capisco mio padre quando mi dice che sono troppo morbida. «Senti, scusami per stamattina. Ero... nervosa.»
Questa è tutta colpa di Rui. È lei che legge quei manga shōjo ridicoli; mi avrà contagiata con tutto quello zucchero!
Oikawa mi fissa e per qualche secondo non dice niente. Poi, i suoi occhi cominciano a brillare e il suo sorriso diventa quasi accecante – succede tutto così velocemente che ho l’impulso di tirargli uno schiaffo ma mi astengo. «Ma quindi non mi odi?»
A questo punto, sono io quella confusa. «Quando mai avrei detto di odiarti?»
«Le tue azioni me l’hanno urlato chiaramente in faccia...»
«Mh. Allora sei più scemo di quanto pensassi. Non odio la gente a caso, io.»
È vero. Non lo odio. È solo... stupido.
Prima che la situazione diventi insostenibile, gli dico di mettersi dritto. Prendo il metro e ne fermo l’estremità a terra.
Continuo con il mio lavoro ignorando i suoi occhi scuri su di me. Mi guarda come sul punto di parlare ma poi non dice niente.
A un certo punto, però, mi arrendo. «Cosa c'è?»
«Ti osservo.»
Kami, aiutatemi. «E perché?»
Ora che ha appurato che non lo odio è tornato il donnaiolo di sempre?
«Quanto sei alta?»
In un certo senso mi aspettavo una domanda del genere. Non per vantarmi ma penso di essere una delle ragazze più alte della scuola – fa ridere che da bambina non lo fossi così tanto. L’adolescenza ha fatto miracoli con me.
«Centosettantacinque centimetri» Intanto, annoto i centottantaquattro centimetri e tre di Oikawa.
«E ti trovi bene al club?»
È in vena di fare conversazione. Io non lo sono mai ma stare qui mi aiuta anche ad allenarmi nelle interazioni sociali, no? E poi, sembra sinceramente interessato a cosa io abbia da dire a riguardo.
«Sono iscritta da poco ma sì, mi trovo bene.» A parte quando mi costringete a fare due chiacchiere. Non lo dico solo perché poi metterà il broncio.
Oikawa sorride e per un attimo mi dimentico di quanto sia fastidioso. «Ottimo! Meno male! Ti vedo sempre con quella faccia seria e pensavo non ti trovassi bene.» Il coach lo chiama proprio in quel momento e lui è costretto a raggiungerlo per la misurazione dei salti.
Sistemo i fogli e mi assicuro che ci siano tutti mentre con la coda dell’occhio li vedo saltare il più in alto possibile dopo aver sporcato la mano di gesso. L’Idiota è tra i primi in classifica, ovviamente.
Mizoguchi-sensei mi si avvina e io gli consegno le annotazioni senza dire niente. Li guardo saltare, uno a uno, mentre Watari è sulla scala con il metro in mano e, aiutato prima da Kunimi e poi da Kindaichi, segna i risultati di tutti i compagni.
Oikawa Tōru è davvero una persona strana.
 
 
  
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