02. L'ora di Kotono Miiya
Ho detto a Futaba che l'avrei raggiunta a casa sua.
E così farò. Sento di dover parlare con lei della situazione della 3E – naturalmente omettendo tutta la questione dell'assassinio. Voglio sapere come mai le altre classi provano tanto sdegno nei nostri confronti.
Dopo essere tornata a casa e dopo essermi tolta la divisa scolastica, mi avvio. La casa in cui vive è in perfetto stile tradizionale, con tanto di tatami, porte scorrevoli di carta e cortile interno.
È zia Hanako ad accogliermi ed è bellissima, come sempre. I capelli biondi sono acconciati in un morbido caschetto che le incornicia il volto paffutello e roseo, mentre gli occhi color borgogna si illuminano non appena si posano su di me.
«Buongiorno Ko! Tutto bene a scuola?» Come al solito, si dimostra molto premurosa; non perde tempo a chiedermi come sto e come sia andato il mio primo giorno alla Kunugigaoka. Io le sorrido di rimando, rispondo alle sue domande varcando l'uscio e lasciando le scarpe sotto al gradino d'ingresso. La seguo fino in cucina, dove mi mette tra le mani una ciotola piena di dolcetti al mochi – i suoi famosissimi dolcetti al mochi. «Futaba ti aspetta in camera sua. E sei invitata a cena. Non puoi rifiutare.»
«Va bene, zia.» Dico ridendo. Non ci vediamo spesso ma abbiamo comunque un bel rapporto. Papà le avrà chiesto di badare a me fino al suo ritorno in Giappone, immagino.
Assaggio un dolcetto mentre mi avvio al piano di sopra e quando scorgo la sagoma di Hideki-san – il nonno paterno di Futaba – impegnato in giardino, lo saluto calorosamente da lontano e lui fa cenno con la testa regalandomi un sorriso allegro.
Nonostante non abbia alcun legame di sangue con lui, nonno Hideki è davvero un uomo straordinario e mi piace da matti parlarci. È divertente, ha la battuta sempre pronta ed è anche l'unico che riesce a parlar male della nonna senza alcuna remora.
Ovviamente mi riferisco a nonna Mei. Lei è la madre di mio padre e di zia Hanako.
Una vera serpe...
Busso alla porta con sopra una lavagnetta di legno con su scritto Fu-chan. Non aspetto nemmeno di ricevere risposta ed entro, sicura di trovarla piegata sui libri.
E, infatti, è proprio così. Lei si gira e mi saluta, posando per un attimo la penna in mezzo alle pagine del suo quaderno. «Ehi. Sei in anticipo.»
«Ho fatto prima che ho potuto.»
Lei sorride. «Non c'era bisogno di correre. Non avevo intenzione di uscire comunque.»
«Sì, lo so. Secchiona.» Dico e Futaba scoppia a ridere.
«Guarda che dal mio punto di vista sei anche tu una secchiona, Ko. In Italia avevi dei bei voti, no?»
Mi limito a un'alzatina di spalle. Francamente a me non è mai importato. «Non direi. Il mio obiettivo non era certo prendere il massimo! Studiavo e basta.»
Mia cugina annuisce e accetta i dolcetti che le porgo senza aggiungere altro. Dopo essermi messa comoda sul suo letto, faccio la mia domanda. Futaba sospira e mi parla della situazione che si respira nella sua classe.
A quanto pare la 3A è quella a cui più di tutte piace discriminare gli studenti della E. Lo fanno per puro divertimento personale o perché si lasciano trasportare da chi ha maggiore seguito all'interno della scuola, come le Cinque Eccellenze.
Tutto ciò mi disgusta...
«E questo è quanto.» Sospira. È chiaro che sia dispiaciuta ed è chiaro che immagini la 3E come un covo di serpi e leoni pronti ad azzannarmi.
Scuoto la testa, tirando un sospiro di sollievo. «E io che mi credevo chissà cosa. Quando ho visto la tua faccia sconvolta stamattina, pensavo peggio. Certo, risalire la collina è stato sfiancante ma vedila così: con tutto quello che ho intenzione di mangiare, non corro il rischio di mettere su peso!»
«Non capisci la gravità della questione, Ko. Le altre classi ti vedranno come un'appestata!»
«A me non interessa.» Rispondo. «E dovresti dar retta a me e non a quella banda di esaltati. La 3E è una classe come tutte le altre... i miei compagni si sono rivelati gentili e a modo, quindi vedi di non preoccuparti. Non morirò mica!»
Non io, almeno.
Futaba non è tranquilla e credo proprio che questo dipenda dal fatto che, non conoscendoli, non è in grado di credermi quando cerco di farle comprendere il mio punto di vista. Per altro, io stessa li ho appena conosciuti.
Eppure, nonostante il suo proverbiale senso di protezione, Futaba cerca di sorridere e, anzi, si offre di aiutarmi nel ripasso dei kanji.
Ogni sera li ripeto e li ripeto fino alla nausea. A volte riesco a riconoscerli, altre volte è solo un buco nell'acqua.
Ma questa sera sono troppo stanca per poter anche solo pensare di farlo. Tra la sfacchinata, i nomi nuovi da associate ai volti, il polpo e tutta la questione dell'assassinio, sono esausta. Ora come ora voglio solo dormire.
•••
È il giorno dell'assemblea e sto seriamente ponderando l'idea di marinare. Perché cavolo devo rinunciare alla mia adorata pausa pranzo?!
E perché diavolo fa così caldo?!
«Sbrighiamoci. Se tardiamo di nuovo chissà quali altri dispetti inventeranno.» Isogai è in testa al gruppo e insieme ai nostri compagni di classe ci accingiamo a raggiungere l'edificio principale.
Sbuffo pesantemente e scanso una radice particolarmente grossa, mentre Hinata impreca neanche tanto sottovoce. Lo trovo ingiusto e deprimente. Oltre che pericoloso.
Temo che Okajima non si riprenderà mai più...
Non solo è caduto nel fiume ma è anche stato inseguito da un masso gigante. Per non parlare dei serpenti e delle api che hanno cominciato a prenderlo di mira. Mi fa un po' pena.
E intanto Koro-sensei se ne sta beato per i fatti suoi, senza essere costretto a questa tortura.
Quando finalmente giungiamo all'enorme spiazzale d'ingresso, ne approfittiamo per riprendere fiato. Il nostro diligente capoclasse ci invita a prendere posto e io, come un automa, seguo gli altri, non sapendo dove andare e con le gambe che a stento riescono a sorreggermi.
Ci mettiamo in fila e solo dopo una decina di minuti gli studenti delle altre sezioni si degnano di presentarsi. È inevitabile, percepisco i loro sguardi e le risatine sommesse. Non posso credere che cose del genere siano ammesse – questo è bullismo bello e buono!
È più forte di me e digrigno i denti quando sento due ragazzi rivolgersi a Nagisa come fosse una scartina. Mi fa infuriare. Tutto questo mi fa davvero infuriare.
L'assemblea comincia e il discorso tenuto da uno dei docenti non fa altro che farmi ribollire il sangue nelle vene. Irrecuperabili? Buoni a nulla?
Se solo sapessero quanto si impegnano. Se solo si rendessero conto di quanto sia sbagliato tutto questo! Quasi invidio Karma. Ha marinato l'assemblea e non è costretto a sorbirsi queste stronzate.
Come se non fosse già abbastanza, il consiglio studentesco ci tira l'ennesimo tiro mancino e io, giuro, sto per esplodere. Fortuna che i fogli mancanti cadano letteralmente dal cielo e per un attimo ho la sensazione di stare sognando.
Ma che...?
Mi volto e noto che accanto a Karasuma-sensei c'è niente meno che il polpo travestito!
Ma è serio?
Trattengo a stento le risate mentre agita le mani, quasi come fosse contento di essere lì con tutti noi.
È quasi un peccato che debba morire.
•••
Finalmente questo strazio finisce e possiamo tornare a respirare dell'aria fresca. Usciamo dalla palestra e ci avviamo al cancello, così da poter ritornare in classe.
Io però ho un po' di sete e Nagisa è così gentile da accompagnarmi alle macchinette. «E noi dovremo subire questa tortura una volta al mese?»
Lui annuisce, piegandosi a raccogliere il cartone di succo di frutta. «Dopotutto siamo della E.»
«Beh, per quanto mi riguarda, sono ogni giorno più felice di essere stata assegnata alla vostra classe. Quelli dell'edificio principale sembrano tutti degli snob con la puzza sotto al naso, a parte mia cugina...»
Nagisa ridacchia ma prima che possa dire qualcosa, viene interrotto dai tizi che durante l'assemblea gli hanno rivolto la parola. Cominciano a prendere in giro il mio compagno di classe e guardano entrambi con disprezzo.
Io non mi lascio scalfire. Alzo il mento e indurisco la mascella, infastidita. «A quanto pare anche i ratti vogliono dire la loro. Non lo trovi strano, Nagisa?»
Lui sgrana gli occhi ma poco dopo lo vedo nascondere un sorriso.
Quelli, probabilmente feriti nell'orgoglio, non rimangono in silenzio. Purtroppo. «Come hai osato chiamarci?!»
«Ratti. E ora, se volete scusarci...» Faccio segno a Nagisa di andarcene e facciamo per superarli ma uno di loro mi dà una spallata mentre l'altro mi fa uno sgambetto – inevitabilmente finisco a terra.
Come due bambini, scoppiano a ridere.
«Adesso basta, smettetela.» Sbotta Nagisa, aiutandomi a rialzarmi.
«Vi sentite realizzati, adesso?» Chiedo. La gonna ora è piena di polvere e mi fa un po' male il sedere. «Siete due mocciosi.»
«Chi vi credete di essere? La E non è nient'altro che un agglomerato di spazzatura ed è per questo che dovrebbe limitarsi a tenere gli occhi bassi!» Esclama l'autore dello sgambetto. «D'altronde lo sappiamo noi come lo sapete voi.»
«Già, ammettetelo. Ammettilo, Nagisa.»
Non ho mai dato un pugno a qualcuno e questo sarebbe senz'altro il momento più adatto per provarci. Ma no. Non lo farò. In primis, non voglio finire nei guai e, in secondo luogo, non ne vale la pena.
Sono solo degli idioti.
«Dì qualcosa, sfigato della E!» Lo afferra per il colletto della camicia. «Dì qualcosa o ti ammazzo!»
Ecco. Questo è proprio il momento giusto.
Non sopporto di vedere Nagisa – lui che è sempre così gentile con tutti – venire trattato in questo modo. Non lo sopporto.
Per questo, faccio un passo verso di loro. Sono pronta a farmi sospendere, se necessario.
Ma poi vedo la faccia di Nagisa e mi irrigidisco. Per un attimo le ginocchia minacciano di cedere e l'espressione del mio amico è così inquietante che penso faccia davvero paura.
E parla sibilando come un serpente. «Non sapete neanche cosa voglia dire "ammazzare".»
Nagisa è così calmo che non sembra neanche più lui. Intanto, quello della A molla la presa sulla camicia e arretra di qualche passo, spaventato a morte.
Questo sì che è terrificante.
•••
Forse dovrei evitare di partecipare alla missione di assassinio. Non fa per me.
Durante le lezioni pomeridiane il gruppo di Terasaka ha provato nuovamente a uccidere Koro-sensei e a me per poco non è venuto un colpo quando hanno imbracciato i fucili.
Poi è stato il turno di Manami e dei suoi veleni. Infine, ci hanno provato anche Rio e Hinano. Tutti hanno fallito. Come potrei riuscirci io?
Non ho alcun talento speciale. Non riuscirei mai a tenere in mano un coltello ben sapendo di poter ferire qualcuno. Giusto?
Cioè... è normale pensarla così.
Eppure, una parte di me pensa che rinunciando all'assassinio sto rinunciando alla possibilità di far davvero parte della classe – di sentirmi parte di qualcosa.
Ho bisogno di parlarne con qualcuno. Sì, ma con chi?
È semplice: con nessuno. Perché nessuno deve sapere dell'esistenza del polpo. Punto.
Mia cugina è impegnata in biblioteca, così mi avvio verso casa a piedi sperando di riuscire a passare in pescheria prima che chiuda.
Cammino ripensando allo sguardo di Nagisa, alle divertenti lezioni di Koro-sensei e ai complimenti ricevuti da Irina-sensei per la mia pronuncia. Sono persino riuscita a convincerla ad aiutarmi con il francese e lo spagnolo – in Italia frequentavo il liceo linguistico e l'ultima cosa che voglio è eliminare le lingue straniere dalla mia vita.
Certo, ho ancora parecchie cose da fare. Devo memorizzare ancora molti kanji e ridurre il divario che c'è tra me e i miei compagni di classe.
Posso farcela. Se c'è una cosa che so fare è studiare.
Intanto che il mio cervello si perde tra mille pensieri raggiungo la pescheria e, non contenta, decido di allungare la strada per fare un salto dal fruttivendolo dove compro un bel po' di frutta di stagione.
Quando mi rimetto in marcia verso casa scorgo una figura familiare in mezzo alla folla. Mi dà le spalle e tiene le mani in tasca mentre cammina.
È Karma Akabane. Lo riconosco dal colore dei suoi capelli.
Senza nemmeno pensarci accelero il passo e lo raggiungo in poche falcate. Avendo entrambe le mani occupate, lo chiamo per attirare la sua attenzione e lui, sorpreso, si volta. «Miiya, come mai da queste parti?»
Ok. Solo ora mi rendo conto di quanto sia stata stupida. Non abbiamo parlato molto in classe e di certo qui in Giappone le relazioni interpersonali funzionano in modo diverso rispetto a come sono abituata. Chissà cosa starà pensando... «Oh, niente di che, in realtà. Ho fatto un po' di spesa.»
Bene. Ora non so più di cosa parlare. Perché diavolo l'ho fermato se non so come portare avanti una conversazione?!
«Hai già deciso cosa fare?» In un primo momento non afferro la domanda. «Riguardo Koro-sensei. Sarai dei nostri... o no?»
Ah. Quello.
Mi irrigidisco e spero che lui non lo noti. «Per la verità, non credo che faccia per me.»
«Perché?»
Non rispondo subito. Già, perché? Perché non potrei mai uccidere qualcuno. Perché non so come si tiene in mano un coltello. Perché l'unica volta che mio fratello mi ha portata al poligono ho fatto schifo. Perché... «Perché non credo di esserci portata.»
Lo vedo sollevare un sopracciglio. «Credi? È per questo che rinunci? Per una supposizione?» Faccio per ribattere che non è proprio così, ma lui mi interrompe prima che possa dire qualcosa. «Nagisa mi ha detto che stamattina ti sei fatta valere. I miei complimenti.»
«Ho solo risposto per le rime a due idioti fastidiosi.»
Non capisco dove voglia andare a parare. Questa conversazione non ha il minimo senso!
«Non tutti quelli che finiscono nella E li affrontano con la stessa tenacia. Sono colpito.»
«Questa cosa è ridicola!» Dico. «È una situazione davvero ridicola! Perché il preside permette una cosa del genere? Non è per niente giusto!»
Karma mi guarda e io non riesco a decifrarlo. Sembra perplesso ma anche annoiato, sardonico. Rimane in silenzio e io non so se andarmi a nascondere da qualche parte per la vergogna – non avrei dovuto fermarlo in mezzo alla strada – o se restare lì e sperare in qualcosa che sblocchi la situazione.
Beh, qualcosa accade. Ma non quello che avrei preferito.
«Oh, ma sei quella nuova?! Quella della E!» Esclama una voce.
Prima ancora che possa voltarmi, qualcuno mi circonda le spalle con un braccio e accosta le labbra al mio orecchio facendomi venire la nausea. «Lascia che ti spieghi, tesoro, che quello che a te sembra ingiusto, non lo è affatto!»
Non aspetto neanche un secondo e me lo scrollo di dosso. In un attimo li riconosco: sono quelli che ho avuto il dispiacere di incontrare all'edificio principale durante il mio primo giorno di scuola – erano insieme a Gakushuu Asano, che ora è assente.
«Nessuno vi ha insegnato che non ci si intromette nelle conversazioni degli altri?»
«Ti conviene moderare i toni, ragazzina. Sei una scartina, una nullità. Come osi anche solo pensare di rivolgerti a noi in quest-» Ma non riesce a terminare la frase, l'idiota con gli occhiali, perché Karma gli afferra la mandibola senza alcuna esitazione.
Io sussulto sul posto e anche gli altri ragazzi della A sembrano impallidire. «Non mi pare che siate stati invitati a partecipare alla nostra chiacchierata. O mi sbaglio, Eccellenze?»
Il suo sguardo fa paura. Pronuncia quelle parole in modo calmo e controllato ma è come sentir risuonare il ruggito di una tigre. È strano ma sembra totalmente diverso da Nagisa – è più impaziente, più ferino. Ho paura che se non intervengo finirà per mollargli un cazzotto in faccia.
O forse no.
È il timore per il dubbio che mi spinge ad agire. «Sia chiara una cosa, razza di idioti. Parlare male di me è fiato sprecato. Non mi interessa minimamente cosa pensate voi, la A o l'intero corpo docenti! Essere chiamata nullità non mi fa né caldo né freddo perché io so perfettamente quanto valgo e quanto potrei valere; e di sicuro mi reputo una persona migliore di voi, bravi solo a sputare sentenze contro chi è troppo educato per dirvi in faccia che siete soltanto dei grandissimi pezzi di merda!»
Loro sono basiti. Rimangono immobili e in silenzio, come se si fossero intirizziti.
I miei occhi li squadrano uno ad uno e non appena Karma lascia andare il quattrocchi, questo quasi cade in ginocchio. Tempo pochi secondi e li vediamo scappare verso la stazione, minacciando una rivincita.
Beh, almeno mi sono sfogata.
«Wow...» Il rosso mi guarda: sta sghignazzando. «Gran bel discorso!»
Io ridacchio, imbarazzata. «Non credo di essere risultata molto minacciosa con queste.» Sollevo di poco le buste della spesa che ho ancora in mano. «Ma grazie lo stesso per il complimento.»
«Se non fossi intervenuta li avrei pestati.»
Invidio la nonchalance con cui pronuncia queste parole. «L'avevo intuito.» Mi viene da ridere ma solo adesso mi accorgo dei mormorii che ci circondano, così come solo adesso mi accorgo che alcune persone si sono fermate e ci stanno fissando.
«Abbiamo attirato l'attenzione, a quanto pare.» Sentenzia e io emetto un flebile lamento. «Ma almeno abbiamo chiarito un'importante questione, no?»
Lo guardo e, di nuovo, il suo sguardo diventa difficile da interpretare. Mostra un sorriso canzonatorio e forse mi soffermo un po' troppo sulle sue labbra, tant'è che non riesco a formulare alcuna frase di senso compiuto prima che mi mostri le spalle.
Karma accenna un saluto e se ne va, lasciandomi lì come un'idiota.
Abbiamo chiarito un'importante questione?
E mi viene da sorridere se ripenso a questi ultimi cinque minuti.
Già.
Io so quanto valgo e so quanto potrei valere.
•••


