ATTENZIONE! Questa fic partecipa agli Oscar della Penna 2025, indetti sul forum Ferisce la penna. Visto che dovrà essere anche letta da utenti che non hanno familiarità con il fandom, ho deciso di inserire una breve spiegazione del contesto. Se conoscete Il Trono di Spade, potete beatamente ignorarla :)
Breve contesto per chi viene dagli Oscar: Il Trono di Spade è una serie tv fantasy medievale perlopiù ambientata nel continente fantastico di Westeros, il cui intreccio segue svariati personaggi nel tentativo di ottenere la corona dei Sette Regni. Il cast è amplissimo, la lore complicatissima; basta sapere che, circa quindici anni prima degli eventi della serie, l’ultimo re della dinastia Targaryen (che aveva governato i Sette Regni per tutta la loro storia) è stato destituito da una ribellione guidata da Robert Baratheon, Lord di Capo Tempesta, poi incoronato al suo posto. E che, nel corso della serie, all’alba dell’inverno più terribile di cui si ha memoria, il mondo conosciuto è minacciato dall’avanzata verso Sud degli Estranei: un esercito di morti viventi che intendono reclutare tra le proprie fila ogni umano sul proprio cammino. Non sequitur stridente, chiedo perdono.
Questa fic segue la storia di Stannis, fratello minore di re Robert. Nel corso della serie vive sull’isola-fortezza di Roccia del Drago, appartenuta, prima della Ribellione, ai Targaryen. Altri personaggi ricorrenti sono:
Renly: suo fratello minore;
Selyse: sua moglie;
Shireen: sua figlia, dieci anni circa. È stata colpita da neonata dal Morbo Grigio, una malattia solitamente mortale che le ha lasciato il volto sfigurato;
Maestro Cressen: maestro = uomo istruito in varie aree del sapere, specie l’arte medica, alla Cittadella di Vecchia Città. Lui nello specifico dura circa cinque minuti prima di morire avvelenato;
Davos: ex contrabbandiere che, durante la Ribellione, ha aiutato Stannis rifornendo il suo castello sotto assedio. Dopo la Ribellione Stannis ha ricompensato sia i crimini che il favore, nominandolo cavaliere e tagliandogli tutte le falangette della mano non dominante;
Melisandre: o la "Donna Rossa", sacerdotessa del Signore della Luce (non molto conosciuto a Westeros, il cui culto dominante è quello dei Sette Dèi). Crede che Stannis sia l’eroe promesso dalle profezie, che fermerà la venuta degli Estranei. Grande fan dei sacrifici umani.
Alla morte di re Robert, che non ha mai avuto figli legittimi, Stannis reclama il trono in quanto prossimo nella linea di successione. Non prima di essersi scontrato con altri pretendenti (tra cui Renly, di cui si libera grazie a un sortilegio), tenta di conquistare la capitale nella Battaglia delle Acque Nere, in cui però viene sconfitto. Dopo aver dibattuto su come eliminare gli altri usurpatori (Melisandre cerca di convincerlo a sacrificare uno dei figli bastardi di Robert al Signore della Luce, Davos comprensibilmente non è d’accordo), si decide a partire verso il Castello Nero, la fortezza sulla Barriera che delimita i Sette Regni, per aiutare la difesa contro gli Estranei. Nel mentre inizia una campagna per riunificare il Nord, sottratto di recente alla famiglia che lo governava da secoli, che però gli dà non pochi problemi...
Breve contesto per chi viene dagli Oscar: Il Trono di Spade è una serie tv fantasy medievale perlopiù ambientata nel continente fantastico di Westeros, il cui intreccio segue svariati personaggi nel tentativo di ottenere la corona dei Sette Regni. Il cast è amplissimo, la lore complicatissima; basta sapere che, circa quindici anni prima degli eventi della serie, l’ultimo re della dinastia Targaryen (che aveva governato i Sette Regni per tutta la loro storia) è stato destituito da una ribellione guidata da Robert Baratheon, Lord di Capo Tempesta, poi incoronato al suo posto. E che, nel corso della serie, all’alba dell’inverno più terribile di cui si ha memoria, il mondo conosciuto è minacciato dall’avanzata verso Sud degli Estranei: un esercito di morti viventi che intendono reclutare tra le proprie fila ogni umano sul proprio cammino. Non sequitur stridente, chiedo perdono.
Questa fic segue la storia di Stannis, fratello minore di re Robert. Nel corso della serie vive sull’isola-fortezza di Roccia del Drago, appartenuta, prima della Ribellione, ai Targaryen. Altri personaggi ricorrenti sono:
Renly: suo fratello minore;
Selyse: sua moglie;
Shireen: sua figlia, dieci anni circa. È stata colpita da neonata dal Morbo Grigio, una malattia solitamente mortale che le ha lasciato il volto sfigurato;
Maestro Cressen: maestro = uomo istruito in varie aree del sapere, specie l’arte medica, alla Cittadella di Vecchia Città. Lui nello specifico dura circa cinque minuti prima di morire avvelenato;
Davos: ex contrabbandiere che, durante la Ribellione, ha aiutato Stannis rifornendo il suo castello sotto assedio. Dopo la Ribellione Stannis ha ricompensato sia i crimini che il favore, nominandolo cavaliere e tagliandogli tutte le falangette della mano non dominante;
Melisandre: o la "Donna Rossa", sacerdotessa del Signore della Luce (non molto conosciuto a Westeros, il cui culto dominante è quello dei Sette Dèi). Crede che Stannis sia l’eroe promesso dalle profezie, che fermerà la venuta degli Estranei. Grande fan dei sacrifici umani.
Alla morte di re Robert, che non ha mai avuto figli legittimi, Stannis reclama il trono in quanto prossimo nella linea di successione. Non prima di essersi scontrato con altri pretendenti (tra cui Renly, di cui si libera grazie a un sortilegio), tenta di conquistare la capitale nella Battaglia delle Acque Nere, in cui però viene sconfitto. Dopo aver dibattuto su come eliminare gli altri usurpatori (Melisandre cerca di convincerlo a sacrificare uno dei figli bastardi di Robert al Signore della Luce, Davos comprensibilmente non è d’accordo), si decide a partire verso il Castello Nero, la fortezza sulla Barriera che delimita i Sette Regni, per aiutare la difesa contro gli Estranei. Nel mentre inizia una campagna per riunificare il Nord, sottratto di recente alla famiglia che lo governava da secoli, che però gli dà non pochi problemi...
“Lord Stannis?”
Il maestro Cressen sporge appena il capo dalla soglia che conduce alla vasta terrazza: con voce sottile rompe quella quiete fredda e reverenziale, sfumata da scrosci di onde sempre simili, da soffi di venti ora pacifici, da vaghi sussurri tra le fronde. È sottile, la sua voce, quasi dispiaciuta, quasi intimorita da questo silenzio certo non nuovo, eppure diverso.
Il ragazzo sussulta, un sussulto tanto lieve, percettibile appena – cosa potrebbe mai sorprendere lui, bambino triste? Muovere in lui una reazione esuberante, in un verso o nell’altro, del tutto esagerata, irragionevole? Lui, che avanza nella sua giovane vita piano, piano, senza imprimere alcun segno, senza una risata e senza una lacrima, che sbiadisce dietro a un occhio disattento.
Chi altro potrebbe vederlo, adesso? Chi, se non lui? Lo guarda, il maestro Cressen, gli occhi ora fissi nei suoi, guarda la sua figura esile, i capelli scuri scomposti dalla brezza, una mano ancora stretta alla ringhiera.
“Figliolo, stai bene?” l’uomo sente le parole riversarsi troppo precipitose, troppo invadenti, forse, eppure non ha modo di contenere la preoccupazione. “Hai bisogno di qualcosa?”
Il ragazzo si limita a un breve cenno di no con il capo, e subito torna a volgergli le spalle.
Guarda avanti a sé, Stannis, verso il mare: oggi gentile, ma così volubile, così imprevedibile. Guarda come a volerne decifrare il codice, dischiudere il segreto, vano tentativo di vincere quella sua incertezza, quella crudeltà, che affonda le navi e affoga i padri e le madri e non lascia scampo alcuno.
È ormai una settimana che si ripete ogni sua giornata: già presto la mattina lo si vede affacciato al parapetto, silenzioso come al solito, a osservare. Osserva anche per ore, rientrando solo quando deve; addirittura pare più schivo del normale, ai pasti non proferisce parola, tra i corridoi scivola veloce e con lo sguardo basso. A un occhio disattento, il suo umore risulta fin calmo. Certo non nuovo, eppure diverso.
La sua malinconia silenziosa stride con il tumulto di Capo Tempesta, in questi giorni di lutto e disordine.
Robert non ha reagito con altrettanta posa – cosa ci si potrebbe aspettare, del resto, da un ragazzo di quindici anni appena? È inconsolabile, a modo suo, povera anima, sempre abrasivo, sempre intrattabile, sempre alla ricerca di una nuova distrazione. Anche la balia del piccolo Renly, di certo troppo giovane per aver potuto comprendere qualsiasi cosa, ha notato che è agitato più del solito, che piange troppo spesso.
Il maestro Cressen rientra, portando con sé ancora il medesimo senso di sconfitta.
Il dolore ha mille volti, dicevano alla Cittadella, come mille volti ha la nostra arte. Perché, di mille volti che possiede, non è in grado di svelarne uno che possa confortarlo? Ancora lo sconcerta, scoprirsi tanto incapace di comprendere quel ragazzo, quel ragazzo che per lui è come un figlio, di leggere dietro al suo sguardo impenetrabile. Anche dopo tutti questi anni.
Chissà, si domanda, con un lieve sospiro.
Chissà cosa gli passa per la mente.
Il maestro Cressen sporge appena il capo dalla soglia che conduce alla vasta terrazza: con voce sottile rompe quella quiete fredda e reverenziale, sfumata da scrosci di onde sempre simili, da soffi di venti ora pacifici, da vaghi sussurri tra le fronde. È sottile, la sua voce, quasi dispiaciuta, quasi intimorita da questo silenzio certo non nuovo, eppure diverso.
Il ragazzo sussulta, un sussulto tanto lieve, percettibile appena – cosa potrebbe mai sorprendere lui, bambino triste? Muovere in lui una reazione esuberante, in un verso o nell’altro, del tutto esagerata, irragionevole? Lui, che avanza nella sua giovane vita piano, piano, senza imprimere alcun segno, senza una risata e senza una lacrima, che sbiadisce dietro a un occhio disattento.
Chi altro potrebbe vederlo, adesso? Chi, se non lui? Lo guarda, il maestro Cressen, gli occhi ora fissi nei suoi, guarda la sua figura esile, i capelli scuri scomposti dalla brezza, una mano ancora stretta alla ringhiera.
“Figliolo, stai bene?” l’uomo sente le parole riversarsi troppo precipitose, troppo invadenti, forse, eppure non ha modo di contenere la preoccupazione. “Hai bisogno di qualcosa?”
Il ragazzo si limita a un breve cenno di no con il capo, e subito torna a volgergli le spalle.
Guarda avanti a sé, Stannis, verso il mare: oggi gentile, ma così volubile, così imprevedibile. Guarda come a volerne decifrare il codice, dischiudere il segreto, vano tentativo di vincere quella sua incertezza, quella crudeltà, che affonda le navi e affoga i padri e le madri e non lascia scampo alcuno.
È ormai una settimana che si ripete ogni sua giornata: già presto la mattina lo si vede affacciato al parapetto, silenzioso come al solito, a osservare. Osserva anche per ore, rientrando solo quando deve; addirittura pare più schivo del normale, ai pasti non proferisce parola, tra i corridoi scivola veloce e con lo sguardo basso. A un occhio disattento, il suo umore risulta fin calmo. Certo non nuovo, eppure diverso.
La sua malinconia silenziosa stride con il tumulto di Capo Tempesta, in questi giorni di lutto e disordine.
Robert non ha reagito con altrettanta posa – cosa ci si potrebbe aspettare, del resto, da un ragazzo di quindici anni appena? È inconsolabile, a modo suo, povera anima, sempre abrasivo, sempre intrattabile, sempre alla ricerca di una nuova distrazione. Anche la balia del piccolo Renly, di certo troppo giovane per aver potuto comprendere qualsiasi cosa, ha notato che è agitato più del solito, che piange troppo spesso.
Il maestro Cressen rientra, portando con sé ancora il medesimo senso di sconfitta.
Il dolore ha mille volti, dicevano alla Cittadella, come mille volti ha la nostra arte. Perché, di mille volti che possiede, non è in grado di svelarne uno che possa confortarlo? Ancora lo sconcerta, scoprirsi tanto incapace di comprendere quel ragazzo, quel ragazzo che per lui è come un figlio, di leggere dietro al suo sguardo impenetrabile. Anche dopo tutti questi anni.
Chissà, si domanda, con un lieve sospiro.
Chissà cosa gli passa per la mente.
*
Un giorno sarete voi al comando, aveva detto Lord Steffon, una volta, ai suoi due figli maggiori. E un comandante deve soprattutto essere giusto, ragazzi miei.
Entrambi avevano annuito. Stannis non l’ha mai dimenticato.
Ancora era bambino quando aveva formulato, nel silenzio ordinato del suo pensiero, il suo primo giuramento, il più importante, quello che si sarebbe posto alla base di tutti gli altri, che avrebbe ispirato ogni sua scelta. Giuro che sarò sempre giusto. Che farò sempre il mio dovere. Così era iniziata la sua vita, quel suo intreccio ininterrotto di bivi in bianco e nero.
Entrambi avevano annuito. Stannis non l’ha mai dimenticato.
Ancora era bambino quando aveva formulato, nel silenzio ordinato del suo pensiero, il suo primo giuramento, il più importante, quello che si sarebbe posto alla base di tutti gli altri, che avrebbe ispirato ogni sua scelta. Giuro che sarò sempre giusto. Che farò sempre il mio dovere. Così era iniziata la sua vita, quel suo intreccio ininterrotto di bivi in bianco e nero.
Non sempre è facile, capire cosa sia giusto. Però non è mai impossibile. Ancora era ragazzo quando aveva postulato questa sua intransigente verità, questo capoverso del suo codice interiore: gli era comparso in mente all’improvviso, come una profezia, sintesi obbligata delle sue poche esperienze, dei suoi molti ragionamenti. L’uomo cela a sé stesso il proprio dovere, e nemmeno lo sa. Era giustizia la fatica di correggersi sempre, pareggiare i piatti di una bilancia già storta, una scelta conscia che doveva rammentare ogni volta che sentisse il desiderio di arrabbiarsi, di mentire, di disobbedire. No, non è giusto.
Sul fondo della mente le intenzioni sono spoglie, e il dovere brilla, chiaro.
Ogni scelta lo vessava, per quanto irrilevante. Tutti i momenti era convinto di sbagliare.
Di notte la nebbia densa di ogni sua decisione gli portava le lacrime agli occhi; a volte nemmeno capiva il motivo. Allora risaliva quel labirinto, un passo per volta, per rivelare quale colpa fosse al cuore del suo turbamento. Sua madre aveva ascoltato con pazienza – finché era viva – quelle sue confessioni sconnesse. Dopo, lui aveva dovuto accontentarsi di iniziare a ripeterle a sé stesso, ancora, e ancora. Così da essere certo di fare meglio, il giorno seguente.
Aveva pensato di aver imparato, finalmente, quando una sera non aveva più pianto, e le successive nemmeno. Ma nel revisionare le proprie morali imperfezioni percepiva ogni volta la medesima stretta allo stomaco, mai mutata, se non per farsi più fitta, più viscerale.
Di giorno camminava per le sale rotonde del castello con lo sguardo perso, scavando in silenzio verso il nodo di ogni problema. A ogni errore, ogni incertezza, ogni peccato si alzava il conto della sua lista immaginaria, scritta in rosso indelebile dietro ai suoi occhi. Così da non dimenticare alcun dettaglio. (Uno, due, tre.)
A volte suo fratello lo incontrava per i corridoi, come al solito lo derideva per qualche sciocco motivo. Robert non si era mai curato di questi dilemmi: ancora non era uomo che già svuotava il suo tempo e le sue tasche in donne, vino e simili diletti. Restava certo il ragazzo d’oro della casa, da tutti ammirato e capace di grandi imprese. Ma quanto inutilmente sprecava le proprie risorse!
Quei giorni Stannis si mordeva la lingua, proseguiva senza rispondere.
Era convinto che, alla fine, tutto gli sarebbe ritornato.
Sul fondo della mente le intenzioni sono spoglie, e il dovere brilla, chiaro.
Ogni scelta lo vessava, per quanto irrilevante. Tutti i momenti era convinto di sbagliare.
Di notte la nebbia densa di ogni sua decisione gli portava le lacrime agli occhi; a volte nemmeno capiva il motivo. Allora risaliva quel labirinto, un passo per volta, per rivelare quale colpa fosse al cuore del suo turbamento. Sua madre aveva ascoltato con pazienza – finché era viva – quelle sue confessioni sconnesse. Dopo, lui aveva dovuto accontentarsi di iniziare a ripeterle a sé stesso, ancora, e ancora. Così da essere certo di fare meglio, il giorno seguente.
Aveva pensato di aver imparato, finalmente, quando una sera non aveva più pianto, e le successive nemmeno. Ma nel revisionare le proprie morali imperfezioni percepiva ogni volta la medesima stretta allo stomaco, mai mutata, se non per farsi più fitta, più viscerale.
Di giorno camminava per le sale rotonde del castello con lo sguardo perso, scavando in silenzio verso il nodo di ogni problema. A ogni errore, ogni incertezza, ogni peccato si alzava il conto della sua lista immaginaria, scritta in rosso indelebile dietro ai suoi occhi. Così da non dimenticare alcun dettaglio. (Uno, due, tre.)
A volte suo fratello lo incontrava per i corridoi, come al solito lo derideva per qualche sciocco motivo. Robert non si era mai curato di questi dilemmi: ancora non era uomo che già svuotava il suo tempo e le sue tasche in donne, vino e simili diletti. Restava certo il ragazzo d’oro della casa, da tutti ammirato e capace di grandi imprese. Ma quanto inutilmente sprecava le proprie risorse!
Quei giorni Stannis si mordeva la lingua, proseguiva senza rispondere.
Era convinto che, alla fine, tutto gli sarebbe ritornato.
*
Aveva provato a pregare, dopo l’incidente.
Prima pregava ogni sera. Era un bambino tanto obbediente, tanto coscienzioso.
Ogni sera aveva provato, dopo l’incidente. Ma ogni volta che serrava le palpebre vedeva statue mute di spalle, sette mascelle digrignate maligne, vedeva idoli in fiamme e alberi maestri che si spezzavano contro le scogliere e sangue scuro che fioccava dalle spade e poi colava sul gelo della neve bianca, bianca.
Aveva provato a pregare.
Poi un giorno aveva smesso.
Prima pregava ogni sera. Era un bambino tanto obbediente, tanto coscienzioso.
Ogni sera aveva provato, dopo l’incidente. Ma ogni volta che serrava le palpebre vedeva statue mute di spalle, sette mascelle digrignate maligne, vedeva idoli in fiamme e alberi maestri che si spezzavano contro le scogliere e sangue scuro che fioccava dalle spade e poi colava sul gelo della neve bianca, bianca.
Aveva provato a pregare.
Poi un giorno aveva smesso.
*
L’inverno non aveva tardato a tornare, nell’anno della Falsa Primavera, fin più beffardo ed impietoso di quello che era sfumato via d’un tratto giusto qualche mese prima. Con la neve era sbocciata la ribellione: così Stannis era stato costretto a un enigma senza giusta risposta. (Quattro!)
Aerys era re di diritto: la sua fedeltà gli era dovuta. Avrebbe dovuto chinare il capo, con obbedienza, come per secoli i suoi antenati avevano continuato a fare. Così era l’ordine delle cose, questa l’unica via possibile, per non apparire traditore agli occhi della legge.
Ma ci sono leggi più antiche, più profonde. Il fratello minore si inchina di fronte al maggiore. Aveva offerto a Robert la sua spada, il suo supporto senza condizioni.
Per un anno aveva difeso il loro castello sotto assedio, aveva visto i volti dei suoi uomini asciugarsi con il freddo e con la fame. Nemmeno aveva fatto in tempo a conoscere sua moglie – una ragazza già ossuta e pallida di suo, poverina – prima di doverla trascinare accanto a sé in quella miseria.
Nei giorni peggiori Stannis si sentiva d’un tratto tirare per la manica: gli occhioni blu di suo fratello lo squadravano dal basso verso l’alto, lo pregavano di avere altro da mangiare. Renly aveva cinque anni, e nessuna pazienza. Gli si spezzava il cuore, ogni volta, a dirgli no.
Infine, il mare gli aveva donato quel bizzarro contrabbandiere, scivolato oltre le fila nemiche con le sue vele nere, con la sua barca ricca di provviste. Stannis aveva riflettuto a lungo, prima di porgli le proprie condizioni: lui le aveva accettate. Una buona azione non cancella la cattiva, né la cattiva una buona. Così Davos di Fondo delle Pulci era rinato Ser Davos Seaworth, con quattro falangi di meno. Nei termini di quell’accordo un reciproco, riconoscente rispetto, le fondamenta di una fiducia duratura.
Una profonda angoscia gli era calata sul petto, quando aveva mosso il primo passo nella fortezza di Roccia del Drago. Le sue stanze sempre troppo buie, sempre troppo umide, le sue forme così aguzze e taglienti. Soprattutto lo inquietava averla trovata vuota, i due piccoli Targaryen già riusciti a fuggire chissà dove. (Sei.)
“Ti ci dovrai abituare,” gli aveva detto Robert, in tono bonario, “questo castello è tuo, adesso.” Tienitele pure, queste sale vuote, insomma.
Aveva infine aggiunto il danno alla beffa, quando in cambio di Roccia del Drago gli aveva chiesto di restituire Capo Tempesta. La casa che tanto gli stava a cuore, che aveva difeso con coraggio e perseveranza, lasciata in eredità a un ragazzino.
Ma ci sono leggi più antiche. Così aveva obbedito, senza una parola.
Aerys era re di diritto: la sua fedeltà gli era dovuta. Avrebbe dovuto chinare il capo, con obbedienza, come per secoli i suoi antenati avevano continuato a fare. Così era l’ordine delle cose, questa l’unica via possibile, per non apparire traditore agli occhi della legge.
Ma ci sono leggi più antiche, più profonde. Il fratello minore si inchina di fronte al maggiore. Aveva offerto a Robert la sua spada, il suo supporto senza condizioni.
Per un anno aveva difeso il loro castello sotto assedio, aveva visto i volti dei suoi uomini asciugarsi con il freddo e con la fame. Nemmeno aveva fatto in tempo a conoscere sua moglie – una ragazza già ossuta e pallida di suo, poverina – prima di doverla trascinare accanto a sé in quella miseria.
Nei giorni peggiori Stannis si sentiva d’un tratto tirare per la manica: gli occhioni blu di suo fratello lo squadravano dal basso verso l’alto, lo pregavano di avere altro da mangiare. Renly aveva cinque anni, e nessuna pazienza. Gli si spezzava il cuore, ogni volta, a dirgli no.
Infine, il mare gli aveva donato quel bizzarro contrabbandiere, scivolato oltre le fila nemiche con le sue vele nere, con la sua barca ricca di provviste. Stannis aveva riflettuto a lungo, prima di porgli le proprie condizioni: lui le aveva accettate. Una buona azione non cancella la cattiva, né la cattiva una buona. Così Davos di Fondo delle Pulci era rinato Ser Davos Seaworth, con quattro falangi di meno. Nei termini di quell’accordo un reciproco, riconoscente rispetto, le fondamenta di una fiducia duratura.
Una profonda angoscia gli era calata sul petto, quando aveva mosso il primo passo nella fortezza di Roccia del Drago. Le sue stanze sempre troppo buie, sempre troppo umide, le sue forme così aguzze e taglienti. Soprattutto lo inquietava averla trovata vuota, i due piccoli Targaryen già riusciti a fuggire chissà dove. (Sei.)
“Ti ci dovrai abituare,” gli aveva detto Robert, in tono bonario, “questo castello è tuo, adesso.” Tienitele pure, queste sale vuote, insomma.
Aveva infine aggiunto il danno alla beffa, quando in cambio di Roccia del Drago gli aveva chiesto di restituire Capo Tempesta. La casa che tanto gli stava a cuore, che aveva difeso con coraggio e perseveranza, lasciata in eredità a un ragazzino.
Ma ci sono leggi più antiche. Così aveva obbedito, senza una parola.
*
Selyse gli aveva scritto una volta di aver incontrato una sacerdotessa rossa di Asshai – una donna straordinaria, a detta sua – che l’aveva persuasa a percorrere il cammino del Signore della Luce.
Stannis non aveva particolare simpatia per i Sette dèi, né per gli dèi in generale. Buon per lei, se era riuscita a trovarne uno che le piacesse.
Nella lettera seguente, Selyse gli aveva scritto che Lady Melisandre aveva grandi poteri, che leggeva il futuro nelle fiamme, senza sbagliare mai, che lei l’aveva visto. Che avrebbe dovuto venire a incontrarla, quando avesse avuto tempo.
Era tanto, in effetti, che Stannis non tornava a Roccia del Drago. Erano stati mesi impegnativi per il Concilio Ristretto, con tutti i problemi che Robert sceglieva di ignorare. Aveva pensato che per due settimane la sua presenza non sarebbe mancata più di tanto. Magari avrebbe fatto in tempo a tornare per il compleanno di Shireen.
Era sbarcato che già era notte: due figure lo attendevano, sulla spiaggia illuminata dalle torce. Sua moglie gli si era avvicinata per prima, tre passi avanti a una donna alta, dai capelli rossi, che lui non conosceva.
Il suo volto era nella penombra, eppure lui lo vedeva chiaro, più reale di sé stesso, più vivido di ogni immagine. Vedeva quelle sue iridi belle come il tempo, tanto brillanti da rendere grigio tutto il resto.
Quelle iridi che adesso guardavano lui, come si guarda un vecchio amico ritrovato dopo anni, una vittoria tanto agognata e ora ottenuta. Come se avessero visto la luce per la prima volta.
“Bentornato, mio re.”
Stannis non aveva particolare simpatia per i Sette dèi, né per gli dèi in generale. Buon per lei, se era riuscita a trovarne uno che le piacesse.
Nella lettera seguente, Selyse gli aveva scritto che Lady Melisandre aveva grandi poteri, che leggeva il futuro nelle fiamme, senza sbagliare mai, che lei l’aveva visto. Che avrebbe dovuto venire a incontrarla, quando avesse avuto tempo.
Era tanto, in effetti, che Stannis non tornava a Roccia del Drago. Erano stati mesi impegnativi per il Concilio Ristretto, con tutti i problemi che Robert sceglieva di ignorare. Aveva pensato che per due settimane la sua presenza non sarebbe mancata più di tanto. Magari avrebbe fatto in tempo a tornare per il compleanno di Shireen.
Era sbarcato che già era notte: due figure lo attendevano, sulla spiaggia illuminata dalle torce. Sua moglie gli si era avvicinata per prima, tre passi avanti a una donna alta, dai capelli rossi, che lui non conosceva.
Il suo volto era nella penombra, eppure lui lo vedeva chiaro, più reale di sé stesso, più vivido di ogni immagine. Vedeva quelle sue iridi belle come il tempo, tanto brillanti da rendere grigio tutto il resto.
Quelle iridi che adesso guardavano lui, come si guarda un vecchio amico ritrovato dopo anni, una vittoria tanto agognata e ora ottenuta. Come se avessero visto la luce per la prima volta.
“Bentornato, mio re.”
*
Con le responsabilità, crescono anche le debolezze. Ecco perché ogni re ha bisogno dei suoi consiglieri.
Cosa penserebbero, i nobili dei Sette Regni, del suo bizzarro concilio? Stannis sorride, tra sé, a immaginare i loro volti confusi, le loro smorfie di cortese disappunto.
Così lui porta avanti la propria missione: il parere di Davos in un orecchio, quello di Melisandre nell’altro. Soppesa pratica e spirito, buonsenso e profezia, media posizioni opposte per giungere, ogni giorno, alla verità più giusta. Per non chiudere mai gli occhi di fronte al suo vero scopo. L’uomo cela a sé stesso il proprio dovere, a volte, e nemmeno lo sa.
È consapevole, fin troppo, dei propri punti ciechi – ogni notte li rammenta, da sveglio e anche nei sogni, li articola in elenchi e definizioni e categorie, e non piange mai ma gli si contorce lo stomaco, ogni giorno, e ogni giorno peggio. Quindi ha trovato due voci a cui appoggiarsi, con la dovuta cautela. Non come Robert, buon’anima, da sempre circondato da sanguisughe e incompetenti.
Davos non è mai stato timido, nel fargli notare le sue mancanze. Forse è per questo che lo cerca, anche in quella cella angusta, alla vigilia di una scelta terribile. Forse spera che gli illustri una giustizia differente, superiore, più gradita, chissà.
Gli era mancato, il suo Primo Cavaliere. Dopo le Acque Nere solo la Donna Rossa era rimasta al suo fianco, ogni giorno solo quei sussurri di lusinga, di destino, di dovere durissimo. Dovere che non puoi ignorare, mio re. Davos legge i suoi sguardi come mappe di porti sconosciuti che consulta in fretta e al buio, di moli proibiti e ostili che comunque sempre sguscia – e quanto poco riesce a nascondergli, quanto gli era mancato! Glielo chiede, Davos, perché sia venuto a liberarlo proprio oggi. Sulla lingua la punta di quella insinuazione tanto semplice, tanto vera, che lo sconcerta. (Tre.)
Non si può vivere di giustizie gradite. Lo dice a lui e lo dice a sé stesso, non posso ignorare il mio dovere. Quanto vale, un solo ragazzo, rispetto a un regno?
“Azor Ahai fallì due volte, prima di forgiare Portatrice di Luce”, gli dice ora Melisandre, accarezzandogli il volto. Non lo conosce, lei, non lo capisce: eppure, chissà come, sa plasmarlo attorno a sé, a ogni schiocco di labbra, a ogni promessa mormorata piano, a ogni dito che traccia il disegno della sua corazza e poi scivola, sempre più sfacciato, mai meno solenne. Così quel tocco che di solito lo infastidisce ora gli scorre addosso come acqua, neutro, e fresco, e scontato. “Lui conosceva il prezzo, eppure ha esitato. Ma il destino non si può ignorare per sempre. Ricordi come termina la storia, mio re?”
Ovviamente lo ricorda. Nissa Nissa – Azor Ahai aveva chiamato sua moglie – scopriti il petto, le aveva detto, e sappi che ti amo più di ogni cosa in questo mondo. Le aveva trafitto il cuore, con animo mesto, con il suo spirito aveva temprato la spada. Per il prodigio più grande, il più grande sacrificio.
Nessun tipo di affetto lo lega a quel ragazzo bastardo, che tanto somiglia a Robert, che tanto somiglia a Renly, giusto un po’ più giovane. Però detesta l’idea di donarlo alle fiamme, come lei vorrebbe. Un innocente, e sangue del suo sangue, con tutta la vita ancora avanti a sé. Ma ogni obiezione s’infrange quando sbatte le palpebre e in quel frammento di buio vede solo ombre con il suo volto, che trafiggono Renly tra le scapole mille volte. Non era lui, forse, sangue del suo sangue? Non era lui, forse, il vero sacrificio? Lo amava, Stannis, adesso lo sa, eppure non si era tirato indietro. Adesso non dorme la notte, ma allora non aveva scelta. Così è la legge, così il destino di un usurpatore. Così il dovere di un re.
Non lo puoi ignorare per sempre, ripete adesso lei, mio re, sfiorando la linea della sua mandibola con un bacio sfumato, umido. E lui vorrebbe non crederle, vorrebbe trovare un altro modo, vorrebbe poter ancora pensare che tutto non sia sua responsabilità, che tutto non sia sua colpa. Ma ciò che vuole oscura ciò che deve, quel dovere detestabile che qualcosa in lui si ostina a soffocare, oggi e ogni giorno – ecco perché non può mai dimenticare. Lei ha ragione, l’ha sempre avuta, lui lo sa, lui l’ha visto. La corona è pesante, è spietato il canto della profezia, ma la scelta è sua. Lasciare che il reame sanguini per una guerra insensata, fingendo di non poterne nulla, oppure adempiere al proprio dovere, per quanto detestabile. Il sangue di un ragazzo, in cambio di tre usurpatori. La morte di un innocente, per risparmiarne migliaia.
Non è una vera scelta.
Mentre scende le scale ricorda le parole di Davos, per un solo istante si domanda se non stia davvero sperando in un ostacolo, un imprevisto. Se non desideri di poter scegliere la strada giusta, ma senza soffrirne le conseguenze.
Il pensiero lo disgusta. Quale re potrà mai diventare, se nemmeno tollera il volto delle proprie decisioni? Se in segreto prega per un intervento esterno? Un re peggiore di Robert, di Aerys, dei tre usurpatori. Volubile, passivo, indeciso. È questo, forse, il suo dovere verso il reame?
Stannis ama quell’uomo come un fratello, e perciò spera che non stia tramando proprio nulla. Sa che sarà costretto a punirlo, se si permetterà di decidere al posto suo. Così è la legge, così il destino di un traditore. Così il dovere di un re.
Che non osi provare a contrastarlo. Che non osi. (Tre!)
Cosa penserebbero, i nobili dei Sette Regni, del suo bizzarro concilio? Stannis sorride, tra sé, a immaginare i loro volti confusi, le loro smorfie di cortese disappunto.
Così lui porta avanti la propria missione: il parere di Davos in un orecchio, quello di Melisandre nell’altro. Soppesa pratica e spirito, buonsenso e profezia, media posizioni opposte per giungere, ogni giorno, alla verità più giusta. Per non chiudere mai gli occhi di fronte al suo vero scopo. L’uomo cela a sé stesso il proprio dovere, a volte, e nemmeno lo sa.
È consapevole, fin troppo, dei propri punti ciechi – ogni notte li rammenta, da sveglio e anche nei sogni, li articola in elenchi e definizioni e categorie, e non piange mai ma gli si contorce lo stomaco, ogni giorno, e ogni giorno peggio. Quindi ha trovato due voci a cui appoggiarsi, con la dovuta cautela. Non come Robert, buon’anima, da sempre circondato da sanguisughe e incompetenti.
Davos non è mai stato timido, nel fargli notare le sue mancanze. Forse è per questo che lo cerca, anche in quella cella angusta, alla vigilia di una scelta terribile. Forse spera che gli illustri una giustizia differente, superiore, più gradita, chissà.
Gli era mancato, il suo Primo Cavaliere. Dopo le Acque Nere solo la Donna Rossa era rimasta al suo fianco, ogni giorno solo quei sussurri di lusinga, di destino, di dovere durissimo. Dovere che non puoi ignorare, mio re. Davos legge i suoi sguardi come mappe di porti sconosciuti che consulta in fretta e al buio, di moli proibiti e ostili che comunque sempre sguscia – e quanto poco riesce a nascondergli, quanto gli era mancato! Glielo chiede, Davos, perché sia venuto a liberarlo proprio oggi. Sulla lingua la punta di quella insinuazione tanto semplice, tanto vera, che lo sconcerta. (Tre.)
Non si può vivere di giustizie gradite. Lo dice a lui e lo dice a sé stesso, non posso ignorare il mio dovere. Quanto vale, un solo ragazzo, rispetto a un regno?
“Azor Ahai fallì due volte, prima di forgiare Portatrice di Luce”, gli dice ora Melisandre, accarezzandogli il volto. Non lo conosce, lei, non lo capisce: eppure, chissà come, sa plasmarlo attorno a sé, a ogni schiocco di labbra, a ogni promessa mormorata piano, a ogni dito che traccia il disegno della sua corazza e poi scivola, sempre più sfacciato, mai meno solenne. Così quel tocco che di solito lo infastidisce ora gli scorre addosso come acqua, neutro, e fresco, e scontato. “Lui conosceva il prezzo, eppure ha esitato. Ma il destino non si può ignorare per sempre. Ricordi come termina la storia, mio re?”
Ovviamente lo ricorda. Nissa Nissa – Azor Ahai aveva chiamato sua moglie – scopriti il petto, le aveva detto, e sappi che ti amo più di ogni cosa in questo mondo. Le aveva trafitto il cuore, con animo mesto, con il suo spirito aveva temprato la spada. Per il prodigio più grande, il più grande sacrificio.
Nessun tipo di affetto lo lega a quel ragazzo bastardo, che tanto somiglia a Robert, che tanto somiglia a Renly, giusto un po’ più giovane. Però detesta l’idea di donarlo alle fiamme, come lei vorrebbe. Un innocente, e sangue del suo sangue, con tutta la vita ancora avanti a sé. Ma ogni obiezione s’infrange quando sbatte le palpebre e in quel frammento di buio vede solo ombre con il suo volto, che trafiggono Renly tra le scapole mille volte. Non era lui, forse, sangue del suo sangue? Non era lui, forse, il vero sacrificio? Lo amava, Stannis, adesso lo sa, eppure non si era tirato indietro. Adesso non dorme la notte, ma allora non aveva scelta. Così è la legge, così il destino di un usurpatore. Così il dovere di un re.
Non lo puoi ignorare per sempre, ripete adesso lei, mio re, sfiorando la linea della sua mandibola con un bacio sfumato, umido. E lui vorrebbe non crederle, vorrebbe trovare un altro modo, vorrebbe poter ancora pensare che tutto non sia sua responsabilità, che tutto non sia sua colpa. Ma ciò che vuole oscura ciò che deve, quel dovere detestabile che qualcosa in lui si ostina a soffocare, oggi e ogni giorno – ecco perché non può mai dimenticare. Lei ha ragione, l’ha sempre avuta, lui lo sa, lui l’ha visto. La corona è pesante, è spietato il canto della profezia, ma la scelta è sua. Lasciare che il reame sanguini per una guerra insensata, fingendo di non poterne nulla, oppure adempiere al proprio dovere, per quanto detestabile. Il sangue di un ragazzo, in cambio di tre usurpatori. La morte di un innocente, per risparmiarne migliaia.
Non è una vera scelta.
Mentre scende le scale ricorda le parole di Davos, per un solo istante si domanda se non stia davvero sperando in un ostacolo, un imprevisto. Se non desideri di poter scegliere la strada giusta, ma senza soffrirne le conseguenze.
Il pensiero lo disgusta. Quale re potrà mai diventare, se nemmeno tollera il volto delle proprie decisioni? Se in segreto prega per un intervento esterno? Un re peggiore di Robert, di Aerys, dei tre usurpatori. Volubile, passivo, indeciso. È questo, forse, il suo dovere verso il reame?
Stannis ama quell’uomo come un fratello, e perciò spera che non stia tramando proprio nulla. Sa che sarà costretto a punirlo, se si permetterà di decidere al posto suo. Così è la legge, così il destino di un traditore. Così il dovere di un re.
Che non osi provare a contrastarlo. Che non osi. (Tre!)
*
(Uno, due, tre.)
Ogni notte ripete nel pensiero i suoi elenchi e le sue definizioni, come una preghiera. Passa in rassegna i numeri nella sua memoria, e uno per uno li sviscera, si rimprovera, li concilia con sé stesso. Che siano errori, o distrazioni, o doveri in conflitto. Si stringe sotto la coperta spessa, eppure impregnata del gelo del Castello Nero, del gelo del suo giudizio, e a denti stretti confessa.
Da quando è re la giustizia è un onere più duro, si schiude appena in troppi grigi compromessi. Le sue liste sono sempre lunghe, di questi tempi: a volte tiene lo sguardo fisso sul soffitto, tra riflessioni inconcludenti, finché la luce fredda dell’ora dell’usignolo non inizia a farsi strada tra i battenti serrati. A volte, se c’è tempo, ricomincia dall’inizio. Quindi si volta sul lato e chiude gli occhi, il cuore agitato nel suo petto, la nausea che gli abbraccia le ossa.
Poi però dorme, seppur per poche ore, sonni neri e tranquilli e senza eventi. Ma più la notte prima ha temporeggiato, più si sveglia la mattina stanco, e triste.
Nel letto di Melisandre i suoi elenchi non parlano.
Non succede ogni notte: solo quando ha bisogno di silenzio. Lei lo sa, lo sa sempre, chissà come. Lo trascina per il polso, dietro di sé; lui non oppone resistenza. Si richiude la porta alle spalle, gira la chiave due volte, poi la gira ancora, per essere certo di non potersi nascondere meglio di così.
Mentre si spoglia aggiunge un altro numero a quella lista che non rileggerà mai: di solito alto, a quell’ora, un diciotto, un venti. Ancora si imbarazza, ancora fatica a rigettare quel senso di sbagliato, sbagliato! Selyse glielo permette – in teoria – ma ciò non cancella il suo disagio. Non ha mai preso i giuramenti alla leggera. La penetra senza grazia, senza romanticismo, troppo distratto, troppo occupato a formulare giustificazioni. Perché ieri notte ha dormito tre ore, tre, e stasera è arrivato a ventidue, e un re esausto non può pensare né comandare né servire. Perché sulla Barriera fa freddo, e sono fredde pure le coperte, maledizione, fredde e ruvide, un freddo che morde da dentro. Perché le sue cosce sono morbide, e le sue braccia sono calde.
E poi c’è il mal di testa. È perché tende a tenere contratta la mascella, se sotto pressione – almeno così gli diceva il maestro Cressen, pace all’anima sua. Mai abbastanza per il latte di papavero, per carità, ma sempre presente. Una stretta maligna e opprimente che si allevia solo quanto tutto finisce, quando svuotato e ansimante si stacca dal corpo di lei per abbandonarsi a cinque minuti di quiete.
Ma solo cinque, non di più. Già bastano per lasciare spazio ai dubbi di sempre.
Ricorda la prima volta, a Roccia del Drago, quando lei gli aveva promesso un figlio. Ricorda di aver ceduto consapevole di cosa implicasse, consapevole dell’obiettivo, e comunque ricorda la vergogna, il senso di colpa, nonostante l’utilità. Adesso viene sul suo ventre senza nemmeno guardarla, senza frutto e senza scopo. E dopo prova solo calma.
Ricorda di aver sempre disprezzato certi diletti, di aver sempre guardato Robert e le sue puttane con pietà, quasi. Di aver sempre vissuto male il desiderio: solo un altro numero sulla sua lista, un’altra causa di lacrime prima e di nausea dopo. Cos’è cambiato? Ci pensa davvero, in quel breve silenzio. Non c’è spazio, per la Donna Rossa, tra le sue categorie. Non la ama. Non è lussuria. I suoi sussurri gli parlano più forte delle proprie colpe. Solo questo sa, il resto non può definirlo. Il fastidio gli corre lungo la schiena come un brivido, gli monta fino in gola.
Pensa che forse non è giusto, dipendere da quelle lusinghe. Che dovrebbe sempre cercare qualcuno che lo contraddica, che lo corregga, quando non può farlo da solo. Solo così può migliorarsi ogni volta, evitare di rifugiarsi in comode bugie.
Ma poi lei inizia a parlargli, d’un tratto. Piano, piano, gli accarezza i capelli.
Azor Ahai, il principe che fu promesso. Oscurità, eletto, salvezza, sacrificio. Andrà tutto bene, mio re, non ti preoccupare, mio re, ritornerà tutto, mio re. Pensa che è tutto vero, che deve esserlo, perché il suo destino gli grava sul capo e gli gonfia il petto di sconforto. Perché la via più ardua è spesso, sempre, anche quella più giusta.
Pensa di potersi permettere qualche rassicurazione, con il peso del mondo sulle spalle.
E non succede ogni notte, solo a volte, perché non dimentichi mai. Sia che al suo fianco ci sia Melisandre che sussurra, sia Selyse, girata di schiena, sia proprio nessuno.
D’un tratto nei suoi sogni vede il volto di Renly, uno specchio, una donna che grida.
E poi le sue mani d’ombra, madide di sangue.
Ogni notte ripete nel pensiero i suoi elenchi e le sue definizioni, come una preghiera. Passa in rassegna i numeri nella sua memoria, e uno per uno li sviscera, si rimprovera, li concilia con sé stesso. Che siano errori, o distrazioni, o doveri in conflitto. Si stringe sotto la coperta spessa, eppure impregnata del gelo del Castello Nero, del gelo del suo giudizio, e a denti stretti confessa.
Da quando è re la giustizia è un onere più duro, si schiude appena in troppi grigi compromessi. Le sue liste sono sempre lunghe, di questi tempi: a volte tiene lo sguardo fisso sul soffitto, tra riflessioni inconcludenti, finché la luce fredda dell’ora dell’usignolo non inizia a farsi strada tra i battenti serrati. A volte, se c’è tempo, ricomincia dall’inizio. Quindi si volta sul lato e chiude gli occhi, il cuore agitato nel suo petto, la nausea che gli abbraccia le ossa.
Poi però dorme, seppur per poche ore, sonni neri e tranquilli e senza eventi. Ma più la notte prima ha temporeggiato, più si sveglia la mattina stanco, e triste.
Nel letto di Melisandre i suoi elenchi non parlano.
Non succede ogni notte: solo quando ha bisogno di silenzio. Lei lo sa, lo sa sempre, chissà come. Lo trascina per il polso, dietro di sé; lui non oppone resistenza. Si richiude la porta alle spalle, gira la chiave due volte, poi la gira ancora, per essere certo di non potersi nascondere meglio di così.
Mentre si spoglia aggiunge un altro numero a quella lista che non rileggerà mai: di solito alto, a quell’ora, un diciotto, un venti. Ancora si imbarazza, ancora fatica a rigettare quel senso di sbagliato, sbagliato! Selyse glielo permette – in teoria – ma ciò non cancella il suo disagio. Non ha mai preso i giuramenti alla leggera. La penetra senza grazia, senza romanticismo, troppo distratto, troppo occupato a formulare giustificazioni. Perché ieri notte ha dormito tre ore, tre, e stasera è arrivato a ventidue, e un re esausto non può pensare né comandare né servire. Perché sulla Barriera fa freddo, e sono fredde pure le coperte, maledizione, fredde e ruvide, un freddo che morde da dentro. Perché le sue cosce sono morbide, e le sue braccia sono calde.
E poi c’è il mal di testa. È perché tende a tenere contratta la mascella, se sotto pressione – almeno così gli diceva il maestro Cressen, pace all’anima sua. Mai abbastanza per il latte di papavero, per carità, ma sempre presente. Una stretta maligna e opprimente che si allevia solo quanto tutto finisce, quando svuotato e ansimante si stacca dal corpo di lei per abbandonarsi a cinque minuti di quiete.
Ma solo cinque, non di più. Già bastano per lasciare spazio ai dubbi di sempre.
Ricorda la prima volta, a Roccia del Drago, quando lei gli aveva promesso un figlio. Ricorda di aver ceduto consapevole di cosa implicasse, consapevole dell’obiettivo, e comunque ricorda la vergogna, il senso di colpa, nonostante l’utilità. Adesso viene sul suo ventre senza nemmeno guardarla, senza frutto e senza scopo. E dopo prova solo calma.
Ricorda di aver sempre disprezzato certi diletti, di aver sempre guardato Robert e le sue puttane con pietà, quasi. Di aver sempre vissuto male il desiderio: solo un altro numero sulla sua lista, un’altra causa di lacrime prima e di nausea dopo. Cos’è cambiato? Ci pensa davvero, in quel breve silenzio. Non c’è spazio, per la Donna Rossa, tra le sue categorie. Non la ama. Non è lussuria. I suoi sussurri gli parlano più forte delle proprie colpe. Solo questo sa, il resto non può definirlo. Il fastidio gli corre lungo la schiena come un brivido, gli monta fino in gola.
Pensa che forse non è giusto, dipendere da quelle lusinghe. Che dovrebbe sempre cercare qualcuno che lo contraddica, che lo corregga, quando non può farlo da solo. Solo così può migliorarsi ogni volta, evitare di rifugiarsi in comode bugie.
Ma poi lei inizia a parlargli, d’un tratto. Piano, piano, gli accarezza i capelli.
Azor Ahai, il principe che fu promesso. Oscurità, eletto, salvezza, sacrificio. Andrà tutto bene, mio re, non ti preoccupare, mio re, ritornerà tutto, mio re. Pensa che è tutto vero, che deve esserlo, perché il suo destino gli grava sul capo e gli gonfia il petto di sconforto. Perché la via più ardua è spesso, sempre, anche quella più giusta.
Pensa di potersi permettere qualche rassicurazione, con il peso del mondo sulle spalle.
E non succede ogni notte, solo a volte, perché non dimentichi mai. Sia che al suo fianco ci sia Melisandre che sussurra, sia Selyse, girata di schiena, sia proprio nessuno.
D’un tratto nei suoi sogni vede il volto di Renly, uno specchio, una donna che grida.
E poi le sue mani d’ombra, madide di sangue.
*
(Dodici.)
Ti vergogni di me, padre?
Non sono molte, le persone che lui ha amato. Ancora meno quelle che l’hanno saputo.
Da ragazzo amava le sale rotonde di Capo Tempesta, prima che fossero macchiate di ricordi di fame e torti e tradimenti. E amava i suoi genitori. Per un mese intero, dopo l’incidente, aveva speso ogni giornata affacciato sulla terrazza del castello, a rivivere nella mente quello schianto orribile. Finché non gli era uscita una lacrima, finalmente, forzata e striminzita, forse più per la nausea che per la malinconia. Almeno questo meritavano, pensava. Una morsa stretta attorno ai visceri ma ancora incapace a piangere, gelido, insensibile, come vivi con te stesso? (Due.)
Amava i suoi fratelli, l’uno e l’altro, per quanto tardi abbia potuto capirlo. Robert, che era meglio di lui in tutto. Renly, che gli fa visita nei sogni. Il fantasma dei suoi giorni e quello delle sue notti; adesso vorrebbe essersi comportato meglio.
Ama anche Davos, nonostante tutto, anche se non gliel’ha mai detto. Per quanto gli abbia disobbedito, altrettante volte l’ha salvato il suo soccorso; comunque è la sua spalla più fidata. L’unico vero amico a essergli rimasto. Gli sarebbe dispiaciuto doverlo giustiziare, grazie al Signore.
Stannis li tiene tutti in mente nello stesso posto, immobili, adesso, immutati, in quella categoria stretta stretta, più cara del dovere, più dolce dell’ideale, e comunque timida, mai espressa. Come sagome a forma di familiarità, un poco semplificate, forse, in fondo tutte simili.
Perché non ha detto a Shireen che lei confonde le sue definizioni da una vita? Che è l’unica irregolarità nel suo sistema a non disturbarlo?
Che è stata familiarità dal primo istante, e sollievo, quando era nata e piangeva, e il maestro Cressen gliel’aveva messa in braccio come una bambola, lo sguardo umido di commozione. Che nei suoi occhi blu aveva visto sé stesso, e ogni antenato, e ogni discendente, che brillavano della fiamma dell’ideale, della scintilla del dovere. Che si era visto conosciuto, nel loro riflesso, si era visto perdonato. Lui, che nessuno ha mai capito, che mai si è perdonato nulla. Grazie agli dèi, aveva pensato: lui, che per i Sette ancora portava rancore.
Che è stata senso di colpa, quando in quarantena si pungeva le dita e mandava corvi, ogni giorno. Maestri che entravano, che uscivano, sempre coperti fino alla fronte, e creme, e tinture, e bagni bollenti, e lampade sugli occhi, per vedere che ancora funzionassero. La macchia sul volto che lui guardava ogni momento, è sempre uguale? Vero? Vero? Quando gli avevano detto che era guarita, e lui l’aveva stretta come mai aveva fatto, come mai avrebbe, e aveva pianto. Era così tanto, che non piangeva.
Che adesso è orgoglio e dispiacere, che è cresciuta sveglia, e gentile, e buona. Che è amabile come Renly e risoluta come Robert. Che è ostinata, e dubbiosa, e riflessiva come lui, ma al contrario suo è docile, e resiliente. Che un giorno sarà una regina migliore di quanto lui possa mai essere.
Come può spiegarle che ha insistito a portarla con sé, nel freddo Nord, perché non voleva morire sul campo con il rimpianto di non averla salutata? Che è un uomo orribile, e un fallimento di padre, di figlio, di fratello, di amico, che è sempre troppo preso da sé stesso, ma che nel momento in cui è sollevato dai suoi oneri e dai suoi turbamenti lei è la prima persona che ricorda?
Ti vergogni di me, padre?
Non rammenta cosa le abbia detto. Certamente non era abbastanza.
Ti vergogni di me, padre?
Non sono molte, le persone che lui ha amato. Ancora meno quelle che l’hanno saputo.
Da ragazzo amava le sale rotonde di Capo Tempesta, prima che fossero macchiate di ricordi di fame e torti e tradimenti. E amava i suoi genitori. Per un mese intero, dopo l’incidente, aveva speso ogni giornata affacciato sulla terrazza del castello, a rivivere nella mente quello schianto orribile. Finché non gli era uscita una lacrima, finalmente, forzata e striminzita, forse più per la nausea che per la malinconia. Almeno questo meritavano, pensava. Una morsa stretta attorno ai visceri ma ancora incapace a piangere, gelido, insensibile, come vivi con te stesso? (Due.)
Amava i suoi fratelli, l’uno e l’altro, per quanto tardi abbia potuto capirlo. Robert, che era meglio di lui in tutto. Renly, che gli fa visita nei sogni. Il fantasma dei suoi giorni e quello delle sue notti; adesso vorrebbe essersi comportato meglio.
Ama anche Davos, nonostante tutto, anche se non gliel’ha mai detto. Per quanto gli abbia disobbedito, altrettante volte l’ha salvato il suo soccorso; comunque è la sua spalla più fidata. L’unico vero amico a essergli rimasto. Gli sarebbe dispiaciuto doverlo giustiziare, grazie al Signore.
Stannis li tiene tutti in mente nello stesso posto, immobili, adesso, immutati, in quella categoria stretta stretta, più cara del dovere, più dolce dell’ideale, e comunque timida, mai espressa. Come sagome a forma di familiarità, un poco semplificate, forse, in fondo tutte simili.
Perché non ha detto a Shireen che lei confonde le sue definizioni da una vita? Che è l’unica irregolarità nel suo sistema a non disturbarlo?
Che è stata familiarità dal primo istante, e sollievo, quando era nata e piangeva, e il maestro Cressen gliel’aveva messa in braccio come una bambola, lo sguardo umido di commozione. Che nei suoi occhi blu aveva visto sé stesso, e ogni antenato, e ogni discendente, che brillavano della fiamma dell’ideale, della scintilla del dovere. Che si era visto conosciuto, nel loro riflesso, si era visto perdonato. Lui, che nessuno ha mai capito, che mai si è perdonato nulla. Grazie agli dèi, aveva pensato: lui, che per i Sette ancora portava rancore.
Che è stata senso di colpa, quando in quarantena si pungeva le dita e mandava corvi, ogni giorno. Maestri che entravano, che uscivano, sempre coperti fino alla fronte, e creme, e tinture, e bagni bollenti, e lampade sugli occhi, per vedere che ancora funzionassero. La macchia sul volto che lui guardava ogni momento, è sempre uguale? Vero? Vero? Quando gli avevano detto che era guarita, e lui l’aveva stretta come mai aveva fatto, come mai avrebbe, e aveva pianto. Era così tanto, che non piangeva.
Che adesso è orgoglio e dispiacere, che è cresciuta sveglia, e gentile, e buona. Che è amabile come Renly e risoluta come Robert. Che è ostinata, e dubbiosa, e riflessiva come lui, ma al contrario suo è docile, e resiliente. Che un giorno sarà una regina migliore di quanto lui possa mai essere.
Come può spiegarle che ha insistito a portarla con sé, nel freddo Nord, perché non voleva morire sul campo con il rimpianto di non averla salutata? Che è un uomo orribile, e un fallimento di padre, di figlio, di fratello, di amico, che è sempre troppo preso da sé stesso, ma che nel momento in cui è sollevato dai suoi oneri e dai suoi turbamenti lei è la prima persona che ricorda?
Ti vergogni di me, padre?
Non rammenta cosa le abbia detto. Certamente non era abbastanza.
*
Sangue di re, dice lei ora, non c’è altro modo.
Come puoi anche solo pensarlo?
Come?
Come?
Davvero non c’è alternativa?
Come puoi anche solo pensarlo?
Come?
Come?
Davvero non c’è alternativa?
*
Non è poi troppo male, avere qualcosa in cui credere.
Un Dio sotto la cui luce tutto prenda forma, tutto trovi un senso, ogni dubbio, ogni dolore, ogni sconfitta. Per cui anche le navi che affondano, infrante sulle scogliere o inghiottite dalle fiamme, e le bufere incessanti, e i lutti, e gli scherni, e le ingiustizie siano parte di un piano, un anello nella catena paziente dell’evoluzione.
È sempre stato scettico, lui, diffidente. Temeva le credenze come temeva gli eccessi, e le irregolarità, che rendono gli uomini ciechi, li sviano con falsa luce. Ma come può ignorare, ora, tutto quello che ha visto? È sempre stato scettico: ecco quanto vale, ora, la sua fede. Ecco quanto vale, la voce del Signore.
Ma la Sua voce è dura, gli chiede più di quanto possa dare. Finalmente ha capito.
Ieri ha mandato via Davos. Sa che anche una sola parola basterebbe a inclinare la bilancia della sua decisione, verso quello che vuole ma non deve. Conosce la sua chiamata, per quanto detestabile. Ieri notte non ha dormito. Non può avanzare né tornare, non ha alternativa. Per il prodigio più grande, il più grande sacrificio. Sangue di re, non c’è altro modo. Non c’è altro modo.
Per un istante, in quel dormiveglia confuso, ha pensato di disertare. Di disobbedire. Di attendere i rinforzi e poi tornare indietro, noncurante del suo diritto e del suo ruolo e del suo dovere.
Ma come potrebbe, ha concluso, sveglio di colpo, annaspando, quando la profezia chiama il suo nome? Lui, il principe che fu promesso, che unirà il reame contro l’oscurità. Un destino già scritto, una melodia già incoccata. Adesso può solo danzare al suo tempo. Come può rischiare di non credere, quando un solo passo falso significherebbe la vittoria delle tenebre, della morte sulla vita? Di non credere a lei, che ha sempre avuto ragione?
La morte di un’innocente, per risparmiarne migliaia.
Non è una vera scelta.
Non è una vera scelta.
Non è una vera scelta?
Perdonami.
Un Dio sotto la cui luce tutto prenda forma, tutto trovi un senso, ogni dubbio, ogni dolore, ogni sconfitta. Per cui anche le navi che affondano, infrante sulle scogliere o inghiottite dalle fiamme, e le bufere incessanti, e i lutti, e gli scherni, e le ingiustizie siano parte di un piano, un anello nella catena paziente dell’evoluzione.
È sempre stato scettico, lui, diffidente. Temeva le credenze come temeva gli eccessi, e le irregolarità, che rendono gli uomini ciechi, li sviano con falsa luce. Ma come può ignorare, ora, tutto quello che ha visto? È sempre stato scettico: ecco quanto vale, ora, la sua fede. Ecco quanto vale, la voce del Signore.
Ma la Sua voce è dura, gli chiede più di quanto possa dare. Finalmente ha capito.
Ieri ha mandato via Davos. Sa che anche una sola parola basterebbe a inclinare la bilancia della sua decisione, verso quello che vuole ma non deve. Conosce la sua chiamata, per quanto detestabile. Ieri notte non ha dormito. Non può avanzare né tornare, non ha alternativa. Per il prodigio più grande, il più grande sacrificio. Sangue di re, non c’è altro modo. Non c’è altro modo.
Per un istante, in quel dormiveglia confuso, ha pensato di disertare. Di disobbedire. Di attendere i rinforzi e poi tornare indietro, noncurante del suo diritto e del suo ruolo e del suo dovere.
Ma come potrebbe, ha concluso, sveglio di colpo, annaspando, quando la profezia chiama il suo nome? Lui, il principe che fu promesso, che unirà il reame contro l’oscurità. Un destino già scritto, una melodia già incoccata. Adesso può solo danzare al suo tempo. Come può rischiare di non credere, quando un solo passo falso significherebbe la vittoria delle tenebre, della morte sulla vita? Di non credere a lei, che ha sempre avuto ragione?
La morte di un’innocente, per risparmiarne migliaia.
Non è una vera scelta.
Non è una vera scelta.
Non è una vera scelta?
Perdonami.
*
Nissa Nissa, scopriti il petto e sappi che ti amo più di ogni cosa in questo mondo.
Questa volta è Shireen a sciogliere per prima il loro abbraccio – non lo sa, lei, che non sarebbe mai stato lungo abbastanza. Lui non può guardarla, quasi, perdonami, ripete, poco più di un sussurro.
Ma i suoi occhi blu lo cercano, inquisitori, in loro una luce di affetto, di confusione, di disagio? Ha capito che qualcosa non funziona, è troppo perspicace, legge oltre quella farsa come sotto l’acqua. Ma come potrebbe anche solo immaginare? Come potrebbe, lui, dirlo apertamente? Perdonami, tre volte, il suo secondo tradimento. (Cinque, sei.)
È quello che il Signore vuole, gli dice ora Selyse, o moriremo tutti, mentre lei strilla, cercando di divincolarsi. Si agita ma è troppo piccola, e l’uomo che le avvolge attorno la corda ha fame, e solo una speranza. Stannis la guarda da lontano, a malapena vede il suo viso, lui, che sulle retrovie non è mai stato, mai una volta, nemmeno in battaglia. Padre! Ti prego! Padre, lo chiama, ogni parola una stilettata nel petto, un colpo alla sua risolutezza.
È così, Signore, che mi metti alla prova? Avrebbe sacrificato il bastardo di Robert, perché questo il Signore gli chiedeva, perché sarebbe stato giusto. Non può pensare al bene comune solo finché non lo riguarda, finché non lo ferisce. Lui, che durante l’assedio mangiava ogni giorno per ultimo, e una porzione uguale a chiunque altro. Questo è l’uomo che è, l’uomo che deve essere. Così pensa, ma nel profondo prega, tanto piano da sentirsi appena. Se volevi una prova di fede, Signore, l’hai avuta. Se era una prova di fede, Signore, risparmiala. Ti prego. Ti prego.
Crede di avere una risposta, quando Selyse inizia a correre. Dovrebbe, non osa, non vuole impedirlo: è un altro segno. Un sospiro di sollievo e al tempo stesso un rimprovero, volubile! Passivo! Indeciso! Non è questo, il tuo dovere verso il reame! Entrambi muoiono in un istante, quando i suoi uomini la prendono per le braccia, uomini che si fermerebbero a un suo comando, uno solo. Un comando che non arriva, in quel silenzio gelido scandito dalle grida. (Sette, otto.)
Non può più guardare, quando la fiamma la raggiunge, e alla paura subentra il dolore.
Chiude gli occhi, ascolta soltanto, e in un attimo ha di nuovo davanti il maestro Cressen, i guanti fino ai gomiti, che le immerge la testa nella vasca, e mi dispiace, gli dice, è necessario. E lei che piange, sotto l’acqua bollente, che non ne comprende il fine, come nemmeno ora, il suo secondo tradimento. Quei lamenti sommessi che lo tenevano sveglio di notte, che lo terranno, sveglio, ora. (Nove, dieci.)
È dovere, si ripete, dovere dovere dovere. Ma ci sono leggi più antiche. Il fratello minore si inchina di fronte al maggiore, come il maggiore guida il minore, e il marito accompagna la moglie, e il padre protegge la figlia. Questo pensava, quando appena nata la teneva in braccio, che mai le avrebbe fatto del male. Questo pensava, guardando il bastardo di Robert, che mai sarebbe stato capace di tanta negligenza. Pensa che tutti quei suoi figli saranno ora scalzi a correre sull’angolo di qualche bordello di Fondo delle Pulci, ma che almeno sono vivi, vivi, che possono ancora ridere, senza sentire la mancanza un padre che non li ha mai conosciuti né amati né feriti. Il disgusto gli corre lungo la schiena come un brivido, gli monta fino in gola.
I numeri si accalcano, impazziti, non riesce più a seguirli. (Undici, tredici.) (E quindici, diciassette, venti, ventuno, ventitré, trenta, trentacinque, quaranta, quaranta.) In rosso indelebile, dietro ai suoi occhi, si aggrovigliano.
Che cosa ha fatto.
Che cosa ha fatto.
(Cinquanta, cinquantuno, cinquantanove.)
Melisandre gli si avvicina, quando tutto è finito. Lui non la guarda. Non guarda nessuno.
Pensa solo allo scricchiolio della neve sotto i suoi piedi, al freddo, fa freddo, anche ora, all’odore di legna bruciata, di carne bruciata, a quel grido gutturale, terribile, a occhi blu che lo conoscevano e capelli che aiutava a intrecciare e risate che non saranno più. Pensa che avrebbe voluto più tempo, che avrebbe potuto portarla nella capitale, che magari non le sarebbe piaciuta, ma cosa importava? Pensa che certo quello non era il problema. Pensa che gli occhi gli pesano. Una morsa stretta attorno ai visceri ma ancora incapace a piangere, gelido, insensibile, come vivi con te stesso? Come? Come? Come? Pensa che almeno il Signore avrà quello che voleva. Che lei non comprendeva il fine, ma lui sì. O no? Sì? Pensa che adesso tutto gli sembra così inutile, così meschino. Che potrebbe ricevere sul palmo di una mano i Sette Regni o la salvezza o il riconoscimento o qualsiasi altra cosa ma che comunque mai mai mai potrebbe essere
abbastanza.
Non si sente molto bene.
Nemmeno fa in tempo ad arrivare alla sua tenda che vomita, sulla neve, soltanto acqua.
Questa volta è Shireen a sciogliere per prima il loro abbraccio – non lo sa, lei, che non sarebbe mai stato lungo abbastanza. Lui non può guardarla, quasi, perdonami, ripete, poco più di un sussurro.
Ma i suoi occhi blu lo cercano, inquisitori, in loro una luce di affetto, di confusione, di disagio? Ha capito che qualcosa non funziona, è troppo perspicace, legge oltre quella farsa come sotto l’acqua. Ma come potrebbe anche solo immaginare? Come potrebbe, lui, dirlo apertamente? Perdonami, tre volte, il suo secondo tradimento. (Cinque, sei.)
È quello che il Signore vuole, gli dice ora Selyse, o moriremo tutti, mentre lei strilla, cercando di divincolarsi. Si agita ma è troppo piccola, e l’uomo che le avvolge attorno la corda ha fame, e solo una speranza. Stannis la guarda da lontano, a malapena vede il suo viso, lui, che sulle retrovie non è mai stato, mai una volta, nemmeno in battaglia. Padre! Ti prego! Padre, lo chiama, ogni parola una stilettata nel petto, un colpo alla sua risolutezza.
È così, Signore, che mi metti alla prova? Avrebbe sacrificato il bastardo di Robert, perché questo il Signore gli chiedeva, perché sarebbe stato giusto. Non può pensare al bene comune solo finché non lo riguarda, finché non lo ferisce. Lui, che durante l’assedio mangiava ogni giorno per ultimo, e una porzione uguale a chiunque altro. Questo è l’uomo che è, l’uomo che deve essere. Così pensa, ma nel profondo prega, tanto piano da sentirsi appena. Se volevi una prova di fede, Signore, l’hai avuta. Se era una prova di fede, Signore, risparmiala. Ti prego. Ti prego.
Crede di avere una risposta, quando Selyse inizia a correre. Dovrebbe, non osa, non vuole impedirlo: è un altro segno. Un sospiro di sollievo e al tempo stesso un rimprovero, volubile! Passivo! Indeciso! Non è questo, il tuo dovere verso il reame! Entrambi muoiono in un istante, quando i suoi uomini la prendono per le braccia, uomini che si fermerebbero a un suo comando, uno solo. Un comando che non arriva, in quel silenzio gelido scandito dalle grida. (Sette, otto.)
Non può più guardare, quando la fiamma la raggiunge, e alla paura subentra il dolore.
Chiude gli occhi, ascolta soltanto, e in un attimo ha di nuovo davanti il maestro Cressen, i guanti fino ai gomiti, che le immerge la testa nella vasca, e mi dispiace, gli dice, è necessario. E lei che piange, sotto l’acqua bollente, che non ne comprende il fine, come nemmeno ora, il suo secondo tradimento. Quei lamenti sommessi che lo tenevano sveglio di notte, che lo terranno, sveglio, ora. (Nove, dieci.)
È dovere, si ripete, dovere dovere dovere. Ma ci sono leggi più antiche. Il fratello minore si inchina di fronte al maggiore, come il maggiore guida il minore, e il marito accompagna la moglie, e il padre protegge la figlia. Questo pensava, quando appena nata la teneva in braccio, che mai le avrebbe fatto del male. Questo pensava, guardando il bastardo di Robert, che mai sarebbe stato capace di tanta negligenza. Pensa che tutti quei suoi figli saranno ora scalzi a correre sull’angolo di qualche bordello di Fondo delle Pulci, ma che almeno sono vivi, vivi, che possono ancora ridere, senza sentire la mancanza un padre che non li ha mai conosciuti né amati né feriti. Il disgusto gli corre lungo la schiena come un brivido, gli monta fino in gola.
I numeri si accalcano, impazziti, non riesce più a seguirli. (Undici, tredici.) (E quindici, diciassette, venti, ventuno, ventitré, trenta, trentacinque, quaranta, quaranta.) In rosso indelebile, dietro ai suoi occhi, si aggrovigliano.
Che cosa ha fatto.
Che cosa ha fatto.
(Cinquanta, cinquantuno, cinquantanove.)
Melisandre gli si avvicina, quando tutto è finito. Lui non la guarda. Non guarda nessuno.
Pensa solo allo scricchiolio della neve sotto i suoi piedi, al freddo, fa freddo, anche ora, all’odore di legna bruciata, di carne bruciata, a quel grido gutturale, terribile, a occhi blu che lo conoscevano e capelli che aiutava a intrecciare e risate che non saranno più. Pensa che avrebbe voluto più tempo, che avrebbe potuto portarla nella capitale, che magari non le sarebbe piaciuta, ma cosa importava? Pensa che certo quello non era il problema. Pensa che gli occhi gli pesano. Una morsa stretta attorno ai visceri ma ancora incapace a piangere, gelido, insensibile, come vivi con te stesso? Come? Come? Come? Pensa che almeno il Signore avrà quello che voleva. Che lei non comprendeva il fine, ma lui sì. O no? Sì? Pensa che adesso tutto gli sembra così inutile, così meschino. Che potrebbe ricevere sul palmo di una mano i Sette Regni o la salvezza o il riconoscimento o qualsiasi altra cosa ma che comunque mai mai mai potrebbe essere
abbastanza.
Non si sente molto bene.
Nemmeno fa in tempo ad arrivare alla sua tenda che vomita, sulla neve, soltanto acqua.
*
Quanto vale, un solo ragazzo, rispetto a un regno?
Ogni cosa. Così Davos gli aveva risposto.
Ogni cosa.
Ogni cosa. Così Davos gli aveva risposto.
Ogni cosa.
*
“Hai delle ultime parole?”
La sua ferita perde sangue, e l’eloquenza lo abbandona. Anche se, di ultime parole, ne avrebbe troppe.
Una parte di lui vorrebbe chiedere pietà. Perché ha paura, non ha più un aldilà e non sa più in cosa credere. Ma una parte più grande pensa invece che sia corretto, che sia poetico.
Vorrebbe parlarle di Selyse, che non ha mai capito, che non ha saputo aiutare. A cui sarebbe servito un marito molto, molto migliore.
Vorrebbe parlarle di Shireen, spiegarle i ragionamenti che hanno impiegato ogni momento di veglia degli ultimi suoi giorni. Spiegarle che meriterebbe di non dormire ancora per mille notti, almeno.
Magari un messaggio per Davos, se mai questa donna dovesse incontrarlo. Ti voglio bene, vecchio mio, gli vorrebbe dire. Ora vai a servire qualcuno che lo merita di più.
E invece adesso riesce a pensare solo a Renly. Praticamente lo ha davanti.
Oggi ha compiuto sei anni: sono dieci mesi, che il castello è sotto assedio. Ecco che gli tira la manica, per favore, gli chiede, posso averne ancora? No, risponde lui. Non sarebbe giusto. Non possono sprecare subito i rifornimenti, e quello che lui prende in più oggi sarà tolto domani a qualcun altro. Ti prego, ti prego, chiede ancora, è il mio compleanno.
Avrebbe fatto così male, una piccola ingiustizia?
Un altro numero sulla sua lista?
“Fai il tuo dovere.”
NdA:
Ehilà! Eccomi risorta su questo sito ancora una volta, al termine di questa eroica sessione. Ormai è un pattern, temo, sparire per qualche mese per poi spuntare nuovamente attorno a settembre. C’est la vie :’)
Stannis è un personaggio che per molto tempo mi ha confuso, a dire il vero. Mi ha incuriosito solo, più o meno, sul quarto rewatch (ancora in corso, lol), quindi per un periodo ho avuto l’idea di scrivere un character study del genere, ma senza sapere bene che cosa dire. Scavando un po’, devo dire, ho trovato invece un personaggio davvero ricco, con un conflitto peraltro concentrato su una serie di temi che mi stanno molto a cuore. Inutile dire che nei libri è meglio (sì, finora ho letto solo un quarto del primo libro e tipo tutti i capitoli di Davos per il fine specifico di questa fic. Sì, mi è bastato a farmi un’idea xD), ma purtroppo essendo i libri una sorta di soft canon per la serie ho fatto ciò che ho potuto. Ovviamente il disegno in testa mi rimane, quindi potrei avere aggiunto quella vulnerabilità, senso di colpa cronico e dubbi esistenziali che non sono più di tanto evidenziati nella sua controparte televisiva. Sorry not sorry.
Ee niente. Questo è quanto. Mi sono già dilungata troppo :)
Grazie per essere arrivat* fin qui! Buona giornata/serata/notte/qualsiasi orario del giorno sia adesso per te :D
Ci vediamo!
Candy<3
La sua ferita perde sangue, e l’eloquenza lo abbandona. Anche se, di ultime parole, ne avrebbe troppe.
Una parte di lui vorrebbe chiedere pietà. Perché ha paura, non ha più un aldilà e non sa più in cosa credere. Ma una parte più grande pensa invece che sia corretto, che sia poetico.
Vorrebbe parlarle di Selyse, che non ha mai capito, che non ha saputo aiutare. A cui sarebbe servito un marito molto, molto migliore.
Vorrebbe parlarle di Shireen, spiegarle i ragionamenti che hanno impiegato ogni momento di veglia degli ultimi suoi giorni. Spiegarle che meriterebbe di non dormire ancora per mille notti, almeno.
Magari un messaggio per Davos, se mai questa donna dovesse incontrarlo. Ti voglio bene, vecchio mio, gli vorrebbe dire. Ora vai a servire qualcuno che lo merita di più.
E invece adesso riesce a pensare solo a Renly. Praticamente lo ha davanti.
Oggi ha compiuto sei anni: sono dieci mesi, che il castello è sotto assedio. Ecco che gli tira la manica, per favore, gli chiede, posso averne ancora? No, risponde lui. Non sarebbe giusto. Non possono sprecare subito i rifornimenti, e quello che lui prende in più oggi sarà tolto domani a qualcun altro. Ti prego, ti prego, chiede ancora, è il mio compleanno.
Avrebbe fatto così male, una piccola ingiustizia?
Un altro numero sulla sua lista?
“Fai il tuo dovere.”
NdA:
Ehilà! Eccomi risorta su questo sito ancora una volta, al termine di questa eroica sessione. Ormai è un pattern, temo, sparire per qualche mese per poi spuntare nuovamente attorno a settembre. C’est la vie :’)
Stannis è un personaggio che per molto tempo mi ha confuso, a dire il vero. Mi ha incuriosito solo, più o meno, sul quarto rewatch (ancora in corso, lol), quindi per un periodo ho avuto l’idea di scrivere un character study del genere, ma senza sapere bene che cosa dire. Scavando un po’, devo dire, ho trovato invece un personaggio davvero ricco, con un conflitto peraltro concentrato su una serie di temi che mi stanno molto a cuore. Inutile dire che nei libri è meglio (sì, finora ho letto solo un quarto del primo libro e tipo tutti i capitoli di Davos per il fine specifico di questa fic. Sì, mi è bastato a farmi un’idea xD), ma purtroppo essendo i libri una sorta di soft canon per la serie ho fatto ciò che ho potuto. Ovviamente il disegno in testa mi rimane, quindi potrei avere aggiunto quella vulnerabilità, senso di colpa cronico e dubbi esistenziali che non sono più di tanto evidenziati nella sua controparte televisiva. Sorry not sorry.
Ee niente. Questo è quanto. Mi sono già dilungata troppo :)
Grazie per essere arrivat* fin qui! Buona giornata/serata/notte/qualsiasi orario del giorno sia adesso per te :D
Ci vediamo!
Candy<3


