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Autore: AndyWin24    23/09/2024    4 recensioni
Un incontro inatteso tra due fanciulli dà il via a una serie di eventi che porterà entrambi a fare i conti con la sfida più grande della loro vita. E, mentre Merlino e Artù compiono il loro destino, lo stesso accade anche per i giovani Doryan e Lucan, intrecciando la loro storia con quella del re di Camelot e del suo fedele servitore.
Genere: Avventura, Fantasy | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna | Personaggi: Galvano, Gwen, Merlino, Nuovo personaggio, Principe Artù
Note: Missing Moments | Avvertimenti: nessuno | Contesto: Più stagioni
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Seconda parte
Il passato e il futuro
 
 
   Swiuuf! Swiuuf! Swiuuf!
   Quella notte soffiava un vento leggero sulla piccola cittadella di Munster. Le foglie degli alberi si inclinavano con dolcezza, quasi al pari di una carezza. Il cielo blu scuro era sommerso di stelle che, come puntini luminosi, irradiavano il paesaggio boschivo di una lieve luce soffusa. Il territorio su cui si stanziava la valle era situato al confine nord-est del regno di Camelot, lo stesso che divideva il dominio di Uther da quello di Cenred.
   Tra foreste immense e panorami verdeggianti, proprio al centro di Munster, era edificato un antico castello, modesto sia nelle dimensioni che nella maestosità. In una stanza al suo interno, un bambino osservava fuori dalla finestra l’orizzonte che si estendeva inesorabile oltre le mura della fortezza. Il suo sguardo dietro agli occhi scuri era malinconico e impassibile.
   «Ehi, Lucan?!»
   Il bambino si voltò di scatto, notando Doryan sulla soglia della sua camera.
   «Ciao…»
   «Come mai non hai mangiato niente a cena?»
   «Non… avevo fame…» rispose Lucan a mezza bocca.
   «Ma la cuoca ha preparato i biscotti alle mele! Sono buonissimi! Non puoi non assaggiarli!»
   «Ti ringrazio, ma forse li mangerò più tardi.»
   Doryan annuì poco convinto. Poi, per distogliere l’attenzione di Lucan dai suoi pensieri, tirò fuori dalla tasca una piccola pallina di ottone e iniziò a giocherellarci.
   «Sono contento che sei venuto a stare qui con noi, sai?» disse, dando un calcetto alla palla, che colpì debolmente il muro adiacente e tornò indietro rotolando.
   «Anch’io.» replicò Lucan, stavolta più sicuro.
   «Allora, perché sembri così triste?»
   «Io… non lo so…»
   Doryan fissò il viso dell’amico per qualche secondo. Dopodiché, preso da un’idea improvvisa, gli lanciò un sorriso.
   «Dai! Giochiamo un po’ insieme!»
   Lucan aggrottò le sopracciglia.
   «E come?»
   «Colpiamo a turno questa palla e la facciamo rotolare per terra verso l’altro.»
   «Dobbiamo colpirla?» ripeté Lucan. «E con cosa?»
   «Con i piedi! Dai, su! Vedrai che sarà divertente!»
   Il bambino dai capelli ricci annuì, un po’ disorientato. Tuttavia, fece come gli era stato detto. Così, quando Doryan colpì la pallina, lui si fece trovare pronto per rimandargliela indietro.
   «Bello, no?»
   «Sì, hai ragione.» convenne Lucan, realmente divertito.
   I due bambini continuarono a giocare per qualche minuto, finché dalla porta della stanza non comparve una donna vestita con un elegante abito da notte turchese.
   «Lucan? Doryan?» li chiamò con compostezza. «Su, forza. È ora di andare a dormire.»
   Entrambi si immobilizzarono e abbassarono la testa con cruccio.
   «Ma madre?!» ribatté Doryan, in tono di supplica. «Non possiamo giocare ancora un altro po’?!»
   «Assolutamente no.» sentenziò la donna, categorica. «Ho mandato a chiamare il sarto per domattina e dovremo svegliarci di buon’ora per accoglierlo come si conviene. Dobbiamo commissionare al più presto degli abiti per Lucan. Non possiamo fargli indossare per sempre i tuoi.»
   «Ma…»
   «Niente “ma”!» aggiunse la duchessa Flora con decisione. Poi, increspò le labbra in un piccolo sorrisetto. «Inoltre, inizio ad essere stanca. Se vuoi che ti racconti una storia prima di dormire, devi affrettarti…»
   Doryan sussultò sul posto. Le sue sopracciglia si alzarono fino a sparire sotto la sua folta chioma chiara. Senza esitazione, salutò Lucan con un gesto rapido della mano, farfugliando un “buonanotte” incomprensibile; dopodiché, si avviò fuori dalla stanza di corsa.
   Flora lo osservò, continuando a sogghignare. Prima di seguirlo, però, si avvicinò con cautela a Lucan e si sedette sul bordo del suo letto.
   «Caro Lucan, ti andrebbe se leggessi anche a te un racconto prima di addormentarti?»
   «Io… ehm…» tentennò il bambino, insicuro, spostando il suo sguardo dalla donna al pavimento.
   «Non vergognarti. Mi farebbe piacere.»
   «No, vi ringrazio molto per la vostra gentilezza, ma sono… molto stanco e… preferirei mettermi a dormire subito, se non vi dispiace.»
   La duchessa fece una piccola smorfia, ma annuì senza darlo a vedere.
   «Ma certo. Buon riposo, allora.»
   «Buon riposo anche a voi.»
 
 
***
 
 
   «…e così Sir Robert sconfisse con prontezza e coraggio il terribile Grifone che minacciava il suo regno. La pace tornò ancora una volta nelle sue terre e il cavaliere poté finalmente rimettersi in viaggio verso nuove avventure.»
   Con quelle ultime parole, Flora richiuse il libro che aveva in mano e rimboccò le coperte a Doryan.
   «Wow! Che storia avvincente!» esclamò il bambino con euforia. «Sir Robert è il migliore di tutti, secondo solo al principe Artù!»
   La duchessa gli sorrise accondiscendente e guardò suo figlio con occhi carichi di preoccupazione, che a Doryan non passarono inosservati.
   «Cosa avete, madre? Vi sentite male?»
   «No. Ho solo dei brutti pensieri, ma niente di cui tu debba preoccuparti.»
   Il bambino la scrutò un po’ meglio, soffermando il suo sguardo sul volto in pena della donna.
   «Forse ho capito cosa vi crea malumore. Siete in ansia per Lucan, non è vero?»
   «In effetti, sì.» ammise lei, mordendosi un labbro. «Anche se, a dire il vero, in questo preciso momento stavo pensando a una cosa che riguarda te.»
   «Ah, sì? E cosa?»
   «Sono anni che esprimi la volontà di diventare cavaliere, un giorno. Ne sei ancora convinto?»
   «Certamente!» rispose Doryan con vivacità, mentre con una mano imitava il gesto di menare un fendente. «Sarò un cavaliere di Camelot e proteggerò il regno dalle forze nemiche!»
   Flora annuì con timore e posò il libro sullo scaffale di fianco al letto. Poi, si avvicinò nuovamente a Doryan e gli afferrò una mano con delicatezza.
   «Compendo bene che diventare cavaliere è un sogno bello e appassionante, ma devi sapere che è anche estremamente pericoloso. Non voglio in alcun modo scoraggiarti, ma assicurarmi che tu capisca che essere un cavaliere significa anche dover mettere a rischio la propria incolumità per un bene superiore. Se vuoi intraprendere questa strada, devi avere bene in mente a cosa vai incontro.»
   Doryan la fissò con stupore. Doveva ammettere che non aveva mai riflettuto così a fondo sulla vicenda. Tuttavia, la sua determinazione sembrò non smorzarsi con tale rivelazione.
   «Non importa! Mi allenerò ogni giorno per diventare talmente forte da non correre alcun pericolo! Potete starne certa, madre!»
   «Non è esatto, piccolo mio.» lo corresse la donna, scuotendo il capo con vigore. «Per diventare un guerriero occorre andare oltre il puro e semplice allenamento. Bisogna accrescere il proprio sapere e coltivare la propria mente se si vuole avere una speranza di vittoria.»
   Il bambino le lanciò d’un tratto un’occhiata visibilmente confusa.
   «Non credo di aver capito cosa avete detto, madre.» disse, corrugando la fronte.
   Flora sospirò incerta, pensando a un modo pratico per spiegare al figlio il suo pensiero. A un certo punto, riprese in mano il libro che aveva riposto un attimo prima.
   «Ripercorriamo per un momento la storia che ti ho appena letto. Cosa ha fatto il cavaliere del racconto, Sir Robert, quando ha ricevuto conferma della minaccia del Grifone?»
   Doryan alzò di scatto la schiena per mettersi a sedere. Adorava ripetere le prodezze compiute dai suoi eroi.
   «Ha afferrato con sicurezza la sua spada e, senza indugio, si è incamminato fiero verso il pericolo!»
   La duchessa annuì, soddisfatta della risposta.
   «E… pensi che abbia agito a ragion veduta?»
   «Assolutamente sì!» confermò Doryan. «Non ha avuto paura e ha affrontato la creatura con il coraggio che solo un vero cavaliere possiede! Infatti, ne è uscito vittorioso.»
   «Questo perché si trattava di un mero racconto fiabesco.» puntualizzò la donna. «Se fosse accaduto nella realtà, il cavaliere sarebbe morto dall’inevitabile forza schiacciante della bestia.»
   «Cosa?!» chiese Doryan stupito. «Ma Sir Robert è un guerriero forte e temerario! Perché mai avrebbe dovuto perdere contro il nemico?»
   «Perché non era preparato.» spiegò Flora con semplicità, allargando le braccia. «Quando è partito per la missione, non sapeva un bel niente su quel Grifone. Come puoi sconfiggere qualcuno o, in questo caso, qualcosa, se non lo conosci affatto? È impossibile.»
   «M-ma…» balbettò il piccolo, con la bocca spalancata. «Voi, madre, come sapete tutte queste cose?»
   La duchessa sembrò turbarsi della domanda e si mise a camminare avanti e indietro per la stanza con lentezza ed eleganza, nonostante l’abbigliamento da notte ingombrante. I suoi capelli lunghi e chiari oscillarono come onde del mare mentre i suoi occhi mutarono espressione, riempiendosi di amara tristezza e, al contempo, di un immenso orgoglio. Le sue iridi verdognole si inumidirono, brillando di un luccichio cristallino.
   «Me le ha insegnate tuo nonno. Lui era un generale dell’esercito di Mercia. Sotto gli ordini di re Bayard ha comandato innumerevoli uomini e vinto ogni battaglia abbia mai combattuto, studiando i suoi avversari e annotando le più efficaci tattiche militari da applicare in combattimento. A detta di molti, era uno stratega di impareggiabile sagacia.»
   «Davvero?»
   «Sì, purtroppo non lo hai conosciuto perché perse la vita poco prima della tua nascita, ma ricordo ancora oggi i suoi insegnamenti: “I muscoli sono la corazza di un guerriero, ma è la mente la sua vera essenza”
   Doryan rimase attonito nel sentire quella frase. I suoi pensieri lo ammutolirono, tanto da lasciare sul suo volto uno sguardo vago e perso nel vuoto. Flora, preoccupata di aver usato un tono troppo duro, lo accarezzò sulla fronte.
   «Non angosciarti, figlio mio. Non ho alcuna intenzione di strapparti via il tuo sogno, ma sappi che, se vuoi realizzarlo, non basta credere che la volontà da sola possa essere sufficiente. Se vuoi diventare un vero cavaliere, devi accrescere la tua forza e la tua determinazione al pari del tuo sapere e del tuo ingegno. Hai capito adesso ciò che voglio dire?»
   «Sì.» rispose Doryan, a bassa voce. «Credo di sì.» Poi, senza aggiungere altro, si raggomitolò sotto le coperte e chiuse gli occhi. «Buonanotte, madre.»
   «Sogni d’oro.» replicò Flora, incamminandosi verso la porta con un lungo sospiro.
   «Madre…»
   «Sì, Doryan?»
   «Avete detto che mio nonno annotava le sue ricerche e i suoi studi, vero?»
   «Sì, è così.»
   «E… avete ancora quelle ricerche?»
   Flora annuì.
   «Le ho custodite in sua memoria. Ne aveva talmente cura, che sarebbe stato un oltraggio disfarsene. Ma perché me lo chiedi?»
   «Io…» rispose Doryan titubante. «Vorrei leggerle, se è possibile. Forse, potrebbero essere più istruttive di un libro di fiabe.»
   La duchessa mimò un mezzo sorriso dalla bocca, ma i suoi occhi fecero trasparire un inequivocabile velo di tristezza.
   «Lo credo anch’io. Ciononostante, sei ancora troppo giovane per poterle comprendere appieno. Un giorno non lontano, te le affiderò, nella speranza che possano esserti d’aiuto. In fondo, sono parte del tuo retaggio e ti spettano di diritto.» disse, spegnendo con un soffio l’ultima candela rimasta accesa nella stanza. «Adesso, però, non pensare a questo e riposa. Un cavaliere stanco non riesce neanche a sollevare una spada, no?»
   «Avete ragione!» disse il bambino con un inaspettato entusiasmo. «Buon riposo, madre.»
   «Anche a te, figlio mio.»
 
 
***
 
 
   Il castello di Munster fu ben presto avvolto dal buio della notte, quando i servitori spensero ogni torcia e candela. Il silenzio regnò sovrano per molte ore, interrotto soltanto dai canti delle civette e da qualche sibilo del vento. Questo, almeno, finché un rumore di passi non riecheggiò fastidioso per i corridoi…
   «Oh… Fantastico!» esclamò il duca Corneus sotto voce, camminando in punta di piedi per i meandri della fortezza mentre annusava con soddisfazione un piatto stracolmo di biscotti. Gli occhi fissavano incantati ogni singolo dolcetto con pura bramosia e il profumo che gli invadeva le narici lo inebriava al punto tale da confondergli i sensi. In quell’istante, niente contava di più per lui. Specialmente non dopo che il suo sonno era stato bruscamente interrotto da un languore allo stomaco e, per placarlo, si era deciso a uscire dalla sua stanza per sgraffignare qualcosa dalle cucine. La sera prima aveva mangiato molto poco a causa della dieta impostagli dalla duchessa. Secondo il parere della donna, negli ultimi tempi Corneus si era lasciato un po’ andare e aveva bisogno di rimettersi in forma. Lui, dal canto suo, aveva troppo timore di deluderla per disobbedirle, conoscendo il suo carattere; ciononostante non poteva resistere a una squisitezza quando se la trovava davanti. Sicuramente l’indomani avrebbe dovuto inventare una scusa che giustificasse l’improvvisa sparizione di quei biscotti, ma quello era un problema a cui avrebbe pensato in un secondo momento.
   L’uomo aveva percorso quasi tutta l’ala del castello e stava per avviarsi verso la camera degli ospiti, con l’intenzione di poter mangiare in tutta tranquillità senza essere disturbato, quando, d’un tratto, sentì un pianto provenire da una stanza lì vicino.
   «Mmmh?» mormorò, avvicinandosi alla porta per assicurarsi di non aver sentito male.
   Snif! Snif!
  No, non si era sbagliato. In quella stanza qualcuno stava piangendo! E non poteva essere nessun’altro se non Lucan, dato che era la sua camera. Così, entrò con discrezione, senza neanche bussare.
   «Duca Corneus?!» sobbalzò sbigottito il bambino. Si trovava rannicchiato ai piedi del letto e i suoi occhi erano gonfi di lacrime.
   «Oh, cielo! Cosa ti succede, ragazzo?»
   Lucan non rispose e strinse le gambe ancora più a sé. Il duca si affrettò a sedersi vicino a lui. La preoccupazione che sentiva aumentava a ogni secondo che passava.
   «Allora, cosa ti succede?» ripeté, mettendogli una mano sulla schiena. «Hai male alla pancia?»
   «No…» rispose Lucan, senza muoversi di un millimetro.
   «Beh, devi pur avere qualcosa che non va. E, se non me lo dici, non posso aiutarti.»
   Il bambino rimase in silenzio. Non sembrava intenzionato a dire un’altra parola.
   «Senti…» continuò Corneus, ricordandosi solo in quel momento del piatto che aveva in mano. «Ti andrebbe un biscotto alle mele? Sono deliziosi, o almeno così mi hanno detto… perché io non li ho ancora assaggiati… Comunque, dovrebbero tirarti un po’ su il morale. Che ne dici?»
   Lucan scosse la testa da dietro le ginocchia. L’uomo capì che sarebbe stato inutile provare a convincerlo e non insistette. Invece, poggiò il piatto di biscotti sul ripiano di un mobile e gli accarezzò i capelli scompigliati.
   «Sai, mi ricordi molto me quando ero giovane.»
   Lucan sembrò incuriosirsi e lo scrutò con circospezione.
   «Dite sul serio?»
   «Ovviamente. Ero sempre triste e solo, dato che i miei genitori erano sovente in viaggio e non avevo fratelli o sorelle con cui giocare. Rimanevo giorni e giorni in questo castello con l’unica compagnia della servitù. A pensarci bene, posso affermare con certezza che la mia infanzia fu a dir poco terribile, sebbene gli agi di cui ero circondato acquietarono un poco il mio malessere.»
   «Mi… dispiace…»
   «Oh, non devi dispiacerti. Specialmente tu che ne hai passate tante a causa di quel miserabile di Lord Griflet! Non lo conosco di persona, ma impallidisco a pensare alle maldicenze che si vociferano sul suo conto.»
   «Già…» convenne Lucan, asciugando alcune lacrime che gli scorrevano sulle guance.
   Corneus sentì il suo cuore spezzarsi nel vedere quella scena. Tuttavia, capì che se voleva essere utile al piccolo doveva provare a tranquillizzarlo.
   «E comunque, anche se passai molti anni di tristezza, questo alla fine si rivelò essere più un bene che un male.»
   «D-davvero?» chiese Lucan, sorpreso. «E in che modo?»
   «Beh, ma è ovvio, no?! Mi permise di apprezzare con più gioia le bellezze del mondo.» disse Cornues, sorridendogli. «Una volta cresciuto, anch’io mi misi in viaggio. Scoprii posti incredibili e incontrai persone straordinarie, come mia moglie Flora. Non avrei avuto questa splendida famiglia, se non avessi passato le mie tribolazioni. E questo vale anche pe te.»
   A quel punto, l’uomo avvicinò una mano verso Lucan e gli grattò la pancia, facendogli il solletico.
   «Uahah! Uahah!» rise il bambino, dimenandosi. «No! Non resisto!»
   Cornues si fermò, soddisfatto.
   «Visto? Un sorriso risolleva lo spirito! Non ti pare?»
   Lucan si ricompose e lo guardò con riconoscenza.
   «Sì, avete ragione duca C…»
   «Oh, no, no, no!» lo interruppe Cornues. «Adesso sei un membro della famiglia! Non puoi continuare a chiamarmi “duca”! A malapena lo permetto alla servitù!»
   «Va… va bene…» acconsentì Lucan. «Allora, come devo chiamarvi?»
   «Beh, non saprei. Io ho molti nomi. I miei genitori erano indecisi su quale darmi e me li diedero un po’ tutti. Difatti, sono Corneus Dariol Morenio Andricus Wilbert, Duca di Munster.»
   «Che nomi buffi…» commentò Lucan, trattenendo a stento un’altra risata.
   «Già. Ma ormai mi ci sono affezionato. Puoi chiamarmi con uno di questi nomi a tua scelta… tranne Wilbert. Lo trovo un nome sciocco, anche se non so il perché. Probabilmente, a causa di un mio prozio, Wilbert appunto, che inventò a suo dire la salsa pepata più buona del regno. Io ero molto giovane al tempo, ma ricordo ancora il giorno in cui la fece assaggiare a me e al resto della famiglia. Eravamo cinquantotto in tutto e finimmo per prosciugare l’intera riserva d’acqua del castello. Occupammo anche gli abbeveratoi dei cavalli, e non aggiungo altro! Giurammo solo di non menzionare l’accaduto di quel terribile giorno mai più.»
   Lucan scoppiò a ridere di nuovo nel sentire quella disavventura. Gli iniziava a far male la mascella, per quanto non fosse abituato. Dopo essersi sfogato, però, tornò serio e valutò attentamente la richiesta fatta dall’uomo. Ci pensò su per qualche attimo, finché non annuì convinto.
   «Sapete, credo che Corneus sia il nome che preferisco.»
   «Oh, in effetti non posso che concordare. Vada per Corneus, quindi. Che ne dici?»
   Il bambino fece sì con la testa. Poi, d’un tratto, cambiò nuovamente espressione e si rabbuiò come pochi istanti prima.
   «Ehi!» lo rimproverò con pacatezza Corneus. «Cosa abbiamo appena detto? Togliti subito quel broncio.»
   «Ma…»
   «No, no. Niente scuse. Non credere, sono consapevole di ciò che hai dovuto subire. Come ti stavo dicendo, la fama di quel miserabile di Lord Griflet lo precede ovunque egli vada.» disse il duca con amarezza. «Tuttavia, ora sei qui con noi e nessuno potrà più torcerti nemmeno un capello. Hai tutta la vita davanti ed è arrivato il momento di fare una scelta importantissima.»
   «Una scelta? E quale?»
   Gli occhi di Corneus s’incupirono e dalla sua voce scaturì un tono grave e profondo.
   «Devi capire che se vuoi andare avanti a testa alta, devi prendere una decisione su ciò che vuoi fare della tua vita. Puoi scegliere di continuare a pensare al passato e alle cose terribili che ti sono accadute o… puoi decidere di guardare verso il futuro e verso le cose belle che potrebbero capitarti. Questa scelta, però, spetta a te, e a te soltanto.»
   Lucan ebbe un sussulto al petto. Non si aspettava un discorso così significativo da quell’uomo calmo e giocoso. In tutta onestà, non aveva idea di cosa dire in quel momento. Sentiva come un vuoto dentro di sé, dovuto sicuramente alla perdita dei suoi genitori e alle malefatte che aveva subìto nel corso della sua infanzia. Eppure…
   Eppure, sentiva anche altro. Come un formicolio. Purtroppo, però, non sapeva spiegarsi cosa fosse. Sapeva soltanto che da quando aveva incontrato Doryan, la sua vita era cambiata. Di questo non ne aveva alcun dubbio. Forse, allora, c’era ancora speranza per lui?
   «Io… vorrei pensare al futuro, ma non ci riesco…»
   Corneus lo afferrò per le spalle.
   «Prova a sorridere.» gli disse con convinzione. «Anche quando ti senti triste, prova a scacciare via il malumore con un sorriso.»
   «Un sorriso...?»
   «Sì, esatto. Guarda, ti faccio vedere…»
   Così dicendo, Corneus sbottò a ridere di punto in bianco, usando così tanta veemenza da far spaventare Lucan.
   «…Ah!» esclamò l’uomo, respirando a grandi boccate per lo sforzo appena compiuto. «Che liberazione! Adesso, tocca a te.»
   Lucan tentennò.
   «Coraggio! Non aver paura!»
   «Ehm… ahahah…» accennò il bambino, inarcando a malapena le labbra.
   «No, no, non ci siamo.» lo fermò Corneus, scuotendo il capo. «Devi farlo con più convinzione. Non pensare a niente, ridi e basta!»
   Lucan annuì e riprovò. Stavolta, seguì il consiglio del duca e cercò di disinibirsi un po’.
   «Ahhhhahhh!»
   «Molto bene!» urlò Corneus, entusiasta. «Ancora una volta!»
   «Ahhhahhhahhhaahhh!» rise di nuovo Lucan, con maggior energia. Il metodo sembrava stesse funzionando, perché pian piano iniziava a prenderci gusto. Inoltre, per un attimo gli parve di sentire quello strano formicolio lungo tutto il corpo. Non sapeva cosa fosse, ma era senz’altro una bella sensazione.
   «Benissimo, Lucan! Come ti senti, ora, dopo una bella risata?»
   «Molto… molto meglio, grazie.»
   «Che ti dicevo?! Alle volte, un sorriso rischiara i tempi più mogi. Non dubitarne!»
   «Sì, lo terrò a mente.»
   Corneus annuì con incredibile soddisfazione. Solo in quell’istante si accorse che il cielo, fuori dalla finestra, si stava dipingendo di rosso. L’alba incombeva all’orizzonte.
   «Oh, perbacco! È meglio che vada prima che mia mogl… cioè, prima che si faccia mattina!» disse con agitazione, rialzandosi di tutta fretta. Con un gesto, allungò la mano per afferrare il piatto di biscotti, quando Lucan lo fermò.
   «Aspettate!»
   «Eh?! Come… come mai?» chiese Corneus, rimanendo immobile come una statua.
   «Se la vostra offerta è ancora valida, vorrei accettare i biscotti alle mele che mi avete portato.»
   L’uomo rimase attonito. Il suo sguardo vagò per diversi secondi tra il bambino e il piatto poggiato sul mobile. Alla fine, annuì a malincuore.
   «Ma certo che sì.»
   «Vi ringrazio per la vostra cortesia.» disse Lucan con garbo.
   «Non c’è di che, figliolo. Sono solo una manciata di biscotti, dopotutto. Anche se buonissimi… e dal sapore celestiale…»
   «Non mi riferivo a questo. Ma alla nostra conversazione. Mi è stata molto utile, e di questo vi ringrazio tantissimo.»
   «Oh, beh, lieto di esserti stato di aiuto, allora.» ribatté Corneus.
   Poi, si avviò con accortezza verso la porta, cercando di non fare rumore. Dopo pochi passi, però, inciampò malamente con qualcosa e fu sul punto di cadere. Fortunatamente, riuscì a riprendere l’equilibrio prima di finire col sedere per terra.
   «Ma che diamine è successo?!» borbottò, sbuffando, mentre afferrava dal pavimento una pallina d’ottone. «Cosa ci faceva questa per terra?»
   Lucan fissò la pallina con gli occhi spalancati. Era la stessa con cui lui e Doryan stavano giocando poche ore prima. In quel momento, provò un lieve imbarazzo nel raccontare la verità, così pensò a qualcosa da dire che avrebbe distolto l’attenzione dall’accaduto.
   «Perché non provate a sorridere anche voi? Forse vi sentirete meglio.» propose, sorridendo a sua volta.
   «Eh, sì, suppongo sia saggio riderci su.» convenne Corneus, massaggiandosi la schiena dolorante.
   Quando uscì dalla stanza, però, l’uomo stava ancora brontolando per i suoi acciacchi.
   Lucan attese diligentemente di essere solo, poi agguantò distrattamente un biscotto alle mele e ne addentò un bel pezzo.
   «Uoh!» esclamò, con le papille gustative in festa. Doryan e Corneus avevano ragione. Non aveva mai mangiato niente di così buono. Così, preso dalla fame, ne afferrò altri e continuò a mandarne giù un morso dopo l’altro.
   Poi, quando fu sazio, si avvicinò incantato alla finestra per osservare l’alba che ormai sovrastava la valle. Era uno spettacolo mozzafiato, tanto che gli venne da sorridere spontaneamente.
   Un nuovo giorno era alle porte e già sapeva che per lui sarebbe stato bellissimo.
   
 
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