Teichoscopia
(Osservazione dalle mura)
(Osservazione dalle mura)
Τί
ἐστιν
ἀλήθεια;
(Che cos'è la verità?)
dal Vangelo secondo Giovanni, 18, 38.
(Che cos'è la verità?)
dal Vangelo secondo Giovanni, 18, 38.
Trascorrono giorni strani e come assopiti, per Clark.
Non succede niente di strano, il che, per Smallville, è esso stesso strano: niente mutazioni dovute a esposizioni alla meteorite, niente folli piani diabolici (quantomeno, nulla di cui Clark venga a conoscenza); non che s'illuda neppure per un momento che questa piatta tranquillità possa durare a lungo. Si limita a viverla come vive il tempo che gli manda il cielo, senza chiedersi quanto durerà. Finirà quando finirà.
Si concentra un po' di più sullo studio – non tanto, per la verità, ma quanto basta per strappare un bel voto a Scienze, e passa un po' più di tempo a giocare a basket con Pete. Quando va a trovare Lex in ufficio, o si incontrano al Talon tra un appuntamento di lavoro di Lex e l'altro, nessuno dei due menziona Alessandro il Grande né Efestione né Carete di Mitilene, e tantomeno sollevano l'argomento di quel giorno; Lex è con lui calmo e rilassato e perfettamente indifferente e i suoi occhi non si soffermano più sulle sue labbra a tal punto che Clark potrebbe quasi credere, se solo lo volesse, che di quel discorso e di quella promessa Lex si sia del tutto dimenticato, scordato, che l'abbia accantonato in qualche angolo della sua mente in cui getta tutto ciò che non riguarda gli affari e il potere e i suoi propositi di gloria e di grandezza; ma neppure per un momento Clark commette l'errore di credere che ciò sia vero. Prima di tutto perché Lex Luthor non dimentica, mai: al più ignora, o finge di ignorare; e poi perché ormai Clark lo conosce bene a sufficienza da conoscere le sue mosse. Lex sta lasciando aperta per lui ogni possibile via di fuga perché sia lui a scegliere, liberamente, se andare da lui, un giorno, e porgli di nuovo quella domanda: non vuole forzarlo, Lex, e guidarlo o attrarlo verso di sé inconsapevole e indifeso. Vuole lasciarlo libero di scappare come lascerebbe libera una preda, ma non perché non sia in grado di prenderla, quanto piuttosto per magnanimità, come farebbe un dio grande e generoso che quella preda può permettersi di lasciar scappare.
Il problema è che Clark a quella domanda ha continuato a pensare, in questi giorni, e ha pensato anche ad altro. A Lana, per esempio, perché la consapevolezza improvvisa, frastornante, d'essere attratto da qualcun altro, ha sempre comportato per lui di confrontare quell'attrazione con quella per Lana che lo ha accompagnato sempre da quando riesce a ricordare. Ha scoperto cose interessanti. Non è che Lana non gli piaccia più, naturalmente – ha la sensazione che Lana gli piacerà sempre, che lo attrarrà sempre, come un polo; ma in questo momento sta pensando più a Lex.
Questo pensiero non lo turba quanto dovrebbe. Sa vagamente, per averlo letto da qualche parte, per averne sentito parlare dai professori, che esser confusi alla sua età è normale; il problema è che Clark non si sente confuso affatto, e neppure spaventato, all'idea di essere attratto da Lex Luthor. Se qualcosa del genere fosse successa a Pitt, Clark ne è certo, sarebbe andato in crisi, si sarebbe interrogato, tormentato, e avrebbe cercato di convincersi in ogni modo di non essere attratto da un ragazzo; ma negli ultimi anni Clark ha scoperto cose sufficientemente spaventose di se stesso da non essere affatto turbato alla possibilità di poter essere omosessuale. Se dovesse stilare una lista di cose che lo preoccupano di se stesso, questa finirebbe molto, molto più in basso rispetto al non sapere chi sia o perché sia sulla Terra o a quella volta che ha appiccato accidentalmente il fuoco in classe perché guardava un po' troppo intensamente la prima moglie di Lex (il che, a ben pensarci, è piuttosto ironico ed è bene che Lex non venga mai a saperlo; anche se probabilmente, conoscendo Desirée, non se la prenderebbe). Quantomeno l'omosessualità non è una cosa che rischia di uccidere nessuno, neanche in modo accidentale. Il che dovrebbe farlo riflettere sul fatto che l'essere un alieno con capacità sovrumane ha alzato drasticamente l'asticella della sua percezione della gravità delle cose, probabilmente: finché non mette in pericolo nessuno, va tutto bene. Forse è un modo un po' semplicistico di vedere le cose, per carità; ma Clark ha dovuto preoccuparsi dei suoi poteri e dei rischi che questi comportano per gli altri per tutta la sua vita senziente; e il pensiero di poter avere una cotta per Lex Luthor, semplicemente, non gli sembra collocarsi allo stesso livello di gravità di molte altre cose. Lo preoccupa un po', tutt'al più, la reazione che potrebbero avere i suoi genitori, soprattutto suo padre, e neppure perché Lex sia un ragazzo, quanto piuttosto perché è un Luthor; ma a questo, si dice, penserà a suo tempo, se e quando succederà qualcosa debbano sapere. Per ora non vale neppure la pena pensarci.
Passano giorni tranquilli: ora che non pensa più a Lana in quel modo, che riesce a stare con lei senza continuamente desiderare la sua attenzione, il tempo coi suoi amici trascorre senza più quella tensione continua: Chloe non manca di farci caso, come sempre, altrimenti non sarebbe lei, e un pomeriggio, per punzecchiarlo, mentre lasciano il Talon, gli chiede dov'è che abbia lasciato gli occhi da cerbiatto innamorato con cui è solito guardare Lana. Clark non se la prende neppure, a malapena si sente colto in fallo: risponde ridendo che certe cose, semplicemente, non sono destinate ad accadere. Chloe guarda Pete con perplessità, poi ridono anche loro, e non ne parlano più. Non è neppure del tutto una bugia; ma la verità, se solo Clark avesse avuto il coraggio di dirla, è che forse certe cose non gli interessano più.
Finisce che torna da Lex il giorno dopo il suo compleanno. Forse avrebbe dovuto aspettare ancora, almeno qualche giorno, per non dare l'impressione d'averci pensato ininterrottamente, per tutto quel tempo, e di non aver visto l'ora e contato i giorni fino a quel momento; ma ha scartato quest'idea subito dopo averla pensata. Questi stratagemmi e questi giochi, con Lex, non hanno ragion d'essere, e non solamente perché Lex è senz'altro molto più esperto e più bravo di lui a combattere e a giocare: è perché con lui Lex non ha mentito né giocato d'astuzia, quel pomeriggio in cui ha letto per lui e poi gli ha detto che avrebbe risposto alla sua domanda quando gliel'avesse posta di nuovo; e Clark gli farà il piacere di fare lo stesso con lui.
Quando varca la soglia del suo ufficio, Lex non è immediatamente in vista: per un attimo Clark pensa d'averlo mancato, che sia a Metropolis, forse, o fuori per lavoro; ma poi si sente chiamare dall'alto. È sul ballatoio delle grandi librerie che coprono le pareti, appoggiato alla balaustra: sta consultando un libro, con le maniche della camicia arrotolate in quell'eleganza del tutto involontaria, casuale, che non lo abbandona mai neppure nell'intimità di casa sua. Clark si scopre a osservare un po' troppo a lungo la piega bianca dei suoi gomiti, là dove le maniche li lasciano scoperti, e deve faticare appena più del normale per distoglierne lo sguardo.
«Ehi» dice a mo' di saluto. Si sente un po' in imbarazzo, all'improvviso, perché d'un tratto s'accorge che non ha pensato affatto a cosa dire o a come introdurre la domanda che deve porre; ma di tirarsi indietro, dopo aver aspettato tanto e aver tanto immaginato quale sarebbe stata la risposta, Clark non ha intenzione davvero.
«Clark.» È tutto il saluto di Lex, è breve, asciutto; ma ha sorriso non appena lo ha visto, la sua voce è calda, calma: è contento di vederlo qui. Si affretta a scendere le scale per andargli incontro. «Sono contento che tu sia passato. Sarei venuto a trovarti stasera, altrimenti. Ti ho preso un regalo.»
Questo è inaspettato davvero. Clark rimane interdetto per un istante, senza saper che dire, a osservarlo mentre Lex apre un cassetto della sua scrivania. Si sforza di articolare una risposta. «Lex, non c'era bisogno...»
«Credimi, stavolta non credo che tuo padre ti obbligherà a restituirmelo» lo previene Lex ridendo. «Giuro che non è un regalo eccessivo, anche se non l'ho incartato. È solo che quando l'ho visto ho pensato a te. Tieni, Clark. Buon compleanno.»
Clark non sa cosa dire. Sono due libri. Sono tanto vecchi che, quando li prende dalle sue mani, teme davvero che possano sbriciolarsi tra le sue dita: li osserva senza neppure osare stringerli per timore di spezzarli. Hanno pesanti copertine di carta, come andavano decenni fa, quando ancora i libri si vendevano senza rilegatura: è costretto ad aprirne uno per leggerne il titolo. C'è scritto: Homeri Opera. Recognoverunt brevique adnotatione critica instruxerunt David B. Monro et Thomas W. Allen. Tomus I Iliadis libros I-XII continens.
Ora, non è che Clark abbia misteriosamente appreso il latino per osmosi attraverso la frequentazione di Lex, per carità; ma almeno qualche parola è in grado di distinguerla persino lui.
«È un'Iliade» dice senza capire, forse a costo di sottolineare l'ovvio; non sa neppure se la sua sia una domanda oppure un'osservazione; ma prima ancora di poter aggiungere altro, il suo sguardo cade per caso in fondo alla pagina, dove campeggia una data un po' sbiadita in caratteri romani: MCMII. Aggrotta la fronte per un momento.
Per fortuna Lex interviene in suo aiuto un attimo prima che Clark debba chiedere il suo aiuto. «Prima edizione oxoniense, Clark. 1902.»
Quel volume ha esattamente centouno anni. Clark si sente mancar l'aria per un attimo: gli porge indietro i libri per istinto. «Lex, andiamo... non posso accettare. È troppo.»
Lex lo osserva sorridendo con l'aria di essersi aspettato precisamente quella reazione da lui.
«Non è affatto troppo, Clark. Non sottovalutarti così. Ma se la cosa ti fa sentire meglio, puoi vederli per quello che sono: una vecchia, noiosa edizione critica dell'Iliade in due volumi. Sembra meno impegnativo detto così?»
A dire il vero non suona meno impegnativo affatto, ma Clark si limita a stringersi nelle spalle senza trovare niente di logico da replicare. Ripone i libri sulla scrivania per maneggiarli il meno possibile. Non sa che altro dire. «Lex... grazie. Davvero.»
«Di niente, Clark.» La voce di Lex è tornata seria e calma, priva di qualsiasi traccia d'ironia o di sarcasmo.
C'è qualcosa che Lex ha detto poco fa, quasi per caso, forse per circostanza, su cui Clark non può trattenersi dal riflettere. Osserva i libri sulla scrivania per avere una scusa per non guardarlo direttamente: la sua voce gli esita in gola. «Hai davvero pensato a me quando li hai visti?»
Lex sorride di quel suo sorriso pericoloso, stranamente affascinante, di quando i suoi pensieri lo soddisfano oltre ogni immaginazione. Alle loro spalle, al di sotto del ballatoio, sotto una delle grandi finestre che affacciano sul parco sottostante, campeggia ancora quella grande ricostruzione di Troia della quale hanno parlato, una volta, irrorata dal sole che fa irruzione attraverso le vetrate: con le mani nelle tasche dei pantaloni, quell'atteggiamento indolente e appena un po' malizioso, Lex si avvicina alla piccola Ilio ricostruita per osservarla dall'alto.
«Un pensiero sciocco, se vuoi, Clark, e noioso, come sempre. Ti ho mai detto che Alessandro possedeva un'Iliade curata per lui da Aristotele in persona, che portò con sé durante la spedizione in Persia? Ho pensato che anche tu dovessi averne una.»
C'è qualcosa di stranamente poetico in quello che Lex ha appena detto che Clark non saprebbe descrivere né definire, ma che si aggrappa alla sua gola come una morsa, dall'interno, e la stringe, perché in qualche modo quel regalo è più intimo e più significativo e importante, da parte di Lex, della macchina, della spada, di qualsiasi altro oggetto in questo mondo. Alessandro considerava Efestione al pari di se stesso, gli ha detto l'altra volta, mentre parlavano, e Clark ricorda d'avergli chiesto se anche per lui valesse lo stesso.
«Come un altro Alessandro?» chiede; gli vibra la voce di qualcosa che è una mezza risata, forse per smorzar la tensione, o forse è tutt'altro; non saprebbe dirlo.
Non s'è accorto nemmeno d'essersi avvicinato, piano, alle sue spalle; è di nuovo come osservare, fianco a fianco, la piana di Troia stendersi sotto di loro, luccicante di soldati. Se lui e Lex avessero vissuto infinite vite, pensa d'improvviso, senza una ragione, una sarebbe stata quella.
«Come un altro Alessandro» mormora Lex: non lo sta guardando. Sta riflettendo. «Clark, ricordi la prima volta che abbiamo parlato di questo modello?»
«Sì» risponde Clark a bassa voce: a seguire gli intricati percorsi dei pensieri di Lex non ci prova neppure più; è come guardare in basso, per infiniti piani, nell'abisso d'una voragine, ed esser colti da una vertigine. Da quella voragine rimane prudentemente indietro, però ascolta, perché i pensieri di Lex lo affascinano e lo attirano allo stesso modo della vertigine. «Me lo ricordo.»
«Era come osservare Troia dall'alto, vero?»
La domanda di Lex non prevede risposta, ma anche se non fosse così Clark non ne troverebbe una, dentro di sé; forse perché non si aspettava che Lex, di quel pomeriggio, avesse avuto la medesima sua percezione; e ora invece scopre che è stato così anche per lui. Rimane in silenzio mentre Lex solleva una delle figurine che costellano la piana e se la rigira tra le mani, pensierosamente. «A volte mi sono chiesto come sarebbe stato se non fosse stata questa piccola Troia, come Priamo ed Elena che guardano gli Achei. Se io e te non fossimo stati qui, ma avessimo osservato allo stesso modo Metropolis sotto di noi dall'alto di un palazzo...»
Questo sogno Clark riesce quasi a vederlo nella sua mente come se fosse reale: Lex al suo fianco, l'altezza vertiginosa come un brivido, e sotto di loro Metropolis nella notte senza fine disseminata di luci come lampi in mezzo a una nebbia. La nostra amicizia sarà materia di leggenda, gli ha detto Lex una sera, un po' di tempo fa, e d'improvviso Clark comprende che è questo che immaginava: una vita gloriosa da spendere, l'uno al fianco dell'altro, per cose grandi; ma anche in quel sogno, come in ogni parola di Lex, Clark avverte un'oscura tensione che ne aleggia ai margini e lo inquieta.
«Un sogno... pericoloso» osserva con cautela.
Lex volge il capo sulla spalla verso di lui sorridendo appena. «Perché pericoloso?»
«Non saprei. Sembra...» Non c'è un buon modo per dire quello che deve dire. «Voglio dire, suona un po' come quei sogni di dominio di tuo padre.»
«Allora sarebbe pericoloso davvero» riconosce Lex: è divertito; non c'è offesa né sdegno nelle sue parole. «Ma Priamo era un buon re che ha sacrificato i suoi figli per cercare di salvare la sua gente. È grazie a te che ho capito che osservare dall'alto non vuol dire soltanto dominare, Clark... significa anche proteggere. E poi...»
Clark sente la voce tremare nella sua gola, dietro le sue labbra, quando fa per parlare nel prolungarsi del silenzio nell'aria. «E poi?»
«E poi...» Lex torna a posare sul campo di battaglia la piccola figura di soldato che ha sollevato, lentamente, e ripone le mani in tasca mentre riflette: si prende tutto il tempo per rispondere. «E poi, Clark, mi aiuteresti tu a tenermi sulla retta via. Non credi?»
«Tu vorresti rimanere su quella via?»
Lex scruta la piccola piana come se i suoi occhi potessero assimilarla nella sua interezza, forse divorarla, e in essa trovare una risposta.
«Sì, Clark.» Nella voce di Lex non c'è alcuna esitazione: stavolta non pensa né riflette. A questa domanda gli dà l'unica risposta che conosce. «Mio padre mi ha cresciuto per tutta la vita facendomi credere di avere un destino grandioso... ma è stato solo dopo quel giorno, quando mi hai salvato dal fiume, che ho deciso che la natura di quel destino l'avrei decisa io. Ha senso per te?»
È strano e insensato, e forse imprudente, che per lui quel senso ce l'abbia: forse Clark gli crede per nessun altro motivo che perché vuole farlo. Lex è figlio di Lionel Luthor, e le mele, come suo padre non cessa di ripetergli mai, di rado cadono lontane dagli alberi; ma a queste predestinazioni della genetica, a queste condanne a vita a ripetere i medesimi errori in circoli viziosi che si ripetono sempre, Clark non vuole lasciarsi convincere a credere. Lex è altro da suo padre perché ha scelto di essere tale.
«Ha senso» mormora Clark. «Lex, senti... ti ricordi la domanda che ti ho fatto un po' di tempo fa?»
Lo vede dal modo in cui la sua gola s'irrigidisce d'improvviso, in cui le sue braccia bianche si contraggono, che Lex ha compreso perfettamente di quale domanda Clark stia parlando; ma rigidamente, appoggiato con entrambe le braccia al tavolo, Lex non si volta e neppure lo guarda.
«Temo che dovrai essere un po' più specifico di così, Clark.»
Quella risposta suona come una sfida dalla quale non ci si può tirare indietro, perché le parole di Lex vibrano di una tensione che è la stessa del cacciatore che attende di vedere se la preda coglierà la sua esca.
«Ricordi quando ti ho chiesto se quello che mi ha detto tuo padre ti avrebbe dato fastidio ugualmente, se io non fossi stato minorenne?»
Lex continua a non sollevare gli occhi verso di lui. Rimane ostinatamente chino sulla piana di Troia, a osservare senza vederlo il grande cavallo di legno che cela in sé i soldati e la rovina.
«Sì... mi ricordo.»
«Hai detto che se fossi tornato a porti quella domanda dopo il mio compleanno, mi avresti risposto.»
«Giusto» mormora Lex senza ancora guardarlo; Clark vorrebbe essere calmo e padrone di sé come lui, e non mostrare agitazione né aspettativa; non è così. Si sente le guance piene di fuoco. «Dunque immagino che tu sia venuto qui per conoscere la risposta.»
Questa volta Clark non dice niente: aspetta, perché tutto è ormai così evidente che parlare gli sembra superfluo e ridondante e la tensione è tale che teme, parlando, d'infrangerla.
«Clark...» Quando Lex parla di nuovo, e finalmente sposta lo sguardo su di lui, è come se d'improvviso avesse preso una risoluzione. «Io penso che tu conosca già la risposta. Che tu sappia già che non mi avrebbe dato alcun fastidio, e forse che non me ne ha dato affatto neanche stavolta. È tutto qui quello che volevi sapere?»
Clark sente la delusione risalire lentamente come un fluido che lo colma dal basso, un poco per volta. Si chiede se davvero sia tutto qui; se questi giorni d'attesa e di apnea non siano serviti ad altro che a ricevere una risposta che in fin dei conti era implicita nella risposta stessa che Lex gli ha dato quel giorno: ma solo ora s'accorge che quella risposta non era affatto quello che ha cercato per tutto questo tempo.
«Clark» mormora Lex. «Io credo che tu sia venuto qui oggi perché io ti baciassi. Ho ragione?»
Per una volta non è il battito del suo cuore a colpirlo – sente quello di Lex. È la prima volta che lo sente o forse che vi pone attenzione, e forse, se solo fosse un po' più presente a se stesso, se ne sorprenderebbe; ma quello che lo colpisce è sentirlo pulsare solo un po' più rapido e più forte del normale. Non è vero che è calmo, realizza d'improvviso; non è vero che è indifferente.
Dopodiché, prima che faccia in tempo a pensare qualcos'altro, Lex si avvicina a lui e lo bacia. Le sue labbra sono esattamente come Clark le ricorda o forse soltanto le ha soltanto sognate, e Clark posa le dita sulle sue guance e lo attira a sé e saggia ancora e ancora la consistenza morbida di quelle labbra e la cicatrice sottilmente rilevata sopra di esse. Il cuore di Lex batte fortissimo contro il suo petto.
«È una risposta adeguata?» mormora Lex contro la sua bocca, e Clark ride per un momento posando la fronte contro la sua fronte e poi lo bacia ancora.
È come nei sogni di Lex, come baciarsi sulle mura di Troia.
Va da Lex quasi ogni giorno, adesso.
Il primo giorno Lex si fa a trovare ad attenderlo fuori da scuola, senza preavviso, appoggiato allo sportello della sua Porsche Carrera con l'aria distratta e un po' annoiata di qualcuno che sia capitato lì quasi per caso. Clark, che ha trascorso tutte le lezioni pensando al giorno precedente e sentendosi come se avesse disegnato addosso il suo segreto e tutti potessero leggergli in faccia o negli occhi che ha baciato Lex Luthor per ore e vorrebbe baciarlo ancora e ancora, al vederlo si spaventa come se quel suo segreto potesse venir tradito; ma la verità è che anche quel segreto, come tutti gli altri, non ce l'ha scritto addosso. Da fuori nessuno lo vede; e Lex alza lo sguardo su di lui e lo saluta con naturalezza, distrattamente, senza alcuna ostentazione (il fatto che sia un così ottimo bugiardo dovrebbe spaventarlo, forse, ma questo pensiero Clark lo respinge da qualche parte molto profonda della sua mente dove non gli capita di guardare mai). Gli studenti più grandi rallentano per guardare la macchina, ovviamente, ma nessuno si avvicina troppo; non è che Lex passi mai del tutto inosservato a Smallville, ma neppure attira più attenzione del solito, e Clark saluta Pete e sale in auto come se fosse la cosa più normale del mondo. Nessuno ci fa caso.
«Ho un test importante tra un paio di giorni» lo avverte Clark. «Dovrei studiare almeno un po'.»
Lex tiene gli occhi sulla strada mentre guida. Clark è affascinato dalle sue mani guantate sul volante. «Un test di?»
«Storia» risponde Clark con la vaga sensazione di dare la risposta sbagliata.
È la risposta sbagliata.
«Che peccato» mormora Lex sorridendo. «Sarebbe tutto più semplice se tu conoscessi qualcuno che dispone di una biblioteca privata, non trovi?»
La biblioteca privata sarebbe sicuramente inestimabilmente molto più utile se Lex non lo spingesse contro uno scaffale e lo baciasse a lungo con le dita intrecciate tra i suoi capelli. Con la bocca di Lex contro la sua, il suo petto contro il suo, le sue mani caldissime tra i capelli, Clark si sente molto più che bendisposto a mettere da parte la storia e i libri per un po'; ma quando posa le mani sui suoi fianchi stretti, contro i passanti della sua cintura, per attirarlo a sé, Lex si allontana da lui e mormora: «L'argomento?»
Clark, che non vorrebbe nient'altro che continuare a baciarlo ancora e ancora, dovrebbe esercitare su se stesso uno sforzo molto più che sovrumano per comprendere il senso di quella domanda. «L'argomento di cosa?»
Lex ride contro le sue labbra. «Del test. Qual è l'argomento?»
Gli pare di dover frugare, per ricordarlo, in una profondità della sua mente che non ricordava neppure di possedere. Se i baci di Lex fanno questo effetto, la sua media a scuola è destinata a crollare. Non che, in questo momento, gliene importi molto. «Giusto. La guerra messico-americana.»
«Bene. Allora...» Dopodiché, come se non fosse accaduto assolutamente niente di rilevante negli ultimi dieci minuti, Lex si allontana da lui e si dà al saccheggio degli scaffali della biblioteca, caricando sulle sue braccia protese pile di libri: Clark fatica a tener conto di quanto sta accadendo. Trascorrono il resto del pomeriggio studiando sul serio. Clark non riesce neppure a credere che Lex Luthor si sia preso un intero pomeriggio libero – perché liberarsi dai propri impegni, quando ci si chiama Lex Luthor, non deve essere propriamente una passeggiata – per dargli un bacio e aiutarlo a studiare per un esame.
Anche i giorni successivi vanno avanti così. Non sempre Lex passa a prenderlo, ovviamente: sarebbe troppo strano e desterebbe troppa attenzione persino per Smallville; ma Clark va a trovarlo molto spesso. Ci sono giorni in cui non si vedono affatto, ovviamente: giorni in cui Lex è talmente sommerso di lavoro che non ha tempo neppure di mangiare, o in cui è atteso a Metropolis. Quasi sempre, però, in quei giorni, si ferma da lui la sera, anche solo per qualche minuto: quando vede la Porsche attraversare la lunga strada polverosa della fattoria, suo padre borbotta e si inventa qualcosa da fare in un campo il più lontano possibile da casa; sua madre invece spesso lo invita a entrare a bere qualcosa, ma Lex, quasi sempre, rifiuta cortesemente. Si ferma solo qualche istante fuori, a parlare con lui nel tramonto rosato; talora, per avere una scusa per essere passato, gli porge un libro; non prova neppure a baciarlo, perché i genitori di Clark non li vedano; ma Clark si sente bruciare in volto lo sguardo dei suoi occhi più ancora del calore delle sue labbra. Quando Lex se ne va, Clark rientra rigirandosi il libro tra le mani come se fosse fatto della sua pelle, e tramite la copertina gli fosse dato toccarla: sua madre si stupisce che stia leggendo tanto, ultimamente. Non sono mai libri casuali: una volta gli porta un'Odissea, e di fronte alle sue proteste risponde seraficamente che era un peccato lasciare l'Iliade da sola. A vederle da fuori, è difficile immaginare quanto possano costare edizioni del genere: è una fortuna che i suoi genitori non ne abbiano la minima idea. Qualche volta Clark si sente in colpa all'idea di star loro mentendo: ma prima o poi glielo dirà, pensa. Quando avrà più chiaro che cosa siano lui e Lex ora – sempre che siano qualcosa. È difficile da dire.
Quando Lex non va a Metropolis, o non è bloccato per tutto il pomeriggio in interminabili riunioni di lavoro, per il resto, Clark trascorre ormai quasi tutti i pomeriggi da lui. A volte Lex lavora, e Clark, semplicemente, si siede accanto a lui a fare i compiti: ogni tanto Lex si alza in silenzio dalla scrivania, gira intorno alla sua sedia e lo bacia a lungo e profondamente prima di rimettersi a lavorare; ma ci sono giorni in cui Clark non ha poi molto da studiare, e Lex può distrarsi dal lavoro un po' più del solito, e allora di solito lo attira vicino a sé sul divano.
Quello che Clark non riesce a capire è perché sia sempre Lex ad allontanarsi da lui, piuttosto seccamente, quando i loro baci si fanno più intensi. Non se n'è accorto subito: forse è un po' troppo inesperto in materia (beh, senza il forse, quantomeno a paragone con Lex); ma la magnitudo della cosa è troppo evidente perché possa sfuggire persino a lui. Non riesce a capire. La cosa lo confonde. È sempre Lex ad avvicinarsi a lui per primo e a baciarlo e a percorrere con la punta delle delle dita invisibili percorsi sulla sua mandibola e lungo la linea della sua schiena; ma quando Clark lo stringe maggiormente a sé e posa le mani sui suoi fianchi, d'improvviso Lex s'irrigidisce e si allontana piano, senza scatti, quasi con casualità, e attira la sua attenzione su altro; però, inevitabilmente, si allontana.
«Lex» mormora Clark un pomeriggio, quando proprio non riesce più a far finta di non accorgersene e a lasciare che quel gesto diventi tra loro inspiegabile e costante e gigantesco come il proverbiale elefante: Lex ha posato le labbra sulla sua fronte per un momento, piano, e poi s'è allontanato da lui quasi con naturalezza. È andato a prendere da bere: solo che, ha notato Clark ultimamente, non si versa più drink da un po' in sua presenza. Da quando lo ha baciato la prima volta gli ha visto bere soltanto acqua. «Ho fatto qualcosa che non va?»
C'è un'esitazione insolitamente lunga nell'aria della stanza mentre Lex si china sul mobile bar e sceglie, con esasperante lentezza, una bottiglietta d'acqua dopo l'altra. Si volta per passargliene una: Clark la prende senza distogliere gli occhi da lui. Se sta sbagliando qualcosa, se sta violando una qualche norma non scritta della quale non è consapevole, dopotutto, ha ben diritto di sapere.
«No, Clark» dice Lex finalmente. «Per favore, non credere mai, neppure per un istante, che ci sia qualcosa che non va in te.»
Il che è confortante, certo; ma se il problema non è lui, Clark allora non riesce a capire. «Va tutto bene?»
«Dio, Clark» mormora Lex guardandolo. È in piedi davanti a lui, al centro dell'enorme tappeto persiano che si srotola di fronte al divano; il suo petto si alza e si abbassa un po' più in fretta del normale, gonfiandosi più a fondo al di sotto della camicia sottile, aderente: se solo volesse, Clark potrebbe sentire ancora il suo cuore, come quel giorno; ma non vi presta attenzione e non distoglie gli occhi dai suoi. Vuole disperatamente capire; e quell'esclamazione non è da Lex. «Tu davvero non te ne rendi conto, vero?»
Clark avrebbe giurato che a questo punto fosse abbastanza evidente che no, davvero non se ne rende conto. «Di che cosa?»
«Clark...» Lex sta cercando ovunque le parole per quello che deve dirgli. Torna a sedere sul divano al suo fianco, molto lentamente, come per prendere tempo. «Non hai neppure una vaga idea di cosa voglia dire baciare un ragazzo bello come te senza pensare continuamente a tutto quello che vorrei farti, vero?»
Clark sente l'eccitazione divorare le sue viscere dall'interno come un insetto che gli scava dentro. Gli manca l'aria per un momento: si sente il volto bruciare come fuoco. Decisamente non si aspettava che la conversazione proseguisse in questa direzione; ma ora che ha sentito, che dai suoi occhi è caduto un velo e che si spalanca di fronte a lui un orizzonte di possibilità seducenti e attraenti e vagamente proibite, non può trattenersi dal chiedere. «Che cos'è che vorresti farmi?»
«Clark...» C'è nella voce di Lex quell'accento pericoloso, assieme intrigante e intrigato, che fa vibrare il suo nome in un modo inusitato, che Clark non ha sentito pronunciare mai ma che gli piace da impazzire, come il sonaglio d'un serpente; gli occhi di Lex spaziano lungo il suo volto come se guardandolo potessero saziarsene. «Ci sono martiri che hanno sopportato meno di me in questo momento. Per favore, non provocarmi.»
Le sue labbra sono vicinissime: quasi senza protendersi sul divano, curvandosi appena un poco verso la sua spalla, Clark potrebbe riprendere il bacio che hanno interrotto; ma allora la conversazione morirebbe lì. Parlare così, a bassa voce, a pochi centimetri dal suo volto, in questo momento sembra molto più promettente e anche più conturbante.
«Credevo che avessi voluto aspettare proprio perché io fossi grande abbastanza» mormora Clark; non sa neppure da dov'è che gli venga tutta questa simulata innocenza. Gli ricorda un po' i giorni trascorsi sotto l'effetto della kryptonite rossa; ma non ce n'è, adesso. È lui soltanto , sotto l'effetto che su di lui esercita Lex.
Attraversa gli occhi di Lex un'ombra che è più di dolcezza che di voluttà. Lex posa la mano tra i suoi capelli, sulla sua nuca, e sorride con aria appena un po' stanca.
«È così. Ma questo non significa che io voglia bruciare le tappe con te.»
Clark si sente il cuore stretto da una grande tenerezza come nel pugno di una mano. Non dice altro. Posa la fronte contro il petto di Lex: le sue braccia gli cingono le spalle. Restano in silenzio così per un po'.
«Non voglio che tu faccia qualcosa per cui non ti senti pronto solo perché sono io a volerlo» mormora Lex. «O perché pensi che io mi aspetti qualcosa da te solo perché ho più esperienza.»
C'è tutta una parte di lui – la parte che è adolescente, forse, e che quando bacia Lex prova un fuoco che gli scava dentro e qualche cosa che muore e vorrebbe soltanto scoprire che cosa sia il suo corpo e di che cosa sappia e che consistenza e che sapore abbia la sua pelle sotto le sue dita e sotto la sua lingua, così come fino a pochi giorni fa non desiderava altro che riscoprire le sue labbra – che urla che in questo momento decisamente si sente pronto a qualunque cosa e vorrebbe sperimentare e provare e vorrebbe fare tutto adesso, senza frapporre indugio né ostacolo; ma Lex ha ragione, e quella ragione, per fortuna, parla un po' più forte della sua passione e dei suoi ormoni e della sua attrazione. Le sue parole sono piene di buonsenso; ma quella non è la vita che Lex ha condotto finora, pensa. Gli tornano in mente le foto che ha visto tempo fa, su Internet, sui giornali scandalistici, quelle di Lex che baciava ogni sera un modello o una modella diversi, belli e discinti come divinità pagane.
«Non ti seccherà aspettare?» chiede a bassa voce, senza guardarlo.
Lex non cessa di accarezzare i suoi capelli.
«Non quanto il pensiero che tu possa pentirti di qualcosa» risponde.
Lionel entra nell'ufficio di Lex con la consueta, ostentata disinvoltura un pomeriggio in cui Clark è seduto sul divano al suo fianco, con gli occhi chiusi, ad ascoltarlo leggere per lui.
Era inevitabile, in un certo senso quasi atteso; di certo era previsto: se così non fosse stato, Lex non avrebbe messo, ogni volta che Clark viene a trovarlo nel suo studio, uno dei suoi collaboratori di guardia, dall'altro lato della porta chiusa, col compito esplicito di bussare non appena fosse arrivato qualcuno. La prudenza di Lex dà loro qualche secondo di comporto: il problema è che non c'è niente che debbano nascondere. Non stanno facendo nulla di scabroso o indecente, e il problema, forse, è proprio questo: che Lionel Luthor si chiederà proprio perché siano soli nel suo ufficio a non fare assolutamente niente.
«Lex.» Il modo in cui pronuncia il suo nome è più un annuncio, magniloquente e altezzoso, che un saluto; percorre con lo sguardo la stanza come se gli appartenesse: al vedere Clark non manifesta la minima sorpresa. Non è soltanto che si aspettasse già di trovarlo lì, realizza Clark al percepire il suo sguardo: è venuto precisamente per averne la certezza. Ora ce l'ha. «Perdonami. Non sapevo di trovarti in compagnia. Spero di non aver interrotto niente. Clark Kent, giusto?»
«Giusto, signor Luthor» risponde Clark senza neppure sforzarsi di sorridere, perché sa benissimo che Lionel conosce il suo nome e probabilmente anche molto altro, e a quel gioco del teatro non intende prestarsi più del necessario.
«A che cosa devo il piacere della tua visita, papà?» In piedi accanto al divano, con le mani nelle tasche dei pantaloni in un'ostentata dimostrazione di calma e di sicurezza, Lex non dà segno di cedere alle sue provocazioni; ma Clark intravede la tensione nella piega del suo collo, nella curva bianca della sua gola.
Poiché nulla di tutto quello che fa può essere diretto e immediato, Lionel si prende tutto il tempo per versarsi un drink prima di rispondere. «Sono venuto a prendere quei contratti sui quali ci eravamo messi d'accordo, Lex. Per caso te n'eri dimenticato?»
«Immagino che tu ti riferisca a quelli che ti ho inviato per mail una settimana fa» risponde Lex amabilmente.
A questo punto Clark stabilisce unilateralmente dentro di sé che a questa lotta di potere, a questo braccio di ferro tra il padre e il figlio, che solo apparentemente ha per oggetto firme e contratti e in verità si avviluppa molto più profondamente tra di loro e soprattutto coinvolge anche lui, è bene che non assista; e non perché non vorrebbe aiutare Lex, ma perché non può. Perciò, prima che la conversazione si faccia troppo tesa e inestricabile per potersene sottrarre, Clark si schiarisce la gola e si congeda. «Lex, è meglio che vada. I miei amici mi aspettano al Talon. Ci sentiamo dopo, va bene?»
Lex incrocia il suo sguardo quasi con gratitudine. «A dopo, Clark» dice solamente, col tono di volergli dire qualcos'altro; ma qualcos'altro in quel momento non si può dire. Lionel l'osserva uscire con ostentata benevolenza.
Quella del Talon non era davvero una scusa. I suoi amici si sono messi d'accordo per trovarsi lì e confrontare degli appunti, e Clark ha detto loro che li avrebbe raggiunti più tardi; dopo aver visto Lex, per la precisione, ma questo è rimasto non detto.
Rimangono al Talon un paio d'ore, anche dopo aver finito di studiare: lo aiuta a distrarsi. Per quel paio d'ore riesce quasi a non pensare a quello che è successo nell'ufficio, allo sguardo di Lionel che ha trovato nient'altro che le prove di ciò che in fondo sapeva già.
Clark realizza d'aver detto ad alta voce dove sarebbe andato solo perché Lex potesse trovarlo solamente quando sente il motore della sua Ferrari avvicinarsi in lontananza: non è che questo sia un superpotere, per una volta. Lo sente tutto il Talon, e forse una buona parte della popolazione di Smallville, assai prima che l'automobile compaia sulla strada e accosti accanto al marciapiede, di fronte al locale.
Quando entra, Lex non si dirige direttamente verso il loro tavolo. Va prima al bancone da Lana, prende dalle sue mani un paio di cartelline, poi rimane per qualche minuto a parlare con lei. Solo a quel punto, come se li avesse notati in quel momento e non fosse venuto al Talon che per occuparsi d'affari e di contabilità, prende una tazza e si avvicina al loro tavolo per salutarli con simulata disinvoltura. Clark si sorprende a guardarlo con preoccupazione: cerca di leggere sul suo volto i segni o i sintomi della discussione che deve aver avuto luogo; ma di segni non ne vede. Lex è calmo e imperscrutabile come sempre; forse appena un poco stanco. Per sapere cosa sia successo, però, dovrà aspettare.
Non si siede neppure. Rimane in piedi accanto al tavolo per qualche minuto, a chiacchierare con loro e a informarsi cortesemente sulle loro vite; comunque, è arrivato proprio quando gli altri stavano per andare via: Chloe è riuscita a procurarsi un'intervista importante e ha convinto Pete ad accompagnarla per scattare qualche foto. Devono andare: si vedranno domani a scuola. Lex insiste per pagare le loro ordinazioni: è la prima volta che lo fa, e Pete lo guarda per un attimo, un po' stupito e corrucciato, prima di ringraziarlo. Forse sospetta qualcosa, che però non riesce a focalizzare con chiarezza: percepisce soltanto qualcosa che non quadra; Clark sente dentro di sé una fitta di senso di colpa alla bocca dello stomaco. Si stende tra di loro l'ennesimo silenzio, l'ennesima omissione: ma, com'è stato, fino a pochi mesi fa, con il suo segreto, non è qualcosa che possa dirgli così, semplicemente, senza conseguenze. Non potrà tacerglielo per sempre, però, e neppure lo vuole, così come ai suoi genitori, ed esattamente allo stesso modo, quando pensa a loro, si sente lo stomaco stretto da un rimorso e da una colpa cui non sa dar voce; ma non saprebbe cosa dire, ancora, e forse gli manca il coraggio. Ha paura del giudizio di Pete, della disapprovazione di suo padre: si rende conto da solo di star cercando ovunque scuse per rimandare il momento in cui glielo dirà.
«Devo andare verso casa tua, Clark» dice Lex ad alta voce, in modo che lo sentano tutti, mentre Pete e Chloe salgono sul Maggiolino rosso parcheggiato vicino al marciapiede. «Vuoi un passaggio?»
Magari un giorno non avranno bisogno di queste scuse scoperte, palesi, per salire sulla stessa macchina, per il tempo che trascorrono insieme; forse è colpa soltanto della loro coscienza sporca, della sensazione di doversi nascondere e mascherare. Clark neppure ricorda come facessero prima, se semplicemente si vedessero e parlassero e stessero insieme, talora anche per ore, senza sentirsi addosso continuamente gli sguardi e il giudizio di tutti.
Lex guida in silenzio, senza guardarlo, per qualche minuto. Clark impiega un poco a trovare il coraggio di porre la domanda: non che sappia davvero cosa chiedere né come. «Lex, tuo padre...»
Con le labbra strette, la fronte contratta, Lex continua a guidare in silenzio, guardando solo la strada, per un po'. Parla solo dopo lunghissimi secondi. «Sospettavo che mio padre sapesse. Non so se sia stato qualcuno dei miei collaboratori a dirglielo, ma in realtà credo che lo immaginasse già da molto tempo. Ci ha teso un'imboscata solo per averne la certezza.»
«Non stavamo facendo niente» obietta Clark, ma senza troppa convinzione. In fin dei conti lo sa da solo, senza bisogno che sia Lex a dirglielo, che in qualche modo quel pomeriggio Lionel ha dedotto tutto quello che c'era gli occorreva.
Lex sorride del suo sorriso amaro. «Giusto. Il che lo ha portato a chiedersi perché avessi messo qualcuno di guardia alla porta semplicemente per fare una chiacchierata con te.»
A questa osservazione è difficile trovare qualcosa da obiettare: Clark non vuole neanche immaginare di che tenore sia stata la loro conversazione. «Lex, mi dispiace. Se preferisci che non ci vediamo per un po'...»
L'ha detto così, senza pensare né crederci davvero, solo perché sentiva di doverlo proporre, o forse piuttosto perché si aspettava che Lex scartasse quell'idea come folle e insensata subito dopo averla udita; ma Lex non dice niente. Continua a guidare per qualche minuto, in silenzio, senza guardarlo né rispondergli, e Clark inizia a sentire la tensione salire nel suo corpo come acqua di marea.
Lex accosta senza preavviso a bordo strada, fuori dalla carreggiata, lungo i campi sconfinati che sprofondano a poco a poco nel buio, e dice: «Sappiamo entrambi che, ora che lo sa, se ne approfitterà per colpire me o te o entrambi, se ne avrà bisogno. Non è quello che avrei voluto offrirti.»
Se si trattasse di chiunque altro, se stessero parlando di qualcuno che non è Lionel Luthor, Clark gli direbbe che sta esagerando. Non è così, però: Lex ha ragione, in un modo doloroso e disperato che Clark non vorrebbe dover riconoscere ma che vede di fronte a sé come se fosse proprio reale. Di doversi guardare da Lionel come da una fiera che continuamente lo minaccia, in fin dei conti, Clark l'ha messo in conto sempre; ma non avrebbe mai pensato di fornirgli un'altra arma con la quale minacciarlo.
«Preferisci che non ci vediamo più, quindi» dice con una voce sorda e carica di delusione che non gli appartiene. Si sforza di non suonare rancoroso né ferito, ma non è certo che gli riesca né l'uno né l'altro.
Lex posa la mano sul suo ginocchio in un gesto affettuoso, quasi abituale, e non privo di una certa dolcezza.
«Non voglio decidere per te, Clark.» La sua voce risuona esausta, estenuata: lo guarda per la prima volta da quando sono saliti in macchina. I suoi occhi sono cupi e seri. «Ma vorrei che tu fossi consapevole di quello che può comportare. Io dovrò convivere con l'ombra di mio padre finché vivrò... ma non avrei voluto questo per te.»
Clark non sa se sia quello che Lex si aspetta di sentire da lui, ma non può esimersi dal dirlo. «Io non ho paura di tuo padre, Lex.»
Lex sorride appena. La stretta sul suo ginocchio si fa impercettibilmente più forte, carica di gratitudine.
«Lo so, Clark. Ma vorrei che tu pensassi a quello che stare con me comporta. A mio padre, a quello cui stai rinunciando per vedere me. Lo farai?»
Quell'idea gli strappa un sorriso, forse perché la sua vita non gli è parsa mai più ricca e appagante che in quel momento. «Perché pensi che io stia rinunciando a qualcosa?»
Lex non sorride, però. Il suo sguardo è ancora serio: i suoi occhi assorti lo percorrono interamente.
«Se tu fossi uscito con una ragazza della tua età, l'avresti portata al cinema e a cena fuori e al ballo della scuola e a vedere le stelle nei campi su una coperta» dice piano. «Sai che tutto questo con me non è possibile.»
Clark fa per obiettare, ma non è così facile: le parole di Lex non sono qualcosa che si possa semplicemente negare. Sono la verità: qualunque obiezione stesse per pronunciare gli muore in gola. Non sa come replicare, ma Lex vede la protesta muta nei suoi occhi e gliene è grato, addolcito, come se l'avesse pronunciata davvero. Posa una mano sulla sua guancia come se volesse riempirsene il palmo e portarne via qualcosa con sé per l'ultima volta.
«Mi dispiace non poterti portare a un vero appuntamento» mormora.
«Lex...»
«Non è quello che ti meriti» insiste Lex. «Forse ora non ti sembra di rinunciare a qualcosa, ma un giorno sì. Non voglio che...»
Clark potrebbe rispondergli in un'infinità di modi diversi. Potrebbe obiettare, per esempio, che i suoi genitori non lo hanno cresciuto così debole da aver bisogno che siano altri a dirgli che cosa meriti o non meriti; ma per qualche motivo sa che non è questo che bisogna dire. Che tutto ciò che ora Lex gli sta dicendo non ha a che fare veramente con lui, quanto piuttosto con i muri, altissimi e invalicabili, che fin da bambino Lex ha eretto attorno a se stesso per proteggersi dal mondo esterno e dalle sue ferite, per impedire ad altri di avvicinarsi e a se stesso di affezionarsi a quegli altri e soffrire alla prima minaccia della loro perdita.
«Lex.» Non s'accorgerebbe quasi nemmeno d'averlo interrotto se Lex non ammutolisse d'improvviso. «Perché stai cercando in ogni modo di allontanarmi da te?»
Vi è nello sguardo di Lex l'esitazione di qualcuno che sia stato colto in fallo nell'atto di una colpa che neppure s'era reso conto di commettere, forse perché quel comportamento è tanto connaturato in lui, spontaneo, che non è davvero qualcosa che faccia con intenzione: è istintivo come levare uno scudo. Come ogni volta che viene colto in fallo, Lex sorride perché mostrarsi interdetto non gli piace. Ci pensa per un po'.
«Perdonami, Clark. Forse sto cercando di allontanarti perché mi spaventa l'idea che tu possa realizzare tutto questo solo quando sarà troppo tardi.»
Quelle parole, per quanto lo riguarda, non hanno senso. «Troppo tardi per cosa?»
Lex torna a guardare di fronte a sé, al di là del parabrezza.
«Per me» risponde a bassa voce. «Per rinunciare a te.»
C'è nelle sue parole una bellezza struggente che Clark sente prendergli la gola.
«Sei proprio così convinto che cambierò idea?»
Lex tace a lungo con gli occhi infissi nel grano flesso dal vento.
«Ho un paio di affari a Metropolis che sto rimandando da un po'» dice. A quel brusco cambio di argomento Clark non sa come reagire: rimane interdetto per un istante. Ascolta. «Ascolta, Clark... resterò là per qualche giorno. Vorrei che tu riflettessi su quello che ti ho detto. Su quello che comporta stare con me. Lo farai?»
È importante per Lex. Sull'opportunità della loro amicizia, sui suoi rischi, Lex non ha permesso mai a nessuno di loro due di avere dubbi, né ha voluto prestare ascolto mai a quelli espressi dai loro padri, quando ne hanno sollevati: ma ora che di amicizia non si tratta più, che si sta trasformando, senza che nessuno l'avesse previsto, in qualcosa di più privato ed esclusivo, nella materia di ben altre leggende da quelle che lui stesso ha previsto una volta, ora Lex vuol dargli ogni possibile opportunità di tirarsi indietro e sottrarsi, forse perché non abbia a pentirsi, a rinfacciargli nulla più avanti, tra mesi, magari tra anni. Clark non ha bisogno di riflettere affatto: si sente sicuro di voler stare con Lex come è sicuro delle sue proprie mani; ma non protesta né insiste. Lex non si sentirà sicuro dei suoi sentimenti finché Clark non gli avrà provato che non sono passeggeri né fatui.
«Rifletterai anche tu?» chiede soltanto.
Lex rimette in moto e ingrana la prima senza guardarlo.
«Io non devo riflettere su niente» risponde dolcemente.
Non parlano più finché non raggiungono la fattoria: s'è fatto tardi. I suoi genitori stanno quasi per mettersi a tavola, ma Clark, quando la Ferrari si ferma sul vialetto, non sa come salutarlo. Posa la mano sulla maniglia della portiera senza saper che dire.
È Lex a rompere il silenzio.
«Non ti chiamerò questa settimana, Clark» dice. «Non voglio influenzarti in alcun modo. Voglio che tu senta di poter riflettere lontano da me. Ma mi passeranno le tue telefonate in qualsiasi momento, se tu dovessi aver bisogno di contattarmi. Va bene per te?»
Questa prospettiva lo addolora, ma forse, se davvero gli è dato riflettere, a mente fredda, su ciò in cui si sta cacciando, allora è meglio così. «Va bene.»
Dopodiché Lex lancia una lunga occhiata, al di sopra della sua spalla, alle finestre della casa illuminate e vuote, si protende verso di lui e lo bacia.
«Non ti sto respingendo.» C'è nella sua voce un accento disperato che Clark non ricorda d'avergli sentito mai: vuole a tutti i costi che lo sappia. «Ma se devo perderti, vorrei che fosse prima di innamorarmi di te. Accetterò ogni tua decisione. Mi credi?»
«Ti credo» risponde Clark.
Passano giorni tranquilli: Clark sventa una piccola rapina, ma niente di serio, e nessuno se ne accorge in ogni caso. Si annoia un po'. Passa molto tempo al Torch, al Talon, a fare qualche tiro con Pete; non è assente, vive la sua vita come sempre, e se è strano – o quantomeno più strano del solito – nessuno glielo fa notare. Prima di dormire legge un po': l'Iliade è stranamente bella, anche se non riesce a leggerne più di due o tre pagine per sera.
Lex mantiene la sua parola: non gli telefona mai. Clark è certo che manterrebbe anche l'altra parte della sua promessa: che gli risponderebbe, se fosse lui a chiamarlo; ma della sua parola non vuole approfittarsi. Forse Lex ha ragione, ed entrambi hanno bisogno di riflettere; ma la verità è che non è propriamente riflettendo che Clark trascorre quei giorni. Attende solamente, perché dentro di sé sa di aver già deciso. Aiuta suo padre per la maggior parte del tempo che non passa con i suoi amici, dopo la scuola: vorrebbe che lo aiutasse a non pensare, annullarsi nella fatica fisica e nello sforzo come succede agli altri; ma di sforzo non ce n'è, la sua mente rimane dolorosamente lucida in ogni momento. Aspetta soltanto.
Venerdì suona il telefono in cucina. Sua madre si affaccia alla finestra per chiamarlo e dirgli che è per lui: Clark raggiunge la cornetta prima ancora che termini la frase. Quando accosta il ricevitore all'orecchio, è agitato come un bambino. Parla osservando la schiena di sua madre che si allontana.
«Ehi.» È la sola cosa che senta di poter dire senza che gli s'incrini la voce né compromettersi.
«Dio, Clark.» C'è nella voce di Lex un afflato di sollievo che neppure il telefono riesce a mascherare: suona come un sospiro, ma Clark non riesce a immaginarne la ragione. Esita un momento.
«Va tutto bene?»
C'è un momento di silenzio dall'altra parte del telefono: Clark riesce quasi a vederlo mentre si guarda attorno per accertarsi che nessuno possa sentirlo. Quando Lex parla di nuovo, la sua voce è appena più bassa di prima. «Mi sei mancato. »
Sua madre si muove ancora da qualche parte in cucina, ma Clark decide di correre il rischio di sbilanciarsi tanto da rispondere: «Anche tu.»
Riesce quasi a sentirlo sorridere al di là della cornetta. Dura solo un momento. «Ascolta, Clark... hai pensato a quello che ti ho detto?»
«Ci ho pensato.»
È una bugia: non ci ha pensato affatto, se non come a una domanda della quale sentiva di conoscer già la risposta; ma in fondo Clark non sente di star mentendo.
C'è una certa tensione nella voce di Lex quando chiede, col tono di una transazione d'affari: «Posso chiederti se sei ancora della stessa opinione?»
«Sì» risponde Clark. «E tu?»
Alla sua domanda Lex non risponde come se neppure lo riguardasse. È soltanto sollevato. Clark percepisce il suono dei suoi passi: riesce quasi a immaginarselo mentre cammina, nervosamente, per i corridoi di chissà quale edificio d'uffici, col cappotto nero che ondeggia attorno alle ginocchia.
«Domani sera ci sarà un concerto di beneficenza, qui a Metropolis. Lo organizza un tenore italiano. Potrei mandare la limousine a prenderti nel pomeriggio, se ti va. Andare a cena fuori e poi al concerto.»
Clark intravede la mamma, al di là della finestra, attraversare il prato per andare a dir qualcosa a suo padre, vicino alla staccionata. Non può sentirlo.
«È un appuntamento?»
Lex soffoca un principio di risata. «Faccio del mio meglio.»
Sono già stati a eventi pubblici insieme, dopotutto: all'inaugurazione di quella mostra, per esempio, qualche mese fa, e neppure i giornali scandalistici hanno trovato di che insinuare alcunché. Clark non ha la minima idea di cosa aspettarsi da un concerto di beneficenza organizzato da un grande tenore italiano, e, a essere proprio onesto, suona come la serata più noiosa del mondo, ma non ci pensa neppure un momento. «Mi piacerebbe.»
C'è qualcos'altro che Lex deve chiedergli: Clark lo sente nell'esitazione nuova nella sua voce. «Possiamo dormire qui, se vuoi. Nel mio appartamento. Per non dover tornare in piena notte a Smallville.»
Clark prova la distinta sensazione di una voragine che si scava dentro di lui.
«Mi piacerebbe» ripete. La sua voce suona appena un po' più sorda rispetto a prima.
I suoi genitori accettano di mandarlo a Metropolis senza protestare né stupirsi per quell'idea: non è strano, dopotutto. Suo padre borbotta un po', come sempre, quando si parla di Lex, ma l'idea di un concerto di musica classica (o qualunque cosa sia, perché non è che Clark lo abbia capito benissimo) non è poi nulla di drammaticamente pericoloso; sua madre sapeva del concerto già da giorni: è un evento organizzato ogni anno in tutta Europa dal più grande tenore italiano, a quanto pare, che per la prima volta approda in America: a sentire lei, è un evento irripetibile. Neppure il fatto che trascorra la notte a Metropolis li turba più di tanto: ha dormito tante volte a casa di Pete, per esempio, e la cosa non li ha mai fatti preoccupare; con Lex è un po' diverso, per suo padre, specialmente, ma in fondo non c'è nulla di insolito. Il pensiero di tradire la loro fiducia gli dà una fitta atroce di dolore alla bocca dello stomaco: è la prima volta che lo fa. È sempre stato onesto con loro; ma questa particolare cosa di sé, questa novità che sta scoprendo e che lo affascina, vorrebbe tenerla per se stesso solo un altro po', finché non si sentirà in grado di condividerla con loro. Glielo dirà.
Il giorno seguente indossa l'abito scuro che ha indossato per il matrimonio di Lex. È una strana ironia, pensa mentre si sistema i polsini davanti allo specchio, e la cosa, per un attimo, lo mette un po' a disagio; ma è soltanto ironia, e quello che ha addosso è soltanto un abito. Quando finisce di prepararsi e dà le spalle allo specchio, non ci pensa neanche più.
«Pensavo che Lex invitasse qualche modella a eventi di questo genere» dice sua madre distrattamente mentre gli sistema la cravatta. Non lo sta nemmeno guardando; lo dice così, per dire, soltanto per fare conversazione, ma Clark sente di nuovo quella morsa alla bocca dello stomaco come ieri. Gli manca il coraggio di dirle tutto, forse perché ancora non sa che cosa siano lui e Lex e neppure cosa dirle.
«Non credo che Lex intenda frequentare più quel... genere di persone» dice a fatica. Si allontana dalle sue mani un po' troppo in fretta perché il loro tocco lo fa sentire in angoscia. Non saprebbe dire se sua madre se ne accorga.
Trascorre il viaggio fino a Metropolis con un sentimento vago di agitazione senza sapere che cosa debba aspettarsi, combattuto tra l'aspettativa e un senso indistinto di timore di non sa neppure che cosa; eppure non è proprio il suo primo appuntamento.
Lex attende di fronte al ristorante, un locale italiano con tre stelle Michelin. Indossa lo smoking con la stessa disinvoltura con cui indosserebbe una seconda pelle: aspetta con le mani nelle tasche, tranquillo e sicuro di sé come se il marciapiede e forse la città gli appartenessero. La sua sicurezza ha un fascino magnetico che non cessa di attrarlo: ma il suo cuore, sente Clark quando scende dalla limousine, batte appena un po' più veloce del normale. È agitato anche lui: è solo molto bravo a nasconderlo.
«Ehi» dice solamente a mo' di saluto. Gli posa una mano sul braccio, all'altezza del gomito, e la stringe appena. È tutta l'intimità che possano concedersi in pubblico, il tocco della mano sul braccio: ma quel tocco sul braccio, lo sguardo di Lex che gli brucia in viso come volesse vedervi attraverso, gli piacciono enormemente. Forse perché è tutto ciò che hanno, le percepisce come se fossero cose proprio sue.
È un ristorante assurdamente elegante. Clark se ne sente un po' intimorito, ma soprattutto fuori posto, quando gli sfilano il cappotto per riporlo nel guardaroba, nella grande sala con cucina a vista al di là della quale si aggira un piccolo esercito di cuochi: lo tranquillizza solo la disinvoltura di Lex, il modo in cui valuta il tavolo, di fronte all'ampia vetrata spalancata su Metropolis, che gli propone la maître; qualcuno lo saluta dai tavoli vicini; Lex risponde con un cenno appena.
Quando apre il menu, Clark si sente un piccolo tuffo al cuore: non saprebbe neppure dire se sia esclusivamente per via dei prezzi, che iniziano con una cifra che non ha mai neppure immaginato per un piatto di pasta, o anche per i nomi stessi dei piatti. Il suo disagio deve dipingerglisi in volto, perché Lex se ne accorge quasi senza levare gli occhi su di lui.
«Credo di ricordare che le conchiglie agli scampi siano il piatto forte dello chef» lo informa con indifferenza, e Clark chiude il menu sentendosi sollevato dalla necessità di scegliere senza neppure sforzarsi di ricordare che cosa siano gli scampi.
Lex lo osserva appena un po' divertito al di sopra del menu. «Sei a disagio?»
Clark cerca un modo neutro per articolare la frase. Parla molto piano perché nessuno possa sentirlo dai tavoli vicini. «Diciamo che ho avuto appuntamenti meno impegnativi.»
«Sei pentito?»
«No» risponde Clark senza neppure riflettere, perché è qui con Lex, dopo una settimana che non lo vede, e l'unico rimpianto che ha è che vorrebbe baciarlo e non può. «Ma la prossima volta va bene anche un hamburger.»
«Ne terrò debito conto» promette Lex con grande serietà e solo un principio vago di risata sulle labbra, e aggiunge, a voce appena un po' più bassa: «Ci tenevo a portarti al nostro primo appuntamento. Ho pensato che a Metropolis nessuno avrebbe badato a noi, a differenza che a Smallville.»
Clark non può fare a meno di ripensare alle foto sui giornali scandalistici, quelle in cui Lex baciava, indifferentemente, ragazzi e ragazze nei locali di Metropolis. «E i paparazzi?»
Lex sorride. «So a cosa stai pensando. Ci saranno fotografi e telecamere, ovviamente, ma non quel genere di giornalisti. Non è a teatro che si vanno a cercare scandali. Sarà come quando ci hanno visti insieme all'inaugurazione al museo. Ti fidi di me?»
È come nascondersi nella piena luce del giorno, dunque; ma pur sempre nascondersi, dopotutto. Clark non lo percepisce come qualcosa cui sta rinunciando, come temeva Lex; ma è vero che un poco gli dispiace. Non stanno facendo nulla di male, dopotutto, e della malinconia che gli attraversa gli occhi per un istante Lex si accorge.
«Dobbiamo dirlo ai tuoi, Clark» mormora chiudendo il menu. «Non voglio essere la causa della tua rottura con loro.»
Non è soltanto che Clark sappia che ha ragione: non ha pensato ad altro, nelle ultime settimane, se non che non avrebbe voluto mentir loro su questo; eppure sente ugualmente un'esitazione nella propria voce quando prende la parola. «Mio padre...»
«Tuo padre m'inseguirà con un fucile?» suggerisce Lex. Clark non è così sicuro di sé da dirgli di no. «Non importa, Clark. Per una volta non potrei dargli torto per avercela con me. La cosa migliore che posso fare nei suoi confronti è essere onesto e dimostrargli che sono pronto a impegnarmi sul serio con te.»
«E lo sei?» chiede Clark, un po' per scherzare e provocarlo e un po' perché quelle parole gli hanno gonfiato il petto come un palloncino all'altezza della gola.
«Beh» dice Lex scrollando le spalle. «Potrei dirti che è la prima volta che organizzo un primo appuntamento in un ristorante da tre stelle Michelin.»
Quella risposta suona un po' incompleta. «E invece che cos'è che mi dirai?»
«Che non ho mai pensato a nessuno come penso a te» risponde Lex.
La cena è breve, per fortuna, perché quel ristorante lo soffoca e lo fa sentire, per tutta la serata, come un pesce al di fuori dall'acqua; è romantica, in un certo senso, in un modo un po' cinematografico che lo fa sentire come se un ricco miliardario lo stesse viziando con regali e cene costose – il che è esattamente quello che sta succedendo, da un certo punto di vista; ma questa possibile lettura Clark non la condivide affatto, perché sarebbe parziale e imprecisa: non è così che la vede lui. Quello che vede lui è il suo migliore amico che si sta innamorando di lui e sta cercando di regalargli una serata solo per loro, nell'unico modo in cui può farlo: che è quello di Lex Luthor, dopotutto.
Lex ordina per entrambi, ma quando il sommelier si avvicina al tavolo, per suggerirgli un abbinamento di vini da accostare ai piatti, Lex lo congeda cortesemente con una battuta sul fatto che è bene restare lucidi prima di un concerto: la verità è che non vuole che ci sia vino sul tavolo, se dovessero fotografarli insieme, questa sera. Alla fine della cena, lo chef esce dalla cucina per venire a salutarlo di persona e chiedere se abbiano gradito il servizio: Clark prova la sensazione d'esser sotto gli occhi di tutti e totalmente fuori posto. Dura poco, per fortuna: poi il cameriere porta loro il conto all'interno di un taccuino di pelle, Lex vi infila la carta di credito senza neppure guardare la cifra e glielo restituisce. Quando il maître li riaccompagna all'uscita e li aiuta a indossare i cappotti augurando loro una buona serata, la limousine è già di fronte alla porta che li aspetta.
Lex si protende verso di lui e lo bacia non appena lo sportello si chiude alle loro spalle: non è il bacio che Clark si attendeva dopo una settimana di separazione, però. È dolce e lento, e lungo, molto lungo, come tornare a respirare dopo ore di apnea, e scostandosi da lui Lex posa la fronte contro la sua e mormora: «Mi sei mancato.»
«Sei stato tu a volerlo» obietta Clark ridendo, perché in fondo un po' Lex se lo merita, e Lex ride a sua volta e lo bacia ancora prima di sistemargli la cravatta.
«Lo so. E lo farei ancora. Volevo che tu fossi sicuro. Siamo quasi arrivati» lo avverte quando Clark fa per baciarlo di nuovo, un po' scherzosamente, passandogli le dita tra i capelli. «Sei pronto?»
Clark era quasi riuscito a rimuovere la prospettiva del concerto di beneficenza e del grande tenore italiano, qualsiasi cosa questo comporti. Ora come ora sarebbe molto più interessato alle labbra di Lex, ma si sforza ugualmente di concentrarsi sulla serata che lo aspetta. «Ci sarà tanta gente?»
«Tutta la Metropolis che conta» risponde Lex, cui evidentemente sembra di esser stato esaustivo con quelle parole: la prospettiva, però, lo preoccupa.
«Quindi... anche tuo padre?»
«Allora diciamo... quasi tutta la Metropolis che conta» gli concede Lex. «Non ti avrei mai invitato se fosse venuto anche lui, Clark. Non preoccuparti. Tu restami solo vicino, va bene?»
Clark scopre molto rapidamente che restargli solo vicino non è così semplice come lo prospetta Lex. Nella sua mente e nella sua esperienza, andare a un concerto equivaleva semplicemente a mostrare un biglietto a un tornello d'ingresso, entrare e infilarsi nella calca. A quanto pare, questo non è quel genere di concerto.
Prima di tutto, c'è un red carpet. Clark è sempre stato piuttosto sicuro che il red carpet fosse una cosa da Notte degli Oscar, o qualcosa del genere, ma a quanto pare si sbagliava. La scalinata d'accesso del teatro pullula di giornalisti e di fotografi: la sola fortuna, a quanto pare, è che sembrano molto più interessati ai personaggi dello spettacolo che non a loro. Li intercettano solo un paio di giornalisti, entrambi per chiedere a Lex se abbia qualche dichiarazione sullo scopo del concerto, che è – e Clark si vergogna profondamente di scoprirlo solo in questo momento – raccogliere fondi per eradicare la povertà nei paesi del Terzo Mondo: Lex risponde con la consueta disinvoltura, parla di donazioni da parte della LexCorp, della necessità di istituire scuole e posti di lavoro; gli fanno qualche altra domanda sulla serata, se abbia mai conosciuto i cantanti e gli ospiti, per esempio, e Lex sorride appena e risponde che spera che ce ne sia l'occasione in futuro. Clark rimane accuratamente indietro rispetto alle telecamere e ai microfoni, e a Lex nessuno chiede chi sia il suo accompagnatore: forse non è quel tipo di serata fatta di gossip e scandali, dopotutto.
«Sbrighiamoci a entrare» mormora Lex appena si divincola dai giornalisti, chinandosi appena su di lui con l'aria di sistemarsi i polsini. «Non mi piacciono i red carpet. Sapevi che, quando Agamennone tornò a casa, sua moglie lo accolse su tappeti cremisi per preludere al suo omicidio?»
Clark si sorprende di sapere chi sia Agamennone senza doverglielo chiedere. «Sono quasi sicuro che non sia quello a cui servono oggi.»
«Non si può mai sapere» commenta Lex conducendolo via dalla folla con discrezione.
Non che raggiungere i loro posti sia così semplice: anche dopo aver superato i giornalisti, Lex è preso d'assalto da una varietà di investitori, uomini d'affari e semplici conoscenti che si fermano a salutarlo e a scambiare qualche parola. Qualcuno guarda verso di lui con aria interrogativa, e Clark tende la mano verso di loro e si presenta sforzandosi di sorridere e di sembrare a suo agio e sicuro di sé quando francamente preferirebbe trovarsi nello studio di Lex a sentirlo leggere per lui. Qualcuno si sofferma a fargli qualche domanda, per cortesia o forse piuttosto per indagare, con discrezione, chi sia il misterioso accompagnatore di Lex Luthor: Clark sente i loro sguardi bruciargli addosso come se volessero leggergli attraverso. Dopo ogni presentazione guarda verso Lex, neppure lui saprebbe dire se in cerca di aiuto o di conferma, e ogni volta Lex l'osserva con interesse.
«Sembra che tu piaccia alla gente» osserva Lex quando finalmente si siedono nei posti a loro riservati, e a questa osservazione Clark non sa come rispondere.
Dopodiché, finalmente, la grande folla della gente che conta di Metropolis prende posto, si abbassano le luci e inizia il concerto, e iniziano le due ore più interminabili della sua esistenza.
Sicuramente se avesse più conoscenza di musica classica, o operistica, o quello che è, la serata gli sembrerebbe meno noiosa. Sul palco c'è un'alternanza di cantanti di svariate nazionalità che perlopiù intonano arie di opere italiane e tedesche alternandosi con lunghi discorsi appassionati sulla necessità di massicci interventi internazionali nell'economia del Terzo Mondo, e Clark si sforza in ogni modo di seguire lo spettacolo senza guardare l'orologio, augurandosi soltanto che prima o poi tutto questo finisca. Di tanto in tanto, con la coda dell'occhio, guarda Lex: ogni volta che lo fa, Lex sta guardando verso di lui. Clark torna a volgere gli occhi sul palco sentendosi arrossire.
«Andiamocene» mormora Lex quando si alzano le luci per l'intervallo, approfittando del frusciare degli applausi per chinarsi su di lui. Clark rimane interdetto per un momento.
«Ma non è...»
«Ti svelo un segreto.» Lex rimane chino su di lui per qualche istante più del necessario. «Nessuno rimane per tutta la sera. Occuperanno i nostri posti perché non vengano ripresi vuoti dalle telecamere. Andiamo?»
Clark lascia la sala con un senso di sollievo molto simile alla gratitudine.
Lex ha menzionato, qualche volta, il suo appartamento di Metropolis, ma distrattamente, sempre parlando d'altro; il termine appartamento, scopre Clark quando l'ascensore privato del palazzo si apre davanti a loro, è un po' riduttivo. È alquanto certo che la definizione corretta sia attico.
È molto diverso rispetto al castello: tutto è moderno e luccicante, tecnologico ai limiti dell'eccesso, e nell'insieme enormemente freddo. Ha l'aria di quelle belle case delle riviste che non vengono realmente abitate, di certo perché lo è, visto che Lex se ne serve soltanto quando deve trattenersi a Metropolis per più di qualche giorno; ma gli mette un po' di tristezza.
Lex si sofferma alle sue spalle, mentre si sfila il cappotto, a osservare la sua reazione. Sta sorridendo. «Ti piace?»
«Non lo so. È diverso dal castello» ammette Clark mentre si sbottona il cappotto a sua volta.
La comparazione lo diverte. «In senso buono o cattivo?»
Clark decide che non è obbligato a rispondere a quella domanda, e Lex leva pigramente lo sguardo sulle pareti attorno a loro mentre si sfila la cravatta. Il modo in cui lo fa è stranamente seducente.
«Mi piaceva, quando abitavo qui.» Più che parlare, sta riflettendo ad alta voce. «Ma ora anche io preferisco il castello. Ti ho fatto preparare una stanza» aggiunge così, dal niente, in tono di simulata indifferenza, e a quelle parole Clark non sa bene come reagire. Rimane in silenzio per un poco a osservare l'arco della schiena di Lex mentre si toglie la giacca per gettarla senza troppa grazia su un divano.
«Credevo che...» Ha parlato d'istinto, senza riflettere, ma ora che l'ha detto non sa come dire quello che deve: lo guarda solamente, e Lex sorride.
«Ho pensato soltanto che ti avrebbe fatto piacere avere uno spazio per te» dice. C'è una strana dolcezza nella sua voce. «Se tu dovessi cambiare idea, voglio dire, e non voler dormire con me.»
Gli ci vuole molto coraggio per porre quella domanda. «E se volessi dormire con te, invece?»
«Mi faresti molto felice» risponde Lex.
Quando Clark esce dal bagno, ignora del tutto la stanza che gli ha assegnato Lex e si dirige verso la sua.
Lex è disteso a letto. Sta leggendo un libro la cui provenienza Clark ignora: ha abbandonato l'eleganza della sera, è in boxer e maglietta, con la schiena sollevata da un paio di cuscini, e alza lo sguardo su di lui non appena lo sente entrare.
«La tua camera non ti piace, quindi?»
«Ho pensato...» Clark si stringe nelle spalle. «Voglio dire, che tu non mi avessi fatto venire fino a Metropolis per farmi dormire nella camera degli ospiti.»
«Hai pensato bene. Vieni qui.» Lex solleva per lui la coperta al suo fianco: sentendosi goffamente consapevole dell'invadenza del suo corpo, del modo in cui le sue braccia pendono attorno ai suoi fianchi e senza sapere dove metterle né cosa farne, Clark s'infila piano sotto le coperte, al suo fianco, e si appoggia alla sua spalla. È la cosa più intima che abbia mai fatto con qualcuno, stare insieme nello stesso letto, e socchiudendo gli occhi si concentra per un po' sulla consistenza della pelle di Lex.
Lex passa le dita tra i suoi capelli senza distogliere lo sguardo dal libro. «Ti sei divertito stasera?»
Clark non si sforza neppure di mentire perché ha la sensazione che conosca già la risposta. «Hai cercato di annoiarmi a morte?»
Lex scoppia a ridere: sono così vicini, avvinghiati, che Clark sente la sua risata vibrare contro le proprie costole. «Giuro che non era mia intenzione. Hai visto bene che ti ho portato via non appena è stato possibile. Ma ho pensato che fosse giusto che tu vedessi anche questo.»
«Questo cosa?»
«Questa parte del mio mondo.» La voce di Lex s'è fatta più seria d'improvviso: posa le labbra contro la sua fronte per un momento. «La mia vita non è solo Smallville, Clark. È anche Metropolis, qualche volta. Volevo che tu fossi consapevole di quello che ti aspetta, se vorrai restare con me.»
«Ristoranti spocchiosi e concerti noiosissimi?» chiede Clark per spezzare la tensione, ma Lex risponde con la massima serietà: «Anche. È la mia vita anche questa. Volevo che tu lo sapessi.»
Clark ha immaginato, al fianco di Lex, ormai più vite di quante ne abbiano effettivamente a disposizione da vivere. S'è immaginato con lui sulle mura di Troia, a osservare la piana dello Scamandro scintillare nel sole, e nei palazzi di Ecbatana; ma al suo fianco, a condividere una vita fatta di ricevimenti e cene e degli occhi degli altri che li osservano, con lo smoking addosso come un'altra pelle, non s'era immaginato mai: eppure è anche l'unica vita, di quelle che ha immaginato, che sia veramente possibile. Chissà com'è che a quella vita non ha pensato mai sul serio: eppure è proprio di fronte a lui, com'è stata in queste settimane, com'è stata stasera, con l'ombra nera di Lionel Luthor sempre stesa sopra di loro, Smallville e Metropolis tutte attorno a loro; ma nella vita che si prospetta loro di fronte non c'è solo Lionel e Metropolis non è solo perdizione.
«A me piacerebbe provare questa vita, sai» dice Clark, e Lex lo guarda come se alle sue parole non riuscisse a credere, poi si protende verso di lui e lo bacia.
Non è nulla di inatteso. Non hanno aspettato altro per tutta la sera, e forse neppure nei giorni scorsi, perché in fin dei conti sapevano entrambi, fin da quando Lex gli ha telefonato, e forse ancora da prima, che entrambi non volevano altro che questo. Le labbra di Lex sono morbide e calde e le sue mani bruciano la sua pelle come fossero fuoco, e Clark sa soltanto che ne vuole ancora e ancora e che non vuole che Lex scivoli via da lui come le altre volte. Non s'accorge neppure d'averlo attirato a sé finché le cosce di Lex non si stringono attorno alle sue e Clark sente la sua eccitazione premere pulsando contro il suo ventre.
«Non devi fare nulla che tu non voglia» mormora Lex contro il suo collo. «Lo sai, vero?»
«Lex...»
«È importante, Clark.» Lex posa la fronte contro la sua per guardarlo negli occhi. «Ho bisogno di sapere che non farò nulla che tu non voglia. Che mi fermerai se...»
Clark insinua le mani contro la sua pelle, sotto la maglietta, e percorre l'angolo netto delle sue scapole, la curva morbida delle sue spalle; vi affonda le dita, come accade talvolta nel marmo di certe statue, forse per convincersi che quella carne sia qualcosa di proprio suo; non vuole che Lex si fermi, per alcun motivo, e vorrebbe dirgli che non c'è nulla che in questo momento lo spaventi o non voglia fare – ma quando sta per rispondere gli manca la voce. Per un attimo ha sentito, in fondo agli occhi, proprio come quel giorno durante la lezione di scienze, qualcosa che brucia; e non importa il fatto che ora sia in grado di controllarsi. D'un tratto realizza che potrebbe fargli del male – e soprattutto che sarebbe come mentire.
Non riflette neppure.
«Lex... devo dirti una cosa.»
Il corpo di Lex s'irrigidisce appena contro il suo, ma la sua espressione non muta affatto. Lo bacia piano contro un angolo della bocca.
«Va tutto bene, Clark» dice a bassa voce. «Te l'ho detto. Non devi fare niente che...»
«Non è questo, è che...» Per trovare la concentrazione necessaria, perché il calore della pelle di Lex non lo distragga proprio quando deve trovare il coraggio per quello che quasi non ha detto mai, scivola via da lui sul letto: Lex lo lascia allontanare senza distogliere lo sguardo da lui.«È solo che... c'è una cosa che devi sapere.»
«Non dirmela.»
Clark sbatte le palpebre più e più volte, senza capire. Non sa come rispondere. «Ma, Lex...»
Lex prende piano il suo volto tra le mani: i suoi occhi sono determinati ma calmi.
«Clark... io ho sempre saputo che tu hai un segreto.» C'è una grande dolcezza nella sua voce. «L'ho accettato da tanto tempo, e c'è una parte di me che ha sempre voluto saperlo da quel giorno nel fiume... ma non voglio che tu me lo dica solo perché stiamo per fare l'amore.»
Se Clark permettesse a se stesso soltanto di soffermarsi sulla bellezza delle sue parole, non parlerebbe oltre; ma quello che deve dire è troppo importante e imprescindibile perché possa semplicemente tacere. Si raddrizza a sedere sul letto in una nuvola di lenzuola di seta: Lex si ritrae da lui senza distogliere gli occhi dai suoi. «Lex, è importante. È giusto che tu sappia la verità per poter scegliere. Che tu sappia a cosa vai incontro, come tu l'hai detto a me.»
«Clark» lo interrompe Lex. Torna a posare la mano sulla sua guancia, dolcemente, e Clark ammutolisce sotto il tocco delle sue dita. «Io so che tu hai un segreto e so che voglio stare con te. Quello che dirai non cambierà questo fatto. Ti prego, non dirmi niente. Se tu me lo dicessi solo perché siamo qui, mi sentirei come se mi stessi approfittando di te per strapparti un segreto...»
«Ma tu...» Clark s'interrompe quando s'accorge che quello che sta per dire suona terribilmente come un rimprovero, ma non c'è bisogno che lo dica: Lex ha capito cosa intendeva prima ancora che parlasse.
«Lo so che ho cercato di scoprirlo» dice. «E mi dispiace, ma io non voglio più essere la persona che ha assoldato Nixon. Voglio essere ancora la persona che gli ha sparato per difendere tuo padre. Voglio essere la persona che sono quando sono con te.»
Clark posa la mano su quella di Lex per trattenerla sulla propria guancia. Si sente bruciare la gola di commozione.
«Non voglio che ci siano bugie tra di noi» mormora.
«Niente bugie, allora. Ma che cos'è la verità?» risponde Lex sorridendo, e dal suo tono Clark prova la sensazione che stia citando qualche testo importante che non riconosce. «Clark... ti fidi di me a tal punto che me lo avresti detto, se io non ti avessi fermato. È questa per me la verità. Un giorno me lo dirai.»
Clark pensa alla pioggia di meteoriti, alla distruzione, al dolore che ha portato.«E se quel giorno quello che ti dirò non ti dovesse piacere?»
Lex prende la sua mano e vi posa le labbra a lungo.
«Non esiste niente di te che possa non piacermi» dice.
Quella notte Clark si sveglia senza ricordarsi immediatamente dove si trovi. Si sente soltanto immensamente bene: guardandosi attorno, non riconosce all'istante la stanza. Le lenzuola che gli scivolano addosso non sono le sue: sono di seta, realizza, ed è allora che ricorda d'essere nel letto di Lex, nella sua casa a Metropolis. Si stringe al tepore del suo corpo senza motivo: Lex percorre con le dita i tratti del suo viso. È seduto contro la testiera del letto. La stanza è illuminata: attraverso le grandi finestre, Metropolis scintilla al di sotto di loro di barbagli dorati.
«Sei sveglio?»
«Uhm» mugola Clark contro la sua coscia, perché decisamente non si sente in grado di articolare alcunché di più definito: non è neppure del tutto certo di essere sveglio davvero, dopotutto. Lex, però, è sveglio di certo. «Anche tu.»
«Sì. Stavo pensando.»
«A cosa?» chiede Clark, o quantomeno ci prova: non è certo che le sue parole siano articolate in modo così chiaro. Lex riesce comunque a decifrarle: per un po' rimane in silenzio misurando le parole.
«Ti piacerebbe venire con me in Europa, un giorno?»
Clark è tanto piacevolmente stanco, assonnato, che deve fare mente locale per un po' per ricordare a se stesso cosa sia l'Europa. «Intendi tipo... in Francia? O in Italia?»
Lex ride a bassa voce. «Anche, se ti va. Ma pensavo più alla Grecia, in realtà. Ti piacerebbe?»
La loro conversazione sta diventando troppo intellettuale per prorogare oltre quello stato di sonnolenta beatitudine. Clark si rigira pigramente nel letto fino a distendersi sulla schiena. «Tu ci sei già stato?»
«Solo una volta, tanti anni fa. Con mia madre.»
Il fatto che Lex voglia portarlo in un luogo in cui è già stato con sua madre è un'altra di quelle cose che riempiono il suo petto di qualcosa che non saprebbe ridire a parole.
«E dove andremmo?»
Lex accarezza piano i suoi capelli. «Mi piacerebbe portarti in Macedonia, a vedere le tombe dei re macedoni, e le rovine della città dov'è nato Aristotele. A Dion, alle pendici dell'Olimpo, c'è un parco dove i templi affiorano dalle acque stagnanti, e a Ouranopolis il mare è tiepido come l'aria...»
«Leggerai per me?» chiede Clark.
La domanda lo coglie un po' alla sprovvista. La sua mano non cessa di accarezzargli i capelli. «Leggeremo Pindaro sulle rovine di Tebe e Aristotele tra quelle di Stagira. Ti piacerebbe?»
«Allora va bene» risponde Clark rigirandosi su un fianco.
Lex rimane in silenzio per un po'. «Stai attento, Clark.»
Clark si sforza di riaprire gli occhi senza troppo successo. «Attento a cosa?»
«Attento» ripete Lex piano. «Rischi seriamente che io mi innamori di te.»
Clark si riaddormenta pensando tra sé e sé che in fin dei conti ha corso rischi ben peggiori di questo, mentre le luci di Metropolis formicolano attraverso le finestre come gli incendi sulla piana di Troia.
Quando Clark torna a casa, suo padre non c'è: è a una fiera del bestiame, ricorda d'improvviso. Tornerà stasera: Clark si sente un po' in colpa. Di solito è sempre lui ad accompagnare suo padre a questo tipo di eventi; di solito. Non che gli dispiaccia essersi perso l'ennesima noiosa giornata di fiera; ma il peso delle sue bugie e delle sue omissioni comincia a gravargli addosso fino a non lasciargli più il respiro.
«Ah, Clark! Com'era il concerto?» chiede sua madre voltandosi appena quando lo sente rientrare. Sta lavando i piatti: forse perché si sente un po' in colpa, e la coscienza che rimorde da qualche parte al centro del petto, Clark si china su di lei e la bacia sulla guancia.
«Bello» risponde senza riflettere, macchinalmente, perché a dire il vero il pensiero del concerto non riesce a occupare la sua mente per più di qualche secondo. Non riesce a star fermo: prende uno strofinaccio per aiutarla ad asciugare i piatti. «Un po' noioso.»
«Noioso? Al telegiornale hanno detto...»
Clark non scoprirà mai cos'abbiano detto al telegiornale: guarda sua madre senza sentirla. La vede, però, di fronte a sé, come ormai non la vedeva da tempo, e la guarda con più attenzione di quanta senta di averle riservato ultimamente. Sente che in questo momento si delinea tra di loro una linea: se le mentisse ancora, se ancora tacesse, allora non potrebbe più dire a se stesso di non averle parlato soltanto perché non sapeva che cosa dirle o di che cosa si trattasse. Ora lo sa anche troppo bene.
«Mamma» dice d'improvviso, e sua madre, che gli stava chiedendo qualcosa su soprani francesi e cose del genere, ammutolisce d'improvviso e lo guarda. La sua serietà la intimorisce, ma Clark non può attendere più di così. «Mamma, senti... se mi piacessero i ragazzi... pensi che a te e papà andrebbe bene sempre?»
Sua madre ha quel modo tutto suo di contrarre le labbra, quando si emoziona e s'intenerisce, che fin da bambino lo ha tranquillizzato: quando sua madre contrae le labbra così, quando ha quello sguardo, Clark sente che tutto andrà bene e che lei gli vorrà bene sempre. È un po' più sconvolta di quanto vorrebbe essere, colta alla sprovvista dalle sue parole, ma si sforza di controllarsi perché non vuole che lui la veda così.
«Oh, Clark» esclama, e lascia i piatti nel lavello, immersi nell'acqua, per asciugarsi e prendergli il volto tra le mani. Le sue mani sono umide e fredde e le sue dita sono increspate per l'umidità e profumano di sapone al limone e Clark sente che potrebbe piangere. «Ma certo che per noi andrebbe bene... non devi pensare mai, neppure per un momento...»
«Anche se fosse Lex?» chiede Clark tutto d'un fiato.
Sua madre lascia ricadere le braccia lungo i fianchi senza una parola.
«Oh» dice solamente, dopo qualche secondo, guardandolo con occhi divenuti enormi. Sta ripensando alle scorse settimane, a quelle sere che Lex si fermava a casa loro, incomprensibilmente, soltanto per vederlo e per portargli un libro, e ora tutto sta divenendo chiaro. «Oh. Clark, io...»
«Non sapevo come dirvelo» la interrompe Clark, perché gli sembra importante, fondamentale, che lei sappia che lui non ha mentito volontariamente, che non voleva tenere distanti né lei né suo padre da quella verità, da quella parte della sua vita; che ha avuto bisogno soltanto di un po' di tempo per capire. «Non volevo tenervelo nascosto, è solo che non sapevo cosa dirvi, e non ero neppure certo... e sapevo come avrebbe reagito papà, e...»
«Clark» insiste sua madre: lo stringe tra le braccia come quando era bambino, e tra le sue braccia Clark concede per un attimo a se stesso di sentirsi al sicuro e protetto. «Clark... va bene, va bene. È solo che...»
«È solo che è Lex» dice Clark. Si sorprende di quanto la sua voce risuoni amara quando pronuncia queste parole: anche sua madre se ne accorge. Si allontana da lui di qualche passo, e rimane a guardarlo. I suoi occhi sono tutti pieni di un'accoratezza sgomenta, dolorosa, che Clark non avrebbe voluto provocare mai: ma ora che ne stanno parlando, devono dire tutto quello che bisogna, per quanto faccia male.
«Clark... cerca di capire. Lex è più grande di te...»
«Lo sai anche tu che non è questo il problema» dice Clark, e a queste parole sua madre non sa come replicare, perché è la verità. L'età di Lex, certo, è un ostacolo: ma entrambi sanno che non è questo che dirà suo padre.
«No» risponde sua madre a bassa voce: le sue spalle s'incurvano un po'. Si stringe le braccia attorno al corpo, un po' tristemente, e Clark prova dolore al vederla come se l'avesse colpita. «No, certo che no. Ma, Clark, devo chiedertelo...» Passa la mano sulla sua guancia, più e più volte, come a volergli trasmettere, attraverso la pelle, che la risposta a quella domanda non cambierà le cose tra di loro: le tremano le parole sulle labbra. «Sei sicuro di quello che fai?»
Clark chiude gli occhi e reclina la guancia contro la sua mano. Il palmo di quella mano adesso è il posto dove si sente più sicuro al mondo. «Sì.»
«E credi che Lex faccia sul serio con te?»
Clark si sorprende che non ci sia incertezza nella sua gola quando risponde. «Sì.»
Sua madre non gli chiede nulla di stanotte, dei giorni scorsi, ma Clark dubita che sia perché non vuole sapere: forse sa già, e non è questo che la preoccupa.
«Intendi dirlo a tuo padre?»
«Stasera» risponde Clark, perché non si sente in grado di tacere un minuto di più; ma sotto il tocco delle mani di sua madre, si sente ancora abbastanza bambino da chiedere: «Mi darai una mano?»
Sua madre gli sorride proprio come quando era bambino, con la stessa malcelata preoccupazione dietro gli occhi.
«Andiamo a nascondere il fucile di tuo nonno» propone.
Clark ride tra sé prima di realizzare che sua madre sta scherzando solo a metà.
Clark aspetta che suo padre si sia fatto un bagno e si sia seduto a cena, davanti a un piatto tenuto in caldo, per sedersi di fronte a lui. Lo ascolta parlare della fiera, dei capi di bestiame, di vecchi amici che vede ogni anno nella stessa occasione, di contatti d'affari che ha preso: poi suo padre ammutolisce lentamente, l'osserva in silenzio tra un boccone e l'altro, guarda sua madre, e infine si decide a chiedere: «Che cosa c'è, Clark?»
Clark guarda verso sua madre in cerca d'aiuto: glielo avrebbe detto lei, se glielo avesse lasciato fare; ma non può lasciarle questa responsabilità. Spetta solo a lui; è solo che gli manca la voce.
L'unico esordio che gli viene in mente, però, è anche il peggiore possibile.
«Giuro che non è terribile come sembra» dice levando le mani.
Suo padre gira gli occhi attorno alla stanza in cerca di qualcosa che possa trarlo dal buio in cui brancola; ma quando guarda verso di lei, sua madre mantiene la stessa espressione impenetrabile. Torna a voltarsi verso di lui. È solo un po' teso.
«Clark» chiede pazientemente. «Potresti essere più chiaro di così?»
Beh, dopotutto lo ha chiesto lui.
«Penso di essermi innamorato di Lex» dice Clark tutto d'un fiato.
A giudicare dal lento mutare dell'espressione di suo padre, forse nascondere il fucile è stata davvero una buona idea.
«Clark» ripete lentamente, in tono forzatamente calmo e ragionevole quando è evidente che invece vorrebbe urlare. Si copre il volto con le mani, per un po', e inspira profondamente nello sforzo di dominarsi. «Che cos'è che intendi dire?»
Poiché non ci sono molti modi per parafrasare quello che ha detto, Clark rimane in silenzio.
«Martha» prosegue suo padre, prima che la presa sulla realtà gli sfugga a poco a poco. «Tu lo sapevi?»
Sua madre apre la bocca per rispondergli, ma Clark la precede: non vuole che si assuma responsabilità che spettano solo a lui.
«Alla mamma l'ho detto oggi» si affretta a dire. «Papà, mi dispiace. Stavo cercando il momento per dirvelo, e forse non sapevo nemmeno che cosa dirvi...»
Il silenzio tempestoso di suo padre lo spaventa più che se alzasse la voce.
«Per favore, Clark» dice solamente, dopo un po'. «Dimmi soltanto che non gli hai detto il tuo segreto.»
Clark ha la netta sensazione che la risposta non gli piacerà.
«Stavo per farlo.» Suo padre è incapace di restare seduto: si alza in piedi in un gesto scomposto, spazientito, e incrocia le braccia sul petto in attesa della risposta. «Ma, papà... lui non ha voluto.»
«Non ha voluto.» Il sarcasmo nella sua voce è abbastanza sferzante perché Clark non insista più di così: cerca soltanto con gli occhi lo sguardo di sua madre, da qualche parte, nella stanza; ma i suoi occhi sono confusi come i suoi. «E non ti è venuto in mente che possa trattarsi di un trucco per avvicinarsi a te?»
«Jonathan» interviene sua madre: la sua voce è ragionevole e calma, rassicurante, e della sua interruzione, del suo aiuto in grado di spezzare qualsiasi tensione, Clark le è enormemente grato. «Se avesse voluto soltanto scoprire il segreto di Clark, non lo avrebbe fermato quando stava per dirglielo.»
Neppure la ragionevolezza della sua obiezione lo calma: con le mani sui fianchi, il volto fattosi d'improvviso oscuro e corrucciato, suo padre percorre la cucina a grandi passi senza guardare direttamente nessuno di loro.
«Papà» dice Clark a bassa voce: si sente di fronte a lui un po' colpevole come se fosse ancora un bambino e avesse commesso chissà quale colpa irripetibile; forse è davvero così, in un certo senso; ma non è così che riesce a vedere Lex. Se c'è qualcosa di cui si sente sicuro al mondo è che se proprio Lex è un rischio, allora intende correrlo; e che se avere questi poteri e questo segreto vuol dire vivere nascosto come un ratto per tutta la vita, senza poter permettere a nessuno di avvicinarsi a lui, allora questa vita non gli interessa viverla. «Non puoi prendere in considerazione neppure per un momento l'ipotesi che Lex sia diverso da suo padre e che le persone possano scegliere, vero?»
Attraversa gli occhi di suo padre un lampo di qualcosa che forse, per una volta, è dubbio; ma se è davvero di dubbio che si tratta, non gli dà voce. Prende la giacca dallo schienale della sedia ed esce lasciando la cena intoccata sul tavolo.
Suo padre sale a trovarlo nel fienile quando è ormai molto tardi, e forse Clark dovrebbe essere a letto da un pezzo: ma non riuscirebbe a dormire, del resto; sta armeggiando col telescopio da un po' senza davvero vedere niente. Clark non si aspettava che sarebbe venuto da lui: non sa come reagire. Non sa neppure se si senta arrabbiato o in colpa nei suoi confronti; forse entrambe. Rimane a guardarlo senza saper che dire.
Non che suo padre sappia come iniziare, in realtà. Si schiarisce la voce per un tempo assurdamente lungo.
«Clark... non è perché è un ragazzo.»
«Lo so» risponde Clark a bassa voce; ma non fa altro per aiutarlo a proseguire. Aspetta.
A quanto pare quella era la cosa più semplice che suo padre si fosse preparato da dire: continuare, ora, sembra costargli uno sforzo inaspettato.
«Non posso fingere di essere contento o che non me ne importi. O di non essere preoccupato» ci tiene a puntualizzare. «Non mi fido di lui, Clark. E non penso che dovresti farlo neanche tu.»
«Ma?» chiede Clark dopo un po', perché in qualche modo ha la sensazione che suo padre non sia venuto apposta lì soltanto per ribadire qualcosa che aveva già messo in chiaro piuttosto chiaramente.
Suo padre siede sul divano senza guardarlo. È più stanco di quanto Clark ricordi d'averlo visto mai, e proprio questo gli dà un grande dolore.
«Ma non posso proteggerti contro la tua volontà, immagino» risponde molto lentamente. «Non per sempre, quantomeno. Così come non ho potuto tenerti chiuso in questa fattoria... neppure quando pensavo che sarebbe stato meglio per tutti.»
«Papà» insiste Clark, sedendosi accanto a lui, perché ribadirlo gli pare fondamentale, per quanto suo padre possa non credergli. «Io non credo che ci sia alcun bisogno di proteggermi da Lex.»
Gli occhi di suo padre sono ancora perduti nel vuoto. «So che tu non lo credi, ma... comunque, non importa. Non credo che otterrò nulla semplicemente proibendoti di vederlo. Soltanto, Clark... per favore, stai attento.»
Sarebbe così semplice dire semplicemente di sì; ma sarebbe anche una bugia. Clark deglutisce appena. «Prima o poi dovrà saperlo, papà. Lo sai anche tu.»
Suo padre rimane in silenzio molto a lungo. Quando parla di nuovo, la sua voce risuona esile e lontana.
«Ho sempre creduto che mi sarei fidato del tuo giudizio, Clark. Davvero. È solo che... forse non credevo che sarebbe successo così presto. O che...» Che sarebbe stato Lex Luthor, vuole dire; ma questo rimane non detto. Si alza in piedi bruscamente, battendogli una mano sulla spalla come a voler chiudere la questione, e dice in tono forzatamente ilare: «Comunque, sei in punizione.»
La notizia lo lascia senza fiato. «Punizione per cosa?»
«Per aver mentito a me e a tua madre» ribatte suo padre come se fosse la cosa più naturale del mondo; e a quest'affermazione, sentendosi punto sul vivo, Clark non ha neanche modo di replicare. Non è un'accusa dalla quale possa precisamente difendersi. «Non sapevo come dirvelo non è una scusa. Sappi che nei prossimi giorni ci saranno diverse altre questioni di cui discutere. Hai fatto diverse cose gravi. Non è finita qui. Dopo la scuola devi venire subito a casa. Siamo intesi?»
Clark apre la bocca per protestare, ci pensa un po' e la richiude. Non sa davvero che dire: non ha neppure il coraggio di chiedere quanto durerà la punizione; in fin dei conti se l'è meritata.
Suo padre rimane invano ad attendere da lui per un po' un'autodifesa che non viene.
«Bene» conclude. «E sappi che mi aspetto di parlare con Lex.»
Dopodiché suo padre gli batte ancora una mano sulla spalla e scende le scale del fienile.
«Papà.»
Lo ha richiamato per istinto, senza neppure avere qualcosa da dirgli; solo perché non poteva tollerare che si separassero così, di vedere la sua schiena allontanarsi, scomparire, senza aver neppure provato a parlargli ancora; ma quando suo padre si ferma, sulle scale, e lo guarda, le parole gli salgono alle labbra senza averle neppure pensate.
«So che la punizione è giusta, ma... cambierebbe qualcosa se ti dicessi che quando stavo per dirgli la verità e lui mi ha detto di no, con Lex mi sono sentito al sicuro? Più di quando ero con Lana, più che...» Si ferma perché non sa che altro dire. Aspetta.
Suo padre rimane fermo per un po'. Guarda ovunque fuori che nella sua direzione.
«Spero di sì, Clark» risponde infine. «Spero davvero che questo cambi le cose. Buonanotte.»
Clark rimane solo a osservare il grande cielo nero, silenzioso, al di sopra di Smallville.
Clark gli ha telefonato da scuola non appena ha avuto un momento libero. Lex ha ascoltato in silenzio, per qualche minuto, e alla fine ha detto soltanto: «Non pensavo che gliel'avresti detto ieri. Non eri tenuto a farlo da solo. Vengo oggi pomeriggio»; poi ha messo giù.
Arriva nel pomeriggio davvero, guidando un po' più lentamente del suo solito per la lunga strada polverosa. Clark lo sente dal fienile, dove non sta neppure precisamente studiando, ma galleggia piuttosto in un'oziosa attesa vagamente angosciata: si precipita fuori appena sente la macchina. Non è il solo. Suo padre sta scendendo i gradini dell'ingresso a passo di marcia: ha lo stesso atteggiamento che se imbracciasse il fucile. Clark incrocia lo sguardo di sua madre al di sopra delle sue spalle: è rimasta sulla soglia, con le braccia strette intorno al corpo, e lo guarda appena un po' preoccupata.
«Papà» lo chiama soltanto, a bassa voce, e suo padre si volta verso di lui per far cenno d'aver sentito; ma quando lo guarda la belligeranza nei suoi occhi s'attenua un po'.
Lex scende dall'auto col cappotto che gli ondeggia attorno alle ginocchia. Ha l'aria calma e sfrontata, sicura di sé come sempre, ma Clark sente il suo sangue che gli pulsa nelle vene e nelle orecchie un po' più rapido e forte del consueto. Lex gli getta uno sguardo soltanto, come a dirgli che tutto andrà bene, e poi, a testa alta, guarda suo padre negli occhi e dice con voce nitida e forte: «Mi dispiace, signor Kent. Avrei dovuto dirglielo io.»
«Mio figlio non ha bisogno di te per perorare le sue cause, a quanto pare» risponde suo padre. Rimane a fronteggiarlo attraverso il prato. «Ci tengo che tu lo sappia, Lex. Non è perché sei...»
«Lo so, signor Kent. Non è perché sono un uomo» ribatte Lex con quella sua fierezza un po' altera. «È perché sono un Luthor. Un'altra cosa sulla quale non ho alcun controllo e che non ho scelto io né posso cambiare, ma che evidentemente mi rende colpevole ai suoi occhi allo stesso modo. Ho indovinato?»
Suo padre rimane in silenzio alle sue parole per un po'. Lex è in grado di condurre la conversazione verso derive di ogni genere: ma a quel gioco Jonathan Kent non intende lasciarsi trascinare a giocare, perché Lex Luthor sarebbe in grado di dimostrare, parlando, che la luna è scura e che la giustizia non è poi questa gran cosa; ma non è una gara di sofismi, questa.
«Non mi fido di te, Lex» dice infine con semplicità. Il problema non è mai stato altro che questo, dopotutto.
«Lo so. E il fatto che Clark invece di me si fidi non cambia le cose, a quanto pare. O che io non abbia mai fatto nulla contro la vostra famiglia...»
Lex è inamovibile e sicuro di sé; ma quello che dice affonda le sue radici nel suo dolore antico, insanabile, d'esser sempre visto con sospetto per colpe non sue prima ancora che per le proprie. Clark vorrebbe quasi intervenire, ma qualcosa, dentro di lui, lo mette a tacere: guarda soltanto suo padre, perché sa che non è così meschino e vile da non riconoscere che quello che dice Lex è vero, e suo padre lo guarda a sua volta come se cercasse nei suoi occhi quale sia la decisione da prendere. Inspira profondamente.
«Non intendo proibire a Clark di frequentarti, Lex.» Le sue parole hanno il suono triste di una conclusione: non è quello che veramente vorrebbe dire; ma al momento è tutto quello che ha. Non può fare diversamente, e Clark si sente in colpa per averlo messo con le spalle al muro, di fronte al fatto compiuto; ma neppure lui ha avuto altra scelta, dopotutto. Le cose sarebbero finite così in qualsiasi modo, come all'interno di un labirinto che, per quanto si possa girare, prevederà sempre una sola uscita e una svolta obbligata. «Ma non intendo neppure fingere che la cosa mi piaccia. Penso che tu possa capire.»
Sul volto di Lex non vi è alcun movimento. Se e quanto quelle parole lo addolorino, lo colpiscano in quella parte di lui che vorrebbe soltanto esser meritevole di fiducia, non lo dà a vedere: il suo sguardo è impenetrabile. «Capisco, signor Kent, e la ringrazio» risponde soltanto. La sua voce è calma ma fredda come in un incontro d'affari. «Mi creda. Non mi aspettavo altro.»
«Bene.» Non rimane molto altro da dire: ma proprio quando è sul punto di tornare dentro casa, suo padre esita sui gradini. Torna a voltarsi schiarendosi la voce. «Per la cronaca, Clark è in punizione» aggiunge, e Clark si sente imbarazzato fin nel profondo delle sue viscere e vorrebbe essere inglobato dal ventre della terra, se fosse possibile; ma, poiché non lo è, è costretto a restar lì nel pieno sole del Kansas. «Se vuoi fermarti, visto che sei qui, fai pure. Ma da domani mi aspetto che Clark torni a casa subito dopo la scuola. Sono stato chiaro?»
Lex ha quel suo sorriso un po' obliquo di quando è sul punto di rispondere qualcosa di particolarmente pungente e arguto, come al suo solito; per fortuna di tutti, per oggi si limita ad annuire. Per quanto orgoglio questo gli costi, non intende contraddirlo né opporsi al suo volere, e Jonathan rimane invano ad aspettare per un po' da lui una reazione che non viene; poi scuote la testa e rientra in casa senza dire altro.
La mamma, invece, non si muove. È rimasta immobile sul patio, in cima ai gradini, appoggiata contro la balaustra, colle braccia conserte contro il petto. Ha taciuto per tutto il tempo, ma proprio il suo silenzio non si può ignorare: Lex volge lo sguardo verso di lei senza più alcuna traccia del suo sarcasmo o della sua ironia.
«Andrà bene, Lex» dice solamente. Ha il volto appena un po' rischiarato da quel suo sorriso che è un po' stanco eppure enormemente rassicurante. «Davvero. Prima o poi si abituerà all'idea. Devi solo avere pazienza. Soltanto... state attenti. Va bene?»
Quando Lex alza gli occhi su di lei, dal suo volto è scomparsa ogni traccia di sarcasmo o di ironia. L'ascolta in silenzio come per bere le sue parole una dopo l'altra.
«La ringrazio, signora Kent.» La sua voce si è fatta bassa e seria, ora, probabilmente perché verso di lei ha provato sempre un rispetto e un'ammirazione e un desiderio di accettazione che non ammetterà mai. «Spero che abbia ragione.»
Se ora fossero soli, Clark salirebbe i gradini e abbraccerebbe sua madre come lei ha abbracciato lui, ieri, e non la lascerebbe andare per un po'; ma ora come ora, guardandola negli occhi, tutto ciò che fa è dirle grazie, a fior di labbra, e a sua volta lei si limita a sorridere a entrambi prima di rientrare in casa. È solo un po' preoccupata.
Lex sale con lui nel fienile, in silenzio, con le mani ancora affondate nelle tasche del cappotto: Clark non sa cosa dire. Si siede sul divano, forse sperando che sia Lex a parlare per primo: ma Lex passeggia per la stanza, pensierosamente, e prende un libro tra le mani per sfogliarlo senza vederlo.
«Stai bene?» chiede Clark dopo un po', e Lex, riscuotendosi, si avvicina a lui e posa una mano sulla sua guancia. Percorre i suoi zigomi con la punta delle dita.
«Io sì. È stata dura per te?»
Clark concede a se stesso di chiederselo per la prima volta da quando ha detto la verità a sua madre, il giorno prima. «Non so. Forse pensavo che l'avrebbero presa peggio.»
«Sei pur sempre in punizione» obietta Lex sorridendo appena. «Mi dispiace. Se l'avessi saputo, non ti avrei chiesto di venire a Metropolis. Volevo solo...»
«Non importa» lo interrompe Clark, perché davvero non gli importa e perché quella sera a Metropolis vale bene la pena d'una punizione, per lui. «I miei hanno ragione, dopotutto. Avrei dovuto essere sincero fin da subito.»
«Immagino di sì. È qualcosa in cui faccio fatica a immedesimarmi» ammette Lex con una sfumatura lieve di ironia. «Verrò a prenderti dopo la scuola per riaccompagnarti a casa finché dura la punizione, se ti va. Se pensi che tuo padre non abbia da ridire» puntualizza.
«Mi piacerebbe» risponde Clark. Gli fa un po' strano pensare che Lex Luthor interrompa i suoi impegni, ogni giorno, per accompagnarlo a casa. Ci farà l'abitudine, chissà.
«Pensi che andrà bene davvero?» domanda Lex. Suona appena un po' preoccupato.
Clark ripensa all'abbraccio di sua madre, al modo in cui suo padre ha esitato, per la prima volta, ieri, quando lui gli ha detto che si fidava di Lex. «Penso di sì. Penso che tutto si sistemerà a poco a poco.»
Lex increspa un poco le labbra come se volesse dire qualcosa che suona molto come speriamo che tu abbia ragione; ma non dice niente. Si siede soltanto accanto a lui, e Clark chiede: «Leggi qualcosa per me?»
Lex non ha ancora riposto il libro che aveva preso in mano poco fa: è l'Iliade che gli ha regalato per il suo compleanno. Sembra un giorno così lontano, pensa Clark mentre Lex inizia a leggere per lui il catalogo delle navi. Chiude gli occhi mentre lo ascolta leggere, prima in greco, poi in inglese, ad alta voce, e nella sua mente le pire sulla piana di Troia si confondono col ricordo delle luci di Metropolis che brillavano nella notte attorno a lui come fuochi.


