#3 Hurt/Comfort
“Ecco cosa significa darti ascolto”.
Conan si voltò verso di lei con un sospiro, trattenendosi a stento dal risponderle a tono. Non era colpa di nessuno se, nel cercare di proteggere i bambini corsi ingenuamente verso il rapinatore, questi era riuscito ad afferrare entrambi e a gettarli in una cella frigorifera con una velocità tale da non rendersene nemmeno conto.
Avevano sentito lo sparo e lo spavento che i piccoli potessero essere stati colpiti li aveva pietrificati, il cuore in gola e gli occhi sgranati.
“Ora dobbiamo pensare a come uscire da qui” dichiarò invece, guardandosi intorno.
“Almeno i bambini sono riusciti a scappare. Spero non facciano altre stupidaggini” rispose Haibara, le braccia strette attorno al corpo nel tentativo di ripararsi dal freddo.
Il detective si avvicinò alla porta tagliafuoco, cercando un possibile tentativo di fuga.
“È inutile, siamo bloccati qui”.
Lei non rispose immediatamente e Conan la osservò.
La vide tremare; una nuvola di vapore acqueo condensato le fuoriuscì dalla bocca semichiusa. Il suo respiro era affaticato, il tempo trascorso troppo poco perché potesse tremare così tanto.
“Haibara?”.
“C-cosa c’è?” chiese in un mormorio.
“Non lo so… sei strana”.
“V-va tutto bene, Kudo” sbuffò e per un attimo lui ebbe l’impressione che sul suo viso si fosse dipinta una smorfia di dolore.
Non le tolse gli occhi di dosso e non gli sfuggirono i suoi movimenti, insicuri e vacillanti.
I suoi occhi verdi erano spenti, lo sguardo perso.
Conan mosse qualche passo in avanti, nel tentativo di raggiungerla, ma fu tardi.
Haibara crollò sul posto, le mani strette ancora sulle spalle.
Soltanto quando corse verso di lei, il detective notò la chiazza scarlatta che le macchiava il cappotto, proprio sopra la scapola destra, che lei aveva cercato di nascondere.
La ramata riaprì gli occhi poco dopo, secondi – o minuti – che sembravano interminabili.
Conan era riuscito a sollevarla e a distenderla sopra qualcosa di morbido, prima di vederla riprendersi.
Premeva sulla sua ferita con il fazzoletto di stoffa che aveva nel taschino della giacca, pregando mentalmente che l’emorragia si arrestasse.
“K-Kudo… “.
La sua voce lo fece riprendere a respirare.
“Perché non mi hai detto che ti ha colpita? Hai fatto finta di niente tutto questo tempo!”.
“Kudo… n-non c-cominciare… “.
Il freddo diventava penetrante, fin dentro le ossa.
Il detective le si appoggiò accanto, tenendo sotto controllo la situazione.
Il gelo fastidioso stava mettendo a dura prova anche lui.
“S-senti… non volevo dire che è colpa tua. S-sei stato bravo, lo sai. C-come sempre… “.
“Cosa stai dicendo?”.
Il silenzio in quei pochi istanti fu assordante.
“S-sai che sei bravo, Kudo”.
“Non ci provare, non abbassare la guardia. Resisti”.
“S-Sappiamo entrambi c-che morirò dissanguata… o c-congelata. Forse entrambe le cose” ridacchiò appena, voltandosi verso di lui.
“Non provare ad arrenderti, Haibara”.
“Ho t-tanto freddo”.
“L-lo so. Ma ce la faremo. I bambini daranno l’allarme, saranno già sulle nostre tracce” appurò Conan, razionalizzando la situazione.
Non la sentì rispondere e si allarmò ulteriormente.
Si tolse la giacca istintivamente e gliela appoggiò addosso, prima di stendersi accanto a lei e stringerla tra le braccia.
“N-no, tienila… non pensarci neanche” si oppose Haibara, gli occhi chiusi a causa della debolezza. Il freddo era diventato parte del suo corpo, non sentiva più neanche il dolore.
“Io sto bene così, non sprecare energie”.
“N-non dovrei ma… ho sonno”.
Conan sgranò gli occhi, tirandole leggermente su la testa con il braccio. Le diede qualche buffetto sulle guance, il respiro mozzato nel petto.
“No, Haibara! N-Non devi dormire. Ehi” le fece poggiare il volto nell’incavo della sua spalla, muovendola lentamente nel tentativo disperato di tenerla sveglia.
“S-sì, lo so” mormorò lei, "s-stavolta… forse andrà in modo diverso… “.
Gli afferrò faticosamente la mano, stringendola appena sotto le dita intorpidite.
“Ehi-“.
“-ma se ci sei t-tu, a me basta così, Kudo”.
Conan la guardò senza capire, imbarazzato da quel gesto nonostante la situazione disperata. Il contatto con il suo corpo riusciva a farlo rimanere lucido, così come la priorità di portarla fuori da quel posto sana e salva. Non la lasciò mai, neanche quando la polizia fece incursione nella cella frigorifera – seguita dai tre bambini – liberandoli, neanche quando l’ambulanza trasportò Haibara in ospedale a tutta velocità.
Sospirò di sollievo parecchie ore più tardi, quando fu certo che lei sarebbe stata bene.
E che avrebbe rivisto ancora un’infinità di volte il sorriso che non aveva smesso di incorniciarle il volto da quando lui l’aveva stretta a sé.


