Sabine Wren non era mai stata brava con le parole e ne era consapevole. Era una mandaloriana fino al midollo e i mandaloriani, si sa, erano di modi spicci e di indole bellicosa. Quindi sapeva che avrebbe potuto peggiorare le cose. Ciascuno aveva diritto al proprio dolore, dopotutto. Lei teneva dentro il proprio rimorso senza confidarlo a nessuno. Quindi, in teoria, anche Ezra poteva avere bisogno, semplicemente, di essere lasciato in pace.
Ma Ezra, diversamente da lei, non faceva niente per mascherare la propria tristezza. E lei non sapeva resistere all’istinto di dare una mano a quella testa reclinata sulle ginocchia e a quel pianto silenzioso. Non usciva dalla propria cabina dalla sera precedente.
Sabine sapeva che quel genere di ferita non sarebbe mai guarita. Ezra aveva sperato che i suoi genitori fossero vivi. Ci aveva creduto fino in fondo. Ora aveva avuto la certezza di essere rimasto solo.
Cosa avrebbe potuto dirgli? Di farsi coraggio? Che loro erano la sua nuova famiglia? Non sarebbe servito a niente. Ezra era coraggioso. Era forte. Ma aveva solo bisogno di piangere.
Ma Sabine non lo avrebbe lasciato morire di fame. Qualcuno doveva pur pensare ai suoi bisogni primari.
Poggiò il vassoio ai piedi del suo letto, poi si voltò per andarsene. Non voleva forzarlo a nutrirsi. Ma avrebbe trovato qualcosa per riempirsi lo stomaco quando ne avesse avuto voglia.
Ma la sua voce la bloccò sulla porta. “Cos’è?” chiese Ezra.
Sabine esitò un istante. “Zuppa.” Poi si voltò di nuovo verso di lui. Ezra aveva sollevato gli occhi e la stava guardando. “Una specialità mandaloriana. Attento. È piuttosto piccante. E va mangiata bollente.”
“Tipico” commentò Ezra sollevando il coperchio termico dal piatto. “È mandaloriana.”
Aveva accennato un sorriso? Così le era sembrato.
“Solo che adesso non ho fame, Sabine.” Ezra aveva inspirato profondamente il profumo speziato della zuppa. Era un buon segno.
“Lo so. Ma ci ho provato lo stesso.” Voleva che restasse? Sabine non aveva il coraggio di chiederglielo.
“Non sapevo che cucinassi.”
Sì, Ezra aveva bisogno di compagnia. Sabine mise da parte ogni dubbio e si avvicinò di nuovo al letto.
“Oh, no” gli spiegò. “L’ha preparata Chopper. Io gli ho solo procurato gli ingredienti.” Quella peste di un droide se l’era cavata piuttosto bene, a dirla tutta. L’aveva sorpresa.
Ezra le regalò un’occhiata perplessa poi prese il cucchiaio e assaggiò la zuppa. Avvenne tutto in un istante. Sabine lo vide cambiare espressione, contrarre le guance ed emettere uno strano verso prima che uno spruzzo violento come quello di un idrante uscisse dalla sua bocca per finire addosso a lei.
“Scusa.” Ezra aveva spalancato gli occhi e la stava fissando con aria mortificata. Poi scoppiò a ridere. “Scusa…” ripeté e Sabine cedette alla sua espressione assurda e scoppiò a ridere a sua volta. Poi gli prese il cucchiaio dalle mani e si servì. Ezra era il solito esagerato. La zuppa non poteva essere davvero…
Terribile. Immangiabile. Ingoiò a forza e iniziò a tossire. Sembrava carburante misto a sapone.
“È così che sterminavate i vostri nemici? Capisco perché eravate così temuti…”
Stava scherzando. Ezra stava scherzando. Anche se la sua pena era ancora lì. Ora ricordava di non essere solo.
“No. Ma potremmo usarla come arma.” Doveva andare a cambiarsi. Ma sentiva di aver fatto qualcosa di buono. E non era la zuppa. Era stato un incidente prevedibile. Chopper non aveva i recettori giusti per distinguere il gusto delle cose. Avrebbe dovuto pensarci lei e assaggiarla prima di portarla a Ezra ma le era uscito di mente. Ma, in fondo, era stato meglio così. Perché Ezra stava di nuovo sorridendo. “Vado a darmi una ripulita” gli disse. “Torno subito.” Con qualcosa di decente da mangiare, stavolta.


