#26
NOME
“Ehi, perché non ti fai mai chiamare con il tuo vero nome?”.
Haibara s’immobilizzò, sgranando leggermente gli occhi.
Sperava che, ormai, non vi fosse più alcun rischio di che qualcuno le rivolgesse quella domanda. Si voltò verso l’espressione curiosa del detective che gliel’aveva posta, sospirando.
“Non c’è un motivo, Kudo. Non ne sento l’esigenza”.
“Ma non ti manca? In fondo è quella la tua vera identità”.
Lei chiuse un istante le palpebre e, nonostante il brevissimo lasso di tempo, rivide tutto ciò che si era ripromessa di dimenticare.
Laboratori, provette, la sensazione di essere sempre osservata nel silenzio di quelle mura. Un veleno che odiava e con il quale si era macchiata di numerosi crimini senza neanche volerlo, Akemi che le ripeteva di non preoccuparsi. Il vuoto enorme nel petto, suo amico fidato quotidiano, il muro mentale costruito a fatica con gli anni.
L’amore mai conosciuto, l’odore acre che sapeva di loro.
Haibara riaprì gli occhi e accennò un sorriso forzato, deglutendo per mandare giù il magone che si era formato in gola.
“Ogni giorno spero tanto che non lo sia, Kudo” mormorò, dandogli le spalle e lasciandolo stupito.


