La ragazza aveva cominciato a eliminare ogni traccia di sé da quando aveva scoperto l’esistenza di un tale, Kira, che poteva uccidere senza toccare le proprie vittime. Aveva tutta l’intenzione di sfidarlo, voleva provare il brivido dell’essere al contempo preda e predatore. Per questo aveva escogitato un piano articolato che prevedeva, per prima cosa, scomparire. Sul lato economico non c’erano problemi: la famiglia le passava già una quantità di denaro più che generosa, che le permetteva di non lavorare; era lo stereotipo dei ricchi menefreghisti e fin quando i figli non combinavano disastri non c’era bisogno di sapere come stavano.
Sul piano delle amicizie, la situazione era anche migliore: cresciuta nell’idea che il mondo la guardasse solo per il portafogli, aveva sempre diffidato degli altri e quei pochi legami che si era creata, li aveva tagliati con la facilità con cui si affetta il burro.
In seguito, aveva deciso di cambiare casa spesso, dando sempre un nome falso, una condizione utile a mascherare la propria identità. In due anni aveva vissuto in non meno di dieci alloggi e aveva tinto i capelli sei o sette volte, modificando persino i propri comportamenti, e inventando le più disparate bugie sul proprio passato.
Raggiunto un livello di sicurezza sufficiente, uccise la sua prima vittima con un punteruolo: si trattava di un uomo, in attesa di attraversare al semaforo, che dopo essere stato ferito barcollò in mezzo alla strada e venne investito. La folla strillò, ci furono attimi di panico e la ragazza assecondò l’ansia generale.
Quando la interrogarono si disse scioccata dall’evento e fu così brava che l’agente in servizio la consolò. Una volta a casa, festeggiò con un banchetto degno di una cerimonia e poi andò a letto, pensando a quando Kira si sarebbe accorto di lei. Si ribadì di fare le cose con calma, con i tempi giusti, non voleva rovinarsi il divertimento, però avrebbe seguito le regole, di cui il modus operandi era la base.
Un paio di settimane dopo ci fu la seconda vittima, una donna di mezza età alla fermata della metropolitana. Anche in quel caso, la killer le inflisse una ferita con il punteruolo e questa cadde sui binari.
Altre due settimane, terza vittima al festival estivo: un uomo, in attesa dei fuochi d’artificio con la famiglia, cadde a terra dopo i primi scoppi.
Quarta vittima, una donna sulla cinquantina a un comizio.
Quinta vittima, un uomo all’inaugurazione di un centro commerciale.
Sesta vittima una donna al parco divertimenti.
La serial killer non stava commettendo alcun errore. Se lo disse di fronte allo specchio dell’ingresso della casa in cui si stava trasferendo e finito quel trasloco si sarebbe concessa la settima vittima. Aveva pianificato tutto: si sarebbe recata all’università e avrebbe scelto qualcuno da mandare all’obitorio.
Terminato con gli scatoloni, prese il punteruolo dalla custodia e con la bicicletta, un acquisto di seconda mano, così che sembrasse suo da tempo, raggiunse la meta. Parcheggiato il proprio mezzo, si incamminò guardandosi attorno, fingendo di essere anche lei una studentesse come gli altri. Nel suo vagare, accanto a un albero, intravide un giovanotto che stava leggendo un libro. Era solo e così assorto che un brivido le percorse le dita. Con la mano sul punteruolo adagiato nella tasca, si diresse verso di lui. Era importante vederlo in faccia, non voleva dimenticare i volti di cui si prendeva l’anima.
“Ferma lì”, disse il giovane.
La ragazza fece finta di nulla e avanzò ancora.
“Ho detto ferma, Kiku.”
Lei si bloccò: quel tipo aveva detto il suo nome. Possibile che fosse. “Kira”, bisbigliò, tappandosi la bocca per contenere lo stupore.
Lo aveva così tanto desiderato, così tanto cercato: c’erano voluti solo sei omicidi per stanarla.
“Da oggi finisce…”
“Aspetta”, lo interruppe. “Tu sei il mio eroe. Ti prego, concedimi di ammirarti prima di scomparire.”
Il ragazzo la assecondò: non era un tipo particolare, non aveva niente di straordinario, anzi, era così banale che il sopracciglio di Kiku si sollevò contrariato. “Non sei tu. Non puoi essere tu.”
“Voi, invece, siete tutti uguali, feccia che gioca con l’esistenza. Non preoccuparti, sono qui per rimediare. Sarai contenta di sapere che almeno una volta sei stata utile a una giusta causa”, disse il giovane, alzando il libretto nero che teneva fra le mani.
Kiku serrò le mascelle e si scagliò contro di lui, ma non fece in tempo a estrarre il punteruolo che le gambe cedettero e si accasciò. Con l’ultimo barlume che gli occhi le permisero di vedere, scorse una figura ombrosa oltre lo studente. E sorrise.


