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Autore: RKM    02/11/2024    2 recensioni
Ottavo prompt per l'Ineffable Kinktober 2024: Aureola
Gli angeli custodi esistono? Chi lo sa...magari potreste trovarne uno dove meno ve lo aspettate...
Genere: Introspettivo, Sentimentale, Sovrannaturale | Stato: completa
Tipo di coppia: Het, Slash | Personaggi: Altri
Note: AU | Avvertimenti: nessuno
- Questa storia fa parte della serie 'Prompt e ispirazioni'
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La cucina è calda, piena dei vapori del cibo che Agnes sta cucinando senza sosta. I pensili modesti ma pratici, in legno massello color noce, sono coperti di un velo di condensa.

 

Al tavolo un po’ sbeccato siede un bambino, magro e con i capelli di una sfumatura rosso scuro molto singolare.

Il bambino fa oscillare i piedi avanti e indietro e mangia di gusto una zuppa che la donna, sua nonna, gli ha appena messo davanti.

 

Agnes sta finendo di lavare le stoviglie prima di sedersi a tavola con il nipote. Ha i capelli sale e pepe raccolti in uno chignon ordinato e indossa un vestito nero con sopra un grembiule bianco, modesto ma pulito.

 

Allora, hai fatto il bravo oggi?”.

 

Sì”.

 

Davvero? Guarda che chiedo al tuo angelo custode!”: un sorriso furbo si dipinge sul volto della donna.

 

Il bambino sbuffa: “Nonna! Ancora con questa storia!”.

 

Quale storia?”.

 

Gli angeli custodi non esistono, nonna!”.

 

Ah, non mi credi, eh? Gli angeli custodi esistono eccome!”. Gli angeli custodi dovevano esistere per forza, se suo nipote era sopravvissuto all’incidente mortale che aveva ucciso sul colpo i suoi genitori, uscendone praticamente illeso.

 

Il bambino picchietta nel piatto con il cucchiaio come se fosse un punteruolo: “Non lo so mica se ci voglio credere, a questa cosa degli angeli custodi”.

 

Qualcosa si spezza nel petto di Agnes: quel bambino così piccolo ha già perso tanto, non può anche smettere di credere in un futuro bello. E’ suo dovere dargli quanta più speranza possibile e prolungare la sua innocenza finché può: “Bambino mio – esordisce voltandosi verso di lui – gli angeli custodi esistono davvero! Puoi anche vederli, sai?”.

 

A queste parole lo sguardo del bambino s’illumina; spalanca gli occhi nocciola chiarissimi e chiede con entusiasmo: “Dici davvero, nonna?”.

 

La donna si asciuga le mani con uno strofinaccio, afferra il piatto con la propria zuppa e si siede a tavola con il nipote: “Sì, mio caro! Ricorda bene – sottolinea le sue parole gesticolando con l’indice destro proteso – gli angeli custodi sono bravi a camuffarsi fra gli esseri umani ma c’è una cosa che non riusciranno MAI a nascondere”.

 

Che cos’è, nonna?”.

 

Agnes sorride sorniona: “La loro aureola”.

 

§§§§§§

 

Zavier gira la chiave nel cruscotto, espirando rumorosamente; non è affatto sicuro di ciò che sta facendo ma ormai è arrivato fin lì e intende rimanere almeno per un po’ in quella piazzola. L’uomo si sistema nervosamente il papillon a fantasia tartan, deglutendo: ha guidato fino a quello che sa essere un punto d’incontro tra clienti e prostitute piuttosto rinomato – a Soho non è difficile reperire informazioni del genere – e adesso è lì, in attesa non sa bene se di essere notato da una delle ragazze o di raccogliere il coraggio per attaccare bottone con una di loro.

 

“Ehi dolcezza...ti va un po’ di compagnia?”.

 

Zavier si gira verso una voce dolcissima e incontra degli occhi nocciola chiarissimi che lo guardano con un’espressione furba ma non maliziosa. Un caschetto nero lucido e un paio di braccia infilate in un giubbino corto di vernice bianca fanno capolino dal finestrino abbassato dal lato passeggero. La notte è tiepida – sono le prime avvisaglie della primavera che avanza.

 

Sotto il giubbino corto, un tubino nero cortissimo, un paio di gambe lunghissime e degli stivali di vernice nera, alti fino a metà coscia, completano la figura che si è affacciata all’auto di Zavier.

 

L’uomo sorride, insicuro e intimidito; gli occhi grigi sono buoni, un po’ tristi; le guance mostrano due fossette deliziose e il sorriso è un incanto. Zavier annuisce e preme il pulsante per aprire la portiera.

 

La figura sottile sorride a sua volta e sguscia dentro l’auto con un solo movimento fluido; Zavier la osserva rapito e s’illumina senza rendersene conto: forse dopotutto non è stata proprio una cattiva idea.

 

“Allora, dove mi porti?”: gli occhi chiari lo guardano divertiti.

 

“Ehm...che ne dici di prenderci qualcosa di caldo?”.

 

“Sì, perché no? Un caffè mi ci vuole proprio”.

 

L’auto riparte lentamente, docile sotto le dita di Zavier, diretta verso una tavola calda non molto lontano dalla piazzola.

 

“Come ti chiami?”.

 

“Come vuoi tu, caro”.

 

“Cosa...come sarebbe a dire?”: Zavier tentenna e deglutisce appena.

 

“Quello che ho detto”, replica l’occupante del sedile passeggero, con un sorriso appena un po’ amaro.

 

“Che ne diresti di...Annie?”.

 

“Mi piace!”.

 

Zavier sorride appena, guardando fisso la strada davanti a sé.

 

“Allora, cosa vorresti fare? Ne prendo cento per il culo e settanta per la bocca. Però mi sei simpatico e potrei anche farti uno sconto”, conclude la figura in bianco e nero con un occhiolino e un sorriso.

 

Zavier sbianca e stringe il volante così forte che anche le nocche delle sue dita perdono colore: non è abituato a questo linguaggio. “Preferirei...preferirei parlarne dopo – riesce a rispondere, con voce strozzata – perché intanto non mi fai un po’ di compagnia?”.

 

“Compagnia…”: gli occhi chiari s’incupiscono subito.

 

“Ti...ti pagherò per il disturbo! Non temere”, aggiunge subito Zavier.

 

“E compagnia sia!”.

 

Zavier è un po’ più sollevato ora e si sente quasi coraggioso: “Va bene, allora...che ne diresti di venire da me?”.

 

Una mano con dita lunghe e sottili si alza a coprire un sorriso entusiasta corredato di denti bianchissimi: “Perché no?”.

 

Zavier mette la freccia a destra e cambia corsia, dirigendosi verso casa.

 

§§§§§§

 

La casa di Zavier è molto grande e ricca di oggetti d’arte caratteristici, da tutto il mondo: statuette di legno africane, porcellane giapponesi e quadri francesi costellano i mobili finemente intarsiati e i corridoi illuminati con faretti nel controsoffitto, che danno un’atmosfera calda e morbida.

L’uomo ripone il soprabito beige su un appendino nell’ingresso e si sistema i capelli color platino con movimenti incerti: “Ti do il benvenuto nella mia amata dimora”.

 

Le zeppe degli stivali della figura in bianco e nero calpestano autentici tappeti persiani con grazia, mentre gli occhi chiari si guardano intorno, incuriositi ed eccitati: “Questo posto è una favola! Ma ci vivi davvero?”.

 

Zavier sorride, inorgoglito: “Sì, certo. Sono un mercante d’arte e amo tenere per me gli articoli più belli. Forse non dovrei ma non so resistere, a volte”.

 

Un fischio esce acuto dalle labbra sottili color melanzana in risposta a questa parole.

 

“Dunque, volevamo bere qualcosa? Gradiresti un the caldo?”.

 

“Non hai...qualcosa di più forte?”.

 

“Dovrei avere solo del whiskey”.

 

“Benissimo!”.

 

“Molte donne non amano bere whiskey”.

 

Le parole di Zavier si scontrano con uno sguardo sibillino; la figura in bianco e nero esibisce il proprio miglior sorriso da sfinge.

 

“Io non sono come molte donne”: a queste parole, una mano dalle dita lunghe scende ad aprire le cerniere degli stivali, che vengono poi appoggiati con grazia vicino all’ingresso.

 

Zavier osserva quei movimenti, colpito: “Non...non è necessario…”.

 

“Sarebbe un peccato rovinare queste meraviglie”, commenta l’ospite, accarezzando pavimenti e pareti con gli occhi.

 

I due si sistemano su uno splendido, enorme sofà di pelle scura coperto da una morbidissima coperta di lana a fantasia tartan, morbidissima e con le frange folte che fa bella mostra di sé nel salotto del mercante d’arte. Le pareti sono ricoperte di una carta da parati bordeaux e beige, finissima ed elegante e lampade a parete illuminano la stanza di una luce morbida ma chiara.

 

Gli occhi nocciola perlustrano senza sosta l’ambiente, indugiando sulle sculture, sui quadri, sui libri d’arte affastellati negli scaffali a parete. Un sorriso sincero curva gli zigomi magri e Zavier non può fare a meno di chiedersi se ci sia qualcosa di più oltre alla curiosità, dietro a quell’entusiasmo.

 

“Ti piace l’arte, Annie?”.

 

“Oh”: l’ospite di Zavier abbassa lo sguardo con uno sbuffo intimidito e il rossore sulle sue guance è visibile anche attraverso gli strati di fondotinta e correttore. “Diciamo che tra i miei errori di gioventù c’è anche una...laurea...in Belle Arti”, conclude con un sussurro, sempre sorridendo.

 

“Che piacevole coincidenza!”: Zavier spalanca gli occhi, estasiato.

 

“Sì, poi...non ho proseguito ma mi stavo specializzando, mi piace molto l’Arte Sacra”.

 

Zavier sente un improvviso moto di tenerezza per la figura sottile spalmata sul suo divano che evidentemente aveva ben altre aspettative che trovarsi una notte nella casa di un mercante d’arte, a praticare un esiguo rapporto orale per guadagnare qualche sterlina; l’uomo si alza, colpito da un’improvvisa rivelazione e cammina a passo svelto, circumnavigando il divano.

 

E’ un attimo: gli occhi color nocciola chiaro si alzano sulla figura che gli sta passando davanti e il riverbero di una delle lampade si frange contro i riccioli color platino di Zavier, infiammandoli di un’intenso alone dorato.

Zavier prosegue nel suo percorso, ignaro della mano dalle dita lunghe che corre al petto fasciato in un tubino nero; ignaro del respiro che si fa grosso all’improvviso; ignaro dell’improvvisa realizzazione dell’ospite che siede sul suo divano.

La loro aureola.

 

§§§§§§

 

I due chiacchierano amabilmente: Zavier ha preso dallo scaffale diversi cataloghi che ha aperto e disposto sul tavolino davanti al divano e tra di loro; un tripudio di trittici, pale e croci decorate fa bella mostra di sé dalle pagine patinate.

 

Qualche risata rilassata rompe il ritmo della conversazione, che salta dall’una all’altra bocca come una pallina in un set di tennis: l’ospite di Zavier è decisamente in grado di tenergli testa, con una competenza e un entusiasmo che non ritrova in nessuno dei colleghi della prestigiosa casa d’aste per cui collabora.

 

“Grazie”.

 

Gli occhi nocciola si alzano a incrociare quelli grigi del padrone di casa: “Per cosa?”.

 

“Per...per questo. Per la compagnia. Sai, non...non mi trovo esattamente a mio agio con...le donne, di solito”: la voce si abbassa sulle ultime parole e Zavier deglutisce, distogliendo lo sguardo.

 

“Sei un po’ timido?”.

 

“No, non...non esattamente”: l’uomo scorre con gli occhi sulle pareti strabordanti di suppellettili, ignorando di proposito lo sguardo acuto che lo trapassa dall’altro capo del divano.

 

Il silenzio infine spinge il biondo a spiegarsi: “Non...non mi piacciono poi...molto, ecco”.

 

“Perché allora…?”: l’ospite non sa esattamente cosa chiedere, né come chiederlo.

 

“Sono…sono solo da...molto tempo, ormai. Ho...avuto delle relazioni e molti flirt: da giovane posso dire di essere stato molto ambito – un sorriso inorgoglito gli piega le guance – ma poi...mi sono trasferito stabilmente a Londra, la mia vita è diventata molto più sedentaria e semplicemente sono diventato più...vecchio e...rotondo”, conclude con un risolino imbarazzato.

 

“Non capisco”.

 

“Non sono più attraente”, chiarisce il biondo con un velo d’amarezza nella voce.

 

“Questo non è affatto vero”.

 

Zavier piega la testa di lato e sorride, indulgente: “Sei molto gentile a rincuorarmi ma conosco bene la verità. Una bella donna come te, così come un bel ragazzo...non mi degnereste nemmeno di uno sguardo se non fosse per...beh…”.

 

Gli occhi chiari si abbassano ancora sulle pagine patinate e la voce è poco più che un sussurro: “Hai torto invece. Hai torto due volte”.

 

Prima che Zavier possa rispondere, la figura fasciata nel tubino nero si alza con un solo movimento fluido e si afferra i capelli: il caschetto nero scivola via docile, rivelando una retina di nylon beige. Sotto gli occhi stupiti del padrone di casa, anche la retina viene rimossa e una mano spazzola grossolanamente una zazzera di una curiosa sfumatura rosso scuro.

 

“Primo: non sono una donna ma grazie per avermi definita ‘bella’ – un ghigno malizioso gli piega appena una guancia truccata, la voce improvvisamente scesa di due ottave – Secondo: dovresti buttare via tutti gli specchi che hai se ti vedi brutto e vecchio, perché non sei né una cosa, né l’altra”: una mano lunga si chiude attorno al bicchiere appoggiato sul tavolino e anche l’ultimo sorso di whiskey sparisce in un sorso.

 

Zavier trasalisce: “Ma...ma tu…”.

 

“Spero che tu ti senta un po’ più a tuo agio, adesso”: gli occhi nocciola si abbassano, timorosi del giudizio dell’uomo più gradevole su cui si siano posati, da troppo tempo a questa parte.

 

Zavier si afferra le mani, imponendosi un contegno: “...sì...devo dire di sì”, sussurra, grato.

 

“Bene”.

 

“Come ti chiami, allora?”.

 

“Avevi quasi indovinato, prima...mi chiamo Andy”.

 

“Andy...Andrew?”.

 

Andy annuisce.

 

“E’ un nome nobile e antico, viene dal greco, significa…”.

 

“Uomo”.

 

Gli sguardi dei due s’incrociano e si sostengono per un lunghissimo secondo: “Però è un nome sia maschile sia...femminile”, riprende Zavier.

 

Andy annuisce di nuovo, sorridendo appena.

 

“Il tuo nome, invece?”.

 

“Oh, il mio...il mio è un nome di origine basca, significa ‘nuova casa ’ ”.

 

Andy sente il terreno tremargli sotto i piedi, solo per un attimo.

 

§§§§§§

 

Non voglio andare a scuola oggi, nonna”.

 

Agnes si volta allarmata a guardare il nipote: qualcosa nella voce di Andy le dice che quello non è un capriccio come un altro. “Che cosa c’è, tesoro mio?”.

 

Andy tiene gli occhi nocciola chiarissimi ostinatamente puntati sulle sue scarpe: “Gli altri bambini...tornano tutti a casa con il papà o con la mamma”.

 

La mano destra di Agnes corre a fermarle il mento che trema: “Non vuoi tornare a casa con l’autobus, tesoro?”, riesce infine a chiedere, con voce malferma.

 

Andy non risponde e fa piccoli cerchi sul pavimento con il piede sinistro. “Non voglio rimanere solo”, sussurra piano.

 

Oh amore, vengo a prenderti io e torniamo a casa insieme!”.

 

No...è…”.

 

Il bambino non da segno di volersi spiegare e Agnes capisce che qualcosa di più profondo lo tormenta, qualcosa di brutto; la donna fa qualche passo verso di lui e con fatica piega un ginocchio e si abbassa per guardarlo negli occhi. “C’è qualcosa che non va?”.

 

Gli altri bambini...dicono che tu sei vecchia e che finirai per lasciarmi solo”.

 

Agnes non può credere a quello che sentono le sue orecchie: queste cose sono sicuramente uscite dalla bocca di qualche genitore idiota e con fin troppo tempo libero e i bambini le ripetono a pappagallo. “Amore, non devi nemmeno PENSARE una cosa del genere. Io non ti lascerò MAI”.

 

Andy continua a perlustrare il pavimento.

 

Oh tesoro”: Agnes abbraccia suo nipote e lo stringe forte a sé; il bambino s’irrigidisce, per poi singhiozzare e ricambiare la stretta.

Anche la donna piange, in silenzio, accarezzando i capelli del bambino esile che fra le sue braccia forti sembra ancora più sottile.

 

I due stanno qualche minuto così, ascoltando la pioggia che nel frattempo ha iniziato a battere sui vetri della finestra del salotto. Il tempo si dilata e quell’abbraccio sembra loro infinito.

 

Allora”, esordisce Agnes, accarezzando una guancia scavata del nipote per asciugargli le lacrime “te la senti di andare a scuola?”: la donna è più che propensa a portare suo nipote allo zoo invece che costringerlo a stare nella stessa stanza con quelle piccole arpie per ore.

 

Andy tira su con il naso e annuisce; Agnes s’intenerisce, vedendo tutta quella dignità e quella risolutezza in poco più di un metro d’altezza. “Va bene, nonna”.

 

Aspetta”: con fatica, Agnes si alza in piedi e si dirige verso una credenza lì vicino.

 

Amore mio, ricordati sempre: tante persone vanno in giro per il mondo arrabbiate e disperate, perché soffrono troppo; hanno così tanto dolore dentro che per alleggerirsi un po’, lo buttano fuori e lo lanciano addosso agli altri, dicendo cose cattive”: la donna apre un vaso di ceramica che ha visto decisamente momenti migliori, rivelando un mucchietto di caramelle piccole, a bottoncino, incartate in plastica trasparente e azzurra.

 

Per difenderti, bambino mio, devi sempre ricordare che dopo ogni temporale spunta sempre il sole! E’ la speranza che ti porta avanti, piccolino”: detto questo, Agnes afferra una manciata di caramelle e torna verso Andy.

 

Tieni sempre a mente questo, Andy: la speranza è gratis e ti conviene averne sempre una manciata in tasca!”: così dicendo, Agnes apre la cerniera della tasca destra della giacca antipioggia di Andy e ci versa le caramelle.

 

Nonna, ma queste sono caramelle!”.

 

Esatto! Sono le mie preferite! Quando le mangio, mi rendo conto che va tutto bene, altrimenti non potrei trovare sempre le mie caramelle preferite in tasca quando ne ho voglia!”.

 

Ma se le metti tu!”.

 

Appunto! Le metto in tasca sperando di averle quando le voglio e ce le trovo quando mi servono”, conclude la donna, con un occhiolino.

 

Andy ride per il nonsense improvvisato dalla nonna e un piccolo peso sparisce dal cuore di Agnes.

 

Il bambino allunga una mano verso la tasca e prende una caramella, studiandola da vicino. Poi la scarta e se la mette in bocca, curioso: il sapore è forte e Andy fa una smorfia quasi indignata.

 

Agnes ride: “Non ti piace l’anice?”.

 

Andy mastica la caramella e la inghiotte in fretta, scuotendo la testa.

 

Vorrà dire che compreremo delle altre caramelle, quando verrò a prenderti, più tardi”.

 

Andy s’illumina e abbraccia la nonna, ridendo e ringraziandola.

 

Forza, adesso, sbrighiamoci, altrimenti perdi l’autobus!”.

 

In capo a pochi minuti, nonna e nipote escono di casa, tenendosi per mano; il cielo si è rischiarato e qualche timido raggio di sole filtra appena fra le nuvole.

 

§§§§§§

 

Le dita lunghe accarezzano la foto con reverenza; sul retro è riportata la data odierna di dieci anni prima.

 

Dieci anni. Sono passati dieci anni da quando Agnes Nutter ha lasciato questo mondo, spezzando il cuore di Andy e infrangendo irrimediabilmente le sue speranze di un futuro sereno.

 

Dieci anni, una carriera universitaria abbandonata ad un esame dalla laurea magistrale e la promessa di un dottorato prestigioso in Italia, nella stessa università dove aveva fatto l’Erasmus, irrimediabilmente lontana da lui. Dieci anni a sopravvivere al dolore e alla solitudine, a vivere di espedienti prima e di prostituzione poi, scoprendo un’insospettabile libertà nella precarietà del lavoro per strada.

 

Oggi questi dieci anni pesano come un macigno sul cuore del giovane uomo che siede mestamente al bancone di un’anonima tavola calda, già pronto per una nottata di lavoro, infilatosi a forza in un tubino nero e una parrucca a caschetto.

 

“Tutto bene, fiore?”.

 

Andy alza gli occhi chiari su un volto amichevole e segnato dal lavoro: un uomo piccolo, di mezz’età, con un cappello marrone calcato sugli occhi e avvolto in una giacca verde scuro più grande di lui lo sta guardando con espressione sinceramente preoccupata.

 

Andy sospira, accarezzando ancora la foto e ingentilendosi la voce: “Oggi non è una bella giornata, per me”.

 

L’uomo abbassa gli occhi sulle mani di Andy e pare cogliere il sottotesto: “Beh, almeno è quasi finita”, sussurra, con un sorriso che vuole essere consolatorio.

 

Andy sospira di nuovo: “Nah, per me deve ancora cominciare”.

 

“Anche se...quasi quasi...me ne andrei anche a casa”, aggiunge poi, facendo il gesto di alzarsi.

 

“Sai”: la voce dell’uomo gentile interrompe i movimenti di Andy; “Non c’è cosa migliore del lavoro per distrarsi in una giornata triste”.

Gli occhi di Andy s’inchiodano su una macchia di natura indefinita che arricchisce le vene irregolari del bancone di legno: “Voi dite…?”.

 

“Sì, senza dubbio. Il lavoro e un bel caffè forte”.

 

Andy sorride e s’infila in tasca una mano, sovrappensiero; trasalisce quando le sue dita incontrano qualcosa d’inaspettato e sgrana gli occhi quando scopre cosa sia: una piccola carta di caramella, trasparente e azzurra, da chissà quanto tempo accartocciata in fondo alla fodera della tasca.

 

La speranza è gratis e ti conviene averne sempre una manciata in tasca.

 

§§§§§§

 

Zavier ed Andy sono di nuovo seduti sul divano e la conversazione si è fatta se possibile anche più leggera di prima: le confessioni di poco prima hanno contribuito ad abbattere le mura della timidezza ed ora i due conversano come vecchi amici. I loro sorrisi sono sinceri, così come l’ammirazione reciproca.

 

Andy lascia spaziare lo sguardo sul padrone di casa e sull’insieme bizzarro eppure armonico di arredi provenienti da ogni parte del mondo: sembra che non ci sia nazione che Zavier non abbia visitato. L’unica costante è la preferenza che l’uomo mostra per i colori caldi o che in qualche modo gli ricordino i boschi e le montagne: ovunque gli occhi di Andy si poggino, trovano una profusione di marrone, verde, arancio, giallo. E’ come trovarsi a percorrere un viale alberato in autunno.

 

Le lancette corrono veloci mentre i due parlano e ridono insieme; ad un certo punto Andy si lascia convincere a prendere una tisana calda e Zavier gli offre con orgoglio di scegliere dalla sua collezione: tisane in filtri e in foglie, dall’India, dal Giappone e dalla Cina e curiose miscele elaborate da maestri francesi titillano la sua curiosità.

Il rosso opta per una tisana con zenzero, cardamomo e fave di cacao, rimanendo deliziato dalla nota piccante e dal retrogusto amarognolo che lappa appena sulla lingua; Zavier sceglie un the pu-erh e si perde nella coccola del sentore terroso e nella fragranza che sembra quasi sapere di pesce.

 

La selezione di tisane viene accompagnata da un rinfresco dolce che Zavier prepara con cura: frutta essiccata e caramellata; sfoglie ricoperte di cioccolato; arachidi mungfali in polvere, da mangiare con il cucchiaino; lokumi; baklava; dei profumatissimi biscottini al limone ricoperti di zucchero a velo.

 

Andy non ama molto i dolci ma rimane conquistato dai sentori speziati ed esotici e assaggia un pochino di tutto; Zavier mangia con entusiasmo, gli occhi accesi da un entusiasmo infantile. Andy osserva il biondo mentre si gode il tripudio di zuccheri e mugola in modo quasi osceno ad ogni boccone che ingurgita e sente la gola chiudersi in una morsa che non prova da moltissimo tempo e che riconosce essere desiderio.

 

§§§§§§

 

Nonna ma come si fa a riconoscere un angelo?”.

 

Agnes sorride contenta: fino a qualche tempo prima, suo nipote non credeva più agli angeli custodi ed ora invece le sta chiedendo come fare a riconoscerne uno quando lo vede.

 

Non è facile, amore mio: devi aguzzare la vista e l’ingegno! Gli angeli sono molto scaltri e non vogliono essere riconosciuti!”.

 

Perché no?”.

 

Perché gli umani non sono tutti buoni e se sapessero di aver a che fare con un angelo, potrebbero chiedergli di fare cose non tanto belle”.

 

Ma l’angelo non può dire di no?”.

 

Non è così facile, piccolo mio. A volte non si può dire di no, non si riesce”.

 

Il bambino non coglie il velo di amarezza che colora la voce della nonna e lei non intende renderglielo manifesto: “Quindi loro preferiscono non farsi riconoscere e continuare a fare quello per cui sono tra noi: prendersi cura dei loro protetti”.

 

Quindi io sono il protetto di un angelo?”.

“Sì bambino mio e fidati che ti ha protetto davvero bene finora!”.

 

E come lo so, che uno è un angelo?”.

 

Stando sulla Terra, gli angeli hanno imparato ad amare tante piccole cose e se ne circondano”.

 

Quali cose?”.

 

Oh beh...gli angeli amano le cose dolci, dolcissime!”.

 

Quindi gli piacciono le zollette di zucchero!”.

 

Oh, sì”.

 

E poi?”.

 

E poi...gli piace la Terra e gli piace la natura”.

 

Gli piacciono gli alberi!”.

 

Oh sì, moltissimo. Gli piacciono i parchi, i prati, i fiumi. Gli piacciono i colori caldi dei boschi pieni di foglie colorate in autunno”.

 

Nonna nonna, domani andiamo a camminare al parco? Così magari troviamo un angelo!”.

 

Agnes sorride intenerita e il suo volto si riempie di piccole rughe d’espressione: “Certo amore mio. Domani andiamo a caccia di angeli!”.

 

Ci possiamo fermare a dare da mangiare alle papere?”.

 

Certamente, amore”.

 

§§§§§§

 

La porta della tavola calda si apre con uno scampanellio che in altri tempi risultava sicuramente allegro, mentre ora suona sghembo e un po’ fastidioso: lo scacciaspiriti attaccato al soffitto ha perso dei pezzi negli anni e ora una cacofonia monca riempie il locale quando la porta lo colpisce, all’ingresso degli avventori.

 

Zavier si trascina verso il bancone e si siede, in silenzio. Senza dire una parola la barista versa una tazza di caffè appena fatto e gliela mette davanti. Zavier fa un cenno con la testa, grato ma non lo beve, limitandosi a stringere tra le dita la tazza tiepida, lasciandosi riscaldare.

 

“Qualcosa non va, amico?”.

 

Zavier trasalisce e alza gli occhi verso la voce: un uomo lo sta occhieggiando dalla sedia di fianco.

 

Il biondo sorride appena, distogliendo lo sguardo: “Non è la mia giornata migliore”, ammette.

 

“A volte basta poco perché una giornata prenda la piega giusta”, enuncia l’uomo seduto di fianco a lui. Zavier lo studia di sottecchi: è basso e magro, sulla sessantina d’anni, piccolo e vestito in modo grossolano, con una giacca verde scuro piuttosto larga e un cappellino di lana marrone.

 

Zavier prende un sorso di caffè dalla sua tazza, lasciandosi poi andare in una smorfia: la bevanda è stranamente di buona qualità ma piuttosto amara per i suoi gusti.

 

“Mettici qualche zolletta dentro, vedrai che migliora”, suggerisce l’uomo in verde.

 

Zavier non raccoglie: “Che cosa potrebbe migliorare una giornata storta?”, chiede invece.

 

“Oh”: il viso dell’uomo si deforma in una smorfia compiaciuta; con l’aria di chi la sa lunga, si liscia il fronte della giacca che ha visto momenti migliori: “Tante cose...partire per un viaggio, per esempio. O anche solo mangiare una bella fetta di torta: Maggie qui ne fa una di mele che è davvero divina. Oppure…”.

 

“Oppure?”.

 

“Beh...sicuramente un po’ di buona compagnia aiuta...e non parlo della mia”.

 

§§§§§§

 

E’ notte fonda quando i due decidono infine che sia veramente troppo tardi: Zavier sente le palpebre pesanti e anche Andy in verità avverte una sorta di stanchezza, quella mollezza piacevole data da un’euforia prolungata.

 

Zavier vorrebbe pagare Andy per il disturbo, ma l’uomo rifiuta nettamente: quello che si sta concludendo è stato tutto tranne che un incontro di lavoro e non intende accettare nemmeno una sterlina dal biondo.

 

Zavier rimane colpito dal gesto di Andy ma preferisce tenere le sue considerazioni per sé; suggerisce invece che potrebbe ricambiare invitandolo a cena.

Andy emette un suono inarticolato e arrossisce, per poi tossire e fingere nonchalance, accettando; i due si scambiano i numeri e Zavier allunga al rosso un biglietto da visita con il contatto della casa d’aste dove trascorre molti dei suoi pomeriggi, per poi chiamargli un taxi per tornare a casa “o dovunque desideri essere lasciato”.

 

Andy sottolinea che tornerà a casa.

 

Prima di lasciarlo andare, Zavier insiste per lasciargli qualcosa da spizzicare e Andy oppone una flebile resistenza ma è anche davvero curioso di cosa il biondo possa preparargli. Così, finge assoluta indifferenza mentre si infila nuovamente gli stivali, il giubbino e la parrucca, ascoltando i rumori che vengono dalla cucina e la voce di Zavier che canticchia un’aria da camera; Andy non può fare a meno di sorridere con gli occhi.

 

Quando sale sul taxi, stringendo tra le mani un sacchettino di stoffa annodato con cura attorno ad una scatola quadrata, Andy sta ancora sorridendo.

 

“Buonasera bocciolo di rosa, dove ti porto?”.

 

Ad Andy quella voce sembra quasi familiare: saluta e ringrazia, senza preoccuparsi di alleggerirsi troppo la voce e fornendo l’indirizzo dell’appartamento dove un tempo viveva con sua nonna e che da dieci anni a questa parte è effettivamente casa sua.

 

La curiosità è troppa: le mani di Andy sciolgono con attenzione il nodo, rivelando una scatola di compensato lucida, con dei tralci di vite pirografati sul coperchio. L’uomo sospira di sorpresa e sgrana gli occhi, percorrendo con reverenza le scanalature e deglutendo di piacere. Poi, i pollici si appoggiano al bordo del coperchio, sollevandolo: un’allegra sinfonia di colori gli si para davanti e il rosso sorride, deliziato.

 

Amaretti dall’incarto colorato, un sacchettino con della frutta di marzapane, dei filtri triangolari di quelle che sembrano essere tisane, un pacchetto di biscotti alle nocciole e dei piccoli esagoni colorati che Andy non riesce a capire cosa siano giacciono su un letto di paglietta colorata.

 

Andy afferra uno degli esagoni, incuriosito: la consistenza è dura e la forma esagonale è data dalla piega dell’incarto, perché gli oggetti in realtà sono parallelepipedi; sono corredati da scritte che gli paiono parole in italiano: “FONDENTI”, “MELA”, “LIMONE”, “MANDARINO”.

 

“Com’è andata la serata?”.

 

“Molto bene”.

 

Il tassista alza gli occhi verso lo specchietto retrovisore e sorride, vedendo lo sguardo di Andy che studia il contenuto della scatola con curiosità.

 

Andy incrocia gli occhi con il tassista e i suoi occhi si stringono in una smorfia riflessiva: “Ci siamo già incontrati da qualche parte?”.

 

Gli occhi dell’uomo saettano tra la strada e lo specchietto: “Può essere, con il lavoro che faccio...magari ti ho già portata a casa più di una volta”.

 

Andy non indaga oltre e osserva distrattamente il tassista; nel buio dell’abitacolo, può cogliere solo pochi dettagli: una giacca scura e molto larga, un cappello calcato sulla fronte, un volto di mezz’età.

 

La sua curiosità devia subito di nuovo sul piccolo esagono che stringe tra le dita: sembrerebbe una specie di dolce; Andy prova a scartarlo e con sua grande sorpresa si ritrova tra le mani quella che pare essere una zolletta di zucchero.

 

Le mani del giovane iniziano a tremare e si ritrova a respirare forte, mentre tutti i pezzi del puzzle si mettono insieme davanti agli occhi della sua mente.

 

L’aureola.

 

I colori caldi, autunnali.

 

L’amore per la Terra.

 

I dolci...lo zucchero.

 

Andy deglutisce e il suo pomo d’Adamo, per quanto sottile, si alza e si abbassa visibilmente. Una voce dentro di lui inizia prima a sussurrare, poi a parlare sempre più forte e infine a gridare. Una parola rimbalza sui bordi della sua coscienza come eco sulle pareti di una stanza: angelo.

 

Ho trovato il mio angelo custode.

 

Senza rendersene conto, Andy si porta alle labbra la zolletta di zucchero, saggiandola appena con i denti e scoprendo che non è dura come una zolletta comune bensì friabile. Un frammento gli rotola appena sulla lingua e si scioglie in fretta, rilasciando un gradevole aroma fruttato sulle sue papille gustative.

 

Andy si porta una mano alla bocca, incredulo, per poi prendere il resto della zolletta tra le labbra e lasciarsi conquistare dalla scioglievolezza, dalla morbidezza, dalla dolcezza, dalla ricchezza di profumi; non si accorge delle lacrime che iniziano a scendere, non si rende conto dei singhiozzi che gli salgono dalla gola, non è conscio del sollievo che per qualche motivo s’impadronisce di lui.

 

“Tutto bene?”.

 

La voce del tassista scuote il rosso dal momento: “Sì sì”, esclama con voce roca, asciugandosi una guancia e tirando su con il naso; “Mi hanno regalato dei dolci sensazionali, sono così buoni che viene da piangere”, commenta con una risatina.

 

“Lo vedo”, commenta laconico il tassista.

 

“Volete assaggiarne uno?”.

 

“Volentieri”, sorride l’uomo, allungando una mano e accettando il dolcetto dalla mano tremante di Andy.

 

La manica ingombrante della giacca del tassista urta la visiera del suo cappellino, sollevandolo appena e l’uomo con un movimento rapido se lo calca di nuovo sulla fronte; una rapida occhiata nello specchietto retrovisore lo rassicura sul fatto che Andy fosse concentrato sulla scatola che tiene in grembo.

 

Il tassista appoggia il piccolo esagono in uno dei vani tra i sedili, di fianco al suo termos arancione con dentro una generosa dose di the arricchito con una decina di zollette di zucchero e si allarga appena il collo della giacca, sgranchendosi.

 

Se Andy non avesse avuto gli occhi appannati dalle lacrime e se la sua attenzione non fosse stata rivolta altrove, nel momento in cui il cappello del tassista si è sollevato sulla sua fronte avrebbe potuto notare un bagliore dorato che faceva capolino da sotto la lana.

 

E’ durato solo un attimo.

 

Il tassista sorride sornione e continua a guidare nella notte. Anche per oggi, Andy tornerà a casa sano e salvo; lui non lo sa ancora ma il suo futuro è finalmente una strada in discesa. Andrà tutto bene.

   
 
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