Tokyo sotto la pioggia sfavillava di quegli stessi sogni e di quelle stesse possibilità che le aveva promesso quel viaggio in treno di molto tempo addietro. Ma una serata di pioggia è in ogni caso una serata bruttissima. I tacchi le mordevano le caviglie, si era dimenticata di portarsi dietro il pranzo e l’umidità le stava facendo arricciare i capelli alle punte e sopra le orecchie. E Nana non poteva davvero permettersi di spendere altro stipendio in foulards di Vivienne per coprire quel cespuglio obbrobrioso.
«Serve un passaggio?»
Se a chiederglielo fosse stata la voce di un uomo, calda e ferma e accompagnata da un sentore di vetiver e un braccio sporto verso di lei fasciato in un’elegante giacca a righe sottili, be’: quella serata sarebbe stata decisamente salva. Ma era soltanto la sua coinquilina in giacca di pelle e stivaletti dalla punta infangata. E Nana sorrise, perché andava ugualmente bene.
L’ombrello che le aveva offerto la sua amica era di plastica trasparente, senza alcuna personalità. Bizzarro, aveva pensato Nana, stringendosi al braccio ossuto di lei, carico di braccialetti e di calore. Perché Osaki aveva personalità da vendere.
«Andata male anche oggi?»
«Macché, i begli uomini di Tokyo non bazzicano i negozi di mobili...»
«Ah ah! E allora tu cambia lavoro, Hachi!»
Nana non smise di sorridere. Anche quando attraversarono l’incrocio e un autobus quasi non le tirò entrambe sotto, e anche quando furono costrette a fermarsi a farsi la doccia sul marciapiede davanti a un distributore dal vetro rotto e la vernice scrostata, solo perché Osaki aveva finito le sue dannate sigarette.
Fu a metà strada verso casa che Nana si rese conto di una cosa importante, importantissima. «Uhm, Nana?»
Le rispose un mugolìo che suppose essere interrogativo. L’olezzo di nicotina e ciliegie amare le confermò che Osaki non avrebbe mollato la sua fumatina serale per niente al mondo, nemmeno per una cascata d’acqua scesa dal cielo.
«Dividere l’ombrello non è una cosa che dovrebbero fare i fidanzati?»
Uno sbuffo le sfiorò l’orecchio, ma Osaki aveva sfiatato il suo fumo dalla parte opposta. «Perché, se fossi un uomo non ti andrei bene comunque?»
No, le avrebbe voluto rispondere Nana. Perché, anche in quel caso, apparterresti a Ren…
Il fiore di loto tatuato le ammiccò dalla spalla scoperta da una canotta che Osaki, spavalda come suo solito, si era ostinata a portare sotto un giacchetto troppo largo per le sue ossa d’uccellino.
Nana si sentì depressa, tutt’a un tratto. Sciocca, si disse subito, non ce n'era motivo. Non era niente che una cioccolata istantanea e un po’ di drammi alla televisione non avrebbero tamponato. E poi, c’era ancora della torta alle fragole in frigorifero. L’esca adatta per convincere quella brontolona di Osaki a guardare insieme la televisione. E commentare insieme gli orrendi abiti di quelle attrici rachitiche e quanto falsi sembrassero gli attori nell’interpretare degli uomini rudi ma dolci al tempo stesso. Sì, si disse Nana, il suo era un ottimo piano, gongolò con se stessa, e si strinse ancora un poco al braccio forte di Osaki. Lei non sembrò lamentarsene.
Nana non smise di sorridere neanche quando dovette lasciarla, davanti alla porta graffiata ma ancora in piedi del loro piccolo appartamento. Perché quella serata da bruttissima sarebbe magicamente diventata perfetta.


